mercoledì 4 marzo 2026

Quando eu era vivo – Marco Dutra

un giovanotto (Junior) torna alla casa del padre, la madre è morta, il fratello è in una clinica psichiatrica, il padre vuole rimuovere il passato e si trova a casa un figliol prodigo, ma non troppo.

Junior ritrova le cose della madre, stipate in uno sgabuzzino, e ricorda quando era bambino, quello che faceva con il fratello e la madre, un po' medium, un po' strega.

e Junior, con l'aiuto di Sandy, una musicista in affitto nella casa del padre, ricrea i riti della madre, magia nera, chissà, e pian piano il film entra in un buco nero.

bravi gli attori, il regista è bravo come sempre, il film merita.

buona (prodiga) visione - Ismaele


 

Il ritorno di Junior, depresso da un matrimonio finito in maniera burrascosa e alla ricerca – non particolarmente spasmodica – di un impiego, fa collassare in qualche modo lo spazio/tempo, tra memorie, ricordi, fantasmi presunti e reali, musiche ascoltate su un giradischi per bambini, quadri ricollocati su pareti spoglie, porte sfondate e via discorrendo.
C’è una violenza nascosta, misterica a sua volta e persino romantica che si muove nelle coordinate di Quando eu era vivo, retaggio di un mondo malato, disperso, immortale eppure destinato alla caducità. Il percorso compiuto dal film di Dutra non è solo quello di un film di genere, per quanto Quando eu era vivo non si vergogni di confrontarsi anche con gli aspetti più spudoratamente sovrannaturali della trama; al suo interno si cela un discorso sulla famiglia, sulla contrapposizione tra ritualità ancestrale e reiterazione borghese delle convenzioni, e si apre il fianco a una messa in scena in cui lo spazio acquista un valore ulteriore. L’appartamento in cui si svolge la quasi totalità del film (fa eccezione solo la sequenza in cui padre e figlio vanno a trovare Pedro, oramai impazzito e ricoverato in una casa di cura) assume a sua volta il ruolo di personaggio, con i suoi antri, le sue finestre, i suoi spazi occultati eppure completamente aperti. Una scelta di regia che conduce in maniera pressoché naturale ad accostare Quando eu era vivo al cinema di Roman Polanski e a quello di David Lynch, due dei più mirabili costruttori – e distruttori – di interni, in grado di far quasi respirare le pareti in cui sono costretti i propri personaggi…

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Il film è esteticamente competitivo grazie ad una fotografia nitida e d’effetto, che gioca molto con il contrasto tra buio e luce che caratterizzano l’ambiente domestico, la casa che sembra diventare un simulacro del grembo materno deviato e contorto.

il personaggio di Junior oscilla tra psicanalisi, pazzia e santeria diventando l’icona riassuntiva dell’intero film: sembra difficile distinguere il confine beffardo tra follia freudiana e forze occulte e malvagie, elemento che determina l’intero film regalando allo spettatore brividi, sussulti e pensieri reconditi seppelliti nella memoria del complesso di Edipo.

In sintesi, Quando eu era vivo è una rilettura personale e complessa della parabola del figliol prodigo attraverso l’occhio di un maelstrom oscuro e torbido.

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…Dutra porta sullo schermo un intreccio in cui ogni personaggio vive un profondo e complesso conflitto emotivo. Junior vive una sorta di sublimazione del processo di Edipo scatenato da una mamma quasi mai presente in scena, ma nonostante tutto sempre influente sul figlio che appare come un burattino nelle mani sue e del demone. Il padre invece vive tra un passato tragico e oscuro ed un futuro da vivere con una nuova compagna premuroso e dolce, cosa che lo porta a vivere un doloroso contrasto con Junior.

L’autore brasiliano è molto bravo ad accompagnare questa vena introspettiva con ritmi compassati nei momenti giusti ed un’impronta registica mai tendente alla spettacolarizzazione, come si vede nelle scene di maggior tensione in cui il pericolo viene solo accennato e mai mostrato e non vi è alcuna traccia dei soliti espedienti per creare il facile spavento. Una scelta ravvisabile anche nella breve scena di esorcismo durante la quale non si assiste a nessuna voce modificata o acrobazie tipiche del genere. La sceneggiatura (tratta dal romanzo di Lourenço MutarelliA Arte de produzir eefeito sem causa), tuttavia, mostra qualche crepa con alcune trovate lasciate a metà e un finale che non soddisfa del tutto. Il resto viene fatto da un cast nel quale brilla un magistrale Descartes, abilissimo ad entrare nel suo personaggio e dominare la scena.

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…Il regista dimostra di saper usare con maestria gli stilemi del genere thriller soprannaturale, facendo crescere e calare la tensione con grande abilità, utilizzando un ritmo lento ma incalzante che ci fa scoprire a poco a poco nuovi dettagli sul passato dei personaggi ma dosando le rivelazioni e le apparizioni e lasciandoci curiosi di sapere di più, sapendo avviluppare lo spettatore in atmosfere torbide e paralizzanti. A questo effetto contribuisce l'ottimol'uso delle musiche, che hanno un ruolo centrale nella vicenda: di grande impatto l'ipnotico canto finale "Serpente da noite", affidato alla splendida voce di Sandy Leah. 

Tutti a fuoco nei loro ruoli gli interpreti: dallo stralunato protagonista di cui assistiamo allo sfilacciarsi della mente, alla conturbante Bruna dalla voce angelica, al deluso e scettico genitore vittima di una famiglia parecchio sui generis. Unico personaggio non riuscito quello della veggente Matilda: troppo macchiettistico.

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domenica 1 marzo 2026

Il suono di una caduta - Mascha Schilinski

protagonista, suo malgrado, è uno spazio di campagna dove nel tempo le donne lavorano come gli uomini e sono trattate come cose.

una bambina, Alma, è una voce narrante che piano piano capisce come funziona la vita, la guerra, la libertà, l'essere donna.

nel film si accumulano fatti, drammi, dolori che a volte non è facile seguire, ma la regista ha deciso così, anche se non sempre si segue bene l'affresco è di sicuro potente.

è un film dove infelicità, crudeltà, tristezza, cattiveria sono al massimo.

buona (drammatica) visione - Ismaele

 

 

La tedesca Schilinski mostra una grande abilità registica e di messinscena, ma straborda nell'utilizzo di tutte le tecniche espressive possibili, come se volesse dimostrare a tutti i costi di saper padroneggiare il mezzo (cosa che fa, con grande virtuosismo). Questa tentazione è tipica dei registi al loro esordio, nel timore di non avere un'altra occasione di dimostrare le proprie capacità professionali, ma essendo questa un'opera seconda risulta meno comprensibile, e toglie rigore alla narrazione.
Ed è un peccato, perché il tema della ripetitività della condizione femminile attraverso le epoche è di primaria importanza e di grande attualità: ma qui c'è il rischio che venga utilizzato in modo strumentale privilegiando invece l'aspetto estetico, spesso anche grottesco e raccapricciante…

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Il tratto più affascinante del film, che forse coincide con il suo difetto maggiore, è proprio la sua scelta di non definire mai completamente ciò che mette in scena, dato che Schilinski evita di esporre un elenco di significati univoci, preferendo evocarli solamente attraverso le immagini (che peccano, quindi, di un eccessivo manierismo qua e là); tuttavia, è proprio grazie a questo modus operandi che le emozioni vengono lasciate sedimentare. Come in una vera ghost story, ancora, ciò che conta non è l’apparizione, ma la risonanza di ciò che percepiamo. I fantasmi di Il suono di una caduta non cercano vendetta né redenzione: chiedono solo di essere osservati, riconosciuti e compresi. E in questo si compie il gesto più politico e più poetico del film: restituire voce e corpo a presenze che la Storia tende a dissolvere, trasformando la memoria in un atto visivo e sensitivo.

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Il tema che attraversa queste immagini è la morte o, più precisamente, la sua soglia percettiva. La domanda posta dalla piccola Alma, «Cosa succede quando si muore?», non trova risposta, ma si espande, si ramifica per riemergere decenni dopo nella voce incerta di Angelika (Lena Urzendowsky): «Come si fa a capire quando si è vivi o morti?». È in questa indeterminazione che il film trova la propria verità. La morte non è rappresentata come evento conclusivo, ma come condizione latente all’immaginario, una possibilità sempre già inscritta nella vita stessa.

Tuttavia è proprio qui che emerge l’ambivalenza fondamentale dell’opera. Le immagini di Schilinski possiedono una qualità propria, a tratti narcotica. Esse non rimandano oltre sé stesse, ma si offrono come superfici ipnotiche. Il rischio è quello di un’estetizzazione integrale dell’esperienza, in cui la morte diventa un mero leitmotiv contemplato senza necessità diegetica. Le riprese cessano di essere strumenti e si trasformano in feticci, non mostrando altro se non la loro struggente epifania…

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Non solo le giovani narratrici, ma tutte le donne del film hanno in comune la consapevolezza della loro tragica esistenza e per questo le sovrasta una magica attrazione per l’autodistruzione e un fascino malato per il suicidio, mescolato all’amore per le sensazioni immediate che è propria dell’età infantile. Nel film si parla molto dell’esperienza sensoriale: di tatto, di vista e di gusto. Vengono imitate le pose dei morti, qualcuno ne prende non solo il posto ma anche il nome. Così è per la piccola Alma, nata dopo un’altra Alma, quest’ultima morta precocemente come tanti bambini della numerosa famiglia…

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venerdì 27 febbraio 2026

Domani interrogo - Umberto Carteni

Anna Ferzetti è la professoressa di una classe nell'anno della maturità, una classe di ragazzi e ragazze in un mondo difficile, come sempre a quell'età.

la professoressa d'inglese è una donna sola, ha solo quegli alunni e alunne, a cui si affeziona senza se e senza ma.

chi ha fatto quel mestiere (l'insegnante intendo, non lo spacciatore) riconosce quelle studentesse e studenti, li abbiamo conosciuti, ci abbiamo parlato, ci hanno fatto star male, ma anche bene, a volte.

dice Paul Nizan: Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.

buona (scolastica) visione, in non molte sale.

  

 

La regia di Umberto Carteni è nervosa e mobile come s'addice a un film che ha in mente un pubblico di giovani ma alterna anche momenti più statici e riflessivi grazie ai quali studia i personaggi a cui si avvicina con i primi piani. C'è a questo punto uno stupefacente meccanismo narrativo, con una adeguata soluzione linguistica che è meglio non svelare, che emoziona e che consente allo spettatore di empatizzare con ognuno degli studenti di questa classe.
C'è amore per loro, per ognuno di loro, nella scrittura di Gaja Cenciarelli e nei movimenti della regia di Umberto Carteni. E vengono in mente i versi del grande sociologo, poeta e educatore Danilo Dolci: «C'è pure chi educa, senza nascondere l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d'essere franco all'altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato».
Che è esattamente il punto di Domani interrogo in cui la professoressa ripone fiducia e speranza negli studenti, loro piano piano sentono tutto questo e si predispongono, quasi miracolosamente, per non deludere quella attesa. Sembra facile - invece naturalmente ci vuole un'intera vita dedicata - mentre rischia di essere ancora un'utopia nelle nostre scuole di ogni ordine e grado.

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Nell’ottavo film di Umberto Carteni l’attrice – che di recente ha interpretato la figlia del Presidente della Repubblica in La grazia – incarna infatti il prototipo di quegli insegnanti. È una figura quasi mitologica, un simbolo più che un personaggio vero e proprio, non a caso senza nome. O meglio, un nome ce l’ha, ed è l’unico termine per lei possibile: “Professoressa” (anzi, “Pressoré”: siamo pur sempre a Roma). Donna solitaria, senza partner, senza amici, senza nemmeno un animale domestico, Ferzetti vive e respira nelle mura scolastiche. Per lei esistono solo i suoi studenti: Alessandra, Daniele, Sofia, Flavio, Rabhil, Margherita, Tarek, Francesco, Er Faso e Marco, i figli che non ha mai avuto e che sente di dover condurre nelle loro difficoltà, aspirazioni e ansie quotidiane…

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…l’operazione di Carteni non rivendica alcuna originalità discorsiva, ma conserva la sincerità del testo da cui prende le mosse. Tuttavia l’ottavo lungometraggio diretto dal cinquacinquenne regista romano è un testo attraversato da luci e ombre, animato da un’intenzione nobile e sostenuto da alcune scelte espressive convincenti, ma non privo di difetti che ne indeboliscono l’esito complessivo.

Tra i punti di forza c’è sicuramente il livello generale delle interpretazioni, guidato dalla rimarchevole prova di Anna Ferzetti, al suo primo ruolo da protagonista. Ma ben assortito è anche il cast dei ventiquattro ragazzi che compongono la classe, capaci di restituire la ruvidezza e la fragilità, la vulnerabilità e la rabbia dei loro coetanei senza che il film scivoli mai nel bozzetto caricaturale. Di assoluto rilievo anche  la fotografia di Vladan Radovic, che contribuisce in modo decisivo alla qualità atmosferica del film, trasformando le aule e i corridoi del liceo di Rebibbia in spazi claustrofobici, attraversati da una luce naturale che filtra come promessa di apertura. Un’ambientazione che riesce così a farsi specchio di uno stato d’animo collettivo, sospeso tra attesa e timore.

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giovedì 26 febbraio 2026

Berlinale, Il cinema parla di Gaza e la Germania licenzia la direttrice


Il festival del cinema di Berlino si è chiuso su uno scontro politico-culturale destinato a lasciare il segno. Il regista siriano-palestinese Abdallah Al-Khatib ha ritirato il premio per la Miglior Opera Prima con Chronicles From the Siege — opera che racconta l’assedio del campo profughi di Yarmouk, in Siria — trasformando il palco della Berlinale in un atto d’accusa diretto al governo tedesco. Davanti alla platea del festival più politico del mondo Al-Khatib ha pronunciato parole che non lasciano spazio all’equivoco: «Siete complici del genocidio di Gaza da parte di Israele. Credo che siate abbastanza intelligenti da riconoscere questa verità. Ma avete scelto di non curarvene. Palestina libera, da ora fino alla fine del mondo.» Il Ministro dell’Ambiente Carsten Schneider (SPD) ha abbandonato la sala durante il discorso. Il Borgomastro di Berlino Kai Wegner ha parlato di “odio verso Israele”. Il cinema e la c ultura  avevano detto la sua. La politica non ha retto all’urto.

A pagare il conto è stata Tricia Tuttle, direttrice artistica della Berlinale. Il Ministro della Cultura Wolfram Weimer — esponente conservatore già noto per le sue posizioni securitarie sulla libertà di espressione — ha convocato d’urgenza il consiglio d’amministrazione del KBB per discuterne la rimozione. Secondo BildStern e Tagesspiegel, Weimer e Tuttle sarebbero già d’accordo sul fatto che la loro collaborazione non possa continuare. Una fotografia in cui la direttrice appare con lo staff del film — alcuni con keffiyeh, uno con bandiera palestinese — è diventata il pretesto mediatico per accelerare la sua uscita. Tuttle non aveva indossato alcun simbolo, né commentato il discorso dal palco. Il suo unico torto, evidentemente, è stato quello di fare il suo lavoro: scegliere il cinema migliore, anche quando fa scomodo.

L’operazione contro Tuttle ha il sapore amaro di una ritorsione illiberale. Un ministro che convoca un CdA per rimuovere una direttrice artistica colpevole di aver ospitato voci scomode è un ministro che confonde la censura con la responsabilità istituzionale. La Berlinale è nata come spazio di libertà nell’Europa del dopoguerra: sopravvissuta alla Guerra Fredda, oggi rischia di soccombere all’intolleranza di chi non riesce a distinguere un discorso politico da un atto ostile. Come ha scritto la Frankfurter Rundschau, un’eventuale rimozione di Tuttle rappresenterebbe «un enorme danno d’immagine per una Berlinale che si è sempre posta come spazio di libertà artistica e di espressione».

Il vero scandalo non è che un regista palestinese abbia parlato di genocidio. Il vero scandalo è che qualcuno voglia fargliela pagare.

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