giovedì 17 settembre 2026

Bad apples - Jonatan Etzler

hanno lasciato il titolo in inglese, Mele marce forse non avrebbe attirato le attenzioni necessarie (che comunque non ci sono state, purtroppo).

la prima settimana il film era in 70 sale, adesso in sole 17 in tutta Italia, eppure è un film straordinario, dovrebbero vederlo tutti, se solo entrassero in sala.

quando un bambino super rompicoglioni sparisce la classe rifiorisce e tutti diventano bravissimi, eccezionali addirittura.

quel bambino (Danny) non manca a nessuno, non ha una mamma, il padre fa il corriere (mestiere analizzato in un gran film da Ken Loach), è solo, è una vittima.

ma in Gran Bretagna non possono permettersi gli insegnanti di sostegno e gli educatori (quelli veri, intendo) e maestra Maria si trova ad essere colpevole.

per caso succede qualcosa di sbagliato, e quando tutti i genitori sanno cosa è successo si mettono dalla parte del torto, insieme a Maria (l'eccezionale Saoirse Ronan).

all'insaputa di tutti Danny riesce a fuggire e corre come Antoine Doinel (ne I 400 colpi di Truffaut).

un film da non perdere, se riuscite a vederlo.

buona (indimenticabile) visione - Ismaele

 

 

Maria è una maestra delle elementari, determinata a trasmettere ai suoi alunni di dieci anni tutta la passione per il suo lavoro. Ma ogni suo tentativo viene messo a dura prova da un bambino particolarmente ribelle e ingestibile, capace di trasformare la classe in un piccolo campo di battaglia. Con la sua carriera sempre più in bilico e la situazione ormai fuori controllo, Maria si lascia trascinare in una serie di decisioni sempre più azzardate, fino a commettere l'impensabile: portare accidentalmente con sé il bambino e finire per rinchiuderlo in casa. Quando cerca disperatamente di rimediare, però, accade qualcosa di inaspettato. Senza la sua "mela marcia", la classe rifiorisce: gli alunni fanno progressi, i colleghi si congratulano con lei e i genitori sono finalmente entusiasti. Quello che doveva essere un errore da cancellare al più presto comincia così ad assomigliare pericolosamente alla soluzione perfetta. Per Maria, tornare indietro diventa ogni minuto più difficile.

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…Il merito principale dell’operazione va cercato nella prova di Saoirse Ronan, che qui abbandona quasi del tutto il registro drammatico più consueto della sua filmografia per abbracciare una comicità fisica e verbale che pochi le avevano riconosciuto fino a questo punto. La sua Maria non è mai una macchietta né una vittima da compatire, è una donna che ha smesso di credere che il sistema scolastico possa proteggerla dalle proprie stesse frustrazioni, e Ronan restituisce questa disillusione con un umorismo tagliente che non scivola mai nella caricatura. È un’interpretazione che richiede un controllo tonale non scontato (l’esasperazione deve restare comica senza perdere credibilità psicologica) e l’attrice lo dimostra con una naturalezza che conferma, ancora una volta, la sua rara capacità di attraversare i generi senza mai apparire fuori posto…

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Qué hacer con un niño conflictivo y hasta dónde puedes llegar para solucionar el problema. Esta es la base de esta comedia negra británica que pudo verse en el pasado Festival de cine de San Sebastián. El director Jonatan Etzler conocido por «Dieciocho otra vez» que rodó para Netflix en 2023, sorprende con esta incómoda comedia que comienza como una sátira de la enseñanza para convertirse en otra cosa más seria.

María es profesora de primaria, tiene niños de 11 años, entre ellos está Danny, un alumno violento y caótico que convierte todos los días la clase en una pesadilla. Su mal comportamiento hace que todos los alumnos vayan mal y se sienta completamente desbordada por no poder encauzarle. Tras varios intentos de que se porte bien, de hablar con los padres y con sus superiores decide tomar una decisión impulsiva que lo cambiará todo…

Todos en cierta forma entendemos la decisión de Maria, no aprobamos lo que hace por supuesto, pero eliminando el problema todo irá como la seda. La ilusión de enseñar y ayudar a sus alumnos está comprometida por este pequeño diablo por lo que decide encerrarlo en el sótano de su casa.

Saoirse Ronan está estupenda como Maria, no exagera su interpretación y está bastante contenida por lo que resulta muy creíble ya que esta situación tan descabellada podría haber provocado situaciones más rocambolescas o absurdas.

Para el papel de Danny tenemos a Eddie Waller, un niño odioso y simplemente malo hasta decir basta. Irrita a cualquiera y no sabemos cual es el motivo de esa conducta tan violenta.

Pero la paradoja es que tras su «desaparición» todo funciona perfectamente, los niños estudian bien, los padres contentos, los demás profesores felicitan a María y todos los problemas quedan solucionados de un plumazo.

Pero eso no puede durar eternamente, Maria tiene que decidir cuándo soltar al niño asilvestrado ya que la bola se le ha ido de las manos.

Una película estupenda que provocará diferentes reacciones en el público y que desde luego da que pensar y abrir debate.

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Etzler dirige con pulso, con un resultado vistoso. Parece estar perfectamente capacitado para jugar en la liga de la comedia negra indie, un género que llegó a primera división con La sustancia. El mayor problema de la película es que desaprovecha la situación más jugosa: la relación entre el alumno y la profesora, y se despista. Se empecina con el tedioso personaje de la empollona, que sirve para hacer avanzar la trama pero no para ahondar en los personajes. Y aunque consigue una tesis atrevida y bien cerrada con la reunión de padres, no sabe terminar de rematar la película demasiado bien. Con todo, no está mal. Bien rodada, con ritmo. Ronan, como siempre, hace un buen trabajo. Y tiene algunos momentos que probablemente recordaremos, que no es poco.

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La película tiene unos cuantos aspectos positivos, entre los que destaco la banda sonora compuesta por Chris Roe, la dirección de Jonatan Etzler, y sobre todo el guion que sabe mezclar muy bien los momentos de comedia negra con las situaciones más dramáticas.
…En cuanto a las interpretaciones, el rostro más conocido es el de Saoirse Ronan, que lo hace bastante bien como la maestra. El otro protagonista es Eddie Waller, como el adolescente problemático, y el gran personaje de la película es el de esa niña, que es la alumna aplicada de la clase, y que interpreta de manera magnífica Nia Brown.
Una película fácil de recomendar, ya que puede gustar al público más mayor y al más joven, porque no es aburrida y cuenta una historia atractiva en una comedia dramática que funciona bastante bien.

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mercoledì 16 settembre 2026

Sundown - Michel Franco

nel film c'è un mistero che riguarda Neil (Tim Roth), che si scoprirà alla fine.

ambientato nella violenta Acapulco, dove Neil è in vacanza con Alice (Charlotte Gainsbourg) e due nipoti.

a Neil non importa della morte della madre, delle arrabbiature di Alice, e di molto altro, diventa l'amante di Berenice (Lazua Larios), innamorato perché non aveva niente da fare (cantava Luigi Tenco).

come in una cipolla scorrendo i vari strati si arriva al cuore del film, una specie di thriller dell'anima di Neil.

un film convincente, bisogna farsi prendere per mano da Michel Franco.

buona (solare) visione - Ismaele

ps: all'inizio mi ha ricordato Old, di M. Night Shyamalan, ma solo all'inizio.



 

possiamo dire che il concetto di tempo è il vero protagonista di questo Sundown. Partendo dalla sua durata limitata, di appena 84 minuti, passando per quello che sembra mancare nella vita di Alice, sempre sommersa dal lavoro, e per quello di cui Neil prova a riappropriarsi prima che sia troppo tardi, il tempo è centrale nella narrazione. Nonostante questo, però, il suo scorrere non attribuisce nessun tipo di ritmo o dinamismo al film, lasciandosi quasi andare a un lento trascorrere delle ore, caratterizzato solamente dalla ripetizione costante delle stesse azioni un giorno dopo l’altro. Completamente immersa in questa sorta d’inerzia e sospensione, dunque, la vicenda acquisisce la rara capacità di irritare lo spettatore, stanco di non comprendere la vacuità delle azioni e dello sguardo di Neil.

L’uomo, infatti, osserva il mondo che lo circonda seduto al sole su di una sedia in riva al mare, circondato dal clamore di una spiaggia affollata. Un giorno dopo l’altro, un’ora dopo l’altra. Come se fosse immerso in una costante attesa o in una contemplazione interiore di cui non comprendiamo mai l’oggetto. Una scelta stilistica, questa, che appesantisce e rallenta ancora di più l’andamento della narrazione, e che lascia onestamente interdetti nonostante un chiarimento finale che, però, non basta a risollevare le sorti del film. Arrivati ai frame finali, infatti, il regista decide finalmente di imprimere una velocità contenuta per portare lo spettatore a comprendere le ragioni dietro l’irragionevolezza del suo personaggio. Nonostante questo, però, il tempo trascorso ad attendere ha messo a dura prova le capacità empatiche di chi osserva, lasciandolo emotivamente distaccato dal cuore della narrazione…

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Proprio come il Locke/Jack Nicholson con Jane Doe/Maria Schneider infatti il Bennett di Roth trova in Berenice (Lazua Larios, bravissima) una barca su cui salpare verso una nuovo inizio così da lasciarsi lentamente scivolar via un problematico (e silenzioso) vissuto. Franco però non premia affatto l’agire spensierato-sconsiderato del suo (anti)eroe protagonista, finendo con il presentargli il conto di una solitudine soltanto costeggiata e involontariamente desiderata da Bennett nel suo idillio paradisiaco che – tra secondo e terzo atto – va a concretizzarsi sino alla depersonalizzazione dell’individuo in ogni aspetto di una vita sempre più esistenza. Senza alcuna identità, senza appartenenza, senza famiglia, senza amore. Un film su cui riflettere…

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…Due momenti fulminei danno però , in maniera diversa, la svolta al racconto: da Londra una telefonata annuncia la morte della matriarca della famiglia e un breve ,e al primo impatto inspiegabile, segmento di qualche secondo, ci offre la chiave di lettura di tutto il film, ma sfido chiunque a capirlo prima che si giunga alla fine, una trappola narrativa insomma che funziona perchè non svela niente ma che al termine darà una prospettiva nuova alla storia, ammesso che uno si ricordi di quel piccolo inserto…

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Sundown ha il solo scopo di descrivere quella situazione di alienazione dal mondo che è propria dell’uomo, che a volte lo costringe ad allontanarsi dai costrutti sociali che lo vorrebbero operativo secondo le logiche prestabilite. Neil Bennett è un uomo a cui non è mai mancato nulla, ha ereditato denaro e fortuna ed è probabilmente sempre stato abituato ad una vita agiata condita da comportamenti impostati e situazioni standard. Quello che accade nella sua mente risponde alle domande:

“Quale senso ha comportarsi secondo delle regole imposte da altri?”

“Quale senso ha inseguire uno scopo solamente perché ci è stato insegnato così?”

“Quale scopo ha comportarsi come un gregge e reagire alla vita come gli altri si aspettano che tu faccia?”

Sundown è un’opera decisamente interessante, che cattura l’attenzione dello spettatore grazie ad un personaggio enigmatico interpretato in maniera minimalista e precisa da Tim Roth. Purtroppo, le aspettative create nella prima parte della vicenda non vengono concretizzate nella seconda.

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lunedì 14 settembre 2026

The echo chamber – Andrea Pallaoro

l'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, diventa il film di Andrea Pallaoro.

tre ottimi protagonisti in un film girato quasi tutto in una casa inglese.

Leo, Ava e Anne convivono con i fantasmi, e il dolore. Leo è un grande produttore musicale, Ava una cantante che riappare sulla scena, Anne è una fisioterapista che cura Leo.

Anne è la causa della tossicodipendenza di Leo, erano amanti, alla prima overdose lei sparisce, sembra, ma quella casa accoglie tutti, compresi i fantasmi.

è un film d'amore, con una fine drammatica, vedere per credere. 

un film che merita, anche se troppi ne hanno parlato male.

buona (claustrofobica) visione - Ismaele


ps: protagonista ulteriore è il fentanyl, l'oppiaceo che uccide per overdose decine o forse centinaia di migliaia di persone nel felice occidente.

il biondone che crede di essere il governatore del mondo dà la colpa a Messico e Cina, i cattivoni che fanno arrivare quell'oppiaceo nehli Usa.

se il biondone avesse il tempo di guardare serie e film targati Usa,  scoprirebbe che i cattivoni sono i (molti) medici che prescrivono gli oppiacei, e le case farmaceutiche Usa (che sicuramente finanziano il biondone, in perfetto stile mafioso), altro che Cina e Messico.

 

 

 

… A rendere credibile l’impianto narrativo concorrono certamente le ottime interpretazioni dei protagonisti, con un Marinelli misurato e naturalmente profondo, una Vikander che risponde con apprezzabile semplicità e compostezza e, con un carico endemico di carisma, Susan Sarandon a sparigliare le carte nel ruolo di una leggenda della musica a lungo lontano dalle scene, rientrata nel giro grazie alla fiducia nel talento di Leo.

Così The Echo Chamber, con la sua raffinatezza formale, sempre sulla soglia del formalismo estetizzante, il formato quadrato dell’inquadratura, le lunghe riflessioni sul fuori campo, riesce nell’intento programmatico di toccare l’impalpabile, manifestare la privazione, descrivere il vuoto, scivolando solo nel finale nell’esplicitare fin troppo didascalicamente il concetto di (inter)dipendenza.

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Nella raffinata sceneggiatura di Bernardini e Rampoldi (che completano l'ultimo lavoro di scrittura di Bernardo Bertolucci, con il quale lo avevano inizialmente sviluppato) c'è l'ambizione di provare meccanismi inconsueti, trasformati poi da Pallaoro in momenti di grande cinema che non si vedono spesso nel panorama nostrano. È un film che può alienare perché procede per scarti metonimici, ma la sua architettura fatta di distanze e ripetizioni ha dei picchi notevoli, su tutti una sequenza rivelatoria legata alla canzone interpretata da Susan Sarandon.

La sua Ava è l'unica capace di spingere Leo all'azione, e sarà incidente scatenante di un ultimo atto che può apparire brusco ma che diventa sempre più inevitabile a posteriori. In esso, così come più in generale nella figura di Ava (una grande artista la cui legacy il protagonista si trova a influenzare, forse contaminare) si può scorgere l'ombra lunga di Bertolucci, altra presenza che aleggia in un film tanto essenziale nelle componenti quanto pieno di suggestioni e di echi.

Non c'è dubbio che si tratti del miglior film tra i quattro realizzati finora da Pallaoro, che si supera e forse si mette più in gioco, oltre a regalare una splendida e originale meditazione sulla fragilità e sulla dipendenza nel regno dei sentimenti. Dentro ci possiamo leggere una simbologia di ciò di cui è fatta una relazione e - forse anche più sorprendentemente - di cosa è fatta la sua fine.

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Uno dei temi più interessanti di “The Echo Chamber” è quello del dolore (cronico). Lo è per almeno due ragioni. La prima riguarda la sua tassonomia/diagnosi, cioè si tratta di un dolore comune, non invalidante (apparentemente). Una scelta che non a caso richiama l’idea di un malessere subdolo, spesso invisibile, che non ha una caraterizzazione così evidente. La seconda riguarda la sua ontologia: Leo non sa identificare un confine tra sé stesso e il dolore. In questa intercapedine davvero sottile, si inserisce il personaggio di Anne, la fisioterapista di cui si innamora e che ne lenisce il dolore grazie a farmaci oppiodi – benché questi poi ne provochino la dipendenza. 

La pellicola parte proprio da qui, dall’overdose di Leo, e a poco a poco (ri)costruiamo i contorni della domanda che perturba la storia: chi ama Leo, lei o ama la sua cura? E viceversa: lei lo ama, o ama poterlo curare? Insomma, un tema bertolucciano chiaramente, amore e malattia che si mescolano, un po’ come la rappresentazione temporale del film, che finge una sorta di montaggio alternato, per portarci dal loro incontro al post-overdose, fino al loro nuovo primo incontro – e nel mentre, la figura di Ava (Susan Sarandon, foto sopra), di cui Leo sta incidendo l’ultimo disco, che assume quel ruolo di eco freudiano che a Bertolucci è sempre stato molto caro…

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…La casa di The echo chamber è abitata due volte, da Leo perché è casa sua e da Anne quando Leo non c’è. Gli spazi sono gli stessi ma sono sempre mancanti di un elemento, dell’altro, desiderato e temuto allo stesso tempo. Nel passaggio ognuno lascia l’eco dell’altro, come ha fatto nel tempo in cui si sono frequentati. L’uomo e la donna si attirano ma sentono di farsi male, sanno di non riuscire a non farlo.

Come è possibile non ferirsi in amore? Come si può amare senza amare se stessi? Come si supera il dolore ancestrale che fa parte di tutti? Sono domande che restano insolute.

The echo chamber è un film sul dolore, sull’assenza, sulla dipendenza. È un film che non lascia spazio alla speranza, un film sull’essere artisti e su come attingere da una ferita originaria e dargli una nuova forma, è un film formalmente curato, recitato in lingua inglese (perfetto Marinelli), ambientato in una città senza nome, in un tempo imprecisato.

Con una direzione precisa e scrupolosa Andrea Pallaoro compone la scena su inquadrature fisse in cui i luoghi diventano metafora di chi li abita: un unico set, la casa di Leo, le finestre sulla strada, una macchina con la guida a destra che viene parcheggiata sempre sotto casa.

Nel complesso l’aspetto meno riuscito di The echo chamber è una ostinata volontà di dare un senso alla vita che, a tratti, diventa eccessiva: Tutto ciò che ci capita lo scegliamo, scegliamo tutte le nostre disgrazie.

Forse lo spettatore preferirebbe rimanere con dei dubbi all’uscita della sala.

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domenica 13 settembre 2026

Serpenti - Roberto De Paolis Maino

alla sceneggiatura hanno lavorato insieme al regista i fratelli D'Innocenzo, e questo lo rende un film che sorprende.

ottimi attori, per un film con un avvocato azzaccagarbugli (Pietro Castellitto), un poliziotto che deve fare la spesa per casa (Alessandro Borghi), una cartomente che collabora con la polizia (Valeria Golino), e sopratutto un assassino (Leonardo Lidi) che con si capacita di non finire in prigione, non ci finisce per aver ucciso la moglie, ma per qualcosa da niente sì, così va il mondo.

La situazione politica in Italia è grave ma non è seria, scrive Ennio Flaiano all'inizio del film, e alla fine del film, come in un teorema, scopriamo quanto è vero.

un film da non perdere, al cinema.

buona (grave, ma non seria) visione - Ismaele




 

 

Paolo Marra ha ucciso sua moglie, senza un perché. Divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi: vuole pagare, scontare la pena, ridare dignità alla donna che ha ucciso e a sé stesso. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e complicati cavilli burocratici, nessuno lo prende sul serio. L'uomo si scopre vittima di un paradosso kafkiano: per quanto lo desideri, non riesce a farsi arrestare. Il perfetto capro espiatorio di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi.

Nell'interessante percorso di Roberto De Paolis Maino di osservazione della realtà, dopo Cuori puri e Princess, ecco Serpenti solo apparentemente slegato dal mondo reale ma che, proprio nella cifra del grottesco, crea un ribaltamento profondo che va al cuore delle cose.

Merito sicuramente della sceneggiatura, scritta dai Fratelli D'Innocenzo insieme al regista, che costruisce sapientemente l'assurdità della vicenda di un uomo che si costituisce alla Polizia reo confesso dell'omicidio della moglie ma che entra all'interno di un iter burocratico kafkiano in cui non riesce ad affermare la sua colpevolezza. Naturalmente l'utilizzo del tono grottesco è paradossale per cercare di raccontare come la violenza sulle donne faccia magari più fatica a essere immediatamente percepita come tale

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Come la burocrazia riesca a sacrificare persino il senso dell'impellente e la ragionevolezza più elementare, è un vero mistero che, raccontato attraverso la verve burina dei tre sceneggiatori, diventa un miracolo di narrazione grottesca e surreale, tipica della miglior commedia italiana di maestri come Ferreri, ma più legata qui al grottesco della deriva contemporanea, che alla poesia di una dimensione poetico surreale.

Di poetico, in effetti, non c'è davvero nulla in Serpenti, mentre il grottesco esonda da ogni sottottaccia e svolta narrativa, grazie anche ad una manciata di personaggi illustri di contorno, uno più bravo ed esilarante dell'altro.

In ordine cronologico, il presunto dichiarato assassino incrocia dapprima un anonimo appuntato, poi un poliziotto superficiale ed ottuso sino alla follia (Alessandro Borghi, spassosissimo), poi un avvocato d'ufficio dalla moralità degna di uno spacciatore, e modi da azzeccagarbugli più affinato del noto manzoniano (uno straordinario Pietro Castellitto); infine una sciamannata esperta in tarocchi (e pettegolezzi), ottimamente resa da Valeria Golino, che dispensa al reo confesso consigli tali da far precipitare la situazione verso scenari ancor più truci…

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È grave ma non seria, la situazione politica italiana: parola di Ennio Flaiano, che evoca causticamente uno scenario che esonda rispetto all’agone politico e che pare addirsi – suggerisce il cartello iniziale di Serpenti – anche all’oggi. Uno scenario che, appunto, l’opera terza di Roberto De Paolis Maino si propone di scandagliare attraverso una sorta di verifica antropologica per assurdo (?), scandita da un impianto strutturale la cui rigidezza è raddoppiata dall’impostazione formale, anzitutto in sede compositiva. Eccezion fatta per una manciata di intermezzi eclettici, questo dispositivo essenziale, finanche schematico, programmatico, fa spazio a un tema caldo, grave, del contemporaneo nostrano, subito squadernato. Nella prima sequenza, una lenta carrellata in avanti attraversa l’abitazione di un uomo che, dopo aver pulito la cucina, confessa un crimine: prossimo all’implosione, mangiato dai tic, Paolo Marra ha ucciso la moglie. La notizia gode dell’intensità del naturalismo di Leonardo Lidi – apprezzato interprete e regista teatrale – e, però, a un tempo, mentre la tragedia viene apparecchiata (post mortem), viene percorsa da una nota straniante: è proprio allo spettatore, infatti, che Marra espone il suo tormento, senza mai distogliere lo sguardo dalla macchina da presa, stabilendo un contatto intimo. A partire da questa premessa, Serpenti può allora focalizzarsi in termini narrativi sugli effetti di un evento che rimane, in quanto tale, non visto e non compreso: si seguirà, evidentemente, il carnefice, una catabasi già in moto. Marra si reca presso un commissariato al fine di costituirsi e lo studio di un personaggio psicologicamente sfaccettato, di una vicenda drammatica, di un tema grave, si appresta a dipanarsi con andamento ferreo, funereo. Ma in Italia – si sa, pescando nuovamente da Flaiano – «la linea più breve tra due punti è l’arabesco»: a nulla può il geometrismo della struttura e della forma, se non a collidere con un barocco latente, serpeggiante, che trascina la tragedia nei territori della farsa, e che interdice, dunque, anche la pace (esteriore) di uomo pronto alla resa. Nessuna calma dopo la tempesta, nessuna elaborazione – visto il caso – privata e pubblica: la traiettoria di Marra non può proseguire in discesa né in salita. Semplicemente, la tragedia è sospesa e il carnefice deve cambiar parte. Nel contorcersi dell’arabesco, il copione originale – auspicato – sfuma in un’eco remota: si recita a soggetto, e s’insinua un ribaltamento. Dinanzi agli occhi di uno spettatore sorpreso, va in scena una tragicommedia…

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…Diviso in quattro “quadri” di impianto teatrale ma non statici, Serpenti bene sintetizza quanto scrive De Paolis nelle note di regia: «La storia del protagonista è la nitida fotografia del modo in cui tanti uomini, nella tradizione culturale del nostro “vecchio mondo”, sono trattati dopo aver ucciso o maltrattato delle donne: come se non avessero fatto niente».

Il tono generale è da commedia macabra, a tratti buffa, anche se non viene affatto nascosta la gravità del gesto compiuto da questo «assassino malinconico e redento che gradualmente si trasforma in un uomo disilluso e rabbioso» (parole del regista)…

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Serpenti è infatti il racconto kafkiano (si sentono echi del rosselliniano Dov'è la libertà?) di un mondo fatto di burocrazia, stanzoni vuoti, lunghi corridoi, nel quale il commissariato diventa il plastico di una società capace di neutralizzare persino la confessione di un omicidio. Il film è basato su un copione scorrettissimo (in fin dei conti, si parla di uxoricidio o, come si dice adesso, con un neologismo bolso, femminicidio), attraversato da un grottesco che erode progressivamente ogni gravità e sorretto da una musica dissonante e straniante (impeccabili le scelte di Vittorio Giampietro) e da un cast in stato di grazia. Le linee serpeggianti che invadono pavimenti e immagini non sono allora un semplice vezzo figurativo: sembrano il diagramma di un mondo morale in cui tutto devia, scivola, si aggira, purché non arrivi mai dritto al punto.

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La strada verso Gerico di Amos Gitai - Emilia De Rienzo


Ci sono luoghi che si possono perdere molto prima che vengano distrutti. Si perdono quando non puoi più raggiungerli. Quando il sentiero che conoscevi viene chiuso, una collina recintata, una strada riservata ad altri, un posto di blocco messo là dove prima passavi senza pensarci. Si perde un luogo anche quando continui a vederlo da lontano, ma non puoi più attraversarlo. È questo che racconta, più di ogni altra cosa, Raja Shehadeh nei suoi libri e nell’evocazione del pallido dio delle colline.

Shehadeh ha sempre amato camminare. La sarha, la passeggiata senza una meta precisa, era per lui un modo di abitare la terra: andare sulle colline intorno a Ramallah, cercare un sentiero, fermarsi, guardare il paesaggio, riconoscere una pietra, un albero, le tracce di una storia familiare. Camminare significava essere liberi. Nel 1978, quando compie una delle sue prime camminate, il paesaggio è ancora aperto. Anni dopo, quando torna sugli stessi luoghi, scopre che molte cose sono cambiate. Gli insediamenti si sono allargati, sono comparse nuove strade, recinzioni, zone militari. I sentieri che conosceva diventano sempre più difficili, a volte impossibili da percorrere.

Il suo racconto segue questa trasformazione per oltre vent’anni. E quello che all’inizio sembra il diario di un uomo che ama camminare diventa lentamente la cronaca di una terra che gli viene sottratta anche attraverso la cancellazione della possibilità di attraversarla.

Non è soltanto la perdita della terra. È la perdita della libertà sulla terra. Ed è questo che rende quelle pagine così dolorose: Shehadeh non racconta soltanto un’ingiustizia politica. Racconta il modo in cui la politica entra nella vita quotidiana e modifica perfino i gesti più semplici. Una passeggiata. Un sentiero. Un luogo dove portare un ragazzo per mostrargli il paesaggio che avevi conosciuto da giovane.

A un certo punto Shehadeh arriva anche nel Wadi Qelt, nella discesa verso Gerico. Lì incontra alcune famiglie beduine. Molti se ne sono già andati. Una donna, Fatmeh, racconta la situazione della sua famiglia: il futuro è incerto, il lavoro del marito sta per finire, e il territorio intorno è destinato a essere recintato, sottratto a chi vi abita. È una scena piccola. Quasi marginale rispetto alla grande storia. E proprio per questo rimane: mostra cosa significa, concretamente, rendere precaria la vita di chi abita un luogo.

La strada per Gerico ritorna oggi, a distanza di anni, nel film di Amos Gitai: The Road to Jericho. Gitai è israeliano. E anche lui, da decenni, filma questa terra cercando di non cancellare l’altro. Nel 1982, con Field Diary, entra nei territori occupati e filma la realtà che incontra. Tra le persone intervistate c’è Bassam Shakaa, allora sindaco di Nablus, che aveva perso una gamba in un attentato compiuto da estremisti israeliani. Gitai lo ascolta.

Quarant’anni dopo, torna sulla strada per Gerico.

È come se il cinema avesse conservato una memoria che la politica non è riuscita a custodire.

Nel nuovo film Gitai arriva a Khan al-Ahmar, villaggio beduino lungo la strada tra Gerusalemme e Gerico. Qui c’è una piccola scuola costruita con terra, legno e pneumatici, nata dalla necessità di garantire un’istruzione ai bambini della comunità. La scuola è diventata il simbolo della precarietà di quel luogo: per anni è rimasta sotto la minaccia della demolizione.

Gitai la filma e intreccia il presente con le immagini del passato: le sue conversazioni con israeliani e palestinesi, le voci di Arthur Miller, Jeanne Moreau, Yitzhak Rabin; frammenti di una storia che sembra appartenere a un altro tempo. E infatti il film non è soltanto sulla situazione di oggi. È anche sulla strada che avrebbe potuto essere percorsa e che è stata interrotta. Perché la strada per Gerico non è soltanto una via geografica. È una strada politica. Nel 1993 gli accordi di Oslo avevano aperto una possibilità. Il primo accordo israelo-palestinese riguardava proprio Gaza e Gerico. Gitai ricorda di aver parlato con Rabin nel 1994, di averlo ascoltato mentre affrontava con concretezza le difficoltà dell’accordo, nella convinzione che bisognasse dare una possibilità alla pace. Un anno dopo Rabin fu assassinato. Per Gitai quella morte rappresentò una frattura. Non soltanto la scomparsa di un uomo, ma l’interruzione di una possibilità: quella di continuare a parlare, negoziare, riconoscere nell’altra parte un interlocutore.

È qui che il cinema di Gitai incontra, in modo sorprendente, le passeggiate di Shehadeh. Uno cammina. L’altro filma. Uno vede i sentieri chiudersi. L’altro torna sulle stesse strade per vedere che cosa ne è rimasto. E tutti e due, ciascuno dalla propria parte, raccontano una progressiva restrizione dello spazio: quello fisico, ma anche quello politico, necessario perché due popoli possano ancora immaginare di vivere l’uno accanto all’altro.

C’è stato un tempo in cui questa possibilità aveva trovato parole importanti. Amos Oz, A.B. Yehoshua, David Grossman hanno rappresentato una parte di quella cultura che continuava a considerare indispensabile il riconoscimento dell’altro.

Grossman ha scritto, in un momento di dolore e di solitudine, parole che esprimevano la necessità di non essere lasciati soli in questo cammino. Forse è proprio questa la parola che oggi colpisce di più: solitudine. La solitudine di chi continua a credere che l’altro debba esistere, quando intorno la possibilità stessa di riconoscerlo viene continuamente erosa.

Gitai non nasconde la sua disperazione. Parla del suo film come di un lamento per il Paese che ama e la cui politica non condivide. Eppure rifiuta l’idea che la storia debba essere consegnata soltanto alla forza. Per lui il rispetto dell’altro rimane la condizione stessa di qualsiasi futuro. Le sue parole sono perentorie: «Non è solo possibile, è obbligatorio. Qual è l’alternativa? Nient’altro che una distruzione catastrofica, irreversibile e totale. Ci troviamo di fronte a una scelta: annientamento o riconoscimento reciproco».

Eppure sono parole che lasciano perplessi. Perché viste da qui, dall’abisso del presente, l’annientamento non appare come una scelta ipotetica del futuro, ma come un processo già ampiamente in corso, vissuto e subito nei corpi, nelle case, sulle colline. Porlo come un’alternativa ancora aperta rischia di suonare come un’astrazione rispetto alla sproporzione di ciò che sta accadendo sul campo.

Forse quella di Gitai non è un’analisi della realtà, ma l’ostinazione di chi rifiuta di consegnare la storia alla sola logica della distruzione.

Ed è qui che le storie di Shehadeh e di Gitai si incontrano davvero.

Shehadeh cerca di salvare, attraverso la scrittura, ciò che la trasformazione del territorio rischia di cancellare: i sentieri, i paesaggi, la memoria, la possibilità di camminare. Gitai cerca di salvare, attraverso il cinema, ciò che la violenza ha progressivamente consumato: le voci, gli incontri, la memoria di una possibilità. Entrambi lavorano contro la cancellazione.

Consapevoli che l’arte non cambia le decisioni immediate della politica né ferma le bombe, come riconosce lo stesso Gitai citando Guernica di Picasso: nel duello diretto tra il pittore e il dittatore Franco, sul piano politico fu Franco a vincere e a consolidare il suo potere; ma sul piano della memoria ha vinto Picasso, perché la sua opera è rimasta a testimoniare per sempre l’orrore di quella distruzione. Il cinema e la scrittura non hanno il potere di fermare la forza del presente, ma hanno quello, immenso, di sottrarla all’oblio.

La strada verso Gerico assume così un significato che va oltre la geografia. È una strada che attraversa una terra contesa, le ferite e le distruzioni. Ma è anche la strada di una possibilità che non è riuscita a compiersi.

Una strada sbarrata.

E tuttavia non necessariamente perduta.

Nel 1982, quando Gitai intervistò Bassam Shakaa, il sindaco di Nablus aveva già perso le gambe in un attentato. Aveva la violenza impressa direttamente sul proprio corpo. Eppure, davanti alla macchina da presa, pronunciò una frase che Gitai ha continuato a ricordare per più di quarant’anni. Forse è questa la frase con cui dobbiamo lasciare oggi quella strada: «Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci».

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venerdì 11 settembre 2026

Svidd neger - Erik Smith Meyer

se pensate sia un film di Teemu Nikki sbagliate, anche io prima di leggere il nome del regista ci stavo cascando.

nella campagna norvegese alcune persone sconclusionate, a essere gentili, vivono la loro vita, una mamma con un figlio grasso, e magari incestuoso, e un figlio adottivo che arriva dall'Africa e si crede lappone (e venera Dolly Parton), una bella ragazza con un padre assassino e alcolizzato e anche un tipo vestito da lappone, con una renna.

mescolate il tutto ed esce fuori Svidd neger, un film un po' pazzo, a essere gentili.

buona (lappone) visione - Ismaele



QUI si può vedere il film, con sottotitoli in italiano


In un paesino norvegese vivono la bella Anna e suo padre, il burbero alcolizzato Karl, tormentato dal fantasma della moglie da lui uccisa dopo essersi scoperto tradito. Il frutto di tale tradimento è stato un bambino di colore, da Karl abbandonato in una culla in mezzo al mare. Un giorno un ragazzino nero bussa alla porta dei due, ma nel frattempo arrivano anche la bieca Ellen e suo figlio Normann, stupido, grassoccio e innamorato di Anna.

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A Norwegian movie, its title translating to 'Burnt Nigger'. But no racism is in sight in this outrageous and bizarre comedy that tells the tale of a group of trashy people in the middle of nowhere. An alcoholic father who drowned his previous wife and baby wants his beautiful daughter to marry a strong man and give him a grandson. They meet with their only neighbours, a fat soon-to-be-son-in-law for his strong muscles, his trashy, incestuous mother and an adopted black boy who is trying to find his roots. Things turn violent, gory and twisted when the daughter sleeps with the wrong men and a Saami with a portable phone and a reindeer wants to elope with her to Ammrica on a paddle-boat to drink Cokka Cola. A whimsical and twisted black comedy.

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"Svidd neger" è un film che affoga in un mare di situazioni grottesche ogni tentativo di emanciparsi dall'istinto ferino che popola i luoghi. Insomma, una sarabanda goliardica che finisce per adagiarsi stancamente lungo una narrazione che vorrebbe trattare in maniera leggera temi seri. I paesaggi sono bellissimi, ma non bastano migliorare il film.

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