venerdì 10 aprile 2026

Reykjavik Rotterdam - Óskar Jónasson

una storia già vista, un piccolo (ex?) delinquente per amore alla famiglia vuole fare l'ultimo colpo, e poi ritirarsi.

niente di originale, solo che l'ambientazione è in Islanda, dove esistono i deliquenti, anche lì, chi l'avrebbe mai detto.

la lezione principale è che mai bisogna fidarsi degli amici, sono proprio una iattura.

attori e attrici sono bravi, anche il regista evidentemente.

mi è sembrato che nella prima parte ci sono problemi nel montaggio, ci vuole un po' a capire la storia.

nel suo genere non è male.

buona (nordica) visione - Ismaele 



si può vedere QUI

 

 

Come un pesce sulla terra asciutta, Kristofer è bloccato in una noiosa routine giornaliera lavorando come guardia di sicurezza. Viene licenziato dalla nave merci in cui lavora quando viene sorpreso a contrabbandare alcol. Di fronte a molti problemi viene tentato ad accettare l'aiuto di un amico, Steingrimur, che riesce a fargli riavere il suo vecchio lavoro usando la sua influenza. Kristofer decide di correre l'ultimo rischio in un tour a Rotterdam.

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In conclusione un gioiellino da vedere,
perché ti coinvolge a dovere e il regista
utilizza un linguaggio narrativo veloce
che colpisce l'obbiettivo andando subito
al sodo creando un atmosfera nervosa e tesa,
condita anche con un pizzico di ironia
su certe situazioni e spiazza, soprattutto nella
seconda parte, anche se poi cade in un "Happy End"
che sembra forzato, ma ormai il buono è fatto.

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giovedì 9 aprile 2026

Un eroe dei nostri tempi – Mario Monicelli

Alberto è l'eroe dei nostri tempi, un vigliacco, un crumiro, un fifone, un minus habens, un lecchino, un traditore, insomma una merda.

Alberto Sordi interpreta l'eroe alla perfezione, sotto la direzione di Mario Monicelli, la sceneggiatura di Rodolfo Sonego, con dei colleghi attrici e attori bravissimi.

buona (divertente e amara) visione - Ismaele


qui o qui si può vedere il film completo



Grazie a Rodolfo Sonego, da due anni autore principale del divo, Un eroe dei nostri tempi si staglia quale (primo o comunque tra i primi) epicentro di una carriera straordinaria per la scelta di raccontare caratteri sgradevoli e sulla carta da tenere lontani per poter sfondare, un percorso votato allo studio del male insito all’uomo del dopoguerra, al democristianuccio della porta accanto, all’opportunista un tempo suggestionato dalla grandeur cialtrona del fascismo e quindi accomodatosi tra i cuscini del perbenismo cattolico.

Monicelli, Sonego e Sordi costruiscono un personaggio emblematico dell’Italia – anzi: della Roma – a cavallo tra ricostruzione e benessere economico, individuando una componente fondamentale: la paura. Guarda caso – e gli capiterà spesso – Sordi interpreta un protagonista che si chiama come lui, non tanto con l’intenzione di volersi identificare in un tale mostr(sciatto)o, quanto piuttosto per sottolineare la sua capacità di intercettare un comune sentire, rappresentante massimo di un popolo, accollarsi l’incarico di raccontarne i lati oscuri affinché gli spettatori possano percepirsi esentati pur riconoscendovi segretamente…

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Diretto da Mario Monicelli sulla base di una sceneggiatura curata da Rodolfo SonegoUn eroe dei nostri tempi deve buona parte della sua riuscita alla grandiosa performance di Alberto Sordi, che qui interpreta uno dei suoi personaggi più divertenti. In sintesi, Alberto Menichetti è impiegato presso una ditta che produce cappelli e, nonostante la sua estrema prudenza, si trova coinvolto in situazioni tragicomiche che lo porteranno addirittura a essere scambiato per un anarchico. È attorno a Sordi che ruota essenzialmente il film, ma tuttavia non possiamo non riconoscere i meriti sia degli altri attori (tra i tanti ricordiamo Franca Valeri, Mario Carotenuto, il regista Lattuada e, in piccolo ruolo, il futuro Bud Spencer), sia della regia. Sebbene goda di scarsa fama, questo film è uno dei gioiellini da riscoprire del periodo d’oro di Sordi. Nonostante che il personaggio, nella filmografia sordiana, non sia nuovo, lo sviluppo offre una serie quasi incalcolabile di situazioni divertenti, affidate naturalmente all’istrionismo del protagonista. Il personaggio, interpretato da Sordi è l’ennesimo ritratto, molto caricaturale, dell’italiano medio, stavolta nella persona di un meschinissimo individuo pronto a tradire tutti e tutto pur di salvare la propria pellaccia. Un Monicelli sulla via della propria maturità, ma con una freschezza di umorista già tutta sua, dirige al meglio un cast di comprimari di lusso. La battuta finale (“posso andare? ci sarà pericolo?“), pronunciata da un Sordi arruolatosi nella Celere, è diventata quasi proverbiale. La visione è assolutamente consigliata.

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Mario Monicelli, maestro assoluto della commedia italiana, non ha mai puntato su tempi di carattere sociale, al massimo evidenzia le storture della vita quotidiana anche lavorativa e le sfiora in questa occasione senza poter immaginare che oggi, a tanti decenni di distanza, il lavoro è millimetricamente osservato dai sistemi di sorveglianza informatica. Qui, infatti, le condizioni di lavoro con quel sistema microfonico (comico e surreale), consentono al capo di spiare i suoi dipendenti e richiamarli immediatamente all'ordine in caso di abuso, ma la resistenza a questa sorveglianza pervasiva è debole quanto l'etica del lavoro di Alberto Menichetti, i cui unici compiti sono infatti pulire l'ufficio del suo superiore e provare un nuovo design del cappello. Il problema – che è allo stesso tempo causa di un umorismo molto divertente – è che il protagonista di questo film ha, al contrario, il dono di sconfinare maldestramente in situazioni improbabili, che peraltro confermano le apprensioni che coltiva nei confronti dell'autorità in tutte le sue forme.

Alberto Sordi è, ovviamente e come ci possiamo aspettare, perfetto in un ruolo forse cucito addosso a lui, con una interpretazione ottimamente modulata al personaggio: “Ma io non ho paura, è che ho la fortuna di essere prudente”. Una frase introduttiva capace di spiegare tutto il suo Alberto.

Cast strepitoso che comprende la grandissima Franca Valeri, la bellissima Giovanna Ralli e tanti altri nomi importanti per la commedia di quegli anni. La sorpresa è Carlo Pedersoli non ancora Bud Spencer.

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mercoledì 8 aprile 2026

Gli occhi degli altri – Andrea De Sica

di Andrea De Sica avevo visto qualche anno fa I figli della notte, una promettente opera prima.

adesso nei cinema è arrivato Gli occhi degli altrisi tratta di una storia d'amore (?) tossico, nell'alta società, nobili e codazzo di adoranti inutili (peccato non aver tagliato la testa ai nobili, come si usava in Francia, al momento giusto)

Elena (una bravissima Jasmine Trinca) e Lelio (un bravissimo Filippo Timi) si vogliono senza se e senza ma, però dopo poco arriva la noia, la depressione, la gelosia.

e la fine è la solita, un drammatico omicidio, che ancora non si chiamava femminicidio, quando ancora il divorzio non era possibile (se non per i riccastri, pagando la Sacra Rota).

è un film che merita, non fa divertire, c'è da soffrire fino alla fine, e forse è per questo che ci sono, immeritatamente, pochi incassi, alla seconda settimana solo una ventina di sale, mica è Supermario.

buona (tragica) visione - Ismaele



 

Gli occhi degli altri è un film che funziona proprio per la sua scelta di non affrettare nulla. Restituisce ogni dettaglio, ogni incrinatura, con una pazienza quasi angosciante, fino a un finale che – pur noto – arriva come l’unica conclusione possibile. De Sica lavora per sottrazione, senza retorica, e affida tutto alla forza dei due interpreti. Jasmine Trinca è, come sempre, superba.

Un’attrice solida, mai prevedibile, che non ha paura di esporsi e concedersi. La sua Elena è piena di chiaroscuri, imperfetta ma viva, disperatamente attaccata a un’idea di autodeterminazione che la società (e il marito) non le permettono. Ed è supportata da un partner di tutto rispetto, Filippo Timi, che sa trovare il perfetto equilibrio tra l’essere un uomo di potere con tutto il suo appeal e carsima, e un personaggio disturbato, che scivola nell’abisso del delirio. Tutto con una naturalezza sconvolgente. Ed è proprio per questo che riesce nel suo intento: scuotere chi guarda.

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…Al netto di una sezione nel complesso assai riuscita, che ben introduce tanto la follia quanto la solitudine di Lelio, portandola in fondo parallelamente al percorso di distanziamento e cambiamento di Elena – vivo, credibile e forte anche perché sostenuto dalla coerente evoluzione del corpo e dello sguardo della dubbiosa e forte Jasmine Trinca; d’altro canto la caduta della donna in questo stato sembra come giunto dal nulla, similmente alla sensazione che dà la ora definitiva svolta del personaggio di Timi, che d’un tratto abbandona l’ambiguo fascino dell’amante oscuro e fragile, in favore della rigidità impositiva del carceriere, salvo poi rifarsi nelle fasi finali. Ma il film si riprende, complice il contrasto della cupezza del tutto con l’azzeccata comicità della fattucchiera, anche primo allarme per un Lelio che inizia ad avvertire un allentarsi della sua morsa sulla moglie, la sfumare della sensazione di essere l’unico per lei, e che lo inebria più di ogni altra cosa.

Di certo l’accennata struttura ad ampi salti temporali alimenta questa sensazione d’essersi persi qualcosa, laddove invece non era avvenuto, ad esempio, nei confronti delle appena accennate storie dei soliti invitati ai weekend sull’isola: ogni volta con un nuovo partner o un nuovo dettaglio, una sfumatura di carattere o una battuta rispetto un qualcosa che allo spettatore rimane escluso dalla diegesi, ma il cui solo suggerimento alimenta invece la sensazione di isolamento e distanza imposta al mondo da Lelio, ma che, nonostante tanto potere, continua a girare…

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Gli occhi degli altri, di Andrea De Sica, così, è davvero un film che si distacca dalla produzione corrente del cinema italiano. In un colpo solo, mette in scena la crisi dell’infantile e nevrotica borghesia italiana, mentre riflette sul linguaggio del cinema quale territorio in cui la crisi trova il suo spazio di raffigurazione e verità. Tutto ciò è stato possibile, infine, grazie al talento e professionalità degli interpreti. Filippo Timi veste i panni del marchese attraverso il minimo della teatralità esteriore, come un demiurgo immobile e patriarca, inchiodato alla propria nevrosi.

Jasmine Trinca, finalmente, varca la soglia che dall’attore conduce al divo, attraverso il coraggio, artistico, di recitare con il corpo, nel corpo, per il corpo. Come il suo personaggio richiede, Jasmine cattura il desiderio e lo rilancia: prodiga di sguardi in macchina, ella chiama in causa, senza compromessi, la funzione, estetica e sociale, dello spettatore. Lei ci guarda e noi siamo da lei guardati, in una interrogazione produttiva, in chiave dialettica, del senso del guardare col corpo e vedere con gli occhi. Ciò che il cinema è, o dovrebbe essere, al di là dei mille gusti possibili e tutti i pregiudizi di moda.

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Al suo terzo lungometraggio, De Sica nipotino (suo nonno era un certo Vittorio) ricostruisce uno dei fatti di cronaca nera più scandalosi degli anni Sessanta, in una vicenda che copre un intero decennio fino al 1970, con una messa in scena ben costruita e visivamente molto sorvegliata. La gabbia dorata nella quale l'arrampicatrice sociale Elena/Anna si trovò a vivere, fino a sprofondare nella depressione, è raffigurata con chirurgica precisione: gli ambienti, le dinamiche sociali, il rapporto con la servitù, la gerarchia quasi feudale tra chi sta sopra e chi sta sotto, tutto concorre a restituire il clima di un mondo in cui il sesso si traveste da libertà ma odora già di possesso, ricatto e abuso. Anche grazie alla fotografia, ai costumi e a una colonna sonora molto esibita (di Andrea Farri), il film ha un'eleganza livida che a tratti sfiora il thriller psicologico, con qualche inquadratura decentrata e labirintica che denuncia ambizioni cinefile persino un po' smaniose. Il problema è che, nel complesso, resta scarsamente incline ad andare oltre la mera messinscena dei fatti. Come se al regista interessassero più l'osservazione antropologica di un ambiente aristocratico e il primato della bella immagine che non le psicologie dei personaggi, qui limitate a ruoli piuttosto rigidi, a dispetto dell'ottima interpretazione di tutto il cast.

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Sebbene il punto di forza principale risieda nella capacità di trasformare un fatto di cronaca in una parabola profetica sulla cultura dell'immagine, il ritmo volutamente compassato e la freddezza di alcuni passaggi potrebbero risultare respingenti per chi cerca un thriller più convenzionale. L'ho trovata un'opera audace che interroga lo spettatore sul proprio ruolo di testimone del dolore altrui, confermando De Sica come una delle voci più originali del cinema italiano contemporaneo grazie a un dramma estetizzante che rimane impresso ben oltre i titoli di coda.

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martedì 7 aprile 2026

Miracle - Storia di destini incrociati - Bogdan George Apetri

un piccolo film romeno su una violenza carnale (su Cristina, una ragazza suora in prova) e l'indagine della polizia da parte Marius Preda, un poliziotto testardo, davvero coinvolto nella storia.

un film sorprendente con colpi di scena che non ti aspetti.

buona (miracolosa) visione - Ismaele


 

 

Un monastero perduto in mezzo alla campagna: una giovane novizia si prepara frettolosamente ad uscire dalla sua quasi clausura per recarsi in ospedale. La assiste una sua pari, che le fornisce un cellulare e un taxi che possa condurla in loco. Dopo una serie di vicissitudini la suora raggiunge la sua destinazione, e poi prende un altro taxi.

Ma stavolta l'autista si rivela un bruto, intenzionato a violarla e a farla tacere per sempre.

Il fatto viene seguito da uno zelante poliziotto, integerrimo padre di famiglia che tenta di andare a fondo della vicenda, fino a scoprire l'identità del presunto colpevole. Poi il miracolo, ed il miracolo nel miracolo che spiega ed aggiusta molte cose, rendendo giustizia alla povera peccatrice barbaramente giustiziata.

Dal gran bravo regista rumeno Bogdan George Apetri, conosciuto grazie al suo teso e torvo Unidentified, questo Miracle si fa seguire evitando, come è saggia prassi in molto cinema rumeno e in questo suo significativo rappresentante, ogni spettacolarizzazione, fino ad un finale dirompente che ricorda gli assurdi temporali del magnifico Prima della pioggia del macedone Manchevski, e che dà un senso compiuto (se così si può dire, parlando di miracoli) al titolo dell'opera notevole e difficile da dimenticare o comunque impossibile che possa passare inosservata.

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Il film tratta di una vicenda sconcertante che inizia con lo stile di un dramma personale e si evolve in un thriller non tanto per l’atto criminoso, pur sempre grave e determinante per lo sviluppo della trama della seconda parte, quanto per il rapporto che lega la vittima con chi indaga. Per questo motivo non è la solita inchiesta che scatta da parte degli inquirenti all’indomani del reato, non è un’indagine di routine come parrebbe di primo acchito, ma è la diretta conseguenza di quel legame, che causa una reazione rabbiosa e vendicativa che va oltre il consueto rito poliziesco. Due capitoli ben divisi ma connessi, interrotti e collegati entrambi dallo schermo totalmente nero all’inizio di entrambi, a dimostrazione dello stacco sia narrativo che di personaggi, alcuni dei quali, ovviamente, ricompaiono…

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Domande. Il film è pieno di domande che non trovano risposte se non nel contesto (“ma hai visto cosa c’è intorno a noi?” si continua a ripetere). Dalle istituzioni religiose (omertose) a quelle di sicurezza (innervate da istinti perturbanti con novelli Quinlan pronti a costruire prove false) sembra che né la giustizia divina né quella umana riescano a trovare la grazia di un miracolo garantendo la nascita di una nuova vita. Sino a quando Marius nella sua ambigua sete di verità arriva a sognare a occhi aperti i propri demoni riportando indietro il tempo e operando una scelta etica che spezza il flusso della violenza endemica. Il Miracolo diventa la nascita di una coscienza civile posta al di là di ogni bruttura umana che rigetti simbolicamente ogni rigurgito di passato. Insomma, con il suo terzo film Bogdan George Apetri si inscrive a pieno titolo tra i protagonisti emergenti di questa “miracolosa” generazione di registi rumeni che sta ridefinendo i confini del cinema moderno europeo.

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lunedì 6 aprile 2026

Lo Straniero - François Ozon

un gran film, Ozon non ne sbaglia uno, il suo "Lo straniero" è chiaramente un'altra cosa (e sicuramente meglio) rispetto al film di Luchino Visconti con Marcello Mastroianni.

l'omicidio di Meursault è reso possibile nel clima di diprezzo, odio e apartheid verso gli arabi, non lo immaginiamo uccidere un bianco come lui, al limite potrebbe ammazzarsi davanti allo specchio, senza desideri, progetti, futuro.

Meursault sembra un fratellino deteriore esistenzialista di Bartleby, al tempo del colonialismo e del razzismo, quei ragazzi e ragazze dì Algeria avrebbere cacciato qualche anno dopo gli occupanti francesi, nel film di Gillo Pontecorvo si capisce bene.

buona (imperdibile) visione - Ismaele

 

 

 

…Nel bianco e nero più che mai appropriato, scelto dal regista per raccontare tanto l'opacità che l'estremo contrasto della visione del protagonista, Benjamin Voisin è l'interprete bressoniano di un essere umano che attraversa l'esperienza della vita senza stare al gioco e dunque senza esserne affetto, capace di godere del piacere momentaneo del vino o di una bella ragazza (Rebecca Marder, che vivifica, al contrario, un ruolo quasi inesistente sulla carta) ma non di trovare senso nel legame o nel sentimento, qualunque esso sia. Oggi si parlerebbe di depressione, andando alla ricerca di un trauma, ma il film non tradisce Camus fornendo attenuanti psicologiche: allude ma non conferma, mescolando desiderio represso, luci e ombre in una manciata di secondi (un colpo di calore, una tensione erotica non gestita, la necessità di sperimentare un'emozione, anche terribile: tutto spiega ma niente spiega) e restituendo attraverso il linguaggio del cinema il sentimento destabilizzante dell'ambiguità.

Regista sofisticato, Ozon cesella anche una forte dimensione politica all'interno del film, affidandola alle immagini di apertura e di chiusura, e infila la sua ironia sottile nelle splendide sequenze della veglia della madre, nell'obitorio dell'ospizio, e del processo, in cui Meursault è, come sempre, sincero fino in fondo; straniero alle leggi dell'umana società, e dunque mostruoso.

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Nonostante l’aderenza al romanzo e lo sguardo adorante rivolto a Bresson, anzi, proprio per questo, Lo straniero è un film complesso, girato in bianco e nero sull’onda dei ricordi familiari di Algeria ma nato da un’urgenza espressiva moderna, malgrado l’impressione sia di tutt’altro tenore. E che a distanza di 84 anni dall’uscita del libro, non dovendo per forza far riferimento alle stesse esigenze filosofiche nella ricerca di un’immagine di Male incarnata dall’altro-da-sé, restituisce, seppur post mortemun nome e una dignità all’arabo attraverso un’intensa inquadratura finale che, se non rinconcilia del tutto con gli inconciliabili fantasmi del colonialismo, perlomeno ci dà una dimostrazione di ottimo cinema non schiavo dei parametri imposti dalle piattaforme.

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domenica 5 aprile 2026

The Last Viking ( Mio fratello è un vichingo) - Anders Thomas Jensen

Mio fratello è un vichingo è molto meglio di quanto mi aspettassi. 

i due fratelli sono perfetti, Mads Mikkelsen può fare tutto ormai, e il fratello grande è Nikolaj Lie Kaas (il Carl Mørck, poliziotto eccezionale con l'altrettanto eccezionale Fares Fares, in alcuni memorabili film).

Anders Thomas Jensen è davvero bravo, riesce a rendere credibile tutta la storia, Manfred/John non è mai una macchietta, e Anker è davvero un fratello che tutti vorrebbero.

un film da non perdere, promesso.

buona (John) visione - Ismaele



Se il punto di partenza del film è inaspettato, Mio fratello è un vichingo è un susseguirsi di svolte spiazzanti, che strappano una risata nei passaggi più cupi mettendo lasciando allo stesso tempo intravedere qualcosa di sinistro nei momenti più buffi dei suoi personaggi. Eppure, incredibilmente, il suo cinema è uno dei prodotti culturali danesi d’esportazione più di successo degli ultimi anni, secondo solo alla sua musa: Mads Mikkelsen, il campione del cinema nordeuropeo, alla sua sesta collaborazione con Jensen. Non è l’unico regista danese ad utilizzarlo quasi come un feticcio (basti pensare a Nicolas Winding Refn e Susanne Bier), ma è sicuramente quello con cui Mikkelsen si prende i rischi maggiori, in una carriera costellata di ruoli estremi e sopra le righe sia a Hollywood sia in Europa.

In Mio fratello è un vichingo Anders Thomas Jensen gli chiede di trasformarsi in un uomo che sta da qualche parte nello spettro autistico (dove, di preciso, non è volutamente chiarito). Mentre il fratello è in prigione per aver organizzato e messo a segno con successo una rapina milionaria, riuscendo a nasconderne il bottino prima di essere arrestato, suo fratello minore Manfred si è convinto di essere John Lennon. Quando viene liberato, il rapinatore ha bisogno che il fratello lo porti al luogo in cui è nascosto il bottino, ma per farlo deve assecondare la sua convinzione, in un crescendo surreale e assurdo che porta i fratelli e uno psichiatra a tentare una reunion tra pazienti convinti di essere uno o più membri dei Beatles.

Questo crescendo folle, in molti sensi, è l’occasione di parlare d’identità e ruoli che ci cuciamo addosso e che ci aspettiamo la società ci riconosca, che hanno molto a che fare con la percezione di ciò che è mascolino e maschile, di come ci si aspetta che funzioni l’amore fraterno. Il protagonista del film infatti è il fratello “sano” che, pur sinceramente affezionato a Manfred-John Lennon, fatica a ricostruire il rapporto con il fratello, ostinato e volubile. Il rapporto con Manfred è però uno specchio in cui si riflette la sua ostinazione nel presentarsi come un duro, un criminale, una persona razionale. Per trovare il bottino, però, Anker deve cedere progressivamente alla visione del fratello, indulgere nelle sue follie…

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The Last Viking non smarrisce più la bussola dopo un primo tempo folgorante, come avveniva ai tempi di Le Mele di Adamo, ma tiene perfettamente insieme pezzi e tempistiche di un ingranaggio narrativamente complesso, che gioca di accumulazioni e colpi di scena, mescolando singolarmente umorismo, follia e sentimento, cui si accompagna una regia classicamente ambiziosa, che interpella il grande pubblico.
Per usare a nostra volta un paradosso, diremo che qualcosa fatalmente si è perso insieme alle imperfezioni, che la macchina cinema si avverte molto più distintamente ora, ma non si sono ridotti né lo standard altissimo della recitazione né l'umanità dello sguardo. Jensen e Mikkelsen evitano in ogni modo che il personaggio di Manfred diventi una macchietta, consapevoli che a cadere sarebbe l'intero castello di carte del film.

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Il motore dell’intera operazione e in parte anche il suo vero punto di vera forza sono però i due protagonisti, che con Jensen avevano già fatto coppia ne Le mele di Adamo e nel più recente Riders of Justice: non ostante una carriera ormai lunga trent’anni esatti e 43 film agli ordini di grandi nomi della regia mondiale in generi cinematografici lontanissimi gli uni dagli altri, col sui vichingo scollato dalla realtà Mikkelsen rischia di regalare al cinema una performance attoriale difficile da superare nei giorni a venire: il suo straordinario Manfred è al tempo stesso ridicolo, imprevedibile e profondamente umano, capace di radicare anche le sequenze più bizzarre in una credibilità emotiva autentica. Lie Kaas (il fratello criminale che si porta dietro un segreto innominabile che è la grande sorpresa finale della sceneggiatura da non rivelare a nessuno che abbia intenzione di visionare il film) gli risponde con una stanchezza malinconica, e con una catatonia emotiva nello sguardo spento di chi ha pagato un conto salatissimo con la Vita senza aver avuto in cambio nulla che possa compensare le conseguenze di troppe scelte sbagliate ma anche di opportunità mai veramente avute…

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sabato 4 aprile 2026

Crime 101 - La strada del crimine - Bart Layton

il solito balletto fra il ladro gentiluomo e il suo cacciatore, un poliziotto testardo e capace e sopratutto onesto (il sempre bravissimo Mark Ruffalo).

il gioco del gatto e del topo, con le varianti necessarie per non annoiare.

insomma un'americanata, ma ben fatta.

buona (Mark Ruffalo) visione - Ismaele


  

Il film funziona, alternando tensione ed action ad una arguta esplorazione del cinico mondo del lavoro, che vede complottare biechi assicuratori affermati, nel promettere in malafede ad una brillante dipendente come la Sharon della vicenda, la promozione a socio, salvo poi metterla da parte non appena subentra una brillante venticinquenne disposta a soffiarle i risultati concreti maturati lungo anni di lavoro indefesso al servizio diligente di una compagine sociale senza scrupoli né cuore.

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…imitare pienamente i maestri è impossibile. Semmai si possono citare, evocare, come in effetti Layton fa a partire forse proprio dal modo in cui riprende il Mike di Chris Hemsworth, spesso di tre quarti o di profilo, mentre è in silenzio, quasi fosse un parente lontano del Nick Hathaway di Blackhat. Ma poi c’è l’approccio tutto “manniano” di raccontare le rapine ma addirittura il modo in cui certe stanze delle innumerevoli case mostrate nel film, quelle che danno sul mare, ricordano appartamenti simili visti tra Heat e Manhunter. Si tratta, però, ovviamente, di copie di copie, pallide imitazioni. Imitare davvero i maestri è forse impossibile, si diceva. Più interessante è allora raccontare quel fallimento, soffermarsi, ancora meglio, su cosa rimane di un mondo quando il suo custode è lontano e la sua fiamma si è spenta.

Ecco in questo senso Crime 101 è un film a suo modo disperato, diretto con attenzione e mano ferma da Layton ma sempre con l’acqua alla gola come i suoi personaggi, bloccato in una Los Angeles ostinatamente periferica, incastrato in spazi abbandonati, quasi liminali, in case dalle stanze tutte uguali, anonime, set di un film finito tempo prima (di Michael Mann?), in silenziosi garage in penombra. E sullo sfondo, il caos, il disordine, ciò che riemerge dopo che uno sguardo rigoroso è sparito dall’equazione, come un virus che intacca gradualmente uno spazio altrimenti perfetto.

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Barry Keoghan, nel ruolo del violento e imprevedibile Ormon, a introdurre nel racconto una quota d’instabilità necessaria: laddove gli altri personaggi si muovono secondo traiettorie relativamente leggibili, la sua presenza rompe l’equilibrio, generando una tensione che impedisce al film di adagiarsi nella linearità del genere. Keoghan agisce come un corpo estraneo che incrina l’eleganza dell’impianto: è il punto in cui la seduzione del colpo – quella patina scintillante, quasi ludica del crime classico – s’incrina sotto una forza più ruvida, meno controllabile, più vicina al caos di una città che non perdona. Sul piano formale, Layton costruisce un universo visivo dominato da una Los Angeles notturna e periferica, fatta di parcheggi vuoti, insegne luminose, spazi di transito e margine. La città non è semplice sfondo ma organismo che modella i personaggi: ritratto “regionale” della criminalità e dei suoi rituali, geografia morale prima che cartolina. La fotografia di Erik Wilson lavora sulle superfici luminose delle automobili, sui riflessi rossi dei fanali, su una sensualità visiva che guarda alla grande tradizione del crime urbano e alla sua capacità di rendere il metallo, il vetro, il neon non oggetti ma stati d’animo. Il film, in questo senso, aspira a essere anche un “LA movie”: non soltanto perché ambientato nella città, ma perché ne assume la stratificazione come destino – alta società e sottosuolo, promessa e rovina, aspirazione e compromesso. Il montaggio di Julian Hart e Jacob Secher Schulsinger contribuisce a creare una struttura ritmica che alterna progressione e sospensione, movimento e attesa. La narrazione attraversa una fase centrale apparentemente dispersiva – soprattutto nelle linee sentimentali e nella sottotrama della corruzione istituzionale – che in realtà funziona come spazio di respirazione psicologica prima della ricompattazione finale. È un film che, pur assumendo una forma convenzionale, si affida a una costruzione lenta e strategica della tensione: non punta a sorprendere a ogni svolta, ma a far sentire allo spettatore che ogni scena è un piccolo test morale, una micro-decisione che modifica il profilo dei personaggi. E quando il film giunge al climax, l’effetto è quello di un ritorno alla concentrazione originaria, come se tutte le traiettorie convergessero in un punto d’inevitabilità…

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