Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
sabato 12 settembre 2015
giovedì 10 settembre 2015
Sa Regula - Simone Contu
Ogni mattina Conca Niedda, la capretta di Efisio, sveglia i genitori e infastidisce i vicini con i suoi belati. Maestro Trudu, il papà del bimbo, nonostante le insistenze della moglie, non ha il coraggio di confessare a Efisio la dura verità: il destino di Conca Niedda è segnato e l’amata capretta diverrà il loro pranzo di Natale. Un brutto giorno Efisio scopre, nel peggiore dei modi, la terribile realtà. Si chiude in camera e non vuole più andare a scuola. Maestro Trudu, incapace di parlare al bimbo con sincerità, continua a prender tempo e raccontargli frottole. Le bugie però hanno le gambe corte… Ed Efisio, complice anche l’involontario aiuto di due strambi poliziotti dall’accento milanese, in un finale beffardo, riuscirà a prendersi la sua personale rivincita sul cinico mondo degli adulti.
da qui
mercoledì 9 settembre 2015
Duvar (Il muro) - Yilmaz Güney
è l'ultimo film di Yilmaz Güney, girato in Francia, in un ex monastero, in concorso a Cannes nel 1983, l'anno prima di morire.
ambientato interamente in carcere, donne, bambine, uomini, e ragazzi nello stesso carcere, divisi da un muro.
guardie sadiche, ragazzini che possono solo subire l'ingiustizia e la prevaricazione, continuamente imbrogliati e picchiati senza pietà, un calvario senza fine.
un film doloroso e necessario, di un regista che in carcere è stato per anni, mica lo ha visto al cinema.
da non perdere - Ismaele
ambientato interamente in carcere, donne, bambine, uomini, e ragazzi nello stesso carcere, divisi da un muro.
guardie sadiche, ragazzini che possono solo subire l'ingiustizia e la prevaricazione, continuamente imbrogliati e picchiati senza pietà, un calvario senza fine.
un film doloroso e necessario, di un regista che in carcere è stato per anni, mica lo ha visto al cinema.
da non perdere - Ismaele
Duvar is the last film of Yilmaz
Guney. It was made in France under very bad conditions. But it is successful on
describing the violence in prison without being too much 'political'. It's a
striking movie, which nobody could stay indifferent to it.
…Il film è girato in un'abbazia francese, ma intende
rappresentare il carcere di Ankara in cui lo stesso regista fu detenuto. Nello
stesso carcere tre sezioni: quella maschile, quella femminile e quella
minorile. A dividerle il muro del titolo. Le immagini grezze del
regista, che tornava a dirigere in prima persona un film dopo anni di
sceneggiature scritte da dietro le sbarre, raccontano la vita dei tre gruppi,
con particolare attenzione ai bambini. È fra loro infatti che il dolore sa
mostrarsi con maggiore grado di crudeltà e di gratuità. Le ispezioni e le
percosse delle guardie, i ragazzini costretti a mangiare le proprie pulci, gli
abusi sessuali, i lavori forzati e ancora le percosse, le vessazioni. Infine la
morte di un ragazzino, freddato mentre cerca di fuggire: è la goccia che fa
traboccare il vaso; la rivolta si organizza e si barrica all'interno delle
celle per chiedere trattamenti più umani. Il finale lo lascio a voi,
avvisandovi di non farvi troppe illusioni. Durante la vita di cella il popolo
d'Anatolia ci è mostrato con tutte le sue tradizioni, i canti, le melodie
festanti o sofferenti della bağlama, i balli, le superstizioni, i cibi. Insomma
vedendolo resistere nel chiuso della prigione, Güney ce lo fa immaginare com'è
al di fuori, costretto da catene sociali, da vincoli d'onore, ma ache
depositario di tradizioni secolari, rurali/orali, intatte e vitali. Nel
frattempo le esercitazioni e i cori delle guardie e l'intrusione audio di spot
commerciali radiofonici, ci danno il senso dell'ipocrisia della società, che
negli anni in cui il film è girato associava militarizzazione e ingresso nel
luccicante regno del consumismo occidentale.
Lo stile di Guney è davvero degno di nota. È grezzo, come
dicevamo, non ha grandi rifiniture artistiche, anche se a volte si riconosce un
certo gusto per la composizione dell'immagine. Con naturalezza offre immagini
cattive, spietate, marchiate a fuoco da un sapore di realtà che è difficile non
avvertire allo stomaco. Ricordiamo il piano sequenza condotto dal punto di vista
di una carriola, fisso sul volto di un prigioniero i dodici anni, sofferente
mentre va al lavoro forzato in inverno, schifato da tutti i compagni per il
fatto di non aver avuto il coraggio di denunciare gli abusi subiti; oppure il
primo piano violentissimo di un parto, i tonfi delle percosse, i dettagli di
ematomi, cerotti, sangue rappreso. Un pulp neo-realista, senza artificio
narrativo. Un film denuncia e un film poesia al contempo, di quelle poesie
scritte con parole normali, non ricercate, ma dirette a tutti, alla gente, alle
coscienze più che ai sensi estetici. Gli attori vengono dagli arabi delle
periferie francesi e dai turchi delle periferie tedesche; era probabilmente
gente che sapeva come muoversi all'interno delle pareti di un carcere.
"Duvar" is certainly my
favorite Yilmaz Güney film after "Umut" (Hope). The director mainly
tries to describe the prison conditions in Turkey after coup d'état in 1980.
Being very political himself, he draws a dark picture of a Turkish prison where
most people are stuck because of their political activities.
Here we see men, women and children living in different sections; but we are confronted with the tragic story of children, while the adults have to watch them anxiously behind the windows. In their attempt to change to another prison for better conditions; the children try petition, escape and mutiny. In return, they are faced with continuous beating, harassment and even death. In their section, there is never good food, enough bread or water for bathing. In the film, the only likable person is the guardian "Áli Emmi" (Tuncel Kurtiz), who gets his prize by being humiliated and getting fired at the end.
Güney's dark film shifts between (many) bad and (some) good experiences in the prison context, which makes keeps the audience always interested. He uses some interesting techniques and many references to the political context of early 80's Turkey, which makes the film gripping, especially for the contemporaries.
Here we see men, women and children living in different sections; but we are confronted with the tragic story of children, while the adults have to watch them anxiously behind the windows. In their attempt to change to another prison for better conditions; the children try petition, escape and mutiny. In return, they are faced with continuous beating, harassment and even death. In their section, there is never good food, enough bread or water for bathing. In the film, the only likable person is the guardian "Áli Emmi" (Tuncel Kurtiz), who gets his prize by being humiliated and getting fired at the end.
Güney's dark film shifts between (many) bad and (some) good experiences in the prison context, which makes keeps the audience always interested. He uses some interesting techniques and many references to the political context of early 80's Turkey, which makes the film gripping, especially for the contemporaries.
Ultimo lungometraggio di Yilmaz Güney e suo testamento
cinematografico,
Opera quasi autobiografica del regista curdo, che costruisce un racconto spietato e crudo
di una carcere turca di Ankara, estrapolato in parte dai propri ricordi di carcerato
(il regista è stato rinchiuso anch'egli in un carcere) e da testimonianze di altri detenuti.
Il film si basa sullo stato di barbarie presente nei penitenziari Turchi degli inizi anni '80, che tutt'oggi persiste. Dove bambini, donne e uomini, vivono alla mercé di inumani secondini e feroci egemoni statali, patrocinati da una legge che non possiede occhi né orecchie. Nonostante ciò è presente una poetica di fondo che si riflette nelle interpretazioni degli attori dilettanti, dalle loro capacità di trasmettere incertezze e paure, da alcune frasi, pronunciate come liriche, canti in mezzo all'inferno. Güney fa forza sulla meticolosa ricostruzione del penitenziario, offrendo allo spettatore una panoramica sull'ambiente crepuscolare e torbido di un carcere, consegnando il patrimonio di un'esperienza drammatica a cui lo spettatore non può sottrarsi dal riflettere su quanto ancora l'uomo affoghi nella degenerazione imposta dalle sue stesse regole.
Emblematico il desiderio di fuga dei giovani protagonisti che si trasforma in una più modesta speranza di trasferimento in un carcere migliore. Ma come mostra lo stesso regista e come a più riprese commentano gli stessi disillusi personaggi, non esistono carceri migliori, e forse nemmeno fuori dal carcere le cose vanno meglio.
Opera quasi autobiografica del regista curdo, che costruisce un racconto spietato e crudo
di una carcere turca di Ankara, estrapolato in parte dai propri ricordi di carcerato
(il regista è stato rinchiuso anch'egli in un carcere) e da testimonianze di altri detenuti.
Il film si basa sullo stato di barbarie presente nei penitenziari Turchi degli inizi anni '80, che tutt'oggi persiste. Dove bambini, donne e uomini, vivono alla mercé di inumani secondini e feroci egemoni statali, patrocinati da una legge che non possiede occhi né orecchie. Nonostante ciò è presente una poetica di fondo che si riflette nelle interpretazioni degli attori dilettanti, dalle loro capacità di trasmettere incertezze e paure, da alcune frasi, pronunciate come liriche, canti in mezzo all'inferno. Güney fa forza sulla meticolosa ricostruzione del penitenziario, offrendo allo spettatore una panoramica sull'ambiente crepuscolare e torbido di un carcere, consegnando il patrimonio di un'esperienza drammatica a cui lo spettatore non può sottrarsi dal riflettere su quanto ancora l'uomo affoghi nella degenerazione imposta dalle sue stesse regole.
Emblematico il desiderio di fuga dei giovani protagonisti che si trasforma in una più modesta speranza di trasferimento in un carcere migliore. Ma come mostra lo stesso regista e come a più riprese commentano gli stessi disillusi personaggi, non esistono carceri migliori, e forse nemmeno fuori dal carcere le cose vanno meglio.
…Its writer and director, Yilmaz Güney, spent a
considerable period of time in Turkish gaols, first for writing left-wing
novels, harbouring anarchists and such things, and later for killing a judge at
a nightclub. So he should know what he’s talking about, but he might also have
had cause to want to toss a few hand grenades in the direction of the Turks –
from the safety of France, mind you, where the film was made and to which he
had fled after escaping from prison in 1981. For all of its depiction of the
horribleness and brutality of the penitentiary, which contains men, women and
teenage boys in separate sections, it’s also strangely dispassionate. The film
focuses mainly on the boys, housed in a big dormitory, mistreated generally and
terrorised in particular by one especially vicious guard, Cafer. Sadly, in the
detailing of all the various degradations and humiliations, character development
is left somewhat underdone, particularly in the first half, which reduces the
impact of several of the more powerful scenes – such as where the screams of
one boy are broadcast across all sections of the prison as the soles of his
feet are being beaten (he had recited a mildly subversive poem to the other
boys), and where a female prisoner and her lover, all set to be married and
sent off with dances and celebrations by the other prisoners, are tricked and
taken away to be executed. Even in the second half, when a vulnerable
14-year-old boy (who has been raped by Cafer but is too frightened to report
it), gets shot and killed in a pretty futile attempt to escape, one is inclined
to think that perhaps it wasn’t such a bad choice that he made.
Ai tempi in cui era una star del cinema
popolare turco lo chiamavano “çirkin kral”, il “re brutto”. Seguiva modelli
alla James Bond, il Marlon Brando in canottiera, Jack Palance, Burt Lancaster.
Il pubblico, soprattutto quello poco raffinato, non solo si immedesimava nei
suoi ruoli, ma gli voleva bene, lo considerava uno dei suoi. La sua parabola da
divo a regista è accostabile (in termini generali e talvolta specifici) a
quelle del nostro De Sica o del maestro Eastwood. Di mezzo una spezia
pasoliniana per una passione letteraria e scrittoria che fu l’inizio dei suoi
guai giudiziari: nel 1961, a ventiquattro anni, viene condannato a un anno e
mezzo di prigione per aver pubblicato un romanzo “di propaganda comunista”.
All’anagrafe Yılmaz Pütün, il mondo lo ricorda come Yılmaz Güney, letteralmente
traducibile con qualcosa come “sud integerrimo”; non è pedanteria di redattore:
in turco ogni nome ha un significato! L’apice della sua carriera lo visse
lontano dalla sua gente, in Francia, ricevendo la Palma d’Oro di Cannes per il
lungometraggio Yol e morendo poco tempo
dopo, avendo giusto il tempo di girare un ultimo film, Duvar. Senza quel premio probabilmente non ci
ricorderemmo di lui. Merito di una Francia che in quegli anni dava accoglienza
a più di un intellettuale esule: oltre a Güney, in quegli anni a Parigi c’erano
Solanas e Costa Gravas, ad esempio, mentre già negli anni Settanta Sartre si
era speso per una campagna internazionale contro la carcerazione di Yılmaz del
1972…
La tomba di Yilmaz Güney a Père Lachaise
è diversa dalle altre. Non di marmo, di pietra calda, ma una sorta di
baldacchino di acciaio lucido, freddo, a sovrastare la lapide. In realtà però
non c’è freddezza in quell’acciaio. Paradossalmente quel lucido metallo finisce
con il trasmettere calore. O forse è solo la suggestione di chi sta davanti a
quella tomba. E vede scorrere davanti agli occhi la vita passionale,
appassionata, caldissima di Yilmaz Güney. Che oggi avrebbe 73 anni se un tumore
allo stomaco (non curato in prigione), non l’avesse corroso. Güney è morto a
Parigi, il 9 settembre 1984. Era arrivato nella capitale francese, esule, in
modo rocambolesco. Come del resto avventurosa è stata tutta la sua vita. Era
riuscito a beffare i militari che si erano appena impadroniti nuovamente del potere
(con il terzo golpe, il 12 settembre 1980, in trent’anni). Era fuggito di
prigione. Dal carcere di massima sicurezza sull’isola di Imrali, quello dove
dal 1999 si trova, Abdullah Öcalan, il presidente del Pkk. Anche Güney era
kurdo. Anzi come sottolineava lui stesso «un kurdo assimilato. Mia madre era
kurda, mio padre kurdo zaza. Fino a quindici anni ho sempre parlato kurdo. Poi
sono stato separato dalla mia famiglia. A quel tempo dicevano che i kurdi non
esistevano. Che la lingua kurda non esisteva. Ma io sentivo gente che cantava e
parlava in kurdo. Vedevo i kurdi vivere in estrema povertà e repressione. Mio
padre era di Siverek: ho visitato Siverek quando avevo 16 anni. E’ stato allora
che ho capito chi ero veramente. E a 34 anni ho potuto finalmente visitare il
villaggio di mia madre, Muş. Sürü, è la storia di ciò che accadde alla tribù di
mia madre»…
Elia Kazan e Yilmaz Güney sul set del film:
lunedì 7 settembre 2015
Terra em transe - Glauber Rocha
un film sulla politica, su come cambiare e su come anche in Brasile vale la legge del Gattopardo, cambiare tutto per non cambiare niente.
Paulo sostiene uno che sembra animato dalle migliori intenzioni del mondo, ma quando arriva al potere non può cambiare niente, anche se volesse.
il Potere è irraggiungibile, i presidenti sono pedine di un gioco più grande. pochi decidono dietro le quinte.
il tormento di Paulo è straziante, e il film è di un'attualità sorprendente (si pensi a Obama).
i politici rivoluzionari sono quelli morti.
un film da riscoprire, senza se e senza ma - Ismaele
Paulo sostiene uno che sembra animato dalle migliori intenzioni del mondo, ma quando arriva al potere non può cambiare niente, anche se volesse.
il Potere è irraggiungibile, i presidenti sono pedine di un gioco più grande. pochi decidono dietro le quinte.
il tormento di Paulo è straziante, e il film è di un'attualità sorprendente (si pensi a Obama).
i politici rivoluzionari sono quelli morti.
un film da riscoprire, senza se e senza ma - Ismaele
The title of late
Brazilian director Glauber Rocha's third film is pretty much self-explanatory,
representative of its significance, position and context in late-1960s
Brazilian culture and society: a trance-like trip into the heart of a
conflicted country. A heady, surreal chamber-piece deathbed fantasy about the
eternal conflict between idealism and pragmatism, shaped as a thinly-veiled
allegory of Brazil's political tumults, Terra
em Transe is a rushing torrent of images and thoughts aimed squarely
at its time and place, but whose lucid thoughts about politics and society
remain valid and contemporary…
…The editing style is definitely from
the Soviet montage school of cutting. Jarring juxtapositions and temporal
discontinuity abound. While the narrative could hardly be called focused, the
images are potent, from the orgiastic celebrations of the upper class, to the
characters’ direct confrontation to the camera. The penultimate image is also
amazing, as Paulo takes on the sky with a gun. The sound is quite remarkable –
it’s an almost subjective mishmash of music, poetry and charged dialogue. This
is the first time that many of these Brazilian films have been screened in New
Zealand, and after watching Earth
Entranced it’s a rare
privilege (if you can call it that) to see films burn with such intensity and
anger.
…Whilst
‘Entranced Earth’ can be a difficult cinematic experience at times, the
ambition involved and the passion Rocha shows regarding the current state of
his homeland makes it a fascinating, often dazzling landmark piece of cinema.
A difficult film to pick the bones out of, Entranced Earth is
deliberately obtuse, abstruse, and defiant in its form. Highly charged with
emotion and theatrical in its narrative, the technical choices nevertheless
cling to a mockumentary sort of realism. What is being mocked is the political
hopelessness of a fictional land, Eldorado, presumably a mirror for Rocha's
native Brazil.
Brazil went through a military coup in 1964 when a left-wing leader was replaced with a right-wing one and this film is a fictionalized indictment of prevailing politics. Ultimately the indictment is not of right or left (representatives of both orientations are shown to be corrupt) but of human nature itself. The poet/protagonist Paulo played with conviction by Jardel Filho is not spared either. Curious edits abound and frankly appear at times to be a little forced and affected. In fact affectation is the tone the entire film operates in, made particularly poignant when showcasing the disaffected rural poor. A strange idiosyncratic film that has deliberate difficulty in existing as a unified whole.
da quiBrazil went through a military coup in 1964 when a left-wing leader was replaced with a right-wing one and this film is a fictionalized indictment of prevailing politics. Ultimately the indictment is not of right or left (representatives of both orientations are shown to be corrupt) but of human nature itself. The poet/protagonist Paulo played with conviction by Jardel Filho is not spared either. Curious edits abound and frankly appear at times to be a little forced and affected. In fact affectation is the tone the entire film operates in, made particularly poignant when showcasing the disaffected rural poor. A strange idiosyncratic film that has deliberate difficulty in existing as a unified whole.
domenica 6 settembre 2015
Gli intoccabili – Giuliano Montaldo
prima degli intoccabili di Brian De Palma del 1987, Giuliano Montaldo ha girato un film con lo stesso titolo (conosciuto a livello internazionale col titolo Machine Gun McCain).
lo gira a 39 anni, con un gruppo di attori straordinari, già solo per loro il film merita la visione.
non sarà un capolavoro, ma è un'americanata come si deve.
provate a guadarlo, non sarete delusi - Ismaele
ps: era in concorso a Cannes, nel 1969, presidente Luchino Viscont, vinse If..., di Lindsay Anderson, erano in concorso Z-L'orgia del potere, Easy Rider, Antonio das Mortes
lo gira a 39 anni, con un gruppo di attori straordinari, già solo per loro il film merita la visione.
non sarà un capolavoro, ma è un'americanata come si deve.
provate a guadarlo, non sarete delusi - Ismaele
ps: era in concorso a Cannes, nel 1969, presidente Luchino Viscont, vinse If..., di Lindsay Anderson, erano in concorso Z-L'orgia del potere, Easy Rider, Antonio das Mortes
…Gli intoccabili del 1968, film maudit che per decenni è
stato invedibile e solo da poco è ritornato alla luce. Una produzione italiana
di quando il nostro cinema era secondo solo a Hollywood e sapeva confezionare
film di genere di assoluto livello globale, e di una qualità e con mezzi che oggi
ce li sogniamo. Un gangster-movie diretto con mano salda da Giuliano Montando e
con un cast da urlo: John Cassavetes, Peter Falk, Britt Ekland, Gabriele
Ferzetti e perfino Gena Rowlands. Un galeotto viene tirato fuori dal carcere da
un mafioso perché realizzi un colpo a un casinò di Las Vegas…
John Cassavetes was the man! Whether Cassavetes is
behind the camera (as director), or in front acting usually the end result is
fantastic. He is one of those actors that can be put into a bad movie, and
elevate it to a higher standard, as long as he in on screen…
Ottimo film diretto da Montaldo in trasferta USA e impreziosito da
un cast stellare in cui spicca un grandissimo Cassavetes. Secco, violento
quanto basta e decisamente incalzante, il lungometraggio del regista italiano
può vantare anche una colonna sonora invidiabile del maestro Morricone.
Menzione speciale per la bellissima e brava Britt Ekland nel ruolo della moglie
di Hank McCain. Un heist-movie di primissima qualità che ingiustamente è
passato sotto silenzio per troppi anni ma che finalmente merita la sua ribalta
e le conseguenti lodi positive.
"[...]
Film curioso, che si presta a due ordini di osservazioni. Pur basandosi su una
materia scottante e sempre attuale, vi risuona un'eco dei
"feuilletons" ottocenteschi: amanti che si sacrificano, figli senza
criterio, spietatezza dei malvagi e loro finale trionfo. E' come dire che il
racconto, folto di personaggi e di eventi, è scosso da una furia romantica che
poco ha in comune con i modelli cui evidentemente s'è ispirato il regista
Montaldo: "La volpe argentata", "Il piccolo Cesare",
"Notti di Chicago". [...] Poi c'è un'altra intenzione da leggere tra
le righe:far vedere questa evoluzione nel breve ambito di un gangster di
vecchia scuola. [...] Per dirla con una metafora, assistiamo a una carica di
cavalleria contro i carri armati. Un'opera dunque nel suo genere (il racconto
d'azione) riuscita. Abbiamo credito tuttavia di scorgere un difetto di stile. A
forza di vedere film hollywoodiani, ci si è fatti un'idea diversa dell'ambiente
in cui si organizza il "crimine organizzato". Non alludiamo agli
interpreti, che sono assai valorosi [...]. No, parliamo dell'ambiente: arredi,
uffici, modo di esprimersi. Lo stile di Hammett e di Hawks è più secco, più
perentorio
Pietro
Bianchi - Il Giorno - 02/04/1969
La vicenda [...]
è messa in immagini da Montaldo con lucido vigore. [...] Certo la
rappresentazione di questa mafia d'oltre oceano è, in certi momenti,
agghiacciante. [...] Si vorrebbe che il regista avesse calcato la mano nel
disegno degli iniqui caratteri, ecceduto nella spietatezza: purtroppo c'è da temere,
invece, che laggiù la realtà sia proprio quella, con una delinquenza
organizzata in tutto: nel rigore delle malefatte e nella crudeltà delle
vendette. Per questo Gli intoccabili è non soltanto un film duro e aspro, è
anche desolatamente amaro. John Cassavetes dà straordinaria efficacia alla
caratterizzazione di Hank, gangster romantico che si comporta da
"battitore libero" [...].
Vice - La
Stampa - 06/04/1969
Non è certo
la prima volta che il cinema affronta il tema della mafia in America. Stavolta
però chi ci si prova è un italiano, Giuliano Montaldo. E sebbene il suo film
sia principalmente un film di azione, adatto alle grandi platee, pure esso non
è privo di un certo dignitoso impegno. [...] E' anche evidente il desiderio di
caratterizzare abbastanza a fondo le molte figure umane che vi si affacciano.
Protagonista è John Cassavetes, che, nei panni dell'ergastolano graziato, si
atteggia un po' a Diabolik ma riesce in definitiva a dare un buon risultato al
suo complesso personaggio. [...]
Bir. (Guglielmo
Biraghi) - Il Messaggero - 11/04/1969
Dopo gli insuccessi dei primi due film, Montaldo dirige questo
gangster-movie all'italiana (seppur ambientato in America). Nonostante il cast
promettesse bene, il risultato è abbastanza modesto. Resta comunque un
interessante tentativo di portare un genere tutto americano dalle nostre parti;
qualche anno dopo in Italia, infatti, nascerà il "poliziottesco".
Musiche di Morricone, stile western.
giovedì 3 settembre 2015
Classifica 2014-2015 (al cinema)
anche quest'anno faccio una specie di classifica dei film visti al cinema, non sono tantissimi (solo 58), ma qualcosa di buono c'è (cliccando su ogni titolo c'è il link alla piccola recensione che avevo scritto a suo tempo), altri comunque buoni si trovano nel blog - Ismaele
lunedì 31 agosto 2015
Kes - Kenneth Loach
al
secondo film, quando Ken Loach era ancora Kenneth, ha girato Kes, che è al settimo posto nella lista dei cento migliori film britannici del XX
secolo stilata dal British
Film Institute (qui).
impossibile descriverne la grandezza senza guardarlo, Billy è
un bambino senza amici, offeso dalla vita, senza padre, e trova una via di fuga
e di bellezza , allevando un falco, che diventa suo amico e anche più, il sogno
della sua vita.
c’è un insegnante come quello di “Un anno a Pietralata”, e Kes è stato il film preferito di Krzysztof
Kieslowski.
cercatelo, non ve ne pentirete - Ismaele
cercatelo, non ve ne pentirete - Ismaele
…Il film racconta la vicenda di Billy Casper, un
ragazzino di 15 anni che vive in una città mineraria dello Yorkshire e soffre a
causa della solitudine e dei maltrattamenti sia a casa che a scuola, finchè
trova un senso alla propria esistenza nel prendersi cura di un uccello
selvatico (in inglese si chiama "kestrel", abbreviato in kes, in
italiano si dovrebbe chiamare gheppio) e nel processo di addestramento
dell'animale, che sopperisce a tutte le carenze affettive del ragazzo. E' un
film all'insegna di un realismo cronachistico che probabilmente deriva
dalla grande scuola documentaristica britannica e che Loach avrebbe
gradualmente perfezionato nelle opere successive, anche se, a mio avviso,
è proprio qui che il cineasta trova i suoi accenti più sinceri, efficaci e
persuasivi. E' un dramma sull'emarginazione e gli abusi subiti da certi
adolescenti in famiglie disfunzionali che non può non ricordare "I
400 colpi" di Truffaut, ma che indubbiamente sarà tenuto in considerazione
da altri registi che torneranno sull'argomento (soprattutto il britannico Terence
Davies, ma forse perfino i Dardenne in Rosetta, film piuttosto affine con
questo). Il cast, pieno di attori non professionisti diretti con scrupolo
neorealistico, è decisamente all'altezza (bravo lo
smilzo protagonista David Bradley, poi sparito dalla circolazione come
attore) e molto bella la sobria fotografia del futuro regista Chris Menges.
Film sul ruolo dell'educazione e i fallimenti che si riscontrano in sua
assenza, senza cedimenti al sentimentalismo o al ricatto emotivo. La scena più
bella mi è sembrata quella in cui Billy descrive l'addestramento
dell'uccello in classe davanti ai compagni e a un insegnante, Mr. Welland, che
riesce a vincere per una volta la sua riluttanza e a valorizzare
positivamente questo suo hobby: una volta tanto, un esempio di qualcosa di
positivo che la scuola può fare per i ragazzi.
We didn't come from a very filmy family. I'd
only seen two movies before Kes. One was The Poseidon
Adventure – all I can remember is going in my pyjamas (I
was ill) and being cold – and the other the film of Steptoe and Son. It was a
friend's birthday, and I think (my memory might be playing a sick trick here)
Albert Steptoe takes a bath in a tin tub and I found it weirdly thrilling.
Then came Kes. By now I was 12 years old, and at
a special school, Crumpsall Open Air – or, as we pupils called it, Crumpsall
Open Air for Mongs (no, I won't attempt to defend that). The pupils were an
unlikely mix of juvenile delinquents, chronic asthmatics, kids with learning
difficulties, cerebral palsy, Down's syndrome, and those who had rare diseases.
I was never sure why it was called an open-air
school. But we certainly spent a lot of time in the open air – every afternoon
playing football outside except for when the weather was too bad. One day it
was pissing down, and we were forced inside. The teacher put on a film to keep
us quiet. This was 1974, and the movie was already ancient (five years old); it
had been made by a man who called himself Kenneth Loach. Didn't sound
promising…
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