Fred, Antero, Mitis e Pasini sono i protagonisti diciottenni, una ragazza svedese e tre ragazzi triestini.
la regista (l'opera prima era Piccolo corpo) ci mostra le loro incomprensioni e poi le comprensioni, ed è una scoperta la loro amicizia.
dice Paul Nizan:
Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa
è la più bella età della vita.
e anche:
Tutto congiura per
mandare il giovane in rovina. L'amore, le idee, la perdita della famiglia,
l'ingresso tra gli adulti. E’
duro imparare la propria parte nel mondo.
…Il suo film riesce a raccontare con freschezza e
sincerità l'universo degli adolescenti e la nascita di un rapporto di profonda
complicità, senza scadere nei cliché di tante produzioni giovaniliste.
L'adattamento scritto dalla Samani con Elisa Dondi dimostra una notevole
capacità di adeguare un racconto di un secolo fa alle dinamiche contemporanee
(il film è ambientato nel 2007, ha spiegato l'autrice , perché è l'anno del suo
diploma , dell'entrata della confinante Slovenia nell'area Schengen e l'ultimo
anno senza Facebook in Italia). Mi è anche piaciuto come affronta il rapporto
maschi/femmine senza scadere nel pistolotto femminista che ammorba ormai quasi
ogni produzione contemporanea: all'inizio quando la protagonista viene
bullizzata temevo che l'autrice avrebbe preso questa facile strada, mentre poi
lo sviluppo mi ha invece positivamente stupito per la capacità di scavare molto
più nel profondo rispetto alle prediche contro il cosiddetto
"patriarcato", senza neppure nascondere i muri e le difficoltà che la
ragazza ha dovuto affrontare al momento dell'ingresso nel contesto tutto
maschile della classe, e la forza a cui ha dovuto far ricorso per non farsene
schiacciare. Anche l'attrice e i tre attori protagonisti , scelti dopo un
casting diffuso nelle scuole superiori del Friuli-Venezia Giulia, conservano
una freschezza adolescenziale che li rende particolarmente credibili nei loro
ruoli.
…Il film è una commedia giovanile girata molto bene, in modo
coraggiosamente non convenzionale in un contesto giovanile che, al contrario,
visti anche i superficiali precedenti già girati sull'argomento, si è sempre
prestato a puerili e grossolane banalizzazioni per acchiappare consensi di
massa.
Il nuovo film della Samani invece
appare inflessibile a simili degenerate tentazioni, concentrandosi a parlare di
giovani senza inutili edulcorazioni, rifugge do luoghi comuni ma restando sul
contemporaneo e sul realistico.
Una storia di amicizia, rivalità, di primi amori, che si sviluppa
intelligentemente senza cadere nelle trappole tipiche dello spottone tipo
cornetto gelato.
Un anno di scuola si presenta pertanto come un film schietto ed
onesto, sanamente realistico, in grado di trattare lucidamente argomenti molto
rischiosi, che potrebbero degenerare in filmetti di totale inconsistenza in
zona "Tre metri sopra il cielo" o "Scusa ma ti voglio
sposare", per citarne a primo ricordo due esempi davvero tristemente
indicativi.
Tutto ciò viene saggiamente e sapientemente evitato, fornendo il film
un ritratto credibile della gioventù odierna o comunque di un recente passato
in cui gli studenti attuali sono in grado ancora di riconoscersi ed
identificarsi.
Stella Wendick, l'ottima e
tosta protagonista Fred, Giacomo Covi, PietroGiustolisi, Samuel Volturno si rivelano
quattro giovani attori esordienti davvero bravi, ed una scelta oculata che contribuisce
non poco alla riuscita di questa seconda regia di Laura Samani.
il regista ricostruisce la vicenda di Giulio Regeni, a dieci anni dalle orribili torture per una settimana fino alla morte, e dà voce ai genitori di Giulio e al loro avvocato, AlessandraBallerini, che non si fanno convincere da imbroglioni e assassini.
questo è un film dell'orrore, mostrare le orribili facce dei governanti italiani, ma non solo, fa davvero paura (e schifo).
per sapere qualcosa in più sul modus operandi degli agenti egiziani si potrebbe (ri)guardare Omicidio al Cairo.
Giulio Regeni - Tutto il male del mondo è un film da non perdere, nella trentina di sale dove si può vedere.
ps1: il film non è stato ritenuto di ricevere contributi, mica è un film sull'immenso Gigi D'Alessio.
Giuli, il ministro con l'anello, più che Frodo è Frode, è un bugiardo, dice che la sottocommissione che ha deciso di non finanziare il film su Regeni è indipendente (sono amici suoi?) e lui non può intervenire (leggi qui), invece alla Biennale di Venezia lui interviene eccome (leggiqui).
sotto due articoli sullo scandalo dei finanziamenti al cinema (qui ne parla la mamma di Giulio):
Fondi al cinema: zero euro a Bertolucci e Regeni, un milione per D’Alessio - Thomas Mackinson
Abbasso Bertolucci, ma viva Gigi D’Alessio. L’ultimo film con sceneggiatura scritta da uno dei più grandi maestri del cinema italiano prima di morire non riceve neppure un euro dallo Stato. E nemmeno il documentario su Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo giusto dieci anni fa. Ma consoliamoci: in compenso, 1 milione di euro dei contribuenti italiani finanzia il biopic su Gigi D’Alessio, 800mila euro vanno al film Tony Pappalardo di Pingitore e 400mila a Il tempo delle mele cotte. E pensare che queste sono le scelte degli esperti della Commissione ministeriale per i contributi selettivi al cinema, chiamati a valutare secondo il criterio dell’“interesse artistico e culturale e dell’identità nazionale italiana”, con una dote complessiva di 14 milioni di euro.
Sul sito della Direzione generale Cinema sono stati pubblicati ieri gli esiti dei bandi selettivi 2025, destinati a finanziare a fondo perduto scrittura, sviluppo e produzione di opere di giovani autori, opere prime e seconde, cortometraggi e progetti di particolare qualità culturale.
Le risorse erano inferiori rispetto agli anni precedenti, ma comunque rilevanti: 38 milioni di euro, 15 solo per la linea dedicata alla “qualità artistica” e all’“identità culturale italiana”. A concorrere 45 progetti, di cui 22 ammessi al finanziamento. Ma a scorrere l’allegato con ammissioni, esclusioni e punteggi, viene da chiedersi quale criterio sia stato adottato dagli “esperti del ministero”.
Tra le opere di “qualità”, l’occhio cade subito sul primo degli esclusi: forse il caso più clamoroso. Non passa The Echo Chamber (Indigo Film), basato sull’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta con Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini poco prima della sua morte nel 2018. Un progetto con cast internazionale – Luca Marinelli, Alicia Vikander, Susan Sarandon –, musiche del compositore francese Clément Ducol e il coinvolgimento di professionisti pluripremiati tra Oscar e David di Donatello. Eppure, per la commissione non ha i requisiti di “artisticità, culturalità e identità nazionale italiana”. Il film di Andrea Pallaoro, costo 4,6 milioni e richiesta di 1,8 milioni sul bando qualitativo. Risultato: una produzione già candidata ai festival internazionali del 2026, da Cannes a Venezia, non prende un euro. Non è “meritevole”. E allora torniamo su.
Chi passa invece la rigorosa selezione “qualitativa”? L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, porta a casa 1 milione su un costo di 6,8 milioni. Tony Pappalardo Investigation di Francesco Pingitore ottiene 800mila euro. Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, 400mila. Prima degli esclusi è La sindrome degli amori passati di Chiara Malta (4,3 milioni di budget, 750mila richiesti), ma anche Illusione di Francesca Archibugi e Piercing di Margherita Ferri.
È un altro dato che pesa: nei due bandi più rilevanti, economici e culturalmente rilevanti, su 22 progetti finanziati non compare una sola regista donna. Unica eccezione parziale Margherita’s Pizza (320mila euro), forse perché assieme ad Alessia Caimorano lo co-firma Marco Pollini.
Le registe vengono di fatto relegate alle categorie minori – documentari, cortometraggi, giovani autori – dove si concentrano le poche ammissioni femminili. I commissari poi chi erano? Il solito film. Tra i cinque “esperti” spicca ad esempio Benedetta Fiorini, ex deputata leghista emiliana come la sottosegretaria con delega al Cinema Lucia Borgonzoni, viene ricandidata nel 2022 ma non viene eletta. A giugno 2024 però diventa membro del Cda di Enac. Segni particolari: selfie con la sottosegretaria.
Insomma, dopo quattro anni di furibonde polemiche della destra contro il cinema finanziato dallo Stato come “amichettificio” della sinistra, nelle mani della destra resta quello di prima: solo un affare per gli amici, soprattutto uomini, mentre la pretesa “qualità” continua a lasciare ampi margini di miglioramento
“Taglio di 90 milioni delle risorse, ma 100 milioni di tax credit per film stranieri girati in Italia”, la lettera di 200 artisti contro il governo
Nel giorno in cui Cinecittà festeggia il ritorno all’utile e rilancia il proprio ruolo nel panorama internazionale, il cinema italiano si ritrova ancora una volta diviso e in polemica con il Governo sulla gestione dei fondi pubblici. Da una parte i numeri positivi degli storici studios romani, dall’altra la protesta compatta di autori e autrici che denunciano una redistribuzione delle risorse penalizzante per la creatività nazionale. La contestazione arriva attraverso una lettera aperta del Coordinamento Autori Autrici, firmata da oltre 200 protagonisti del settore: tra loro premi Oscar come Giuseppe Tornatore e Paolo Sorrentino, insieme a nomi come Paolo Virzì,Alba Rohrwacher, Marco Bellocchio e Matteo Garrone.
“Sembra incredibile ma è vero: mentre le risorse del Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo subiscono un taglio di 90 milioni, sale da 40 a 100 milioni la quota del tax credit dedicata ai film stranieri girati in Italia”, si legge nel documento. Una scelta che, secondo i firmatari, comporta un doppio effetto: “Il Governo decide di raddoppiare la spesa per l’attrazione delle produzioni estere, e diminuire di due terzi i fondi erogati dal Ministero della Cultura per il finanziamento di scrittura, sviluppo, produzione e distribuzione dei progetti audiovisivi italiani di particolare qualità artistica, dei documentari e delle opere di animazione”.
Nel mirino c’è in particolare il decreto di ripartizione del Fondo, che – secondo quanto riportato nella lettera – sarebbe passato “dai 696 milioni di euro del 2025 ai 606 milioni del 2026”. Da qui l’allarme del settore: “Così si uccide il nostro cinema”, scrivono sceneggiatori, registi, attori e compositori, dichiarandosi “fermamente contrari a questa scelta iniqua”, tanto più delicata perché inserita nel percorso verso una nuova legge di sistema destinata a incidere sul futuro dell’intero comparto. Gli artisti rivendicano quindi “con forza che tale riforma dovrà avere al proprio centro la creatività italiana”, ricordando che essa rappresenta “l’espressione dell’impegno di migliaia di lavoratrici e lavoratori del settore. Perché non c’è Italia senza Cinema”.
Eppure, mentre la filiera creativa lancia l’allarme, un altro segmento dell’industria mostra segnali di netta ripresa. Proprio a Cinecittà, durante l’evento “Cinecittà Interno Giorno”, sono stati presentati i dati del bilancio 2025, che segnano un ritorno alla profittabilità: utile netto di 1,1 milioni di euro, in forte controtendenza rispetto alla perdita superiore agli 11 milioni registrata nel 2024. Il miglioramento è legato soprattutto alla crescita dei ricavi – passati da 21,5 a 30,5 milioni (+43%) – e a una consistente riduzione dei costi di produzione. Numeri che superano anche le previsioni, trasformando una perdita stimata in un risultato positivo. A confermare il rinnovato dinamismo degli studios romani è anche l’annuncio di nuove produzioni internazionali, a partire dal progetto dedicato ad Annibale che vedrà nuovamente insieme Denzel Washington e Antoine Fuqua, fino alla serie Netflix “Assassin’s Creed”.
…La proiezione del film, l’assunzione di un rischio
imprenditoriale diretto, è quindi un gesto di impegno civile. Andare a vederlo
lo è altrettanto che scendere in piazza a reggere una candela o un cartello
giallo. A questo gesto seguirà quello costituito dall’iniziativa “Le Università
per Giulio Regeni. A dieci anni dalla scomparsa, un’iniziativa per la libertà
di ricerca”, promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo in collaborazione
con la Fondazione Elena Cattaneo, Fandango e Ganesh Produzioni, che porterà per
due mesi il documentario nelle università. Ancora una volta, a prescindere
dalle scelte dei governi, la società civile dice forte e chiaro che ha a cuore
la memoria, la testimonianza, la verità, la libertà.
Chiunque abbia indossato un
braccialetto giallo con su scritto "verità per Giulio Regeni" o abbia
seguito un telegiornale conosce questa storia. Che è quella, atroce, di Giulio
Regeni, partito da Cambridge per compiere una ricerca sui venditori ambulanti
egiziani, sparito al Cairo il 26 gennaio 2016. Scambiato, in malafede, per una
spia (erano passati appena cinque anni dalla rivolta di piazza Tahrir e c'era
in giro un'aria paranoica), il ragazzo viene torturato in una maniera che fa
male solo a sentirla nei racconti, roba che nemmeno Torquemada, per poi essere
ucciso. Il film di Simone Manetti - una predilezione per i documentari
biografici: vedi alla voce Pippa Bacca - ricostruisce quella vicenda, rimettendo in fila i
fatti e le parole, servendosi di materiali di risulta, compreso il video girato
di nascosto dal sindacalista che lo aveva segnalato, ma anche delle udienze in
aula di quel processo infinito (e di interessi economici italiani), osteggiato
da al-Sisi, al punto da costringere l'allora presidente del consiglio Renzi a
compiere quello che forse è stato l'unico atto responsabile della sua carriera
politica: richiamare l'ambasciatore italiano al Cairo (ci penserà quel democristiano
di Gentiloni, bontà sua, a far tornare tutto come prima). Tra depistaggi,
messinscene, false testimonianze, connivenza da parte della televisione araba e
controaccuse, il giovane friulano non ha trovato pace nemmeno da morto. Ma il
fatto che qualcuno si sia preso la briga di dedicargli un film e che tanta
parte della società civile continui a combattere affinché la verità venga a
galla è un segno positivo per i familiari di Regeni, per l'avvocata Alessandra
Ballerini che li sostiene e per il cinema.
…Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è il
primo documentario che ricostruisce chi era Giulio e tutto il male che gli è
stato fatto, dando conto della battaglia processuale sul sequestro, le torture
e l’omicidio del ricercatore italiano ritrovato ucciso nei pressi del Cairo il
3 febbraio del 2016. A raccontare la sua storia, per la prima volta, sono i
genitori, Claudio Regeni e Paola Deffendi. Un padre e una madre che per
arrivare alla verità hanno sfidato la dittatura militare di Abdel Fatah
al-Sisi. Accanto a loro, la testimonianza esclusiva di Alessandra Ballerini,
l’avvocato che li ha assistiti nella lunga battaglia legale che nel 2023, a
distanza di otto anni dalla scomparsa di Giulio, ha portato al processo contro
quattro agenti della National Security egiziana.
…Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è
uno straordinario esempio di come cinema e reportage possano avvicinarsi al
punto quasi da sovrapporsi in alcuni punti. Simone Manetti, insieme agli
sceneggiatori Emanuele Cava e Matteo Billi, ricostruisce le ultime ore di
Giulio Regeni e soprattutto ciò che è avvenuto dopo.
Non c’è
finzione, anzi il documentario segue una struttura classica e lineare, il cui
centro sono le interviste sedute ai genitori di Giulio e
all’avvocata Ballerini. C’è però anche un ampio utilizzo dei materiali
d’archivio sia televisivo che giudiziario. Vengono mostrati i telegiornali
egiziani e italiani dei giorni e dei mesi successivi al ritrovamento del corpo
di Regeni, così come video delle rivolte in Egitto. Senza dimenticare le
testimonianze rilasciate durante i processi, sia dell’ex ambasciatore italiano
sia dell’ex presidente del consiglio Renzi, ma anche di altri uomini, detenuti
dal regime negli stessi giorni in cui Giulio Regeni veniva torturato e
interrogato.
Non ci sono
artifici narrativi: la voce e il volto di Giulio sono quelli reali,
poiché il film mostra anche il video girato di nascosto da Mohamed Abdallah per
i servizi segreti egiziani. Abdallah, capo del sindacato dei venditori
ambulanti nonché una delle fonti di Regeni per la sua ricerca in Egitto, è
stato identificato come l’uomo che ha denunciato Regeni alla polizia di Gyza.
Giulio
Regeni – Tutto il male del mondo si affida perciò alla forza dei fatti e dei
volti che in tutti questi anni hanno fatto sì che non si dimenticasse mai che
la storia di Giulio non è solo una tragedia privata, ma una questione pubblica,
che riguarda tutti noi italiani. E la cui memoria spetta a noi tutelare, anche
con un gesto semplice come quello di andare al cinema.
…Tutto il
male del mondo è infatti l’espressione con cui Paola Regeni sintetizza il sentimento provato di fronte
alla vista del viso deturpato e rimpicciolito del figlio; un ridimensionamento
talmente accanito e brutale da concentrare su di sé una quantità di crudeltà
intollerabile e inimaginabile per un solo essere umano; la consapevolezza
di come non mai, nelle parole asciutte e laceranti di una madre, negli occhi
illuminati dal pudore di pronunciale e dalla dignità di farsi ascoltare, nella
sua espressione scavata e tenace, il volto umano rappresenti veramente una
soglia invalicabile oltre la quale la pietas diventa empietà. Uno scarto
abissale rispetto all’ultima foto di Giulio che ha continuato e continua a
girare, quella di un ricercatore universitario di ventotto anni con un sorriso
aperto e generoso, spinto da un desiderio di studiare e di conoscere sul campo
una situazione complicata come quella dell’Egitto uscito da poco da un regime,
quello di Hosni Mubarak, per entrare in una situazione di ulteriore
instabilità, fino ai giorni della dittatura militare di Abdel Fattah al-Sisi. Il 25 gennaio, il giorno in cui Regeni è stato
rapito, si era infatti festeggiato il quinto anniversario della caduta di Mubarak e al tempo stesso, nel crocevia di
contraddizioni e di contrappassi aperto dalla fine delle cosiddette primavere
arabe, si contestava l’attuale regime. Un misto di esaltazione e di paranoia
che Manetti non traduce solo sul piano della
ricostruzione degli eventi storici ma scegliendo di utilizzare come struttura e
filo portante del racconto, dal punto di vista visivo e uditivo, le immagini
filmate con una videocamera nascosta da Mohamed Abdallah, il leader del sindacato degli ambulanti, durante
un incontro con Giulio alcuni giorni prima che sparisse; l’uomo era infatti il
contatto principale per le informazioni che Regeni stava raccogliendo ai fini della sua ricerca
per l’Università di Cambridge sulla condizione dell’associazionismo e
dell’attivismo per il riconoscimento dei diritti civili in Egitto. Abdallah lo aveva invece denunciato come possibile
spia dei servizi segreti e sobillatore di moti rivoluzionari contro il regime,
per ottenere dei favori e dei vantaggi da parte delle autorità locali…
Mi
perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione
la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da
un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo,
giusto? Ecco.
La
ricostruzione delle eroiche gesta dell’esercito americano che salva il
suo pilota abbattuto è un po’ così, e la trama – dritta dritta – è
stata accettata senza che nessuno si alzasse a farsi una risata (intendo la
grande stampa italiana e i telegiornali). Il famoso pilota, colpito dalla
contraerea, si espelle con il seggiolino. “Ferito”, dice la versione ufficiale;
“gravemente ferito” dice un’altra fonte.
Ok, si salva
e si mette al sicuro in una grotta, ma… a un centinaio di chilometri
dall’abbattimento, cioè in ventiquattrore, fa due maratone e mezza, in salita
(fino a 2100 metri, temperatura sotto lo zero), si suppone appesantito
dall’equipaggiamento. Gli americani mandano a salvarlo una specie di esercito,
perché gli MC130 (due) non sono aeroplanini agili e leggeri, ma affari
giganteschi che trasportano truppe e mezzi, una vera invasione. Intanto la Cia
– mai sottovalutare la Cia, ragazzi – crea una falsa pista, cioè fa credere
all’Iran che il pilota sta da un’altra parte, astuti come faine, e quegli altri
ci cascano con tutti i turbanti. Mah.
Quindi
salvano ‘sto pilota pluri-maratoneta-alpinista ancorché ferito, ma sfiga vuole
che i due MC130 si scontrino tra loro sulla pista di un aeroporto abbandonato
(prima versione), oppure si impantanino nella sabbia (seconda versione), oppure
siano colpiti dall’esercito iraniano (terza versione). Insomma, soccorso e
soccorritori, un centinaio di marines, rimangono a piedi, e fanno saltare i
loro stessi aerei, per non lasciarli al nemico. Mah. La trama si infittisce:
chiamano al volo altri tre aerei, tipo Uber ma sulle montagne dell’Iran, e si
fanno portare via, non prima di farsi abbattere qualche elicottero. Ora il
pilota è sano e salvo, dice il film, ma non sappiamo chi è, come si chiama, e
non c’è nemmeno la fotina con lui che fa “vittoria” con le dita. Auguri
comunque.
Ok, ora
parliamo della crisi del cinema americano.
Voglio dire,
con una trama così puoi anche vincere la statuetta che si consegnano tra loro
ogni anno, ma rimane un polpettone zoppicante e fantasioso. Per ora la critica
(i famosi fact-checker a guardia dell’informazione democratica, per dire)
sembra cascarci, mentre in Iran dicono che il film è molto fiction: si sarebbe
invece trattato di un’operazione di terra, con vere truppe di invasione, per
impadronirsi dell’uranio iraniano, operazione miseramente fallita con grosse
perdite, figuraccia bruciante, catastrofe militare.
A chi
produce certi film non piace ricordare i flop passati, ma viene in mente
comunque l’operazione Eagle Claw, 24 aprile 1980, quando un Jimmy Carter sotto
elezioni tentò la mossa disperata del blitz per liberare gli ostaggi a Teheran:
fu un disastro. Ecco, nonostante le recensioni entusiastiche sugli invasori che
salvano il loro pilota, l’epica, la retorica e gli effetti speciali, il film di
quest’anno sembra molto un remake quarantasei anni dopo, con gli stessi esiti.
Il produttore del film, Donald Trump, ha fatto il suoi spettacolino insieme
agli sceneggiatori, ha parlato di “Una delle più audaci operazioni nella storia
degli Usa”, e ha detto che Dio li ha aiutati perché era Pasqua
(giuro). E forse pensa davvero che noi spettatori ci crediamo, paghiamo il
biglietto e mangiamo i popcorn, orgogliosi di esser presi per scemi.
Come un pesce sulla terra asciutta, Kristofer è
bloccato in una noiosa routine giornaliera lavorando come guardia di sicurezza.
Viene licenziato dalla nave merci in cui lavora quando viene sorpreso a
contrabbandare alcol. Di fronte a molti problemi viene tentato ad accettare
l'aiuto di un amico, Steingrimur, che riesce a fargli riavere il suo vecchio
lavoro usando la sua influenza. Kristofer decide di correre l'ultimo rischio in
un tour a Rotterdam.
…In conclusione un
gioiellino da vedere, perché ti coinvolge a dovere e il regista utilizza un linguaggio narrativo veloce che colpisce l'obbiettivo andando subito al sodo creando un atmosfera nervosa e tesa, condita anche con un pizzico di ironia su certe situazioni e spiazza, soprattutto nella seconda parte, anche se poi cade in un "Happy
End" che sembra forzato, ma ormai il buono è fatto.
Alberto è l'eroe dei nostri tempi, un vigliacco, un crumiro, un fifone, un minus habens, un lecchino, un traditore, insomma una merda.
Alberto Sordi interpreta l'eroe alla perfezione, sotto la direzione di Mario Monicelli, la sceneggiatura di Rodolfo Sonego, con dei colleghi attrici e attori bravissimi.
Grazie a Rodolfo
Sonego, da due anni autore principale del divo, Un
eroe dei nostri tempi si staglia quale (primo o comunque tra i primi)
epicentro di una carriera straordinaria per la scelta di raccontare caratteri
sgradevoli e sulla carta da tenere lontani per poter sfondare, un percorso votato allo studio del male insito
all’uomo del dopoguerra, al democristianuccio della porta accanto,
all’opportunista un tempo suggestionato dalla grandeur cialtrona del fascismo e
quindi accomodatosi tra i cuscini del perbenismo cattolico.
Monicelli, Sonego e Sordi costruiscono un personaggio emblematico dell’Italia
– anzi: della Roma – a cavallo tra ricostruzione e benessere economico,
individuando una componente fondamentale: la paura. Guarda caso – e gli
capiterà spesso – Sordi interpreta un protagonista che si chiama come lui, non
tanto con l’intenzione di volersi identificare in un tale mostr(sciatto)o,
quanto piuttosto per sottolineare la sua capacità di intercettare un comune
sentire, rappresentante massimo di un
popolo, accollarsi l’incarico di raccontarne i lati oscuri affinché
gli spettatori possano percepirsi esentati pur riconoscendovi segretamente…
Diretto da Mario Monicelli sulla base di una sceneggiatura curata da Rodolfo Sonego, Un eroe dei nostri tempi deve buona parte della sua riuscita alla grandiosa
performance di Alberto Sordi, che qui interpreta uno dei suoi personaggi più
divertenti. In sintesi, Alberto Menichetti è impiegato presso una ditta che
produce cappelli e, nonostante la sua estrema prudenza, si trova coinvolto in
situazioni tragicomiche che lo porteranno addirittura a essere scambiato per un
anarchico. È attorno a Sordi che ruota essenzialmente il film, ma tuttavia
non possiamo non riconoscere i meriti sia degli altri attori (tra i tanti
ricordiamo Franca Valeri, Mario Carotenuto, il regista Lattuada e, in piccolo ruolo, il futuro Bud Spencer), sia della regia. Sebbene goda di scarsa fama,
questo film è uno dei gioiellini da riscoprire del periodo d’oro di Sordi.
Nonostante che il personaggio, nella filmografia sordiana, non sia nuovo, lo
sviluppo offre una serie quasi incalcolabile di situazioni divertenti, affidate
naturalmente all’istrionismo del protagonista. Il personaggio, interpretato da
Sordi è l’ennesimo ritratto, molto caricaturale, dell’italiano medio, stavolta
nella persona di un meschinissimo individuo pronto a tradire tutti e tutto pur
di salvare la propria pellaccia. Un Monicelli sulla via della propria maturità,
ma con una freschezza di umorista già tutta sua, dirige al meglio un cast di
comprimari di lusso. La battuta finale (“posso andare? ci sarà pericolo?“), pronunciata da un Sordi arruolatosi nella Celere, è
diventata quasi proverbiale. La visione è assolutamente consigliata.
…Mario Monicelli, maestro assoluto della
commedia italiana, non ha mai puntato su tempi di carattere sociale, al massimo
evidenzia le storture della vita quotidiana anche lavorativa e le sfiora in
questa occasione senza poter immaginare che oggi, a tanti decenni di distanza,
il lavoro è millimetricamente osservato dai sistemi di sorveglianza
informatica. Qui, infatti, le condizioni di lavoro con quel sistema microfonico
(comico e surreale), consentono al capo di spiare i suoi dipendenti e
richiamarli immediatamente all'ordine in caso di abuso, ma la resistenza a
questa sorveglianza pervasiva è debole quanto l'etica del lavoro di Alberto Menichetti,
i cui unici compiti sono infatti pulire l'ufficio del suo superiore e provare
un nuovo design del cappello. Il problema – che è allo stesso tempo causa di un
umorismo molto divertente – è che il protagonista di questo film ha, al
contrario, il dono di sconfinare maldestramente in situazioni improbabili, che
peraltro confermano le apprensioni che coltiva nei confronti dell'autorità in
tutte le sue forme.
Alberto Sordi è, ovviamente e come
ci possiamo aspettare, perfetto in un ruolo forse cucito addosso a lui, con una
interpretazione ottimamente modulata al personaggio: “Ma io non ho paura, è
che ho la fortuna di essere prudente”. Una frase introduttiva capace di
spiegare tutto il suo Alberto.
Cast strepitoso che comprende la
grandissima Franca Valeri, la bellissima Giovanna Ralli e tanti
altri nomi importanti per la commedia di quegli anni. La sorpresa è Carlo
Pedersoli non ancora Bud Spencer.
di Andrea De Sica avevo visto qualche anno fa I figli della notte, una promettente opera prima.
adesso nei cinema è arrivato Gli occhi degli altri, si tratta di una storia d'amore (?) tossico, nell'alta società, nobili e codazzo di adoranti inutili (peccato non aver tagliato la testa ai nobili, come si usava in Francia, al momento giusto)
Elena (una bravissima Jasmine Trinca) e Lelio (un bravissimo Filippo Timi) si vogliono senza se e senza ma, però dopo poco arriva la noia, la depressione, la gelosia.
e la fine è la solita, un drammatico omicidio, che ancora non si chiamava femminicidio, quando ancora il divorzio non era possibile (se non per i riccastri, pagando la Sacra Rota).
è un film che merita, non fa divertire, c'è da soffrire fino alla fine, e forse è per questo che ci sono, immeritatamente, pochi incassi, alla seconda settimana solo una ventina di sale, mica è Supermario.
buona (tragica) visione - Ismaele
…Gli
occhi degli altri è un film che funziona proprio per la sua scelta di
non affrettare nulla. Restituisce ogni dettaglio, ogni incrinatura, con una
pazienza quasi angosciante, fino a un finale che – pur noto – arriva come
l’unica conclusione possibile. De Sica lavora per sottrazione, senza retorica,
e affida tutto alla forza dei due interpreti. Jasmine Trinca è,
come sempre, superba.
Un’attrice solida, mai
prevedibile, che non ha paura di esporsi e concedersi. La sua
Elena è piena di chiaroscuri, imperfetta ma viva, disperatamente attaccata a
un’idea di autodeterminazione che la società (e il marito) non le permettono.
Ed è supportata da un partner di tutto rispetto, Filippo Timi, che sa trovare il perfetto equilibrio tra
l’essere un uomo di potere con tutto il suo appeal e carsima, e un personaggio
disturbato, che scivola nell’abisso del delirio. Tutto con una naturalezza
sconvolgente. Ed è proprio per questo che riesce nel suo intento: scuotere chi
guarda.
…Al netto di una sezione nel complesso assai riuscita, che ben
introduce tanto la follia quanto la solitudine di Lelio, portandola in fondo
parallelamente al percorso di distanziamento e cambiamento di Elena – vivo,
credibile e forte anche perché sostenuto dalla coerente evoluzione del corpo e
dello sguardo della dubbiosa e forte Jasmine Trinca; d’altro canto la caduta
della donna in questo stato sembra come giunto dal nulla, similmente alla
sensazione che dà la ora definitiva svolta del personaggio di Timi, che d’un
tratto abbandona l’ambiguo fascino dell’amante oscuro e fragile, in favore
della rigidità impositiva del carceriere, salvo poi rifarsi nelle fasi finali.
Ma il film si riprende, complice il contrasto della cupezza del tutto con
l’azzeccata comicità della fattucchiera, anche primo allarme per un Lelio che
inizia ad avvertire un allentarsi della sua morsa sulla moglie, la sfumare
della sensazione di essere l’unico per lei, e che lo inebria più di ogni altra
cosa.
Di certo l’accennata struttura ad ampi salti temporali alimenta
questa sensazione d’essersi persi qualcosa, laddove invece non era avvenuto, ad
esempio, nei confronti delle appena accennate storie dei soliti invitati ai
weekend sull’isola: ogni volta con un nuovo partner o un nuovo dettaglio, una
sfumatura di carattere o una battuta rispetto un qualcosa che allo spettatore
rimane escluso dalla diegesi, ma il cui solo suggerimento alimenta invece la
sensazione di isolamento e distanza imposta al mondo da Lelio, ma che,
nonostante tanto potere, continua a girare…
…Gli occhi degli altri, di Andrea De Sica, così, è davvero
un film che si distacca dalla produzione corrente del cinema italiano. In un
colpo solo, mette in scena la crisi dell’infantile e nevrotica borghesia
italiana, mentre riflette sul linguaggio del cinema quale territorio in cui la
crisi trova il suo spazio di raffigurazione e verità. Tutto ciò è stato
possibile, infine, grazie al talento e professionalità degli interpreti. Filippo
Timi veste i panni del marchese attraverso il minimo della teatralità
esteriore, come un demiurgo immobile e patriarca, inchiodato alla
propria nevrosi.
Jasmine Trinca, finalmente, varca
la soglia che dall’attore conduce al divo, attraverso il coraggio, artistico,
di recitare con il corpo, nel corpo, per il corpo. Come il suo
personaggio richiede, Jasmine cattura il desiderio e lo rilancia: prodiga di
sguardi in macchina, ella chiama in causa, senza compromessi, la funzione,
estetica e sociale, dello spettatore. Lei ci guarda e noi siamo da lei
guardati, in una interrogazione produttiva, in chiave dialettica,
del senso del guardare col corpo e vedere con gli occhi. Ciò che il cinema è, o
dovrebbe essere, al di là dei mille gusti possibili e tutti i pregiudizi di
moda.
…Al suo terzo lungometraggio, De Sica nipotino (suo
nonno era un certo Vittorio) ricostruisce uno dei fatti di cronaca nera più
scandalosi degli anni Sessanta, in una vicenda che copre un intero decennio
fino al 1970, con una messa in scena ben costruita e visivamente molto sorvegliata.
La gabbia dorata nella quale l'arrampicatrice sociale Elena/Anna si trovò a
vivere, fino a sprofondare nella depressione, è raffigurata con chirurgica
precisione: gli ambienti, le dinamiche sociali, il rapporto con la servitù, la
gerarchia quasi feudale tra chi sta sopra e chi sta sotto, tutto concorre a
restituire il clima di un mondo in cui il sesso si traveste da libertà ma odora
già di possesso, ricatto e abuso. Anche grazie alla fotografia, ai costumi e a
una colonna sonora molto esibita (di Andrea Farri), il film ha un'eleganza
livida che a tratti sfiora il thriller psicologico, con qualche inquadratura
decentrata e labirintica che denuncia ambizioni cinefile persino un po'
smaniose. Il problema è che, nel complesso, resta scarsamente incline ad andare
oltre la mera messinscena dei fatti. Come se al regista interessassero più
l'osservazione antropologica di un ambiente aristocratico e il primato della
bella immagine che non le psicologie dei personaggi, qui limitate a ruoli
piuttosto rigidi, a dispetto dell'ottima interpretazione di tutto il cast.
…Sebbene il punto di forza principale risieda nella
capacità di trasformare un fatto di cronaca in una parabola profetica sulla
cultura dell'immagine, il ritmo volutamente compassato e la freddezza di alcuni
passaggi potrebbero risultare respingenti per chi cerca un thriller più
convenzionale. L'ho trovata un'opera audace che interroga lo spettatore sul
proprio ruolo di testimone del dolore altrui, confermando De Sica come una
delle voci più originali del cinema italiano contemporaneo grazie a un dramma
estetizzante che rimane impresso ben oltre i titoli di coda.