venerdì 25 settembre 2026

I figli della scimmia - Tommaso Landucci

un padre, Dario, con un figlio disabile, Enrico, ha un nipote, Giacomo, che tratta come un figlio.

e poi perde il senso della realtà, Giacomo diventa il figlio che avrebbe voluto avere.

il film lascia intendere tutto, ma tocca a chi guarda saper capire.

Dario è un ottimo Riccardo Scamarcio, in una delle sue migliori interpretazioni, non parla molto, ma dice tutto. 

il film finisce come è cominciato, in mezzo succedono tante piccole grandi cose che cambiano la vita.

un film da non trascurare, purtroppo solo in un centinaio di sale, non ci sono supereroi, solo eroi normali.

buona (sorprendente) visione - Ismaele


 

Commento del regista

Il titolo di questo film trae ispirazione da una fiaba di Esopo: la storia di una scimmia che aveva due cuccioli ma amava e nutriva soltanto il preferito, trascurando l’altro. A differenza della fiaba, però, qui si parla di un genitore chiamato a dividersi fra due “figli”: quello reale e quello ideale. È il racconto di un conflitto intimo, inevitabile, che mette continuamente in discussione il fragile equilibrio fra generosità ed egoismo, amore e desiderio, accettazione e rimpianto. C’è un tabù, un “impossibile da dire”, che mi ha affascinato perché riguarda l’esperienza più profonda e intima della genitorialità: nessun padre e nessuna madre desidera avere un figlio con una disabilità. Questo non mette in discussione l’amore che i genitori di persone con disabilità provano per i propri figli, ma, seppure un figlio stravolga la vita a prescindere, nel loro caso l’esistenza prende una direzione alla quale nessuno può essere preparato.
Parlando con alcuni di loro, mi ha colpito scoprire che spesso, prima del dolore per un figlio nato con una disabilità, arriva quello di una perdita: il lutto per “l’altro figlio”, quello immaginato e atteso durante la gravidanza, al quale devono dire addio prima ancora di averlo incontrato. E allora mi sono chiesto: cosa accade a un padre se poi quel figlio compare? Se si trova improvvisamente davanti al figlio che aveva sempre immaginato e desiderato avere?

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…Il personaggio di Scamarcio è attraversato da una contraddizione che non viene mai semplificata: ama il proprio figlio, se ne prende cura e gli è profondamente legato, ma contemporaneamente subisce il fascino di ciò che il nipote rappresenta. Una possibilità diversa, forse più vicina a quella che aveva immaginato per sé e per la propria famiglia. Il film trova la sua dimensione più dolorosa proprio nel momento in cui queste due realtà finiscono per convivere.

Scamarcio sostiene con grande intensità il peso emotivo del film, evitando di trasformare Dario in una figura monolitica. Il suo è un personaggio che spesso comunica più attraverso ciò che trattiene che attraverso ciò che dice. Accanto a lui, Fausto Russo Alesi costruisce una presenza altrettanto significativa: il suo personaggio, oltre a essere il fratello di Dario, diventa una sorta di termine di paragone attraverso cui affiorano tensioni, gelosie e dinamiche irrisolte all’interno della famiglia.

Molto convincente anche Andrea Aggio nei panni del nipote, un adolescente che non viene mai ridotto allo stereotipo del ragazzo problematico o ribelle. La sua inconsapevolezza rispetto al ruolo che Dario gli attribuisce rende ancora più dolorosa la situazione: il ragazzo si trova al centro di una dinamica emotiva che non ha scelto e che non comprende fino in fondo.

Lidiya Liberman e Cristina Odasso completano un cast capace di lavorare soprattutto per sottrazione. I loro personaggi non vengono utilizzati come semplici strumenti per alimentare il conflitto, ma contribuiscono a restituire la complessità di un ambiente familiare nel quale ogni scelta produce conseguenze sugli altri. Anche nelle figure apparentemente laterali, Landucci dimostra una particolare attenzione alla costruzione psicologica…

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…Uno dei principali meriti dell’opera è il modo in cui affronta la disabilità fisica e cognitiva. Nel cinema contemporaneo questo tema viene spesso piegato a due estremi opposti: la spettacolarizzazione del dolore oppure l’edulcorazione della realtà. I figli della scimmia evita entrambe le strade. La condizione del figlio di Dario non diventa mai il centro assoluto della narrazione. È una presenza concreta, quotidiana, parte integrante della vita familiare.

Landucci dimostra una sensibilità notevole nell’osservare la normalità di una situazione che richiede attenzioni straordinarie. I piccoli gesti, le routine, le rinunce e gli affetti vengono raccontati con naturalezza, senza bisogno di sottolineature. È forse qui che si avverte il motivo per cui il film abbia conquistato il Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura dopo un percorso iniziato con la vittoria del Premio Solinas. La scrittura non cerca la frase ad effetto ma la credibilità dei comportamenti…

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…Uno dei meriti maggiori del film è il modo in cui affronta la disabilità senza trasformarla in un semplice dispositivo narrativo finalizzato a commuovere lo spettatore. La quotidianità di Dario ed Enrico è fatta soprattutto di gesti concreti: lavarlo, prepararlo, accompagnarlo, occuparsi delle sue necessità e affrontare le conseguenze di una condizione che può modificarsi senza offrire certezze.
Il discorso sulla possibile
PEG, legato alle difficoltà di Enrico nel deglutire, introduce una dimensione medica che non viene sfruttata per costruire artificialmente il dramma. Al contrario, serve a mostrare quanto la vita della famiglia sia continuamente condizionata da decisioni sulle quali non esistono risposte semplici. Il futuro può peggiorare, oppure rimanere invariato, e l’incertezza diventa una componente permanente dell’esistenza.
Landucci è particolarmente efficace quando mette questa realtà in contrasto con i momenti di leggerezza vissuti da Dario e Giacomo. La gara di trial, la moto, gli stivali, le conversazioni e il rapporto quasi cameratesco tra zio e nipote costruiscono una dimensione parallela nella quale Dario può semplicemente essere un adulto insieme a un adolescente, senza che ogni gesto debba necessariamente passare attraverso una necessità assistenziale. La cura è amore, ma è anche responsabilità; è una scelta affettiva, ma anche un obbligo quotidiano dal quale non ci si può sottrarre. Il film non giudica Dario per questa ambivalenza. Al contrario, prova a renderla comprensibile. Ed è probabilmente proprio questa sospensione del giudizio il suo approccio più maturo…

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…I figli della scimmia riesce a catturare con precisione uno stato d’animo fatto di rabbia e insoddisfazione. E lo mostra sottilmente, senza ribadirlo, senza insistere. Lo mostra, quasi paradossalmente, nella sua assenza. E, in questo senso, torna a essere fondamentale l’interpretazione di Scamarcio, che a Venezia, nella sezione Orizzonti, ha vinto il premio come Miglior attore. La regia di Landucci, che è al suo primo lungometraggio di finzione, è matura e consapevole; sa gestire perfettamente il tema del racconto. Per certi versi, I figli della scimmia non sembra nemmeno un esordio. È privo di incertezze, di sbavature e di approssimazioni stilistiche. Il merito è indubbiamente di Landucci, ma è anche della scrittura, firmata a quattro mani con Damiano Femfert e premiata sempre a Venezia, nella sezione Orizzonti, con il riconoscimento per la Migliore sceneggiatura. 

I figli della scimmia si muove in uno spazio e in un tempo precisi, a loro modo familiari: siamo al Nord, nel torinese; i colori sono grigi, a volte immersi nella luce, decisamente invernali. Il lavoro è una costante, non una cornice. Ed è un dettaglio che dà uno spessore ulteriore ai personaggi. Il cast, in questo film, è perfetto. Non ci sono ruoli più o meno secondari. Ogni attore, a modo suo, contribuisce alla costruzione di questa dimensione concreta, densa, fatta di realtà e realismo. A parte Scamarcio, Aggio, Russo Alesi e Naldini, vanno citati anche Lidiya Liberman, Cristina Odasso e Luigi Diberti. Landucci vuole fotografare la famiglia, sia per come appare che per le sue contraddizioni, e ci riesce...

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giovedì 24 settembre 2026

il colonialismo del cinema a stelle e strisce

oggi 24 settembre 2026 entro sul sito di mymovies, e cerco i film in programmazione a Cagliari.

per ogni film mymovies segnala le sale che proiettano quel film in tutt'Italia.


ho fatto due conti e il cinema targato USA è in 2303 sale, quello italiano in 377 sale (di cui 273 per il film Ultimo), il resto del mondo (due film) in 121 sale.


la quota di occupazione Usa sul totale supera l'80%, togliendo Ultimo (che è un evento a parte) la quota di occupazione Usa sul totale arriva al 90%.

se questo non è colonialismo (o peggio)...


Class Trip - Jonatan Etzler

 

mercoledì 23 settembre 2026

ricordo di Patricio Guzmán


QUI si può vedere Il primo anno

 

QUI  si può vedere Mi pais imaginario

 

 



due film nel blog:




Bara en mor (Solo una madre) - Alf Sjöberg

nella Svezia poverissime degli operai e operaie agricole una storia di poverissimi che cercano di sopravvivere, protagonista una donna, Maria (interpretata da una bravissima Eva Dahlbeck) che sta al fondo della scala sociale, che lotta per sè e per i suoi figli.

un film che colpisce, in un storia svedese universale, tutti la possono capire.

buona (materna) visione - Ismaele 


QUI si può vedere il film



…Magnífica película de Alf Sjöberg, que yo no conocía, dura, directa, sin contemplaciones y en muchos momentos estremecedora, sobrecogedora la escena de la ordeñadora mayor quejándose del ordeño y que no puede evitar el continuo movimiento del brazo. Excelente la interpretación de Eva Dahlbeck y Ragnar Falck. En un pequeño papel el gran Max von Sydow que se esrenaba en la gran pantalla. Adecuada y bonita música de Dag Wirén y excelente fotografía en B/N de Martin Bodin. Imprescindible ver y disfrutar de buen cine.

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domenica 20 settembre 2026

Elvira Madigan - Bo Widerberg

una storia d'amore, irregolare, ribelle, poverissimo.

in una Svezia di campagna, un soldato, che diserta per amore, e un'artita da circo si amano, contro tutto e tutti.

musiche di un giovane di ottime speranze,che si chiama Mozart, una fotografia splendida, una storia di amore senza limiti, per sempre.

un film da non perdere.

buona (innamorata) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo, sottotitolato in inglese

 

 

…Low budget per un film di grande impatto visivo (“Newsweek” lo ha definito il film più bello mai fatto) e immediatamente riconoscibile per il commento musicale, affidato al Concerto No. 21 per pianoforte di Mozart che oggi è conosciuto da tutti come il “Tema di Elvira Madigan” (titolo riconosciuto dopo il film e quindi non riconducibile a Mozart). La storia raccontata dal film è una storia vera. Nel 1888 la sedicenne artista e funambolo Elvira Madigan (il suo vero nome era Hedvig Olsen), che si esibiva per il Madigan Circo, incontrò e si innamorò del tenente conte Sixten Sparre, già sposato e con due figli. Dopo uno scambio di lettere appassionate seguite dai tentativi della madre e del patrigno di dissuaderla dall’impegno in quell’amore scandaloso e impossibile, nel 1889, Sixten ed Elvira scappano e riparano in una casa di campagna in Danimarca, dove vivranno fino alla fine dei loro soldi. Da quel momento in poi la situazione precipita e la famiglia di Sixten si rifiuta di aiutarlo, anche perché lui era ricercato per diserzione. Il 20 luglio 1889, la coppia prepara un cesto per un picnic ed esce per una gita a Nørreskov. Lì, dopo un ultimo pasto, Sixten uccide Elvira con la sua pistola di servizio e poi si suicida. La storia, raccontata anche da una celebre ballata, è la sinossi del film…

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…La ricerca di realismo permea ogni aspetto delle sue opere e raggiunge l’apice in Elvira Madigan (1967), girato con una piccolissima troupe in Svezia e in Danimarca, evitando i teatri di posa, prediligendo la luce naturale e girando spesso senza una sceneggiatura precisa, con un canovaccio affidato agli attori, che diventarono complici e, nel caso di Thommy Berggren che condivideva in pieno l’idea politica di cinema di Widerberg, quasi coautori.

Ispirato a una storia vera svoltasi nell’estate del 1889, molto nota in Svezia e soggetto di una popolare ballata, il film racconta l’unico e ultimo mese felice dell’amore tra il sottotenente dell’esercito svedese conte Sixten Sparre, sposato e con due figli, e l’equilibrista circense Elvira Madigan (interpretati da Thommy Berggren e Pia Degermark, premiata a Cannes come miglior attrice).

Al momento della sua uscita, Elvira Madigan fu molto lodato dalla critica per i suoi valori formali (“Newsweek” lo definì il film più bello mai girato); a un uso felicissimo di Mozart e Vivaldi nella colonna sonora si accompagna infatti la bellezza smagliante della campagna danese fotografata con un occhio da pittore impressionista. Invece l’estremismo romantico della storia, per di più in costume, conquistò il pubblico ma lasciò sconcertati i critici per il suo essere apparentemente fuori tempo, più una vicenda da melodramma che da film contemporaneo: basti ricordare che il 1967 è anche l’anno di Blow up, Il laureato, Bella di giorno, Indovina chi viene a cena, La cinese e La Cina è vicina. Addirittura Widerberg fu rimproverato per aver abbandonato le tematiche legate all’impegno politico-sociale che avevano caratterizzato i suoi film precedenti, cedendo a un apparente disimpegno. In realtà il film, rivisto oggi, rientra pienamente nel clima pre-sessantottino ed esprime una carica eversiva radicale che riesce a essere ancora bruciante e meno datata dei film citati. L’ambientazione contemporanea di questi ultimi, infatti, permette di leggervi già le contraddizioni che decretarono il fallimento del Sessantotto e che ne limitarono l’eredità principalmente alla modernizzazione post-borghese dei costumi. A voler essere molto sintetici, della formula “desiderio dissidente” ci è rimasto oggi un desiderio liberato ma completamente svuotato della sua carica dissidente, essendo ormai perfettamente inserito nelle logiche della società dei consumi…

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Somewhere in these pages today there is doubtless an advertisement describing “Elvira Madigan” as the most beautiful film ever made. That has been the New York critical line, expressed in turn by the New York Times, Newsweek and the New Yorker. I think it does an injustice to Bo Widerberg’s great film.

“Elvira Madigan” is indeed remarkably beautiful, Almost every frame would make a painting, and yet the film is alive and cinematic, not simply photographs of pretty pictures. Widerberg composes his shots of muted colors — usually white yellow and green — and of the remarkably attractive faces of his stars, Pia Degermark and Thommy Berggren…

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…Con una splendida fotografia, Widerberg (1930-1997) ci racconta una storia romantica e senza speranza, ambientata in un mondo formale e perbenista che non concede alle persone “…una seconda vita”, metafora di quel movimento che infiammerà l’Europa e il resto del mondo avendo il suo apice nel famigerato ’68.

A rendere ancora più struggente la pellicola è la sublime colonna sonora incentrata sul Concerto per pianoforte e orchestra n.21 K467 di Wolfgang Amadeus Mozart che contribuirà a rendere la pellicola immortale. La Degermark vince il premio come miglior attrice al Festival di Cannes.

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