Il problema, evidentemente, è il
reato di mancata omertà in genocidio
Netanyahu ha
ordinato al capo dell'esercito, ai servizi segreti interni e alla procuratrice
generale israeliana di identificare e perseguire i militari che hanno
testimoniato nel documentario NAZA, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor,
premiato alla Mostra del cinema di Venezia.
Una faccenda piuttosto seria, direi. Tanto che Netanyahu ha ritenuto necessario
mobilitare gli apparati dello Stato per scoprire chi abbia avuto l'ardire di
raccontarla. Secondo il premier, le testimonianze danneggiano la reputazione
internazionale di Israele e potrebbero costituire gravi violazioni della
sicurezza nazionale. Il sospetto che a danneggiare quella reputazione possano
essere state le condotte descritte dai militari non gli è passato neanche per
l'anticamera di quel che resta delle sue sinapsi.
Il Guardian, che ha prodotto il film, riferisce di avere verificato le
testimonianze anche attraverso documenti riservati e fonti indipendenti, dopo
anni d'inchiesta. L'esercito israeliano ha contestato il contenuto dell'opera in
una risposta di diciassette pagine, ammettendo di essersi basato sulla visione
di un proprio rappresentante a una proiezione pubblica e sulle dichiarazioni
degli autori, poiché gli era stata rifiutata una copia del film. Diciassette
pagine per contestare la ricostruzione di un'opera che l'istituzione aveva
potuto esaminare soltanto indirettamente. Confesso una certa ammirazione per
tanta produttività polemica. Insomma hanno criticato un film senza averlo
visto.
La decisione di Netanyahu comunque è politicamente molto più pericolosa della
sua evidente goffaggine. Chiaramente usare i servizi segreti per identificare
persone alle quali era stato promesso l'anonimato va a colpire il rapporto
fiduciario che permette al giornalismo d'inchiesta di raccogliere testimonianze
su possibili crimini di Stato e lancia una minaccia non da poco. Il prossimo
militare che conosca fatti analoghi dovrà considerare il rischio di essere
individuato attraverso i servizi segreti del proprio paese. Un po' film
americano un po' DDR. Una prospettiva che potrebbe sottrarre alla conoscenza
pubblica informazioni decisive anche per future indagini giudiziarie
internazionali. Sia chiaro che non provo pena per quei soldati.
Vorrei soffermarmi su queste considerazioni, vorrei che ci soffermassimo
soprattutto in Europa dove continuiamo a ricevere lezioni sulla democrazia
israeliana. Qui abbiamo davanti un governo accusato di genocidio da ogni ONG
che sia andata in Palestina, dall'ONU, dalle stesse organizzazioni israeliane,
e che ha un processo per genocidio in corso alla CPI, se tale governo fosse
"innocente" come si proclama dovrebbe avere tutto l'interesse a
favorire accertamenti indipendenti. Netanyahu ha scelto invece di chiedere allo
Shin Bet l'identificazione delle fonti di un'inchiesta giornalistica.
Comunque più Israele si contorce contro NAZA, più NAZA, continua a circolare,
dopo il premio veneziano e le proiezioni internazionali. L'iniziativa del
premier aggiunge una nuova notizia a quelle contenute nel film e offre al
pubblico un motivo ulteriore per andare al cinema a vederlo. Chissà se
qualcuno, fra i naziconsiglieri di Netanyahu, abbia avuto il coraggio di
spiegargli che adesso mezzo mondo vorrà vedere proprio quel documentario.
il caso di Beniamino Zuncheddu diventa un film, e che film!
il film è costruito piano piano, giocato nelle aule di giustizia e fuori, scoprendo tutte le falle di un teorema costruito a tavolino, per imprigionare e condannare un innocente.
Mauro Trogu è un avvocato che per caso si trova a difendere una causa persa, pensano (quasi) tutti.
eppure lui ci prova, con qualche aiuto al momento giusto, contro tutte le previsioni riesce a salvare un ergastolano che si dichiara sempre innocente.
Fabrizio Ferracane (che interpreta Beniamino Zuncheddu) e Michele Riondino (che interpreta Mauro Trogu) sono eccezionali, ma anche gli altri attori e attrici non demeritano.
i bravi scrittori di una sceneggiatura a orologeria e la bravura di un regista al suo primo lungometraggio ci regalano un gioiellino da non perdere.
le musiche sono di Iononsonouncane.
buona (zustissia) visione - Ismaele
…Il regista e gli
sceneggiatori esplorano il tema della fiducia che gli italiani possono (o meno)
avere nella giustizia, e la consapevolezza che quella giustizia può essere
fatta più attraverso la buona volontà e dei singoli che attraverso le
istituzioni a lei preposte. Al contrario di Portobello, il film mette dunque al centro le persone che
possono scegliere di rendere la giustizia possibile: in questo senso il
casting, nel ruolo della procuratrice generale di Cagliari Francesca Nanni, di
Philippine Leroy-Beaulieu, il cui padre era marito della figlia di Enzo
Tortora, Silvia, appare particolarmente ispirato.
Michele Riondino fa di Mauro Trogu un uomo animato da un profondo senso di
equità e compassione, disposto ad andare oltre il proprio incarico
professionale, mentre Fabrizio Ferracane dà a Beniamino Zuncheddu una mitezza
che non è mai totale rassegnazione: solo contro i poteri forti, non rinuncia a
dichiararsi innocente anche di fronte alla possibilità di godere di qualche
privilegio carcerario a fronte di un'ammissione di colpevolezza. Completano il
cast Geppy Cucciari nel ruolo di una giornalista di Radio Radicale e Francesco
Colella in quello di un PM che ha... mangiato la foglia. Zustìssia è narrato con essenzialità e rigore, le due armi che hanno
reso possibile il riscatto di Zuncheddu. Il suo respiro è soffocato finché non
può finalmente aprirsi, e Piras alterna visivamente gli spazi di vita del suo
protagonista, dai pascoli aperti alla cella della prigione, dal bar dove grazie
a Trogu riesce a trovare un impiego e a tornare in contatto con la gente alle
aule di tribunale che lo ricacciano continuamente in carcere…
…se Riondino restituisce la
profonda umanità e il senso di giustizia che animano Trogu, Fabrizio
Ferracane riesce perfettamente nell’impresa di cogliere e riportare
sullo schermo tutte le sfumature della personalità di Zuncheddu, dal carattere
mite a una tenacia giustamente ostinata, passando per una vulnerabilità mai
velata dalla rassegnazione.
Zustìssia si prende il suo tempo (necessario) per ricostruire e
andare a fondo di questa brutta vicenda, con un approccio tanto essenziale
nella forma quanto carico di piena empatia nella
sostanza. La regia di Francesco Piras tratteggia sapientemente gli spazi, che
siano quelli angusti della cella di Zuncheddu o quelli opprimenti delle aule di
tribunale, o il respiro aperto dei paesaggi montani sardi, e sa come creare una
forte connessione emotiva coi personaggi, spesso inquadrati in
primo piano con dettagli sui volti e i corpi…
Ho
visto Zustissia. Un film bellissimo, denso, mirabile, necessario. Un lungo
racconto che ci trasporta nelle maglie complicate di una giustizia che vorremmo
infallibile, ma che è inevitabilmente esposta agli uomini, ai loro gesti, alla
pochezza di alcuni e alla vigliaccheria di altri.
Beniamino Zuncheddu è l’innocenza genuina, quella che ha gridato
per oltre trent’anni, da una cella di carcere, di non aver commesso quei
delitti. E intanto principi del foro, polizia e magistratura continuavano a non
credere, a non seguire piste diverse, perché c’era, apparentemente, una pistola
fumante: un testimone che aveva visto e che, in realtà, non poteva vedere.
Guardando il film, monta la rabbia, insieme all’impotenza davanti
a un sistema che troppo spesso non vuole processare i propri errori. Ci sono
due frasi che calzano a pennello e che rubo a un altro lungometraggio,
apparentemente lontano da questa storia. È C’era una volta in America, con
Noodles, interpretato da Robert De Niro, a pronunciarle.
La prima è: «Hai aspettato molto?». E lui risponde: «Tutta la
vita».
Ecco, è la frase perfetta per Beniamino. Ed è anche la più amara.
Poi, ancora, quando gli viene chiesto: «Che cosa hai fatto in
tutti questi anni?», la risposta è di altissima letteratura: «Sono andato a
letto presto».
Potrebbero essere le frasi di Beniamino. Nel film, ovviamente, non
ci sono, ma rimangono sottotraccia, come un raccordo segreto tra la giustizia e
l’attesa, tra la sospensione e la disperazione.
Beniamino, però, a una domanda del bravissimo regista Francesco
Piras risponde proprio come Noodles: «Beniamino, come hai fatto a resistere
tutto questo tempo?». «Un giorno alla volta».
Ecco l’essenza della storia, del racconto, della terribile
camminata nel deserto di un uomo innocente e solo: vivere un giorno alla volta.
Nel film, a un certo punto, si apre la voragine su alcune storture
di una parte della magistratura, del metodo di Luigi Lombardini, conosciuto da
molti e finito troppo spesso sotto il tappeto. Ricordo benissimo quei silenzi,
quelle frasi pronunciate sottovoce, quando pubblicai La zona grigia, dove
raccontavo come Lombardini, pur di ottenere un risultato, arrivasse a far
condannare persone innocenti.
È vero, quel processo da me preso in esame (sequestro Bussi) non è
stato rivisto e, nel frattempo, Mallocci è morto. Il metodo Lombardini faceva
comodo: era semplice, sbrigativo. Ma non era giusto, come dimostra anche il
caso Zuncheddu, e non percorreva le strade del diritto.
Il film è interpretato magnificamente da un bravissimo Michele
Riondino che interpreta il coraggioso Avvocato Mauro Trogu e da un immenso
Fabrizio Ferracane nel ruolo di Beniamino Zuncheddu. Tutti gli attori sono
davvero all’altezza della situazione e la regia è magistrale.
Per la prima volta, vedo una Sardegna che non eccede nel folklore,
nell’accento improbabile, figlio di troppi stereotipi. Bravissimi nella scelta
di far parlare i protagonisti in sardo, con la traduzione. Bellissime alcune
scene del carcere di Uta, dipinto nella sua immensa solitudine, con il
sottofondo delle pale eoliche, in un non luogo che sembra essere la fine del
mondo.
Francesco Piras è un grande regista e lo aveva già dimostrato con
tre cortometraggi mirabili. Se vi capita, andate a recuperare Il nostro
concerto, del 2018. Francesco è un regista, ma è anche un grande direttore
della fotografia: ha curato la fotografia di Bentu, di Salvatore Mereu, e sa
colorare i luoghi come pochi altri.
Sa far respirare le immagini. L’introduzione del film è poesia
pura: una Sardegna vera, rude, senza maschere. Sa curare i particolari: la
ricostruzione della cella di Buoncammino rasenta una perfezione rara, difficile
da trovare in altri film. E poi i primi piani, i silenzi, le carrellate sulla
testimonianza struggente, accompagnata dall’interpretazione gigantesca di
Luciano Curreli. Ci sono lacrime che ti rimangono in tasca e non capisci, fino
alla fine, se siano lacrime di rabbia o di disperazione. C’è quel ragazzo che
palleggia con la testa sulle scalinate del tribunale. Ci sono quei bambini che
osservano muti le scene orribili che soltanto i grandi sanno disegnare.
Ecco, Zustissia è tutto questo. Non è soltanto un film di
riscatto: è un film di denuncia, di verità, di forza, di coraggio davanti agli
errori giudiziari.
Mi ha reso più libero e felice.
Pensando a Beniamino Zuncheddu, ho pensato intimamente a quella
zona grigia che dipinsi nel lontano 2008, dove c’è la storia di un innocente
che, come Beniamino, alla domanda «Lei si dichiara innocente?» rispose con
mestizia e forza: «Io sono innocente».
Dopo questo film, credo che tutti potranno capire che cosa
significhi camminare un passo alla volta e aspettare la libertà per tutta la
vita. Andando a letto presto.
scrive Antioco Floris:
Ho visto "Zustìssia", il film che racconta la revisione
del processo di Beniamino Zuncheddu: uno dei casi giudiziari più controversi
della storia italiana, che grida vendetta al cospetto di Dio, l’unico, nel suo
immenso potere, in grado di rendere giustizia dum veneris iudicare saeculum per
ignem!
Chi mi segue in questo spazio sa che sono molto parco nel portare
sui social il mio mestiere di analista di film, ma oggi ho deciso di fare
un’eccezione. Non è della trama che voglio parlare: vorrei spendere due parole
sulla regia, e quindi sul lavoro di Francesco Piras. Collaboriamo da alcuni
anni nelle produzioni dell’università e insieme abbiamo portato alcuni film al
festival di Venezia: lui cura la fotografia e, insieme a me, la produzione, mai
la regia. D’altronde, "Zustìssia" è il suo esordio nel
lungometraggio, dopo alcuni cortometraggi. Un esordio non consueto nel contesto
produttivo italiano, e poco autoriale nel senso dato al termine dalla Nouvelle
Vague francese: Piras interviene su una sceneggiatura non sua e si trova a
trasformare in immagini parole scritte da altri. In fondo, siamo vicini al
modello americano tradizionale, in cui il produttore sceglie una sceneggiatura
e la affida a un regista. Ed è proprio questo l’aspetto che mi ha colpito di
più: il mestiere con cui Francesco ha gestito il set per dare un segno proprio
a una storia non sua.
Il regista dirige un cast numeroso e disomogeneo. Accanto ad
attori scafati come Riondino e Ferracane e a volti noti della TV come Cucciari,
c’è una caterva di piccoli ruoli affidati ad attori dalle esperienze più varie:
cortometraggi, serie, teatro, lungometraggi d’autore. Alcuni sono stati scelti
semplicemente per la loro fotogenia. Il rischio del pot-pourri è forte, ma
Piras riesce ad amalgamare queste diversità in un insieme omogeneo. Non ci sono
fughe in avanti, recitazione impostata o intoppi. Non c’è enfasi.
Ed è questa una delle questioni più delicate in un film che
racconta una storia fastidiosamente viva. Non è semplice trattare con
equilibrio e senza clamore uno scandalo come quello di Zuncheddu, vero e
attuale. Ma se la storia è in sé ricca, dice Bazin, un ulteriore arricchimento
cinematografico la deforma, la priva della sua forza e la carica di retorica.
Piras sceglie una messa in scena essenziale, a tratti austera. Fa
parlare i personaggi nella loro lingua di ogni giorno, li colloca nel loro
ambiente naturale e dosa la loro presenza in scena. Soprattutto, guida gli
attori a recitare per sottrazione: l’attore Ferracane sparisce nel prestare il
suo corpo al servo pastore ergastolano Beniamino Zuncheddu; il comico Jacopo
Cullin è un criminologo credibile e sobrio; Luciano Curreli offre un cammeo
drammatico ed essenziale; Laura Mura e Giuseppe Ungari sono una vera famiglia...
Non abbiamo mattatori sullo schermo, bensì “piccoli” personaggi che sanno di
realtà. E con loro sa di realtà la storia raccontata.
PS — Excusatio non petita: questa non vuole essere una critica del
film, che imporrebbe qualche parola anche su scelte produttive e di
sceneggiatura non sempre convincenti. Da tempo ho smesso di fare il critico…
…Stefano Chiantini – autore del soggetto e della
sceneggiatura – ci propone un film minimalista, che procede per piccole
variazioni sul tema del dramma esistenziale di una donna borderline,
interpretata con sensibilità da una Michaela Ramazzotti ma così intensa prima
d’ora. Il lento incedere della seconda parte del film – quando la protagonista
trova un’occupazione come cameriera in un motel – riesce a sottolineare con
incisività la condizione umana della donna, disegnando un ritratto assai
coinvolgente.
…Stefano Chiantini adopera due registri narrativi, ad una prima parte
ricca di dialoghi, alterna una seconda silenziosa, in cui lavora per
sottrazione, scrutando e sondando con meticolosità chirurgica l’animo di una
donna fortemente lacerato e ferito dalla vita. L'attrice occupa
diligentemente e con somma maestria, l’intero spazio della narrazione, con la
sua fisicità plastica; Maria è goffa nei movimenti, imbranata, ma poi
all’occorrenza ha slanci di grande lucidità, come quando si piazza
coraggiosamente davanti all’autobus in corsa e soprattutto nelle scene finali
guadagna una solida compostezza; l’attrice romana fissa con grande abilità, le
sfumature della sua bizzarra protagonista. Il film oltre ad essere la
storia di Maria è anche quella dei tanti “naufragi” della nostra società: il
sistema assistenziale, la tutela dei minori, lo stato di abbandono delle famiglie
fragili, l’assenza di sostegno alle madri in difficoltà, le morti sul lavoro,
la mancata integrazione degli extracomunitari, la sorellanza. Ma “Naufragi”,
per scelta del regista :«non è polemico, non contiene
alcun giudizio morale, nessuna denuncia sociale»,
come dichiara Chiantini in conferenza stampa.
…Possono senz’altro spiazzare, i cambi di tono di Naufragi, ma in fondo l’effetto è proprio quello ricercato
dal film di Stefano Chiantini; un’opera che vuole delineare principalmente
l’arco narrativo di un personaggio unico, imprevedibile nelle sue azioni e reazioni, e proprio per questo
capace di stupire anche nella sua evoluzione. Il racconto cambia col volto e con la gestualità di Micaela Ramazzotti, parallelamente ai toni
della fotografia, più caldi nelle prime due parti del film, raggelati in un
anonimo “non luogo” (un motel e i suoi immediati dintorni) nell’ultima parte.
Il carattere volutamente anonimo dell’ambientazione, con l’unica peculiarità del mare a fare da sfondo, è in realtà presente
nell’intero film, seppur accentuato nella frazione conclusiva: le riprese sono
state effettuate a Civitavecchia, a 70 km dalla capitale, ma lo sfondo potrebbe
essere quello di una cittadina costiera qualsiasi. Di fatto, anche
l’ambientazione è funzionale al racconto del dramma del personaggio principale, così come il tema – volutamente messo sullo sfondo e, per
ammissione dello stesso regista, ridotto a pretesto narrativo – della sicurezza
sul lavoro. Stavolta, principalmente, il film è su altro…
"Cominciai a tenere che quel delinquente fosse un uomo onesto"
questa battuta, quando Sasà Scimoni (Alberto Sordi) prova a corrompere un dirigente pubblico, è davvero straordinaria.
il film racconta la storia di un trasformista, fascista, socialista, comunista, democristiano, Sasà è un uomo buono per tutte le stagioni, si arrangia, e Alberto Sordi è immenso, come quasi sempre.
…Sasà
è un voltagabbana: prima conservatore e monarchico, poi socialista pacifista.
Interventista ma pusillanime ricorre a tutti i trucchetti per non finire
sull'Isonzo mentre rincorre tutte le donne di Catania con un adeguato
guardaroba e sufficiente lignaggio da garantirgli una vita di comodi. Sposa una
ragazza tanto ricca quanto ingenua, diventa fascista per poi imparare il
ritornello di "Bandiera rossa" quando le cose girano nel verso
sbagliato. A fine guerra abbraccia il partito in voga nato dalle ceneri dei
popolari di Don Sturzo ed infine si riscopre imbonitore indipendente di folle,
trentacinque anni prima della conclusione della prima repubblica quando dai
cocci degli storici partiti che firmarono la costituzione nacquero i mille
partiti di oggi ritagliati sull'effige del loro leader. Infine, nonostante la
fedina penale sporca Stimoli imbrocca la giusta strada verso un impero
economico che inizia con un accento tedesco discutibile e con tanta faccia
tosta. L'intrico tra politica e novella imprenditoria, su cui Zampa e Brancati
si soffermano nel finale, è un apoteosi di cinismo e di lucida profezia di un
paese destinato a rimanere sempre uguale a se stesso. Con questo film, terzo di
una ideale trilogia Zampa/Brancati, terminò la collaborazione tre i due
artisti. Brancati morì pochi giorni prima dell'uscita in sala del film. Sasà
Scimoni gli sopravvisse rigenerandosi continuamente negli uomini politici di
oggi che si riciclano, disinvolti, passando da uno scranno all'altro, ben
attenti a rimanere a galla con la testa e di muovere il pantano sotto il pelo
dell'acqua al fine di nascondere nella putredine tutti quei vizi che la fine
del fascismo non riuscì certo a mitigare, ripresentantisi, anzi, più forti che
mai nell'Italia del dopoguerra.
Per quel che ne so, è il miglior film sul TRASFORMISMO, ovvero su uno
dei più importanti tratti dell’Italia, e uno dei suoi peggiori mali.
Nell’Italia unificata da oltre un secolo e mezzo, tale
attitudine è rimasta tra quelle caratteristiche: verrebbe da dire, purtroppo,
tra le pochissime che si possano dire fondanti dell’italianità così come
l’abbiamo vista.
Sordi è perfetto, Zampa e la sceneggiatura pure. Per fare
carriera, l’italiano medio si sente in dovere di poter essere sempre libero di:
ingannare il prossimo; tradire sempre le parole, le intenzioni e i valori che
precedentemente aveva pronunciato come irrinunciabili. Con questa reale e
robustissima, anche se ben mascherata (spesso solo apparentemente ben
mascherata!), tendenza a dire il falso, e a dire e fare il contrario di ciò che
ha detto prima, si è formata la classe dirigente italiana. Le eccezioni, in
senso positivo, sono state pochissime, ed hanno pagato in modo amaro, e
immediatamente, la loro conversione (o la loro vicinanza mai smentita) alla
serietà, all’autenticità, al riconoscimento del merito.
Il personaggio di Sordi è amante, e sempre inguaribilmente
servo, ora dei nobili e ora dei democratici, ora dei fascisti e ora dei
comunisti: per restare ricco, come è stato, non gli è mai mancata l’inventiva,
che in tale veste è una delle peggiori accezioni (se slegata dai valori morali,
come è nel film e purtroppo nell’Italia unita) dell’intelligenza che in Italia
però è stata fatta passare come vincente stile educativo (benché in realtà tra
i più diseducativi).
…Il
suo Sasà Scimoni è l'italiano per eccellenza, il furbetto con la "faccia
come il culo", pronto a dire tutto e il contrario di tutto per i propri
interessi: è socialista, spera nell'inizio della guerra ma poi si scopre
contrario alla violenza (ovviamente per evitare di combattere in prima persona
in guerra), poi si riscopre fascista (per evitare da vigliacco un duello con la
sciabola) e poi comunista, diventa affarista e produce un film religioso, poi
fonda un proprio partito (al suon di "questi polsi che hanno conosciuto il
freddo acciaio delle manette": meraviglioso!) con una coerenza del tutto
inesistente ma perfetta per il personaggio. Sarebbe bello considerare
"incredibili" i voltafaccia di Albertone in questo film, ma purtroppo
per i tanti personaggi visti nella storia italiana ma anche e soprattutto
nell'attualità qui di incredibile non c'è nulla.
Anzi, L'arte di arrangiarsi diventa un reperto eccellente per
un genere ormai del tutto estinto nello spettacolo italiano: questa è satira
vera, cosa che purtroppo non si vede più da nessuna parte o quasi (per un
popolo rimbambito da decenni di Mediaset e berlusconismo mediatico che adesso
pensa che la satira sia quella di "Striscia la notizia"... No comment).
Un film da ripescare e rivedere assolutamente.
Può esserci il difetto di una messa in scena un po'
didascalica, che poteva essere più fluida per certi versi, ma è impossibile non
apprezzare un film del genere, capace di far sorridere amaramente e pensare
tanto.