venerdì 28 agosto 2026

Sacro Moderno – Lorenzo Pallotta

in uno dei tantissimi paesi che si stanno estinguendo gli adulti capiscono che la fine del paese è vicina, i giovani partono, tradizioni e saperi secolari spariranno.

due fratelli, per dimostrare di essere uomini, rubano una pecora a un piccolo allevatore che ama i suoi animali e va in crisi.

un film alla Frammartino (è un complimento), non ci sono i cittadini, e i loro turbamenti borghesi, Sacro Moderno è un'altra cosa, per nostra fortuna.

un film che merita molto.

buona (marginale) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film, su Raiplay

 

 

LA PAROLA AL REGISTA

"In un periodo storico dove i piccoli borghi stanno scomparendo e con essi le antiche tradizioni, nasce Sacro Moderno, un film documentario che racconta la storia e il destino di una comunità montana che in tutti i modi cerca di sopravvivere.

L’obiettivo è mostrare i diversi punti di vista dei protagonisti che in maniera differente prendono le distanze dal sistema gerarchico e di potere che si è formato negli anni all’interno di questi paesi.

Il film, che inizialmente si sviluppa intorno al concetto di responsabilità che Simone ha nei confronti della comunità, lentamente si sposta sul tema della violenza e di come essa influenzi il destino dei personaggi; una violenza silente che porta Simone ad agire senza avere tempo di pensare.

In questo duplice senso angoscioso si muovono lo spirito dei personaggi e l’anima del film. Una comunità che si mostra poco, ma che vigila e orchestra silenziosamente il destino di Simone e di coloro che entrano in contatto con lui. Il film vuole evocare nello spettatore un forte senso di oppressione e di solitudine, attraverso il disorientamento nell’animo di personaggi privi di punti di riferimento.

Il fine ultimo è quello di provare a creare un universo volutamente magico a metà tra fiaba nera e film di formazione, dove lo spettatore si perde nei ritmi dilatati di un silenzio apparente, cercando dentro sé il senso ultimo del film.

Una verità oscura e tragica che probabilmente non smetterà mai di esistere in un mondo così piccolo e nascosto, ma universalmente comprensibile".

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La distribuzione su RaiPlay rappresenta un’opportunità importante per un’opera indipendente che punta a valorizzare territori e realtà spesso poco rappresentati nel cinema italiano contemporaneo. Il film si inserisce inoltre in un contesto sempre più attento ai temi dello spopolamento dei borghi e della conservazione delle identità culturali locali.

Il racconto di Simone e Filippo al centro di un film sui borghi italiani che stanno scomparendo

Nel comune montano di Intermesoli sono rimaste poche persone e il film costruisce il proprio racconto attorno alle vite di Simone e Filippo. Simone si fa carico delle responsabilità del paese e delle sue tradizioni, mentre Filippo sceglie una vita isolata, distante dalla comunità. Attraverso i loro percorsi, Sacro Moderno affronta il rapporto tra identità, fede, memoria e appartenenza.

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Lorenzo Pallotta va alla ricerca ad Intermesoli nel Teramano (paese con una presenza di abitanti molto limitata) di quanto la modernità e gli antichi riti sacri possano convivere. Lo fa grazie alla presenza dei due unici ragazzini che ancora vi abitano.

Il primo lungometraggio di Pallotta richiede allo spettatore la disponibilità ad assumere dei tempi di narrazione che sono connaturati alla dimensione esistenziale dei soggetti ripresi.

In questa realtà, che percepisce la presenza della modernità vivendola però da una certa distanza, il tempo diviene sospeso. I due ragazzi protagonisti vivono in questa dimensione, da cui, come testimoniano gli anziani che ancora restano sul posto, i giovani fuggono, partecipando sia al rapporto diretto con la natura sia ai riti che affondano le loro radici in un lontano passato. Tra questi il rito della processione del Venerdì Santo che si distacca da tutto quanto possiamo avere visto o letto in materia per la sua rarefatta e al contempo drammatica potenza di rappresentazione…

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mercoledì 26 agosto 2026

Il ritorno - Stefano Chiantini

Teresa esce dalla galera dopo dieci anni, per aver accoltellato un delinquente che minacciava suo figlio, con l'istinto della mamma dei cinghialetti se vengono minacciati.

quando esce non è un bel vivere, il marito ha una nuova compagna, il figlio non la vuole, qualche lavoretto lo trova, schiava nelle serre o nel taglio delle cadaveri per il consumo umano, lavori in fondo alla piramide sociale umana.

il film si regge sulle spalle di Emma Morrone (che interpreta Teresa), bravissima e credibile nella disperazione di una donna che non vede vie d'uscita.

buona (senza speranza) visione - Ismaele



QUI si può vedere il film, su Raiplay

 

 

…Teresa vive alla periferia di una cittadina laziale insieme al compagno Pietro e al piccolo Antonio. La precarietà economica, le difficoltà quotidiane e l’inaffidabilità dell’uomo mettono continuamente alla prova il fragile equilibrio della famiglia. Quando Pietro arriva a rappresentare un pericolo per il figlio, Teresa compie un gesto estremo per proteggerlo, una scelta che le costa dieci anni di carcere. Una volta tornata in libertà, la donna trova un mondo profondamente cambiato. Antonio è ormai un ragazzo, Pietro ha ricostruito la propria esistenza e il tempo ha scavato una distanza che sembra impossibile colmare. Nel tentativo di riprendersi il proprio posto di madre, Teresa dovrà confrontarsi con il peso delle assenze, con i silenzi e con la consapevolezza che l’amore, da solo, non sempre basta a ricucire ciò che il tempo ha irrimediabilmente spezzato. Con uno stile rigoroso e asciutto, fatto di sguardi, silenzi e gesti più che di parole, Chiantini costruisce un racconto intimo sulla maternità, sul senso di colpa e sulla difficoltà di ricominciare.

Il regista Stefano Chiantini racconta il cuore del progetto: “Il ritorno a casa di una madre dopo una lunga assenza diventa il racconto di un viaggio che dovrebbe colmare il vuoto creato da quel distacco forzato ma che finisce invece per amplificarlo. Mi interessava analizzare le dinamiche psicologiche ed emotive di una persona che torna dopo una lunga separazione e misurarmi con il suo animo e con quello di chi le sta accanto. Ho scelto di raccontare tutto questo attraverso le atmosfere e il corpo, eliminando quasi completamente il dialogo dalla scena. Il silenzio e il non detto si caricano così dell’impotenza della protagonista, mentre il volto e il corpo dell’attrice diventano gli strumenti attraverso cui emergono emozioni e pulsioni interiori”…

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…Fin dalla scena iniziale, il film di Chiantini si presenta come un melodramma che introduce la discesa agli inferi senza ritorno della protagonista. Teresa esce dalla porta della casa della sua datrice di lavoro, licenziata da costei. Scorrono i titoli di testa e la camera segue la malinconica routine di Teresa, bambino piangente tra le braccia come una giovane mater dolorosa, costretta al taccheggio per procurarsi gli omogeneizzati per il pupo e ad attraversare la strada statale tra macchine veloci per raggiungere l’estrema periferia romana.

Il suo ritorno dopo la detenzione enfatizza l’impossibilità di ricreare un equilibrio malgrado il regista insista nel mostrare scene di pseudo normalità quali il desinare o il preparare i pasti.

Cupo come lo sguardo della protagonista, il film di Chiantini è una pellicola sincera che ha Emma come punta di diamante. Sicuramente da vedere.

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Il ritorno, che segna il ritorno al cinema di Emma Marrone dopo la convincente prova in Gli anni più belli di Muccino, sottolinea il dramma del quotidiano attraverso gesti ripetuti: le pause-pranzo in silenzio, il figlio attaccato a un gioco sul calcio, la carne rubata di nascosto al lavoro. Il film di Chiantini lavora sul loro accumulo per portarli a un punto-limite e, anche se a un certo punto della storia avviene un episodio decisivo, non riesce però a far avvertire come stiano consumando gradualmente la protagonista.

Tutte le vicissitudini sono già segnate a livello di scrittura: la sorte dell'amica che ha aiutato Teresa, il tentativo disperato e inutile di ritrovare la sintonia con il proprio partner. Il film non sembra muoversi mai e si vede anche dalla fissità delle espressioni di Fabrizio Rongione.

Teresa è la 'donna tutta sola' di Mazursky che forse potrebbe avere la disperazione di Gena Rowlands in Cassavetes. Ma sono solo sfocati dettagli di un cinema che è chiuso nella sua ripetitività in attesa che succeda qualcosa ma finisce per diventare solo monotono e che appare frenato nei dialoghi e nei conflitti tra la protagonista e il figlio…

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Il ritorno torna a mettere in scena una famiglia con le sue difficoltà, in cui è la figura femminile quella centrale; in Naufragi era Michela Ramazzotti, nel nuovo film Emma Marrone che, dopo la convincente prova ne Gli anni più belli, conferma anche questa volta il suo talento da attrice. Il cinema ha raccontato spesso storie di rinascite, riscatti e seconde possibilità. In fondo è quello che chiede Teresa, poter tornare ancora insieme a Pietro e soprattutto riconquistare l’affetto del figlio. La vita però non va sempre nella direzione dei nostri desideri e la dura realtà è quella con cui si scontra la protagonista; il carcere le ha tolto non solo la vita che faceva prima ma anche quelle che avrebbe potuto avere dopo. Il film si poggia tutto su Emma Marrone, sui suoi sguardi tra rabbia repressa e sofferenza, sul suo corpo e sui suoi silenzi. La sceneggiatura è secca, asciutta, i dialoghi sono pochissimi, sia con Pietro (Fabrizio Rongione) che con Antonio (Lorenzo Ciamei) che non riesce proprio più a stare con la madre e glielo dice chiaramente.  Il ritorno si caratterizza anche per le tante scene ripetitive che scandiscono la quotidianità di Teresa: i lunghi viaggi per arrivare sui posti di lavoro (nelle serre o in un macello), i ritoni a casa, le cene nel silenzio e senza dialogo con il figlio, la solitudine al momento di andare a dormire. In questo senso il film di Stefano Chiantini è un po’ “claustrofobico”, non respirano i personaggi e neanche gli spettatori, ma riesce a descrivere con discreta efficacia il mondo reale in cui si muove la protagonista.

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martedì 25 agosto 2026

Un'estate da giganti (Les géants) – Bouli Lanners

un film di ragazzini, gli adulti sono un pessimo esempio, a essere gentili.

due fratelli che tornano per le vacanze alla casa del nonno scoprono che è diventata o diventerà una centrale dello spaccio di droga.

i due ragazzini, con l'aiuto di un terzo, combattono la loro guerra contro i cattivi.

tutto è chiaro, ognuno decida per chi parteggiare.

un bel film, Bouli Lanners è una sicurezza.

buona (guerresca) visione - Ismaele

 

 

 

…Il bravo e corpulento attore e caratterista belga Bouli Lanners, tanto spesso sia serimente sia comicamente pulp quando recita, altrettanto delicato e profondo quando invece si occupa di dirigere un film, ci ha già sorpreso tempo addietro con un notevole esordio registico ai tempi di Eldorato Road, tre anni prima di questo suo secondo ritorno in regia.

Anche in questo caso de Un’estate da giganti, una sorta di piccolo “Stand by me” belga e senza omicidio, viene mantenuta, almeno nell’atmosfera, quello stile on the road che già illuminava il brillante, inventivo e gradevole esordio…

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Zaini in spalla, Zak e Seth, due ragazzini di Bruxelles, si avviano a trascorrere, come di consuetudine, l'estate nella casa di campagna che apparteneva al loro nonno, morto l'anno prima. Stavolta soli, si legano a un amico appena conosciuto, Dany, con cui passeranno momenti indimenticabili.
Uno dei ricordi d'infanzia che serbiamo fresco per tutta la nostra vita è quello che riguarda il momento in cui abbiamo appreso, da insegnanti, genitori o da eventi accaduti, della caducità della vita, la consapevolezza che la nostra esistenza un giorno avrà termine. È proprio il tema della chiacchierata notturna, davanti a un falò, che fanno i tre ragazzi protagonisti, sotto la pioggia, nei boschi vicino a un fiume. Ed è il fulcro di questa opera. I giganti del titolo sono i tre adolescenti, che hanno tutta la vita davanti, ma che cominciano a prendere coscienza dei suoi limiti, che si sentono onnipotenti non percependo, o reagendovi, la precarietà della loro situazione economica e famigliare. Sono come Hansel e Gretel che sconfiggono la strega, o come i tre porcellini che uccidono il lupo cattivo. Sono mossi da uno spirito libertario, anarchico, che li porta a saccheggiare le case altrui: sembra loro che tutto sia possibile. E sono spinti anche da quell'autentica curiosità giovanile, che li porta all'esplorazione del territorio rurale che sta attorno.
Gli adulti che incontrano nel loro percorso sono grotteschi, tipi bizzarri come i vicini dall'aria lobotomizzata che sniffano coca nella loro baracca, grassi e unti come quello che li butta fuori con la mazza da baseball. O comunque caricaturali come l'anziana signora borghese che li ospita, una Nonna Papera con la figlia down, che passa il tempo a fare biscotti e suonare il piano. Può suonare come una dissacrazione del carattere idilliaco che di solito si attribuisce alla campagna, sorta di mondo perduto dalla modernità. Può esserci anche questa visione, ma in realtà questo è il risultato di adottare il punto di vista dei ragazzi, come loro vedono il mondo degli adulti, come riescono a evitarne il confronto.
E tutto questo assume il valore di un'avventura nel contesto della natura, tra canneti e campi di mais, fiumi e capanni di pesca su palafitte, vecchi e marci, paesaggi agresti ripresi in campo lungo. Un'opera fresca, delicata e garbata, per l'eclettico filmmaker, e pittore, Bouli Lanners, valorizzata da una quanto mai azzeccata colonna sonora dal sapore country, opera del gruppo The Bony King of Nowhere.

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domenica 23 agosto 2026

Insomnia - Erik Skjoldbjærg

il film è del 1997, qualche anno dopo ne è stata girata una nuova versione, mutatis mutandis, da Christopher Nolan (con Al Pacino e Robin Williams), uno dei rari casi in cui il remake è all'altezza del film originale.

nel film norvegese Stellan Skarsgard è un poliziotto chiamato a risolvere un caso misterioso e complicato, niente è quello che sembra, e nonostante la luce insopprimibile dell'estate oltre il circolo polare artico il poliziotto riesce ad arrivare alla verità.

un film che non delude, promesso.

buona (luminosa) visione - Ismaele


QUI si può vedere il film completo con sottotitoli in inglese

 

 

Un thriller psicologico (che poi è stato rifatto da Hollywood qualche anno dopo) di discreto impatto e quasi totalmente sulle spalle del bravo Skarsgard che riesce a rendere visibile il disfacimento fisico e morale del superpoliziotto da lui interpretato. A differenza del remake americano in cui tutto si giocava sull'ambiguità nel confronto tra poliziotto e scrittore, qui il personaggio dello scrittore ha uno spessore e un ruolo contenuto nell'economia della storia. Il film in fondo non ha neanche troppo interesse per il risvolto giallo della vicenda, è interessato solo al dilemma morale del poliziotto che fa di tutto per nascondere le varie tracce...A differenza di tanti thriller in cui il buio e la notte sono essenziali nell'economia del racconto, qui sono proprio la mancanza di buio e di sonno(siamo vicini al Polo Nord, il paesino è costantemente illuminato dalla luce del sole) a scatenare il progressivo scivolamento nel baratro del protagonista....

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Giallo scandinavo, suggestivo e inquietante.Detective svedese viene chiamato in una sperduta località norvegese , per venire a capo di un caso di omicidio,sfortunatamente durante il servizio uccide involontariamente un collega e viene per questo ricattato dal vero assassino.Questo film ha avuto un remake americano, altrettanto brillante con Al Pacino e Robin Williams, negli insoliti panni del cattivo,tuttavia è questo primo lavoro che personalmente preferisco.L'insonnia del titolo è quella che prova sulla sua pelle il protagonista, non abituato a giorni lunghi mesi,la luce invade i suoi spazi,la sua vita, diventando il suo incubo e la sua maledizione.Sarà sempre più insonne "stroppicciato" e ciondolante,gli scenari incantevoli ma dal tratto quasi "onirico" che lo avvolgono, finiscono con il piegarlo, sul piano psicologico.Statistiche recenti riportano un alto tasso di suicidi nei paesi nordici,malgrado civiltà,infrastrutture e un walfare funzionante, certamente il clima è uno dei fattori scatenanti.

Bello il film,bello il remake.

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Insomnia is a complex drama, yet executed with great stylistic economy and simplicity, through which Skjoldbjærg and his collaborators—including cowriter Nikolaj Frobenius—develop a profound sense of enigma. The visual style, notably the use of whiteness, constantly evokes the unreadability of Engström’s psyche, reversing the convention of identifying the unconscious with darkness. Erling Thurmann-Andersen’s cinematography emphasizes the daylit mundanity of the urban location, downplaying the natural grandeur of Tromsø and its environs. The setting becomes a blank canvas for a study in white: Engström is frequently framed against windows that blaze with cold light, or placed in antiseptically clean, geometrically neat settings, notably Holt’s stark apartment, divided up into a Mondrian-like grid…

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