lunedì 19 ottobre 2026

Digger - Alejandro González Iñárritu

in un mondo in crisi il petroliere Rockwell cerca di trivellare tutto il trivellabile, in tutto il mondo, senza ostacoli.

chi vede Rockwell avrà la conferma di quanto siamo tutti nelle mani di gente instabile, a essere chiari.

uno dei momenti più forti, tra i tanti, è il discorso in un'arena, di fronte a delle persone arrabbiate, solo che un discorso in difesa è un discorso d'attacco, sembra di sentire Draghi con i suoi condizionatori, o Trump nuovo papa del mondo, o un presidente di una compagnia petrolifera che ricatta la gente, o faccio quello che voglio, o andrete a piedi. 

è il Potere che non vuole limiti, e non li ha, in effetti.

il film non sta avendo molto successo, i produttori perderanno un sacco di soldi, ma chi se ne frega, diranno i miei 25 lettori.

il problema è che la gente va a vedere film innocui, mica film che fanno pensare.*

i critici, la maggior parte, hanno distrutto il film.

non ascoltateli, andate a vedere il film, se non l'hanno ancora tolto dalle sale per qualche film di supereroi.

un film da non perdere, secondo me, grandi attori, grande regista, immagini memorabili, una storia che fa male, è gli ultimi cinque minuti vi lasceranno senza parole.

buona (imprescindibile) visione - Ismaele

 

*mutatis mutandis, ma non troppo, qualche giorno fa in Brasile ha vinto le elezioni abbondantemente, anche negli stati dell'Amazzonia, un gaglioffo che ha come obiettivo la distruzione della foresta pluviale, quella che ancora rimane, e come corollario il genocidio degli indios (un genocidio in più cosa vuoi che sia?), per diventare un grande fornitore di materie prime per il mondo.


 

 

… Tutto in Digger è instabile e indefinito, tutti i mezzi d’espressione si confondono insieme alla realtà, alla finzione e alle scale di grandezza (i diorami sono dei modelli tridimensionali che ricreano una scena in scala ridotta). Dai vari livelli si scivola costantemente e senza soluzione di continuità, anche se il regista tiene magistralmente insieme gli equilibri, in realtà sottili, così come Cruise si mantiene in equilibrio perfetto tra la caricatura e il personaggio del miliardario machiavellico e manipolatore, che dice solo verità parziali, quelle comode per lui, contrariamente allo scienziato che lo sfida e che si sfinisce nel dire sempre la verità, anche etica.

In questa instabilità totale c’è la fotografia metaforica di un capitalismo impazzito, sempre più folle nella sua ubriacatura da vittoria sulla guerra fredda e perciò del tutto incapace di mettersi in discussione, di creare nuovi modelli, facendo così affondare tutti.

Digger è la miglior rappresentazione mai vista del turbocapitalismo portato alla Casa Bianca da Trump e Musk, e venduto alle masse come una liberazione. Perché in verità sono tutti delle turbocaricature.

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…Le ipotesi sul rifiuto del pubblico possono essere diverse.

La prima è il negazionismo climatico. Il film è troppo forte, troppo vero e insieme troppo estremo nel mostrarci un’estinzione che in realtà è già cominciata e che non farà che dipanarsi nel nostro presente.

Le sue immagini di città alluvionate si confondono con quelle che scorrono sempre più spesso sui nostri schermi, dal Nepal a Istanbul in questi giorni.

Forse è troppo per uno spettatore che continua a raccontarsi che l’Apocalisse è un problema di domani e che oggi possiamo continuare a vivere come abbiamo sempre vissuto.

La seconda ipotesi è che l’arte sia diventata un dispositivo troppo complicato per lo spettatore medio, che si aspetta un prodotto industriale con una storia ben scritta, paesaggi dai colori calibrati dall’intelligenza artificiale e attori possibilmente belli secondo gli standard internazionali.

Oggi chiamiamo arte qualsiasi prodotto culturale, da Bridgerton alla Biennale di Venezia. Ma l’arte non è soltanto un prodotto culturale: è un’esperienza profonda di catarsi, come insegnava Aristotele.

Con strane acrobazie, l’artista riesce a farci vivere o rivivere l’emozione intensa di un’esperienza, nostra o dell’umanità intera. E non c’è un percorso lineare né una ricetta per questa magia: può essere un gatto al centro della scena, un frigorifero vuoto, una battuta indimenticabile come «Tutto cambia, sai? Un giorno sei un gatto. O un re. Il giorno dopo sei solo cenere in una scatola», oppure «Madre natura adora vincere».

L’arte non deve necessariamente rappresentare o raccontare, non è né bella né brutta: fa accadere qualcosa in noi, per cui dopo aver visto, ascoltato o letto un’opera non saremo più quelli di prima.

Il fallimento di Digger è, romanticamente, parte della sua straordinaria bellezza e della sua forza…

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…Se la parte tecnica è decisamente promossa anche la storia non è da meno. Il tutto è una satira sociopolitica bella sfogata e praticamente senza freni con battute taglienti, situazioni veramente grottesche, umoriste e al limite del surreale. I personaggi sono belli caricati, eccessivi e con toni esacerbati e urlati. Una critica feroce al sistema politico ed economico americano, corrotto, subdolo, reazionario, con priorità distorte dove pensa più al guadagno e al profitto a discapito dell’ambiente e ai disastri che può potenzialmente causare. Molto interessante è anche la grossa ipocrisia delle varie nazioni che denunciano le calamità climatiche e i modus operandi, ma alla fine fanno uso e godono dei benesseri offerti dagli USA come il petrolio e l’energia dove appunto Digger rinfaccia a tutti i capi di stato. Non a caso ci sono varie frecciatine a Digger come classico stereotipo dell’uomo d’affari fatto e finito e a Compson quasi paragonabile a Donald Trump nelle sue uscite fuori di testa.

Ma se tutto questo sembrerebbe troppo arriva in diverse riprese un’importante componente metanarrativa che giustifica, contestualizza e discute il racconto stesso e portando il film in una dimensione diversa, in un contesto diverso e in un genere diverso e si riflette sulle conseguenze delle scelte e delle decisioni prese dalle generazioni passate. Un mondo che diventa un palcoscenico o magari anche il contrario, forse non proprio del tutto roseo, ma comunque con diverse speranze per l’umanità che riponiamo nelle generazioni future perché tutto vada per il bene. Meglio non dire troppo per non rovinare la sorpresa…

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…il film risulta schematico e banale: l'America è ancora una volta una terra di eccessi e di ignoranza ma vitale, mentre l'Europa è un luogo spoglio di energia. Tanto si vuole far apparire controversa e illuminante la figura di Digger, che per contrasto la si circonda di oscuri funzionari senza personalità - e di presidente matto interpretato da John Goodman che crede di essere causa dei mali della Nazione per via dei mali del suo corpo, come fosse un Re menomato del leggendario ciclo arturiano, il "Re pescatore". La vera controparte di Digger, quasi il suo "antagonista", non è infatti un politico, bensì un uomo di scienza che, secondo una retorica più à la page è di colore e di origine indiana - però, si badi, sempre con cittadinanza americana.

In un film con queste ambizioni, tali semplificazioni sono controproducenti inoltre, nel cercare l'attualità a tutti i costi, manca l'altra vera superpotenza dei nostri tempi, ossia la Cina. Più in generale il tentativo di realizzare un nuovo Dottor Stranamore si schianta sugli artifici di Iñarritu, che cerca una finzione più vera del vero, che si muove tra diversi livelli di messa in scena e che in fondo non sembra credere, lui per primo, alla forza della sua satira, tanto da doverla rivestire di giochi di prestigio. Il regista rifiuta la definizione di autore pretenzioso, ritiene che la definizione gli venga attribuita con facilità perché messicano e sia quindi un'etichetta razzista, ma in Digger fa davvero tutto il possibile per meritarsi questo appellativo ancora una volta.

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…Grottesche gallerie di personaggi, il potere in mano ad una banda di vecchi sciacalli, affetti felini, allucinazioni messianiche, sublimazioni nucleari e militari, il sogno di ogni presidente americano guerrafondaio (bombardare, bombardare, bombardare), fosse anche l’avanzare inarrestabile di un iceberg gigantesco, Iñarritu vuole stupirci attraverso le sue immagini, smantellando e ricomponendo la sua stessa opera, dirigendola e criticandola, il cataclisma ambientale è solo lo sfondo mobile di un film che gira intorno al grande divo hollywoodiano e così ammirandone la performance ci si dimentica subito dopo della morte delle migliaia di persone che il suo personaggio che ha provocato.

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…Lo scrivo sempre e da sempre: il cinema ormai vale solo come evento, che sia il viaggio di Ulisse o il reportage su Gaza. L’investimento mentale deve giustificare la visione in sala (fateci caso, oggi non è nemmeno più una questione di soldi: per un po’ di anni il cinema è diventato, nella percezione collettiva, un luogo carissimo; ora le nemiche del portafogli sono le troppe piattaforme). Ogni tre-quattro mesi, una coppia di amici con figli piccoli mi pone la domanda che più mi terrorizza: «Ci consigli un film da vedere al cinema? Ma dev’essere bello, eh!», e io mi sento più responsabilizzato che se dovessi consigliare uno specialista in emorroidi a uno che non riesce a sedersi da mesi (chiedo scusa, è solo un tributo al parimenti grandioso John Goodman di Digger). Non esiste più il-cinema-per-il-cinema, il film che magari non ti piace, il Digger che ti fa girare i coglioni (sareste comunque dalla parte sbagliata, ma Digger può essere un film che fa girare i coglioni, e lo capirei più della scelta di non andare a vederlo per partito preso).

E qui sta la radicalizzazione: nell’aver smesso di scegliere in cambio di un cinema (o quel che ne resta) che deve solo coccolarci, rassicurarci, farci desiderare di essere come tutti, come diceva un altro libro. E se quei tutti hanno deciso che il tal film non lo guarderanno, allora non lo faremo neanche noi, e quel film sarà bruttissimo. Correte al cinema, fregatevene delle stroncature, delle pernacchie a Tom Cruise, del box office, e soprattutto mollate quel telefono…

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…Iñárritu,commentando la ricezione del film, ha detto di preferire una reazione violenta all'indifferenza e ha ammesso tranquillamente che Digger «is not perfect», spiegando che quello che gli interessa è aprire una conversazione; da quel punto di vista è difficile sostenere che abbia fallito, perché si è parlato tantissimo del suo film, anche se magari meno persone del previsto hanno deciso di pagare per vederlo.

È forse qui che torno alla sensazione da cui ero partito, quella per cui nel cinema contemporaneo la recensione riesce sempre più spesso a diventare un pezzo dello spettacolo, perché Digger è contemporaneamente un film, un flop, una discussione sul perché sia un flop, una battaglia tra chi pensa che la critica non l'abbia capito e chi pensa che il problema sia esattamente l'opposto, e infine una campagna pubblicitaria costruita sulla battaglia stessa. Quasi tutto ciò che accade dopo i titoli di coda sembra aggiungere un ulteriore livello a un film che, mentre lo guardavo, trovavo invece spesso troppo impegnato a giustificarsi.

Che poi è la contraddizione per cui continuo a pensare di aver visto un qualcosa di valore: per buona parte di Digger avrei voluto che Iñárritu si fidasse un po' di più di quello che aveva già messo davanti ai miei occhi, senza fermarsi continuamente a spiegarmi che sapeva benissimo cosa stava facendo; da quando è finito, invece, è il mondo esterno che continua ad aggiungere livelli e spiegazioni, rendendo molto difficile, alla fine, liquidare il film come “merda” o “capolavoro”.

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…Allora ecco che il cinema – ancora una volta “mascherato” da teatro, come in Birdman – diviene l’ultimo sguardo possibile – basito e instupidito quanto si vuole – sull’irresistibile discesa di un uomo, e con lui di tutta l’umanità: i piedi già a mollo nell’Averno, ma gli occhi sono inchiodati sulla faccia del colpevole, che si offre a loro in un inedito momento di spudorata sincerità. Ma si tratta, ancora una volta, di un depistaggio, di uno spettacolo, in cui la verità è usata come strategia e fumo negli occhi (colpevole o capro espiatorio per il beneplacito di tutti?). In cui Digger, formidabile entertainer prima ancora che spregiudicato magnate (come il nostro Silvio Berlusconi, che qualcuno ancora si azzarda a rimpiangere), compie il suo ultimo incantamento, la sua definitiva ipnosi di massa. E con lui, l’uomo dietro la macchina da presa… Digger non fa che riconfermare il limite del cinema di Iñárritu (che è anche, se si vuole, il suo fascino), ovverola contemplazione rapita e compiaciuta di una performance über alles, un restare ipnotizzati dall’orchestra del Titanic mentre il transatlantico affonda. Il narcisismo di chi se ne sta lì a comporre l’epigramma più mordace e irriverente mentre tutto intorno a lui le luci si spengono.

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…Quando poi Iñárritu apre uno squarcio metalinguistico sul racconto e scopriamo di aver assistito a una semplice messinscena teatrale (intitolata "Fossil Fools") della crisi geopolitica avvenuta qualche anno prima, la sceneggiatura non introduce un radicale cambio di registro, perché il dietro le quinte mantiene lo stesso tono farsesco dello spettacolo; gli interpreti, la crew e il pubblico in sala sembrano inoltre apprezzare senza grandi riserve questa rappresentazione così posticcia del dramma, per la quale ridono e s’indignano.

Hanno bisogno di una catarsi per superare il proprio trauma e continuare a vivere in una società dove non è cambiato nulla, in cui i responsabili della strage sono anche i finanziatori di uno spettacolo che li ridicolizza soltanto per autoassolversi. Iñárritu prende di mira, infatti, la totale inoffensività della satira moderna, complice dei potenti, colpevole di anestetizzare l'audience alle ingiustizie, incapace di smascherare veramente i responsabili…

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…Il film, a un certo punto, smette di permetterci di attribuire tutta la colpa ai potenti. Guardiamo Rockwell e possiamo sentirci dalla parte giusta: lui è il petroliere cattivo che ha distrutto il pianeta. Poi Digger si presenta davanti all’assemblea europea e le restituisce l’accusa. Voi condannate il petrolio, ma volete guidare automobili, prendere aerei, ricevere merci dall’altra parte del mondo, riscaldare e raffreddare le vostre case, consumare energia in continuazione. Io vendo ciò che volete comprare. Rockwell ha in parte ragione e usa quella parte di verità per assolversi.

È questo, per me, uno dei punti più forti del film. Il sistema dei combustibili fossili non è soltanto il prodotto dell’avidità delle compagnie petrolifere. È un contratto fra produzione e consumo, fra chi offre e chi domanda, fra chi ricava enormi profitti e chi considera ormai irrinunciabile il modo di vivere che quei combustibili rendono possibile. Il contratto è asimmetrico, ma questo non elimina la partecipazione di entrambe le parti. È molto più rassicurante pensare che esistano dei cattivi che ci hanno imposto tutto questo. Iñárritu non ci concede questa consolazione. E poi ci mostra i fili…

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…Visivamente dirompente, satira irruente che rimbalza continuamente tra teatro e realtà, audace messa in scena e farsa, l’ultima opera di Alejandro G. Iñárritu è un grido di rabbia, paura e dolore di fronte al cinismo imperante a cui siamo sempre più assuefatti. In un meccanismo di sottile vendetta e catarsi che la rappresentazione (teatrale e cinematografica) da sempre offre al pubblico pagante.

E nel riprodurre e rievocare i volti grotteschi di questo incedere (dis)umano, Digger offre uno strumento meta narrativo per partecipare in prima persona, e forse esorcizzare quel dolore che ci attraversa quali abitanti di questo mondo, tra le mura della sala. Perché poi, una volta fuori, il malessere lavora come lento depositarsi di quei sentimenti di cui il film si fa roboante manifesto satirico.

Costringendoci a essere parte integrante di un meccanismo ambizioso e malato, terribile spettacolo a cui stiamo inesorabilmente prendendo parte. E sotto la patina di divertimento che l’opera offre a mezzo satira, scorre poi potente il flusso di una realtà con cui, invero, abbiamo il terrore di fare i conti. Folle, rocambolesca, impetuosa e divisiva proprio come questo film. Una catastrofe umana irreversibile in cui il cinema continua a vivere.

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sabato 17 ottobre 2026

Il successo - Mauro Morassi e Dino Risi

con una sceneggiatura di Ettore Scola e Ruggero Maccari un film con un mattatore, Vittorio Gassman, e descrive la parabola di un medio impiegato che vuole diventare ricco con una speculazione edilizia in Sardegna.

un film amaro, un uomo che aveva quello di cui aveva bisogno, diventa ricco, ma piano piano perde la sua anima (e la bravissima moglie, interpretata da Anouk Aimée).

un film sottovalutato, anche per il confronto con Il sorpasso, di pochi mesi prima. 

a me ha convinto, non sarà perfetto, ma coglie il respiro dei tempi del boom economico.

buona (speculativa) visione - Ismaele

  

 

QUI si può vedere il film in italiano

 


 

Dino Risi non ha voluto firmare questo film e a mio avviso è stato un errore.. per tema che "Il successo" (che, in realtà, lo stesso Risi diresse in gran parte ma preferì non essere accreditato), uscito un anno dopo "Il sorpasso" poiché egli considerò essere "poco elegante" e desse l'impressione di voler sfruttare l'ondata positiva della pellicola precedente e quindi appare come regista Mauro Morassi.. Eppure, a mio giudizio,"Il successo" gli è inferiore di poco. Il film non funziona solo in merito di un Gassman, che nel film si arrampica e accetta compromessi pur di salire quella che egli considera la giusta scala dei valori sociali… è un impiegato a stipendio che decide di azzardare una speculazione economica in costa smeralda e per la quale, dopo aver versato una caparra compromissoria dovrà reperirei restanti dieci milioni che saranno il trampolino di lancio che lo porteranno tra i nuovi arricchiti e  per realizzare il grande salto. Infatti egli accetterà umiliazioni che lo porteranno a perdere la moglie e i suoi pochi amici più cari e fidati, a rinnegare la sua ideologia politica, sotterrare la sua dignità, perdere il suo orgoglio e praticamente quasi prostituirsi per avere prestiti. Distruggerà la felicità di suo padre, costringendolo a vendere e abbandonare la casa e la serenità di una vecchiaia in campagna relegandolo in uno sgabuzzino in città. Alla fine anche se l’affare andrà in porto e sarà l’arrivo e l’inizio della sua agognata meta: <<La ricchezza>>, egli si troverà in compagnia di “amici” superficiali, proprio come quella gente ricca che prima, ad una festa, egli stesso aveva commiserato per la superficialità che trasmettevano. Tutti gli altri memorabili attori, fanno magistralmente la loro parte: Umberto D'Orsi, il volgare imprenditore fascista che umilia Gassman costringendolo a professarsi "camerata".Ma anche Gastone Moschin, Leopoldo Trieste, Cristina Gajoni cameriera che getta nell’immondizia il formaggio sardo perché "era pieno di vermi". Menzione a parte per la gag in banca, che Benigni riprenderà e amplierà 20 anni dopo nel suo "Tu mi turbi" Anche se non è il meglio della commedia all'italiana ce n’è molto. Purtroppo il co-regista Mauro Morassi, a soli 41 anni, resterà tragicamente vittima di uno scontro stradale.

https://www.mymovies.it/film/1963/il-successo/pubblico/?id=1659305

 

…la prova di Gassman è fin troppo istrionica, estremamente pedante nel suo personaggio che non fa altro che paragonarsi al successo raggiunto dai suoi conoscenti. Inoltre l'idea iniziale sebbene interessante alla lunga stanca e non offre chissà quali sorprese (anzi l'epilogo appare abbastanza scontato). Per contro il mestiere del regista si vede in alcune sequenze molto ben orchestrate: l'incontro tra Gassman ed il suo ex compagno di classe Lallo Bertini, interpretato da un fantastico Umberto D'Orsi, divenuto un ricchissimo rappresentante di elettrodomestici e nostalgico dei tempi del duce è una bella punta di cattiveria. Anche la sequenza alla festa con un viscido Riccardo Garrone insieme agli altri ricchi appare come uno di quei tocchi tipici di un regista come Risi. Trintignant è relegato ad una spalla timida con molto molto meno spazio e sfaccettature che ne Il sorpasso.

https://www.filmtv.it/film/6923/il-successo/recensioni/1040512/#rfr:film-6923

 

Ingiustamente sottovalutato, in realtà funziona soprattutto perché riprende la coppia di protagonisti che tanto bene aveva fatto nel Sorpasso (mantenendone i tratti caratteriali): spaccone e arrivista Gassman, timido e introverso Trintignant, trasportati in questa parabola sulla scalata sociale e sui compromessi necessari per arrivare a un finale fra i più amari del genere. Ottime le seconde linee (Garrone, D'Orsi) e altrettanto le terze, con tantissimi nomi d'eccezione (Trieste, Moschin, Doro e molti altri) che nobilitano ulteriormente il risultato finale.

https://www.davinotti.com/film/il-successo-1963

venerdì 16 ottobre 2026

Cuori puri – Roberto de Paolis Maino

una ragazzina ruba un telefonino da un centro commerciale, un vigilante la rincorre e riesce a prenderla, e poi...

succedono certe piccole grandi cose nel film, con una corsa finale.

un gran bel film, opera prima del regista di Serpenti, da non perdere.

interpreti bravi, sceneggiatura senza eccessi.

buona (di corsa) visione - Ismaele

 

QUI si può vedere il film, su Raiplay

 

 

 

…Scritto benissimo (da ben quattro sceneggiatori come si usava una volta), con personaggi disegnati con cura e conoscenza delle situazioni (i Rom hanno collaborato alle riprese e addirittura alle scenografie, oltre a interpretare dei piccoli ruoli), dialoghi equilibrati e crudi (ad esempio quelli del sacerdote, eco dalle catechesi che si tengono a Roma), pieno di dolcezza e con validi caratteristi (Paolo Fresu e Edoardo Pesce gigioneggiano); la regia fa delle scelte coraggiose, stando addosso ai protagonisti fino ad omettere spesso il classico campo-controcampo nei dialoghi per privilegiare i loro piani di ascolto e sacrificare gli interlocutori lasciandone solo la voce fuori campo; la fotografia predilige la mdp a mano e azzarda spesso controluce e immagini abbacinanti – precisa scelta stilistica insieme al suono in presa diretta laido e spigoloso, carezzato dal valido commento sonoro.

Con Cuori puri la vita si (ri)affaccia sullo schermo. Enunciava Zavattini che “il tempo è maturo per buttare via i copioni e per pedinare gli uomini con la macchina da presa“, e De Paolis abbraccia questa teoria, schierandosi idealmente contro l’imperante commediola borghese da pay-tv, in un neo-neoralismo che ci regala un film che per una volta non è scritto spaparanzati sul divano con i programmi di writing, ma intenso e pieno di verità, con il pregio di raccontare l’eroismo degli ultimi.

da qui

 

…Nonostante l’ambientazione e la nazionalità dell’autore, Cuori puri appare però meno accostabile alle esperienze neorealistiche nazionali e più vicino, invece, a quel realismo di stampo europeo i cui esponenti più noti e apprezzati sono i Dardenne e Loach, e che tra temi legati all’immigrazione e drammi sulla disoccupazione fa capolino sovente nei grandi festival internazionali.
De Paolis struttura il suo tranche de vie attorno a un racconto morale e di formazione che ha il suo nucleo propulsore in questioni pertinenti lavoro, casa e immigrazione, ed è veicolato da uno stile rigoroso, attento e generoso nei confronti dei suoi interpreti, ma pieno di incertezze sul percorso da intraprendere e sui suoi obiettivi.
Protagonisti sono la quasi diciottenne Agnese (Selene Caramazza) e il venticinquenne Stefano (Simone Liberati), il cui primo incontro è piuttosto burrascoso: lei ha appena rubato un cellulare da un centro commerciale e lui, che lì lavora come guardia giurata, la insegue, per poi lasciarla andare col suo bottino e finire dunque licenziato. I due si ritroveranno in un parcheggio di periferia: lui vi lavora come guardiano, lei invece è in visita con la madre all’adiacente campo nomadi, per ragioni di beneficienza. La ragazza e la madre (Barbora Bobulova) sono infatti due ferventi cattoliche, vivono sole, pregano insieme, frequentano la locale parrocchia animata dal giovane parroco (Stefano Fresi), il cui sermoni accattivanti e sfacciatamente moderni (dello stampo di: “Gesù è come un navigatore che vi riporta sempre a casa”) chiamano a raccolta un nutrito gruppo di giovani fedeli. Agnese e i suoi compari poi, sono prossimi a prestare il voto di castità, perlomeno fino al matrimonio. Nonostante le difficoltà del vivere quotidiano, tra Stefano e Agnese esploderà l’amore e il suo compimento sarà latore di tensioni intime, etiche e sociali…

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…Con i suoi personaggi, straordinari ma non meno reali, De Paolis recupera l’eterno scontro tra uomo e Dio come inevitabile scarto tra superficie e spirito. Se la purezza è attributo divino, non può essere vincolata a un fatto corporeo. Beati non saranno quelli che portano un bell'anello al dito simbolo di castità. Beati saranno invece i puri di cuore, quelli mossi dall'amore – massimo insegnamento cristiano –, un sentimento forse più grande degli uomini ma che proprio dall’essere umano scaturisce, dal Dio incarnato che ha rinunciato ad una condizione di divinità per i suoi propri figli. Puro, infatti, è chi, incurante di quanto l’ortodossia di una religione male interpretata ritiene giusto, è in grado di darsi all’altro.

Giustizia, libertà, bene e male sono, alla fine, concetti relativi.

L'errore è ammesso, è concesso a tutti. Perché, malgrado la costante aspirazione dell'uomo alla perfezione, l'umanità ha sempre la meglio.

Ma il divino, "come un GPS, ricalcola il percorso" e lo riporta a casa, in una corsa senza fiato. Come quella di Agnese che impara a seguire una sola direzione, quella giusta, verso l'altro, e che culmina in un abbraccio, un incontro di due cuori, diversi, puri.

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mercoledì 14 ottobre 2026

La rimpatriata - Damiano Damiani

un gruppo di amici si ritrova dopo molti anni, ma non sono più quelli di allora.

si illudono che il tempo non sia passato, sono sposati, ma ognuno ha una vita della quale non è soddisfatto. 

il film inizia come una commedia, ma presto diventa tragico, il boom economico è un'illusione, come la loro amicizia.

Walter Chiari è straordinario, in una piccolissima parte Gastone Moschin eccelle, e tutti sono bravissimi.

un gioiellino da non perdere, promesso.

buona (amichevole, ma non troppo) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film completo

 

 

…Non è dato sapere se questo film abbia in qualche modo influenzato, come il già citato Amici miei, ma sicuramente sembra anticipare delle tematiche che sarebbero state ulteriormente esplorate persino nel decennio successivo con il bellissimo Regalo di Natale, con il quale ha in comune sostanziale tradimento del sentimento dell’amicizia, così come Compagni di scuola di cui sembra anticipare la constatazione della solitudine del protagonista. Notevole prova di Walter Chiari che sviluppa coraggiosamente questo personaggio dallo sguardo da eterno ragazzo, privo di malizia. Purtroppo Chiari, nonostante un talento indiscutibile non riuscì ad affermarsi al cinema rispetto a quando fece in teatro o in tv, difatti l’anno successivo fu protagonista de Il giovedì di Dino Risi, in cui il protagonista ha diversi aspetti in comune con Cesarino e che fu uno dei film più amati dello stesso regista (ma anche di Monicelli) ma che non ebbe riscontro significativo tra il pubblico, forse proprio per la scelta di Chiari. Tra gli aspetti più sorprendenti del film, si osserva una libertà di linguaggio e di contenuti inusitata per l'epoca, che appunto sembra aver procurato qualche noia con la censura.

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… Tutta la storia mostrerà il divario che separa Cesarino dai suoi vecchi amici, sia nel successo sociale che in una nobiltà di carattere mai sbiadita. Quando il gruppo decide di intraprendere una escursione in ricordo dei bei tempi andati, la differenza sarà più marchiata, anche a causa di un certo malessere che vive in quegli uomini e che ha l’ombra della misoginia. Infatti, l’accento polemico del regista, che influisce in un cambio di tono del film, trasforma la commedia ridanciana in una critica sociale molto amara. Ed in questo, se c’era un attore capace di esprimere malinconia, Walter Chiari era insuperabile e che il cinema non abbia sfruttato le sue grandi qualità è stato sempre un rammarico per tutti. Famoso come grande affabulatore, era potenzialmente anche un attore superlativo. Che morì in solitudine. E attorno a Cesarino, irresponsabile ma illuso e innocente, ruota una serie di personaggi più o meno consapevoli, ipocriti e volgari che pensano a una cosa sola. Quella lì…

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…Emerge su tutti il personaggio di Cesarino, bigamo conclamato ma non pago, tirato in mezzo dagli amici per un'ultima notte di follie, e tuttavia privo di quella cattiveria che ognuno degli altri protagonisti sembra portare indelebilmente con sè. Il film, in alcuni punti abbastanza esplicito per il periodo (cosa che gli procurò anche qualche grana con la censura) oltre ad essere una delle più efficaci pellicole sullo spaesamento generazionale nell'ingresso nell'età adulta, è anche un'ottima occasione per rivedere Walter Chiari, attore forse un pò troppo facilmente dimenticato rispetto ad altri contemporanei, ma non privo di un suo indubbio talento.

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Il boom economico è stato un’illusione, così come lo è l’amicizia eterna a cui si crede da giovani. Sono entrambe illusioni di gioventù, a ben vedere. L’Italia del dopoguerra è un paese di freschi natali, che vede la luce sull’onda entusiastica della ricostruzione postbellica e della democrazia repubblicana. È un Paese dal viso giovane, fin dal sorriso di Anna Iberti che sfonda la prima pagina del Corriere della Sera annunciando la vittoria della Repubblica al referendum del 2 giugno 1946. Nell’arco di un quindicennio l’Italia assiste a una strabiliante crescita economica, che cambia letteralmente volto architettonico e geo-antropologico all’intero paese. La trasformazione da paese agricolo a industriale è rapida e feroce. Prodotto dalla gloriosa 22 dicembre di Ermanno Olmi e Tullio Kezich, realtà purtroppo di vita breve, La rimpatriata (Damiano Damiani, 1963) si apre esattamente su questa suggestione. L’Alberto che ritorna a Milano dopo qualche anno si aggira sui titoli di testa in mezzo a enormi palazzi in costruzione. «Lì una volta c’era la mia scuola» dice malinconicamente. Si è cambiati anche dentro, ed è un cambiamento insieme individuale e sociale. Il mutare dell’età comporta inevitabili mutamenti esistenziali, ma c’è anche qualcos’altro, intimamente legato alle trasformazioni antropologiche in corso. Con finissima nota, Alberto vede da lontano un caro amico di un tempo, e sul momento finge di non vederlo. È già subentrato un senso di estraneità in luogo della spontanea complicità che anni prima li teneva uniti. Crescere dà vita a inediti imbarazzi. Nonostante l’iniziale tentativo di sottrarsi all’incontro, Alberto e Sandro poi si salutano e convocano altri amici storici per passare una serata insieme come ai vecchi tempi. Si ricostituisce un quartetto di maschi più o meno affermati, che sul momento non hanno intenzione di coinvolgere un quinto componente del gruppo dal destino decisamente diverso. È Cesarino, tanto entusiasta e vincente con le donne quanto immaturo e trasognato, protagonista di una vita privata quanto mai aggrovigliata. Fra una chiacchiera maschilista e l’altra sempre intorno a donne e sesso, alla fine i quattro decidono di ritrovare anche Cesarino per vedere se riesce ancora a procurare loro facili conquiste femminili. Nella lunga notte che li vede protagonisti emerge un’apparente solidità di rapporti che in realtà non nasconde neanche troppo una reciproca indifferenza. Trascorrere un’intera nottata a rievocare le gesta del passato in mezzo alle risate è abbastanza facile. Ma la sorprendente generosità di Cesarino, che sembra mettere al primo posto la felicità altrui, non è più commovente come una volta. Adesso è accolta dagli altri amici con uno sguardo cinico e pietistico, e al fondo si agita una malcelata invidia di indecifrabile natura…

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…Disincantata e quasi sconosciuta opera di Damiano Damiani, che propone un argomento ripreso con alterni risultati da vari autori: l’incontro – a distanza d’anni – tra alcuni amici di gioventù come triste occasione per constatare i propri fallimenti e le proprie meschinità, che il divertimento e l’allegria forzata, patetici tentativi di nascondersi che l’età verde è finita per sempre, non riescono a nascondere. Il regista friulano mette in risalto la complessità e le contraddizioni dei personaggi, soprattutto il “puro” Cesarino, il melanconico Alberto (esaltati dalle interpretazioni di Chiari e Rabal) e le donne, che dimostrano più maturità degli uomini. Ad acuire l’amarezza che si percepisce per tutto il film contribuisce la canzone di Sergio Endrigo che lo introduce e lo conclude: La rosa bianca, un malinconico inno all’amicizia tratto da una poesia del cubano Josè Martì. Film da riscoprire anche come sguardo disincantato sull’Italia del boom economico, che proprio attorno al 1963 cominciò a rallentare e a mostrare le sue ombre.

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martedì 13 ottobre 2026

L’estranea – Paolo Strippoli

sembra una storia di Stephen King, ed è un complimento.

l'estranea è una specie moderna di Mefistofele, che fa patti con Anna, novella Faust, vite in cambio di vite.

una famiglia di successo a Bari viene colpita da una maledizione da cui è impossibile fuggire.

attrici e attori bravi (forse l'estranea è un po' troppo fuori di testa, ma va bene lo stesso).

Romana Maggiora Vergano (Alice, la figlia) è una grande sorpresa, ha un'aria di Tecla Insolia, ha una bella carriera di fronte.

la storia è convincente, una storia circolare, alla fine bisogna pagare il conto all'estranea, una storia d'orrore.

e il regista è sempre più bravo.

un film da non perdere, al cinema.

buona (circolare) visione - Ismaele



 

…Jasmine Trinca è perfetta nel rendere Anna una figura tragica, suscitando tanta irritazione quanta empatia, ed evita di misurare il rischio misoginia che si annida dietro ogni storia conflittuale di madri e figlie. L'estranea è diviso in quattro capitoli più un epilogo, e il capitolo più breve è dedicato alla Madre, non solo perché è quello conclusivo, ma perché di fatto per Anna non c'è spazio, anche se è apparentemente sempre al centro della scena. La sua irrequietezza è tenuta a freno, ma si intravvede in una sigaretta fumata in chiesa di soppiatto o in una liquirizia srotolata furtivamente.

Accanto a lei Adriano Giannini è un marito del sud tracotante e fragile e Romana Maggiora Vergano un'Alice insicura e determinata (Mariandrea Cesari, che la intrepreta da adolescente, è altrettanto efficace), mentre fra i tre giovani attori che interpretano Tobia nel corso del tempo colpisce soprattutto l'adolescente Andrea Rossini. Ma la parte del leone spetta alla magistrale Valeria Bruni Tedeschi, un'estranea che si fa carico anche della piega ironica del film, che come ogni horror (e melodramma) che scelga (coraggiosamente) di mantenersi frontale ha bisogno di un occasionale comic relief per non prendersi troppo sul serio e per neutralizzare il pericolo di suscitare una comicità involontaria.

L'estranea pesca probabilmente in un vulnus famigliare del regista, che firma anche la sceneggiatura insieme a
Salvatore De Chirico, come radice della sua cifra autoriale. Il lavoro sulle immagini (il direttore della fotografia è Cristiano Di Nicola, il montatore Federico Palmerini), ma anche sul sonoro e sul commento musicale (le musiche originali sono di Rob, gli effetti sonori di Marc Bastien), allestisce simmetrie che poi demolisce come costruzioni di Lego, entra nel dolore adolescenziale come in quello femminile da bambino che appoggia la lente al formicaio (come quello del film, dove le formiche si muovono in circolo, come una girella), chiude ombrelli che dovrebbero riparare dalla pioggia (che "a volte sei tu") e invece non lo fanno - del resto l'acqua è elemento centrale nel cinema di Strippoli - e domanda "chi si prenderà il Male del mondo", ben sapendo che a volte la vita non ha senso né intenzione di fare danno.

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…Presente e passato si alternano in questa storia che di essenziale ha solo la premessa e che indaga nel cuore e nelle fondamenta della famiglia borghese “tradizionale”, come specchio della società e come unità che ha nel suo stesso impianto il seme per la sua distruzione. Con un linguaggio ibrido che si muove in equilibrio tra il thriller psicologico e il dramma nel senso greco del termine, Strippoli mette in scena un’analisi lucida della famiglia tradizionale attraverso le figure di Anna e Walter (i genitori, interpretati rispettivamente da Trinca e Adriano Giannini) e Alice e Tobia (i figli, che hanno il volto di Maggiora Vergano e Andrea Genovese).

A fare da cardine vi è il tema del controllo, una tematica che il regista pugliese sente particolarmente nelle sue corde, specie nell’accezione della perdita di esso. Anna è disposta a tutto pur di mantenere il controllo, anche a costo di arrivare al punto di affidare il destino della sua famiglia a una misteriosa estranea (il cui ruolo si rivela solo nel finale) in cambio di un prezzo via via sempre più caro. Vi è una bella circolarità nel film di Strippoli, una struttura a spirale che ricorre in tutto il film, anche attraverso una serie di brillanti riferimenti visivi disseminati in tutto il corso della storia…

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…Il centro emotivo del film è il confine sempre più incerto tra amore e controllo. I personaggi agiscono spesso convinti di proteggere qualcuno, di fare ciò che è necessario o persino di compiere un sacrificio. Ma la buona intenzione non cancella il danno provocato: il desiderio di preservare un legame può diventare una giustificazione per limitare la libertà altrui, imporre la propria volontà e negare la realtà. È qui che L’estranea trova la sua dimensione più inquietante. La famiglia non è descritta attraverso una contrapposizione semplice tra buoni e cattivi, ma come un sistema in cui le responsabilità si intrecciano e le ferite vengono tramandate. La paura più grande non è soltanto scoprire che qualcuno può farci del male, ma riconoscere quanto facilmente il male possa essere commesso da chi sostiene di amarci…

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…L’estranea è la sua opera più matura, quella più rotonda e compatta, dove il genere horror fa più volte capolino configurandosi, come sempre, come specchio della contemporaneità. In un presente in cui pretendiamo di avere il controllo su tutto, la protagonista entra in un vortice (evocato dal simbolo della spirale più volte presente, dalle girelle di liquirizia al cartello segnaletico dell’idrante) mefistofelico dove ogni nuovo patto siglato dalle due protagoniste produce conseguenze imprevedibili e devastanti…

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…Se c’è un elemento che emerge con evidenza è la padronanza tecnica della regia. Paolo Strippoli dimostra una conoscenza approfondita della cinematografia contemporanea e delle dinamiche che caratterizzano il cinema di genere capace di dialogare con il grande pubblico. Ogni ambiente viene utilizzato per alimentare una sensazione di inquietudine crescente, senza mai rinunciare alla dimensione umana dei personaggi.

Anche la ricostruzione della fine degli anni Novanta risulta credibile e funzionale al racconto, senza trasformarsi in semplice esercizio nostalgico. Tra le sequenze più riuscite spicca il party di Ferragosto organizzato nel giardino della casa dei Colonna. È una scena che riesce a condensare perfettamente il senso dell’intero film: la bellezza della superficie e la presenza di qualcosa che lentamente la corrode dall’interno.

In quel momento convivono leggerezza, sospetto e malinconia, restituendo una fotografia molto efficace della famiglia prima della frattura definitiva. Anche la sceneggiatura mostra qualità importanti. Molte dinamiche familiari sono descritte con precisione e autenticità, e il modo in cui vengono rappresentate le relazioni tra genitori e figli contribuisce a rendere credibile il contesto nel quale prende forma la vicenda…

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…ho trovato lo humour nero de L'Estranea tremendamente divertente, e lo considero uno dei suoi meriti principali. E' un film che non si prende mai così sul serio da dimenticare che il cinema, prima di tutto, deve sapere coinvolgere il suo pubblico. E qui la tensione funziona, le svolte arrivano con il giusto ritmo, il grottesco strappa più di un sorriso e il risultato d'insieme ha la capacità di trascinarti dentro la storia senza mai guardare l'orologio. E' un valore aggiunto non secondario, soprattutto per una pellicola che affronta temi così cupi e che avrebbe potuto facilmente diventare pesante o troppo cerebrale…

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