venerdì 6 novembre 2026

Chaplin di tutto il mondo, unitevi! - Marco Sommariva

 

Charlie Chaplin odiava il potere, la macchina del capitale, l’ordine dello stato con i suoi poliziotti, i suoi giudici e le sue galere, l’ordine morale della società, l’ordine del profitto commerciale, bancario, industriale, l’ordine religioso con le sue ipocrisie, i suoi dogmi e le sue false speranze.

Charles Spencer Chaplin, più conosciuto come Charlie Chaplin, nasce il 16 aprile 1889 in un sobborgo di Londra e nel 1895 comincia a frequentare una serie di scuole diverse senza rimanere a lungo in nessuna di esse. La povertà e la malattia della madre lo costringeranno a soggiornare ogni tanto in ospizi per indigenti, cosa che andrà avanti per tutto l’arco della sua infanzia: “Dovevo andarmene in giro per le strade con mia madre, che era malata di mente, e talmente debole che barcollava da una parte all’altra come se fosse ubriaca”.

Prende la via del palcoscenico a soli otto anni – “Ci sono praticamente nato sul palcoscenico” – e, a iniziare dall’anno dopo, già si guadagnerà da vivere per sé e riuscirà a contribuire al mantenimento della madre vedova. La scuola la frequenterà sporadicamente sino al 1900.

Sta ricoprendo il ruolo di un ubriaco in un numero di varietà, quando riceve un’offerta dai tipi della Keystone Pictures Studio, una casa di produzione cinematografica statunitense attiva dal 1912 sino ai primi anni Trenta, nel periodo del cinema muto. Chaplin è conscio dello svantaggio di non avere “una faccia da commedia”, ma sa di avere i piedi giusti e pure l’andatura. Quella strana camminata se l’era portata dietro dall’Inghilterra. Un suo vecchio zio gestiva un pub, e spesso c’era un ubriacone che se ne stava appoggiato al muro per ore e ore in attesa di un’occasione per elemosinare o guadagnarsi qualche spicciolo. Quando una vettura si fermava davanti alla porta del locale, lui si precipitava arrancando a tenere fermi i cavalli, e si affannava talmente con i suoi poveri piedi doloranti nelle scarpe vecchie e sfondate, che era costretto a muoversi con quel particolare incedere che poi Chaplin imiterà nei suoi film.

Dopo aver studiato a lungo cosa poteva farsene della sua faccia, il problema del viso lo risolverà applicandosi un paio di baffi finti: “Truccarmi e basta non sarebbe servito a niente”. Si rende subito conto che, utilizzando dei baffoni, avrebbe nascosto certe pieghe del viso su cui basava buona parte della sua espressività, specie quelle pieghe che dalle narici gli arrivavano agli angoli della bocca. Per questo li spunterà più volte finché si ridurranno a quegli affarini buffi che lo renderanno immediatamente riconoscibile in tutto il mondo.

All’inizio, il personaggio di Charlot simboleggiava un gagà londinese finito sul lastrico poi, piano piano, subisce dei cambiamenti. Da principio, Chaplin lo considera soltanto una figura satirica – i suoi indescrivibili pantaloni rappresentavano una rivolta contro le convenzioni, i suoi baffi la vanità dell’uomo, il cappello e il bastone erano tentativi di dignità – ma, col tempo, lo farà avvicinare al cuore delle cose, gli farà mettere da parte l’atteggiamento dell’eterno ottimista per fargliene assumere uno da intellettuale, cinico e pure un po’ furfante.

Chaplin è un tipo allegro, di quelli che non permettono mai a nulla di buttarti giù di morale, di quelli per cui più ci sono cose che vanno a male più ridicolo sembra il mondo.

Narratore di storie raccontate con pietà e comprensione dalla parte dei perdenti, non inserisce mai nei suoi lavori nulla che non sia una caricatura di un aspetto della vita vera: per quanto una scena possa apparire assurda sullo schermo, studiandola con attenzione è sempre riconducibile al nostro quotidiano.

Quando recita in un film, di rado prova la sua parte prima di andare in scena, preferisce agire d’impulso, ottenendo il tal modo quell’effetto da “chissà cosa succede adesso” capace di tenere incollato lo spettatore alla sua recitazione. Non progetta mai su carta nessuna delle sue strambe acrobazie, né tanto meno sceneggia l’intreccio delle sue comiche, lui prende un’idea, un tema, e lo elabora per conto proprio man mano che va avanti.

Fuori dallo schermo, Chaplin è un giovanotto affascinante, il suo sorriso è la caratteristica che attira di più l’attenzione, e i suoi occhi sorridono quanto la bocca. Spesso si dirà che si vede il sorriso, prima di vedere Chaplin. Nel 1919, scriverà Ray W. Frohman sul The Evening Herald dopo un’intervista a Chaplin pubblicata sull’interessantissimo libro edito da minimum fax, Opinioni di un vagabondo. Mezzo secolo di interviste: “Quando mostra i denti perfetti in un sorriso – un sorriso estatico, affascinato, ipnotizzato – […] è capace di eclissare il gatto di Alice nel paese delle meraviglie”.

Più di vent’anni dopo, nel 1940, forse qualcosa è cambiato. Scriverà il giornalista Robert Van Gelder: “Quando è rivolto a te, quel sorriso non sembra automatico. Sembra amichevole, molto modesto e profondamente confidenziale. Quando gli siedi accanto e lo vedi rivolto a qualcun altro, le labbra appaiono increspate meccanicamente e gli occhi sembrano assenti, quasi privi di sguardo. Quel sorriso è un capolavoro fatto per una sola persona alla volta”.

Il suo volto si manterrà liscio e avrà il sano rossore di uno scolaretto, anche quando i capelli inizieranno a striarsi di grigio – la brizzolatura comincerà a insinuarsi nella sua chioma scura già all’età di trentadue anni.

Lontano dai riflettori, Chaplin è molto umano, naturale, privo di atteggiamenti affettati. Dotato di grande umiltà quando si parla di lui e dei risultati che ha ottenuto, alterna spiritosaggini a momento di malinconia. Con chi riesce a conquistarsi la sua fiducia parla a cuore aperto con la sincerità di un bambino, ma la timidezza prevale di gran lunga e per lui, che non ha nessuna difficoltà ad affrontare l’obiettivo di una macchina da presa, far fronte a un intervistatore armato di domande è tutta un’altra cosa.

È un uomo che prende sul serio la vita e sé stesso, e desidera che anche gli altri facciano altrettanto, è accorto, parsimonioso, frugale: “È così che sono stato allevato, perché eravamo in tre e dovevamo vivere con sette scellini e sei pence alla settimana. […] il successo era un modo per sfuggire alla prigione della miseria. […] È l’umiliazione della povertà che è tanto penosa”.

Nel suo tempo libero, i suoi svaghi consistono più che altro nel passeggiare per le strade e osservare i bambini, evitando in genere di farsi riconoscere. Il suo massimo passatempo è passeggiare per strada la sera con qualche amico, discutendo per ore di arte, religione, libri e teorie sulla bellezza.

Gli piace passeggiare in genere, anche in mezzo alla folla delle città, intanto che costruisce mentalmente la trama dei suoi film: “La gente è così triste e buffa, così patetica e assurda. Mi piace frequentare i parchi pubblici e le tavole calde, e gli altri posti dove va la gente”.

Immagina il genere umano come la malavita degli dèi: “Quando gli dèi vogliono farsi un giro nei bassifondi, vengono a visitare la terra. […] non nutro esattamente il massimo rispetto per il genere umano”. Confessa che ci sono giorni in cui il contatto con qualsiasi essere umano lo fa star male fisicamente, che in quei momenti, in quei periodi, oppresso da ciò che i romantici definivano “stanchezza del mondo”, si sente un completo estraneo nei confronti della vita, come avesse sbagliato pianeta.

Per dimenticare il mondo e i suoi problemi, a volte fugge sull’isola di Santa Catalina, in California, dove si dedica alla pesca. Nel suo studio esporrà una sua foto con accanto un pesce enorme, di sessantatré chili: “Tirarlo su è stata un’impresa! Dopo aver acchiappato un bestione come quello, quando ributti l’amo speri davvero di non ripetere l’impresa!”.

Mentre in gioventù gli piace ricoprire il ruolo del conversatore sofisticato negli angoli dei salotti, qualche anno dopo ammetterà di stare bene insieme a persone con le quali non deve quasi aprire bocca, e non perché ritenga la gente parli troppo, ma perché è molto raro riuscire a cogliere la vera personalità dell’interlocutore durante una conversazione: “Noi ci nascondiamo sotto le parole”.

Pur essendo stato per un certo periodo un maratoneta accanito e ami giocare a bowling, Chaplin non è uno sportivo, anzi, è piuttosto pigro, e quando è in casa da solo suona il violino per svago.

Mordaunt Hall, critico cinematografico del New York Times, scrisse che nulla poteva costringere Chaplin a fare una cosa se non ne aveva voglia, nemmeno lavorare a un film. Raccontò che, nel pieno delle riprese de La febbre dell’oro, Chaplin era stato preso da una tale passione per il violino che trascurò la sua creazione artistica a favore dello strumento.

Chaplin reputa il cinematografo un mezzo espressivo che assomiglia alla musica più di qualunque altro: “Come la musica, tutto parte sempre – almeno per me – non da un’idea, ma da un’emozione, e da quell’emozione nasce l’idea. […] un momento non c’è nulla, solo una specie di moto che non si può vedere ma si sente, e poi all’improvviso… Oppure può capitarmi di sentire una musica e subito vedo qualcosa di più che una serie di gesti: sagome, figure… qualcosa che si sviluppa… chissà, magari l’embrione di un intero film”.

Sul fatto che il regista inglese non sceneggi mai l’intreccio delle sue comiche, val la pena ricordare una curiosità circa la lavorazione del film La febbre dell’oro, uscito nell’agosto del ’25. A un certo punto, Chaplin non trova le giuste motivazioni per portare avanti la storia. Gli è ovviamente chiaro che l’oro va cercato, trovato, ma non ha idea di cos’altro succederà. Si rende conto che non è per nulla facile trasformare in commedia storie cupe come quelle del grande Nord e dell’Alaska, ma una lettura gli viene in aiuto: “Ho pensato alla neve. Ho pensato alle gelate e [al protagonista] che si toglie i calzini e quelli restano in piedi da soli, i pantaloni restano in piedi da soli, cose di questo genere. […] Mi sono concentrato su una situazione specifica: la fame. Mi è venuta in mente leggendo un libro sulla spedizione Donner, una carovana di pionieri che si erano smarriti tra le montagne ed erano tutti morti di fame, con episodi di cannibalismo, si erano mangiati perfino i lacci delle scarpe e tutto il resto”. È grazie a questo episodio che Chaplin scopre esserci qualcosa di buffo anche in tragedie del genere: nasce da quanto sopra la famosa scena in cui, la Vigilia di Natale, Charlot fa bollire una sua scarpa e se la mangia insieme a Giacomone – personaggio interpretato da Mack Swain –, un corpulento cercatore d’oro che condivide con lui una baracca nel Klondike.

Nei suoi lavori, Chaplin preferisce “vedere un uomo che mescola il tè con un cucchiaino piuttosto che un vulcano in eruzione” o “l’ombra di un treno che passa su un viso piuttosto che un’intera stazione ferroviaria” – parole sue.

Benché desideri sempre infondere nelle sue opere una buona dose d’umanità, prova antipatia per il sentimentalismo, per cui fa molta attenzione a evitarlo.

Un po’ come i giapponesi e gli indiani d’America, prova una specie di ripugnanza per l’emotività sfrenata, tali manifestazioni le reputa indecenti.

Nella prefazione di Opinioni di un vagabondo, Dario Fo scrive di Chaplin che odiava il mondo che aveva intorno, il potere, la macchina del capitale, l’ordine dello stato con i suoi poliziotti, i suoi giudici e le sue galere, l’ordine morale della società, l’ordine del profitto commerciale, bancario, industriale, l’ordine religioso con le sue ipocrisie, i suoi dogmi e le sue false speranze – il regista inglese riterrà che molte religioni nella storia mondiale siano state poco più che “repressione e propaganda” – e, per finire, che odiava l’ordine culturale della borghesia e del capitale, e l’ordine dei suoi miti falsi e spesso infami: “L’America convenzionale, arroccata intorno al business, non lo amava, non gli perdonava le sue simpatie comuniste, i suoi presunti legami con la Russia, la sua presunta mancanza di patriottismo dovuta al fatto di non aver mai voluto prendere la cittadinanza americana”.

Nel 1921, quando gli verrà chiesto se un suo accenno a un possibile viaggio in Russia era stato fatto seriamente, risponderà che gli sarebbe piaciuto moltissimo andarci perché interessato a vedere come erano state messe in pratica le nuove idee, ma che lui è un artista, non un politico. Poi, ridendo, aggiungerà che di sicuro non ci sarebbe stato un film intitolato Charlot bolscevico. A proposito, nel 1925 risultava che i lavori di Chaplin andassero meglio in Unione Sovietica che in qualsiasi altro paese al mondo, ma non perché la gente di lì lo ritenesse divertente, tutt’altro, più d’uno usciva dalla sala in lacrime: “Laggiù mi ritengono un interprete della vita” – in Unione Sovietica arrivarono a mettere statue di Chaplin nelle nicchie che prima ospitavano quelle di santi o zar.

Chaplin crede nella sospensione del giudizio, nelle sue opere cerca di trasmettere il dubbio filosofico che prova nei confronti delle cose e delle persone. Se nella sua storia c’è un cattivo, cerca di fargli compiere una buona azione in modo tale che nella mente degli spettatori s’insinui il dubbio. Lo stesso vale per la virtù: “La mia filosofia di vita, se così la si può definire, mi impone di non essere troppo severo con gli sciagurati che sconcertano questo vecchio pianeta scontroso con le loro pagliacciate. Un po’ di delicato scetticismo contribuisce alla tolleranza e alla gentilezza. È facile giudicare. Non è altrettanto facile capire. E ritengo che l’arte esista, fra le altre cose, per migliorare la comprensione”.

Chaplin ritiene che ogni volta che uno comprende qualcosa, moltiplica sé stesso, e che per far questo siano utilissimi i film, quei “buchi di serratura” da cui si può osservare come vive l’altra metà del mondo: gente mai vista, consuetudini, convenzioni, perdite e salvataggi, grazie e disgrazie.

La figura del protagonista di Monsieur Verdoux – A Comedy of Murders è ispirata a quella del pluriomicida francese Henri-Désiré Landru, condannato a morte per aver ucciso dieci donne dopo averle sposate, mentre l’idea per il film gliela dà la commedia Arsenico e vecchi merletti.

Monsieur Verdoux, pellicola del ’47, è il primo film in cui Chaplin mette completamente da parte lo Charlot dai pantaloni abbondanti, il bastoncino dondolante, i baffetti a spazzola e il sorriso nostalgico. Il sottotitolo, “Una commedia di omicidi”, è una delle caratteristiche del film giudicate inaccettabili dall’MPPDA (Motion Picture Producers and Distributors of America), l’associazione che esercita funzioni censorie su tutte le pellicole prodotte a Hollywood. Chaplin acconsente ad apportare alcune modifiche minori – un paio di revisioni dei dialoghi –, ma non cede riguardo il sottotitolo. Alla fine, il film verrà classificato con la lettera B che, secondo il Codice Morale di Produzione vigente all’epoca, definirà l’opera come «parzialmente reprensibile dal punto di vista morale – per tutti», cioè appena un grado al disotto dell’approvazione piena.

Con Monsieur Verdoux Chaplin prova ad allertarci su una sua convinzione, il pericolo che la nostra civiltà contemporanea ci stia rendendo tutti assassini di massa: “[…] penso che queste armi di distruzione – e non credo di essere il solo a dire cose del genere, ormai è diventato un cliché – che la bomba atomica sia l’invenzione più orribile dell’umanità, e penso che ne abbiamo conferma ogni minuto che passa. Penso che creando tutto questo orrore e questa paura finiremo per diventare un branco di nevrotici. […] Credo che la nostra sia un’epoca amara. Vedo tanto odio nel mondo e mi pare che sia un periodo molto difficile. […] Quest’epoca di pregiudizi, di grossi pregiudizi, è limitatissima e… piena di contrapposizioni aspre, cosa che trovo piuttosto triste […]”.

Il 12 aprile 1947, il giorno dopo la prima mondiale di Monsieur Verdoux, Chaplin tiene una conferenza stampa in un salone da ballo di New York gremito di giornalisti che, sin dalle battute iniziali, assomiglia più che altro a un interrogatorio. Pur aspettandosi di dover discutere del suo film, Chaplin è un po’ sorpreso dai toni agguerriti e dai contenuti polemici delle domande. Questo perché alla maggior parte dei giornalisti non importa niente di Monsieur Verdoux, interessa molto di più attaccare il regista per le sue idee politiche. Dalla fine della guerra Chaplin ha difeso le cause della sinistra, pur condannando qualsiasi centralizzazione del potere che usurperebbe i diritti dell’individuo, e ha rilasciato diversi commenti pieni di buone intenzioni anche se piuttosto ingenui dal punto di vista politico, che alcuni interpretano come antiamericani altri, addirittura, come apertamente comunisti. Come tanti loro connazionali, molti giornalisti presenti in sala sono risentiti per il fatto che Chaplin ha vissuto, lavorato e fatto fortuna negli Stati Uniti per più di trent’anni, ma in tutto quest’arco di tempo non ha mai chiesto la cittadinanza. Nel corso della conferenza stampa Chaplin si definisce un internazionalista, un individuo che non vede perché la gente di tutto il mondo non possa vivere in pace – ecco qui l’ingenuità di cui sopra. Esprimendo la sua simpatia per tutti gli uomini, comunisti compresi, non tiene conto di certe correnti politiche che influenzano gli Stati Uniti tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta che faranno sì che, nel ’52, verrà negato a lui e alla sua famiglia il permesso di rientrare sul continente dopo esser stato in Europa.

Andrà a vivere sulle colline sopra Vevey, in Svizzera – in una grande villa oggi diventata Chaplin’s World, un museo a lui dedicato –, e lì vivrà sino alla fine dei suoi giorni, il 25 dicembre del 1977. Mai più rientrerà negli U.S.A.

Eppure, sino a una decina d’anni prima il sentimento generale era tutt’altra cosa: quando nel 1941 la Germania nazista invade l’Unione Sovietica, molti americani chiedono agli alleati di aprire un secondo fronte in occidente contro le potenze dell’Asse, e Chaplin è uno di questi. Già famoso per capolavori come Il monello e Luci della città, s’impegna attivamente tenendo numerosi discorsi e realizzando una satira sul nazismo, Il grande dittatore. Ma alla fine del conflitto le cose cambieranno, agli occhi degli Stati Uniti l’Unione Sovietica prenderà il posto dei nazisti nel ruolo di avversario principale e il regista inglese diventerà bersaglio di un’inchiesta dell’FBI sulla sicurezza interna. Fra le altre cose, lo si accuserà d’aver detto durante un incontro culturale avvenuto al Carnegie Hall di New York il 16 ottobre 1942, che i documenti di cittadinanza non significano nulla e di essere un patriota dell’umanità – affermazioni che, davanti agli agenti, Chaplin non negherà d’aver pronunciato. Sempre durante l’incontro culturale tenuto a New York, Chaplin dirà che i comunisti sono gente normale, “come noi”, che è una stupidaggine sostenere che “i russi” sono senza Dio perché un popolo che combatte e che muore come ha fatto il popolo russo si avvicina a Dio. Durante l’interrogatorio al quale fu sottoposto nel 1948, di cui un estratto è riportato su Charlot sotto inchiesta. Un interrogatorio dell’FBI a Charlie Chaplin, puntualizzerà di non sentirsi legato ad alcun paese in particolare: “Mi sento cittadino del mondo. Sento che quando verrà il giorno e noi avremo abbattuto le barriere eccetera eccetera, allora la gente potrà andare e venire per tutto il mondo ed essere parte di tutti i paesi, e questo è quanto ho sempre pensato sulla cittadinanza”.

Racconterà a Bosley Crowther, giornalista e critico cinematografico statunitense che lo andò a trovare in Svizzera nel 1960: “Quando l’FBI mi chiese se seguivo «la linea del partito», io gli dissi che non lo sapevo perché non sapevo cosa fosse questa «linea». Gli chiesi se lo sapevano loro. Non lo sapevano. Così non approdammo a nulla”. Durante questo incontro dichiarò anche di essere “un internazionalista, un fanatico della pace”.

È difficile non restare impressionati dall’attualità di un confronto come quello tra gli agenti dell’FBI e Chaplin, da questa caccia alle streghe praticata nel dopoguerra statunitense poi culminata col maccartismo, troppo simile a quella che oggi si pratica contro chi non predica ciò che il mainstream pretende.

Già nel ’36, quando a New York esce Tempi moderni che prende in giro l’era delle macchine, c’è chi insinua che Chaplin sia comunista o, se non rosso, “almeno rosa”.

Nel 1957 esce a Londra il suo primo film realizzato in Europa, Un re a New York, in cui traspare tutto il suo risentimento verso il paese che gli ha revocato il permesso di rientro, dove mette alla berlina con severità e senza troppo umorismo la televisione, la pubblicità americana e le indagini del Congresso degli Stati Uniti sulle attività antiamericane. A proposito di TV, dieci anni dopo Chaplin ammetterà col giornalista inglese Francis Wyndham d’aver apprezzato un dramma televisivo “molto misterioso e interessante” intitolato Il guardiano; sarà la stessa occasione in cui gli confiderà d’essersi “divertito un mondo” con Agente 007 – Missione Goldfinger di Guy Hamilton, d’aver trovato “molto banale” Il dottor Živago di David Lean e “lentissimo e noioso” Blow-up di Michelangelo Antonioni. Sempre nel ’67, riguardo il suo lavoro da regista, dirà di aver sempre fatto film così come li sentiva perché “regole non ce ne sono”.

Tornando al ‘57, Ella Winter – giornalista, attivista e sostenitrice dei lavoratori agricoli migranti – riporta queste parole di Chaplin: “Per quanto riguarda la politica, sono anarchico. Detesto i governi e le norme e le… pastoie… Non sopporto di vedere gli animali in gabbia… Gli individui devono essere liberi”.

Ancora una cosa. Nel 1940, al giornalista Robert Van Gelder, Chaplin dice che leader con cervelli di decimo ordine si sono impadroniti dei nuovi strumenti di propaganda e che li stanno usando per distruggere la buona condotta del mondo, quella civile, generosa: “Io sono il clown, che cosa posso fare di più efficace che sbeffeggiare questi individui che stanno costringendo l’umanità a marciare al passo dell’oca, che […] stanno prendendo a calci l’umanità? I pessimisti dicono che potrei fallire: che i dittatori non fanno più ridere, che il male è troppo serio. Questo è sbagliato. Se c’è una cosa che so è che il potere può sempre essere messo in ridicolo. Più un individuo arriva in alto, più forte lo colpirà la mia risata”.

Sono io distratto o anche voi non vedete alcun “clown” sbeffeggiare gli attuali leader con cervelli di decimo ordine che stanno costringendo l’umanità a marciare al passo dell’oca? Sarà mica che gli strumenti di propaganda del giorno d’oggi hanno definitivamente distrutto “la buona condotta del mondo, quella civile, generosa”?

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giovedì 5 novembre 2026

Dio ride – Giovanni Veronesi

già ne Il nome della rosa Jorge da Burgos aveva avvelenato le pagine del libro di Aristotele, perché ridere fa molto male, sopratutto alla fede.

Leopoldo di Casamacchia è un povero frate che ha il dono di diffondere il vangelo riuscendo a far ridere la gente, e i bambini.

ma ridere ascoltando le storie di Gesù è vietato davvero, e il Sant'Uffizio, da par suo, interviene.

e, come Beniamino Zuncheddu, fra Leopoldo rifiuta di dichiararsi colpevole.

Pierfrancesco Favino è il frate, in modo davvero convincente, e Silvio Orlando (bravo come sempre) è l'inquisitore col tarlo del dubbio, ma non abbastanza.

un film che non delude, non perfetto (ma che importa?), ma è un film che merita.

buona (ridente, ma non troppo) visione - Ismaele



 

…La forza di Dio ride sta nella capacità di tenere insieme commedia e tragedia, leggerezza e pensiero, fede e dubbio. Fa ridere e fa piangere, come le grandi commedie italiane evocate dal regista, senza trasformare il dolore in spettacolo né la spiritualità in retorica. Si esce dalla sala commossi, ma soprattutto con una sensazione di forza: la possibilità di essere liberi, di amare davvero e di non smettere di cercare la propria voce. Il potere teme le persone che ridono insieme perché, in quell’istante, non sono più sole. Ed è forse proprio dietro quel sorriso che l’amore trova il suo nascondiglio più luminoso.

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…La sceneggiatura preferisce continuamente la strada più semplice. Quando si affacciano questioni complesse legate al rapporto tra istituzione religiosa e spiritualità popolare, il film tende ad alleggerirle rapidamente. È una scelta precisa e probabilmente coerente con le intenzioni degli autori, ma finisce anche per ridurre l’impatto complessivo dell’opera. Lo stesso processo inquisitorio che costituisce il cuore della vicenda viene affrontato più come occasione narrativa che come autentico confronto ideologico.

Da questo punto di vista il film sembra raccogliere idealmente una parte del messaggio reso popolare da Papa Francesco, la cui idea di una Chiesa capace di portare gioia, serenità e vicinanza umana attraversa molti passaggi del racconto. È probabilmente uno degli aspetti che potrebbero favorire l’incontro con il grande pubblico. La regia di Veronesi accompagna questa impostazione con eleganza e senza particolari virtuosismi.

Alla fine della visione rimane la sensazione di aver assistito a un’opera onesta, costruita con professionalità. Rimane però anche il dubbio che, con un po’ più di coraggio narrativo e una maggiore profondità nella scrittura, il film avrebbe potuto lasciare un segno più duraturo. Dio Ride non cambierà il panorama del cinema italiano né diventerà un riferimento del genere. È però una commedia storica garbata, positiva. E, in un periodo spesso dominato da opere che cercano continuamente di stupire, la sua semplicità può rappresentare tanto un limite quanto una qualità

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…Alla fine resta la sensazione di aver visto un film davvero bello, ma anche di aver assistito a un’occasione in parte mancata. Giovanni Veronesi dimostra di saper affrontare un territorio nuovo con personalità, costruendo un’opera visivamente splendida e sostenuta da un cast meraviglioso. Tutti gli interpreti offrono prove di grande livello, ma sono soprattutto Pierfrancesco Favino e il solito, straordinario Silvio Orlando a giganteggiare, dando vita a un confronto attoriale che da solo vale la visione. La ricostruzione storica, le location, i costumi, la fotografia e la regia sono elementi di assoluto pregio. È proprio per questo che dispiace vedere una sceneggiatura che non riesce sempre a tenere il passo, lasciando alcune intuizioni per strada e togliendo forza a un racconto che avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare qualcosa di memorabile. E qui sta il nostro rammarico: Dio ride aveva il potenziale per essere un capolavoro. Non gli mancavano le idee, gli interpreti, la bellezza delle immagini o l’ambizione. Gli è mancata soltanto quella compattezza narrativa necessaria per far funzionare tutto alla perfezione. Rimane comunque un ottimo film, una piacevole sorpresa e una prova importante per Veronesi, che dimostra di poter fare cinema anche lontano dai generi che lo hanno accompagnato finora.

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…Casamacchia non esiste, Leopoldo se l’è inventato perché il nome gli piaceva, è un orfano che si è dato un’origine e un cognome da solo, ancora prima di crearsi un Dio. In sostanza, Leopoldo è un resistente, un antagonista della Chiesa cattolica romana del suo tempo, un outsider che non chiede di essere integrato nell’istituzione, ma le si oppone dall’esterno con le sue armi in maniera quasi involontaria. Viene da pensare a frate Ginepro e al Francesco “giullare di Dio” di Rossellini, altro folle santo che sceglieva il riso e la povertà come forma di dissenso più che di dottrina, o, spostandosi sul piano storico, a una figura come Giordano Bruno, bruciato proprio a Roma pochi decenni prima per una cosmologia personale che la Chiesa non poteva assimilare. Leopoldo appartiene a quella stessa genealogia di eretici gentili, di uomini che l’istituzione non riesce a correggere e quindi deve eliminare…

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martedì 3 novembre 2026

Maccheroni – Ettore Scola

il film è tutto nei personaggi interpretati da Marcello Mastroianni e Jack Lemmon, il film non sarà un capolavoro, ma vedere loro due insieme, in una sceneggiatura di Ettore Scola e Ruggero Maccari, è proprio un regalo.

buona (napoletana) visione - Ismaele

 

 

QUI o QUI si può vedere il film completo

 

 

Una gustosa commedia, interpretata con grande convinzione da due "mostri sacri" del cinema, Marcello Mastroianni e Jack Lemmon in piena forma,  che il regista Ettore Scola ha saputo dirigere con sapiente maestria, nonostante i ruoli tanto distanti e non facili: un americano e un napoletano devono confrontarsi, dopo quarant'anni, su una vicenda che per il primo non esiste più nella sua memoria, mentre per il secondo è stata una delle sue ragioni di vita, dettata da un altruismo facilmente riscontrabile in ambito partenopeo…

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La storiella può sembrare all'acqua di rose ma Scola ha saputo dirigerla con delicatezza, gusto e humor.

Un americano torna a Napoli dopo quarant'anni e ritrova il fratello della sua fidanzata di allora. Si accorge quindi che quest'ultimo gli ha costruito addosso un personaggio eroico che non esiste ed ha anche scritto delle lettere inventate...

La storiella può sembrare all'acqua di rose ma Scola ha saputo dirigerla con delicatezza, gusto e humor. I personaggi sono tutti ben costruiti, il ritmo regge bene e Mastroianni e Lemmon, insieme, sono uno spettacolo unico al mondo.

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Sicuramente Ettore Scola ha fatto film migliori,e non mancano le banalita'in questa commedia motlo napoletana su un'amicizia tra l'impiegato partenopeo Antonio Cifariello (Mastroianni) e il manager Robert(Lemmon). Ma "Maccheroni" e'un film che,nonostante in alcuni momenti lasci trasparire una confezione televisiva,ha anche momenti toccanti,battute memorabili ("L'amicizia serve a non rompere i coglioni agli amici") e il duello amichevole,tra due grandissimi della recitazione. Cinema di sentimenti ma non di sentimentalismi,il film di Scola e'gradevole,che certamente poteva risultare un capolavoro, ma forse il regista avellinese si e'lasciato "corrompere" dalla bravura dei suoi splendidi interpreti: e quando il film si conclude, ci si scopre anche nostro malgrado un po'commossi.

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…La storia è quella di un impiegato napoletano che per quarant’anni ha scritto finte lettere ai familiari spacciandosi per il giovane soldato americano che ebbe un flirt con la di lui sorella; quando l’americano giunge a Napoli, ormai ricco industriale sessantenne, scopre la verità e un affetto sconfinato da parte della comunità. Perché tutto ciò è accaduto?

La trama, di un’esilità abbastanza palese, è l’occasione per affrontare almeno tre temi: Napoli, raffigurata con le luci sporche di Claudio Ragona, nei suoi aspetti più antiretorici ed inconsueti; i sentimenti senza doppi fini, presi per ciò che sono e nella dimensione più intima e sincera; la sceneggiata napoletana che si incontra col melodramma moderno a sua volta contaminato con la commedia all’italiana e con il camorra movie…

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…Sono pochissime le scene in cui si nota il tocco profondo di Ettore Scola, come ad esempio nella scena del pre-finale, in cui il regista riesce a ritrovare il tatto filmico adeguato, sapendo dosare l’emozione, a cui si aggiunge la bravura dei due attori, che finalmente trovano il giusto equilibrio recitativo. Sullo sfondo di questo inno all’amicizia, appare Napoli. La città partenopea non ha la funzione di semplice fondale, ma diviene quasi sineddoche dell’intero paese Italia degli anni Ottanta. Ettore Scola non abbellisce completamente Napoli abbellita, perché cerca di mostrarcela con i suoi problemi quotidiani, ad esempio il grottesco traffico napoletano o la camorra (benché argomentazioni rappresentate in modo velleitario), però non riesce ad evitare i dozzinali luoghi comuni sulla città campana, come la presenza del presepio, l’intonazione della canzone napoletana oppure il babà, come attesta la scena in cui Mastroianni decanta a Lemmon un “ode” al maxi super babà tipico di Napoli.

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domenica 1 novembre 2026

Don't Be Afraid - Mats Udd

 

Silvano Agosti a 88 anni è un genio della libertà, ora anche premiato dalla Federazione italiana cineclub - Ricky Farina

Ho conosciuto Silvano Agosti presentandogli Alda Merini, fu un incontro spettacolare tra due anime e due corpi meravigliosi (i poeti sono tutti belli), portai la signora Merini a vedere La seconda ombra, il film che Silvano dedicò al suo amico Franco Basaglia, un altro grande liberatore. Silvano le schioccò un bacio portentoso sul volto e Alda esclamò: “Ma che bacio eclatante“.

Eclatante, poteva scegliere tra mille aggettivi, scelse “eclatante”. Perfetto, non poteva dirlo meglio. I poeti hanno questo di meraviglioso: sanno scegliere le parole giuste. E provate ad ascoltare Silvano Agosti quando parla di libertà, della nostra libertà, la libertà che ci è dovuta e che dobbiamo conquistare ogni giorno, non c’è una parola fuori posto, e i concetti più complessi diventano magicamente lievi come il volo di una farfalla.

Quell’incontro tra due titani gentili è un mio vanto, ne sono stato l’artefice, ma la cosa che mi colpì di più furono le parole che mi disse Silvano: “Sento che tra noi due sta per nascere una bellissima amicizia”. Era il Duemila, sono passati 26 anni, 26 anni di un’amicizia inestinguibile. Pensate all’emozione per un filmmaker dilettante come me, sentirsi dire queste parole da un poeta del cinema; dico sempre che la mia scuola di cinema è stata Silvano Agosti, passare con lui giornate deliziose a Roma o a Milano,
osservarlo, filmare il suo sguardo che si posa sul mondo per ricrearlo, sentirlo dire: “Guarda quei piccioni, camminano tutti con le mani in tasca”, tutto questo ha più valore di cento lezioni sul piano sequenza o il montaggio alternato.

Uno dei ricordi più suggestivi (tra i tanti) è stato vederlo uscire dalla presentazione del suo libro Lettere dalla Kirghisia alla Feltrinelli di piazza Piemonte, dopo essere stato più di un’ora a firmare il libro e a trovare per ogni copia una dedica speciale, Silvano aveva la vescica piena e doveva fare la pipì, capita anche ai poeti di fare la pipì, eravamo proprio fuori dalla libreria, vicino a un’aiuola in mezzo al traffico, l’ho visto tirare giù la cerniera e svuotarsi allegramente su un docile e accogliente alberello, come un fanciullo innocente, intoccabile da qualsiasi multa, puro come un sogno, e mi sono detto: “E’ immortale, non poteva che fare la pipì così, è un poeta”. Poi ha accarezzato l’erba per asciugarsi le mani, ha raccolto tre piccole margherite e me le ha donate.

Le volte che ha dormito a casa mia, l’ho visto togliersi un calzino e metterlo delicatamente sul cuscino mentre mi parlava di Fellini, e ho pensato: “Ecco che cosa voleva dire Mallarmé quando dice ‘il fantasma di un gesto’.” La mattina, prima di ripartire per Roma, mi lasciava sempre una composizione colorata di peperoni sul tavolo, con un biglietto di ringraziamento per l’ospitalità. I fiori sarebbero stati banali, niente fiori, peperoni. Ecco che cosa hanno di straordinario i poeti, ti sorprendono, ti lasciano a bocca aperta, fanno sempre qualcosa d’insolito che ti resta dentro e che ti suggerisce un altro modo di vivere, di stare al mondo, un altro modo di pensare e di godere, godere di ogni attimo che ci trafigge con amore.

Silvano è un genio della libertà, stare vicino a lui ti fa sentire possibile questa fantomatica felicità che tutti cercano, ti fa capire che la felicità non è nulla di estatico o eclatante (come direbbe Merini), me lo insegnò una notte, bevendo alla fontanella che sgorga vicino al suo cinema Azzurro Scipioni, “Sai, Riccardo, la felicità non è un fenomeno isterico, non significa fare salti di gioia, la felicità è la cosa più semplice e naturale che ci sia, ti devi immaginare di avere una macchina con la benzina, le ruote gonfie, poi infili le chiavi, metti in moto e vai, tutto qui”. Nonostante i rincari del carburante, penso sia la definizione di felicità più bella che abbia mai sentito.

Ridendo e scherzando Silvano è arrivato a 88 anni, età ancora acerba per lui che vuole dimostrare che un uomo felice può in tutta tranquillità spegnere 140 candeline, se non 150. Del resto che cosa vuoi dire a un uomo che sulla sua lapide vuole incidere questa frase: “Torno subito”. Che altro c’è da aggiungere?

Solo la vita. Nient’altro. Ho saputo che recentemente Silvano ha ricevuto un premio dalla Fedic, la federazione italiana dei cineclub, ecco a voi la motivazione: “Per una vita dedicata a un cinema libero, radicale e indipendente, capace di interrogare il potere, difendere l’autorialità e fare della cultura cinematografica uno spazio di libertà”. Mi sembra un’ottima motivazione, è vero, Silvano ha sempre interrogato il Potere e lo ha sempre rimandato a settembre, chissà, magari un giorno anche il Potere si risveglierà fanciullo e verrà finalmente promosso… nel regno dei viventi.

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