in un mondo in crisi il petroliere Rockwell cerca di trivellare tutto il trivellabile, in tutto il mondo, senza ostacoli.
chi vede Rockwell avrà la conferma di quanto siamo tutti nelle mani di gente instabile, a essere chiari.
uno dei momenti più forti, tra i tanti, è il discorso in un'arena, di fronte a delle persone arrabbiate, solo che un discorso in difesa è un discorso d'attacco, sembra di sentire Draghi con i suoi condizionatori, o Trump nuovo papa del mondo, o un presidente di una compagnia petrolifera che ricatta la gente, o faccio quello che voglio, o andrete a piedi.
è il Potere che non vuole limiti, e non li ha, in effetti.
il film non sta avendo molto successo, i produttori perderanno un sacco di soldi, ma chi se ne frega, diranno i miei 25 lettori.
il problema è che la gente va a vedere film innocui, mica film che fanno pensare.*
i critici, la maggior parte, hanno distrutto il film.
non ascoltateli, andate a vedere il film, se non l'hanno ancora tolto dalle sale per qualche film di supereroi.
un film da non perdere, secondo me, grandi attori, grande regista, immagini memorabili, una storia che fa male, è gli ultimi cinque minuti vi lasceranno senza parole.
buona (imprescindibile) visione - Ismaele
*mutatis mutandis, ma non troppo, qualche giorno fa in Brasile ha vinto le elezioni abbondantemente, anche negli stati dell'Amazzonia, un gaglioffo che ha come obiettivo la distruzione della foresta pluviale, quella che ancora rimane, e come corollario il genocidio degli indios (un genocidio in più cosa vuoi che sia?), per diventare un grande fornitore di materie prime per il mondo.
… Tutto in Digger è
instabile e indefinito, tutti i mezzi d’espressione si confondono insieme alla
realtà, alla finzione e alle scale di grandezza (i diorami sono dei modelli
tridimensionali che ricreano una scena in scala ridotta). Dai vari livelli si
scivola costantemente e senza soluzione di continuità, anche se il regista
tiene magistralmente insieme gli equilibri, in realtà sottili, così come Cruise
si mantiene in equilibrio perfetto tra la caricatura e il personaggio del
miliardario machiavellico e manipolatore, che dice solo verità parziali, quelle
comode per lui, contrariamente allo scienziato che lo sfida e che si sfinisce
nel dire sempre la verità, anche etica.
In questa
instabilità totale c’è la fotografia metaforica di un capitalismo impazzito,
sempre più folle nella sua ubriacatura da vittoria sulla guerra fredda e perciò
del tutto incapace di mettersi in discussione, di creare nuovi modelli, facendo
così affondare tutti.
Digger è la miglior rappresentazione mai vista del
turbocapitalismo portato alla Casa Bianca da Trump e Musk, e venduto alle masse
come una liberazione. Perché in verità sono tutti delle turbocaricature.
…Le ipotesi sul
rifiuto del pubblico possono essere diverse.
La prima è il
negazionismo climatico. Il film è troppo forte, troppo vero e insieme troppo
estremo nel mostrarci un’estinzione che in realtà è già cominciata e che non
farà che dipanarsi nel nostro presente.
Le sue immagini
di città alluvionate si confondono con quelle che scorrono sempre più spesso
sui nostri schermi, dal Nepal a Istanbul in questi giorni.
Forse è troppo per
uno spettatore che continua a raccontarsi che l’Apocalisse è un problema di
domani e che oggi possiamo continuare a vivere come abbiamo sempre vissuto.
La seconda
ipotesi è che l’arte sia diventata un dispositivo troppo complicato per lo
spettatore medio, che si aspetta un prodotto industriale con una storia ben
scritta, paesaggi dai colori calibrati dall’intelligenza artificiale e attori
possibilmente belli secondo gli standard internazionali.
Oggi chiamiamo
arte qualsiasi prodotto culturale, da Bridgerton alla Biennale di
Venezia. Ma l’arte non è soltanto un prodotto culturale: è un’esperienza
profonda di catarsi, come insegnava Aristotele.
Con strane
acrobazie, l’artista riesce a farci vivere o rivivere l’emozione intensa di
un’esperienza, nostra o dell’umanità intera. E non c’è un percorso lineare né
una ricetta per questa magia: può essere un gatto al centro della scena, un
frigorifero vuoto, una battuta indimenticabile come «Tutto cambia, sai? Un
giorno sei un gatto. O un re. Il giorno dopo sei solo cenere in una scatola»,
oppure «Madre natura adora vincere».
L’arte non deve
necessariamente rappresentare o raccontare, non è né bella né brutta: fa
accadere qualcosa in noi, per cui dopo aver visto, ascoltato o letto un’opera
non saremo più quelli di prima.
Il fallimento di
Digger è, romanticamente, parte della sua straordinaria bellezza e
della sua forza…
…Se la parte tecnica è decisamente promossa anche la storia non è da
meno. Il tutto è una satira sociopolitica bella sfogata e praticamente senza
freni con battute taglienti, situazioni veramente grottesche, umoriste e al
limite del surreale. I personaggi sono belli caricati, eccessivi e con toni
esacerbati e urlati. Una critica feroce al sistema politico ed economico
americano, corrotto, subdolo, reazionario, con priorità distorte dove pensa più
al guadagno e al profitto a discapito dell’ambiente e ai disastri che può
potenzialmente causare. Molto interessante è anche la grossa ipocrisia delle
varie nazioni che denunciano le calamità climatiche e i modus operandi, ma alla
fine fanno uso e godono dei benesseri offerti dagli USA come il petrolio e
l’energia dove appunto Digger rinfaccia a tutti i capi di stato. Non a caso ci
sono varie frecciatine a Digger come classico stereotipo dell’uomo d’affari
fatto e finito e a Compson quasi paragonabile a Donald Trump nelle sue uscite
fuori di testa.
Ma se tutto questo sembrerebbe troppo arriva in diverse riprese
un’importante componente metanarrativa che giustifica, contestualizza e discute
il racconto stesso e portando il film in una dimensione diversa, in un contesto
diverso e in un genere diverso e si riflette sulle conseguenze delle scelte e
delle decisioni prese dalle generazioni passate. Un mondo che diventa un
palcoscenico o magari anche il contrario, forse non proprio del tutto roseo, ma
comunque con diverse speranze per l’umanità che riponiamo nelle generazioni future
perché tutto vada per il bene. Meglio non dire troppo per non rovinare la
sorpresa…
…il film risulta schematico e banale:
l'America è ancora una volta una terra di eccessi e di ignoranza ma vitale,
mentre l'Europa è un luogo spoglio di energia. Tanto si vuole far apparire
controversa e illuminante la figura di Digger, che per contrasto la si circonda
di oscuri funzionari senza personalità - e di presidente matto interpretato da
John Goodman che crede di essere causa dei mali della Nazione per via dei mali
del suo corpo, come fosse un Re menomato del leggendario ciclo arturiano, il "Re
pescatore". La vera controparte di Digger, quasi il suo
"antagonista", non è infatti un politico, bensì un uomo di scienza
che, secondo una retorica più à la page è di colore e di origine
indiana - però, si badi, sempre con cittadinanza americana.
In un film con queste ambizioni, tali
semplificazioni sono controproducenti inoltre, nel cercare l'attualità a tutti
i costi, manca l'altra vera superpotenza dei nostri tempi, ossia la Cina. Più
in generale il tentativo di realizzare un nuovo Dottor Stranamore si schianta sugli artifici di
Iñarritu, che cerca una finzione più vera del vero, che si muove tra diversi
livelli di messa in scena e che in fondo non sembra credere, lui per primo,
alla forza della sua satira, tanto da doverla rivestire di giochi di prestigio.
Il regista rifiuta la definizione di autore pretenzioso, ritiene che la
definizione gli venga attribuita con facilità perché messicano e sia quindi
un'etichetta razzista, ma in Digger fa davvero tutto il possibile per
meritarsi questo appellativo ancora una volta.
…Grottesche gallerie di personaggi, il potere in mano
ad una banda di vecchi sciacalli, affetti felini, allucinazioni messianiche,
sublimazioni nucleari e militari, il sogno di ogni presidente americano
guerrafondaio (bombardare, bombardare, bombardare), fosse anche l’avanzare
inarrestabile di un iceberg gigantesco, Iñarritu vuole stupirci attraverso le
sue immagini, smantellando e ricomponendo la sua stessa opera, dirigendola e
criticandola, il cataclisma ambientale è solo lo sfondo mobile di un film che gira
intorno al grande divo hollywoodiano e così ammirandone la performance ci si
dimentica subito dopo della morte delle migliaia di persone che il suo
personaggio che ha provocato.
…Lo scrivo sempre
e da sempre: il cinema ormai vale solo come evento, che sia il viaggio di
Ulisse o il reportage su Gaza. L’investimento mentale deve giustificare la
visione in sala (fateci caso, oggi non è nemmeno più una questione di soldi:
per un po’ di anni il cinema è diventato, nella percezione collettiva, un luogo
carissimo; ora le nemiche del portafogli sono le troppe piattaforme). Ogni
tre-quattro mesi, una coppia di amici con figli piccoli mi pone la domanda che
più mi terrorizza: «Ci consigli un film da vedere al cinema? Ma dev’essere
bello, eh!», e io mi sento più responsabilizzato che se dovessi consigliare uno
specialista in emorroidi a uno che non riesce a sedersi da mesi (chiedo scusa,
è solo un tributo al parimenti grandioso John Goodman di Digger). Non
esiste più il-cinema-per-il-cinema, il film che magari non ti piace, il Digger
che ti fa girare i coglioni (sareste comunque dalla parte sbagliata, ma Digger
può essere un film che fa girare i coglioni, e lo capirei più della scelta di
non andare a vederlo per partito preso).
E qui sta la
radicalizzazione: nell’aver smesso di scegliere in cambio di un cinema (o quel
che ne resta) che deve solo coccolarci, rassicurarci, farci desiderare di
essere come tutti, come diceva un altro libro. E se quei tutti hanno deciso che
il tal film non lo guarderanno, allora non lo faremo neanche noi, e quel film
sarà bruttissimo. Correte al cinema, fregatevene delle stroncature, delle
pernacchie a Tom Cruise, del box office, e soprattutto mollate quel telefono…
…Iñárritu,commentando la ricezione del film, ha
detto di preferire una reazione violenta all'indifferenza e ha ammesso
tranquillamente che Digger «is not perfect», spiegando che quello che
gli interessa è aprire una conversazione; da quel punto di vista è difficile
sostenere che abbia fallito, perché si è parlato tantissimo del suo film, anche
se magari meno persone del previsto hanno deciso di pagare per vederlo.
È forse qui che torno alla sensazione da cui ero
partito, quella per cui nel cinema contemporaneo la recensione riesce sempre
più spesso a diventare un pezzo dello spettacolo, perché Digger è
contemporaneamente un film, un flop, una discussione sul perché sia un flop,
una battaglia tra chi pensa che la critica non l'abbia capito e chi pensa che
il problema sia esattamente l'opposto, e infine una campagna pubblicitaria
costruita sulla battaglia stessa. Quasi tutto ciò che accade dopo i titoli di
coda sembra aggiungere un ulteriore livello a un film che, mentre lo guardavo,
trovavo invece spesso troppo impegnato a giustificarsi.
Che poi è la contraddizione per cui continuo a
pensare di aver visto un qualcosa di valore: per buona parte di Digger
avrei voluto che Iñárritu si fidasse un po' di più di quello che aveva già
messo davanti ai miei occhi, senza fermarsi continuamente a spiegarmi che
sapeva benissimo cosa stava facendo; da quando è finito, invece, è il mondo
esterno che continua ad aggiungere livelli e spiegazioni, rendendo molto
difficile, alla fine, liquidare il film come “merda” o “capolavoro”.
…Allora ecco che il cinema – ancora una volta
“mascherato” da teatro, come in Birdman –
diviene l’ultimo sguardo possibile – basito e instupidito quanto si vuole –
sull’irresistibile discesa di un uomo, e con lui di tutta l’umanità: i piedi
già a mollo nell’Averno, ma gli occhi sono inchiodati sulla faccia del
colpevole, che si offre a loro in un inedito momento di spudorata sincerità. Ma
si tratta, ancora una volta, di un depistaggio, di uno spettacolo, in cui la
verità è usata come strategia e fumo negli occhi (colpevole o capro espiatorio
per il beneplacito di tutti?). In cui Digger, formidabile entertainer prima ancora che spregiudicato magnate
(come il nostro Silvio Berlusconi, che qualcuno ancora si azzarda a
rimpiangere), compie il suo ultimo incantamento, la sua definitiva ipnosi di
massa. E con lui, l’uomo dietro la macchina da presa… Digger non fa che riconfermare il limite del
cinema di Iñárritu (che è anche, se si vuole, il suo fascino), ovverola
contemplazione rapita e compiaciuta di una performance über alles, un restare ipnotizzati dall’orchestra del
Titanic mentre il transatlantico affonda. Il narcisismo di chi se ne sta lì a
comporre l’epigramma più mordace e irriverente mentre tutto intorno a lui le
luci si spengono.
…Quando poi Iñárritu apre uno squarcio metalinguistico
sul racconto e scopriamo di aver assistito a una semplice messinscena teatrale
(intitolata "Fossil Fools") della crisi geopolitica avvenuta qualche
anno prima, la sceneggiatura non introduce un radicale cambio di registro,
perché il dietro le quinte mantiene lo stesso tono farsesco dello spettacolo;
gli interpreti, la crew e il pubblico in sala sembrano inoltre apprezzare senza
grandi riserve questa rappresentazione così posticcia del dramma, per la quale
ridono e s’indignano.
Hanno bisogno di una catarsi per superare il proprio trauma e continuare a
vivere in una società dove non è cambiato nulla, in cui i responsabili della
strage sono anche i finanziatori di uno spettacolo che li ridicolizza soltanto
per autoassolversi. Iñárritu prende di mira, infatti, la totale inoffensività
della satira moderna, complice dei potenti, colpevole di anestetizzare
l'audience alle ingiustizie, incapace di smascherare veramente i responsabili…
…Il film, a un
certo punto, smette di permetterci di attribuire tutta la colpa ai
potenti. Guardiamo Rockwell e possiamo sentirci dalla parte giusta:
lui è il petroliere cattivo che ha distrutto il pianeta. Poi Digger si presenta
davanti all’assemblea europea e le restituisce l’accusa. Voi condannate il
petrolio, ma volete guidare automobili, prendere aerei, ricevere merci
dall’altra parte del mondo, riscaldare e raffreddare le vostre case, consumare
energia in continuazione. Io vendo ciò che volete comprare. Rockwell ha in
parte ragione e usa quella parte di verità per assolversi.
È questo, per me, uno
dei punti più forti del film. Il sistema dei combustibili fossili non
è soltanto il prodotto dell’avidità delle compagnie petrolifere. È un contratto
fra produzione e consumo, fra chi offre e chi domanda, fra chi ricava enormi
profitti e chi considera ormai irrinunciabile il modo di vivere che quei
combustibili rendono possibile. Il contratto è asimmetrico, ma questo non
elimina la partecipazione di entrambe le parti. È molto più rassicurante
pensare che esistano dei cattivi che ci hanno imposto tutto questo. Iñárritu
non ci concede questa consolazione. E poi ci mostra i fili…
…Visivamente
dirompente, satira irruente che rimbalza continuamente tra teatro e realtà,
audace messa in scena e farsa, l’ultima opera di Alejandro G. Iñárritu
è un grido di rabbia, paura e dolore di fronte al cinismo imperante a cui siamo
sempre più assuefatti. In un meccanismo di sottile vendetta e catarsi che la
rappresentazione (teatrale e cinematografica) da sempre offre al pubblico
pagante.
E
nel riprodurre e rievocare i volti grotteschi di questo incedere (dis)umano, Digger
offre uno strumento meta narrativo per partecipare in prima persona, e forse
esorcizzare quel dolore che ci attraversa quali abitanti di questo mondo, tra
le mura della sala. Perché poi, una volta fuori, il malessere lavora come lento
depositarsi di quei sentimenti di cui il film si fa roboante manifesto
satirico.
Costringendoci
a essere parte integrante di un meccanismo ambizioso e malato, terribile
spettacolo a cui stiamo inesorabilmente prendendo parte. E sotto la patina di
divertimento che l’opera offre a mezzo satira, scorre poi potente il flusso di
una realtà con cui, invero, abbiamo il terrore di fare i conti. Folle,
rocambolesca, impetuosa e divisiva proprio come questo film. Una catastrofe
umana irreversibile in cui il cinema continua a vivere.