domenica 20 settembre 2026

Elvira Madigan - Bo Widerberg

una storia d'amore, irregolare, ribelle, poverissimo.

in una Svezia di campagna, un soldato, che diserta per amore, e un'artita da circo si amano, contro tutto e tutti.

musiche di un giovane di ottime speranze,che si chiama Mozart, una fotografia splendida, una storia di amore senza limiti, per sempre.

un film da non perdere.

buona (innamorata) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo, sottotitolato in inglese

 

 

Low budget per un film di grande impatto visivo (“Newsweek” lo ha definito il film più bello mai fatto) e immediatamente riconoscibile per il commento musicale, affidato al Concerto No. 21 per pianoforte di Mozart che oggi è conosciuto da tutti come il “Tema di Elvira Madigan” (titolo riconosciuto dopo il film e quindi non riconducibile a Mozart). La storia raccontata dal film è una storia vera. Nel 1888 la sedicenne artista e funambolo Elvira Madigan (il suo vero nome era Hedvig Olsen), che si esibiva per il Madigan Circo, incontrò e si innamorò del tenente conte Sixten Sparre, già sposato e con due figli. Dopo uno scambio di lettere appassionate seguite dai tentativi della madre e del patrigno di dissuaderla dall’impegno in quell’amore scandaloso e impossibile, nel 1889, Sixten ed Elvira scappano e riparano in una casa di campagna in Danimarca, dove vivranno fino alla fine dei loro soldi. Da quel momento in poi la situazione precipita e la famiglia di Sixten si rifiuta di aiutarlo, anche perché lui era ricercato per diserzione. Il 20 luglio 1889, la coppia prepara un cesto per un picnic ed esce per una gita a Nørreskov. Lì, dopo un ultimo pasto, Sixten uccide Elvira con la sua pistola di servizio e poi si suicida. La storia, raccontata anche da una celebre ballata, è la sinossi del film…

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…La ricerca di realismo permea ogni aspetto delle sue opere e raggiunge l’apice in Elvira Madigan (1967), girato con una piccolissima troupe in Svezia e in Danimarca, evitando i teatri di posa, prediligendo la luce naturale e girando spesso senza una sceneggiatura precisa, con un canovaccio affidato agli attori, che diventarono complici e, nel caso di Thommy Berggren che condivideva in pieno l’idea politica di cinema di Widerberg, quasi coautori.

Ispirato a una storia vera svoltasi nell’estate del 1889, molto nota in Svezia e soggetto di una popolare ballata, il film racconta l’unico e ultimo mese felice dell’amore tra il sottotenente dell’esercito svedese conte Sixten Sparre, sposato e con due figli, e l’equilibrista circense Elvira Madigan (interpretati da Thommy Berggren e Pia Degermark, premiata a Cannes come miglior attrice).

Al momento della sua uscita, Elvira Madigan fu molto lodato dalla critica per i suoi valori formali (“Newsweek” lo definì il film più bello mai girato); a un uso felicissimo di Mozart e Vivaldi nella colonna sonora si accompagna infatti la bellezza smagliante della campagna danese fotografata con un occhio da pittore impressionista. Invece l’estremismo romantico della storia, per di più in costume, conquistò il pubblico ma lasciò sconcertati i critici per il suo essere apparentemente fuori tempo, più una vicenda da melodramma che da film contemporaneo: basti ricordare che il 1967 è anche l’anno di Blow up, Il laureato, Bella di giorno, Indovina chi viene a cena, La cinese e La Cina è vicina. Addirittura Widerberg fu rimproverato per aver abbandonato le tematiche legate all’impegno politico-sociale che avevano caratterizzato i suoi film precedenti, cedendo a un apparente disimpegno. In realtà il film, rivisto oggi, rientra pienamente nel clima pre-sessantottino ed esprime una carica eversiva radicale che riesce a essere ancora bruciante e meno datata dei film citati. L’ambientazione contemporanea di questi ultimi, infatti, permette di leggervi già le contraddizioni che decretarono il fallimento del Sessantotto e che ne limitarono l’eredità principalmente alla modernizzazione post-borghese dei costumi. A voler essere molto sintetici, della formula “desiderio dissidente” ci è rimasto oggi un desiderio liberato ma completamente svuotato della sua carica dissidente, essendo ormai perfettamente inserito nelle logiche della società dei consumi…

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Somewhere in these pages today there is doubtless an advertisement describing “Elvira Madigan” as the most beautiful film ever made. That has been the New York critical line, expressed in turn by the New York Times, Newsweek and the New Yorker. I think it does an injustice to Bo Widerberg’s great film.

“Elvira Madigan” is indeed remarkably beautiful, Almost every frame would make a painting, and yet the film is alive and cinematic, not simply photographs of pretty pictures. Widerberg composes his shots of muted colors — usually white yellow and green — and of the remarkably attractive faces of his stars, Pia Degermark and Thommy Berggren

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…Con una splendida fotografia, Widerberg (1930-1997) ci racconta una storia romantica e senza speranza, ambientata in un mondo formale e perbenista che non concede alle persone “…una seconda vita”, metafora di quel movimento che infiammerà l’Europa e il resto del mondo avendo il suo apice nel famigerato ’68.

A rendere ancora più struggente la pellicola è la sublime colonna sonora incentrata sul Concerto per pianoforte e orchestra n.21 K467 di Wolfgang Amadeus Mozart che contribuirà a rendere la pellicola immortale. La Degermark vince il premio come miglior attrice al Festival di Cannes.

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venerdì 18 settembre 2026

Nobody has to know - Bouli Lanners

Phil ha perso la memoria, dopo il ricovero torna al suo villaggio, ma  non capisce bene come funziona, come era prima.

e Phil forse aveva una relazione con Millie.

un film anche d'amore, con la memoria labile.

buona (forse amorosa) visione - Ismaele


 

L'abilità di Bouli Lanners - anche interprete di Phil - consiste proprio nel gestire l'ingombrante materia narrativa del suo racconto, da cui distilla la semplice storia d'amore di un uomo e una donna non più giovani ma capaci di costruirsi una nuova vita.
Il film non indugia nemmeno nel sentimentalismo, né quando unisce i due protagonisti né quando li separa. Nessuno deve sapere, con il suo titolo così mélo (e quello francese lo è ancora di più: L'ombre d'un mensonge, l'ombra di una menzogna), sceglie in realtà di ammortizzare ogni possibile tensione legandosi alla grazia dei personaggi: non solo di Phil e Millie, lui così grosso e buono, lei solo in apparenza fredda e distante (a interpretarla è l'intensa Michelle Fairley), ma anche di Brian, nipote di Millie e amico di Phil, che si affeziona a un cane di cui si è smarrito il padrone, e di Angus, austero capofamiglia che rivela un animo da brav'uomo.

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Questa sua ultima fatica, intitolata Nobody has to know (in Francia, ove è appena uscito in sala, "L'ombre d'une mensonge") si presenta come un raffinato e trattenuto thriller dell'anima e del cuore che, attraverso una sorta di rinascita obbligata che la drammatica circostanza richiede al nostro sfortunato protagonista, permette di far luce su una comunità isolata sia dalla natura, sia dalla propria riservata etica morale.

La stessa che spinge una donna per troppo tempo soggiogata e costretta in un ruolo sacrificale, ad escogitare un suo piano per poter uscire dal ruolo che le regole severe del luogo le hanno costruito addosso, privandola di ogni libertà ed emozione di vivere.

Lanners dirige con professionalità una sorta di giallo psicologico che sonda tra i comportamenti rigidi ed inflessibili di una società racchiusa ostinatamente in se stessa, pregiandosi di una ambientazione e di paesaggi naturali mozzafiato che ben si contestualizzano a rappresentare una società fuori dal tempo e dalle frenesie di un mondo al contrario decisamente globalizzato.

E il volto interdetto dai molteplici interrogativi che lo colgono, quando il protagonista (reso molto bene dallo stesso Bouli Lanners, attore di comprovata versatilità come accennato sopra) si (ri)scopre addosso un corpo incastonato di tatuaggi a lui - momentaneamente in condizione di amnesia totale - completamente ignoti, diventa il simbolo di un film denso di misteri, ma allo stesso tempo pacato e impegnato a concentrarsi sulle singole sfaccettature interiori dei suoi due protagonisti e di qualche altro personaggio di contorno, piuttosto che concedersi sfacciatamente alle regole della suspence e del thriller.

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giovedì 17 settembre 2026

Bad apples - Jonatan Etzler

hanno lasciato il titolo in inglese, Mele marce forse non avrebbe attirato le attenzioni necessarie (che comunque non ci sono state, purtroppo).

la prima settimana il film era in 70 sale, adesso in sole 17 in tutta Italia, eppure è un film straordinario, dovrebbero vederlo tutti, se solo entrassero in sala.

quando un bambino super rompicoglioni sparisce la classe rifiorisce e tutti diventano bravissimi, eccezionali addirittura.

quel bambino (Danny) non manca a nessuno, non ha una mamma, il padre fa il corriere (mestiere analizzato in un gran film da Ken Loach), è solo, è una vittima.

ma in Gran Bretagna non possono permettersi gli insegnanti di sostegno e gli educatori (quelli veri, intendo) e maestra Maria si trova ad essere colpevole.

per caso succede qualcosa di sbagliato, e quando tutti i genitori sanno cosa è successo si mettono dalla parte del torto, insieme a Maria (l'eccezionale Saoirse Ronan).

all'insaputa di tutti Danny riesce a fuggire e corre come Antoine Doinel (ne I 400 colpi di Truffaut).

un film da non perdere, se riuscite a vederlo.

buona (indimenticabile) visione - Ismaele

 

 

Maria è una maestra delle elementari, determinata a trasmettere ai suoi alunni di dieci anni tutta la passione per il suo lavoro. Ma ogni suo tentativo viene messo a dura prova da un bambino particolarmente ribelle e ingestibile, capace di trasformare la classe in un piccolo campo di battaglia. Con la sua carriera sempre più in bilico e la situazione ormai fuori controllo, Maria si lascia trascinare in una serie di decisioni sempre più azzardate, fino a commettere l'impensabile: portare accidentalmente con sé il bambino e finire per rinchiuderlo in casa. Quando cerca disperatamente di rimediare, però, accade qualcosa di inaspettato. Senza la sua "mela marcia", la classe rifiorisce: gli alunni fanno progressi, i colleghi si congratulano con lei e i genitori sono finalmente entusiasti. Quello che doveva essere un errore da cancellare al più presto comincia così ad assomigliare pericolosamente alla soluzione perfetta. Per Maria, tornare indietro diventa ogni minuto più difficile.

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…Il merito principale dell’operazione va cercato nella prova di Saoirse Ronan, che qui abbandona quasi del tutto il registro drammatico più consueto della sua filmografia per abbracciare una comicità fisica e verbale che pochi le avevano riconosciuto fino a questo punto. La sua Maria non è mai una macchietta né una vittima da compatire, è una donna che ha smesso di credere che il sistema scolastico possa proteggerla dalle proprie stesse frustrazioni, e Ronan restituisce questa disillusione con un umorismo tagliente che non scivola mai nella caricatura. È un’interpretazione che richiede un controllo tonale non scontato (l’esasperazione deve restare comica senza perdere credibilità psicologica) e l’attrice lo dimostra con una naturalezza che conferma, ancora una volta, la sua rara capacità di attraversare i generi senza mai apparire fuori posto…

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Qué hacer con un niño conflictivo y hasta dónde puedes llegar para solucionar el problema. Esta es la base de esta comedia negra británica que pudo verse en el pasado Festival de cine de San Sebastián. El director Jonatan Etzler conocido por «Dieciocho otra vez» que rodó para Netflix en 2023, sorprende con esta incómoda comedia que comienza como una sátira de la enseñanza para convertirse en otra cosa más seria.

María es profesora de primaria, tiene niños de 11 años, entre ellos está Danny, un alumno violento y caótico que convierte todos los días la clase en una pesadilla. Su mal comportamiento hace que todos los alumnos vayan mal y se sienta completamente desbordada por no poder encauzarle. Tras varios intentos de que se porte bien, de hablar con los padres y con sus superiores decide tomar una decisión impulsiva que lo cambiará todo…

Todos en cierta forma entendemos la decisión de Maria, no aprobamos lo que hace por supuesto, pero eliminando el problema todo irá como la seda. La ilusión de enseñar y ayudar a sus alumnos está comprometida por este pequeño diablo por lo que decide encerrarlo en el sótano de su casa.

Saoirse Ronan está estupenda como Maria, no exagera su interpretación y está bastante contenida por lo que resulta muy creíble ya que esta situación tan descabellada podría haber provocado situaciones más rocambolescas o absurdas.

Para el papel de Danny tenemos a Eddie Waller, un niño odioso y simplemente malo hasta decir basta. Irrita a cualquiera y no sabemos cual es el motivo de esa conducta tan violenta.

Pero la paradoja es que tras su «desaparición» todo funciona perfectamente, los niños estudian bien, los padres contentos, los demás profesores felicitan a María y todos los problemas quedan solucionados de un plumazo.

Pero eso no puede durar eternamente, Maria tiene que decidir cuándo soltar al niño asilvestrado ya que la bola se le ha ido de las manos.

Una película estupenda que provocará diferentes reacciones en el público y que desde luego da que pensar y abrir debate.

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Etzler dirige con pulso, con un resultado vistoso. Parece estar perfectamente capacitado para jugar en la liga de la comedia negra indie, un género que llegó a primera división con La sustancia. El mayor problema de la película es que desaprovecha la situación más jugosa: la relación entre el alumno y la profesora, y se despista. Se empecina con el tedioso personaje de la empollona, que sirve para hacer avanzar la trama pero no para ahondar en los personajes. Y aunque consigue una tesis atrevida y bien cerrada con la reunión de padres, no sabe terminar de rematar la película demasiado bien. Con todo, no está mal. Bien rodada, con ritmo. Ronan, como siempre, hace un buen trabajo. Y tiene algunos momentos que probablemente recordaremos, que no es poco.

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La película tiene unos cuantos aspectos positivos, entre los que destaco la banda sonora compuesta por Chris Roe, la dirección de Jonatan Etzler, y sobre todo el guion que sabe mezclar muy bien los momentos de comedia negra con las situaciones más dramáticas.
…En cuanto a las interpretaciones, el rostro más conocido es el de Saoirse Ronan, que lo hace bastante bien como la maestra. El otro protagonista es Eddie Waller, como el adolescente problemático, y el gran personaje de la película es el de esa niña, que es la alumna aplicada de la clase, y que interpreta de manera magnífica Nia Brown.
Una película fácil de recomendar, ya que puede gustar al público más mayor y al más joven, porque no es aburrida y cuenta una historia atractiva en una comedia dramática que funciona bastante bien.

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mercoledì 16 settembre 2026

Sundown - Michel Franco

nel film c'è un mistero che riguarda Neil (Tim Roth), che si scoprirà alla fine.

ambientato nella violenta Acapulco, dove Neil è in vacanza con Alice (Charlotte Gainsbourg) e due nipoti.

a Neil non importa della morte della madre, delle arrabbiature di Alice, e di molto altro, diventa l'amante di Berenice (Lazua Larios), innamorato perché non aveva niente da fare (cantava Luigi Tenco).

come in una cipolla scorrendo i vari strati si arriva al cuore del film, una specie di thriller dell'anima di Neil.

un film convincente, bisogna farsi prendere per mano da Michel Franco.

buona (solare) visione - Ismaele

ps: all'inizio mi ha ricordato Old, di M. Night Shyamalan, ma solo all'inizio.



 

possiamo dire che il concetto di tempo è il vero protagonista di questo Sundown. Partendo dalla sua durata limitata, di appena 84 minuti, passando per quello che sembra mancare nella vita di Alice, sempre sommersa dal lavoro, e per quello di cui Neil prova a riappropriarsi prima che sia troppo tardi, il tempo è centrale nella narrazione. Nonostante questo, però, il suo scorrere non attribuisce nessun tipo di ritmo o dinamismo al film, lasciandosi quasi andare a un lento trascorrere delle ore, caratterizzato solamente dalla ripetizione costante delle stesse azioni un giorno dopo l’altro. Completamente immersa in questa sorta d’inerzia e sospensione, dunque, la vicenda acquisisce la rara capacità di irritare lo spettatore, stanco di non comprendere la vacuità delle azioni e dello sguardo di Neil.

L’uomo, infatti, osserva il mondo che lo circonda seduto al sole su di una sedia in riva al mare, circondato dal clamore di una spiaggia affollata. Un giorno dopo l’altro, un’ora dopo l’altra. Come se fosse immerso in una costante attesa o in una contemplazione interiore di cui non comprendiamo mai l’oggetto. Una scelta stilistica, questa, che appesantisce e rallenta ancora di più l’andamento della narrazione, e che lascia onestamente interdetti nonostante un chiarimento finale che, però, non basta a risollevare le sorti del film. Arrivati ai frame finali, infatti, il regista decide finalmente di imprimere una velocità contenuta per portare lo spettatore a comprendere le ragioni dietro l’irragionevolezza del suo personaggio. Nonostante questo, però, il tempo trascorso ad attendere ha messo a dura prova le capacità empatiche di chi osserva, lasciandolo emotivamente distaccato dal cuore della narrazione…

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Proprio come il Locke/Jack Nicholson con Jane Doe/Maria Schneider infatti il Bennett di Roth trova in Berenice (Lazua Larios, bravissima) una barca su cui salpare verso una nuovo inizio così da lasciarsi lentamente scivolar via un problematico (e silenzioso) vissuto. Franco però non premia affatto l’agire spensierato-sconsiderato del suo (anti)eroe protagonista, finendo con il presentargli il conto di una solitudine soltanto costeggiata e involontariamente desiderata da Bennett nel suo idillio paradisiaco che – tra secondo e terzo atto – va a concretizzarsi sino alla depersonalizzazione dell’individuo in ogni aspetto di una vita sempre più esistenza. Senza alcuna identità, senza appartenenza, senza famiglia, senza amore. Un film su cui riflettere…

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…Due momenti fulminei danno però , in maniera diversa, la svolta al racconto: da Londra una telefonata annuncia la morte della matriarca della famiglia e un breve ,e al primo impatto inspiegabile, segmento di qualche secondo, ci offre la chiave di lettura di tutto il film, ma sfido chiunque a capirlo prima che si giunga alla fine, una trappola narrativa insomma che funziona perchè non svela niente ma che al termine darà una prospettiva nuova alla storia, ammesso che uno si ricordi di quel piccolo inserto…

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Sundown ha il solo scopo di descrivere quella situazione di alienazione dal mondo che è propria dell’uomo, che a volte lo costringe ad allontanarsi dai costrutti sociali che lo vorrebbero operativo secondo le logiche prestabilite. Neil Bennett è un uomo a cui non è mai mancato nulla, ha ereditato denaro e fortuna ed è probabilmente sempre stato abituato ad una vita agiata condita da comportamenti impostati e situazioni standard. Quello che accade nella sua mente risponde alle domande:

“Quale senso ha comportarsi secondo delle regole imposte da altri?”

“Quale senso ha inseguire uno scopo solamente perché ci è stato insegnato così?”

“Quale scopo ha comportarsi come un gregge e reagire alla vita come gli altri si aspettano che tu faccia?”

Sundown è un’opera decisamente interessante, che cattura l’attenzione dello spettatore grazie ad un personaggio enigmatico interpretato in maniera minimalista e precisa da Tim Roth. Purtroppo, le aspettative create nella prima parte della vicenda non vengono concretizzate nella seconda.

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lunedì 14 settembre 2026

The echo chamber – Andrea Pallaoro

l'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, diventa il film di Andrea Pallaoro.

tre ottimi protagonisti in un film girato quasi tutto in una casa inglese.

Leo, Ava e Anne convivono con i fantasmi, e il dolore. Leo è un grande produttore musicale, Ava una cantante che riappare sulla scena, Anne è una fisioterapista che cura Leo.

Anne è la causa della tossicodipendenza di Leo, erano amanti, alla prima overdose lei sparisce, sembra, ma quella casa accoglie tutti, compresi i fantasmi.

è un film d'amore, con una fine drammatica, vedere per credere. 

un film che merita, anche se troppi ne hanno parlato male.

buona (claustrofobica) visione - Ismaele


ps: protagonista ulteriore è il fentanyl, l'oppiaceo che uccide per overdose decine o forse centinaia di migliaia di persone nel felice occidente.

il biondone che crede di essere il governatore del mondo dà la colpa a Messico e Cina, i cattivoni che fanno arrivare quell'oppiaceo nehli Usa.

se il biondone avesse il tempo di guardare serie e film targati Usa,  scoprirebbe che i cattivoni sono i (molti) medici che prescrivono gli oppiacei, e le case farmaceutiche Usa (che sicuramente finanziano il biondone, in perfetto stile mafioso), altro che Cina e Messico.

 

 

 

… A rendere credibile l’impianto narrativo concorrono certamente le ottime interpretazioni dei protagonisti, con un Marinelli misurato e naturalmente profondo, una Vikander che risponde con apprezzabile semplicità e compostezza e, con un carico endemico di carisma, Susan Sarandon a sparigliare le carte nel ruolo di una leggenda della musica a lungo lontano dalle scene, rientrata nel giro grazie alla fiducia nel talento di Leo.

Così The Echo Chamber, con la sua raffinatezza formale, sempre sulla soglia del formalismo estetizzante, il formato quadrato dell’inquadratura, le lunghe riflessioni sul fuori campo, riesce nell’intento programmatico di toccare l’impalpabile, manifestare la privazione, descrivere il vuoto, scivolando solo nel finale nell’esplicitare fin troppo didascalicamente il concetto di (inter)dipendenza.

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Nella raffinata sceneggiatura di Bernardini e Rampoldi (che completano l'ultimo lavoro di scrittura di Bernardo Bertolucci, con il quale lo avevano inizialmente sviluppato) c'è l'ambizione di provare meccanismi inconsueti, trasformati poi da Pallaoro in momenti di grande cinema che non si vedono spesso nel panorama nostrano. È un film che può alienare perché procede per scarti metonimici, ma la sua architettura fatta di distanze e ripetizioni ha dei picchi notevoli, su tutti una sequenza rivelatoria legata alla canzone interpretata da Susan Sarandon.

La sua Ava è l'unica capace di spingere Leo all'azione, e sarà incidente scatenante di un ultimo atto che può apparire brusco ma che diventa sempre più inevitabile a posteriori. In esso, così come più in generale nella figura di Ava (una grande artista la cui legacy il protagonista si trova a influenzare, forse contaminare) si può scorgere l'ombra lunga di Bertolucci, altra presenza che aleggia in un film tanto essenziale nelle componenti quanto pieno di suggestioni e di echi.

Non c'è dubbio che si tratti del miglior film tra i quattro realizzati finora da Pallaoro, che si supera e forse si mette più in gioco, oltre a regalare una splendida e originale meditazione sulla fragilità e sulla dipendenza nel regno dei sentimenti. Dentro ci possiamo leggere una simbologia di ciò di cui è fatta una relazione e - forse anche più sorprendentemente - di cosa è fatta la sua fine.

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Uno dei temi più interessanti di “The Echo Chamber” è quello del dolore (cronico). Lo è per almeno due ragioni. La prima riguarda la sua tassonomia/diagnosi, cioè si tratta di un dolore comune, non invalidante (apparentemente). Una scelta che non a caso richiama l’idea di un malessere subdolo, spesso invisibile, che non ha una caraterizzazione così evidente. La seconda riguarda la sua ontologia: Leo non sa identificare un confine tra sé stesso e il dolore. In questa intercapedine davvero sottile, si inserisce il personaggio di Anne, la fisioterapista di cui si innamora e che ne lenisce il dolore grazie a farmaci oppiodi – benché questi poi ne provochino la dipendenza. 

La pellicola parte proprio da qui, dall’overdose di Leo, e a poco a poco (ri)costruiamo i contorni della domanda che perturba la storia: chi ama Leo, lei o ama la sua cura? E viceversa: lei lo ama, o ama poterlo curare? Insomma, un tema bertolucciano chiaramente, amore e malattia che si mescolano, un po’ come la rappresentazione temporale del film, che finge una sorta di montaggio alternato, per portarci dal loro incontro al post-overdose, fino al loro nuovo primo incontro – e nel mentre, la figura di Ava (Susan Sarandon, foto sopra), di cui Leo sta incidendo l’ultimo disco, che assume quel ruolo di eco freudiano che a Bertolucci è sempre stato molto caro…

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…La casa di The echo chamber è abitata due volte, da Leo perché è casa sua e da Anne quando Leo non c’è. Gli spazi sono gli stessi ma sono sempre mancanti di un elemento, dell’altro, desiderato e temuto allo stesso tempo. Nel passaggio ognuno lascia l’eco dell’altro, come ha fatto nel tempo in cui si sono frequentati. L’uomo e la donna si attirano ma sentono di farsi male, sanno di non riuscire a non farlo.

Come è possibile non ferirsi in amore? Come si può amare senza amare se stessi? Come si supera il dolore ancestrale che fa parte di tutti? Sono domande che restano insolute.

The echo chamber è un film sul dolore, sull’assenza, sulla dipendenza. È un film che non lascia spazio alla speranza, un film sull’essere artisti e su come attingere da una ferita originaria e dargli una nuova forma, è un film formalmente curato, recitato in lingua inglese (perfetto Marinelli), ambientato in una città senza nome, in un tempo imprecisato.

Con una direzione precisa e scrupolosa Andrea Pallaoro compone la scena su inquadrature fisse in cui i luoghi diventano metafora di chi li abita: un unico set, la casa di Leo, le finestre sulla strada, una macchina con la guida a destra che viene parcheggiata sempre sotto casa.

Nel complesso l’aspetto meno riuscito di The echo chamber è una ostinata volontà di dare un senso alla vita che, a tratti, diventa eccessiva: Tutto ciò che ci capita lo scegliamo, scegliamo tutte le nostre disgrazie.

Forse lo spettatore preferirebbe rimanere con dei dubbi all’uscita della sala.

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