venerdì 3 luglio 2026

Kontinental '25 - Radu Jude

a Cluj, seconda città della Romania, in Transilvania, terrirorio ungherese un secolo prima il capitalismo immobiliare corre come dappertutto, e non fa prigionieri.

Radu Jude ci racconta una storia romena ma potrebbe essere italiana, al 100%, in comune c'è la speculazione immobiliare, ragazzi che hanno studiato, ma il lavoro che trovano è il rider, nulla più, e poi ci sono i preti, refugium peccatorum, provate a far parlare in romano, anzichè in romeno, e vediamo chi capisce la differenza.

a Cluj i lavori "migliori" sono quelli degli schiavi da ufficio delle multinazionali di rapina.

Orsolya è uno di quei dipendenti che fanno il lavoro sporco per i padroni lontani e a lei restano i dubbi etici, che la legge assolve, ma la sua anima è turbata.

la Romania (e tutto il mondo) è in una crisi dove il 99% delle persone non sta bene.

Radu Jude è sempre più bravo, non fa film inutili, sono pieni di sostanza, realismo, cattiveria, ironia, con attori bravissimi, nelle sue mani.

un film da non perdere, come capita sempre ai suoi film.

buona (capitalistica e non etica) visione - Ismaele


 

 

…Pur meno caleidoscopico dei suoi capolavori recenti, Kontinental '25 porta tutti i segni del genio di Jude, con un'elegante struttura bipartita e il consueto gusto per l'assurdo che lascia nella memoria immagini (si pensi ai dinosauri e ai robot poliziotti) tanto ridicole quanto risonanti, capaci di far collassare le nozioni di alto e basso. Il concetto di pittoresco, che spesso complica l'identità di Cluj, viene qui smantellato formalmente filmando attraverso iPhone che sviliscono l'architettura locale (a sua volta simbolo dell'emergenza abitativa locale e globale) e posizionano le figure umane come spettri buffi che infestano lo spazio pubblico. Ma è soprattutto attraverso la conversazione - motore instancabile che però gira a vuoto - che Jude mette in scena l'insoddisfazione e la frustrazione, confermandosi come l'autore del cinema europeo più rilevante della nostra epoca.

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Come sempre, quelle di Radu Jude sono cronache sarcastiche di un paese alla deriva. Forse di un intero continente. Kontinental ‘25 non è solo il fratello di Do Not Expect Too Much From The End Of The World, ma ne è il controcampo grottesco financo brutale, altrettanto netto nella scelta di un formato lo-fi digitale, altrettanto scortese con etica e cattivo gusto comuni, altrettanto evocativo di quanta politica ci sia anche nella chiacchierata più inoffensiva e di quanto non esista davvero il disengangement, nonostante sia tanto declamato e rivendicato nel mondo. Proprio visto che nessuno è innocente, comunque, nessuno dovrebbe mai nemmeno prendersi sul serio, sembra dire il film. Forse si dovrebbero invece accogliere le proprie responsabilità e al massimo conviverci senza rompere troppo le palle agli altri…

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Ci sono film che non ti baciano sulla bocca, ma ti lasciano un sapore di ferro tra i denti e un foglietto spiegazzato in tasca, di quelli con la lista della spesa che hai scordato di fare. Kontinental '25 è esattamente questo, una fotografia mossa scattata da un treno in corsa che non sai bene dove stia andando, con i finestrini troppo sporchi per guardare fuori e troppo lucidi per non vederci riflessi i nostri stessi difetti. Radu Jude si conferma un geometra dei sentimenti storti, un regista che non cerca l'inquadratura perfetta da cartolina ma preferisce l'inquadratura continua che ti stringe alla gola, proprio come quando cerchi disperatamente le chiavi sul fondo dello zaino e ci trovi solo scontrini sbiaditi. Lo sguardo dietro l'obiettivo segue tutto con cura, sembra quasi distratto e invece ti sta prendendo le impronte digitali a tradimento, supportato da una sceneggiatura che è un frullatore di parole affilate e silenzi che fanno rumore. I dialoghi sembrano rubati a un tavolo di un autogrill alle tre di notte, intrisi di quella burocrazia dell'anima che ci fa sembrare tutti dei moduli da compilare in triplice copia, dove non esistono eroi ma solo persone che cercano di non scivolare sul pavimento bagnato della storia contemporanea. In questo scenario gli attori si muovono con la grazia goffa dei funamboli senza rete ma a un centimetro da terra, senza recitare davvero. Eszter Tompa, Gabriel Spahiu e Adonis Tanta respirano dentro i propri personaggi con una verità disarmante nei loro sguardi, capaci di passare dal cinismo più feroce a una fragilità da bicchiere di cristallo lavato male, tanto che ti verrebbe voglia di entrare nello schermo anche solo per offrirgli un caffè o una strada secondaria. Alla fine il film diventa un grandangolo sulla nostra Europa distratta, un continente che viaggia orgoglioso in prima classe ma ha il motore visibilmente in avaria, trasformandosi in una riflessione amara su come l'assurdo sia diventato la nostra nuova normalità. È una ballata cinica e dolcissima che ci ricorda che siamo tutti quanti passeggeri con un biglietto di sola andata per una destinazione che continua a cambiare nome sui tabelloni elettronici. Se la perfezione assoluta rimane un'illusione da collezionisti, questa pellicola ci va vicinissimo e si ferma un attimo prima, proprio dove iniziano i sogni che ti lasciano un po' di amaro in bocca ma anche tanta voglia di parlarne a colazione, meritando quasi il massimo dei voti e lasciando libero solo quel piccolo spazio finale per il mistero.

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…Nato da un fatto di cronaca avvenuto diversi anni addietro, il soggetto del film viene però contaminato coi modelli di un paio di capolavori mondiali: il tema della donna consumata dal senso di colpa in cerca di redenzione potrebbe essere estrapolato di peso da Europa ’51 di Roberto Rossellini (evocato pure nella sua vocazione al cinema low-budget), con la differenza che in questo mondo reso insensibile dal consumismo capitalista la protagonista di questo film non riesce a trovare nessuno che la capisca e che le consenta di sublimare il suo dolore. L’altro prestito riguarda la struttura drammaturgica di Psycho di Alfred Hitchcock: come accade in quel capolavoro, anche qui il film inizia con una lunga sequenza in cui il protagonista è la vittima, per poi spostare l’attenzione sul carnefice, lì materiale (eccome!) qui morale.

 

Ma a prescindere da questi prestiti d’autore, la forza del film risiede nella sua capacità di prendere di petto i problemi sociali e politici nella Romania odierna, che poi certamente vengono affrontati – come è proprio dello stile del regista – in una chiave ironica e surreale.
Interessante anche (altro topos della filmografia di Jude) il passaggio continuo dal format documentaristico a quello più tradizionalmente fictional, che qui diventa però proprio stilisticamente esplicito: il film parte adottando uno stile in cui predomina il taglio schiettamente documentaristico, con una serie di riquadrature che enfatizzano il caotico sviluppo immobiliare del paese, per poi adottare una narrazione più canonica da “feature film” narrativo, e infine chiudersi con l’affastellarsi anonimo dei palazzoni moderni che raccontano un paese che è passato dalla dittatura di Ceausescu verso un modello neoliberista con scarsa protezione sociale; sancendo così, persino schematicamente, la vittoria del “documentario” sulla “fiction”: dell’urgenza necessaria di documentare il reale, rispetto al lusso di romanzarlo.
Il risultato? Un apologo socio-politico svolto sotto forma di satira feroce, in felice equilibrio tra commedia e dramma, che interroga e diverte.

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La messa alla berlina in cui si lancia Jude non risparmia nessuno, tra nazionalisti rumeni che insultano la protagonista in quanto di etnia ungherese, e la madre della stessa che a sua volta si appiglia a una fantomatica superiorità ungherese sul popolo rumeno rimpiangendo il pre-1918, vale a dire la data in cui la Transilvania scelse di appartenere politicamente alla Romania in luogo dell’Ungheria – e quindi provando nostalgia per un tempo mai vissuto, quell’anemoia che sta imperversando sempre più nella vecchia, vecchissima, dinosaurica Europa acuendo la sua naturale propensione alla balcanizzazione. Si compiangono i poveri bambini rom, ma non si fa lo stesso con gli adulti della medesima etnia, verso cui si spalancano le forche caudine di una società brutale, incattivita, e sempre più giudicante. Se Orsolya può evitare l’istituto psichiatrico in cui veniva condotta in forma coatta la povera Irene è perché l’intera società è oramai un vasto manicomio, dove nulla ha più senso, e l’unica ideologia che ha vinto è quella della sopraffazione, del potere sociale accumulabile attraverso il denaro, e della schiavitù legalizzata. In tal senso, in un film che procede di dialogo in dialogo, con la disperata Orsolya alla ricerca di una assoluzione che non può trovare e per farlo incontra un suo superiore, un’amica, sua madre, il suo ex-studente, e perfino un pope (in quello che è forse il vis à vis più surreale, e spiazzante) mentre suo marito e i figli sono in vacanza in Grecia – non a caso la nazione che più di ogni altra ha potuto saggiare il concetto di “comunità” dell’Unione Europea – prende corpo la suggestione di un continente già impazzito, sconfitto, destinato alla distruzione, allo studio paleontologico. Conscio di come la produzione cinematografica non sia che un altro strumento nelle mani di tale sistema, Jude si muove in maniera completamente laterale, sceglie una prospettiva “povera”, gira in una decina di giorni con una troupe ridotta all’osso e con un cellulare. Non per obbligo, ma per scelta, per precisa volontà di restituire attraverso lo stesso esercizio produttivo prima ancora che estetico la necessità di un cambio politico, strutturale, di una visione differente, di una prospettiva che sappia rivoluzionare lo stato delle cose. Ne viene fuori l’ennesima opera nitida e integerrima, mai conciliante, che sa far sua la lezione rosselliniana come fosse l’organo costituente ed eternamente vivo della ridefinizione dello sguardo collettivo. Non sarà dirompente come alcune delle sue opere precedenti, Kontinental ’25, ma conferma come di registi come Radu Jude ce ne siano pochi, pochissimi in circolazione oggi, ma anche di come la via per una messa in discussione dell’intero apparato dell’immaginario sia indicata. Basta seguirla.

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giovedì 2 luglio 2026

Vsichni dobrí rodáci (All My Good Countrymen) - Vojtěch Jasný

prima di essere censurato dal governo ceco-russo dopo l'invasione del 1968, Vojtěch Jasný ha fatto in tempo a girare Vsichni dobrí rodáci, la storia di un paese di campagna (ispirato alla cittadina del regista, Telc) con la sua birra, la sua orchestrina, i suoi cittadini alle prese con i problemi quotidiani.

però l'economia del paese è in mano di emissari del governo, che vuole collettivizzare la produzione dei contadini, che provano a resistere.

un film che merita.

buona (contadina) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo con sottotitoli in spagnolo

 

 

 

The film is based on real events and many of the characters were inhabitants of Jasny’s native Kelc. It’s a labor of love film, a personal story reflecting a significant historical time that Jasny felt had to be told. It tells of the break up of long friendships among the countrymen (the seven pals of the Merry Widow), and how Communism caused disharmony to a functioning farming community that was proud of its heritage. It led to ruin in the community as farm properties were collectivized by those who cared little about farming.

What’s exceptional is how the Bruegel-like landscape comes alive as a pastoral paradise, as its illuminated in its green fields, blooming trees and from the golden sun. An old wrinkle-faced woman periodically pops into focus without saying anything, and she represents the old ways elevating the story into an allegory. It has been said by others that the film is “a psalm sung about the destinies of the land.” In any case, it’s certainly one of the best films to tell about the grave problems created by collectivization of the countryside and is considered by most as the best work in Jasny’s long career.

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Called the spiritual father of the Czech New Wave by Milos Forman, Vojtěch Jasný, whose father died at Auschwitz and who participated in the anti-Nazi resistance, began as a true believer in Communism. Vsichni dobrí rodáci is the rich product of his disillusionment. A tapestry of the interwoven lives of Moravian villagers based on actual persons Jasný knew from his own small village, it was one of the last Czech films to be made prior to the 1968 Soviet invasion, after which it was promptly banned.
 The film covers postwar life in a small village beginning in summer 1945. The opening movement, set prior to the advent of Communism, is a good-humored idyll, executed charmingly and with restrained lyricism. The second movement, in spring 1948, announces the changeover—literally, by an official voice over a loudspeaker! Some of the characters who were introduced in the first part are now reintroduced as members of Party officialdom. (Others leave.) But one image encapsulates the shift to collectivization and Party constraint: a white horse galloping every which way across the snow-clad earth, seemingly in frantic search for evaporated freedom.
The young postal carrier is killed by a bullet meant for another Communist; the village priest is arrested. A man slips ever deeper into drunkenness, haunted by the ghost of his wife, whom he divorced during the war because she was Jewish, thereby sending her to her death. Dogs and geese at a barnyard standstill symbolize the unhappy village. A dream of death becomes real: a man is buried by an avalanche of goose feathers in a field.
 One man, František, emerges as the leading opponent of the new order. The gorgeous seasons, communal celebrations full of song and dance—life itself fortifies this opposition. Oh, and the collective farm fails.

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martedì 30 giugno 2026

Valkoinen peura (Il bianco pastore di renne) - Erik Blomberg

per una stregoneria Pirita viene trasformata in una renna bianca.

in quella comunità lappone, costantemente immersa nella neve, popolo di allevatori di renne, il loro sostentamento.

Pirita (interpretata da Mirjami Kuosmanen) è eccezionale, e il film è un grande film corale, con pochi paragoni.

un film da non perdere, promesso.

buona (renna) visione - Ismaele

ps: un altro straordinario e imperdibile film nella neve è Atanarjuat.


 

QUI il film completo con sottotitoli in inglese

 

70 anni prima che Ari Aster, col suo straordinario “Midsommar – Il villaggio dei dannati” (2019), ci facesse apprezzare la più limpida luce diurna come perfetto paesaggio dell’orrore, la Lapponia di Erik Blomberg proponeva un classico senza tempo, dalla narrazione delirante, che eccede tutti gli obblighi del cinema occidentale: “Il bianco pastore di renne” (1952), traduzione errata di “Valkoinen peura”, “la renna bianca”…

…Uno degli elementi che più colpiscono lo spettatore è il colore dominante della scena. Le bianchissime distese della Lapponia sono infatti teatro, sempre luminoso, di atrocità inaudite, che raccolgono gli spunti centrali del folklore sui vampiri e sui lupi mannari senza ammantarle nel buio delle notti gotiche. La fotografia è limpida, splendida nei suoi contrasti talvolta invertiti, nelle sue inquadrature fatte di palchi e ossa disseminati nella neve, di mandrie di renne che fluiscono come sangue su una tela e di falò che sparpagliano galassie di scintille nel cielo della notte.

Il personaggio femminile di Pirita, con costanti primi piani sul volto della Kuosmanen che anticipano di una decina d’anni le magnetiche inquadrature baviane del viso della Steele, risulta sempre esposto nelle sue manifestazioni angeliche e ferine. In questo senso, il trattamento è analogo a quello che Jacques Tourneur aveva riservato, nel 1942, a Simone Simon ne “Il bacio della pantera”, capolavoro (e capostipite) di quel modo antispettacolare di fare horror che ne consacrò il produttore Val Lewton a paladino del fuori scena. Ma, laddove Tourneur pone l’ombra, simbolo dell’ambiguità tra realtà e pazzia, Blomberg riempie l’immagine col candore abbacinante della mitologia. Non c’è spazio per il dubbio: la magia esiste, ed è la fibra della nostra esistenza.

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Il bianco pastore di renne, girato in un potente bianco e nero, colpisce non tanto per il soggetto, tutto sommato piuttosto semplice (la sceneggiatura è dello stesso Erik Blomberg e della protagonista Mirjami Kuosmanen, che di Blomberg è stata la moglie). Rendono il film particolarmente interessante il contrasto fra gli immacolati paesaggi nordici e l’oscuro dramma che lì vi si compie. L’apparente quiete del Grande Nord, sottolineata efficacemente dalle riprese in campo lungo o lunghissimo, in cui la vita è scandita dal ritmo delle stagioni, viene rotta dallo scatenarsi della furia della creatura vampiro, mezza donna e mezzo animale.

L’uso sapiente della fotografia (diretta dallo stesso regista), nei momenti di massima tensione gioca sui contrasti del bianco e nero – con giochi di ombre che possono rimandare, in alcune scene, all’espressionismo tedesco – accentuando il climax della vicenda.

La Kuosmanen, inoltre, fornisce una prova di notevole bravura, offrendo il suo bel volto alla macchina da presa che, con intensi primi piani, ne coglie tutta la dolente intensità nei momenti di passaggio da donna profondamente innamorata del proprio uomo alla condizione di belva assetata di sangue.

Il film dura poco più di un’ora, ma si tratta di sessanta minuti di grande cinema che ci permettono di scoprire – o riscoprire – un regista dimenticato, qui alla sua opera prima.

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Essendo un prodotto girato all’inizio degli anni cinquanta, “Il Bianco Pastore Di Renne” risente non poco del tempo trascorso: non a caso si tratta di un film invecchiato male, dove la colonna sonora orchestrale (curata da Einar Englund) si rivela fin troppo invasiva rispetto al necessario. Per giunta la pellicola si dimostra relativamente lucida quando si tratta di penetrare nel contesto antropologico del popolo Sámi (qui viene sempre utilizzata la lingua finlandese, a discapito proprio dell’idioma autoctono, una scelta comprensibile ma poco plausibile). Eppure “Il Bianco Pastore Di Renne” ha tante frecce al suo arco, a cominciare da una storia di indubbio fascino che affonda le sue radici nella mitologia pre-cristiana e nelle pratiche sciamaniche dei Sámi. Un prototipo di chiara matrice folk-horror, nel quale la figura del vampiro prende doverosamente le distanze dal precedente modello espressionista. Dopotutto quella del regista Erik Blomberg è un’immersione nel bianco della neve, una luce accecante dove uomini, animali, slitte e cumuli di ossa compongono un paesaggio spoglio ma altamente suggestivo.
Ormai siamo prossimi al settantennale di “Valkoinen Peura”, un film importante che non può mancare nella collezione di ogni appassionato di folk-horror o di chiunque voglia rivolgere uno sguardo alle usanze dei Sámi, il cui animismo ha avuto una certa influenza su tutto l’immaginario nordico (già Hans Christian Andersen, nella sua celebre fiaba “La Regina Delle Nevi”, aveva percepito la componente magico-misteriosa di queste popolazioni). Un’esperienza unica, al di là del misero budget e dei tanti anni sul groppone.

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domenica 28 giugno 2026

Taxidermia - György Pálfi

tre generazioni di ungheresi un po' surreali, ma molto concreti.

si inizia con un soldatino che vuole sempre infilare il suo membro virile in qualsiasi cavità possibile, la seconda generazione è quella di un campione straordinario in una disciplina che scoprirete, il terzo erede cambia del tutto vita, accudisce il babbo vecchio, finchè ce la fa.

detto così è niente, vederlo è un'altra cosa, inattesa e originale, György Pálfi è sempre sorprendente

buona (imperdibile) visione - Ismaele

 

QUI il film completo con sottotitoli in inglese

QUI il film completo con sottotitoli in spagnolo

 

 

Taxidermia è un film assolutamente originale opera di un cineasta giovane,folle e con lampi di assoluta genialità.

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Il regista, l’ungherese György Pálfi, è da tenere d’occhio. Il film è di un’originalità assoluta e se qualcosa trapela dalla sua poetica e dal modo in cui padroneggia ogni stile, è sempre dalla grande fucina dell’umore nero dei paesi dell’est europeo che trae ispirazione, penso ai romanzi di Ladislav Fuks (Il bruciacadaveri), al cinema di Dusan Makavejev e Jan Svankmajer

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TAXIDERMIA è senza dubbio uno degli apici del genere cinematografico grottesco, dove l’eccesso e l’esagerazione animano le gesta folli dei suoi bizzarri protagonisti, senza per forza di cose seguire un filo logico. Se tutto avviene in un mondo quasi parallelo al nostro, György Pálfi non esita a puntare il dito contro la dittatura sovietica e la sua influenza pesante sulla politica ungherese nel dopo guerra (non a caso, i russi durante la gara nella mangiatoia devono vincere sempre), vista però con nostalgia una volta finita solo da chi ne ha beneficiato come il nostro gigante Balatony Kálmán (il quale non esitava a corrompere i compagni medici per modificare l’esito medico della moglie). Nella scala dei valori del grottesco, il film ha una continua crescita esponenziale. Se nel primo capitolo siamo testimoni di un eccesso di erotismo selvaggio e assurdo regime militare, e nel secondo assistiamo allucinati a competizioni sportive surreali (allenamenti compresi) che mescolano abbuffate e vomito, nel terzo e ultimo capitolo siamo al cospetto di un assoluto capolavoro dell’estremo. L’ingombrante (in tutti i sensi) presenza di un padre che non esita a disconoscere il proprio figlio, frustrato anche da un’invisibilità da parte del genere femminile, confluirà in un finale epico, di pura arte estetica, triste ed emblematico su quanto visionato durante i 90 minuti precedenti. Un’opera d’arte, quella finale, figlia delle conseguenze delle azioni estreme subite da György Pálfi non solo dal padre ma anche da decenni di politica repressiva sulla creatività e sul libero pensiero (un taglio simboleggiato al meglio da quell’amputazione finale della testa). TAXIDERMIA è uno dei film di genere estremo più riusciti di sempre, figlio di tutto quel cinema orientale più bizzarro ma anche di opere occidentali che hanno fatto dell’unione tra sesso e cibo la loro forza (‘La Grande Abbuffata’ di Marco Ferreri e soprattutto ‘The Cook, the Thief, His Wife and Her Lover’ di Peter Greenaway, con il quale questo film condivide un finale similare ed altrettanto agghiacciante). Disgustosamente spettacolare!!

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La trama potrebbe essere anche semplice da raccontare (tre generazioni di una famiglia ungherese: un nonno soldatino onanista, un figlio robusto campione di abbuffata veloce negli anni del socialismo reale, un nipote rachitico imbalsamatore), ma le poche parole usate non renderebbero giustizia alla ricchezza visiva e tematica messa in piedi da Pálfi, della quale, ma solo per darne un'idea, si potrebbe dire che sembra mettere insieme Jancsó e FerreriKusturica e John Waters, in una mistura che risulta comunque visivamente moderna e contenutisticamente spunto di riflessione sulla bulimia dello sviluppo della nostra società (e non solo dell'Ungheria).

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non vi è film più nero di Taxidermia. Si parte con il nonno, soldato nella seconda guerra mondiale ma soprattutto gran visir della deboscia e della depravazione, sognante coiti a raffica con ragazzine o vecchie ciccione, poco importa…perchè soprattutto è importante fomentare la voglia malaticcia che è in lui, nella propria mappa genomica per l’appunto. Con un montaggio mozzafiato Gyorgy Palfi ci fa conoscere la mente deviata del soldato Morosgovanyi, attraverso un uso sapiente della macchina che a volte arriva al virtuosismo, come nella scena della vasca da bagno, che diventa mano a mano culla, tavola autoptica per il maiale scannato e tanto altro o come nella scena delle azioni che compie il militare ogni giorno, illuminante su quanto sia idiota la vita militare. Lo stomaco viene più e più volte solleticato, ma la visione non è mai gratuita e sempre divertita, sublimamente grottesca. Il nostro soldato riesce finalmente ad avere un rapporto da cui nasce il figlioletto. Questo prosegue caparbiamente la devianza della stirpe divenendo un orrendo ciccione campione di abbuffata. Questa seconda fase del film è una summa di tutto il vomito caduto nella cinematografia mondiale…mi ha tanto fatto venire in mente i ritorni a casa a gattoni alla ricerca di un water o di un lavandino o un vaso o perchè no? un sacchetto della Coop, quelli biodegradabili. Anche in questa fase del film si arrivano a toccare immagini di rara bellezza, le sole capaci di farci sopportare una visione globale per stomaci forti! Il dna della stirpe ha una vera e propria virata verso il degrado con l’ultimo discendente, con cui si chiude il film. Egli è un ragazzo secco, emaciato, con lo sguardo spiritato, tipo un Pierre Clementi dopo due martellate in testa e qualche litro di vodka avariata. Ha un negozio di animali tassidermizzati, e cioè per dirla come il compare Gino, quello che va a caccia e tiene le beccacce in salotto, impagliati!. La precisione chirurgica con cui modella gli animali è già sintomo di devianza; oltre al negozio l’impagliatore deve anche badare al padre, l’ex campione di abbuffata ormai ridotto a sorta di Jabba the hut orribile obbligato all’immobilità sulla poltrona del salotto. Il nostro viene maltrattato dal padre, nonostante le cure che gli riserva, e sente sempre di più il peso della vita impostagli, in definitiva, dal proprio corredino genetico. Con impeto salvifico alcune volte si tenta di risalire dall’abisso oscuro per vedere un poco di luce; in un vero e proprio cortocircuito il nostro impagliatore tenterà di virare verso il sublime la propria storia di solitudine e insanità. Dopo aver ucciso e tassidermizzato il padre, il nostro farà lo stesso con il proprio corpo, uccidendosi e impagliandosi nella posa del David di Michelangelo. Ribellione contro i propri cromosomi quando non si può accettare il destino scritto per noi, ribaltare la tenebra in luce!.

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Sembra strano, ma Pálfi con questa sua opera parla dell'umanità meglio di chiunque altro. Parla del suo attraversare le guerre, del suo adattarsi a nuove forme di schiavismo (ecco, forse l'unico difetto è quello di introdurre la dittatura socialista solo per uno sprazzo quasi casuale) fino all'essere schiavi dell'unico, vero, desiderio: l'essere amati.

Perché è il pezzo finale del figlio a dare la chiave di lettura del tutto. Perché altrimenti, sì, sarebbe stato davvero un film ai limiti del voyeristico, ma sarà proprio nelle fattezze quasi repellenti di quel tassidermista che tutto avrà una sua logica, dopo che si è saputo superare ogni volte per il livello di assurdità - ma anche tecnico, perché la confezione è a dr poco ineccepibile e ancor più fantasiosa.

Taxidermia parla d'amore, semplicemente, parla di tre vita che se lo sono viste negato e che lo hanno deformato nella peggiore delle maniere, perché è il mondo stesso - e la sua storia - che lo nega. E quindi ci si maschera dietro la masturbazione compulsiva, dietro la realizzazione agonistica, ma è tutto qualcosa che nasconde una mancanza che non si è avuto e che di ricambio non si riesce a dare.

Pálfi ha tassidermizzato il mondo e la sua storia, mettendoci in mostra come l'opera che apre e chiude il film. Solo un corpo, alla fine siamo solo quello, perché c'è la nostra storia e il nostro vissuto a riempire tutti i buchi, anche i più discutibili, e tutto quel poco amore che ci è stato concesso e non abbiamo saputo dare, o che non abbiamo ricevuto. 

Tanto vale svuotarsi, anche se rimarrà lo spiraglio prima della fine... 

Sarà una cosa da schizzati, farà schifo in più punti... ma un'opera che riesce a restituire tutto questo con una tale lucidità, per me, ha vinto a prescindere. 

Davvero, uno dei film più belli che io abbia mai visto.

Solo che non so quando lo rivedrò...

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sabato 27 giugno 2026

Disclosure Day - Steven Spielberg

Spielberg è bravo, impossibile non essere d'accordo.

anche in Disclosure Day si vede la sua mano, nella prima parte è un'americanata a 100 all'ora, come un Tarantino qualsiasi, poi nell'ultima parte il film rallenta, per quanto possibile, e si capisce tutto, o quasi.

ci sono gli Ufo (che adesso si chiamano UAP), e, come Julian Assange e Edward Snowden, Daniel rende pubblici migliaia di files e video secretati sugli Ufo, e sugli extraterrestri.

per non diffondere quei files si scatena una caccia all'uomo, e come sempre i cattivi di fonte statale non sono poi così cattivi, lavorano per l'interesse pubblico.

e poi, fuori dal film, appare un Trump qualsiasi che desecreta un po' di video sugli Ufo ( per distrarre dagli Epstein files?).

non sarà (e non è)  il film più importante dell'anno, ma il regista riesce a coinvolgere ed emozionare. 

e uscendo dal cinema ci basta.

buona (adrenalinica) visione - Ismaele


 

 

Spielberg non ci dà spiegazioni, non introduce i personaggi, bensì catapulta il pubblico nell’azione. Assuefatti alla serialità odierna, con i suoi momenti “spiegone” realizzati appositamente per spettatori distratti da altri device, questa scelta sembra in controtendenza, ma ha il pregio di costringere fin da subito l’audience, al pari degli oscuri inseguitori, a mettersi sulle tracce dei protagonisti. Spielberg, come sempre, vuole prima di tutto coinvolgere il pubblico, immergerlo nella storia. Le riflessioni e le chiavi di lettura le lascia ai critici. Man mano che l’azione prosegue, cominciamo a mettere insieme i pezzi: a formare la coppia in fuga sono Daniel, un brillante esperto di cybersecurity, e la sua compagna Jane, una novizia che ha smarrito la fede e che non ha ancora ben chiaro il quadro della situazione. A dar loro la caccia è un’agenzia segreta che collabora con il governo per custodire delle informazioni top-secret. Nel frattempo, nel Missouri, la meteorologa Margareth, dopo l’incontro con un uccellino entrato nel suo salotto (un cardinale rosso), si ritrova a parlare perfettamente russo, coreano e infine a padroneggiare una lingua non terrestre in diretta televisiva. Da questo momento le strade dei personaggi cominceranno a convergere, come attirate da forze più grandi di loro, che le sospingono l’una verso l’altro, tra rocambolesche fughe, inseguimenti e partner increduli…

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In un panorama cinematografico dominato da franchise e universi condivisi, Disclosure Day appare quasi come un oggetto anomalo. Spielberg recupera l’idea di blockbuster come esperienza collettiva, capace di intrattenere e al tempo stesso di stimolare riflessioni più profonde. Non c’è cinismo nel suo sguardo. Non c’è la volontà di smontare i miti della fantascienza classica o di reinterpretarli in chiave ironica.

Al contrario, il regista sceglie di abbracciare completamente il senso di meraviglia che ha sempre caratterizzato il suo cinema. Molte delle immagini presenti nel film sembrano dialogare direttamente con la sua filmografia precedente, ma senza trasformarsi in semplici autocitazioni. Spielberg utilizza il proprio immaginario per costruire qualcosa di nuovo, adattandolo alle paure e alle inquietudini del presente.

Anche sul piano tecnico il film si dimostra impeccabile. La regia mantiene una fluidità impressionante, mentre la fotografia alterna momenti intimi a sequenze di grande impatto visivo. Persino la colonna sonora di John Williams sceglie una strada più misurata rispetto ai trionfalismi del passato, accompagnando il racconto con eleganza e discrezione…

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…non manca la classica autoreferenzialità americana. L’America ha avuto il dono, la conoscenza, il fuoco di Prometeo. Lo ha usato male, contravvenendo alla sua missione/elezione. Qui Spielberg si muove tra due poli che appartengono da sempre al suo cinema: da una parte l’innocenza americana, la fiducia quasi cieca nella possibilità di riparare il mondo; dall’altra la consapevolezza della colpa, dell’abuso, del potere che usa la verità per trasformarla in strumento di dominio…

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Disclosure Day è anche un film sugli Stati Uniti, sull’urgenza di potere, dominio e occultamento del vero che non è questione meramente odierna ma si muove come un fil rouge nelle pieghe dell’intero ammasso novecentesco, fin dalla fine del secondo conflitto bellico mondiale. Dopotutto l’incidente di Roswell è del 1947, due anni dopo la caduta della Germania e del Giappone e la conferenza di Yalta. Sono 79 anni, afferma Hugo, che gli Stati Uniti d’America costringono il mondo nella loro visione occultata delle cose, nella loro riaffermazione del “vero”, quasi si trattasse di un verbo divino: è ora di dire basta, conclude. È come se Disclosure Day fosse un nuovo D-Day, il tentativo di ripartire su basi nuove, una volta tanto condivise e non basate sull’idea del nascondimento, della dissimulazione. Sperando ancora nell’umano, e non in un’immagine digitale preordinata. Nell’umano e nel linguaggio. “Ascoltate”. In principio erano l’immagine e il verbo…

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Se ami il thriller psicologico di stampo Fincher, se Spotlight ti è piaciuto perché parlava di verità scomode, se pensi che Arrival avrebbe potuto andare più in profondità sulla paura che il primo contatto comporta — allora Disclosure Day è fatto per te. Non è per chi cerca intrattenimento leggero: è per cinefili che credono che il cinema debba scuotere un po’, anche quando fa male.

Disclosure Day è un capolavoro di narrativa contenuta e di maestria artigianale che Spielberg ancora possiede a piene mani. Non è il film più divertente che vedrai quest’anno — anzi, sarà uno dei più faticosi. Ma è anche uno dei più onesti, perché non scende a compromessi, non spiega tutto, non rassicura…

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Disclosure Day manipola il mantra della narrativa fantascientifica extraterrestre e ne recupera il sentimento: non siamo soli… a condividere il peso e lo stupore dell’esistenza. Serviva Steven Spielberg a ricordarci che nella vita e al cinema è tutta questione di sensibilità e ragione, con una leggera enfasi sulla prima. È il monito che il film rivolge al cinema contemporaneo, che celebra il trionfo della tecnologia messa al servizio di intrattenimento inerte, e nella ridondanza di un effetto speciale ottuso e fine a sé stesso nasconde goffamente la sua immorale fame di profitti. Disclosure Day è un film fiaccato dalla sovrapposizione di troppe linee narrative e che fatica ad accogliere, nella sua idea di spettacolo, le tante cose che ha da dirci sulla condizione umana. Non è un problema, la sua forza è più elementare. È Steven Spielberg, è il senso per uno spettacolo intelligente e sensibile, è il gusto per la narrazione, il bisogno primordiale di incantare e restare incantati dal cinema e dai misteri dell’esistenza. Il film è sentimentale e perciò divisivo, come spesso capita nella vita e nella carriera del nostro. Se Kubrick è il graffio rock e malinconico di un Lennon, l’equazione suggerisce che Spielberg sia il McCartney del cinema, il versante (apparentemente) più ottimista, il lato melodico che talvolta sconfina nello sdolcinato la cui consistenza tendiamo di quando in quando a smorzare (sbagliando) con una cinica scrollata di spalle. La verità è che c’è poco cinema più intrinsecamente cinematografico di quello di Steven Spielberg, e Disclosure Day ne è una efficace dimostrazione. Con coerenza, la sua forza viene fuori ragionando ed emozionandosi. Soprattutto emozionandosi.

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