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Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
venerdì 12 giugno 2026
giovedì 11 giugno 2026
Hukkle (Singhiozzo) - György Pálfi
in un paesetto di campagna (ungherese, ma le facce sembrano le stesse dei nostri paesi) non succedono molte cose, ma succedono tutte le cose.
nel film ci sono pochissime parole, molti singhiozzi, moltissimi suoni e versi di animali.
e in quel paese si muore, in un modo non troppo misterioso, per noi che vediamo il film.
un opera prima davvero buona e interessante.
buona (silenziosa?) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo, senza bisogno di sottotitoli
Hukkle(singhiozzo) è il primo lungometraggio di Gyorgy Pàlfi che già avevo
adorato nel folle Taxidermia di
qualche anno successivo a questo.
Partendo da un villaggio ungherese immerso in
una campagna rigogliosa e i cui abitanti sono impegnati nelle attività lavorative
e ludiche che scandiscono una normale routine quotidiana, il film di Palfi è un
bizzarro melting pot tra sguardo documentaristico e racconto di fiction.
Hukkle formalmente è un film senza dialoghi( a parte la parole
pronunciate nel finale dal coro mentre intona le canzoni alla festa, parole che
comunque riescono a chiarire qualcosa) ma non è un film muto.
E' un film dove il sonoro assume massima
importanza(come ad esempio in Tati a cui più volte questo film rimanda) e che è
scandito come un metronomo dal ritmo del singhiozzo che affligge il vecchio che
vediamo all'inizio del film mettersi placidamente sulla panchina fuori della
sua casetta bianca, quasi una casetta delle fiabe.
Un punto d'osservazione decisamente
privilegiato.
Introdotto da una suggestiva sequenza che fa
intuire il processo di exuvie di un serpente e con una cinepresa che spesso si
mette ad altezza d'animale rasentando l'effetto Microcosmos( bellissimo documentario di Claude
Nuridsany e Marie Perènnou,visto anche qui da noi) il film di Palfi ha un modo
estremamente originale di proseguire usando il meccanismo dell'associazione
logica, quasi una reazione a catena che in questo modo riesce a dare uno
sguardo complessivo a quello che accade nel paese.
Però...però..c'è anche qualche altra cosa che
distacca Hukkle dall'essere un
documentario.
Una donna armeggia con una bottiglietta di cui
ignoriamo il contenuto,ne versa nel cibo di suo marito e parte di quel cibo
viene pure consumato da un bambino e da un gatto.
Bara bianca e morte del gatto in preda a
convulsioni.
Gli uomini(pare solo loro siano colpiti)
muoiono, cadono come mosche, si abbattono come pioppi tagliati alla base.
E colpisce anche come una sequenza che
apparentemente non ha significato particolare assume tratti realmente inquietanti.
Il verro da monta prima accompagnato sempre dal
suo padrone che lo conduceva agli accoppiamenti ora vaga da solo per il paese
con andatura zigzagante.
Che fine ha fatto il padrone? E che verrà a
sapere il poliziotto che sta indagado?
Hukkle è ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto:un gruppo di
donne ,chiamate le avvelenatrici di Nagyrev capeggiate dalla misteriosa Giulia
Fazekas ,tra il 1914 e il 1929 riuscì ad avvelenare circa 300 uomini per
vendicarsi di soprusi subiti, sfrondando così diversi alberi genealogici.
Nel film di Palfi non c'è nessuna deriva pulp o
splatter: è solo uno sguardo, filtrato attraverso una lente grottesca,
sull'insensatezza a cui può arrivare l'uomo(la donna in questo caso).
Noi vediamo solo gli effetti, nessuna volontà di
procurare shock epidermici gratuiti ma solo una sana , ribalda voglia di
stupire e magari anche di sorridere a denti strettissimi per quello che accade.
Hukkle è un film dalla polifonia sgraziata garantita da tutti gli
elementi di un villaggio prigioniero di un caos scandito dal ritmo di un
singhiozzo.
Una pellicola decisamente originale di cui è
difficile anche descrivere le affinità stilistiche con altre opere.
https://www.filmtv.it/film/33365/hukkle/recensioni/591213/#rfr:none
…L'occhio da
entomologo del regista scava sui volti degli abitanti, sui tanti animali
testimoni del progredire dei giorni e di eventi apparentemente insignificanti.
Poi, però, ci si rende conto che lo sguardo documentaristico di Gyorgy Palfi
è solo un pretesto e nasconde una sottile vena caustica. Il film si
trasforma infatti, in modo totalmente inaspettato, in una sorta di thriller.
Sicuramente originale lo stile adottato dal regista e interessante l'idea di
spiazzare lo spettatore dopo averlo confuso. Le troppe divagazioni, però, con
tante immagini belle e ben fotografate, non aggiungono a posteriori nulla alla
narrazione e, pur svolgendo la funzione di disorientare, paiono gratuite. Tanto
che l'inatteso cambio di registro arriva ormai fuori tempo limite. Privo di
dialoghi, il film si affida solo alle immagini e agli effetti sonori. Più
efficace laddove è la natura ad essere protagonista, perde spontaneità in primi
piani ed espressioni che rivelano l'artifizio.
1h15 d'un fluide hoquet visuel et sonore suffisent à nous
enivrer dans ce premier film de György Pálfi. Ce cinéaste hongrois de 29 ans
nous emmène dans un ovni cinématographique au comble de sa poésie, dans une
histoire empreinte à la fois d'humour et de noirceur. Tout s'enchaîne comme
dans une partition, chaque image fonctionnant telle une note qui en appelle une
autre. Evoluant de fil en aiguille, l'image et le son nous tissent une toile
infinie, créant, trouvailles après trouvailles, des liens surprenants qui nous
font par exemple passer d'une boule de jeu de quille à un gros plan d'énormes
testicules de porc !
Le sujet est une série de crimes, pourtant c'est bien de la
vie dans sa globalité dont nous parle Pálfi. La mort n'est ici qu'un événement
parmi d'autres, rythmant la vie du monde qui nous est offert à voir et à
entendre. La caméra s'attarde tour à tour sur des hommes et des femmes, jeunes
et vieux, mais aussi sur une quantité incroyablement variée d'espèces animales
(du serpent à la taupe en passant par la coccinelle, le chat ou encore la
cigogne) et végétales (muguet, arbres, etc). "Hic" est aussi
régulièrement parsemé de sublimes très gros plans, nous montrant les détails de
cette vie si diversifiée, jusqu'à la rendre parfois presque abstraite.
Mais finalement tout contribue à faire du spectateur le
principal enquêteur dans une histoire complexe dépourvue de dialogues où chacun
doit se fier à sa propre perception des images et des sons. Un fascinant jeu de
piste où fourmillent les indices, à mille lieues de ces films américains où le
spectateur n'est qu'un œil voyeur complètement manipulé par l'investigation des
personnages principaux. Ici pas de personnage principal, si ce n'est nous-même
!
https://www.abusdecine.com/critique/hic-de-crimes-en-crimes/
martedì 9 giugno 2026
lunedì 8 giugno 2026
domenica 7 giugno 2026
La scelta di Joseph - Gilles Bourdos
il film è un rifacimento del film di Steven Knight (che nel film francese partecipa alla sceneggiatura).
Vincent Lindon, unico protagonista in carne e ossa, regge sulle sue spalle tutto il film, in maniera egregia.
anche se uno ha già visto il film con Tom Hardy, con Vincent Lindon non sarà deluso, promesso.
buona (responsabile) visione - Ismaele
…Difficile ascrivere particolari
meriti a Bourdos, che saggiamente, e per non far danni, rispetta al massimo la
precisione degli ingranaggi narrativi di Knight, riprendendone anche lo stile fluido
di regia, fatto di melliflue transizioni notturne tra i riflessi dell'abitacolo
e le luci artificiali dell'autostrada. Quello del "thriller al
telefono" - in cui la dialettica deve sopperire all'azione - è un
sottogenere che ha una sua tradizione specifica, da In linea con l'assassino fino a esempi recenti
come The guilty (anch'esso poi fatto oggetto
di remake). La particolarità dell'opera del
2013 è di non farne una questione di vita e di morte in senso letterale; non ci
sono omicidi da sventare o corse contro il tempo, soltanto un uomo di grande
rettitudine morale che fa una scelta difficile e ne accetta le conseguenze.
La sola vera novità è il protagonista, unico attore in scena e quindi fattore
cruciale per la riuscita del film. In Locke c'era un Tom Hardy insolito, lontano dai personaggi sopra le righe che
all'epoca interpretava spesso, e per questo ancor più d'effetto nei panni di un
uomo guidato da null'altro che dalle sue pacate certezze. In questo remake
vediamo invece Vincent Lindon, forse la scelta più naturale nel panorama
francese quando si cerca un interprete intenso e magnetico.
Una scelta che però invecchia il
personaggio di una trentina d'anni, e dona quindi sfumature diverse al rapporto
con la moglie e con la donna con cui ha avuto una relazione di una notte. Anche
il motore psicologico del rapporto con un padre assente a sua volta (una scelta
di scrittura un pochino comoda ma che si perdona con piacere vista la natura
teatrale dell'opera, che la inquadra con dei monologhi indirizzati allo
specchietto retrovisore) ne trae un equilibrio nuovo e un'immedesimazione ancor
più diretta, da padre a padre piuttosto che da padre a figlio.
…Il film si colloca così in una zona precisa del cinema
contemporaneo: quella in cui il dispositivo narrativo non serve a risolvere un
conflitto, ma a renderne visibile l’irriducibilità. La restrizione dello spazio
non è più una condizione eccezionale, bensì la forma stessa della
responsabilità moderna: uno spazio ristretto in cui le decisioni non possono
essere diluite, rimandate, delegate. Joseph non è chiamato a “fare la cosa
giusta”, ma ad assumere il costo della coerenza, senza che questa produca
salvezza o compensazione. In questo senso, La scelta
di Joseph mette in scena una crisi silenziosa dell’etica
del lavoro: non il suo fallimento, ma il suo limite. Il lavoro continua a
fornire identità, ordine, senso, ma non protegge più dall’esposizione morale.
Non c’è competenza che possa assorbire il danno, né razionalità che possa
neutralizzare le conseguenze. Questo cinema, qui, non promette catarsi né
redenzione, ma misura il punto esatto in cui l’agire smette di coincidere con
il giustificarsi. È in questo scarto, e solo in questo, che il film trova la
propria necessità.
…Sebbene
l’estrema mimesi della vita che si evince dalle conversazioni del protagonista
e dalla camera centrata sul corpo, sulla gestualità e sulla mimica dell’attore
– prova superbamente calibrata di Lindon – denoti un appiattimento realistico,
senza mai cadere nella noia o nella perdita di attenzione, l’effetto è
piuttosto quello di una superficie specchiante dove in un’apparente naturalezza
vediamo ciò da cui siamo comandati senza saperlo. Il paradosso della voce
elettronica che il protagonista comanda chiedendo all’assistente virtuale di
inoltrare di volta in volta le chiamate, ci rivela questo rovesciamento.
E viene da
chiedersi alla fine del film, con l’irruzione di una nuova voce, il pianto di
un neonato, voce che non dice niente, tutt’uno con un corpo, se non sia il
viaggio di ritorno all’origine del protagonista, un’origine modificata da una
variazione della dialettica con l’Altro. Un non senso fatto proprio. Così come
ciascuno spettatore può incontrare il finale nella singolarità assoluta della
propria origine.
…Interessante notare con la sceneggiatura di
Knight non sembri essere lontana dal diventare come una partitura, su cui un
musicista può suonare il suo lungo assolo e un attore può misurare a pieno il
suo talento senza troppi orpelli cinematografici. Un cinema di
espressioni, di battute, di micro-movimenti e di reazioni, coagulate in un
sistema di telefonate a rima incatenata che dinamicamente portano la storia a
schiudersi e disvelarsi. In questo senso, si potrebbe dire che Vincent
Lindon giochi in casa, che questo sia il suo pane. Certamente più sorprendente
fu vedere Tom Hardy alle prese con un ruolo che richiedeva una presenza tecnica
di quel genere. Riusciva a sporcare il personaggio con dei silenzi, degli
sguardi nel vuoto e dei riflessi che apportavano una sfumatura di mistero
agghiacciante e imperscrutabile. Come se fosse troppo giovane per seguire quel
lucido rigore e l’onestà di dire sempre la verità.
Come se in fondo nascondesse un nodo
irrisolto di follia. La scelta di Joseph, d’altra parte, sposta
l’asse anagrafico e guadagna maggiore credibilità nella rappresentazione di un
personaggio tutto sommato risolto e fin troppo umano, qua e là persino goffo,
ma proprio per questo più vulnerabile e fragile all’umiliazione di mettersi a
nudo. Un padre navigato che in una notte ritorna figlio e sfida
apertamente il suo, di padre, come se lo stesse guardando e giudicando dal
sedile posteriore. Una voce col fiato sul collo da una parte e
un’occasione ideale per metterla a tacere dall’altra. Serpeggia addirittura il
sospetto che Joseph abbia messo incinta quella donna sconosciuta soltanto per
rimediare allo sbaglio e riconoscere il bambino, come non avrebbe fatto suo
padre…
sabato 6 giugno 2026
HEN - Storia di una gallina - György Pálfi
chi non
va vedere Hen non sa cosa si perde.
una
gallina rifiutata perchè nera fa la sua vita, gira, viaggia, fa le uova, mangia, cerca di sopravvivere, e ci riesce.
il mondo umano è proprio una merda, campi di sterminio come sono i mattatoi e campi di concentramento come sono i capannoni delle galline da uova, traffico di esseri umani, violenza senza fine.
ma la nostra gallina (che poi sono otto) sopravvive al mondo terribile nel quale le tocca vivere.
se l'Oscar si ricorda, queste otto galline dovrebbero avere il premio ex-aequo come migliori attrici protagoniste, il mio voto è per loro, senza dubbio.
il film si può vedere solo in una trentina di sale, cercatelo e godetene tutti.
buona (nonumana) visione - Ismaele
…L'intero film è girato senza l’uso di CGI o intelligenza artificiale; HEN è un film realizzato con animali veri, protagonisti di un lavoro straordinario di addestramento e messa in scena a cura di Árpád Halász, addestratore ungherese che ha lavorato anche sui set di di altri celebri film come Alien, Romulus, Midsommar, Crawl e Blade Runner 2049.
Otto galline –
ciascuna con caratteristiche e abilità diverse – danno vita a un’unica eroina e
il risultato è un’opera
sorprendente, che
ribalta il punto di vista tradizionale e invita lo
spettatore a guardare il mondo da una prospettiva inedita (come già ci invitava
a fare Lev Tolstoj nel lontano 1876 con il suo racconto Storia di un cavallo).
Feri –
La leader, la geniale, l’eroina senza paura. Feri era il cervello e il cuore
del personaggio. Ha imparato ogni percorso, attraversato ogni terreno e sapeva
sempre cosa fare. Coraggiosa, intelligente e velocissima a imparare: l’anima
del ruolo.
Anett –
La stratega, precisa e calma. Intelligente e riflessiva. Le sue scene immobili?
Inscalfibili.
Nóra –
La migliore attrice di tutte, con espressioni quasi umane. Non si limitava a
guardarsi intorno… recitava con gli occhi. Una vera presenza sullo schermo.
Il cast di supporto
Eti –
Correva, volava, saltava. Instancabile, per oltre un’ora. Maestra nei salti dal
nido, su e giù, take dopo take. Una vera atleta.
Szandi –
Poteva restare immobile su un fianco come una professionista. Non aveva molte
altre abilità, ma quando serviva una gallina che fingesse di essere morta, lei
lo faceva al 100%.
Enci –
Non si affrettava mai. Quando era necessario camminare lentamente e con
decisione, Enci interveniva con… i suoi tempi. Per quei momenti in cui
servivano grazia, calma e… lentezza.
Eszter –
Accovacciata durante raffiche di vento, droni e ventilatori in rotazione:
impassibile.
Enikő –
La passionale. Poteva beccare su comando, o meglio, su qualsiasi cosa. Non
importava cosa ci fosse davanti a lei. Se una finestra era chiusa, ci avrebbe
provato lo stesso. Rumorosa, caotica, inarrestabile.
I galli
Árpi –
Doveva essere il re del pollaio e ha rifiutato di cedere a chiunque tranne a
Laura, la gallina dal collo spennato dei suoi sogni. Devoto al suo ruolo di
gallo innamorato di una sola gallina. Emotivamente indisponibile. Intensamente
leale. Possibile genio incompreso.
Rozsdás –
Gestiva il proprio harem e credeva con orgoglio che ogni gallina fosse sua.
Iniziava tutti i cori di sottofondo su comando per incoraggiare delicatamente
il canto riflessivo di Árpi. Sempre pronto a esibirsi. Sempre un po’ troppo
pronto.
…Pálfi non
si limita però al didascalismo dell’assimilazione uomo-animale, che anzi rimane
piuttosto superficiale rispetto alla connotazione antitetica del rapporto tra
la gallina e le persone con cui viene a contatto.
L’uccello è innanzitutto
presentato come vittima incolpevole e inconsapevole del mondo circostante, dove
i predatori naturali lasciano presto spazio all’insensibilità dell’essere
umano.
Assumere il suo punto di vista
significa accendere i riflettori sullo sfruttamento quotidiano a cui viene
sottoposta, immergendola in una dimensione emotiva propria che, seppur
prettamente artificiale, funge da espediente perfetto per denunciare la
noncuranza e l’oppressione spesso riservate con automatismo a un animale da
cortile.
Salvo un unico personaggio capace
di dimostrare dell’empatia nei suoi confronti, tutti gli altri umani sono
infatti nemici impietosi con cui si generano situazioni antagonistiche che il
regista sa sfruttare abilmente a livello cinematografico.
Il modo in cui viene dipinta la
protagonista di Hen
- Storia di una gallina smentisce il falso mito sulla
scarsa intelligenza del pennuto, giocando attraverso la sua astuzia per
trasformare momenti intrisi di reale drammaticità in irresistibili scene di
comicità slapstick o viceversa, mantenendosi nei limiti della credibilità pur
spingendo costantemente sui toni dell’assurdo.
Un turbinio instabile e
sorprendente, in cui il contrasto tra gallina e uomini crea una pungente
matrice dark comedy, che esalta le capacità cognitive dell’animale e ne
dichiara con veemenza una certa superiorità morale e intellettiva…
…Dopo la
coraggiosa fuga dall’allevamento intensivo, la nostra eroina piumata trova
rifugio nel cortile di un ristorante fatiscente. In questo microcosmo scopre
l’amore, impara a navigare la rigida gerarchia del pollaio e lotta con le
unghie e con il becco per proteggere le sue uova.
Sullo sfondo di questa
incredibile avventura, la vita degli umani segue il suo corso drammatico. Tra
piccoli e grandi imprevisti, la gallina si ritrova – a volte ignara testimone,
altre volte elemento scatenante – coinvolta in una rete clandestina di traffico
di migranti. La sua odissea, ironica e toccante, si trasforma così in una
potente metafora delle disuguaglianze, delle ingiustizie e delle lotte
silenziose che segnano la nostra società.