un padre, Dario, con un figlio disabile, Enrico, ha un nipote, Giacomo, che tratta come un figlio.
e poi perde il senso della realtà, Giacomo diventa il figlio che avrebbe voluto avere.
il film lascia intendere tutto, ma tocca a chi guarda saper capire.
Dario è un ottimo Riccardo Scamarcio, in una delle sue migliori interpretazioni, non parla molto, ma dice tutto.
il film finisce come è cominciato, in mezzo succedono tante piccole grandi cose che cambiano la vita.
un film da non trascurare, purtroppo solo in un centinaio di sale, non ci sono supereroi, solo eroi normali.
buona (sorprendente) visione - Ismaele
Commento del regista
Il titolo di
questo film trae ispirazione da una fiaba di Esopo: la storia di una scimmia
che aveva due cuccioli ma amava e nutriva soltanto il preferito, trascurando
l’altro. A differenza della fiaba, però, qui si parla di un genitore chiamato a
dividersi fra due “figli”: quello reale e quello ideale. È il racconto di un
conflitto intimo, inevitabile, che mette continuamente in discussione il
fragile equilibrio fra generosità ed egoismo, amore e desiderio, accettazione e
rimpianto. C’è un tabù, un “impossibile da dire”, che mi ha affascinato perché
riguarda l’esperienza più profonda e intima della genitorialità: nessun padre e
nessuna madre desidera avere un figlio con una disabilità. Questo non mette in
discussione l’amore che i genitori di persone con disabilità provano per i
propri figli, ma, seppure un figlio stravolga la vita a prescindere, nel loro
caso l’esistenza prende una direzione alla quale nessuno può essere preparato.
Parlando con alcuni di loro, mi ha colpito scoprire che spesso, prima del
dolore per un figlio nato con una disabilità, arriva quello di una perdita: il
lutto per “l’altro figlio”, quello immaginato e atteso durante la gravidanza,
al quale devono dire addio prima ancora di averlo incontrato. E allora mi sono
chiesto: cosa accade a un padre se poi quel figlio compare? Se si trova
improvvisamente davanti al figlio che aveva sempre immaginato e desiderato
avere?
…Il personaggio di Scamarcio è attraversato da una contraddizione che
non viene mai semplificata: ama il proprio figlio, se ne prende cura e gli è
profondamente legato, ma contemporaneamente subisce il fascino di ciò che il
nipote rappresenta. Una possibilità diversa, forse più vicina a quella che
aveva immaginato per sé e per la propria famiglia. Il film trova la sua
dimensione più dolorosa proprio nel momento in cui queste due realtà finiscono
per convivere.
Scamarcio sostiene con grande intensità il peso emotivo del film,
evitando di trasformare Dario in una figura monolitica. Il suo è un personaggio
che spesso comunica più attraverso ciò che trattiene che attraverso ciò che
dice. Accanto a lui, Fausto Russo Alesi costruisce una presenza altrettanto
significativa: il suo personaggio, oltre a essere il fratello di Dario, diventa
una sorta di termine di paragone attraverso cui affiorano tensioni, gelosie e
dinamiche irrisolte all’interno della famiglia.
Molto convincente anche Andrea Aggio nei panni del nipote, un
adolescente che non viene mai ridotto allo stereotipo del ragazzo problematico
o ribelle. La sua inconsapevolezza rispetto al ruolo che Dario gli attribuisce
rende ancora più dolorosa la situazione: il ragazzo si trova al centro di una
dinamica emotiva che non ha scelto e che non comprende fino in fondo.
Lidiya Liberman e Cristina Odasso completano un cast capace di lavorare
soprattutto per sottrazione. I loro personaggi non vengono utilizzati come
semplici strumenti per alimentare il conflitto, ma contribuiscono a restituire
la complessità di un ambiente familiare nel quale ogni scelta produce
conseguenze sugli altri. Anche nelle figure apparentemente laterali, Landucci
dimostra una particolare attenzione alla costruzione psicologica…
…Uno dei
principali meriti dell’opera è il modo in cui affronta la disabilità fisica e
cognitiva. Nel cinema contemporaneo questo tema viene spesso piegato a due
estremi opposti: la spettacolarizzazione del dolore oppure l’edulcorazione
della realtà. I figli della scimmia evita entrambe le strade. La
condizione del figlio di Dario non diventa mai il centro
assoluto della narrazione. È una presenza concreta, quotidiana, parte integrante
della vita familiare.
Landucci
dimostra una sensibilità notevole nell’osservare la normalità di una situazione
che richiede attenzioni straordinarie. I piccoli gesti, le routine, le rinunce
e gli affetti vengono raccontati con naturalezza, senza bisogno di
sottolineature. È forse qui che si avverte il motivo per cui il film abbia
conquistato il Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura
dopo un percorso iniziato con la vittoria del Premio Solinas.
La scrittura non cerca la frase ad effetto ma la credibilità dei comportamenti…
…Uno
dei meriti maggiori del film è il modo in cui affronta la disabilità
senza trasformarla in un semplice dispositivo narrativo finalizzato a
commuovere lo spettatore. La quotidianità di Dario ed Enrico è fatta
soprattutto di gesti concreti: lavarlo, prepararlo, accompagnarlo, occuparsi
delle sue necessità e affrontare le conseguenze di una condizione che può
modificarsi senza offrire certezze.
Il discorso sulla possibile PEG, legato alle difficoltà di Enrico nel
deglutire, introduce una dimensione medica che non viene sfruttata per
costruire artificialmente il dramma. Al contrario, serve a mostrare quanto la
vita della famiglia sia continuamente condizionata da decisioni sulle quali non
esistono risposte semplici. Il futuro può peggiorare, oppure rimanere
invariato, e l’incertezza diventa una componente permanente dell’esistenza.
Landucci è particolarmente efficace quando mette
questa realtà in contrasto con i momenti di leggerezza vissuti da Dario e
Giacomo. La gara di trial, la moto, gli stivali, le conversazioni e il rapporto
quasi cameratesco tra zio e nipote costruiscono una dimensione parallela nella
quale Dario può semplicemente essere un adulto insieme a un adolescente, senza
che ogni gesto debba necessariamente passare attraverso una necessità
assistenziale. La cura è amore, ma è anche responsabilità; è
una scelta affettiva, ma anche un obbligo quotidiano dal quale non ci si può
sottrarre. Il film non giudica Dario per questa ambivalenza. Al contrario,
prova a renderla comprensibile. Ed è probabilmente proprio questa sospensione
del giudizio il suo approccio più maturo…
…I figli della scimmia riesce a catturare con precisione uno stato d’animo
fatto di rabbia e insoddisfazione. E lo mostra sottilmente, senza ribadirlo,
senza insistere. Lo mostra, quasi paradossalmente, nella sua assenza. E, in questo senso, torna a essere fondamentale
l’interpretazione di Scamarcio, che a Venezia, nella sezione Orizzonti, ha
vinto il premio come Miglior attore. La regia di Landucci, che è al
suo primo lungometraggio di finzione, è matura e consapevole; sa gestire
perfettamente il tema del racconto. Per certi versi, I
figli della scimmia non sembra nemmeno un esordio. È privo di incertezze,
di sbavature e di approssimazioni stilistiche. Il merito è indubbiamente di
Landucci, ma è anche della scrittura, firmata a quattro mani con Damiano
Femfert e premiata sempre a Venezia, nella sezione Orizzonti, con il
riconoscimento per la Migliore sceneggiatura.
I figli della scimmia si muove in uno spazio e in un tempo precisi, a loro
modo familiari: siamo al Nord, nel torinese; i colori sono grigi, a volte
immersi nella luce, decisamente invernali. Il lavoro è una costante, non una
cornice. Ed è un dettaglio che dà uno spessore ulteriore ai personaggi. Il cast, in questo film, è perfetto. Non ci sono
ruoli più o meno secondari. Ogni attore, a modo suo, contribuisce alla
costruzione di questa dimensione concreta, densa, fatta di realtà e realismo. A
parte Scamarcio, Aggio, Russo Alesi e Naldini, vanno citati anche Lidiya
Liberman, Cristina Odasso e Luigi Diberti. Landucci vuole fotografare
la famiglia, sia per come appare che per le sue contraddizioni, e ci riesce...