mercoledì 5 agosto 2026

Animali randagi - Maria Tilli

Luca e Toni sono due autisti di ambulanze, e un giorno affrontano un viaggio in Serbia (per duemila euro) per riportare in quella terra un malato terminale, insieme alla figlia che lo accompagna.

le cose non sono così semplici, e il viaggio metterà a nudo le profondità delle loro anime.

un viaggio che merita di essere affrontato e visto, promesso.

opera prima di Maria Tilli, scommessa riuscita.

buona (itinerante) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film, su Raiplay

 

 

funziona bene la gestione degli spazi della regista e la sua attenta osservazione di una provincia desolata che fa il paio con le esistenze indefinite di Luca e Toni, trentenni che vivono ancora con i genitori e fanno fatica a trovare una propria indipendenza, non solo economica. Loro sono animali domestici, come li definirà Emir, che invece ha vissuto la sua esistenza da gatto randagio, muovendosi in giro per il mondo spesso senza sapere dove andare, e senza prendersi la responsabilità della propria famiglia.

È proprio della capacità di prendersi le proprie responsabilità che parla il film di Tilli, del coraggio di restare invece di scappare, e di accettare scelte anche non condivise in nome del rispetto dell'individualità altrui e dell'amore verso chi non è come noi, e non ci è stato vicino nel momento del bisogno. Per Luca e Toni è soprattutto un percorso verso il prendersi la responsabilità di se stessi, e il decidere se proseguire in una certa direzione o invertire la rotta: e il finale aperto non dà risposte facili, né certe. Perché questa storia riguarda la libertà di scelta, propria e altrui, come qualcosa che va necessariamente rispettata…

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Su Luca e Toni e gli sviluppi della loro dinamica relazionale, infatti, la Tilli costruisce un Animali Randagi racconto delicato che con semplicità e immediatezza ci parla della vita, delle morte, del dolore che nasce dall’impossibilità di lasciare andare, e di padri e figli. Ma anche di empatia e di libertà di scelta. Una su tutte: se essere randagi – e quindi perennemente in giro, in movimento, senza legami e ragioni – o domestici, e quindi comodi e al sicuro, ma anestetizzati negli impulsi vitali. Un film piccolo-ma-grande, Animali Randagi, una ballad spirituale e terrena di valenza universale, un esordio destinato a lasciare il segno.

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martedì 4 agosto 2026

En kærlighedshistorie (A love story) - Ole Christian Madsen

Stine Stengade e Lars Mikkelsen (fratello di Mads Mikkelsen) sono i protagonisti di questo film danese (girato con le regole di Dogma 95). Lei esce dal manicomio dopo due anni, lui l'ha aspettata, si amano ancora, anche i loro due figli l'aspettavano.

lei ci prova, sembra che ce la faccia, ma spesso no.

eccezionali i due protagonisti.

buona (dogma95) visione - Ismaele



Kira e Mads sono sposati da alcuni anni quando viene ricoverata per due anni in un istituto psichiatrico. Il film inizia quando torna a casa sua, suo marito e i loro due figli. Tuttavia, non è completamente guarita e non sa come comportarsi nel mondo esterno. Sospetta anche che Mads abbia una relazione. Causa diversi scandali, prima di avere un'ultima possibilità di fare qualcosa di giusto. La domanda è se il loro amore è abbastanza forte da superare tutti questi problemi.

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sabato 1 agosto 2026

Prima di noi - Daniele Luchetti, Valia Santella

si parte dalla prima guerra mondiale fino agli anni '60-'70, una famiglia tenuta insieme da Nadia, da quando era ragazzina fino alla morte.

la storia, meglio le storie, è avvincente, anche quando sembra che succede poco c'è la storia che scorre, e ognuno si troverà coinvolto.

una bella serie italiana, da non perdere, con bravissimi interpreti, Linda Caridi sopratutto.


QUI si può vedere la serie completa, su Raiplay

 

 

Nel 1917, dopo il disastro di Caporetto e la conseguente ritirata dell’esercito italiano, Maurizio Sartori è in fuga dal fronte e decide di tornare a casa nelle campagne friulane. L’unica persona a cui riesce a confessare di essere un disertore è la madre Nadia, vero e proprio fulcro della famiglia allargata, una donna di grande forza che ricordando gli insegnamenti degli antenati cerca di contenere le irrequietezze dei figli. Da lì in poi, Mauro cerca di ricostruirsi una vita nonostante i sensi di colpa. Attorno a lui e a Nadia si rincorre la parabola di quattro generazioni della famiglia Sartori, che assistono ai grandi cambiamenti che hanno sconvolto il Novecento italiano.

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“In tutte le famiglie c’è chi costruisce e chi distrugge. Ma il destino, come il carattere, non lo puoi scegliere” dice Nadia, mentre racconta della sua famiglia. Una storia, quella dei Sartori – protagonisti della serie Prima di noi di Daniele Luchetti e Valia Santella – su cui grava un’ipoteca mitica, originata dalle colpe dei suoi capostipiti. Quella di Maurizio, disertore della Prima Guerra Mondiale, colpevole di aver abbandonato prima i compagni di fuga feriti per potersi salvare, e poi Nadia, la giovane che lo aveva nascosto in un casale tra le montagne del Friuli e da cui aspettava un bambino. Quella della stessa Nadia che, fucile in mano, ha rintracciato Maurizio, gli ha sparato ad una gamba e lo ha costretto ai ruoli di marito, di padre e di presunto eroe di guerra – scampato ad un campo di prigionia tedesco, secondo la versione concepita dalla donna – cui sembrava incapace di aderire.

Dal Friuli a Torino, da Caporetto al tramonto degli anni ‘70, attraverso le ossessioni e le illusioni di un Paese intero, scorre il sangue “marcio” di tre generazioni di Sartori, che incespicano nella Storia come perseguitati da un demone. Nel dare un nome a questo “mostro”, da un lato Luchetti e Santella analizzano la famiglia come istituzione in fase con i rivolgimenti della Storia (“Non ce la fate proprio a pensare che esistono donne che non vogliono avere figli” dice Eloisa, nipote di Nadia, alle altre donne-madri della famiglia). Dall’altro come il primo insieme di discorsi, norme, immagini, narrazioni che permette all’individuo di riconoscersi quale soggetto dotato di una specifica identità: l’Io che prende contezza di sé specchiandosi nell’alterità più prossima, quella familiare

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la regia, con l’occhio e la mano di Luchetti da sempre attenti alla dimensione etica e quotidiana dei conflitti, trova un equilibrio maturo tra intimità e racconto storico: la costruzione dell’insieme è stato “facile, succede quando si parte dalla base solida di un bel libro, come quello di Fontana. Il racconto mi ha acceso mille piccoli ricordi. Dei miei nonni, dei miei genitori, di personaggi di romanzi o di film che a loro volta si ispiravano alle personali saghe e mitologie familiari. È la storia di coloro che non hanno lasciato monumenti, romanzi, canzoni, che non sopravvivono nemmeno nei ricordi ma che hanno fatto noi, e questo strano posto che chiamiamo Italia“…

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Anzitutto, il racconto, la saga, il grande affresco popolare. L’Italia che dalla disfatta di Caporetto, autunno 1917, arriva fin quasi ai giorni nostri. Dai bisnonni all’urban design, dalle montagne del Friuli con i campi da curare e la polenta da condividere fino all’ultimo cucchiaio, attraverso quattro generazioni, due guerre mondiali, la Ricostruzione, il Boom, gli Anni Settanta, la globalizzazione e le multinazionali. Poi, i temi: l’eredità familiare, la memoria, il senso del tempo e del progresso, la forza delle donne e la loro percezione del pericolo. Nel segno di una figura femminile assai incisa, la caparbia-empatica Nadia. La incontriamo a 17 anni in cerca di una confusa emancipazione e la seguiamo lungo il tragitto tempestoso del Novecento, il secolo della velocità e dei conflitti fino al Boom economico…

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venerdì 31 luglio 2026

Pororoca - Constantin Popescu


La Pororoca è un fronte d’onda che risale la corrente del Rio delle Amazzoni per più di 13 chilometri con onde che in alcuni tratti superano i 4 metri d'altezza. Il nome deriva dalla lingua tupi, e significa grande rumore distruttore. Si crea quando le acque dell'Oceano atlantico fluiscono all'interno del fiume per effetto di una marea. (qui)


una bambina di 5 anni, al parco con il babbo e il fratellino, scompare.

comincia il dramma per il babbo (e la mamma), all'inizio ci si illude che la bambina venga ritrovata, col passare dei giorni il babbo entra in un incubo dal quale non si esce.

il film mostra la caduta del padre  in un abisso senza fondo.

un film che merita, promesso.

buona (romena) visione - Ismaele

 

 

Pororoca es el drama que sufren Cristina y Tudor, son una pareja aparentemente feliz que viven junto a sus dos hijos. Una mañana Tudor lleva  a sus hijos al parque, todo transcurre con naturalidad, Tudor descansa en un banco mientras los niños juegan en los columpios junto a sus amigos. De repente Tudor no sabe donde se encuentra la pequeña María y empieza a llamarla insistentemente, padres y madres que están en el parque empiezan a buscarla. No dan con ella y la desesperación en la familia es agobiante, a partir de ese momento todo cambia y la vida será un autentico martirio.

Pororoca es un notable film en lo que su único fallo es el exceso de duración, mas de dos horas y media, no justificada para lo que nos cuentan. Si es verdad que una de las escenas principales, la ocurrida en el parque, dura 18 minutos, pero nada sobra ya que previene al espectador que nada es lo que aparenta y se avecina una angustia que hará sufrir al espectador durante toda la película. El espectador se queda fascinado ante lo que nos expone el director a base de planos estáticos que profundizan en el drama de los protagonistas…

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Hay películas que elegimos ver solamente por un detalle. Ya sea por un afiche, una sinopsis, una fotografía de la película o simplemente el nombre, muchas veces esos detalles son una razón suficiente para probar suerte. El nombre de esta película rumana, Pororoca, es uno de estos casos. Suena como algo exótico, por lo que llama rápidamente la atención. En un principio pensaba que era una palabra rumana suelta, pero con el traductor de google no hubo suerte: la palabra no pertenece a esta lengua. Por un momento pensé que estábamos ante otro Sieranevada, una palabra inventada sin mucha conexión interna con el contenido del filme. Pero en este caso no es así, una pasada por el buscador revela datos sobre su origen: las raíces de la palabra se encuentran en el río Amazonas. Pororoca es una onomatopeya derivada de la lengua tupí-guaraní que quiere decir “gran estruendo” y hace referencia a un fenómeno muy particular que sucede en ese vasto río. Cuando las mareas impulsan a las aguas del océano Atlántico contra el enorme torrente fluvial de las desembocaduras del Amazonas, el choque de fuerzas genera olas de gran intensidad que permanecen activas durante horas. El “gran estruendo” hace referencia al sonido ensordecedor que producen las numerosas olas de la Pororoca, que puede ser oído mucho tiempo antes de que se produzca el fenómeno en una zona.

Bien, la palabra es real. Pero, ¿cuál es su relación con el filme? ¿Qué es lo que intenta representar?...

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la obra de Popescu abre con Tudor Ionescu –un sensacional Bogdan Dumitrache, actor habitual de los primeros espadas de la realización rumana—, como paradigma paternal, acompañando a sus dos hijos al domicilio familiar. Allí le espera una esposa abnegada, que completa un escenario idílico y, en apariencia, inquebrantable. Un paraíso que se vendrá abajo, tras una llamada telefónica que rompe el statu quo imperante, en la tercera escena del largometraje.

Resulta vital para el desarrollo de la trama este inicio, que, además de invocar la empatía del espectador, ofrece un ejemplar uso de cámara basado en planos fijos. Un estatismo que en el mentado tercer segmento escénico augura un cambio de registro –al thriller concretamente— y que dará paso a un descomunal plano-secuencia dominado, por el contrario, por un dinamismo tanto narrativo como visual que logra extrapolar la tensión de una situación límite. En ese intervalo, Popescu apuesta por jugar con nuestra atención —un recurso con equivalencias del cine de Alfred Hitchcock— y, a su vez, la del paterfamilias, para desencadenar el suceso que marcará al resto del metraje: la desaparición de su hija. Una exhibición en la puesta en cuadro que demuestra la pericia de un cineasta que quiebra el habitual hieratismo de la filmografía de sus coterráneos y que alcanza un grado de brillantez en su primera hora inédito en el cine europeo reciente…

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