giovedì 6 agosto 2020

Chernobyl - Johan Renck

(creata da Craig Mazin)

tratto da Preghiera per Cernobyl', imperdibile, di Svetlana Alexievic, Premio Nobel per la letteratura nel 2015.

 il film (o miniserie) da 5 ore non si dimentica facilmente, anzi per niente.

Stellan Skarsgård, Emily Watson (già insieme nel capolavoro di Lars Von Trier, Le onde del destino), e Jared Harris sono gli straordinari interpreti del film.

appaiono, in una puntata, anche Fares Fares e Barry Keoghan.

tanta generosità e incapacità è difficile vederle insieme.

nel 1986 era un evento lontano, poi col tempo abbiamo capito, e questo film aiuta.

tutto funziona, tante scene sono indimenticabili, come la serie completa, direi.

cercatelo, e godetene e soffritene tutti, tempo davvero ben speso, promesso - Ismaele

 

 

La regia meravigliosa, la ricostruzione delle location, dei costumi e delle tecnologie, la fotografia, la colonna sonora (in cui oltre alle musiche vorrei segnalare i rumori), gli attori, la perfezione dei dialoghi (miodio), il saper quasi affrontare in un simil documentario tutti i generi cinematografici, c'è di tutto.

Ma la cosa più commovente è una cosa nascosta, non sono le emozioni di ciò che vedi ma un'altra cosa.

E' la cura.

Prendete solo l'episodio finale.

E' quasi di sole parole.

Oltre al coraggio dell'operazione (mettere come episodio finale quello sulla carta meno emozionante e statico) c'è da ringraziare in ginocchio nel constatare quanta cura e attenzione ai dettagli sia stata messa in questa sceneggiatura, quanto studio, quanto rispetto, quanta voglia di raccontare la verità senza troppi politicismi (la serie distrugge ed esalta il popolo russo in un perfetto equilibrio).

Lo spettatore sta mezz'ora a sentire Legasov parlare di cose di cui non capisce un cazzo.

E prova emozioni indescrivibili, e questo è solo merito di una sceneggiatura incredibile che ci ha portato ad amare in modo infinito quel personaggio, a tifare per il suo coraggio, ad appassionarci di reattori, fissioni e noccioli perchè abbiamo visto per 5 ore persone meravigliose cercare in tutti i modi di capire quello che fosse successo in quel disastro…

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La cura del prodotto, sia per quanto riguarda la scrittura che la regia, è notevole, dal comparto degli effetti speciali, con una ricostruzione pressoché perfetta della centrale, alla fotografia, cupa e grigia che trasporta totalmente lo spettatore all’interno della scena. Le prestazioni del cast sono davvero ottime, rette in maniera preponderante da Skargaard, Harris e Watson, notevole anche il resto del cast. Una serie spettacolare e terribile, in grado di suscitare ancora curiosità e dubbi nonostante siano passati più di trent’anni, riportando le menzogne e la paura di un disastro frutto d’impreparazione ed errori fatali. Chernobyl ha avuto il successo che meritava, riuscendo ancora oggi a far pensare e, al termine, a farci domandare “Qual è il costo delle bugie?”. Quella notte dell’86, forse, è la risposta.

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Chernobyl è una miniserie che tutti dovrebbero guardare. I perché sono numerosi, il punto però è che in questo caso non si parla di intrattenimento, ma della storia dell’umanità. Un evento tragico come questo incidente ha cambiato la vita di innumerevoli persone e Chernobyl, senza voler strafare o pompare l’accaduto, con semplicità e rigore illustra i fatti egregiamente. In soli cinque episodi assistiamo ad una storia tanto tragica quanto incredibile. Ogni episodio riporta un lasso di tempo che è trascorso dalla notte del 26 aprile 1986 e che ha generato diversi problemi e conseguenze fatali. Ogni episodio presenta un problema di natura meccanica o fisica, che si deve risolvere nel minor tempo possibile per poter prevenire danni ulteriormente devastanti. I personaggi che seguiamo diventano quindi i tecnici presenti nella centrale, un fisico mandato sul posto insieme ad un politico e tutto il personale militare.

Lo show non è per stomaci deboli. I danni riportati dalle radiazioni, soprattutto dal personale presente e dai vigili del fuoco ci vengono mostrati senza censure. Come un corpo venga devastato dalle radiazioni, come rapidamente smetta di esistere. A causa di un errore, anche senza sapere di quale natura e per quale motivo, in molti hanno sofferto, in molti hanno perso la vita. E chi bisogna incolpare? Chernobyl non punta il dito con la narrazione, ma lascia che siano i fatti a farlo. Con una cura per gli eventi e per i dettagli quasi maniacale pian piano svolge la matassa, sino ad arrivare al quinto episodio, dove ormai il quadro è completo. Tutto è stato studiato: la successione degli eventi, i vari personaggi, gli errori, le misure di contenimento, la negligenza, l’ottusità dei politici. Abbiamo davanti un lavoro enorme. Con grande sorpresa, anche se non si è un fisico nucleare, gli episodi spiegano le problematiche con una chiarezza tale da comprendere ogni aspetto scientifico…

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In Morte di Federico Fellini - Sergio Zavoli


mercoledì 5 agosto 2020

First Reformed - Paul Schrader

i film di Paul Schrader hanno un'aura di classico.

è un film morale, nel quale le scelte non sono semplici o innocenti.

c'è un peso da portare, da sostenere, e ciascuno deve fare la sua parte.

Ethan Hawke, il reverendo Toller che scrive il diario, è da premio Oscar, senza dubbio.

è tormentato, e poi si scopre perché.

e l’offesa continua e irreversibile al mondo e alla natura è terribile e a suo modo anche Toller prende posizione.

un film da non perdere - Ismaele

 

 

 

 

urgenza che vibra nelle immagini di First Reformedfilm in cui il regista avvera l'appuntamento a lungo rimandato di rifare il proprio personale Diario di un curato di campagna dell'amato e ammirato Bresson. Quella che compie padre Toller è un'avventura mistica sul cammino dell'agonia di Cristo, rosa dalla doppia tentazione del dubbio e della disperazione, del tutto simile a quella vissuta dal curato di Ambricourt. Come lui si impone l'esercizio della scrittura, attraverso il quale fissare indelebilmente il proprio travaglio, nel quale si lega intimamente il dolore fisico, anche qui causato da un cancro allo stomaco, alla sofferenza morale, conseguenza di un duplice sentimento, quello della solitudine sociale e dell'abbandono di Dio.

Parafrasando il Borges di Pierre Menard, Schrader non vuole però comporre un altro Diario ma il Diario. Inutile specificare che egli non ha mai pensato a una trascrizione meccanica dell’originale: il suo proposito non è di copiarlo. La sua ambizione è quella di “farlo”. Quello a cui il regista si arrischia è un processo di “mimesi assoluta”, di “transustanziazione”, cioè, d'identificazione totale con il suo autore di riferimento. Schrader non vuole raggiungere l'obiettivo diventando Bresson; egli rinuncia a questo approccio. Invece, vuole rimanere Schrader e arrivare al Diario attraverso le proprie esperienze…

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Il gesto del singolo si rivela necessario per superare l’orizzonte del dominio del nulla nella realtà. Una prospettiva quasi cristologica che, più che all’onnipresente Travis Bickle di Taxi Driver [id., Martin Scorsese, 1976], apparenta il reverendo Toller di First Reformed al protagonista di un grande e purtroppo sottostimato film sceneggiato da Schrader negli anni Settanta: Rolling Thunder [id., John Flynn, 1977]. 

Ma come superare l’ambiguità di una pulsione all’autodissoluzione che si trasforma in fondamentalismo? Non basta più, come ai tempi di American Gigolo, il riconoscimento salvifico – bressoniano – della grazia. Ancora una volta, il sacro raggiunge la concretezza di una dimensione materiale e tangibile, manifestandosi attraverso la riscoperta dell’amore terreno. L’amore carnale, in questo senso, supera la sua condizione di surrogato dell’amore spirituale per diventare contemporaneamente strumento di riscatto personale e antidoto alla “malattia” del mondo (di cui la malattia del protagonista è una sorta di succedaneo). 

Attraverso una sorta di rituale mistico-trascendente – quasi suggellando il sogno di Mishima d’imprigionare nella forma il flusso “energetico” della vita – Toller e Mary (due nomi probabilmente non casuali: se l’ascendenza biblica del secondo è più scontata, il primo rimanda evidentemente al noto scrittore e rivoluzionario tedesco morto suicida Ernst Toller9) trovano una sorta di riconciliazione tra l’uomo e il mondo attraverso il contatto dei corpi.

Più espressionista (il suo è un cinema denso di simboli che riscrivono la superficie del reale per ritrovare la profondità di un’indagine spirituale) che barocco, Schrader sonda il mistero dell’animo umano superando qualunque determinismo di natura autobiografica e religiosa. La fede diventa apertura all’imprevisto, alla riscrittura di se stessi come gesto rivoluzionario necessario per abbracciare il mondo. Non distruggerlo. 

In First Reformed convergono, originando una sorta di dialettica problematica, molte delle ossessioni di Schrader: la dimensione della religione e quella della scienza («il cancro non è una malattia così pericolosa come una volta» – dice il medico durante la visita a Toller), il corpo violato dalla sofferenza e una trascendenza raggiungibile attraverso l’azione e il silenzio (torniamo, ancora una volta, ad American Gigolo, vero e proprio testo archetipico del cinema schraderiano)…

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Da sempre autore impegnato a districarsi tra le asfissianti maglie dell’inquietudine e del dubbio, Paul Schrader realizza uno dei suoi film forse più estremi e meno classificabili, mettendo in gioco il marcire dell’essere umano (il cancro che progressivamente divora dall’interno il reverendo) e l’inevitabile catastrofe ambientalista che metterà a breve la parole fine sul nostro pianeta, contrapponendo a questo il senso della Parola, della fede, come ultimo baluardo di speranza.

Riflessione spirituale e spiritualità ecologista, messa in scena geometrica e mercificazione della fede, trip visionario (quella del Magical Mistery Tour è una scena tanto trash quanto poeticamente commovente) e ascetismo vagamente fondamentalista, First Reformed è un film a suo modo controverso e miracoloso, disperato e pieno d’amore. Quel che è certo, difficilmente dimenticabile.

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Molto meno direttamente incentrato sul cinema rispetto a The CanyonsFirst Reformed, si interroga però con forza su un problema tutto connesso al ruolo dell’autore (cinematografico o meno) quale è quello della superbia. È da essa in fondo che proviene ogni forma di espressione umana, dalla scrittura ai film, e ancor più protervo è proprio l’atto della preghiera poi, che si pone l’obiettivo di comunicare nientemeno che con Dio.

Vero e proprio atto di fede verso il suo cinema e di devozione verso il suo attore (mai Ethan Hawke è stato trattato con tali amorevoli cure, in grado di farne emergere tutto il talento), First Reformed si pone (e ci pone) inoltre un problema fondamentale: ci avviciniamo di più al divino quando proteggiamo ciò che ci è stato affidato – la Terra, come il nostro corpo – o quando, con la superbia di accostarci al Dio del Vecchio Testamento, puntiamo a distruggerlo?
La risposta è semplice e Schrader la affida alle parole della preghiera di un profeta tutto americano:

Protect the wild
Tomorrow’s child
Protect the land
From the greed of man
Take down the dams
Stand up to oil
Protect the plants
And renew the soil
Who’s gonna stand up and save the Earth?
Who’s gonna say that she’s had enough?
Who’s gonna take on the big machine?
Who’s gonna stand up and save the Earth?
This all starts with you and me!
Proteggi la natura
Bambino di domani
Proteggi la terra
Dall’avidità dell’uomo
Abbatti le dighe
Ribellati al petrolio
Proteggi le piante
Rinnova il terreno
Chi vuole ribellarsi e salvare la Terra?
Chi vuole dire che ne ha avuto abbastanza?
Chi vuole prendere parte alla grande mobilitazione?
Chi vuole ribellarsi e salvare la Terra?
Tutto dipende da me e da te!
Neil YoungWho’s gonna stand up and save the earth.

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…Nel complesso, First Reformed sembra pertanto rientrare in quella tipologia di film dallo stile trascendentale da Schrader stesso teorizzato. A tal proposito, il film del regista americano adotta, come lui stesso l’ha definita ironicamente, «la tecnica della noia»: invece di riempire la propria opera di momenti ricchi di azione, in cui in ogni istante sembra accadere qualcosa, decide invece di ricorrere all’utilizzo di numerosi tempi morti. Così, Schrader tiene costantemente sulle spine lo spettatore con il ritmo lento del suo film, con il suo indugiare su elementi che a prima vista potrebbero non sembrare importanti, con il minimalismo sonoro delle composizioni di Lustmord, per poi colpirlo e lasciarlo spiazzato con l’impatto dell’inatteso: uno stile trascendentale come arte del disorientamento e della libertà ultima, sia per i personaggi del film sia per lo spettatore stesso.

Tutto questo sarebbe tuttavia risultato vano se a trainare First Reformed non ci fosse stata una grande prova attoriale di Ethan Hawke, tra le migliori della sua carriera. Attraverso la sua metodica performance, Hawke ci restituisce un reverendo Toller estremamente segnato dalla tragedia che lo ha colpito e che sente di avere in parte causato. Toller è una figura che non riesce più ad assegnare al suo ruolo di rappresentante della sua religione un significato ben preciso, tormentato dalla consapevolezza che la realtà sia fuori controllo e che l’uomo sia incapace di mettere un freno alla sua pleonexia. In qualche modo, Toller sente che forse, in virtù del ruolo stesso che riveste, può dare un segnale in tal senso all’umanità, ma la domanda fondamentale per lui diventa presto se seguire il proprio stato naturale o se cercare di mettere un freno alla pulsione distruttiva che ha da tempo sopito e che sta ora cercando di prendere il sopravvento.

In ultima analisi, First Reformed è un’operazione singolare, un tentativo coraggioso di portare sullo schermo una tipologia di forma e di stile cinematografico che ormai è difficile da vedere con frequenza nelle sale. Un tentativo che, a conti fatti, appare come decisamente ben riuscito.

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Interpretato da un dolente Ethan Hawke, il personaggio di padre Toller è inoltre omonimo del drammaturgo tedesco, rivoluzionario ma pacifista, Ernst Toller, che nel 1939 si suicidò proprio a New York all’età di quarantasei anni, la stessa del protagonista del film di Schrader. Alla pene umanistiche e sociali che soffrì lo scrittore, Schrader aggiunge le angosce teologiche peculiari di tanto suo cinema, suggellate da una citazione delle sacre scritture: “è arrivato il momento di giudicare i morti, di dare il loro premio ai tuoi servi, ai profeti, ai santi, a quelli che temono il tuo nome, piccoli e grandi, e di distruggere quelli che distruggono la terra” (Apocalisse di Giovanni 11,18).

Dal punto di vista registico, Schrader realizza un’opera visivamente compatta e convincente con una messa in scena alquanto austera e consapevole che deve molto alla fotografia di Alexander Dynan e anche a un certo cinema nord-europeo, classico e non solo: Schrader ha peraltro affermato di avere deciso di realizzare questo film dopo aver incontrato Paweł Pawlikowski, l’autore polacco del film Premio Oscar 2015 come miglior film straniero, Ida (2013). La regia di Schrader, con pochi movimenti di camera e una grande attenzione ai dettagli, permette allo spettatore di abitare tutti gli ambienti in cui si svolge la prima parte del film. Nella seconda, non manca poi qualche incursione nel gore, già frequentato dall’autore, e si può forse anche cogliere un ammiccare al più recente cinema di Terrence Malick, nutrito qui da un nichilismo che prevede però tanto l’olocausto di sé quanto l’ira vendicativa; e con un finale che invita al dibattito appena terminata la proiezione.

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martedì 4 agosto 2020

Frances Ha - Noam Baumbach

Frances cerca la sua strada nel mondo, sta crescendo ancora, vorrebbe essere forever young, ma non si può forever, forse.
vorrebbe fare la ballerina, e poi la maestra di danza, ma non è facile, vorrebbe stare col la sua amica di sempre, Sophie, ma poi questa si sposa. conosce dei ragazzi, Benji (visto anche qui) e l'unico con cui si capisce, magari perché non sono tipi di successo.
speriamo che Frances trovi la sua strade.
non perdetevi Frances Ha, non potrete restare indifferenti - Ismaele




Nella sua parabola di autodeterminazione, alla ricerca di un posto nel mondo, Frances imparerà progressivamente, con fatica, a scendere a patti con le contingenze, a rinunciare a utopie e aspirazioni vane, a investire nelle opportunità che le vengono offerte, a incassare un rifiuto o un abbandono, pur mantenendo sempre (e scoprendo) la sua identità.
Naïf e anticonformista nel senso più profondo e meno salottiero del termine, Frances è una donna "versus", come la Lola di un altro famoso film della Gerwig, che non ha paura di correre da sola, controcorrente, di inciampare e di sbagliare, se capita. E che quando riesce a trovare il ritmo giusto per smettere di agitarsi vorticosamente su se stessa e progredire realmente, può anche permettersi di affermare, seduta e insolitamente posata: "Mi piacciono le cose che sembrano errori". Dopo tanto caos e confusione, il sospiro liberatorio nella placida tranquillità del suo nuovo appartamento ha il sapore di una conquista. Che sia questo, in definitiva, crescere?
…A parte la fotografia e la musica (magnifica la colonna sonora, ancor più magnifico l’accordo con le immagini: che dire della parte girata a Parigi?), ciò che colpisce più è il modo in cui vengono assemblati i piccoli aspetti della vita di Frances: “situazioni” di pochi secondi montate in modo da richiamare, più che descrivere, la sua insicurezza, oltre che la sua tenerezza; “situazioni” che non si trovano nel film per avere un seguito o per essere approfondite, ma solo per aggiungere un tassello in più alla personalità della sua protagonista. Se la fotografia quindi ha un valore evocativo, il montaggio ha un valore squisitamente descrittivo, ancor più di quello strutturale. E’ in questi piccoli dettagli, più ancora che nelle scene madri, che cogliamo il vero spirito della pellicola.
Frances Ha ci piace perchè non ha enormi ambizioni; ci piace perchè ha anche consapevolezza dei propri limiti; ci piace perchè ha un lieto fine ma soprattutto nessun pistolotto retorico sulle crisi generazionali; ci piace per quelle piccole situazioni così ben cesellate: situazioni che danno una parvenza di felicità a Frances Ha, e a quelli che andranno (speriamo) a vedere questo delizioso, splendido film.

Frances Ha è un film che realizza un’estetica della levitas, vocabolo latino che in sé racchiude tutte le sfumature di significato che spaziano da “leggerezza” a “inconsistenza”, “volubilità”. La protagonista, ventisettenne newyorkese ancora adolescente, incarna alla perfezione queste qualità caratteriali, che si riflettono nella sua eccentricità, rispetto al contesto sociale che la circonda. Si può parlare di eccentricità, e non di estraneità o alienazione: Frances infatti ha una migliore amica, con cui condivide casa, letto, persino le sigarette, ed è apprendista in un’accademia di danza classica presso la quale sogna di diventare coreografa. Ma nel momento in cui Sophie, l’amica di sempre, decide di trasferirsi prima a Tribeca, con una sua collega, poi in Giappone, con il proprio compagno, pare che la realtà idilliaca in cui la protagonista conduceva un’esistenza felice e spensierata si dissolva improvvisamente. Non assistiamo tuttavia a uno scontro drammatico e violento con la “vera” realtà, come ci si potrebbe aspettare, bensì a un continuo vagare della protagonista attraverso svariati luoghi, anzitutto “spaziali” (varie zone di New York, Sacramento, Parigi), ma al tempo stesso “sociali” (i nuovi coinquilini, il gruppo di amici della compagna dell’accademia, i parenti a Sacramento). Frances non è mai davvero estranea ad alcuno di questi contesti, senza tuttavia riuscire a esserne realmente parte: la giovane pare muoversi in un non-luogo, in un universo personale di cui è l’unica abitante e di cui gli altri personaggi non riescono a decifrare le regole e i significati…

Difficile trovare le coordinate di riferimento ma, oltre ad un certo gusto favolistico e bizzarro tipico di Anderson, non può che venire in mente il miglior Woody Allen (e un po’ mi dispiace citarlo così, come tutti hanno fatto!). Si, Allen e il suo Manhattan vengono in mente, oltre che per la comune fotografia in bianco e nero, per l’uso non banale che viene fatto di New York. Senza citarne i suoi luoghi iconografici, ma facendone diventare iconografici i luoghi attraverso la storia di Frances, dando valore affettivo a tutti i luoghi che appartengono alla storia della sua protagonista.
Insomma un gioiello da non perdere (per inciso con una bellissima colonna sonora) che passa attraverso la caparbietà e l’elogio delle cose che sembrano errori come, sovente, è la nostra vita.

Forse la colonna sonora studiata alla perfezione – una furbissima selezione che va dagli Hot Chocolate e David Bowie a Mozart – o forse l’espressività senza tempo del volto della Gerwing, che ricorda per intensità quello di Kate Winslet; la sceneggiatura che funziona sempre e la sofisticata fotografia in bianco e nero: dopo aver visto Frances Ha si ha quel buonumore soddisfatto di quando si è scelto il film giusto. Che ci si senta o no raccontati in questa storia newyorkese, che si condivida o si biasimi il metodo un po’ ingenuo della protagonista, foriero di continui passi falsi e disfatte, alla fine, nonostante tutto, si avrà meno paura del vuoto e per un attimo non sembrerà impossibile resistere al grande inganno. Per un attimo non sembrerà impossibile rimanere se stessi.

La pellicola, inoltre, trasuda cinema – e amore per lo stesso – da ogni fotogramma. Questo non vuol dire che la sua opera si riduca a una collezione di citazioni colte bensì, al contrario, indica la capacità di interiorizzare una passione, trasformandola in concetto e riconsegnandola con un’inedita consapevolezza e individualità. A tal proposito, molte sono le allusioni alla Nouvelle vague: i riferimenti a Jean-Luc Godard, l’utilizzo delle musiche di Georges Delerue – dal celebre Jules et Jim di François Truffaut – e la recitazione della stessa Gerwig che dona alla sua Frances ingenuità e irrequietezza, alla stregua di una moderna Anna Karina. Consistenti, allo stesso modo, i cenni al cinema di Woody Allen; a partire dall’amore viscerale per New York – enfatizzato dal magnifico bianco e nero di Sam Levy che tanto ricorda quello di Manhattan – alla riflessione sulla figura dell’intellettuale, fino all’utilizzo sapiente del genere commedia, quando l’ironia e la leggerezza non sono nient’altro che un criterio elegante per narrare problematiche esistenziali.
Il capolavoro di Woody Allen, Io e Annie (Annie Hall, 1977), si apriva con una citazione di Groucho Marx – o forse di Freud – che recitava: «Io non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me»; e in effetti i protagonisti di Baumbach, così come quelli alleniani prima di loro, condividono lo stesso senso di non appartenenza che li costringe a rimanere indietro lungo la corsa verso il compromesso tra il sogno e la convenzione sociale.

lunedì 3 agosto 2020

Brawl in Cell Block 99 - S. Craig Zahler

una storia d'amore.
Bradley, per mandare avanti la famiglia, diventa spacciatore e gli incarichi diventano più importanti e rischiosi.
Bradley non tradisce e per questo paga quello che deve, e anche di più.
e quando qualcuno minaccia la sua bambina, che deve ancora nascere, diventa tutto quello che serve per proteggerla.
certo, per essere una storia d'amore è molto violenta, ma così va il mondo, per Bradley.
buona visione - Ismaele




La fotografia è cupa, fredda e sporca, traducendo in colori le emozioni e la natura di Bradley; mentre il sonoro potente ed ottimamente curato spicca soprattutto durante le sequenze di lotta, dove lo spettatore riesce quasi a "sentire" sulla propria carne i pesanti colpi inflitti sullo schermo. Perché è proprio nella messinscena delle risse e della violenza che questo film brilla, tutto sembra reale, fisico e lontano dalle rappresentazioni a cui si è abituati dai film di arti marziali, che siano statunitensi od hongkonghesi. Vince/Bradley è grosso, lento ma inarrestabile, e picchia "di brutto" qualsiasi cosa gli si pari davanti, con uno sguardo perso nel vuoto che nasconde una dirompente rabbia lucida.
Brawl in Cell Block 99 è un film di genere, cosciente dei propri limiti e del proprio pubblico. Preoccupandosi di divertire ed intrattenere, l'autore evita di impantanarsi in moralismi o discorsi profondi, che risulterebbero poco adatti alla natura del film, concentrandosi nella trasposizione visiva di uno tsunami di violenza nichilista privo di possibilità di una vera redenzione che, dopo i titoli di coda, lascia lo spettatore con più lividi sul corpo che pensieri in testa.

La discesa agli inferi del suo protagonista, la rassegnazione con cui il martirio è accettato, ha sfumature cristologiche nel loro essere passaggi di una convinta volontà di sacrificarsi pur di ottenere la salvezza (degli altri). Bradley, il personaggio interpretato magistralmente da Vince Vaughn, disposto a spezzare la sua immagine da comedian mainstream per prendersi sulle robuste spalle la lezione di Zahler, non è solo un’invincibile macchina da uccidere segnata da un passato che non ci è dato scoprire (da dove arriva questa forza sovrumana? come fanno i suoi colpi ad essere così mortalmente efficaci?). Bradley è, soprattutto, un uomo che ama. Ogni braccio spezzato, ogni cranio sfondato, infatti, sono continue testimonianze del grandissimo sentimento che lo guida, gesti d’affetto mandati alle sue donne lontane. Immaginiamo che sia difficile scorgere in un volto schiacciato a sangue, la tenera carezza di un uomo preoccupato per la sua famiglia, eppure non possiamo che vedere Brawl in the Cell 99 come un’opera che straripa d’amore.

Prodotto atipico e originale nel panorama cinematografico americano attuale, Brawl in Cell Block 99 è un film stanco di Hollywood, un ritorno ad un certo passato quasi dimenticato che tuttavia non risulta essere un passo indietro ma anzi, sembra quasi volersi proporre come un nuovo punto di partenza all’interno di un oceano di action movie fatti con lo stampino. Sebbene questi ultimi difficilmente cesseranno mai di esistere, è bello vedere che c’è comunque ancora qualcuno che crede in qualcosa di diverso.

la colonna sonora è quasi assente – specie nelle sequenze d’azione -, la fotografia gelida, e Zahler è magistrale nel regalare continuamente dei totali stranianti che ricordano un po’ Seidl, giocando sul contrasto e la sottrazione.
Questa sofisticazione non è fine a se stessa, riflette piuttosto il personaggio di Bradley, che, come il film, accumula rabbia e frustrazione per esplodere poi in un crescendo sempre più splatter. Il peso di tutta l’operazione è sul protagonista, un inedito e perfetto Vince Vaughn, inflessibile montagna di carne pronta a qualsiasi sacrificio pur di preservare la sua prole, che spezza gambe e grattugia volti senza tanti complimenti. La “rissa” del titolo in effetti è più una resa dei conti unilaterale, i pestaggi e i combattimenti a suon di arti marziali sono molto ben coreografati, ma il titolo di giustiziere non viene mai contestato a Bradley e lo spettatore può giustamente godersi un po’ di crani spappolati e occhi che schizzano in un B-movie che finalmente non brilla della luce riflessa dei suoi svariati numi tutelari, ma riesce a fare un discorso personale e davvero contemporaneo.

L’occhio umano ha la capacità di sintetizzare e catalogare le immagini che percepisce, un qualcosa di elementare può – come direbbe il filosofo Bataille – divenire osceno. Una cosa altra che conduce alla repulsione. Seguendo sempre il filosofo francese, la repulsione per essere oscena deve anche affascinare. Zahler fa esattamente questo: la repulsione oscena della violenza finisce per affascinare. Non a caso nei momenti topici, il pubblico durante la proiezione alla Mostra di Venezia non si è trattenuto ed ha applaudito in quei gli attimi di oscena violenza. Bradley picchia come un fabbro? Il pubblico ne gode. E non ne gode perché è pazzo, ma perché a questo ti porta il gran bel film di Zahler. Violenza tra maschi contro maschi, tra colpi assestati e respinti (notevoli, davvero, quei momenti così nudi e veri). Una violenza per la violenza in una difficile rincorsa alla giustizia.
Ora, quindi, si potrebbe pensare che Brawl in Cell Block 99 è un film di maschi sudati, muscolosi e puzzolenti. Un film maschile e razzista ove la donna è un orpello, un suppellettile, un espediente buono solo a sfornare figlioletti e a cucinare e senza esagerare con l’uso del coltello. Ma questa lettura sarebbe troppo superficiale. Tutto ciò che Bradley fa ha per motore il femminile ed il femminile (Jennifer Carpenter), la donna non è un ornamento narrativo, non è una donna che fa l’uomo ma è una donna che è una donna. Una donna che è donna anche quando fa “cose da uomini” e non solo una woman in prison. La Carpenter in tal guisa avrebbe lavorato bene con Russ MeyerBrawl in Cell Block 99 più che un cinema senza donne è perciò un film mosso dalla femminilità. Quindi la distruzione meravigliosamente folle di Bradley oltre a non essere folle non è maschile nel midollo ma femminile nelle motivazioni.
Brawl in Cell Block 99 è un intelligente film d’exploitation che non deve far pensare al mondo di Tarantino (basta pensare ciò, all’infilarci sempre in mezzo Tarantino manco avesse inventato il cinema) o di Carpenter (nonostante la Carpenter), ma è un film che andrebbe letto per quel che mostra, per quel che sviluppa. Per come si delinea nel cammino con la fisicità di un Vince Vaughn allenato da uno Steven Seagal dei tempi migliori. Tante mazzate, insomma, mazzate vere che non lasciano nulla all’immaginazione. Colpi bassi che però vivono anche di una certa dose di ironia, di sarcasmo, di voglia di giocare al non sbattere le ciglia senza resistere contemporaneamente alla tentazione di fare un occhiolino.

…L’ultraviolenza del finale è nient’altro più di quel che significa narrativamente – ossia la scelta estrema di un uomo messo in una situazione estrema – senza alcun compiacimento o gratuità, rispondendo unicamente a un fattore etico. Ovviamente un’etica costretta a ripensarsi come segno fisico dell’eccesso: ma, per capirne le ragioni, basterebbe ricordare l’eloquente scena iniziale quando Vaughn/Bradley scopre il tradimento della moglie (Jennifer Carpenter) e, cosciente della rabbia che lo sta per far esplodere, la fa rientrare in casa e sfoga tutto il suo dolore distruggendo l’automobile di famiglia, scegliendo responsabilmente di non toccare la donna nemmeno con un dito; sequenza che fra l’altro permette allo spettatore di accettare la follia del medico coreano che più tardi, quando la moglie di Bradley incinta verrà fatta prigioniera, si dirà capace (è Udo Kier, grandissimo, a recapitare pazientemente il messaggio) di mutilare il feto delle braccia mentre ancora è nell’utero lasciandolo in vita e dunque di farlo nascere così, con due moncherini. L’architettura dell’immagine è a sua volta secca, plumbea, grandangolare (qualcuno, non lontano dalla verità, ha parlato di cura o istinto kubrickiani), attenta a non falsificare i fatti col montaggio, pochissimi tagli e solo quelli necessari a ricordarci che un film (o che il cinema americano che amiamo) non è fatto di cuts ma di piani (plans).
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domenica 2 agosto 2020

Á annan veg (Either way) - Hafsteinn Gunnar Sigurðsson

due lavoratori in una terra desolata, hanno vinto qualche appalto per lavorare in una strada dove non passa nessuno.
la storia dei due giovani che alla fine diventano amici è esemplare, davvero un peccato non conoscere Alfred e Finnbogi.
un piccolo film da non perdere, sicuro - Ismaele





è un film deliziosamente autentico, girato con grande maturità e grande senso estetico da Sigurðsson, che grazie al formato panoramico ha trasformato questa storia d'amicizia quasi in un film fantascientifico, con i due protagonisti alla pari di due alieni che cercano in tutti i modi di conoscersi ed entrare in contatto. Azzeccatissima la scelta di ambientare la storia nei mitici anni Ottanta, un'epoca in cui per comunicare si mandavano ancora le lettere scritte a mano, in cui per mandare dei soldi non bastava un click o una strisciata della carta di credito, un'epoca di grande sperimentazione, sia musicale che nella moda. Un passato e un presente che si scontrano nei gusti musicali dei due protagonisti, che contrappongono il rock al pop elettronico e neomelodico, ma soprattutto nel loro modo di pensare e di vestire.
Either Way: una scena del film diretto da Hafsteinn Gunnar SigurdssonSorretto dalle intense e buffe interpretazioni dei due protagonisti Hilmar Guðjónsson e Sveinn Ólafur Gunnarsson (il più 'anziano' dei due, anche co-sceneggiatore del film insieme al regista) bravissimi nell'instaurare con lo spettatore una grandissima empatia, Either Way sorprende per la sua semplicità, per la scorrevolezza della narrazione e si trasforma in qualcosa di davvero raro quando entra in scena il personaggio del camionista, un uomo baffuto e senza peli sulla lingua che ogni tanto li va a trovare portando loro i rifornimenti di alcol, coca cola e rassicurandoli con perle di saggezza di grande efficacia. Un piccolo grande esordio quello di Sigurðsson, un film intenso, essenziale e incisivo, di quelli che vorresti non finissero mai.

El director nos muestra una puesta en escena desprovista de particulares artificios estéticos, utiliza unos primeros planos muy bien elaborados. Los diálogos están llenos de entusiasmo y le dan al juego un ritmo cada vez más frenético. Pero aparte de esos diálogos lo que más destaca son los silencios que se van produciendo entre una escena y otra.
El árido paisaje de esas montañas al norte de Islandia es otro personaje más dentro de esta historia. Es una película pequeña pero con un gran mensaje.
Recomendable.

sabato 1 agosto 2020

L’interprete – Sidney Pollack

una storia ambientata nel Palazzo dell'Onu, Nicole Kidman è l'interprete, Sean Penn un agente dei servizi segreti.
si sa dall'inizio che qualcuno dovrà essere ucciso durante il suo  discorso, e tutto il film è una lotta contro il tempo per evitare l'omicidio.
il dittatore di un paese africano va all'Onu per avere prestigio e appoggio alla sua politica (Zimbabwe?), ma i complotti sono all'ordine del giorno.
Sidney Pollack dirige con mestiere, non sarà il miglior film di quell'anno, ma si vede bene, anche grazie ai due protagonisti - Ismaele




La solida regia di Sydney Pollack sostiene un thriller che, pur nei limiti di una narrazione non sempre equilibrata, prova a coniugare le ragioni del pubblico (azione e svago) con quelle dell'impegno (un messaggio all'insegna della fratellanza e dell'arricchimento tra culture diverse). Non è un caso che per la prima volta l'O.N.U. abbia concesso la propria sede a una fiction, vista la promozione all'efficienza e all'importanza internazionale delle Nazioni Unite portata avanti dal regista americano con discrezione e piglio quasi documentaristico. La spettacolarità dell'impianto trova nello scavo psicologico dei personaggi un riuscito contrappunto. Certo, l'agente federale fresco di trauma non è il massimo dell'originalità, ma perlomeno consente a Sean Penn di evitare gli eccessi da rockstar che lo hanno reso celebre e di giocare di sottrazione. Cosa che riesce benissimo anche a Nicole Kidman, ancora una volta perfetta nella misura con cui rafforza la sofferenza del suo personaggio. Il confronto tra i due, il dolore comune che li rende simili nella diversità, la tenerezza di un rapporto che non scade mai in un facile sentimentalismo, ammantano di verità il racconto, almeno fino a quando le ragioni dell'intreccio vagano nell'incertezza…

Poi sullo schermo vedi Pollack in persona che dà ordini al suo agente e pensi che la presenza scenica è un po’ come il coraggio per Don Abbondio: se non ce l’hai non te la puoi dare, e lui invece ce l’ha, ce l’ha a un punto tale da farti pensare di essere lì non per recitare come tutti gli altri attori del film, ma per dare loro le direttive necessarie al miglior esito della performance, per fare il regista non solo dietro ma anche davanti alla macchina da presa, come del resto aveva fatto in Tootsie, dove, come agente teatrale, cercava di comandare a bacchetta Michael/Hoffman senza riuscirci nell’uno come nell’altro caso. Qualunque cosa si possa pensare di questo o quello dei suoi film, Pollack è un autore e un professionista. E The Interpreter un thriller firmato…
What I admire most about the film is the way it enters the terms of this world -- of international politics, security procedures, shifting motives -- and observes the details of all-night stakeouts, shop talk, and interlocking motives and strategies. More than one person wants Zuwanie dead, and more than one person wants an assassination attempt, which is not precisely the same thing…

La verità è la chiave di lettura di tutta la pellicola, una verità che scotta, fa male, fa agire impulsivamente, ma che alla fine risolve circostanze rimaste sospese. Nelle ultime battute si intuisce che Keller, seppur addolorato per la morte improvvisa della propria compagna, prova un sentimento per Silvia che, probabilmente, raggiungerà in Africa, una volta che entrambi avranno definitivamente elaborato il lutto per le rispettive perdite come suggerisce lo stesso Tobin con la frase “che riposino in pace”.