mercoledì 8 febbraio 2023

Sound barrier – Amir Naderi

una piccola storia, un bambino, Jessie, sordomuto e orfano riceve l'informazione che la mamma, che lavorava in una radio, aveva raccontato di lui.

la curiosità del bambino è insaziabile e poi riesce a trovare la cassetta e a farsi ripetere le parole della mamma da un passante caritatevole e paziente.

la fine, bellissima, ricorda quella di Miguilim, romanzo di João Guimarães Rosa.

buona (lenta e miracolosa) visione, se lo trovate - Ismaele

 

 

 

…è il suono che, stavolta, (in)veste il ruolo dell'Immagine. In sostanza, Naderi riesce ad infrangere la barriera del suono. Quindi, come già spiegato nelle righe soprastanti, a spaccare la barriera dell'Immagine. Di conseguenza, del cinema. Riportando quest'ultimo alla sua naturale stabilità e densità. Riportandolo alla consistenza originale. Riportandolo alle origini: è sempre un cinema delle origini, in fondo, quello del regista di "Acqua, Vento, Sabbia". Ecco che, ancora una volta, avviene un miracolo.

Il cinema di Naderi è vita. È un cinema vitale. Un cinema ossessivamente ottimista e verticale. Come spinta propulsiva. Che punta verso l'alto. Verso la luce. Verso, appunto, il miracolo.

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Jessie, a deaf-mute child of 11, journeys all through New York, clutching a letter and a key, looking for a store in Queens. This contains an audio cassette recorded by her mother before she died. "Both a stylistic feat and an endless assault on the senses, Naderi's latest excursion into black and white is perhaps the most extensive staging of pure frustration in the entire history of cinema."

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“All of my experience over the years in making films came together in this film, to a point that I had wanted to reach all my life. In making Sound Barrier I discovered how much I could push beyond my limits, and in so doing learned many things about myself and my work. Sound Barrier told me I could begin a film I have been planning for years, as the second part of my sound trilogy. It was one of the reasons I left my country. A film about the moon. I have always had a dream of being on the moon; it is exactly where I want to be. This is the beginning of a new path for me.” (A. Naderi)

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Sound Barrier: Iranian master Amir Naderi's latest dispatch from the streets of his adopted New York represents a return to the themes of his seminal The Runner. Fending for himself in an indifferent city, a deaf boy searches for the remaining traces of his dead mother, a radio talk show host who left behind a collection of audio cassettes in a Greenpoint warehouse. As is customary in Naderi's oeuvre, sound design is crucial, and the movie gradually builds to an aural tour de force set on a congested bridge. Exhilarating and exhausting — with a finale that is quite literally an epiphany.

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martedì 7 febbraio 2023

Lo specchio (Ayneh) - Jafar Panahi

Mina è una ragazzina perduta, la mamma non la va a prendere a scuola e lei prova a tornare a casa da sola.

solo che non vive in un paesetto di campagna, ma a Teheran, con milioni di persone e mezzi in movimento.

poi scopriamo che Mina è seguita da qualcuno, lei è la protagonista di un film-verità.

a un certo momento decide di non partecipare più, e va via e il film diventa un'altra cosa.

ma si dimentica il microfono addosso, resta la protagonista del film, a sua insaputa.

un piccolo grande film, da non perdere.

buona (vagante) visione - Ismaele

 

 

 

grande film. In certi casi, l'allievo (Panahi) puo' superare il maestro (Kiarostami). Questa pellicola sviluppa brillantemente i vari elementi del cinema kiarostamiano: narrazione anti-ellittica, utilizzo frequente di voci fuori campo, pedinamento, bambini, sguardo critico ma composto sull'Iran moderno e soprattutto la raffinata fusione tra cinema e realta'. Nel film di Panahi, le due cose arrivano a convergere: il personaggio che la bimba interpreta nel film subisce l'arroganza e l'indifferenza degli adulti nel suo ostinato viaggio verso casa; la stessa crudelta' subisce la bimba-attrice nella vita reale ad opera della troupe...Apologo sul cinismo di cio' che sta dietro al cinema e, insieme, sguardo impietoso su un mondo maschilista e autoritario

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Ottimamente capace di riprodurre gli umori e i rumori della ordinaria quotidianetà cittadina, Panahi guarda di sottecchi la città di Tehran e c'è ne mostra gli aspetti retrivi attraverso la rappresentazione delle sue assonanze con l'occidente (il traffico cittadino, la partita di calcio, i cittadini affaccendati). La piccola Mina, nel suo girovagare cittadino, si insinua tra le pieghe di una società maschilista e sorda alle richieste d'aiuto dei più deboli, una società complessa e contraddittoria in cui il formalismo delle azioni  ha una forza tale che rischia di anestetizzare anche gli slanci emotivi più puri. Il film è sinceramente poetico oltre che tecnicamente ineccepibile. Sorprendente la piccola Aida Mohammadkhani.

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il cinema si pone con occhio vigile ed indagatore, privo da condizionamenti, come colui che non sa e cerca strenuamente di capire. Ma quello che gli giunge, dalla tumultuosa storia quotidiana dell'umanità, è solo  un confuso ed assordante rumore di fondo, che fa da colonna sonora ad una sfilata di icone arrugginite, irrigidite nei loro ruoli prestabiliti ed immutabili. I personaggi che Mina incrocia lungo il cammino sono gli esponenti di una società cristallizzata intorno a pochi tipi: la madre, la nonna, la giovane sposa, la chiromante, la maestra, il faccendiere, il maschilista, il mendicante, il disoccupato: lo stesso regista e la sua troupe fanno parte di questo teatro incapace di cambiare, di venire veramente incontro ai bisogni di chi non afferra il senso di tutto ciò, e perciò si ribella e invoca aiuto. La piccola che non vuole più recitare, che chiede di essere libera di vivere la sua età, di giocare e partecipare alle festicciole, è come l'arte che, di fronte all'indifferenza degli uomini, alla loro indisponibilità a servirla, aprendo la mente in suo onore, decide di ripiegare sulla creatività pura ed individuale, svincolata dai canoni che vorrebbero assoggettarla alle mode. Tornare a casa, rifugiarsi nel privato, è l'extrema ratio a cui si ricorre per proteggere un tesoro minacciato dalla  cinica prepotenza della massa, dei regimi, dell'oscurantismo. Jafar Panahi non è mai stato così critico, nei confronti della sua gente, della sua nazione (e di se stesso) come in questo film: Ayneh è lo specchio in cui anche lui si riflette, e forse si vede e si scruta, o forse si vede e distoglie lo sguardo.

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…It makes for a most fascinating film, one that breaks new ground and challenges Hollywood to look more closely at the product it’s putting out and the tremendous influence it has on the world market. It seems astonishing that a country like Iran, which has a government censor for films, can make a film like this that makes you think and is more challenging than most films put out by Hollywood with all its freedoms, big-budgets, special-effects and pools of talent.

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El espejo, de Jafar Panahi, es un film extraño, original, y al mismo tiempo netamente inscripto dentro de lo que podríamos denominar cine iraní. Participa por un lado de esa inquietud que Majid Majidi plasmó en Niños del cielo (y en menor medida, en El padre): abrazar el mundo infantil. Estoy hablando de historias protagonizadas por niños, narradas desde su punto de vista y mínimas, absolutamente simples, en su núcleo argumental. Recuerdo un slogan publicitario. En las cosas simples está el verdadero sabor de la vida. El cine iraní, este cine, también existe por ellas y para ellas. Pero demostró, tal vez allí su mayor mérito, que las cosas simples de la vida no son cursis... como un aviso de Criollitas. La primera parte de El espejo gira en torno de una niña extraviada en el centro de Teherán. Su mamá no aparece por la escuela a buscarla y ella, a tientas, busca el rumbo de regreso a casa. La ternura de Mina (Mina Mohammad Khani), su vocecita aguda, que el desamparo afina más y más, parecen polizones en las calles indiferentes y atestadas de la metrópolis.

El espejo también comparte muchas de las obsesiones de Abbas Kiarostami, el más famoso y prestigioso realizador iraní de estos tiempos, de quien Panahi se considera con toda justicia un discípulo. Me refiero al interés por explorar las conexiones entre la realidad y la ficción. En Detrás de los olivos, una entre varias de Kiarostami, hay un director de ficción que convoca a los mismos actores que el director verdadero. Y hace los mismos esfuerzos por dirigirlos, muchas veces en las mismas tomas, con lo que, de alguna forma, la película es la historia de sí misma. Más o menos cautivante, el planteo de Kiarostami es bastante transparente allí. No se puede decir lo mismo del que irrumpe en la segunda parte de El espejo. Que comienza cuando Mina, abrupta e imprevisiblemente, mira a cámara y, hastiada, dice que ya no va a actuar. El director y los técnicos intentan convencerla en vano. Procuran sonsacarle las razones del desplante, pero no hay caso. Mina está empacada y lo único que quiere es irse a casa... y sola. Al director, entonces, se le ocurre aprovechar la crisis (y el hecho de que Mina no se haya quitado el micrófono inalámbrico) para seguir a la niña en su periplo. Prosiguiendo de algún modo, sin que ella lo perciba, el rodaje de la anécdota. Al fin de cuentas, la niña sigue sin hallar el camino a su hogar...

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lunedì 6 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin) - Martin Mc Donagh

anche senza effetti speciali The Banshees of Inisherin è davvero un film speciale.

una piccola isola dove tutti sanno di tutti, nascondersi è impossibile.

il tempo che passa, fra una birra e l'altra e due chiacchiere fra amici, è il motore della scelta di Colm (Brendan Gleeson), di non perdere più tempo, solo darsi alla musica è importante.

da qui nasce il dramma della storia, Padraic (Colin Farrell) si sente rifiutato dal suo migliore amico, e sta male, molto male, e non si rassegna.

e tutto si complica quando la banshee (una specie di strega) dell'isola comincia a parlare.

musica di Carter Burwell, che fa la sua parte.

attori straordinari, e poi c'è anche Jenny, l'asinella.

un film da non perdere, se non si era capito.

buona (musicale) visione


ps: a chi l'ha visto tornerà in mente il bellissimo Il segreto dell'isola di Roan, di John Sayles, e a chi l'ha letto tornerà in mente Nel cuore dell'inverno, un bellissimo e terribile romanzo di Dominic Cooper, pubblicato da Einaudi nel 1997.

 


 

 

 

Il film dimostra che una scrittura inattaccabile e una recitazione superlativa bastano per avvincere lo spettatore, magicamente calato in un microcosmo dove ironia e dramma si alternano senza soluzione di continuità e che diventa specchio universale della tragica follia umana. Sublime.

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È un cinema di parole quello di Martin McDonagh.Parole urlate (come quelle di Siobhán, interpretata perfettamente da Kerry Condon), sussurrate, balbettate (come quelle di Dominic Kearney, alias Barry Keoghan), tenute in silenzio.

Le battute di McDonagh sono lasciate scorrere con calma, trascinandosi stanche, colme di sarcasmo e sputate fuori da teatranti inconsapevoli su palcoscenici naturali.Belfast è lontana, e con lei la guerra civile che la distrugge, la lacera, la rasa al suolo riducendola in cenere. Tra le colline erbose dell'isola immaginaria di Inisherin si combatte un'altra lotta, più silente, privata, tra un'anima pura, umile e quella del suo migliore amico che quella parola così confortante e di vicinanza, ha voluto negargliela. Un'esplosione senza ordigno, che scoppia in silenzio, e proprio per combattere quel silenzio che Pádraic chiama a sé parroco e sorella, gestori dell'unico pub del paese e il giovane del villaggio, facendo di ogni conoscente soldato di un esercito senza uniformi - ma tante domande - comandati dall'adorata asinella nel ruolo di generale, per cercare la verità e convincere Colm di svestirsi della funzione di nemico, e ritornare in quello di complice. In un abbraccio intimo, continuo, dove la commedia si unisce al dramma generando un ibrido commovente e terribilmente umanoGli spiriti dell'Isola si sveste dei fasti dell'ironia superficiale, per abbigliarsi di brillante malinconica, svelando così la reale natura dei sentimenti di chi prova difficoltà ad aprirsi al mondo…

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Quindici anni dopo In Bruges McDonagh riprende la coppia Farrell-Gleason immergendola nel paesaggio ventoso e selvaggio di un’isola irlandese della costa occidentale e in un contesto narrativo anche stavolta scandito dall’impasse, dall’attesa di un evento drammatico di là da venire. All’inizio sembra una commedia dell’assurdo in costume scritta da Beckett: due uomini un tempo amici litigano senza un motivo preciso e la situazione via via degenera fino a sposare linee sanguinolente, quasi horror. Poi il ritmo diventa tragico, quasi ineluttabile, come quello di una ballata irlandese. Gli spiriti dell’isola riprende un testo che l’autore ha inizialmente scritto a chiusura della sua trilogia teatrale sulle Isole Aran (Lo storpio di Inishmaan e Il tenente di Inishmore sono le opere precedenti). Anche in questo caso, come negli altri film scritti e diretti dal drammaturgo di origini irlandesi, emerge la natura di scrittore e fine battutista, con i dialoghi ostentatamente “perfetti” nel condensare ironia ed elementi stranianti. E quindi permane quella sospetta inclinazione all’intrattenimento a cronometro, gigionesco, quasi a voler offuscare l’anima dark delle storie e dei personaggi…

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…Il crescendo narrativo sempre più carico di dramma in cui l’amicizia si trasforma ben presto in contrapposizione carica di odio soprattutto da parte di Padraic, trova nel finale un epilogo che per alcuni versi appare persino ambiguo, nel quale è chiara e nitida l’incapacità di entrambi i protagonisti della faida di liberarsi dal giogo della solitudine che l’isola infonde in chi ci vive, e da quel legame ancestrale che risulta impossibile da troncare.

Gli spiriti dell’isola è un ritorno all’antico per Martin McDonagh, un rivolgere lo sguardo a quei toni più intimistici  che avevano contribuito nel suo film d’esordio In Bruges ad un’opera di grande valore, a tutt’oggi probabilmente ancora il suo miglior lavoro; di certo il regista irlandese dà ancora una volta prova di una grande capacità di scrittura, grazie ai dialoghi e a quella maniera molto abile che ha nel passare dal dramma alla commedia nell’arco di poche battute, che è in Gli spiriti dell’isola una delle caratteristiche più valide, supportata peraltro splendidamente da una regia poderosa.

L’aver ricostituito la coppia di attori protagonista di In Bruges, Collin Farrell e Brendan Gleeson, si è dimostrata infine una scelta azzeccata, soprattutto riguardo al primo, premiato a Venezia con la Coppa Volpi per il migliore attore e candidato all’Oscar per il premio come miglior attore protagonista, dà una definitiva ed inappellabile prova della sua grande versatilità e della sua bravura che non sempre hanno trovato estimatori; con Gli spiriti dell’isola ogni dubbio viene definitivamente fugato riguardo alla bravura e alla classe dell’attore irlandese.

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C’è un incredibile e continuo gioco di dare e avere tra questi due, e mentre diamo per scontato il carisma eccentrico di Gleeson da The General del 1998, la performance che lascia il segno è quella di Farrell (Coppa Volpi a Venezia 79). È difficile pensare a un ritratto che trovi così tante sfumature emotive e livelli di profondità nell’incomprensione; il suo Pádraic non riesce a cogliere la logica dietro la decisione del suo amico più di quanto possa controllare le sue reazioni, il suo illogico bisogno o la vergogna di aver fatto qualcosa di sbagliato non avendo sfruttato a pieno la sua vita. Capirete anche perché un amico potrebbe essere tentato di allontanarsi pure da lui, eppure non percepirete mai che Farrell provi simpatia o antipatia per quest’anima straordinariamente semplice. Non è un caso che i due uomini diano alla fine del film un senso di ambiguità riguardo a ciò che potrebbe accadere dopo i titoli di coda. Eppure non è sbagliato che Farrell abbia l’ultima parola, e che sia il tipo che ti lascia con la sensazione di aver appena assistito a ferite che potrebbero non rimarginarsi mai. Possano gli spiriti gridare sempre per questo duo. E per quanto riguarda McDonagh: bentornato.

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domenica 5 febbraio 2023

Decision to leave (La donna del mistero) - Park Chan-wook

un film che parte lento e poi cresce e quando sembra fermarsi c'è una seconda parte ancora più bella (se possibile) della prima.

omicidi e amore impossibile legano Seo-rae e Hae-joon, assassina e poliziotto.

il film è pieno di indizi, tracce, messaggi e Hae-joon riesce a trovare, con difficoltà e intelligenza, le molliche di pane di Pollicino/Seo-rae, nel suo viaggio senza ritorno.

grande film, senza se e senza ma.

buona (misteriosa e imperdibile) visione - Ismaele

ps: i due protagonisti sono attori bravissimi e importanti, Tang Wei è una spendida protagonista in Un lungo viaggio nella notte, un gran film cinese di Bi Gan, e Park Hae-il è ottimo interprete di tanti film coreani, uno a caso The host, di Bong Joon Ho...




Cinema puro e senza compromessi, non soltanto esercizio estetico ed estatico ma raffinata riflessione sul genere, capace di innalzare le vie del thriller investigativo a vette inesplorate, guardando ai classici con una personalità spiccata e intransigente, pronta ad ammorbidirsi su quei sussulti romantici e su un alone mystery che d'altronde ne caratterizza le fondamenta. Con Decision to leave il maestro coreano Park Chan-wook firma forse la sua opera più consapevole - e in una filmografia dove spicca tra i già tanti capolavori la Trilogia della vendetta, non è certo cosa da poco - e ci riporta ad un piacere della visione dove le immagini vanno di pari passo con la storia e il relativo contenuto, tra colpi di scena e soluzioni geometriche che intrecciano le dinamiche di una vicenda dove niente è come sembra, e non soltanto a livello meramente narrativo. Un neo-noir di istinti e di istanti, dove il cuore e lo sguardo sono veicoli di emozioni a 360° gradi, partitura affascinante e irresistibile che rapisce in un vortice di sensazioni eterogenee e primigenie.

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Sobrio e asciutto nella messa in scena, hitchcockiano nello spirito di un neo-noir che guarda consapevolmente ai classici del genere ma li veste di panni contemporanei: un uomo oggettivizzato e passivo, disarmato di fronte all'iniziativa di lei, e i dispositivi elettronici - chat e messaggi vocali, ma anche geolocalizzazione e tracciamento degli spostamenti - come mezzo principe (e talora anche un fine) nello svolgimento della loro liaison proibita. Quel che non ci si aspetterebbe da Park, e che invece giunge, è un film all'insegna del less is more, in cui la gratuita spettacolarizzazione è fuggita, tanto nel lato thriller che in quello romantico.

Non mancano i movimenti di macchina magistrali e le riprese dall'alto mirabili, ma la misura con cui sono gestite è inedita. Lo sviluppo di quest'ultimo, in un crescendo di messaggi in codice e sguardi, di ammiccamenti e intese invisibili, è costantemente gestito con delicatezza, in contrasto con le macabre vicende poliziesche che permettono ai due amanti prima di conoscersi e poi di frequentarsi…

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Diventare un caso irrisolto. Restare una di quelle foto appese su quel muro dei delitti che non hanno trovato una soluzione, e, in questo modo, restare per sempre nella mente di qualcuno, fino a levargli il sonno. È un’aspirazione che punta a far diventare un amore qualcosa di eterno, senza fine, destinato a durare tutta la vita e al di là della vita. Trovare una dichiarazione d’amore in un messaggio in cui non si dice “ti amo”, ma qualcos’altro, e capire lo stesso. Perdersi nel significato delle parole tra coreano e cinese, lost in translation, ma riuscire a comunicare. È anche in queste piccole sfumature, e in un finale ancora una volta strepitoso, che si vede quello che è un grande film.

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…Di fatto più che concentrarsi sul delitto, sul colpevole e sulle modalità tramite il quale il delitto viene messo in scena, il regista coreano indaga le regioni più oscure dell’animo umano. Cosa si è disposti a fare pur di non rinunciare alla persona che si ama? Cosa non si è disposti a fare per non compromettere la propria integrità di essere umano? Il risultato è un mix piuttosto statico di scene bellissime, tenui momenti di tensione e dialoghi (spesso) inutilmente dilatati (n.d.r. nonostante un discreto doppiaggio in italiano si consiglia ovviamente la visione in lingua originale, anche solo per l’impagabile resa dell’incomunicabilità tra il protagonista coreano e la protagonista cinese).

Eppure c’è questa sorta di dipendenza che Decision To Leave riesce a instillare nello spettatore. Come se il morboso legame tra i due protagonisti fosse riuscito a strisciare fuori dallo schermo e a serpeggiare per la sala per poi avvinghiarsi alle caviglie dello spettatore, trascinandolo in un fangoso ed angosciante abisso di amore e sofferenza.

Manca qualcosa in Decision To Leave però. Manca una dirompente esplosione di violenza (di solito marchio di fabbrica di Park Chan-wook). Manca un fendente che dia la scossa al film, che lo faccia innalzare da mero gioiello registico a vero capolavoro, il suggello di una carriera incredibile. Attenzione, non stiamo parlando né di occasione sprecata né, tantomeno, di delusione. Decision To Leave è un film bellissimo e visivamente una gemma rara. Ma ogni regista ha nella sua filmografia dei totem e dei film minori, come dicevamo nell’apertura di questa recensione.

Decision To Leave è un Park Chan-wook minore. E se questo è un suo film minore, forse dovrebbe rendere bene l’idea della grandezza di questo regista.

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sabato 4 febbraio 2023

Bussano alla porta - M. Night Shyamalan

un film misterioso, quattro personaggi appaiono, bussando alla porta, quattro cavalieri dell'Apocalisse, che hanno scelto, o loro o qualcun altro, una famiglia per risolvere i problemi del mondo.

i quattro, guidati da un gigantesco, in tutti i sensi, Dave Bautista fanno le loro richieste, con fermezza e gentilezza, qualcuno deve morire per salvare il mondo.

un po' mi ha ricordato Colossal, di Nacho Vigalondo, una minaccia implacabile che sembra inarrestabile.

niente di nuovo, quindi, ma la "versione" di M. Night Shyamalan è sempre molto interessante.

un film che non vi dispiacerà.

buona (catastrofica e claustrofobica) visione - Ismaele

 

 

...Nel corso del film, dunque, in modo semplice e diretto, Shyamalan ci mette a confronto con ciò che siamo diventati e con ciò che potremo diventare se non vengono compiute le giuste scelte. La tensione è palpabile, sin dalle primissime scene, dove il giocare spensieratamente nel bosco di Wen viene interrotto dalla comparsa in scena di Leonard. Parlando proprio di quest’ultimo personaggio, difficile non accorgersi di quanto Dave Bautista si riveli un interprete capace di dar equilibrio agli opposti, non minimizzando la sua possenza ma anzi arricchendola dotando il suo Leonard di una gentilezza a cui non si è realmente pronti.

Tornando al film, dall’arrivo dei quattro estranei sarà dunque un susseguirsi di attese, non detti e colpi di scena che accrescono sempre più il senso di agitazione, avendo poi sempre in mente la premessa di base, ovvero la scelta che i protagonisti dovranno prima o poi compiere. Chissà se similmente a The Village questo Bussano alla porta si affermerà come il miglior film capace di raccontare il nostro contemporaneo, di certo si rivela un’opera coerente con la produzione precedente del regista, sia a livello estetico che tematico, offrendo una convincente evoluzione nella sua ricerca dell’essenza della società attuale.

Attraverso l’allegoria proposta con questo film, Shyamalan ci invita infatti ad una riflessione sul valore delle scelte che compiamo ogni giorno, sull’importanza imprescindibile della fede e dell’amore, ma anche a ripensare il ruolo delle immagini e il loro peso sulla coscienza umana. Un film estremamente lucido e importante, dunque, al quale si possono perdonare alcuni passaggi narrativi meno convincenti, e capace soprattutto di tenere con il fiato sospeso in modo intelligente e spingere lo spettatore ad una partecipazione attiva (cosa non frequente oramai), dal quale difficilmente si uscirà delusi. Ancora una volta, dunque, Shyamalan si conferma un magnifico narratore dei suoi (e nostri) tempi.

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È infatti Bautista che regge questo thriller di parola, tutto dialoghi, confronti e tentativi di convincere gli altri, è lui ad impostare il tono terrorizzato ma anche molto empatico che ha la storia, quel misto di paura per la fine di tutto ma anche di avvicinamento agli altri e tentativo di trovare una soluzione insieme senza la violenza: “Quando ho incontrato Dave ho realizzato che era davvero il personaggio che pensavo potesse interpretare, così innocente, dolce e fragile anche nei miei confronti. È un uomo da 150 Kg di muscoli ma non è così che affronta la vita, anzi lo fa come una persona fragile. Gli ho detto: “Non cambiare. Io dirò azione e lo registreremo!”.

la grande idea (del romanzo ma poi ben tradotta nel film) è che ci sia qualcuno di così grosso in quella parte, qualcuno che associamo alla violenza e di cui temiamo la forza, che anche se non fa nulla è minaccioso. Quello crea la tensione, che poi è sempre il punto: “Spesso guardo le proiezioni dei miei film in sala per controllare che la gente non vada in bagno, perché davvero non dovresti essere in grado di poterci andare mai!”. Non è infatti la tensione il problema di Bussano alla porta ma, come spesso è capitato a Shyamalan, semmai lo è la maniera in cui questa tensione è organizzata in una trama, gli obiettivi della storia e poi la sua risoluzione. Anche in questo caso è facile trovarsi un po’ delusi dagli esiti, dopo che per tutto il film è stato costruita così bene un’aria di grande enfasi e si sono alzate le poste in gioco.

Shyamalan da sempre però è così, è un regista a cui importa molto di più come un film fa sentire lo spettatore che il fatto di avere una trama pulita, coerente e scritta rispettando tutte le regole. Questo gli ha consentito di creare film che dividono e spesso deludenti ma anche di creare ogni volta una tensione che è solo sua, che tutti riconosciamo e che (caso raro) sa nutrirsi anche di niente, cioè non esce per forza dalla logica degli eventi ma lui riesce a farla comparire da sola. Non a caso i suoi film apocalittici preferiti sono La notte dei morti viventi e Gli uccelli di Hitchcock in cui non esiste un’origine chiara per gli eventi: “Entrambi quei film evocano in me la sensazione di cui sono drogato: essere parte di un evento oscuro e pazzesco di cui ho appena realizzato le implicazioni”.

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