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Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
domenica 6 settembre 2026
sabato 5 settembre 2026
In the Heart of the Machine - Martin Makariev
se esistesse una graduatoria dei film da galera, In the Heart of the Machine sarebbe nella parte alta della classifica.
tensione, violenza, prepotenza, speranza (poca) e dignità (tanta), nella storia ci sono tutti gli ingredienti giusti per un film da non dimenticare.
ottimi attori diretti da un regista che merita, ca va sans dire.
buona (volatile) visione.
Calore, ferro, polvere e odore di petrolio: quella che sembra
un'altra tipica giornata lavorativa da detenuti nel carcere di massima
sicurezza, si rivelerà in realtà fatale per tutti loro. I carcerati scovano
qualcosa di straordinario all'interno di una delle macchine e un'inaspettata
ondata di compassione spinge i prigionieri a prendere degli ostaggi e a
bloccare l'ingresso dell'officina, rischiando la vita, perché a volte il
desiderio di essere umani è più forte dell'istinto di sopravvivenza.
In the Heart
of the Machine is a prison drama with plenty of violence. It takes
place in 1978, when Bulgaria was controlled by a repressive and brutal
Communist regime. The protagonist, Boris Radulov, known as Bohemy (Alexander
Sano) seems a bit different from the other murderers and rapists who surround
him. Indeed, he has apparently been framed for murder because of his political
beliefs. The warden (Hristo Shopov) calls him in and offers him early parole if
Bohemy can put together a team that can double production at the local
Kremikovtsy Steel Plant. Bohemy agrees, but only on the condition that he can
add to his team a much-feared murderer who is on death row for having, in a
drunken rage, hacked to death his father and his brother during the brother’s
wedding. Bohemy explains that this man, known as The Hatchet (Igor
Angelov), understands lathes and is unusually strong.
The other members of the team are The Needle (Hristo Petkov),
who stabbed to death a grandmother and her granddaughter; The Gypsy (Stoyan
Doychev), also known by his real name, Krasni, who raped a 14-year-old girl;
and The Teacher (Ivaylo Hristov), who serves as a sort of spiritual guide for
the others…
…Remarkably, it’s based on a true story – the film is dedicated to
the real Bohemy. Well, almost true: the bird was a sparrow, not a pigeon, and
less violence was involved in the resolution. While it certainly does not skimp
on that when necessary, it has a lot to say about what it means to be human.
The trapped bird is clearly a metaphor for the prisoners (the title could apply
to both), and that’s perhaps why The Hatchet feels so strongly about its
release, at the risk of his own life. Not everyone agrees with him; among the
group of prisoners, some would like to seize the unexpected chance to escape,
while others want to surrender at the first opportunity, and Bohemy is just
trying to get through the day. Some will not get what they want.
I loved the character work
here in particular. No-one is portrayed as entirely evil; even Vekilsky has
reasons for his behaviour, mostly rooted in an understandable fear of the
prisoners. We gradually learn about the convicts’ backgrounds, as well as their
aspirations – that a child-rapist can be made to seem almost likeable, says a
lot about the excellent work put in by Makariev and his cast. By the end, you
feel genuinely invested in the outcome for everyone, and it’s very much a
bitter-sweet resolution. Albeit one which may leave you with a little bit more
faith in humanity, than you had upon entry.
L’amore fatale – Roger Michell
un salvataggio mancato è il potente inizio del film, poi dopo nessuno dimentica.
e poi c'è un pazzo pericoloso, Parry (interpretato da Rhys Ifans), che si innamora di Joe (interpretato da Daniel Craig).
tutti sono bravi, ma Samantha Morton di più.
buona (inquietante) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film, su Raiplay
Tratto da un romanzo di Ian McEwan, che funge anche da
produttore associato, L’amore fatale è
un film capace di catturare lo spettatore fin dal magnifico incipit. In
effetti, il primo capitolo di Amore fatale è
forse il più bello di tutto il libro ed era assolutamente necessario renderne
l’intensità anche sullo schermo per non perdere subito la forza dell’opera su cui
la pellicola è basata e portare l’intero film al fallimento. E Michell, regista
spesso incapace di esprimere totalmente il proprio talento, realizza una scena
poetica e al tempo stesso sconvolgente, impressionante nella sua forza
drammatica, anche pensando al fatto che usa con eleganza il ralenti e rifiuta le altre tecniche manipolatorie
tipiche del cinema drammatico E il modo in cui Michell e lo sceneggiatore Joe
Penhall raccontano per immagini un romanzo particolarmente ricco di
introspezione come questo di McEwan è efficace per tutta la durata della
pellicola. Con il fattivo supporto dello stesso McEwan, gli autori sono sempre
riusciti a trovare la giusta via per riproporre sullo schermo i discorsi del
romanzo senza diventare pedanti e senza disperdere la forza delle pagine
scritte. Chi ha letto e amato il romanzo ne ritroverà qui lo spirito
perfettamente intatto, mentre chi non lo ha ancora letto si troverà davanti una
pellicola affascinante e intensa, capace tra l’altro di metter voglia di
leggere il libro…
…L’amore fatale è quello non
contraccambiato, subito drammaticamente dall’oggetto del desiderio. Parry è
folle vittima della sindrome di de Clérembault, una forma di psicosi passionale
(scoperta nel secolo scorso dall’omonimo psichiatra) nei confronti di un altro
soggetto, spesso inconsapevole, con ossessione a sfondo religioso. E’ un
amore perdurante in cui ci si sente investiti dalla missione
di rendere consapevole dell’amore l’oggetto della passione. Il soggetto è
persuaso di essere in comunicazione amorosa con l’oggetto d’amore, attraverso
particolari segnali segreti (secondo Parry il modo in cui Joe sposta le tende
dalle finestre di casa è per lui un chiaro segnale di intesa). “Io ti amo e
tu mi ami, e questo è tutto” dice assolutisticamente Parry a Joe; “Dio
solo sa cosa sarei senza di te!” : ecco esplicitato il delirio amoroso a
sfondo religioso, che rende la beachboysiana God
only knows funzionale al messaggio mistico ossessivo…
Nonostante manchi di un perfetto equilibrio narrativo il film
di ha una densità emotiva ed un’efficacia espositiva davvero sorprendenti.
Efficace la recitazione che non cade mai nel
caricaturale, neppure quando si tratta di Ifans.
L'intensità drammatica della pellicola rimane
costante proprio grazie agli interpreti, e grazie alla capacità del regista di
restituire gli stati d'animo più con i movimenti di macchina che con l'uso dei
dialoghi.
Splendida e fortemente suggestiva la sequenza
dell’incidente della mongolfiera.
…Ottima l’introspezione dei protagonisti, sia quella
allucinata di Daniel Craig, altrettanto quella più vicina alla pazzia di
Samantha Morton. Entrambi gli attori, in stato di grazia, sebbene di ognuno,
alla fine si potrebbe raccontare come la storia finisca alla maniera di tutti
insieme disperatamente.
Di grande efficacia l’opera scultorea dello
stesso regista, la sua insistenza sui volti scolpiti, duri e scalfiti fin
nell’interno, attraverso cui ci fa passare dalla biologia alla meccanica
(materialità) dei sentimenti, anche quelli più intimi, celati sotto la dura
roccia della nostra umanità.
Il finale è tutto affidato all’immagine
(iniziale) di una bottiglia di champagne. L’incarto esterno del tappo è ancora
intatto: evidentemente è vero che “tutte le cose hanno un significato per
qualcuno. Tutte le cose accadono per un motivo”.
La bellezza abbagliante della campagna inglese, un bambino su
una mongolfiera rossa che un vecchio da terra non riesce più a controllare,
quattro uomini che corrono in suo soccorso, si appendono alle corde, si
sollevano, oscillano, finché un colpo di vento più forte degli altri li fa
innalzare ancora di più, li costringe a mollare. Tutti tranne uno, che finirà
col precipitare. Cambia così la vita di tutti i personaggi coinvolti
nell’incidente, in quello che è stato definito uno degli incipit più
affascinanti della letteratura contemporanea, un momento di immediata, potente evocazione
visiva. L’amore fatale di Ian McEwan è un romanzo sinuoso,
oscuro e romanticamente disperato, del quale il regista Roger Michell riesce
solo in parte a trasferire sullo schermo le suggestioni. Fin dalla sequenza
iniziale, nata per il cinema, che è bella, ma non riesce a conservare l’impatto
sconvolgente della pagina scritta. Costretto all’inevitabile semplificazione
del flusso interiore ossessionante su cui si costruiscono le dinamiche e gli
interrogativi del romanzo, il film finisce per colorarsi di thriller e per
annacquare invece la lacerante predestinazione melodrammatica del suo triangolo
amoroso. E questo nonostante la bravura degli interpreti, soprattutto Rhys
Ifans, stralunato e persino tenero nei panni del persecutore sentimentale.
giovedì 3 settembre 2026
Krik (Il grido) - Jaromil Jireš
in una Praga senza overtourism, piena di persone normale, il film racconta la storia di due ragazzi che dopo un incontro casuale si sposano. e quando lei è in ospedale par partorite lui la cerca per telefono, non c'erano i telefoni cellulari, per fortuna, da qualsiasi telefono che si trova sotto le mani.
una storia d'amore e anche una storia di speranza, prima dell'invasione di Praga del 1968.
un film che merita, semplice e profondo.
buona (praghese) visione - Ismaele
QUI il film completo, con sottotitoli in spagnolo
Storia di un giorno di importante riflessione e di ricordi
nella vita di una coppia: lei è in clinica in attesa di partorire; lui è in
giro per la città in attesa del lieto evento. Ognuno per proprio conto, torna
con la mente al proprio passato. Pensano al loro amore, ai giorni vissuti
insieme e, contemporaneamente, fanno progetti per il futuro e cercano la
soluzione ai loro problemi pratici e psicologici. La nascita del bambino li riporta
alla realtà del presente e alle probabili difficoltà di un futuro in cui adesso
al primo posto c'è il nuovo nato a cui vorrebbero poter offrire un futuro
migliore e senza guerre
…The Cry focuses
on a relationship of a young married couple, expecting birth of their
first child. While TV-repairman Slávek (Josef Abrhám)
fares between his customers, he keeps trying to call to the maternity hospital
where his wife Ivana (Eva Límanová) lies. For one reason or another,
Slávek never gets the right number or has not enough time to make the important
call and ask if he is already a father. Meanwhile, his wife wonders why he
doesn´t call and if that could mean something. They are both thinking at each
other, remembering moments from their past and questioning their future.
This is expressed by a more or less chronologically sorted
line of flashbacks (mostly from Slávek´s perspective), constantly interrupting
the present-day storyline. Besides it, there are some lyrical shots
of trees accompanied by a fatal soundig Bach´s music, reportage shots of daily
life in Prague, and also some slightly surreal blackouts as, for example, still
frames of kids from some third world country, which altogether make The
Cry more an subjective essay about lives, hopes and fears of certain people in
certain time and place than a traditional plot-driven film…
mercoledì 2 settembre 2026
Den røde kappe (The red mantle o Hagbard and Signe) - Gabriel Axel
la lotta senza quartiere di due clan, la pace ritrovata e poi persa ad opera di uno squallido e del suo sodale cieco che insinuano sospetti e minacce (oggi diremmo che si comportano come gli inglesi, dove passano loro scoppiano le guerre, si sa).
non ci sono castelli, solo stazzi dispersi nella campagna, e c'è anche la storia di Romeo e Giulietta (anche Shakespeare aveva letto quella storia islandese) e nella sua essenzialità e profondità il film lo possono capire in qualsiasi parte del mondo.
come nella storia di Ulisse (e come oggi, l'uomo non cambia mai) la fine è un bagno di sangue, e l'eroe vince, ma Signe muore.
un gioiellino senza tempo, promesso.
buona (vendicativa) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo, con sottotitoli in inglese
…The picture is fascinating. It is Romeo and Juliet
drama performed in Swedish by a small cast. It was co-produced by a
Swedish-Danish-Icelandic company, and photographed in magnificent natural
colors against the bleak spendor of an Icelandic mountainside.As a tender love
drama of two youngsters that surges and explodes with the hate and vengeance of
two warring clans, the story unfolds awash in a flow of crimson. Some of the
mayhem—two decapitations and continual skewerings—is horrifying.Yet the context
of the film and the integration of its components make for such simple
affecting unity and visual impact, that no one should miss it…
…The storyline has the familiarity of a classic
archetype but director Axel makes it fresh and engaging with a visual approach
that emphasizes the volcanic landscapes of Iceland (where it was filmed) and
the physical actions and behavior of the main characters. Dialogue is used
sparingly and the sound design is particularly evocative of another time with
its mixture of clattering swords and armor, horses snorting and galloping, the
crashing surf and discordant musical cues that utilize horns, a solo piano and
male and female choruses…
scrive
Roger Ebert:
“Hagbard
and Signe” is a beautiful, lean, spare film, which reaches back into the
legends of the past to find its strength. I think it must be reckoned the sleeper
of the year; I had not heard of it previously, either under the present title
or as “The Red Mantle” (its title as the Danish entry at Cannes).
Director Gabriel Axel set his
story in the year 1100 and shot entirely on location in Iceland to find the
virgin landscapes of the middle ages. His experiment was a splendid success:
From scenes of conflict, the camera often looks up to unbroken panoramas of
mountains, ice, mist and tough green vegetation.
The plot
has the simplicity of legend, as if it had been retold for many years until
only the most important contours remained. The film involves three brothers who
come to avenge their father’s death.
They
fight the king’s three sons with sword and spear, but the match is a standoff,
and at day’s end the king declares a truce. The brothers spend the night at his
castle. One of them, Hagbard, falls in love with the king’s daughter, Signe,
and she with him.
What
follows has its roots in a dozen folk tales from as many lands; I would rather
praise the marvelous craft of this film. There is a battle scene halfway
through that is among the most perfect and brutal I have ever seen; it ranks
with the battle in Orson Welles’ “Falstaff.”
In most
battle scenes, we become aware that we are shown first one swordsman, then the
other, but never both actually chopping at each other. Here, however, we are
drawn right in to the heart of battle. Then there are the horses; enormous,
muscular, slow, strong war-horses. Not since the short “Dreams of the Wild
Horses” have horses been shown with such effect in film.
The
actors are more than accomplished. The king and queen are played by Gunner
Bjornstrand and Eva Dahlbeck, two veteran
members of Ingmar Bergman’s repertory company. The young lovers are physically
and spiritually lovely: Gitte Haenning (Signe) is a greater beauty, in my
eyes, than Pia Degermark of “Elvira Madigan.”
Two more
things need to be said. The dialog is rare and sparse; for long passages, we
hear nothing but natural sounds, and when the characters do speak they say only
what is necessary. This helps to establish the film as legend; talking too much
would only get us bogged down. The other thing that must be mentioned is the
photography by Henning Bentsen. He places us so firmly in the breathtaking
lonely vastness of Iceland that we can believe only heroes could inhabit this
land.
martedì 1 settembre 2026
The wave - Roar Uthaug
prima di The quake Kristian lavorava in un ufficio che monitorava la situazione di un costone di una montagna, poteva crollare in un fiordo.
e come ci si poteva attendere la montagna si spezza e crolla, provocando uno tsunami devastante.
Kristian è l'eroe che salva molte persone e sopratutto la sua famiglia.
non è un capolavoro, ma ha la giusta dose di catastrofe e adrenalina che tiene incollati allo schermo.
buona (eroica) visione - Ismaele
QUI si può vedere il
film completo
…Produzione interamente norvegese, che ricalca l'iter di quelle
mainstream, ma lo fa nel complesso con molto meno retorica. Utahug prima
incornicia il fiordo con delle riprese aeree mozzafiato riempiendo gli occhi
con un paesaggio da cartolina, poi lo demolisce con un disastro che restituisce
una Norvegia desolante e funerea, grazie ad alcune inquadrature che ricordano
la "Raccoon City " di Resident Evil, un vero inferno tra fiamme,
polvere ed un sapiente uso della luce. Molto bella la scena dello tsunami, da
seguire tutta d'un fiato (guardatevi bene la scena dell'auto che si ribalta).
Tutto scontato e prevedibile ovviamente, ma almeno ci vengono risparmiate le
lungaggini narrative di Emmerich. Finale al marzapane consolatorio come regola
Blockbuster impone.
Poco male, per un film che non offre nulla di più rispetto al solito
copione da disaster movie (ma neanche nulla di meno), con personaggi che si
affannano a restare vivi e che scontano i soliti luoghi comuni, ma almeno non
dilapida budget faraonici (il film è costato 6 mln).
Mettete il pilota automatico e vedetevi il film se vi piace il
genere. Una sei meno meno.
…Un tracollo completo, e non parlo della falda che ha provocato lo tsunami, quello che viene fatto per rimediare un finale happy and, che nemmeno il più radicale degli spettatori di disaster movimento avrebbe preteso. Auspicarsi che almeno uno dei protagonisti muoia non
è bello, ma nemmeno lasciarsi andare all'improponibile salvataggio in extremis che ci viene proposto. Il ridicolo
(anche quando è inconsapevole ) strappa almeno un'amara risata liberatoria, che consola in parte alla delusione per un'occasione persa per non aver assistito ad un film catastrofico finalmente europeo.
domenica 30 agosto 2026
Ulisse – Mario Camerini
anche in Italia sono stati girati dei kolossal, come il grande Ulisse di Mario Camerini.
Kirk Douglas (avversario del maccartismo e amico di Dalton Trumbo (leggi qui), è Ulisse, e la storia omerica viene interpretata in maniera indimenticabile.
ottimi tutti gli altri attori e attrici, SIlvana Mangano interpreta Penelope e anche Circe.
un film da non perdere, promesso.
buona (Kirk) visione - Ismaele
QUI, su Raiplay, e QUI si può vedere il film
…Viene
rappresentato un Ulisse molto legato all’immaginario degli
anni Cinquanta, tanto dal punto di vista fisico quanto da quello psicologico. Nonostante la rilettura cinematografica,
la sua caratterizzazione rispecchia in molti aspetti la figura dell’Ulisse omerico.
L’eroe appare infatti duro, categorico, superbo e segnato dalla hybris; non
è soltanto astuto, ma anche arrogante.
Ed è proprio
attraverso questa caratterizzazione che la componente umana diventa centrale. L’eroe
non viene presentato come una figura perfetta e distante, ma come un uomo
capace di errori, debolezze e contraddizioni. La fragilità emerge
soprattutto nell’incontro con Circe, dove l’astuzia di Ulisse lascia
spazio alla tentazione e alla vulnerabilità. Il film riduce inoltre
notevolmente la presenza fisica e diretta delle divinità, rendendo il racconto
più umano. Il conflitto diventa soprattutto terreno e psicologico.
Kirk Douglas
è particolarmente efficace proprio in questo aspetto. La sua interpretazione mette in
luce tanto i lati positivi quanto quelli negativi del personaggio, fino al
culmine rappresentato dalla spietatezza della scena finale, quando Ulisse affronta
i pretendenti nel palazzo di Itaca.
Questa forte
concentrazione sul protagonista è allo stesso tempo uno dei punti di forza e
uno dei limiti del film. Ulisse domina quasi completamente la narrazione, mentre
il senso dell’attesa, del ritorno e della separazione da Penelope rimane
più marginale rispetto alla centralità dell’eroe.
Un classico
da riscoprire
Ulisse è un film cult del cinema
italiano degli anni Cinquanta e rimane un’opera di grande livello, capace di
unire spettacolo, avventura e interpretazioni memorabili. Il principale limite è la
semplificazione della storia omerica e il taglio di numerosi episodi, ma la
qualità della messa in scena è tale che, una volta entrati nel suo mondo, si
vorrebbe quasi che durasse molto più a lungo.
È uno di
quei film che, nonostante gli oltre settant’anni trascorsi, riescono ancora a
dimostrare quanto il cinema italiano sapesse costruire grandi spettacoli
destinati al pubblico internazionale, e continua ancora oggi a contare molti
affezionati.
Sostanzialmente considerato il primo kolossal del dopoguerra Made in Italy (inteso
prodotto da italiani e quindi non solo girato in Italia con soldi stranieri) l’Ulisse di Camerini è un bell’esempio di rappresentazione
del capolavoro di Omero che, nonostante le necessarie semplificazioni imposte
dallo strumento cinematografico, dimostra una grande sensibilità verso i propri
personaggi. Precisiamo che rispetto ai magniloquenti prodotti d’oltreoceano, il
budget a disposizione da De Laurentiis e Ponti è tutt’altra cosa: basta
osservarne la durata, ben lontana da quelle dei kolossal coevi hollywoodiani,
per constatare che la vicenda ha dovuto necessariamente comprimere o scartare interi
episodi nonchè semplificarne altri, così come sono ben contenute le scene di
massa. Ma questo non è assolutamente un difetto per un genere di film che a un
certo momento sembrava fare gara a stordire lo spettatore con sequenze sempre
più spettacolari; difatti si può constatare invece una volontà di dare spessore
ai protagonisti e tutto sommato forse anche il ritmo della storia ne ha
beneficio. Si possono apprezzare sia delle intrepretazioni accorate, ad esempio
Kirk Douglas, in splendida forma fisica passa dall’esuberanza del suo
personaggio (colpevole di momenti di alterigia verso Nettuno) a momenti di
malinconia (l’incontro con Telemaco o con Argo) o ad altri di profonda
riflessione con l’eroe che decide di rinunciare all’immortalità offertagli da
Circe. Anche il resto del cast è eccellente: vediamo un prorompente Anthony
Quinn in un ruolo arrogante e feroce e Silvana Mangano, all’epoca una star dopo
le prove in film come Riso amaro, che qui assurge ad un ruolo nobile e
orgoglioso. Le trovate registiche peraltro non mancano, l’idea stessa di far
interpretare due ruoli, quello Penelope e Circe, a Silvana Mangano creando un
perfetto bilanciamento tra le due figure femminili che attraggono il
protagonista è uno spunto meraviglioso…