domenica 25 ottobre 2026

En el camino - David Pablos

il film racconta la storia di due poveracci che vivono ai margini di tutto, soli contro tutti.

fra loro scatta un po' di affetto, di solidarietà, in un mondo che non li vuole. 

poi il mondo, in realtà la polizia e i narcos, li cerca, e non sarà bello essere ritrovati.

un film on the road, nelle pericolose strade del Messico.

bravissimi i due protagonisti.

di sicuro il film non è stato finanziato dall'Ente del Turismo messicano.

buona (disperata) visione - Ismaele




La composizione dell'immagine lavora molto sulla profondità, come a includere quanti più dettagli possibili del contesto in cui si muovono Veneno e Muñeco, un milieu che gioca sul dentro e il fuori, su un complesso, precario sistema economico e di potere che però in qualche modo si tiene insieme.

Così come si tiene insieme il sottile mélange di tensione e approfondimento psicologico, che si concede qualche momento di leggerezza pur nella gravità generale. C'è l'impressione diffusa di un cinema fatto secondo formula, dosando i necessari ingredienti arthouse e provocatori su una base attenta a rimanere accessibile e patinata anche nei suoi momenti più brutali. Si tratta però di un prodotto solido per Pablos - la cui poetica si mette sempre più a fuoco - e con sufficiente capacità di evocare un luogo e il peculiare equilibrio umano che lo popola.

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…la storia di Veneno e Muñeco può apparire anche come uno sguardo sulla solitudine degli uomini e su ciò che può scaturirne fuori, in una realtà, come quella messicana, che non concede nulla in termini di leggerezza. Costretti a condividere perennemente ogni spazio, in un ambiente cameratesco che rifiuta il segreto (la chat di gruppo dei camionisti), i maschi di En el camino si trovano sempre in situazioni precarie, lontani dal calore sentimentale della famiglia (Veneno è orfano, mentre Muñeco non vede i figli da mesi) e delle donne, qui ridotte a mero oggetto (la scena del bordello/sfasciacarrozze).

Accade così che le terribili torture inflitte dai criminali appaiono più come una punizione al tentativo di diversità dei protagonisti, piuttosto che al loro furto di droga: un gesto che sembra voler ribadire il dominio della forza nei rapporti tra le persone, di fatto costretti a sottostare alle durissime leggi di sopravvivenza del deserto, pena la loro morte…

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…Il dramma on the road di David Pablos ha il merito di raccontare un rapporto gay in un contesto ostile , violento e machista con sincerità e crudezza e anche osando con audacia, soprattutto nelle scene erotiche parecchio esplicite nel mostrare i corpi in atti sessuali. La relazione, pur di natura erotica, finisce per ricalcare un legame padre/figlio, un tentativo di colmare le mancanze affettive di un ragazzo abbandonato dal padre e di un uomo separato dai suoi figli. 

 

Il fascino della pellicola risiede nei paesaggi desertici, nelle lande desolate del Nord del Messico attraversate dai rettilinei delle autostrade, così come nello squallore delle bettole dove ci si imbatte in camionisti drogati e prostitute. Incontri che il regista David Pablos afferma di aver coltivato in mesi di ricerche nei luoghi di ambientazione. Se le dinamiche tra i due protagonisti funzionano, la trama thriller/noir però è un po' meccanica e abbondano gli stereotipi già visti e rivisti sul Messico criminale dei cartelli.

Andando verso il finale poi le cose peggiorano: ho trovato inverosimilmente esagerata la parte sugli schiavi sessuali dei cartelli narcos, così come un finale eccessivo nella sua esplosione di violenza sanguinolenta: un'orrenda evirazione non era il miglior modo di concludere la pellicola.

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…Osa molto il regista messicano classe 1983 David Pablos, regista del buon La Vida después (2013), anche lui presente a Venezia Orizzonti di quello stesso anno, qui impegnato a presentare il suo quarto film da regista.

Osa attraverso la ripresa di scene di sesso piuttosto esplicite, che non disdegnano di mostrare membri eretti e posizioni che appaiono molto poco simulate.

Ma queste immagini forti, a cui si sommano quelle ben più disturbanti di torture ed amputazioni punitive, si alternano alla intensità di un rapporto padre e figlio che rende migliori entrambi i protagonisti, buttati in pasto e fagocitati da una dilagare di violenza ed illeciti da cui tirarsi fuori appare davvero un'ardua impresa.

Forse un po' frettoloso nel finale, il film si apprezza anche per la bravura dei due attori protagonisti, Victor Prieto Simental (il giovane irrequieto ma consapevole Veneno) e Osvaldo Sanchez Valenzuela (il malinconico, irrisolto e solitario camionista Muneco).

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… Patti chiari, amicizia lunga: Muñeco dice a Veneno di non farsi illusioni, lui NON è omosessuale, e Veneno capisce, non insiste. Le cose andranno diversamente, lo si può intuire fin da subito, ma questa che all’apparenza potrebbe sembrare la vicenda principale non solo sarà in grado di sviluppare una disperata tenerezza, ma viene a combinarsi con la vita pregressa dei due, soprattutto quella di Veneno,  in fuga da un uomo corpulento che viene più volte inquadrato in modo fantasmatico e minaccioso e una sola volta in modo chiaro; un uomo disgustoso che a un certo punto capiremo esser stato un vero e proprio padrone/aguzzino non solo di Veneno ma anche di moltissimi altri, aitanti, ragazzi e giovanotti.

E scappando dalla gabbia “dorata”, Veneno è condannato a scappare per sempre. A tutto questo – e il film qui assume delle valenze thriller  – viene ad aggiungersi il fatto che anche la polizia sta braccando Veneno, con un finale tremendo che va a colpire entrambi i personaggi principali.

En el camino di David Pablos – con cui il quarantatreenne regista messicano vinse l’anno scorso la sezione “Orizzonti” a Venezia (quest’anno ci è tornato da giurato) – arriva oggi in Italia distribuito da Cat People. Si tratta un film spietato, crudo e crudele che riesce a raccontare, con sorprendenti momenti di dolcezza, disperazione e abbandono nonché una relazione non del tutto privo di valenze edipiche: Muñeco, fra le altre cose cerca un figlio che la moglie (stante la sua continua assenza e la tossicodipendenza) gli nega e per Veneno, reduce da un padre che lo ha cacciato deprecando la sua omosessualità e l’altro padre/padrone, il rapporto con il più maturo Muñeco potrebbe configurarsi come un breve e impalpabile riscatto.

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…Nel film ci sono molte scene – dopo la prima immagine di Veneno nel deserto, assistiamo subito a un coito – in cui vediamo rapporti sessuali di diverso genere e valore, come per esempio la sequenza in un enorme spazio “carro attrezzi” in cui tutti fanno sesso tra camion e macerie metalliche, o le immagini più “algide” in campo lungo che sottolineano dominazione e potere. Pablos di certo non si tira indietro nel mostrare erezioni e una quantità di uomini nudi integralmente non facile da avvistare al cinema (il film ha una distribuzione italiana: chissà se uscirà senza alcun taglio). L’altro elemento che rende il film messicano degno di un’occhiata è quello citato inizialmente, ossia una certa precisione rispetto ai luoghi, compresi i dettagli fetidi, capace di restituire, ben più della vicenda stessa, la percezione di una società allo sbando. Normativa nell’unica legge che conosce: quella della forza. En el camino è un film di spazi e di spazi occupati quasi esclusivamente da maschi, in cui le donne non hanno ruoli chiari e tutto si risolve in un affare di uomini dunque in una lotta tra dominanti e dominati, nella determinazione di chi sia il più potente e quindi imporrà la propria legge. Nell’ineluttabile parabola della relazione tra i protagonisti, il film suggerisce il bisogno di una nuova norma, che neghi quella precedente con le sue “dipendenze”, ripetizioni, vie senza uscita: è l’unico modo per cui si può tornare, semplicemente, a fidarsi gli uni degli altri, a lasciarsi andare alla tenerezza di cui i due protagonisti hanno tanto bisogno.

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sabato 24 ottobre 2026

Trenque Lauquen – Laura Citarella

nella pampa argentina succedono piccole cose, grandissime per Laura.

Laura è una ricercatrice botanica, ha un contratto di ricerca a Trenque Lauquen (che si può tradurre con Laguna Rotonda) e scopre, per caso, una serie di lettere fra due amanti, nascoste nelle pagine di alcuni libri.

Laura cerca quei fiori, ma anche le tracce di quegli amanti.

come se non bastasse, un altro mistero cattura Laura, quello di un essere (che non vediamo mai) trovato nella laguna da una donna che cerca quei fiori cercati da Laura.

Laura cerca e ritrova quella donna e poi, senza vedere quell'essere misterioso, ne ne va, si perde nella pampa.

il film è un'opera complessa, con una sceneggiatura a incastri, tutti cercano qualcosa, ma anche sono cercati.

il film è pieno di riferimenti letterari, ma anche cinematografici, che non disturbano per niente.

un gioiellino da non perdere, promesso.

buona (misteriosa) visione.

 

QUI si può vedere sottotitolato in italiano, su Raiplay

QUI si può vedere in spagnolo

  

…Come con qualunque capolavoro, spiegare Trenque Lauquen è impossibile. Non c’è niente di più di quello che si vede e si sente, ma ogni immagine e ogni parola è potenziale scrigno di altre storie, di altri percorsi e di altre prospettive, e non tutti potranno essere mostrati. Nonostante il sapore letterario, Citarella usa al massimo il mezzo cinematografico fra dissolvenze incrociate allucinanti e voice over che si innestano nel racconto in modi curiosi e affabulatori. Alla fine il film dura 4 ore ma poteva durarne 8, come 2, come 16. Il punto è il gusto per la storia, per l’allaccio narrativo e per i modi in cui le storie si influenzano a vicenda (l’aspetto che dà a Citarella una personalità autonoma anche rispetto a Llinás): forse ogni storia non si limita ad aprirne altre, ma è una variante di altre. Forse una storia può crearne un’altra in parallelo. Forse tra una storia e un’altra la membrana che le separa è più che permeabile. Sicuramente, è una storia anche l’atto del raccontare, e l’unico risultato del raccontare non è mai solo il contenuto del racconto. Questo per dire che Trenque Lauquen è soprattutto una doppia storia d’amore (una nella prima parte e una nella seconda), e sono le storie in generale che attivano questi amori. Nessuno si azzarderebbe, nel film, a dare una definizione di amore, ma tramite mille perifrasi fantastiche, fra i generi cinematografici e i colpi di scena, alla fine sembra di riceverla ugualmente, e in quell’amore potremmo potenzialmente essere invischiati anche noi dall’altra parte. Se un’altra parte esiste davvero.

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…Le due parti in cui è suddiviso “Trenque Lauquen” sono profondamente diverse, per stile, struttura e punto di vista: più incentrata sulla visione maschile è la prima parte, in cui il secondo e il settimo capitolo sono esplicitamente intitolati a Ezequiel e Rafael. Totalmente al femminile è invece la seconda – e qui sono l’ottavo e il dodicesimo capitolo a essere intitolati, rispettivamente, “La parte di Juliana” e “La parte di Laura”. 

La seconda parte introduce inoltre temi e registri che nella prima si erano soltanto affacciati: la struttura dei capitoli si fa più complessa, la narrazione si fa scheggia impazzita, incontrollabile, con i piani temporali che si affastellano disordinatamente fino a registrare continui balzi in avanti e indietro tra epoche diverse: il capitolo nono è in tal senso indicativo, dopo che l’ottavo – il primo della seconda parte – aveva avuto essenzialmente la funzione di introdurre il personaggio fondamentale di Juliana.

Nella seconda parte si inseriscono elementi misteriosi – il riferimento alla “creatura” della laguna, la figura di Elisa Esperanza – che richiamano quel realismo magico che nel Sudamerica ha una solida base letteraria. Per quanto riguarda l’Argentina, in particolare, non si può prescindere dal menzionare le opere di Jorge Luis Borges, personaggio ingombrante e per certi aspetti controverso della cultura di quel paese, che “Trenque Lauquen” sembra evocare, innanzitutto, per la sottotrama bibliofila che si sviluppa nella Parte I e per la stessa idea di una struttura labirintica e potenzialmente infinita della narrazione. Ma a Borges rimanda anche la stessa suddivisione in capitoli collegati ma dai registri differenti (e peraltro preceduti da prologhi, fondamentali in Borges), una ripartizione che non può non richiamare il format della raccolta di racconti, strumento narrativo prediletto dallo scrittore di Buenos Aires, qui riproposto in una variante cinematografica e totalmente al femminile. In tal senso, le storie di Lady Godiva, Aleksandra Kollontaj, Carmen Zuna, Elisa Esperanza e ovviamente della stessa Laura sono le partizioni di un grande affresco che Citarella dedica alla donna (come già fatto in “Ostende” e “La mujer de los perros”), alla sua libertà e alla sua condizione nei secoli, nonché allo spirito di sacrificio connaturato alla sua specificità morale (Lady Godiva) o fisica (le gravidanze di Carmen Zuna ed Elisa Esperanza). La donna di Citarella è una donna consapevole della propria condizione, libera e indocile, che prende le redini della propria esistenza infrangendo regole, norme, ruoli e consuetudini sociali, con la dirompenza di chi scompiglia lo status quo, anche a costo di rischiare il biasimo o l’emarginazione. È una donna che incarna il mistero (Carmen Zuna, Elisa Esperanza) o che di esso si nutre (Laura) fino a esserne sconvolta, divorata…

…Nel silenzio finale di Laura si risentono le riflessioni di Henry David Thoreau che in “Walden ovvero Vita nei boschi” scriveva: “Davanti a tutte le case solitarie che incontro nella campagna, mi dico che potrei passare soddisfatto lì la mia vita, perché esse mi sembrano prive di inconvenienti, a loro piacimento”. Sono le infinite possibilità offerte dall’andare a zonzo, riuscendo a vivere senza corrompere il paesaggio coi propri pensieri, col proprio tedio; quello che fa Laura è uscire dalla forma, rompere la maschera pirandelliana e fondersi con gli impulsi contraddittori e irrazionali del flusso vitale. Michail Bachtin diceva che dall’interno di sé la vita non può generare una forma dotata di valore estetico, ma deve superare i propri limiti, cessare di essere sé stessa. “Trenque Lauquen” mette a punto un dispositivo per osservare l’attraversamento di queste soglie, in una narrazione per immagini che si caricano di un potere trasformativo sui rivoli che compongono l’esistenza della protagonista, finché questa non ne viene travolta. Se “la parola rappresenta in un certo senso lo ‘scenario’ di un evento”4, la regia si concentra sulla relazione esistente tra gli interlocutori mettendo in scena le parole e la fascinazione da esse provocate. Appare chiaro come l’intreccio della vita di Laura sia composta da più fili e più strati che assumono un significato globale solo se raccontati e ascoltati da altri. Fino alla resa di fronte a un nuovo mistero, quello della propria vita interiore.

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…La mastodontica opera di Laura Citarella usa il pretesto drammatico della scomparsa di Laura (Laura Paredes) per indagare, nella prima parte, l’effetto della sua dipartita sugli affetti e, nella seconda parte, la sua curiosa ricerca di un mistero. L’indagine nelle prime due ore di film sulla corrispondenza epistolare anni sessanta tra gli innamorati Carmen Zuna e Paolo Bertino condurrà Laura nelle ultime due ore a toccare le soglie di ciò che per l’umano è inaccessibile.

All’interno del più ampio quadro, Zuna e Bertino sono un MacGuffin che condurrà la protagonista al vero racconto e cuore del film. La prima parte è pertanto resoconto epidermico di un noumeno kantiano intravisto nella seconda parte e che la protagonista può toccare soltanto quando ella realmente scompare. Il viaggio tra i paesini limitrofi di Trenque Lauquen (Argentina) è un viaggio circolare per tutti i personaggi entro le nuvole dell’infranto. Tutte le strade conducono alla città di Trenque Lauquen, custode dell’occulto: ad esempio, Laura scopre qui le lettere dell’insegnante Carmen Zuna e, sempre qui, ella è testimone della comparsa di un essere extra-terrestre. La protagonista partecipa così tanto alla storia della maestra innamorata e “in fuga” fino a diventare ella stessa errante e alieno. L’ingresso nel mistero ha dunque il potere di provocare una sovrapposizione identitaria, fino a creare una poetica confusione delle parti e dello scibile…

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…Citarella rivendica la letterarietà del racconto – ci sono riferimenti alle lettere, ai giornali, alle trasmissioni radiofoniche – ma lo fa da una prospettiva in tutto e per tutto cinematografica, dove lo sguardo non ha timore di dover rimanere immoto in attesa, in attesa di qualcosa che possa svelare il mistero che non è più e non è mai stato solo quello della scomparsa di Laura, ma è il mistero del conoscersi, del relazionarsi con l’esterno, di esistere al di fuori di sé come singolarità e perciò di doversi connettere al collettivo, a qualcosa che era lì da prima e sarà lì ancora dopo (il luogo inteso come terra, spazio già calpestato da miliardi di individui nella storia), per trovare il proprio spazio e di conseguenza il proprio senso. Viaggio misterico nel significato del racconto, il film di Citarella divaga con una grazia irresistibile, riuscendo a mettere in scena il desiderio dell’esperienza della vita come in pochi negli ultimi anni si sono dimostrati in grado di fare.

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…Se esiste un ostacolo per la piena consacrazione di Trenque Lauquen è quello di un evidente, quanto inatteso squilibrio tra la prima e la seconda parte del film. La teorizzazione narrativa, seguita da una pratica fattiva del racconto, come forma dell’affabulazione infinita e autogenerante della prima parte, sembra doversi piegare ad una necessità del racconto più tradizionale in quella seconda più convenzionalmente adatta ad una specie di noir dell’anima in cui la complessità della parte precedente, cerca e trova soluzioni narrative più adatte ad un racconto classico. Ma è pur vero che in questa seconda parte, sembrano accentuarsi i temi di un fantastico quasi casalingo, i temi di una visionaria consistenza dei personaggi e delle situazioni. Un racconto che si annoda all’incipit, apparentemente quasi trascurabile dal punto di vista dello sviluppo della vicenda, ma che si enfatizza nel suo svolgersi, in una infinita gamma di detour narrativi che, calvinianamente, fondano una teorica vivente del racconto e una possibile rinnovata ripetizione di quel testo narrativo fatto di inesauribili scatole cinesi senza centro e senza univoca direzione che è l’ottocentesco e precursore Manoscritto trovato a Saragozza.

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…Dire che la visione di Trenque Lauquen lasci in un certo qual modo a metà strada tra la maraviglia della fiaba e lo stupore di una opera magnifica è affermazione certamente non iperbolica; " Il mio film è una specie di trattato sul mistero" , così la regista si è espressa in una intervista, ed è una affermazione che spiega molto, perchè in effetti nel film esiste l'esplorazione del mistero , sia quello del carteggio amoroso, che quello di taluni personaggi che sembrano apparirle come fantasmi, che quello della creatura misteriosa e Laura non solo possiede una curiosità brillante , ma è anche in grado di farsi coinvolgere nel mistero, come ad esempio avviene nelle indagini sul carteggio amoroso dai toni spinti e pruriginosi che sembra un po' essere il "libro galeotto" di Paolo e Francesca.

Ma al contempo nella pellicola esiste anche la necessità di sostenere la complessità dell'intreccio narrativo che si va sviluppando con il bisogno di fare comunque chiarezza sugli eventi, pur non disvelando il mistero, come chiaramente fa la regista con un finale enigmatico ed aperto, in cui è forse chi guarda che deve trovare le riposte che mettano la parole fine al film.

Trenque Lauquen è film costruito come una matrioska, o come un infinito racconto nel racconto , moderno  La Mille e una notte o una diabolica scatola cinese  e tutto ciò sembra proprio essere l'ideologia che sta alla base del film: libera espressione che abbraccia arte, letteratura (numerosi i riferimenti letterari e le citazioni) poesia , romanzo e filosofia…

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Lia - Alberto Grifi

 

venerdì 23 ottobre 2026

Fatherland - Pawel Pawlikowski

un padre e una figlia fanno un viaggio, vivono in Usa, vanno ìn Germania

i viaggiatori sono lo scrittore Thomas Mann e la figlia Erica, in una Germania distrutta e occupata, dagli eserciti dell'Unione Sovietica e degli Usa.

l'occasione del viaggio è la consegna di un premio intitolato a Goethe, anzi due, nelle due Germanie.

Thomas Mann pronuncia dei discorsi che vogliono far dimenticare la merda del nazismo e cercare di restituire la nobiltà della Germania attraverso la lode dei propri antichi pensatori.

il viaggio, di pochi giorni, è un'avventura, quei giorni vengono turbati dal suicidio di Klaus Mann, figlio di Thomas, che non lo ha amato troppo, e fratello di Erika, che gli vuole un bene dell'anima.

il film, in bianco e nero, è un piccolo e profondo film, con due interpreti straordinari, Hanss Zischler e Sandra Hüller, e la magia della musica di Bach.

non è un capolavoro, ma è un film che merita.

buona (tedesca) visione - Ismaele


 

  

…Fatherland riesce così nel difficilissimo compito di raccontarci Mann come essere umano e Mann come continuatore della cultura germanica ed europea, dunque come propagatore dell’utopia del pensiero perché solo a questo possiamo tornare e a niente altro. E allora Goethe, canto del gallo del futuro romanticismo, deve essere guardato con altri e molteplici occhi, così come il romanticismo stesso e ogni elevazione che l’arte e la filosofia portano con sé. La “patria”, il “paese d’origine”, non è un confine, ma un riconoscimento sentimentale e riflessivo; la verità non è mai nella propaganda ed è sempre dialettica. E le radici europee dovrebbero essere ritrovate, come nel commovente finale di questo semplicissimo e magnifico film, nella grandezza metafisica di Bach, che morto nel 1750 neppure sapeva cosa fosse la Germania. O nella magnificenza del dubbio di Goethe e nel suo genio naturalistico, nella costante messa in gioco della nostra stessa identità, parola ridicola quanto sterile. Bisogna mirare all’utopia e all’irraggiungibile e non per portarlo sulla terra sistematizzandolo, ma come monito costante per l’intelligenza umana, come tensione permanente. Non parla del 1949, Pawlikowski, parla di noi europei oggi, stritolati dal dover gridare da che parte stiamo, istericamente chiamati a prendere posizione nella tragica e ignobile commedia di una ripetitiva propaganda, per lo più ignavi, incapaci di arrivare alla radicalità, talmente stupidi da non meritare più neppure di essere nichilisti. Il bianco e nero del regista questa volta non è calligrafico e riveste l’impressione di una fantasmagoria sull’Europa, qui ritratta davvero dall’inizio della Cold War. Mentre il dolore di Erika esplode, quello di Thomas Mann è trattenuto dalla responsabilità morale e sociale che ricopre, e solo di fronte a una meravigliosa cantata di Bach si scioglie parzialmente. E Klaus decide che non si può vivere in quello spazio/tempo. In questa triangolazione tra una donna fortissima, un padre che è umano e immortale in vita e un figlio perduto nella delusione del campo politico/sociale, si snoda in Fatherland la ricerca di un approdo, obiettivo che passa soltanto dalla comprensione piena delle radici culturali che ci abitano e della nostra posizione di “eredi”. La responsabilità del nostro futuro europeo sembra già lì, nel 1949 raccontato da Pawlikowski. Non strumentalizzare, non propagandare, non semplificare: bisognerebbe, umanisticamente, pensare.

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…Accanto a un Hanss Zischler perfettamente calato nella parte dello scrittore che esplora una nazione ormai quasi sconosciuta, troviamo una Sandra Hüller come sempre all'altezza dei ruoli che le vengono affidati. Qui è una figlia tristemente consapevole della frattura che si è creata tra il fratello e il padre ma anche pronta a reagire di fronte ad un ex coniuge compromesso con il potere ed ora impegnato a far dimenticare il proprio recente passato. Il passaggio oltre il confine tra le due Germanie mostra quanto sia profondo il divario che si è creato in una terra in cui la cultura che Mann promuove necessita di una sostanziale rifondazione. Resta solo l'ascolto di un brano immortale, in una sequenza che può muovere alla commozione, che può far sperare in una rinascita. Nonostante tutto.

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Se, come disse senza provocazione Godard, è impossibile fare grandi film da grandi libri, forse lo stesso è vero se si parla di grandi scrittori. E infatti anche per Pawlikowski al centro di “Fatherland” non può esserci (solo) Thomas Mann (Hanns Zischler). Innanzitutto c’è la figlia Erika (Sandra Hüller), che lo accompagna nel suo ultimo viaggio in Germania, tra le macerie del 1949, e poi una serie di presenze fantasmatiche: il figlio Klaus (August Diehls), Goethe, Bach e in generale qualcosa che per impeto idealistico si potrebbe descrivere come “spirito della Germania”. Lo scrittore non può essere al centro perché appartiene a un altro tempo, è come un vecchio saggio rimosso dal mondo, consapevolmente inadatto a prendervi parte per qualcosa di nuovo…

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…Sullo sfondo di una tragedia che resta quindi fresca nella memoria, quanto concreta nelle macerie civili e umane che ha lasciato dietro di sé, si snoda la vicenda familiare dei due protagonisti: da una parte l’apparente freddezza del personaggio dello scrittore – col suo disprezzo ostentato per la figura del figlio (forse) suicida (“un tossicodipendente, un debole sempre in cerca di attenzioni”) – contrapposta dall’altra parte alla figura di una non più giovane figlia in cerca di una ricomposizione familiare forse anch’essa fuori tempo massimo, ma non per questo meno degna di essere perseguita. Il tutto, com’è consueto per il cinema di Pawel Pawlikowski, senza toni enfatici o sottolineature di marca melò, ma puntando al contrario sullo scarto, sulla deviazione e la riscoperta della dimensione intima e privata, di un affetto da recuperare e coltivare silenziosamente; come in quell’allontanamento di Erika in mezzo ai boschi, proprio mentre il padre sta tenendo il suo discorso davanti a una folla di burocrati e artisti collusi col nuovo potere, non meno meschini di quelli che ha appena lasciato a Francoforte. Un allontanamento in qualche modo propedeutico agli sviluppi della storia di Fatherland, che accompagnano i due personaggi verso la fine del viaggio, e soprattutto verso una conclusione altrettanto intima, in cui la dimensione melodrammatica può finalmente liberarsi, non senza una componente simbolica – ivi compreso il suo elemento musicale – che riesce a risultare autenticamente toccante.

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mercoledì 21 ottobre 2026

La sua giornata di gloria - Edoardo Bruno

l'unico film di Edoardo Bruno è un film politico, di tradimenti e inganni, di ingenuità e fallimenti.

una polizia che assassina i ricercati, i movimenti e gli attivisti sono pieni di volontà di rivoluzione, ma il Potere li frega come sempre,

protagonisti di origine teatrale, con un giovane Carlo Cecchi.

abbastanza maltrattato dalla critica, invece è un film che merita, magari ingenuo, ma non fa niente, per me è un film da vedere.

buona (perdente) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

 

 

In una città, dove è in atto la "guerriglia urbana", un giovane ribelle, Claude, viene ucciso dalle squadre della repressione, sotto gli occhi della sua ragazza, Marguerite. La responsabilità, incolpevole, della sua fine è di un giovane, Richard, che, irretito da un abile capo della polizia, ha fornito preziose informazioni. Per riscattarsi agli occhi dei compagni, che lo sospettano di tradimento, li convince a compiere una rischiosa azione terroristica. All'ultimo momento, però, colto dalla paura, Richard se ne sta nascosto - in quello che doveva essere il suo giorno di gloria - avvinghiato a Marguerite. Senza di loro, l'azione fallisce.

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Ci si chiede perché questo film, che è evidentemente girato a Roma, con bella mostra di alcuni degli angoli più facilmente riconoscibili della città, sia, invece, ambientato a Parigi. La risposta è semplice: lo sguardo del regista Edoardo Bruno è rivolto verso il capolavoro muto La Nuova Babilonia che Grigorij Kozincev e Leonid Trauberg girarono nella Russia del 1927. L'utopia della comune di Parigi, i discorsi sulla rivoluzione, la necessità di ribellarsi ad una forma politica di repressione. Questo il punto di partenza di Bruno per il suo film che racconta del giovane rivoluzionario Richard e del suo piano che coinvolge alcuni compagni di lotta. L'eco godardiana, però, è tangibile, soprattutto nella rarefazione del racconto, stringato e asciugato, affidato a pochi dettagli che ritornano per raccontare di un'utopia materialistta che si stringe attorno all'aspetto pubblico e privato dei protagonisti. Il risultato è l'affresco ideale di un movimento di liberazione destinato a fallire se non si annullano false e pesanti convinzioni ideologiche. Mentre la struttura si fa sempre più astratta, le didascalie e le parole pronunciate con atteggiamento declamatorio appaiono più che mai lucide nella loro disarmante radicalità. "Andate al cinema per resistere" oppure "Siamo contro gli inganni perché vogliamo la fantasia" bene esprimono la tensione dialettica di un'opera che ha un respiro europeo e che aspira a ralizzare un cinema capace di "sparare sul pubblico" per spingerlo a smettere i panni dello spettatore passivo e invitarlo ad entrare energicamente dentro il film. Degna di nota l'interpretazione di Philippe Leroy (unico attore professionista, oltre a Carlo Cecchi) nei panni di un poliziotto che cerca di corrompere il rivoluzionario più debole del gruppo. Per il resto il film è interpretato da attori non professionisti, salvo una fugace apparizione, nel prologo, di Pierre Clementi. Ma il prologo, come spiega Bruno nell'intervista contenuta tra gli extra del dvd, è recuperato tra i rush scartati di un film di Bernardo Bertolucci e aggiunto in fase di montaggio. Una strategia per di grande effetto per giustificare l'assenza dell'attore francese che avrebbe dovuto partecipare al film. Unico film diretto da Edoardo Bruno, direttore della rivista "Filmcritica", La sua giornata di gloria è stato invitato al festival di Berlino.

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martedì 20 ottobre 2026

Terapia creativa (Lo dejamos acá) - Hernán Goldfrid

uno psicologo fuori dall'ordinario vuole aiutare uno scrittore che ha perso l'ispirazione, il film è qui, una sceneggiatura a orologeria, ma niente di speciale.

Ricardo Darín è il protagonista, e, come sempre, non sbaglia un colpo.

intrattiene per il tempo del film, nulla più.

buona (psicologica) visione - Ismaele


 

 

…La película resulta ser una comedia dramática, un tanto negra, desde luego, entreverada de thriller o intriga, con un bien gradado sentido del suspense, con alguna escena que incluye a cierto gato que consigue suspender el ánimo del espectador, una escena resuelta con una pericia casi hitchcockiana, a quien se le rinde algún que otro homenaje (hablar de La ventana indiscreta no sería ocioso) seguramente inevitable, dada la premisa de la historia y su planteamiento. Hay un par de potentes giros argumentales que descolocan sanamente al público, giros no previsibles (lo que tanto se agradece en estos tiempos en los que todo se ve venir en los productos audiovisuales), giros que, por supuesto, no deben desvelarse, y que son esenciales en el desarrollo del film, el primero porque marca el devenir de la historia, el segundo porque contribuye fundamentalmente a su desenlace.

Hay en la película una cierta crítica hacia aquellos profesionales que, sin duda con la mejor voluntad, en psicoterapia, pero también en cualquier otra actividad, se implican tanto en los problemas que tienen que resolver que pueden terminar (aparte de pasarse la ética por el arco del triunfo…) resultando perjudiciales para las personas a las que pretenden ayudar. En ese sentido, es verdad que la premisa de arranque, con el planteamiento y el nudo, nos parece superior al desenlace, que al margen de ese giro de guion que no se ve venir, está despachado con un “vámonos que nos vamos” que parece indicar que ya se estaban pasando de metraje y hay que terminar…

Pero el conjunto es agradable, un entretenimiento lúdico para adultos, un juguete cargado de cierta mala uva, con ese muy peculiar psicoterapeuta que interviene, y de qué modo, en los problemas de sus pacientes a los que con demasiada frecuencia termina jodiéndoles la vida.

Gran trabajo, como siempre, de Ricardo Darín, para nuestro gusto uno de los mejores actores argentinos de todos los tiempos (y mira que el país da intérpretes magníficos…), pero también del menos conocido Diego Peretti, que hace toda una creación de este escritor de ancestros galos, personaje que él hace creíble en sus neuras de autor bloqueado que necesita emborracharse para crear.

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…La película reservará una serie de giros sorpresivos para el final, le sumará la aparición de un reconocido actor invitado y ofrecerá algunos apuntes graciosos sobre la literatura, el cine y hasta la televisión, pero no irá demasiado lejos con eso. De hecho, por la manera en la que subtramas y motivaciones aparecen y desaparecen casi sin aviso, por momentos da la impresión que el montaje final ha dejado algunas escenas un tanto de lado. Más allá de eso, Lo dejamos acá trata de revivir el espíritu de la comedia de suspenso clásica —la banda sonora apuesta directamente a un toque retro— con algo woodyallenesco dando vueltas por ahí. Y por momentos consigue su cometido: conectar con la vieja magia del cine de Hollywood.

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…La reunión entre Darín y Peretti es uno de los atractivos más evidentes de la película. No solo porque ambos ya compartieron pantalla en Música en espera, porque existe entre ellos una química que permite que buena parte de las situaciones encuentre un tono particular. Goldfrid conoce bien ese terreno. Ya había trabajado con Peretti en su debut, Música en espera, y con Darín en Tesis sobre un homicidio. En Lo dejamos acá vuelve a reunirlos dentro de una historia que necesita precisamente de esa tensión entre dos personalidades fuertes.

Ulises es un personaje que se cansó de la pasividad. La terapia, para él, se convirtió en un territorio demasiado previsible. Escuchar, interpretar, esperar y volver a escuchar ya no le produce ninguna satisfacción. Quiere resultados. Quiere comprobar que sus intervenciones tienen un efecto visible. Por eso cruza límites que, en principio, deberían permanecer intactos.

Pero ahí aparece una de las cuestiones más interesantes del personaje: su aparente vocación de ayuda tiene una relación bastante estrecha con su propio ego. Cada vez que consigue modificar la vida de alguien, Ulises obtiene algo a cambio. Hay placer en esa capacidad de intervenir, una sensación de poder que excede cualquier intención terapéutica. Resolver los problemas de los demás empieza a ser también una manera de alimentar una imagen favorable de sí mismo…

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…Lo dejamos acá es una película estimulante, sostenida por un guion ingenioso y grandes interpretaciones, que arranca con una premisa de enorme interés y sabe conducirla hasta un territorio inquietante. Su límite está en la indulgencia final: Goldfrid parece preferir la complicidad a la confrontación y ofrece una salida demasiado conveniente. El público, que conoce la situación desesperada del personaje y siente simpatía por Darín, acepta de buen grado un desenlace que difícilmente resistiría un examen de verosimilitud. La película nos hace sonreír, sí, pero a costa de renunciar a parte de la hondura moral que había alcanzado.

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