una storia degli equivoci, un ospite per una notte è pieno di soldi, e quella valigia è la protagonista inanimata.
il film inizia piano piano e poi inizia a correre, marito e moglie sono perfetti, e sono gli ottimi protagonisti vivi.
non è un capolavoro, ma non ti annoi un secondo.
un bel film che merita.
buona (sorprendente) visione - Ismaele
…assume i connotati di un thriller sempre più caotico e
adrenalinico, seguendo il classico canovaccio dei personaggi presi dalla gente
comune, due poveri diavoli fondamentalmente innocenti e bastonati dal destino, trascinati
loro malgrado in una vicenda più grande di loro in cui però trovano inaspettate
capacità di cavarsela nelle situazioni più borderline.
Trama banale e già vista e stravista? Assolutamente sì,
ma a rendere questo piccolo film senza troppe pretese particolarmente godibile
è l’alchimia tra i due protagonisti, decisamente riuscita anche perché gli
attori Angga Yunanda e Shenina Cinnamon sono marito e moglie anche nella vita
reale. Nel crescendo di violenza e tensione che circonda e intrappola Malik e Alya,
sempre più incauti e arditi, non possiamo far altro che tifare per loro,
sperando con tutto il cuore che ne escano vincitori. Presentato al Far East
Film Festival di Udine 2026.
il film, come dice il titolo, racconta di madri, e di bambini.
l'adozione di bambini nati da giovani ragazze-madri (Giovani madri è anche il titolo dell'ultimo film dei fratelli Dardenne) è un momento doloroso, una signora, che accoglie le ragazze, è il tramite fra madri naturali e madri adottive, ma, sorpresa, non è un vampiro che fa i soldi.
Naomi Kawase riesce a girare un film non perfetto, ma sincero, senza tesi preconfezionate, con l'incontro delle due madri, che si comprendono.
buona (materna) visione - Ismaele
… È un film che gioca a carte coperte
questo della Kawase, che non ti fa capire la direzione in cui ti conduce. Infatti a metà film arriva l'inattesa svolta narrativa: la sedicente madre
biologica Hikari irrompe nella vita della famiglia con un ricatto: vuole
indietro suo figlio o, in alternativa, del denaro, altrimenti rivelerà ad
Asato ed ai vicini di casa tutta la verità. Da questa tentata estorsione
si dipana il secondo flashback, che ci riporta all'adolescenza di Hikari,
rimasta incinta di un compagno di scuola. Con grande tenerezza segue storia
d'amore di ragazzini e lo scontro con la famiglia che decide di darlo in
adozione, inviando la ragazza alla "Baby Baton",
clinica-agenzia dove i coniugi preleveranno Asato…
…La
circolarità del racconto compie la traccia geometrica perfetta, un percorso
fatto di dolore e di grazia, di vita e di silenzio, di sguardi e di timori sui
quali la luce dello sguardo umanistico di Kawase si posa con leggiadria e con
profonda empatia intrisa di pietas e che culmina con un finale che se
cinematograficamente può lasciare qualche dubbio, dal punto di vista del
percorso personale delle due madri trova la sua pacificazione più naturale.
Convincenti
le due madri, ognuna col suo carico di sentimenti, interpretate con bravura da
Nagasaku Hiromi ( la madre adottiva) e Makita Aju ( quella naturale) che ben si
prestano ad un confronto che è prima di tutto generazionale e poi di ruolo.
…Si sente il
coinvolgimento della regista, si percepisce la tensione emotiva di chi ha la
cognizione dell’adozione e sa entrare in connessione con la molteplicità del
sentimento materno, ma si avverte un po’ troppo la costruzione teorica a
discapito dell’impatto emotivo. Kawase segue l’idea di una maternità liquida,
espressa attraverso più corpi (qui ce ne sono tre: la naturale, l’adottiva e la
responsabile dell’associazione, che fa da tramite tra le due) che appartengono
tutti alla natura.
Una visione panica che si interseca nel paesaggio urbano di una Tokyo
dominata dalle disuguaglianze (i genitori adottivi abitano al trentesimo piano,
segno di un’estrazione benestante; la casa della famiglia mamma naturale
alloggia in una casa troppo piccola per contenere tutti i membri e ancora più
piccola è quella condivisa dalla ragazza con la collega), con il mare che
avvolge e immagini sovraesposte a determinare una fluidità sospesa tra tattile
e cerebrale. Ecco, è in questa sospensione che sta il limite di True Mothers.
…Non spaventino le due
ore e venti di durata complessiva, perché se c'è una cosa che contraddistingue
la sceneggiatura solo apparentemente complicata del nuovo film di Naomi Kawase, True Mothers (Asa ga Kuru), è forse proprio la leggerezza: una leggerezza
tutta orientale, fatta di ellissi nel corso delle quali la storia viene
spezzettata e ricostruita poco per volta, con dettagli seminati qua e là,
momenti di pura emozione, attimi di fascinazione sensoriale, false piste e
colpi di scena. True Mothers è un'opera cangiante divisa idealmente in
tre segmenti, che taglia e cuce il racconto per permettere di familiarizzare
con le sue protagoniste distillando nei dettagli le loro storie: da un lato
quella della madre adottiva, cui dedica il primo lungo flashback, dall'altro
quella della giovane e sfortunata madre naturale - del suo sogno d'amore impossibile,
della sua tirannica genitrice e delle altre ragazze-future-madri che conosce
man mano - che caratterizza il secondo flashback, per intersecarle nel terzo ed
ultimo 'tempo', quello più lungo e per certi versi mutevole, il presente. Kawase fa e disfa con eleganza sublime, ingenera
domande giuste e suggerisce risposte sbagliate, in realtà chiedendo nulla più
che uno sforzo di empatia nei confronti di quelle madri, delle loro
insicurezze, dei loro sensi di colpa e delle loro incomprese richieste di aiuto.
…Cineasta
sempre abilissima nel passare da durate contenute a pellicole-fiume, stavolta
il minutaggio appare fuori controllo per un non riuscito dosaggio dei momenti
in sceneggiatura. È una Kawase che gioca una partita sua soltanto in parte,
quella di "True Mothers"; come si diceva in apertura, è come se
avesse cercato di modulare uno stile espressivo che non le appartiene, una
levità e un'universalità di linguaggio che non le sono consueti. Nel ricercare
una grammatica visiva più accessibile al pubblico, l'autrice ha smarrito la sua
prodigiosa e dirompente forza rivoluzionaria. La classe è sempre la stessa,
certo, tanto nell'insistenza dei primi piani quanto nelle panoramiche
contemplative. Manca, purtroppo, quel trasporto che ci aveva annichilito
durante altre visioni.
…True Mothers è
un titolo certamente significativo, ma anche abbastanza fuorviante. A primo impatto, infatti,
sembra fornire un giudizio –
giudizio che, come è stato sottolineato durante l’incontro con Naomi Kawase, è
imposto dalla società – oppure porre una domanda, anzi la domanda: chi è la vera madre? Questo
aspetto non è del tutto errato, perché essendo uno dei temi ricorrenti quando
si parla di adozione è naturale che il quesito ritorni spesso, anche nella
storia. Si tratta però di un’interpretazione
riduttiva dell’intero significato dell’opera di Kawase.
“Vere Madri” pone l’accento sbagliato, andando a
cadere nella ricerca di una realtà che non si può superare: è Madre chi mette al mondo un figlio tanto
quanto lo è chi lo cresce. Ma Kawase svia la risposta trovando
addirittura un terzo elemento: è madre anche la direttrice del centro Baby
Baton. Essa infatti si prende cura tanto delle madri biologiche quanto delle
future madri adottive e dei bambini. Regala una vita migliore…
Rich Peppiatt gira un film sui Kneecap (Giovanni Ansaldo ne parla qui, per chi non li conosce ancora) che non perde un colpo.
due ragazzi un po' sbandati, a Belfast, incontrano un professore che li spinge a fare musica rap in gaelico, la lingua irlandese, e non in inglese, la lingua degli oppressori.
i tre creano un gruppo, i Kneecap, i loro testi e la loro musica diventano un simbolo per gli irlandesi non anglodipendenti, orgogliosi di un gruppo politico, come il loro pubblico.
tutti gli attori, come i tre Kneecap, sono davvero bravi (una piccola parte anche per Michael Fassbender), merito anche del bravo regista.
se vi piacerà la metà di quanto è piaciuto a me, vi piacerà molto,
buona (gaelic rap) visione - Ismaele
…Gli Kneecap non sono nati da una
semplice passione, bensì dalla rabbia e da un riscatto sociale alimentato dal
sangue, dalla droga e dalla disperazione di una vera e propria terra di
nessuno. Laddove non si muovono più cowboy solitari, ma criminali di varia
natura, politicanti e forze d’ordine affamate di potere, eroi locali mai
dimenticati e inevitabilmente artisti. Spetta proprio a loro alimentare un moto
di liberazione (salvandosi a loro volta), per quanto scorretti, discutibili,
immorali e matti da legare. Memorabile!
…La forza del film è proprio questa: sembrare caotico e
sgangherato, mentre in realtà orchestra con precisione una riflessione politica
e culturale. “Un paese senza lingua è solo mezzo paese”, afferma uno dei
personaggi: è la frase che riassume l’anima dell’opera. Il gaelico, lingua
minoritaria riconosciuta ufficialmente solo nel 2022, diventa qui simbolo di
resistenza, testimonianza di una comunità che non si arrende. Kneecap è un’esplosione di energia e di
contraddizioni: sboccato e intelligente, divertente e politico, assurdo e
necessario. È cinema che, proprio come un beat martellante, non concede tregua:
denuncia, ride, balla, provoca, e infine commuove con la sua ostinata
sincerità. È l’urlo di una generazione che non vuole essere definita da
conflitti ereditati, ma nemmeno vuole dimenticarli: una dichiarazione di
appartenenza che trasforma il caos in ritmo, la rabbia in musica, la lingua in
futuro.
Il regista Rich Peppiatt ci dice diritto in faccia che film andremo a
vedere.
Non è una classica storia irlandese fatta di IRA, attentati, morti e
martiri torturati in carcere.
La Belfast raccontata in questo film è decisamente più incazzata,
lasciata a sé stessa, gli irlandesi combattono contro gli inglesi più che altro
per questioni linguistiche e i ragazzi vivono alla giornata strafatti di ogni
tipo di droghe in circolazione più o meno come gli scozzesi di Trainspotting.
In questo contesto si collocano due amici d’infanzia che vivono di
spaccio e altri reati vari, cresciuti da un padre attivista e indipendentista
che ha finto la sua morte per combattere meglio la sua guerra personale e che
li ha educati al motto di “"Every word of Irish spoken is a bullet fired
for Irish freedom"-“Ogni Parola detta in Irlandese è un proiettile per la
libertà dell’Irlanda”…
ho visto il film in una proiezione "speciale" con il collegamento di Bi Gan, da remoto, alla fine, per rispondere alle domande del pubblico.
il regista, 36 anni, è già uno dei più grandi del mondo, di lui ho visto i suoi film precedenti (ecco la recensione di Kaili blues).
Resurrection è un film certamente non minimalista, ci parla della vita, del cinema, del futuro, dei sogni e della realtà, in una storia o storie, che attraversano un secolo, della storia della Cina.
ciascuno potrà vedere tante citazioni della storia del cinema, per esempio alla fine mi è sembrato di (ri)vedere immagini di A bout de souffle, di Jean-Luc Godard, e di Holy Motors, di Leos Carax.
il piano sequenza finale, di quelli che si vedono raramente al cinema, è una gioia per la mente e gli occhi.
e poi c'è una donna, che apre e chiude il film, una donna che segue il sogno, che sostiene il sogno, che protegge il sogno.
Resurrection è un film impossibile da raccontare, bisogna vederlo e rivederlo, lasciarsi portare dalle immagini, in sala, naturalmente.
buona (imperdibile) visione - Ismaele
Se è vero il detto “chi è stanco di Londra è stanco della
vita, perché c’è a Londra tutto ciò che la vita può permettersi”; si potrebbe
rilanciare il detto sostituendo Londra con Resurrection. Il film di cui parliamo in questo articolo è uno dei film
più anarchici e complessi di questo decennio, ed è davvero tutto ciò che la settima arte è in grado di sfoderare. Colori, inquadrature, carrellate, personaggi, incastri
narrativi escatologici, metacinema, tutto in un unico film. Non è importante
che sia compreso al dettaglio, ma che si esperisca tutto come un’esperienza,
sì. Un’esperienza da grande schermo, una di quelle difficili da dimenticare…
Con Resurrection, Bi Gan firma la sua opera più ambiziosa e
radicale: un’esperienza cinematografica ipnotica, visivamente sbalorditiva e
narrativamente sfuggente, che si interroga sulla natura stessa del cinema e dei
sogni. Non tutto è di facile comprensione, ma ciò che resta è un’impressione
decisamente indelebile
…La forza di Resurrection è soprattutto visiva: ogni episodio
reinventa lo spazio e il tempo del racconto con una libertà rara nel cinema
contemporaneo. Eppure, questa ricchezza formale genera una distanza difficile
da colmare. I personaggi infatti restano presenze più che individui,
attraversano le immagini senza mai radicarsi davvero lasciando lo spettatore ad
ammirare continuamente ma restando ai margini. Anche nei momenti più
suggestivi, come i passaggi contemplativi o il lungo piano sequenza finale,
l’emozione appare filtrata, trattenuta dalla stessa macchina formale che la
produce. È una scelta precisa, Bi Gan privilegia una logica onirica e
associativa, rinunciando quasi del tutto alla costruzione psicologica. Ma è qui
che emerge il limite più evidente del film. Quando tutto diventa possibile sul
piano delle immagini, qualcosa si perde sul piano del coinvolgimento. Resurrection finisce così per essere più un’esperienza da
osservare che da vivere, più un dispositivo da osservare che un racconto in cui
perdersi. Solo nei momenti in cui allenta questa tensione teorica, lasciando
spazio alla pura presenza delle immagini, il film riesce davvero a toccare
qualcosa di più profondo…
…Il rischio, in un’operazione di questo tipo, è quello di
scivolare nel puro formalismo, lasciando che la straordinaria ricchezza visiva
oscuri il contenuto. Ma Resurrectionriesce a evitare
questa trappola proprio grazie alla sua dimensione emotiva.
Ogni episodio, per quanto stilisticamente autonomo, è attraversato da una
malinconia in cui il sogno non è mai evasione ma un modo per
confrontarsi con ciò che non esiste più.
In definitiva, il nuovo film di Bi Gan si impone come un’esperienza
totalizzante, che chiede allo spettatore di abbandonare ogni certezza e di
lasciarsi attraversare dalle immagini.
Non è un film "da popcorn" ma un film che richiede attenzione e
anche una certa familiarità con la cultura e la storia cinese.
Resurrection ci ricorda che il cinema è, prima di tutto, una
macchina dei sogni. E senza sogni, senza quella capacità di perdersi
e credere nell’illusione, il cinema stesso non può esistere.
…Il
cinema stesso, nella visione di Bi Gan, è il sogno per eccellenza. Resurrection
sembra ripartire da il collasso di un'arte ormai priva di senso, di un
dispositivo d'immagine in cui "non è rimasto più nessuno a guardare".
Ma dove qualcuno certificava con amarezza testamentaria la crisi del cinema, Bi
Gan va oltre: il problema, sembra voler dire, non è la macchina organica e
meccanica del cinema, che magari può pure consumarsi e liquefarsi, ma la
capacità di chi guarda di accogliere ancora il sogno, di lasciarsi attraversare
dalle immagini senza difese razionali. Con le sue citazioni, si direbbe quasi spontanee e dotate di forza autonoma ,
Resurrection è così una sorta di visionario remake , forse l'ultimo film nella
storia del cinema, ma anche il primissimo…
i film italiani sul padre padrone (non quello di Gavino Ledda filmato dai fratelli Taviani) di moglie e figlie sono cosette in confronto alla terribilità di questo film filippino.
maschilismo, patriarcato, violenza e incesto minacciano (e non solo) Mila e la madre.
Mila si sposa, nonostante le resistenze del padre, con un collega, Noel.
assillati, stalkerizzati e minacciati i due sposini vivono giornate d'inferno (tutto il film è concentrato in poche settimane), devono fuggire, ma non serve a niente.
un gioiellino da non perdere, se lo trovate (per pochi giorni si può vedere qui)
buona (inquietante e senza speranza) visione - Ismaele
One Sunday in November, Mila (Charo Santos) announces to her
father Dadang (Vic Silayan), a retired police officer, that she is pregnant,
asking for permission to marry her co-worker Noel (Jay Ilangan). Tension mount
as Dadong's unreasonable expectations for a dowry are not met and he exhibits
an increasingly authoritarian streak. The couple marries and soon, Mila's
father begins a game of exclusion and manipulation in the hopes of reasserting
control over his kin. Based on the true crime reportage "The House on
Zapote Street" penned by Nick Joaquin, Mike De Leon's KISAPMATA,
beautifully restored in 4K by L'Immagine Ritrovata, is a stunning example of
psychological horror; a film that meticulously tighten the noose around its
characters' necks until the outcome feels inevitable — culminating in a brutal,
unflinching portrait of the horrors of patriarchy at its most pathological.
…Une fois Mila de nouveau prise au piège malgré elle,
la mise en scène fait de la maison un véritable personnage secondaire
articulant les jeux de pouvoirs qui s’y jouent. Hormis deux envolées oniriques,
le réalisateur délaisse les atmosphères gothiques qui donnaient également une
importance majeure à la demeure de Itim, pour travail des motifs purement géométriques et de lignes
de fuite. En journée les pièces du premier étage (les chambres et la salle de
bain) sont des échappatoires à l’autorité du père régnant sur le
rez-de-chaussée où il est le seul à recevoir des visites, où il est au centre
de l’attention et le seul à avoir la parole – les compositions de plan lors des
scènes de repas. La nuit venue, l’ombre s’étend et l’aura maléfique de Dadong
avec. Il peut s’immiscer dans la chambre de Mila pour abuser d’elle, et garder
tel un cerbère la porte d’entrée et l’accès au téléphone, seules ouvertures
pour l’extérieur. Mike De Leon nous fait ressentir tout cela par les nuances de
la photographie de Rody Lacap ainsi que par un jonglage habile entre
plongées et contre-plongées pour exprimer ces sentiments de dominants/dominés –
Noel ivre de colère qui se désagrège totalement lorsque Dadong l’écrasera de
son regard…
…Kisapmata est tiré d’un fait-divers, le meurtre en 1961 de sa
famille par un ex-flic, immortalisé par le compte-rendu qu’en fit le
journaliste et écrivain Nick Joaquin sous le titre The House on Zapote Street. Mike de Leon utilise ce point de départ pour
brosser une critique acide de la dictature de Ferdinand
Marcos et de la société patriarcale philippine, la maison de
Dadong servant de parallèle à l’état du pays. Il dépeint par la même occasion
une situation glaçante tristement réaliste d’emprise d’un homme sur son
entourage. Mila ne peut se résoudre à partir, une inaction liée à la peur
permanente dans laquelle elle baigne depuis sa naissance, cumulée au risque de
perdre son emploi et que Dadong la rattrape grâce à son réseau dans la police ;
sa mère n’a nulle part où aller et essaye de contenter son conjoint pour dévier
la violence ; et leur bonne, probablement une campagnarde sans le sou, a besoin
de son travail pour vivre. Même Noel s’écrase face à Dadong quand il doit le
confronter. Kisapmata est une tragédie oppressante dont on sait dès le début
qu’elle va se terminer dans le sang (l’affiche d’origine spoile d’ailleurs
allègrement la conclusion et j’ai dû me rabattre sur un poster alternatif d’une
piètre qualité). Les interprètes sont excellents, la photographie est superbe,
avec une magnifique restauration proposée
par Carlotta en Blu-Ray. Les thèmes traités sont extrêmement durs, notamment celui
de l’inceste, mais c’est fait de façon fine, sans voyeurisme ou excès. C’est à
la fois un efficace thriller psychologique et un portrait juste de violences
intra-familiales.
leggo qui che The Bone Man è uno dei quattro grandi thriller che in questi ultimi anni hanno sconvolto sotterraneamente le regole del noir; gli altri sono Memories of a Murder di Bong Joon Ho, Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella (miglior Oscar film straniero 2010) e Zodiac di David Fincher.
e allora come faccio a non guardarlo?
e dopo la visione posso dire che è proprio un gran film, pieno di colpi di scena, e non ci si annoia un secondo.
un gioiellino da non perdere, promesso.
buona (leasing e gulash) visione - Ismaele
…Der Knochenmann è un thriller che non ha nulla da invidiare al
modello americano, molto ben confezionato, che parla del sempiterno ciclo
vita/morte simboleggiato dalla catena alimentare dei polli che sono costretti a
mangiare una farina di carne ricavata dagli scarti e dalle ossa di loro simili
in una riedizione industriale del cannibalismo. Inutile sottolineare che la specialità della
casa dell'osteria Loschenkol sia proprio il pollo e che il padrone faccia un
gulasch fantastico usando ingredienti segreti. Ecco,però io di quei sughetti non mi fiderei
troppo...
…Dans une ambiance de suspens, non sans un fond de critique
sociale, se déroule le film. Le récit est traité avec un coté satirique, teinté
d'un fort humour noir, composant ainsi un étonnant cocktail. Son ambiance
glauque et sombre entraîne le public dans les méandres du restaurant où il se
passe des choses étranges. Et où de nombreuses scènes pourront heurter les âmes
sensibles des plus jeunes spectateurs. Mais le mélange triller et humour fait
du film une oeuvre originale.
On se demande parfois jusqu’où ira le scénario et on a
l'impression d'une certaine absence de limites. Mais le dosage entre scènes
tirant en longueurs et image léchée montre toute la maîtrise du réalisateur. La
quête de la vérité et les nombreuses sous-intrigues du film, fomentent un
scénario bien ficelé, qui fait de ce film un « ofni » très
intéressant à découvrir sur grand écran.
quando i bambini erano bambini (ma ce ne sono ancora, solo che non li ri-conosciamo più), su un'isola ai margini della modernità (per loro fortuna) due bambini, Ettore e Giovannino sono un tutt'uno, esplorano la loro piccola isola tutti i giorni, con le loro biciclette.
e poi Ettore parte, a Giovannino sembra mancare un arto, almeno, e aspetta che torni, e quando succede è commovente (solo i morti non si commuovono).
e poi tutti partiranno, purtroppo.
un film d'altri tempi, sembra, ma è attuale e necessario.
un film da non perdere, promesso.
buona (Ettore e Giovannino) visione - Ismaele
In una piccola isola nel cuore del Mediterraneo, Ettore e
Giovannino, due amici inseparabili di undici e sette anni, si preparano a
vivere l’ultima estate insieme. Ettore, costretto a trasferirsi sulla
terraferma per proseguire gli studi, lascia sull’isola un vuoto che Giovannino
dovrà colmare. Attraverso l’archivio e la videocamera di Pino, un anziano video
amatore, il tempo si fa me- moria condivisa, e il soffio dell’isola – sciatu –
diventa il respiro di un’intera comunità.
…La vicenda del film Sciatunostro si concentra su Ettore
(Pesaresi) e Giovannino (Cardamone), due amici di undici e sette anni. Con
l’arrivo della fine dell’estate, Ettore si prepara a lasciare l’isola per
trasferirsi sulla terraferma, dove proseguirà gli studi. Questa separazione
segna un momento di passaggio, non solo nella relazione tra i due bambini, ma
anche nella loro esperienza dell’infanzia.
La presenza di Pino (Sorrentino), un
anziano videoamatore che ha documentato la vita isolana nel corso degli anni,
introduce nel film un secondo livello temporale: le sue riprese diventano un
archivio visivo che dialoga con il presente, offrendo un ritratto stratificato
della comunità.
Un’umanità da prima
fila
I personaggi che compaiono nel film Sciatunostro non sono attori professionisti
ma abitanti dell’isola. Ettore e Giovannino sono ritratti nella loro
quotidianità, mentre Pino svolge un ruolo chiave come custode della memoria visiva.
Le sue immagini, realizzate nel corso del tempo, si integrano al racconto
contemporaneo.
Accanto a loro compaiono altri abitanti,
tra cui Teresa Randazzo, che contribuiscono alla rappresentazione della vita
sull’isola. Il film si sviluppa attraverso osservazione diretta e materiali
d’archivio, senza l’uso di ricostruzioni finzionali…