In una città, dove è in atto la "guerriglia
urbana", un giovane ribelle, Claude, viene ucciso dalle squadre della
repressione, sotto gli occhi della sua ragazza, Marguerite. La responsabilità,
incolpevole, della sua fine è di un giovane, Richard, che, irretito da un abile
capo della polizia, ha fornito preziose informazioni. Per riscattarsi agli
occhi dei compagni, che lo sospettano di tradimento, li convince a compiere una
rischiosa azione terroristica. All'ultimo momento, però, colto dalla paura,
Richard se ne sta nascosto - in quello che doveva essere il suo giorno di
gloria - avvinghiato a Marguerite. Senza di loro, l'azione fallisce.
Ci si chiede perché questo film, che è evidentemente girato a
Roma, con bella mostra di alcuni degli angoli più facilmente riconoscibili
della città, sia, invece, ambientato a Parigi. La risposta è semplice: lo
sguardo del regista Edoardo Bruno è rivolto verso il capolavoro muto La
Nuova Babilonia che Grigorij Kozincev e Leonid Trauberg girarono nella
Russia del 1927. L'utopia della comune di Parigi, i discorsi sulla rivoluzione,
la necessità di ribellarsi ad una forma politica di repressione. Questo il punto
di partenza di Bruno per il suo film che racconta del giovane rivoluzionario
Richard e del suo piano che coinvolge alcuni compagni di lotta. L'eco
godardiana, però, è tangibile, soprattutto nella rarefazione del racconto,
stringato e asciugato, affidato a pochi dettagli che ritornano per raccontare
di un'utopia materialistta che si stringe attorno all'aspetto pubblico e
privato dei protagonisti. Il risultato è l'affresco ideale di un movimento di
liberazione destinato a fallire se non si annullano false e pesanti convinzioni
ideologiche. Mentre la struttura si fa sempre più astratta, le didascalie e le
parole pronunciate con atteggiamento declamatorio appaiono più che mai lucide
nella loro disarmante radicalità. "Andate al cinema per resistere"
oppure "Siamo contro gli inganni perché vogliamo la fantasia" bene
esprimono la tensione dialettica di un'opera che ha un respiro europeo e che
aspira a ralizzare un cinema capace di "sparare sul pubblico" per
spingerlo a smettere i panni dello spettatore passivo e invitarlo ad entrare
energicamente dentro il film. Degna di nota l'interpretazione di Philippe Leroy
(unico attore professionista, oltre a Carlo Cecchi) nei panni di un poliziotto
che cerca di corrompere il rivoluzionario più debole del gruppo. Per il resto
il film è interpretato da attori non professionisti, salvo una fugace
apparizione, nel prologo, di Pierre Clementi. Ma il prologo, come spiega Bruno
nell'intervista contenuta tra gli extra del dvd, è recuperato tra i rush
scartati di un film di Bernardo Bertolucci e aggiunto in fase di montaggio. Una
strategia per di grande effetto per giustificare l'assenza dell'attore francese
che avrebbe dovuto partecipare al film. Unico film diretto da Edoardo Bruno,
direttore della rivista "Filmcritica", La sua giornata di gloria
è stato invitato al festival di Berlino.
uno psicologo fuori dall'ordinario vuole aiutare uno scrittore che ha perso l'ispirazione, il film è qui, una sceneggiatura a orologeria, ma niente di speciale.
Ricardo Darín è il protagonista, e, come sempre, non sbaglia un colpo.
intrattiene per il tempo del film, nulla più.
buona (psicologica) visione - Ismaele
…La película resulta ser una comedia dramática, un
tanto negra, desde luego, entreverada de thriller o intriga, con un bien gradado
sentido del suspense, con alguna escena que incluye a cierto gato que consigue
suspender el ánimo del espectador, una escena resuelta con una pericia casi
hitchcockiana, a quien se le rinde algún que otro homenaje (hablar de La ventana indiscreta no sería ocioso) seguramente inevitable, dada la premisa de la historia
y su planteamiento. Hay un par de potentes giros argumentales que descolocan
sanamente al público, giros no previsibles (lo que tanto se agradece en estos
tiempos en los que todo se ve venir en los productos audiovisuales), giros que,
por supuesto, no deben desvelarse, y que son esenciales en el desarrollo del
film, el primero porque marca el devenir de la historia, el segundo porque
contribuye fundamentalmente a su desenlace.
Hay en la película una cierta crítica hacia
aquellos profesionales que, sin duda con la mejor voluntad, en psicoterapia,
pero también en cualquier otra actividad, se implican tanto en los problemas
que tienen que resolver que pueden terminar (aparte de pasarse la ética por el
arco del triunfo…) resultando perjudiciales para las personas a las que
pretenden ayudar. En ese sentido, es verdad que la premisa de arranque, con el
planteamiento y el nudo, nos parece superior al desenlace, que al margen de ese
giro de guion que no se ve venir, está despachado con un “vámonos que nos
vamos” que parece indicar que ya se estaban pasando de metraje y hay que
terminar…
Pero el conjunto es agradable, un entretenimiento
lúdico para adultos, un juguete cargado de cierta mala uva, con ese muy
peculiar psicoterapeuta que interviene, y de qué modo, en los problemas de sus
pacientes a los que con demasiada frecuencia termina jodiéndoles la vida.
Gran trabajo, como siempre, de Ricardo Darín,
para nuestro gusto uno de los mejores actores argentinos de todos los tiempos
(y mira que el país da intérpretes magníficos…), pero también del menos
conocido Diego Peretti, que hace toda una creación de este escritor de ancestros
galos, personaje que él hace creíble en sus neuras de autor bloqueado que
necesita emborracharse para crear.
…La película reservará una serie de giros sorpresivos para
el final, le sumará la aparición de un reconocido actor invitado y ofrecerá
algunos apuntes graciosos sobre la literatura, el cine y hasta la televisión,
pero no irá demasiado lejos con eso. De hecho, por la manera en la que subtramas
y motivaciones aparecen y desaparecen casi sin aviso, por momentos da la
impresión que el montaje final ha dejado algunas escenas un tanto de lado. Más
allá de eso, Lo dejamos acá trata de
revivir el espíritu de la comedia de suspenso clásica —la banda sonora apuesta
directamente a un toque retro— con algo woodyallenesco
dando vueltas por ahí. Y por momentos consigue su cometido: conectar con la
vieja magia del cine de Hollywood.
…La reunión entre Darín y Peretti es uno de los atractivos
más evidentes de la película. No solo porque ambos ya compartieron pantalla en
Música en espera, porque existe entre ellos una química que permite que buena
parte de las situaciones encuentre un tono particular. Goldfrid conoce bien ese
terreno. Ya había trabajado con Peretti en su debut, Música en espera,
y con Darín en Tesis sobre un homicidio. En Lo dejamos acá vuelve a
reunirlos dentro de una historia que necesita precisamente de esa tensión entre
dos personalidades fuertes.
Ulises es un personaje
que se cansó de la pasividad. La terapia, para él, se convirtió en un
territorio demasiado previsible. Escuchar, interpretar, esperar y volver a
escuchar ya no le produce ninguna satisfacción. Quiere resultados. Quiere
comprobar que sus intervenciones tienen un efecto visible. Por eso cruza
límites que, en principio, deberían permanecer intactos.
Pero ahí aparece
una de las cuestiones más interesantes del personaje: su aparente vocación de
ayuda tiene una relación bastante estrecha con su propio ego. Cada vez que
consigue modificar la vida de alguien, Ulises obtiene algo a cambio. Hay placer
en esa capacidad de intervenir, una sensación de poder que excede cualquier
intención terapéutica. Resolver los problemas de los demás empieza a ser
también una manera de alimentar una imagen favorable de sí mismo…
…Lo
dejamos acá es una película estimulante, sostenida por un guion
ingenioso y grandes interpretaciones, que arranca con una premisa de enorme
interés y sabe conducirla hasta un territorio inquietante. Su límite está en la
indulgencia final: Goldfrid parece preferir la complicidad a
la confrontación y ofrece una salida demasiado conveniente. El público, que
conoce la situación desesperada del personaje y siente simpatía por Darín,
acepta de buen grado un desenlace que difícilmente resistiría un examen de
verosimilitud. La película nos hace sonreír, sí, pero a costa de renunciar a
parte de la hondura moral que había alcanzado.
in un mondo in crisi il petroliere Rockwell cerca di trivellare tutto il trivellabile, in tutto il mondo, senza ostacoli.
chi vede Rockwell avrà la conferma di quanto siamo tutti nelle mani di gente instabile, a essere chiari.
uno dei momenti più forti, tra i tanti, è il discorso in un'arena, di fronte a delle persone arrabbiate, solo che un discorso in difesa è un discorso d'attacco, sembra di sentire Draghi con i suoi condizionatori, o Trump nuovo papa del mondo, o un presidente di una compagnia petrolifera che ricatta la gente, o faccio quello che voglio, o andrete a piedi.
è il Potere che non vuole limiti, e non li ha, in effetti.
il film non sta avendo molto successo, i produttori perderanno un sacco di soldi, ma chi se ne frega, diranno i miei 25 lettori.
il problema è che la gente va a vedere film innocui, mica film che fanno pensare.*
i critici, la maggior parte, hanno distrutto il film.
non ascoltateli, andate a vedere il film, se non l'hanno ancora tolto dalle sale per qualche film di supereroi.
un film da non perdere, secondo me, grandi attori, grande regista, immagini memorabili, una storia che fa male, è gli ultimi cinque minuti vi lasceranno senza parole.
buona (imprescindibile) visione - Ismaele
*mutatis mutandis, ma non troppo, qualche giorno fa in Brasile ha vinto le elezioni abbondantemente, anche negli stati dell'Amazzonia, un gaglioffo che ha come obiettivo la distruzione della foresta pluviale, quella che ancora rimane, e come corollario il genocidio degli indios (un genocidio in più cosa vuoi che sia?), per diventare un grande fornitore di materie prime per il mondo.
… Tutto in Digger è
instabile e indefinito, tutti i mezzi d’espressione si confondono insieme alla
realtà, alla finzione e alle scale di grandezza (i diorami sono dei modelli
tridimensionali che ricreano una scena in scala ridotta). Dai vari livelli si
scivola costantemente e senza soluzione di continuità, anche se il regista
tiene magistralmente insieme gli equilibri, in realtà sottili, così come Cruise
si mantiene in equilibrio perfetto tra la caricatura e il personaggio del
miliardario machiavellico e manipolatore, che dice solo verità parziali, quelle
comode per lui, contrariamente allo scienziato che lo sfida e che si sfinisce
nel dire sempre la verità, anche etica.
In questa
instabilità totale c’è la fotografia metaforica di un capitalismo impazzito,
sempre più folle nella sua ubriacatura da vittoria sulla guerra fredda e perciò
del tutto incapace di mettersi in discussione, di creare nuovi modelli, facendo
così affondare tutti.
Digger è la miglior rappresentazione mai vista del
turbocapitalismo portato alla Casa Bianca da Trump e Musk, e venduto alle masse
come una liberazione. Perché in verità sono tutti delle turbocaricature.
…Le ipotesi sul
rifiuto del pubblico possono essere diverse.
La prima è il
negazionismo climatico. Il film è troppo forte, troppo vero e insieme troppo
estremo nel mostrarci un’estinzione che in realtà è già cominciata e che non
farà che dipanarsi nel nostro presente.
Le sue immagini
di città alluvionate si confondono con quelle che scorrono sempre più spesso
sui nostri schermi, dal Nepal a Istanbul in questi giorni.
Forse è troppo per
uno spettatore che continua a raccontarsi che l’Apocalisse è un problema di
domani e che oggi possiamo continuare a vivere come abbiamo sempre vissuto.
La seconda
ipotesi è che l’arte sia diventata un dispositivo troppo complicato per lo
spettatore medio, che si aspetta un prodotto industriale con una storia ben
scritta, paesaggi dai colori calibrati dall’intelligenza artificiale e attori
possibilmente belli secondo gli standard internazionali.
Oggi chiamiamo
arte qualsiasi prodotto culturale, da Bridgerton alla Biennale di
Venezia. Ma l’arte non è soltanto un prodotto culturale: è un’esperienza
profonda di catarsi, come insegnava Aristotele.
Con strane
acrobazie, l’artista riesce a farci vivere o rivivere l’emozione intensa di
un’esperienza, nostra o dell’umanità intera. E non c’è un percorso lineare né
una ricetta per questa magia: può essere un gatto al centro della scena, un
frigorifero vuoto, una battuta indimenticabile come «Tutto cambia, sai? Un
giorno sei un gatto. O un re. Il giorno dopo sei solo cenere in una scatola»,
oppure «Madre natura adora vincere».
L’arte non deve
necessariamente rappresentare o raccontare, non è né bella né brutta: fa
accadere qualcosa in noi, per cui dopo aver visto, ascoltato o letto un’opera
non saremo più quelli di prima.
Il fallimento di
Digger è, romanticamente, parte della sua straordinaria bellezza e
della sua forza…
…Se la parte tecnica è decisamente promossa anche la storia non è da
meno. Il tutto è una satira sociopolitica bella sfogata e praticamente senza
freni con battute taglienti, situazioni veramente grottesche, umoriste e al
limite del surreale. I personaggi sono belli caricati, eccessivi e con toni
esacerbati e urlati. Una critica feroce al sistema politico ed economico
americano, corrotto, subdolo, reazionario, con priorità distorte dove pensa più
al guadagno e al profitto a discapito dell’ambiente e ai disastri che può
potenzialmente causare. Molto interessante è anche la grossa ipocrisia delle
varie nazioni che denunciano le calamità climatiche e i modus operandi, ma alla
fine fanno uso e godono dei benesseri offerti dagli USA come il petrolio e
l’energia dove appunto Digger rinfaccia a tutti i capi di stato. Non a caso ci
sono varie frecciatine a Digger come classico stereotipo dell’uomo d’affari
fatto e finito e a Compson quasi paragonabile a Donald Trump nelle sue uscite
fuori di testa.
Ma se tutto questo sembrerebbe troppo arriva in diverse riprese
un’importante componente metanarrativa che giustifica, contestualizza e discute
il racconto stesso e portando il film in una dimensione diversa, in un contesto
diverso e in un genere diverso e si riflette sulle conseguenze delle scelte e
delle decisioni prese dalle generazioni passate. Un mondo che diventa un
palcoscenico o magari anche il contrario, forse non proprio del tutto roseo, ma
comunque con diverse speranze per l’umanità che riponiamo nelle generazioni future
perché tutto vada per il bene. Meglio non dire troppo per non rovinare la
sorpresa…
…il film risulta schematico e banale:
l'America è ancora una volta una terra di eccessi e di ignoranza ma vitale,
mentre l'Europa è un luogo spoglio di energia. Tanto si vuole far apparire
controversa e illuminante la figura di Digger, che per contrasto la si circonda
di oscuri funzionari senza personalità - e di presidente matto interpretato da
John Goodman che crede di essere causa dei mali della Nazione per via dei mali
del suo corpo, come fosse un Re menomato del leggendario ciclo arturiano, il "Re
pescatore". La vera controparte di Digger, quasi il suo
"antagonista", non è infatti un politico, bensì un uomo di scienza
che, secondo una retorica più à la page è di colore e di origine
indiana - però, si badi, sempre con cittadinanza americana.
In un film con queste ambizioni, tali
semplificazioni sono controproducenti inoltre, nel cercare l'attualità a tutti
i costi, manca l'altra vera superpotenza dei nostri tempi, ossia la Cina. Più
in generale il tentativo di realizzare un nuovo Dottor Stranamore si schianta sugli artifici di
Iñarritu, che cerca una finzione più vera del vero, che si muove tra diversi
livelli di messa in scena e che in fondo non sembra credere, lui per primo,
alla forza della sua satira, tanto da doverla rivestire di giochi di prestigio.
Il regista rifiuta la definizione di autore pretenzioso, ritiene che la
definizione gli venga attribuita con facilità perché messicano e sia quindi
un'etichetta razzista, ma in Digger fa davvero tutto il possibile per
meritarsi questo appellativo ancora una volta.
…Grottesche gallerie di personaggi, il potere in mano
ad una banda di vecchi sciacalli, affetti felini, allucinazioni messianiche,
sublimazioni nucleari e militari, il sogno di ogni presidente americano
guerrafondaio (bombardare, bombardare, bombardare), fosse anche l’avanzare
inarrestabile di un iceberg gigantesco, Iñarritu vuole stupirci attraverso le
sue immagini, smantellando e ricomponendo la sua stessa opera, dirigendola e
criticandola, il cataclisma ambientale è solo lo sfondo mobile di un film che gira
intorno al grande divo hollywoodiano e così ammirandone la performance ci si
dimentica subito dopo della morte delle migliaia di persone che il suo
personaggio che ha provocato.
…Lo scrivo sempre
e da sempre: il cinema ormai vale solo come evento, che sia il viaggio di
Ulisse o il reportage su Gaza. L’investimento mentale deve giustificare la
visione in sala (fateci caso, oggi non è nemmeno più una questione di soldi:
per un po’ di anni il cinema è diventato, nella percezione collettiva, un luogo
carissimo; ora le nemiche del portafogli sono le troppe piattaforme). Ogni
tre-quattro mesi, una coppia di amici con figli piccoli mi pone la domanda che
più mi terrorizza: «Ci consigli un film da vedere al cinema? Ma dev’essere
bello, eh!», e io mi sento più responsabilizzato che se dovessi consigliare uno
specialista in emorroidi a uno che non riesce a sedersi da mesi (chiedo scusa,
è solo un tributo al parimenti grandioso John Goodman di Digger). Non
esiste più il-cinema-per-il-cinema, il film che magari non ti piace, il Digger
che ti fa girare i coglioni (sareste comunque dalla parte sbagliata, ma Digger
può essere un film che fa girare i coglioni, e lo capirei più della scelta di
non andare a vederlo per partito preso).
E qui sta la
radicalizzazione: nell’aver smesso di scegliere in cambio di un cinema (o quel
che ne resta) che deve solo coccolarci, rassicurarci, farci desiderare di
essere come tutti, come diceva un altro libro. E se quei tutti hanno deciso che
il tal film non lo guarderanno, allora non lo faremo neanche noi, e quel film
sarà bruttissimo. Correte al cinema, fregatevene delle stroncature, delle
pernacchie a Tom Cruise, del box office, e soprattutto mollate quel telefono…
…Iñárritu,commentando la ricezione del film, ha
detto di preferire una reazione violenta all'indifferenza e ha ammesso
tranquillamente che Digger «is not perfect», spiegando che quello che
gli interessa è aprire una conversazione; da quel punto di vista è difficile
sostenere che abbia fallito, perché si è parlato tantissimo del suo film, anche
se magari meno persone del previsto hanno deciso di pagare per vederlo.
È forse qui che torno alla sensazione da cui ero
partito, quella per cui nel cinema contemporaneo la recensione riesce sempre
più spesso a diventare un pezzo dello spettacolo, perché Digger è
contemporaneamente un film, un flop, una discussione sul perché sia un flop,
una battaglia tra chi pensa che la critica non l'abbia capito e chi pensa che
il problema sia esattamente l'opposto, e infine una campagna pubblicitaria
costruita sulla battaglia stessa. Quasi tutto ciò che accade dopo i titoli di
coda sembra aggiungere un ulteriore livello a un film che, mentre lo guardavo,
trovavo invece spesso troppo impegnato a giustificarsi.
Che poi è la contraddizione per cui continuo a
pensare di aver visto un qualcosa di valore: per buona parte di Digger
avrei voluto che Iñárritu si fidasse un po' di più di quello che aveva già
messo davanti ai miei occhi, senza fermarsi continuamente a spiegarmi che
sapeva benissimo cosa stava facendo; da quando è finito, invece, è il mondo
esterno che continua ad aggiungere livelli e spiegazioni, rendendo molto
difficile, alla fine, liquidare il film come “merda” o “capolavoro”.
…Allora ecco che il cinema – ancora una volta
“mascherato” da teatro, come in Birdman –
diviene l’ultimo sguardo possibile – basito e instupidito quanto si vuole –
sull’irresistibile discesa di un uomo, e con lui di tutta l’umanità: i piedi
già a mollo nell’Averno, ma gli occhi sono inchiodati sulla faccia del
colpevole, che si offre a loro in un inedito momento di spudorata sincerità. Ma
si tratta, ancora una volta, di un depistaggio, di uno spettacolo, in cui la
verità è usata come strategia e fumo negli occhi (colpevole o capro espiatorio
per il beneplacito di tutti?). In cui Digger, formidabile entertainer prima ancora che spregiudicato magnate
(come il nostro Silvio Berlusconi, che qualcuno ancora si azzarda a
rimpiangere), compie il suo ultimo incantamento, la sua definitiva ipnosi di
massa. E con lui, l’uomo dietro la macchina da presa… Digger non fa che riconfermare il limite del
cinema di Iñárritu (che è anche, se si vuole, il suo fascino), ovverola
contemplazione rapita e compiaciuta di una performance über alles, un restare ipnotizzati dall’orchestra del
Titanic mentre il transatlantico affonda. Il narcisismo di chi se ne sta lì a
comporre l’epigramma più mordace e irriverente mentre tutto intorno a lui le
luci si spengono.
…Quando poi Iñárritu apre uno squarcio metalinguistico
sul racconto e scopriamo di aver assistito a una semplice messinscena teatrale
(intitolata "Fossil Fools") della crisi geopolitica avvenuta qualche
anno prima, la sceneggiatura non introduce un radicale cambio di registro,
perché il dietro le quinte mantiene lo stesso tono farsesco dello spettacolo;
gli interpreti, la crew e il pubblico in sala sembrano inoltre apprezzare senza
grandi riserve questa rappresentazione così posticcia del dramma, per la quale
ridono e s’indignano.
Hanno bisogno di una catarsi per superare il proprio trauma e continuare a
vivere in una società dove non è cambiato nulla, in cui i responsabili della
strage sono anche i finanziatori di uno spettacolo che li ridicolizza soltanto
per autoassolversi. Iñárritu prende di mira, infatti, la totale inoffensività
della satira moderna, complice dei potenti, colpevole di anestetizzare
l'audience alle ingiustizie, incapace di smascherare veramente i responsabili…
…Il film, a un
certo punto, smette di permetterci di attribuire tutta la colpa ai
potenti. Guardiamo Rockwell e possiamo sentirci dalla parte giusta:
lui è il petroliere cattivo che ha distrutto il pianeta. Poi Digger si presenta
davanti all’assemblea europea e le restituisce l’accusa. Voi condannate il
petrolio, ma volete guidare automobili, prendere aerei, ricevere merci
dall’altra parte del mondo, riscaldare e raffreddare le vostre case, consumare
energia in continuazione. Io vendo ciò che volete comprare. Rockwell ha in
parte ragione e usa quella parte di verità per assolversi.
È questo, per me, uno
dei punti più forti del film. Il sistema dei combustibili fossili non
è soltanto il prodotto dell’avidità delle compagnie petrolifere. È un contratto
fra produzione e consumo, fra chi offre e chi domanda, fra chi ricava enormi
profitti e chi considera ormai irrinunciabile il modo di vivere che quei
combustibili rendono possibile. Il contratto è asimmetrico, ma questo non
elimina la partecipazione di entrambe le parti. È molto più rassicurante
pensare che esistano dei cattivi che ci hanno imposto tutto questo. Iñárritu
non ci concede questa consolazione. E poi ci mostra i fili…
…Visivamente
dirompente, satira irruente che rimbalza continuamente tra teatro e realtà,
audace messa in scena e farsa, l’ultima opera di Alejandro G. Iñárritu
è un grido di rabbia, paura e dolore di fronte al cinismo imperante a cui siamo
sempre più assuefatti. In un meccanismo di sottile vendetta e catarsi che la
rappresentazione (teatrale e cinematografica) da sempre offre al pubblico
pagante.
E
nel riprodurre e rievocare i volti grotteschi di questo incedere (dis)umano, Digger
offre uno strumento meta narrativo per partecipare in prima persona, e forse
esorcizzare quel dolore che ci attraversa quali abitanti di questo mondo, tra
le mura della sala. Perché poi, una volta fuori, il malessere lavora come lento
depositarsi di quei sentimenti di cui il film si fa roboante manifesto
satirico.
Costringendoci
a essere parte integrante di un meccanismo ambizioso e malato, terribile
spettacolo a cui stiamo inesorabilmente prendendo parte. E sotto la patina di
divertimento che l’opera offre a mezzo satira, scorre poi potente il flusso di
una realtà con cui, invero, abbiamo il terrore di fare i conti. Folle,
rocambolesca, impetuosa e divisiva proprio come questo film. Una catastrofe
umana irreversibile in cui il cinema continua a vivere.
con una sceneggiatura di Ettore Scola e Ruggero Maccari un film con un mattatore, Vittorio Gassman, e descrive la parabola di un medio impiegato che vuole diventare ricco con una speculazione edilizia in Sardegna.
un film amaro, un uomo che aveva quello di cui aveva bisogno, diventa ricco, ma piano piano perde la sua anima (e la bravissima moglie, interpretata da Anouk Aimée).
un film sottovalutato, anche per il confronto con Il sorpasso, di pochi mesi prima.
a me ha convinto, non sarà perfetto, ma coglie il respiro dei tempi del boom economico.
Dino Risi non ha voluto firmare questo film e a mio avviso è
stato un errore.. per tema che "Il successo" (che, in realtà, lo
stesso Risi diresse in gran parte ma preferì non essere accreditato), uscito un
anno dopo "Il sorpasso" poiché egli considerò essere "poco
elegante" e desse l'impressione di voler sfruttare l'ondata positiva della
pellicola precedente e quindi appare come regista Mauro Morassi.. Eppure, a mio
giudizio,"Il successo" gli è inferiore di poco. Il film non funziona
solo in merito di un Gassman, che nel film si arrampica e accetta compromessi
pur di salire quella che egli considera la giusta scala dei valori sociali… è
un impiegato a stipendio che decide di azzardare una speculazione economica in
costa smeralda e per la quale, dopo aver versato una caparra compromissoria
dovrà reperirei restanti dieci milioni che saranno il trampolino di lancio che
lo porteranno tra i nuovi arricchiti e per realizzare il grande salto.
Infatti egli accetterà umiliazioni che lo porteranno a perdere la moglie e i
suoi pochi amici più cari e fidati, a rinnegare la sua ideologia politica,
sotterrare la sua dignità, perdere il suo orgoglio e praticamente quasi
prostituirsi per avere prestiti. Distruggerà la felicità di suo padre,
costringendolo a vendere e abbandonare la casa e la serenità di una vecchiaia
in campagna relegandolo in uno sgabuzzino in città. Alla fine anche se l’affare
andrà in porto e sarà l’arrivo e l’inizio della sua agognata meta: <<La
ricchezza>>, egli si troverà in compagnia di “amici” superficiali,
proprio come quella gente ricca che prima, ad una festa, egli stesso aveva
commiserato per la superficialità che trasmettevano. Tutti gli altri memorabili
attori, fanno magistralmente la loro parte: Umberto D'Orsi, il volgare
imprenditore fascista che umilia Gassman costringendolo a professarsi
"camerata".Ma anche Gastone Moschin, Leopoldo Trieste, Cristina
Gajoni cameriera che getta nell’immondizia il formaggio sardo perché "era
pieno di vermi". Menzione a parte per la gag in banca, che Benigni riprenderà
e amplierà 20 anni dopo nel suo "Tu mi turbi" Anche se non è il
meglio della commedia all'italiana ce n’è molto. Purtroppo il co-regista Mauro
Morassi, a soli 41 anni, resterà tragicamente vittima di uno scontro stradale.
…la prova di Gassman è fin troppo istrionica,
estremamente pedante nel suo personaggio che non fa altro che paragonarsi al
successo raggiunto dai suoi conoscenti. Inoltre l'idea iniziale sebbene
interessante alla lunga stanca e non offre chissà quali sorprese (anzi
l'epilogo appare abbastanza scontato). Per contro il mestiere del regista si
vede in alcune sequenze molto ben orchestrate: l'incontro tra Gassman ed il suo
ex compagno di classe Lallo Bertini, interpretato da un fantastico Umberto
D'Orsi, divenuto un ricchissimo rappresentante di elettrodomestici e nostalgico
dei tempi del duce è una bella punta di cattiveria. Anche la sequenza alla
festa con un viscido Riccardo Garrone insieme agli altri ricchi appare come uno
di quei tocchi tipici di un regista come Risi. Trintignant è relegato ad una
spalla timida con molto molto meno spazio e sfaccettature che ne Il sorpasso.
Ingiustamente sottovalutato, in realtà
funziona soprattutto perché riprende la coppia di protagonisti che tanto bene
aveva fatto nel Sorpasso (mantenendone i tratti caratteriali): spaccone e arrivista
Gassman, timido e introverso Trintignant, trasportati in questa parabola sulla
scalata sociale e sui compromessi necessari per arrivare a un finale fra i più
amari del genere. Ottime le seconde linee (Garrone, D'Orsi) e altrettanto le
terze, con tantissimi nomi d'eccezione (Trieste, Moschin, Doro e molti altri)
che nobilitano ulteriormente il risultato finale.
…Scritto benissimo (da ben quattro
sceneggiatori come si usava una volta), con personaggi disegnati con cura e
conoscenza delle situazioni (i Rom hanno collaborato alle riprese e addirittura
alle scenografie, oltre a interpretare dei piccoli ruoli), dialoghi equilibrati
e crudi (ad esempio quelli del sacerdote, eco dalle catechesi che si tengono a
Roma), pieno di dolcezza e con validi caratteristi (Paolo Fresu e Edoardo Pesce
gigioneggiano); la regia fa delle scelte coraggiose, stando addosso ai
protagonisti fino ad omettere spesso il classico campo-controcampo nei dialoghi
per privilegiare i loro piani di ascolto e sacrificare gli interlocutori
lasciandone solo la voce fuori campo; la fotografia predilige la mdp a mano e
azzarda spesso controluce e immagini abbacinanti – precisa scelta stilistica
insieme al suono in presa diretta laido e spigoloso, carezzato dal valido
commento sonoro.
Con Cuori puri la vita si (ri)affaccia sullo
schermo. Enunciava Zavattini che “il tempo è
maturo per buttare via i copioni e per pedinare gli uomini con la macchina da
presa“, e De Paolis abbraccia questa teoria, schierandosi idealmente
contro l’imperante commediola borghese da pay-tv, in un neo-neoralismo che ci
regala un film che per una volta non è scritto spaparanzati sul divano con i
programmi di writing, ma intenso e pieno di verità, con il pregio di raccontare
l’eroismo degli ultimi.
…Nonostante
l’ambientazione e la nazionalità dell’autore, Cuori puri appare però meno accostabile alle esperienze neorealistiche
nazionali e più vicino, invece, a quel realismo di stampo europeo i cui
esponenti più noti e apprezzati sono i Dardenne e Loach, e che tra temi legati
all’immigrazione e drammi sulla disoccupazione fa capolino sovente nei grandi
festival internazionali. De Paolis struttura il suo tranche de vie attorno
a un racconto morale e di formazione che ha il suo nucleo propulsore in
questioni pertinenti lavoro, casa e immigrazione, ed è veicolato da uno stile
rigoroso, attento e generoso nei confronti dei suoi interpreti, ma pieno di
incertezze sul percorso da intraprendere e sui suoi obiettivi. Protagonisti sono la quasi diciottenne Agnese
(Selene Caramazza) e il venticinquenne Stefano (Simone Liberati), il cui primo
incontro è piuttosto burrascoso: lei ha appena rubato un cellulare da un centro
commerciale e lui, che lì lavora come guardia giurata, la insegue, per poi
lasciarla andare col suo bottino e finire dunque licenziato. I due si
ritroveranno in un parcheggio di periferia: lui vi lavora come guardiano, lei
invece è in visita con la madre all’adiacente campo nomadi, per ragioni di
beneficienza. La ragazza e la madre (Barbora Bobulova) sono infatti due
ferventi cattoliche, vivono sole, pregano insieme, frequentano la locale
parrocchia animata dal giovane parroco (Stefano Fresi), il cui sermoni
accattivanti e sfacciatamente moderni (dello stampo di: “Gesù è come un
navigatore che vi riporta sempre a casa”) chiamano a raccolta un nutrito gruppo
di giovani fedeli. Agnese e i suoi compari poi, sono prossimi a prestare il
voto di castità, perlomeno fino al matrimonio. Nonostante le difficoltà del
vivere quotidiano, tra Stefano e Agnese esploderà l’amore e il suo compimento
sarà latore di tensioni intime, etiche e sociali…
…Con
i suoi personaggi, straordinari ma non meno reali, De Paolis recupera l’eterno scontro tra uomo e Dio come
inevitabile scarto tra superficie e spirito. Se la purezza è attributo
divino, non può essere vincolata a un fatto corporeo. Beati non saranno quelli
che portano un bell'anello al dito simbolo di castità. Beati saranno invece i
puri di cuore, quelli mossi dall'amore – massimo insegnamento cristiano –, un
sentimento forse più grande degli uomini ma che proprio dall’essere umano
scaturisce, dal Dio incarnato che ha rinunciato ad una condizione di divinità
per i suoi propri figli. Puro, infatti, è chi, incurante di quanto l’ortodossia
di una religione male interpretata ritiene giusto, è in grado di darsi
all’altro.
Giustizia, libertà, bene e male sono, alla fine, concetti relativi.
L'errore è ammesso, è concesso a tutti. Perché, malgrado la costante
aspirazione dell'uomo alla perfezione, l'umanità ha sempre la meglio.
Ma il divino, "come un GPS, ricalcola il percorso" e lo riporta
a casa, in una corsa senza fiato. Come quella di Agnese che impara a seguire
una sola direzione, quella giusta, verso l'altro, e che culmina in un abbraccio,
un incontro di due cuori, diversi, puri.