giovedì 16 aprile 2026

Bastarden (La terra promessa) - Nikolaj Arcel

pur non avendo alcuna conoscenza della lingua danese, ho il sospetto che il titolo italiano non sia la traduzione letterale del titolo originario.

il film è come un western, in salsa danese, l'epica di un uomo contro la natura e tutti i potenti nobili merdosi (a cui sarebbe stato giusto tagliare la testa).

il protagonista è Ludvig (il sempre bravissimo Mads Mikkelsen), ma anche Anmai Mus (la bambina zingara) è bravissima.

un film che non delude, promesso.

buona (bastarda) visione - Ismaele


 

 

Mads Mikkelsen offre una performance straordinaria nel ruolo del capitano Khalen, la cui determinazione e forza di volontà lo rendono un personaggio affascinante e profondamente umano. La sua solitudine iniziale viene gradualmente mitigata dall'arrivo di due figure femminili: la vedova di un contadino fuggitivo e la cugina/fidanzata di De Shinkel, entrambe vittime delle crudeltà del nobile. Queste alleanze contribuiscono a rendere la narrazione più ricca e stratificata, aggiungendo ulteriori livelli di emotività e conflitto.

Arcel dirige con maestria un film che richiama il western americano e il mito biblico della Terra Promessa, offrendo uno sguardo crudo e realistico sulla brutalità dell’epoca. La rappresentazione delle classi sociali svantaggiate, esposte alla ferocia e alla tirannia dei nobili, è potente e straziante. Il film non esita a mostrare la violenza e la sofferenza inflitte da De Shinkel, rendendo palpabile l'ingiustizia sociale e la lotta per la sopravvivenza…

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Bastarden non è un film ottimista, anche se non manca qualche momento di umorismo. La maggior parte delle scene ruotano attorno a Ludvig e al suo estenuante impegno nella coltivazione del suolo e nella rimozione delle rocce, incurante di vento, pioggia, sole e neve. E la sua determinazione si fonde con la sua solitaria disperazione, almeno fino a quando non inizia a capire che la sua non può essere un’impresa da compiere da solo e che la famiglia che trova lungo la strada può valere più di un titolo nobiliare.

Ed è qui che il film mostra il suo valoreAiutato anche da un Mikkelsen magnetico: stoico, riservato ma anche colmo di emozioni. I suoi occhi, il suo volto espressivo danno al personaggio molta profondità, nonostante parli a malapena! Ludvig è fondamentalmente una brava persona e, anche se non è sempre buono, è così affascinante che ci immedesimiamo con lui. E questo è un aspetto essenziale, perché gran parte del film si basa sulla nostra capacità di connetterci con il protagonista.

La terra promessa riesce a essere esteso ma allo stesso intimo, perché lascia che l’occhio dello spettatore viaggi lungo terre brulle e sterminate per poi posarsi sulla vita di un singolo uomoLa sua narrazione procede con fluidità, senza la fretta di fornire momenti spettacolari, ma al contempo è intrisa di emozioni. C’è una bellezza intrinseca nella sua desolazione e, così come il primo germoglio che spunta dalla terra arida, il film si rivela un’esperienza che cresce nell’animo di chi guarda.

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Mads Mikkelsen è il mattatore, figura alla Clint Eastwood, sguardo di ghiaccio e quasi immune a ogni accadimento: eccezionale. Il resto è freddo e western, dove al posto del deserto c'è la brughiera, dove i "villains" sono facilmente riconoscibili e dove si empatizza in cinque minuti con questo comandante severo ma dal cuore puro. Insomma, il film ha tutti i crismi del kolossal, ma non affoga nello zucchero e quando deve colpire duro lo fa senza problemi. Due ore di visione mai noiosa, con attori, tutti, in splendida forma. Un western in costume di buona efficacia che sta già riscuotendo i suoi bei premi, del tutto meritati. Viva la Danimarca e il suo Cinema.

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La terra promessa è ispirato a una storia vera, ma è soprattutto una trasfigurazione cinematografica di un episodio poco noto della storia danese, raccontato con il linguaggio del western e con un forte centro morale. Un film che non idealizza il passato, ma ne recupera la forza narrativa, dimostrando che si possono ancora realizzare epici storici adulti, complessi e profondamente umani.

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Arcel imposta la narrazione seguendo la traccia, a volte in modo un po' troppo pedissequo, di un glorioso genere cinematografico: il western. Abbiamo la terra da conquistare e bonificare, abbiamo i coloni più o meno recalcitranti, abbiamo la donna forte pronta ad affrontare le avversità e, soprattutto, abbiamo l'eroe e abbiamo il cattivo. Quest'ultimo è un perfido perverso e crudele da far invidia agli spaghetti western, capace di far seguire ad un'efferatezza un'altra ancor più sadica e distruttiva. In nome di un preteso diritto sostenuto da una sostanziale stupidità.
Contro di lui ovviamente abbiamo l'eroe che però, nella concezione del regista non rappresenta l'utopista pronto a sfidare chiunque pur di tentare l'impossibile. Arcel lo vede piuttosto come colui che è praticamente posseduto da un'unica idea che gli fa perdere di vista la complessità di una vita che può essere pienamente vissuta solo se se ne colgono i molteplici aspetti, talvolta anche caotici, ma degni di attenzione e partecipazione emotiva…

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Mads Mikklesen è il perno attorno al quale ruota tutto il film, ma il suo magnetismo non basta a far scivolare due ore che risultano a tratti pesanti e che dopo un inizio “ad ampio respiro”, dove a dominare è il taglio epico da epopea western, scivola sempre di più verso un melodramma delirante e un finale quasi dovuto.

La terra promessa è un film godibile, ma non necessario. Apprezzabile per il comparto tecnico e per la recitazione, oltre che di Mikkelsen, della giovane Hagberg Melina e Simon Bennebjerg, nei panni di un De Schinkel sempre più fuori controllo.

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La terra promessa è un film avvincente e concreto, dal forte impatto (l’aria di casa deve essere stata salutare per il regista) e scandito da una linea di condotta esemplare/inalterabile, che pianta con fermezza le sue bandierine per poi stazionare al fianco di quei reietti che tentano disperatamente di rovesciare le sorti a loro assegnate, di far valere quei diritti fondanti, arbitrariamente negati. Con una road map coerente e pugnace, che sa esattamente quali fini raggiungere, e una rappresentazione integrativa, piena di risorse, tra obiettivi da non farsi sfuggire e danni collaterali, armi impari e determinazioni incrollabili, criticità putrefatte e arricchimenti frontali, con un respiro che non si preclude alcun orizzonte (vedasi una prolungata e toccante chiusura).

Spigoloso e coriaceo, disilluso e aspro, suffragato da parametri di autorevole/evidente spessore.

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mercoledì 15 aprile 2026

La salita - Massimiliano Gallo

a partire da un fatto vero, l'intervento di Eduardo De Filippo a favore degli ospiti del carcere minorile di Nisida, con l'arma del teatro, Massimiliano Gallo, già attore di teatro (e marito di Imma Tataranni in una famosa serie tv), alla prima regia, dirige non un capolavoro, ma un film solido, che si fa vedere bene.

un film che ha un cuore, con attori e attrici bravi (e ben diretti), in una storia con un finale ottimista, nei titoli di coda appare Eduardo, quello vero, l'ispiratore del film.

presente in non troppe sale, un film che merita.

buona (Nisida) visione - Ismaele


 

…La potenza del messaggio di Gallo risiede nella capacità di trasmettere il valore profondo della recitazione, intesa non come mero intrattenimento ma come un faticoso e nobile percorso di lavoro che si oppone alle scorciatoie della malavita: l’immensità di Eduardo si manifesta proprio in questo impegno civile, volto a ricostruire fisicamente e moralmente il teatro del carcere per offrire ai detenuti una seconda occasione attraverso la conoscenza della cultura e della disciplina scenica.

Il film insegna che la vera salita è quella che porta alla scoperta di se stessi e alla rinuncia alla violenza in favore di un futuro costruito con dignità: in questo senso, la presenza di Eduardo funge da guida spirituale che scavalca le pastoie burocratiche per restituire speranza a giovani vite altrimenti destinate alla marginalità.

Particolarmente preziosi risultano i video di repertorio inseriti in coda alla pellicola, i quali mostrano il vero discorso tenuto dal Maestro ai ragazzi di Nisida: un momento di altissimo valore documentaristico che viene ripreso e recitato nel film con una perfezione filologica che commuove e fissa definitivamente il senso profondo dell’intera operazione…

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…E’ stato proprio Massimiliano Gallo a dichiarare quanto segue: “Per il mio debutto alla regia volevo avere la piena consapevolezza di quello che stessi facendo. Volevo avere la capacità e la forza di raccontare la storia con il mio sguardo, dal mio punto di vista. Con questo film, spero di esserci riuscito. Probabilmente perché è una storia che mi appartiene, che racconta il vincolo, la speranza di alcuni ragazzi e la voglia di riscattare la propria vita. E poi, perché racconta di Eduardo De Filippo e del suo impegno con i ragazzi di Nisida. È una storia che rende omaggio al Teatro e al suo potere salvifico, che in pochi conoscono e per questo andava raccontata».

Possiamo assolutamente dire che Gallo ci è riuscito pienamente, costruendo un racconto corale, in cui le dinamiche carcerarie si intrecciano con relazioni umane complesse, tensioni emotive e possibilità di cambiamento. Il titolo stesso del film assume un valore simbolico e valido per i giovani di tutte le epoche: non indica una fuga o una liberazione immediata, ma un percorso faticoso verso una possibile crescita interiore e ci invita a riflettere su temi estremamente importanti come la detenzione, l’identità, la marginalità sociale e soprattutto la capacità dell’arte di aprire spiragli anche nei contesti più chiusi.

E’ innegabile che il regista dimostri, fin dalle prime scene, una chiara volontà autoriale. Gallo racconta, infatti, una storia collettiva senza rinunciare all’intimità dei singoli personaggi. Il suo sguardo è sincero e partecipe, capace di restituire un’epoca e un contesto senza indulgere in nostalgie superficiali che potevano risultare stucchevoli. Altro elemento importantissimo è la Napoli degli anni ’80, che non è solo uno sfondo bellissimo, ma proprio un organismo vivo, segnato da contraddizioni sociali e culturali, che il film prova a catturare con rispetto e attenzione…

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martedì 14 aprile 2026

Un anno di scuola - Laura Samani

Fred, Antero, Mitis e Pasini sono i protagonisti diciottenni, una ragazza svedese e tre ragazzi triestini.

la regista (l'opera prima è Piccolo corpo) ci mostra le loro incomprensioni e poi le comprensioni, ed è una scoperta la loro amicizia.

dice Paul Nizan:

Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita. 

e anche:

Tutto congiura per mandare il giovane in rovina. L'amore, le idee, la perdita della famiglia, l'ingresso tra gli adulti. E’ duro imparare la propria parte nel mondo. 

un film che merita molto.

buona (giovane) visione - Ismaele


QUI un'intervista ai quattro protagonisti


 

…Il suo film riesce a raccontare con freschezza e sincerità l'universo degli adolescenti e la nascita di un rapporto di profonda complicità, senza scadere nei cliché di tante produzioni giovaniliste. L'adattamento scritto dalla Samani con Elisa Dondi dimostra una notevole capacità di adeguare un racconto di un secolo fa alle dinamiche contemporanee (il film è ambientato nel 2007, ha spiegato l'autrice , perché è l'anno del suo diploma , dell'entrata della confinante Slovenia nell'area Schengen e l'ultimo anno senza Facebook in Italia). Mi è anche piaciuto come affronta il rapporto maschi/femmine senza scadere nel pistolotto femminista che ammorba ormai quasi ogni produzione contemporanea: all'inizio quando la protagonista viene bullizzata temevo che l'autrice avrebbe preso questa facile strada, mentre poi lo sviluppo mi ha invece positivamente stupito per la capacità di scavare molto più nel profondo rispetto alle prediche contro il cosiddetto "patriarcato", senza neppure nascondere i muri e le difficoltà che la ragazza ha dovuto affrontare al momento dell'ingresso nel contesto tutto maschile della classe, e la forza a cui ha dovuto far ricorso per non farsene schiacciare. Anche l'attrice e i tre attori protagonisti , scelti dopo un casting diffuso nelle scuole superiori del Friuli-Venezia Giulia, conservano una freschezza adolescenziale che li rende particolarmente credibili nei loro ruoli.

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…Il film è una commedia giovanile girata molto bene, in modo coraggiosamente non convenzionale in un contesto giovanile che, al contrario, visti anche i superficiali precedenti già girati sull'argomento, si è sempre prestato a puerili e grossolane banalizzazioni per acchiappare consensi di massa.

Il nuovo film della Samani invece appare inflessibile a simili degenerate tentazioni, concentrandosi a parlare di giovani senza inutili edulcorazioni, rifugge do luoghi comuni ma restando sul contemporaneo e sul realistico.

Una storia di amicizia, rivalità, di primi amori, che si sviluppa intelligentemente senza cadere nelle trappole tipiche dello spottone tipo cornetto gelato.

Un anno di scuola si presenta pertanto come un film schietto ed onesto, sanamente realistico, in grado di trattare lucidamente argomenti molto rischiosi, che potrebbero degenerare in filmetti di totale inconsistenza in zona "Tre metri sopra il cielo" o "Scusa ma ti voglio sposare", per citarne a primo ricordo due esempi davvero tristemente indicativi.

Tutto ciò viene saggiamente e sapientemente evitato, fornendo il film un ritratto credibile della gioventù odierna o comunque di un recente passato in cui gli studenti attuali sono in grado ancora di riconoscersi ed identificarsi.

Stella Wendick, l'ottima e tosta protagonista Fred, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno si rivelano quattro giovani attori esordienti davvero bravi, ed una scelta oculata che contribuisce non poco alla riuscita di questa seconda regia di Laura Samani.

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lunedì 13 aprile 2026

Giulio Regeni - Tutto il male del mondo - Simone Manetti

il regista ricostruisce la vicenda di Giulio Regeni, a dieci anni dalle orribili torture per una settimana fino alla morte, e dà voce ai genitori di Giulio e al loro avvocato, Alessandra Ballerini, che non si fanno convincere da imbroglioni e assassini.

questo è un film dell'orrore, mostrare le orribili facce dei governanti italiani, ma non solo, fa davvero paura (e schifo).

per sapere qualcosa in più sul modus operandi degli agenti egiziani si potrebbe (ri)guardare Omicidio al Cairo.

Giulio Regeni - Tutto il male del mondo è un film da non perdere, nella trentina di sale dove si può vedere.


ps1: il film non è stato ritenuto di ricevere contributi, mica è un film sull'immenso Gigi D'Alessio.

Giuli, il ministro con l'anello, più che Frodo è Frode, è un bugiardo, dice che la sottocommissione che ha deciso di non finanziare il film su Regeni è indipendente (sono amici suoi?) e lui non può intervenire (leggi qui), invece alla Biennale di Venezia lui interviene eccome (leggi qui).


sotto due articoli sullo scandalo dei finanziamenti al cinema (qui ne parla la mamma di Giulio):

Fondi al cinema: zero euro a Bertolucci e Regeni, un milione per D’Alessio - Thomas Mackinson

Abbasso Bertolucci, ma viva Gigi D’Alessio. L’ultimo film con sceneggiatura scritta da uno dei più grandi maestri del cinema italiano prima di morire non riceve neppure un euro dallo Stato. E nemmeno il documentario su Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo giusto dieci anni fa. Ma consoliamoci: in compenso, 1 milione di euro dei contribuenti italiani finanzia il biopic su Gigi D’Alessio, 800mila euro vanno al film Tony Pappalardo di Pingitore e 400mila a Il tempo delle mele cotte. E pensare che queste sono le scelte degli esperti della Commissione ministeriale per i contributi selettivi al cinema, chiamati a valutare secondo il criterio dell’“interesse artistico e culturale e dell’identità nazionale italiana”, con una dote complessiva di 14 milioni di euro.

Sul sito della Direzione generale Cinema sono stati pubblicati ieri gli esiti dei bandi selettivi 2025, destinati a finanziare a fondo perduto scrittura, sviluppo e produzione di opere di giovani autori, opere prime e seconde, cortometraggi e progetti di particolare qualità culturale.

Le risorse erano inferiori rispetto agli anni precedenti, ma comunque rilevanti: 38 milioni di euro, 15 solo per la linea dedicata alla “qualità artistica” e all’“identità culturale italiana”. A concorrere 45 progetti, di cui 22 ammessi al finanziamento. Ma a scorrere l’allegato con ammissioni, esclusioni e punteggi, viene da chiedersi quale criterio sia stato adottato dagli “esperti del ministero”.

Tra le opere di “qualità”, l’occhio cade subito sul primo degli esclusi: forse il caso più clamoroso. Non passa The Echo Chamber (Indigo Film), basato sull’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta con Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini poco prima della sua morte nel 2018. Un progetto con cast internazionale – Luca Marinelli, Alicia Vikander, Susan Sarandon –, musiche del compositore francese Clément Ducol e il coinvolgimento di professionisti pluripremiati tra Oscar e David di Donatello. Eppure, per la commissione non ha i requisiti di “artisticità, culturalità e identità nazionale italiana”. Il film di Andrea Pallaoro, costo 4,6 milioni e richiesta di 1,8 milioni sul bando qualitativo. Risultato: una produzione già candidata ai festival internazionali del 2026, da Cannes a Venezia, non prende un euro. Non è “meritevole”. E allora torniamo su.

Chi passa invece la rigorosa selezione “qualitativa”? L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, porta a casa 1 milione su un costo di 6,8 milioni. Tony Pappalardo Investigation di Francesco Pingitore ottiene 800mila euro. Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, 400mila. Prima degli esclusi è La sindrome degli amori passati di Chiara Malta (4,3 milioni di budget, 750mila richiesti), ma anche Illusione di Francesca Archibugi e Piercing di Margherita Ferri.

È un altro dato che pesa: nei due bandi più rilevanti, economici e culturalmente rilevanti, su 22 progetti finanziati non compare una sola regista donna. Unica eccezione parziale Margherita’s Pizza (320mila euro), forse perché assieme ad Alessia Caimorano lo co-firma Marco Pollini.

Le registe vengono di fatto relegate alle categorie minori – documentari, cortometraggi, giovani autori – dove si concentrano le poche ammissioni femminili. I commissari poi chi erano? Il solito film. Tra i cinque “esperti” spicca ad esempio Benedetta Fiorini, ex deputata leghista emiliana come la sottosegretaria con delega al Cinema Lucia Borgonzoni, viene ricandidata nel 2022 ma non viene eletta. A giugno 2024 però diventa membro del Cda di Enac. Segni particolari: selfie con la sottosegretaria.

Insomma, dopo quattro anni di furibonde polemiche della destra contro il cinema finanziato dallo Stato come “amichettificio” della sinistra, nelle mani della destra resta quello di prima: solo un affare per gli amici, soprattutto uomini, mentre la pretesa “qualità” continua a lasciare ampi margini di miglioramento

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“Taglio di 90 milioni delle risorse, ma 100 milioni di tax credit per film stranieri girati in Italia”, la lettera di 200 artisti contro il governo


Nel giorno in cui Cinecittà festeggia il ritorno all’utile e rilancia il proprio ruolo nel panorama internazionale, il cinema italiano si ritrova ancora una volta diviso e in polemica con il Governo sulla gestione dei fondi pubblici. Da una parte i numeri positivi degli storici studios romani, dall’altra la protesta compatta di autori e autrici che denunciano una redistribuzione delle risorse penalizzante per la creatività nazionale. La contestazione arriva attraverso una lettera aperta del Coordinamento Autori Autrici, firmata da oltre 200 protagonisti del settore: tra loro premi Oscar come Giuseppe Tornatore e Paolo Sorrentino, insieme a nomi come Paolo Virzì, Alba Rohrwacher, Marco Bellocchio e Matteo Garrone.

“Sembra incredibile ma è vero: mentre le risorse del Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo subiscono un taglio di 90 milioni, sale da 40 a 100 milioni la quota del tax credit dedicata ai film stranieri girati in Italia”, si legge nel documento. Una scelta che, secondo i firmatari, comporta un doppio effetto: “Il Governo decide di raddoppiare la spesa per l’attrazione delle produzioni estere, e diminuire di due terzi i fondi erogati dal Ministero della Cultura per il finanziamento di scrittura, sviluppo, produzione e distribuzione dei progetti audiovisivi italiani di particolare qualità artistica, dei documentari e delle opere di animazione”.

Nel mirino c’è in particolare il decreto di ripartizione del Fondo, che – secondo quanto riportato nella lettera – sarebbe passato “dai 696 milioni di euro del 2025 ai 606 milioni del 2026”. Da qui l’allarme del settore: “Così si uccide il nostro cinema”, scrivono sceneggiatori, registi, attori e compositori, dichiarandosi “fermamente contrari a questa scelta iniqua”, tanto più delicata perché inserita nel percorso verso una nuova legge di sistema destinata a incidere sul futuro dell’intero comparto. Gli artisti rivendicano quindi “con forza che tale riforma dovrà avere al proprio centro la creatività italiana”, ricordando che essa rappresenta “l’espressione dell’impegno di migliaia di lavoratrici e lavoratori del settore. Perché non c’è Italia senza Cinema”.

Eppure, mentre la filiera creativa lancia l’allarme, un altro segmento dell’industria mostra segnali di netta ripresa. Proprio a Cinecittà, durante l’evento “Cinecittà Interno Giorno”, sono stati presentati i dati del bilancio 2025, che segnano un ritorno alla profittabilità: utile netto di 1,1 milioni di euro, in forte controtendenza rispetto alla perdita superiore agli 11 milioni registrata nel 2024. Il miglioramento è legato soprattutto alla crescita dei ricavi – passati da 21,5 a 30,5 milioni (+43%) – e a una consistente riduzione dei costi di produzione. Numeri che superano anche le previsioni, trasformando una perdita stimata in un risultato positivo. A confermare il rinnovato dinamismo degli studios romani è anche l’annuncio di nuove produzioni internazionali, a partire dal progetto dedicato ad Annibale che vedrà nuovamente insieme Denzel Washington e Antoine Fuqua, fino alla serie Netflix “Assassin’s Creed”.

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ps2: qualche articolo su Giulio Regeni, negli anni passati 

https://stanlec.blogspot.com/2016/02/il-detenuto-desaparecido-giulio-regeni.html

https://stanlec.blogspot.com/2016/04/un-eroe-di-nome-giulio-bortocal.html

https://stanlec.blogspot.com/2022/02/la-brigata-giulio-regeni-tersite-rossi.html

https://stanlec.blogspot.com/2016/04/regeni-come-cucchi-litalia-e-come.html

https://stanlec.blogspot.com/2020/07/legitto-dei-morti.html

https://stanlec.blogspot.com/2022/10/a-proposito-di-giulio-regeni.html

 

 

 

 

La proiezione del film, l’assunzione di un rischio imprenditoriale diretto, è quindi un gesto di impegno civile. Andare a vederlo lo è altrettanto che scendere in piazza a reggere una candela o un cartello giallo. A questo gesto seguirà quello costituito dall’iniziativa “Le Università per Giulio Regeni. A dieci anni dalla scomparsa, un’iniziativa per la libertà di ricerca”, promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo in collaborazione con la Fondazione Elena Cattaneo, Fandango e Ganesh Produzioni, che porterà per due mesi il documentario nelle università. Ancora una volta, a prescindere dalle scelte dei governi, la società civile dice forte e chiaro che ha a cuore la memoria, la testimonianza, la verità, la libertà.

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Chiunque abbia indossato un braccialetto giallo con su scritto "verità per Giulio Regeni" o abbia seguito un telegiornale conosce questa storia. Che è quella, atroce, di Giulio Regeni, partito da Cambridge per compiere una ricerca sui venditori ambulanti egiziani, sparito al Cairo il 26 gennaio 2016. Scambiato, in malafede, per una spia (erano passati appena cinque anni dalla rivolta di piazza Tahrir e c'era in giro un'aria paranoica), il ragazzo viene torturato in una maniera che fa male solo a sentirla nei racconti, roba che nemmeno Torquemada, per poi essere ucciso. Il film di Simone Manetti - una predilezione per i documentari biografici: vedi alla voce Pippa Bacca - ricostruisce quella vicenda, rimettendo in fila i fatti e le parole, servendosi di materiali di risulta, compreso il video girato di nascosto dal sindacalista che lo aveva segnalato, ma anche delle udienze in aula di quel processo infinito (e di interessi economici italiani), osteggiato da al-Sisi, al punto da costringere l'allora presidente del consiglio Renzi a compiere quello che forse è stato l'unico atto responsabile della sua carriera politica: richiamare l'ambasciatore italiano al Cairo (ci penserà quel democristiano di Gentiloni, bontà sua, a far tornare tutto come prima). Tra depistaggi, messinscene, false testimonianze, connivenza da parte della televisione araba e controaccuse, il giovane friulano non ha trovato pace nemmeno da morto. Ma il fatto che qualcuno si sia preso la briga di dedicargli un film e che tanta parte della società civile continui a combattere affinché la verità venga a galla è un segno positivo per i familiari di Regeni, per l'avvocata Alessandra Ballerini che li sostiene e per il cinema.

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Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è il primo documentario che ricostruisce chi era Giulio e tutto il male che gli è stato fatto, dando conto della battaglia processuale sul sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore italiano ritrovato ucciso nei pressi del Cairo il 3 febbraio del 2016. A raccontare la sua storia, per la prima volta, sono i genitori, Claudio Regeni e Paola Deffendi. Un padre e una madre che per arrivare alla verità hanno sfidato la dittatura militare di Abdel Fatah al-Sisi. Accanto a loro, la testimonianza esclusiva di Alessandra Ballerini, l’avvocato che li ha assistiti nella lunga battaglia legale che nel 2023, a distanza di otto anni dalla scomparsa di Giulio, ha portato al processo contro quattro agenti della National Security egiziana.

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Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è uno straordinario esempio di come cinema e reportage possano avvicinarsi al punto quasi da sovrapporsi in alcuni punti. Simone Manetti, insieme agli sceneggiatori Emanuele Cava e Matteo Billi, ricostruisce le ultime ore di Giulio Regeni e soprattutto ciò che è avvenuto dopo.

Non c’è finzione, anzi il documentario segue una struttura classica e lineare, il cui centro sono le interviste sedute ai genitori di Giulio e all’avvocata Ballerini. C’è però anche un ampio utilizzo dei materiali d’archivio sia televisivo che giudiziario. Vengono mostrati i telegiornali egiziani e italiani dei giorni e dei mesi successivi al ritrovamento del corpo di Regeni, così come video delle rivolte in Egitto. Senza dimenticare le testimonianze rilasciate durante i processi, sia dell’ex ambasciatore italiano sia dell’ex presidente del consiglio Renzi, ma anche di altri uomini, detenuti dal regime negli stessi giorni in cui Giulio Regeni veniva torturato e interrogato.

Non ci sono artifici narrativi: la voce e il volto di Giulio sono quelli reali, poiché il film mostra anche il video girato di nascosto da Mohamed Abdallah per i servizi segreti egiziani. Abdallah, capo del sindacato dei venditori ambulanti nonché una delle fonti di Regeni per la sua ricerca in Egitto, è stato identificato come l’uomo che ha denunciato Regeni alla polizia di Gyza.

Giulio Regeni – Tutto il male del mondo si affida perciò alla forza dei fatti e dei volti che in tutti questi anni hanno fatto sì che non si dimenticasse mai che la storia di Giulio non è solo una tragedia privata, ma una questione pubblica, che riguarda tutti noi italiani. E la cui memoria spetta a noi tutelare, anche con un gesto semplice come quello di andare al cinema.

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Tutto il male del mondo è infatti l’espressione con cui Paola Regeni sintetizza il sentimento provato di fronte alla vista del viso deturpato e rimpicciolito del figlio; un ridimensionamento talmente accanito e brutale da concentrare su di sé una quantità di crudeltà intollerabile e inimaginabile per  un solo essere umano; la consapevolezza di come non mai, nelle parole asciutte e laceranti di una madre, negli occhi illuminati dal pudore di pronunciale e dalla dignità di farsi ascoltare, nella sua espressione scavata e tenace, il volto umano rappresenti veramente una soglia invalicabile oltre la quale la pietas diventa empietà. Uno scarto abissale rispetto all’ultima foto di Giulio che ha continuato e continua a girare, quella di un ricercatore universitario di ventotto anni con un sorriso aperto e generoso, spinto da un desiderio di studiare e di conoscere sul campo una situazione complicata come quella dell’Egitto uscito da poco da un regime, quello di Hosni Mubarak, per entrare in una situazione di ulteriore instabilità, fino ai giorni della dittatura militare di Abdel Fattah al-Sisi. Il 25 gennaio, il giorno in cui Regeni è stato rapito, si era infatti festeggiato il quinto anniversario della caduta di Mubarak e al tempo stesso, nel crocevia di contraddizioni e di contrappassi aperto dalla fine delle cosiddette primavere arabe, si contestava l’attuale regime. Un misto di esaltazione e di paranoia che Manetti non traduce solo sul piano della ricostruzione degli eventi storici ma scegliendo di utilizzare come struttura e filo portante del racconto, dal punto di vista visivo e uditivo, le immagini filmate con una videocamera nascosta da Mohamed Abdallah, il leader del sindacato degli ambulanti, durante un incontro con Giulio alcuni giorni prima che sparisse; l’uomo era infatti il contatto principale per le informazioni che Regeni stava raccogliendo ai fini della sua ricerca per l’Università di Cambridge sulla condizione dell’associazionismo e dell’attivismo per il riconoscimento dei diritti civili in Egitto. Abdallah lo aveva invece denunciato come possibile spia dei servizi segreti e sobillatore di moti rivoluzionari contro il regime, per ottenere dei favori e dei vantaggi da parte delle autorità locali…

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domenica 12 aprile 2026

Cinema Usa. Il salvataggio del pilota sembra un film: brutto e inverosimile - Alessandro Robecchi

Mi perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo, giusto? Ecco. 

La ricostruzione delle eroiche gesta dell’esercito americano che salva il suo  pilota abbattuto è un po’ così, e la trama – dritta dritta – è stata accettata senza che nessuno si alzasse a farsi una risata (intendo la grande stampa italiana e i telegiornali). Il famoso pilota, colpito dalla contraerea, si espelle con il seggiolino. “Ferito”, dice la versione ufficiale; “gravemente ferito” dice un’altra fonte. 

Ok, si salva e si mette al sicuro in una grotta, ma… a un centinaio di chilometri dall’abbattimento, cioè in ventiquattrore, fa due maratone e mezza, in salita (fino a 2100 metri, temperatura sotto lo zero), si suppone appesantito dall’equipaggiamento. Gli americani mandano a salvarlo una specie di esercito, perché gli MC130 (due) non sono aeroplanini agili e leggeri, ma affari giganteschi che trasportano truppe e mezzi, una vera invasione. Intanto la Cia – mai sottovalutare la Cia, ragazzi – crea una falsa pista, cioè fa credere all’Iran che il pilota sta da un’altra parte, astuti come faine, e quegli altri ci cascano con tutti i turbanti. Mah.

Quindi salvano ‘sto pilota pluri-maratoneta-alpinista ancorché ferito, ma sfiga vuole che i due MC130 si scontrino tra loro sulla pista di un aeroporto abbandonato (prima versione), oppure si impantanino nella sabbia (seconda versione), oppure siano colpiti dall’esercito iraniano (terza versione). Insomma, soccorso e soccorritori, un centinaio di marines, rimangono a piedi, e fanno saltare i loro stessi aerei, per non lasciarli al nemico. Mah. La trama si infittisce: chiamano al volo altri tre aerei, tipo Uber ma sulle montagne dell’Iran, e si fanno portare via, non prima di farsi abbattere qualche elicottero. Ora il pilota è sano e salvo, dice il film, ma non sappiamo chi è, come si chiama, e non c’è nemmeno la fotina con lui che fa “vittoria” con le dita. Auguri comunque.

Ok, ora parliamo della crisi del cinema americano. 

Voglio dire, con una trama così puoi anche vincere la statuetta che si consegnano tra loro ogni anno, ma rimane un polpettone zoppicante e fantasioso. Per ora la critica (i famosi fact-checker a guardia dell’informazione democratica, per dire) sembra cascarci, mentre in Iran dicono che il film è molto fiction: si sarebbe invece trattato di un’operazione di terra, con vere truppe di invasione, per impadronirsi dell’uranio iraniano, operazione miseramente fallita con grosse perdite, figuraccia bruciante, catastrofe militare.

A chi produce certi film non piace ricordare i flop passati, ma viene in mente comunque l’operazione Eagle Claw, 24 aprile 1980, quando un Jimmy Carter sotto elezioni tentò la mossa disperata del blitz per liberare gli ostaggi a Teheran: fu un disastro. Ecco, nonostante le recensioni entusiastiche sugli invasori che salvano il loro pilota, l’epica, la retorica e gli effetti speciali, il film di quest’anno sembra molto un remake quarantasei anni dopo, con gli stessi esiti. Il produttore del film, Donald Trump, ha fatto il suoi spettacolino insieme agli sceneggiatori, ha parlato di “Una delle più audaci operazioni nella storia degli Usa”,  e ha detto che Dio li ha aiutati perché era Pasqua (giuro). E forse pensa davvero che noi spettatori ci crediamo, paghiamo il biglietto e mangiamo i popcorn, orgogliosi di esser presi per scemi.

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venerdì 10 aprile 2026

Reykjavik Rotterdam - Óskar Jónasson

una storia già vista, un piccolo (ex?) delinquente per amore alla famiglia vuole fare l'ultimo colpo, e poi ritirarsi.

niente di originale, solo che l'ambientazione è in Islanda, dove esistono i deliquenti, anche lì, chi l'avrebbe mai detto.

la lezione principale è che mai bisogna fidarsi degli amici, sono proprio una iattura.

attori e attrici sono bravi, anche il regista evidentemente.

mi è sembrato che nella prima parte ci sono problemi nel montaggio, ci vuole un po' a capire la storia.

nel suo genere non è male.

buona (nordica) visione - Ismaele 



si può vedere QUI

 

 

Come un pesce sulla terra asciutta, Kristofer è bloccato in una noiosa routine giornaliera lavorando come guardia di sicurezza. Viene licenziato dalla nave merci in cui lavora quando viene sorpreso a contrabbandare alcol. Di fronte a molti problemi viene tentato ad accettare l'aiuto di un amico, Steingrimur, che riesce a fargli riavere il suo vecchio lavoro usando la sua influenza. Kristofer decide di correre l'ultimo rischio in un tour a Rotterdam.

da qui

 

In conclusione un gioiellino da vedere,
perché ti coinvolge a dovere e il regista
utilizza un linguaggio narrativo veloce
che colpisce l'obbiettivo andando subito
al sodo creando un atmosfera nervosa e tesa,
condita anche con un pizzico di ironia
su certe situazioni e spiazza, soprattutto nella
seconda parte, anche se poi cade in un "Happy End"
che sembra forzato, ma ormai il buono è fatto.

da qui