giovedì 10 settembre 2015

Sa Regula - Simone Contu



Ogni mattina Conca Niedda, la capretta di Efisio, sveglia i genitori e infastidisce i vicini con i suoi belati. Maestro Trudu, il papà del bimbo, nonostante le insistenze della moglie, non ha il coraggio di confessare a Efisio la dura verità: il destino di Conca Niedda è segnato e l’amata capretta diverrà il loro pranzo di Natale. Un brutto giorno Efisio scopre, nel peggiore dei modi, la terribile realtà. Si chiude in camera e non vuole più andare a scuola. Maestro Trudu, incapace di parlare al bimbo con sincerità, continua a prender tempo e raccontargli frottole. Le bugie però hanno le gambe corte… Ed Efisio, complice anche l’involontario aiuto di due strambi poliziotti dall’accento milanese, in un finale beffardo, riuscirà a prendersi la sua personale rivincita sul cinico mondo degli adulti.
da qui

mercoledì 9 settembre 2015

Duvar (Il muro) - Yilmaz Güney

è l'ultimo film di Yilmaz Güney, girato in Francia, in un ex monastero, in concorso a Cannes nel 1983, l'anno prima di morire.
ambientato interamente in carcere, donne, bambine, uomini, e ragazzi nello stesso carcere, divisi da un muro.
guardie sadiche, ragazzini che possono solo subire l'ingiustizia e la prevaricazione, continuamente imbrogliati e picchiati senza pietà, un calvario senza fine.
un film doloroso e necessario, di un regista che in carcere è stato per anni, mica lo ha visto al cinema.
da non perdere - Ismaele









Duvar is the last film of Yilmaz Guney. It was made in France under very bad conditions. But it is successful on describing the violence in prison without being too much 'political'. It's a striking movie, which nobody could stay indifferent to it.

…Il film è girato in un'abbazia francese, ma intende rappresentare il carcere di Ankara in cui lo stesso regista fu detenuto. Nello stesso carcere tre sezioni: quella maschile, quella femminile e quella minorile. A dividerle il muro del titolo. Le immagini grezze del regista, che tornava a dirigere in prima persona un film dopo anni di sceneggiature scritte da dietro le sbarre, raccontano la vita dei tre gruppi, con particolare attenzione ai bambini. È fra loro infatti che il dolore sa mostrarsi con maggiore grado di crudeltà e di gratuità. Le ispezioni e le percosse delle guardie, i ragazzini costretti a mangiare le proprie pulci, gli abusi sessuali, i lavori forzati e ancora le percosse, le vessazioni. Infine la morte di un ragazzino, freddato mentre cerca di fuggire: è la goccia che fa traboccare il vaso; la rivolta si organizza e si barrica all'interno delle celle per chiedere trattamenti più umani. Il finale lo lascio a voi, avvisandovi di non farvi troppe illusioni. Durante la vita di cella il popolo d'Anatolia ci è mostrato con tutte le sue tradizioni, i canti, le melodie festanti o sofferenti della bağlama, i balli, le superstizioni, i cibi. Insomma vedendolo resistere nel chiuso della prigione, Güney ce lo fa immaginare com'è al di fuori, costretto da catene sociali, da vincoli d'onore, ma ache depositario di tradizioni secolari, rurali/orali, intatte e vitali. Nel frattempo le esercitazioni e i cori delle guardie e l'intrusione audio di spot commerciali radiofonici, ci danno il senso dell'ipocrisia della società, che negli anni in cui il film è girato associava militarizzazione e ingresso nel luccicante regno del consumismo occidentale.
Lo stile di Guney è davvero degno di nota. È grezzo, come dicevamo, non ha grandi rifiniture artistiche, anche se a volte si riconosce un certo gusto per la composizione dell'immagine. Con naturalezza offre immagini cattive, spietate, marchiate a fuoco da un sapore di realtà che è difficile non avvertire allo stomaco. Ricordiamo il piano sequenza condotto dal punto di vista di una carriola, fisso sul volto di un prigioniero i dodici anni, sofferente mentre va al lavoro forzato in inverno, schifato da tutti i compagni per il fatto di non aver avuto il coraggio di denunciare gli abusi subiti; oppure il primo piano violentissimo di un parto, i tonfi delle percosse, i dettagli di ematomi, cerotti, sangue rappreso. Un pulp neo-realista, senza artificio narrativo. Un film denuncia e un film poesia al contempo, di quelle poesie scritte con parole normali, non ricercate, ma dirette a tutti, alla gente, alle coscienze più che ai sensi estetici. Gli attori vengono dagli arabi delle periferie francesi e dai turchi delle periferie tedesche; era probabilmente gente che sapeva come muoversi all'interno delle pareti di un carcere.

"Duvar" is certainly my favorite Yilmaz Güney film after "Umut" (Hope). The director mainly tries to describe the prison conditions in Turkey after coup d'état in 1980. Being very political himself, he draws a dark picture of a Turkish prison where most people are stuck because of their political activities.

Here we see men, women and children living in different sections; but we are confronted with the tragic story of children, while the adults have to watch them anxiously behind the windows. In their attempt to change to another prison for better conditions; the children try petition, escape and mutiny. In return, they are faced with continuous beating, harassment and even death. In their section, there is never good food, enough bread or water for bathing. In the film, the only likable person is the guardian "Áli Emmi" (Tuncel Kurtiz), who gets his prize by being humiliated and getting fired at the end.

Güney's dark film shifts between (many) bad and (some) good experiences in the prison context, which makes keeps the audience always interested. He uses some interesting techniques and many references to the political context of early 80's Turkey, which makes the film gripping, especially for the contemporaries.

Ultimo lungometraggio di Yilmaz Güney e suo testamento cinematografico,
Opera quasi autobiografica del regista curdo, che costruisce un racconto spietato e crudo 
di una carcere turca di Ankara, estrapolato in parte dai propri ricordi di carcerato 
(il regista è stato rinchiuso anch'egli in un carcere) e da testimonianze di altri detenuti.
Il film si basa sullo stato di barbarie presente nei penitenziari Turchi degli inizi anni '80, che tutt'oggi persiste. Dove bambini, donne e uomini, vivono alla mercé di inumani secondini e feroci egemoni statali, patrocinati da una legge che non possiede occhi né orecchie. Nonostante ciò è presente una poetica di fondo che si riflette nelle interpretazioni degli attori dilettanti, dalle loro capacità di trasmettere incertezze e paure, da alcune frasi, pronunciate come liriche, canti in mezzo all'inferno. Güney fa forza sulla meticolosa ricostruzione del penitenziario, offrendo allo spettatore una panoramica sull'ambiente crepuscolare e torbido di un carcere, consegnando il patrimonio di un'esperienza drammatica a cui lo spettatore non può sottrarsi dal riflettere su quanto ancora l'uomo affoghi nella degenerazione imposta dalle sue stesse regole. 
Emblematico il desiderio di fuga dei giovani protagonisti che si trasforma in una più modesta speranza di trasferimento in un carcere migliore. Ma come mostra lo stesso regista e come a più riprese commentano gli stessi disillusi personaggi, non esistono carceri migliori, e forse nemmeno fuori dal carcere le cose vanno meglio.

…Its writer and director, Yilmaz Güney, spent a considerable period of time in Turkish gaols, first for writing left-wing novels, harbouring anarchists and such things, and later for killing a judge at a nightclub. So he should know what he’s talking about, but he might also have had cause to want to toss a few hand grenades in the direction of the Turks – from the safety of France, mind you, where the film was made and to which he had fled after escaping from prison in 1981. For all of its depiction of the horribleness and brutality of the penitentiary, which contains men, women and teenage boys in separate sections, it’s also strangely dispassionate. The film focuses mainly on the boys, housed in a big dormitory, mistreated generally and terrorised in particular by one especially vicious guard, Cafer. Sadly, in the detailing of all the various degradations and humiliations, character development is left somewhat underdone, particularly in the first half, which reduces the impact of several of the more powerful scenes – such as where the screams of one boy are broadcast across all sections of the prison as the soles of his feet are being beaten (he had recited a mildly subversive poem to the other boys), and where a female prisoner and her lover, all set to be married and sent off with dances and celebrations by the other prisoners, are tricked and taken away to be executed. Even in the second half, when a vulnerable 14-year-old boy (who has been raped by Cafer but is too frightened to report it), gets shot and killed in a pretty futile attempt to escape, one is inclined to think that perhaps it wasn’t such a bad choice that he made.

Ai tempi in cui era una star del cinema popolare turco lo chiamavano “çirkin kral”, il “re brutto”. Seguiva modelli alla James Bond, il Marlon Brando in canottiera, Jack Palance, Burt Lancaster. Il pubblico, soprattutto quello poco raffinato, non solo si immedesimava nei suoi ruoli, ma gli voleva bene, lo considerava uno dei suoi. La sua parabola da divo a regista è accostabile (in termini generali e talvolta specifici) a quelle del nostro De Sica o del maestro Eastwood. Di mezzo una spezia pasoliniana per una passione letteraria e scrittoria che fu l’inizio dei suoi guai giudiziari: nel 1961, a ventiquattro anni, viene condannato a un anno e mezzo di prigione per aver pubblicato un romanzo “di propaganda comunista”. All’anagrafe Yılmaz Pütün, il mondo lo ricorda come Yılmaz Güney, letteralmente traducibile con qualcosa come “sud integerrimo”; non è pedanteria di redattore: in turco ogni nome ha un significato! L’apice della sua carriera lo visse lontano dalla sua gente, in Francia, ricevendo la Palma d’Oro di Cannes per il lungometraggio Yol e morendo poco tempo dopo, avendo giusto il tempo di girare un ultimo film, Duvar. Senza quel premio probabilmente non ci ricorderemmo di lui. Merito di una Francia che in quegli anni dava accoglienza a più di un intellettuale esule: oltre a Güney, in quegli anni a Parigi c’erano Solanas e Costa Gravas, ad esempio, mentre già negli anni Settanta Sartre si era speso per una campagna internazionale contro la carcerazione di Yılmaz del 1972…

La tomba di Yilmaz Güney a Père Lachaise è diversa dalle altre. Non di marmo, di pietra calda, ma una sorta di baldacchino di acciaio lucido, freddo, a sovrastare la lapide. In realtà però non c’è freddezza in quell’acciaio. Paradossalmente quel lucido metallo finisce con il trasmettere calore. O forse è solo la suggestione di chi sta davanti a quella tomba. E vede scorrere davanti agli occhi la vita passionale, appassionata, caldissima di Yilmaz Güney. Che oggi avrebbe 73 anni se un tumore allo stomaco (non curato in prigione), non l’avesse corroso. Güney è morto a Parigi, il 9 settembre 1984. Era arrivato nella capitale francese, esule, in modo rocambolesco. Come del resto avventurosa è stata tutta la sua vita. Era riuscito a beffare i militari che si erano appena impadroniti nuovamente del potere (con il terzo golpe, il 12 settembre 1980, in trent’anni). Era fuggito di prigione. Dal carcere di massima sicurezza sull’isola di Imrali, quello dove dal 1999 si trova, Abdullah Öcalan, il presidente del Pkk. Anche Güney era kurdo. Anzi come sottolineava lui stesso «un kurdo assimilato. Mia madre era kurda, mio padre kurdo zaza. Fino a quindici anni ho sempre parlato kurdo. Poi sono stato separato dalla mia famiglia. A quel tempo dicevano che i kurdi non esistevano. Che la lingua kurda non esisteva. Ma io sentivo gente che cantava e parlava in kurdo. Vedevo i kurdi vivere in estrema povertà e repressione. Mio padre era di Siverek: ho visitato Siverek quando avevo 16 anni. E’ stato allora che ho capito chi ero veramente. E a 34 anni ho potuto finalmente visitare il villaggio di mia madre, Muş. Sürü, è la storia di ciò che accadde alla tribù di mia madre»…


Elia Kazan e Yilmaz Güney sul set del film:



lunedì 7 settembre 2015

Terra em transe - Glauber Rocha

un film sulla politica, su come cambiare e su come anche in Brasile vale la legge del Gattopardo, cambiare tutto per non cambiare niente.
Paulo sostiene uno che sembra animato dalle migliori intenzioni del mondo, ma quando arriva al potere non può cambiare niente, anche se volesse.
il Potere è irraggiungibile, i presidenti sono pedine di un gioco più grande. pochi decidono dietro le quinte.
il tormento di Paulo è straziante, e il film è di un'attualità sorprendente (si pensi a Obama).
i politici rivoluzionari sono quelli morti.
un film da riscoprire, senza se e senza ma - Ismaele








The title of late Brazilian director Glauber Rocha's third film is pretty much self-explanatory, representative of its significance, position and context in late-1960s Brazilian culture and society: a trance-like trip into the heart of a conflicted country. A heady, surreal chamber-piece deathbed fantasy about the eternal conflict between idealism and pragmatism, shaped as a thinly-veiled allegory of Brazil's political tumults, Terra em Transe is a rushing torrent of images and thoughts aimed squarely at its time and place, but whose lucid thoughts about politics and society remain valid and contemporary…

…The editing style is definitely from the Soviet montage school of cutting. Jarring juxtapositions and temporal discontinuity abound. While the narrative could hardly be called focused, the images are potent, from the orgiastic celebrations of the upper class, to the characters’ direct confrontation to the camera. The penultimate image is also amazing, as Paulo takes on the sky with a gun. The sound is quite remarkable – it’s an almost subjective mishmash of music, poetry and charged dialogue. This is the first time that many of these Brazilian films have been screened in New Zealand, and after watching Earth Entranced it’s a rare privilege (if you can call it that) to see films burn with such intensity and anger.

…Whilst ‘Entranced Earth’ can be a difficult cinematic experience at times, the ambition involved and the passion Rocha shows regarding the current state of his homeland makes it a fascinating, often dazzling landmark piece of cinema.

A difficult film to pick the bones out of, Entranced Earth is deliberately obtuse, abstruse, and defiant in its form. Highly charged with emotion and theatrical in its narrative, the technical choices nevertheless cling to a mockumentary sort of realism. What is being mocked is the political hopelessness of a fictional land, Eldorado, presumably a mirror for Rocha's native Brazil.
Brazil went through a military coup in 1964 when a left-wing leader was replaced with a right-wing one and this film is a fictionalized indictment of prevailing politics. Ultimately the indictment is not of right or left (representatives of both orientations are shown to be corrupt) but of human nature itself. The poet/protagonist Paulo played with conviction by Jardel Filho is not spared either. Curious edits abound and frankly appear at times to be a little forced and affected. In fact affectation is the tone the entire film operates in, made particularly poignant when showcasing the disaffected rural poor. A strange idiosyncratic film that has deliberate difficulty in existing as a unified whole.
da qui

domenica 6 settembre 2015

Gli intoccabili – Giuliano Montaldo

prima degli intoccabili di Brian De Palma del 1987,  Giuliano Montaldo ha girato un film con lo stesso titolo (conosciuto a livello internazionale col titolo Machine Gun McCain).
lo gira a 39 anni, con un gruppo di attori straordinari, già solo per loro il film merita la visione.
non sarà un capolavoro, ma è un'americanata come si deve.
provate a guadarlo, non sarete delusi - Ismaele

ps: era in concorso a Cannes, nel 1969, presidente Luchino Viscont, vinse If..., di Lindsay Anderson, erano in concorso Z-L'orgia del potere, Easy Rider, Antonio das Mortes





…Gli intoccabili del 1968, film maudit che per decenni è stato invedibile e solo da poco è ritornato alla luce. Una produzione italiana di quando il nostro cinema era secondo solo a Hollywood e sapeva confezionare film di genere di assoluto livello globale, e di una qualità e con mezzi che oggi ce li sogniamo. Un gangster-movie diretto con mano salda da Giuliano Montando e con un cast da urlo: John Cassavetes, Peter Falk, Britt Ekland, Gabriele Ferzetti e perfino Gena Rowlands. Un galeotto viene tirato fuori dal carcere da un mafioso perché realizzi un colpo a un casinò di Las Vegas…

John Cassavetes was the man! Whether Cassavetes is behind the camera (as director), or in front acting usually the end result is fantastic. He is one of those actors that can be put into a bad movie, and elevate it to a higher standard, as long as he in on screen…

Ottimo film diretto da Montaldo in trasferta USA e impreziosito da un cast stellare in cui spicca un grandissimo Cassavetes. Secco, violento quanto basta e decisamente incalzante, il lungometraggio del regista italiano può vantare anche una colonna sonora invidiabile del maestro Morricone. Menzione speciale per la bellissima e brava Britt Ekland nel ruolo della moglie di Hank McCain. Un heist-movie di primissima qualità che ingiustamente è passato sotto silenzio per troppi anni ma che finalmente merita la sua ribalta e le conseguenti lodi positive.


"[...] Film curioso, che si presta a due ordini di osservazioni. Pur basandosi su una materia scottante e sempre attuale, vi risuona un'eco dei "feuilletons" ottocenteschi: amanti che si sacrificano, figli senza criterio, spietatezza dei malvagi e loro finale trionfo. E' come dire che il racconto, folto di personaggi e di eventi, è scosso da una furia romantica che poco ha in comune con i modelli cui evidentemente s'è ispirato il regista Montaldo: "La volpe argentata", "Il piccolo Cesare", "Notti di Chicago". [...] Poi c'è un'altra intenzione da leggere tra le righe:far vedere questa evoluzione nel breve ambito di un gangster di vecchia scuola. [...] Per dirla con una metafora, assistiamo a una carica di cavalleria contro i carri armati. Un'opera dunque nel suo genere (il racconto d'azione) riuscita. Abbiamo credito tuttavia di scorgere un difetto di stile. A forza di vedere film hollywoodiani, ci si è fatti un'idea diversa dell'ambiente in cui si organizza il "crimine organizzato". Non alludiamo agli interpreti, che sono assai valorosi [...]. No, parliamo dell'ambiente: arredi, uffici, modo di esprimersi. Lo stile di Hammett e di Hawks è più secco, più perentorio
Pietro Bianchi - Il Giorno - 02/04/1969

 La vicenda [...] è messa in immagini da Montaldo con lucido vigore. [...] Certo la rappresentazione di questa mafia d'oltre oceano è, in certi momenti, agghiacciante. [...] Si vorrebbe che il regista avesse calcato la mano nel disegno degli iniqui caratteri, ecceduto nella spietatezza: purtroppo c'è da temere, invece, che laggiù la realtà sia proprio quella, con una delinquenza organizzata in tutto: nel rigore delle malefatte e nella crudeltà delle vendette. Per questo Gli intoccabili è non soltanto un film duro e aspro, è anche desolatamente amaro. John Cassavetes dà straordinaria efficacia alla caratterizzazione di Hank, gangster romantico che si comporta da "battitore libero" [...].
Vice - La Stampa - 06/04/1969

Non è certo la prima volta che il cinema affronta il tema della mafia in America. Stavolta però chi ci si prova è un italiano, Giuliano Montaldo. E sebbene il suo film sia principalmente un film di azione, adatto alle grandi platee, pure esso non è privo di un certo dignitoso impegno. [...] E' anche evidente il desiderio di caratterizzare abbastanza a fondo le molte figure umane che vi si affacciano. Protagonista è John Cassavetes, che, nei panni dell'ergastolano graziato, si atteggia un po' a Diabolik ma riesce in definitiva a dare un buon risultato al suo complesso personaggio. [...]
Bir. (Guglielmo Biraghi) - Il Messaggero - 11/04/1969

Dopo gli insuccessi dei primi due film, Montaldo dirige questo gangster-movie all'italiana (seppur ambientato in America). Nonostante il cast promettesse bene, il risultato è abbastanza modesto. Resta comunque un interessante tentativo di portare un genere tutto americano dalle nostre parti; qualche anno dopo in Italia, infatti, nascerà il "poliziottesco". Musiche di Morricone, stile western.

lunedì 31 agosto 2015

Kes - Kenneth Loach

al secondo film, quando Ken Loach era ancora Kenneth, ha girato Kes, che è al settimo posto nella lista dei cento migliori film britannici del XX secolo stilata dal British Film Institute (qui).
impossibile descriverne la grandezza senza guardarlo, Billy è un bambino senza amici, offeso dalla vita, senza padre, e trova una via di fuga e di bellezza , allevando un falco, che diventa suo amico e anche più, il sogno della sua vita.
c’è un insegnante come quello di “Un anno a Pietralata”, e Kes è stato il film preferito di Krzysztof Kieslowski.
cercatelo, non ve ne pentirete - Ismaele






…Il film racconta la vicenda di Billy Casper, un ragazzino di 15 anni che vive in una città mineraria dello Yorkshire e soffre a causa della solitudine e dei maltrattamenti sia a casa che a scuola, finchè trova un senso alla propria esistenza nel prendersi cura di un uccello selvatico (in inglese si chiama "kestrel", abbreviato in kes, in italiano si dovrebbe chiamare gheppio) e nel processo di addestramento dell'animale, che sopperisce a tutte le carenze affettive del ragazzo. E' un film all'insegna di un realismo cronachistico che probabilmente deriva dalla grande scuola documentaristica britannica e che Loach avrebbe gradualmente perfezionato nelle opere successive, anche se, a mio avviso, è proprio qui che il cineasta trova i suoi accenti più sinceri, efficaci e persuasivi. E' un dramma sull'emarginazione e gli abusi subiti da certi adolescenti in famiglie disfunzionali che non può non ricordare "I 400 colpi" di Truffaut, ma che indubbiamente sarà tenuto in considerazione da altri registi che torneranno sull'argomento (soprattutto il britannico Terence Davies, ma forse perfino i Dardenne in Rosetta, film piuttosto affine con questo). Il cast, pieno di attori non professionisti diretti con scrupolo neorealistico, è decisamente all'altezza (bravo lo smilzo protagonista David Bradley, poi sparito dalla circolazione come attore) e molto bella la sobria fotografia del futuro regista Chris Menges. Film sul ruolo dell'educazione e i fallimenti che si riscontrano in sua assenza, senza cedimenti al sentimentalismo o al ricatto emotivo. La scena più bella mi è sembrata quella in cui Billy descrive l'addestramento dell'uccello in classe davanti ai compagni e a un insegnante, Mr. Welland, che riesce a vincere per una volta la sua riluttanza e a valorizzare positivamente questo suo hobby: una volta tanto, un esempio di qualcosa di positivo che la scuola può fare per i ragazzi.

We didn't come from a very filmy family. I'd only seen two movies before Kes. One was The Poseidon Adventure – all I can remember is going in my pyjamas (I was ill) and being cold – and the other the film of Steptoe and Son. It was a friend's birthday, and I think (my memory might be playing a sick trick here) Albert Steptoe takes a bath in a tin tub and I found it weirdly thrilling.
Then came Kes. By now I was 12 years old, and at a special school, Crumpsall Open Air – or, as we pupils called it, Crumpsall Open Air for Mongs (no, I won't attempt to defend that). The pupils were an unlikely mix of juvenile delinquents, chronic asthmatics, kids with learning difficulties, cerebral palsy, Down's syndrome, and those who had rare diseases.
I was never sure why it was called an open-air school. But we certainly spent a lot of time in the open air – every afternoon playing football outside except for when the weather was too bad. One day it was pissing down, and we were forced inside. The teacher put on a film to keep us quiet. This was 1974, and the movie was already ancient (five years old); it had been made by a man who called himself Kenneth Loach. Didn't sound promising…