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sabato 1 novembre 2025

I tre volti della paura – Mario Bava

ci sono film che resistono alla prova del tempo, come questo.

i tre episodi sono tratti da racconti di Anton Chekhov, Aleksei Tolstoy e Guy de Maupassant, sono racconti che fanno paura, come mostra Mario Bava.

è un film amato dappertutto, a ragione, il titolo in inglese è Black Sabbath (quel gruppo metal inglese ha preso il nome dal titolo del film).

i tre episodi sono completamente diversi e ugualmente memorabili, il male vince sempre, vedere per credere. 

buona (indimenticabile) visione - Ismaele

 

  

QUI si può vedere il film completo

 

 

I tre volti della paura è un trittico magistralmente diretto ed eccellentemente congegnato. La pellicola non risente minimamente del tempo che è trascorso. Il suo smalto, il brivido che percorre la schiena ogni volta che si ammira quest’opera, sono rimasti immutati.

Non è semplicemente un film horror, è una finestra sul genio visivo e narrativo di Mario Bava. Il regista era abilissimo nel plasmare l’angoscia attraverso l’estetica e la suggestione.

Si articola in tre racconti distinti, ognuno capace di sondare una sfumatura diversa del terrore. Fa da filo conduttore una proverbiale coerenza stilistica, assolutamente inconfondibile, e una palpabile atmosfera di inquietudine

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Il senso di disagio e inquietudine che si prova al termine è il necessario preambolo al ribaltamento ironico-grottesco del celebrato finale con Boris Karloff, dove con un colpo di genio e un'autoironia magistrale vengono svelati i "trucchi del mestiere" e la finzione soggiacente al film. Mettere paura è un gioco, il cinema stesso è (implicitamente) un gioco. Se Bava è stato solo un "mestierante" - come a lungo hanno snobisticamente sostenuto i critici nazionali - certo non c'è mai stato nella storia del cinema un mestierante tanto capace di coniugare talento e luciditàstraordinariamente creativo nella padronanza del mezzo, ma anche spirito incline ad approfondire l'aspetto ludico del cinema, a giocare con le convenzioni, a mettere in discussione le regole codificate con la libertà che soltanto la produzione "di genere" poteva offrire, e con il gusto dell'ironia e della dissacrazione che solo gli Autori più consapevoli possiedono.

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…In conclusione, I tre volti della paura è un caposaldo delle antologie horror nonché del dell’horror in generale. Un titolo imperdibile, ancora oggi attuale e da recuperare ad ogni costo per qualsiasi amante del cinema fantastico. Con questo suo lavoro Bava conferma un talento smisurato e una versatilità non comune, l’ennesimo tassello di una filmografia quanto mai attuale.

Due curiosità finali: a fine visione, c’è una squisita chicca metacinematografica che svela l’inganno del cinema 50 anni prima gli extra degli odierni supporti digitali. Infine, il titolo americano del film è Black sabbath, che funse da ispirazione a Ozzy e Tony Iommi per il nome della loro nascente band: i Black Sabbath.

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Quando il cinema italiano fa scuola.
Bava realizza un lavoro che in realtà si basa su tre racconti i quali sfruttano diversi aspetti dell'ambito horror. Il primo è un concentrato di suspance basato in realtà su pochissimi elementi che saranno poi ripresi in una quantità immensa di film (la voce roca ed alterata, il telefono che squilla in continuazione, il molestatore che sembra essere nella stessa stanza della vittima), il secondo è il classico film di vampiri, molto gotico e basato sull'espressività dei protagonisti (non a caso, spicca qui Boris Karloff) mentre l'ultimo è a mio avviso l'episodio più riuscito, misto di medianità e horror che fa ampio uso del make-up e di qualche manichino debitamente acconciato. Tecnica da vendere dunque ed un approccio alla storia singolare ed interessante con un Karloff che introduce e chiude la scena parlando direttamente allo spettatore e mostrando i trucchi del mestiere nel finale; a conferma che qui si fa davvero scuola del cinema e di alto livello. Davvero curioso scoprire che la band di Ozzy Osbourne prese il suo nome dalla versione inglese di questo film.

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Diciamoci la verità: andando a chiedere a caso alla gente chi è Mario Bava, secondo voi la maggioranza lo conosce? Ma potrei anche chiedere chi è Lucio Fulci, Antonio Margheriti,Riccardo freda,Joe D'Amato (oddio, forse qualcuno che ha vissuto negli anni 70/80 se lo ricorda...). Quelli che li conoscono, tra cui io, siamo debitori di Quentin Tarantino: nelle sue varie conferenze stampa ha citato alcuni di questi film dei registi sopraelencati, tra cui zombie 2 e questo, I TRE VOLTI DELLA PAURA, la cui struttura lo ha ispirato per il suo capolavoro PULP FICTION. Tornando alla domanda principale, questi registi sono stati quasi dei rivoluzionari nella cinematografia horror, tanto che in America sono molto più conosciuti (e anche più apprezzati). Soffermandoci su Mario Bava, si dice abbia inventato il sottogenere Slasher, col suo SEI DONNE PER L'ASSASSINO (l'assassino è quello della foto del mio profilo) attraverso i guanti e la veste nera, ed è un film forse un pò datato, ma che mi è piaciuto moltissimo. Sul film di questa recensione potrei dire quasi la stessa cosa, ma con una differenza: come disse il figlio del regista, Lamberto Bava, questa pellicola potrebbe anche essere uscita ieri...gli effetti sono pecorecci (e Bava lo dimostrerà anche in un finale geniale e autocoscienzioso), ma d'altronde siamo nel 1963; tuttavia, se vogliamo parlare dell'atmosfera che ci dona, possiamo affermare che in pochi film è stata tale: tre episodi di pura suspence e orrore, tratti da tre racconti di Tolstoj, Chekhov e Maupassant (anche se altre fonti affermano Snyder)...il primo,IL TELEFONO, è tensione, il secondo,I WURDALAK, sono vampiri (turchi), e il terzo,LA GOCCIA D'ACQUA, una specie di zombie. All'inizio e alla conclusione troviamo Boris Karloff, icona dell'horror (soprattutto per aver interpretato il primo Frankenstein), che ci spiega l'avventura che affronteremo.

Non so se tutti potranno apprezzarlo come me, visti gli effetti a cui siamo abituati oggi, ma vi assicuro che è comunque un bellissimo film, che a me non ha per niente annoiato. Lo consiglio vivamente agli amanti dell'horror.

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I tre volti della paura è costituito da due segmenti che visti al giorno d’oggi potrebbero sembrare scontati e quasi noiosi ma che al tempo erano quasi avanguardistici e seminali per le tematiche che affrontavano e un episodio che è un piccolo capolavoro del cinema thrilling. Chi si considera fanatico dei generi che il film nei suoi tre episodi tratta dovrebbe dare per lo meno un occhio a I tre volti della paura per rendere Bava il giusto merito della sua opera. Poi può piacere o non piacere, esaltare o annoiare, ma bene o male I tre volti della paura è un film con cui gli amanti dell’horror e del thriller italiano (e non) devono fare i conti.

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…Los tres segmentos nos acercan una antología excelente, terrorífica y por momentos muy sensual que se sirve de lo sobrenatural y lo prosaico por igual para señalar el carácter pérfido y atroz del ser humano, pero sin dejar de lado los intentos del amor por hacer la diferencia, restituyendo algo de piedad y comprensión al reino de los conflictos mortales, y hasta recurriendo a algún que otro chispazo de humor negro de la mano de un Karloff muy inspirado que también compone al “maestro de ceremonias” del film, en esencia haciendo de sí mismo y llegando al comentario metadiscursivo y astuto en un epílogo maravilloso en el que luego del cierre de la última faena lo vemos despidiéndose mientras alerta a los espectadores sobre la presencia de espectros a su alrededor y descubrimos que está montando un caballo falso en un set y que una retahíla de miembros del equipo técnico simulan desplazamiento con sombras, un ventilador y ramas cual árboles del camino que subrayan la ilusión de fondo.

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martedì 26 agosto 2025

Diabolik – Mario Bava

nel 1968 Mario Bava girò Diabolik, che batte sempre la polizia, e la ridicolizza, sono esiti rivoluzionari, quelli erano i tempi giusti, nel fumetto e nel film.

John Phillip Law (Diabolik), che ha un'aria di famiglia di Jude Law, Marisa Mell (la bellissima Eva Kant), Michel Piccoli (l'ispettore Ginko) sono perfettamente credibili, e bravissimi, come tutti gli attori, d'altronde, merito del regista, no?

il film ancora oggi non è invecchiato per niente, e si vede con piacere ed entusiasmo (più e meglio dei film dei Manetti Brothers, senza offesa).

guardate questo gioiellino, e godetene tutti.

buona (diabolica) visione - Ismaele


  

QUI si può vedere il film completo online

 

 


l’anarchia visiva dell’opera non è fine a se stessa. È sintomo di un qualcosa situato più in profondità. Se analizziamo il plot del film in sé, non c’è poi molto da dire; l’intera narrazione è un susseguirsi di avvenimenti sopra le righe, col nostro (anti)eroe che fugge dalle grinfie della polizia. Ma siamo sicuri che sia tutto qui?

In una delle scene più famose del film, Diabolik ed Eva stanno consumando un rapporto sotto un’infinita pila di banconote, appena rubate. L’aria che si respira, oltre alla carica erotica dell’atto in sé, è un mix tra psichedelica tranquillità e morbosa ossessione. Quest’atmosfera è praticamente presente in ogni singolo momento del film. Il crimine è inteso quindi come puro piacere fisico, quasi irrazionale, in contrasto con la meticolosa preparazione dei colpi.

Ma non è solo il sesso a rappresentare un filo conduttore. È infatti presente una gran quantità di violenza grafica. Una violenza che potremmo definire addirittura arrabbiata. La morte ha un suo peso specifico. E il tutto è ovviamente condito da quell’asfissiante morbosità di cui si parlava poc’anzi.

Ma perché si è deciso di evidenziare questi elementi? La risposta è semplice. Siamo nel ‘68. Il sesso viene finalmente slegato dalla sfera della procreazione e viene in qualche modo “istituzionalizzato” come atto di piacere. E, sempre in questi anni, assistiamo allo sdoganamento della violenza, grazie anche al cinema. Per quanto riguarda la narrazione, dal ritmo feroce e quasi estenuante, potremmo dire che è in relazione con la frenesia di quegli anni. Anni in cui un cambiamento, anche in Italia, sembrava possibile, e che invece confluirono in un decennio, gli anni ‘70, parecchio difficili per il nostro paese…

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Il Diabolik cinematografico di Bava ispirato al fumetto dalle sorelle Giussani è in realta' abbastanza diverso dal suo omologo cartaceo differenziandosi soprattutto per non avere nessuno scrupolo ad uccidere e per un rapporto molto piu' carnale con Eva Kant(siamo sempre negli anni 60 nel fumetto la censura aveva costretto le Giussani a farli dormire in camere separate).Il film non ha struttura vera e propria ma è una sequenza di colpi uno piu' ingegnoso dell'altro con un finale nel rifugio che piu' aperto al seguito non si puo'.Curiosa la similitudine del rifugio con la bat caverna di burtoniana memoria, mentre la pop art affiora prepotente nelle bellissime scenografie.

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…Non un grande successo di pubblico (andò meglio sul mercato francese), di seguito trovate curiosità e aneddoti sulla lavorazione nelle 11 cose da sapere su Diabolik:

1) Nella versione a fumetti, Diabolik – conosciuto anche come ‘Il Re del terrore’ – è molto più sinistro della sua controparte cinematografica: è un criminale che combatte il male con il male, spesso ricorrendo all’omicidio per “punire” i malfattori che incontra. Il film è stato realizzato assumendo una certa conoscenza del materiale disegnato alla base da parte degli spettatori, spiegando in tal modo la reazione negativa che ha inizialmente ricevuto la pellicola al di fuori dell’Italia, anche se da allora è stato rivalutato come un classico della psichedelia cinematografica e della pop art degli anni ’60.

2) Il budget stanziato da Dino De Laurentiis – 3 milioni di dollari – era molto alto degli standard ai quali Mario Bava fosse abituato e gli avrebbe permesso di lavorare con più soldi e un cast molto più prestigioso di quelli cui era normalmente abituato. Tuttavia, il regista nato a Sanremo rimase fedele ai suoi principi, puntando sull’immaginazione piuttosto che sul denaro, e portò a termine il film con una spesa sostanzialmente inferiore alle previsioni, soli 400.000 dollari (altri tempi vero?)…

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Bava dirige volontariamente un’opera stupida, da intendere nel senso più etimologico del termine: un disvalore, senza dubbio, ma che ha comunque a che fare con il verbo latino stupēre, «stupire». E stupisce ancora oggi la totale libertà espressiva raggiunta da Bava sul finire degli anni Sessanta, la sua capacità di farsi beffe – un po’ come il criminale protagonista – delle regole del prodotto industriale, a partire dalla logica, dal rispetto ossequioso della trama, dalla capacità di trasmettere in ogni caso un messaggio morale, o comunque non privo di moralità…

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venerdì 27 settembre 2024

I tre volti della paura – Mario Bava

tre episodi che valgono come tre film, densi e convincenti.

tre storie davvero ben scritte e ben dirette, un film da non perdere, fra i preferiti di Quentin Tarantino.

la paura non manca, ed è filmata benissimo.

un film da non perdere.

buona (paurosa) visione - Ismaele

 

 

 

QUI si può vedere il film

 

 

 

Come accade sempre con Bava ciò che maggiormente colpisce è la straordinaria messa in scena: le luci, gli arredamenti, i costumi, tutto ha il suo inconfondibile tocco gotico. Il primo episodio ruota attorno a una persecuzione telefonica, il secondo al vampirismo, ma è sicuramente il terzo quello più riuscito e spaventoso, con protagonista il cadavere di una vecchia contessa dall'aspetto inquietante. Divertenti sia l'introduzione che (soprattutto) la conclusione della pellicola, girate in studio. Cult.

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Tre frammenti del gotico italiano e tre lezioni di regia. Con il primo - “Il telefono”- Bava si fa moderno cantastorie, con una storia fredda, pungente che circoscrive lo spazio e il tempo dell’ossessione persecutoria. “I Wurdalak” invece punta la sua carica terrifica tra le ramificazioni di vecchie leggende e maledizioni millenarie. Con “La goccia d’acqua “, il migliore della trilogia, la decadente dimora di un’anziana signora deceduta prende vita, e con essa un intrecciarsi di spiriti e anime inquiete da far gelare il sangue. Stilisticamente, poi, ha ancora molto da insegnare.

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Il primo episodio è un thriller con qualche influsso hitchcockiano, avanti sui tempi nel rappresentare in maniera abbastanza esplicita una relazione lesbica, mentre nel secondo, una classica storia di vampiri, e nel terzo, ghost story dai risvolti psicologici, prevale l'elemento soprannaturale che permette di dare libero sfogo alla fantasia di Bava. L'attore mito del genere horror, l'originario mostro di Frankenstein Boris Karloff, è protagonista, oltre che dell'episodio centrale, anche del prologo e del finale che incorniciano il film, ove rompendo la quarta parete si rivolge direttamente al pubblico e, in chiusura, disvela con ironia il trucco cinematografico…

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Antologia del terrore di un maestro, che non vi farà rimpiangere l'ora e mezzo impiegata per visionarlo.

Diciamoci la verità: andando a chiedere a caso alla gente chi è Mario Bava, secondo voi la maggioranza lo conosce? Ma potrei anche chiedere chi è Lucio Fulci, Antonio Margheriti,Riccardo freda,Joe D'Amato (oddio, forse qualcuno che ha vissuto negli anni 70/80 se lo ricorda...). Quelli che li conoscono, tra cui io, siamo debitori di Quentin Tarantino: nelle sue varie conferenze stampa ha citato alcuni di questi film dei registi sopraelencati, tra cui zombie 2 e questo, I TRE VOLTI DELLA PAURA, la cui struttura lo ha ispirato per il suo capolavoro PULP FICTION. Tornando alla domanda principale, questi registi sono stati quasi dei rivoluzionari nella cinematografia horror, tanto che in America sono molto più conosciuti (e anche più apprezzati)…

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Mario Bava è un regista che ha avuto molto meno di quello che meritava. Fa sorridere come alla fine del film egli ci mostri il "trucco" dietro tutto, e fa senso pensare come con cosí pochi mezzi riuscisse a creare certi pezzi di cinema che hanno influenzato molti registi a venire. Il primo episodio è pura suspence Hitchcockiana, mentre il secondo è l'arte dell'inquadratura; seppur senza un soldo l'ambientazione è credibilissima, e il ritmo lento riesce a farci sentire il freddo di quei boschi e l'ansia respirata dai protagonisti. É un susseguirsi di trovate geniali che fanno sembrare il film come appena uscito, grazie ai suoi tocchi surreali e fuori dal tempo è invecchiato benissimo. Il terzo episodio è quello che incute più ansia, anche qui le trovate geniali si susseguono: il temporale che crea illogicamente bagliori di luce verdi a cadenza regolari (Dario Argento prenderá spunto) e terrificanti manichini usciti dall'aldilá, la morale della storia è quasi black humour e senza scampo. I gatti che infestano la magione della medium defunta mi ricordano un certo Tim Burton, che sia sia ispirato da qui per la casa della sua Catwoman?
Il titolo inglese del film, Black Sabbath, ispirerà gli omonimi padrini dell'heavy/doom metal  capitanati da Ozzy Osbourne. Che stile ragazzi!

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sabato 15 luglio 2023

Caltiki il mostro immortale - Mario Bava, Riccardo Freda

una bellissima sorpresa, tanto cinema posteriore deve un bel po' a Caltiki.

un film avventuroso, una città nascosta, una dea immortale, vendicativa, come è normale.

Caltiki è una dea che si trasforma, si rigenera, e, come un blob, diventa incontenibile.

un gran bel film, promesso, non perdetevelo.

buona (sorprendente) visione - Ismaele

 

 

 

Nonostante abbia trovato poco successo da parte della critica del tempo che guardò con poco interesse il film di Freda scrivendo su di esso poche righe, Caltiki il mostro immortale appare come un film di enorme complessità possedendo una struttura dipartita molto forte, poiché se la prima parte della sceneggiatura propone un genere tendente all’avventura con sfumature archeologiche legate al mitologico in uno scenario come la Guatemala nel Centro America, la seconda parte del film rimescola tutte le carte drammaturgico trasportandoci all’interno di un film di genere completamente divergente.

Fin dal suo incipit il lungometraggio di Freda e Bava assume una sua connotazione molto divergente dai classici film di fantascienza girati nella terra di Hollywood, aprendosi con una voce narrante che risulta al fine una falsa pista risultando una scelta molto forte del cineasta. Il prologo stesso va a collocare molto precisamente l’orizzonte narrativo del film al pubblico andando a spiegare il legame di un’antica popolazione con l’astronomia e l’avanzamento della scienza e il grande enigma della storia come la scomparsa dalla civiltà Maya, poi si mette l’accento sulla leggenda popolare che fa riferimento alla Dea immortale Caltiki, che risulta essere una falsa pista all’interno del lungometraggio poiché non abbiamo la Dea che compare e distrugge tutto ma un Blob, una sostanza che è futto e simbolo di una degenerazione organica e non certo l’immaterialità che evocherebbe la Dea con lo spirito sovrannaturale. Nell’incipi lo sceneggiatore gioca sun un terreno di forte esibizione: da un lato abbiamo la presenza della voce over con il narratore che spiega leggende e dona informazione con nozioni false che danno vita al lato della falsa pista.

In Caltiki il mostro immortale passato e futuro vengono mesi in forte interazione, per non dire in collisione tra loro. Da un lato la civiltà dei Maya, dall’altro la maledizione che proietta i suoi anatemi nel futuro, quindi da un lato la leggenda, dall’altro la profezia; il passato delle rovine contro un paesaggio che visivamente e iconograficamente richiama le lande desolate post – apocalittiche o lunari, e non il sito archeologico rigoglioso, ricco di tradizione e passato. Il tema dell’archeologia del futuro compare qui per la prima volta nella storia del cinema venendo successivamente ripreso da Bava, Ridley Scott e Kubrik, sia enunciato a livello verbale, sia a quello visivo…

https://www.locchiodelcineasta.com/caltiki-il-mostro-immortale-1959/?expand_article=1

 

Freda e Bava metabolizzano la lezione della fantascienza americana e confezionano una pellicola che, quantunque naif, anticipa momenti di certo cinema di genere degli anni a venire, come il filmino girato dagli scienziati scomparsi (con tanto di soggettiva della cinepresa tremolante) di molte pellicole esotico-avventurose o il mostro che contamina gli umani e se ne serve a guisa di vettori. Fotografia atra e apoteosi dell’artigianato italico nel geniale utilizzo della trippa mossa da bastoni per animare il radioattivo blob. Intermezzo di danza tribale con coreografie di Paolo Gozlino.

https://www.davinotti.com/film/caltiki-il-mostro-immortale/330

 

...Del 1959 è il film Caltiki, il mostro immortale, che ho scelto di “recensire”.

Anche qui la fotografia è di MARIO BAVA (con lo pseudonimo di John Foam), come gli effetti speciali (pseudonimo Marie Foam). La regia è di RICCARDO FREDA (Robert Hampton) e la sceneggiatura di FILIPPO SANJUST (Philip Just). È una pellicola che inaugura la moda anglofila che impererà negli anni Sessanta (più che altro si sperava di poter rendere il film vendibile per il mercato statunitense) e il cast, composto da dignitosissimi attori italiani, vede il solo JOHN MARIVALE di effettiva origine canadese. La nostra DIDI PEREGO è diventata Didi Sullivan, DANIELE PITANI è Daniel Vargas, ARTURO DOMINICI invece Arthur Dominick . Vi risparmio ogni altro buffo pseudonimo. Nel cast figurano anche GIACOMO ROSSI STUART (padre dell’ex idolo delle adolescenti, Kim Rossi Stuart) e DANIELA ROCCA, la baffuta moglie di Mastroianni in Divorzio all’italiana, qui naturalmente bella e prosperosa, nella parte di una messicana, Linda.

Brevemente la trama, ispirata a un’antica leggenda messicana: il biologo John Fielding si trova nella giungla dello Yucatan, con la moglie Ellen (una giovane e praticamente irriconoscibile Didi Perego) e l’assistente Max Gunther, per scoprire le tracce dell’antica civiltà dei Maya. Improvvisamente un componente della spedizione scompare e un altro impazzisce dopo una breve escursione nell’entroterra. John e Max decidono di scoprire le cause di questi avvenimenti e in una grotta rinvengono la statua di Caltiki, la dea della morte. Davanti alla statua c’è una pozza d’acqua semi-putrida dalla quale, improvvisamente, emerge un mostro orribile (assemblato da Bava, a quanto pare, con frattaglie di maiale, cibo per gatti, che gli danno un effetto viscido e schifoso), che afferra un braccio di Max. John riesce a malapena a strappare l’assistente dalla voracità del mostro e lo conduce poi a Città del Messico dove un’equipe medica riesce a staccare dal braccio un brandello della “carne” che lo aveva avviluppato, scoprendo che costituisce una gigantesca cellula primordiale, sviluppatasi sotto influssi radioattivi.

John si porta a casa l’organismo unicellulare, per poterlo studiare comodamente ma, durante una sua assenza, il passaggio di una cometa radioattiva risveglia le energie latenti in quella massa mostruosa che incomincia a crescere e a moltiplicarsi (una specie di Blob di interiora). La casa viene quasi fagocitata dal mostro, che ingloba, divorandolo, Max, il quale, impazzito, si era recato dall’amico per rapirne la moglie. Al suo ritorno, John si rende conto che la situazione è critica e chiede un intervento militare: viene inviato un reparto scelto, con lanciafiamme e carri armati. Il mostro, che stava per dare l’assalto alla città, viene distrutto (ovviamente, siamo negli anni del lieto fine). Solo a questo punto John riesce a riabbracciare la moglie, che ha vissuto con la sua bambina lunghe ore d’angoscia.

Uno dei punti di interesse di questo film è che fu completato proprio da Bava (il quale successivamente realizzerà altri sci-fi movie come Terrore nello spazio del 1965), dopo l’abbandono di Freda, che mollò tutto in seguito a una discussione con la produzione.

La bravura di Bava, noto ai più come maestro dell’horror, è evidente nella fotografia, molto curata e d’atmosfera, con un forte contrasto bianco/nero, e negli effetti speciali. Alcuni detrattori del film, e di tutta la filmografia horror, fantascientifica e fantastica degli anni 50/60, sostengono che senza l’apporto di Bava nessuno avrebbe notato Caltiki.

Ciononostante la struttura del film resta opera di Riccardo Freda. Nel suo libro Divoratori di celluloide, parla dell’orrore come “espressione storica del terrore che l’uomo ha incamerato durante l’epoca buia della preistoria, quando le fiere facevano sentire i loro ruggiti sinistri nel buio, e le tempeste atterrivano gli uomini accucciati nelle caverne”. Questo è il terrore che Freda vorrebbe trasmettere al pubblico, e in Caltiki ricorre alla figura del mostro per riuscirci.

In un’intervista a Tornatore, spiegò “che la sua inclinazione per l’horror affondava le sue radici nel cinema tedesco dell’espressionismo” (Il Golem, Nosferatu, aprirono la strada alla sua creatività cinematografica). Con Bava, che iniziò a collaborare con lui, ebbe ottimi risultati, sia negli effetti speciali (anche se il mostro di Caltiki in fondo non era che un ammasso di trippa di maiale), che nella fotografia; pare che per riprendere una casa mentre infuriava un temporale usassero una foto: vi facevano scorrere dell’acqua e l’illuminavano a sprazzi, simulando i lampi.

Prima di Caltiki, Bava lavorava come direttore della fotografia per PIETRO FRANCISCI, e, benché fosse lui a scegliere le inquadrature, a creare gli effetti, a decretare il successo dei film diretti da Francisci (Orlando e i Paladini di Francia, Le Fatiche di Ercole, Ercole e la Regina di Lidia), quest’ultimo ne parlava malissimo, alle spalle. Freda, venutolo a sapere, pensò di reclutare l’amico proprio per Caltiki.

Quali sono gli elementi che rendono questo film appartenente al filone “fantascienza”, anziché relegarlo a quello “horror” (sebbene l’uso del termine “relegare” potrebbe apparire denigratorio per il genere, che ha moltissimi cultori e appassionati)?

Se dovessimo ascoltare la definizione dello “Zingarelli-Zanichelli” (Fantascienza – sf -”interpretazione fantastica ed avveniristica delle conquiste della scienza e della tecnica che entra come componente essenziale in un particolare genere di letteratura, spettacoli e sim.”) il film non rientrerebbe nei parametri.

Già il “Webster Dictionary” apre delle possibilità: “narrativa di genere altamente immaginativo o fantastico, coinvolgente un qualche fenomeno scientifico reale o immaginato”.

Frankenstein, della SHELLEY, viene considerato un precursore della letteratura fantascientifica: perché allora una creatura monocellulare che giace in letargo dalla notte dei tempi e inizia a crescere (pensate anche un po’ a Blob) fino a fagocitare ogni organismo che le capiti a tiro non può rientrare, anche se con margine abbondante, nel genere? Se vogliamo (ricordiamo che è un film del 1959), possiamo accreditare Caltiki, il mostro immortale come un film che ha tratti di Fantascienza, Fantastico e Horror, un mix che per l’epoca era considerato “fantascienza”. Adesso pare che non esista Fantascienza senza un’astronave, senza degli alieni che interagiscono, positivamente o meno, con gli umani. Oggi il termine “mostro” non definisce il genere se il mostro non è alieno.

Comunque se MONGINI lo ha inserito nella Guida al Cinema di Fantascienza per fantascienza.com, io mi fiderei.

http://www.terrediconfine.eu/caltiki-il-mostro-immortale/

 

 

martedì 13 luglio 2021

5 bambole per la luna d'agosto - Mario Bava

ispirato a "Dieci piccoli indiani", di Agata Christie, è una storia di soldi, e tutto il resto ci gira intorno.

la bella vita, le vacanze, i camerieri sono tutti pagati dai soldi, più o meno puliti.

uomini e donne pensano di essere lì, in quell'isola deserta, per divertirsi, in realtà qualcuno vuole estorcere una formula segreta a uno scienziato.

e dopo un po' inizia la lotteria degli omicidi, con diversi colpi di scena.

musiche e scenografie bellissime, attrici e attori all'altezza del compito.

non sarà un capolavoro, ma vi vede con piacere.

buona visione - Ismaele




 

 

Verrebbe da dire che a Bava non importi nulla del racconto, invece non è così. Tutto in effetti agisce in modo estremamente coerente: la stessa fantomatica formula della nuova resina sintetica è sì il classico mcguffin hitchcokiano, ma funziona anche da scaturigine per il dispiegamento del bieco cinismo dei protagonisti, del loro voler considerare ogni cosa come oggetto-feticcio, dalla resina per l’appunto, al denaro, passando per i corpi femminili. Tutto si può vendere e comprare, tutto è smerciabile se c’è una buona offerta, un bell’assegno in bianco…
Il discorso sull’oggetto-feticcio allora diventa gioco stilistico in cui, come in un saggio sulla pop-art, la villa modernista, i colori primari dell’arredamento, le suppellettili di uso quotidiano, il vestiario delle donne protagoniste (che, tra una scena e l’altra, con sprezzo della continuity, si esibiscono in abiti sempre diversi e sempre più sgargianti), tutto contribuisce a descrivere un mondo dove l’artefatto tende ad essere allo stesso tempo opera d’arte a sé stante, sorta di ready-made, e si mostra per quello che è: pura merce, pura superficie da utilizzare. Le donne dunque diventano bambole e i loro corpi finiscono per riposare in mezzo alla carne da macello, rinchiusi in un involucro trasparente e sadicamente appesi a un cavo, dondolanti come marionette ormai inutilizzabili.

Se tutto è un gioco con dei corpi che sono intercambiabili con degli oggetti, il cinema stesso finisce per rientrare nel discorso. Lo spettacolo allora diventa anch’esso materia evidente e grezza, gettata in faccia allo spettatore: non è un caso che la strabiliante sequenza iniziale del film veda i protagonisti impegnati nella consapevole messa in scena di un omicidio, dove il sangue finto fa sfoggio di sé. Si prelude così ai “veri” omicidi, in cui i personaggi che sopravvivono sono portati inizialmente a credere ad altre messinscene impostate ad hoc e a non dare davvero peso a quelle morti, come se fossero consapevoli del fatto di essere parte di un ingranaggio cui tutti sono avvinti e da cui tutti dipendono: la regia, la sua forza onnipotente e annichilente.
Gli zoom folli (in cui si parte da un dettaglio della scena per mostrare l’insieme e poi tornare a un altro dettaglio), le carrellate vertiginose, i giochi prospettici, la giostra sadica di un racconto che è costruito su un montaggio rapido ed ellittico e che allo stesso tempo insiste nel suo non voler procedere in modo lineare ma quasi sospeso: sono questi solo alcuni degli strumenti che Bava usa per dare pieno corso al suo magistero, contemporaneamente sublime esercizio di stile e cinica riflessione sulla superficialità effimera del capitale, che tutto consuma e tutto distrugge.

Senza la colonna sonora di Piero Umiliani però 5 bambole per la luna d’agosto non sarebbe stato lo stesso. Anzi, forse, per un caso quasi unico nella storia del cinema, il film prende forma e corpo a partire dalla composizione sornionamente pop-jazz, con venature di exotica, partorita dall’inventore di Mah-Nà Mah-Nà (il cui riff, a tratti, viene anche citato). La già citata lunga sequenza iniziale, infatti, insiste su una surplace che sembra obbedire all’ossessivo e suadente “falso movimento” musicale instillato da Umiliani, un giro armonico che potrebbe ripetersi all’infinito e che viene infine sciolto da Bava con il finto omicidio. Di nuovo, come in Sergio Leone – pur se molto meno celebrata – la musica non è più mero sfondo o tappeto sonoro, ma uno dei principali ingredienti, l’elemento su cui si costruisce il ritmo e l’attesa spettatoriale.

Insuperabile esempio di come, a partire dal genere, si possa arrivare a dei vertici assoluti, 5 bambole per la luna d’agosto merita a pieno titolo un posto nella ristretta filmografia che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, ha ragionato in termini consapevoli sulla fase tardo-capitalistica (quella della saturazione economica e industriale) usando e riappropriandosi degli strumenti della pop-art, senza limitarsi alla mera contemplazione della bellezza “plastificata” ma ragionandovi in termini critici e – se vogliamo – autodistruttivi.

da qui

 

Anche gli omicidi sono mirabolanti e visivamente molto efficaci, come sempre nelle pellicole di Bava si assiste ad una sorta di spettacolarizzazione del delitto. In un omicidio la vittima viene pugnalata e poi lasciata penzolare da un albero (la Fenech), in un’altro una donna muore con le vene tagliate all’interno di una enorme vasca da bagno e il suo cadavere viene portato all’occhio dello spettatore facendogli seguire alcune biglie di vetro che cadono a terra in seguito ad una colluttazione tra altri due personaggi. Memorabile poi anche la scelta di Bava di riporre i cadaveri, di volta in volta, all’interno di una ghiacciaia…

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martedì 6 giugno 2017

Sei donne per l’assassino - Mario Bava

un film d'altri tempi, una specie di dieci piccoli indiani, senza essere politicamente corretto.
nella storia di Agatha Christie la scoperta dell'assassino ricreava l'ordine perduto e la società, che si pensava sana, avrebbe ripreso la sua strada virtuosa, quella storia era un incidente di percorso, e la polizia serviva a riportare l'ordine.
nel film di Mario Bava, e in quei tempi, che sono diventati i nostri, la società è marcia, la polizia non capisce, l'ordine è solo uno slogan, ma non esiste più, l'occasione fa l'uomo (e la donna, c'è la parità dei sessi) ladro o vittima o assassino.
e ancora adesso, almeno un paio di volte, guardando Sei donne per l’assassino rischi di fartela addosso dallo spavento.

gran bel film da non perdere, se ancora non vi è capitato di vederlo - Ismaele




… Bava was never known for the strength of his stories -- which may be the single reason he is not better known and appreciated today -- but Blood and Black Lace is actually one of his stronger narratives, a dark mystery building to a memorable payoff.
It's one of Bava's most accomplished works, executed with a dazzling, unprecedented use of bright colors and deep shadows (sometimes both at once). The killer wears a very creepy, faceless mask, and mannequins are constantly on display, not to mention the grim, reserved countenance of the models; this gives the entire production a weird quality, which is broken only when the characters meet their maker.
The violence is surprisingly brutal for its day, and still has the power to shock, especially given the stoic beauty of the rest of the film...

A partire dai titoli, in cui i personaggi appaiono accanto a manichini, Mario Bava mette in chiaro le intenzioni di manipolare e gestire i suoi attori come strumenti effettivi necessari a scrivere e codificare il giallo all’italiana. Violento, a tratti misogino, Sei donne per l’assassino è in realtà il capostipite del genere nel nostro paese, con tanto di guanti neri e volto coperto dell’assassino, soggettive impercettibili, e doppio finale (per certi versi anche triplo) che riconsegna allo spettatore continui punti di vista e capovolgimenti narrativi. D’ispirazione hitchcockiana, che concentra l’attenzione cioè su un oggetto del quale tutti sembrano interessati, il film si scopre originale per la sua realizzazione barocca (vedi gli interni dell’atelier, pieni di drappeggi, e le luci pop di Ubaldo Terzano) e truculenta, nonché fantasiosa nella realizzazione dei sanguinari omicidi (su tutti quello del viso sulla stufa bollente). Ciò che ancora oggi stupisce, è la realtà descritta del mondo della moda, fatto di cocaina e amori folli dettati dalla necessità di possedere prestigiose gioie. Il film ebbe noie con la censura…

La storia è semplice, una morte ne scatena altre, i colpevoli sono due, uno, uno?, la fine è amara, amarissima come in altre occasioni; non ci sono sconti per nessuno, niente sopravvive alla distruzione scatenata dal genere umano, ma qui è interpretazione, forse banale, anzi senza dubbio banale. Vero giallo in tutti i suoi aspetti, quindi, e non solo come esempio di cinema di genere, Sei donne per l'assassino è stato capace di travalicare i confini nazionali e imporsi come influenza importante per i futuri cineasti; insomma, mai come per questo Bava, la definizione di "avanti" è stata azzeccata. Ultima nota per il trucco, pazzesco, come sempre, e per la colonna sonora, magmatica, superba, e quel sassofono, dio!, quel sassofono.

Qui si possono trovare topos e soluzioni narrative che nei decenni a seguire influenzeranno un numero imprecisato di registi, tra i quali Dario Argento, Pupi Avati, Sergio Martino e tanti altri ancora. Per prima cosa la pellicola inizia subito in medias res con il primo omicidio, al quale segue immediatamente l’inizio dell’indagine e i primi sospettati. Il delitto sarà solo uno dei tanti (prima novità), e questi saranno messi in atto con un’efferatezza inusitata e con modalità sempre diverse (altre novità). Alla fine si scoprirà che il movente ha anche un lato economico (seguiranno infatti molti gialli in cui l’omicidio viene dettato da una sete di ricchezza, ad esempio dal conseguimento di un’eredità) e che le donne – qui una in particolare – possono avere un ruolo molto importante nonché ambiguo nella vicenda…
… Il ritmo è piuttosto serrato e la colonna sonora di Carlo Rustichelli aiuta molto in questo senso. Qualche scelta stilistica appare ancora legata al giallo di stampo classico ma ciò non intacca minimamente il valore dell’opera, e anzi la rafforza maggiormente. Curiosamente il film inizia con un cartello che dondola e termina con una cornetta del telefono che oscilla: Mario Bava disse di aver riso a crepapelle quando i più noti critici francesi dei cahiers du Cinema gli chiesero cosa avesse voluto trasmettere al pubblico con tale rimando, poiché esso non era assolutamente voluto…

El director romano, absoluto experto a la hora de conjurar entre sí muchas de las variedades genéricas que ha tocado, habiendo llegado al punto de dotar a sus peplums de absorventes y espetaculares atmósferas de terror, aquí envuelve a su seminal giallo en un enorme hálito de ambiente gótico introducido en esta escena y perenne en el resto de la obra. Recordemos que en aquel año 1964 el llamada gótico italiano estaba en pleno apogeo…da qui

questo film è il primo del genere che mostra delitti di una certa efferatezza: l'assassino uccide dopo inseguimenti, torture, compiacendosi nel far soffrire le proprie vittime, e le ambientazioni dei delitti sono sempre “gotiche”, soffocanti, solitarie (un magazzino di antichità, un sotterraneo nascosto). Le armi che vengono usate sono improprie e decisamente paurose: un arnese appuntito che trafora il viso, una stufa di terracotta rovente, e l'acqua bollente nella vasca...Nuovamente Bava utilizza “dolori e paure conosciute”, con i quali lo spettatore può immedesimarsi benissimo: scottarsi, tagliarsi, cascare, bruciarsi con l'acqua, quindi la storia, anche se improbabile e assurda, diventa per magia credibile. Confesso che ho sobbalzato un paio di volte sulla poltrona, per una immagine improvvisa che appare dal niente, per un gioco di luci, per l'arnese appuntito che affonda nelle carni...sana paura che esorcizza quelle più profonde…

lunedì 2 febbraio 2015

L'ultimo treno della notte - Aldo Lado

pesantemente perseguitato dalla censura, per uscire anche solo con VM18 furono fatti tagli, e nella "civile" Inghilterra, per un periodo è stato un film "bannato" (qui, in buona compagnia).
un film che ha una componente di critica sociale, dove la violenza è a tratti insostenibile, ma necessaria all'economia della storia.
bravissimi Macha Méril (la Signora) e Flavio Bucci, che non è un bravo diavolo come in "Ligabue" o "Il Marchese del Grillo", tutti gli altri attori sono bravi.
musica di Morricone, e la canzone sui titoli è di Demis Roussos (ascolta)
mi ha ricordato Cani arrabbiati, di Mario Bava, anche quello un film maledetto e violento, e sorprendente, anche per come termina.
non è un film per tutti, ma se siete di quelli che possono vederlo, non vi deluderà, promesso - Ismaele





…Complessivamente L’ultimo treno della notte è ben costruito ed equilibrato su tutte le sue tre parti. Difficile non associarlo al massacro del Circeo avvenuto nello stesso anno, qualche mese più tardi e difficile non ignorare come l’annata del 1975 sia stata eccessivamente violenta anche al cinema in Italia: basta ricordare il Salò di Pasolini, Profondo rosso, I 4 dell’apocalisse, Appuntamento con l’assassino, Roma violenta.
Buone le musiche di Morricone e ottime le prove attoriali della già citata Macha Méril e di un acerbo Flavio Bucci.

L'ultimo treno della notte è una pellicola molto violenta, sia in quello che palesemente mostra, sia in quello che dà ad intendere. Le ragazze vengono percosse, stuprate, terrorizzate, una viene deflorata con un coltello; e poi la morte, ovviamente. Allo spettatore non viene risparmiato nulla e mentre una delle due ragazze muore, le immagini si alternano fra lo scompartimento e la festa nella casa paterna: un giro di valzer vorticoso e beffardo descrive la morte delle ragazze e nello stesso tempo l'amore dei due genitori che ritrovano la serenità, fra treno buio e violento e casa luminosa ed educata. Lado attacca direttamente lo spettatore proiettandolo nella pellicola con il ruolo ben preciso del voyeur (il "curioso" interpretato da Fraco Fabrizi): un uomo anonimo che guarda morbosamente il crimine, vi partecipa attivamente per poi, a danno fatto, farsi cogliere dal rimorso e denunciare l'accaduto. I due balordi che danno il via alle violenze non sono identificati con precisione, sono dei semplici sbandati, essenzialmente pedine manovrate dalla Signora Perbene (Macha Méril sensitiva in Profondo Rosso, 1975), due maniaci che lo spettatore sa bene che pagheranno il fio dei loro atti. Il colpo di genio del regista è stato proprio l'inserimento del personaggio della Signora Perbene, una bionda algida di mezza età che parla di perdita dei valori con un politico democristiano ma che nasconde foto pornografiche nella borsetta. Il vero "cattivo" del film è proprio questa donna che richiama alla memoria una delle aguzzine di Salò (1975), "angelo della morte destinato a rimanere impunito"*. Lado conferma: la Signora perbene è il simbolo del potere, e qui si innesta la critica socio-politica. "I personaggi interpretati da Macha Méril e da Enrico Maria Salerno simboleggiano le due facce di una classe sociale che detiene il "potere". Il potere in generale - non mi riferisco a "colori" specifici - e che quindi ha potere, di vita e, soprattutto, di morte. Il personaggio di Macha Meril [...] sfrutta gli emarginati e li spinge a commettere degli atti che lei non ha il coraggio di fare, pur desiderandolo. [...] E l'altro, Salerno, [...] riconosce in lei il suo "simile" e non la ammazza, a differenza di quanto ha fatto con i due emarginati”

… Lo stato di adorazione che il film vanta in un paese come il Giappone chiarisce, a priori, la natura squisitamente exploitation di rape'n'revenge alla base dell'operazione. Una forma narrativa rodata che tuttavia non sminuisce la forte critica socio-politica che il regista avanza all'Italia del tempo: la violenza e la prepotenza aleggiano indistinte tanto sulle classi povere che su quelle più abbienti, con la differenza sostanziale dell'impunità sistematica che vantano le seconde, le cui devianze vengono ben digerite da una società borghese e cattolic(icizzat)a. Una tesi non propriamente anacronistica avvalorata da un casting riuscito, in cui spiccano le interpretazioni sorprendenti di Macha Méril (perfida e spietata reazionaria) ed Enrico Maria Salerno, ricco chirurgo che scoprirà (suo malgrado) l’istinto ferino di angelo sterminatore. Chi lo considera un prodotto fotocopia de L'ultima casa a sinistra di Craven lo sminuisce immeritatamente: Aldo Lado dà cuore (e pancia) ad una storia che non scade mai nel bozzettismo bidimensionale del parallelo americano, elargendo allo spettatore più di un brivido politico lungo la schiena…

Il film fu accolto male dalla critica dell'epoca. Sul quotidiano Il Giorno del 23 maggio 1975 fu scritto: «Il regista Aldo Lado dimostra di saperci fare, quando non esagera. Tiene sospesa l'attenzione con mezzi semplicissimi, ma non va oltre il fatto, non riesce a dare uno spessore alla storia. [...] Gli attori giovani che danno corpo alle immagini di due violenti finiscono con l’occupare tutto lo schermo, ed è un difetto della struttura, perché così la lezione presunta si trasforma in esaltazione della violenza».
Sul Corriere della sera del 25 maggio 1975 Renato Palazzi scrisse: «Filtrato senza difficoltà attraverso le maglie larghe di una censura assai più propensa a colpire l’esposizione dei sessi piuttosto che la bassa macelleria, L’ultimo treno della notte mortifica la ragione e offende il “comune sentimento del pudore” delle persone di buon senso, per gli eccessi di quella “pornografia della violenza” che raggiunge qui espressioni davvero fastidiose».
Il critico Morando Morandini sul suo dizionario assegna al film una stella, scrivendo: «Il film è un drammatico sovraccarico di efferatezze varie, senza alcun rispetto per la logica e la verosimiglianza...».
Come per altri film ambientati su un treno (vedi Cassandra Crossing) sono stati fatti grossolani errori nelle riprese esterne e interne: ad ogni inquadratura cambia la tipologia delle carrozze, dei locomotori, dei compartimenti...addirittura stazioni italiane (con nomi cancellati) con segnali italiani e apparecchiature italiane durante la sosta del treno in Austria…

L’ultimo treno della notte è un film altamente violento (sicuramente il più violento del regista) e assolutamente scioccante nelle sue scene di maggiore forza: colpisce soprattutto la scena notturna sul treno, nella quale in pochi minuti le ragazze vengono seviziate, stuprate e uccise. Rispetto a The Last House on the Left è doveroso sottolineare un maggiore impatto visivo, dovuto alla maestria di Lado alla fotografia e alle luci: è innegabile che negli anni settanta gli italiani sotto questo profilo meramente estetico avevano una marcia in più. Rispetto al capolavoro di Craven però è da registrarsi una prima parte un po’ lunga e noiosa, in cui la tensione non è ancora alta: probabilmente il risultato sarebbe stato ancora migliore tagliando una decina di minuti. Per la forte derivazione da The Last House on the Left il film non può essere considerato essenziale quanto il predecessore: tuttavia, in termini di qualità e di contenuti, siamo su un livello addirittura superiore. Sempre bella la colonna sonora di Ennio Morricone, che comprende un tema malinconico e nafasto suonato con l’armonica da uno dei due balordi.

…Film "sporco" e morboso che ha la sua "forza" nel personaggio luciferino della Meril, una sorta di "angelo della morte" che ricorda una delle aguzzine del Salò di Pasolini. Finale nichilista con vaghe ambizioni socio-politiche. La pellicola ebbe grossi guai con la censura e resta un pugno allo stomaco nonostante i tagli imposti. Le musiche sono di Ennio Morricone.
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martedì 25 marzo 2014

Cani arrabbiati – Mario Bava

un film sfortunato, uscito solo vent'anni dopo, a causa del fallimento del produttore, ed è anche un film dai tanti titoli, tratto da un racconto di Ellery Queen.
è un film che non ti lascia tranquillo, per tutto il tempo, con una tensione che non lascia respiro, un viaggio in macchina, una fuga che riesce.
dura un'ora e mezza, e ogni minuto è necessario per la costruzione di questo gioiellino, non ti risparmia niente, è un viaggio anche nelle teste e nelle paure dei personaggi.
bravi gli attori, convincenti e terribili, senza speranza, e senza futuro.
e un colpo di scena grandissimo, quando arrivi alla fine.
non sarà perfetto, ma una volta dentro non sfuggi a questo film intenso.
non adatto a chi soffre di claustrofobia, ma per tutti gli altri è da non perdere - Ismaele






Descritto nella stesse note del DVD come "ciò che sarebbe successo se Tarantino avesse rifatto L'ultima casa a sinistra on the road". Mario Bava dimostra, come se non l'avesse gia fatto, il suo talento come regista e Scorsese ammette l'influenza che questa pellicola ha avuto suoi suoi successivi lavori. Tratto da un racconto di Ellery Queen, Cani Arrabbiati è ancor più duro de Le Iene (1992) di Quentin, per rimanere nel parallelismo, ma soprattutto più nichilista dello slasher d'annata Reazione a catena (1971) già crudele nel descrivere la natura umana. Il fatto è che questo film del 1974, "aggiornato al prezzo del denaro", sottolinea la rabbiosa natura dell'uomo in relazione ai soldi; e nessuno viene risparmiato. Ma non è solo questo. Bava gira praticamente tutto il film all'interno di una macchina, ambiente già di per sé claustrofobico, reso maggiormente scomodo dalla presenza di tre soggetti che hanno perso il senso di ciò che è bene e di ciò che è male. Al di fuori di questa macchina che percorre lunghi tratti di autostrada, impregnata com'è di sudore, morte, violenza e confusione, si estende al di fuori un territorio italico desolato e quasi desertico che fa da contraltare al caos dell'automezzo. Per una trama che non è complessa né, in sé, avvincente, Bava rinucia ai suoi noti lezzi stilistici che lo hanno reso famoso (e mi riferisco soprattutto all'uso dei colori); Cani Arrabbiati piuttosto si concede immagini weird come il parallelismo fra la confusione mentale di Bisturi (Aldo Caponi aka Don Backy) e la biglia di un flipper che sbatte a destra e a manca. Tutti gli attori fanno un egregio lavoro: sbalorditivo il ruolo sadico del sopracitatao Don Backy più noto alle folle per le sue canzoni. Montefiori, omone di 2 metri e 6 passato alla storia per la sua interpretazione del folle cannibale in Antropophagus (1980) nel film è un maniaco sessuale soprannominato 32 per la lunghezza del suo pene. Il più compassato e gelidamente razionale è "Il Dottore" interpretato da Maurice Poli (5 bambole per la luna d'agosto, 1970; Gli orrori del castello di Norimberga, 1972), versione del criminale affascinante. Eccellente la Lander che nel ruolo di Maria, un ostaggio a caso, riesce a convincere pienamente recitando la parte della donna sull'orlo di una crisi di nervi. Cucciolla, bella voce della tv di un tempo, è un perfetto ostaggio che si rivelerà il nucleo cinico dell'opera baviana. Pervaso da scene violente, che vanno da stupri a sevizie ad omicidi, adrenalinico nonostante l'ambiente geometricamente limitato, Cani Arrabbiati si fa perdonare quelle piccole cadute di stile proprie dei film dell'epoca, incentrate poi essenzialmente nei soliti messaggi pubblicitari occulti (J&B, FernetBranca e Pejo), e forse anche in una vis recitativa a volte eccessiva o in dialoghi non sempre brillanti. Ma quando i 6 imbarcano l'autostoppista che non la finisce mai di parlare anche lo spettatore rimane col fiato sospeso in preda ad un'incredibile tensione immerso in un'atmosfera irreale come se ci fosse anche lui in quella macchina. La musica di Stelvio Cipriani coglie nel segno e accompagna "paicevolmente" questa pellicola che inizia come un semplice poliziottesco e si conclude con la forza di un macigno sulla testa dello spettatore in atmosfera da "pessimismo cosmico". Ma anche senza il finalone sarebbe stato un bel film. Da vedere e da acquistare, se lo trovate.

Cani arrabbiati è uno dei pochi film non-horror girati dal Maestro, ma è indispensabile sottolineare come la sua cupezza ed il nichilismo che permea tutta la pellicola lo rende in tutto e per tutto un film dell’orrore umano, spesso più spaventoso di vampiri e fantasmi. Il film contiene scene molto più dure di decine e decine di scene splatter/gore, quali l’improvviso omicidio della ragazza bionda presa come ostaggio o quello dell’autostoppista, ma ancora di più la sequenza in cui Trentadue e Bisturi umiliano Maria costringendola ad urinare stando in piedi davanti a loro, tra le sue lacrime e le loro risate. Il beffardo finale dell’opera, poi, è la cosiddetta ciliegina sulla torta nonché il vero culmine ideologico del film, esprimendo al massimo la concezione pessimistica di Bava nella natura umana

… Da un punto di vista un po' più psicanalitico, l'opera di Bava sembra voler porre la questione della morte su un versante particolare, molto astratto, tanto da farla divenire una sorta di ricordo-simbolo inaspettato, traumatico, per abitudine normalmente rimosso, un brusco richiamo alla sua esistenza più enigmatica capace all'improvviso di perforare la crosta del reale seminando terrore e sgomento, tutto ciò legandosi brutalmente a un evento fortuito giornaliero, negativo, come la rapina alla piccola azienda di Roma che coinvolge nel tragico numerose persone.
E' come dire che il fantasma della morte, inteso come minaccia di castrazione della sessualità presente nella vita quotidiana, sublimata in una forma segnata, a causa degli effetti della civiltà, dall'impossibilità del godimento pieno (quella sublimazione cioè che si vive più su un versante di soddisfazione che di piacere, nella vita anche ordinaria), si riattiva, aprendo in una sorta di verticalità profonda l'inconscio più ostico a mostrarsi.
L'effetto spettacolo e drammaturgico che ne deriva è legato alla riattivazione attraverso il visivo di istanze inconsce vicine alla sfera primaria. Si crea in sostanza una struttura psichica nuova, originale, ma provvisoria, in cui la minaccia di morte apre l'inconscio verso la sensibilizzazione del trauma iniziale della nascita costringendo la vittima ad entrare in un mondo onirico di sogni che accompagna il suo rapporto con il carnefice fino alla soluzione finale.
Una struttura onirico-sognante che fa entrare lo spettatore in un suo mondo più interiore costringendolo a regressioni di forte valenza artistica perché legate all'immaginario nostalgico-vivo più che al reale razionalizzato-mortificante la pulsione.
Il film può essere quindi visto come una magica chiave di apertura dell'inconscio dello spettatore che ha l'occasione di sperimentare sensazioni prima sconosciute, che in un primo momento appaiono stranianti perché frutto di un rimosso che apre delle brecce oniriche per poi assumere forme di conoscenza di sé sempre più in relazione con il piacere del sogno diurno, cioè di un sintomo nuovo che dura lo spazio e il tempo del film.
Mario Bava riapre con questo film la questione del godimento sadico nel cinema, un tema caro anche al geniale Tarantino e che tanto spaventa le istituzioni pedagogiche di ogni credo e cappella culturale, una questione che si apre in realtà, con la psicoanalisi, come un sapiente libro, mostrando dell'altro, svelando strutture psichiche complesse in diretta relazione con un vissuto che aspira ad essere rielaborato culturalmente se solo gli si dà l'occasione: ad esempio attraverso progetti mediatici intelligenti che possono scaturire dal cinema stesso quando è preso in un dibattito.
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