venerdì 13 marzo 2026

The good boy – Jan Komasa

sembra che la sceneggiatura del film sia stata "passata" da Jerzy Skolimowski a Jan Komasa, ottima scelta, direi.

Tommy  un giovane pezzo di merda, violento, drogato e tutto quello che si può pensare.

una notte viene preso in auto da un gentile signore e portato come prigioniero in una bella casa della campagna inglese.

e lì viene disintossicato e rieducato, con mezzi non canonici, dal gentile e abbastanza paziente signore, la moglie e il figlio cercano di farlo diventare un ragazzo "normale", il bambino lo tratta come un fratello più grande.

la fine è sorprendente, Tommy fugge ma forse è guarito, vedere per credere, e poi...

un film che merita, con una sceneggiatura davvero avvincente.

buona (rieducativa) visione - Ismaele


 

Good boy allarga i suoi orizzonti, non è più solamente un film sulla cosiddetta Cura Ludovico, ma cerca di riflettere sulle ragioni per cui la società di oggi è costretta a rifugiarsi nella violenza. Quali sono i motivi per cui i due protagonisti esercitano la stessa violenza, seppur in due modalità differenti?

Soltanto ponendosi questa domanda si possono capire le deviazioni mentali dei due protagonisti, solo offrendo un ritratto di una società in cui dilaga la solitudine possiamo comprendere perché la violenza, fisica e psicologica, è sempre più impunita.

In questa raffinata rilettura contemporanea l’opera si muove con grande scioltezza, l’intreccio thriller è forse la cosa che funziona di meno. Spesso la parte introspettiva lascia spazio all’azione che, di fronte al risultato finale, sembra essere troppo costruita e artificiale. Se è vero che l’aspetto action serviva a dare un guizzo al film, va constatato che nella parte finale l’azione esplode in qualche trovata superficiale e sbrigativa…

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Good Boy interroga lo spettatore su un dilemma morale: è peggiore la prigionia imposta o quella che ci costruiamo da soli? Essere liberi può significare smarrirsi, diventare schiavi dei propri vizi e impulsi; essere limitati può voler dire, in un certo senso, essere salvati.

Komasa mette in scena questo dualismo con un equilibrio raro, muovendosi tra il dramma psicologico e la commedia nera. Il contrasto tra il mondo esterno – rumoroso, caotico – e la casa immobile, quasi sospesa nel tempo, diventa la metafora di una società che cerca la redenzione nel controllo…

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Nessun monito e nessuna denuncia, nonostante sia apertamente citata un’ opera di Ken Loach, e non a caso Kes, il poetico e laconico resoconto del rapporto d’amicizia esclusivo tra un adolescente solitario ed emarginato e un piccolo falco. Quello che si insinua e poi incaglia nella mente di Tommy, e nel suo sguardo sempre più allucinato,  è il tarlo di un modello pervertito di cura, una sorta di privatistica giustizia riparativa che si sostituisce alle mancanze della società – lo Stato, la scuola, la famiglia d’appartenenza formalmente riconosciuta – e vorrebbe fondare una diversa, distopica etica delle relazioni. Con tanto di un sintomatico ritorno a casa che sembra essere stato scritto da un redivivo Harold Pinter nella chiave di un’audace parabola tra sadomasochismo e voglia di tenerezza.

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Dopo il folgorante inizio il film si adagia su una serie di ripetizioni, per poi accelerare troppo nella parte finale, dove si perdono nel nulla motivazioni e interi personaggi. Si configura, oltre al già più volte citato Arancia meccanica, una commistione con il nuovo cinema britannico della diseducazione altoborghese alla Saltburn, e con la fantascienza letteraria di cui il protagonista diventa dopo un po’ avido lettore. Oltre a Ray Bradbury, è una citazione da Aldous Huxley a venire sottolineata e a dare il senso: “Meglio un beato torpore o affrontare la sobria realtà?”. E se la realtà è forzatamente sobria, non è forse meglio viverla sotto uno scudo protettivo, qualsiasi esso sia? Sta qui il vero valore dell’opera, nelle domande non banali che suscita, nell’interrogare lo spettatore su quali siano i propri codici morali, nel presentare la restaurazione violenta come seducente per poi demolirla pezzo per pezzo, fino ad arrivare ad un’ultima giravolta finale. Good Boy vive e prospera nel relativismo contemporaneo, dove l’unico “pensiero forte” sembra provenire da una destra estrema e acefala, moralista e immorale, che ha abbandonato da tempo il senso della proporzione. Un artista ultraquarantenne polacco guarda la Gran Bretagna, vede l’avanzamento di Nigel Farage all’orizzonte, e ci racconta una fiaba nerissima dove se la fine sia lieta o meno è ad esclusivo appannaggio di chi guarda…

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Succede che Tommy (Anson Boon), diciannovenne i cui appetiti si dividono tra sesso e droghe, tra giochi pericolosi che sono reati e vili aggressioni a chi non può difendersi, senza soluzione di continuità tra vita sociale e social network, dopo l’ennesima notte di nulla si ritrova con una catena attaccata al collo nel seminterrato di una casa dei ricchi Chris e Kathryn (Stephen Graham e Andrea Riseborough), che vivono con il loro figlio Jonathan (Kit Rakusen) nelle campagne inglesi isolate dal mondo e dal vizio. È stato Chris a rapire il ragazzo; per rieducarlo, per condurlo sulla retta via, con la complicità di moglie e figlio. Da qui la narrazione può svilupparsi, da una parte, secondo le linee psicologiche di un kammerspiel invelenito, abbrutito, dopato, manipolato dalle sirene del thriller e, dall’altra, lungo una progressiva socializzazione dello spazio – fisico, famigliare, emotivo – che si traduce in ambiguo impossessamento di quello spazio da parte di Tommy. Il ragazzo, dapprima costretto tra le pareti anguste della cantina, grazie ai suoi progressi, pian piano si guadagna la fiducia e l’affetto della famiglia fino a conquistare le altre stanze della grande casa, persino l’esterno, persino un pranzo all’aria aperta (sebbene sempre incatenato, controllato), una paradossale armonia.

Gioca sempre più con il dolce Jonathan, guarda film con la famiglia, viene iniziato alla letteratura da Kathryn. E così scorrono le immagini di Kes di Ken Loach, le pagine di Ray Bradbury e di Harper Lee… Curioso, poi, o forse neanche tanto, che gli interni del film siano quelli del Grande Fratello polacco, come a far incontrare Foucalt e il trash, la prigione e l’ottundimento, dentro una guerra assurda dei segni. Kubrick è un’ombra che non ingombra, Haneke e Lanthimos sono altrove. Ed è la libertà, per Komasa, nella zona grigia della moralità, a restare la domanda senza risposta, oltre la colpa, oltre la coercizione, oltre la redenzione, oltre il desiderio di esistere, di sentirsi amati, riconosciuti. Ecco allora la frattura, la deviazione, ecco di nuovo gli occhi: per cosa piange davvero Tommy quando intravede la speranza di fuggire mentre Chris e Kathryn ballano in giardino come due fidanzatini sulle note di Smoke Gets In Your Eyes? È questo l’ignoto che fa più paura qui.

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giovedì 12 marzo 2026

Scanners - David Cronenberg

un film epico, la lotta fra Male e Bene, fra individui (scanners) che hanno la possibilità di entrare nella mente degli altri, e il combattimento non coinvolge le mani, solo i cervelli.

una corporation che usa gli scanners per fare degli esperimenti, per usare gli scanners per certi obiettivi, che coincidono con il profitto di alcuni.

il film non fa annoiare un attimo, la lotta è appassionante, gli effetti speciali, che oggi sembrano semplici, sono coinvolgenti e molto efficaci.

un film da non perdere, senza se e senza ma.

buona (scanner) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

  

 

Arriva dopo appena dieci minuti dall’inizio del film. È la celebre sequenza della testa che esplode. Dal 1981 in poi avrebbe riempito i nostri occhi e colonizzato le nostre coscienze audiovisive in una maniera, va da sé, molto cronenberghiana. Questione di fascinazioni tra corpo e mente, che si rincorrono da decenni nella filmografia del regista canadese. Questione anche di bieca cultura pop, visto l’uso espanso della sequenza in questione, sotto forma di gif,  nel web 1.0 degli anni ’90/2000, quando ancora non esistevano meme e social e i forum di discussione erano la forma primigenia di piazza virtuale…. Eppure stiamo parlando di nient’altro che frattaglie animali inserite nella testa di un manichino e fatte deflagrare con un colpo di fucile dal laborioso Dick Smith, supervisore effetti speciali della vecchia scuola, quando le cose si facevano ancora con le sostanze, i materiali posticci e i coloranti rossi…

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…esistono tantissimi horror e thriller psicologici. Scanners è fra i pochi, altissimi e angosciosi, che mettono davvero i brividi. E possiede un finale ambiguo oltre ogni dire.

Inoltre, può vantare due scene oramai leggendarie e indimenticabili, quella mostruosa, sbalorditivamente agghiacciante, di una brutalità estrema e insostenibile, dell’esplosione del cranio di un uomo durante un pericoloso esperimento extra-sensoriale, e quella finale del sanguinolento, metamorfico duello tra i due fratelli, Cameron e Darryl, è il caso di dirlo, da far scoppiare la testa e le budella, non solo loro.

Bravo Stephen Lack ma ci par giusto evidenziare la stratosferica fotogenia agghiacciante di un Michael Ironside al massimo del suo filmografico status da villain magnificamente magnetico.

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…si può riflettere sul modo in cui Cronenberg immagina che gli scanner esercitino il loro potere, e si può pensare apparentemente che lo facciano attraverso la vista. Invece la scena del pre-finale in cui un feto-scanner, ancora dentro la pancia della madre, attacca la scanner Kim ci dice chiaramente che non è così, che non si scannerizza attraverso la vista, ma proprio attraverso la mente. Nonostante lavori con le immagini, Cronenberg dunque ci dice che vista e cervello non coincidono, o forse non ancora (la corrispondenza tra l’uno e l’altra avverrà in Videodrome, per il tramite del segnale televisivo). Dunque, nel ritratto d’artista che Cronenberg ci regala in Scanners si può anche trovare un suggerimento sul modo in cui il cineasta canadese vede se stesso e il suo operare in campo cinematografico. Nel suo cinema infatti non prevale mai lo sguardo, quanto il lavorio di masse corporee, che possono essere anche senza occhi, ma che – ancora prima di poter vedere – sono sicuramente già in grado di sentire, di percepire e anche di penetrare, di odiare e di amare. Il processo di malformazione, di deformazione, di trasformazione prostetica; è questo il segreto del cinema di Cronenberg. E dunque l’artista di Scanners non poteva che essere uno scultore, un creatore di forme. Ed è curioso che un cineasta così tanto profetico abbia legato in modo indissolubile la sua filmografia, almeno fino ad un certo punto, agli effetti della prostetica, ormai purtroppo superati dagli effetti speciali digitali. È curioso, ma non insensato. Anzi, forse, come la carne e la mente, come il dolore e il piacere, come l’attrazione e la repulsione, si certifica in Scanners – e in tutto il Cronenberg della prima parte della carriera – il coincidere di passatismo e di futuribile, trovando dunque ribadito ancora una volta il superamento del classico principio di non contraddizione aristotelico. Scanners è dunque un film vintage per i suoi mirabolanti effetti prostetici e per quel suo dare rilevanza assoluta alla materialità di corpi/mente, ma è allo stesso tempo un film già digitalizzato per quella sua particolare declinazione delle virtù telepatiche degli scanner. Ed è forse allo stesso tempo il tripudio e la catastrofe del corpo, che esplode, si sfalda, viene sopraffatto dall’autocombustione. È l’esplosione e l’implosione dell’uomo così come l’avevamo conosciuto, al cospetto di una nuova era. È, infine, per dirla alla Ghezzi, il catastrionfo dell’umano.

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Credo che accanto ai mostriciattoli di The Breed gli Scanners siano le creature piu'inquietanti partorite dalla fervida mente di Cronenberg.Nonostante sia solo un film di genere il discorso che viene portato avanti è l'eterna lotta tra Male e Bene(epico lo scontro finale tra i due fratelli con un finale assolutamente non ovvio)e la sede di tutto è sempre il cervello.Cronenberg sembra ossessionato dall'anatomia e dalle sue deviazioni e lo spettatore diviene vittima lui stesso delle ossessioni del regista canadese.Qui la trama è abbastanza involuta ma si adombrano sospetti terribili sull'uso di farmaci(L'ephemerol genera scanners)da parte di poteri economici forti.No global ante litteram?Memorabile la scena in cui il capelluto Ironside fa scoppiare la testa al sedicente medium.

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David Cronenberg, ancora una volta nei panni di regista e sceneggiatore, con questa pellicola compie forse il suo passo più grande nel genere horror. Che il regista canadese intendesse affondare nel tema delle mutazioni il forte legame tra mente e corpo, relazione di matrice freudiana, si era già notato nel precedente Brood (1979) pellicola che incominciava con un dialogo psicanalitico che presto si mostrava come cicatrici sul corpo di Michael. Con Scanners, l’orrore cronenberghiano diventa sofisticato ed intellettuale, dove sono le menti a confrontarsi ed i corpi a mostrarne i segni di una malleabile trasparenza (dice Cameron al dottor Ruth “Mi sento trasparente”). Una scena molto suggestiva difatti è proprio quella della morte dello scultore Benjamin Pierce, la cui mortalità non è nel corpo ma nella voce che si dissolve nella morte (o come quando Kim, dopo che i compagni sono uccisi mentre erano in contatto telepatico, dice “Adesso so cosa vuol dire morire….”). Per quanto riguarda i personaggi, il regista porta sullo schermo due lati della stessa medaglia, Cameron e Revok, lasciando però che alla fine i doppi si sovrappongano. La scena del confronto finale, il passaggio di una mente in un altro corpo. Il cervello è solo la rarefazione del corpo, la sua concentrazione nel posto del comando, la sua localizzazione nel punto più complesso (Enrico Ghezzi – Paura e desiderio). Si fa strada intanto un nuovo percorso dell’autore, il rapporto con le macchine: il sistema nervoso di Cameron come quello di un computer è il passo che porterà all’insieme di corpi e metalli, l’unione di carne e ferro. Lo stesso titolo, la stessa definizione degli scanners, il cui termine si riferisce ad un dispositivo d’esplorazione, un termine tecnico utilizzato nella manutenzione televisiva, segna il passaggio dai corpi arrabbiati, dalle covate malefiche. Il fatalismo apocalittico del regista è nella lunga lista di pazienti sottoposti ad Ephemerol e che con molta probabilità, lo spettatore intuisce, non potrà essere controllata interamente da Kim e Cameron. Il merito degli effetti speciali, e soprattutto della testa che esplode mostrando il corpo come un rivestimento del pensiero, è di Dick Smith. Il film ebbe due seguiti, Scanners 2 – Il nuovo ordine (1991) di Christian Duguay e Scanners 3 - The takeover, inedito in Italia, ed ispirò un’intera serie televisiva.

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Cronenberg dimostra di qui di possedere un inimitabile talento visionario; sa infondere un'atmosfera inquietante a tutta la pellicola, sa abilmente sfruttare la colonna sonora per infondere una maggiore angoscia allo spettatore, sa mantenere il ritmo avvincente senza mai scivolare nella noia, sa colpire allo stomaco ed inventare imprevedibili colpi di scena e non fa un uso eccessivo di splatter fine a sé stesso ma rende l'orrore bello, affascinante e poetico. Scanners è un horror fantascientifico davvero inquietante, che colpisce nervi, cuore e cervello.

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lunedì 9 marzo 2026

La Mattina Scrivo (À pied d’œuvre) - Valérie Donzelli

Paul vuole fare lo scrittore, e per questo abbandona il suo lavoro di fotografo che gli dava da vivere decentemente. 

in più ha una situazione personale complicata, è separato, con due figli grandi, che stanno con la madre in Canada.

decide di iscriversi a una app di lavoretti pagati quasi niente, il lavoretto lo prende che chiede meno euro (una specie di rider dei lavoretti, il tipo di lavoro amato dagli schiavisti, senza diritti)

il padre e la sorella soffrono per lui e cercano in tutti i modi di dissuaderlo, ma Paul è testardo come pochi e fragile come tanti.

mi ha ricordato, mutatis mutandis, Alla linea, il libro di Joseph Ponthus, che sopravvive facendo i lavori più in basso nella scala sociale, e scrive, e muore ancora giovane.

un film che merita, Bastien Bouillon interpreta Paul benissimo, come non fare il tifo per lui?

buona (tormentata) visione - Ismaele



 

Donzelli nel suo film orchestra il ritmo con delicatezza: alterna momenti di immobilità a brevi lampi di memoria, quasi a ricordarci che nessuna condizione è definitiva, che la linea tra chi osserva e chi è osservato è più sottile di quanto immaginiamo. La fotografia insiste sui dettagli — mani arrossate dal freddo, oggetti custoditi come reliquie — trasformandoli in simboli di una vita che resiste nel minimo.

Alla fine, La mattina dopo non chiede compassione. Chiede consapevolezza. Ci invita a riconoscere il privilegio nascosto nelle abitudini quotidiane, nella banalità rassicurante di un letto, di una chiave che gira nella serratura. È un film che resta addosso, che lavora lentamente nello spettatore, e che ci ricorda quanto sia fragile l’equilibrio su cui costruiamo le nostre certezze. E forse, proprio per questo, necessario.

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...Basato sul libro dello scrittore Franck Courtès, intitolato À pied d’œuvre, il nuovo film di Valérie Donzelli ci trascina nel fango della gig economy. Paul finisce iscritto a un’app di lavoretti, svuotando cantine e decespugliando prati per elemosinare i soldi dell’affitto, mentre la ex moglie (Valérie Donzelli stessa) e il padre ingombrante (André Marcon) lo guardano con l’affetto misto a pena che si riserva solitamente ai casi clinici irrecuperabili.

A questo scempio esistenziale si aggiunge una lucidissima e spietata critica al caporalato digitale delle app, un girone infernale dove il sudore umano viene scarnificato da perfidi algoritmi e recensioni stellate. Assistiamo al trionfo dell’indifferenza: committenti col portafoglio a fisarmonica che ti pagano in noccioline per spaccarti la schiena, arrogandosi poi il diritto divino di stroncarti l’esistenza con un feedback negativo se non hai sorriso abbastanza mentre spalavi il loro letame.

La regista disseziona con precisione chirurgica questa grottesca guerra tra poveri, una drammatica asta al ribasso in cui gli emarginati si scannano per vincere l’ambito premio di farsi sfruttare per due spiccioli in croce. In questo tritacarne sociale la solitudine di Paul diventa il ritratto di un’intera classe di invisibili ai margini della società, anime in pena che faticano a trovare anche solo un briciolo di solidarietà umana in un mondo che ha felicemente barattato l’empatia con la spietatezza di una notifica push…

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La condizione dello scrittore ne La mattina scrivo è assimilabile a quella di altre categorie di artisti: si esprime nella passione, nella necessità e nell’urgenza di scrivere, che è a tutti gli effetti un lavoro, anche se meno remunerativo e tangibile di tanti altri mestieri, come il padre e la sorella di Paul non smettono mai di ricordargli.

Paul però non disdegna il duro lavoro e anzi accoglie con una buona dose di volontà ed entusiasmo i lavoretti di giardinaggio, trasloco e sgombero che trova attraverso una piattaforma online, pur di mantenersi senza dover sacrificare la propria passione che necessita di tempo, spazio, ispirazione. 

Valérie Donzelli come già aveva dimostrato ai tempi del meraviglioso e furente La guerra è dichiarata sa andare al cuore delle cose, sa spogliarle delle loro sovrastrutture restituendo ne La mattina scrivo uno sguardo puro, diretto e vivo sulla condizione di un uomo che sceglie la povertà e la semplicità per garantirsi la libertà, contro il parere di una società altamente gerarchizzata secondo i principi del capitale e del successo. 

Donzelli e il co-sceneggiatore Gilles Marchand non dimenticano di allargare lo sguardo al microcosmo di Paul e ai meccanismi che regolano domanda e offerta di lavoro, nel mondo dell’editoria così come sulle piattaforme, per trovare dei tuttofare per mansioni occasionali, sempre con leggera ironia e grande capacità di osservazione…

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È un professionista che decide di mollare tutto per inseguire una passione, Paul. Ma, dopo tre libri, il successo non arriva. L’editore – Virginie Ledoyen – gli riconosce il talento, ma adesso, al quarto tentativo, serve un’opera di successo. Il progetto di un libro autobiografico sulla fine di una storia d’amore non convince. I diritti d’autore sono irrisori e allora Paul deve trovarsi un lavoro che possa permettergli di continuare a scrivere. La moglie e i figli partono per il Canada. Paul resta solo con i suoi fantasmi e la sua scelta di vita radicale. Vive in un seminterrato e inizia a lavorare per venti euro al giorno, o anche meno, facendo di tutto: traslocatore, giardiniere, autista. E così il film diventa un’incursione – borghese? certo, ma non lo siamo tutti oggi? – nel sottobosco urbano dello sfruttamento del lavoro, con le app, gli algoritmi e le valutazioni dei clienti a scandire ritmi lavorativi, retribuzioni e qualità della vita. E qui La mattina scrivo prova a mettersi sulla tracce di un cinema militante sul mondo del lavoro che dai fratelli Dardenne porta a Stephane Brizé, e al più recente e notevole La storia di Souleymane. Ma Donzelli è una cineasta più “pazza” e meno rigorosamente neorealista rispetto a questi riferimenti. Per questo il film è più interessante come cronaca dal sottosuolo, come viaggio nei bassifondi del precariato che assume i contorni dell’incubo allucinatorio – come dimostrano i ricordi e i dettagli della giornate di lavoro in pellicola sgranata che il protagonista rielabora la notte e appunta sui suoi taccuini, diventando poi il libro che scriverà…

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domenica 8 marzo 2026

Agenzia Riccardo Finzi...praticamente detective - Bruno Corbucci

ispirato a un libro di Luciano Secchi (Max Bunker), Bruno Corbucci gira un film con un investigatore privato imbranato, ma capace di risolvere i casi che si trova davanti, sopratutto l'omicidio di una ragazza con cui non riesce a fare l'amore.

il film non è un capolavoro, ma si vede benissimo grazie sopratutto al bravissimo Renato Pozzetto, ma non solo, è un esempio di cinema medio che ai suoi tempi riempiva le sale cinematografiche.

buona (detective) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film completo

 

 

Film giallo-comico con Pozzetto ai massimi livelli.
La pellicola ormai cult tra gli appassionati di Pozzetto e' veramente molto divertente e godibile e si segue dall'inizio alla fine senza annoiare mai.
La sceneggiatura e' stata cucita alla comicita' di Pozzetto, quindi tutto fila liscio.
La regia e' di Bruno corbucci ormai esperto in trame giallo comiche visto che in quegli anni spopolava con i film di Thomas Milian.
Grande film!

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Il film è basato sul primo libro della serie "Riccardo Finzi" (intitolato "Agenzia investigativa" appunto), scritto, nel 1978, da Luciano Secchi (alias il fantomatico Max Bunker dei fumetti Alan Ford, Kriminal e Satanik). Il tutto condito dalla simpatia di Renato Pozzetto, che interpreta Finzi alla sua maniera. Accanto a lui, un divertente Enzo Cannavale e una Lori del Santo alle prime armi. Azzeccato anche Elio Zamuto (duro in molti poliziotteschi e doppiatore del dottor Procton di Goldrake), poliziotto buono e siculo che si esprime in scioglilingua.

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La commistione fra commedia all'italiana e giallo funziona a meraviglia in questo film che si avvale di un Pozzetto investigatore privato alle prime armi davvero in gran forma con la sua comicità disincantata infilata fra l'intreccio di varie indagini fra le quali spicca la morte della figlia di un ricco finanziere che puzza di omicidio camuffato da incidente.

L'ambientazione milanese è efficace come tutti i personaggi di contorno fra i quali è devastante Elio Zamuto nel ruolo del commissario di polizia che parla incastrando un proverbio dietro l'altro e nelle scene in cui interagisce con Riccardo Finzi scatena risate genuine con il suo proverbiale atteggiamento da duro dall'accento siculo: Pozzetto gli risponde da par suo sguainando altrettanti proverbi e dando così vita a dialoghi esilaranti.

Il film è anche stracolmo di pubblicità subliminale dai pacchetti di Muratti Ambassador sventolate da Pozzetto in più di una occasione oltre alle bottiglie di J&B, Cynar e Asti Cinzano sempre ben inquadrate dal lato dell'etichetta e qualche manifesto del Punt e Mes…

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La terribile e vistosa esilità della trama, trova riscatto nella simpatia e nella spigliatezza di Pozzetto che crea numerosi momenti divertenti. La regia è mediocre, l'intreccio non è così originale e la sceneggiatura ha pochi spunti divertenti, ma il protagonista rimedia a molte mancanze usando il suo talento naturale. Perciò il risultato finale è gradevole.

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