sabato 10 ottobre 2026

Zustissia - Francesco Piras

il caso di Beniamino Zuncheddu diventa un film, e che film!

il film è costruito piano piano, giocato nelle aule di giustizia e fuori, scoprendo tutte le falle di un teorema costruito a tavolino, per imprigionare e condannare un innocente.

Mauro Trogu è un avvocato che per caso si trova a difendere una causa persa, pensano (quasi) tutti.

eppure lui ci prova, con qualche aiuto al momento giusto, contro tutte le previsioni riesce a salvare un ergastolano che si duchiara sempre innocente.

Fabrizio Ferracane (che interpreta Beniamino Zuncheddu) e Michele Riondino (che interpreta Mauro Trogu) sono eccezionali, ma anche gli altri attori e attrici non demeritano.

i bravi scrittori di una sceneggiatura a orologeria e la bravura di un regista al suo primo lungometraggio ci regalano un gioiellino da non perdere.

le musiche sono di Iononsonouncane.

buona (zustissia) visione - Ismaele

 

  

…Il regista e gli sceneggiatori esplorano il tema della fiducia che gli italiani possono (o meno) avere nella giustizia, e la consapevolezza che quella giustizia può essere fatta più attraverso la buona volontà e dei singoli che attraverso le istituzioni a lei preposte. Al contrario di Portobello, il film mette dunque al centro le persone che possono scegliere di rendere la giustizia possibile: in questo senso il casting, nel ruolo della procuratrice generale di Cagliari Francesca Nanni, di Philippine Leroy-Beaulieu, il cui padre era marito della figlia di Enzo Tortora, Silvia, appare particolarmente ispirato.
Michele Riondino fa di Mauro Trogu un uomo animato da un profondo senso di equità e compassione, disposto ad andare oltre il proprio incarico professionale, mentre Fabrizio Ferracane dà a Beniamino Zuncheddu una mitezza che non è mai totale rassegnazione: solo contro i poteri forti, non rinuncia a dichiararsi innocente anche di fronte alla possibilità di godere di qualche privilegio carcerario a fronte di un'ammissione di colpevolezza. Completano il cast Geppy Cucciari nel ruolo di una giornalista di Radio Radicale e Francesco Colella in quello di un PM che ha... mangiato la foglia.
Zustìssia è narrato con essenzialità e rigore, le due armi che hanno reso possibile il riscatto di Zuncheddu. Il suo respiro è soffocato finché non può finalmente aprirsi, e Piras alterna visivamente gli spazi di vita del suo protagonista, dai pascoli aperti alla cella della prigione, dal bar dove grazie a Trogu riesce a trovare un impiego e a tornare in contatto con la gente alle aule di tribunale che lo ricacciano continuamente in carcere…

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…se Riondino restituisce la profonda umanità e il senso di giustizia che animano Trogu, Fabrizio Ferracane riesce perfettamente nell’impresa di cogliere e riportare sullo schermo tutte le sfumature della personalità di Zuncheddu, dal carattere mite a una tenacia giustamente ostinata, passando per una vulnerabilità mai velata dalla rassegnazione.

Zustìssia si prende il suo tempo (necessario) per ricostruire e andare a fondo di questa brutta vicenda, con un approccio tanto essenziale nella forma quanto carico di piena empatia nella sostanza. La regia di Francesco Piras tratteggia sapientemente gli spazi, che siano quelli angusti della cella di Zuncheddu o quelli opprimenti delle aule di tribunale, o il respiro aperto dei paesaggi montani sardi, e sa come creare una forte connessione emotiva coi personaggi, spesso inquadrati in primo piano con dettagli sui volti e i corpi…

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scrive Giampaolo Cassitta:

Ho visto Zustissia. Un film bellissimo, denso, mirabile, necessario. Un lungo racconto che ci trasporta nelle maglie complicate di una giustizia che vorremmo infallibile, ma che è inevitabilmente esposta agli uomini, ai loro gesti, alla pochezza di alcuni e alla vigliaccheria di altri.

Beniamino Zuncheddu è l’innocenza genuina, quella che ha gridato per oltre trent’anni, da una cella di carcere, di non aver commesso quei delitti. E intanto principi del foro, polizia e magistratura continuavano a non credere, a non seguire piste diverse, perché c’era, apparentemente, una pistola fumante: un testimone che aveva visto e che, in realtà, non poteva vedere.

Guardando il film, monta la rabbia, insieme all’impotenza davanti a un sistema che troppo spesso non vuole processare i propri errori. Ci sono due frasi che calzano a pennello e che rubo a un altro lungometraggio, apparentemente lontano da questa storia. È C’era una volta in America, con Noodles, interpretato da Robert De Niro, a pronunciarle.

La prima è: «Hai aspettato molto?». E lui risponde: «Tutta la vita».

Ecco, è la frase perfetta per Beniamino. Ed è anche la più amara.

Poi, ancora, quando gli viene chiesto: «Che cosa hai fatto in tutti questi anni?», la risposta è di altissima letteratura: «Sono andato a letto presto».

Potrebbero essere le frasi di Beniamino. Nel film, ovviamente, non ci sono, ma rimangono sottotraccia, come un raccordo segreto tra la giustizia e l’attesa, tra la sospensione e la disperazione.

Beniamino, però, a una domanda del bravissimo regista Francesco Piras risponde proprio come Noodles: «Beniamino, come hai fatto a resistere tutto questo tempo?». «Un giorno alla volta».

Ecco l’essenza della storia, del racconto, della terribile camminata nel deserto di un uomo innocente e solo: vivere un giorno alla volta.

Nel film, a un certo punto, si apre la voragine su alcune storture di una parte della magistratura, del metodo di Luigi Lombardini, conosciuto da molti e finito troppo spesso sotto il tappeto. Ricordo benissimo quei silenzi, quelle frasi pronunciate sottovoce, quando pubblicai La zona grigia, dove raccontavo come Lombardini, pur di ottenere un risultato, arrivasse a far condannare persone innocenti.

È vero, quel processo da me preso in esame (sequestro Bussi) non è stato rivisto e, nel frattempo, Mallocci è morto. Il metodo Lombardini faceva comodo: era semplice, sbrigativo. Ma non era giusto, come dimostra anche il caso Zuncheddu, e non percorreva le strade del diritto.

Il film è interpretato magnificamente da un bravissimo Michele Riondino che interpreta il coraggioso Avvocato Mauro Trogu e da un immenso Fabrizio Ferracane nel ruolo di Beniamino Zuncheddu. Tutti gli attori sono davvero all’altezza della situazione e la regia è magistrale.

Per la prima volta, vedo una Sardegna che non eccede nel folklore, nell’accento improbabile, figlio di troppi stereotipi. Bravissimi nella scelta di far parlare i protagonisti in sardo, con la traduzione. Bellissime alcune scene del carcere di Uta, dipinto nella sua immensa solitudine, con il sottofondo delle pale eoliche, in un non luogo che sembra essere la fine del mondo.

Francesco Piras è un grande regista e lo aveva già dimostrato con tre cortometraggi mirabili. Se vi capita, andate a recuperare Il nostro concerto, del 2018. Francesco è un regista, ma è anche un grande direttore della fotografia: ha curato la fotografia di Bentu, di Salvatore Mereu, e sa colorare i luoghi come pochi altri.

Sa far respirare le immagini. L’introduzione del film è poesia pura: una Sardegna vera, rude, senza maschere. Sa curare i particolari: la ricostruzione della cella di Buoncammino rasenta una perfezione rara, difficile da trovare in altri film. E poi i primi piani, i silenzi, le carrellate sulla testimonianza struggente, accompagnata dall’interpretazione gigantesca di Luciano Curreli. Ci sono lacrime che ti rimangono in tasca e non capisci, fino alla fine, se siano lacrime di rabbia o di disperazione. C’è quel ragazzo che palleggia con la testa sulle scalinate del tribunale. Ci sono quei bambini che osservano muti le scene orribili che soltanto i grandi sanno disegnare.

Ecco, Zustissia è tutto questo. Non è soltanto un film di riscatto: è un film di denuncia, di verità, di forza, di coraggio davanti agli errori giudiziari.

Mi ha reso più libero e felice.

Pensando a Beniamino Zuncheddu, ho pensato intimamente a quella zona grigia che dipinsi nel lontano 2008, dove c’è la storia di un innocente che, come Beniamino, alla domanda «Lei si dichiara innocente?» rispose con mestizia e forza: «Io sono innocente».

Dopo questo film, credo che tutti potranno capire che cosa significhi camminare un passo alla volta e aspettare la libertà per tutta la vita. Andando a letto presto.

 

 

scrive Antioco Floris:

Ho visto "Zustìssia", il film che racconta la revisione del processo di Beniamino Zuncheddu: uno dei casi giudiziari più controversi della storia italiana, che grida vendetta al cospetto di Dio, l’unico, nel suo immenso potere, in grado di rendere giustizia dum veneris iudicare saeculum per ignem!

Chi mi segue in questo spazio sa che sono molto parco nel portare sui social il mio mestiere di analista di film, ma oggi ho deciso di fare un’eccezione. Non è della trama che voglio parlare: vorrei spendere due parole sulla regia, e quindi sul lavoro di Francesco Piras. Collaboriamo da alcuni anni nelle produzioni dell’università e insieme abbiamo portato alcuni film al festival di Venezia: lui cura la fotografia e, insieme a me, la produzione, mai la regia. D’altronde, "Zustìssia" è il suo esordio nel lungometraggio, dopo alcuni cortometraggi. Un esordio non consueto nel contesto produttivo italiano, e poco autoriale nel senso dato al termine dalla Nouvelle Vague francese: Piras interviene su una sceneggiatura non sua e si trova a trasformare in immagini parole scritte da altri. In fondo, siamo vicini al modello americano tradizionale, in cui il produttore sceglie una sceneggiatura e la affida a un regista. Ed è proprio questo l’aspetto che mi ha colpito di più: il mestiere con cui Francesco ha gestito il set per dare un segno proprio a una storia non sua.

Il regista dirige un cast numeroso e disomogeneo. Accanto ad attori scafati come Riondino e Ferracane e a volti noti della TV come Cucciari, c’è una caterva di piccoli ruoli affidati ad attori dalle esperienze più varie: cortometraggi, serie, teatro, lungometraggi d’autore. Alcuni sono stati scelti semplicemente per la loro fotogenia. Il rischio del pot-pourri è forte, ma Piras riesce ad amalgamare queste diversità in un insieme omogeneo. Non ci sono fughe in avanti, recitazione impostata o intoppi. Non c’è enfasi.

Ed è questa una delle questioni più delicate in un film che racconta una storia fastidiosamente viva. Non è semplice trattare con equilibrio e senza clamore uno scandalo come quello di Zuncheddu, vero e attuale. Ma se la storia è in sé ricca, dice Bazin, un ulteriore arricchimento cinematografico la deforma, la priva della sua forza e la carica di retorica.

Piras sceglie una messa in scena essenziale, a tratti austera. Fa parlare i personaggi nella loro lingua di ogni giorno, li colloca nel loro ambiente naturale e dosa la loro presenza in scena. Soprattutto, guida gli attori a recitare per sottrazione: l’attore Ferracane sparisce nel prestare il suo corpo al servo pastore ergastolano Beniamino Zuncheddu; il comico Jacopo Cullin è un criminologo credibile e sobrio; Luciano Curreli offre un cammeo drammatico ed essenziale; Laura Mura e Giuseppe Ungari sono una vera famiglia... Non abbiamo mattatori sullo schermo, bensì “piccoli” personaggi che sanno di realtà. E con loro sa di realtà la storia raccontata.

PS — Excusatio non petita: questa non vuole essere una critica del film, che imporrebbe qualche parola anche su scelte produttive e di sceneggiatura non sempre convincenti. Da tempo ho smesso di fare il critico…


venerdì 9 ottobre 2026

Naufragi - Stefano Chiantini

il film ha un attrice bravissima, Michaela Ramazzotti, ma i due figli sono ancora più bravi.

una mamma non facile, perde il marito, e poi anche i figli, che ama molto, come loro amano lei.

già di suo la mamma è borderline, dopo la morte del marito si perde.

un film non facile, che merita.

buona (sofferta) visione - Ismaele

 

QUI si può vedere il film, su Raiplay

 

 

…Stefano Chiantini – autore del soggetto e della sceneggiatura – ci propone un film minimalista, che procede per piccole variazioni sul tema del dramma esistenziale di una donna borderline, interpretata con sensibilità da una Michaela Ramazzotti ma così intensa prima d’ora. Il lento incedere della seconda parte del film – quando la protagonista trova un’occupazione come cameriera in un motel – riesce a sottolineare con incisività la condizione umana della donna, disegnando un ritratto assai coinvolgente.

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…Stefano Chiantini adopera due registri narrativi, ad una prima parte ricca di dialoghi, alterna una seconda silenziosa, in cui lavora per sottrazione, scrutando e sondando con meticolosità chirurgica l’animo di una donna fortemente lacerato e ferito dalla vita. L'attrice occupa diligentemente e con somma maestria, l’intero spazio della narrazione, con la sua fisicità plastica; Maria è goffa nei movimenti, imbranata, ma poi all’occorrenza ha slanci di grande lucidità, come quando si piazza coraggiosamente davanti all’autobus in corsa e soprattutto nelle scene finali guadagna una solida compostezza; l’attrice romana fissa con grande abilità, le sfumature della sua bizzarra protagonista.  Il film oltre ad essere la storia di Maria è anche quella dei tanti “naufragi” della nostra società: il sistema assistenziale, la tutela dei minori, lo stato di abbandono delle famiglie fragili, l’assenza di sostegno alle madri in difficoltà, le morti sul lavoro, la mancata integrazione degli extracomunitari, la sorellanza. Ma “Naufragi”, per scelta del regista :«non è polemico, non contiene alcun giudizio morale, nessuna denuncia sociale», come dichiara Chiantini in conferenza stampa.

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…Possono senz’altro spiazzare, i cambi di tono di Naufragi, ma in fondo l’effetto è proprio quello ricercato dal film di Stefano Chiantini; un’opera che vuole delineare principalmente l’arco narrativo di un personaggio unico, imprevedibile nelle sue azioni e reazioni, e proprio per questo capace di stupire anche nella sua evoluzione. Il racconto cambia col volto e con la gestualità di Micaela Ramazzotti, parallelamente ai toni della fotografia, più caldi nelle prime due parti del film, raggelati in un anonimo “non luogo” (un motel e i suoi immediati dintorni) nell’ultima parte. Il carattere volutamente anonimo dell’ambientazione, con l’unica peculiarità del mare a fare da sfondo, è in realtà presente nell’intero film, seppur accentuato nella frazione conclusiva: le riprese sono state effettuate a Civitavecchia, a 70 km dalla capitale, ma lo sfondo potrebbe essere quello di una cittadina costiera qualsiasi. Di fatto, anche l’ambientazione è funzionale al racconto del dramma del personaggio principale, così come il tema – volutamente messo sullo sfondo e, per ammissione dello stesso regista, ridotto a pretesto narrativo – della sicurezza sul lavoro. Stavolta, principalmente, il film è su altro…

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ricordo di Marina Vlady

 




mercoledì 7 ottobre 2026

L’arte di arrangiarsi - Luigi Zampa

"Cominciai a tenere che quel delinquente fosse un uomo onesto"

questa battuta, quando Sasà Scimoni (Alberto Sordi) prova a corrompere un dirigente pubblico, è davvero straordinaria.

il film racconta la storia di un trasformista, fascista, socialista, comunista, democristiano, Sasà è un uomo buono per tutte le stagioni, si arrangia, e Alberto Sordi è immenso, come quasi sempre.

un film da non perdere, promesso.

buona (attuale) visione - Ismaele

  

QUI o QUI si può vedere il film completo

 

  

Rappresenta l'ultima parte di una trilogia ideata e sceneggiata da Vitaliano Brancati, i cui altri due titoli sono Anni difficili (1948) e Anni facili (1953).[1]

È stato poi selezionato tra i 100 film italiani da salvare.[2]…

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…Sasà è un voltagabbana: prima conservatore e monarchico, poi socialista pacifista. Interventista ma pusillanime ricorre a tutti i trucchetti per non finire sull'Isonzo mentre rincorre tutte le donne di Catania con un adeguato guardaroba e sufficiente lignaggio da garantirgli una vita di comodi. Sposa una ragazza tanto ricca quanto ingenua, diventa fascista per poi imparare il ritornello di "Bandiera rossa" quando le cose girano nel verso sbagliato. A fine guerra abbraccia il partito in voga nato dalle ceneri dei popolari di Don Sturzo ed infine si riscopre imbonitore indipendente di folle, trentacinque anni prima della conclusione della prima repubblica quando dai cocci degli storici partiti che firmarono la costituzione nacquero i mille partiti di oggi ritagliati sull'effige del loro leader. Infine, nonostante la fedina penale sporca Stimoli imbrocca la giusta strada verso un impero economico che inizia con un accento tedesco discutibile e con tanta faccia tosta. L'intrico tra politica e novella imprenditoria, su cui Zampa e Brancati si soffermano nel finale, è un apoteosi di cinismo e di lucida profezia di un paese destinato a rimanere sempre uguale a se stesso. Con questo film, terzo di una ideale trilogia Zampa/Brancati, terminò la collaborazione tre i due artisti. Brancati morì pochi giorni prima dell'uscita in sala del film. Sasà Scimoni gli sopravvisse rigenerandosi continuamente negli uomini politici di oggi che si riciclano, disinvolti, passando da uno scranno all'altro, ben attenti a rimanere a galla con la testa e di muovere il pantano sotto il pelo dell'acqua al fine di nascondere nella putredine tutti quei vizi che la fine del fascismo non riuscì certo a mitigare, ripresentantisi, anzi, più forti che mai nell'Italia del dopoguerra.

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Per quel che ne so, è il miglior film sul TRASFORMISMO, ovvero su uno dei più importanti tratti dell’Italia, e uno dei suoi peggiori mali.

Nell’Italia unificata da oltre un secolo e mezzo, tale attitudine è rimasta tra quelle caratteristiche: verrebbe da dire, purtroppo, tra le pochissime che si possano dire fondanti dell’italianità così come l’abbiamo vista.

Sordi è perfetto, Zampa e la sceneggiatura pure. Per fare carriera, l’italiano medio si sente in dovere di poter essere sempre libero di: ingannare il prossimo; tradire sempre le parole, le intenzioni e i valori che precedentemente aveva pronunciato come irrinunciabili. Con questa reale e robustissima, anche se ben mascherata (spesso solo apparentemente ben mascherata!), tendenza a dire il falso, e a dire e fare il contrario di ciò che ha detto prima, si è formata la classe dirigente italiana. Le eccezioni, in senso positivo, sono state pochissime, ed hanno pagato in modo amaro, e immediatamente, la loro conversione (o la loro vicinanza mai smentita) alla serietà, all’autenticità, al riconoscimento del merito.

Il personaggio di Sordi è amante, e sempre inguaribilmente servo, ora dei nobili e ora dei democratici, ora dei fascisti e ora dei comunisti: per restare ricco, come è stato, non gli è mai mancata l’inventiva, che in tale veste è una delle peggiori accezioni (se slegata dai valori morali, come è nel film e purtroppo nell’Italia unita) dell’intelligenza che in Italia però è stata fatta passare come vincente stile educativo (benché in realtà tra i più diseducativi).

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…Il suo Sasà Scimoni è l'italiano per eccellenza, il furbetto con la "faccia come il culo", pronto a dire tutto e il contrario di tutto per i propri interessi: è socialista, spera nell'inizio della guerra ma poi si scopre contrario alla violenza (ovviamente per evitare di combattere in prima persona in guerra), poi si riscopre fascista (per evitare da vigliacco un duello con la sciabola) e poi comunista, diventa affarista e produce un film religioso, poi fonda un proprio partito (al suon di "questi polsi che hanno conosciuto il freddo acciaio delle manette": meraviglioso!) con una coerenza del tutto inesistente ma perfetta per il personaggio. Sarebbe bello considerare "incredibili" i voltafaccia di Albertone in questo film, ma purtroppo per i tanti personaggi visti nella storia italiana ma anche e soprattutto nell'attualità qui di incredibile non c'è nulla.

Anzi, L'arte di arrangiarsi diventa un reperto eccellente per un genere ormai del tutto estinto nello spettacolo italiano: questa è satira vera, cosa che purtroppo non si vede più da nessuna parte o quasi (per un popolo rimbambito da decenni di Mediaset e berlusconismo mediatico che adesso pensa che la satira sia quella di "Striscia la notizia"... No comment). Un film da ripescare e rivedere assolutamente.

Può esserci il difetto di una messa in scena un po' didascalica, che poteva essere più fluida per certi versi, ma è impossibile non apprezzare un film del genere, capace di far sorridere amaramente e pensare tanto.

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martedì 6 ottobre 2026

La città dei vivi - Edoardo Gabbriellini

tratto dal libro di Nicola Lagioia (che firma la sceneggiatura, senza i fratelli d'Innocenzo) il film è quasi un complemento del libro.

si lascia intuire cosa è avvenuto, ma il film parla sopratutto dei vivi, di quelli che hannoconosciuto e restano depo la scomparsa tragica di Luca, restano i genitori di Luca e la fidanzata, nei loro cuori Luca vivrà ancora.

un film che non delude, promesso.

buona (sopravvivente) visione - Ismaele

 

 

…''Quando ho visto il film sono rimasto molto colpito e commosso, anche sentimentalmente, per il modo in cui Edoardo ha adottato la prospettiva di questo libro'', confida Lagioia. ''Io racconto la storia soprattutto dal punto di vista dei due assassini, mentre lui si concentra sulla vita di Luca e della sua fidanzata Marta Gaia Sebastiani. Cambiare il punto di vista – continua - non significa cambiare i fatti di una storia, ma illuminarla e farla sentire in maniera diversa. Per me è stato come leggere il capitolo mancante del libro''…

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…Se Lagioia, nei suoi vari punti di contatto con l'omicidio di Luca Varani (reportage, romanzo, podcast e ora soggetto del film) parla a un certo punto di una "malvagità dei luoghi", Gabbriellini fa di tutto per esorcizzarla, per opporre invece una semplicità limpida e comprensibile alle parti di quella vicenda che più sono assurde e oscene. Con pudore danza attorno alla violenza, e si direbbe quasi che la riempie di vuoti: quelle inquadrature di stanze senza persone - nelle case dove si è cresciuti, dove si sogna di abitare, e perfino dove si spargerà del sangue - o in quegli autobus che attraversano Roma e sono belli perché non c'è mai nessuno, e in quei bicchieri che ritornano spesso e "sono fatti per rompersi".
Così facendo prende in esame soltanto Luca e il suo universo affettivo, il rapporto schietto con i genitori e quello fisiologicamente appena più complicato con la fidanzata (li vediamo lasciarsi brevemente e poi tornare subito insieme e immaginare un nido domestico sotto un cavalcavia romano). Le contemporanee traiettorie dei due ragazzi che si macchieranno del delitto, e la casualità crudele che li porta non solo a incrociare il cammino di Luca ma anche quello reciproco, sono relegate al fuoricampo se non per qualche piccolo accenno…

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…La città dei vivi vuole umilmente anche essere una storia di formazione per i sopravvissuti, un invito quasi giubilare (la cupola di San Pietro che accompagna la fuga della MdP dagli schizzi ematici della casa in cui è stato appena ucciso Varani) a guardare la vittima senza la facile condanna morale del giudicante. E anche se spesso il film sembra sfiorare i confini degli in memoriam commissionati dalle famiglie soprassedendo sui fatti più ambigui o compromettenti (la ludopatia solo suggerita), resta l’originalità di un approccio fortemente umanista e, persino, carico di speranza. Nell’era del true crime, talmente incistato nella nostra dieta mediatica da monetizzare collettivamente morti e dolori personali, il crimine vero per il regista è difatti dimenticarsi di quella città dei vivi che continua a vendere dolciumi o portare piatti ai matrimoni anche quando il loro affetto è stato ucciso per noia da due persone che non meritano invece spazio narrativo. È in queste scene di (impossibile) risveglio dal lutto o in quelle altrettante cariche emotivamente della possibile fuga dal destino di morte – Luca che abbraccia il camioncino del padre dopo aver partecipato per la prima volta al festino di Prato – che Gabbriellini mostra uno sguardo sicuramente meno lucido di Lagioia ma molto più compassionevole e necessario.

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…L’operazione di Gabbriellini ha il merito di interrogare la vicenda attraverso ciò che precede e circonda l’omicidio, spostando l’attenzione dal semplice fatto criminale alle fragilità sociali, culturali ed emotive che attraversano i suoi personaggi. Il film cerca nelle relazioni, nella solitudine e nel bisogno di riconoscimento le coordinate di un’esistenza contemporanea nella quale centro e periferia, appartenenza e marginalità continuano a convivere.

Il risultato conserva una notevole forza proprio quando rimane vicino a Luca e alla sua vita. Alcuni passaggi avrebbero beneficiato di un approfondimento maggiore, soprattutto nel rapporto tra la dimensione individuale e quella sociale evocata dal film. La materia narrativa è enorme e Gabbriellini sceglie una prospettiva precisa, concentrandosi sulla vittima e sulla sua umanità. È una scelta che produce momenti intensi e rispettosi, sostenuti da un cast di grande livello e da una regia capace di mantenere una distanza necessaria dalla tragedia.

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…se c’è una vicenda in cui sarebbe importante cercare di capire cosa si cela dietro l’orrore, è proprio quella di Luca Varani. Se dunque da un lato è apprezzabile la scelta di focalizzarsi esclusivamente su Luca e i suoi cari, dall’altro la mancata esplorazione dell’altro lato di questa storia – ossia le figure di Marco Prato e Manuel Foffo, qui ridotti a due personaggi del tutto anonimi – lascia un po’ d’amaro in bocca e la sensazione di un’occasione sprecata.

Proprio perché l’omicidio di Luca è stato così inspiegabile e insensato, si sente la mancanza di un ancorché minimo tentativo di indagarne le cause. E’ interessante in questo senso il fatto che i fratelli D’Innocenzo, autori della sceneggiatura, abbiano disconosciuto il film, spiegando che Gabbriellini ha apportato importanti modifiche allo script senza il loro consenso. Viene dunque spontaneo interrogarsi su come fosse la sceneggiatura originale, se esplorasse maggiormente le figure dei due assassini e se la sensazione che all’opera manchi qualcosa dipenda dalle modifiche apportate dal regista.

Al di là di tutto, comunque, La città dei vivi è un film apprezzabile per intenti e realizzazione, con un cast molto azzeccato (Emanuele Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi sono assolutamente credibili e autentici; interessante, tra l’altro, è il fatto che il primo era già stato tra i protagonisti di un film incentrato su un gravissimo caso di cronaca nera italiana, ossia La scuola cattolica, che raccontava il massacro del Circeo) . La sensazione, però, è che con un materiale del genere si potesse fare qualcosa di più, e che nella realizzazione dell’opera la prudenza e la sobrietà abbiano in qualche modo avuto la meglio sulla volontà di scavare davvero.

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