Michael Glawogger racconta tre storie che si intersecano, sul passato nazista che non finisce.
Ratz viene cercato da una vecchia compagna di gioventù per un lavoretto da muratore (che strano!) a New York, per proteggere un criminale di guerra nonno della ragazza.
sembra un po' folle, ma tutto si tiene bene.
buona visione - Ismaele
La storia e il destino di tre famiglie.
Quella ebrea distrutta dal massacro dei Nazisti in Lituania, quella del
colpevole, che fugge in America dove intrattiene grottesche relazioni
familiari, e quella del trentacinquenne Ratz, la cui famiglia socialdemocratica
si sta dissolvendo nella Vienna di oggi. La condanna del secolo scorso unisce
queste tre famiglie, dimostrando che non si può mai fuggire dal proprio passato.
Tre famiglie, tre storie, che raccontano la forza di
coercizione che esercita il passato (e in particolar modo il Novecento) sulla
storia personale. La prima è quella di una famiglia ebrea distrutta dai
massacri operati dai nazisti in Lituania. La seconda è invece quella di una
famiglia che era dalla parte dei colpevoli e che nonostante sia da tempo
migrata negli USA, mantiene ancora i suoi singolari rituali di coesione. La
terza è una famiglia viennese - dal forte credo socialdemocratico - che va
dissolvendosi miseramente.
un pò fiaba, un po' incubo, per qualche istante potrebbe essere come Miracolo a Le Havre, ma è tutta un'altra cosa.
Davide (Alessandro Borghi) vende libri in una bancarella a Roma, visitato qualche volta da Elsa (Valeria Golino), una professoressa, e poi c'è Michele (Valerio Mastandrea), che lavora all'obitorio e custodisce i corpi dei morti non richiesti.
e poi ci sono un bambino senza nome e tanti altri senza nome, a parte Amina.
Davide è un po' Lazzaro felice, un po' uno dei francescani pazzarielli del film di Rossellini, preda di non troppo astratti furori.
altri protagonisti del film sono i libri, che contengono storie avvincenti.
in certi momenti il film inquieta, Davide sembra portare sulle spalle una parte del male del mondo.
e poi compie finalmente il rito della sepoltura, e quel bambino sarà sempre con lui.
un film forse non perfetto, ma merita molto.
buona (sorprendente) visione - Ismaele
scrive
il regista:
Nessun
dolore nasce da un bisogno lontano: andare oltre il
racconto dell’esodo in Lamerica, un mio film di trent’anni fa, con il finale
sospeso su una nave in mezzo all’Adriatico. Che cosa è cambiato da allora, chi
è “l’immigrato”? Qualcuno da accogliere, o da respingere? Un nuovo amico, o un
estraneo pericoloso? Negli ultimi decenni il nodo non si è sciolto, anzi il
problema si è esasperato, non si vede in prospettiva una ragionevole soluzione. Ma forse la “soluzione” non c’è, o non la si vuole
cercare. Forse va trovata nella ragione e nel cuore di ciascuno di noi. Se non
abbiamo già perduto, tra le tante occasioni, quella di riconoscerci come esseri
umani: cosa difficile e rischiosa.
…Perché il personaggio che Alessandro
Borghi interpreta con le giuste variazioni di atteggiamento è di quelli di cui
si vorrebbe venire più spesso a conoscenza. Non è inizialmente schierato su un
versante pro o contro (anche se la tendenza è quella di immergersi nel proprio
mondo di venditore di parole su carta lasciando il mondo fuori) ma si trova a
compiere un percorso inizialmente obbligato e progressivamente sempre più
consapevole. In uno dei fil rouge del film si avverte come un'affinità con 3/19 di Silvio Soldini
ma qui l'urgenza è diversa e si concretizza in un senso di colpa che sente la
necessità di gesti di riparazione.
L'avvertenza di apertura va tenuta sempre presente
perché altrimenti si rischia (e non è da pensare che Amelio lo voglia)
l'idealizzazione dei migranti che finirebbe con il risultare altrettanto
dannosa della loro (purtroppo indotta) demonizzazione in questi tempi in cui si
è coniato l'orrido neologismo di 'remigrazione'. Così come potrebbero avere
buon gioco coloro che parlano di assenza di volontà di integrazione di fronte a
queste persone che non possiedono nel loro lessico neppure un vocabolo italiano
di uso quotidiano. Peraltro in un film in cui si sottolinea il valore della
parola scritta come fonte di trasmissione di pensiero.
Se Alessandro Borghi carica il suo personaggio di
un senso di responsabilità che si trasmuta in una forma di respirazione che
sottolinea quanto vive, è Valerio Mastandrea che, con il suo addetto alla
ricezione di cadaveri di ignoti o comunque di persone di cui nessuno richiede
le spoglie, finisce con il sintetizzare il pensiero di Amelio.
È una 'brava persona', diversa da quelle che si nascondono
dietro alle 'leggi' o gettano brutalmente fuori dalla sala di attesa di un
pronto soccorso una giovane donna incinta immigrata che vi cercava riparo.
Nella sua quieta esistenza sa compiere le scelte giuste, come padre e come
essere umano. È a costoro che questo racconto immaginario e per immagini si
rivolge, auspicando la persistenza di quell'umana pietas che è sempre più
essenziale conservare.
…In Lamerica, l'esodo
degli albanesi verso la terra promessa italiana ricordava quella dei nostri
connazionali poveri ed emarginati verso le terre d’oltreoceano. Davide in Nessun dolore, come il cinico Gino in Lamerica, scopre nella cura dell’estraneo
il senso della solidarietà. Non si tratta solo di uno sradicamento
geografico, ma di un impulso affettivo in cui una nuova casa
trasforma l'accoglienza nell'unica vera "patria" possibile in
cui trovare rifugio.
Nessun
dolore si sofferma su quale sia il
prezzo della generosità, sottolineando che la pretesa di anestetizzare la
sofferenza costituisce soltanto una fragile illusione. È un’indagine a suo modo
cristologica, in cui alla fine uno straordinario Alessandro Borghi è il vero
portatore della Croce. Appassionante.
… Il Davide di Nessun dolore è una sorta di Albanese/Antonio Pane di L’intrepido fuso nel poetico dissolvimento esistenziale del
carabiniere Lo Verso di Il ladro
di bambini, là dove la fuga dalla realtà si fa pacifica
interiorizzazione di una latente inconscia involontaria trasformazione. In una
Roma livida, inusuale, più mitteleuropea che mediterranea, autenticamente
sprovincializzata, Amelio continua a mostrare che tra gli over 80 del cinema
italiano è quello a cui scorre ancora parecchio cinema nelle vene, che non
perde l’abitudine del filmare, del costruire la scena, mai un’inquadratura
uguale all’altra, mai un campo e controcampo che si somigliano, con la trovata
di quel baracchino chiuso per pioggia con i due amanti isolati abbracciati
stretti in mezzo al brulicare del mondo che fa venire i brividi.
Il
film parla di qualcosa che ancora non è accaduto.
Dunque potrebbe
accadere, e a guardar bene già accade.
La didascalia
iniziale potrebbe funzionare per un film di fantascienza. E fantascientifico
questo film lo è, prefigurando situazioni estreme, di confine, realtà fino ad
un certo punto vissute come normali.
I sentimenti siamo
abituati a circoscriverli, tracciarli, definirli (fines, i confini). Se i
confini saltano anche il dolore, il sovrano-despota dei sentimenti, tocca il
punto impensabile, come dice Elsa (Valeria Golino): "A volte si tocca
il punto impensabile dove anche il dolore è gioia piena".
Impensabile, giusto,
siamo convinti che ogni cosa si possa pensare e, pensandola, farla essere vera.
Non è così. C’è il
caso inaspettato, c’è un momento in cui si fa un incontro che ti cambia la
vita,
ti costringe ad
essere altro da quello che pensavi di essere e ti accorgi che i tuoi confini
erano solo convenzioni, o meglio, protezioni.
Amelio tocca un tema
a lui sempre caro, Lamerica,
Il ladro di bambini, sono passati molti anni e le storie non cambiano, ci
sono solitudini e disperazioni che il tempo non riesce a sanare, piuttosto le
aggrava e se una volta essere nomadi era una condizione naturale, i popoli si
spostavano alla ricerca di nuove terre e le civiltà si mescolavano, ne
nascevano altre, addirittura quel geniaccio di Aristofane inventò la città
degli uccelli, fra la terra e il cielo, oggi siamo nella terra dei confini, dei
muri, dei piccoli orticelli personali che custodiamo con granitica
determinazione…
…il registro espressivo scelto da Amelio si biforca: da
un lato c’è il realismo livido e cupo dell’incidente stradale e delle sue
conseguenze – e qui occupa uno spazio rilevante il personaggio interpretato da
Valerio Mastandrea, che diverrà un compliced’umanità di Davide –, e dall’altro si espande una fiaba
sociale dalle timbriche quasi surreali, con la casa dell’uomo che si trasforma
in un vero e proprio centro d’accoglienza per tutti i diseredati della città,
ai quali lui non chiede nulla. Non sempre Amelio gestisce al meglio l’evidente
discrepanza tra i due approcci estetici, ma l’afflato poetico ed etico è senza
dubbio cristallino, anche se la retorica fa capolino di quando in quando tra le
maglie della storia, come testimonia ad esempio la scelta di far leggere al
protagonista Furore di John Steinbeck, quasi a ribadire il diritto
del migrante non solo a lasciare la propria dimora, quand’essa non gli concede
più una vita degna d’esser vissuta, ma anche e soprattutto a ribellarsi a una
società che gli mette i bastoni tra le ruota e lo considera al pari dei
criminali. E così, pur non mancando ridondanze, semplificazioni e squilibri
narrativi, si apprezza la limpidezza di un pensiero che di questi tempi si fa
sempre più urgente, e non scontato. Credere nell’umano in un’epoca dominata da
intelligenze – o supposte tali – artificiali è dote perfino commovente, e
l’odissea sempre più consapevole del personaggio di Davide è struggente nella
sua volontà di non piegarsi all’ovvio di una società marcescente, in cui la
collettività è vista come un pericolo. A venire incontro al regista di Colpire al cuore, I ragazzi di via Panisperna e Il ladro di bambini è in particolar modo un cast che si presta alla
bisogna con grande e palpabile empatia.
Questo è un film di
fantascienza. Reo-confesso. Infatti in apertura è immediatamente detto: eccoqualcosa che potrebbe accadere
a breve.
Ma forse è già avvenuto, e quindi
siamo di fronte a un film biblico, qualcosa che ha a che vedere con il Giudizio
Universale… Oppure, ma chissà se poi importa a qualcuno, è solo una totale
fantasia, dove si spinge fino al vuoto cosmico la disperazione dell’accoglienza
impossibile e delle coscienze (sporche?) dell’uomo occidentale…
Non ci sono certezze, dentro Nessun dolore di
Gianni Amelio. E non ne abbiamo noi che proviamo a raccontarlo, a mettere
insieme i pezzi, quasi a “ricrearlo”. Certo è un film necrologico. Qualcosa che
ha a che vedere con la fine (di un mondo).
Tre protagonisti “bianchi”,
occidentali, italiani. Davide (Alessandro Borghi) è appassionato di libri: li
legge (poco) li accumula (molto) li vende (anche qui pochi). È un guardiano del
cimitero dei libri, mummificato in un sapere inerte e invendibile che non sa
parlare più ai vivi. Elsa (Valeria Golino) è un’insegnante di letteratura
all’università, ma le sue lezioni sembrano dei contenitori esausti, e gli
studenti (pochi) le seguono svogliatamente. Ma anche lei ama i libri e ne offre
in continuazione a Davide per venderli nel suo chiosco librario in Piazza
Risorgimento a Roma (a pochi metri dal Vaticano). Infine abbiamo Michele
(Valerio Mastandrea) che è un vero e proprio custode di corpi morti, lavorando
come guardiano dell’obitorio…
…ad onore del vero va detto che la sceneggiatura prende in seguito
una linea direttiva un po' confusa, affastella fin troppe scelte che possono
apparire inverosimili o comunque non approfondite, soprattutto la scelta di
Davide di portarsi a casa Aminah, per alleggerire la sua coscienza dopo
l'incidente, che risulta però in un'occupazione da parte di una tribù di
homeless che agiscono indisturbati in casa sua e che finisce per assomigliare a
un quadretto surreale un po' troppo sganciato dalla realtà più cruda, a cui
Amelio vorrebbe rifarsi. Anche la parte conclusiva, su cui preferisco non
spoilerare, soffre di una trama e di caratterizzazioni dei personaggi non del
tutto soddisfacenti, anche se vi sono buoni momenti soprattutto nei confronti
fra Davide e l'impiegato all'obitorio interpretato da Valerio Mastandrea.
Dispiace parlarne in questi termini, però stavolta si avverte
un certo calo nell'ispirazione da parte del regista, riscontrabile anche in
alcune scelte di regia (soprattutto il ricorso un po' pleonastico ad alcune
canzoni come commento sonoro, in particolare quella di Ornella Vanoni verso la
fine), mentre rimane efficace la direzione degli attori, in particolare un
Alessandro Borghi che ha affrontato il ruolo con un impegno ammirevole e ne
esce vincitore anche quando il copione lo mette in situazioni non del tutto
credibili, una Valeria Golino che apporta un professionismo di alta scuola ad
un ruolo, quello della professoressa universitaria che si innamora castamente
di Davide, che poteva essere sviluppato meglio, e un Valerio Mastandrea in una
partecipazione speciale, ma decisamente in parte…
…Sarebbe ingiusto non notare la sensibilità sincera alla
base di Nessun Dolore.
Gianni Amelio costruisce il
film intorno a un’idea di solidarietà quotidiana, lontana dai grandi gesti
eroici: accogliere qualcuno, condividere uno spazio, rinunciare
progressivamente a una parte del proprio comfort.
È una materia che appartiene profondamente al cinema del regista.
Il problema è che il film sembra
procedere senza riuscire a stabilire quale debba essere davvero il centro della
propria riflessione. L’odissea di
Davide potrebbe parlare di solitudine, senso di colpa, immigrazione,
responsabilità individuale, paura dell’altro e necessità di costruire una
comunità, tutti temi importanti che restano separati anziché confluire in un’unica
traiettoria.
Nessun Dolore cerca l’umanità nei
gesti del suo protagonista, ma finisce per smarrire la complessità delle
persone che lo circondano.
…Nessun dolore è
un film che nasce da un’idea forte: raccontare il senso di colpa,
l’accoglienza, la fragilità umana. Ma la realizzazione non riesce a sostenere
questa ambizione. La sceneggiatura è povera di spunti, nonostante le situazioni
siano sempre lì, pronte a offrirne. Il tono è incerto, oscillante tra dramma e
surreale, senza trovare mai un equilibrio. Lo spettatore vive un senso di smarrimento
che non è frutto della complessità, ma della mancanza di direzione.
La presentazione fuori concorso alla Mostra
internazionale d’arte cinematografica di Venezia conferma che il film è stato
considerato un’opera interessante, ma non abbastanza solida da competere. È
un’opera che tenta di affrontare temi importanti, ma che non riesce a
trasformarli in un racconto coerente.
…Gesti di autentica intensità e gentile poesia. Non a caso è
un verso di Luzi ad aver ispirato Amelio per il titolo che ancora una volta
parla di vicinanza, confini, sbarchi, paure dell'altro e risvolti sociali.
La somma di questi elementi ad oggi sempre più rari fa
riflettere molto.
Inoltre affronta anche in modo subliminale quella soglia del
male, varcata la quale, si cade giù in un baratro, rappresentando così la via
del non ritorno.
Da quel punto in poi si inizia a capire davvero. E si lascia
andare tutto verso il risarcimento, spesso degli altri. Verso la spoliazione e
la perdita. Verso l'ascolto, persino delle nostre vite - giù in profondità.
La sensazione è un pò quella di perdere il controllo, come fa
il ritmo circadiano. O il frangersi ritmico delle onde sul mare. Intangibili.
Sono gli altri o entità diverse dallo status quo che controllano e fanno accadere,
l'accadibile…
Edith Stein è una filosofa che, dopo molti turbamenti, da ebrea diventa cattolica.
in famiglia è un dramma, la madre (interpretata da Adriana Asti) non le parla più, e i fratelli e sorelle non la capiscono.
i nazisti la perseguitano oltre ogni dire e la fine è nota.
colonna sonora di Moni Ovadia.
il film riesce a non annoiare mai, merito della regista e di Maia Morgenstern (che interpreta Edith).
buona (filosofica) visione - Ismaele
La settima
stanza, un film su Edith Stein di Marta Meszaros. Edith Stein:
Breslavia 1891 – Auschwitz - Birkenau 1942, Filosofa della Fenomenologia. Tre
donne di pensiero hanno illuminato la pensosità ombrosa della Filosofia del’
900: Simone Weil, Hannah Arendt, Edith Stein. Persino gli uomini di pensiero
hanno ancora da imparare da queste complesse personalità. Che il Cinema sia un
apparecchio affascinante, che può penetrare e scrutare la Coscienza e lo
Spirito dell’Umanità é evidente fin dalle prime prove della sperimentazione
della fotografia e delle foto in movimento.
Il cinema è nato in Francia: Zola è
stato un modernissimo fotografo ed i “Frères Lumière” hanno sorpreso
l’Ottocento con i loro bianchi e neri eleganti e lievi. Così, illuminare “la
Notte oscura”, dentro la quale si è sempre svolta la vita ed il pensiero
tortuoso di Edith Stein, è apparso a Marta Meszaros come un compito essenziale
e necessario.Coinvolta, ecco come appare Marta M., coinvolta, immersa, quasi un
“Alter Ego” di Edith.Il suo sguardo fotografico, molto mittel-europeo,
fiammingo, caravaggesco, Ver-Meeriano, ricco di forti contrasti di colore,
privo di riferimenti alla Natura, ai fiori, agli alberi, alle albe, ai
tramonti... il suo sguardo analitico, sintetico, profondo, esistenziale ed
essenziale, offre ai nostri occhi, al nostro Spirito una Storia umanissima e
tragica. Moni Ovadia accompagna con tenere e vivaci musiche Kzemer e dolenti
canti ebraici i momenti più suggestivi del film. La miglior allieva del
filosofo Husserl (padre della Fenomenologia), a Friburgo, affronta la vita e le
scelte quotidiane in una cornice di nazismo incipiente. Lei è un’ ebrea
convertita al Cristianesimo cattolico. Si è fatta battezzare da un’amica
filosofa protestante: Edwis Conrad-Martius. La mamma (una “mamele” ebrea che ha
cresciuto una famiglia da sola e che non accetterà la conversione di Edith;
sempre ostinata sul quesito: “ma perché Lui si è creduto figlio di Dio?”)
Edith, segnata dalla malattia, dalla fragilità nervosa, dalla depressione,
cercherà di sublimare in un’impossibile Ascesi il suo tormento d’amore, di
vita, di scelte. Lo studio di San Tommaso d’Aquino, di Santa Teresa d’Avila, di
San Juan de la Cruz, accompagneranno il suo percorso di vita.Le cadute, le
ribellioni, le rivolte saranno tragiche ed umanissime. Attraverso il percorso
mistico del viaggio nelle 7 stanze (ogni stanza è una tappa nella ricerca
dell’unione con Dio, a scapito del corpo e del richiamo tentatore della vita),
ritroverà il senso della Condizione umana, così come lo concepiva la
carmelitana Santa Teresa d’Avila, d’ascendenza ebraica spagnola, fondatrice
dell’Ordine delle Carmelitane scalze.Marta M. coglie con intelligenza due
momenti fondamentali della vita di Edith: il ballo in maschera dove Eros e
Thanatos si conciliano in maniera straziante e nell’ingresso di Edith nelle varie
stanze, attraverso un irruento sbattere di porte oscure, che si chiudono e si
aprono e raramente si illuminano di Vita.Il percorso tracciato sull’orrore del
nazismo e la disperata ricerca del Tempio e del Cristo e della Gerusalemme
celeste porteranno Edith alla vera meta: Auschwitz.Nessuno consegnerà al Papa
Pio XI la Lettera in cui chiedeva angosciato aiuto per gli Ebrei d’Europa.Edith
morirà con Rosa, sua sorella, come Ebrea e per gli Ebrei.Edith morirà come
cristiana, per i cristiani.Edith morirà come essere umano, per l’Umanità.Oggi
Edith protegge l’Europa. Marta M. è riuscita ad illuminare il labirinto di una
“Notte oscura”.Poche le stelle, il cielo oscuro, il mistero della Mente e della
Coscienza.Talvolta anche il Cinema può essere Poesia.
si leggono molte cose su Naza, ma prima bisogna vedere il film, e capire che tutto quello che abbiamo letto dai palestinesi e dagli ebrei antisionisti (che in qualche posto, come in Italia, passano per antisemiti, secondo il mainstream e le leggi).
dove ho visto il film la sala era piena, nessuno chiacchierava, nessuno guardava il telefonino, tutti eravamo concentrati sulle parole e sulle immagini.
il film non aggiunge molto a quello che si sapeva da parte dai palestinesi e dai (non molti) ebrei antisionisti, solo che ascoltarlo nelle parole di chi sta compiendo il genocidio è molto diverso, gli intervistati sono (tutti o quasi) orgogliosi ed entusiasti di quello che hanno fatto e stanno facendo, parlano di un sistema che non sbaglia, molti affermano che hanno obbedito agli ordini, uno di loro (solo uno) paragona gli israeliani che combattono, a tutti i livelli, ai nazisti; di sicuro a tutti, da appena nati, hanno fatto il lavaggio del cervello.
durante le interviste la telecamera, fra un'intervista e l'altra, osserva e mostra quello che succede nelle case di Tel Aviv, forse, chissà, a far pensare che a Gaza, a poche decine di chilometri da Tel Aviv, le persone stavano a casa, prima di essere sterminate, erano come gli israeliani, nè più nè meno.
poi pensi che il film, girato in Israele da due israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor non cambierà niente in quel paese che passerà alla fogna della storia come genocida, come dice Frank Zappa: "Una delle
mie tesi filosofiche preferite è che la gente sarà d'accordo con te solo se è
giá d'accordo con te. Non riesci a cambiare la mente degli altri ."
i due registi sono ormai, dopo questo film, nella lista nera degli ebrei antisemiti, una categoria che le leggi non prevedono, forse anche le leggi si vergognano.
un film per aver paura, molti film horror sono quasi comici, al confronto.
buona (notturna) visione - Ismaele
ps1: senza polemica, sarebbe interessante sapere quanti degli spettatori di Naza sono andati a vedere Palestina 36 (che mostra quando tutti ebbe inizio, grazie agli splendidi inglesi e ai coloni ebrei fuggiti dall'Europa antisemita), quelli che non lo hanno visto lo vedano, se e quando passerà nei canali di streaming.
ps2: è di questi giorni una notizia positiva, quando all'ONU è stato chiamato a intervenire il genocida e criminale di guerra Netanyahu, 77 delegazioni hanno abbandonato la sala (qui la lista degli stati le cui delegazioni hanno abbandonato la sala, fra le offese e le minacce israeliane).
scrivono Tawfiq Al-Ghussein e
Rania Hammad
...Da oltre un secolo i palestinesi documentano la propria
storia di colonialismo d’insediamento, esproprio delle terre, espulsione e
resistenza. Da quasi tre anni trasmettono sui nostri telefoni, in diretta, la
distruzione di Gaza: ospedali sotto attacco, bambini sepolti sotto le macerie,
famiglie annientate, giornalisti uccisi mentre documentavano ciò che accadeva.
Quelle immagini non avevano bisogno di una traduzione israeliana per essere
comprese.
Eppure quasi nessuno parlava della violenza genocida che
si è estesa alla Cisgiordania, né della repressione dei cittadini palestinesi
di Israele. La storia non è cominciata nell’ottobre 2023, e non riguarda un
solo gruppo né un solo territorio. È un genocidio contro il popolo palestinese,
usato come mezzo per un fine: la pulizia etnica e la sostituzione. È questo il contesto.
E allora la domanda diventa inevitabile: qual è, oggi, lo scopo di NAZA?
Informare? Confermare? Denunciare? Oppure contribuire
concretamente alla giustizia?
Se lo scopo è informare, il destinatario non è certo il
pubblico israeliano, che sapeva e sosteneva il genocidio. Lo dimostrano le
dichiarazioni di politici, giornalisti ed esponenti della società civile, e i
filmati diffusi dai soldati e da comuni cittadini di una società militarizzata,
che impone il servizio militare a tutti i suoi cittadini tranne che ai
palestinesi con cittadinanza israeliana. Non li turbavano nemmeno le notizie
sulla fame a Gaza, la fame usata come arma di genocidio: c’era chi bloccava
l’ingresso dei camion di aiuti e chi derideva i palestinesi, mentre l’esercito
sparava su chi era in fila per il cibo. È quanto accaduto nella cosiddetta
«strage della farina» del 29 febbraio 2024, lungo Al-Rashid Street, quando le
truppe israeliane aprirono il fuoco sulla folla in attesa dei camion di aiuti
umanitari, uccidendo oltre cento persone e ferendone centinaia. L’espressione è
poi passata a indicare anche le successive «stragi del pane», legate alla
disperata distribuzione di cibo a Gaza.
Resta il pubblico occidentale. Quali informazioni gli
mancavano?
Se lo scopo è confermare le testimonianze palestinesi,
perché serve la parola di un soldato israeliano perché diventino credibili? Non
sono bastati i corpi, le immagini e i video diffusi dai palestinesi stessi?
Se lo scopo è denunciare i crimini, che cosa dovrebbe
accadere dopo la denuncia? E quali responsabilità hanno le istituzioni che
applaudono, quando i loro governi dispongono già di un’enorme quantità di
prove?
Se i soldati israeliani intervistati dispongono davvero
di informazioni sulle decisioni operative, sulle catene di comando e sulle
responsabilità individuali, quelle informazioni non possono esaurirsi
nell’emozione del pubblico in sala. Sono dichiarazioni che fanno rabbrividire,
non verità da applaudire. Vanno conservate e messe a disposizione di
investigatori e magistrati indipendenti: della Corte internazionale di
giustizia, nel procedimento per genocidio avviato dal Sudafrica, e della Corte
penale internazionale, che giudica le responsabilità individuali...
...Palestine 36, di Annemarie Jacir,
offre una prospettiva diversa. Restituisce ai palestinesi la soggettività
politica e la continuità della propria storia. Non sono comparse nel risveglio
morale di qualcun altro, ma protagonisti di una società e di una lotta per
l’autodeterminazione che esistevano ben prima dell’ottobre 2023, e prima ancora
della creazione dello Stato di Israele in Palestina.
Non applaudire NAZA non significa rifiutarsi di vederlo.
Significa domandarsi perché venga applaudito e celebrato così, mentre tutto ciò
che i palestinesi hanno già detto e documentato resta in secondo piano...
...Controllare il discorso richiedeva il controllo dei
testimoni: tenere fuori la stampa, uccidere i giornalisti che portavano quelle
telecamere “minacciose” e lasciare che il Goebbels Sionista diffondesse la sua
Hasbara (Propaganda Sionista) per offuscare la verità. Tra i principali
argomenti del discorso “Israele prima di tutto” c’era l’affermazione che il
rapporto tra civili e combattenti uccisi a Gaza fosse migliore di quello
americano in Iraq o in Afghanistan. Era una statistica fatta su misura per le
emittenti televisive via cavo, precisa, autorevole e impossibile da verificare
in modo indipendente, perché coloro che avrebbero potuto controllarla erano
stati esclusi dalle stesse testate giornalistiche dal contestare l’affermazione,
banditi dall’ingresso a Gaza o già uccisi.
Ecco perché
il documentario israeliano NAZA ha ricevuto l’attenzione che ha ricevuto. Il
suo titolo deriva dall’acronimo militare ebraico Nezek Agavi, un termine
agghiacciante che indica il numero di civili che si prevede vengano uccisi e
che viene preso in considerazione dalle valutazioni dei servizi segreti
israeliani quando si prendono decisioni sugli obiettivi a Gaza...
…Non
avevo grandi dubbi che a Gaza si stia commettendo un genodicio, quindi non sono
rimasto sorpreso, quello che ho trovato profondamente
interessante del film (sì, anche nel senso dell’antica maledizione cinese, ti auguro di vivere in tempi
interessanti) è la
descrizione plastica di come si organizza un genocidio e di come ne vivono la
gestione coloro che lo compiono.
In questo
senso, sono certamente strumentali e ingiustificate le repliche difensive che
ho visto girare sui social
(e su molti media
israeliani) che si affannano a negare singoli aspetti del film (spesso, fra l’altro,
con inesattezze), per esempio il ruolo dell’intelligenza artificiale; quello
che conta è la descrizione di un sistema di sterminio.
È chiaro che le
parole sistema di sterminio richiamano associazioni ben precise
con altri eventi del passato; Auschwitz è citato esplicitamente da uno degli
intervistati in uin passaggio del film. La mia idea è, da sempre, che la storia
non si ripete: eventi storici distanti fra loro possono illuminarsi a vicenda,
se ne possono fare comparazioni e possono essere inseriti in categorie storiche
generali, però non sono mai lo stesso fatto, per definizione. C’è un discrimine
preciso in questo tipo di discorsi: il testimone nel film usa la comparazione per
descrivere una propria situazione esistenziale e questo è legittimo; il
passaggio è notevole e i registi hanno fatto bene a conservarlo….
...Il vero soggetto
del documentario è ciò che accade quando un sistema fallisce, sia moralmente
che tecnicamente. L’intelligence israeliana ha mappato ogni edificio a Gaza e
poteva monitorare le comunicazioni telefoniche in tutto il territorio ben prima
della guerra, eppure non è riuscita ad impedire il 7 ottobre. Ogni confessione
e ogni fotogramma ricorda quel giorno...
...Laddove La
voce di Hind Rajab esplorava il devastante impatto psicologico che il
tentativo di salvare Hind Rajab aveva avuto sui soccorritori che avevano
passato ore al telefono con lei, qui l’unica reazione emotiva è la rara
richiesta da parte dell’intervistatore di ripetere un concetto o chiarirlo,
quando la portata disumana delle rivelazioni degli intervistati scalfisce
l’aplomb con cui i due registi impostano la pellicola. Naza infatti
tenta un approccio distaccato, analitico, che cede raramente all’emozione e
all’enfasi. Per questo una delle rare note stonate del film è la decisione
di mostrare sul finale un video verticale con un papà che cerca disperato i
figli sotto le macerie di un condominio bombardato e le drammatiche immagini
di una serie di piedini di bambini che sporgono, immobili e scalzi, dai
calcinacci. Dopo i concisi, puntuali, precisissimi 90 minuti precedenti,
questa aggiunta rischia di risultare manipolatoria...
...Gli applausi a scena aperta di Venezia, il
silenzio gonfio di commozione della sala cinematografica e probabilmente di
tutte le altre sale cinematografiche sono reazioni partecipi ma attese, del
tutto prevedibili. Appartengono a un pubblico che è andato lì intenzionalmente,
che vuole vedere confermata la sua tesi già delineata. Naza non ha
nessuna possibilità di fare proseliti e nemmeno ambisce a farli, perché
nell’era delle fake news appositamente sguinzagliate, dei social,
dell’ideologia individuale che si fa protervia, dei commenti sguaiati e delle
tesi che diventano dogmi inattaccabili, perché nessuno è disposto a conoscere
ma solo ad affermare le sue idee, questo film si rivolge a una precisa
bolla. Chiunque altro non faccia parte della bolla è pronto a
rifiutarlo, a confutarlo, ad aggredire perché lui ce l’ha più lungo degli
altri, soprattutto se gli altri sono circoncisi (lo sono anche i musulmani,
eh).
Naza sarà vero ancor prima di entrare in sala per chi lo va a
vedere e pretestuoso quando non addirittura inattendibile per chi ha deciso a
priori che mai lo vedrà.
Sposta qualcosa? Nulla. Dota solo di un grado maggiore di consapevolezza: che
uccidendo a uno a uno tutti i membri di Hamas se ne andranno con loro anche i
vicini di casa. Finché non ne rimarrà più nessuno. Quelli
della bolla inorridiranno e si chiuderanno ancora più nel loro spesso silenzio.
Tutti gli altri esulteranno. E non importa se fino a tre anni fa questi stessi
altri consideravano gli ebrei né più né meno di come li concepivano i nazisti
durante le leggi di Norimberga.
...Nel 1946 la domanda, come
noto, era come fosse stato possibile vivere dentro un sistema criminale e
continuare la propria vita. Nel 2026 quella domanda è dannatamente peggiore,
adesso le immagini arrivano mentre i fatti accadono e questo non basta comunque
ad impedire che un genocidio accada.
Abraham
e Szor hanno risposto alla maniera di Jaspers: apparteniamo a questa società,
sappiamo ciò che sta accadendo, dunque abbiamo un obbligo.
Questo
film, la sua diffusione, è importante anche a posteriori. Fra molti anni sarà
difficile rifugiarsi nella formula che accompagna quasi tutti i grandi crimini
della storia: io non sapevo. No stavolta non sarà proprio
possibile.
tratto dal romanzo di Ottiero Ottieri, il film (e il romanzo, il titolo è lo stesso) racconta le vicissitudini di un selezionatore del personale in una fabbrica del sud (ispirato allo stesso lavoro fatto dallo scrittore nella fabbrica dell'Olivetti a Pozzuoli).
il dirigente del personale arriva dal nord e si trova in una realtà sconosciuta, tanti disoccupati vogliono un posto nella fabbrica, e scegliere i lavoratori e le lavoratrici è davvero difficile, anche secondo le neutrali e oggettive tecniche moderne di selezione del personale.
siamo nel periodo dell'industrializzazione del sud, i candidati al lavoro sono davvero credibili, povera gente, spesso analfabeti, che vogliono solo faticare, con uno stipendio sicuro.
tutti sono bravi, Stefano Satta Flores sopratutto, è lui che interpreta Donnarumma (che non è un portiere di calcio affermato, ma èsolo un disoccupato di lungo corso), un incubo per la dirigenza della fabbrica.
Prodotta dalla RAI, è la versione
cinematografica dell'omonimo libro del 1959 di Ottiero Ottieri. Una
riproduzione onesta, senza particolari concessioni ad altro che non sia il mero
resoconto dei fatti, che vedono uno psicologo del nord arrivare in uno
stabilimento presso Napoli chiamato a valutare i candidati all'impiego. Il
mondo della fabbrica degli anni '70 è perfettamente rappresentato, con tutti i
suoi risvolti chiari e torbidi. Buono il cast, con un Gianni Garko in parte e
un grande Stefano Satta Flores. Un'occhiata la merita.
In un grande stabilimento nei pressi di Napoli arriva uno psicologo
destinato a selezionare le candidature per le assunzioni in ditta. L'uomo
ancora non si rende conto delle difficoltà del suo compito e della varietà
umana che si troverà davanti.
L’opera più nota di Ottiero Ottieri, sociologo col vezzo della
scrittura o viceversa scrittore con la passione per la sociologia, è Donnarumma
all’assalto, un romanzo del 1959 piuttosto freddo nei toni, molto analitico,
che racconta in prima persona le vicissitudini di uno psicologo alle prese con
le innumerevoli candidature per lo stabilimento Olivetti a Pozzuoli. Va subito
riconosciuta a Marco Leto una notevole capacità di trasportare quanto mai rispettosamente
la pagina scritta nelle immagini della pellicola; questo film, girato per la
Rai nel 1972, risulta compatto, ben narrato e godibile per lo spettatore pur
senza snaturare eccessivamente il testo di partenza – a scrivere la
sceneggiatura è d’altronde intervenuto un tris di firme composto da Bruno Di
Geronimo, Ernesto Guida e dal regista stesso. Leto proveniva da un lungo
apprendistato durante il quale aveva imparato il mestiere a fianco di
professionisti come Franco Rossi, Florestano Vancini e altri ancora; dal 1967
il Nostro passa in prima persona dietro la macchina da presa e comincia a
sfornare una serie di titoli televisivi improntati all’impegno storico e civile
come La sconfitta di Trotsky (1967) e La rivolta dei decabristi (1970) per citarne
solo un paio. È naturale dunque che il suo approccio a un’opera come quella di
Ottieri sia funzionale al progetto; certo, la tensione crescente (che deflagra
nel finale) è gestita con ogni probabilità in modo un po’ approssimativo, ma
d’altronde Leto pare più improntare il suo cinema alle idee che all’azione. Tra
gli attori a sua disposizione ci sono Stefano Satta Flores, Magali Noel, Gianni
Garko e Milena Vukotic: affatto male. Apprezzabile anche la colonna sonora di
Manuel De Sica.
Il film, apparentemente molto
fedele al romanzo, procede alternando riflessioni in prima persona del
protagonista e gli sviluppi veri e propri della vicenda.
Si arriva così a costruire un quadro sociale molto sottile e di impatto, che
mostra uno spaccato della società duro da digerire: un meridione d’Italia
ancora formato da paesi poverissimi in cui la maggior parte delle persone è
semianalfabeta, la disoccupazione è alle stelle ed il lavoro non viene visto
come un’opportunità di sviluppo personale ma come un miraggio, un dono caduto
dal cielo capace di strapparti dalla tua condizione di miseria. Il sistema di
selezione del personale, studiato per valutare attitudini e competenze, risulta
quasi grottesco in un contesto in cui nessuno è interessato a fare un
particolare lavoro piuttosto che un altro, in cui nessuno è in grado di
presentare competenze specifiche se non una generica (e talvolta dichiarata a
parole ma assente nei fatti) voglia di “faticare”.
Il protagonista si scontra con
questa massa di disillusi e demotivati il cui rappresentante di spicco è
proprio Donnarumma, uomo focoso e sanguigno, che passa tutte le sue mattinata
fuori dai cancelli della fabbrica a minacciare i dirigenti, rifiutando di fare
domanda per essere ammesso alla procedura di selezione perché la ritiene una
procedura inutile, sapendo già in principio che verrà scartato. In barba alle
dinamiche del sistema reclama un lavoro perché ne ha bisogno, fottendosene di
test di competenze e colloqui psico-attitudinali.
Una bella fotografia di un mondo
che ora esiste sempre di meno, ma non credo proprio che non esista più del
tutto.
Bello vedere Milena Vukotic in un
ruolo ampio che rende giustizia alle sue abilità recitative e non relegata a
mera spalla comica.
il film racconta la creazione e la distruzione di una cooperativa agricola "americana", durante i primi anni dello stalinismo.
Jussi Ketola viene rapito dalla sua famiglia in Finlandia e portato il quella fattoria, in Unione Sovietica.
sembra una specie di paradiso, ma ben presto l'ossessione dei tradimenti e delle delazioni portano al terrore e agli omicidi.
e tutte le volte che si avvicina quella macchina nera con i viscidi funzionari del partito tremiamo anche noi.
Antti-Jussi Annila fa film che non si dimenticano, e questo ne fa parte.
buona (terroristica) visione - Ismaele
Durante la grande depressione degli anni Trenta, Stalin
invita tutti i lavoratori del mondo a costruire una nuova società basata sulla
giustizia, sull'uguaglianza e sulla libertà. Più di dieci mila americani
rispondono alla sua chiamata e tra questi vi è Jussi Ketola, un americano di
origini finlandesi. Tuttavia, il sogno di un paradiso comunista va rapidamente
in frantumi quando Jussi è assillato da un lato da alcuni bulli fascisti e
dall'altro lato dalla polizia segreta sovietica. Nonostante gli ostacoli, Jussi
riesce a stabilirsi nella comunità e a costruirsi una famiglia ma, quando
cambia il clima politico, gli stranieri iniziano a essere considerati elementi
indesiderati e a scomparire misteriosamente.
…Lo sfondo storico di The Eternal Road, ispirato peraltro a fatti realmente accaduti (e già
condensati in un libro dal connazionale Antti Tuuri), corrisponde alla Grande
Depressione degli anni ’30, periodo di crisi iniziato negli USA di cui Stalin
approfittò per esortare i lavoratori degli altri paesi a raggiungere l’URSS,
così da costruire tutti insieme una nuova società basata sulla giustizia,
l’uguaglianza e la libertà. Anche molti cittadini americani e canadesi vicini
alle idee socialiste accettarono l’invito. Furono più di 10.000. Ma per loro
non finì bene. Mutato il clima politico, instauratasi una spirale di controlli
polizieschi, paranoie diffuse e repressioni di rara ferocia, quelle volenterose
comunità “ospiti” del sogno sovietico riorganizzate in kolchoz nella regione artica furono decimate una dopo l’altra, tra
delazioni, processi farsa, brutali interrogatori, torture, esecuzioni sommarie
e uccisioni di massa. Pochi “fortunati” furono semplicemente rimpatriati nei
paesi d’origine, ma per il resto la spietata macchina di morte messa in moto da
Stalin e dai suoi più stretti collaboratori non conobbe pietà. E in questa
cornice ha luogo anche la fosca avventura del nostro protagonista, il
finlandese Jussi Ketola (qui interpretato da un convincente Tommi Korpela),
soggetto pacifico e anarcoide prelevato con la forza da connazionali di estrema
destra e costretto a riparare in Unione Sovietica, dove gli verrà impedito per
anni di tornare dalla propria famiglia, costretto invece a partecipare alla
costruzione del fantomatico “paradiso dei lavoratori” sotto il controllo
continuo della polizia politica, fino ad assistere in prima persona a
indicibili orrori sottraendosi lui stesso, un po’ per caso, a una gran brutta
fine. Non inganni la robustezza del tema trattato:
quello di Antti-Jussi Annila non è comunque un semplice film di denuncia, bensì
un polimorfico oggetto filmico che accumula pathos di continuo parafrasando
liberamente gli stilemi del western, del noir, del melo e di diversi altri
generi, riadattati con personalità sia durante il rapimento del protagonista,
sia durante la sua permanenza forzata nel kolchoz. Cinema di altissimo livello, insomma, che finisce poi per
inglobare la tragicità della Storia con una parte finale da incubo, simile
volendo a Katyn del maestro polacco Wajda per la crudezza con cui
le esecuzioni vengono messe in scena.