venerdì 23 ottobre 2026

Fatherland - Pawel Pawlikowski

un padre e una figlia fanno un viaggio, vivono in Usa, vanno ìn Germania

i viaggiatori sono lo scrittore Thomas Mann e la figlia Erica, in una Germania distrutta e occupata, dagli eserciti dell'Unione Sovietica e degli Usa.

l'occasione del viaggio è la consegna di un premio intitolato a Goethe, anzi due, nelle due Germanie.

Thomas Mann pronuncia dei discorsi che vogliono far dimenticare la merda del nazismo e cercare di restituire la nobiltà della Germania attraverso la lode dei propri antichi pensatori.

il viaggio, di pochi giorni, è un'avventura, quei giorni vengono turbati dal suicidio di Klaus Mann, figlio di Thomas, che non lo ha amato troppo, e fratello di Erika, che gli vuole un bene dell'anima.

il film, in bianco e nero, è un piccolo e profondo film, con due interpreti straordinari, Hanss Zischler e Sandra Hüller, e la magia della musica di Bach.

non è un capolavoro, ma è un film che merita.

buona (tedesca) visione - Ismaele


 

  

…Fatherland riesce così nel difficilissimo compito di raccontarci Mann come essere umano e Mann come continuatore della cultura germanica ed europea, dunque come propagatore dell’utopia del pensiero perché solo a questo possiamo tornare e a niente altro. E allora Goethe, canto del gallo del futuro romanticismo, deve essere guardato con altri e molteplici occhi, così come il romanticismo stesso e ogni elevazione che l’arte e la filosofia portano con sé. La “patria”, il “paese d’origine”, non è un confine, ma un riconoscimento sentimentale e riflessivo; la verità non è mai nella propaganda ed è sempre dialettica. E le radici europee dovrebbero essere ritrovate, come nel commovente finale di questo semplicissimo e magnifico film, nella grandezza metafisica di Bach, che morto nel 1750 neppure sapeva cosa fosse la Germania. O nella magnificenza del dubbio di Goethe e nel suo genio naturalistico, nella costante messa in gioco della nostra stessa identità, parola ridicola quanto sterile. Bisogna mirare all’utopia e all’irraggiungibile e non per portarlo sulla terra sistematizzandolo, ma come monito costante per l’intelligenza umana, come tensione permanente. Non parla del 1949, Pawlikowski, parla di noi europei oggi, stritolati dal dover gridare da che parte stiamo, istericamente chiamati a prendere posizione nella tragica e ignobile commedia di una ripetitiva propaganda, per lo più ignavi, incapaci di arrivare alla radicalità, talmente stupidi da non meritare più neppure di essere nichilisti. Il bianco e nero del regista questa volta non è calligrafico e riveste l’impressione di una fantasmagoria sull’Europa, qui ritratta davvero dall’inizio della Cold War. Mentre il dolore di Erika esplode, quello di Thomas Mann è trattenuto dalla responsabilità morale e sociale che ricopre, e solo di fronte a una meravigliosa cantata di Bach si scioglie parzialmente. E Klaus decide che non si può vivere in quello spazio/tempo. In questa triangolazione tra una donna fortissima, un padre che è umano e immortale in vita e un figlio perduto nella delusione del campo politico/sociale, si snoda in Fatherland la ricerca di un approdo, obiettivo che passa soltanto dalla comprensione piena delle radici culturali che ci abitano e della nostra posizione di “eredi”. La responsabilità del nostro futuro europeo sembra già lì, nel 1949 raccontato da Pawlikowski. Non strumentalizzare, non propagandare, non semplificare: bisognerebbe, umanisticamente, pensare.

da qui

 

…Accanto a un Hanss Zischler perfettamente calato nella parte dello scrittore che esplora una nazione ormai quasi sconosciuta, troviamo una Sandra Hüller come sempre all'altezza dei ruoli che le vengono affidati. Qui è una figlia tristemente consapevole della frattura che si è creata tra il fratello e il padre ma anche pronta a reagire di fronte ad un ex coniuge compromesso con il potere ed ora impegnato a far dimenticare il proprio recente passato. Il passaggio oltre il confine tra le due Germanie mostra quanto sia profondo il divario che si è creato in una terra in cui la cultura che Mann promuove necessita di una sostanziale rifondazione. Resta solo l'ascolto di un brano immortale, in una sequenza che può muovere alla commozione, che può far sperare in una rinascita. Nonostante tutto.

da qui

 

Se, come disse senza provocazione Godard, è impossibile fare grandi film da grandi libri, forse lo stesso è vero se si parla di grandi scrittori. E infatti anche per Pawlikowski al centro di “Fatherland” non può esserci (solo) Thomas Mann (Hanns Zischler). Innanzitutto c’è la figlia Erika (Sandra Hüller), che lo accompagna nel suo ultimo viaggio in Germania, tra le macerie del 1949, e poi una serie di presenze fantasmatiche: il figlio Klaus (August Diehls), Goethe, Bach e in generale qualcosa che per impeto idealistico si potrebbe descrivere come “spirito della Germania”. Lo scrittore non può essere al centro perché appartiene a un altro tempo, è come un vecchio saggio rimosso dal mondo, consapevolmente inadatto a prendervi parte per qualcosa di nuovo…

da qui

 

…Sullo sfondo di una tragedia che resta quindi fresca nella memoria, quanto concreta nelle macerie civili e umane che ha lasciato dietro di sé, si snoda la vicenda familiare dei due protagonisti: da una parte l’apparente freddezza del personaggio dello scrittore – col suo disprezzo ostentato per la figura del figlio (forse) suicida (“un tossicodipendente, un debole sempre in cerca di attenzioni”) – contrapposta dall’altra parte alla figura di una non più giovane figlia in cerca di una ricomposizione familiare forse anch’essa fuori tempo massimo, ma non per questo meno degna di essere perseguita. Il tutto, com’è consueto per il cinema di Pawel Pawlikowski, senza toni enfatici o sottolineature di marca melò, ma puntando al contrario sullo scarto, sulla deviazione e la riscoperta della dimensione intima e privata, di un affetto da recuperare e coltivare silenziosamente; come in quell’allontanamento di Erika in mezzo ai boschi, proprio mentre il padre sta tenendo il suo discorso davanti a una folla di burocrati e artisti collusi col nuovo potere, non meno meschini di quelli che ha appena lasciato a Francoforte. Un allontanamento in qualche modo propedeutico agli sviluppi della storia di Fatherland, che accompagnano i due personaggi verso la fine del viaggio, e soprattutto verso una conclusione altrettanto intima, in cui la dimensione melodrammatica può finalmente liberarsi, non senza una componente simbolica – ivi compreso il suo elemento musicale – che riesce a risultare autenticamente toccante.

da qui  


mercoledì 21 ottobre 2026

La sua giornata di gloria - Edoardo Bruno

l'unico film di Edoardo Bruno è un film politico, di tradimenti e inganni, di ingenuità e fallimenti.

una polizia che assassina i ricercati, i movimenti e gli attivisti sono pieni di volontà di rivoluzione, ma il Potere li frega come sempre,

protagonisti di origine teatrale, con un giovane Carlo Cecchi.

abbastanza maltrattato dalla critica, invece è un film che merita, magari ingenuo, ma non fa niente, per me è un film da vedere.

buona (perdente) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

 

 

In una città, dove è in atto la "guerriglia urbana", un giovane ribelle, Claude, viene ucciso dalle squadre della repressione, sotto gli occhi della sua ragazza, Marguerite. La responsabilità, incolpevole, della sua fine è di un giovane, Richard, che, irretito da un abile capo della polizia, ha fornito preziose informazioni. Per riscattarsi agli occhi dei compagni, che lo sospettano di tradimento, li convince a compiere una rischiosa azione terroristica. All'ultimo momento, però, colto dalla paura, Richard se ne sta nascosto - in quello che doveva essere il suo giorno di gloria - avvinghiato a Marguerite. Senza di loro, l'azione fallisce.

da qui

 

Ci si chiede perché questo film, che è evidentemente girato a Roma, con bella mostra di alcuni degli angoli più facilmente riconoscibili della città, sia, invece, ambientato a Parigi. La risposta è semplice: lo sguardo del regista Edoardo Bruno è rivolto verso il capolavoro muto La Nuova Babilonia che Grigorij Kozincev e Leonid Trauberg girarono nella Russia del 1927. L'utopia della comune di Parigi, i discorsi sulla rivoluzione, la necessità di ribellarsi ad una forma politica di repressione. Questo il punto di partenza di Bruno per il suo film che racconta del giovane rivoluzionario Richard e del suo piano che coinvolge alcuni compagni di lotta. L'eco godardiana, però, è tangibile, soprattutto nella rarefazione del racconto, stringato e asciugato, affidato a pochi dettagli che ritornano per raccontare di un'utopia materialistta che si stringe attorno all'aspetto pubblico e privato dei protagonisti. Il risultato è l'affresco ideale di un movimento di liberazione destinato a fallire se non si annullano false e pesanti convinzioni ideologiche. Mentre la struttura si fa sempre più astratta, le didascalie e le parole pronunciate con atteggiamento declamatorio appaiono più che mai lucide nella loro disarmante radicalità. "Andate al cinema per resistere" oppure "Siamo contro gli inganni perché vogliamo la fantasia" bene esprimono la tensione dialettica di un'opera che ha un respiro europeo e che aspira a ralizzare un cinema capace di "sparare sul pubblico" per spingerlo a smettere i panni dello spettatore passivo e invitarlo ad entrare energicamente dentro il film. Degna di nota l'interpretazione di Philippe Leroy (unico attore professionista, oltre a Carlo Cecchi) nei panni di un poliziotto che cerca di corrompere il rivoluzionario più debole del gruppo. Per il resto il film è interpretato da attori non professionisti, salvo una fugace apparizione, nel prologo, di Pierre Clementi. Ma il prologo, come spiega Bruno nell'intervista contenuta tra gli extra del dvd, è recuperato tra i rush scartati di un film di Bernardo Bertolucci e aggiunto in fase di montaggio. Una strategia per di grande effetto per giustificare l'assenza dell'attore francese che avrebbe dovuto partecipare al film. Unico film diretto da Edoardo Bruno, direttore della rivista "Filmcritica", La sua giornata di gloria è stato invitato al festival di Berlino.

da qui

martedì 20 ottobre 2026

Terapia creativa (Lo dejamos acá) - Hernán Goldfrid

uno psicologo fuori dall'ordinario vuole aiutare uno scrittore che ha perso l'ispirazione, il film è qui, una sceneggiatura a orologeria, ma niente di speciale.

Ricardo Darín è il protagonista, e, come sempre, non sbaglia un colpo.

intrattiene per il tempo del film, nulla più.

buona (psicologica) visione - Ismaele


 

 

…La película resulta ser una comedia dramática, un tanto negra, desde luego, entreverada de thriller o intriga, con un bien gradado sentido del suspense, con alguna escena que incluye a cierto gato que consigue suspender el ánimo del espectador, una escena resuelta con una pericia casi hitchcockiana, a quien se le rinde algún que otro homenaje (hablar de La ventana indiscreta no sería ocioso) seguramente inevitable, dada la premisa de la historia y su planteamiento. Hay un par de potentes giros argumentales que descolocan sanamente al público, giros no previsibles (lo que tanto se agradece en estos tiempos en los que todo se ve venir en los productos audiovisuales), giros que, por supuesto, no deben desvelarse, y que son esenciales en el desarrollo del film, el primero porque marca el devenir de la historia, el segundo porque contribuye fundamentalmente a su desenlace.

Hay en la película una cierta crítica hacia aquellos profesionales que, sin duda con la mejor voluntad, en psicoterapia, pero también en cualquier otra actividad, se implican tanto en los problemas que tienen que resolver que pueden terminar (aparte de pasarse la ética por el arco del triunfo…) resultando perjudiciales para las personas a las que pretenden ayudar. En ese sentido, es verdad que la premisa de arranque, con el planteamiento y el nudo, nos parece superior al desenlace, que al margen de ese giro de guion que no se ve venir, está despachado con un “vámonos que nos vamos” que parece indicar que ya se estaban pasando de metraje y hay que terminar…

Pero el conjunto es agradable, un entretenimiento lúdico para adultos, un juguete cargado de cierta mala uva, con ese muy peculiar psicoterapeuta que interviene, y de qué modo, en los problemas de sus pacientes a los que con demasiada frecuencia termina jodiéndoles la vida.

Gran trabajo, como siempre, de Ricardo Darín, para nuestro gusto uno de los mejores actores argentinos de todos los tiempos (y mira que el país da intérpretes magníficos…), pero también del menos conocido Diego Peretti, que hace toda una creación de este escritor de ancestros galos, personaje que él hace creíble en sus neuras de autor bloqueado que necesita emborracharse para crear.

da qui

 

…La película reservará una serie de giros sorpresivos para el final, le sumará la aparición de un reconocido actor invitado y ofrecerá algunos apuntes graciosos sobre la literatura, el cine y hasta la televisión, pero no irá demasiado lejos con eso. De hecho, por la manera en la que subtramas y motivaciones aparecen y desaparecen casi sin aviso, por momentos da la impresión que el montaje final ha dejado algunas escenas un tanto de lado. Más allá de eso, Lo dejamos acá trata de revivir el espíritu de la comedia de suspenso clásica —la banda sonora apuesta directamente a un toque retro— con algo woodyallenesco dando vueltas por ahí. Y por momentos consigue su cometido: conectar con la vieja magia del cine de Hollywood.

da qui

 

…La reunión entre Darín y Peretti es uno de los atractivos más evidentes de la película. No solo porque ambos ya compartieron pantalla en Música en espera, porque existe entre ellos una química que permite que buena parte de las situaciones encuentre un tono particular. Goldfrid conoce bien ese terreno. Ya había trabajado con Peretti en su debut, Música en espera, y con Darín en Tesis sobre un homicidio. En Lo dejamos acá vuelve a reunirlos dentro de una historia que necesita precisamente de esa tensión entre dos personalidades fuertes.

Ulises es un personaje que se cansó de la pasividad. La terapia, para él, se convirtió en un territorio demasiado previsible. Escuchar, interpretar, esperar y volver a escuchar ya no le produce ninguna satisfacción. Quiere resultados. Quiere comprobar que sus intervenciones tienen un efecto visible. Por eso cruza límites que, en principio, deberían permanecer intactos.

Pero ahí aparece una de las cuestiones más interesantes del personaje: su aparente vocación de ayuda tiene una relación bastante estrecha con su propio ego. Cada vez que consigue modificar la vida de alguien, Ulises obtiene algo a cambio. Hay placer en esa capacidad de intervenir, una sensación de poder que excede cualquier intención terapéutica. Resolver los problemas de los demás empieza a ser también una manera de alimentar una imagen favorable de sí mismo…

da qui

 

…Lo dejamos acá es una película estimulante, sostenida por un guion ingenioso y grandes interpretaciones, que arranca con una premisa de enorme interés y sabe conducirla hasta un territorio inquietante. Su límite está en la indulgencia final: Goldfrid parece preferir la complicidad a la confrontación y ofrece una salida demasiado conveniente. El público, que conoce la situación desesperada del personaje y siente simpatía por Darín, acepta de buen grado un desenlace que difícilmente resistiría un examen de verosimilitud. La película nos hace sonreír, sí, pero a costa de renunciar a parte de la hondura moral que había alcanzado.

da qui 

 


lunedì 19 ottobre 2026

Digger - Alejandro González Iñárritu

in un mondo in crisi il petroliere Rockwell cerca di trivellare tutto il trivellabile, in tutto il mondo, senza ostacoli.

chi vede Rockwell avrà la conferma di quanto siamo tutti nelle mani di gente instabile, a essere chiari.

uno dei momenti più forti, tra i tanti, è il discorso in un'arena, di fronte a delle persone arrabbiate, solo che un discorso in difesa è un discorso d'attacco, sembra di sentire Draghi con i suoi condizionatori, o Trump nuovo papa del mondo, o un presidente di una compagnia petrolifera che ricatta la gente, o faccio quello che voglio, o andrete a piedi. 

è il Potere che non vuole limiti, e non li ha, in effetti.

il film non sta avendo molto successo, i produttori perderanno un sacco di soldi, ma chi se ne frega, diranno i miei 25 lettori.

il problema è che la gente va a vedere film innocui, mica film che fanno pensare.*

i critici, la maggior parte, hanno distrutto il film.

non ascoltateli, andate a vedere il film, se non l'hanno ancora tolto dalle sale per qualche film di supereroi.

un film da non perdere, secondo me, grandi attori, grande regista, immagini memorabili, una storia che fa male, è gli ultimi cinque minuti vi lasceranno senza parole.

buona (imprescindibile) visione - Ismaele

 

*mutatis mutandis, ma non troppo, qualche giorno fa in Brasile ha vinto le elezioni abbondantemente, anche negli stati dell'Amazzonia, un gaglioffo che ha come obiettivo la distruzione della foresta pluviale, quella che ancora rimane, e come corollario il genocidio degli indios (un genocidio in più cosa vuoi che sia?), per diventare un grande fornitore di materie prime per il mondo.


 

 

… Tutto in Digger è instabile e indefinito, tutti i mezzi d’espressione si confondono insieme alla realtà, alla finzione e alle scale di grandezza (i diorami sono dei modelli tridimensionali che ricreano una scena in scala ridotta). Dai vari livelli si scivola costantemente e senza soluzione di continuità, anche se il regista tiene magistralmente insieme gli equilibri, in realtà sottili, così come Cruise si mantiene in equilibrio perfetto tra la caricatura e il personaggio del miliardario machiavellico e manipolatore, che dice solo verità parziali, quelle comode per lui, contrariamente allo scienziato che lo sfida e che si sfinisce nel dire sempre la verità, anche etica.

In questa instabilità totale c’è la fotografia metaforica di un capitalismo impazzito, sempre più folle nella sua ubriacatura da vittoria sulla guerra fredda e perciò del tutto incapace di mettersi in discussione, di creare nuovi modelli, facendo così affondare tutti.

Digger è la miglior rappresentazione mai vista del turbocapitalismo portato alla Casa Bianca da Trump e Musk, e venduto alle masse come una liberazione. Perché in verità sono tutti delle turbocaricature.

da qui

 

…Le ipotesi sul rifiuto del pubblico possono essere diverse.

La prima è il negazionismo climatico. Il film è troppo forte, troppo vero e insieme troppo estremo nel mostrarci un’estinzione che in realtà è già cominciata e che non farà che dipanarsi nel nostro presente.

Le sue immagini di città alluvionate si confondono con quelle che scorrono sempre più spesso sui nostri schermi, dal Nepal a Istanbul in questi giorni.

Forse è troppo per uno spettatore che continua a raccontarsi che l’Apocalisse è un problema di domani e che oggi possiamo continuare a vivere come abbiamo sempre vissuto.

La seconda ipotesi è che l’arte sia diventata un dispositivo troppo complicato per lo spettatore medio, che si aspetta un prodotto industriale con una storia ben scritta, paesaggi dai colori calibrati dall’intelligenza artificiale e attori possibilmente belli secondo gli standard internazionali.

Oggi chiamiamo arte qualsiasi prodotto culturale, da Bridgerton alla Biennale di Venezia. Ma l’arte non è soltanto un prodotto culturale: è un’esperienza profonda di catarsi, come insegnava Aristotele.

Con strane acrobazie, l’artista riesce a farci vivere o rivivere l’emozione intensa di un’esperienza, nostra o dell’umanità intera. E non c’è un percorso lineare né una ricetta per questa magia: può essere un gatto al centro della scena, un frigorifero vuoto, una battuta indimenticabile come «Tutto cambia, sai? Un giorno sei un gatto. O un re. Il giorno dopo sei solo cenere in una scatola», oppure «Madre natura adora vincere».

L’arte non deve necessariamente rappresentare o raccontare, non è né bella né brutta: fa accadere qualcosa in noi, per cui dopo aver visto, ascoltato o letto un’opera non saremo più quelli di prima.

Il fallimento di Digger è, romanticamente, parte della sua straordinaria bellezza e della sua forza…

da qui

 

…Se la parte tecnica è decisamente promossa anche la storia non è da meno. Il tutto è una satira sociopolitica bella sfogata e praticamente senza freni con battute taglienti, situazioni veramente grottesche, umoriste e al limite del surreale. I personaggi sono belli caricati, eccessivi e con toni esacerbati e urlati. Una critica feroce al sistema politico ed economico americano, corrotto, subdolo, reazionario, con priorità distorte dove pensa più al guadagno e al profitto a discapito dell’ambiente e ai disastri che può potenzialmente causare. Molto interessante è anche la grossa ipocrisia delle varie nazioni che denunciano le calamità climatiche e i modus operandi, ma alla fine fanno uso e godono dei benesseri offerti dagli USA come il petrolio e l’energia dove appunto Digger rinfaccia a tutti i capi di stato. Non a caso ci sono varie frecciatine a Digger come classico stereotipo dell’uomo d’affari fatto e finito e a Compson quasi paragonabile a Donald Trump nelle sue uscite fuori di testa.

Ma se tutto questo sembrerebbe troppo arriva in diverse riprese un’importante componente metanarrativa che giustifica, contestualizza e discute il racconto stesso e portando il film in una dimensione diversa, in un contesto diverso e in un genere diverso e si riflette sulle conseguenze delle scelte e delle decisioni prese dalle generazioni passate. Un mondo che diventa un palcoscenico o magari anche il contrario, forse non proprio del tutto roseo, ma comunque con diverse speranze per l’umanità che riponiamo nelle generazioni future perché tutto vada per il bene. Meglio non dire troppo per non rovinare la sorpresa…

da qui

 

…il film risulta schematico e banale: l'America è ancora una volta una terra di eccessi e di ignoranza ma vitale, mentre l'Europa è un luogo spoglio di energia. Tanto si vuole far apparire controversa e illuminante la figura di Digger, che per contrasto la si circonda di oscuri funzionari senza personalità - e di presidente matto interpretato da John Goodman che crede di essere causa dei mali della Nazione per via dei mali del suo corpo, come fosse un Re menomato del leggendario ciclo arturiano, il "Re pescatore". La vera controparte di Digger, quasi il suo "antagonista", non è infatti un politico, bensì un uomo di scienza che, secondo una retorica più à la page è di colore e di origine indiana - però, si badi, sempre con cittadinanza americana.

In un film con queste ambizioni, tali semplificazioni sono controproducenti inoltre, nel cercare l'attualità a tutti i costi, manca l'altra vera superpotenza dei nostri tempi, ossia la Cina. Più in generale il tentativo di realizzare un nuovo Dottor Stranamore si schianta sugli artifici di Iñarritu, che cerca una finzione più vera del vero, che si muove tra diversi livelli di messa in scena e che in fondo non sembra credere, lui per primo, alla forza della sua satira, tanto da doverla rivestire di giochi di prestigio. Il regista rifiuta la definizione di autore pretenzioso, ritiene che la definizione gli venga attribuita con facilità perché messicano e sia quindi un'etichetta razzista, ma in Digger fa davvero tutto il possibile per meritarsi questo appellativo ancora una volta.

da qui

 

…Grottesche gallerie di personaggi, il potere in mano ad una banda di vecchi sciacalli, affetti felini, allucinazioni messianiche, sublimazioni nucleari e militari, il sogno di ogni presidente americano guerrafondaio (bombardare, bombardare, bombardare), fosse anche l’avanzare inarrestabile di un iceberg gigantesco, Iñarritu vuole stupirci attraverso le sue immagini, smantellando e ricomponendo la sua stessa opera, dirigendola e criticandola, il cataclisma ambientale è solo lo sfondo mobile di un film che gira intorno al grande divo hollywoodiano e così ammirandone la performance ci si dimentica subito dopo della morte delle migliaia di persone che il suo personaggio che ha provocato.

da qui

 

…Lo scrivo sempre e da sempre: il cinema ormai vale solo come evento, che sia il viaggio di Ulisse o il reportage su Gaza. L’investimento mentale deve giustificare la visione in sala (fateci caso, oggi non è nemmeno più una questione di soldi: per un po’ di anni il cinema è diventato, nella percezione collettiva, un luogo carissimo; ora le nemiche del portafogli sono le troppe piattaforme). Ogni tre-quattro mesi, una coppia di amici con figli piccoli mi pone la domanda che più mi terrorizza: «Ci consigli un film da vedere al cinema? Ma dev’essere bello, eh!», e io mi sento più responsabilizzato che se dovessi consigliare uno specialista in emorroidi a uno che non riesce a sedersi da mesi (chiedo scusa, è solo un tributo al parimenti grandioso John Goodman di Digger). Non esiste più il-cinema-per-il-cinema, il film che magari non ti piace, il Digger che ti fa girare i coglioni (sareste comunque dalla parte sbagliata, ma Digger può essere un film che fa girare i coglioni, e lo capirei più della scelta di non andare a vederlo per partito preso).

E qui sta la radicalizzazione: nell’aver smesso di scegliere in cambio di un cinema (o quel che ne resta) che deve solo coccolarci, rassicurarci, farci desiderare di essere come tutti, come diceva un altro libro. E se quei tutti hanno deciso che il tal film non lo guarderanno, allora non lo faremo neanche noi, e quel film sarà bruttissimo. Correte al cinema, fregatevene delle stroncature, delle pernacchie a Tom Cruise, del box office, e soprattutto mollate quel telefono…

da qui

 

…Iñárritu,commentando la ricezione del film, ha detto di preferire una reazione violenta all'indifferenza e ha ammesso tranquillamente che Digger «is not perfect», spiegando che quello che gli interessa è aprire una conversazione; da quel punto di vista è difficile sostenere che abbia fallito, perché si è parlato tantissimo del suo film, anche se magari meno persone del previsto hanno deciso di pagare per vederlo.

È forse qui che torno alla sensazione da cui ero partito, quella per cui nel cinema contemporaneo la recensione riesce sempre più spesso a diventare un pezzo dello spettacolo, perché Digger è contemporaneamente un film, un flop, una discussione sul perché sia un flop, una battaglia tra chi pensa che la critica non l'abbia capito e chi pensa che il problema sia esattamente l'opposto, e infine una campagna pubblicitaria costruita sulla battaglia stessa. Quasi tutto ciò che accade dopo i titoli di coda sembra aggiungere un ulteriore livello a un film che, mentre lo guardavo, trovavo invece spesso troppo impegnato a giustificarsi.

Che poi è la contraddizione per cui continuo a pensare di aver visto un qualcosa di valore: per buona parte di Digger avrei voluto che Iñárritu si fidasse un po' di più di quello che aveva già messo davanti ai miei occhi, senza fermarsi continuamente a spiegarmi che sapeva benissimo cosa stava facendo; da quando è finito, invece, è il mondo esterno che continua ad aggiungere livelli e spiegazioni, rendendo molto difficile, alla fine, liquidare il film come “merda” o “capolavoro”.

da qui

 

…Allora ecco che il cinema – ancora una volta “mascherato” da teatro, come in Birdman – diviene l’ultimo sguardo possibile – basito e instupidito quanto si vuole – sull’irresistibile discesa di un uomo, e con lui di tutta l’umanità: i piedi già a mollo nell’Averno, ma gli occhi sono inchiodati sulla faccia del colpevole, che si offre a loro in un inedito momento di spudorata sincerità. Ma si tratta, ancora una volta, di un depistaggio, di uno spettacolo, in cui la verità è usata come strategia e fumo negli occhi (colpevole o capro espiatorio per il beneplacito di tutti?). In cui Digger, formidabile entertainer prima ancora che spregiudicato magnate (come il nostro Silvio Berlusconi, che qualcuno ancora si azzarda a rimpiangere), compie il suo ultimo incantamento, la sua definitiva ipnosi di massa. E con lui, l’uomo dietro la macchina da presa… Digger non fa che riconfermare il limite del cinema di Iñárritu (che è anche, se si vuole, il suo fascino), ovverola contemplazione rapita e compiaciuta di una performance über alles, un restare ipnotizzati dall’orchestra del Titanic mentre il transatlantico affonda. Il narcisismo di chi se ne sta lì a comporre l’epigramma più mordace e irriverente mentre tutto intorno a lui le luci si spengono.

da qui

 

…Quando poi Iñárritu apre uno squarcio metalinguistico sul racconto e scopriamo di aver assistito a una semplice messinscena teatrale (intitolata "Fossil Fools") della crisi geopolitica avvenuta qualche anno prima, la sceneggiatura non introduce un radicale cambio di registro, perché il dietro le quinte mantiene lo stesso tono farsesco dello spettacolo; gli interpreti, la crew e il pubblico in sala sembrano inoltre apprezzare senza grandi riserve questa rappresentazione così posticcia del dramma, per la quale ridono e s’indignano.

Hanno bisogno di una catarsi per superare il proprio trauma e continuare a vivere in una società dove non è cambiato nulla, in cui i responsabili della strage sono anche i finanziatori di uno spettacolo che li ridicolizza soltanto per autoassolversi. Iñárritu prende di mira, infatti, la totale inoffensività della satira moderna, complice dei potenti, colpevole di anestetizzare l'audience alle ingiustizie, incapace di smascherare veramente i responsabili…

da qui

 

…Il film, a un certo punto, smette di permetterci di attribuire tutta la colpa ai potenti. Guardiamo Rockwell e possiamo sentirci dalla parte giusta: lui è il petroliere cattivo che ha distrutto il pianeta. Poi Digger si presenta davanti all’assemblea europea e le restituisce l’accusa. Voi condannate il petrolio, ma volete guidare automobili, prendere aerei, ricevere merci dall’altra parte del mondo, riscaldare e raffreddare le vostre case, consumare energia in continuazione. Io vendo ciò che volete comprare. Rockwell ha in parte ragione e usa quella parte di verità per assolversi.

È questo, per me, uno dei punti più forti del film. Il sistema dei combustibili fossili non è soltanto il prodotto dell’avidità delle compagnie petrolifere. È un contratto fra produzione e consumo, fra chi offre e chi domanda, fra chi ricava enormi profitti e chi considera ormai irrinunciabile il modo di vivere che quei combustibili rendono possibile. Il contratto è asimmetrico, ma questo non elimina la partecipazione di entrambe le parti. È molto più rassicurante pensare che esistano dei cattivi che ci hanno imposto tutto questo. Iñárritu non ci concede questa consolazione. E poi ci mostra i fili…

da qui

 

…Visivamente dirompente, satira irruente che rimbalza continuamente tra teatro e realtà, audace messa in scena e farsa, l’ultima opera di Alejandro G. Iñárritu è un grido di rabbia, paura e dolore di fronte al cinismo imperante a cui siamo sempre più assuefatti. In un meccanismo di sottile vendetta e catarsi che la rappresentazione (teatrale e cinematografica) da sempre offre al pubblico pagante.

E nel riprodurre e rievocare i volti grotteschi di questo incedere (dis)umano, Digger offre uno strumento meta narrativo per partecipare in prima persona, e forse esorcizzare quel dolore che ci attraversa quali abitanti di questo mondo, tra le mura della sala. Perché poi, una volta fuori, il malessere lavora come lento depositarsi di quei sentimenti di cui il film si fa roboante manifesto satirico.

Costringendoci a essere parte integrante di un meccanismo ambizioso e malato, terribile spettacolo a cui stiamo inesorabilmente prendendo parte. E sotto la patina di divertimento che l’opera offre a mezzo satira, scorre poi potente il flusso di una realtà con cui, invero, abbiamo il terrore di fare i conti. Folle, rocambolesca, impetuosa e divisiva proprio come questo film. Una catastrofe umana irreversibile in cui il cinema continua a vivere.

da qui