martedì 26 ottobre 2021

Tango argentino - Goran Paskaljevic

Nikola, un ragazzino, figlio di un musicista insegnante (Miki Manojlovic) e una madre che vuole partire, si prende sulle spalle le responsabilità che gli riversano i genitori, e fa il "badante" per dei vecchi, che quasi lo adottano,

un film serio e divertente, Goran Paskaljevic sa come si fa.

Nikola è bravissimo, cresce in quei mesi, diventa un ometto e anche amico di un bravo cane.

non è un capolavoro, ma si vede benissimo.

buona visione - Ismaele



QUI il film completo parte  1

QUI il film completo parte  2

 

 

 

"Ambientato in Serbia e Montenegro prima che arrivasse la guerra a distruggere luoghi ed anime della gente, il film di Paskaljvic è quasi un canto alla solidarietà che può unire i vecchi che vengono cacciati dalla vita quando liberi da obblighi incominciano a godersela, e i bambini che per essere accettati da un mondo di adulti indifferenti, si rendono utili per non spezzare l'esile filo che li unisce ai propri genitori. Nikola (ancora Nikola Zarcovic) è un bambino adulto di dieci anni: è quello che assisterà gli anziani al posto di sua madre, e che, in una sorte di canto corale, riunirà tutti i vecchi, spazzando via dalla loro vita la solitudine e, soprattutto il senso dell'inutilità. Conoscerà il mare e l'ebrezza, saprà della morte. Interpretato da Mija Aleksic, Mica Tonic, Rahela Ferari e Pepi Lakovic. 'Tango argentino' è, purtroppo uno di quei bellissimi film che si vedono solo ai festival, o, al più, fortuna volendo, in qualche rassegna sperduta, in fondo a un cinema, in fondo al viale, girando a destra, tre scalini, e sei arrivato." (Victoria Palant, 'Rivista del Cinematografo')

"'Tango Argentino', prodotto a Belgrado nel 1992 (assieme ad altri tredici film) è stato presentato nella sezione 'Finestra sulle immagini' senza bandiera e forse proprio per i problemi bellici non ha fatto la sua comparsa tra i film in concorso. Esso nasce da precise premesse del regista Goran Paskaljevic: 'immerso nel caos che mi circonda, mi chiedo se valga ancora la pena di dedicarsi all'arte. Qualcosa mi dice di sì: ne vale ancora la pena...'. Vedendolo, possiamo constatare come l'indiscutibile spiritualità e sensibilità non tradiscono i propositi dell'autore. E' una pagina di speranza in un mondo di forte tensione e sofferenze." (Nicoletta De Bellis, 'Comunicazione di Massa')

"Le chiavi di lettura del film sono molteplici. Innanzitutto si tratta di una recita agrodolce su due dei tanti problemi comuni alle società contemporanee nello specifico dei rapporti interpersonali. Per un verso la messa in crisi del focolare domestico a causa del complicarsi dell'esistenza quotidiana, spesso stravolta da mitologie yuppies e maschiliste; assai eloquente è l'episodio della scappatella, del tutto gratuita e per giunta finita col naso rotto, del marito con la grassona, quasi a dimostrare il ruolo precario del matrimonio e della mercificazione sessuale. Per l'altro verso emerge ancor più drammaticamente il discorso sulla terza età. Anche in questo caso una scena basta forse a riassumere l'intera questione: dopo sette anni di silenzio, arriva all'improvviso, con due infermieri il figlio di Julio, per condurre quest'ultimo alla casa di riposo all'unico scopo di procurarsi l'alloggio paterno. In un mondo in cui sembra non esserci più posto per gli anziani, anche per i giovanissimi non si prospetta un avvenire sereno e tranquillo." (Guido Michelone, 'Attualità Cinematografiche')

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Tango Argentino is a Coming-of-Age film from Serbia charged with emotion and a story that gradually charms and captivates its viewers with its wonderful messages – the most important of which are a love of life and the importance of kindness…

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Tango Argentino is a really good drama. The story is an emotional one that  The tone is sad, but also happy. The first half introduces us to the lead character's unglamorous life, but things are never so dour that you lose hope or feel like drowning your sorrows with a keg of booze. Things pick up in the second half, and while things are never super happy, the tone remains consistent, as well as funny in places.

The characters are very well crafted here. Nikola is a great protagonist, mature and likeable. He's still a boy, but he says and thinks in such adult ways sometimes because of all these responsibilities that have been thrust upon him so unfairly. There are often times where he's more responsible than his parents! Onto them, they are a couple of prize assholes! They're not gonna win any awards for best parents of the year. The mother is somewhat inattentive and resigned, not actively bad but is sill fine leaving her son all these tough jobs. The father meanwhile is a lazy dope (and yet has four jobs!) and a loser, who can't keep it in his pants. He's rubbish at making excuses, keeping appointments, and smooth talking. What I like about the characterisation here though is that while these two aren't the best, they're not presented as one-dimensionally bad either. They come across as convincingly human as a result…

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lunedì 25 ottobre 2021

L’Arminuta - Giuseppe Bonito

negli anni '70 una ragazzina torna a casa, sapeva cosa lasciava, ma non quello che avrebbe trovato, da figlia unica in una famiglia mediamente agiata a una dei tanti figli in una famiglia sottoproletaria, della campagna abruzzese.

il film è convincente, gli attori bravissimi, la più brava, a sua insaputa, è Adriana, una bambina di meno di 10 anni che è una forza della natura, la figlia femmina più grande della casa, una vice madre, in pratica, che conosce come vanno le cose e cerca di fare del suo meglio.

le due mamme hanno un ruolo difficile, entrambe sono inadeguate, c’è sempre il padre padrone, la mamma vera riesce a diventare una madre  affettuosa, per l’arminuta, l’altra madre è entrata in un buco nero di cui non si intravede l’uscita.

buona visione - Ismaele

 

ps: l’arminuta sembra la sorella piccola di Alba Rorwacher


 

...Bonito sa costruire la narrazione intersecando con maestria due piani. Chi quegli anni li ha vissuti può infatti ritrovare il clima sociale di un'Italia che dopo il boom economico degli anni '60 viaggia a due velocità. La borghesia piccola e media ha trovato un suo assestamento economico in gran parte con l'urbanizzazione mentre in ambito rurale, in alcune aree del Paese, persiste una pesante arretratezza.
È su questa base che si sviluppa la vicenda dell'arminuta che al contempo si radica in quella realtà ma si estende anche a condizioni e costrizioni che purtroppo sussistono nel presente.
Troppi minori ancora oggi vengono spostati "come pacchi", come dice la protagonista, da una famiglia biologica ad un affido per poi magari passare ad un altro per poi fare ritorno al nucleo originario. Nel film di Bonito succede per decisioni prese all'epoca in sede privata; oggi, talvolta, per sentenze che di tutto tengono conto tranne che della condizione psicologica di coloro che ne sono oggetto.

Bonito sa come far emergere le sensibilità ferite lavorando più sugli sguardi, i gesti e i silenzi che sulle parole. Per ottenere il risultato opera sulla linea femminile. L'arminuta, la sorellina Adriana, la madre biologica e quella che l'ha cresciuta vivono tutte condizioni in cui la deprivazione si manifesta con modi e tempi diversi ma con la stessa capacità di ferire nel profondo senza però riuscire ad annullare un intimo bisogno di comprensione reciproca.

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Il titolo ci suggerisce un movimento che non si può imbrigliare in una rassegnata unidirezionalità. L’arminuta è un’anima evoluta, moderna, con una consapevolezza che da quelle parti non avevano mai visto. Lei vuole tornare “a fare cose belle”, completando un percorso di maturazione che la porta ad abbracciare l’umanità al di là dei silenzi e delle differenze, riconoscendo un valore morale indipendente dalla proprietà con cui ci si siede a tavola o si scelgono le posate. Larmunita cerca il suo mondo, superando entrambi i poli opposti in cui era vissuta fino ad ora, rifiutando sintesi di compromesso, scegliendo i suoi compagni di viaggio. Si lascia alle spalle volti segnati, dolori silenziosi rappresentati con vivida credibilità, cartoline ormai ingiallite di un’Italia delle strade bianche che tutti possiamo riconoscere; che siano custodite in un portafoglio, in un cassetto, o in una vecchia soffitta polverosa.

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c’è l’incredibile performance di Carlotta De Leonardis, che nel personaggio di Adriana versa una vivacità e un’intensità davvero rare per la sua giovanissima età. Lei è l’altro polo, quello della bellezza e della semplicità di un mondo rimasto ancora puro e incontaminato. Una bellezza che si ritrova, come contrappunto ai grigi degli interni, nella bellezza mozzafiato dei campi lunghi sui paesaggi montuosi in cui la vicenda è ambientata. E il finale in effetti ribadisce come quello tra la protagonista e Adriana sia l’unica connessione davvero positiva nel film…

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Insistente nel produrre domande esistenziali ma soprattutto legittime, 'l'arminuta' si trova a dover combattere con una madre ritrovata che non sa darle risposte, e con quella perduta che a sua volta si ripresenta ma sempre in sua assenza e a sua insaputa cercando di ritagliarsi un ruolo a metà tra il finanziatore e il nume tutelare, nel frattempo si scontra con la riottosità dei due fratelli maschi più piccoli che probabilmente un'altra sorella non la vogliono, si incontra con la gentilezza interessata del maggiore, Vincenzo, che a quasi diciott'anni è ottenebrato dagli ormoni e non avendola mai vista prima non riesce a percepire il legame di sangue, e soprattutto si avvicina alla sorella minore Adriana, iniziando con lei per prima a sviluppare un rapporto profondo, schietto e puro.
L'Arminuta è un film intimo e riuscito: a Bonito il merito di averlo diretto in punta di piedi lasciando affiorare man mano l'infelicità di fondo e le personali ricerche di riscatto, oltre che della figlia doppiamente ripudiata, anche delle sue due madri, facendone un ritratto al femminile a tutto tondo, e riuscendo paradossalmente - nella complessiva delicatezza - a centrare i momenti migliori in scene di contatto anche più o meno violento (due su tutte: a cena, Vincenzo picchiato con la cinta dal padre sullo sfondo, quasi fuori fuoco, con camera a mano ferma puntata sulla tavolata; di notte, la scena delle carezze dello stesso Vincenzo alla protagonista).

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domenica 24 ottobre 2021

Blind – Eskil Vogt

Eskil Vogt, già sceneggiatore del grande film Thelma, di Joachim Trier, dirige il suo primo lungometraggio, con una storia nella quale la scrittura è protagonista, nel creare mondi (paralleli), molto vicini.

una donna diventa cieca e non riesce a imparare la nuova condizione e a rassegnarsi, scrivere l'aiuterà.

bisogna lasciarsi prendere per mano dal regista e avere fiducia, alla fine non sarete delusi.

buona (non vedente) visione - Ismaele

ps: il protagonista ha una somiglianza vaga con Salvini, è più magro e sopratutto è più intelligente e sincero. non fatevi turbare da questa somiglianza, Eskil Vogt non c'entra.


 

 

 

 

…C’è una meravigliosa ragazza cieca, Ellen Dorrit Petersen l’attrice, glaucopide come elfa, lattea quasi albina, nascosta tra gli spazi di un appartamento disadorno simil vuoto, che (non) guarda e ascolta suoni da una finestra, mentre immagina vite possibili dentro traiettorie impercettibili. Il gioco è già visto altrove, è il cinema alla maniera di Spike Jonze, di Charles Kaufman, anche del primo Nolan: realtà che partorisce la fantasia che possiede la realtà, in moto centrifugo dal sesso e centripeto verso la solitudine, dove il non vedente muta continuamente ma resta non visto. Mariti non vedono desideri di mogli, guardoni ninfomaniacali (lampi che guardano a Von Trier) vivono trapassati da sguardi indifferenti visibili come ombre solo nelle celebrazioni della strage, alterego vogliose virtuali sfogano pulsioni di maternità nell’’umiliazione del tradimento e dell’abbandono.
Il disegno è preciso, questi codici di geometria esistenziale potrebbero affascinare se liberamente percepiti nel caos della visione, invece procedono a tentoni su un percorso obbligato, con cane e bastone verrebbe da dire. Le immagini e le vite immaginate restano gravate da una scrittura che vede ma non sente, e siamo a chiederci se tutto questo significhi al di fuori e al di sopra dell’esercizio – pur pregevole – di stile. Daremmo gli occhi per una visione eretica, non sopportiamo invece di rimanere nudi e costretti inani dinanzi ad una finestra chiusa da altri, dobbiamo uscire e quindi lo facciamo tornando a lui, a Morrisey, alla sua I Am Blind.

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…Esta acertada ópera prima versa también en menor medida sobre la inadaptación a una minusvalía física, de ahí la referencia explícita al filme de Peter Bogdanovich titulado “Mask” (1985). “Blind”, al igual que el citado clásico, posee múltiples ingredientes que harán que el espectador no pierda el foco de atención. Vogt sabe cuándo introducir el humor, el sexo, la ironía o el drama. Compensa muy bien todos estos elementos en un relato donde irónicamente, a pesar de que habla sobre la ceguera, destaca el poder de sus imágenes. Esto es así hasta tal punto que cuando la pantalla se viene a negro, en unos momentos muy concretos, el espectador anhela ver cuál será el siguiente plano. Es donde uno se hace consciente lo atado que está a la narración. Además, consigue que un elemento tan tedioso como puede ser la voz en off, te lleve en volandas durante todo el metraje, adentrándonos directamente en lo más profundo de la mente de esta escritora ciega gracias a ese constante monólogo interior. Todo para ayudarnos a ver cómo percibe ella la realidad, sus fantasías, sus miedos y por supuesto, sus deseos.

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Vogt, que debuta en el largo, permuta la realidad cotidiana de esta Ingrid con las maléficas fantasías que va entretejiendo en su Mac, producto de horas y horas en la soledad (y la oscuridad) de un nuevo apartamento del que no se atreve a salir. Estos saltos entre realidad y ficción dentro de la ficción, esta meta-ficción, aunque confusa en los tramos iniciales de Blind, cuando aún Vogt anda pormenorizando los hándicaps que el personaje de Ellen Dorrit ha de afrontar, va tornándose evidente a medida que avanza la narración y aporta un interesante desdoblamiento, casi lynchiano. Un psicólogo encontraría aquí sobrados ejemplos de ansiedad anticipatoria e indefensión aprendida. Ahora más que nunca, ahora que no puede ver, los fantasmas sólo están en su imaginación.
Blind es una apuesta decidida y sin condiciones por la tan cacareada “normalización”. Por no dar pena. Quizá porque todos, ciegos o no, podemos dar mucha pena (fuera de Facebook, se entiende). Pero Blind no sería viable sin su actriz principal. Acabada la película uno tiene que googlearla para confirmar que no es ciega de nacimiento. Dorrit lleva el concepto de expresión corporal al nivel de la autosugestión. La mirada que transmite el sobresalto perpetuo, el mirar sin ver, el oír con los ojos. Vogt le debe a Ellen un mundo, y el cine, como la mentira que es más real que la realidad, en parte también.

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sabato 23 ottobre 2021

scrivono di Squid Game

 

Squid Game è il capitalismo - Caitlyn Clark

 

Come aveva già fatto «Parasite», la serie coreana di Netflix mette in scena gli orrori di disuguaglianza e sfruttamento in Corea del Sud e demolisce il mito secondo cui lavorare sodo è garanzia di prosperità

 

L’industria dell’intrattenimento sudcoreana è conosciuta all’estero soprattutto per la prolifica produzione di K-Pop allegro e fabbricato in serie, e per una manciata di film e serie televisive che hanno attirato l’attenzione internazionale negli ultimi anni. Le esportazioni cinematografiche del paese sono molto più oscure, trattando in maniera esplicita e allegorica la triste realtà della vita in Corea sotto il capitalismo.

L’ultimo esempio di questo genere è il dramma distopico di sopravvivenza Squid Game, che si sta avviando a diventare la serie Netflix più vista di tutti i tempi. Come il film premio Oscar 2019 di Bong Joon-ho Parasite e il K-drama Extracurricular prodotto da Netflix nel 2020, Squid Game riflette il crescente malcontento per la disuguaglianza socioeconomica coreana.

Battezzata come una delle quattro «Tigri asiatiche», l’economia sudcoreana negli ultimi sessant’anni ha vissuto enormi cambiamenti dopo aver conosciuto una rapida industrializzazione all’indomani della guerra di Corea. Nel 1960, il reddito procapite di 82 dollari collocava la Corea del Sud dietro una lunga lista di paesi economicamente sfruttati e impoveriti, tra cui Ghana, Senegal, Zambia e Honduras. Quando il dittatore Park Chung-hee è salito al potere, nel 1961, la Corea ha iniziato a sperimentare un’enorme crescita economica. Conosciuta come il «Miracolo sul fiume Han», la Corea del Sud da paese a basso reddito nell’arco di pochi decenni è cresciuta fino a diventare una delle principali economie del mondo.

Sebbene la crescita economica in Corea abbia aumentato il tenore di vita generale, molti sono rimasti indietro. Il tasso di suicidi in Corea del Sud è uno dei più alti al mondo, un problema soprattutto tra gli anziani, quasi la metà dei quali vive al di sotto della soglia di povertà. I giovani hanno i loro problemi, tra cui la coscrizione militare, l’intensificarsi della pressione accademica e l’incredibile disoccupazione (a partire dal 2020, il tasso di disoccupazione giovanile era del 22%). I giovani coreani hanno coniato un termine per questa società fatta di forte stress e opportunità limitate: «L’inferno Joseon», in riferimento alla dinastia rigidamente gerarchica Joseon che la Corea moderna avrebbe dovuto lasciarsi alle spalle.

Mentre milioni di coreani comuni lottano per sopravvivere, le élite del paese mantengono il pugno di ferro sull’economia. L’economia coreana opera sulla base dei chaebol, conglomerati aziendali in mano a poche famiglie ricche e potenti. Un tempo elogiati per aver sollevato la nazione dalla povertà, i chaebol ora agiscono come l’epitome del capitalismo monopolistico in Corea del Sud, pieno di corruzione ma immune dalle conseguenze. Il più grande chaebol del paese include Samsung, il cui Ceo Lee Jae-yong è stato scarcerato nell’agosto 2021 dopo aver scontato solo metà della sua condanna a due anni per corruzione e appropriazione indebita. Per giustificarne la scarcerazione, il governo sudcoreano ha menzionato l’importanza di Lee per l’economia del paese.

L’estrema disuguaglianza della Corea è il tema centrale di Squid Game. Nella serie, un gruppo di concorrenti pieni di debiti compete in una varietà di giochi per bambini, da Red Light, Green Light ai tradizionali ppopgi coreani, per 38 miliardi di Krw (Korean Republic Won, circa 38 milioni di dollari). C’è solo un problema: in ogni partita si gioca fino alla morte. I giocatori che falliscono vengono uccisi sul posto, il rischio di eliminazione aumenta a ogni round. Ogni volta che un giocatore viene ucciso, il montepremi cresce, rappresentato graficamente in un gigantesco salvadanaio levitante dentro al dormitorio dei giocatori.

Nel frattempo, un gruppo di élite globali ultraricche osserva e si diletta dei miserabili tentativi dei giocatori di vincere il premio in denaro. Scommettono sulla vita dei giocatori proprio come il protagonista dello show, Gi-hun, che coi debiti di gioco si è rovinato la vita, rappresentazione plastica di come la società sotto il capitalismo operi secondo due categorie di regole, una per i ricchi e l’altra per i poveri.

Ciò che distingue Squid Game da altri contenuti distopici come Battle Royale e The Hunger Games è l’esplicito focus della serie sulle disuguaglianze di classe nel contesto della moderna Corea del Sud. Nel secondo episodio di Squid Game, i personaggi tornano alla loro quotidianità dopo aver scelto di interrompere il gioco nell’episodio pilota, ma le condizioni estenuanti della loro vita e i debiti opprimenti li portano inevitabilmente indietro. Se hanno intenzione di soffrire a prescindere dal capitalismo, possono anche cimentarsi con il premio in denaro che cambia la vita promesso dal gioco. Evocando la natura inevitabile dell’Inferno Joseon, l’episodio si intitola Inferno.

Squid Game si concentra su Gi-hun, lasciato al verde e indebitato dalla disoccupazione e dalla ludopatia. Si butta nelle scommesse nella speranza di vincere abbastanza soldi per pagare le spese mediche di sua madre malata e per provvedere a sua figlia cercando di evitare che debba di trasferirsi negli Stati uniti con sua madre.

Si scopre nelle puntate successive che i primi problemi finanziari di Gi-hun risalgono alla perdita del lavoro di dieci anni prima. L’autore e regista di Squid Game Hwang Dong-hyuk ha affermato di aver modellato il personaggio di Gi-hun sugli organizzatori dello sciopero dello stabilimento Ssangyong Motors del 2009, che si è concluso con una sconfitta a seguito di continui attacchi da parte della polizia. Nei flashback, apprendiamo che dopo che Gi-hun e un gruppo di suoi colleghi sono stati licenziati, lui e i suoi compagni si sono barricati all’interno del magazzino della Dragon Motors. I crumiri hanno abbattuto le porte, picchiando i lavoratori in sciopero con i manganelli. I crumiri hanno bastonato a morte un collega di Gi-hun davanti ai suoi occhi. Mentre si svolge questa scena di violenta repressione del lavoro, Gi-hun perde la nascita di sua figlia.

La Corea del Sud ha una lunga e continua storia di pratiche anti-sindacali, spesso estreme e talvolta violente. Proprio il mese scorso, il presidente della più grande confederazione sindacale del paese, la Confederazione coreana dei sindacati (Kctu), è stato arrestato e imprigionato con il pretesto di aver violato le norme sulla sicurezza del Covid-19 durante una manifestazione sindacale a Seoul. Con ogni probabilità, è stato preso di mira per aver esibito un grado di militanza sindacale che ha sconcertato il governo. È il tredicesimo leader consecutivo della Kctu a finire in carcere.

Nonostante Squid Game citi il recente sciopero della Ssangyong Motors del 2009, una violenta lotta di classe ha attraversato la storia della Corea per decenni. Nel 1976, ad esempio, le lavoratrici della fabbrica tessile Dong-Il hanno iniziato una lotta per elezioni sindacali eque e democratiche che è durata quasi due anni, durante la quale hanno dovuto affrontare la brutalità della polizia e gli assalti dei crumiri. La lotta è culminata in un attacco da parte degli oppositori del sindacato sostenuti dalla Central Intelligence Agency coreana che hanno scaricato escrementi umani sulle lavoratrici che tentavano di votare alle elezioni sindacali. Dong-Il esemplifica contemporaneamente diversi temi della storia del lavoro coreano: la politica del governo contro il lavoro, la guerra delle aziende contro i lavoratori, la violenza contro le donne e il sindacalismo aziendale giallo della Federazione dei sindacati coreani (Fktu). Gli ultimi cinquant’anni di storia del lavoro coreano non sono stati meno brutali.

Nel quarto episodio di Squid Game, «A Fair World», un concorrente viene sorpreso a barare. Lui e i suoi complici vengono rapidamente giustiziati. Il master poi fa un discorso appassionato descrivendo il processo come una forma di meritocrazia e se stesso come un benevolo fornitore di opportunità. «Queste persone hanno sofferto la disuguaglianza e la discriminazione nel mondo reale – dice – Stiamo dando loro un’ultima possibilità di combattere lealmente e vincere».

Sebbene sia ormai forse universale nelle società capitaliste, l’ideale della meritocrazia ha particolari risonanze nella cultura coreana, risalenti al confucianesimo. L’idea che il duro lavoro ripagherà rimane uno slogan comune in Corea, sebbene siano sempre di più giovani coreani che hanno seguito la via retta e stretta del sistema educativo coreano altamente competitivo e che incontrano disoccupazione, dominio dei chaebol e disuguaglianza.

Per molti, il Miracolo sul fiume Han è diventato l’inferno dei Joseon. E come aveva fatto ParasiteSquid Game dimostra che si stanno formando crepe nel mito capitalista del paese.

*Caitlyn Clark studia scienze politiche a Yale e fa parte degli Young Democratic Socialists of America. Lavora alla redazione di Broad Recognition, magazine femminista di Yale. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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La serie sudcoreana Squid game racconta molto della nostra epoca - Pierre Haski

 

Le serie televisive sono ormai diventate “oggetti” geopolitici, perché ci raccontano il mondo ma anche perché sono una componente del soft power, la capacità degli stati di persuadere e di esercitare influenza culturale senza usare la forza.

Squid game ha tutto ciò che serve per trovare spazio in una rubrica geopolitica. Per chi non lo sapesse, la serie sudcoreana ha battuto il record per il miglior esordio sulla piattaforma Netflix, con oltre cento milioni di case raggiunte in tutto il mondo in meno di un mese. Meglio di La casa di carta o Lupin, altri due successi non statunitensi prodotti da Netflix.

Il fenomeno è interessante prima di tutto per ciò che Squid game racconta della nostra epoca, ma anche perché la Corea del Sud e i suoi 50 milioni di abitanti hanno sviluppato industrie culturali dall’impatto planetario, dal K-pop al marketing aggressivo e al cinema d’autore, premiato con la palma d’oro a Cannes nel 2019 per il film Parasite.

Questo “gioco del calamaro” è crudele e violento. La serie mette in scena personaggi indebitati che partecipano a un gioco il cui esito è semplice: si vince o si muore. Alcuni vi hanno visto una critica del capitalismo selvaggio o una denuncia delle disuguaglianze molto forti in Corea del Sud, paese un tempo povero che ha vissuto un formidabile sviluppo economico.

La Corea del Sud ha un impatto smisurato rispetto alle sue dimensioni

Squid game è anche un invito a superarsi. Certo, i concorrenti gareggiano gli uni contro gli altri, ma soprattutto contro se stessi e i propri limiti. Visto il successo della serie, saranno sicuramente pubblicati numerosi studi per analizzarne il senso, la percezione che ne hanno i giovani (che sarà inevitabilmente diversa da quella degli adulti) e l’estetica.

Ma quello di Squid game è anche un successo non scontato, perché il creatore della serie, Hwang Dong-hyuk, non era riuscito a trovare finanziamenti locali prima di convincere Netflix, e ha conquistato il grande pubblico grazie a un passaparola virale. Siamo davanti a un incontro tra la capacità sudcoreana di raccontare storie dalla portata universale e la forza di Netflix. Un doppio soft power, insomma.

La Corea del Sud ha vissuto la dittatura prima della democratizzazione e del boom economico che l’ha portata a diventare l’undicesima potenza mondiale. Nel 1997, all’epoca della crisi finanziaria asiatica, il governo decise di investire in massa nelle industrie culturali, una scelta che si è rivelata vincente. Oggi la Corea del Sud è il paese più connesso al mondo, e questo le concede un vantaggio nell’epoca digitale, come ha spiegato il 13 ottobre Angeliki Katsarou nel numero speciale della rivista Asia Trends dedicato alla Corea del Sud.

Il paese ha un impatto smisurato rispetto alle sue dimensioni, cosa che lo rende un gigante del soft power rispetto alla vicina Cina, potenza economica che tuttavia è incapace, a causa della sua rigidità politica, di rivaleggiare in termini di impatto delle industrie culturali. Un aspetto particolarmente evidente in questo momento segnato dall’azione aggressiva del regime cinese, che per esempio vieta la comparsa in tv degli uomini giudicati troppo “effeminati”.

La Corea del Sud, al centro di un’area geopoliticamente delicata, ha saputo trovare la ricetta di una cultura nazionale che sa parlare al resto del mondo. È una risorsa considerevole in questo ventunesimo secolo. Squid game lascia presagire altri successi.

 

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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UNA CONSOLAZIONE AVVELENATA. SU SQUID GAME E LA SUA RICEZIONE  -  Daniele Manusia

 

Contiene spoiler, se non avete visto tutta la serie NON LEGGETE QUESTO PEZZO

 

Cominciamo da un punto che va a favore di Squid Game: il fatto che si stiano verificando così tanti tentativi di emulazione, al punto che si tratta forse della prima serie ad aver portato la cultura cosplayer al livello mainstream – i ristoranti dove si può provare a staccare la figura dell’ombrello dalla glassa di zucchero, come nel secondo gioco; le riproduzioni della bambola con sensore di movimento di un-due-tre-stella; le tute rosa; i simboli geometrici apparsi un po’ ovunque – mostra che la serie ha toccato corde profonde. Al punto che non è così inverosimile immaginare che da qualche parte qualcuno possa organizzare un vero e proprio Squid Game. Cioè, andando all’osso, una competizione in cui si mette in gioco la propria vita per arrivare a un premio in denaro. Qualcuno, anzi, guardando Squid Game avrà pensato: Perché non esiste davvero? In fondo nessuno era costretto…

Certo la serie tv non è così esplicitamente cinica: i personaggi abbandonano una prima volta il gioco, poi tornano costretti dai propri problemi personali, poi hanno problemi di coscienza e, anche quando tutto finisce, il nostro protagonista, il vincitore numero 456, continua ad essere tormentato dai sensi di colpa. Ed è comprensibile: direttamente o indirettamente ha partecipato – scelto di partecipare, oltretutto, tornandoci dopo esserne uscito, tornandoci con la consapevolezza di cosa sarebbe successo – e sfruttato un meccanismo che ha ucciso 450 persone (14 hanno effettivamente abbandonato il gioco e 1 era l’organizzatore anziano). Anche gli altri personaggi, quasi tutti, sono ambigui, sfumati, cinismo e compassione si mescolano e la serie salta da un polo all’altro, fino alle ultime scene.

Anche questo è un punto di forza di Squid Game: non giudica i suoi personaggi e, così, nessuno spettatore si sente giudicato. Non ci sono risposte, così tutte le risposte sono buone. Prendiamo il doppio finale. 

Hai fiducia nell’essere umano?

Prima vediamo l’anziano organizzatore che, sul proprio letto di morte, decide di fare un ultimo “gioco” con il protagonista: mostrando una persona in difficoltà sul marciapiede in una notte d’inverno gli chiede se pensa che qualcuno lo aiuterà o se morirà, davanti ai loro occhi, di freddo, sepolto vivo dalla neve. «Hai ancora fiducia nell’essere umano?», gli chiede più o meno, e il sottinteso non è, secondo me, dopo tutto quello che hai passato, ma più realisticamente va inteso come dopo tutto quello che hai fatto

Non è chiaro se la persona sul marciapiede sia un senza tetto, una persona colpita da una malanno, o magari solo ubriaca: è uguale, il messaggio è che qualsiasi deviazione dalla “norma” (implicitamente rappresentata in tutta la serie da persone economicamente stabili, funzionali al sistema economico, adattate, lavoratori) potrebbe portare alla morte. E l’altra cosa scontata è che loro due che stanno “giocando” non possono intervenire: il protagonista, dopo essere sopravvissuto ai sei giochi di Squid Game, accetta le regole anche di quel settimo gioco. Non gli viene in mente che, invece,  sarebbe potuto uscire e aiutare la persona in difficoltà: la sua condizione, la nostra, è quella di spettatore, è una scelta volontaria ma non lo sembra.

La persona in strada alla fine viene soccorsa, grazie alla solidarietà di un passante che chiama un’ambulanza (un gesto tutto sommato normale) ma l’anziano l’organizzatore nel frattempo è morto, la mente diabolica dietro lo Squid Game non ha visto la scena dei soccorsi. How convenient.

E se l’avesse visto?, viene da chiedersi. Cosa sarebbe cambiato, avrebbe rivisto la sua geniale idea di uccidere poveri e disperati durante giochi per bambini (di questo aspetto perverso della serie parlerò tra poco)? Tutta questa storia (che a un certo punto della serie scopriamo durare da diversi anni) serviva da esperimento sociale per capire la vera natura dell’essere uomano?

Qual è la vera natura dell’essere umano?

Poi c’è l’altro finale, quello che non è piaciuto a Lebron James. Il protagonista, ormai ricco e ripulito, sta per partire per gli Stati Uniti, dove è emigrata la sua ex-moglie con la figlia. Capisce però che qualcuno sta organizzando un nuovo Squid Game e decide di restare e fare qualcosa. Cosa, boh, lo vedremo forse nella seconda stagione. Lebron ha detto una cosa tipo: “Ma sali su quell’aereo e vai da tua figlia!”, ed è interessante che, secondo Lebron, il messaggio finale della serie non sia abbastanza egoista. Ed è un’osservazione che ci saremmo potuti aspettare da un personaggio della serie, come se un buon utilizzo dei soldi del premio potesse in qualche modo rivalutare la morte degli altri partecipanti.

Ma questo è il punto centrale della serie, la sua più grande ambiguità, che rappresenta la solidarietà non come un’alternativa alla violenza e all’ingiustizia, ma come gesto autolesionista, sconveniente, un sacrificio inutile o comunque invisibile, rimosso dallo sguardo dei potenti che – immagino, con una deduzione che mi pare logica – “non hanno fiducia nell’essere umano”, che quindi oltre che inutile è anche innocuo.

Quello su cui gioca la serie, trasformandolo in oggetto di trattativa, è l’idea di cosa ci sia nel fondo del cuore umano, ma la risposta implicita che dà (senza forse rendersene conto) è che l’uomo sia intrinsecamente “cattivo”, egoista, cinico, persino crudele. Come se l’istinto di sopravvivenza fosse tutt’uno con una latente capacità di uccidere. Possiamo ragionare di etica finché vogliamo ma alla fine la materialità dell’esistenza umana prevarrà comunque, provate a togliere a un uomo comune i suoi privilegi, le sue sicurezze, e verrà fuori una bestia: non è così che pensano molte persone?

Il fatto che i giochi mortali a cui partecipano i concorrenti di Squid Game siano giochi per bambini forse si spiega (al di là delle questioni pratiche di sceneggiatura di cui ha parlato il creatore della serie): con l’idea che non esista nessuna innocenza, che dietro la competitività dei bambini si cela questo istinto assassino comune a tutti. Ancora: non è proprio questo che pensano in molti, quando sottolineano che i bambini sanno essere crudeli tra di loro (senza chiedersi se magari non dipenda dagli adulti con cui crescono), che i bambini vanno contenuti, controllati, disciplinati


Quanto sono estese le tenebre?

Ma sono discorsi astratti, proprio come Squid Game in fondo è solo una serie di fantasia. Abbiamo però la Storia a cui guardare e, anche se questa mia riflessione rischia di essere altrettanto superficiale rispetto alla possibile estensione dell’argomento, voglio provare a fare un collegamento con un “fatto storico”, chiamiamolo così.

Nel libro In quelle tenebre (Adelphi) la scrittrice Gitta Sereny indaga attorno a Franz Stangl, comandante del campo di sterminio di Treblinka. In molte interviste a Stangl, in prigione, e alla moglie, a casa sua, molti anni dopo gli orrori descritti nel libro, Gitta Sereny cerca di confrontarli con le loro responsabilità individuali. Tutte le sue domande sono volte, oltre che alla ricostruzione dettagliata dei fatti, alla determinazione delle loro responsabilità, che non derivano esclusivamente dalle azioni eseguite direttamente (pur facendo funzionare e dirigendo un campo in cui sono stati assassinate tra le 750 e le 900mila persone, Franz Stangl non ha ammazzato nessuno con le proprie mani; né era un convinto nazista, o antisemita; lui, per quanto può sembrare assurdo ora, voleva solo fare il proprio lavoro in modo efficiente) ma dalla consapevolezza dell’orrore stesso, a cui non è stata negata una qualche forma di partecipazione.

Franz Stangl arriva da solo a una risposta parziale, alla fine dell’ultima intervista, quando parlando di “dio” e di “verità” arriva a dire: «La mia colpa è di essere ancora qui». Al che Sereny dice: «Intende dire che avrebbe dovuto morire, o che avrebbe dovuto avere il coraggio di morire?». «Può anche metterla così», risponde Stangl. Diciannove ore dopo quell’ultima conversazione, Franz Stangl è morto in seguito a un attacco di cuore. Sarebbe morto presto lo stesso molto presto, ma per Sereny che lo abbia fatto proprio dopo quella specie di confessione significa che gli è stato fatale essersi «messo di fronte a se stesso», trovarsi per la prima volta di fronte «all’uomo che avrebbe dovuto essere».

La discussione su cosa ci sia nel cuore dell’uomo è ovviamente destinata a restare senza una risposta certa, scientifica, e dal punto di vista letterario è semplicemente irrilevante. Da quello culturale, però, le molte risposte che ci diamo sono significative. Squid Game vuole essere una metafora della nostra società, ma essendo a sua volta un prodotto di quella stessa società ci dice qualcosa a un livello più profondo di quello intenzionale, ha un significato al di là del significato stesso della sua metafora.

In sintesi, in Squid Game non esiste alternativa, il protagonista – come da tradizione – vince, e lo fa, in teoria, senza sporcarsi le mani, proprio come pensava di aver fatto Stangl. Anche se, a pensarci bene, la squadra avversaria nel tiro alla corda l’ha spinta anche lui giù dal ponte, così come tutte le altre morti sono legate anche alla sua presenza-partecipazione al “gioco”. Il cuore umano, cioè, non è del tutto marcio, ma è impossibile sfuggire al compromesso, l’oscurità di una società cinica e disumana, le tenebre del capitalismo – più estese persino di quelle del nazismo si direbbe – corrompono anche i migliori. Come Stangl, anche il nostro protagonista, il numero 456, il più umano tra quelli in gara, non ha avuto «il coraggio di morire».

 

Una consolazione avvelenata

La mia impressione è che questo sia un tipo di messaggio molto presente nella nostra cultura, un’idea di essere umano condivisa anche da persone non ciniche, in ambienti molto diversi tra loro. Un’idea trasversale, indipendente dall’estrazione sociale o dal livello di studi, che però depoliticizza l’essere umano stesso e, in definitiva, lo deresponsabilizza di qualsiasi orrore non commetta in prima persona (negando oltretutto qualsiasi conseguenza sul piano psichico). Eppure non è la sola idea possibile e, anzi, c’è anche chi, dopo essersi confrontato con l’orrore, è arrivato anche ad altre conclusioni.

Gitta Sereny scrive nel suo epilogo (il libro è stato pubblicato nel 1974), interrogandosi proprio su cosa ci sia nel profondo di tutti gli esseri umani e come siano possibili accecamenti tali come quello che ha permesso a persone “normalissime”, come diremmo oggi, di partecipare all’Olocausto: «Io credo che un mostro morale non sia tale dalla nascita, ma sia prodotto da interferenze nel suo sviluppo. Io non so cosa sia questo nucleo. Mente, spirito, o forse una forza morale finora innominata. (…) La moralità sociale dipende dalla capacità dell’individuo di prendere decisioni responsabili, di fare la scelta fondamentale tra il giusto e l’ingiusto; questa capacità deriva da questo misterioso nucleo – che è l’essenza stessa della persona».

Ed è interessante il fatto che per dieci anni l’idea di Squid Game, la serie, sia stata rifiutata dai produttori, mentre oggi è diventata un successo planetario. Forse la risposta sta in tutte quelle cose che, nel frattempo, abbiamo accettato passivamente. Per quanto riguarda l’Italia, ad esempio, il successo di Squid Game (inaspettato, tanto che Netflix non aveva neanche preparato il doppiaggio) si spiega con la domanda che molti si sono fatti guardandolo: sicuri che sia più sbagliato chiedere a delle persone disperate di uccidersi in cambio di un premio in denaro rispetto a pagare delle milizie armate per torturare degli immigrati? Più sbagliato di chi muore di cancro per andare a lavorare? Più sbagliato di chi muore a causa di un macchinario manomesso per fare più profitto?

Il successo di Squid Game si spiega con la sua ambiguità, il continuo oscillare tra indignazione morale nei confronti della violenza sociale e fisica rappresentata, e accettazione passiva dei suoi protagonisti senza alternativa. Che poi è il modo in cui interpretiamo gli orrori di cui quotidianamente veniamo a sapere. Squid Game, in fin dei conti, ci consola rispetto alla nostra mancanza di iniziativa, ma è una consolazione avvelenata perché ognuno di questi orrori – ogni nuovo “gioco” omicida – a cui facciamo da spettatori, da complici, la nostra capacità di distinguere il giusto dall’ingiusto ne esce danneggiata.

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venerdì 22 ottobre 2021

I giganti – Bonifacio Angius

in una casa isolata, quella di Stefano, s'incontrano, dopo molti mesi, degli amici, una rimpatriata di sesso, droga e rock and roll (con poco rock and roll, niente sesso, molta droga).

gli amici si raccontano, si parlano, a volte parlano da soli.

i giganti, se mai lo sono stati, sono un gruppo di vinti, di sconfitti, di perdenti, di disperati, di morti che camminano.

tutto quello che poteva andare male è andato male, e il futuro non li aspetta col sorriso.

hanno un male dentro, demoni li posseggono, è una resa dei conti del maschio, dei maschi, con se stessi, con i loro sogni e più spesso con i loro incubi.

le donne escono fuori di scena in fretta, non è un film per donne presenti, è un film per donne assenti, una bambina sopratutto, che occupa la mente di Bonifacio Angius, la figlia, non un'amica online.

c'è anche dell'umorismo (nero) e una scena che è un omaggio all'amato (da Bonifacio Angius, e non solo) Federico Fellini.

buona (disperata, così va il mondo) visione - Ismaele


 

 

qui un'intervista a Bonifacio Angius

 

Ho visto questo film al Festival di Locarno. Conosco e apprezzo il cinema di Angius ormai da anni ma credo che questo sia il suo miglior film. "Respirare è importante" dice uno dei personaggi ma questo racconto a volte ti lascia senza respiro. Però si ride anche, amaro ma si ride. Momenti di commozione e tanto dolore. Angius riesce a far vivere sullo schermo degli esseri umani perduti e io ho sentito tutta l'amarezza e il disagio del periodo che stiamo vivendo oggi. Bellissimo.

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L’umorismo è caustico, le risate enfisemiche, sguaiate o pervase da un’ironia quasi autoderisoria, e come tale liberatoria. Una cometa di autolesionisti in pausa, personaggi presi a pugni dalla vita, fra errori, remissioni, scelte sbagliate o subite. Eppure sono ancora lì, insieme. I giganti, evasi dalle pagine di Bukowski e dall'immaginario di Cassavetes, si insinuano nella nostra memoria, rigorosi militanti di una vita esposta in prima linea, senza “andare a letto presto”. Compagni di viaggio che suscitano interrogativi e ci fanno incazzare, ma di certo non ci lasciano indifferenti.

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Angius costringe i suoi personaggi nella casa, permettendo loro di evadere solo nello spazio illusorio del flashback, e lavorando al contrario sulla costrizione: costrizione fisica, verbale, psicotropa, perfino sessuale (la splendida sequenza in cui sono presenti due donne, lì invitate da Piero ma ben presto fatte fuggire, è il paradigma perfetto delle volontà di Angius tanto come narratore quanto come costruttore di immagini, e di suspense). Non esiste possibilità di uscire da questa gabbia, se non attraverso un lungo e disossante gioco al massacro che non guardi in faccia a nessuno. Come già accaduto in passato il regista sardo utilizza il cinema per mostrare il disequilibrio, l’incapacità di ergersi contro il tempo e di farlo proprio: I giganti è un film di fantasmi, di spettri del passato che continuano a maledire il presente perché gli sfugge tra le dita, di sconfitti che preferiscono il sonno della mente all’atto riparatore, del quale non sarebbero in grado di reggere le conseguenze. In fin dei conti, come sottolinea il finale, I giganti è un film sul sogno, il sogno di una vita mai vissuta così come di un tempo scomparso, ma anche il sogno di un cinema d’altri tempi che cerca di resistere alla disperata dissoluzione dell’interazione umana. Involucri chiusi in loro stessi, i personaggi del film sono spettatori che non si sanno rapportare tra loro, e neanche con lo schermo su cui passa inesorabile la loro esistenza. Non è più l’epoca dei guerrieri shardana, però. L’ultimo colpo, come suggerisce Riccardo il logorroico, “sarà per te stesso”.

da qui

 

…Angius non manca di coerenza, della capacità di tenere alta l’attenzione dello spettatore, di non dare soprattutto punti di riferimento, possibilità di fuga o di scampo ai suoi protagonisti, che appaiono intrappolati dentro un tunnel che essi stessi hanno creato.
Più si va avanti più appare il ritratto universale di una generazione perduta, quella distrutta da un paese che non offre riscatto o prospettive, che non dona possibilità e svolte.
Indipendentemente dal mestiere, indipendentemente dal motivo che li ha portati li, tutti e cinque sono condannati a rimanere vittime dei propri fantasmi, del proprio crogiolarsi in una sofferenza, che al di là del singolo caso particolare, diventa eredità universale, sconfina sovente nella autocompiacimento masochista.

I Giganti è un titolo sicuramente interessante, per un film complesso nel suo portarci pensare ad un incredibile universo di ambizioni perdute, ad un’epifania tragica e macabra, che in più di un’occasione strappa risate non da nulla, se non altro nel momento in cui Angius smette di prendersi sul serio, di nobilitare i propri personaggi più di quanto l’iter narrativo suggerisca o permetta…

da qui

 

Il cinema di Bonifacio Angius è come una bestia ferita, che combatte con ferocia, orgoglio e dignità, per la sopravvivenza, per la libertà… Il Direttore artistico di Locarno, Giona A. Nazzaro, lo ha definito il “Cassavetes sardo; è uno dei pochi che riescono a raccontare l’autoreferenzialità testosteronica del maschio italiano e la sua follia autodistruttrice”. Se ce ne fosse ulteriormente bisogno, attraverso un digitale che sembra magicamente 35mm, e volendo continuare con il “gioco” dei paragoni, Angius non segue Zavattini, come qualcuno ha scritto, la sua voglia di tenerezza in fondo al cuore e ai suoi occhi, ma neanche troppo in fondo, lo rende l’indipendente tra i più cocciutamente ispirati autori in gabbia, che vive in gabbia con le sue storie, i suoi interpreti, non cerca serrature da cui spiare, non cerca sentieri su cui pedinare. Poi ci sarebbe anche il gioco dei generi: western, horror, noir, solo per sentirsi maggiormente a casa. Perché è semplicemente già lì, dentro la gabbia, con loro, che sono tanti, troppi, la maggioranza silenziosa che nessuno ascolta, che nella realtà dei fatti è tutt’altro che marginale, anzi, è il vero centro del mondo. Dunque i suoi sentimenti, le sue esperienze, la sua rabbia e le sue paure più profonde, estremizzate e portate sullo schermo. Quasi un modo per allontanarle, trasformarle da negative a positive, da veleno ad antidoto. Vuole mostrarle attraverso il cinema col tentativo di renderle più cristalline e comprensibili possibile, come fossero messe in scena in un manga giapponese. Attraverso l’utilizzo di un meccanismo narrativo diretto, emotivamente chiaro, che non ha paura di mostrarsi nella sua autentica natura, e con un linguaggio figlio di un cinema, un tempo popolare, ora quasi dimenticato. Un cinema fatto di personaggi, in cui tutti gli elementi espressivi che lo hanno fatto innamorare dello schermo, sono vivi in un unico corpo. Le solitudini, il sentimento di rivalsa, i perdenti, l’amore, la follia, il melodramma, l’utilizzo della colonna sonora come elemento protagonista. Tutti fattori preposti ad un’intensità narrativa ariosa, rapida, avvincente, amara, ironica, avventurosa e dolorosa al tempo stesso…

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…la Sardegna è ricca delle cosiddette 'tombe dei giganti' così denominate per le loro dimensioni e intorno alle quali si sono costruite le più diverse teorie. I protagonisti che agiscono sullo schermo di gigantesco hanno ormai solo una profonda disperazione che cerca rifugio nella perdita di lucidità garantita dall'assunzione ripetuta di stupefacenti.

Non siamo però né in una città degli Usa né in una villa nei dintorni di Parigi. Siamo nella campagna sarda ben lontana dai possibili rimandi a Le iene o a La grande abbuffata (in questo caso di droghe). Se si dovesse fare un'associazione la si potrebbe riferire al Sartre di "A porte chiuse" con quella porta da cui si finisce con il non uscire e con la conquistata consapevolezza che, ancora una volta e forse ancora di più, "l'inferno sono gli altri".
Perché qui, se si esclude il forse superfluo e un po' troppo esplicativo finale, ognuno è chiuso nel proprio mondo e nelle proprie desolate convinzioni. Qualcuno le esprime in modo quasi piatto, qualcun altro prova a filosofeggiare ma in definitiva nessuno può sperare in un cambiamento positivo. Il percorso si presenta come ineluttabile e quasi atteso. Angius comunica questo clima interiore senza alcuna concessione se non al proprio modo di concepire un cinema che non ha intenzione di narrare e non sta narrando, come afferma uno dei personaggi, una storia ma un racconto non facile e, soprattutto, non convenzionale.

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