martedì 24 marzo 2026

Flora and Son - John Carney

protagonista massimo dei film di John Carney è sempre la musica, sopratutto la chitarra.

e tutti i protagonisti umani sono al servizio della musica.

è come se il regista girasse sempre lo stesso film, con variazioni sul tema.

anche qui ne esce un film non male, anche se è non è dei suoi migliori.

buona (musicale e dublinese) visione - Ismaele

 

  

Eve Hewson sorprende per l'interpretazione sincera e credibile di Flora, una protagonista che per una volta non insegue l'american dream di chi deve esaudire desideri di grandezza, ma nella sua umiltà crede comunque di meritare qualcosa in più di quel che le è toccato in sorte. Un matrimonio fallito, un figlio che pare più un fratello minore, difficile e ribelle, cleptomane e autolesionista. I ceppi che trattengono Flora nella prigione della sua vita sembrano troppo spessi da svellere per chiunque, ammesso che questo chiunque esista o si prenda la briga di farlo.

Ma c'è sempre la musica, ci ricorda John Carney, inguaribile ottimista che non smette di credere fermamente nel potere degli accordi di una chitarra, taumaturgico strumento di dannazione o redenzione. Nella scena di gran lunga più intensa e meglio girata del film, il maestro di chitarra assegna un compito a Flora, che consiste nell'ascolto di un'esibizione di Joni Mitchell facilmente reperibile su YouTube. Flora sembra poco interessata, la lascia in sottofondo mentre lava i piatti. Poi capisce che in quelle strofe piene di dolore e consapevolezza si nasconde l'universalità di un messaggio destinato a tutti, in grado di far vibrare all'unisono le corde interiori di ricchi e poveri, privilegiati e svantaggiati.

Una voce e una chitarra possono questo, sollevare il mondo e fermarlo per qualche minuto. Nel suo piccolo, nella sua dimensione di consapevole semplicità, anche Flora and Son può infondere un po' di speranza, divertendo e coinvolgendo durante il cammino.

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C’è tanta (presunta) verità in Flora and Son ma invece si sente puzza di bruciato, anche dal semplice piano di Flora con la testa appoggiata sul finestrino del bus. Così come appaiono forzati gli incontri dal vivo con i due protagonisti. Sono visioni, desideri, sogni. Sulla carta anche bellissimi, ma non ci si crede. Anzi, sbagliato, non si riesce a volerci credere. Forse la colpa è anche della scarsa intesa tra i due protagonisti. Eve Hewson spesso col volto imbronciato che quando si commuove sembra fare uno sforzo enorme, Joseph Gordon-Levitt si impigrisce in quella stanza a Los Angeles da cui non vuole più uscire. C’è solo Joni Mitchell. Da quel suo video tutto poteva cambiare. E invece non è successo.

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lunedì 23 marzo 2026

La torta del presidente - Hasan Hadi

ispirandosi alla lezione del cinema neorealista e del grande cinema iraniano (Kiarostami, Panahi e Majid Majidi, per esempio), Hasan Hadi gira un'opera prima davvero potente.

in un Iraq sotto sanzioni degli stati canaglia (Usa, Israele e paesi Nato, sempre gli stessi) la povera gente cerca di sopravvivere.

il film mostra le vicissitudini di Lamia (col suo gallo), Saeed e Bibi, alle prese con problemi insolubili, per i poveri. 

Lamia "vince" l'onore e sopratutto l'onere di preparare una torta per il suo maestro, un compito quasi impossibile, Ercole avrebbe avuto  difficoltà insormontabili, ma Lamia è un'eroina, contro tutti e tutto.

e per fortuna c'è uno straordinario portalettere.

un piccolo grande film, da non perdere.

buona (dolceamara) visione - Ismaele



questa straordinaria capacità di saper mostrare la violenza e la dolcezza di protagonisti e comprimari vari, mostri di feroce adattamento ai dettami dittatoriali come il maestro o nonne compassionevoli come Bibi che è disposta a dare in affidamento l’amata nipote per toglierla dal futuro di povertà che le toccherebbe, ad elevare l’esordio del regista iracheno dalla fiaba sociale – genere che fornisce comunque l’intera struttura della sceneggiatura con l’unico passaggio a vuoto del film, ovvero il classico momento di crisi tra i due co-protagonisti che qui appare troppo posticcio – verso un cinema più poetico e allo stesso tempo piacevolmente leggibile nella sua denuncia. Il paese guidato con polso di ferro da Saddam Hussein sconta infatti sulla propria carne viva le conseguenze dell’isolameno internazionale, tra un’inflazione galoppante che rende la corruzione un grasso necessario a tutti i livelli per oliare i gangli dell’amministrazione o della semplice vita civile e le conseguenze sulla popolazione della prima campagna di bombardamenti U.S.A….

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La torta del presidente è anche la dimostrazione che il particolare, quando sincero e sentito, ha risonanza universale: per quanto fuori dalle rotte conosciute, comprese quelle del cinema, l'Iraq di Lamia, Saeed e Bibi è quello sempre riconoscibile del cinema neorealista, con il teatro a cielo aperto delle strade (qui anche del fiume, che dà luogo alle sequenze più suggestive), l'uso di attori non professionisti, la verità della luce naturale; un luogo a suo modo ancestrale e archetipico, non a caso collocato nel Sud del paese, alla confluenza del Tigri e dell'Eufrate.

Ma ciò che conta di più è la visione del regista, incarnata dalla giovanissima protagonista, della vita in quel luogo e in quel tempo (ricostruito nell'aspetto e nell'atmosfera) come di una continua peripezia, un cammino scandito da un imprevisto dopo l'altro, che, nell'accezione aristotelica, forma e trasforma. Come i bambini delle fiabe classiche, Lamia cammina e cammina alla ricerca di zucchero, uova e farina, e intanto conosce il peggio e il meglio del genere umano, e si forma e trasforma, costretta a crescere in fretta, come ci racconta l'immagine, tenera e straziante, di lei col bastone (simbolo anche felice, nonostante tutto, di una preziosa eredità).
In un'epoca in cui tanti cineasti, anche espertissimi, sentono il bisogno di spiegare ogni cosa, forse poco fiduciosi delle capacità intellettive del loro pubblico, Hasan Hadi, nel suo debutto, non aggiunge una parola di troppo e lascia invece che siano le immagini a fare il racconto e gli spettatori e formulare le loro considerazioni. Un'immagine in particolare, quella di Saddam Hussein, è ovunque nel film - muri, scuole, manifesti, statue-, quasi un santo protettore, eppure il paese è abbandonato a se stesso e, a proteggere Lamia e la gente come lei, non c'è nessuno.

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Hasan Hadi mostra una maturità inconsueta per un’opera prima, perché non usa mai la bellezza come compensazione estetica del trauma, né la miseria come certificato di autenticità. La forma resta sensibile, mobile, porosa, ma non tradisce mai la durezza materiale delle cose; semmai la rende ancora più dolorosa, proprio perché si rifiuta di ridurre quel mondo a semplice fondale della sofferenza. Anche il paesaggio sonoro, dominato dalle corde del liuto arabo, contribuisce a questa qualità insieme lirica e inquieta, perché non accompagna semplicemente il racconto, ma lo avvolge, lo rende permeabile, lasciando che il mondo sensibile continui a respirare anche mentre il potere tenta di soffocarlo. In fondo, la forma del film trova la propria misura proprio in questa tensione: Hasan Hadi l’ha pensato come una sorta di favola pervasa di realismo naturalistico, e la definizione è tanto più felice quanto più il racconto evita sia l’astrazione simbolica sia il naturalismo greve. La torta, il gallo, il viaggio, gli incontri, perfino certi scarti solo apparentemente lievi del percorso non alleggeriscono il dolore: gli danno una cadenza obliqua, lo fanno passare attraverso il tremore instabile dell’infanzia invece che attraverso la rigidità della denuncia…

Hadi realizza un’opera prima di rara compattezza, capace di tenere insieme precisione storica, finezza sensibile e dolore politico, e soprattutto di restituire all’infanzia non un valore simbolico astratto, ma la sua concreta, vulnerabile esposizione al male del mondo.

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Con un occhio al grande Abbas Kiarostami ma anche e forse soprattutto al Neorealismo di casa nostra, Hasan Hadi segue e pedina, stazione per stazione, le varie avventure dei due piccoli protagonisti, le loro liti, il pennuto che compare, scompare e ricompare, le soste ai posti di polizia, la prigione, il minareto, per non parlare poi di squallidissime, losche persone che si vogliono approfittare dell’ingenuità di Lamia.

A parte forse qualche lungaggine al centro con un leggero calo dell’intensa tensione narrativa generale, La torta del Presidente è un piccolo grande film  (per altro interpretato dai bravissimi protagonisti) in cui, con sovrana leggerezza e, a tratti, con sotterraneo umorismo, si narra, senza mai cadere nella farsa, la storia di un inconsueta avventura giovanile. In essa si mischiano impegno e devozione che vanno a confondersi con il sogno e la speranza, a partire da un complesso background storico-sociale nel quale ogni parola o gesto potrebbero pesare negativamente e ogni piccola azione portare a delle conseguenze imprevedibili. Da segnalare poi, in modo molto positivo e grazie alla fotografia del rumeno Tudor Vladimir Panduru (ha lavorato, tra l’altro, con autori del calibro di Cristian Mungiu Cristi Puiu), la qualità della resa visuale dell’ambientazione, soprattutto quella iniziale nella zona degli acquitrini particolarmente affascinante – Hasan Hadi ci ha tenuto a girare il film nel suo paese e in alcuni luoghi reali della storia. Ci sembra che abbia fatto benissimo.

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sabato 21 marzo 2026

D’istruzione pubblica - Federico Greco e Mirko Melchiorre

Il film racconta una storia, quella della scuola italiana degli ultimi 30 anni, almeno.

Molti modi erano possibili, gli autori hanno scelto di fare un film, nel quale viene osservata una scuola elementare di Torino, bambine e bambini (seguendo la lezione di Laurent Cantet nel suo grande film La classe), insegnanti e il preside, un preside d’altri tempi, e vengono inseriti interventi e commenti di molte persone, studiosi e insegnanti (Miguel Benasayag, per esempio) e documenti storici sulla scuola a partire dagli anni sessanta (con filmati dell’AAMOD).

È chiaro che in un film non ci può stare tutto. per affrontare i mille aspetti della storia della scuola italiana ci vorrebbe una serie, magari con diverse stagioni.

Si chiede Federico Greco (presente alla proiezione) come abbiamo potuto subire il lavaggio dei cervelli che ha fatto scientificamente il neoliberismo vincente (lo stiamo continuando a subire, senza sosta), cita Gramsci (pure lo cita Benasayag, entrambi esercitano il pessimismo della ragione, ma anche l'ottimismo della volontà).

e poi Federico Greco loda, senza se e senza ma, il film che ha vinto il premio Oscar 2026, "Una battaglia dopo l’altra" di P. T. Anderson (ascolta le opinioni di Federico Greco sul film con Benicio del Toro qui.


cercate D’istruzione pubblica, un film che merita.

purtroppo non si può vedere al cinema nelle solite programmazioni, bisogna intercettarlo, su openddb.it (qui) appaiono luoghi e date delle prossime proiezioni.
buona (scolastica) visione - Ismaele

ps: si è iniziato a trasformare i partiti di sinistra in partiti di destra, con la piena accettazione e sostegno dei loro dirigenti (qualcuno dice che il sistema politico Usa è come un’aquila con due ali, entrambe destre, così è oggi il sistema politico italiano), ingannando, ma non troppo, gli elettori, sempre meno, che pensano, illusi, di votare per un partito di sinistra.

Un capitolo a parte sono i sindacati (non di base), che si dicono maggiormente rappresentativi, la Cgil e la  Cisl, per esempio.

Da molti anni fingono di difendere i lavoratori, in realtà difendono i datori di lavoro (o padroni), sono la cinghia di trasmissione della dittatura neoliberista, hanno convinto i lavoratori che non c’è nessuna alternativa (Margaret Thatcher docet).

Dice Stendhal: Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi. I sindacati, da un bel po’, convincono che gli interessi dei datori di lavoro sono gli stessi dei lavoratori.

E poi, come fanno i sindacati a difendere i lavoratori se distruggono il sistema di welfare costruito faticosamente dagli anni sessanta agli anni ottanta (i 30 anni gloriosi per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, e di tutti).

I sindacati maggiormente rappresentativi, e comunque quelli che firmano i contratti collettivi di lavoro, spingono in tutti i modi, vergognosamente, anche con il silenzio assenso, per la previdenza integrativa (leggi qui) e la copertura assicurativa integrativa delle spese sanitarie del personale della Scuola (leggi qui)

 

Il nemico - Bertold Brecht

Al momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

da qui

 

 

Da anni Lorenzo Varaldo è dirigente scolastico dell’Istituto Sibilla Aleramo di Torino, che comprende elementari e medie. Ma lui preferisce essere chiamato “preside”, o meglio: “direttore didattico”. In questa scelta, apparentemente banale, c’è invece un’idea precisa ed estremamente consapevole di mondo e di lotta. La lotta per impedire la distruzione dell’istruzione pubblica, la sua aziendalizzazione, che Lorenzo vede attuarsi da ormai quarant’anni.

Una distruzione che viene da molto lontano, come spiegano docenti, filosofi ed esperti italiani e internazionali: dagli Stati Uniti di fine Ottocento, passando per l’Unione europea degli anni ’90 e infine dalle riforme della scuola a partire da quella dell’autonomia di Bassanini e Berlinguer.

da qui

 

Il film si svolge su tre piani, intrecciati fra loro: 1)la vicenda di un anno scolastico nelle aule dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, il cui preside Lorenzo Varaldo è stato promotore del Manifesto dei 500; 2) le sequenze animate a cura di  Costantino Rover; 3) le brevi interviste a studiosi fra cui il belga Nico Hirtt, fondatore di APED (Appello per una scuola democratica), Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino,  Lucio Russo, l’autorevole fisico e storico della scienza da poco scomparso. 

Il montaggio delle sequenze dei tre piani del film fornisce al pubblico sia l’immagine concreta dello scontro fra una scuola resistente e le ricette tecnopedagogiche dominanti che  una sintetica storia del processo egemonico a cui è imputata la distruzione della scuola democratica: il nuovo paradigma ha origine negli anni Ottanta su spinta del mondo industriale anglosassone,  e a inizio millennio, quando viene adottato su larga scala dall’’OCSE e dall’ Unione Europea come dispositivo educativo “raccomandato” a tutti i paesi membri. In Italia, la responsabilità maggiore nel dar credito e consenso a questa operazione è della sinistra liberal di specie blairiana che, liquidata la tradizione anticapitalista, dalla fine degli anni Novanta in poi (con Luigi Berlinguer e con l’autonomia scolastica) si è fatta portavoce della “modernizzazione”.  Le “riforme” e le parole d’ordine della destra negli anni berlusconiani hanno semplicemente proseguito e volgarizzato l’aziendalismo soggiacente alle linee precedenti (le “tre i”, Impresa, Internet, Inglese su cui, secondo Berlusconi, doveva basarsi la “patente” che la scuola avrebbe fornito agli studenti). 

Questa convergenza “bipartisan” è sintetizzata e semplificata nel film dagli inserti animati in cui le figurine di Berlinguer e Renzi, e quelle di Moratti, Gelmini e Berlusconi cavalcano con ilarità sardonica i missili nucleari diretti sul pianeta-scuola. Ci si può chiedere se l’immaginario da videogame anni Ottanta che questi inserti evocano sia sempre funzionale alla schiettezza dello smascheramento ideologico o se, viceversa, possa suscitare delle perplessità: specie quando, per irridere la boria dei pedagogisti e il loro strapotere rispetto alla scuola delle discipline, si riduce a una caricatura l’ Emilio di Rousseau. I mediocri pedagogisti o i tristi manager della politica attuale ben si prestano infatti ad essere ridotti a un meme, un grande filosofo del passato, per quanto abitato da un’idea educativa “romantica” e idealistica, certo no. 

Comunque, l’impianto provocatorio e didascalico di D’Istruzione Pubblica – come attestano le sale piene delle prime presentazioni e il dibattito acceso che sta suscitando – è uno strumento in grado di gettare un sasso nello stagno degli stereotipi e dei luoghi comuni e di riaprire una vera discussione politica sulla scuola aziendalizzata: oggi infatti le roboanti fanfaronate repressive di Valditara e dei suoi fratelli ben convivono con la retorica tecnocratica dell’orientamento  e delle competenze e con quella inclusiva della personalizzazione e della “centralità del discente”. Sostituita l’emergenza pandemica con  quella bellica, appare chiaro come il neoliberismo, dominante per un trentennio, abbia privato la scuola, l’università e la cultura degli anticorpi politico-culturali capaci di reagire al ritorno dell’autoritarismo e del fascismo…

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Splendido documentario. Veritiero. Controcorrente. Originale. Storicamente attendibile su temi fondamentali della vita di una nazione, come l’istruzione, dove mostra cose vere e fondamentali, sul suo peggioramento terribilmente nocivo.

Lo fa con il coraggio e la competenza di chi sa che alcune classi dirigenti attuali, quelle vincenti da noi da 40/50 anni, quelle neoliberiste, stanno facendo di tutto per distruggere la scuola pubblica: in modo da avere un elettorato più ignorante, e quindi più manipolabile.

Il livello degli interventi è molto alto: con il merito di prenderli non solo da vari professori universitari (come è lecito attendersi; ma non è facile trovarli indipendenti e onesti intellettualmente come qui); ma anche dai docenti della scuola italiana. Nessuno come questi ultimi, specie se di avanzata esperienza, ha il polso di certi cambiamenti.

Comunque il film di Greco e Melchiorre ha il merito di ricondurre i problemi esposti al grosso della loro genesi: l’interesse dei ricchissimi padroni delle multinazionali. Impressionante il riferimento alla riduzione della scuola alla terminologia e alla mentalità economica privata: dove il profitto e la competizione sono centrali. Ma ovviamente sono veleno, per la seria crescita individuale dei nostri minori. Del resto, tutto ciò rientra nell’inclusione fanatica di tutto l’immaginario all’interno della mentalità capitalistica…

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Con un montaggio serrato e fluido, nonostante la grande quantità di concetti e affermazioni, e l'inserimento di alcune animazioni lo-fi a contrasto con le interviste, in stile Guerre stellari, come la titolazione, gli autori sintetizzano un processo, apparentemente irreversibile, di "disarticolazione della scuola della Costituzione" (Marina Boscaino). Iniziato con la riforma Berlinguer, emanazione della "legge Bassanini" sull'autonomia della Pubblica Amministrazione, che ha di fatto costretto ogni istituto ad autoregolarsi, soprattutto economicamente, e proseguito con tagli di varia entità al Ministero dell'Istruzione, operati dai responsabili a venire.

La finalità del film è riportare l'attenzione dell'opinione pubblica, e quindi anche favorirne la mobilitazione, sul tema centrale dell'istruzione. Una realtà che coinvolge un milione di lavoratori e sette milioni di studenti. Ibrido di film d'inchiesta e osservazione sul campo, che non rinuncia a parentesi creative, D'istruzione pubblica, come i precedenti del duo registro, è il classico caso di "film-innesco" o da cineforum, nel senso di naturalmente destinato ad essere sviscerato e interpretato nei suoi passaggi da un pubblico che ha a cuore il progresso civile del Paese…

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mercoledì 18 marzo 2026

Olla - Ariane Labed

una ragazza dell'est arriva in una casa da un uomo, deve fare la moglie, la donna delle pulizie e della spesa e la badante della di lui madre, insomma deve dare la donna oggetto e la serva.

parlano lingue che non capiscono reciprocamente e...


il corto si può vedere QUI