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martedì 23 giugno 2026

L’amore che rimane - Hlynur Palmason

Anna e Magnus si separano, non sappiamo perchè, è Anna che ha deciso, anche se Magnus vorrebbe sempre tornare a casa, gli mancano la moglie e i figli, che lo cercano sempre.

l'opera di Hlynur Palmason, islandese, è un film freddo, dove il conflitto si riduce a sogni e a un pupazzo, tutt'altra cosa rispetto alla separazione de L'isola di Andrea, di Antonio Capuano.

buona (algida) visione - Ismaele



… Quasi nulla accade, si diceva. E in effetti "L’amore che rimane" pare quasi un documentario, perché Pálmason spesso fissa la macchina da presa in un punto preciso, la tiene lì a lungo e lascia che i personaggi si muovano nell’orbita dell’inquadratura, con i loro tempi. A volte le inquadrature si ripetono ma a cambiare sono la luce e il cielo perché nel frattempo le stagioni scorrono, l’autunno cede il posto all’inverno. Pálmason si fa cantore della semplicità, la sua è un’elegia del quotidiano messa in scena con delicatezza ma anche con passione: il personaggio che emerge più compiutamente è proprio il paesaggio, un’Islanda che non è solo geografia ma vero e proprio spazio emotivo, osservatore benevolo e testimone silenzioso. Il paesaggio e i suoi abitanti, animali di ogni tipo, accolgono la famiglia come parte di sé e si ribellano contro chi non li rispetta, come il gallerista svedese, che ruba un uovo di oca e subisce le conseguenze del vento.

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…L’amore che rimane è un film coraggioso che sceglie il silenzio e l’osservazione quieta piuttosto che il dramma urlato, e per questo merita rispetto. Non è un capolavoro — la struttura vacilla, il pacing è discutibile, i toni non sempre collimano — ma è un’opera onesta che non condisce la realtà di melodramma gratuito. Se sei il tipo di cinefilo che preferisce le domande alle risposte, che ama stare nel disagio narrativo senza fretta di uscirne, lo consiglio. Se no, aspetta qualcos’altro. Voto definitivo: 6.4/10 — opera imperfetta ma consapevole.

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“Le cose più importanti per gli esseri umani
sono quelle piccole e intime,
quelle che ci sono vicine…
”
Hlynur Pálmason

Questo pensiero riflette pienamente L’amore che rimane, l’ultimo film del cineasta islandese Hlynur Pálmason che dopo aver esplorato le radici storiche del suo Paese con il precedente Godland – Nella terra di Dio ha sentito l’esigenza di tornare alla contemporaneità, filmando la vita intorno a lui, nel suo ambiente quotidiano e senza alcuna ricostruzione cinematografica d’ambiente. Elemento che, unito alla presenza di tutti e tre i suoi figli tra gli attori – già separatamente coinvolti in progetti precedenti – rende questo nuovo film ancora più personale rispetto agli altri titoli che lo hanno preceduto, comunque originati sempre da una scrittura originale in solitaria.
Un anno nella vita di una famiglia che sta andando in pezzi, il susseguirsi delle stagioni mentre i coniugi Anna e Magnús affrontano la frattura della loro separazione, tra confusione emotiva e contraddizioni che investono inevitabilmente anche i loro figli: la maggiore Ída e i gemelli più piccoli, Grímur e Þorgils. Coppia formatasi quando entrambi erano troppo giovani, spinti da una gravidanza ad accelerare il consolidamento di una relazione ancora acerba, adesso lei si occupa della famiglia ed esprime la creatività attraverso l’arte visiva ‘dipingendo’ con la ruggine su tela, mentre lui, come membro dell’equipaggio di un peschereccio, è costretto a lunghe trasferte lontano da casa, in cui affronta il timore di essere escluso dalla crescita dei suoi bambini. Nella rappresentazione di un quotidiano quieto, tra momenti leggeri o malinconici, il film s’interroga su ciò che resta dell’amore quando i ricordi condivisi non sono più sufficienti a tenere unite le persone, nonostante i sentimenti non siano mai del tutto scomparsi…

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…Il passato è presente, ma mai mostrato; la società esiste, ma non entra più di tanto nel quadro. Vediamo così un nucleo umano fondativo (la famiglia) che desidera trovare il proprio baricentro con la storia e gli altri, dando con ciò il regista un messaggio umanista e di speranza. In questo senso l’incipit (con la demolizione di un tetto) e la scena di montaggio con immagini incongrue sovrapposte a parole negative, ma di uso comune, dice molto circa l’obiettivo di ricostruzione e traduzione che ognuno di noi potrebbe fare per non soccombere alla catastrofe.

Pálmason ha scelto di girare un film piccolo piccolo, non privo di un suo fascino, libero come la colonna sonora jazz che lo incornicia spesso. La scelta però, da qualche parte, si sconta e forse è improbabile che le passioni moderate facciano battere troppo il cuore. Va notato, infine, che il regista è anche un artista visuale e, guardando le sue opere, pare che assomiglino molto a quelle di Anna, il che fa pensare a maggior ragione che L’amore che rimane sia un film molto sentito e caro al suo autore. Il che si vede: la tenerezza di sicuro non manca.

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Anna e Magnus, detto Maggi, si stanno separando: è un processo graduale, che la coppia porta avanti trascorrendo ancora del tempo insieme ai tre figli, in escursioni o in cene a casa. Mentre l'unità coniugale si va sfaldando, Anna si concentra sul suo lavoro di artista, anche se i riconoscimenti tardano ad arrivare; Maggi, invece, lavora su un peschereccio ed è quasi sempre in mare aperto. Quando i genitori non ci sono, i figli si dedicano a passatempi curiosi: in particolare i due gemelli, che tendono a creare giochi bizzarri e talora pericolosi per la loro incolumità…

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…Uno degli elementi centrali del film L’amore che rimane è il modo in cui viene rappresentata la separazione tra i due adulti. Pálmason ha dichiarato di non voler prendere posizione né offrire una sola prospettiva. Secondo il regista, nella vita reale le persone possono desiderare qualcosa e il suo contrario, e nessuno è soltanto “il buono” o “il cattivo” della storia. Per questo la separazione viene raccontata come una zona grigia, in cui l’amore continua a esistere anche quando non è più sufficiente a sostenere la forma precedente della relazione.

Il titolo stesso sembra suggerire una domanda: che cosa resta dell’amore quando una famiglia si divide? Che cosa succede ai momenti condivisi, ai ricordi, al senso di appartenenza costruito nel tempo? Pálmason ha spiegato che il cuore del film non riguarda tanto la possibilità che i genitori tornino insieme, quanto il rapporto tra tempo, memoria e famiglia…

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…L’utilizzo ostinato della camera fissa trasforma le inquadrature in teche, dove ogni scena è un quadro vivente con l’azione che non viene inseguita, ma attesa. Così facendo, Pálmason (e di rimando lo spettatore) osserva, non giudica: la macchina da presa rimane immobile anche quando, ad esempio, i figli della coppia (in particolare i due gemelli) inventano giochi bizzarri nei prati battuti dal vento.

Questa fissità produce un effetto di perturbante intimità: ci obbliga a osservare i dettagli, i resti di una cena, i silenzi imbarazzati, il modo in cui i corpi degli ex coniugi occupano lo spazio cercando una distanza che il cuore non ha ancora del tutto metabolizzato, con lui che tenta di tanto in tanto nuovi approcci e lei che invece sembra più convinta del percorso verso la fine del rapporto…

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…L’amore che rimane è attraversato da continue metafore visive che riflettono il turbinio interiore dei personaggi. Una spada medievale che cade dal cielo, una mina inesplosa ritrovata in un campo desolato, pronta a detonare da un momento all’altro, o ancora il lavoro artistico stesso di Anna — lastre di ferro adagiate su teli, la cui immagine emerge lentamente dalla ruggine lasciata dallo scorrere del tempo — diventano simboli evidenti ma mai didascalici di relazioni consumate dall’erosione emotiva. Nulla esplode davvero, ma tutto sembra costantemente sul punto di farlo.

La struttura narrativa, distesa lungo quasi un anno, segue il mutare delle stagioni islandesi, ma soprattutto mette in scena l’imperturbabilità di un paesaggio che si fa riflesso diretto dell’anima di chi lo abita. La natura islandese di Pálmason non è mai semplice sfondo: è presenza viva, eterna, indifferente eppure profondamente empatica. I personaggi si muovono con una compostezza quasi rassegnata, trattenendo emozioni enormi dietro gesti minimi, come se il paesaggio stesso imponesse loro una forma di silenziosa resistenza.

Con L’amore che rimane, Pálmason realizza una riflessione lucida e profondamente sentita sullo scorrere del tempo, sulla fine delle relazioni e su ciò che rimane quando un amore non esiste più ma non si è ancora trasformato in qualcos’altro. Il suo sguardo, rivolto a esaltare la figura femminile come perno emotivo della famiglia e a sgretolare le fragili illusioni della mascolinità, resta sempre sincero, mai manipolatorio o compiaciuto. Ne emerge un’opera forse più divertita che realmente divertente, attraversata da una dolce ironia malinconica che finisce inevitabilmente per scaldare il cuore dello spettatore.

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giovedì 18 giugno 2026

L'Isola di Andrea - Antonio Capuano

l'ultimo film di Antonio Capuano (un grande maestro, secondo Sorrentino) è la storia di una separazione fra i due genitori di Andrea, un bambino che non capisce troppo bene cosa succede, tirato per il braccio dal babbo e dalla mamma.

i due genitori sono interpretati da Teresa Saponangelo e Vinicio Marchioni, bravissimi, tormentati e un po' confusi (come Andrea, d'altronde).

un altro importante film di Antonio Capuano, non deluderà nessuno.

buona (separanda) visione - Ismaele


 

…“È una storia semplice”, dice Capuano “ben consapevole che la semplicità è la cosa più complicata da rappresentare”. Il matrimonio tra Guido e Marta è ormai alla fine. I due sono in disaccordo sull’affidamento del figlio di otto anni, Andrea, su quanti giorni il bambino debba trascorrere con la madre e quanti con il padre. Perciò si rivolgono al giudice, che li rinvia alla consulenza tecnica di una psicologa. Il film segue rigorosamente la scansione di questi incontri. E sono momenti in cui i genitori, tra parole e reticenze, tic e intercalari, mettono a nudo fragilità, rancori, incomprensioni ed egoismi. Mentre Andrea, con la sua irrequietezza ingestibile, scostante, persino antipatica, mostra tutti i segni di una confusione e di una sofferenza che non sa esprimere a parole. Se non per pochi accenni alla sensazione di una solitudine profonda. Come quando chiede in regalo un pappagallo così da poter parlare con qualcuno. È lui, naturalmente, il personaggio a cui Capuano riserva l’attenzione più delicata. Ma la sua comprensione della vita vissuta non può che scavare anche nelle verità di Marta e Guido.

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…Coraggiosamente Capuano offre la scena principale del confronto ad una coppia che nella sua interazione ha smarrito non solo qualsiasi residuo di romanticismo e di affetto, ma ha azzerato  il minimo comune denominatore di un rispetto concepito non in quanto astratto e formale principio da rispettare; i confini delimitati e  talvolta superati sono quelli tangibili e attraversabili del contatto fisico e ambientale, le forme di dipendenza e di strumentalizzazione psicologica ed emotiva, l’appropriarsi di una visione del proprio partner che logora il tarlo della paranoia e nutre la bestia del disprezzo.

La parte maschile, ancora una volta, è portatrice di un carico di frustrazioni talmente debordante da inquinare con la reattività dell’agire e la passività dell’indolenza ogni possibile combinazione, direzione, trasformazione alternativa al costrutto di una trinità socioculturale: padre, madre, figlio. Come sempre, però, non viene data la sponda facile e rassicurante della spiegazione e del giudizio, in quanto i comportamenti dell’uno e dell’altra sono filmati nella stratificazione di ambiguità, contraddizioni, spiazzamenti. Momenti di tracimante tensione raffreddati e rimandati al mittente di un’istanza anti retorica nel modo di vedere la storia di un divorzio. E, cacciata dal portone utilizzato con troppa frequenza come transito dell’abuso narrativo, l’emozione scarna e diretta, in carne e ossa,  ritorna nel ritmo serrato, nella trasfigurazione iperrealista delle luci, nella presenza e nella performance degli interpreti: Vinicio Marchioni fa Guido con quella misurata dose di aggressività e remissività, la spregiudicatezza da tramontato maschio alfa e la vulnerabilità da spaurito Homme blessé; Teresa Saponangelo svetta al contrario  in frammenti di sensualità e visceralità, prima di ricoprirsi del manto da signora borghese combattuta tra il materno slancio affettivo e l’ amara recriminazione muliebre…

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…Poco per volta, in questo campo controcampo ideale tra un uomo e una donna che si stanno separando, ci si rende conto di come si tratti di due figure solinghe, chiuse nei rispettivi automatismi mentali oramai logori e sclerotizzati. Sono in ogni caso loro l’epicentro dell’interesse di Capuano, anche se progressivamente si fa largo l’incattivito Andrea, irrequieto e impossibilitato a essere gestito, anche perché poco compreso e ancor meno ascoltato. L’isola in cui si trova recluso Andrea non c’è, come quella di Peter Pan cantata da Edoardo Bennato – e nel film il brano è presente in una versione a dir poco fondamentale per comprendere il senso dell’opera; Capuano, che non ha paura delle derive schizoidi di ciò che sta portando in scena, continua imperterrito a sterrare il terreno narrativo per cercare di cogliere le profondità più angosciose di quello che a prima vista potrebbe apparire come un racconto normale, quasi quotidiano. Le divagazioni e gli apparenti cortocircuiti di alcune situazioni sono utili ad acuire questo stato di perenne instabilità in cui si trovano non solo i personaggi ma anche gli spettatori, pervasi sempre più da uno stato di sottile e persistente angoscia. Si parlerà molto, ed è con ogni probabilità inevitabile, di una precisa scelta narrativa de L’isola di Andrea, ma a togliere il fiato è soprattutto la capacità di Capuano di muoversi su un registro espressivo così scivoloso con una naturalezza sempre stupefacente, evitando ogni forma di ridondanza o di retorica. Perché basta un primo piano su un bambino che canta, e uno sfondo di cielo nuvoloso, per scardinare le resistenze del pubblico.

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…Negli interpreti, si ritrova invece il nucleo più autentico della pellicola. Teresa Saponangelo e Vinicio Marchioni, nel ruolo dei genitori, incarnano con trasporto questo doppio registro, tra quotidiano e visionario, restituendo al contempo la stanchezza, la rabbia, ma anche l’intensità di un legame esausto. Il figlio Andrea rimane una presenza sospesa, figura di un’infanzia che comprende più di quanto lasci percepire. In questi volti - inquieti, vulnerabili, attraversati da brevi attimi di verità - si avverte la mano di un autore ancora attento all’umano.
Eppure, è sul piano della messa in scena che "L’Isola di Andrea" mostra le sue più evidenti fragilità. La scelta della luce naturale, l'implementazione della camera a mano, gli interni domestici, la quasi totale assenza di accompagnamento sonoro: scelte che rimandano a un’idea di cinema spoglio, quasi documentaristico, ma che rischiano di trasformarsi in povertà visiva. I volti, anziché emergere, si perdono in controluce, le oscillazioni di macchina diventano intrusive, la composizione delle immagini appare spesso disordinata. La semplicità, anziché rivelare l’essenziale, scivola in un’estetica imprecisa, di cui traspaiono più i limiti tecnici che una poetica consapevole. A ciò si aggiunge una certa dissonanza tra lo sguardo e l’oggetto narrato: la rappresentazione dell’infanzia, in particolare nel rapporto con le tecnologie e con il mondo contemporaneo, evidenzia un’ingenuità sincera ma quasi disallineata con il presente, a tratti retorica…

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mercoledì 27 novembre 2024

L’amore buio – Antonio Capuano

dice Paolo Sorrentino che Antonio Capuano è il suo maestro, guardando L’amore buio si capisce perchè.

storie di ragazzi, imprevedibili e alla fine poetiche.

non perdertelo.

buona (carceraria) visione - Ismaele


 

…"Lei è irraggiungibile" e tu lo sai, sai cosa le hai fatto ma non sai come spiegartelo, riesci solo a sentire la colpa, il dolore, l'insonnia notturna e quella cosa indescrivibile che tutti si ostinano a chiamare amore ma che tu quando mai hai potuto capire prima d'ora, c'è solo un cuore che batte, e due occhi che ti restano appiccicati addosso e li vedi anche quando fa buio e ti ritrovi a pensare a lei, che intanto prova a ricostruirsi il suo mondo borghese fatto di genitori ancor più ignoranti e incapaci di capire (anche se in buona fede), di fidanzatini che parlano di matrimonio e America, di un corpo acerbo e già violato che davanti allo specchio si denuda e nella sua disarmante pubertà rende colpevole anche chi lo osserva; c'è che ci provi in tutti i modi a spaccare quella barriera che vi divide (due mondi troppo distanti, troppo diversi, troppo chiusi) e che la quella fatidica notte hai solo scheggiato con un foro, sei penetrato in lei ma poi tutto ti si è inesorabilmente richiuso addosso, senza speranza.

E poi c'è uno sguardo.

La magica capacità dell'animo umano che solo una macchina da presa può rendere così visivamente efficace: chilometri di distanza, oceani e stati che vi dividono, e un solo semplice controcampo finale che vi ricongiunge, che vi riunisce, che vi rimette faccia a faccia in silenzio, per qualche istante, prima di riprendersi il suo dazio e spingervi, con la violenza dolce con la quale tutto era iniziato, nelle vostre nuove vite di adulti.

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…Il film racconta la contrapposizione tra due realtà che convivono nello stesso spazio, ma che sembrano non avere niente in comune: quella di Ciro e dei suoi amici, che a stento frequentano la scuola e girano Napoli in motorino tutto il giorno, con genitori che lavorano da mattina a sera per pochi soldi, vessati dalla camorra che controlla il territorio.

E, dall’altra parte, la città di Irene: quella alto-borghese, totalmente autoreferenziale, chiusa in sé stessa, fatta di case signorili, servitù, famiglie che offrono tutto il necessario al mantenimento materiale dei propri figli e alla loro formazione culturale. Due mondi opposti, che non dialogano, ma accomunati dalla stessa incapacità di gestire la relazione con gli altri, da un contesto affettivo carente.

È proprio in questo contesto che cresce quella percezione distorta per cui violenza e amore possono coesistere e, magari, coincidere, come pensano Ciro e i suoi amici. Come una percezione distorta è quella che porta Irene a scambiare per amore il rapporto col suo ragazzo, pieno di silenzi, distanze, incomprensioni, e in cui il corpo, anziché rispettato e amato, sembra usato per soddisfare bisogni. Capuano rintraccia le radici di questa aridità nei rapporti familiari: nella famiglia popolare, come in quella borghese, per motivi diversi, i genitori non sanno comunicare coi figli…

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…ìl film però lascia sullo sfondo l’episodio drammatico che dà origine al racconto, interessato com’è a mettere in risalto la condizione sociale dei giovani reclusi. E nel fare questo si rivela eccessivamente didascalico: contrappone la trasandatezza della psicologa del carcere (una Valeria Golino imbruttita) alla raffinatezza della psicologa che ha in cura Irene; l’imbruttimento e l’invecchiamento precoce della mamma di Ciro alla bellezza e alla cura della mamma incredibilmente giovane di Irene; la grossolanità delle attività culturali svolte in carcere (poesie, canzoni rap, posacenere informi) alla raffinatezza dei testi di Marguerite Duras recitati da Irene, dell’arredamento della sua stanza, degli strumenti tecnologici di cui si circonda; il disordine chiassoso e multietnico dei vicoli di Napoli all’ordine minimalista della casa di Irene a Posillipo.

E anche se il film pone delle questioni importanti sull’integrazione e sul riscatto sociale di un ceto che sembra condannato a un destino di delinquenza o di sopravvivenza, anche se il film sembra muovere una precisa accusa contro la borghesia napoletana che vive la città con sguardo distante, anche se il film denuncia l’assenza dello Stato nei vicoli e nelle periferie di Napoli, anche se il film mostra lo stato dell’Università italiana che spinge i giovani (che hanno i mezzi per farlo) a trasferirsi all’estero, esso non riesce ad essere pienamente un film di denuncia. Non solo perché molti dei temi che affronta rimangono solo sullo sfondo, ma soprattutto perché questi non sono una ragione sufficiente per cancellare la storia del corpo violato di Irene. È come se pure il film utilizzasse un corpo di donna per raggiungere uno scopo, per fare incontrare due ambienti che di fatto non possono incontrarsi (come la scena finale, un po’ retorica, comunque suggerisce); ma nessuno scopo, neanche il più nobile, può richiedere mai il degrado e il sacrifico di un corpo. Neanche di un corpo sullo schermo.

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Dispiace vedere un film come questo praticamente ignorato dal pubblico,dispiace vederlo in una sala quasi completamente  vuota.Lo spunto è un fatto di cronaca di quelli con cui si convive quotidianamente,purtroppo:a Napoli giovane studentessa,Irene, viene violentata da un branco di ragazzotti che forse non hanno capito neanche quello che hanno fatto.Uno di loro,Ciro, si autodenuncia e spalanca per sè e per gli altri le porte del carcere minorile di Nisida.Il film di Capuano segue le traiettorie sinuose che portano al percorso di maturazione definitiva di entrambi nei loro rispettivi mondi.Nisida è dominata dall'azzurro del cielo e del mare,dal calore della luce solare,dai colori delle magliette da calciatore taroccate dei detenuti e dal'ariosità delle loro stanze ,pur se delimitate da quattro sbarre metalliche.Il mondo di Irene,rampolla della Napoli bene è invece incarcerato in interni soffocanti,tetri,cromaticamente freddi. Sia Ciro che Irene cercano di uscire dalle loro momento di  empasse  amplificando il dolore autoinflitto dalla propria solitudine…

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…La cosa interessante di questo film, è che lo spettatore non legge mai una parola delle lettere che i due giovani si scambiano, eppure ne percepisce l'intensità e si sente subito che il legame tra i due è fortissimo e delicato nello stesso tempo.

Ciro si ciba delle risposte che gli arrivano da Irene, scrive in continuazione, lavora con la creta, tira fuori di sé tutta la creatività che non aveva mai sospettato di avere fuori dal carcere.

Irene inizia a conoscere una parte di lei sconosciuta, si scopre curiosa di conoscere le cose che le sono vicine ma che fino ad allora non aveva notato...e comprende come le persone che invece le stanno accanto le appaiono così lontane.

Un regalo che Ciro le fa giungere a casa (una ceneriera fatta di creta) pone fine al loro scambio epistolare, lo sguardo lunghissimo e inteso tra madre e figlia non lascia dubbi: Irene deve allontanarsi da Napoli, prima che la situazione si complichi ulteriormente...Così Irene andrà lontanissima, in America, con il fidanzato, ma ormai era già andata lontano da quella vita...La madre non potrà mai sapere quanto è rimasta vicina a quella Napoli che l'ha violentata, e che nessun chilometro potrà mai allontanare abbastanza.

Ciro finisce la sua condanna, esce, ci sono i suoi familiari ad attenderlo, il suo futuro è segnato, non sarà facile...Ma il finale del film è uno dei più poetici che abbia mai visto negli ultimi anni. L'incrocio degli sguardi dei due ragazzi, lontani, ma ormai fusi insieme, si sono riconosciuti, e non si potranno lasciare più, le loro vite si sono unite per sempre, le parole scritte scambiate rimangono come macigni, le immagini dei loro ricordi delle firme indelebili, il loro amore buio una certezza incrollabile.

Capuano, oltre ad una storia narrata in modo davvero convincente e originale, ci mostra sempre una Napoli inconsueta e molto personale, sotto una pioggia torrenziale, i muri di tufo appaiono come le arterie di un corpo sventrato e stanco, dove Irene vi trova un conforto insperato. Che dire? Da vedere assolutamente.

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venerdì 7 luglio 2023

Achille Tarallo – Antonio Capuano

nell'ultimo film, E' stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino confessa che uno dei suoi maestri, vivente, è Antonio Capuano.

su Raiplay si può vedere un film del 2018, Achille Tarallo, una commedia, divertente e divertita.

non è un documentario su Napoli e la napoletanità, piuttosto è un divertissement del quale entrare e farsi cullare, senza trovare grandi verità.

è uno di quei film ai quali abbandonarsi con fiducia, senza aspettersi di più di quello che ti offre, e non sarai deluso, promesso.

è un gioco, e alla fine ti resterà il sorriso.

buona (italo-napoletana) visione - Ismaele


 

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

Stravagante commedia, demenziale-musicale. Buona la prova di attori e caratteristi.

Achille Tarallo, è un autista di autobus, che presta servizio nella caotica Napoli, ha una moglie, litigiosa e sguaiata, tre figli e un sogno nel cassetto: diventare un cantante famoso come Fred Bongusto. Abita nella popolaresca periferia nord della città. Insieme al partner dal nome d’arte “Cafè,” canta ai matrimoni, contrattualizzato dall’improbabile impresario Pennabic,un soggetto,  inconcludente e logorroico, per giunta ostaggio di maneggioni, in odore di camorra,” proponendo ai novelli sposi, un repertorio soprannominato “Tamarro Italiano “spesso sollevando il malumore degli ospiti e soprattutto dei genitori paganti, che gradirebbero gli intramontabili classici partenopei. È l’unico cantante napoletano che pretende di cantare in italiano. Odia i neomelodici. Detesta le tradizioni canore partenopee. È convinto che il dialetto abbia rovinato la sua città e le sue canzoni, si sente un incompreso, soprattutto in famiglia, dove riesce a parlare solo con il suo cane, in un esilarante siparietto chiede alla moglie “ma secondo te questo cane è normale?” E lei “ma perché tu sei normale?” però ha un’amante, cafona e gelosa, con la quale si trastulla in spericolati giochi erotici. Cantante quasi per hobby, Achille Tarallo sogna, cerca di sfuggire all'invasivo e rumoroso "calore" della sua città...

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…una piccola Armata Brancaleone canora, che in Achille Tarallo prova ad animare il versante più scanzonato e macchiettistico del pop napoletano: Biagio Izzo, Tony Tammaro e Ascanio Celestini. Il primo, per sua stessa ammissione, non era avvezzo finora ad esprimere la propria comicità cantando. E se è per questo non aveva neanche mai guidato un autobus, altra abilità prevista dal ruolo e imparata per l’occasione. Il secondo invece è noto in Campania (e non solo) per quei farseschi motivetti che irridono, con apprezzabile autoironia, abitudini e sfighe quotidiane della popolazione locale. Quanto al terzo, Ascanio Celestini, ha ovviamente lo status di romano in trasferta.
Ebbene, Antonio Capuano ha senz’altro il merito di aver usato questo scombinato trio per decostruire il linguaggio verbale, sfottere bonariamente la napoletanità più chiassosa, giocare sugli stereotipi musicali e non. Laddove il regista amplifica la chiave grottesca calcando la mano sul kitsch, su soluzioni di sceneggiatura sconfinanti nell’assurdo (per esempio, quando rappresenta le acrobazie sessuali del protagonista con l’amante ricorrendo a un’iperbole volutamente eccessiva, inattesa), la vena eccentrica del lungometraggio strappa un sorriso complice. Sorriso destinato ad affievolirsi, comunque, di fronte a qualche momento di stanca della narrazione o a quel gusto del trash che può risultare assai gustoso, quando viene messo in scena con un minimo di controllo; ma che si spinge un po’ troppo oltre nei frangenti in cui certi effetti digitali approssimativi e pacchiani fanno capolino, depauperando il coloratissimo impianto scenografico, invece di farlo deflagrare ulteriormente come le intenzioni iniziali lascerebbero presupporre.

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Achille Tarallo è un autista di autobus di Napoli che sogna il successo come cantante in lingua italiana invece che nel dialetto napoletano, come da lui ci si aspetta. È infelicemente sposato con un'arpia che gli ha dato tre figli, e dialoga con un cane di nome Fred come Bongusto, che appare ad Achille in sogno e in voce, attraverso la suoneria del cellulare. Il suo partner musicale è Cafè, cantautore e pian(ol)ista da matrimoni, mentre il sedicente impresario del duo è il romano Pennabic, impelagato con la camorra. I tre sono convinti che il talento li porterà lontano, ma per ora l'unico tragitto consentito è quello che fa Achille - con interminabili pause Cafè - sul suo autobus attraverso i quartieri popolari di Napoli.

Antonio Capuano è fin dagli anni Novanta autore di film drammatici come Vito e gli altri, Pianese Nunzio, Luna Rossa e La guerra di Mario, e anche i suoi titoli più recenti, come L'amore buio e Bagnoli Jungle, hanno trattato temi impegnati in toni dolorosi.

È dunque una sorpresa questa commedia farsesca che mette affettuosamente alla berlina la napoletanità in tutte le sue accezioni più folkloristiche: e la costruzione dei personaggi principali è strepitosa, perché generata da un'idea e una scrittura (entrambe dello stesso Capuano) precise ed esilaranti, e ottimamente servita da un cast che aderisce allo spirito dissacrante della storia...

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Una storiella sgargiante nei colori e nell'immaginario, che utilizza Napoli come sfondo per dipingere una serie di macchiette ed eccessi spinti all'estremo.
E' una commedia vicina ai musical un pò approssimativa, con troppe forzature in...tutto!
A livello estetico risulta fin troppo artigianale.
Biagio Izzo si impegna ed è volenteroso in un ruolo di primo piano che di rado in tempi recenti gli è stato concesso, ma non basta.
Però non è un film da bocciare del tutto perché ha delle buone intenzioni, ed è coraggioso nel spostarsi su un piano di irrealtà poco usuale.

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Un'occasione sprecata per il regista e per Napoli.

La rivoluzione deve partire dal basso nella Napoli neo-melodica non si può cantare in italiano. Il dialetto è la lingua della canzone napoletana che non può uscire dal suo gergo, dalla sua disperata vitalità e dal suo sentimentalismo estremo. La missione del nostro autista-artista è quella di invertire il percorso che porta gli artisti locali a partire dall’idioma partenopeo per arrivare alla lingua nazionale per affermarsi nel mercato musicale. Le radici pesano ma il nostro non vuole sfruttare il suo accento e insieme al suo impresario e al suo autore di liriche italiche prova la sua rivoluzione culturale. Il pubblico del terzetto è quello più difficile dei matrimoni che si vuole solo divertire ma è qui che bisogna coltivare e vedere come crescono le novità. Achille deve combattere con una famiglia che lo osteggia, con i condomini che non ne possono più del rumore che produce e un padre che non lo sente veramente napoletano…

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