lunedì 1 giugno 2026

No Good Men - Shahrbanoo Sadat

a Kabul non ci sono uomini buoni, pensa e dice Naru, anche se poi uno, troppo tardi, lo trova.

Naru è una camerawomen di un tv di Kabul, destinata a programmi inutili, ma un giorno, per caso, comincia a fare riprese con un collega giornalista, di quelli seri.

i due cominciano a conoscersi e a stimarsi, in un mondo dove gli uomini sono i padroni e le donne le schiave.

la fine è all'aeroporto di Kabul, quando i talebani hanno ripreso il controllo dell'Afghanistan.

un film con gli occhi di una regista afgana (che interpreta Naru) è meritevole di essere visto, a prescindere.

buona (giornalistica) visione - Ismaele

 

 

No Good Men, in grado di farci sorridere, ma anche di inferirci improvvisamente fortissimi scossoni emotivi, non è un film perfetto. Soprattutto per quanto riguarda alcune ingenuità registiche proprie, in modo particolare, dei momenti più drammatici. Eppure, nonostante ciò, possiamo affermare a gran voce che si tratta di un film decisamente necessario. Un’interessante apertura di una Berlinale che si preannuncia già di per sé piuttosto promettente. E vediamo in che modo esso riuscirà a lasciare il segno.

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Naru è uno dei personaggi femminili più intensi e autentici visti recentemente al cinema. Non è costruita come un’eroina perfetta né come una vittima passiva: è una donna reale, piena di rabbia, fragilità e desiderio di emancipazione. È fuggita da un matrimonio infelice, cerca di crescere suo figlio con amore e dignità e allo stesso tempo combatte ogni giorno contro un sistema che la considera inferiore.

La forza del personaggio sta proprio nella sua normalità. Naru lavora, corre, affronta pericoli, si occupa del figlio, prova paura e stanchezza. Eppure continua a resistere. Sadat riesce a darle una presenza scenica potentissima senza bisogno di trasformarla in simbolo astratto. Ogni gesto, ogni silenzio e ogni sguardo raccontano il peso di una condizione femminile soffocante.

Il titolo del film, No Good Men, diventa progressivamente una dichiarazione amara e radicale. Nel mondo raccontato dalla regista non sembrano esistere uomini capaci di amare davvero o rispettare le donne. Gli uomini picchiano, controllano, umiliano, decidono. Le donne vengono trattate come proprietà, private della libertà emotiva e personale. Una visione estremamente dura, che però la pellicola restituisce senza retorica e senza forzature…

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tra un sorriso e una lacrima, No Good Men alla fine si rinchiude nella gabbia degli stereotipi: l’amore impossibile, la misura fuori scala di un uomo che alla fine sembra quasi rivaleggiare con Humphrey Bogart di Casablanca, la solidarietà femminile che si oppone alla meschinità di un universo maschile opportunista e ottuso. E seppure questi stereotipi sono capaci di indicare la gravità di una condizione e la precarietà di un contesto sociale e politico esplosivo, rimangono semplici tracce, dita puntate sull’urgenza di un tema. Di un contenuto che viene sfiorato solo in direzione orizzontale, senza mai sfidare la possibilità di un’altra prospettiva, verticale, obliqua, sbilenca, tangenziale, tortuosa, opposta. Eppure non è mai un problema di temi e di storia. Il fatto è che Shahrbanoo Sadat traduce tutto nelle forme standard di uno stile pulito e confortevole, da esportazione. Come se la regista, ormai nome abituale dei grandi festival (i suoi film precedenti Wolf and Sheep e The Orphanage erano stati entrambi selezionati alla Quinzaine), si fosse già accontentata di rispettare le traiettorie obbligate di un cinema internazionale innocuo, a uso e consumo di un pubblico “illuminato e progressista”, ma incapace di liberarsi dalla dittatura dei temi.

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Partendo da una constatazione forse iperbolica perfettamente riassunta dal titolo, No Good Men si concentra in realtà su una clamorosa eccezione, sul giornalista Qodrat (Anwar Hashimi), un personaggio risoluto, coraggioso ma anche timido, con cui praticamente per tutto il film interagisce la protagonista Naru, di professione camera-woman (se si pensa a una mise en abyme non si sbaglia), interpretata dalla regista stessa, un mestiere non esattamente tipico per una donna di quel paese, dalla cui prospettiva viene di fatto raccontato il film. Tira via quando la protagonista si limita a riprendere, non senza raccapriccio, orribili talk show con telefonate in diretta di donne oggetto di violenza e interventi in studio esclusivamente volti a ribadire il dominio incontrastato della cultura patriarcale (body shaming a gogò), ma quando, quasi per caso, l’incarico affidatole diventa sul piano politico-sociale più rilevante, ecco che i maschi, con le loro ottuse ritrosie, si oppongono. Ciò vale all’inizio anche per Qodrat che poi capirà di avere a che fare con una donna di valore e sensibile, finendo per spogliarsi di tutti i suoi pregiudizi – e quel che succederà non è difficile immaginarselo. Già più difficile, invece, immaginare come andrà a finire la vicenda, una conclusione che dal punto di vista cinematografico rappresenta senz’altro la scena più bella di No Good Men, che ovviamente non rivelerò…

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No Good Men è diretto e sceneggiato dalla stessa protagonista, Shahrbanoo Sadat, il che alza incredibilmente il livello di difficoltà nella realizzazione della pellicola ed è un fattore da tenere in conto. Come mostrato anche nei titoli di coda e come spiegato dalla stessa Sadat, è un film in onore delle vittime di una stazione televisiva afghana che è stata colpita da un attentato nel 2016 e di cui Sadat faceva parte. E se queste sono le persone a cui dedica il film e che ripropone anche all’interno della trama, il vero motivo che l’ha spinta a mettere anima e cuore nella pellicola è più profondo e interconnesso con la storia afghana e soprattutto la sua cultura. Una cultura in cui non esiste la parità di genere, gli uomini sono “la razza dominante” e le donne esistono “in funzione” dell’uomo.
Magari si sorride anche in alcuni momenti della pellicola, ma sono sorrisi più dettati dall’assurdità di una realtà afghana che sembra così distante da quella in cui si vive in Occidente. Una realtà in cui, come mostrato molto bene in una breve parentesi iniziale della pellicola, in uno spettacolo televisivo in cui Sadat recita nei panni di una cameraman, c’è una donna che chiama chiedendo aiuto perché non sa come comportarsi dato che ha due figli e ha scoperto che il marito sembra avere una tresca con una donna più giovane. E a tutta risposta il co-conduttore, uomo, utilizza una metafora di un fiore per spiegarle come sia normale che la donna dopo il parto “perda i propri petali” e di come, “naturalmente”, l’uomo guardi e sia attratto da altri fiori più attraenti. Quindi una chiara esemplificazione della mentalità accettata da entrambe le parti e immutabile

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domenica 31 maggio 2026

Matrix: il film che la Matrix avrebbe fatto su se stessa - Federico Greco

 

Fine di una storia - Neil Jordan

tratto da un romanzo di Graham Greene (pubblicato un paio d'anni prima di Jules e Jim) , è una storia d'amore con tre bravi attori, Julianne Moore, Stephen Rea e Ralph Finnies, durante la seconda guerra mondiale, a Londra, quando le bombe tedesche non erano uno scherzo (mica come i droni russi in Europa, che sono ucraini, quasi sempre).

i tre, che sono amici, vivono una situazione ambigua, loro due amici, ma entrambi legati a Sarah, il marito e l'amante.

Neil Jordan è bravo, come sempre, a filmare una storia complicata.

buona (tormentata) visione - Ismaele


 

 

Londra, 1939. L’attraente scrittore Maurice Bendrix (Ralph Fiennes) conosce casualmente Sarah Miles (Julianne Moore), donna affascinante sposata al monotono ministro degli affari interni Henry Miles (Stephen Rea), oggetto d’indagine da parte di Bendrix per il nuovo romanzo. Maurice e Sarah intraprendono presto una coinvolgente relazione adulterina: l’amore si alterna alle bombe della guerra; le menzogne passano inosservate al marito, consapevole di vivere un rapporto coniugale convenzionale e trascinato stancamente da anni. Maurice e Sarah si separano definitivamente nel 1944, in apparenza per ragioni inspiegabili. Quando Maurice incontra Henry dopo due anni, rientra nella vita della coppia e si affida a un detective (Ian Hart) per scoprire “il segreto” di Sarah…

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Ancora una volta l’interpretazione di Julianne Moore è strepitosa, anch’essa nominata agli Oscar, e Ralph Fiennes non le è da meno, perfetta incarnazione di un uomo combattuto tra l’amore e i sensi di colpa. Al loro fianco bravo anche uno degli attori fissi del cast dei film del regista irlandese, il quasi immancabile Stephen Rea, nei panni del marito consapevole e taciturno. Film, come d’altronde il romanzo, intenso e commovente, drammatico e sofferto, ottimamente interpretato.

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E' un film che cerca di tagliare col bisturi questioni profonde e delicate, e ci riesce discretamente. L'intera trama oscilla continuamente tra fede e rifiuto di Dio, tra perdizione e salvezza, tra desiderio di abbandonare il peccato e incapacità di farlo. Anche il personaggio del prete che non riesce a vivere in castità ricorda questa aporia. Lo stesso Greene aveva vissuto una relazione extraconiugale, e probabilmente cercò di rappresentare in questo romanzo i conflitti interiori che lo crucciavano.
In generale, Neil Jordan gira un buon film sentimentale e introspettivo, che per stile ricorda vagamente il noir. Non tutto è perfetto (come i non sempre chiarissimi salti temporali), ma in complesso il regista direi che ha superato la prova, rivelandosi abbastanza attento e delicato per inscenare situazioni e questioni complesse. Ho trovato bravi i due protagonisti, specialmente Ralph Fiennes, il quale ha certe espressioni che esprimono l'inesprimibile a parole. Da guardare col cuore e con la testa.

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