martedì 21 luglio 2026

A casa nostra (Chez nous) - Lucas Belvaux

un film di qualche anno fa, che non perde un briciolo di attualità.

è un film politico, analizza i meccanismi semplici e diabolici dell'ascesa dell'estrema destra in Francia (ma vale anche per l'Italia, solo che da noi film così non se ne fanno), con una strategia di parole d'ordine ("noi non siamo nè di destra, nè di sinistra", ma anche "prima i francesi", come suonano familiari questi slogan), con una struttura in abiti firmati davanti, e dietro i picchiatori da usare quando servono).

protagonista, bravissima e convincente come sempre, è Émilie Dequenne (la Rosetta dei fratelli Dardenne), mortatroppo giovane qualche anno fa.

e Lucas Belvaux è un bravissimo regista.

un film da non perdere (mi sembra sia su Primevideo).

buona (indimenticabile) visione - Ismaele


 

 

L’adesione incondizionata di alcune amiche alla sua candidatura, il razzismo strisciante che trapela tra le righe dei discorsi o tra le risate irrigidite di un barbecue in giardino, gli inquietanti siti internet che incitano all’odio razziale ideati da ragazzini mossi più dalla noia che dall’odio: il paesaggio sociale è una distesa bruciata, terreno di conquista per i campioni del populismo aggressivo.

Pauline scivola lentamente in una sorta di trance ipnotica: confonde la percezione di sé e del mondo che la circonda e intanto viene manovrata come un burattino dai leader che l’avevano sedotta. Le cambiano pettinatura e abiti, le impongono abitudini e frequentazioni. La libertà del popolo, che ricorre come un mantra nei comizi della pseudo-Le Pen, s’inchina a un autoritarismo decisionale che non ammette deroghe. L’odio politico, ridotto a uno sterile urlo di parole d’ordine rabbiose, si propaga come un virus che contamina e ammala, distruggendo amicizie, famiglie, classi sociali.

In questa demolizione autoinflitta del quotidiano sta la forza di A casa nostra, che invece si fa più prevedibile nella scansione degli snodi narrativi, risolti con trovate più ovvie e risapute: la rivelazione del passato neonazista del fidanzato, la (ri)presa improvvisa di coscienza della protagonista, la descrizione di una generazione di giovani violenti eterodiretti dalla solita élite, si susseguono senza scossoni pur mantenendo una certa urgenza di denuncia.

Belvaux si trova più a suo agio nella rappresentazione dell’umanità singola, alle prese con la propria questione morale, che nella descrizione di un nuovo mondo politico corruttore e corrotto, monolitico fino alla caricatura. A casa nostra, quindi, sotto la scorza dell’ovvio interesse di cronaca (e in attesa del risultato delle elezioni francesi), è un film che incita alla responsabilità individuale, indaga sulla seduzione fatale innescata dalla debolezza, spinge a un rinnovato modo di stare insieme (a cui occhieggia la bella sequenza dello stadio nel prefinale). Un film che parla al nostro presente con piglio illuminista, non privo di qualche banalità e di qualche ruggine di sceneggiatura, diretto con stile sobrio e monocromo, sostenuto e ispirato dalla magnifica interpretazione della sua protagonista, Émilie Dequenne.

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…Un mondo di complotti che sfrutta a suo vantaggio, sporca e getta nel fango chi si lascia avvincere dalle ammalianti promesse di cui si rende fautore il partito che lo porta come simbolo e paladino; rendo il prescento l'apparentemente protagonista di una facciata che invece nasconde lati oscuri, compromessi ed interessi troppo importanti per essere messi da parte in nome di un governo assennato e scrupoloso che invece caratterizza la facciata di ogni programma o promessa elettorale.

Affiancano la celebre straordinaria attrice belga resa famosa dai Dardenne con Rosetta, il sempre pertinente André Dussolier e il nuovamente tormentato e doppiogiochista Guillaume Gouix nel ruolo di un allenatore sportivo ed ex fiamma della protagonista,  personalità controversa e divisa tra affetto e desiderio di famiglia, e intolleranza estrema e violenta nei confronti dei tragicamente noti "sans papier": due generazioni agli antipodi, ma due tra gli attori più interessanti, sfaccettati e completi del nutrito e celebrato panorama attoriale d'Oltralpe.

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A casa nostra un film di due ore scarse e’ il classico film politicizzato francese, che pone la sua attenzione sull’intolleranza, l’integralismo e le nefandezze finanziarie dei politici di turno nella mala amministrazione della cosa pubblica. Un film molto coinvolgente, con tante scene ben girate e di sicuro effetto scenico. Ha anche una qualità si schiera apertamente per un partito specifico. Dal punto di vista cinematografico il film funziona ed è un racconto molto potente, con l’ottima interpretazione su tutti e tutto della deliziosa Émilie Dequenne nel ruolo di Pauline Duhez l’infermiera amata dal popolo ed usata da André Dussollier medico senza scrupoli e da Catherine Jacob/Agnès Dorgelle la dura e spietata capolista politica. La sceneggiatura asciutta, con dialoghi efficaci su riferimenti politici, ma senza pigiare troppo il piede sull’acceleratore, con fermezza e misura al contempo. Lucas Belvaux e’ un regista molto abile ed esperto sa calibrare il tutto, senza perdere il gusto del racconto e delle vicende personali. La grande morale del film per me è che anche una ragazza perbene, rispettosa, tutto casa, lavoro e famiglia, può farsi manipolare da gente melliflua e suadente oltre che esperta nel tornaconto personale e politico, mestieranti, più che appassionati di politica, molto attenti alla comunicazione ed alle parole, al detto e non detto ed al compromesso ed al sotterfugio…

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Il regista Lucas Belvaux si schiera contro il partito politico dell'estrema destra francese capitanato da Marine Le Pen, alla quale si ispira - senza nasconderlo - il personaggio di Agnès Dorgelle, interpretata da Catherine Jacob. Belvaux mostra senza mezzi termini i caratteri estremisti e le derive razziste e xenofobe del partito. Il regista si infiltra nella zona della Francia più sensibile al populismo del Front National, in un paese ferito e scombussolato che viene travolto dall’onda dell'estrema destra, abile a sfruttare l’innocente e tanto amata Pauline. Lucas Belvaux parte da una narrazione chiara, senza filtri, per raccontare un paese in balia di politicanti interessati al proprio interesse; che sfruttano le armi del populismo facile per prendere il controllo di una comunità allo sbando e piegare uno dei suoi pilastri. Il cammino di Pauline, da avulsa alla politica a leader della lotta contro i "non-francesi, è reso con grande convizione dall'interpretazione di Émilie Dequenne. A casa nostra - Chez nous in Francia ha fatto scalpore e ha indignato i politici, direttamente interressati dalla denuncia portata avanti da Lucas Belvaux. Un film che fa riflettere e che scoperchia alcuni meccanismi del potere, mostrandone gli aspetti più gretti e allo stesso tempo micidiali sulla popolazione, e che invita al distacco da posizioni estreme e dalle ombre dei fantasmi più terribili dell’Europa.

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lunedì 13 luglio 2026

Szabadesés (Free Fall) - György Pálfi

una vecchietta cade dal tetto di un palazzo, ma non muore.

è l'occasione di vedere cosa succede, risalendo, piano dopo piano, quello che succede in sette appartamenti.

e vede cose che forse non capisce, e anche noi vediamo cose mai viste prime, assurde e grottesche.

come un film a episodi, alcuni belli, altri bellissimi.

un bel film, György Pálfi è una garanzia.

buona (piano dopo piano) visione - Ismaele

 

 

L'ultimo film di György Pálfi, Free Fall [+], può essere descritto come la dimostrazione di un potente stile visivo insaporito da elementi grotteschi, surrealismo e assurdo. Proposto questa settimana al CinEast Festival e all'Hungarian Film WeekFree Fall narra la storia di un'anziana stanca della sua miserevole vita, che prende le sue cose e la carta di credito e salta giù dal tetto del suo edificio. Ma, in un colpo di scena umoristico, la donna sopravvive e per miracolo e deve scalare nuovamente le scale. Mentre torna su, attraversa i vari appartamenti dell'edificio, e lo spettatore viene introdotto nei piccoli mondi chiusi in questi appartamenti, ognuno con una storia più incredibile dell'altra – un guru spinge giù l'allievo che sta levitando, accusandolo di vanità, una fidanzata trofeo si mescola in un party elegante completamente nuda, una coppia maniaca dell'igiene fa sesso attraverso la plastica per evitare il contatto fisico, una sitcom coreana su uno strano triangolo, una donna che vuole il figlio torni dentro di lei e, in ultimo, un ragazzo che sembra l'unico a vedere un enorme toro nell'appartamento.

Nonostante la rappresentazione di generi diversi (dallo sci-fi al realismo socialista),  tutte le storie che l'anziana conosce mentre torna sul tetto condividono un comune senso dell'umorismo nero e dell'assurdo. Il forte surrealismo delle storie rende possibile l'interpretazione in infiniti modi, ma sono tutti accattivanti abbastanza da mantenere il pubblico attento e interessato per tutto il film. Lo stravagante stile di regia di Pálfi è completato dalla musica elettronica e futuristica di Amon Tobin, che fa sentire allo spettatore sin dall'inizio che sta per accadere qualcosa di strano.

Free Fall è stato commissionato dal Jeonju Film Festival per il Jeonju Digital Project 2014, che presenta ogni anni tre corti ma ha lanciato in questa edizione tre lungometraggi. Sin dall'anteprima al Jeonju, Free Fall ha vinto vari premi, come quello al Miglior Regista e il Premio Speciale della Giuria al Karlovy Vary International Film Festival.

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György Pálfi not only never seems to make the same movie twice, each extremely different, but many of them are also unlike any other movie out there. He went from a subtle dialogue-free sound-based movie Hukkle, to extremely nasty gross-outs in Taxidermia, then tried improvisation, then a movie built from pieces of other movies... This movie is pure impossible absurdism and social commentary. It consists of seven shorts intertwined, taking place in one building. There's a sour, broken marriage where even suicide doesn't work, breaking the laws of physics. There is an upper-class apartment where a party is taking place where one or two individuals are completely naked and nobody notices. A cliche-ridden yoga instructor gets annoyed when one of his students shows mystical abilities. An extremely germaphobic couple take safe sex to absurd levels and bug-killing to very fatal violent levels. A child is more afraid of an invisible bull in the house than his father. A woman starts a threesome relationship with two men in the same apartment which results in a silly sitcom when the men fight. And finally, a woman goes to a gynecologist for a special, extremely shocking procedure which, let's just say is the opposite of an abortion.

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Con la sensibilità così tattile per le immagini che lo caratterizza, György Pálfi muta di continuo il suo approccio narrativo: si va da una sguaiata parodia delle sit-com televisive al tono futuristico, che avvolge lo stralunato apologo di una coppia per cui le manie igieniste e salutiste sono sfociate in una condotta di vita assurda. Il camaleontico autore magiaro sa poi come rendere più ansiogeno l’effervescente materiale trattato, appoggiandosi nei momenti giusti alle note ora disturbanti e ora ipnotiche della colonna sonora, alla quale ha ottimamente lavorato Amon Tobin. Simili sonorità si fondono bene con uno stile visivo personalissimo. E questo completa il quadro di un oggetto filmico ancora una volta insolito, seducente, scabroso, spiazzante, che non ci sorprende abbia vinto premi importanti al festival di Karlovy Vary.

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sabato 11 luglio 2026

Il dimenticato che voleva essere immortale - Giampiero Frasca

Pochi, pochissimi lo hanno ricordato. Qualche post sparuto sui social che neanche frequento. Mubi ha inaugurato con tre film una rassegna in concomitanza. Pochissimo d’altro, ma lo scorso 2 luglio sono dieci anni che Michael Cimino non c’è più. In realtà nessuno lo ricorda perché Cimino non c’è da molti più anni: mal contati sono trenta. Cioé dal suo ultimo film, realizzato per grazia ricevuta, apprezzato dai nostalgici e poi sparito nel nulla, come molto di ciò che lo riguarda.

Un buco nero ingiusto. Provate a cercarlo sulla bibbia cinefila dell’IMDb: non è neanche la prima scelta. Prima di lui compare un coglioncello di attore, celebre per qualche serie tv. Solo perché omonimo. Anche l’algoritmo lo disdegna.

Adesso noi non è che vogliamo restituirgli il maltolto. Non pisciamo mai così lungo e comunque queste cose sono davvero stucchevoli. Almeno quanto ricordare, quando capita, sempre le stesse due cazzo di cose: l’Oscar per Il cacciatore e il fallimento epocale de I cancelli del cielo. Noi (non plurale majestatis, sempre noi del bloga Cimino siamo invece riconoscenti. Come lo dovrebbero essere molti se la memoria del singolo momento non avesse la sostanza labile delle infatuazioni che si susseguono.

Quindi, nessuna rivalutazione postuma, anche perché cui prodest? A noi no di certo, che in qualche modo lo conosciamo bene. A voi ve ne fotte come a tutti gli altri, per cui neanche. Al giornalismo che scrive solo in funzione del mercato ancora meno perché al mercato interessava zero. Figurati adesso. Anche perché mercato e Cimino, tanto per chiudere il tutto con un’inconfutabile tautologia, sono stati un ossimoro triste e indissolubile per gran parte della sua sconfortante carriera.

Lo facciamo per noi. Per cui non staremo qua a cercare eroicamente di convincervi che Cimino non è stato solo Oscar e fallimento, ambizione verso l’assoluto e megalomania, come potreste aver letto nei coccodrilli fotocopia che quando morì si accorsero quasi con sorpresa che fosse ancora vivo (e che comunque ringraziamo: perché sono stati la molla per riprendere un progetto interrotto e portarlo a compimento).

Noi sappiamo che Cimino è stato ben altro. È stato colui che ha cercato di preservare una forma classica in una modernità spesso solo propagandata ma per larghi tratti ancora più conservatrice di quanto imputassero a lui. Ha avuto il senso dell’immensità dello spazio come forse solo John Ford e David Lean, a cui guardava con sincera ammirazione. Ha mostrato una cultura vastissima nelle sue storie che i suoi denigratori per primi non erano in grado di decrittare e stroncavano per manifesta (e mai ammessa) difficoltà di comprensione. Quelle storie le amava, erano parte di lui: sarebbe bastato ascoltare con che passione le raccontava a parole, avvolgendole, accarezzandole, perorandone la causa a chiunque fosse stato disposto ad ascoltarle. Forte della sua formazione da architetto, quelle stesse storie le costruiva geometricamente, infarcendole di figure, simboli, strutture che esplicitavano il senso globale con naturalezza, senza forzare in nessun modo la messa in scena. Aveva una capacità di costruzione elisabettiana del dramma, così come tutta shakespeariana era la presenza a specchio dei suoi personaggi, l’uno che si completava e annullava sempre osmoticamente nell’altro. Aveva poi, infine, l’arte di legare magnificamente immagini e musica a commento, per un connubio devastante sul piano emotivo: ancora oggi, pur dopo visioni ripetute e ripetute e ripetute, ci sono scene in cui comincio automaticamente a piangere. E solo per l’accuratezza della regia, per la scelta opportuna di un movimento di macchina, per un gesto apparentemente banale dei personaggi e che invece racchiudeva il loro senso di profonda inadeguatezza riguardo alla loro esistenza.
Per tutti quei rari, rarissimi momenti in cui il cinema mi emoziona ancora.

Quindi, non perdiamo altro tempo: per non volervi tirare dalla nostra parte ho impiegato già troppe energie e voi sprecato fin troppa attenzione. Vi lasciamo con un seguito. Da vedere. Da gustare. Un campionario di alcune delle sue immagini migliori, prese dai fotogrammi dei suoi film.
Un museo, di fatto. Una mostra della sua grandezza dimenticata, che ambiva all’immortalità e invece si è ritrovata ad essere ricordata solo su questo blog.

Che beffa.

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venerdì 10 luglio 2026

A Round of Applause for Death - Stephen Irwin

 

Zero club - Jessica Hausner

un esperimento di natura alimentare, con una guru che 'adotta' alcune studentesse e studenti di un college per ricchi.

lei riesce a convincere e manipolare le menti di quel gruppetto di rampolli di buona famiglia.

il film non è perfetto, ma si vede bene, è inquietante quanto basta.

buona (dietetica) visione - Ismaele

ps: mi ha un po' ricordato, mutatis mutandis, L'onda, ma quel film è difficilmente raggiungibile  



 

…Il film esplora la metafora della fede cieca ( tornando circolarmente ad uno dei temi più cari alla regista viennese, dove la scienza dell’alimentazione viene sostituita da un dogma. In un mondo sempre più ossessionato dalle diete e dai regimi alimentari, Hausner critica in modo tagliente l’idea di salute e purezza che diventa ideologia, sottolineando i pericoli delle mode alimentari estreme. L’alimentazione, solitamente una fonte di nutrimento e vita, viene capovolta in uno strumento di controllo e negazione del corpo.

L'opera di Jessica Hausner affronta anche il tema del controllo sugli individui più deboli, rappresentati dagli studenti che, sotto la guida della loro insegnante, perdono progressivamente la capacità di pensare in modo autonomo. 

Hausner mostra come le persone in posizioni di potere possano manipolare e sfruttare le insicurezze altrui per mantenere il controllo. La critica sociale qui è evidente: la regista denuncia la struttura gerarchica della società, dove chi detiene il potere può facilmente sfruttare i più fragili per i propri scopi. La dinamica tra Novak e gli studenti è inquietante e riflette non solo la manipolazione a livello personale, ma anche una più ampia critica alle istituzioni che alimentano e perpetuano queste dinamiche di potere.

La regista austriaca , sebbene in alcuni tratti sembri perdere transitoriamente il controllo della storia, costruisce comunque un impianto scenico efficace nel generare un certo grado di inquietudine, sfruttando ottimamente le ambientazioni cromaticamente e strutturalmente gelide , che sembrano tagliare come un coltello affilato, confermandosi come una delle registe che meglio sanno affrontare tematiche sociali con grande senso critico.

Non a caso il cardine del film , seppur mimetizzato tra altre tematiche,  è anche una potente critica alla società ossessionata dall'immagine corporea e dalla salute come culto. 

Miss Novak, con il suo approccio pseudo-scientifico, rappresenta tutti quei “guru” moderni che propongono regimi alimentari drastici e spesso pericolosi, mascherandoli da scelte di vita sane e illuminate. Il film denuncia il modo in cui queste ideologie possono diventare strumenti di controllo, dove chi propone una visione estrema si pone come detentore della verità assoluta, e chi la segue si sente moralmente superiore rispetto agli altri. Il concetto di alimentazione come fede è quindi non solo una questione personale, ma anche un modo per creare divisioni sociali, per distinguere gli “eletti” dai “profani”.

Seppur opera non perfetta, Club Zero di Jessica Hausner è un film inquietante e provocatorio, che mette in luce temi attuali e scottanti e riesce a colpire nel segno grazie ad  un’atmosfera asfissiante e ipnotica, che ben si adatta al racconto di un plagio psicologico che porta alla distruzione fisica e mentale dei protagonisti. Attraverso la sua critica al controllo sugli adolescenti e alla distorsione del concetto di alimentazione, Hausner ci invita a riflettere su come le ideologie, quando estremizzate, possano condurre a conseguenze devastanti.

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…L’istituto, coadiuvato da un potentissimo comitato formato dai genitori che pagano rette salatissime, ha affidato la formazione di questi giovani, a vario titolo, problematici a una insegnante che risponde al nome di prof.ssa Nowak, un personaggio a dir poco inquietante che – lo apprendiamo quasi subito – è affiliata a una setta (non saprei come definirla altrimenti) che va ben oltre il mandato educativo dell’istituto perché pratica (e intende insegnare) il digiuno completo, di qui la parola “zero”. La professoressa Nowak (interpretata dall’attrice australiana Mia  Wasikowska) è una grande manipolatrice che ha gioco facile perché i ragazzi che finiscono sotto le sue grinfie provengono da situazioni familiari non esattamente ideali, talché i disturbi (alimentari, ma non solo) di cui, fin dall’inizio soffrono, trovano le loro cause nelle famiglie stesse, su cui la regista, pur nel contesto di un racconto assolutamente algido, non esita a scagliare qualche strale satirico, sarcastico, soprattutto laddove viene mostrata la totale cecità in merito alla pericolosità dell’insegnante e dell’istituto nel suo complesso, che la preside non è minimamente in grado di governare.

Ciò detto il film si incista prestissimo su questo assunto, è clamorosamente ripetitivo finendo per mostrare un dato che ripercorrendo a ritroso l’intera filmografia di Hausner appariva fin dall’inizio una minaccia incombente: ridondanza e manierismo che qui sfociano ben presto in una noia a dir poco mortale. A nulla vale l’indicazione della regista che il film si ispirerebbe al Pifferaio Magico dei Fratelli Grimm, fiaba inquietante quanto si vuole, ma comunque breve e a suo modo anche leggera. Il film è invece grevissimo e si compiace delle simmetrie, dei lenti ma ineluttabili movimenti di macchina, di una recitazione fredda e di un profluvio cromatico di costumi in cui, se non sembrasse un paradosso, si ha la sensazione di assistere, quanto a artificialità, a un film di Wes Anderson.

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Hausner tratteggia una scuola d’élite senza una collocazione precisa, gira il film in inglese, adatto per la sua ipotetica universalità (in fin dei conti, il dove ci interessa poco, il discorso è evidentemente indirizzato verso la sfera occidentale), e le sue scelte formali sembrano calzare perfettamente a un ambiente apparentemente ideale, propositivo, ma in realtà castrante. Una sorta di gabbia dorata, un parcheggio per ragazzi facoltosi che tra lezioni di danza, teatro e mille altri stimoli si trovano paradossalmente senza un timoniere, prede di cattivi maestri, di idee balzane, di estremismi fideistici.
È il sistema capitalista, iperproduttivo, a generare l’incolmabile distacco tra la scuola, i genitori e i ragazzi. È il tempo sottratto alla famiglia, alla casa; la propria camera diventa rifugio e solitudine, sempre più amplificata, pericolosa. Ed è in questo distacco, in questa terra di nessuno, che si insinua la professoressa Novak (Mia Wasikowska), moderna incarnazione del pifferaio magico di Hamelin – suggestiva nel finale l’intuizione del quadro, luogo definitivamente altro e irraggiungibile per la scuola e i genitori. Perché, anche per le scelte cromatiche (prevalgono il giallo e il verde, i toni pastello) e il suo essere sospeso in un luogo\tempo indefinito, Club Zero muta lentamente in una favola nera, una parabola dei nostri tempi, un monito…

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La satire est féroce, l’humour est subtil et omniprésent et le film fait mouche dans sa description d’une lente plongée inquiétante dans ce club sélect. On assiste à un engrenage malsain dans ce qui au final peut être perçu comme une relecture à l’inverse du classique La grande bouffe de Marco Ferreri. Il y aussi cette affiliation avec le cinéma de son compatriote Ulrich Seidl (Paradise: Hope en particulier) qui est très présente dans sa conceptualisation. La mise en scène est méticuleuse et précise alors que la photographie froide et la musique traditionnelle ajoutent au climat de tension régnant. Mais attention, le film se veut assez sobre dans sa proposition laissant davantage la place à l’interprétation…

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Club Zero designa a un grupo de esta naturaleza, o ideología, pues hace falta todo un sistema alternativo de ideas para defender lo que creen los miembros que lo integran. Y es que comer no es necesario para vivir. Así termina instruyendo la profesora de un liceo elitista, llamada Miss Novak e interpretada con rigor por Mia Wasikowska, a su reducido y sumiso grupo de alumnos (alguno de ellos inicialmente rebelde, pero luego presionado para seguir la mentalidad del rebaño), en una clase específica dedicada a la nutrición. Lo que empieza como una postura razonable, acorde al consenso, esto es, que comer menos y de forma más pausada (alimentación consciente, lo llama Miss Novak) es beneficioso para la salud (tanto personal como planetaria), pronto deriva al absurdo radical, teniendo en cuenta que el mentado extremo de falta absoluta de alimentación, ajeno a la guía docente de la clase curricular, no es el que se ajusta a los principios de base de sus miembros (salvo la profesora), sino de los de una asociación más opaca y oficiosa, el internacional “Club Zero” del título (al que ella pertenece). En cualquier caso, llegados a este punto, no se suspende la incredulidad ante lo narrado, porque desde el principio la película de Jessica Hausner acentúa su esencia surrealista, ajena a la pura realidad…

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