lunedì 5 ottobre 2026

Das Vaterspiel (Oedipe, le jeu) - Michael Glawogger

Michael Glawogger racconta tre storie che si intersecano, sul passato nazista che non finisce.

Ratz viene cercato da una vecchia compagna di gioventù per un lavoretto da muratore (che strano!) a New York, per proteggere un criminale di guerra nonno della ragazza.

sembra un po' folle, ma tutto si tiene bene.

buona visione - Ismaele



La storia e il destino di tre famiglie. Quella ebrea distrutta dal massacro dei Nazisti in Lituania, quella del colpevole, che fugge in America dove intrattiene grottesche relazioni familiari, e quella del trentacinquenne Ratz, la cui famiglia socialdemocratica si sta dissolvendo nella Vienna di oggi. La condanna del secolo scorso unisce queste tre famiglie, dimostrando che non si può mai fuggire dal proprio passato.

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Tre famiglie, tre storie, che raccontano la forza di coercizione che esercita il passato (e in particolar modo il Novecento) sulla storia personale. La prima è quella di una famiglia ebrea distrutta dai massacri operati dai nazisti in Lituania. La seconda è invece quella di una famiglia che era dalla parte dei colpevoli e che nonostante sia da tempo migrata negli USA, mantiene ancora i suoi singolari rituali di coesione. La terza è una famiglia viennese - dal forte credo socialdemocratico - che va dissolvendosi miseramente.

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domenica 4 ottobre 2026

Nessun dolore – Gianni Amelio Michele (Valerio Mastandrea)

un pò fiaba, un po' incubo, per qualche istante potrebbe essere come Miracolo a Le Havre, ma è tutta un'altra cosa.

Davide (Alessandro Borghi) vende libri in una bancarella a Roma, visitato qualche volta da Elsa (Valeria Golino), una professoressa, e poi c'è Michele (Valerio Mastandrea), che lavora all'obitorio e custodisce i corpi dei morti non richiesti.

e poi ci sono un bambino senza nome e tanti altri senza nome, a parte Amina.

Davide è un po' Lazzaro felice, un po' uno dei francescani pazzarielli del film di Rossellini, preda di non troppo astratti furori.

altri protagonisti del film sono i libri, che contengono storie avvincenti.

in certi momenti il film inquieta, Davide sembra portare sulle spalle una parte del male del mondo.

e poi compie finalmente il rito della sepoltura, e quel bambino sarà sempre con lui.

un film forse non perfetto, ma merita molto.

buona (sorprendente) visione - Ismaele


 

scrive il regista:

Nessun dolore nasce da un bisogno lontano: andare oltre il racconto dell’esodo in Lamerica, un mio film di trent’anni fa, con il finale sospeso su una nave in mezzo all’Adriatico. Che cosa è cambiato da allora, chi è “l’immigrato”? Qualcuno da accogliere, o da respingere? Un nuovo amico, o un estraneo pericoloso? Negli ultimi decenni il nodo non si è sciolto, anzi il problema si è esasperato, non si vede in prospettiva una ragionevole soluzione.
Ma forse la “soluzione” non c’è, o non la si vuole cercare. Forse va trovata nella ragione e nel cuore di ciascuno di noi. Se non abbiamo già perduto, tra le tante occasioni, quella di riconoscerci come esseri umani: cosa difficile e rischiosa.

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…Perché il personaggio che Alessandro Borghi interpreta con le giuste variazioni di atteggiamento è di quelli di cui si vorrebbe venire più spesso a conoscenza. Non è inizialmente schierato su un versante pro o contro (anche se la tendenza è quella di immergersi nel proprio mondo di venditore di parole su carta lasciando il mondo fuori) ma si trova a compiere un percorso inizialmente obbligato e progressivamente sempre più consapevole. In uno dei fil rouge del film si avverte come un'affinità con 3/19 di Silvio Soldini ma qui l'urgenza è diversa e si concretizza in un senso di colpa che sente la necessità di gesti di riparazione.

L'avvertenza di apertura va tenuta sempre presente perché altrimenti si rischia (e non è da pensare che Amelio lo voglia) l'idealizzazione dei migranti che finirebbe con il risultare altrettanto dannosa della loro (purtroppo indotta) demonizzazione in questi tempi in cui si è coniato l'orrido neologismo di 'remigrazione'. Così come potrebbero avere buon gioco coloro che parlano di assenza di volontà di integrazione di fronte a queste persone che non possiedono nel loro lessico neppure un vocabolo italiano di uso quotidiano. Peraltro in un film in cui si sottolinea il valore della parola scritta come fonte di trasmissione di pensiero.

Se Alessandro Borghi carica il suo personaggio di un senso di responsabilità che si trasmuta in una forma di respirazione che sottolinea quanto vive, è Valerio Mastandrea che, con il suo addetto alla ricezione di cadaveri di ignoti o comunque di persone di cui nessuno richiede le spoglie, finisce con il sintetizzare il pensiero di Amelio.

È una 'brava persona', diversa da quelle che si nascondono dietro alle 'leggi' o gettano brutalmente fuori dalla sala di attesa di un pronto soccorso una giovane donna incinta immigrata che vi cercava riparo. Nella sua quieta esistenza sa compiere le scelte giuste, come padre e come essere umano. È a costoro che questo racconto immaginario e per immagini si rivolge, auspicando la persistenza di quell'umana pietas che è sempre più essenziale conservare.

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…In Lamerica, l'esodo degli albanesi verso la terra promessa italiana ricordava quella dei nostri connazionali poveri ed emarginati verso le terre d’oltreoceano. Davide in Nessun dolore, come il cinico Gino in Lamerica, scopre nella cura dell’estraneo il senso della solidarietà. Non si tratta solo di uno sradicamento geografico, ma di un impulso affettivo in cui una nuova casa trasforma l'accoglienza nell'unica vera "patria" possibile in cui trovare rifugio.

Nessun dolore si sofferma su quale sia il prezzo della generosità, sottolineando che la pretesa di anestetizzare la sofferenza costituisce soltanto una fragile illusione. È un’indagine a suo modo cristologica, in cui alla fine uno straordinario Alessandro Borghi è il vero portatore della Croce. Appassionante.

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… Il Davide di Nessun dolore è una sorta di Albanese/Antonio Pane di L’intrepido fuso nel poetico dissolvimento esistenziale del carabiniere Lo Verso di Il ladro di bambini, là dove la fuga dalla realtà si fa pacifica interiorizzazione di una latente inconscia involontaria trasformazione. In una Roma livida, inusuale, più mitteleuropea che mediterranea, autenticamente sprovincializzata, Amelio continua a mostrare che tra gli over 80 del cinema italiano è quello a cui scorre ancora parecchio cinema nelle vene, che non perde l’abitudine del filmare, del costruire la scena, mai un’inquadratura uguale all’altra, mai un campo e controcampo che si somigliano, con la trovata di quel baracchino chiuso per pioggia con i due amanti isolati abbracciati stretti in mezzo al brulicare del mondo che fa venire i brividi.

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Il  film parla di qualcosa che ancora non è accaduto.

Dunque potrebbe accadere, e a guardar bene già accade.

La didascalia iniziale potrebbe funzionare per un film di fantascienza. E fantascientifico questo film lo è, prefigurando situazioni estreme, di confine, realtà fino ad un certo punto vissute come normali.

I sentimenti siamo abituati a circoscriverli, tracciarli, definirli (fines, i confini). Se i confini saltano anche il dolore, il sovrano-despota dei sentimenti, tocca il punto impensabile, come dice Elsa (Valeria Golino): "A volte si tocca il punto impensabile dove anche il dolore è gioia piena".

Impensabile, giusto, siamo convinti che ogni cosa si possa pensare e, pensandola, farla essere vera.

Non è così. C’è il caso inaspettato, c’è un momento in cui si fa un incontro che ti cambia la vita,

ti costringe ad essere altro da quello che pensavi di essere e ti accorgi che i tuoi confini erano solo convenzioni, o meglio, protezioni.

Amelio tocca un tema a lui sempre caro, Lamerica, Il ladro di bambini, sono passati molti anni e le storie non cambiano, ci sono solitudini e disperazioni che il tempo non riesce a sanare, piuttosto le aggrava e se una volta essere nomadi era una condizione naturale, i popoli si spostavano alla ricerca di nuove terre e le civiltà si mescolavano, ne nascevano altre, addirittura quel geniaccio di Aristofane inventò la città degli uccelli, fra la terra e il cielo, oggi siamo nella terra dei confini, dei muri, dei piccoli orticelli personali che custodiamo con granitica determinazione…

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…il registro espressivo scelto da Amelio si biforca: da un lato c’è il realismo livido e cupo dell’incidente stradale e delle sue conseguenze – e qui occupa uno spazio rilevante il personaggio interpretato da Valerio Mastandrea, che diverrà un complice d’umanità di Davide –, e dall’altro si espande una fiaba sociale dalle timbriche quasi surreali, con la casa dell’uomo che si trasforma in un vero e proprio centro d’accoglienza per tutti i diseredati della città, ai quali lui non chiede nulla. Non sempre Amelio gestisce al meglio l’evidente discrepanza tra i due approcci estetici, ma l’afflato poetico ed etico è senza dubbio cristallino, anche se la retorica fa capolino di quando in quando tra le maglie della storia, come testimonia ad esempio la scelta di far leggere al protagonista Furore di John Steinbeck, quasi a ribadire il diritto del migrante non solo a lasciare la propria dimora, quand’essa non gli concede più una vita degna d’esser vissuta, ma anche e soprattutto a ribellarsi a una società che gli mette i bastoni tra le ruota e lo considera al pari dei criminali. E così, pur non mancando ridondanze, semplificazioni e squilibri narrativi, si apprezza la limpidezza di un pensiero che di questi tempi si fa sempre più urgente, e non scontato. Credere nell’umano in un’epoca dominata da intelligenze – o supposte tali – artificiali è dote perfino commovente, e l’odissea sempre più consapevole del personaggio di Davide è struggente nella sua volontà di non piegarsi all’ovvio di una società marcescente, in cui la collettività è vista come un pericolo. A venire incontro al regista di Colpire al cuore, I ragazzi di via Panisperna e Il ladro di bambini è in particolar modo un cast che si presta alla bisogna con grande e palpabile empatia.

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Questo è un film di fantascienza. Reo-confesso. Infatti in apertura è immediatamente detto: ecco qualcosa che potrebbe accadere a breve.

Ma forse è già avvenuto, e quindi siamo di fronte a un film biblico, qualcosa che ha a che vedere con il Giudizio Universale… Oppure, ma chissà se poi importa a qualcuno, è solo una totale fantasia, dove si spinge fino al vuoto cosmico la disperazione dell’accoglienza impossibile e delle coscienze (sporche?) dell’uomo occidentale…

Non ci sono certezze, dentro Nessun dolore di Gianni Amelio. E non ne abbiamo noi che proviamo a raccontarlo, a mettere insieme i pezzi, quasi a “ricrearlo”. Certo è un film necrologico. Qualcosa che ha a che vedere con la fine (di un mondo).

Tre protagonisti “bianchi”, occidentali, italiani. Davide (Alessandro Borghi) è appassionato di libri: li legge (poco) li accumula (molto) li vende (anche qui pochi). È un guardiano del cimitero dei libri, mummificato in un sapere inerte e invendibile che non sa parlare più ai vivi. Elsa (Valeria Golino) è un’insegnante di letteratura all’università, ma le sue lezioni sembrano dei contenitori esausti, e gli studenti (pochi) le seguono svogliatamente. Ma anche lei ama i libri e ne offre in continuazione a Davide per venderli nel suo chiosco librario in Piazza Risorgimento a Roma (a pochi metri dal Vaticano). Infine abbiamo Michele (Valerio Mastandrea) che è un vero e proprio custode di corpi morti, lavorando come guardiano dell’obitorio…

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…ad onore del vero va detto che la sceneggiatura prende in seguito una linea direttiva un po' confusa, affastella fin troppe scelte che possono apparire inverosimili o comunque non approfondite, soprattutto la scelta di Davide di portarsi a casa Aminah, per alleggerire la sua coscienza dopo l'incidente, che risulta però in un'occupazione da parte di una tribù di homeless che agiscono indisturbati in casa sua e che finisce per assomigliare a un quadretto surreale un po' troppo sganciato dalla realtà più cruda, a cui Amelio vorrebbe rifarsi. Anche la parte conclusiva, su cui preferisco non spoilerare, soffre di una trama e di caratterizzazioni dei personaggi non del tutto soddisfacenti, anche se vi sono buoni momenti soprattutto nei confronti fra Davide e l'impiegato all'obitorio interpretato da Valerio Mastandrea.

Dispiace parlarne in questi termini, però stavolta si avverte un certo calo nell'ispirazione da parte del regista, riscontrabile anche in alcune scelte di regia (soprattutto il ricorso un po' pleonastico ad alcune canzoni come commento sonoro, in particolare quella di Ornella Vanoni verso la fine), mentre rimane efficace la direzione degli attori, in particolare un Alessandro Borghi che ha affrontato il ruolo con un impegno ammirevole e ne esce vincitore anche quando il copione lo mette in situazioni non del tutto credibili, una Valeria Golino che apporta un professionismo di alta scuola ad un ruolo, quello della professoressa universitaria che si innamora castamente di Davide, che poteva essere sviluppato meglio, e un Valerio Mastandrea in una partecipazione speciale, ma decisamente in parte…

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…Sarebbe ingiusto non notare la sensibilità sincera alla base di Nessun Dolore. Gianni Amelio costruisce il film intorno a un’idea di solidarietà quotidiana, lontana dai grandi gesti eroici: accogliere qualcuno, condividere uno spazio, rinunciare progressivamente a una parte del proprio comfort. È una materia che appartiene profondamente al cinema del regista.

Il problema è che il film sembra procedere senza riuscire a stabilire quale debba essere davvero il centro della propria riflessione. L’odissea di Davide potrebbe parlare di solitudine, senso di colpa, immigrazione, responsabilità individuale, paura dell’altro e necessità di costruire una comunità, tutti temi importanti che restano separati anziché confluire in un’unica traiettoria.

Nessun Dolore cerca l’umanità nei gesti del suo protagonista, ma finisce per smarrire la complessità delle persone che lo circondano.

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…Nessun dolore è un film che nasce da un’idea forte: raccontare il senso di colpa, l’accoglienza, la fragilità umana. Ma la realizzazione non riesce a sostenere questa ambizione. La sceneggiatura è povera di spunti, nonostante le situazioni siano sempre lì, pronte a offrirne. Il tono è incerto, oscillante tra dramma e surreale, senza trovare mai un equilibrio. Lo spettatore vive un senso di smarrimento che non è frutto della complessità, ma della mancanza di direzione.

La presentazione fuori concorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia conferma che il film è stato considerato un’opera interessante, ma non abbastanza solida da competere. È un’opera che tenta di affrontare temi importanti, ma che non riesce a trasformarli in un racconto coerente.

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…Gesti di autentica intensità e gentile poesia. Non a caso è un verso di Luzi ad aver ispirato Amelio per il titolo che ancora una volta parla di vicinanza, confini, sbarchi, paure dell'altro e risvolti sociali.

La somma di questi elementi ad oggi sempre più rari fa riflettere molto. 

 

Inoltre affronta anche in modo subliminale quella soglia del male, varcata la quale, si cade giù in un baratro, rappresentando così la via del non ritorno.

Da quel punto in poi si inizia a capire davvero. E si lascia andare tutto verso il risarcimento, spesso degli altri. Verso la spoliazione e la perdita. Verso l'ascolto, persino delle nostre vite - giù in profondità.

La sensazione è un pò quella di perdere il controllo, come fa il ritmo circadiano. O il frangersi ritmico delle onde sul mare. Intangibili. Sono gli altri o entità diverse dallo status quo che controllano e fanno accadere, l'accadibile…

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sabato 3 ottobre 2026

La settima stanza - Márta Mészáros

Edith Stein è una filosofa che, dopo molti turbamenti, da ebrea diventa cattolica.

in famiglia è un dramma, la madre (interpretata da Adriana Asti) non le parla più, e i fratelli e sorelle non la capiscono.

i nazisti la perseguitano oltre ogni dire e la fine è nota.

colonna sonora di Moni Ovadia.

il film riesce a non annoiare mai, merito della regista e di Maia Morgenstern (che interpreta Edith).

buona (filosofica) visione - Ismaele

 

 

La settima stanza, un film su Edith Stein di Marta Meszaros. Edith Stein: Breslavia 1891 – Auschwitz - Birkenau 1942, Filosofa della Fenomenologia. Tre donne di pensiero hanno illuminato la pensosità ombrosa della Filosofia del’ 900: Simone Weil, Hannah Arendt, Edith Stein. Persino gli uomini di pensiero hanno ancora da imparare da queste complesse personalità. Che il Cinema sia un apparecchio affascinante, che può penetrare e scrutare la Coscienza e lo Spirito dell’Umanità é evidente fin dalle prime prove della sperimentazione della fotografia e delle foto in movimento.

Il cinema è nato in Francia: Zola è stato un modernissimo fotografo ed i “Frères Lumière” hanno sorpreso l’Ottocento con i loro bianchi e neri eleganti e lievi. Così, illuminare “la Notte oscura”, dentro la quale si è sempre svolta la vita ed il pensiero tortuoso di Edith Stein, è apparso a Marta Meszaros come un compito essenziale e necessario.Coinvolta, ecco come appare Marta M., coinvolta, immersa, quasi un “Alter Ego” di Edith.Il suo sguardo fotografico, molto mittel-europeo, fiammingo, caravaggesco, Ver-Meeriano, ricco di forti contrasti di colore, privo di riferimenti alla Natura, ai fiori, agli alberi, alle albe, ai tramonti... il suo sguardo analitico, sintetico, profondo, esistenziale ed essenziale, offre ai nostri occhi, al nostro Spirito una Storia umanissima e tragica. Moni Ovadia accompagna con tenere e vivaci musiche Kzemer e dolenti canti ebraici i momenti più suggestivi del film. La miglior allieva del filosofo Husserl (padre della Fenomenologia), a Friburgo, affronta la vita e le scelte quotidiane in una cornice di nazismo incipiente. Lei è un’ ebrea convertita al Cristianesimo cattolico. Si è fatta battezzare da un’amica filosofa protestante: Edwis Conrad-Martius. La mamma (una “mamele” ebrea che ha cresciuto una famiglia da sola e che non accetterà la conversione di Edith; sempre ostinata sul quesito: “ma perché Lui si è creduto figlio di Dio?”) Edith, segnata dalla malattia, dalla fragilità nervosa, dalla depressione, cercherà di sublimare in un’impossibile Ascesi il suo tormento d’amore, di vita, di scelte. Lo studio di San Tommaso d’Aquino, di Santa Teresa d’Avila, di San Juan de la Cruz, accompagneranno il suo percorso di vita.Le cadute, le ribellioni, le rivolte saranno tragiche ed umanissime. Attraverso il percorso mistico del viaggio nelle 7 stanze (ogni stanza è una tappa nella ricerca dell’unione con Dio, a scapito del corpo e del richiamo tentatore della vita), ritroverà il senso della Condizione umana, così come lo concepiva la carmelitana Santa Teresa d’Avila, d’ascendenza ebraica spagnola, fondatrice dell’Ordine delle Carmelitane scalze.Marta M. coglie con intelligenza due momenti fondamentali della vita di Edith: il ballo in maschera dove Eros e Thanatos si conciliano in maniera straziante e nell’ingresso di Edith nelle varie stanze, attraverso un irruento sbattere di porte oscure, che si chiudono e si aprono e raramente si illuminano di Vita.Il percorso tracciato sull’orrore del nazismo e la disperata ricerca del Tempio e del Cristo e della Gerusalemme celeste porteranno Edith alla vera meta: Auschwitz.Nessuno consegnerà al Papa Pio XI la Lettera in cui chiedeva angosciato aiuto per gli Ebrei d’Europa.Edith morirà con Rosa, sua sorella, come Ebrea e per gli Ebrei.Edith morirà come cristiana, per i cristiani.Edith morirà come essere umano, per l’Umanità.Oggi Edith protegge l’Europa. Marta M. è riuscita ad illuminare il labirinto di una “Notte oscura”.Poche le stelle, il cielo oscuro, il mistero della Mente e della Coscienza.Talvolta anche il Cinema può essere Poesia.

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venerdì 2 ottobre 2026

Naza - Yuval Abraham e Rachel Szor

si leggono molte cose su Naza, ma prima bisogna vedere il film, e capire che tutto quello che abbiamo letto dai palestinesi e dagli ebrei antisionisti (che in qualche posto, come in Italia, passano per antisemiti, secondo il mainstream e le leggi).

dove ho visto il film la sala era piena, nessuno chiacchierava, nessuno guardava il telefonino, tutti eravamo concentrati sulle parole e sulle immagini.

il film non aggiunge molto a quello che si sapeva da parte dai palestinesi e dai (non molti) ebrei antisionisti, solo che ascoltarlo nelle parole di chi sta compiendo il genocidio è molto diverso, gli intervistati sono (tutti o quasi) orgogliosi ed entusiasti di quello che hanno fatto e stanno facendo, parlano di un sistema che non sbaglia, molti affermano che hanno obbedito agli ordini, uno di loro (solo uno) paragona gli israeliani che combattono, a tutti i livelli, ai nazisti; di sicuro a tutti, da appena nati, hanno fatto il lavaggio del cervello. 

durante le interviste la telecamera, fra un'intervista e l'altra, osserva e mostra quello che succede nelle case di Tel Aviv, forse, chissà, a far pensare che a Gaza, a poche decine di chilometri da Tel Aviv, le persone stavano a casa, prima di essere sterminate, erano come gli israeliani, nè più nè meno.

poi pensi che il film, girato in Israele da due israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor non cambierà niente in quel paese che passerà alla fogna della storia come genocida, come dice Frank Zappa: "Una delle mie tesi filosofiche preferite è che la gente sarà d'accordo con te solo se è giá d'accordo con te. Non riesci a cambiare la mente degli altri ."

i due registi sono ormai, dopo questo film, nella lista nera degli ebrei antisemiti, una categoria che le leggi non prevedono, forse anche le leggi si vergognano.

un film per aver paura, molti film horror sono quasi comici, al confronto.

buona (notturna) visione - Ismaele



ps1: senza polemica, sarebbe interessante sapere quanti degli spettatori di Naza sono andati a vedere Palestina 36 (che mostra quando tutti ebbe inizio, grazie agli splendidi inglesi e ai coloni ebrei fuggiti dall'Europa antisemita), quelli che non lo hanno visto lo vedano, se e quando passerà nei canali di streaming.

ps2: è di questi giorni una notizia positiva, quando all'ONU è stato chiamato a intervenire il genocida e criminale di guerra Netanyahu, 77 delegazioni hanno abbandonato la sala (qui la lista degli stati le cui delegazioni hanno abbandonato la sala, fra le offese e le minacce israeliane). 

 

scrivono Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad


...Da oltre un secolo i palestinesi documentano la propria storia di colonialismo d’insediamento, esproprio delle terre, espulsione e resistenza. Da quasi tre anni trasmettono sui nostri telefoni, in diretta, la distruzione di Gaza: ospedali sotto attacco, bambini sepolti sotto le macerie, famiglie annientate, giornalisti uccisi mentre documentavano ciò che accadeva. Quelle immagini non avevano bisogno di una traduzione israeliana per essere comprese.

Eppure quasi nessuno parlava della violenza genocida che si è estesa alla Cisgiordania, né della repressione dei cittadini palestinesi di Israele. La storia non è cominciata nell’ottobre 2023, e non riguarda un solo gruppo né un solo territorio. È un genocidio contro il popolo palestinese, usato come mezzo per un fine: la pulizia etnica e la sostituzione. È questo il contesto. E allora la domanda diventa inevitabile: qual è, oggi, lo scopo di NAZA?

Informare? Confermare? Denunciare? Oppure contribuire concretamente alla giustizia?

Se lo scopo è informare, il destinatario non è certo il pubblico israeliano, che sapeva e sosteneva il genocidio. Lo dimostrano le dichiarazioni di politici, giornalisti ed esponenti della società civile, e i filmati diffusi dai soldati e da comuni cittadini di una società militarizzata, che impone il servizio militare a tutti i suoi cittadini tranne che ai palestinesi con cittadinanza israeliana. Non li turbavano nemmeno le notizie sulla fame a Gaza, la fame usata come arma di genocidio: c’era chi bloccava l’ingresso dei camion di aiuti e chi derideva i palestinesi, mentre l’esercito sparava su chi era in fila per il cibo. È quanto accaduto nella cosiddetta «strage della farina» del 29 febbraio 2024, lungo Al-Rashid Street, quando le truppe israeliane aprirono il fuoco sulla folla in attesa dei camion di aiuti umanitari, uccidendo oltre cento persone e ferendone centinaia. L’espressione è poi passata a indicare anche le successive «stragi del pane», legate alla disperata distribuzione di cibo a Gaza.

Resta il pubblico occidentale. Quali informazioni gli mancavano?

Se lo scopo è confermare le testimonianze palestinesi, perché serve la parola di un soldato israeliano perché diventino credibili? Non sono bastati i corpi, le immagini e i video diffusi dai palestinesi stessi?

Se lo scopo è denunciare i crimini, che cosa dovrebbe accadere dopo la denuncia? E quali responsabilità hanno le istituzioni che applaudono, quando i loro governi dispongono già di un’enorme quantità di prove?

Se i soldati israeliani intervistati dispongono davvero di informazioni sulle decisioni operative, sulle catene di comando e sulle responsabilità individuali, quelle informazioni non possono esaurirsi nell’emozione del pubblico in sala. Sono dichiarazioni che fanno rabbrividire, non verità da applaudire. Vanno conservate e messe a disposizione di investigatori e magistrati indipendenti: della Corte internazionale di giustizia, nel procedimento per genocidio avviato dal Sudafrica, e della Corte penale internazionale, che giudica le responsabilità individuali...


...Palestine 36, di Annemarie Jacir, offre una prospettiva diversa. Restituisce ai palestinesi la soggettività politica e la continuità della propria storia. Non sono comparse nel risveglio morale di qualcun altro, ma protagonisti di una società e di una lotta per l’autodeterminazione che esistevano ben prima dell’ottobre 2023, e prima ancora della creazione dello Stato di Israele in Palestina.

Non applaudire NAZA non significa rifiutarsi di vederlo. Significa domandarsi perché venga applaudito e celebrato così, mentre tutto ciò che i palestinesi hanno già detto e documentato resta in secondo piano... 

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scrive Jamal Kanj:

...Controllare il discorso richiedeva il controllo dei testimoni: tenere fuori la stampa, uccidere i giornalisti che portavano quelle telecamere “minacciose” e lasciare che il Goebbels Sionista diffondesse la sua Hasbara (Propaganda Sionista) per offuscare la verità. Tra i principali argomenti del discorso “Israele prima di tutto” c’era l’affermazione che il rapporto tra civili e combattenti uccisi a Gaza fosse migliore di quello americano in Iraq o in Afghanistan. Era una statistica fatta su misura per le emittenti televisive via cavo, precisa, autorevole e impossibile da verificare in modo indipendente, perché coloro che avrebbero potuto controllarla erano stati esclusi dalle stesse testate giornalistiche dal contestare l’affermazione, banditi dall’ingresso a Gaza o già uccisi.

Ecco perché il documentario israeliano NAZA ha ricevuto l’attenzione che ha ricevuto. Il suo titolo deriva dall’acronimo militare ebraico Nezek Agavi, un termine agghiacciante che indica il numero di civili che si prevede vengano uccisi e che viene preso in considerazione dalle valutazioni dei servizi segreti israeliani quando si prendono decisioni sugli obiettivi a Gaza...

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scrive Roberto Sedda:

…Non avevo grandi dubbi che a Gaza si stia commettendo un genodicio, quindi non sono rimasto sorpreso, quello che ho trovato profondamente interessante del film (sì, anche nel senso dell’antica maledizione cinese, ti auguro di vivere in tempi interessanti) è la descrizione plastica di come si organizza un genocidio e di come ne vivono la gestione coloro che lo compiono.

In questo senso, sono certamente strumentali e ingiustificate le repliche difensive che ho visto girare sui social (e su molti media israeliani) che si affannano a negare singoli aspetti del film (spesso, fra l’altro, con inesattezze), per esempio il ruolo dell’intelligenza artificiale; quello che conta è la descrizione di un sistema di sterminio.

È chiaro che le parole sistema di sterminio richiamano associazioni ben precise con altri eventi del passato; Auschwitz è citato esplicitamente da uno degli intervistati in uin passaggio del film. La mia idea è, da sempre, che la storia non si ripete: eventi storici distanti fra loro possono illuminarsi a vicenda, se ne possono fare comparazioni e possono essere inseriti in categorie storiche generali, però non sono mai lo stesso fatto, per definizione. C’è un discrimine preciso in questo tipo di discorsi: il testimone nel film usa la comparazione per descrivere una propria situazione esistenziale e questo è legittimo; il passaggio è notevole e i registi hanno fatto bene a conservarlo….

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dice Etan Nechin:

...Il vero soggetto del documentario è ciò che accade quando un sistema fallisce, sia moralmente che tecnicamente. L’intelligence israeliana ha mappato ogni edificio a Gaza e poteva monitorare le comunicazioni telefoniche in tutto il territorio ben prima della guerra, eppure non è riuscita ad impedire il 7 ottobre. Ogni confessione e ogni fotogramma ricorda quel giorno...

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scrive Elisa Giudici:

...Laddove La voce di Hind Rajab esplorava il devastante impatto psicologico che il tentativo di salvare Hind Rajab aveva avuto sui soccorritori che avevano passato ore al telefono con lei, qui l’unica reazione emotiva è la rara richiesta da parte dell’intervistatore di ripetere un concetto o chiarirlo, quando la portata disumana delle rivelazioni degli intervistati scalfisce l’aplomb con cui i due registi impostano la pellicola. Naza infatti tenta un approccio distaccato, analitico, che cede raramente all’emozione e all’enfasi. Per questo una delle rare note stonate del film è la decisione di mostrare sul finale un video verticale con un papà che cerca disperato i figli sotto le macerie di un condominio bombardato e le drammatiche immagini di una serie di piedini di bambini che sporgono, immobili e scalzi, dai calcinacci. Dopo i concisi, puntuali, precisissimi 90 minuti precedenti, questa aggiunta rischia di risultare manipolatoria...

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scrive Giampiero Frasca:

...Gli applausi a scena aperta di Venezia, il silenzio gonfio di commozione della sala cinematografica e probabilmente di tutte le altre sale cinematografiche sono reazioni partecipi ma attese, del tutto prevedibili. Appartengono a un pubblico che è andato lì intenzionalmente, che vuole vedere confermata la sua tesi già delineata. Naza non ha nessuna possibilità di fare proseliti e nemmeno ambisce a farli, perché nell’era delle fake news appositamente sguinzagliate, dei social, dell’ideologia individuale che si fa protervia, dei commenti sguaiati e delle tesi che diventano dogmi inattaccabili, perché nessuno è disposto a conoscere ma solo ad affermare le sue idee, questo film si rivolge a una precisa bolla. Chiunque altro non faccia parte della bolla è pronto a rifiutarlo, a confutarlo, ad aggredire perché lui ce l’ha più lungo degli altri, soprattutto se gli altri sono circoncisi (lo sono anche i musulmani, eh).

Naza sarà vero ancor prima di entrare in sala per chi lo va a vedere e pretestuoso quando non addirittura inattendibile per chi ha deciso a priori che mai lo vedrà.
Sposta qualcosa? Nulla. Dota solo di un grado maggiore di consapevolezza: che uccidendo a uno a uno tutti i membri di Hamas se ne andranno con loro anche i vicini di casa. Finché non ne rimarrà più nessuno. Quelli della bolla inorridiranno e si chiuderanno ancora più nel loro spesso silenzio. Tutti gli altri esulteranno. E non importa se fino a tre anni fa questi stessi altri consideravano gli ebrei né più né meno di come li concepivano i nazisti durante le leggi di Norimberga.

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scrive Lavinia Marchetti:

...Nel 1946 la domanda, come noto, era come fosse stato possibile vivere dentro un sistema criminale e continuare la propria vita. Nel 2026 quella domanda è dannatamente peggiore, adesso le immagini arrivano mentre i fatti accadono e questo non basta comunque ad impedire che un genocidio accada.

Abraham e Szor hanno risposto alla maniera di Jaspers: apparteniamo a questa società, sappiamo ciò che sta accadendo, dunque abbiamo un obbligo.

Questo film, la sua diffusione, è importante anche a posteriori. Fra molti anni sarà difficile rifugiarsi nella formula che accompagna quasi tutti i grandi crimini della storia: io non sapevo. No stavolta non sarà proprio possibile.

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mercoledì 30 settembre 2026

Donnarumma all'assalto – Marco Leto

tratto dal romanzo di Ottiero Ottieri, il film (e il romanzo, il titolo è lo stesso) racconta le vicissitudini di un selezionatore del personale in una fabbrica del sud (ispirato allo stesso lavoro fatto dallo scrittore nella fabbrica dell'Olivetti a Pozzuoli).

il dirigente del personale arriva dal nord e si trova in una realtà sconosciuta, tanti disoccupati vogliono un posto nella fabbrica, e scegliere i lavoratori e le lavoratrici è davvero difficile, anche secondo le neutrali e oggettive tecniche moderne di selezione del personale.

siamo nel periodo dell'industrializzazione del sud, i candidati al lavoro sono davvero credibili, povera gente, spesso analfabeti, che vogliono solo faticare, con uno stipendio sicuro.

tutti sono bravi, Stefano Satta Flores sopratutto, è lui che interpreta Donnarumma (che non è un portiere di calcio affermato, ma èsolo un disoccupato di lungo corso), un incubo per la dirigenza della fabbrica.

buona (industriale e operaia) visione - Ismaele

 

  

QUI si può vedere il film completo


 

Prodotta dalla RAI, è la versione cinematografica dell'omonimo libro del 1959 di Ottiero Ottieri. Una riproduzione onesta, senza particolari concessioni ad altro che non sia il mero resoconto dei fatti, che vedono uno psicologo del nord arrivare in uno stabilimento presso Napoli chiamato a valutare i candidati all'impiego. Il mondo della fabbrica degli anni '70 è perfettamente rappresentato, con tutti i suoi risvolti chiari e torbidi. Buono il cast, con un Gianni Garko in parte e un grande Stefano Satta Flores. Un'occhiata la merita.

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In un grande stabilimento nei pressi di Napoli arriva uno psicologo destinato a selezionare le candidature per le assunzioni in ditta. L'uomo ancora non si rende conto delle difficoltà del suo compito e della varietà umana che si troverà davanti.

L’opera più nota di Ottiero Ottieri, sociologo col vezzo della scrittura o viceversa scrittore con la passione per la sociologia, è Donnarumma all’assalto, un romanzo del 1959 piuttosto freddo nei toni, molto analitico, che racconta in prima persona le vicissitudini di uno psicologo alle prese con le innumerevoli candidature per lo stabilimento Olivetti a Pozzuoli. Va subito riconosciuta a Marco Leto una notevole capacità di trasportare quanto mai rispettosamente la pagina scritta nelle immagini della pellicola; questo film, girato per la Rai nel 1972, risulta compatto, ben narrato e godibile per lo spettatore pur senza snaturare eccessivamente il testo di partenza – a scrivere la sceneggiatura è d’altronde intervenuto un tris di firme composto da Bruno Di Geronimo, Ernesto Guida e dal regista stesso. Leto proveniva da un lungo apprendistato durante il quale aveva imparato il mestiere a fianco di professionisti come Franco Rossi, Florestano Vancini e altri ancora; dal 1967 il Nostro passa in prima persona dietro la macchina da presa e comincia a sfornare una serie di titoli televisivi improntati all’impegno storico e civile come La sconfitta di Trotsky (1967) e La rivolta dei decabristi (1970) per citarne solo un paio. È naturale dunque che il suo approccio a un’opera come quella di Ottieri sia funzionale al progetto; certo, la tensione crescente (che deflagra nel finale) è gestita con ogni probabilità in modo un po’ approssimativo, ma d’altronde Leto pare più improntare il suo cinema alle idee che all’azione. Tra gli attori a sua disposizione ci sono Stefano Satta Flores, Magali Noel, Gianni Garko e Milena Vukotic: affatto male. Apprezzabile anche la colonna sonora di Manuel De Sica.

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Il film, apparentemente molto fedele al romanzo, procede alternando riflessioni in prima persona del protagonista e gli sviluppi veri e propri della vicenda.
Si arriva così a costruire un quadro sociale molto sottile e di impatto, che mostra uno spaccato della società duro da digerire: un meridione d’Italia ancora formato da paesi poverissimi in cui la maggior parte delle persone è semianalfabeta, la disoccupazione è alle stelle ed il lavoro non viene visto come un’opportunità di sviluppo personale ma come un miraggio, un dono caduto dal cielo capace di strapparti dalla tua condizione di miseria. Il sistema di selezione del personale, studiato per valutare attitudini e competenze, risulta quasi grottesco in un contesto in cui nessuno è interessato a fare un particolare lavoro piuttosto che un altro, in cui nessuno è in grado di presentare competenze specifiche se non una generica (e talvolta dichiarata a parole ma assente nei fatti) voglia di “faticare”.

Il protagonista si scontra con questa massa di disillusi e demotivati il cui rappresentante di spicco è proprio Donnarumma, uomo focoso e sanguigno, che passa tutte le sue mattinata fuori dai cancelli della fabbrica a minacciare i dirigenti, rifiutando di fare domanda per essere ammesso alla procedura di selezione perché la ritiene una procedura inutile, sapendo già in principio che verrà scartato. In barba alle dinamiche del sistema reclama un lavoro perché ne ha bisogno, fottendosene di test di competenze e colloqui psico-attitudinali.

Una bella fotografia di un mondo che ora esiste sempre di meno, ma non credo proprio che non esista più del tutto.

Bello vedere Milena Vukotic in un ruolo ampio che rende giustizia alle sue abilità recitative e non relegata a mera spalla comica.

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martedì 29 settembre 2026

Ikitie (The Eternal Road) - Antti-Jussi Annila

il film racconta la creazione e la distruzione di una cooperativa agricola "americana", durante i primi anni dello stalinismo. 

Jussi Ketola viene rapito dalla sua famiglia in Finlandia e portato il quella fattoria, in Unione Sovietica.

sembra una specie di paradiso, ma ben presto l'ossessione dei tradimenti e delle delazioni portano al terrore e agli omicidi.

e tutte le volte che si avvicina quella macchina nera con i viscidi funzionari del partito tremiamo anche noi.

Antti-Jussi Annila fa film che non si dimenticano, e questo ne fa parte.

buona (terroristica) visione - Ismaele

 

Durante la grande depressione degli anni Trenta, Stalin invita tutti i lavoratori del mondo a costruire una nuova società basata sulla giustizia, sull'uguaglianza e sulla libertà. Più di dieci mila americani rispondono alla sua chiamata e tra questi vi è Jussi Ketola, un americano di origini finlandesi. Tuttavia, il sogno di un paradiso comunista va rapidamente in frantumi quando Jussi è assillato da un lato da alcuni bulli fascisti e dall'altro lato dalla polizia segreta sovietica. Nonostante gli ostacoli, Jussi riesce a stabilirsi nella comunità e a costruirsi una famiglia ma, quando cambia il clima politico, gli stranieri iniziano a essere considerati elementi indesiderati e a scomparire misteriosamente.

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…Lo sfondo storico di The Eternal Road, ispirato peraltro a fatti realmente accaduti (e già condensati in un libro dal connazionale Antti Tuuri), corrisponde alla Grande Depressione degli anni ’30, periodo di crisi iniziato negli USA di cui Stalin approfittò per esortare i lavoratori degli altri paesi a raggiungere l’URSS, così da costruire tutti insieme una nuova società basata sulla giustizia, l’uguaglianza e la libertà. Anche molti cittadini americani e canadesi vicini alle idee socialiste accettarono l’invito. Furono più di 10.000. Ma per loro non finì bene. Mutato il clima politico, instauratasi una spirale di controlli polizieschi, paranoie diffuse e repressioni di rara ferocia, quelle volenterose comunità “ospiti” del sogno sovietico riorganizzate in kolchoz nella regione artica furono decimate una dopo l’altra, tra delazioni, processi farsa, brutali interrogatori, torture, esecuzioni sommarie e uccisioni di massa. Pochi “fortunati” furono semplicemente rimpatriati nei paesi d’origine, ma per il resto la spietata macchina di morte messa in moto da Stalin e dai suoi più stretti collaboratori non conobbe pietà. E in questa cornice ha luogo anche la fosca avventura del nostro protagonista, il finlandese Jussi Ketola (qui interpretato da un convincente Tommi Korpela), soggetto pacifico e anarcoide prelevato con la forza da connazionali di estrema destra e costretto a riparare in Unione Sovietica, dove gli verrà impedito per anni di tornare dalla propria famiglia, costretto invece a partecipare alla costruzione del fantomatico “paradiso dei lavoratori” sotto il controllo continuo della polizia politica, fino ad assistere in prima persona a indicibili orrori sottraendosi lui stesso, un po’ per caso, a una gran brutta fine.
Non inganni la robustezza del tema trattato: quello di Antti-Jussi Annila non è comunque un semplice film di denuncia, bensì un polimorfico oggetto filmico che accumula pathos di continuo parafrasando liberamente gli stilemi del western, del noir, del melo e di diversi altri generi, riadattati con personalità sia durante il rapimento del protagonista, sia durante la sua permanenza forzata nel kolchoz. Cinema di altissimo livello, insomma, che finisce poi per inglobare la tragicità della Storia con una parte finale da incubo, simile volendo a Katyn del maestro polacco Wajda per la crudezza con cui le esecuzioni vengono messe in scena.

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