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Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
mercoledì 22 luglio 2026
martedì 21 luglio 2026
A casa nostra (Chez nous) - Lucas Belvaux
un film di qualche anno fa, che non perde un briciolo di attualità.
è un film politico, analizza i meccanismi semplici e diabolici dell'ascesa dell'estrema destra in Francia (ma vale anche per l'Italia, solo che da noi film così non se ne fanno), con una strategia di parole d'ordine ("noi non siamo nè di destra, nè di sinistra", ma anche "prima i francesi", come suonano familiari questi slogan), con una struttura in abiti firmati davanti, e dietro i picchiatori da usare quando servono.
protagonista, bravissima e convincente come sempre, è Émilie Dequenne (la Rosetta dei fratelli Dardenne), mortatroppo giovane qualche anno fa.
e Lucas Belvaux è un bravissimo regista.
un film da non perdere (mi sembra sia su Primevideo).
buona (indimenticabile) visione - Ismaele
…L’adesione incondizionata di alcune amiche alla sua
candidatura, il razzismo
strisciante che trapela tra le righe dei discorsi o tra le risate
irrigidite di un barbecue in giardino, gli inquietanti siti internet che
incitano all’odio razziale ideati da ragazzini mossi più dalla noia che
dall’odio: il paesaggio sociale è
una distesa bruciata, terreno di conquista per i campioni del populismo
aggressivo.
Pauline scivola lentamente
in una sorta di trance ipnotica: confonde la percezione di sé e del mondo che
la circonda e intanto viene manovrata
come un burattino dai leader che l’avevano sedotta. Le cambiano
pettinatura e abiti, le impongono abitudini e frequentazioni. La libertà del
popolo, che ricorre come un mantra nei comizi della pseudo-Le Pen, s’inchina a
un autoritarismo decisionale che non ammette deroghe. L’odio politico, ridotto a uno sterile
urlo di parole d’ordine rabbiose, si
propaga come un virus che contamina e ammala, distruggendo
amicizie, famiglie, classi sociali.
In questa demolizione autoinflitta del quotidiano sta
la forza di A casa nostra, che
invece si fa più prevedibile nella
scansione degli snodi narrativi, risolti con trovate più ovvie e
risapute: la rivelazione del passato neonazista del fidanzato, la (ri)presa
improvvisa di coscienza della protagonista, la descrizione di una generazione
di giovani violenti eterodiretti dalla solita élite, si susseguono senza
scossoni pur mantenendo una certa urgenza di denuncia.
Belvaux si trova più a suo agio nella rappresentazione dell’umanità
singola, alle prese con la propria questione morale, che nella descrizione di
un nuovo mondo politico corruttore e corrotto, monolitico fino alla caricatura. A casa nostra, quindi, sotto la scorza dell’ovvio interesse di cronaca (e in
attesa del risultato delle elezioni francesi), è un
film che incita alla responsabilità individuale, indaga sulla seduzione
fatale innescata dalla debolezza, spinge a un rinnovato modo di stare insieme
(a cui occhieggia la bella sequenza dello stadio nel prefinale). Un film che
parla al nostro presente con piglio illuminista, non privo di qualche banalità
e di qualche ruggine di sceneggiatura, diretto con stile sobrio e monocromo,
sostenuto e ispirato dalla magnifica interpretazione della sua protagonista, Émilie Dequenne.
…Un mondo di complotti che sfrutta a suo vantaggio, sporca e getta
nel fango chi si lascia avvincere dalle ammalianti promesse di cui si rende
fautore il partito che lo porta come simbolo e paladino; rendo il prescento
l'apparentemente protagonista di una facciata che invece nasconde lati oscuri,
compromessi ed interessi troppo importanti per essere messi da parte in nome di
un governo assennato e scrupoloso che invece caratterizza la facciata di ogni
programma o promessa elettorale.
Affiancano la celebre straordinaria attrice belga resa famosa
dai Dardenne con Rosetta, il sempre pertinente André Dussolier e il nuovamente
tormentato e doppiogiochista Guillaume Gouix nel ruolo di un allenatore
sportivo ed ex fiamma della protagonista, personalità controversa e
divisa tra affetto e desiderio di famiglia, e intolleranza estrema e violenta
nei confronti dei tragicamente noti "sans papier": due generazioni
agli antipodi, ma due tra gli attori più interessanti, sfaccettati e
completi del nutrito e celebrato panorama attoriale d'Oltralpe.
…A casa nostra un film di due ore scarse e’ il
classico film politicizzato francese, che pone la sua attenzione
sull’intolleranza, l’integralismo e le nefandezze finanziarie dei politici di
turno nella mala amministrazione della cosa pubblica. Un film molto
coinvolgente, con tante scene ben girate e di sicuro effetto scenico. Ha anche
una qualità si schiera apertamente per un partito specifico. Dal punto di vista
cinematografico il film funziona ed è un racconto molto potente, con l’ottima
interpretazione su tutti e tutto della deliziosa Émilie Dequenne nel ruolo di
Pauline Duhez l’infermiera amata dal popolo ed usata da André Dussollier medico
senza scrupoli e da Catherine Jacob/Agnès Dorgelle la dura e spietata capolista
politica. La sceneggiatura asciutta, con dialoghi efficaci su riferimenti
politici, ma senza pigiare troppo il piede sull’acceleratore, con fermezza e
misura al contempo. Lucas Belvaux e’ un regista molto abile ed esperto sa
calibrare il tutto, senza perdere il gusto del racconto e delle vicende
personali. La grande morale del film per me è che anche una ragazza perbene,
rispettosa, tutto casa, lavoro e famiglia, può farsi manipolare da gente
melliflua e suadente oltre che esperta nel tornaconto personale e politico,
mestieranti, più che appassionati di politica, molto attenti alla comunicazione
ed alle parole, al detto e non detto ed al compromesso ed al sotterfugio…
Il regista Lucas Belvaux si schiera contro il
partito politico dell'estrema destra francese capitanato da Marine Le Pen, alla
quale si ispira - senza nasconderlo - il personaggio di Agnès Dorgelle,
interpretata da Catherine Jacob. Belvaux mostra senza mezzi termini i caratteri
estremisti e le derive razziste e xenofobe del partito. Il regista si infiltra
nella zona della Francia più sensibile al populismo del Front National, in un
paese ferito e scombussolato che viene travolto dall’onda dell'estrema destra,
abile a sfruttare l’innocente e tanto amata Pauline. Lucas Belvaux parte da una
narrazione chiara, senza filtri, per raccontare un paese in balia di
politicanti interessati al proprio interesse; che sfruttano le armi del
populismo facile per prendere il controllo di una comunità allo sbando e
piegare uno dei suoi pilastri. Il cammino di Pauline, da avulsa alla politica a
leader della lotta contro i "non-francesi, è reso con grande convizione
dall'interpretazione di Émilie Dequenne. A casa nostra - Chez nous in Francia
ha fatto scalpore e ha indignato i politici, direttamente interressati dalla
denuncia portata avanti da Lucas Belvaux. Un film che fa riflettere e che
scoperchia alcuni meccanismi del potere, mostrandone gli aspetti più gretti e allo
stesso tempo micidiali sulla popolazione, e che invita al distacco da posizioni
estreme e dalle ombre dei fantasmi più terribili dell’Europa.
domenica 19 luglio 2026
lunedì 13 luglio 2026
Szabadesés (Free Fall) - György Pálfi
una vecchietta cade dal tetto di un palazzo, ma non muore.
è l'occasione di vedere cosa succede, risalendo, piano dopo piano, quello che succede in sette appartamenti.
e vede cose che forse non capisce, e anche noi vediamo cose mai viste prime, assurde e grottesche.
come un film a episodi, alcuni belli, altri bellissimi.
un bel film, György Pálfi è una garanzia.
buona (piano dopo piano) visione - Ismaele
L'ultimo film di György Pálfi, Free Fall [+], può essere descritto come la dimostrazione di un potente stile visivo insaporito da elementi grotteschi, surrealismo e assurdo. Proposto questa settimana al CinEast Festival e all'Hungarian Film Week, Free Fall narra la storia di un'anziana stanca della sua miserevole vita, che prende le sue cose e la carta di credito e salta giù dal tetto del suo edificio. Ma, in un colpo di scena umoristico, la donna sopravvive e per miracolo e deve scalare nuovamente le scale. Mentre torna su, attraversa i vari appartamenti dell'edificio, e lo spettatore viene introdotto nei piccoli mondi chiusi in questi appartamenti, ognuno con una storia più incredibile dell'altra – un guru spinge giù l'allievo che sta levitando, accusandolo di vanità, una fidanzata trofeo si mescola in un party elegante completamente nuda, una coppia maniaca dell'igiene fa sesso attraverso la plastica per evitare il contatto fisico, una sitcom coreana su uno strano triangolo, una donna che vuole il figlio torni dentro di lei e, in ultimo, un ragazzo che sembra l'unico a vedere un enorme toro nell'appartamento.
Nonostante la rappresentazione di generi diversi (dallo sci-fi al realismo socialista), tutte le storie che l'anziana conosce mentre torna sul tetto condividono un comune senso dell'umorismo nero e dell'assurdo. Il forte surrealismo delle storie rende possibile l'interpretazione in infiniti modi, ma sono tutti accattivanti abbastanza da mantenere il pubblico attento e interessato per tutto il film. Lo stravagante stile di regia di Pálfi è completato dalla musica elettronica e futuristica di Amon Tobin, che fa sentire allo spettatore sin dall'inizio che sta per accadere qualcosa di strano.
Free Fall è stato commissionato dal Jeonju Film Festival per il Jeonju Digital Project 2014, che presenta ogni anni tre corti ma ha lanciato in questa edizione tre lungometraggi. Sin dall'anteprima al Jeonju, Free Fall ha vinto vari premi, come quello al Miglior Regista e il Premio Speciale della Giuria al Karlovy Vary International Film Festival.
György
Pálfi not only never seems to make the same movie twice, each extremely
different, but many of them are also unlike any other movie out there. He went
from a subtle dialogue-free sound-based movie Hukkle, to extremely nasty
gross-outs in Taxidermia, then tried improvisation, then a movie built from
pieces of other movies... This movie is pure impossible absurdism and social
commentary. It consists of seven shorts intertwined, taking place in one
building. There's a sour, broken marriage where even suicide doesn't work,
breaking the laws of physics. There is an upper-class apartment where a party
is taking place where one or two individuals are completely naked and nobody
notices. A cliche-ridden yoga instructor gets annoyed when one of his students
shows mystical abilities. An extremely germaphobic couple take safe sex to
absurd levels and bug-killing to very fatal violent levels. A child is more
afraid of an invisible bull in the house than his father. A woman starts a
threesome relationship with two men in the same apartment which results in a
silly sitcom when the men fight. And finally, a woman goes to a gynecologist
for a special, extremely shocking procedure which, let's just say is the
opposite of an abortion.
…Con la sensibilità così tattile per le immagini che lo
caratterizza, György Pálfi muta di continuo il suo approccio narrativo: si va
da una sguaiata parodia delle sit-com televisive al tono futuristico, che
avvolge lo stralunato apologo di una coppia per cui le manie igieniste e
salutiste sono sfociate in una condotta di vita assurda. Il camaleontico autore
magiaro sa poi come rendere più ansiogeno l’effervescente materiale trattato,
appoggiandosi nei momenti giusti alle note ora disturbanti e ora ipnotiche
della colonna sonora, alla quale ha ottimamente lavorato Amon Tobin. Simili
sonorità si fondono bene con uno stile visivo personalissimo. E questo completa
il quadro di un oggetto filmico ancora una volta insolito, seducente, scabroso,
spiazzante, che non ci sorprende abbia vinto premi importanti al festival di
Karlovy Vary.
domenica 12 luglio 2026
sabato 11 luglio 2026
Il dimenticato che voleva essere immortale - Giampiero Frasca
Pochi, pochissimi lo hanno ricordato. Qualche post sparuto sui social che neanche frequento. Mubi ha inaugurato con tre film una rassegna in concomitanza. Pochissimo d’altro, ma lo scorso 2 luglio sono dieci anni che Michael Cimino non c’è più. In realtà nessuno lo ricorda perché Cimino non c’è da molti più anni: mal contati sono trenta. Cioé dal suo ultimo film, realizzato per grazia ricevuta, apprezzato dai nostalgici e poi sparito nel nulla, come molto di ciò che lo riguarda.
Un buco nero
ingiusto. Provate a
cercarlo sulla bibbia cinefila dell’IMDb: non è neanche la prima scelta. Prima
di lui compare un coglioncello di attore, celebre per qualche serie tv. Solo
perché omonimo. Anche l’algoritmo lo disdegna.
Adesso noi
non è che vogliamo restituirgli il maltolto. Non pisciamo mai così lungo e comunque
queste cose sono davvero stucchevoli. Almeno quanto ricordare, quando capita,
sempre le stesse due cazzo di cose: l’Oscar per Il cacciatore e
il fallimento epocale de I cancelli del cielo. Noi (non plurale
majestatis, sempre noi del blog) a Cimino siamo invece
riconoscenti. Come lo dovrebbero essere molti se la memoria del singolo
momento non avesse la sostanza labile delle infatuazioni che si susseguono.
Quindi,
nessuna rivalutazione postuma, anche perché cui prodest? A noi no di certo, che
in qualche modo lo conosciamo bene. A voi ve ne fotte come a tutti gli altri,
per cui neanche. Al giornalismo che scrive solo in funzione del mercato ancora
meno perché al mercato interessava zero. Figurati adesso. Anche perché mercato
e Cimino, tanto per chiudere il tutto con un’inconfutabile tautologia, sono
stati un ossimoro triste e indissolubile per gran parte della sua sconfortante
carriera.
Lo facciamo
per noi. Per cui non staremo qua a cercare eroicamente di convincervi che
Cimino non è stato solo Oscar e fallimento, ambizione verso l’assoluto e
megalomania, come potreste aver letto nei coccodrilli fotocopia che quando morì
si accorsero quasi con sorpresa che fosse ancora vivo (e che comunque
ringraziamo: perché sono stati la molla per riprendere un progetto interrotto e
portarlo a compimento).
Noi sappiamo
che Cimino è stato ben altro. È stato colui che ha cercato di
preservare una forma classica in una modernità spesso solo propagandata ma per
larghi tratti ancora più conservatrice di quanto imputassero a lui. Ha avuto il
senso dell’immensità dello spazio come forse solo John Ford e David Lean, a cui
guardava con sincera ammirazione. Ha mostrato una cultura vastissima nelle sue
storie che i suoi denigratori per primi non erano in grado di decrittare e stroncavano
per manifesta (e mai ammessa) difficoltà di comprensione. Quelle storie le
amava, erano parte di lui: sarebbe bastato ascoltare con che passione le
raccontava a parole, avvolgendole, accarezzandole, perorandone la causa a
chiunque fosse stato disposto ad ascoltarle. Forte della sua formazione da
architetto, quelle stesse storie le costruiva geometricamente, infarcendole di
figure, simboli, strutture che esplicitavano il senso globale con naturalezza,
senza forzare in nessun modo la messa in scena. Aveva una capacità di
costruzione elisabettiana del dramma, così come tutta shakespeariana era la
presenza a specchio dei suoi personaggi, l’uno che si completava e annullava
sempre osmoticamente nell’altro. Aveva poi, infine, l’arte di legare
magnificamente immagini e musica a commento, per un connubio devastante sul
piano emotivo: ancora oggi, pur dopo visioni ripetute e ripetute e ripetute, ci
sono scene in cui comincio automaticamente a piangere. E solo per l’accuratezza
della regia, per la scelta opportuna di un movimento di macchina, per un gesto
apparentemente banale dei personaggi e che invece racchiudeva il loro senso di
profonda inadeguatezza riguardo alla loro esistenza.
Per tutti quei rari, rarissimi momenti in cui il cinema mi emoziona ancora.
Quindi, non
perdiamo altro tempo: per non volervi tirare dalla nostra parte ho impiegato
già troppe energie e voi sprecato fin troppa attenzione. Vi lasciamo con un
seguito. Da vedere. Da gustare. Un campionario di alcune delle sue immagini
migliori, prese dai fotogrammi dei suoi film.
Un museo, di fatto. Una mostra della sua grandezza dimenticata, che
ambiva all’immortalità e invece si è ritrovata ad essere ricordata solo su
questo blog.
Che beffa.