in una Praga senza overtourism, piena di persone normale, il film racconta la storia di due ragazzi che dopo un incontro casuale si sposano. e quando lei è in ospedale par partorite lui la cerca per telefono, non c'erano i telefoni cellulari, per fortuna, da qualsiasi telefono che si trova sotto le mani.
una storia d'amore e anche una storia di speranza, prima dell'invasione di Praga del 1968.
Storia di un giorno di importante riflessione e di ricordi
nella vita di una coppia: lei è in clinica in attesa di partorire; lui è in
giro per la città in attesa del lieto evento. Ognuno per proprio conto, torna
con la mente al proprio passato. Pensano al loro amore, ai giorni vissuti
insieme e, contemporaneamente, fanno progetti per il futuro e cercano la
soluzione ai loro problemi pratici e psicologici. La nascita del bambino li riporta
alla realtà del presente e alle probabili difficoltà di un futuro in cui adesso
al primo posto c'è il nuovo nato a cui vorrebbero poter offrire un futuro
migliore e senza guerre
…The Cry focuses
on a relationship of a young married couple, expecting birth of their
first child. While TV-repairman Slávek (Josef Abrhám)
fares between his customers, he keeps trying to call to the maternity hospital
where his wife Ivana (Eva Límanová) lies. For one reason or another,
Slávek never gets the right number or has not enough time to make the important
call and ask if he is already a father. Meanwhile, his wife wonders why he
doesn´t call and if that could mean something. They are both thinking at each
other, remembering moments from their past and questioning their future.
This is expressed by a more or less chronologically sorted
line of flashbacks (mostly from Slávek´s perspective), constantly interrupting
the present-day storyline. Besides it, there are some lyrical shots
of trees accompanied by a fatal soundig Bach´s music, reportage shots of daily
life in Prague, and also some slightly surreal blackouts as, for example, still
frames of kids from some third world country, which altogether make The
Cry more an subjective essay about lives, hopes and fears of certain people in
certain time and place than a traditional plot-driven film…
la lotta senza quartiere di due clan, la pace ritrovata e poi persa ad opera di uno squallido e del suo sodale cieco che insinuano sospetti e minacce (oggi diremmo che si comportano come gli inglesi, dove passano loro scoppiano le guerre, si sa).
non ci sono castelli, solo stazzi dispersi nella campagna, e c'è anche la storia di Romeo e Giulietta (anche Shakespeare aveva letto quella storia islandese) e nella sua essenzialità e profondità il film lo possono capire in qualsiasi parte del mondo.
come nella storia di Ulisse (e come oggi, l'uomo non cambia mai) la fine è un bagno di sangue, e l'eroe vince, ma Signe muore.
un gioiellino senza tempo, promesso.
buona (vendicativa) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo, con sottotitoli in inglese
…The picture is fascinating. It is Romeo and Juliet
drama performed in Swedish by a small cast. It was co-produced by a
Swedish-Danish-Icelandic company, and photographed in magnificent natural
colors against the bleak spendor of an Icelandic mountainside.As a tender love
drama of two youngsters that surges and explodes with the hate and vengeance of
two warring clans, the story unfolds awash in a flow of crimson. Some of the
mayhem—two decapitations and continual skewerings—is horrifying.Yet the context
of the film and the integration of its components make for such simple
affecting unity and visual impact, that no one should miss it…
…The storyline has the familiarity of a classic
archetype but director Axel makes it fresh and engaging with a visual approach
that emphasizes the volcanic landscapes of Iceland (where it was filmed) and
the physical actions and behavior of the main characters. Dialogue is used
sparingly and the sound design is particularly evocative of another time with
its mixture of clattering swords and armor, horses snorting and galloping, the
crashing surf and discordant musical cues that utilize horns, a solo piano and
male and female choruses…
“Hagbard
and Signe” is a beautiful, lean, spare film, which reaches back into the
legends of the past to find its strength. I think it must be reckoned the sleeper
of the year; I had not heard of it previously, either under the present title
or as “The Red Mantle” (its title as the Danish entry at Cannes).
Director Gabriel Axel set his
story in the year 1100 and shot entirely on location in Iceland to find the
virgin landscapes of the middle ages. His experiment was a splendid success:
From scenes of conflict, the camera often looks up to unbroken panoramas of
mountains, ice, mist and tough green vegetation.
The plot
has the simplicity of legend, as if it had been retold for many years until
only the most important contours remained. The film involves three brothers who
come to avenge their father’s death.
They
fight the king’s three sons with sword and spear, but the match is a standoff,
and at day’s end the king declares a truce. The brothers spend the night at his
castle. One of them, Hagbard, falls in love with the king’s daughter, Signe,
and she with him.
What
follows has its roots in a dozen folk tales from as many lands; I would rather
praise the marvelous craft of this film. There is a battle scene halfway
through that is among the most perfect and brutal I have ever seen; it ranks
with the battle in Orson Welles’ “Falstaff.”
In most
battle scenes, we become aware that we are shown first one swordsman, then the
other, but never both actually chopping at each other. Here, however, we are
drawn right in to the heart of battle. Then there are the horses; enormous,
muscular, slow, strong war-horses. Not since the short “Dreams of the Wild
Horses” have horses been shown with such effect in film.
The
actors are more than accomplished. The king and queen are played by Gunner
Bjornstrand and Eva Dahlbeck, two veteran
members of Ingmar Bergman’s repertory company. The young lovers are physically
and spiritually lovely: Gitte Haenning (Signe) is a greater beauty, in my
eyes, than Pia Degermark of “Elvira Madigan.”
Two more
things need to be said. The dialog is rare and sparse; for long passages, we
hear nothing but natural sounds, and when the characters do speak they say only
what is necessary. This helps to establish the film as legend; talking too much
would only get us bogged down. The other thing that must be mentioned is the
photography by Henning Bentsen. He places us so firmly in the breathtaking
lonely vastness of Iceland that we can believe only heroes could inhabit this
land.
…Produzione interamente norvegese, che ricalca l'iter di quelle
mainstream, ma lo fa nel complesso con molto meno retorica. Utahug prima
incornicia il fiordo con delle riprese aeree mozzafiato riempiendo gli occhi
con un paesaggio da cartolina, poi lo demolisce con un disastro che restituisce
una Norvegia desolante e funerea, grazie ad alcune inquadrature che ricordano
la "Raccoon City " di Resident Evil, un vero inferno tra fiamme,
polvere ed un sapiente uso della luce. Molto bella la scena dello tsunami, da
seguire tutta d'un fiato (guardatevi bene la scena dell'auto che si ribalta).
Tutto scontato e prevedibile ovviamente, ma almeno ci vengono risparmiate le
lungaggini narrative di Emmerich. Finale al marzapane consolatorio come regola
Blockbuster impone.
Poco male, per un film che non offre nulla di più rispetto al solito
copione da disaster movie (ma neanche nulla di meno), con personaggi che si
affannano a restare vivi e che scontano i soliti luoghi comuni, ma almeno non
dilapida budget faraonici (il film è costato 6 mln).
Mettete il pilota automatico e vedetevi il film se vi piace il
genere. Una sei meno meno.
…Un tracollo completo, e non parlo della falda che ha provocato lo tsunami, quello che viene fatto per rimediare un finale happy and, che nemmeno il più radicale degli spettatori di disaster movimento avrebbe preteso. Auspicarsi che almeno uno dei protagonisti muoia non
è bello, ma nemmeno lasciarsi andare all'improponibile salvataggio in extremis che ci viene proposto. Il ridicolo
(anche quando è inconsapevole ) strappa almeno un'amara risata liberatoria, che consola in parte alla delusione per un'occasione persa per non aver assistito ad un film catastrofico finalmente europeo.
anche in Italia sono stati girati dei kolossal, come il grande Ulisse di Mario Camerini.
Kirk Douglas (avversario del maccartismo e amico di Dalton Trumbo (leggi qui), è Ulisse, e la storia omerica viene interpretata in maniera indimenticabile.
ottimi tutti gli altri attori e attrici, SIlvana Mangano interpreta Penelope e anche Circe.
…Viene
rappresentato un Ulisse molto legato all’immaginario degli
anni Cinquanta, tanto dal punto di vista fisico quanto da quello psicologico. Nonostante la rilettura cinematografica,
la sua caratterizzazione rispecchia in molti aspetti la figura dell’Ulisse omerico.
L’eroe appare infatti duro, categorico, superbo e segnato dalla hybris; non
è soltanto astuto, ma anche arrogante.
Ed è proprio
attraverso questa caratterizzazione che la componente umana diventa centrale. L’eroe
non viene presentato come una figura perfetta e distante, ma come un uomo
capace di errori, debolezze e contraddizioni. La fragilità emerge
soprattutto nell’incontro con Circe, dove l’astuzia di Ulisse lascia
spazio alla tentazione e alla vulnerabilità. Il film riduce inoltre
notevolmente la presenza fisica e diretta delle divinità, rendendo il racconto
più umano. Il conflitto diventa soprattutto terreno e psicologico.
Kirk Douglas
è particolarmente efficace proprio in questo aspetto. La sua interpretazione mette in
luce tanto i lati positivi quanto quelli negativi del personaggio, fino al
culmine rappresentato dalla spietatezza della scena finale, quando Ulisse affronta
i pretendenti nel palazzo di Itaca.
Questa forte
concentrazione sul protagonista è allo stesso tempo uno dei punti di forza e
uno dei limiti del film. Ulisse domina quasi completamente la narrazione, mentre
il senso dell’attesa, del ritorno e della separazione da Penelope rimane
più marginale rispetto alla centralità dell’eroe.
Un classico
da riscoprire
Ulisse è un film cult del cinema
italiano degli anni Cinquanta e rimane un’opera di grande livello, capace di
unire spettacolo, avventura e interpretazioni memorabili. Il principale limite è la
semplificazione della storia omerica e il taglio di numerosi episodi, ma la
qualità della messa in scena è tale che, una volta entrati nel suo mondo, si
vorrebbe quasi che durasse molto più a lungo.
È uno di
quei film che, nonostante gli oltre settant’anni trascorsi, riescono ancora a
dimostrare quanto il cinema italiano sapesse costruire grandi spettacoli
destinati al pubblico internazionale, e continua ancora oggi a contare molti
affezionati.
Sostanzialmente considerato il primo kolossal del dopoguerra Made in Italy (inteso
prodotto da italiani e quindi non solo girato in Italia con soldi stranieri) l’Ulisse di Camerini è un bell’esempio di rappresentazione
del capolavoro di Omero che, nonostante le necessarie semplificazioni imposte
dallo strumento cinematografico, dimostra una grande sensibilità verso i propri
personaggi. Precisiamo che rispetto ai magniloquenti prodotti d’oltreoceano, il
budget a disposizione da De Laurentiis e Ponti è tutt’altra cosa: basta
osservarne la durata, ben lontana da quelle dei kolossal coevi hollywoodiani,
per constatare che la vicenda ha dovuto necessariamente comprimere o scartare interi
episodi nonchè semplificarne altri, così come sono ben contenute le scene di
massa. Ma questo non è assolutamente un difetto per un genere di film che a un
certo momento sembrava fare gara a stordire lo spettatore con sequenze sempre
più spettacolari; difatti si può constatare invece una volontà di dare spessore
ai protagonisti e tutto sommato forse anche il ritmo della storia ne ha
beneficio. Si possono apprezzare sia delle intrepretazioni accorate, ad esempio
Kirk Douglas, in splendida forma fisica passa dall’esuberanza del suo
personaggio (colpevole di momenti di alterigia verso Nettuno) a momenti di
malinconia (l’incontro con Telemaco o con Argo) o ad altri di profonda
riflessione con l’eroe che decide di rinunciare all’immortalità offertagli da
Circe. Anche il resto del cast è eccellente: vediamo un prorompente Anthony
Quinn in un ruolo arrogante e feroce e Silvana Mangano, all’epoca una star dopo
le prove in film come Riso amaro, che qui assurge ad un ruolo nobile e
orgoglioso. Le trovate registiche peraltro non mancano, l’idea stessa di far
interpretare due ruoli, quello Penelope e Circe, a Silvana Mangano creando un
perfetto bilanciamento tra le due figure femminili che attraggono il
protagonista è uno spunto meraviglioso…
… Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale
femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che,
nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per
esprimere il loro talento. È un canto di lode per le compositrici dimenticate
che Margherita Vicario riesce a portare sullo schermo con grande abilità e
delicatezza.
Gloria! si fa portavoce di un linguaggio cinematografico fresco e
potente, fondendo una vicenda storica con la musica contemporanea, opera della
stessa Vicario, tessendo così un dialogo tra passato e presente. Le musiche che
vengono scritte e composte dalle allieve durante le prove segrete sono musiche
sempre molto liturgiche, istituzionali, legate al segno del tempo, musiche che
raccontano un’ideologia ben precisa di fede, scrittura, visione e tempo.
Mentre le musiche che compone
Teresa sono diverse, hanno un sapore moderno, sono più avanti di qualsiasi cosa
abiti quel collegio, e non vengono comprese, sono inascoltabili secondo le
altre ragazze perché Teresa non è stata istruita in senso più strutturale e
pedagogico alla musica ecclesiale, non ha cognizione della liturgia, non ha
dalla sua la conoscenza degli strumenti e del suono, non sa leggere il
pentagramma, suona a suo modo, segue il suo spartito, sente il ritmo, e il suo
approccio alla musica per questo è diverso, incomprensibile…
…Gloria! non è un film storico tout
court così come non è un musical, bensì è un film musicale ad ampio raggio,
sulla scia di Sister Act, ma con trama e intenti diversi. La musica è il cuore pulsante dell’intera opera, dove
la colonna sonora (musiche e canzoni lavorate dalla stessa Vicario) dona un
ritmo incalzante alle varie sequenze. È affidato alle protagoniste l’onere di
scrivere quel canto ribelle che travalica la contemporaneità.
Seguendo
involontariamente le orme di Barbie e C’è
ancora domani, Vicario prosegue la traccia femminista donando
un messaggio cinematografico diverso, offrendo un debutto dietro la macchina da
presa di qualità, tra il pop ricercato e l’intellettuale. Gloria! è un’opera
riuscita.
…loria! è rivoluzionario. Non tanto perché unisce il
film in costume, la commedia, il backstage musicale, ma per come lo fa. Certo,
non è compatto, se ci si impunta a trovarne i difetti, se ne trovano quanti se
ne vogliono. Ma segue l’onda e l’energia della musica e soprattutto crea una
frattura sensibile con la visione più classica, con la “bella forma”. Perché
della ‘bella forma’ a Gloria! non gliene può fregare di meno. Tutti quegli
incontri di notte in cantina davanti al pianoforte sono pura magia, conflitto,
passione. Tempo. Ritmo. La clessidra si gira. Ancora stacco. Fuori ci sono gli
echi della Rivoluzione Francese ma lì in quell’istituto il mondo sembra essersi
fermato. C’è anche il piacere e l’inganno, componimenti promessi da Cristiano
al Maestro Perlina che non sono all’altezza. “Cosa sente il mio orecchio?” dice il personaggio di Paolo Rossi. Ecco in Gloria! sentiamo prima di vedere. È pura percezione
nella ricerca dell’armonia, del tempo, della passione e della bellezza. Dalle
luci della candele si intravedono forse da lontano le fiamme del cinema di
Céline Sciamma. Ma soprattutto Gloria! è il grande incrocio (im)possibile tra
X-Factor e Sofia Coppola. Proprio come Marie Antoinette prende di petto la Storia e diventa pop. Per
questo contagia e stravolge. Prima ti descrive, poi ti racconta, infine ti
abbraccia. È un film che ha un cuore grande così e da un certo momento ti
trascina dentro, a ballare e a cantare. Un’inaspettata e bellissima rivelazione.
…Conscia di dover travalicare il senso dell’accuratezza
storica per potersi davvero garantire la riuscita della sfida che ha voluto
affrontare – quella di ridare dignità e voce alle centinaia di musiciste che
non vennero riconosciute come autrici e morirono nella più totale ignoranza
storica nei loro confronti – l’esordiente cineasta costruisce Gloria! come una fiaba, dove dal suicidio ci si
riprende grazie all’amorevole cura delle amiche, i cattivi non dormono in pace
(e anzi magari passano anche a miglior vita), le mute tornano a parlare, e
tutte le protagoniste possono vivere felici e contente, con un orizzonte che le
gratifichi anche sotto il profilo strettamente professionale. Un’utopia, certo,
ma che trova nel cinema e nell’immagine pittorica (notevole la fotografia
lavorata da Gianluca Palma) il grimaldello per scardinare la prassi, anche
quella produttiva concernente la famigerata “ricostruzione storica”. Le
splendide protagoniste del film – ottime le interpretazioni di Galatéa Bellugi,
Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi in arte La rappresentante di lista, Maria
Vittoria Dallasta, Sara Mafodda – parlano come ventenni di oggi, desiderano come ventenni di oggi, si ribellano al
potere costituito senza tanti salamelecchi o inchini d’osservanza. Quello che
potrebbe apparire come un “errore” storico rivela in profondità l’anima più
dirompente di Gloria!, la volontà di negare ogni codice di
rappresentazione per ribadire la necessità di ricostruire sempre tutto, di
rileggere e rivedere ogni idea precostituita, sia essa data da un insieme di
note in ordine sparso o dal ruolo sociale che è stato già deciso
aprioristicamente. Con la stessa fiera libertà che agitava le notti
rivoluzionarie dei collegiali raccontati da Jean Vigo in Zero in condotta le protagoniste di Gloria! si prendono il proscenio con la forza, e osano rovinare la festa in un crescendo finale che
emoziona, coinvolge, e diverte. Opera prima tra le più rimarchevoli del cinema
italiano degli ultimi anni, quella di Margherita Vicario è anche la sfida vinta
a un’idea di cinema “impegnato” che deve sottolineare i propri motivi sociali
nascondendosi dietro la trama: qui avviene l’esatto contrario, ed è
dall’immagine che scaturisce l’ideologia, e non viceversa. Come dovrebbe sempre
essere.
in uno dei tantissimi paesi che si stanno estinguendo gli adulti capiscono che la fine del paese è vicina, i giovani partono, tradizioni e saperi secolari spariranno.
due fratelli, per dimostrare di essere uomini, rubano una pecora a un piccolo allevatore che ama i suoi animali e va in crisi.
un film alla Frammartino (è un complimento), non ci sono i cittadini, e i loro turbamenti borghesi, Sacro Moderno è un'altra cosa, per nostra fortuna.
"In un periodo storico dove i piccoli borghi stanno scomparendo e con
essi le antiche tradizioni, nasce Sacro Moderno, un film documentario che racconta la
storia e il destino di una comunità montana che in tutti i modi cerca di
sopravvivere.
L’obiettivo è mostrare i diversi punti di vista dei protagonisti che in
maniera differente prendono le distanze dal sistema gerarchico e di potere che
si è formato negli anni all’interno di questi paesi.
Il film, che inizialmente si sviluppa intorno al concetto di
responsabilità che Simone ha nei confronti della comunità, lentamente si sposta
sul tema della violenza e di come essa influenzi il destino dei personaggi; una
violenza silente che porta Simone ad agire senza avere tempo di pensare.
In questo duplice senso angoscioso si muovono lo spirito dei personaggi e
l’anima del film. Una comunità che si mostra poco, ma che vigila e orchestra
silenziosamente il destino di Simone e di coloro che entrano in contatto con
lui. Il film vuole evocare nello spettatore un forte senso di oppressione e di
solitudine, attraverso il disorientamento nell’animo di personaggi privi di
punti di riferimento.
Il fine ultimo è quello di provare a creare un universo volutamente magico
a metà tra fiaba nera e film di formazione, dove lo spettatore si perde nei
ritmi dilatati di un silenzio apparente, cercando dentro sé il senso ultimo del
film.
Una verità oscura e tragica che probabilmente non smetterà mai di esistere
in un mondo così piccolo e nascosto, ma universalmente comprensibile".
…La distribuzione su RaiPlay rappresenta un’opportunità
importante per un’opera indipendente che punta a valorizzare territori e realtà
spesso poco rappresentati nel cinema italiano contemporaneo. Il film si
inserisce inoltre in un contesto sempre più attento ai temi dello spopolamento
dei borghi e della conservazione delle identità culturali locali.
Il racconto di Simone e Filippo al
centro di un film sui borghi italiani che stanno scomparendo
Nel comune montano di Intermesoli sono rimaste poche persone e il film
costruisce il proprio racconto attorno alle vite di Simone e Filippo. Simone si
fa carico delle responsabilità del paese e delle sue tradizioni, mentre Filippo
sceglie una vita isolata, distante dalla comunità. Attraverso i loro
percorsi, Sacro Moderno affronta il rapporto tra identità,
fede, memoria e appartenenza.
Lorenzo Pallotta va alla ricerca ad Intermesoli nel
Teramano (paese con una presenza di abitanti molto limitata) di quanto la
modernità e gli antichi riti sacri possano convivere. Lo fa grazie alla
presenza dei due unici ragazzini che ancora vi abitano.
Il primo lungometraggio
di Pallotta richiede allo spettatore la disponibilità ad assumere dei tempi di
narrazione che sono connaturati alla dimensione esistenziale dei soggetti
ripresi.
In questa realtà, che percepisce la
presenza della modernità vivendola però da una certa distanza, il tempo diviene
sospeso. I due ragazzi protagonisti vivono in questa dimensione, da cui, come
testimoniano gli anziani che ancora restano sul posto, i giovani fuggono,
partecipando sia al rapporto diretto con la natura sia ai riti che affondano le
loro radici in un lontano passato. Tra questi il rito della processione del
Venerdì Santo che si distacca da tutto quanto possiamo avere visto o letto in
materia per la sua rarefatta e al contempo drammatica potenza di
rappresentazione…