mercoledì 21 agosto 2019

7 cajas - Juan Carlos Maneglia, Tana Schembori

un film sorprendente, con una sceneggiatura perfetta e attori superlativi.
vengono in mente tanti altri film, guardando 7 cajas, Fargo per primo.
ma come fanno i bravi registi, Juan Carlos Maneglia e Tana Schembori sono fra quelli, si ispirano, citano, ma non copiano, quello che ho visto è un film che non ti lascia riposare, fa finta di rallentare, ma poi riparte senza freni.
se questo film lo avessero girato a Hollywood avrebbe incassato quanto i film di Tarantino, e anche di più, ma è un piccolo (enorme) film del Paraguay, un gioiellino di serie A.
non fatevelo sfuggire, vedere per credere - Ismaele






It’s in Spanish, Guaraní and Jopará.
Most of the film is in Spanish but a lot of the characters speak in the indigenous language Guaraní or Jopará, a locally used mixture of Guaraní and Spanish. In case you didn’t already know, Guaraní is one of Paraguay’s official languages and is spoken by the majority of the population. It’s also one of the most-widely spoken indigenous languages in the Americas. Here’s your chance to hear what it sounds like.

Victor è un adolescente attratto dai film hollywoodiani che, per comprarsi un cellulare, si trova convolto in una vicenda da thriller mozzafiato: un'inusuale proposta di portare sette scatole attraverso il mercato numero 4 si trasforma in un rompicapo. Opera prima interamente girata nel gigantesco mercato della capitale, dove vivono più di cinquanta persone e altre 2000 ci lavorano, rivisita con ironia e humor tutti gli elementi del cinema americano classico.
7 Cajas non è un horror, ma un action-thriller che non dà un attimo di tregua, grazie anche a uno stile ipercinetico per cui la cinepresa si muove impazzita tra le favelas e il mercato, alternando grandangoli, occhi di bue e inquadrature impossibili. Una sorta di Fuori orario shakarato coi Guerrieri della notte con la giusta dose di humour per allentare la tensione quando serve. Di sicuro un ottimo biglietto da vista per Hollywood.
Marco Cacioppo, nocturno.it
…la verdadera atracción lo articulan las 7 cajas y las peripecias de Víctor tras su fijación cinematográfica. Y es como si todo fuera un cúmulo de pretextos que alientan el estado de alerta, gracias  a un inteligente guion, de Juan Carlos Maneglia asistido por Tana Schembori y por Tito Chamorro, que solo quieren ponernos los pelos de punta y al borde del colapso, con excelentes ideas que proporcionan giros, idas y venidas e imprevisibilidad, teniendo algunas imágenes rocambolescas como las persecuciones que se dan en la discoteca del mercado o en el estacionamiento de autos. Además, sobresalen los artificios de cámara, ángulos extremos que invocan ritmo y una lograda vertiginosidad que hace lo que en los hermanos Dardenne proporcionaba incomodidad en el movimiento de Rosseta (1999).  
Si algo tiene de bastante sobresaliente el conjunto es que el filme se pasa en un santiamén, de lo que genera atención y adrenalina, poniendo fuerza y velocidad en el metraje sin dejar de lado el drama con la busca del marido de la cocinera embarazada o la risa como con el transexual, el guardia aprendiendo a usar el celular y el arresto, en un thriller que sabe explotar muy bien el género y compartir momentos con lapsos de otros. Un filme completo y que muestra el buen nivel del cine latinoamericano “comercial”…

dal Sudamerica ripartiamo con gli occhi cerchiati di lacrime, commossi dal capolavoro che è 7 Boxes (titolo originale 7 Cajas, regia di Juan Carlos Maneglia & Tana Schémbori). Un’opera da esportazione negli intenti dichiarati dai registi, una sorta di Manetti Brothers sudamericani: realizzata con un budget ovviamente risicato, attori inevitabilmente approssimativi, con un plot che segue le regole sacrosante del noir-action-crime-social-dark comedy-drama. E nonostante tutto ciò, è un’opera immensa, candidata fin d’ora ad entrare nella top ten del nostro 2014.

TIEMPOS VIOLENTOS
Fare il nome di Tarantino è diventato irritante, lo so, ma è inevitabile citarlo perchè la sceneggiatura, semplice e fortissima, con diversi twist geniali che ci hanno lasciato a bocca aperta per la suspense indotta, rimanda al suo stile, ed in parte anche alla scrittura di Inarritu. Anche Guy Ritchie viene in mente, sopratutto guardando i primi minuti di film. La coppia di cineasti ha dato al film un ritmo indemoniato, riprese acrobatiche efficacissime, con le telecamere appiccicate a qualsiasi cosa si muova, e capaci di far dimenticare al pubblico la limitatezza dei mezzi a disposizione. Ci siamo letteralmente inginocchiati in adorazione davanti ad una delle migliori scene di inseguimento di sempre, nella quale il fuggiasco e i suoi inseguitori non sono a bordo di auto truccate o moto acrobatiche, ma:
si, guidano rudimentali carriole.
Uno di questi carretti è il mezzo di sostentamento principale di Victor, pischello che gironzola per il Mercado 4 di Asuncion (che è teatro principale della vicenda, straripante di corpi e vite intrecciate, si conoscono tutti) alla ricerca di consumatori dalle borse della spesa pesanti, offrendo di trasportare per loro la merce sul carrello. E guadagnando così qualche soldo.
Pochi, troppo pochi,  per l’acquisto di un telefonino con videocamera incorporata, il sogno di Victor (e non solo suo: siamo nel 2005, in Paraguay l’oggetto in questione era una lussuosa novità). Che poi è il sogno del cinema: Victor si ferma imbambolato davanti ad ogni tipo di schermo, dalle telecamere per la sorveglianza ai televisori che in mezzo al mercato proiettano i dvd pirata dei film americani, recitando le battute a memoria.
Ma niente paura, qui di metacinema non c’è traccia.
Tutti hanno fame di soldi: il rivale di Victor è un padre disperato, disposto a tutto pur di comprare le medicine per il suo figlioletto malato; un macellaio losco traffica (anche) il cadavere di una vittima accidentale; un commerciante arabo organizza il rapimento della propria moglie per chiedere il riscatto ai suoi ricchi genitori; il ristoratore coreano pretende massima efficienza dalle sue dipendenti locali, che ovviamente non capiscono una parola e lo deridono.

Ascoltiamo la telefonata tra Victor e un suo coetaneo, che ha appena rubato il cellulare al losco macellaio che ha ingaggiato Victor per una losca consegna:
-Hello.
-Hello, Mr. Dario?
-Questo non è più il numero di Mr. Dario.
-Cosa intendi con non è più il suo numero?
-Beh, è stato appena derubato del suo cellulare.
-E tu chi sei?
-Io sono il ladro.
-Ah, ok. …Io devo parlargli, è questione di vita o di morte.
-E’ parcheggiato in Dr. Francia Avenue, ha un camioncino verde e bianco, vicino ad un chiosco di hot-dog.
-Grazie, grazie mille amico. Ok, ciao.

In patria ha ovviamente battuto ogni record d’incassi, in questi mesi è nei cinema statunitensi e continua a girare per i festival di mezzo mondo. In Italia uscirà il…ahahahahahahahahahah!

qui e qui  due belle interviste con i registi

domenica 18 agosto 2019

Corazón de fábrica (Heart of the Factory) - Virna Molina, Ernesto Ardito

capita raramente di vedere un film nel quale i protagonisti sono tutti operai e raccontano la loro dura lotta per diventare i padroni della fabbrica Zanon (origini italiane), che stava per chiudere, l'esito finale sarebbe stato il licenziamento  per tutti.
il loro padrone per tanti anni era uno schiavista, sostenitore della dittatura e della politica nazista di quegli anni.
nel film potete vedere la storia di un caso aziendale da manuale, nel quale gli schiavi diventano uomini liberi.
non perdetevelo, chissà che qualche idea non scavi i nostri cervelli.
buona e utile visione - Ismaele




 ecco il film completo, con sottotitoli in inglese:





Il film racconta la vita di un gruppo di operai, uomini e donne, della Patagonia argentina, che lottano contro le morti e gli incidenti nella fabbrica di ceramiche in cui lavorano. 
Il conflitto diviene sempre più complesso e pericoloso, e il loro impegno sempre maggiore. Così accade qualcosa che molti di loro non avrebbero mai immaginato. 
Cambia la loro percezione della realtà e del mondo. Diventano uomini nuovi e diversi. E il cambiamento è tale che nulla può tornare come prima. 
In un paese povero saccheggiato dai propri governi e dai propri imprenditori, i lavoratori della Cerámica Zanon, quando il proprietario decide di chiudere, prendono la fabbrica nelle loro proprie mani. 
Cominciano a produrre di nuovo, ma senza padroni. E' una sfida continua e quotidiana contro un sistema politico ed economico che tenta di boicottarli. 
Ma l'ostacolo più grande che devono affrontare non viene dall'esterno, ma nasce dalle loro stesse paure inculcate da questa società. 

Zanon es del pueblo! Dopo 9 anni è stato conquistato l’esproprio definitivo della fabbrica
Questo cammino, percorso dalle operaie e dagli operai della Zanon, non sarebbe stato possibile senza prima aver strappato alla burocrazia sindacale le nostre rappresentanze di categoria.
Per prima cosa, nel 1998, abbiamo recuperato la nostra commissione interna per lottare contro i licenziamenti, i maltrattamenti, le umiliazioni e per le condizioni di sicurezza e igiene, contro la polifunzionalità, per i nostri salari, ecc, ma soprattutto per instaurare una nuova forma di lavoro: la democrazia diretta per poi, nel 2000, ricuperare il nostro sindacato e metterlo al servizio dei lavoratori.
In questi quasi nove anni ne è passata di acqua sotto i ponti, abbiamo valorizzato profondamente l’appoggio che abbiamo ricevuto in questi anni di lotta. Dalla [gente della] comunità di Centenario, Neuquén, Plottier, ecc, che sul finire del 2001 si avvicinava con un pacchetto di spaghetti alle tende che abbiamo sostenuto per 5 mesi, fino ai lavoratori interni dell’unità n° 11 che si trova a pochi metri dalla fabbrica, che per 3 giorni hanno donato le loro razioni di cibo affinché potessimo resistere.
Le Madri di Plaza de Mayo, associazione regionale di Neuquén, che fin dal primo giorno ci hanno adottato come loro figli e camminano per le strade assieme a noi, fino ad oggi, resistendo assieme ad ognuno di noi 5 ingiunzioni di sfratto, repressioni, minacce.
I compagni e le compagne docenti dell’ATEN[1], compagni della CTA[2] Neuquén. Fino alla solidarietà a livello nazionale e internazionale di compagni che mai abbiamo conosciuto e che, conoscendo la nostra lotta, ci inviavano i loro fondi sciopero per resistere.
Abbiamo imparato anche ad essere solidali con altri lavoratori, creando un Fondo per lo Sciopero permanente, abbiamo spinto dicendo che la coordinazione è fondamentale per il trionfo delle lotte operaie. – Dai minatori di Río Turbio, lavoratori del petrolio di Las Heras, statali e lavoratori di fabbriche di Neuquén e Río Negro, Garrahan Subterráneas, Aeronautici, Ferroviari, fino ai movimenti di lavoratori disoccupati di Tartagal e decine di fabbriche ricuperate.-
Dal principio abbiamo aperto la fabbrica alla comunità, ricevendo migliaia di bambini e adulti affinché conoscessero la nostra esperienza di lotta.-
Abbiamo consolidato l’unità operaio-studentesca, tanto nei giovani studenti medi quanto con i compagni universitari, che ha avuto e ha espressione nell’accordo quadro di collaborazione con l’Università.Abbiamo organizzato concerti senza polizia, con artisti regionali e gruppi nazionali come La Renga, Attaque 77, Bersuit Vergarabat, León Gieco, Raly Barrionuevo, Dúo Coplanacus, tra gli altri, che hanno solidarizzato con la nostra lotta lasciando la loro arte e solidarietà alle operaie e agli operai della Zanon, plasmata nella comunità di Neuquén.
La nostra lotta si è sempre basata nella pratica della lotta di classe, identificando i governi, i padroni e le burocrazie sindacali come il nemico dei lavoratori.
Questa esperienza, che abbiamo costruito lungo questi nove anni e con l’enorme consenso di cui gode la nostra lotta nella provincia, a livello nazionale e internazionale ha fatto sì che potessimo ritorcere la volontà politica del Governo Provinciale del MPN[3] che ha dovuto sostenere e votare il progetto di legge di esproprio.
Consideriamo che questa conquista, da parte di tutto l’insieme della classe dei lavoratori, ha un valore enorme, e che questo governo che oggi vota l’esproprio della “Zanon bajo gestión obrera[4]” è lo stesso che ha assassinato Teresa Rodríguez[5]; lo stesso che ha represso noi operaie e operai della Zanon a fine del 2001 e ha voluto sgomberarci 5 volte; lo stesso che ha fucilato il nostro compagno ceramista Pepe Alveal, facendogli perdere un occhio, nella repressione del Barrio San Lorenzo; lo stesso che ci ha assassinato il compagno Carlos Fuentealba e lo stesso che oggi parla di pace sociale quando in questi momenti di crisi economica mondiale gli impresari e i loro governi ci dichiarano guerra con licenziamenti, salari da fame, caro prezzi, ecc.
Le scuole e gli ospedali sono stati svuotati e l’unica opera pubblica di cui parlano è la costruzione di carceri per rinchiudere i nostri giovani, mentre ogni giorno muoiono decine di famiglie negli incendi delle loro precarie casette occupate.
Per questo, nonostante l’enorme conquista che abbiamo ottenuto, in un contesto di crisi economica internazionale, strappando l’esproprio a questo governo, cosa che ha un valore molto maggiore, dalla gestione operaia della Zanon e dal Sindacato Ceramisti di Neuquén siamo convinti che la nostra lotta non è finita perché, come fin dal primo giorno, consideriamo che la salvezza non è individuale ma dell’insieme della classe lavoratrice.
Compagni e compagne, a tutti e tutte quelli che in qualche modo sono stati parte, hanno portato il loro granello di sabbia: condividiamo l’allegria di questo grande passo!!
Ai compagni che ancora guardano increduli, talvolta timorosi, talvolta scettici diciamo: vi invitiamo ad essere parte di questa storia che non è né più né meno che contribuire con un granello di sabbia alla trasformazione della realtà e riprendere il sogno dei nostri 30 mila compagni[6]: una società senza sfruttatori né sfruttati!!
¡¡ZANON ES DEL PUEBLO!!
Obreras obreros de Zanon - Sindicato Ceramistas de Neuquén

…El film tiene tres virtudes, siendo una de ellas la puesta en escena. En efecto, hay que destacar la estética concebida por sus directores. Se aprecia claramente, a lo largo de todo el rodaje, la utilización de interesantes recursos fílmicos, metáforas, un buen manejo de la fotografía y la música y el intento de construir un producto artístico que no se limite a filmar entrevistas. Esto resulta importante ya que logran operar sobre las emociones, elemento fundamental en cualquier obra y que muchas veces está ausente en los documentales, sobre todo en muchos de los producidos por la izquierda.
La segunda virtud hace referencia al contenido. En primer lugar, es importante resaltar que los directores presentan la lucha de Zanón como un episodio más en la lucha de la clase obrera argentina. A lo largo de la película, este conflicto aparece permanentemente vinculado con otras luchas y hechos contemporáneos, como los reclamos de los docentes de Neuquén (mostrando las terribles imágenes donde Fuentealba es asesinado), las justas exigencias de los obreros del subte, los aeronáuticos, los trabajadores de la salud y los piqueteros. Un ejemplo de esta vinculación, muy acertado por cierto, puede percibirse en una de las escenas en las que los obreros de Zanón cuentan cómo se preparan para el primer intento de desalojo. Mediante un juego metáforas, se van intercalando estos relatos con las imágenes de Kosteki y Santillán asesinados en la estación Avellaneda. Es imposible no emocionarse ante la firmeza con la que aseguraban los protagonistas que no se darían por vencidos y que lucharían hasta las últimas consecuencias, del mismo modo en que ocurrió en aquella estación del sur bonaerense.
Por otra parte, los directores relacionan la lucha de Zanón, no sólo con el presente sino también con el pasado, al hacer un recorrido a lo largo de toda la historia argentina. Así, hacen referencia a la represión lanzada por Irigoyen en la Semana Trágica, aparecen imágenes de varias huelgas obreras de principios del siglo XX, se muestran escenas del Cordobazo, (en donde participó uno de los obreros de Zanón, que cuenta cómo se formaban políticamente con lecturas de Marx y de Lenin), se retratan los inicios del movimiento piquetero en las luchas de Cutral-Co, entre otros hitos de la historia argentina. Incluso se evidencia el papel jugado por la dictadura de 1976, mostrando a Don Zanón en el acto de agradecer a las Fuerzas Armadas por el “ambiente de seguridad” logrado luego de su intervención, que permite la inauguración de la fábrica en noviembre de 1980.
Todos estos hechos dejan en evidencia la continuidad de la lucha de la clase obrera a lo largo de la historia del capitalismo argentino. Continuidad que revela que no existen “nuevos movimientos sociales” y que el sujeto de la lucha sigue siendo el mismo, la clase obrera, así como sus métodos: asambleas, cortes, piquetes, movilizaciones, es decir la acción directa. Esta continuidad también se expresa en el film, como parte de la lucha más general del movimiento obrero internacional, inscribiendo estos hechos en la tradición revolucionaria a nivel mundial. Fotos de Marx y de Lenin, imágenes del movimiento obrero europeo del siglo XIX y pinturas de la Comuna de París aparecen a lo largo del rodaje, dando un marco internacional e histórico a la lucha de Zanón.
Otra virtud del film es la importancia que tiene la organización en la lucha que llevan adelante los obreros, destacando la unidad de los trabajadores ocupados y desocupados. También se desliza una crítica hacia el gobierno de Kirchner en dos ejes: por un lado, avalando las represiones de las distintas luchas y, por otro, como responsable del aumento del trabajo en negro, la precarización laboral y el ataque a la clase obrera ocupada luego de la recuperación económica.
Por último hay que mencionar el mensaje final del documental que se extrae de una de las últimas escenas de la película: uno de los obreros dirigentes de Zanón cuenta que solía leerle a su hija párrafos de La Historia de la Revolución Rusa y de El Manifiesto Comunista. Ella manifestaba cierto escepticismo diciendo que “todo esto es muy lindo pero nunca se va a dar”. Actualmente ella está militando (aunque no se dice dónde) y el padre muestra orgulloso una foto en donde se la ve marchando con sus compañeros. Esta es la herencia más importante que alguien puede cobrar y es una excelente forma de trasmitir la necesidad de la lucha y de la militancia.

Errores imperdonables
Si bien este llamado a la militancia está presente en la película, aquí es donde empieza a fallar el posicionamiento político de los directores, llevándolos a mostrar el proceso que intentan documentar de manera desvirtuada, incompleta y mezquina. En efecto, la obra es deficiente en dos aspectos que nos parece necesario resaltar. Por un lado, no se hace referencia al papel de los partidos políticos de izquierda, salvo en una ocasión y para desprestigiarlos. En ningún momento se muestra la participación de las distintas organizaciones políticas de izquierda que estuvieron presentes en el proceso desde sus inicios. Cabe recordar que éstas colaboraron en su difusión, participaron de todas las marchas, movilizaron a muchos de sus compañeros, dando apoyo financiero, aportando discusión y clarificación política y contribuyendo a gestar esa fuerza social que logró la continuidad de los trabajadores en sus puestos de trabajo. Este autonomismo de los directores, que se acerca incluso a un profeso antipartidismo, queda claro en la única escena en la que se mencionan explícitamente a los militantes de distintos partidos políticos de izquierda (PO, PTS, MST). Se trata de una reunión en la que estos militantes discuten con obreros de Zanón sobre la organización de una marcha. Aparecen aquí como gente que se pelea y discute sin llegar a ningún acuerdo, sin entenderse demasiado por qué están discutiendo. Es notorio que el film transmite en esta escena un clima tenso y problemático, seguido luego por una sensación de desánimo de algunos trabajadores de Zanón, que dicen que “nosotros tenemos nuestra forma de ver las cosas, sería contraproducente meternos con algún partido (…) porque los partidos solo quieren sacar rédito de esto”.
De este modo, se desprestigia la organización partidaria y la intervención política, que son los pilares que sostienen toda lucha. Hacer un documental sobre Zanón y no destacar el rol dirigente del PTS es, lisa y llanamente, falsear la historia. Aunque la película muestra la importancia de la lucha y la organización de los trabajadores, es decir el corazón de un movimiento, desdibuja el rol que cumplen en ella los partidos para avanzar exitosamente. Como diría el Trotsky que uno de estos mismos obreros leía a su hija hoy militante:
“Sin una organización dirigente la energía de las masas se disiparía, como se disipa el vapor no contenido en una caldera. Pero sea como fuere, lo que impulsa el movimiento no es la caldera ni el pistón, sino el vapor.”
Esta relación dialéctica entre masas y partido es lo que no aparece en el film, dejando la impresión de que no es necesario e incluso, sería contraproducente la intervención del partido en este o cualquier otro proceso, negando de este modo la lucha más general por el poder.
Por último, la segunda objeción que consideramos necesario destacar, y que se desprende de este mismo autonomismo, es la omisión de la problemática económica en la cual está inmersa Zanón como gestión obrera que debe sostener su producción dentro del capitalismo. Esta cuestión es esencial, ya que expresa la contradicción en la que está metida Zanón, inmersa en el sistema capitalista aunque esté gestionada por sus obreros y no haya patrones. Es decir, que sigue sujeta a las leyes de su dinámica y, por lo tanto, presa de la competencia. Por esta razón, como cualquier otra empresa, necesita lograr una alta productividad para poder sobrevivir en el mercado. En el film no se dice nada sobre este marco más general, no aparecen reflejados los problemas de la empresa para subsistir, la relación con la competencia, a quién le venden, cómo se sostienen, etc. Esto hace que la película tenga una tendencia a idealizar la situación por la que atraviesan la mayoría de las fábricas ocupadas del país, dejando de lado que esta lucha solamente tiene sentido en el marco de la más general, hacia el socialismo…


sabato 17 agosto 2019

Cinema, Aspirinas e Urubus – Marcelo Gomes

la storia di un incontro pieno di diffidenza e poi rispetto e amicizia.
nessun effetto speciale, solo rapporti umani, nel grande sertão drl nord-est del Brasile.
non succede niente e succede tutto quello che è importante.
merita, merita - Ismaele



Nel 1942 nella zona arida e calda del Nord-est del Brasile, si incrociano i destini di due uomini. Johann è un ragazzo tedesco, ha disertato e sta fuggendo dalla guerra; Ranulpho è un brasiliano che tenta di lasciarsi alle spalle la stretta opprimente della sua vita di provincia. I due vengono da mondi differenti e lontani, ma cominciano a conoscersi e a girare insieme di villaggio in villaggio. Il loro nuovo lavoro consiste nel far visionare agli abitanti un filmato pubblicitario per vendere un ritrovato medicinale a dir poco miracoloso. Le persone con cui entrano in contatto, conoscono grazie a loro la magia del cinema e, senza volerlo, cambiano l'orizzonte dei due...

Au-delà du portrait d'une société marginalisée, de la reconstitution d'un point de vue originale (parce que lointain) de la Seconde Guerre Mondiale et d'un éventuel message politico-économique sous-jacent, ce film est avant tout l'histoire d'une émouvante amitié, si éphémère soit-elle, entre deux personnages que tout semble opposer mais dont le combat est similaire et consiste en la quête d'une vie meilleure. Ce goût de la vie est si palpable et communicatif qu'il prend aux tripes. L'amitié est discrète et implicite mais d'autant plus bouleversante. Ce film à fleur de peau nous laisse un sentiment étrange à la fin: une envie de sourire et de pleurer en même temps, mais surtout un désir incroyable d'aimer le monde.

giovedì 15 agosto 2019

RUSH: UN OMAGGIO A NIKI LAUDA - Marco Batelli




La scorsa settimana è morto Niki Lauda. Niki Lauda è una delle ragioni per cui mi piace il cinema.

E che c’entra un pilota di Formula 1 col cinema?
C’entra, c’entra... Basta scrivere una sola parola: Rush.

Era l'estate del 2013 quando mi innamorai del trailer di Rush, film di Ron Howard incentrato sulla rivalità fra Lauda e James Hunt, che infiammò la Formula 1 degli anni '70.
I trailer, si sa, possono spesso risultare ingannevoli; tuttavia, mi convinsi che in questo caso non era così, rivedendolo più e più volte, rapito dalla storia e dall'estetica di quei due minuti e mezzo circa.
Era agosto e bisognava attendere settembre per l'uscita del film nei nostri cinema.
Settembre arrivò, portando con sé l'autunno e il film.
Prima di entrare in sala, provai una sensazione mai vissuta prima: ero certo sarebbe stato un bel film, non poteva essere altrimenti.
Su questo tornerò a breve, perché prima vorrei spendere due parole sulla pellicola.
La tag-line di Rush, "La loro rivalità li rese una leggenda", rivela il cuore pulsante della narrazione: la lotta (senza esclusione di colpi) fra Lauda e Hunt; il primo motorizzato Ferrari, il secondo a bordo della McLaren.      
Un duello continuo, non solo in pista ma anche fuori: il principale merito del film sta nel travalicare la dimensione sportiva per arrivare a parlare di vita vissuta - opportunamente romanzata, ma credibile nel complesso: i duellanti sono descritti non solo come piloti ma anche come uomini.
C'è un'evidente dicotomia fra Lauda e Hunt, dicotomia che risalta sequenza dopo sequenza: il primo è scrupoloso e metodico, vincente e per questo inviso al circus della F1; il secondo ha talento ma non si applica (direbbero i maestri di scuola), preferendo al duro lavoro la dolce vita.
Tuttavia, i due si spingeranno vicendevolmente ai propri limiti per la vittoria del titolo mondiale. 

Ottime sono le interpretazioni dei due protagonisti, Daniel Brühl e Chris Hemsworth.

Brühl era essenzialmente conosciuto al grande pubblico per Bastardi senza Gloria di Quentin Tarantino dove recitava nei panni dell’infallibile cecchino Frederick Zoller; Hemsworth, piacevole sorpresa, aveva da poco indossato il costume di Thor, nell’omonimo film e in The Avengers, misurandosi per la prima volta in ruolo drammatico grazie a Ron Howard. 

Prima di Rush, Ron Howard aveva già trasposto sul grande schermo storie realmente accadute: Apollo 13 e A Beautiful Mind ne sono fulgidi esempi.

Per Rush si avvalse di una sceneggiatura firmata da Peter Morgan, perlopiù conosciuto come il creatore di The Crown, rinomata serie targata Netflix.  
  
Così, questa storia vera - già appassionante di per sé - è diventata un film avvincente, impreziosito da notevoli effetti visivi e sonori.

Ne è testimonianza la scena riguardante il pauroso incidente che vede coinvolto Lauda sul circuito tedesco del Nürburgring, il 1° agosto 1976: il rombo dei motori, l’enfatica colonna sonora di Hans Zimmer e il montaggio dal ritmo rapido in cui si alternano movimenti di macchina, primi piani del pilota, soggettive e dettagli della monoposto. 

Anche la cura per le scenografie e i costumi, che ben restituiscono le atmosfere degli scintillanti anni ‘70, epoca in cui piloti e sportivi iniziavano ad assumere le sembianze di rockstar, contribuiscono a immergere lo spettatore nella storia raccontata.

Torno a quel settembre 2013: la sensazione che ebbi prima della proiezione si rivelò esatta.
Vidi un film adrenalinico, in più di una sequenza le mie braccia restarono saldamente incollate ai braccioli della poltrona.

Uscito dalla sala, avevo la pelle d’oca.

A distanza di anni, posso tranquillamente affermare che Rush ha contribuito allo sviluppo del mio amore per il cinema: perché?

Perché in quelle due ore circa, io ho creduto d’essere un pilota di Formula 1, di sfrecciare a 200 km/h insieme a Niki e James.
Io, che su una strada deserta con il limite di velocità fissato a 120 km/h, a malapena supero i 70!      

E non è questa - forse - la parte più bella del cinema?

Mi riferisco all’immedesimazione in storie e personaggi; una celebre citazione di Umberto Eco sulla lettura:
"Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria.
Chi legge avrà vissuto 5000 anni [...] perché la lettura è un'immortalità all'indietro".

Può tranquillamente essere applicata anche al cinema.    
  
Questo è vedere un film: vivere altre vite, con lo schermo che diventa una sorta di portale, attraverso il quale si accede ad altri mondi e altri tempi.

Qualche esempio?
Guardi 2001: Odissea nello Spazio e ti ritrovi in un gruppo di ominidi intenti ad esaminare un monolito nero, giunto da chissà dove; guardi Pulp Fiction e sei catapultato in una bizzarra conversazione sui massaggi ai piedi, portata avanti da due sicari che stanno per entrare in azione.

E la lista di tali esempi potrebbe essere molto lunga.
Il cinema è contemporaneamente finzione e realtà: sarebbe davvero un peccato non lasciarsi coinvolgere da questa magia avvolgente.       
In conclusione, se mi chiederanno perché mi piace il cinema, io potrei rispondere: "Niki Lauda".

Probabilmente qualcuno mi prenderà per pazzo; qualcun altro, dopo aver letto queste parole, capirà.