lunedì 2 febbraio 2026

L’agente segreto - Kleber Mendonça Filho

L’agente segreto è un film cugino di Io sono ancora qui, il film di Walter Salles, vincitore dell'Oscar miglior film internazionale, con Fernanda Torres.

ambientato negli anni della dittatura dei militari in Brasile, Marcelo/Armando, ma anche Fernando (interpretato da un bravissimo Wagner Moura) è un uomo in fuga, un morto che cammina, uno dei tanti assassinati dai militari, e dai loro sgherri.

Marcelo, sul suo Maggiolino, arriva a Recife. accolto in una stazione della "Ferrovia Sotterranea" verso la salvezza, inizia a lavorare all'anagrafe del comune, come copertura, ma anche per una ricerca delle origini.

alla fine Flávia, una ricercatrice dell'università, trasmette a Fernando la storia del padre, nel commovente finale.

un film da non perdere, è sicuro.

buona (memorabile) visione - Ismaele

ps: non c'è un agente segreto, chi vede il film capirà.



 

L’agente segreto è un film di identità segrete e resistenti. Di vite che non si arrendono alla violenza e al sangue che le perseguitano. Marcelo – la cui storia è molto più complessa di quanto raccontato qui, ma va goduta al cinema senza spoiler – per sua stessa ammissione non porta mai un’arma con sé, anche se sa di essere braccato. Aspetta la morte e al tempo stesso le sfugge. La sfida. Non importa tanto come finisce la sua storia quanto, invece, chi l’ascolta sia in grado di custodirla e tramandarla. Farne un’eredità.

È anche per questo che l’epilogo, ambientato ai nostri giorni, è un messaggio diretto al pubblico: non dimenticare il sangue versato, resistere per la libertà, non perdere la propria umanità.

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…In un Brasile sotto dittatura, la vera moneta di scambio tra criminali che flirtano con la modernizzazione industriale, spie, sicari e rifugiati politici riguarda per forza di cose l’identità, i panni che indossiamo per ingannare gli altri e noi stessi, il volto reale e nascosto di chi ci troviamo di fronte: la natura del Carnevale (quel carnevale che, ci avvisa sempre la prima pagina di un giornale, farà alla fine 91 morti) innerva tutte le immagini e le storie del film, la natura infernale e sanguinaria dei cortei in maschera, Mendonça Filho setta il livello già con l’assurda sequenza d’apertura con il cadavere lasciato a marcire nell’area di sosta del distributore di benzina, e poi con l’aggressione dell’energumeno in costume da pollo che assalta l’automobile del protagonista, alle porte di Recife. È vero, a raccontarlo così sembra una follia, quasi vicina ai primi Ruizpalacios come Museo o Una película de policías, ma quello di L’agente segreto non è semplice gioco narrativo, nemmeno quando si abbandona al puro piacere del racconto, della costruzione: nello sguardo incredibilmente stratificato del regista passa il respiro di un’architettura complessa che sembra davvero non volersi mai esaurire, come una pagina di Roberto Bolaño.
Le immagini sono affollate di dettagli ma soprattutto di personaggi, di linee d’amore (e di pericoli costanti, sullo sfondo avvengono costantemente eventi nefasti, come la donna che rimane posseduta al cinema per aver visto il film di Donner su Damien…) che rimangono giusto accennate, dolorosamente sospese. Fanno in tempo comunque a donare un senso assolutamente contemporaneo (la fantastica sequenza della bevuta tra “rifugiati” in cui qualcuno finalmente confessa il proprio nome, la propria provenienza, il proprio passato o dove abbia intenzione di andare) a quello che solo in apparenza potrebbe sembrare un divertissement vintage, ma tra le righe della Storia del Brasile parla invece la lingua delle idiosincrasie del nostro tempo.
 

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Prendete un film con questo titolo, create un’attesa e un falso contenitore di genere e girate tutt’altro. È ciò che fa Kleber Mendonça Filho, assumendo le coordinate del genere e svuotandole dall’interno, eviscerandole e lasciando solo l’involucro. Ti aspetti l’azione e ti ritrovi con la sua elusione, con una tensione che è strisciante ma costantemente evitata. Perché ciò che è stato vissuto dal Brasile negli anni della dittatura di Emílio Médici era un senso di soffocante paranoia, non una spy story alla Tre giorni del condor. Ce lo ha già mostrato Walter Salles con Io sono ancora qui attraverso la mirabile prospettiva di Fernanda Torres, se ve lo ricordate (e se non ve lo ricordate, recuperatelo: è fantastico. Ma se siete su queste pagine, ve lo ricordate sicuramente). Ma in quegli anni era un discorso valido per molte delle nazioni sudamericane, Argentina e Cile su tutte. La cosa fantastica è che il pubblico volente o nolente si identifica con la fuga del protagonista interpretato da Wagner Moura: la fuga però è un dato di fatto, non si può non fuggire visto il clima soffocante che si respira, non è possibile fare altro, se non guardarsi le spalle, ma il motivo per cui il protagonista scappa lo si scopre solo a storia abbondantemente inoltrata, senza che lo si avverta come un buco nella narrazione o un’informazione mancante. In certi ambiti, densamente ossessivi, si può solo scappare e stare all’erta…

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Siamo nel Brasile degli anni Settanta, epoca che l’autore con un eufemismo presenta graficamente nell’incipit definendola “dispettosa”, ma che sappiamo dalle cronache essere stata particolarmente violenta e marcia fino al midollo. La corruzione dilagante tanto ai piani alti quanto bassi, le misteriose sparizioni, la repressione e i morti ammazzati per le strade a tutte le ore del giorno e della notte, ne hanno caratterizzato, infettandoli, i capitoli della storia del Paese, come raccontato senza mezze misure e con grande potenza da Walter Salles nel suo indimenticabile dramma Io sono ancora qui. Il connazionale riavvolge le lancette riportandoci al 1977, il cui Carnevale finirà con il tingersi di sangue, facendo da cornice a un film che, sotto le mentite spoglie di un thriller politico e non di una spy-story come lascerebbe presagire furbescamente il titolo, tiene incollati alle poltrone lo spettatore di turno per tutti e 160 minuti a disposizione. Durata monstre sulla carta, ma che Kleber Mendonça Filho gestisce alla perfezione creando un giusto equilibrio tra tempi dilatati e repentine accelerazioni, con una serie di cambi di ritmo che scandiscono le tre parti che vanno a comporre il racconto. La scrittura è infatti l’altro valore aggiunto dell’opera, capace sfornare trovate imprevedibili (la gamba pelosa), citazioni calzanti (quella a Lo squalo su tutte), battute sibilline e una galleria di personaggi che meriterebbero degli spin-off per quanto ben disegnati (tra sicari e nazisti in fuga, poliziotti e burocrati corrotti), con quello di Marcelo che ne rappresenta la punta dell’iceberg…

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è ben noto, nell'ambiente critico e cinefilo, il difficile rapporto tra Mendonça e la commissione brasiliana per gli Oscar. Prima, nel 2016, con Aquarius, la cui candidatura fu sabotata a favore di È arrivata mia figlia!, di Anna Muylaert. Poi nel 2019, con Bacurau in favore di La vita invisibile di Euridice Gusmao, di Karim Aïnouz. Entrambi i film, manco a dirlo, presentano delle feroci analisi critiche delle dinamiche di potere e delle disuguaglianze sociali che dividono il paese.

Sembrava sarebbe andata così anche stavolta, per Mendonça, con la commissione brasiliana in un primo momento propensa verso Manas, di Marianna Brennard: un racconto di formazione su di un'adolescente che vive nella foresta pluviale amazzonica sull'isola di Marajó. La differenza l'ha fatta la pressione popolare capitanata da Fernanda Torres che si è espressa pubblicamente in favore del film e del magnifico lavoro compiuto da Mendonça; un endorsement importante e dorato, considerando il successo riscosso da Io sono ancora qui a livello globale, con tanto di vittoria dell'ambita statuetta del Miglior film internazionale a fronte di tre nomination (tra cui Miglior attrice protagonista) agli Oscar 2025.

Ritrovare la memoria

La ragione dei premi e di un simile movimento intorno a L'agente segreto sta nell'intrinseco valore della sua anima cinematografica e nel perché è sgorgata in questi termini. C'è un motivo, infatti, se Mendonça ha dedicato così tanta cura e attenzione alla stesura del soggetto; non si tratta affatto di un film comune, ma di un dramma storico che per tematiche si ricongiunge facilmente a Io sono ancora qui. Con la differenza che se il meraviglioso film di Walter Salles si focalizzava sul fenomeno dei desaparecidos riflettendo, attraverso la storia vera di Rubens Pavia ed Eunice Facciolla, sulle conseguenze di chi rimane e deve fare i conti con una perdita insondabile, L'agente segreto sceglie invece una via molto meno tragica e più avventurosa – ma non per questo meno dolorosa – delle operazioni della rete di controspionaggio dei rifugiati. L'obiettivo, per Mendonça, era di esplorare le azioni degli individui all'interno di un simile sistema corrotto: come resistono al potere? E come si sottomettono?

Filo conduttore, tra le due pellicole, è la riscoperta della memoria collettiva di quel periodo doloroso e sanguinario; un'epoca in cui i muri avevano orecchie e ogni mossa poteva essere sospetta, elemento che Mendonça esplicita nella rimozione ontologica di cui è oggetto il colloquio finale del climax, e che muove da delle ragioni importanti, radicate e profonde. Dal 1964, infatti – e così per vent'anni fino alla fine della dittatura nel 1985 –, il governo brasiliano ha commesso infiniti atti di violenza verso la popolazione civile. Su ammissione di Mendonça: "Il mio paese ha un problema di amnesia, di perdita di memoria, aggravato dall'amnistia introdotta nel 1979 e proposta dallo stesso governo. È diventato normale commettere ogni sorta di crimine violento e poi si può semplicemente cancellare la situazione con una spugna e andare avanti e guardare al futuro".

Il ritratto del Brasile, tra colore e sangue

La vera intuizione a proposito de L'agente segreto, però, sta nel modo in cui il cineasta decide di tendere le corde della narrazione. Il disegno della traiettoria è quello di un consumato thriller politico dal ritmo letterario: il film lascia addosso allo spettatore le stesse sensazioni che avrebbe un lettore nello sfogliare le pagine di un grande romanzo. Tutto prende vita seguendo il proprio respiro, i propri tempi e, come spesso accade, a ogni pagina può arrivare una sorpresa o comunque un momento inaspettato. Nella narrazione de L'agente segreto questo si traduce graficamente nelle immagini che Mendonça sceglie di inserire e nel registro con cui vengono gestite. La sequenza iniziale, ad esempio, dove il regista pone in diretta correlazione immagini di repertorio di show televisivi brasiliani con in sottofondo musica caraibica, all'immagine di un cadavere in putrefazione da giorni di cui non importa nulla a nessuno, se non ad un branco di cani randagi affamati.

Il primo di una serie di cambi di tono con cui Mendonça manipola il racconto nei suoi sapori e negli umori narrativi, giocando continuamente con le aspettative del pubblico tra momenti surreali, comici e altri ancora grotteschi (la sequenza della gamba pelosa è un capolavoro di fantasia nell'attenuare il dolore scenico) e sempre spaziando in ellissi temporali in montaggio alternato morbido tra presente e futuro del racconto…

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domenica 1 febbraio 2026

L’ultimo turno – Petra Volpe

Floria è un'infermiera in un ospedale, la regista la segue nell'ultimo turno, prima di tornare a casa.

lavora senza pause, assistendo tanti pazienti, malati, rassegnati o arroganti, a volte qualcuno muore.

è un lavoro d'equipe, ma è anche un lavoro in solitudine, con un peso e uno stress senza fine.

Leonie Benesch è così brava che sembra proprio un'infermiera, lavora come un'infermiera, soffre come un'infermiera, e il film sembra un (drammatico) documentario.

un film da non perdere.

buona (stressante) visione - Ismaele 

 

 

...A livello superficiale L’ultimo turno può sembrare un thriller in cui non accade nulla di straordinario; tuttavia, nella sua estrema semplicità, riesce a creare tensione in ogni gesto quotidiano, tenendo il pubblico incollato allo schermo per tutti i suoi novanta minuti. Ogni respiro, sguardo e movimento diventa azione. Il semplice spacchettamento di una siringa, l’attaccare un’etichetta su una fiala, il controllo della pressione, le porte che si aprono e chiudono ad ogni spostamento e il telefono che squilla continuamente diventano scene d’azione perfettamente coreografate, mentre il parente di una paziente che ci osserva in attesa dal fondo del corridoio riesce a instillarci tanta ansia e suspence quanto una bomba sul punto di esplodere. Mantenendo un ritmo forsennato per l’intera durata della pellicola, la meticolosa penna e lente di Petra Volpe ha saputo organizzare il suo tempo ed utilizzarne ogni momento con precisione chirurgica, donandoci finalmente un film durante il quale è impossibile distrarsi. L’ultimo turno ha provato ancora una volta che un’opera indipendente di medio o basso budget sapientemente costruita è in grado di creare un’atmosfera angosciosa e tesa senza che vi sia bisogno di esplosioni e inseguimenti, e può suscitare emozioni senza necessitare di commoventi monologhi ad effetto né grandi lacrimoni.

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…assistiamo a una lezione di cinema di alta scuola, in cui l’arena ospedaliera è vividissima e super realistica grazie anche alla consulenza di una vera infermiera tedesca, Madeline Calvelage, autrice del bestseller Il problema non è la nostra professione. Sono le circostanze. Un vero e proprio meccanismo a orologeria in cui la miccia è lunghissima e le cose che possono esplodere sono tante, troppe (non a caso c’è una scena in cui Floria bacchetta una paziente che fuma vicino a una bombola piena di ossigeno puro). Quando poi l’esplosione (figurata) arriva, la tragica ironia è che niente davvero è destinato a cambiare ma che ci si dovrà preparare soltanto per un’altra giornata. L’ennesima.

Qui siamo lontani dalla patina di tanti medical drama televisivi; a Petra Volpe interessa il realismo, interessa la fotografia di un apparato che man mano crolla dalle sue stesse fondamenta, di un orrore che negli anni si farà sempre più insostenibile a meno che non si prendano le necessarie e tempestive precauzioni. L’ultimo turno è quindi cinema capace di scuotere, persino sconvolgere, e non solo perché si muove tra piscio, sangue e fluidi corporei o perché razionalizza e abbatte il mito dell’ospedale come luogo salvifico; lo è soprattutto per come ci ricorda che gli eroi hanno bisogno di spade per uccidere i draghi, e magari di altri eroi ben formati e non buttati nella mischia senza strumenti.

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…La protagonista Leonie Benesch, già apprezzata ne “La sala professori”, affronta un personaggio complesso con grande sicurezza: in poco più di un’ora e mezza lo sviluppo emotivo e psicologico è evidente, e lo spettatore sente crescere con lei empatia e coinvolgimento…

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… Ci si affeziona tanto alla protagonista quanto ai singoli ricoverati, tanto da provare quanta più gioia e soddisfazione possibile per un intervento riuscito, per un grazie – per il più grande come per il più piccolo dei favori ricevuti – detto o sussurrato a poco fiato nei vari idiomi che animano stanze corridoi; o per un partita a scacchi tra due ospiti della stanza che non sanno comunicare o interagire diversamente. Allo stesso modo si avverte lo stress di ogni cambio di programma, il passo sempre più pesante della protagonista, così come sempre più incerte e tremanti si fanno le sue mani per un semplice prelievo con una siringa da una fiala. Ci si commuove con lei come estremo sfogo – un fisiologico scarico di tensione in un breve momento di apparente calma – ,così come quasi si condivide la colpa di una morte sopraggiunta all’improvviso, senza che ci si potesse far nulla… O magari sì. Peccato quindi per quei pochi momenti in cui in cui l’incedere sempre più forsennato degli eventi e delle evenienze rischia di risultare più artefatto, evidentemente costruito ad hoc per esacerbare una tensione umana già ben evidente; o per qualche ricamo musicale di troppo, qualche primo piano insistito che evade l’aderenza all’azione e si sofferma su quadri di un pietismo coerente, certo, ma forse evitabili – ne è un esempio l’inquadratura finale, in cui l’unica svolta simbolica, astratta del film, richiama l’attenzione sul peso di un avvenimento già ampiamente e funzionalmente rimarcato in precedenza. Ma non parliamo che di piccole imprecisioni, brevi istanti di deragliamento su di un percorso netto, su di una struttura canonicamente circolare (dal viaggio verso il posto di lavoro sino al viaggio di ritorno) – se si fa eccezione per la prima inquadratura nella tintoria dell’ospedale, utile a introdurre il gioco semantico tra la cura come industria e moltitudine rispetto all’emozionalità del singolo –, in cui il presupposto di utilità sociale emerge, l’identificazione rimane attiva così come – per chi non fosse troppo suscettibile a certi tipi di esperienze umane – non è esclusa una discreta dose di intrattenimento.

Con L’ultimo turno Petra Volpe racconta una necessità universale, un mondo nascosto e una donna forte, complessa e stratificata nelle modalità del sentire e dell’agire, per sé e per l’altro, dando tangibile e vibrante vita ad un meccanismo ritmico di pathos e dolcezza, rabbia e frustrazione, morte e vita. Nella distruttiva routine di un reparto oncologico, dove lo scambio medio spesso non ha tempo di andare oltre i «come si sente oggi?», «ora le misuro i parametri vitali», «in una scala da uno a dieci, quanto le fa male?», la cura del personale sanitario è anche la cura degli ospiti, la certezza che, si guarisca o si muoia, lo si faccia potendo permettersi di essere anche altro dal dolore, potendo guardare il tempo fuori dalla finestra e, seppur in un momento di passaggio, ricordare a quale mondo si appartiene davvero.

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…È un film di rara umanità, questo di Petra Volpe, che non si vergogna di prendere le parti della sua eroina (dalla quale si pretende infallibilità, seppur pedina dentro un sistema moribondo) ma che al tempo stesso sa restituire con credibilità e naturalezza le molteplici sfumature dei vari caratteri che popolano il reparto dove si muove, come una pallina da ping-pong, la protagonista: una giovane madre gravemente malata, un anziano signore che attende con apprensione la sua diagnosi, un uomo che dall’alto della sua assicurazione privata pretenderebbe un trattamento privilegiato, e tanti altri ancora. Oltre, naturalmente, ai familiari dei pazienti, chi sul luogo, chi da remoto (al telefono), chi più educato, e rispettoso, chi meno. 

È quindi anche un film di resistenza, fisica, psicologica, paragonabile alla performance sportiva, un tour de force dove l’infermiera è l’unico soldato in prima linea, trait d’union tra il malato e il medico (che, chissà quando, tornerà per fornire delucidazioni su referti o quant’altro), dove l’imprevisto è sempre lì, in agguato, dietro l’angolo, e dove la morte può arrivare così, dall’altra stanza, senza particolari preavvisi.

Anche lì, in un’altra sequenza che non ha bisogno di chissà quali ulteriori fronzoli, l’empatia di una donna come Floria ci ricorda che può bastare un piccolo gesto per continuare a prendersi cura. Proprio come vuole fare questo film, gesto artistico capace di ricordarci l’importanza di figure – professionali, umane – troppo spesso date per scontate.

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sabato 31 gennaio 2026

Quo Vadis, Sardinna? - Antoni Cònzu (Antonio Congiu)

il film di Antoni Cònzu è costituito "solo" da interviste, montate in modo efficace, per raccontare al mondo cosa succede in Sardegna con le pale eoliche.

chi lo vede capisce tutto, o quasi.

se posso, consiglierei di integrare con la lettura del libro di Maurizio Onnis, Il candidato, allora chiunque capirà tutto, di questa brutta storia di colonizzazione, economia tossica e distruzione ambientale irreversibile e saprà da che parte stare*. 

il film è difficile da vedere, lo porta il regista (qui la sua pagina) dove lo si vuole vedere.

cercatelo e soffrite tutti.

buona (ventosa) visione - Ismaele

 

 

 

…L’opera di Conzu è una sequenza di interviste intervallata da immagini e musica che dura quanto un film: un’ora e venti minuti!

La cosa notevole è, però, che il regista ha toccato TUTTI gli attacchi al territorio e all’identità che stanno investendo la terra sarda. Non solo la speculazione energetica, dunque, ma anche il colonialismo industriale e militare e la minaccia delle scorie nucleari.

Come sapete, non sono nata in Sardegna, ma sento di appartenere profondamente a questa terra nella quale oramai sono radicata da anni e ritengo sia un DOVERE difenderla. Un DOVERE che mi attraversa il cuore e mi sferza l’anima.

Consiglio a tutti la visione del lavoro di Antoni Conzu per sviluppare una consapevolezza a tutto tondo di ciò che sta accadendo in Sardegna e al popolo sardo…

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qui)

Qui canta Pete Seeger

Qui canta Billy Bragg

 




mercoledì 28 gennaio 2026

Dark Winds - Graham Roland

una serie diversa dal solito, non un capolavoro, di sicuro di livello superiori a molte serie inutili.

l'origine delle storie (finora ne sono apparse tre, visibili su Netflix) si trova nei (bei) romanzi di Tony Hillerman.

le storie sono ambientate in una riserva indiana, dove vivono i pochi superstiti del genocidio contro gli indiani d'America.

protagonista è il tenente Joe Leaphorn, responsabile del posto di polizia (rurale) della riserva, e chi gli sta intorno.

ci sono i buoni e i cattivi, come sempre, bello che gli indiani parlino spesso nella loro lingua, e non nella lingua degli assassini del loro popolo.

cercatelo e godetene tutti.

buona (navajo) visione - Ismaele



tutto sommato, anche calcolando che cosa manca rispetto ai romanzi originali, che approfondivano sia la dimensione culturale dei Navajo che lo squallore e la precarietà della vita materiale, non mi sembravano giustificati gli entusiasmi di una serie di recensioni che ho visto in giro e che gridavano alla rivelazione anticolonialista…

siamo in una fase, piuttosto sfaccettata, di riappriaizone culturale, o di allargamento degli spazi della rappresentazione, da parte dei nativi, e che perciò sotto questo punto di vista Dark Winds e tutti gli altri vadano soppesati non dal punto di vista della novità ma da quello del maggiore o minore consolidamento del fenomeno, maggiore o minore valore aggiunto al percorso. Non è che poi questo esaurisca tutte le valutazioni possibili (per esempio, Leaphorn and Chee, i due poliziotti Navajo, sono intepretati rispettivamente da un Hunkpapa Lakota e da un Hualpai; a me non crea particolarmente problema, ma forse altrove sì) ma almeno mi sembra un approccio più equilibrato di prendere ogni nuovo prodotto culturale di questo tipo come il primo del suo genere.

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scrive Lorenzo Calza:

Ambientata negli anni Settanta, tra le distese aride del Sud-Ovest americano e le comunità Navajo della Monument Valley, Dark Winds (2022–in corso), distribuita da AMC e disponibile in Italia su Netflix, segue il tenente Joe Leaphorn e l’agente Jim Chee, della polizia indiana che opera nella riserva. I due uomini portano sulle spalle non solo omicidi e rapine, ma un’intera geografia culturale, tenuta insieme soprattutto dalle donne della tribù. È un poliziesco che attraversa rituali, colpe antiche e tensioni identitarie di un’America che raramente sa guardare oltre i propri confini, ma a volte sa guardarsi dentro.
Qualcuno l’ha definita “la prima serie decolonizzata”. Una chiave analitica molto in voga, ma che ormai dice poco. Dark Winds ha dalla sua i romanzi di Tony Hillerman (1925-2008), che per decenni hanno costruito un mondo solido, stratificato, mai folkloristico. Un mondo che non “rappresenta” la cultura Navajo: la vive, la respira, la usa per raccontare il conflitto tra legge, identità e destino.
Ogni stagione si appoggia a un romanzo diverso: la prima rielabora Listening Woman (“La donna che ascolta”, Mondadori), la seconda si innerva su People of Darkness (“Gente di tenebra”, Mondadori), la terza prende forma da Dance Hall of the Dead (“La danza degli spiriti”, Mondadori). Tre architetture narrative robuste, capaci di reggere senza sforzo il passaggio al piccolo schermo.
Viviamo in un’epoca in cui un’intelligenza artificiale può generare in pochi secondi la trama di un’intera stagione, ma non può creare personaggi memorabili. Ecco dove Dark Winds vince: il suo “prompt” è Hillerman. Quando dietro c’è un grande narratore, la struttura regge anche se il medium cambia.
C’è poi una scelta tecnica che diventa poesia: i dialoghi più importanti avvengono in lingua Navajo (Diné) e non vengono tradotti. Nessun sottotitolo. È come se la trama aprisse una porta e la lasciasse socchiusa su una seconda dimensione che non ci è accessibile, un limite che non va violato. In un’epoca in cui ogni cosa viene spiegata e semplificata, questa serie compie un gesto raro: accetta che esista un livello del racconto che non è per chi guarda. Sembra straniante, ma è il colpo più elegante, un cliffhanger stilistico, la promessa che dietro quella porta c’è un mondo che possiamo solo intuire.
Pur non sfuggendo del tutto alle logiche delle piattaforme, Dark Winds riesce comunque a respirare: nei silenzi, nei paesaggi, nei volti. Soprattutto nei personaggi: Leaphorn, Chee, Manuelito. Figure che non sembrano progettate per “funzionare”, ma per esistere.
Ed è per questo che, nonostante la noia per i format seriali e i cliffhanger industriali, si aspetta con ansia la quarta stagione. Non per sapere “come va a finire”, ma per tornare in quel territorio narrativo dove la porta resta socchiusa, e continua a chiamarci.
Insomma, più che “decolonizzata”, Dark Winds ci sembra ben raccontata.
Anche perché, colpo di scena finale, Tony Hillerman non era nativo, ma… un bianco. 

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lunedì 26 gennaio 2026

Divine Comedy - Ali Asgari

il regista Barham e la produttrice Sadaf  vogliono proiettare un film in Iran, ma si scontrano con mille difficoltà, le autorità, ma anche il fratello gemello del regista, che ha ceduto la sua libertà di pensiero, accettando i mille compromessi e diktat della censura.

Ali Asgari gira un film comico e tragico, satirico e drammatico, citando in primis i giri in Vespa di Nanni Moretti a Roma.

si ride apertamente e amaramente delle vicissitudini del film nel film.

un film che merita, purtroppo solo in una ventina di sale (a proposito di censura, ma di mercato).

buona (non censurata) visione - Ismaele

 

 

 

I riferimenti cinefili sono numerosi – da Godard a Matrix – così come è evidente il debito nei confronti di Nanni Moretti, soprattutto per le deambulazioni in scooter, il metacinema e l’uso dell’ironia come strumento politico. Ma Divine Comedy non è un mero esercizio citazionista: è un film che trova una propria voce, capace di fondere leggerezza apparente e radicalità del gesto.

L’immagine finale, quella del cane che osserva immobile, chiude il cerchio con una forza simbolica limpida: il cinema come atto di testimonianza, come sguardo che resiste anche quando tutto intorno invita al silenzio. Divine Comedy non è soltanto una satira contro la censura iraniana, ma un film profondamente umano sul bisogno di essere visti, ascoltati, riconosciuti. In un contesto in cui “proiettare un film” diventa un atto di sopravvivenza, Asgari firma così una delle opere più lucide e necessarie del suo percorso.

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Il protagonista passa da un girone all'altro con la stessa aria attonita che Elia Souleyman offre ai suoi personaggi attorno ai quali si muove un'umanità di varia estrazione che cerca di sopravvivere all'assurdità di quanto la circonda. Bahram ostinatamente, anche se pacatamente, vorrebbe far trionfare almeno un minimo di razionalità e di libertà di espressione avendo la consapevolezza di aver realizzato un'opera che merita di essere magari criticata ma vista
Asgari e Khatami ci propongono un microcosmo che conoscono bene e del quale sanno porre in evidenza i punti deboli, senza lanciare dei j'accuse ma affondando il coltello nelle piaghe piccole e grandi che la società iraniana non riesce a sanare. Oltre a Dante, di cui viene citato per intero un passo della Commedia, viene in mente il motto latino "Castigat ridendo mores". Ali e Alireza sanno come applicarlo nel loro fare cinema.

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L’atteggiamento stralunato e stoicamente rassegnato di Barham Ark, la sicurezza spavalda di Sadaf Asgari e l’esuberanza del cast di contorno trovano coerenza nello sguardo di un film (e di un cineasta) che mescola realismo e drammatizzazione e prende il meglio da entrambi. Nulla lo dimostra meglio dell’intelligente stile visivo. Il ricorso insistito a inquadrature fisse inquadra l’assurda odissea professionale ed esistenziale di Barham e Sadaf e offre molte possibilità: permette di analizzare la complessità del contesto all’interno del quale si muovono i due sfortunati eroi del film, rende tangibile la granitica stupidità dell’atto repressivo, suscita pathos e tensione che non ostacolano, anzi rinvigoriscono l’umorismo. Più di tutto, il senso del cinema di Ali Asgari, abbastanza in controtendenza con il modo standard di fare commedia, in Iran come nel resto del mondo, è l’ulteriore grido di libertà – di esprimersi, di fare cinema alle proprie condizioni – di un film che sa essere estremamente coerente, nella sua voglia di indipendenza, a ogni livello.

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Sentimental Value - Joachim Trier

un padre prodigo torna a casa in occasione del funerale della moglie e ritrova le due figlie, che non vedeva da molti anni, Nora e Agnes, abbastanza rancorose verso il padre, Nora sopratutto.

il padre, regista in declino, vuole girare il suo ultimo film, vorrebbe che fosse Nora, attrice di teatro, la protagonista, ma lei neanche vuole sentirlo, lui sceglie Rachel, un'attrice d'oltreoceano, che sembra un po' svampita.

poi la misteriosa riconciliazione, grazie alla sceneggiatura del film, Rachel se ne va, capisce che quel film è un dramma familiare, un'elaborazione di traumi passati, e solo Nora può farlo.

la storia è abbastanza semplice, se vogliamo, niente di nuovo sotto il sole, la bravura di Joachim Teier, e dell'altro sceneggiatore Eskil Vogt, è quella di fare un film convincente e non urlato, senza le solite scene madri, con interpreti davvero in stato di grazia.

un piccolo film che merita molto, già vincitore del Gran premio della giuria a Cannes e degli European Film Awards.

buona (scandinava) visione - Ismaele




Sentimental Value, per quanto mi sia piaciuto abbastanza, per quanto sia gradevolmente molto metacinematografico, per quanto giochi bene col suo mix di realtà e finzione, per quanto sia parecchio bergmaniano, non mi coinvolto emotivamente quanto speravo. Non che da un film nordico mi aspettassi di essere travolto, però mi è sembrato un po' troppo freddo persino per gli standard del paese e da un drammone familiare come questo era comunque lecito attendersi un maggiore trasporto, grande assente per gran parte della visione e che arriva soltanto nella parte finale…

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…Con Sentimental Value il regista norvegese porta in scena un dramma sobrio, elegante nella forma e nella regia, dove le emozioni sono autentiche e mai esasperate. Il tormento, il rancore, i rimpianti e le frustrazioni dei protagonisti emergono più coi non detti che con le parole e la regia di Trier accompagna, e spesso travolge, portando nel cuore e nella storia dei personaggi con lucida immediatezza e un trasporto composto, esaltato dalle ottime interpretazioni di Skarsgård, Reinsve e Ibsdotter Lilleaas.

Unica pecca qualche passaggio in cui la sceneggiatura, firmata dallo stesso Trier insieme a Eskil Vogt, insiste un po’ troppo sui medesimi concetti per sottolineare contrasti e tensioni che non avrebbero avuto bisogno di essere spiegate a parole

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È alto linguaggio cinematografico quello a cui Trier affida il sentimental value del proprio cinema. Un valore condiviso con il teatro e l'arte in generale, che attraverso la finzione riesce ad affrontare la realtà, e attraverso la sublimazione a superare il trauma, in un moto sia mimetico che terapeutico. Solo distaccandosi dai sentimenti si può dare loro un valore, come Nora che risoltasi infine a interpretare Karyn riesce a esorcizzare i propri fantasmi e quelli del padre, in una casa divenuta set oppure un set divenuto casa, come a suggerire che solo abitando l'arte si possa imparare ad abitare la vita.

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Ripetere non guasta: non c’è granché di originale, o di spiazzante, nella (ri)costruzione a mezzo cinema del caos famigliare di Sentimental Value. Ma è chiaro che per Joachim Trier l’importante non è il cosa, ma il come. Dei tanti livelli di lettura del film, non uno che si imponga a spese della fluidità della narrazione o della potenza del sentimento. Il film è accessibile nei significati, mai didascalico e non costruisce la sua intelligenza soffocando l’emozione. Il nucleo tematico è la famiglia, la necessità e il caos per niente organizzato dei suoi legami. A un livello più sottile, segue la riflessione a doppio senso di marcia sul rapporto tra arte e vita privata: il cinema crea un solco e allontana Nora e Gustav ma, alle giuste condizioni, è l’unica via possibile per il ricongiungimento. Il tentativo, poi, è di dare tangibilità e concretezza al tempo, e misurarne l’impatto sulla vita emotiva delle persone. Infine, ultimo livello di lettura, il film è il racconto del potenziale nascosto delle cose. Nel cast di prestigio di Sentimental Value un posto d’onore Joachim Trier lo riserva alla grande, austera, opulenta casa di famiglia dei Borg. Il film la cattura dall’alto e in basso, piena di vita e deserta, ordinata o meno. Ne ascolta il battito, ne raccoglie i segreti, le gioie e i rimpianti. Gli oggetti spiegano la vita delle persone; è navigando in questo mare di cose, di luoghi, di detto e non detto che Nora e Gustav possono (ri)trovarsi. Aiuta, a rendere tutto più vero, che a interpretarli siano attori del calibro di Renate Reinsve e Stellan Skarsgård

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