alla sceneggiatura hanno lavorato insieme al regista i fratelli D'Innocenzo, e questo lo rende un film che sorprende.
ottimi attori, per un film con un avvocato azzaccagarbugli (Pietro Castellitto), un poliziotto che deve fare la spesa per casa (Alessandro Borghi), una cartomente che collabora con la polizia (Valeria Golino), e sopratutto un assassino (Leonardo Lidi) che con si capacita di non finire in prigione, non ci finisce per aver ucciso la moglie, ma per qualcosa da niente sì, così va il mondo.
La situazione politica in Italia è grave ma non è seria, scrive Ennio Flaiano all'inizio del film, e alla fine del film, come in un teorema, scopriamo quanto è vero.
un film da non perdere, al cinema.
buona (grave, ma non seria) visione - Ismaele
Paolo Marra ha ucciso sua moglie, senza un perché. Divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi: vuole pagare, scontare la pena, ridare dignità alla donna che ha ucciso e a sé stesso. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e complicati cavilli burocratici, nessuno lo prende sul serio. L'uomo si scopre vittima di un paradosso kafkiano: per quanto lo desideri, non riesce a farsi arrestare. Il perfetto capro espiatorio di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi.
Nell'interessante percorso di Roberto De Paolis Maino di osservazione della realtà, dopo Cuori puri e Princess, ecco Serpenti solo apparentemente slegato dal mondo reale ma che, proprio nella cifra del grottesco, crea un ribaltamento profondo che va al cuore delle cose.
Merito sicuramente della sceneggiatura, scritta dai Fratelli D'Innocenzo insieme al regista, che costruisce sapientemente l'assurdità della vicenda di un uomo che si costituisce alla Polizia reo confesso dell'omicidio della moglie ma che entra all'interno di un iter burocratico kafkiano in cui non riesce ad affermare la sua colpevolezza. Naturalmente l'utilizzo del tono grottesco è paradossale per cercare di raccontare come la violenza sulle donne faccia magari più fatica a essere immediatamente percepita come tale…
…Come la burocrazia riesca a
sacrificare persino il senso dell'impellente e la ragionevolezza più
elementare, è un vero mistero che, raccontato attraverso la verve burina dei
tre sceneggiatori, diventa un miracolo di narrazione grottesca e surreale,
tipica della miglior commedia italiana di maestri come Ferreri, ma più legata
qui al grottesco della deriva contemporanea, che alla poesia di una dimensione
poetico surreale.
Di poetico, in effetti, non c'è davvero nulla in Serpenti, mentre il grottesco esonda da ogni
sottottaccia e svolta narrativa, grazie anche ad una manciata di personaggi
illustri di contorno, uno più bravo ed esilarante dell'altro.
In ordine cronologico, il presunto dichiarato assassino incrocia
dapprima un anonimo appuntato, poi un poliziotto superficiale ed ottuso sino
alla follia (Alessandro Borghi, spassosissimo),
poi un avvocato d'ufficio dalla moralità degna di uno spacciatore, e modi da
azzeccagarbugli più affinato del noto manzoniano (uno straordinario Pietro Castellitto);
infine una sciamannata esperta in tarocchi (e pettegolezzi), ottimamente resa
da Valeria Golino, che dispensa al reo confesso
consigli tali da far precipitare la situazione verso scenari ancor più truci…
È grave ma non seria, la situazione politica italiana: parola
di Ennio Flaiano, che evoca causticamente uno scenario che esonda rispetto
all’agone politico e che pare addirsi – suggerisce il cartello iniziale
di Serpenti – anche all’oggi. Uno scenario che,
appunto, l’opera terza di Roberto De Paolis Maino si propone di scandagliare
attraverso una sorta di verifica antropologica per
assurdo (?), scandita da un impianto strutturale la cui
rigidezza è raddoppiata dall’impostazione formale, anzitutto in sede
compositiva. Eccezion fatta per una manciata di intermezzi eclettici, questo
dispositivo essenziale, finanche schematico, programmatico, fa spazio a un tema
caldo, grave, del contemporaneo nostrano, subito squadernato.
Nella prima sequenza, una lenta carrellata in avanti attraversa l’abitazione di
un uomo che, dopo aver pulito la cucina, confessa un crimine: prossimo all’implosione,
mangiato dai tic, Paolo Marra ha ucciso la moglie. La notizia gode
dell’intensità del naturalismo di Leonardo Lidi – apprezzato interprete e
regista teatrale – e, però, a un tempo, mentre la tragedia viene apparecchiata
(post mortem), viene percorsa da una nota straniante: è
proprio allo spettatore, infatti, che Marra espone il suo tormento, senza mai
distogliere lo sguardo dalla macchina da presa, stabilendo un contatto intimo.
A partire da questa premessa, Serpenti può
allora focalizzarsi in termini narrativi sugli effetti di un evento che rimane,
in quanto tale, non visto e non compreso: si seguirà, evidentemente, il
carnefice, una catabasi già in moto. Marra si reca presso un commissariato al
fine di costituirsi e lo studio di un personaggio psicologicamente sfaccettato,
di una vicenda drammatica, di un tema grave, si appresta a dipanarsi con
andamento ferreo, funereo. Ma in Italia – si sa, pescando nuovamente da Flaiano
– «la linea più breve tra due punti è l’arabesco»: a nulla può il geometrismo
della struttura e della forma, se non a collidere con un barocco latente,
serpeggiante, che trascina la tragedia nei territori della farsa, e che
interdice, dunque, anche la pace (esteriore) di uomo pronto alla resa. Nessuna
calma dopo la tempesta, nessuna elaborazione – visto il caso – privata e pubblica: la traiettoria di Marra non può
proseguire in discesa né in salita. Semplicemente, la tragedia è sospesa e il
carnefice deve cambiar parte. Nel contorcersi dell’arabesco, il copione
originale – auspicato – sfuma in un’eco remota: si recita a soggetto, e s’insinua un ribaltamento.
Dinanzi agli occhi di uno spettatore sorpreso, va in scena una tragicommedia…
…Diviso in quattro
“quadri” di impianto teatrale ma non statici, Serpenti bene
sintetizza quanto scrive De Paolis nelle note di
regia: «La storia del protagonista è la nitida fotografia del modo in cui tanti
uomini, nella tradizione culturale del nostro “vecchio mondo”, sono trattati
dopo aver ucciso o maltrattato delle donne: come se non avessero fatto niente».
Il tono generale è
da commedia macabra, a tratti buffa, anche se non viene affatto nascosta la
gravità del gesto compiuto da questo «assassino malinconico e redento che
gradualmente si trasforma in un uomo disilluso e rabbioso» (parole del regista)…
…Serpenti è infatti il racconto kafkiano (si sentono
echi del rosselliniano Dov'è la libertà?) di un mondo fatto di burocrazia, stanzoni vuoti,
lunghi corridoi, nel quale il commissariato diventa il plastico di una società
capace di neutralizzare persino la confessione di un omicidio. Il film è basato
su un copione scorrettissimo (in fin dei conti, si parla di uxoricidio o, come
si dice adesso, con un neologismo bolso, femminicidio), attraversato da un
grottesco che erode progressivamente ogni gravità e sorretto da una musica
dissonante e straniante (impeccabili le scelte di Vittorio Giampietro) e da un
cast in stato di grazia. Le linee serpeggianti che invadono pavimenti e
immagini non sono allora un semplice vezzo figurativo: sembrano il diagramma di
un mondo morale in cui tutto devia, scivola, si aggira, purché non arrivi mai
dritto al punto.