In occasione dell’anniversario del D-Day, a Omaha Beach, è stato presentato il progetto del remake di Salvate il soldato Ryan, che uscirà nelle sale e nelle piattaforme nel 2025.
Erano presenti il regista Steven Spielberg e l’attore Tom Hanks (regista e attore del film del 1998).
Questo era il vecchio film, per chi ha poca memoria:
Salvate il soldato Ryan (1998)
Seconda guerra mondiale: una madre americana sta per ricevere nello stesso giorno la notizia della morte di tre dei suoi figli su diversi fronti della guerra. Il comandante in capo generale Marshall dà ordine che il quarto fratello, Ryan, sbarcato in Normandia, venga rintracciato e portato a casa. Sarà il capitano Miller (Hanks) a eseguire l'ordine. Nei primi venti minuti assistiamo allo sbarco di un anfibio sulla famosa spiaggia di Omaha, punto avanzato e cruciale dello sbarco in Normandia del 6 giugno 1944. È la parte più intensa del film. Tanto reale che lo spettatore davvero sbarca sulla spiaggia coi Marines. Mutilazioni, morti, ferite, braccia che cadono, viscere che escono. Però tutto ha una ragione. Reale che più reale non si può: è stato l'impegno del regista, che difficilmente manca i suoi obiettivi. Poi la storia diventa, diciamo, normale…
Grazie all’Intelligenza Artificiale (e non solo) sta per uscire la nuova versione di Salvate il soldato Ryan
Si ringrazia per la consulenza gratuita alla sceneggiatura della Fondazione per il Cinema della CIA, Riscrivere la storia per migliorare il futuro è il nome, la loro mission è: I fatti storici sono noiosi, la Narrazione è tutto
Ecco il progetto del nuovo film:
Salvate il soldato David (2025)
Seconda guerra mondiale: una madre americana sta per ricevere nello stesso giorno la notizia della morte di tre dei suoi figli su diversi fronti della guerra. Il comandante in capo generale Marshall dà ordine che il quarto fratello, David, sbarcato in Normandia, venga rintracciato e portato a casa.
David, ostaggio dei soldati sovietici (che, nella seconda guerra mondiale, avevano invaso l’Europa fino a Lisbona), viene liberato, con coraggio e ardimento, dai soldati degli Stati Uniti d’America, dai partigiani del maresciallo Petain, leader dello stato di Vichy, di Stepan Bandera, leader dei partigiani ucraini contro l’Armata Rossa, e dai guerriglieri sionisti Haganah, Irgun e Stern…
Appunti dell’Ufficio Studi Riscrivere la storia per migliorare il futuro, la ONG Fondazione per il Cinema della CIA:
La CIA consiglia di non trattare assolutamente i seguenti argomenti:
1 - le bande sioniste Haganah, Irgun e Stern erano spietati terroristi e specialisti nella pulizia etnica
nel film si racconta dei Pentagon papers e dopo qualche anno sarà la volta del Watergate, la stampa libera non si fa comprare o spaventare, era davvero il quarto potere.
quei giornalisti furono eroi, esempi per la nazione e per il mondo, osannati da tutti (tranne Nixon e suoi complici).
dopo mezzo secolo, per aver fatto lo stesso lavoro giornalistico, Julian Assange viene scaraventato dal governo Usa nel girone subito prima dei quello della sedia elettrica.
chissà se i giornalisti eroi dei Pentagon paperse del Watergate hanno preso posizione sul caso Assange.
The post è un gran bel film, di quelle americanate dove i buoni sono buoni, con un po' di paura ma tanto coraggio.
Tom Hanks e Meryl Streep sono strepitosi, naturalmente, Steven Spielberg è un signor regista.
…ci sono la mano e l'occhio
del più grande narratore per immagini vivente a fare di The Post
un racconto da caminetto che ci culla nella gioia della narrazione. Tutto si
muove in maniera sinuosa, tutto si incastra perfettamente, tutti gli elementi
scenografici e gli attori sono esattamente dove devono essere in ogni singolo
frame del film. In più c'è un'ampia dose di umorismo, a
tratti tenero e a tratti beffardo. Irresistibili, ad esempio, i siparietti
dedicati alla figlia piccola di Bradlee, che vende la limonata ai giornalisti
mentre questi discutono di “cose da grandi” nella villetta del direttore. Si
ride di gusto quando meno ce lo si aspetta e si prova affetto per questo
eterogeneo gruppo di persone unite non solo dalla causa comune, ma da un
affetto profondo che va al di là dell'intesa professionale. Persino il rimando
finale al Watergate, che in altri film sarebbe risultato pedante e inutilmente
didascalico, viene qui trattato più come una boutade conclusiva
che una morale scolpita nella pietra, con grande senso dell'auto-ironia…
…Ed è un diritto alla parola quello che
riafferma Katherine Graham, contro i suoi soci e consiglieri che vogliono
stringerla all’angolo, contro le pressioni di parte, le intimazioni dei
giudici, le paure degli avvocati. Una semplice parola – pronunciata da una
fantastica Meryl Streep che sembra voler smorzare gli applausi ancor prima di
sentirli – con cui la donna si smarca non tanto dalla sua condizione femminile, quanto dalla comoda acquiescenza
della sua posizione di privilegio, dal mutismo della connivenza, dal timore
degli affetti e dal cappio dei ricordi. Ecco, tutto è parola, come le storie raccontate da Lincoln che seminava i miti per il tempo a venire, come gli
accordi negoziati da James Donovan, da un capo all’altro del Ponte
delle spie. Perché
in principio era il logos. E il dialogo fonda e regge la democrazia, le
possibilità di convivenza, degli incontri ravvicinati di ogni tipo. Così come i
racconti reggono il cinema e l’architrave della Terra. A prescindere che si
dicano verità o si sognino utopie, la parola sposta il mondo.
… Che
Spielberg sia un grande storyteller, forse il più grande di quelli viventi, è
un fatto noto, ma la qualità del suo “pensiero” cinematografico sembra
procedere con la naturalezza e la freschezza tipiche della gioventù: nessun
movimento di macchina resta ingiustificato, nessun primo piano o leggero
ruotare intorno agli attori risulta meno poetico o significativo rispetto a
tutti quelli girati nei suoi (grandi) lavori precedenti, perché ad ogni film
Spielberg è come se rinnovasse l’amore verso l’arte in un bisogno di superarsi
e non accontentarsi mai. Il ritmo lento, ma assolutamente necessario per
l’incedere di questa sottotrama thriller, di The Post accompagna
scena dopo scena un racconto di una modernità impressionante, dove alle
tematiche sociali (la responsabilità della stampa, il coraggio di dire la
verità, la subordinazione delle donne in ambienti prettamente fallocentrici) si
lega intimamente la celebrazione del cinema come mezzo per comprendere attraverso
la costruzione, la fantasia, l’entusiasmo, il coinvolgimento emotivo e la
meraviglia…
…Torna dunque la scelta
morale, ultimo appiglio possibile là dove la struttura di una nazione mostra i
propri segni di cedimento più evidenti: la stessa scelta morale che era il vero
centro del discorso sia per Abraham Lincoln nella sua lotta per l’abolizione
della schiavitù che per l’avvocato James Donovan nella difesa della spia
sovietica Rudolf Abel. Lo stile di Spielberg si fa una volta di più netto,
quasi cristallino: gioca sullo spazio scenico sfruttando le fughe prospettiche
e nella sua moderna classicità si affida a una ripresa dall’alto per sottolineare
i dubbi e la volontà di emancipazione di Kay Graham. Perché il film racconta
anche – e non è affatto secondario come discorso – il passaggio per Graham da
una socialità passiva a una socialità attiva: nel suo prendere finalmente le
redini di un giornale che è suo di diritto ma che essendo donna ha ereditato
non da suo padre (che lo aveva lasciato al genero) ma da suo marito, morto
suicida alcuni anni prima, si avverte di nuovo quella spinta a voler sfruttare
l’escamotage temporale per raccontare le distonie di una quotidianità sempre
più mediocre e retrograda. L’assunzione di responsabilità di Graham, che
riesce in un lento apprendistato a sganciarsi dalle zavorre maschili per
rivendicare il proprio diritto alla parola, e all’espressione, è un elemento
che non dovrebbe passare in primo piano. Graham, molto più del libertario
Bradlee e anche di quel Bagdikian che nel mezzo della tormenta riesce ad
ammettere emozionato “ho sempre sognato di far parte di una piccola
ribellione”, è l’esempio da seguire. Graham è
il paradigma di un mondo soffocante e soffocato che può ancora alzare la testa,
scardinare i concetti usurati e aprire gli occhi sulla propria condizione. In
quel sublime movimento di macchina – atto della retorica che mai fu più sano, sincero e doveroso –
che segue Graham mentre scende i gradini della corte di giustizia seguita dallo
sguardo attonito e ammirato di centinaia di donne più o meno giovani che sono
lì a contestare una cancrena dello Stato, c’è tutta la vis poetica e politica
di un’opera a suo modo capitale. Sulla questione il modo migliore di concludere
questa analisi è quello di affidarsi alle parole che Steven Spielberg ha
pronunciato a Milano durante la conferenza stampa del film: “Non sono un
sociologo o un esperto che possa parlare con competenza di un tema tanto
arcaico quanto quello della battaglie dei sessi, ma quello che posso dire è che
le donne in tutta la storia hanno cercato e talvolta sono riuscite a trovare il
loro posto, come è accaduto durante la seconda guerra mondiale in cui con gli
uomini al fronte le donne si sono ritrovate a guidare l’industria bellica e
navale. Finita la guerra però non hanno avuto la possibilità di capitalizzare
la propria esperienza, e non è stato loro riconosciuto il ruolo svolto: gli
uomini sono tornati a casa e le donne in cucina. Il problema è principalmente
un problema maschile, di uomini che non sono in grado di comportarsi
correttamente e finché i maschi non sapranno accettare il “no” come una
risposta questa guerra dei sessi continuerà. Io spero che il nostro film possa
essere di ispirazione per quelle donne che non hanno ancora trovato la propria
voce e che invece, dopo averlo visto, pensino: “Al diavolo, ora facciamo come
dico io”.
… Spielberg riesce a costruire con grande misura
l’intreccio narrativo, bilanciando l’aspetto thrilling
e di impegno civile del cinema d’inchiesta, senza la facile
retorica hollywoodiana, tanto che lo spettatore, nonostante sia a conoscenza, o
comunque si prefiguri l’esito della vicenda, sembra sempre aspettarsi un colpo
di scena. Un meccanismo ad orologeria perfetto che
riesce a girare magnificamente grazie alla maestria con cui vengono uniti gli
elementi, le interpretazioni magistrali degli attori, da quelli principali a
quelli che svolgono un ruolo secondario, la sceneggiatura (Liz Hannah e Josh
Singer, già autore di Spotlight),
la colonna sonora (John Williams), la fotografia (Janusz Kamiński, collaboratore storico di
Spielberg dai tempi di Schindler’s List),
la scenografia (Rick Carter) e una regia “trasparente”, un
linguaggio “classico”, (nel senso dello spazio e nella
composizione del quadro, nei movimenti di macchina interni all’inquadratura),
impercettibile, cala lo spettatore nella dimensione finzionale, facendo
ri-vivere il passato dalla posizione del presente.
Chiari e comprensibili sono certamente
i riferimenti all’amministrazione Trump e alla libertà di stampa, la
lotta alle fake-news, così come al movimento time’s up e alla
condizione della donna in un sistema di potere, che rendono il film estremamente ancorato allo scenario attuale.
Tuttavia The Post, nonostante sia centrato sulla parola (il potere alla
narrazione, epica, e alla parola stampata del giornale), attua un’articolata riflessione sui legami storici e culturali dei mezzi
di comunicazione attraverso una ricerca, e una ricostruzione, quasi
archeologica. The Post ci
mostra non solamente la redazione del giornale dove venivano riordinate le
informazioni e trascritti gli appunti, ma il luogo in cui venivano svolti i
processi di stampa, soffermandosi sull’attività delle macchine rotative,
tipografiche, che scuotono letteralmente l’intero edificio, l’ultimo passaggio
di una catena di montaggio che produce un documento concreto, tangibile nella
carta stampata. Analogamente il cinema attua un
processo di mediazione, di rivisitazione e, conseguentemente, di riscrittura
del passato, dando corpo a idee, gesti, movimenti e parole,
immagini che diventano veicoli di memoria culturale e storica.
… Aspettando il re, trasposizione cinematografica di Ologramma
per il re (Mondadori, 2013), non riesce a rendere sullo schermo
l’efficacia della scrittura di Dave Eggers. La semplicità quasi elementare
dello scrittore americano, che nel romanzo in questione racconta in modo
sottilmente sinistro lo spaesamento in Arabia Saudita di un imprenditore di
Boston, pur partendo da buone intenzioni si trasforma in disarmante povertà di
messa in scena. Come se alla superficialità della parola corrispondesse una
altrettanto auspicata, ma non ugualmente opportuna, piattezza dell’immagine.
Anche con un regista come Tykwer, da sempre impegnato a frullare generi e
immaginari ma qui ridotto, dopo un promettente inizio onirico con Once
in a Lifetime dei Talking Heads, a esporre in maniera piatta e solo
un poco frastornata (ellissi, montaggio secco, soggettive, rapidi frammenti di
flashback) la crisi di un commesso viaggiatore dell’era digitale (che ha la
faccia perfetta di Tom Hanks), capitato per necessità in una terra dove
l’ipotesi milionaria di un futuro distopico poggia su un patrimonio di regole e
conflitti da società tribale. Aspettando il re (re che
dovrebbe presentarsi al protagonista e acquistare un pacchetto di soluzioni
hi-tech per una new town da costruire nel deserto) da studio
di carattere minimalista si trasforma così un po’ alla volta nella favola
esistenziale di un alieno contemporaneo. Niente di male, in fin dei conti, ma
nemmeno qualcosa di interessante.
…È un film piuttosto ambiguo per certi versi Aspettando il re, specie per i ribaltamenti che
subisce la sua critica a quel capitalismo da tempo morente, ma sempre pronto a
risorgere dalle sue ceneri, in ogni dove. La storia in cui ci ritroviamo
immersi è fatta poi di trovate bizzarre, qualche cliché, numerose partenze e
altrettanti arresti. Arresti che però non risultano mai troppo bruschi, né
riescono a inficiare una struttura narrativa che è frutto di un adattamento
accorto e raffinato del romanzo di Eggers, firmato dallo stesso Tykwer…
…Aspettando il Re ha il suo punto di forza in Tom Hanks. Pur
recitando in uno dei suoi ruoli meno vistosi, la prova è esemplare. Hanks
riesce a diventare il perno del film mentre rappresenta un uomo che ha perso
tutti i propri punti di riferimento. Ci vuole un attore della sua caratura per
fondere il subbuglio, la mortificazione e il panico del protagonista senza mai
giocarsi la carta del pietismo e ridare dignità e valore alla persona. Così gli
spettatori si possono sia immedesimare sia fidare di Clay e della sua capacità
di raddrizzarsi, modellarsi e, in barba a tutto, andare avanti.
Purtroppo il racconto di
Tykwer risulta discontinuo, con uno stacco ritmico troppo netto tra una vivace
prima parte e una seconda ben più lenta e riflessiva, con un tale ammasso di
circostanze e frustrazioni da confondere e affievolire l’attenzione dello
spettatore.
un uomo contro tutto e tutti, contro tutte le aspettative, riesce a ottenere i suoi obiettivi di liberare due uomini, come nel più classico degli western. i tempi sono quelli della guerra fredda, i sovietici e i tedeschi dell'est sono peggio degli statiunitensi, sarà un caso, ma il film è un'americanata, ben fatta davvero, Spielberg è un grande del cinema. poi ce n'è anche per i militari statiunitensi, dipinti come quelli di Stranamore di Kubrick, pazzi travestiti da difensori della patria, nelle loro mani sono i destini di tutti, poveri noi. come in una partita a scacchi l'avvocato Donovan (Tom Hanks) non sbaglia una mossa, si crea un rapporto di stima reciproca con la spia Abel, riuscirà alla fine a fare lo scambio sul ponte delle spie, vincendo la partita. hanno collaborato alla sceneggiatura anche i fratelli Coen, certamente migliorando quella originaria. nessuno si aspetti cose straordinarie, è solo un film di piccoli uomini in tempi difficili, che ci sono sempre, i tempi difficili di sicuro, ma anche adesso uomini straordinari appaiono (mi viene in mente Edward Snowden, per esempio, non a caso ricercato), un film classico, di quelli di una volta - Ismaele
…La sobrietà di una messa in scena che potrebbe anche correre
il rischio di apparire didascalica, ma in realtà rinnova il patto tra Spielberg
e il pubblico, quello di un intrattenimento mai sbilenco rispetto al registro
adottato. E il registro non ha più nulla a che vedere con le ipotesi da
cinema/luna park dei variIndiana Jones e il
tempio maledetto,HookeJurassic Park(e in misura maggiore delle sue
produzioni per altri cineasti), perché il roboante incedere della Storia è
centro e sfondo allo stesso tempo. Nel cuore dell’inquadratura non c’è mai spazio
per il Muro, o per i mirabolanti U-2 dell’aviazione statunitense, ma solo per
l’uomo, per le sue contraddizioni, per le sue qualità e vizi. Il resto è
materiale da avanspettacolo storico, del quale già si conoscono gli esiti, e
che può dunque rimanere nel fuori campo. In questa chiave di lettura, oltre al
senso dell’epos e alla potenza dell’immaginario, Spielberg può davvero essere
considerato l’unico erede di John Ford tra i registi della New Hollywood. Lo
testimonia una volta di più l’ultimo segmento deIl ponte delle spie, dalla nebbiosa alba sul ponte di
Glienicke fino a quell’immagine che scorre davanti agli occhi di Donovan mentre
si trova in metropolitana. L’ennesimo conflitto nel conflitto, paradosso e
immagine riflessa di una Storia che non è mai finita…
…Spielberg non si fa mancare un
po’ di stereotipi sui demoni comunisti che torturano il pilota con la
privazione del sonno (le torture psicologiche dei russi che andavano di moda
nell’immaginario della Guerra Fredda), mentre da noi, in America, il russo
viene rispettato (gli permettono addirittura di dipingere) ecc.
Non è proprio a senso unico, non cade del tutto nella banalità, non
fa un proto-western degli anni ’50 con gli indiani cattivi che attaccano i
bravi coloni americani, non si (ci) nasconde che anche quelli della CIA sono
cinici, amorali, che cercano con tutti i mezzi di strumentalizzare l’avvocato
lincolniano incorruttibile. Col mestiere riesce a restare sulla linea di
confine, con qualche caduta nell’estremo, ma controllata. E alla fine, come non
ricordare quella battuta, che oggi fa ridere, deI tre giorni del condor,
quando Redford dice: “C’è del marcio nella CIA”.
Un po’ di marcio.
Va a finire, pensa lo spettatore paziente e ben disposto, che Steven Spielberg,
all’età di 69 anni, ha fatto la sua personale, fiabesca, (per lui?) scoperta…
dell’America.
…La penna dei
Coen trapela in ogni sequenza, mettendo in bocca a personaggi delineati alla
perfezione dialoghi tra il filosofico e il surreale, tra l'ironia e la
profondità. Certo, manca l'umorismo nero tipico di Joel ed Ethan, ma il
contesto (la guerra fredda e soprattutto la sua percezione nel popolo
americano) non è certo il più appropriato. Non siamo di fronte al compitino,
sia chiaro:ai Coen non sfugge l'occasione per
ridicolizzare il patriottismo ottusoe
per sottolineare che, in un certo senso, gli americani non esistono: sono
tedeschi, irlandesi, italiani; ma è l'accettazione ed il rispetto delle stesse
leggi (e conseguentemente dell'individuo) a renderli un popolo. Un concetto che
si potrebbe esprimere anche per tedeschi, irlandesi e italiani e che, in questi
giorni, si rivela particolarmente ghiotto
e privo di grassi, parabeni e discriminazionidi razza, etnia o religione.
La sceneggiatura dei Fratelli Coen
persevera nella difesa dell'individuo affiancando ad Hanks, che regge il peso
dell'intera pellicola,un personaggio indimenticabile, quello della
(presunta) spia sovietica Rudolf Abel, che, seppur "nemico",
si rivela serafico nella sua correttezza e nella sua lealtà. Ed è Mark Rylance, più volte prestato
al cinema dal teatro e giàcandidato ad un
Globe per questo ruolo, a rendere Abel ancora più umano e rispettabile. A
contrapporsi alla simpatica fermezza di Abel troviamo, ironicamente, la
superficialità e l'antipatia del pilota dell'aereo spia statunitense (Austin
Stowell), quasi a voler sovvertire i canoni di un certo (e stantio) tipo di
cinema di parte…
…Il ponte delle spieriesce meglio nelle zone grigie,
quando Donovan vede Abel e Powers come patrioti che scommettono sui loro Paesi.
Risplende quando Spielberg mostra il carattere del protagonista con l’azione,
come quando Donovan va a Berlino dove i cospiratori quasi lo ammazzano. Durante
il crescendo che porta allo scambio dei prigionieri sul ponte Glienicke, ci
sono poi dei momenti dove si fatica a capire chi sia il buono e chi il cattivo,
e la solita roba da spie diventa una potente provocazione.
…di una sceneggiatura monolitica che ci mostra in piena luce
episodi complessi e oscuri, e che lo fa con troppe sicurezze ideologiche ed
etiche, pochi dubbi, poche o zero sottigliezze capaci di rendere la lunga zona
grigia tra il bianco e il nero. Se son stati poi chiamati, com’è successo, i
fratelli Coen a trattare e riscrivere almeno in parte la sceneggiatura
originaria ci sarà stato un motivo, probabile che lo stesso Spielberg abbia
avvertito la necessità di complessificare e stratificare. Ma l’intervento dei
Coen Bros. sembra limitato all’aggiunta di una qualche smagliante battuta qua e
là, di una qualche invenzione stravagante e di loro tipico lunare surrealismo e
però alla fin fine marginale (un critico anglofono, ahimè non ricordo quale,
individua come di sicuro segno coeniano la falsa famiglia sovietica di Rudolf
Abel, io azzarderei anche la sala cinematografica berlinese con in cartelloneSpartacusdi Stanley Kubrick eUn, due, tredi Billy Wilder, commedia di spietato
cinismo sulla guerra fredda di cui i due fratelli potrebbero benissimo firmare
un remake, ma che con lo spirito spielberghiano c’entra poco, anzi niente)…
in fondo è anche un western, alla fine arrivano i “nostri”.
bravo, come sempre, Tom Hanks, che per la maggior parte del
tempo è prigioniero dei banditi indigeni, anche se in acque internazionali.
la tensione è sempre viva, con punte altissime.
quasi commovente il desiderio, la stima, l’invidia, l’amore d’America,
di Muse, il capo dei pirati, che è un ragazzino ingenuo, i “nostri” lo
catturano come un pollo, e poi è l’unico che sopravvive.
la fine è già scritta, come farebbero quattro disperati a
vincere l’impero, con la sua potenza di fuoco e la sua furbizia?
comunque l’impero trema, per qualche ora, ma non ci sono
dubbi sulla vittoria, l’unico dubbio è il punteggio, se 4 a 0 o 4 a 1, e la
morale, se c’è, è sempre la stessa, è impossibile che gli indiani vincano.
è un film che merita la visione, per lo spettacolo e per la
bravura dei due comandanti, sia Phillips che Muse - Ismaele
…La scrittura non è mai stato il punto di forza dei film da
lui diretti, e i dialoghi diCaptain Phillips non si segnalano per particolare smalto, ma
questa volta la dinamica narrativa è più semplice e al contempo più
sofisticata. Dalla condizione di assedio, che vede tutti contro tutti, il film
vira ad un certo punto verso un contesto più asfittico e cardiopatico: l'Iliade
si trasforma così in Odissea e Philips si ritrova a vivere una serie di
peripezie in solitaria. Per tornare a casa, dovrà ricorrere alle sue doti umane
(il rapporto tra i due capitani è lo spazio emotivo del film), all'astuzia e
alla fede in un'entità superiore (i Seals). L'ambientazione in
alto mare, il ritratto lucido della Marina statunitense nei suoi vari gradi,
l'impatto visivo e metaforico della piccola scialuppa circondata dalle enormi
navi da guerra sono parte integrante dello spettacolo inscenato da Greengrass.
Completa il quadro la performance di Tom Hanks e il cast di non professionisti
che dà sguardo e sangue ai pirati somali. Non si cerchino, però, grandi spunti
etico-politici: that's entertainment.
…In "Captain Phillips" Greengrass lavora
molto sul corpo (o meglio sul volto) degli attori e gioca sulla
contrapposizione chiuso/aperto (la nave, le sale di comando militari, la
scialuppa/l'oceano) mettendo in scena la limitatezza delle azioni umane, il
senso di ineluttabilità, vale a dire deve andare per forza in questo modo, non
ci sono alternative. Oltre la messa in scena di un episodio reale e
all'utilizzo personale del mezzo cinematografico da parte di Greengrass, il
film non presenta grandi spunti di riflessione. Vediamo in modo palese: ancora
lagrandeur a stelle e strisce con laNazione Americana che non abbandona mai un suo uomo in pericolo,
costi quel che costi; i somali poveri pescatori, costretti a fare i pirati
perché non è rimasto altro; Phillips che rappresenta l'icona del buon marito e
padre di famiglia, che fa il proprio dovere fino in fondo ed è tutto sommato un
eroe per caso; ecc... Temi un po' abusati e qui trattati con una certa
superficialità. Greengrass non riesce a dire nulla di più di quello che si vede
sullo schermo, la realtà - anche se romanzata - rimane cronaca che scivola
dallo sguardo e non penetra nel cuore e nella mente dello spettatore…
…Captain Phillips è in gran parte il suo film più maturo
ma anche, tra le altre cose, il più didattico. Una parentesi della filmografia
del regista diBloody Sundayche
stavolta non parte da una premessa così civile come potrebbe sembrare,
traducendosi in una celebrazione dell’eroismo americano in fondo statica e
senza troppo da dire, che mal si presta a essere dibattuta in termini
controversi e ben si guarda dall’aprire squarci o imbandire tavolate intorno
alle quali consumare diatribe ideologiche. Ne deriva un intrattenimento solido
che finisce col vergare il film col suoimprimaturrendendolo
avvincente ma allo stesso tempo in gran parte prevedibile dall’inizio alla
fine, sebbeneGreengrasssia come al solito molto abile nel
capitalizzare il dinamismo, nel metterlo a frutto, nel sopperire alla carenza
di memoria dell’immaginario contemporaneo che tutto frulla e rielabora nel
calderone dalle ansie postmoderne con un classicismo non tanto stilistico
quanto morale…