martedì 29 settembre 2026

Ikitie (The Eternal Road) - Antti-Jussi Annila

il film racconta la creazione e la distruzione di una cooperativa agricola "americana", durante i primi anni dello stalinismo. 

Jussi Ketola viene rapito dalla sua famiglia in Finlandia e portato il quella fattoria, in Unione Sovietica.

sembra una specie di paradiso, ma ben presto l'ossessione dei tradimenti e delle delazioni portano al terrore e agli omicidi.

e tutte le volte che si avvicina quella macchina nera con i viscidi funzionari del partito tremiamo anche noi.

Antti-Jussi Annila fa film che non si dimenticano, e questo ne fa parte.

buona (terroristica) visione - Ismaele

 

Durante la grande depressione degli anni Trenta, Stalin invita tutti i lavoratori del mondo a costruire una nuova società basata sulla giustizia, sull'uguaglianza e sulla libertà. Più di dieci mila americani rispondono alla sua chiamata e tra questi vi è Jussi Ketola, un americano di origini finlandesi. Tuttavia, il sogno di un paradiso comunista va rapidamente in frantumi quando Jussi è assillato da un lato da alcuni bulli fascisti e dall'altro lato dalla polizia segreta sovietica. Nonostante gli ostacoli, Jussi riesce a stabilirsi nella comunità e a costruirsi una famiglia ma, quando cambia il clima politico, gli stranieri iniziano a essere considerati elementi indesiderati e a scomparire misteriosamente.

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…Lo sfondo storico di The Eternal Road, ispirato peraltro a fatti realmente accaduti (e già condensati in un libro dal connazionale Antti Tuuri), corrisponde alla Grande Depressione degli anni ’30, periodo di crisi iniziato negli USA di cui Stalin approfittò per esortare i lavoratori degli altri paesi a raggiungere l’URSS, così da costruire tutti insieme una nuova società basata sulla giustizia, l’uguaglianza e la libertà. Anche molti cittadini americani e canadesi vicini alle idee socialiste accettarono l’invito. Furono più di 10.000. Ma per loro non finì bene. Mutato il clima politico, instauratasi una spirale di controlli polizieschi, paranoie diffuse e repressioni di rara ferocia, quelle volenterose comunità “ospiti” del sogno sovietico riorganizzate in kolchoz nella regione artica furono decimate una dopo l’altra, tra delazioni, processi farsa, brutali interrogatori, torture, esecuzioni sommarie e uccisioni di massa. Pochi “fortunati” furono semplicemente rimpatriati nei paesi d’origine, ma per il resto la spietata macchina di morte messa in moto da Stalin e dai suoi più stretti collaboratori non conobbe pietà. E in questa cornice ha luogo anche la fosca avventura del nostro protagonista, il finlandese Jussi Ketola (qui interpretato da un convincente Tommi Korpela), soggetto pacifico e anarcoide prelevato con la forza da connazionali di estrema destra e costretto a riparare in Unione Sovietica, dove gli verrà impedito per anni di tornare dalla propria famiglia, costretto invece a partecipare alla costruzione del fantomatico “paradiso dei lavoratori” sotto il controllo continuo della polizia politica, fino ad assistere in prima persona a indicibili orrori sottraendosi lui stesso, un po’ per caso, a una gran brutta fine.
Non inganni la robustezza del tema trattato: quello di Antti-Jussi Annila non è comunque un semplice film di denuncia, bensì un polimorfico oggetto filmico che accumula pathos di continuo parafrasando liberamente gli stilemi del western, del noir, del melo e di diversi altri generi, riadattati con personalità sia durante il rapimento del protagonista, sia durante la sua permanenza forzata nel kolchoz. Cinema di altissimo livello, insomma, che finisce poi per inglobare la tragicità della Storia con una parte finale da incubo, simile volendo a Katyn del maestro polacco Wajda per la crudezza con cui le esecuzioni vengono messe in scena.

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lunedì 28 settembre 2026

Badaren (Swimmer) - Jonatan Etzler

 

Palestina 36 - Quando tutto ebbe inizio - Annemarie Jacir

Annemarie Jacir fa film politici e Palestina 36 non fa eccezione.

dopo otto anni di lavorazione (a partire dalla sceneggiatura) arriva in sala il film che mostra la rivolta dei palestinesi del 1936 (anche con immagini d’archivio) contro il colonialismo britannico e il furto delle terre dei contadini palestinesi da parte dei coloni di origine ebraica protetti e sostenuti dai soldati britannici; le loro stragi di palestinesi e pulizia etnica furono l'anticipo della Nakba.

a pensarci bene non è cambiato molto da allora, i coloni rubano terre, e sorgenti, distruggono villaggi palestinesi, ammazzano palestinesi, c'è un regime di apartheid, un'oppressione e un'occupazione con pochi esempi al mondo.

il film mostra la doppiezza dei colonialisti inglesi, che consegnaro la Palestina ai coloni e qualche anno dopo lo stato d'Israele si sostituì ai britannici nell'opera di colonialismo*.

la regista ha girato il film fra la Giordania e la Palestina, gli attori sono tutti bravi, anche chi interpreta i pessimi inglesi, e il film, anche se fa star male, merita di essere visto, anche purtroppo è solo in 27 sale in tutta Italia.

buona (resistente) visione - Ismaele



*il colonialismo è (quasi?) sempre la precondizione, il brodo di coltura per genocidi e pulizie etniche, come è successo agli Herero e ai Nama, ad opera dei tedeschi nel territorio dell'attuale Namibia,  in Congo, ad opera dei belgi fra il XIX e il XX secolo, in Libia ed Etiopia, ad opera dell'Italia, e così via.

anche in Palestina genocidio, pulizia etnica e furti di terre, e non solo, sono le conseguenze del colonialismo, il cancro più diffuso degli ultimi 5 secoli, forse uno dei più forti valori e principi degli stati europei.



“Palestine 36” (Memoria di una Rivolta)  è un film sul passato palestinese che racconta la storia di oggi - Qassam Muaddi

“Palestine 36” non è un film sulla rivoluzione palestinese contro il dominio coloniale britannico. Parla dell’attuale bivio che la Palestina si trova ad affrontare.

Fonte: English version

La settimana scorsa ho portato i miei genitori al cinema del Municipio di Ramallah per vedere un film, l’attesissimo “Palestine 36” della regista palestinese Annemarie Jacir. Trattandosi della rivoluzione del 1936-1939 in Palestina, pensavo di assistere a un adattamento cinematografico di eventi che già conoscevo, quindi non mi aspettavo di imparare nulla di nuovo. Mi sbagliavo.

Il film getta luce sul contesto sociale e politico della Palestina durante la rivolta palestinese contro il dominio coloniale britannico attraverso le storie di diversi personaggi, descrivendo la vita in un villaggio palestinese attraverso le vite di una famiglia contadina, in particolare dei suoi figli. Mostra anche la realtà dei lavoratori palestinesi e la paralisi politica delle élite palestinesi, nonché i loro complicati rapporti con le autorità britanniche.

Ma al centro di tutto, il film segue una giovane e appassionata giornalista palestinese che cerca di dare un senso alla rapida evoluzione degli eventi nel suo Paese. Cerca di spiegare questi cambiamenti alla sua società e al mondo, quasi urlando nel vuoto.

Quel personaggio in particolare mi ha ricordato una canzone pop spagnola sulla guerra civile spagnola, che ebbe luogo esattamente negli stessi anni della rivoluzione palestinese, dal 1936 al 1939. Uno dei versi della canzone dice:

“Bombe che rubano il sonno, fischiarono in quelle notti

 La terra si spacca in due, e il mondo distoglie lo sguardo…”

“Palestine 36” mostra come la terra della Palestina fosse divisa in due: il divario tra la difficile situazione dei palestinesi e la mentalità coloniale degli inglesi; il divario tra la realtà delle classi popolari palestinesi, che sopportano povertà, perdita di terre e brutali punizioni collettive per mano degli inglesi, e le élite palestinesi perse nelle loro dispute politiche e nei calcoli dei profitti e delle perdite derivanti dalle rendite fondiarie.

Ma questi dettagli non mi erano nuovi. I palestinesi della mia età conoscono la brutalità degli inglesi dai nostri anziani che l’hanno vissuta in prima persona, e perché l’occupazione israeliana ne ha ereditato i metodi. Leggiamo anche delle divisioni del movimento nazionale palestinese dell’epoca, e possiamo vedere come i nostri attuali leader abbiano ereditato la loro incapacità di guidare. Persino la colonizzazione sionista delle terre palestinesi, con la facilitazione e la protezione delle autorità britanniche, è una storia ben nota a molti della mia generazione.

Ma qualcosa nel film mi ha colpito. Era l’atmosfera di ansia, terrore e disperazione di un popolo che vede il proprio mondo dilaniato a un ritmo accelerato, e la frustrazione di non poter dare voce a tutto questo. Eppure, io stesso non l’avrei colta nello stesso film se fosse stato girato cinque anni fa

Quella mattina, come ogni giorno, mi recai a Ramallah. Ma prima, passai  mezz’ora in ansia, sperando che il posto di blocco all’uscita del mio villaggio si aprisse prima del mio arrivo, per evitare di perdere un’ora o più del mio tempo. Poi seppi  che dei coloni avevano attaccato un villaggio non molto lontano dal mio e, leggendo le notizie, sperai che nessuno fosse rimasto ferito, mentre respingevo la possibilità che il mio villaggio potesse essere il prossimo.

Più tardi, durante la giornata,  trascorsi un’ora a chiamare gli autisti dei minibus della mia zona per assicurarmi che le strade fossero libere e che i miei genitori potessero arrivare in tempo per il film. I miei genitori erano già in viaggio quando seppi  che lo stesso posto di blocco era stato chiuso di nuovo. Avevo un peso nello stomaco, sperando che i soldati israeliani al posto di blocco non fermassero il minibus che trasportava i miei anziani genitori, sottoponendoli a un’esperienza umiliante o rimandandoli indietro.

Volevo regalare ai miei genitori una giornata fuori per fargli sentire che tutto era “normale”. In seguito, guardando scene di abitanti di un villaggio palestinese di 80 anni fa che calcolavano il tempo necessario per andare e tornare dal loro villaggio alla città – e i rischi associati al viaggio – la continuità tra passato e presente mi apparve più  che un po’ inquietante.

La figura che mi ha colpito di più è stata la giornalista. All’epoca non poteva sapere che la rivoluzione sarebbe stata schiacciata, o che un evento apocalittico, la Nakba, le sarebbe seguito oltre un decennio dopo. L’unica cosa che sapeva era che ciò che faceva – indagare, comprendere, scrivere – aveva uno scopo. Sembrava frustrata dalle élite palestinesi, che cercavano di ragionare con gli inglesi per proteggere i palestinesi. Denunciava la loro incapacità di unirsi, pur mantenendo una certa ingenuità, nel tentativo di imporre chiarezza nel caos della retorica politica. E la tragedia di tutto ciò è che fu infruttuoso. Lo sappiamo perché i giornali palestinesi avevano messo in guardia contro il progetto sionista fin dagli anni ’20 e avevano difeso la causa del popolo palestinese negli anni rivoluzionari del 1936-1939, anche di fronte a una leadership divisa. Non si fece nulla per fermare il processo coloniale che cancellò metà dei villaggi e delle città della Palestina dalla mappa.

“Non è il 1936”, pensai mentre uscivo dal cinema, mentre i miei genitori cercavano di capire se saremmo riusciti a tornare a casa a un’ora così tarda. “Questo è il mio villaggio oggi. Ora è Ramallah”. Poi sentii il cuore sprofondare quando mi colpì il pensiero successivo: la differenza è che oggi sappiamo tutti a cosa stava portando quel processo. E quella giornalista appassionata, giovane e ingenua? Quello sono io, che cerco di spiegare tutto a un mondo che ha pieno accesso a ciò che sta accadendo, eppure rimane intenzionalmente sordo.

La consapevolezza di questo ciclo storico arriverebbe probabilmente troppo tardi per i palestinesi di Gaza, dove il nuovo ciclo della Nakba ha già distrutto le loro case e comunità. Ma qualcosa in questo ciclo sembra essersi rotto.

“Palestine 36” è il primo adattamento cinematografico della rivoluzione del 1936 per il pubblico internazionale, e molti in tutto il mondo stanno appena iniziando a conoscere quell’episodio della storia palestinese. Ci sono voluti decenni perché la realtà della Nakba venisse riconosciuta. Ma ora non è più così.

Il genocidio di Gaza è stato trasmesso in diretta streaming e, per la prima volta nella storia, non ci sarà bisogno di passare anni a cercare prove del genocidio. L’umanità in generale non ha lasciato che accadesse. Al contrario, è stato il fatto che le proteste di massa non si siano fermate per due anni e abbiano iniziato a influenzare il dibattito politico e le politiche in molti Paesi a costringere gli Stati Uniti a imporre un cessate il fuoco a Gaza. Questa consapevolezza internazionale potrebbe anche essere una delle ragioni per cui i palestinesi di Gaza non sono ancora stati sostituiti dagli insediamenti, come accadde nel 1948. Ma il giornalismo è giornalismo, ieri come oggi, quindi qual è la differenza?

Non credo che siano Internet o i social media a fare la differenza. Questi sono solo i mezzi che hanno permesso che la vera differenza entrasse in gioco: un pubblico internazionale che si interessa davvero e vuole sapere. Un’umanità che porta con sé il trauma delle atrocità passate, da Hiroshima al Vietnam, da Guernica all’Iraq, è stanca della ripetizione della stessa brutalità. Probabilmente è qualcosa su cui un giornalista palestinese degli anni ’30 non poteva contare, o nemmeno sognare. La speranza, forse folle, è che questa volta sarà diverso. Questa volta, anche se “la terra si spacca in due”, non tutti nel mondo “distoglieranno lo sguardo”.

Traduzione a cura di Grazia Parolari

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Nota storica. La rivolta guidata dai contadini contro il colonialismo britannico nel 1936 segnò l’inizio della più grande e lunga insurrezione contro il dominio britannico durato trent’anni. I palestinesi di tutte le classi sociali si mobilitarono e il sentimento nazionalista si diffuse sulla stampa araba, nelle scuole e nei circoli sociali e letterari. Gli inglesi, colti di sorpresa dall’ampiezza e dall’intensità della rivolta, reagirono ponendo la Palestina sotto la legge marziale e schierando oltre ventimila soldati sul territorio, senza tuttavia riuscire a controllare una popolazione di meno di un milione di persone. Arrivarono navi cariche di carri armati e mitragliatrici. La Royal Air Force iniziò a mitragliare le campagne. Migliaia di palestinesi furono imprigionati, picchiati e i leader esiliati. La rivolta durò tre anni e fu probabilmente la più grande e lunga rivolta anticoloniale dell’Impero britannico…

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…È significativo che le intuizioni artistiche più felici di Jacir abbiano tutte una base politica. Uno dei punti di forza di Palestina 36 è la scelta di raccontare la storia attraverso una narrazione corale, che mette al centro non un individuo ma la lotta collettiva del popolo palestinese, dai bambini ai membri più anziani del villaggio. Allo stesso tempo i palestinesi non sono raffigurati come un blocco omogeneo, ma come membri di una società solcata da divisioni di classe, evidenziate dal contrasto tra lo stile di vita di Khuloud e Amir, che vivono a Gerusalemme a stretto contatto con gli ufficiali britannici, e i contadini del villaggio. La subalternità delle élite palestinesi all’imperialismo e la collusione con gli stessi sionisti sono tra le tematiche più importanti del film.

La coralità serve anche a dare un taglio quasi documentaristico alla narrazione, sistematicamente intervallata dall’inserimento di materiale d’archivio. Queste riprese d’epoca sono state colorate per ridurre la distanza con lo spettatore: Palestine 36 si svolge novant’anni fa, ma il film ci parla dell’oggi.

D’altra parte, che non si tratti di una pellicola di interesse esclusivamente storico è dimostrato dalla stessa vicenda della sua realizzazione. Jasir ha insistito perché il film continuasse a essere girato in Palestina anche dopo il 7 ottobre, nonostante i costi, le difficoltà e i rischi. Le riprese, che dovevano durare un paio di mesi, sono così proseguite per quasi due anni. Quella decisione, di chiara valenza politica, ha dato vita ad alcune delle inquadrature più potenti del film. In Palestina 36 la terra non fa solo da sfondo, diventa a sua volta un personaggio, privo di voce ma straordinariamente eloquente. Il villaggio al centro del racconto, raso al suolo durante la Nakba, è stato ricostruito dalla troupe. In un impressionante cortocircuito tra realtà e finzione, quell’area è stata poi occupata dai coloni sionisti. Il passato non è morto, avrebbe detto Faulkner, non è nemmeno passato. In questo senso, la recensione migliore di Palestina 36 porta la firma della polizia israeliana che, quando il film è uscito a Gerusalemme Est, ha fatto irruzione nella sala per sequestrarlo.

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Se è vero che è impossibile capire il presente senza conoscere il passato, allora il cinema serve anche a questo: a ricostruire vicende cadute nell’oblio, a ricomporre i pezzi di una storia spezzata, a riconsegnare la memoria negata a chi ha combattuto per un cambiamento. Lo sa bene Annemarie Jacir, donna di cinema tout court – non solo regista e sceneggiatrice ma anche produttrice e programmer, nonché prima palestinese ad aver diretto un lungometraggio, Il sale di questo mare (2008) – che torna a una vicenda di novant’anni fa per inquadrare le questioni contemporanee. È tutto nel titolo, Palestina 36, ovvero il dove e il quando, con un sottotitolo italiano, Quando tutto ebbe inizio, che ci dice pure il cosa…

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1936. Mentre i villaggi della Palestina si ribellano al dominio coloniale britannico, Yusuf si divide tra la sua casa di campagna e Gerusalemme, dove si respire grande irrequietudine, desiderando un futuro al di là dei crescenti disordini. Ma la storia è inesorabile. Con il numero crescente di immigrati ebrei in fuga dall’antisemitismo in Europa e la popolazione palestinese che si unisce nella più grande e lunga rivolta contro il dominio britannico durato 30 anni, tutte le parti precipitano verso un inevitabile scontro in un momento decisivo per l’Impero britannico e il futuro dell’intera regione.

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…Se la violenza e le tensioni (da ambo le parti) erano già cominciate da oltre un decennio, il vibrante panorama palestinese messo in scena da Jacir abbraccia la sfera culturale e quella politica, il mondo dei lavoratori portuali e degli scioperi operai, le ipocrisie degli intellettuali e la vita contadina nei villaggi, con più di un occhio alla disparità tra classi sociali, sfaccettattura raramente esplorata sull'argomento.
Come a riconoscere che nessun singolo personaggio di finzione può mai racchiudere in sé tutto il peso di vicende così spinose, il film deflagra in soggettività parziali a cui prestano il volto un gran numero di attori riconoscibili: Liam Cunningham e Jeremy Irons dal lato britannico e la leggendaria Hiam Abbass a capeggiare la nutrita schiera palestinese, in cui nel piccolo ruolo di Khalid fa sempre piacere ritrovare il poliedrico Saleh Bakri, protagonista di Salvo nel 2013 per Grassadonia e Piazza, collaboratore storico di Jacir e poi più di recente star ne Il caftano blu per Maryam Touzani.

Ci sarebbe anche Robert Aramayo nel ruolo più insidioso, quello di un militare che sembra una macchietta di malvagità finché non si va ad approfondire la figura storica del fanatico Wingate da lui interpretato. Palestina 36 è un'opera a tratti brutale, ma che si guadagna la dignità di esserlo tessendo - entro i confini del genere storico drammatico - una tela meticolosa in precedenza. Lo fa in modo a volte comprensibilmente didattico, e dichiaratamente focalizzato sull'esperienza del popolo arabo: ciò vuol dire che ci sono delle omissioni scomode, che si configurano però come gesto politico di resistenza a tante opere precedenti, dai tempi di Exodus fino al recente Shoshana di Winterbottom. Come sempre il cinema - e la narrativa tutta - è una tensione alternata tra chi ha i mezzi strutturali per raccontare la sua storia e chi no…

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…Il film affronta questioni che mantengono una forte attualità, dalla resistenza al trauma collettivo, passando per le dinamiche interne a una società frammentata e per il ruolo della memoria come gesto politico e affettivo. In un contesto internazionale nel quale la rappresentazione della Palestina è attraversata da interpretazioni, interessi e narrazioni differenti, Jacir sceglie un punto di vista interno e intimo, con l’obiettivo di mantenere viva una memoria che non vuole trasformarsi in monumento, ma continuare a essere trasmessa e condivisa.

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio guarda dunque al passato per interrogare il presente e costruisce un dialogo diretto con il nostro tempo, attraverso una vicenda ambientata quasi novant’anni fa ma legata a questioni ancora aperte.

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domenica 27 settembre 2026

L’oggetto più fotografato del cinema italiano è un monumento coloniale - Asha Salim

 

La Coppa Volpi porta per intero il nome di un governatore coloniale e di una città libica. Che nessuno lo legga più come un nome non è una dimenticanza: è la forma più efficiente in cui un passato può continuare a esistere.

 

La Coppa Volpi viene consegnato ogni settembre alla migliore interpretazione femminile e maschile della Mostra di Venezia, e commemora la conquista di una città nordafricana: non per allusione, non per associazione, ma nel senso documentale del termine. La consegna dura otto secondi: braccia in alto, l’oggetto all’altezza del viso, i fotografi che devono avere nella stessa inquadratura la faccia e il metallo.

A dargli un cognome, ma anche un nome, è stato Giuseppe Volpi Conte di Misurata. Il predicato nobiliare in questo caso non è un ornamento araldico ereditato: è un toponimo libico. Misurata è la città sulla costa a duecento chilometri da Tripoli che Volpi attaccò dal mare all’alba del 26 gennaio 1922 e la cui operazione, annota il Dizionario Biografico degli Italiani, volle “guidare personalmente”. Nel 1925 gli viene concesso di aggiungere al cognome il nome della città espugnata. Il predicato «di Misurata» rappresenta la grammatica della conquista nella sua forma più letterale: il nome di un luogo abitato convertito in proprietà privata di chi lo ha espugnato, e poi trasmesso a un premio cinematografico, pronunciato ogni anno, in diretta, da persone che spesso non hanno alcun modo di sapere che cosa stanno dicendo. Le statue si abbattono. Hanno un basamento, una piazza, una data di inaugurazione, e offrono al conflitto un bersaglio: per questo si difendono, si spostano, si dotano di una targa esplicativa. I nomi invece non stanno fermi da nessuna parte. Circolano, entrano nei titoli dei giornali, si abbreviano, diventano marchio, e a un certo punto smettono di essere il nome di qualcuno.

Quattro anni in Tripolitania

Volpi non era un militare, ma un finanziere veneziano con una biografia da capitalista di frontiera: l’elettricità e la SADE, il porto industriale di Marghera, gli alberghi di lusso della CIGA. Fu mandato in Tripolitania nel giugno del 1921, quando la presenza italiana si era ridotta a poche guarnigioni lungo la costa. «La missione è certamente grossa, ma la prendo con tranquillità», scrive a un socio in una lettera di quell’agosto. Restò governatore fino all’estate del 1925 e fece esattamente ciò per cui era stato scelto: lo sbarco a Misurata apre la cosiddetta riconquista, che prosegue con Nalut e la Gefara nel 1922; con Tarhuna nel febbraio del 1923, che registra oltre millecinquecento morti fra i cosiddetti ribelli in una sola operazione; con gli Orfella nell’inverno successivo; con la Sirte nel novembre del 1924. È sotto il suo governatorato che un colonnello ancora ignoto di nome Rodolfo Graziani acquisisce l’esperienza che ne farà Graziani (ossia uno dei marescialli del fascismo attivo in Tripolitania, i cui metodi brutali gli fecero guadagnare l’appellativo di “Maresciallo del Fezzan”, ndr). Rientrato in Italia, Volpi pubblica da Mondadori le memorie dei propri quattro anni di governo con un titolo che vale più di qualsiasi commento: La rinascita della Tripolitania.

La stanza accanto

Le pagine peggiori arrivano dopo di lui, e va detto con esattezza, perché l’esattezza è l’unica forma di rispetto disponibile. Badoglio diventa governatore della Libia nel 1929, con Graziani vicegovernatore in Cirenaica: tra il 1929 e il 1931 la popolazione del Gebel, circa 100 mila persone, viene deportata in tredici campi costruiti nella Sirtica. Gli abitanti della regione passano da 225 mila a 142mila. Volpi, a quel punto, è già altrove: ministro delle Finanze dal 1925 al 1928, presidente della Biennale, presidente della Confindustria dal 1934, senatore del Regno nel Senato che nel 1938 approva le leggi razziali. Non è l’uomo che ordinò i campi. È l’uomo che aveva aperto il cantiere e si era spostato nella stanza accanto: quella della cultura. La questione non è dunque una responsabilità causale diretta, che sarebbe facile da imputare e altrettanto facile da respingere. È una continuità istituzionale: lo stesso uomo, la stessa classe dirigente, si spostano dalla colonia alla finanza e dalla finanza alla cultura senza che il passaggio venga registrato da nessuna parte come discontinuità.

Nel 1932, presidente della Biennale, Volpi inventa la prima Mostra internazionale d’arte cinematografica. Si tiene interamente sulla terrazza dell’Hotel Excelsior al Lido, che appartiene alla CIGA, che è sua. Il cinema nasce non solo come metodo di influenza culturale, ma anche come strumento per prolungare la stagione balneare, e nella medesima biografia l’impero e l’industria alberghiera figurano come due voci dello stesso bilancio. I premi ufficiali arrivano nel 1934; dal 1935 quello destinato agli interpreti porta il suo nome. La storia ufficiale della Biennale, ancora oggi, registra che la Mostra nacque «sotto gli auspici del Conte Giuseppe Volpi di Misurata, Presidente della Biennale». Ogni parola è esatta e verificabile: non c’è nulla da correggere, niente da investigare, niente da contestare. Ed è il modello perfetto di come un archivio possa conservare tutto e trasmettere niente. Nel 1936 la Coppa Mussolini per il miglior film italiano va a Lo squadrone bianco di Augusto Genina, girato nel deserto libico con truppe e mezzi messi a disposizione dal governatore Italo Balbo, nell’anno del venticinquesimo anniversario della conquista. Il festival fondato dal conquistatore della Tripolitania premia un film girato sul terreno che aveva conquistato. Questa non è un’ironia della storia, è un sistema che funziona secondo il proprio progetto.

Il paesaggio e i corpi

Di fatto il cinema di quel tempo aveva bisogno di due materiali: un paesaggio e dei corpi. Il paesaggio lo forniva l’esercito, mentre i corpi erano donne africane, relegate ai bordi dell’inquadratura. Versano il tè, ballano, reggono qualcosa, escono di campo senza apparire mai nei titoli. Gli attori italiani hanno nome, cognome e ordine di apparizione; le donne che si vedono sullo schermo sono, quando va bene, «indigene». Rappresentato una categoria e mai un’identità.
Nel saggio Venus in Two Acts la studiosa americana Saidiya Hartman scrive che in casi come questo l’archivio «è una condanna a morte, una tomba, l’esposizione del corpo violato», e che di quelle vite resta soltanto questo: «nessuno ricordò il suo nome né annotò le cose che disse». L’ economia di un archivio mai pronunciato è la contabilità esatta della Mostra. La stessa istituzione ha fatto incidere il nome di un governatore su un oggetto d’oro e lo ha consegnato ogni anno per novant’anni, e negli stessi anni non ha registrato una sola volta il nome delle donne che comparivano nei film che premiava: dimostrando come si può essere interamente presenti in un’immagine e non esistere in nessun documento.

Una volta però il conto è tornato. Nel 1983 la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile va a Darling Légitimus, attrice martinicana, per la parte di Man Tine in Rue Cases-Nègres di Euzhan Palcy: una nonna che si consuma nella canna da zucchero perché il nipote possa studiare. Il premio di un governatore coloniale a una donna nera, per un film su che cosa fa il colonialismo a un bambino.

La metà che non si dice

A rigore del vero, non è corretto affermare che non se ne sia mai parlato. Nel febbraio del 2020 Paolo Valentino l’ha scritto sul Corriere della Sera, a settembre dello stesso L’Espresso propone di intitolare il premio a Franca Valeri, Francesca Melandri e altri esponenti della critica hanno insistito. Il Giornale rispose paragonando la richiesta ai talebani che fanno saltare i Buddha di Bamiyan, e osservando che a quel punto tanto varrebbe abbattere anche gli edifici del Lido. Poi, l’anno dopo, la polemica semplicemente non c’era più: nel 2021 la coppa andava a Penélope Cruz per Madres paralelas, un film sulle fosse comuni del franchismo, e nessuno ha notato il cortocircuito.

Quando se ne parla, oggi, se ne parla per metà. Si dice «il fascista Volpi». Si dicono le leggi razziali, la tessera, il regime. Il fascismo l’Italia lo sa nominare: ha un inizio, una fine, un vocabolario, perfino un tono di voce, ma Tripolitania no. Il colonialismo non è mai stato chiuso dentro un ventennio, non ha una data di fine che qualcuno abbia festeggiato, e infatti anche chi protesta si ferma alla prima metà del nome. Nel 2020 ad esempio la Berlinale ha sospeso l’Orso d’argento intitolato ad Alfred Bauer appena uno studio storico ha stabilito che cosa avesse fatto Bauer nel cinema nazista. A Venezia non è mai stato sospeso niente, perché non è mai stato chiesto niente.

C’è un ultimo dettaglio che chiude il cerchio. Il leone del deserto, il film che Moustapha Akkad girò nel 1981 su Omar al-Mukhtar, il maestro coranico che guidò la guerriglia cirenaica contro gli italiani fino alla propria impiccagione nel 1931, in Italia fu vietato: lesivo dell’onore dell’esercito, disse Andreotti. È passato una volta sola in televisione, su Sky, l’11 giugno 2009, il giorno dopo l’arrivo di Gheddafi a Roma. Ha avuto proiezioni pubbliche regolari solo nel settembre 2024, dopo la campagna di una ong. Per più di quarant’anni l’Italia ha consegnato ogni settembre un premio intitolato a chi prese Misurata dal mare, e nello stesso periodo ha impedito che si vedesse il film su chi provò a resistere.

Non si tratta di ipocrisia; l’ipocrisia richiede la coscienza di quello che si nasconde, ed è un lavoro molto faticoso. Qui si parla di una soluzione molto più economica, perché un paese non ha bisogno di mentire sul proprio passato, se riesce a fare in modo che quel passato venga pronunciato soltanto come un marchio, e non come il risultato di una politica coloniale.

Misurata esiste, ha un porto, ha subito un assedio nel 2011, e ha morti recenti e morti vecchi. Fra qualche giorno qualcuno solleverà quella coppa davanti a duemila persone, e in diretta, ringrazierà i produttori e dirà quel nome. Otto secondi per pronunciare il nome di una città dove in questo momento c’è gente che cucina, che si siede insieme intorno ad una tavola apparecchiata, che apre un negozio, prega, porta un figlio a scuola. Il minimo che si possa chiedere a una cinematografia, prima di consegnare un premio, è di sapere che cosa sta consegnando.

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Ti seguo - Jonatan Etzler


sabato 26 settembre 2026

Ordet (La Parola) - Carl Theodor Dreyer

bisognerebbe vedere Ordet senza pre-giudizi, e restare a bocca aperta.

è un film d'impianto teatrale, girato quasi tutti un una casa, in poche stanze, in un bianco e nero perfetto.

sembra una storia come tante, due fidanzati che (come Romeo e Giulietta) sono ostacolati dalle famiglie, c'è uno fuori di testa, forse, famiglie in crisi, i patriarchi in difficoltà, e bambine e bambini che ancora conservano l'innocenza che gli altri hanno ormai perduto.

sembra che non succeda niente e succede tutto.

un film perfetto, Carl Theodor Dreyer è un maestro del cinema.

buona (indimenticabile) visione - Ismaele

 

 

 

QUI si può vedere il film, con sottotitoli in spagnolo

 

QUI si può vedere il film in italiano

 

 

 

Campagna danese ai primi del secolo. Due famiglie sono divise da diverse concezioni religiose. I due patriarchi, Borge e Peter, hanno lunghe discussioni sull'esistenza di Dio e sulle possibilità di rapporto fra gli umani e la fede e pensano al matrimonio fra i rispettivi figli. Borgen ha altri due figli: Mikkel, sposato, con una bambina, e Johannes, studente di teologia che, impazzito per il troppo impegno, finisce per credersi Gesù Cristo. Scoppia il dramma. La moglie di Mikkel partorisce un figlio morto poco prima di morire a sua volta. La bambina, rimasta senza la madre, cerca lo zio, convinta che sia davvero Gesù, e lo prega di resuscitare la mamma. Ma Johannes, sconvolto dalla morte della cognata, è tornato in sé. Dunque non può davvero deludere l'ingenua speranza della bambina. E così, in una scena di intensissima commozione, durante la veglia funebre, nel chiarore accecante dell'estate scandinava, Johannes ordina alla morta di uscire dalla bara. La donna riapre gli occhi. Di fronte alla fede della bambina Dio non ha potuto non intervenire. Per capire Dreyer occorre collocarlo in due quadri, di tempo e di luogo. Come tutti i nordici, a cominciare da Bergman, quando sono protestanti lo sono rigorosamente, e in profondità. Il problema di Dio è presente continuamente, soprattutto nell'arte. Dreyer si era fatto incantare dal dramma Ordet di Munk, lo scrittore ucciso dai nazisti, e dalla sua forza surreale e paradossale. Il regista era anche uno studioso di scienze e filosofia; conosceva la teoria della relatività di Einstein che descriveva altre realtà oltre le dimensioni a noi conosciute. Dalla relazione tra questa peoria e il problema Dio nascono scene come la resurrezione. La scienza serve per entrare nel soprannaturale. Dreyer è titolare di un rigore espressivo che non trova uguali in nessun autore di tutto il cinema. I temi di Dreyer, le sue paure, le sue soluzioni, e anche il suo stile, non fanno più parte del nostro tempo e delle nostre idee, tanto veloci nel manifestarsi quanto nel passare.

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For the ordinary filmgoer, and I include myself, “Ordet” is a difficult film to enter. But once you’re inside, it is impossible to escape. Lean, quiet, deeply serious, populated with odd religious obsessives, it takes place in winter in Denmark in 1925, in a rural district that has a cold austere beauty.

The film is one of only four major features by Carl Theodor Dreyer (1889-1968), who although he made many short films, was able to make only one feature each in the 1920s (“The Passion of Joan of Arc“), the 1940s (“Vampyr”), the 1950s (“Ordet”) and the 1960s (“Gertrud”). That was enough to place him first among all directors in the minds of such as Lars von Trier and the critic Jonathan Rosenbaum, and to make him (with Ozu and Bresson) the focus of Paul Schrader’s influential 1972 book Transcendental Style in Film. His “Joan of Arc” is often named among the 10 greatest films of all time.

But there are those who prefer “Ordet,” with its two families: those of Morten Borgen, patriarch of Borgensfarm, and those of Petersen, a nearby tailor. Morten is the bearded, stern father of three sons: The sincere Mikkel, married to Inger; the mad Johannes, who believes he is Jesus Christ, and the young Anders, a quiet youth who wants to marry the tailor’s daughter. The tailor, who works cross-legged sitting in his window, has a wife, Kirstin, and a daughter, Anne. The only other characters are Mikkel and Inger’s two young daughters, a pastor, a doctor, a midwife and a servant at Borgensfarm.

I take the time to name the characters because the movie takes time to establish them, to ground them all in the very fabric of the narrative. It does not dart from one to another. It gives each full weight. When they talk, it listens, and every word is measured, none glib or careless. It’s as if they’re talking for the record.

The early events seem ordinary enough. Inger is pregnant again. Anders has proposed to Anne. Morten is filled with pride in his farm, and his family is known by it: “The son of Borgensfarm,” etc. Anders confides to Inger that he wants to marry Anne, and Inger gently breaks this news to her father-in-law, but Morten will have none of it, because Peter the tailor is of the wrong religion. Both families are Christian, but Peter is of the fundamentalist belief, and Morten advocates a faith with more freedom and joy. In practice, both views translate to rigid dogmatism.

The unprepared audience member has long since grown a little restless, especially during the slow, mournful soliloquies of the mad Johannes, who regrets that the others do not follow him or heed his prophecies. There is a peculiar scene where the new pastor pays a call when only Johannes is at home, and listens to one of his dire monologues. When Morten returns, the pastor immediately shakes his hand and leaves. Why did he pay the call?

Doubt is expressed by Morten about the power of prayer, because his own could not save a loved one. He blames himself: “I did not truly believe.” Anders goes to Peter, asks for his daughter’s hand, and is turned down: “You are not a Christian.” Although Morten has refused to have his son marry the girl for exactly the same reason, the news that a son of Borgensfarm is not good enough for Peter’s daughter enrages him, and he sets off with Anders to the tailor’s house.

He interrupts the least cheerful prayer meeting I can imagine, with a small congregation hearing Peter’s confession that he is a sinner, now born again, and then joining in a doleful hymn. The congregation files out, the two old men sit down to discuss their differences and the futures of their children, and it is now, although we may not have noticed, that the film has taken its grip. We will not be able to look away again until the end, and we will think of nothing else.

Morten and Peter, played by Henrik Malberg and Ejnar Federspiel, sit side by side on a bench and brutally insult each other’s beliefs in deliberate, understated certainties. There is undeniable buried humor here. They have known each other for years. they know all of these disagreements already. Only at the end, when Peter goes too far, does Morten shake him by his shirt front.

These scenes are intercut with Inger going into labor back at the farm. The doctor, a tall, cool man, arrives to consult with the midwife. He intervenes to save Inger’s life. His work, shielded by a sheet, is so difficult that he bares his teeth in a grimace. This is the most painful scene of medical procedure I have ever experienced in a film, even though it is only suggested, not seen.

Now I will not tell you the rest of the story, at least not in so many words. Up to this point, I have practiced more description than “criticism,” because to closely observe this film is to criticize it, struggle with it, respond to it, understand it, and finally respect it. It is what it is, fearlessly, without compromise. Its characters lead their lives in their own ways, not for the convenience of the plot or the audience. They stand where they stand.

It turns out, after all, that some things are more important than others. That there are different kinds and depths of belief. That although all the adults except Johannes believe the Lord no longer works miracles, Morten may have been correct that a prayer must be believed to be successful. Dogma is meaningless without faith, but faith does not need dogma.

The lives of everyone in this film depend entirely on religion. It could be shown in any church in the world, with a few adjustments to the subtitles to supply other words than “Christian.” Yet I find from Rosenbaum that Dreyer was not a particularly religious man, and this film is not intended to proselytize. It simply intends to see.

That it does astonishingly well. The rude, simple sets have the solidity of a universe. The outdoor shots, of searches for the runaway Johannes on the moors, or a buggy ride across the horizon, are almost abstractly beautiful. Much is offscreen: The Borgensfarm sow that has had piglets is much watched, never seen. Peter’s house has only a sign and a doorway. The doctor’s car is established only by its headlights. The grim reaper is seen only by Johannes.

The camera movements have an almost godlike quality. At several points, such as during the prayer meeting, they pan back and forth slowly, relentlessly, hypnotically. There are a few movements of astonishing complexity, beginning in the foreground, somehow arriving at the background, but they flow so naturally you may not even notice them. The lighting, in black and white, is celestial — not in a joyous but in a detached way. The climactic scene could have been handled in countless conventional ways, but the film has prepared us for it, and it has a grave, startling power.

When the film was over, I had plans. I could not carry them out. I went to bed. Not to sleep. To feel. To puzzle about what had happened to me. I had started by viewing a film that initially bored me. It had found its way into my soul. Even after the first half hour, I had little idea what power awaited me, but now I could see how those opening minutes had to be as they were.

I have books about Dreyer on the shelf. I did not take them down. I taught a class based on the Schrader book, although I did not include “Ordet.” I did not open it to see what he had to say. Rosenbaum has written often about Dreyer, but when I quote him here, it is only things he has said to me. I did not want secondary information, analysis, context. The film stands utterly and fearlessly alone. Many viewers will turn away from it. Persevere. Go to it. It will not come to you.

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Girato in un bellissimo bianco e nero, Ordet è uno dei film migliori della filmografia di Dreyer, caratterizzata da grande essenzialità visiva ed un forte sentimento religioso. A tal proposito, del regista non possiamo non ricordare il possente La passione di Giovanna D’Arco e il bellissimo Dies Irae, opere estremamente attuali e magistrali.

Il film di Dreyer è quasi tutto girato in interno, con la ripresa a tre pareti, tipica delle sitcom americane moderne, mostrando palesemente la natura teatrale del racconto da cui è tratto.

Ordet racconta di come spesso, nella spiritualità, i meno credenti nella forza divina siano i devoti stessi che, con la loro mentalità ristretta, non riescono a chiedere a Dio tutto ciò che lui veramente potrebbe fare per i mortali.

L’opera di Dreyer, però, non parla solo di questo, è un film complesso, ma non pesante, ricco di sottotesti che ognuno di noi può leggere tra le righe e guardando il film. E’, anche, un film dall’immenso potere filmico in cui racchiude scene girate magistralmente, tipiche dello stile di Dreyer.

Per chi ama il cinema, per chi non lo ama, per chi da un film chiede qualcosa di più del semplice intrattenimento, Ordet è una pellicola da non perdere e da guardare con la mente pulita e gli occhi spalancati.

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…l’ironico sorriso beffardo di Dreyer lo si evincerà per tutto il resto della visione, dalle continue preghiere ai versi mal riportati fino allo stesso utilizzo bonario e inaccettabile del miracolo come immediata soluzione materiale ad ogni problema (tra l’altro per mano di un folle in tutto e per tutto somigliante al Messia). Una sorta di satira che, ben lungi dal perdere il proprio spirito profondamente mistico e riflessivo, punta al contrario a mantenerlo il più possibile attraverso uno stile autoriale rigido ed inflessibile. Qui più che mai infatti Dreyer si affida ai lunghi silenzi, all’immensità degli scenari e ad inquadrature meticolosamente studiate come dipinti su tela, suggellando alcune tra le più sensazionali sequenze della storia del Cinema di meditazione, al quale questa pellicola fa indubbiamente riferimento.

Binomio, quest’ultimo, ironia-riflessione che definisce un’opera completa e coerente con se stessa a trecentosessanta gradi; un epico saggio morale sull’uomo e sul proprio rapporto col divino. Tra i lavori più rappresentativi della Storia del Cinema novecentesco, ‘Ordet’ è un lucido affresco di vita passata che non perde nulla del proprio valore e del proprio significato, anche a più di sessant’anni dalla propria nascita.

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…Tra i grandi capolavori di Dreyer, uno dei registi più grandi in assoluto della storia del cinema, Ordet è forse l’opera più alta e compiuta. Nei film di Dreyer è costante la sobrietà dello stile associata ad una messinscena in cui tutto è predisposto con cura per illustrare il senso della vicenda. Questa perfezione è marcata dal ritmo pacato (non mi piace definirlo con “lento”, parola che implica difficoltà) che è anche in perfetta armonia con la realtà dei tempi in cui si svolge l’azione, in altre parole questo incedere austero è necessario per l’equilibrio stilistico e per il realismo della rappresentazione. 

Dreyer usa la fotografia esaltando la capacità del bianconero a caratterizzare l’atmosfera usando toni morbidi per situazioni rilassate e contrasti netti per le scene drammatiche; sono molto suggestive nei rari esterni le inquadrature di piante ondeggianti al vento (elemento pittografico già utilizzato da Dovženko) e il cielo che da terso e luminoso diventa più scuro e nuvoloso con l’intensificarsi del dramma. Questa capacità di Dreyer di esprimersi con grande efficacia direttamente con le immagini, è condivisa con gli altri grandi registi che hanno iniziato all’epoca del muto (e anche dell’espressionismo) come Lang, Buñuel, Ejzenštejn, Mizoguchi, Ozu, Ford.

In Ordet i personaggi sono rappresentativi di diversi atteggiamenti nei confronti della fede religiosa e della possibilità dei miracoli e il pathos è costruito sulla dialettica fra la sincera ricerca individuale di Dio (volta ad accettare anche l’assurdo) contrapposta alla fredda astrattezza e razionalità della teologia e alla supina partecipazione ai riti. In realtà credo che le grandi opere di Dreyer, non solo Ordet, abbiano come sottofondo una rilettura del pensiero di Kierkegaard (non a caso citato come causa della follia di Johannes) e la sua messa in pratica nei casi concreti…

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…il bellissimo finale del film (che, per quanto celebre, non rivelo, almeno del tutto), indicato come uno dei più intensi della storia del cinema (è certamente uno dei più struggenti che mi sia capitato di vedere), dove la rappresentazione in forma solenne di uno dei principali misteri della fede e fatta in modo da essere accolta indipendentemente dalla convinzioni che si hanno a riguardo. Perchè è cinema allo stato puro, col coraggio di confrontarsi coi grandi temi dell'umanità proponendone delle risposte possibili e con gli strumenti stilistici che gli sono propri portati ad altissimi livelli di espressione formale. E' come la Cappella degli Scrovegni di Giotto : la bellezza non ha religioni. Capolavoro.

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…L'austerità delle ambientazioni, l'indeterminatezza dello spazio e del luogo conferisce all'opera un aspetto più solenne che si porta avanti fino ad un finale molto emotivo (quasi insolito per Dreyer abituato ad un rigore stroardinario anche nei sentimenti) in cui la sacralità e la materialità si fondono, dove l'amore divino e quello terreno si uniscono. Il miracolo non è la resurrezione ma la possibilità di ritrovare se stessi attraverso la candidezza dei gesti, e sopratutto vivere in pace con gli altri. La vita è preziosa ma anche troppo fragile per poterla sprecare nella complessità delle macchinazioni della mente umana. Lo spirito come il cuore sono due entità molto più semplici di quanto si immagini e devono essere la base di una vita serena e capace di risconoscere la bellezza delle cose che ci sono state donate.

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…Ordet  è un'opera di straordinaria bellezza a livello di immagine, e di notevole potenza nella rappresentazione. Tratto da un'opera teatrale del pastore protestante fucilato dai nazisti Kaj Munk e caratterizzato da un ritmo lento, ma senza mai risultare noioso, il film si affida al Verbo della liturgia cristiana (la Parola del titolo originale, da intendere in un senso evangelico) per risolvere le contraddizioni di un credo religioso che non riesce più a comunicare al cuore della gente, nonché di un pensiero razionale ormai sterile, che non può nulla di fronte alla tragedia della Morte. Lo stile di Dreyer risulta certamente austero ed impegnativo, ma non cede praticamente mai al ricatto del teatro filmato nonostante l'ambientazione sia tutta concentrata nella fattoria della famiglia Borgen, come risulta anche dai lenti movimenti di macchina, spesso in piano-sequenza, e dall'intelligenza delle scelte di illuminazione e della composizione visiva.

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Visto oggi, nel 2006, questo film mantiene inalterata una purezza cristallina, classica. E' un film che non parla solo del tema della morte: tratta della fede, ad esempio, quella piena di dubbi e quella farisaica. Ma soprattutto tratta dell'innocenza: sono gli innocenti (la bimba e Johannes), a cui il razionalismo saccente degli uomini "per bene" non presta attenzione proprio perchè inaffidabili, a salvare il mondo (in questo caso a resuscitare).
Siamo davanti a un film che turba le coscienze, che scava dentro di noi fino a farci male. La risposta potrebbe sembrare banale, velleitaria, semplicistica: quella cioè di darci a Dio incondizionatamente, senza mediazioni razionalistiche. E' dura da digerire, per noi che viviamo immersi nelle certezze o pseudo-certezze tecnologiche e scientifiche.
Un film che fa discutere ma che soprattutto commuove e muove.

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forse DIES IRAE e' piu' perfetto; ma questo Ordet e' registicamente piu' ricco e evoluto. Il grande regista danese utilizza a fondo i mezzi offerti dal linguaggio cinematografico (piani sequenza, composizione dell'inquadratura, movimenti di macchina, uso della profondita', montaggio alternato...)per strutturare lo struggente e complesso apologo secondo una solennita' liturgica, con la macchina da presa impeccabilmente al servizio delle psicologie e dei comportamenti dei personaggi. Commovente il momento in cui, nel finale, la nipotina va da Joannes e gli dice: "DAI! SBRIGATI!" VOTO: OTTIMO!!!

Su Carl Theodor Dreyer

Dreyer era sempre in anticipo sui tempi; la sua grandezza stava nell'aver saputo fare del cinema "alto" sia nei contenuti, sia nelle forme. E i suoi temi, come il suo stile, sono, a ben vedere, di grande attualita'

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Parlare di capolavoro, nel caso di questo film di Dreyer, è perfino limitativo. E viene semmai da pensare a quanto merito sia del regista e quanto del dramma (di Kaj Munk, un pastore protestante ucciso nel 1944 dai nazisti che occupavano la Danimarca) che sta all'origine di questo film eccezionale per rigore morale e cinematografico, che riesce a colpire nel profondo con le tematiche religiose che hanno segnato per sempre Morten Borgen e i suoi tre figli: Mikkel, il più grande, sposato, ormai privo della fede; Johannes che, mandato a studiare teologia, è rimasto colpito da Kierkegaard ed è impazzito, credendosi la reincarnazione di Gesù Cristo; Anders, il più giovane, innamorato di una ragazza che gli viene negata perché di un'altra confessione religiosa. Ci sono due o tre cose che colpiscono più delle altre. La prima è il paragone, che non può che nascere spontaneo, con i film di Ingmar Bergman: mi sembra che "Ordet" abbia una maggiore forza nel penetrare nel cuore dello spettatore, mentre i film del regista svedese sono più cerebrali, anche se al fondo c'è lo stesso interrogativo, ed infatti Mikkel, colpito dal dolore, esclama «che senso ha tutto questo?». Si deve poi sottolineare il legame che corre tra Johannes, che preannuncia sventure ma anche miracoli, Inger, che già ad inizio film ribatte al marito che anche oggi (il film si svolge nel 1925) sono possibili i miracoli, purché ci si creda, e la piccola Maren, che spera nel miracolo con animo puro, come se si trattasse di un gioco. Infine l'interpretazione degli attori che danno vita ai personaggi centrali del film: il vecchio Malberg nella parte di Morten e Lerdorff Rye nella parte di questo nuovo Messia (come non pensare che Mike Leigh non si sia ispirato a questo Johannes nel tratteggiare il suo Johnny, interpretato da David Thewlis in "Naked" del 1993?), che parla con andamento cantilenante e sguardo perso nel vuoto da vero profeta. Da tutto questo sgorga felicemente un film denso, vitale, molto dialogato, a tratti ironico (si veda l'incontro di Johannes con il pastore) e con un finale intensamente emozionante (che avrei forse tagliato un paio di minuti prima), di quelli che non si dimentica facilmente.

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