…Produzione interamente norvegese, che ricalca l'iter di quelle
mainstream, ma lo fa nel complesso con molto meno retorica. Utahug prima
incornicia il fiordo con delle riprese aeree mozzafiato riempiendo gli occhi
con un paesaggio da cartolina, poi lo demolisce con un disastro che restituisce
una Norvegia desolante e funerea, grazie ad alcune inquadrature che ricordano
la "Raccoon City " di Resident Evil, un vero inferno tra fiamme,
polvere ed un sapiente uso della luce. Molto bella la scena dello tsunami, da
seguire tutta d'un fiato (guardatevi bene la scena dell'auto che si ribalta).
Tutto scontato e prevedibile ovviamente, ma almeno ci vengono risparmiate le
lungaggini narrative di Emmerich. Finale al marzapane consolatorio come regola
Blockbuster impone.
Poco male, per un film che non offre nulla di più rispetto al solito
copione da disaster movie (ma neanche nulla di meno), con personaggi che si
affannano a restare vivi e che scontano i soliti luoghi comuni, ma almeno non
dilapida budget faraonici (il film è costato 6 mln).
Mettete il pilota automatico e vedetevi il film se vi piace il
genere. Una sei meno meno.
…Un tracollo completo, e non parlo della falda che ha provocato lo tsunami, quello che viene fatto per rimediare un finale happy and, che nemmeno il più radicale degli spettatori di disaster movimento avrebbe preteso. Auspicarsi che almeno uno dei protagonisti muoia non
è bello, ma nemmeno lasciarsi andare all'improponibile salvataggio in extremis che ci viene proposto. Il ridicolo
(anche quando è inconsapevole ) strappa almeno un'amara risata liberatoria, che consola in parte alla delusione per un'occasione persa per non aver assistito ad un film catastrofico finalmente europeo.
anche in Italia sono stati girati dei kolossal, come il grande Ulisse di Mario Camerini.
Kirk Douglas (avversario del maccartismo e amico di Dalton Trumbo (leggi qui), è Ulisse, e la storia omerica viene interpretata in maniera indimenticabile.
ottimi tutti gli altri attori e attrici, SIlvana Mangano interpreta Penelope e anche Circe.
…Viene
rappresentato un Ulisse molto legato all’immaginario degli
anni Cinquanta, tanto dal punto di vista fisico quanto da quello psicologico. Nonostante la rilettura cinematografica,
la sua caratterizzazione rispecchia in molti aspetti la figura dell’Ulisse omerico.
L’eroe appare infatti duro, categorico, superbo e segnato dalla hybris; non
è soltanto astuto, ma anche arrogante.
Ed è proprio
attraverso questa caratterizzazione che la componente umana diventa centrale. L’eroe
non viene presentato come una figura perfetta e distante, ma come un uomo
capace di errori, debolezze e contraddizioni. La fragilità emerge
soprattutto nell’incontro con Circe, dove l’astuzia di Ulisse lascia
spazio alla tentazione e alla vulnerabilità. Il film riduce inoltre
notevolmente la presenza fisica e diretta delle divinità, rendendo il racconto
più umano. Il conflitto diventa soprattutto terreno e psicologico.
Kirk Douglas
è particolarmente efficace proprio in questo aspetto. La sua interpretazione mette in
luce tanto i lati positivi quanto quelli negativi del personaggio, fino al
culmine rappresentato dalla spietatezza della scena finale, quando Ulisse affronta
i pretendenti nel palazzo di Itaca.
Questa forte
concentrazione sul protagonista è allo stesso tempo uno dei punti di forza e
uno dei limiti del film. Ulisse domina quasi completamente la narrazione, mentre
il senso dell’attesa, del ritorno e della separazione da Penelope rimane
più marginale rispetto alla centralità dell’eroe.
Un classico
da riscoprire
Ulisse è un film cult del cinema
italiano degli anni Cinquanta e rimane un’opera di grande livello, capace di
unire spettacolo, avventura e interpretazioni memorabili. Il principale limite è la
semplificazione della storia omerica e il taglio di numerosi episodi, ma la
qualità della messa in scena è tale che, una volta entrati nel suo mondo, si
vorrebbe quasi che durasse molto più a lungo.
È uno di
quei film che, nonostante gli oltre settant’anni trascorsi, riescono ancora a
dimostrare quanto il cinema italiano sapesse costruire grandi spettacoli
destinati al pubblico internazionale, e continua ancora oggi a contare molti
affezionati.
Sostanzialmente considerato il primo kolossal del dopoguerra Made in Italy (inteso
prodotto da italiani e quindi non solo girato in Italia con soldi stranieri) l’Ulisse di Camerini è un bell’esempio di rappresentazione
del capolavoro di Omero che, nonostante le necessarie semplificazioni imposte
dallo strumento cinematografico, dimostra una grande sensibilità verso i propri
personaggi. Precisiamo che rispetto ai magniloquenti prodotti d’oltreoceano, il
budget a disposizione da De Laurentiis e Ponti è tutt’altra cosa: basta
osservarne la durata, ben lontana da quelle dei kolossal coevi hollywoodiani,
per constatare che la vicenda ha dovuto necessariamente comprimere o scartare interi
episodi nonchè semplificarne altri, così come sono ben contenute le scene di
massa. Ma questo non è assolutamente un difetto per un genere di film che a un
certo momento sembrava fare gara a stordire lo spettatore con sequenze sempre
più spettacolari; difatti si può constatare invece una volontà di dare spessore
ai protagonisti e tutto sommato forse anche il ritmo della storia ne ha
beneficio. Si possono apprezzare sia delle intrepretazioni accorate, ad esempio
Kirk Douglas, in splendida forma fisica passa dall’esuberanza del suo
personaggio (colpevole di momenti di alterigia verso Nettuno) a momenti di
malinconia (l’incontro con Telemaco o con Argo) o ad altri di profonda
riflessione con l’eroe che decide di rinunciare all’immortalità offertagli da
Circe. Anche il resto del cast è eccellente: vediamo un prorompente Anthony
Quinn in un ruolo arrogante e feroce e Silvana Mangano, all’epoca una star dopo
le prove in film come Riso amaro, che qui assurge ad un ruolo nobile e
orgoglioso. Le trovate registiche peraltro non mancano, l’idea stessa di far
interpretare due ruoli, quello Penelope e Circe, a Silvana Mangano creando un
perfetto bilanciamento tra le due figure femminili che attraggono il
protagonista è uno spunto meraviglioso…
… Gloria! è un omaggio alla passione e al genio musicale
femminile, un film che rende onore alle voci silenziose di quelle donne che,
nonostante le barriere del loro tempo, hanno saputo trovare una via per
esprimere il loro talento. È un canto di lode per le compositrici dimenticate
che Margherita Vicario riesce a portare sullo schermo con grande abilità e
delicatezza.
Gloria! si fa portavoce di un linguaggio cinematografico fresco e
potente, fondendo una vicenda storica con la musica contemporanea, opera della
stessa Vicario, tessendo così un dialogo tra passato e presente. Le musiche che
vengono scritte e composte dalle allieve durante le prove segrete sono musiche
sempre molto liturgiche, istituzionali, legate al segno del tempo, musiche che
raccontano un’ideologia ben precisa di fede, scrittura, visione e tempo.
Mentre le musiche che compone
Teresa sono diverse, hanno un sapore moderno, sono più avanti di qualsiasi cosa
abiti quel collegio, e non vengono comprese, sono inascoltabili secondo le
altre ragazze perché Teresa non è stata istruita in senso più strutturale e
pedagogico alla musica ecclesiale, non ha cognizione della liturgia, non ha
dalla sua la conoscenza degli strumenti e del suono, non sa leggere il
pentagramma, suona a suo modo, segue il suo spartito, sente il ritmo, e il suo
approccio alla musica per questo è diverso, incomprensibile…
…Gloria! non è un film storico tout
court così come non è un musical, bensì è un film musicale ad ampio raggio,
sulla scia di Sister Act, ma con trama e intenti diversi. La musica è il cuore pulsante dell’intera opera, dove
la colonna sonora (musiche e canzoni lavorate dalla stessa Vicario) dona un
ritmo incalzante alle varie sequenze. È affidato alle protagoniste l’onere di
scrivere quel canto ribelle che travalica la contemporaneità.
Seguendo
involontariamente le orme di Barbie e C’è
ancora domani, Vicario prosegue la traccia femminista donando
un messaggio cinematografico diverso, offrendo un debutto dietro la macchina da
presa di qualità, tra il pop ricercato e l’intellettuale. Gloria! è un’opera
riuscita.
…loria! è rivoluzionario. Non tanto perché unisce il
film in costume, la commedia, il backstage musicale, ma per come lo fa. Certo,
non è compatto, se ci si impunta a trovarne i difetti, se ne trovano quanti se
ne vogliono. Ma segue l’onda e l’energia della musica e soprattutto crea una
frattura sensibile con la visione più classica, con la “bella forma”. Perché
della ‘bella forma’ a Gloria! non gliene può fregare di meno. Tutti quegli
incontri di notte in cantina davanti al pianoforte sono pura magia, conflitto,
passione. Tempo. Ritmo. La clessidra si gira. Ancora stacco. Fuori ci sono gli
echi della Rivoluzione Francese ma lì in quell’istituto il mondo sembra essersi
fermato. C’è anche il piacere e l’inganno, componimenti promessi da Cristiano
al Maestro Perlina che non sono all’altezza. “Cosa sente il mio orecchio?” dice il personaggio di Paolo Rossi. Ecco in Gloria! sentiamo prima di vedere. È pura percezione
nella ricerca dell’armonia, del tempo, della passione e della bellezza. Dalle
luci della candele si intravedono forse da lontano le fiamme del cinema di
Céline Sciamma. Ma soprattutto Gloria! è il grande incrocio (im)possibile tra
X-Factor e Sofia Coppola. Proprio come Marie Antoinette prende di petto la Storia e diventa pop. Per
questo contagia e stravolge. Prima ti descrive, poi ti racconta, infine ti
abbraccia. È un film che ha un cuore grande così e da un certo momento ti
trascina dentro, a ballare e a cantare. Un’inaspettata e bellissima rivelazione.
…Conscia di dover travalicare il senso dell’accuratezza
storica per potersi davvero garantire la riuscita della sfida che ha voluto
affrontare – quella di ridare dignità e voce alle centinaia di musiciste che
non vennero riconosciute come autrici e morirono nella più totale ignoranza
storica nei loro confronti – l’esordiente cineasta costruisce Gloria! come una fiaba, dove dal suicidio ci si
riprende grazie all’amorevole cura delle amiche, i cattivi non dormono in pace
(e anzi magari passano anche a miglior vita), le mute tornano a parlare, e
tutte le protagoniste possono vivere felici e contente, con un orizzonte che le
gratifichi anche sotto il profilo strettamente professionale. Un’utopia, certo,
ma che trova nel cinema e nell’immagine pittorica (notevole la fotografia
lavorata da Gianluca Palma) il grimaldello per scardinare la prassi, anche
quella produttiva concernente la famigerata “ricostruzione storica”. Le
splendide protagoniste del film – ottime le interpretazioni di Galatéa Bellugi,
Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi in arte La rappresentante di lista, Maria
Vittoria Dallasta, Sara Mafodda – parlano come ventenni di oggi, desiderano come ventenni di oggi, si ribellano al
potere costituito senza tanti salamelecchi o inchini d’osservanza. Quello che
potrebbe apparire come un “errore” storico rivela in profondità l’anima più
dirompente di Gloria!, la volontà di negare ogni codice di
rappresentazione per ribadire la necessità di ricostruire sempre tutto, di
rileggere e rivedere ogni idea precostituita, sia essa data da un insieme di
note in ordine sparso o dal ruolo sociale che è stato già deciso
aprioristicamente. Con la stessa fiera libertà che agitava le notti
rivoluzionarie dei collegiali raccontati da Jean Vigo in Zero in condotta le protagoniste di Gloria! si prendono il proscenio con la forza, e osano rovinare la festa in un crescendo finale che
emoziona, coinvolge, e diverte. Opera prima tra le più rimarchevoli del cinema
italiano degli ultimi anni, quella di Margherita Vicario è anche la sfida vinta
a un’idea di cinema “impegnato” che deve sottolineare i propri motivi sociali
nascondendosi dietro la trama: qui avviene l’esatto contrario, ed è
dall’immagine che scaturisce l’ideologia, e non viceversa. Come dovrebbe sempre
essere.
in uno dei tantissimi paesi che si stanno estinguendo gli adulti capiscono che la fine del paese è vicina, i giovani partono, tradizioni e saperi secolari spariranno.
due fratelli, per dimostrare di essere uomini, rubano una pecora a un piccolo allevatore che ama i suoi animali e va in crisi.
un film alla Frammartino (è un complimento), non ci sono i cittadini, e i loro turbamenti borghesi, Sacro Moderno è un'altra cosa, per nostra fortuna.
"In un periodo storico dove i piccoli borghi stanno scomparendo e con
essi le antiche tradizioni, nasce Sacro Moderno, un film documentario che racconta la
storia e il destino di una comunità montana che in tutti i modi cerca di
sopravvivere.
L’obiettivo è mostrare i diversi punti di vista dei protagonisti che in
maniera differente prendono le distanze dal sistema gerarchico e di potere che
si è formato negli anni all’interno di questi paesi.
Il film, che inizialmente si sviluppa intorno al concetto di
responsabilità che Simone ha nei confronti della comunità, lentamente si sposta
sul tema della violenza e di come essa influenzi il destino dei personaggi; una
violenza silente che porta Simone ad agire senza avere tempo di pensare.
In questo duplice senso angoscioso si muovono lo spirito dei personaggi e
l’anima del film. Una comunità che si mostra poco, ma che vigila e orchestra
silenziosamente il destino di Simone e di coloro che entrano in contatto con
lui. Il film vuole evocare nello spettatore un forte senso di oppressione e di
solitudine, attraverso il disorientamento nell’animo di personaggi privi di
punti di riferimento.
Il fine ultimo è quello di provare a creare un universo volutamente magico
a metà tra fiaba nera e film di formazione, dove lo spettatore si perde nei
ritmi dilatati di un silenzio apparente, cercando dentro sé il senso ultimo del
film.
Una verità oscura e tragica che probabilmente non smetterà mai di esistere
in un mondo così piccolo e nascosto, ma universalmente comprensibile".
…La distribuzione su RaiPlay rappresenta un’opportunità
importante per un’opera indipendente che punta a valorizzare territori e realtà
spesso poco rappresentati nel cinema italiano contemporaneo. Il film si
inserisce inoltre in un contesto sempre più attento ai temi dello spopolamento
dei borghi e della conservazione delle identità culturali locali.
Il racconto di Simone e Filippo al
centro di un film sui borghi italiani che stanno scomparendo
Nel comune montano di Intermesoli sono rimaste poche persone e il film
costruisce il proprio racconto attorno alle vite di Simone e Filippo. Simone si
fa carico delle responsabilità del paese e delle sue tradizioni, mentre Filippo
sceglie una vita isolata, distante dalla comunità. Attraverso i loro
percorsi, Sacro Moderno affronta il rapporto tra identità,
fede, memoria e appartenenza.
Lorenzo Pallotta va alla ricerca ad Intermesoli nel
Teramano (paese con una presenza di abitanti molto limitata) di quanto la
modernità e gli antichi riti sacri possano convivere. Lo fa grazie alla
presenza dei due unici ragazzini che ancora vi abitano.
Il primo lungometraggio
di Pallotta richiede allo spettatore la disponibilità ad assumere dei tempi di
narrazione che sono connaturati alla dimensione esistenziale dei soggetti
ripresi.
In questa realtà, che percepisce la
presenza della modernità vivendola però da una certa distanza, il tempo diviene
sospeso. I due ragazzi protagonisti vivono in questa dimensione, da cui, come
testimoniano gli anziani che ancora restano sul posto, i giovani fuggono,
partecipando sia al rapporto diretto con la natura sia ai riti che affondano le
loro radici in un lontano passato. Tra questi il rito della processione del
Venerdì Santo che si distacca da tutto quanto possiamo avere visto o letto in
materia per la sua rarefatta e al contempo drammatica potenza di
rappresentazione…
Teresa esce dalla galera dopo dieci anni, per aver accoltellato un delinquente che minacciava suo figlio, con l'istinto della mamma dei cinghialetti se vengono minacciati.
quando esce non è un bel vivere, il marito ha una nuova compagna, il figlio non la vuole, qualche lavoretto lo trova, schiava nelle serre o nel taglio delle cadaveri per il consumo umano, lavori in fondo alla piramide sociale umana.
il film si regge sulle spalle di Emma Morrone (che interpreta Teresa), bravissima e credibile nella disperazione di una donna che non vede vie d'uscita.
…Teresa vive alla
periferia di una cittadina laziale insieme al compagno Pietro e al piccolo
Antonio. La precarietà economica, le difficoltà quotidiane e l’inaffidabilità
dell’uomo mettono continuamente alla prova il fragile equilibrio della
famiglia. Quando Pietro arriva a rappresentare un pericolo per il figlio,
Teresa compie un gesto estremo per proteggerlo, una scelta che le costa dieci
anni di carcere. Una volta tornata in libertà, la donna trova un mondo
profondamente cambiato. Antonio è ormai un ragazzo, Pietro ha ricostruito la
propria esistenza e il tempo ha scavato una distanza che sembra impossibile
colmare. Nel tentativo di riprendersi il proprio posto di madre, Teresa dovrà
confrontarsi con il peso delle assenze, con i silenzi e con la consapevolezza
che l’amore, da solo, non sempre basta a ricucire ciò che il tempo ha
irrimediabilmente spezzato. Con uno stile rigoroso e asciutto, fatto di
sguardi, silenzi e gesti più che di parole, Chiantini costruisce un racconto
intimo sulla maternità, sul senso di colpa e sulla difficoltà di ricominciare.
Il regista Stefano
Chiantini racconta il cuore del progetto: “Il ritorno a
casa di una madre dopo una lunga assenza diventa il racconto di un viaggio che
dovrebbe colmare il vuoto creato da quel distacco forzato ma che finisce invece
per amplificarlo. Mi interessava analizzare le dinamiche psicologiche ed
emotive di una persona che torna dopo una lunga separazione e misurarmi con il
suo animo e con quello di chi le sta accanto. Ho scelto di raccontare tutto questo
attraverso le atmosfere e il corpo, eliminando quasi completamente il dialogo
dalla scena. Il silenzio e il non detto si caricano così dell’impotenza della
protagonista, mentre il volto e il corpo dell’attrice diventano gli strumenti
attraverso cui emergono emozioni e pulsioni interiori”…
…Fin dalla scena iniziale, il film di
Chiantini si presenta come un melodramma che introduce la discesa agli inferi
senza ritorno della protagonista. Teresa esce dalla porta della casa della sua
datrice di lavoro, licenziata da costei. Scorrono i titoli di testa e la camera
segue la malinconica routine di Teresa, bambino piangente tra le braccia come
una giovane mater dolorosa, costretta al taccheggio per procurarsi gli
omogeneizzati per il pupo e ad attraversare la strada statale tra macchine
veloci per raggiungere l’estrema periferia romana.
Il suo ritorno dopo la detenzione enfatizza
l’impossibilità di ricreare un equilibrio malgrado il regista insista nel
mostrare scene di pseudo normalità quali il desinare o il preparare i pasti.
Cupo come lo sguardo della protagonista, il film
di Chiantini è una pellicola sincera che ha Emma come punta di diamante. Sicuramente
da vedere.
…Il ritorno, che segna il ritorno al cinema di
Emma Marrone dopo la convincente prova in Gli anni più belli di Muccino, sottolinea il dramma del quotidiano
attraverso gesti ripetuti: le pause-pranzo in silenzio, il figlio attaccato a
un gioco sul calcio, la carne rubata di nascosto al lavoro. Il film di
Chiantini lavora sul loro accumulo per portarli a un punto-limite e, anche se a
un certo punto della storia avviene un episodio decisivo, non riesce però a far
avvertire come stiano consumando gradualmente la protagonista.
Tutte le vicissitudini sono già
segnate a livello di scrittura: la sorte dell'amica che ha aiutato Teresa, il
tentativo disperato e inutile di ritrovare la sintonia con il proprio partner. Il
film non sembra muoversi mai e si vede anche dalla fissità delle espressioni di
Fabrizio Rongione.
Teresa è la 'donna tutta sola' di Mazursky che forse potrebbe avere la
disperazione di Gena Rowlands in Cassavetes. Ma sono solo sfocati dettagli di
un cinema che è chiuso nella sua ripetitività in attesa che succeda qualcosa ma
finisce per diventare solo monotono e che appare frenato nei dialoghi e nei
conflitti tra la protagonista e il figlio…
…Il ritorno torna a mettere in scena una famiglia con le sue
difficoltà, in cui è la figura femminile quella centrale; in Naufragi era Michela Ramazzotti, nel nuovo film
Emma Marrone che, dopo la convincente prova ne Gli anni
più belli, conferma anche questa volta il suo talento da attrice.
Il cinema ha raccontato spesso storie di rinascite, riscatti e seconde
possibilità. In fondo è quello che chiede Teresa, poter tornare ancora insieme
a Pietro e soprattutto riconquistare l’affetto del figlio. La vita però non va
sempre nella direzione dei nostri desideri e la dura realtà è quella con cui si
scontra la protagonista; il carcere le ha tolto non solo la vita che faceva
prima ma anche quelle che avrebbe potuto avere dopo. Il film si poggia tutto
su Emma Marrone, sui suoi sguardi tra rabbia repressa
e sofferenza, sul suo corpo e sui suoi silenzi. La sceneggiatura è secca,
asciutta, i dialoghi sono pochissimi, sia con Pietro (Fabrizio Rongione) che con Antonio (Lorenzo Ciamei) che non riesce proprio più a stare
con la madre e glielo dice chiaramente. Il ritorno si caratterizza anche per le
tante scene ripetitive che scandiscono la quotidianità di Teresa: i lunghi
viaggi per arrivare sui posti di lavoro (nelle serre o in un macello), i ritoni
a casa, le cene nel silenzio e senza dialogo con il figlio, la solitudine al
momento di andare a dormire. In questo senso il film di Stefano Chiantini è un po’ “claustrofobico”,
non respirano i personaggi e neanche gli spettatori, ma riesce a descrivere con
discreta efficacia il mondo reale in cui si muove la protagonista.
un film di ragazzini, gli adulti sono un pessimo esempio, a essere gentili.
due fratelli che tornano per le vacanze alla casa del nonno scoprono che è diventata o diventerà una centrale dello spaccio di droga.
i due ragazzini, con l'aiuto di un terzo, combattono la loro guerra contro i cattivi.
tutto è chiaro, ognuno decida per chi parteggiare.
un bel film, Bouli Lanners è una sicurezza.
buona (guerresca) visione - Ismaele
…Il bravo e corpulento attore e caratterista belga Bouli Lanners, tanto
spesso sia serimente sia comicamente pulp quando recita, altrettanto
delicato e profondo quando invece si occupa di dirigere un film, ci ha già
sorpreso tempo addietro con un notevole esordio registico ai tempi di Eldorato
Road, tre anni prima di questo suo secondo ritorno in regia.
Anche in questo caso de Un’estate da giganti, una sorta di piccolo “Stand
by me” belga e senza omicidio, viene mantenuta, almeno nell’atmosfera, quello
stile on the road che già illuminava il brillante, inventivo e gradevole
esordio…
Zaini in spalla, Zak e Seth, due ragazzini
di Bruxelles, si avviano a trascorrere, come di consuetudine, l'estate nella
casa di campagna che apparteneva al loro nonno, morto l'anno prima. Stavolta
soli, si legano a un amico appena conosciuto, Dany, con cui passeranno momenti
indimenticabili. Uno dei ricordi d'infanzia che serbiamo fresco per tutta la
nostra vita è quello che riguarda il momento in cui abbiamo appreso, da
insegnanti, genitori o da eventi accaduti, della caducità della vita, la
consapevolezza che la nostra esistenza un giorno avrà termine. È proprio il
tema della chiacchierata notturna, davanti a un falò, che fanno i tre ragazzi
protagonisti, sotto la pioggia, nei boschi vicino a un fiume. Ed è il fulcro di
questa opera. I giganti del titolo sono i tre adolescenti, che hanno tutta la
vita davanti, ma che cominciano a prendere coscienza dei suoi limiti, che si
sentono onnipotenti non percependo, o reagendovi, la precarietà della loro
situazione economica e famigliare. Sono come Hansel e Gretel che sconfiggono la
strega, o come i tre porcellini che uccidono il lupo cattivo. Sono mossi da uno
spirito libertario, anarchico, che li porta a saccheggiare le case altrui:
sembra loro che tutto sia possibile. E sono spinti anche da quell'autentica
curiosità giovanile, che li porta all'esplorazione del territorio rurale che
sta attorno. Gli adulti che incontrano nel loro percorso sono grotteschi,
tipi bizzarri come i vicini dall'aria lobotomizzata che sniffano coca nella
loro baracca, grassi e unti come quello che li butta fuori con la mazza da
baseball. O comunque caricaturali come l'anziana signora borghese che li
ospita, una Nonna Papera con la figlia down, che passa il tempo a fare biscotti
e suonare il piano. Può suonare come una dissacrazione del carattere idilliaco
che di solito si attribuisce alla campagna, sorta di mondo perduto dalla
modernità. Può esserci anche questa visione, ma in realtà questo è il risultato
di adottare il punto di vista dei ragazzi, come loro vedono il mondo degli
adulti, come riescono a evitarne il confronto. E tutto questo assume il valore di un'avventura nel contesto
della natura, tra canneti e campi di mais, fiumi e capanni di pesca su
palafitte, vecchi e marci, paesaggi agresti ripresi in campo lungo. Un'opera
fresca, delicata e garbata, per l'eclettico filmmaker, e pittore, Bouli
Lanners, valorizzata da una quanto mai azzeccata colonna sonora dal sapore
country, opera del gruppo The Bony King of Nowhere.