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Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
lunedì 29 giugno 2026
domenica 28 giugno 2026
Taxidermia - György Pálfi
tre generazioni di ungheresi un po' surreali, ma molto concreti.
si inizia con un soldatino che vuole sempre infilare il suo membro virile in qualsiasi cavità possibile, la seconda generazione è quella di un campione straordinario in una disciplina che scoprirete, il terzo erede cambia del tutto vita, accudisce il babbo vecchio, finchè ce la fa.
detto così è niente, vederlo è un'altra cosa, inattesa e originale, György Pálfi è sempre sorprendente
buona (imperdibile) visione - Ismaele
QUI il film completo con sottotitoli in inglese
QUI il film completo con sottotitoli in spagnolo
…Taxidermia è un film assolutamente originale opera di un cineasta
giovane,folle e con lampi di assoluta genialità.
…Il regista, l’ungherese György Pálfi, è da tenere d’occhio. Il film è di
un’originalità assoluta e se qualcosa trapela dalla sua poetica e dal modo in
cui padroneggia ogni stile, è sempre dalla grande fucina dell’umore nero dei
paesi dell’est europeo che trae ispirazione, penso ai romanzi di Ladislav Fuks (Il bruciacadaveri),
al cinema di Dusan Makavejev e Jan Svankmajer…
…TAXIDERMIA è senza
dubbio uno degli apici del genere cinematografico grottesco, dove l’eccesso e
l’esagerazione animano le gesta folli dei suoi bizzarri protagonisti, senza per
forza di cose seguire un filo logico. Se tutto avviene in un mondo quasi
parallelo al nostro, György Pálfi non esita a puntare il dito contro la
dittatura sovietica e la sua influenza pesante sulla politica ungherese nel
dopo guerra (non a caso, i russi durante la gara nella mangiatoia devono
vincere sempre), vista però con nostalgia una volta finita solo da chi ne ha
beneficiato come il nostro gigante Balatony Kálmán (il quale non esitava a
corrompere i compagni medici per modificare l’esito medico della moglie). Nella
scala dei valori del grottesco, il film ha una continua crescita esponenziale.
Se nel primo capitolo siamo testimoni di un eccesso di erotismo selvaggio e
assurdo regime militare, e nel secondo assistiamo allucinati a competizioni sportive
surreali (allenamenti compresi) che mescolano abbuffate e vomito, nel terzo e
ultimo capitolo siamo al cospetto di un assoluto capolavoro dell’estremo.
L’ingombrante (in tutti i sensi) presenza di un padre che non esita a
disconoscere il proprio figlio, frustrato anche da un’invisibilità da parte del
genere femminile, confluirà in un finale epico, di pura arte estetica, triste
ed emblematico su quanto visionato durante i 90 minuti precedenti. Un’opera
d’arte, quella finale, figlia delle conseguenze delle azioni estreme subite da
György Pálfi non solo dal padre ma anche da decenni di politica repressiva
sulla creatività e sul libero pensiero (un taglio simboleggiato al meglio da
quell’amputazione finale della testa). TAXIDERMIA è uno dei film di genere estremo
più riusciti di sempre, figlio di tutto quel cinema orientale più bizzarro ma
anche di opere occidentali che hanno fatto dell’unione tra sesso e cibo la loro
forza (‘La Grande Abbuffata’ di Marco Ferreri e soprattutto ‘The Cook, the
Thief, His Wife and Her Lover’ di Peter Greenaway, con il quale questo film
condivide un finale similare ed altrettanto agghiacciante). Disgustosamente
spettacolare!!
…La trama potrebbe essere anche semplice da raccontare
(tre generazioni di una famiglia ungherese: un nonno soldatino onanista, un
figlio robusto campione di abbuffata veloce negli anni del socialismo reale, un
nipote rachitico imbalsamatore), ma le poche parole usate non renderebbero
giustizia alla ricchezza visiva e tematica messa in piedi da Pálfi, della quale, ma solo per darne un'idea, si
potrebbe dire che sembra mettere insieme Jancsó e Ferreri, Kusturica e John Waters, in una mistura che risulta comunque
visivamente moderna e contenutisticamente spunto di riflessione sulla bulimia
dello sviluppo della nostra società (e non solo dell'Ungheria).
…non vi è film più nero di Taxidermia. Si
parte con il nonno, soldato nella seconda guerra mondiale ma soprattutto gran
visir della deboscia e della depravazione, sognante coiti a raffica con ragazzine
o vecchie ciccione, poco importa…perchè soprattutto è importante fomentare la
voglia malaticcia che è in lui, nella propria mappa genomica per l’appunto. Con
un montaggio mozzafiato Gyorgy Palfi ci fa conoscere la mente deviata del
soldato Morosgovanyi, attraverso un uso sapiente della macchina che a volte
arriva al virtuosismo, come nella scena della vasca da bagno, che diventa mano
a mano culla, tavola autoptica per il maiale scannato e tanto altro o come
nella scena delle azioni che compie il militare ogni giorno, illuminante su
quanto sia idiota la vita militare. Lo stomaco viene più e più volte
solleticato, ma la visione non è mai gratuita e sempre divertita, sublimamente
grottesca. Il nostro soldato riesce finalmente ad avere un rapporto da cui
nasce il figlioletto. Questo prosegue caparbiamente la devianza della stirpe
divenendo un orrendo ciccione campione di abbuffata. Questa seconda fase del
film è una summa di tutto il vomito caduto nella cinematografia mondiale…mi ha
tanto fatto venire in mente i ritorni a casa a gattoni alla ricerca di un water
o di un lavandino o un vaso o perchè no? un sacchetto della Coop, quelli
biodegradabili. Anche in questa fase del film si arrivano a toccare immagini di
rara bellezza, le sole capaci di farci sopportare una visione globale per
stomaci forti! Il dna della stirpe ha una vera e propria virata verso il
degrado con l’ultimo discendente, con cui si chiude il film. Egli è un ragazzo
secco, emaciato, con lo sguardo spiritato, tipo un Pierre Clementi dopo due
martellate in testa e qualche litro di vodka avariata. Ha un negozio di animali
tassidermizzati, e cioè per dirla come il compare Gino, quello che va a caccia
e tiene le beccacce in salotto, impagliati!. La precisione chirurgica con cui
modella gli animali è già sintomo di devianza; oltre al negozio l’impagliatore
deve anche badare al padre, l’ex campione di abbuffata ormai ridotto a sorta di
Jabba the hut orribile obbligato all’immobilità sulla poltrona del salotto. Il
nostro viene maltrattato dal padre, nonostante le cure che gli riserva, e sente
sempre di più il peso della vita impostagli, in definitiva, dal proprio
corredino genetico. Con impeto salvifico alcune volte si tenta di risalire
dall’abisso oscuro per vedere un poco di luce; in un vero e proprio
cortocircuito il nostro impagliatore tenterà di virare verso il sublime la
propria storia di solitudine e insanità. Dopo aver ucciso e tassidermizzato il
padre, il nostro farà lo stesso con il proprio corpo, uccidendosi e
impagliandosi nella posa del David di Michelangelo. Ribellione contro i propri
cromosomi quando non si può accettare il destino scritto per noi, ribaltare la
tenebra in luce!.
…Sembra strano, ma Pálfi con questa sua opera parla
dell'umanità meglio di chiunque altro. Parla del suo attraversare le guerre,
del suo adattarsi a nuove forme di schiavismo (ecco, forse l'unico difetto è
quello di introdurre la dittatura socialista solo per uno sprazzo quasi
casuale) fino all'essere schiavi dell'unico, vero, desiderio: l'essere amati.
Perché è il pezzo finale del figlio a dare
la chiave di lettura del tutto. Perché altrimenti, sì, sarebbe stato davvero un
film ai limiti del voyeristico, ma sarà proprio nelle fattezze quasi repellenti
di quel tassidermista che tutto avrà una sua logica, dopo che si è saputo
superare ogni volte per il livello di assurdità - ma anche tecnico, perché la
confezione è a dr poco ineccepibile e ancor più fantasiosa.
Taxidermia parla d'amore,
semplicemente, parla di tre vita che se lo sono viste negato e che lo hanno
deformato nella peggiore delle maniere, perché è il mondo stesso - e la sua
storia - che lo nega. E quindi ci si maschera dietro la masturbazione compulsiva,
dietro la realizzazione agonistica, ma è tutto qualcosa che nasconde una
mancanza che non si è avuto e che di ricambio non si riesce a dare.
Pálfi ha tassidermizzato il mondo e la sua
storia, mettendoci in mostra come l'opera che apre e chiude il film. Solo un
corpo, alla fine siamo solo quello, perché c'è la nostra storia e il nostro
vissuto a riempire tutti i buchi, anche i più discutibili, e tutto quel poco
amore che ci è stato concesso e non abbiamo saputo dare, o che non abbiamo
ricevuto.
Tanto vale svuotarsi, anche se rimarrà lo
spiraglio prima della fine...
Sarà una cosa da schizzati, farà schifo in più punti... ma un'opera che riesce a restituire tutto questo con una tale lucidità, per me, ha vinto a prescindere.
Davvero, uno dei film più belli che io
abbia mai visto.
Solo che non so quando lo rivedrò...
sabato 27 giugno 2026
Disclosure Day - Steven Spielberg
Spielberg è bravo, impossibile non essere d'accordo.
anche in Disclosure Day si vede la sua mano, nella prima parte è un'americanata a 100 all'ora, come un Tarantino qualsiasi, poi nell'ultima parte il film rallenta, per quanto possibile, e si capisce tutto, o quasi.
ci sono gli Ufo (che adesso si chiamano UAP), e, come Julian Assange e Edward Snowden, Daniel rende pubblici migliaia di files e video secretati sugli Ufo, e sugli extraterrestri.
per non diffondere quei files si scatena una caccia all'uomo, e come sempre i cattivi di fonte statale non sono poi così cattivi, lavorano per l'interesse pubblico.
e poi, fuori dal film, appare un Trump qualsiasi che desecreta un po' di video sugli Ufo ( per distrarre dagli Epstein files?).
non sarà (e non è) il film più importante dell'anno, ma il regista riesce a coinvolgere ed emozionare.
e uscendo dal cinema ci basta.
buona (adrenalinica) visione - Ismaele
…Spielberg non ci dà spiegazioni, non introduce i
personaggi, bensì catapulta il pubblico
nell’azione. Assuefatti alla serialità odierna, con i suoi
momenti “spiegone” realizzati appositamente per spettatori distratti da altri
device, questa scelta sembra in controtendenza, ma ha il pregio di costringere
fin da subito l’audience, al pari degli oscuri inseguitori, a mettersi sulle
tracce dei protagonisti. Spielberg, come sempre, vuole prima di tutto
coinvolgere il pubblico, immergerlo nella storia. Le riflessioni e le chiavi di
lettura le lascia ai critici. Man mano che l’azione prosegue, cominciamo a
mettere insieme i pezzi: a formare la coppia in fuga sono Daniel, un brillante
esperto di cybersecurity, e la sua compagna Jane, una novizia che ha smarrito
la fede e che non ha ancora ben chiaro il quadro della situazione. A dar loro
la caccia è un’agenzia segreta che collabora con il governo per custodire delle
informazioni top-secret. Nel frattempo, nel Missouri, la meteorologa Margareth,
dopo l’incontro con un uccellino entrato nel suo salotto (un cardinale rosso),
si ritrova a parlare perfettamente russo, coreano e infine a
padroneggiare una lingua non terrestre in
diretta televisiva. Da questo momento le strade dei personaggi cominceranno a
convergere, come attirate da forze più grandi di loro, che le sospingono l’una
verso l’altro, tra rocambolesche fughe, inseguimenti e partner increduli…
…In un panorama cinematografico dominato da franchise e
universi condivisi, Disclosure Day appare quasi come un
oggetto anomalo. Spielberg recupera l’idea di blockbuster come esperienza
collettiva, capace di intrattenere e al tempo stesso di stimolare riflessioni
più profonde. Non c’è cinismo nel suo sguardo. Non c’è la volontà di smontare i
miti della fantascienza classica o di reinterpretarli in chiave ironica.
Al contrario, il regista sceglie di abbracciare
completamente il senso di meraviglia che ha sempre caratterizzato il suo
cinema. Molte delle immagini presenti nel film sembrano dialogare direttamente
con la sua filmografia precedente, ma senza trasformarsi in semplici
autocitazioni. Spielberg utilizza il proprio immaginario per costruire qualcosa
di nuovo, adattandolo alle paure e alle inquietudini del presente.
Anche sul piano tecnico il film si dimostra impeccabile.
La regia mantiene una fluidità impressionante, mentre la fotografia alterna
momenti intimi a sequenze di grande impatto visivo. Persino la colonna sonora
di John Williams sceglie una strada più misurata
rispetto ai trionfalismi del passato, accompagnando il racconto con eleganza e
discrezione…
…non manca la classica autoreferenzialità americana.
L’America ha avuto il dono, la conoscenza, il fuoco di Prometeo. Lo ha usato
male, contravvenendo alla sua missione/elezione. Qui Spielberg si muove tra due
poli che appartengono da sempre al suo cinema: da una parte l’innocenza
americana, la fiducia quasi cieca nella possibilità di riparare il mondo;
dall’altra la consapevolezza della colpa, dell’abuso, del potere che usa la
verità per trasformarla in strumento di dominio…
…Disclosure Day è anche un film sugli Stati Uniti, sull’urgenza
di potere, dominio e occultamento del vero che non è
questione meramente odierna ma si muove come un fil rouge nelle pieghe
dell’intero ammasso novecentesco, fin dalla fine del secondo conflitto bellico
mondiale. Dopotutto l’incidente di Roswell è del 1947, due anni dopo la caduta
della Germania e del Giappone e la conferenza di Yalta. Sono 79 anni, afferma
Hugo, che gli Stati Uniti d’America costringono il mondo nella loro visione
occultata delle cose, nella loro riaffermazione del “vero”, quasi si trattasse
di un verbo divino: è ora di dire basta, conclude. È come se Disclosure Day fosse un nuovo D-Day, il
tentativo di ripartire su basi nuove, una volta tanto condivise e non basate
sull’idea del nascondimento, della dissimulazione. Sperando ancora nell’umano,
e non in un’immagine digitale preordinata. Nell’umano e nel linguaggio.
“Ascoltate”. In principio erano l’immagine e il verbo…
…Se ami il thriller psicologico di
stampo Fincher, se Spotlight ti
è piaciuto perché parlava di verità scomode, se pensi che Arrival avrebbe
potuto andare più in profondità sulla paura che il primo contatto comporta —
allora Disclosure Day è fatto per te. Non è per chi
cerca intrattenimento leggero: è per cinefili che credono che il cinema debba
scuotere un po’, anche quando fa male.
Disclosure Day è
un capolavoro di narrativa contenuta e di maestria artigianale che Spielberg
ancora possiede a piene mani. Non è il film più divertente che vedrai
quest’anno — anzi, sarà uno dei più faticosi. Ma è anche uno dei più onesti,
perché non scende a compromessi, non spiega tutto, non rassicura…
… Disclosure Day manipola il mantra della narrativa fantascientifica
extraterrestre e ne recupera il sentimento: non siamo soli… a condividere il
peso e lo stupore dell’esistenza. Serviva Steven Spielberg a ricordarci che
nella vita e al cinema è tutta questione di sensibilità e ragione, con una
leggera enfasi sulla prima. È il monito che il film rivolge al cinema
contemporaneo, che celebra il trionfo della tecnologia messa al servizio di
intrattenimento inerte, e nella ridondanza di un effetto speciale ottuso e fine
a sé stesso nasconde goffamente la sua immorale fame di profitti. Disclosure
Day è un film fiaccato dalla sovrapposizione di troppe linee
narrative e che fatica ad accogliere, nella sua idea di spettacolo, le tante
cose che ha da dirci sulla condizione umana. Non è un problema, la sua forza è
più elementare. È Steven Spielberg, è il senso per uno
spettacolo intelligente e sensibile, è il gusto per la narrazione, il bisogno
primordiale di incantare e restare incantati dal cinema e dai misteri dell’esistenza.
Il film è sentimentale e perciò divisivo, come spesso capita nella vita e nella
carriera del nostro. Se Kubrick è il graffio rock e malinconico di un Lennon,
l’equazione suggerisce che Spielberg sia il McCartney del cinema, il versante
(apparentemente) più ottimista, il lato melodico che talvolta sconfina nello
sdolcinato la cui consistenza tendiamo di quando in quando a smorzare
(sbagliando) con una cinica scrollata di spalle. La verità è che c’è poco
cinema più intrinsecamente cinematografico di quello di Steven
Spielberg, e Disclosure Day ne è una
efficace dimostrazione. Con coerenza, la sua forza viene fuori ragionando ed
emozionandosi. Soprattutto emozionandosi.
venerdì 26 giugno 2026
Cos’è l’amore? - Fabien Gorgeart
un film leggero e simpatico (con citazioni romane, come la vespa di Nanni Moretti, e la simpatia del papa nero), una commedia con qualche equivoco, famiglie che si separano, ma le separazioni non sono per sempre.
Laure Calamy è bravissima come sempre, è lei il collante della storia, con una sceneggiatura come un puzzle, dove tutto alla fine torna.
buona (sacrarota) visione - Ismaele
…In Cos’è l’Amore Fabien Gorgeart elabora con una scrittura
sottile e con ingegno una trama per provare a capire l’amore nelle sue svariate
emotività o forme e la loro evoluzione o trasformazione. Protagonista di questa
storia è una famiglia allargata e il tema cui ruotano tutti i membri di questa
famiglia è il divorzio! Con un ritmo incalzante e un tono stravagante Cos’è l’Amore è un film gioioso e tenero.
…Il merito maggiore di Cos’è l’amore? sta forse nella fiducia accordata ai personaggi. Il
film concede a ciascuno una densità superiore alla funzione narrativa, facendo
emergere in Fred il disordine affettuoso dell’ex marito che riapre una vicenda
mai del tutto pacificata, in Marguerite il turbamento di una donna costretta a
rivedere la propria storia, in Sofiane la lucidità ferita di un compagno
chiamato a difendere il presente, in Chloé la tenacia di una credente che cerca
un rito per il proprio sentimento, mentre le ragazze conquistano una
traiettoria autonoma, senza ridursi a semplice specchio generazionale degli
adulti. Tutti cercano, a modo proprio, di restare decenti dentro una situazione
che li supera. Questa assenza di cinismo permette al film di trovare un ritmo
limpido e sentimentale, perché la risata nasce da persone che prendono sul
serio ciò che a noi appare assurdo, mentre ogni equivoco lascia dietro di sé
una conseguenza emotiva. Il titolo italiano restituisce con fedeltà la domanda
del francese originale, C’est quoi l’amour?, conservandone la nudità immediata, quasi
domestica, quella semplicità solo apparente con cui Gorgeart porta una
questione assoluta dentro il linguaggio ordinario della vita. Il regista
rinuncia a una risposta definitiva, e fa bene. Preferisce mostrare l’amore nel
suo mutare di stato, tra promessa religiosa, ricordo giovanile, desiderio
coniugale, amicizia tra compagni, cura, prima passione, scelta di libertà e
residuo che resiste alla cancellazione. La forza del film sta nel trascinare
una grande questione astratta entro una trafila concreta e protocollare,
costringendo i personaggi a confrontarsi con ciò che nessun modulo può davvero
ordinare. Alla fine, quel sentimento appare meno come un’identità stabile che
come una somma di sedimenti, gesti, fedeltà parziali, ritorni imprevisti,
rinunce e nuove partenze. Per questo il film, pur restando leggero, lascia una
malinconia sottile. Fa sorridere perché osserva l’assurdità dei nostri
tentativi di dare una forma razionale ai sentimenti; commuove perché riconosce
che ogni legame vissuto seriamente continua, in qualche modo, a partecipare
alla nostra composizione interiore. Si può divorziare, risposarsi, cambiare
città, costruire un’altra casa affettiva, amare di nuovo con sincerità. Al
fondo continua a muoversi una materia umana che nessuna formula cancella del
tutto, una traccia attiva destinata a riaffiorare proprio quando qualcuno
pretende di archiviarla. La commedia dell’annullamento impossibile approda così
a una verità più quieta e più crudele, quando i personaggi cessano di misurare
l’amore secondo purezza, validità e conformità, e accettano di riconoscere che
ciò che è stato vissuto, anche quando non fonda più una vita comune, ha contato.
…Non c'è dubbio che il film sia modesto nelle
ambizioni e ordinario nella realizzazione, ma Gorgeart sa fare ordine tra i
vari fili di sceneggiatura e sa guidare la carovana verso un atto conclusivo
non privo di qualche guizzo, tra gag ben riuscite, apparizioni "in
bianco" inaspettate e una grande carrellata di sentimentalismo finale. A
fare il resto ci sono Calamy e Macaigne, in ruoli archetipici per entrambi e
che generano quindi un familiare senso di comfort e divertimento.
…Il ritmo della commedia è teso e calibrato, le battute
sempre a tono, la recitazione scorre oliata tra tutti i caratteri senza mai
stonare: il livello degli attori è alto anche nei comprimari.
Nella trasferta italiana spicca per comicità la
scena di Ninì Bruschetta versione avvocato sui generis: Marguerite e
Chloè (che parla l’italiano e accompagna in veste di interprete) vengono
accolte nello studio legale da una segretaria che dice che l’avvocato si è
appena svegliato, tenendo in braccio un gatto siamese imbalsamato. L’uomo parte
con una concione saccente e retorico a dimostrazione della sua partecipazione
alla causa e della sua possibilità di convincere la chiesa ad annullare il
matrimonio: Eri sotto l’influenza di un mostro, adesso la chiesa è in
grado di capire queste argomentazioni. Ti ammiro perché tu in tre anni ti sei
liberata, io ci ho messo trent’anni: il mio matrimonio mi ha ucciso lentamente.
L’avvocato ecclesiastico su una mensola ha una
statua della Madonna incinta. Ne racconta la leggenda e fiero annuncia: Ce ne sono pochissime nel mondo. Al momento del congedo l’avvocato la regala a
Marguerite come portafortuna.
giovedì 25 giugno 2026
Fellini, Bergman, Lynch: come i maestri del sogno hanno trasformato il cinema in un'arma sociale - Stefano Del Tosto
La nostra epoca è quella che si caratterizza maggiormente per quanto
riguarda il degrado delle forme artistiche: letteratura, musica, pittura,
cinema, anche se in maniera diversa vengono fatte ricadere sotto la stessa
mortificante concezione di svago intellettuale che nasconde la profonda serietà
di queste.
Nonostante le prime tre citate mantengano una patina di serietà che è
riscontrabile in coloro che ne fruiscono, il cinema si trova in una condizione
ibrida: se da una parte mantiene intatta e stabile la sua profondità e
serietà, dall’altra, che è la concezione più diffusa, è visto come appunto un
momento di svago, quasi ricreativo che maschera la sua potenza sociale.
La questione che si pone è dunque recuperare la sua forza, non prima però
di aver riflettuto sul perché sia stata scelta questa forma artistica rispetto
alle altre: questo ha sempre a che fare con la fruizione da parte del grande
pubblico. Rispetto alla letteratura e alla pittura, si parla ovviamente della
nostra epoca, il cinema è un’attività decisamente più a portata di mano proprio
perché è un prodotto tecnico che si innesta perfettamente nella società
dell’ipervelocità e del consumo, ma questa descrizione che si è appena data,
non corrisponde alla possibilità autentica del cinema come forma artistica
dotata di forza sociale, bensì è stato presentato come viene visto dalla
maggioranza che lo relega dunque a semplice divertissement.
Per spiegare dunque l’energia sociale che anima il cinema, ci è
assolutamente d’aiuto Pier Paolo Pasolini, il quale definisce il cinema come
“lingua scritta della realtà” ed un fondamentale mezzo sociale ed espressivo
volto a denunciare, nel caso delle opere pasoliniane, l’omologazione della
borghesia e l’epoca del consumismo come portato del capitalismo. Riprendendo la
prima definizione ossia cinema come lingua scritta della realtà, contenuta all’interno
del saggio “Il cinema di poesia”, vediamo come quella che si viene a
strutturare sia una concezione del cinema come condizione di possibilità,
proprio perché il film separa gli oggetti dalla loro materialità per ricomporli
in un’opera dotata di senso.
Questa concezione è fondamentale poiché permette di sottrarsi all’immagine
comune del cinema come semplice momento di svago indirizzandoci così a cercare
di recuperare quella forza caratterizzante che si trova alla base, ma per farlo
occorre addentrarci all’interno del labirinto delle forme e degli stili
cinematografici. Tutti sono dotati strutturalmente di questa caratteristica,
tutti possiedono quella potenza sociale di cui abbiamo tanto parlato, ma ce n’è
uno in particolare che sembra essere più adatto a mostrarcela rispetto agli
altri: il cinema onirico. Perché questo e non magari uno stile apertamente
politico e volto ad una denuncia sociale esplicita? Perché il cinema onirico è
quello che ha come fonte il sogno e quindi il mondo delle possibilità,
primariamente la possibilità di un rapporto diverso: con noi stessi, con le
cose che ci circondano e dunque con il cinema stesso. Il sogno è il momento in
cui tutto ci si presenta senza schemi, gli oggetti quotidiani sono liberati
dalle loro definizioni comuni e la nostra stessa vita, dunque il nostro
presente e il nostro passato si fondono all’interno di unico flusso che
rimescola tutto dandoci la possibilità di reinventare quello che per noi è
scontato; dunque il cinema stesso subisce questo flusso, ma contemporaneamente
è il veicolo che maggiormente permette la realizzazione presente del sogno che
è possibile proprio perché la rappresentazione cinematografica è figlia della
società tecnica ed industrializzata, ma nello stesso momento è ciò che apre ad
un rapporto nuovo, è il veicolo principale per dare forma, spazialità e
temporalità al sogno.
Adesso è necessario parlare, anche se in maniera riassuntiva, di coloro che
possiamo definire i pionieri del cinema onirico, di quelli che sono riusciti a
rimanere fedeli in maniera impeccabile a ciò che il sogno comunica:
Luis Buñuel: il primo tra i nomi di questa lista a realizzare attraverso la
macchina da presa l’essenza del sogno, infatti muove i primi passi all’interno
dell’avanguardia surrealista realizzando in collaborazione con Salvador Dalì il
cortometraggio “Un cane andaluso” (1929) fino ad arrivare ai suoi capolavori
degli anni Settanta “Il discreto fascino della borghesia” (1972) e “Il fantasma
della libertà” (1974). Il nucleo rintracciabile in quasi tutti i suoi film è la
sovversione degli schemi imposti dalla società borghese, personaggi dell’alta
borghesia costantemente ridicolizzati attraverso il ribaltamento dei loro
rituali, che avviene proprio in una cornice onirica capace di distruggere i
dogmi sociali imposti come naturali dalla società dominante. Il lavoro di
decostruzione della borghesia e di tutti i suoi risultati passa, dunque,
attraverso la carica magmatica del sogno che abbatte qualsiasi tipo di
affermazione sicura sulla realtà, venendo contestata dalla possibilità
dell’apparenza.
Ingmar Bergman: qui ci troviamo già in un ambito diverso, definito da
molti come l’ambito esistenzialista per eccellenza. Per Bergman interrogarsi
sul senso della vita vuol dire passare necessariamente attraverso il territorio
della memoria, attraverso la dimensione onirica che permette di attraversare la
durezza dell’esistenza nella quale siamo gettati. Nel film “Persona” (1966) la
protagonista deve confrontarsi con il dramma della sua esistenza e lo fa
passando attraverso una condizione di scissione identitaria attraverso cui
compie un percorso immerso tra la dimensione reale e quella onirica. Ne “Il
settimo sigillo” (1957) invece è iconica la scena della partita a scacchi tra
il cavaliere e la morte, una metafora onirica che consente di rapportarci in
maniera del tutto nuova nei confronti della morte alla quale, ed è l’unica
certezza, non si può fare scacco matto, ma si può cambiare atteggiamento nel
cammino che ci conduce ad essa proprio attraverso la singolarità
dell’esperienza che può essere arricchita solamente dal sogno.
Federico Fellini: partendo dal suo film forse più importante ovvero
“Otto e mezzo”(1963) possiamo vedere come il regista riminese veda nel
ricordo e soprattutto nel pensiero rammemorante la fonte più autentica di
creatività, infatti Mastroianni, protagonista del film, veste i panni di un
regista in profonda crisi creativa dalla quale può emergere soltanto attingendo
al suo passato, da non vedere come una nostalgia, bensì come una fonte che rimescolandosi
con il presente nella figura del sogno, rappresenta la via per il nuovo. Nei
suoi film successivi come “Amarcord” (1973) e “Il Casanova” (1976) l’interesse
è circoscritto soprattutto alla nozione di inconscio collettivo che ha
all’interno dei concetti che il regista utilizza per spiegare come la
collettività, soprattutto la sua sfera negativa, costituisca il pensiero del
singolo individuo.
David Lynch: qui arriviamo al regista che forse più di tutti ha fatto del
cinema onirico il suo marchio di fabbrica. Già a partire dal suo film d’esordio
“Eraserhead” (1977), Lynch ha dato forma ad uno stato mentale dalle sembianze
di un incubo invece che di un sogno; ma è nella così detta trilogia di
Hollywood che comprende “Lost highways” (1997), “Mulholland drive” (2001) e
“Inland empire” (2006) che si realizza l’essenza del sogno lynchiano: la
comunemente solare Los Angeles assume piano piano un’atmosfera sempre più
rarefatta ed onirica, dove i personaggi sono costretti ad affrontarsi con
l’emergere del loro subconscio in un contesto che si ribalta nell’opposto di
ciò che era inizialmente. Mulholland drive, giustamente incoronato da BBC come
il miglior film del ventunesimo secolo, è la perfetta messa in scena della
dimensione onirica: il sogno iniziale, inteso comunemente come qualcosa di
positivo che si sta realizzando nella città delle grandi possibilità, emblema
della potenza capitalista, dopo una serie di eventi che intrecciano tra di loro
personaggi tipici di quel sistema, inizia ad assumere toni sempre più cupi,
sinistri, fino a diventare un vero e proprio incubo con la presenza crescente
di tratti e figure tipicamente surreali. Proprio questo emergere del flusso
inconscio e quindi la sottrazione di quel senso comune iniziale ci permette di
vedere sotto una nuova lente ciò che era considerato scontato, emerge una
potentissima critica sociale alle case cinematografiche innestate perfettamente
nelle logiche di consumo e accumulo capitalista da cui derivano anche tutte le
disfunzioni identitarie che vive la protagonista in quanto parte di quel
sistema.
Questi quattro totem sopra citati ci portano dunque a poter compiere una
riflessione sul cinema onirico e come questo si rapporta alla contemporaneità:
è il modo più autentico per confrontarcisi. La nostra epoca sta vivendo sempre
di più lo svuotamento e il degrado di ciò che essenziale, ma tutto ciò è
nascosto da formalizzazioni e schemi superficiali che si impongono come
totalizzanti mascherando una sempre più progressiva perdita di senso, ma
proprio perché la dimensione onirica spezza le catene, permette un rapporto
diverso e quindi la possibilità di riformulare e rimodellare la nostra
concezione consueta di ciò che ci circonda, assume dunque un’importanza
capitale, che trova nella rappresentazione cinematografica il modo più efficace
e più fedele affinché possa prendere forma.
mercoledì 24 giugno 2026
martedì 23 giugno 2026
L’amore che rimane - Hlynur Palmason
Anna e Magnus si separano, non sappiamo perchè, è Anna che ha deciso, anche se Magnus vorrebbe sempre tornare a casa, gli mancano la moglie e i figli, che lo cercano sempre.
l'opera di Hlynur Palmason, islandese, è un film freddo, dove il conflitto si riduce a sogni e a un pupazzo, tutt'altra cosa rispetto alla separazione de L'isola di Andrea, di Antonio Capuano.
buona (algida) visione - Ismaele
…
Quasi nulla accade, si diceva. E in effetti "L’amore che rimane" pare
quasi un documentario, perché Pálmason spesso fissa la macchina da presa in un
punto preciso, la tiene lì a lungo e lascia che i personaggi si muovano
nell’orbita dell’inquadratura, con i loro tempi. A volte le inquadrature si
ripetono ma a cambiare sono la luce e il cielo perché nel frattempo le stagioni
scorrono, l’autunno cede il posto all’inverno. Pálmason si fa cantore della
semplicità, la sua è un’elegia del quotidiano messa in scena con delicatezza ma
anche con passione: il personaggio che emerge più compiutamente è proprio il
paesaggio, un’Islanda che non è solo geografia ma vero e proprio spazio
emotivo, osservatore benevolo e testimone silenzioso. Il paesaggio e i suoi
abitanti, animali di ogni tipo, accolgono la famiglia come parte di sé e si
ribellano contro chi non li rispetta, come il gallerista svedese, che ruba un
uovo di oca e subisce le conseguenze del vento.
…L’amore
che rimane è
un film coraggioso che sceglie il silenzio e l’osservazione quieta piuttosto
che il dramma urlato, e per questo merita rispetto. Non è un capolavoro — la
struttura vacilla, il pacing è discutibile, i toni non sempre collimano — ma è
un’opera onesta che non condisce la realtà di melodramma gratuito. Se sei il
tipo di cinefilo che preferisce le domande alle risposte, che ama stare nel
disagio narrativo senza fretta di uscirne, lo consiglio. Se no, aspetta
qualcos’altro. Voto definitivo: 6.4/10 — opera imperfetta
ma consapevole.
“Le cose più importanti per gli esseri umani
sono quelle piccole e intime,
quelle che ci sono vicine…”
Hlynur Pálmason
Questo pensiero riflette
pienamente L’amore che rimane, l’ultimo film del cineasta
islandese Hlynur Pálmason che dopo aver esplorato le radici storiche del suo
Paese con il precedente Godland – Nella terra di Dio ha
sentito l’esigenza di tornare alla contemporaneità, filmando la vita intorno a
lui, nel suo ambiente quotidiano e senza alcuna ricostruzione cinematografica
d’ambiente. Elemento che, unito alla presenza di tutti e tre i suoi figli tra
gli attori – già separatamente coinvolti in progetti precedenti – rende questo
nuovo film ancora più personale rispetto agli altri titoli che lo hanno
preceduto, comunque originati sempre da una scrittura originale in solitaria.
Un anno nella vita di una famiglia che sta andando in pezzi, il susseguirsi delle
stagioni mentre i coniugi Anna e Magnús affrontano la frattura della loro
separazione, tra confusione emotiva e contraddizioni che investono
inevitabilmente anche i loro figli: la maggiore Ída e i gemelli più piccoli,
Grímur e Þorgils. Coppia formatasi quando entrambi erano troppo giovani, spinti
da una gravidanza ad accelerare il consolidamento di una relazione ancora
acerba, adesso lei si occupa della famiglia ed esprime la creatività attraverso
l’arte visiva ‘dipingendo’ con la ruggine su tela, mentre lui, come membro
dell’equipaggio di un peschereccio, è costretto a lunghe trasferte lontano da
casa, in cui affronta il timore di essere escluso dalla crescita dei suoi
bambini. Nella rappresentazione di un quotidiano quieto, tra momenti leggeri o
malinconici, il film s’interroga su ciò che resta dell’amore quando i ricordi
condivisi non sono più sufficienti a tenere unite le persone, nonostante i
sentimenti non siano mai del tutto scomparsi…
…Il passato è presente, ma mai mostrato; la
società esiste, ma non entra più di tanto nel quadro. Vediamo così un nucleo
umano fondativo (la famiglia) che desidera trovare il proprio baricentro con la
storia e gli altri, dando con ciò il
regista un messaggio umanista e di speranza. In questo senso l’incipit (con la
demolizione di un tetto) e la scena di montaggio con immagini incongrue
sovrapposte a parole negative, ma di uso comune, dice molto circa l’obiettivo
di ricostruzione e traduzione che
ognuno di noi potrebbe fare per non soccombere alla catastrofe.
Pálmason ha scelto di girare un film piccolo
piccolo, non privo di un suo fascino, libero come la colonna sonora jazz che lo
incornicia spesso. La scelta però, da qualche parte, si sconta e forse è
improbabile che le passioni moderate facciano battere troppo il cuore. Va
notato, infine, che il regista è anche un artista visuale e, guardando le sue
opere, pare che assomiglino molto a quelle di Anna, il che fa pensare a maggior
ragione che L’amore che rimane sia un
film molto sentito e caro al suo autore. Il che si vede: la tenerezza di sicuro
non manca.
Anna e Magnus, detto Maggi, si stanno separando: è un
processo graduale, che la coppia porta avanti trascorrendo ancora del tempo
insieme ai tre figli, in escursioni o in cene a casa. Mentre l'unità coniugale
si va sfaldando, Anna si concentra sul suo lavoro di artista, anche se i
riconoscimenti tardano ad arrivare; Maggi, invece, lavora su un peschereccio ed
è quasi sempre in mare aperto. Quando i genitori non ci sono, i figli si
dedicano a passatempi curiosi: in particolare i due gemelli, che tendono a
creare giochi bizzarri e talora pericolosi per la loro incolumità…
…Uno degli elementi centrali del film L’amore che rimane è il modo in cui viene
rappresentata la separazione tra i due adulti. Pálmason ha dichiarato di non
voler prendere posizione né offrire una sola prospettiva. Secondo il regista,
nella vita reale le persone possono desiderare qualcosa e il suo contrario, e
nessuno è soltanto “il buono” o “il cattivo” della storia. Per questo la
separazione viene raccontata come una zona grigia, in cui l’amore continua a
esistere anche quando non è più sufficiente a sostenere la forma precedente della
relazione.
Il titolo stesso sembra suggerire una
domanda: che cosa resta dell’amore quando una famiglia si divide? Che cosa
succede ai momenti condivisi, ai ricordi, al senso di appartenenza costruito
nel tempo? Pálmason ha spiegato che il cuore del film non riguarda tanto la
possibilità che i genitori tornino insieme, quanto il rapporto tra tempo,
memoria e famiglia…
…L’utilizzo ostinato della camera fissa trasforma le
inquadrature in teche, dove ogni scena è un quadro vivente con l’azione che non
viene inseguita, ma attesa. Così facendo, Pálmason (e di rimando lo spettatore)
osserva, non giudica: la macchina da presa rimane immobile anche quando, ad
esempio, i figli della coppia (in particolare i due gemelli) inventano giochi
bizzarri nei prati battuti dal vento.
Questa fissità
produce un effetto di perturbante intimità: ci obbliga a osservare i dettagli,
i resti di una cena, i silenzi imbarazzati, il modo in cui i corpi degli ex
coniugi occupano lo spazio cercando una distanza che il cuore non ha ancora del
tutto metabolizzato, con lui che tenta di tanto in tanto nuovi approcci e lei
che invece sembra più convinta del percorso verso la fine del rapporto…
…L’amore che rimane è
attraversato da continue metafore visive che riflettono il turbinio interiore
dei personaggi. Una spada medievale che cade dal cielo, una mina inesplosa
ritrovata in un campo desolato, pronta a detonare da un momento all’altro, o
ancora il lavoro artistico stesso di Anna — lastre di ferro adagiate su teli,
la cui immagine emerge lentamente dalla ruggine lasciata dallo scorrere del
tempo — diventano simboli evidenti ma mai didascalici di relazioni consumate
dall’erosione emotiva. Nulla esplode davvero, ma tutto sembra costantemente sul
punto di farlo.
La struttura
narrativa, distesa lungo quasi un anno, segue il mutare delle stagioni
islandesi, ma soprattutto mette in scena l’imperturbabilità di un paesaggio che
si fa riflesso diretto dell’anima di chi lo abita. La natura islandese di
Pálmason non è mai semplice sfondo: è presenza viva, eterna, indifferente
eppure profondamente empatica. I personaggi si muovono con una compostezza
quasi rassegnata, trattenendo emozioni enormi dietro gesti minimi, come se il
paesaggio stesso imponesse loro una forma di silenziosa resistenza.
Con L’amore
che rimane, Pálmason realizza una riflessione lucida e profondamente
sentita sullo scorrere del tempo, sulla fine delle relazioni e su ciò che
rimane quando un amore non esiste più ma non si è ancora trasformato in
qualcos’altro. Il suo sguardo, rivolto a esaltare la figura femminile come
perno emotivo della famiglia e a sgretolare le fragili illusioni della
mascolinità, resta sempre sincero, mai manipolatorio o compiaciuto. Ne emerge
un’opera forse più divertita che realmente divertente, attraversata da una
dolce ironia malinconica che finisce inevitabilmente per scaldare il cuore
dello spettatore.