venerdì 5 marzo 2021

La collina del disonore - Sidney Lumet

film poco conosciuto, eppure potente e con una tensione che non cede mai, anzi.

una critica spietata della vita militare e delle sue regole schifose.

la fotografia è un personaggio del film, e, come tutti, fa benissimo la sua parte.

mancano le donne, in questo film, e sarebbero state fuori luogo, è uno scontro di potere tutto maschile, fino all'ultima goccia dell'altro, senza mezze misure.

film imperdibile - Ismaele


QUI  il film completo, in inglese

 

 

Cinq cent ouvriers sont employés pour fabriquer de toute pièce la colline de dix mètres de haut qui écrase le camp de sa présence inquiétante. Lumet tourne pendant cinq semaines, sous une température de 45 degrés : les acteurs sont exténués, surtout ceux qui incarnent les prisonniers et qui doivent réellement grimper la colline sous cette chaleur écrasante. Tout cela fait que le film est d'une rare intensité, celle-ci étant bien entendu encore renforcée par les choix de mise en scène de Lumet. Le cinéaste filme au départ en 28 mm puis change de focale progressivement, passant au 21, puis au 18mm afin de s'approcher au plus près des visages et de capter la peur ou la colère des hommes perdus. Ce choix d'objectifs lui permet aussi de déformer les perspectives, ce qui renforce encore la douleur des victimes et la folie sadique des tortionnaires. Une occasion de rappeler que Sidney Lumet est un immense metteur en scène qui sait trouver d'instinct les réponses techniques appropriées aux enjeux de ses films. C'est cependant le scénario qui retient l'attention du Jury du Festival de Cannes, prix qui aide ce film radical à trouver son public en Europe, ce qui n'est pas le cas aux États-Unis où il reçoit un accueil glacial. Il est depuis devenu un petit classique et l'une des œuvres les plus réputées du cinéaste.

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Aquí Lumet recurre a su mano maestra a la hora de adaptar obras de teatro o de dar forma cinematográfica a guiones muy basados en la interrelación dialógica entre los protagonistas, talento que puede verse en el trecho profesional que va desde 12 Hombres en Pugna hasta Equus (1977), una capacidad realmente inusual en el contexto del séptimo arte porque el realizador era un especialista consumado en esto de transmitir la tensión arrolladora del material escrito/ teatral sin renunciar a la puesta en escena muchísimo más rica que habilita la pantalla grande, logrando además transportar al espectador a las temperaturas sofocantes que debió sobrellevar el elenco durante el rodaje en la locación central, nada menos que la aridez semi desértica de Almería, en España. En este sentido, resulta supremo el tramo final del metraje desde la acusación de Roberts contra Williams, pasando por la salvaje paliza, el glorioso altercado verbal entre Joe y Wilson, la “locura” y dimisión de King, y la hilarante escena en el despacho del Comandante, hasta el remate en la celda cuando se terminan de perfilar las posiciones en pugna dentro de la cárcel y parece resultar victorioso el bando del doctor y Harris, no obstante el despiadado Williams a último minuto se propone chantajear al Oficial Médico y asesinar sin más a Roberts, generando así una golpiza contra el guardia por parte de unos King y McGrath asimismo cansados de sus atropellos mafiosos al amparo de Wilson y de payasos castrenses ortodoxos semejantes, quienes se ufanan de su autoridad pero suelen convertirse en títeres del esquema enrevesado y maquiavélico de psicópatas ambiciosos y de cotillón como Williams, clásico producto del entramado hegemónico del ámbito estatal/ militar/ político/ policial/ capitalista/ cultural/ económico/ institucional de nuestros días. La enorme crueldad de estos “soldaditos de juguete”, como los llama Joe de modo despectivo, aunada al genial desempeño de Connery, Andrews, Davis y compañía, viabiliza una estupenda reflexión sobre la banalidad de las instituciones de disciplinamiento y control social, metaforizadas en una montaña del castigo ridículo símil regocijo caníbal…

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Seppur ambientato durante la seconda guerra mondiale, il film porta sullo schermo l'avversione di un'intera nazionae per la guerra del Vietnam che stava iniziando (il film è del '65). Raccontando semplicemente la segregazione di 5 persone, Lumet da un affresco della verticolità opprimente delle gerarchie militari e dell'uso sistematico e sistemico della violenza, con riflessi di vero e proprio razzismo, che sia quello verso l'uomo di colore o le presunte inflessioni omosessuali di un altro prigioniero. Lumet, con una regia assolutamente perfetta nel muoversi tra primi piani e poche stanze, da vita ad un film potentissimo senza aver bisogno mai e poi mai di calcare la mano o enfatizzare tutto con le musiche (sostanzialmente inesistenti). Insomma, un affresco brutale della realtà carceraria militare e di un mondo violento, razzista e legato alle proprie aspirazioni di comando e potere. Con almeno 3 scene memorabili: il finale (devastante e crudissimo nella sua semplicità da "fuori campo"), la sequenza della collina e della maschera di gas e infine quella dell'uomo di colore che si comporta da scimmia.

Un film che a più di 50 anni dalla sua uscita conserva tutta la sua potenza e è un altro tassello della maestosa filmografia di un gigante della storia del cinema.

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Da una sceneggiatura di Ray Rigby (cui andò il premio al Festival di Cannes del 1965), La collina del disonore è il film grazie al quale Sean Connery, dopo un esordio puramente commerciale, inizia a dimostrare le sue raffinate doti interpretative. Si tratta di un potente atto d'accusa nei confronti del militarismo, raccontato con la stessa durezza tratteggiata nel sergente, che non arretra mai di fronte a nulla. Munito di affilatissimo spunto polemico e di uno stile asciutto e funzionale, Sidney Lumet porta la storia e il destino dei suoi personaggi sino alle estreme conseguenze, rivelando la natura inarrestabile e circolare della violenza e della sopraffazione. Un'opera sentita e coraggiosa, che raggiunge nel finale inquietanti toni di disperazione (cui contribuisce la notevole fotografia di Oswald Morris). L'assenza di commento musicale priva lo spettatore di qualsiasi consolazione emotiva, lasciandolo in balia di sentimenti contrastanti. 

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…Film sorprendente e decisamente sottovalutato, che evoca molto più di quanto non dica la trama. Scritto e recitato in maniera splendida da un cast in prevalenza britannico. Non c'è ombra di musica ma non se ne sente la mancanza, ha infatti un gran ritmo per merito del tempismo dei dialoghi, del minuto intreccio di personalità e di una regia che ricorre a un montaggio più serrato e alla veloce intromissione di primi e primissimi piani per esaltare i momenti più eccitati. È anche un caso raro e opportuno di opera antimilitarista che riesce a non far spettacolo di eventi bellici. La forma è infatti quella del "prison movie" ed è proprio questa veste che, oltre ad evitare di dar soddisfazione agli amanti del giochi di guerra e lungi dall'essere penalizzante, consente una visione più articolata delle differenti mentalità e del loro significato nell'apparato militare. L'interesse in tal modo può rivolgersi non solo dicotomicamente al rapporto tra chi il potere lo esercita e chi lo subisce ma anche agli effetti che generano i diversi tratti caratteriali all'interno di ciascun gruppo e rispetto al sistema militare nel suo complesso. La cosa è particolarmente evidente se prendiamo in considerazione il gruppo di chi il potere lo detiene e lo esercita (c'è anche chi lo detiene e non lo esercita: il comandante, esempio supremo di inutilità e inconsistenza dei valori militari, passa le notti in dolce e remunerata compagnia e ogni tanto fa una scappata al campo per firmare quel che il sergente maggiore gli dice di firmare: "Firmerebbe la sua morte se gliela passassi", sottolinea Wilson)…

Ha detto Woody Allen: "In una filmografia come quella di Sidney Lumet, che comprende diversi film straordinari, forse THE HILL è il più riuscito. Di certo io lo considero uno dei migliori film americani. La realizzazione di questa storia avvincente è perfetta, dall'impeccabile performance degli attori al movimento ispirato della macchina da presa. È un'esperienza immediata e totale. Tutte le volte che lo vedo mi stupisco che un film così bello possa passare inosservato e cadere nell'oblio com'è invece successo".

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mercoledì 3 marzo 2021

First cow - Kelly Reichardt

ai tempi dell'accumulazione originaria, quando la corsa allo sterminio degli indiani, all'accaparramento di risorse, all'occupazione delle terre, insomma il sogno della frontiera e del nuovo ricco selvaggio continente, c'erano due amici, Cookie e King-Lu, di quelli veri, disposti a rischiare la vita per stare insieme.

non volevano assaltare diligenze, fare gli allevatori, ammazzare gli indiani, fare gli sceriffi, Cookie voleva fare il pasticciere, e King-Lu sarebbe stato il suo socio.

ma rubavano, pochi litri di latte per volta da una mucca di un ricco e spietato, e questo costò loro va vita.

è un film gentile, First cow, e Cookie e King-Lu sono diventati nostri amici.

buona gentile e drammatica visione - Ismaele

 

 

First Cow si potrebbe definire un western per l’ambientazione e il periodo storico in cui è ambientata la vicenda, ma per contenuto è molto diverso dal classico del genere. È più giusto parlare di un’avventura che ha come sfondo l’America, perché la Reichardt tende spesso a descrivere il suo paese con una vena critica nascosta dietro una storia apparentemente innocua e sentimentale. Vedendo First Cow si può cogliere infatti una riflessione sull’avidità del Sogno Americano, sull’arroganza che spesso spinge ad agire anche in un modo moralmente sbagliato o contro la legge. Il “crimine dei due protagonisti – il furto del latte – non ha un peso agli occhi dello spettatore che tifa per Cookie e King-Lu dall’inizio alla fine del film.

First Cow è un film tenero che sicuramente ha il merito di aver portato la cucina in un film western, un’impresa da non sottovalutare visto che i cowboy non hanno mai avuto un palato sopraffino nei vari film del genere. Provate a pensare, in particolare, ai dolci in un film di John Wayne o Clint Eastwood… esatto!...

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First Cow, il western sui generis di Kelly Reichardt che racconta in modo originale una storia di umanità ai margini, attraverso due personaggi che, come tanti altri in quel mondo, devono trovare il proprio posto e la propria strada per imporsi. L’unica perplessità riguarda una prima parte che fatica a decollare, ma non rovina la visione di un film efficace nella messa in scena quanto interessante nei temi.

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…Il sogno americano, la fede nel progresso, nel Paese delle possibilità sconfinate è rappresentato dalla Reichardt nel tentativo di Cookie e di King-Lu di elevare la propria condizione, portando avanti un'attività al fine di realizzare i propri desideri. C'è in nuce persino il conflitto di classe, storico, tra immigrati e americani poveri da una parte e ricchi proprietari inglesi dall’altra, in un'economia primordiale che ci ricorda com’è nato il capitalismo, quale sia la filiera produttiva, come funzioni il commercio e quanto l’anima di un uomo possa dedicarsi a esso, rischiando persino la propria vita pur di farlo funzionare.

Gli utensili rudimentali che Cookie adopera per cucinare, le monete spezzate, le banconote scritte a mano, le padelle, gli indumenti sudici e gli stivali bucati, i pezzetti di sughero per giocare a dama potrebbero trovarsi in un museo contadino ma sono la rappresentazione vivida di un mondo che non c'è più, lontanissimo, quasi un altro pianeta se non fosse che i desideri, gli occhi e i respiri degli uomini che abitano case messe in piedi coi rami degli alberi, sono tuttora i nostri. Una sensibilità rara che la regista originaria della Florida aveva padroneggiato con estrema sapienza già nel precedente "
Certain Women"; lo stile resta spartano, con pochi movimenti di macchina, il formato ristretto e le concessioni quasi nulle alla spettacolarizzazione, nonostante la sceneggiatura (scritta a quattro mani con Jonathan Raymond, autore del libro da cui "First Cow" è tratto) è abilmente retta da una suspense che funziona senza forzature. Stavolta la pienezza della rappresentazione filmica si arricchisce ulteriormente della maggiore vicinanza rispetto all'oggetto del proprio racconto, denso di primi piani, intenso, spesso struggente.

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First Cow è anche un film sulla fragilità umana in un mondo barbaro e violento, in cui due uomini si trovano a collaborare vendendo dolcetti al miele e mungendo illegalmente la mucca di un ricco inglese perché legati dal proprio animo bonario. Una condizione economica che li avvicina e che li spinge a rubare a chi maggiormente privilegiato. D’altronde “I poveri hanno bisogno di capitali per iniziare qualcosa, un miracolo, o un crimine” afferma King Lu in un momento del film, riprendendo quel discorso attorno al capitale avviato con Wendy e Lucy che in questo nuovo lavoro diventa l’obiettivo primario di ogni singolo individuo: a partire dai due, che non riusciranno a porre un limite al loro crimine pagandone le conseguenze.

First Cow è la somma di tutto il cinema di Kelly Reichardt, nelle intenzioni, nei temi e nella narrazione. Ma questo non ha significato un adagiarsi in situazioni già viste ed esplorate, ma un proseguire oltre: oltre il genere, oltre il semplice pedinare e oltre il realismo visivo. La Reichardt ci regala un’opera magica, piena di vita e fortemente atmosferica. La reincarnazione visiva e spirituale di due anime vagabonde divenute un tutt’uno con la foresta. Forse gli stessi uccellini che aprono il film e che cinguettando cercano di comunicarci qualcosa, o meglio, raccontarci una storia.

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...Insieme, lì dove "la Storia non è ancora arrivata", escogiteranno lo stratagemma più semplice e più visionario, rubare il latte al ricco per poi rivenderglielo sotto forma di dolci fritti in cui assaporare la Londra dove è cresciuto. First Cow è un film non solo sugli inizi, ma su come gli inizi siano ingannevoli; è una storia su come affrancarsi dal dilemma fondativo - uovo o gallina, capitale o prodotto - e mettere in moto finalmente un paese.

È buffo che un film così devoto all'analisi micro-economica della genesi americana sia privo di qualunque cinismo, e scelga invece piccoli bozzetti di compassione e cura per illustrare quanta parte di quella genesi sia dovuta alla costruzione del rapporto umano (in un interessante parallelo di sovversione del genere con il sottovalutato I fratelli Sisters di Audiard. Si veda ad esempio la naturalezza con cui i due protagonisti creano senza parole un ambiente domestico, tagliando legna e mettendo fiori sulla mensola, o per estensione il rispetto profondo di Cookie verso il mondo naturale, dalle tenere chiacchierate con la mucca durante la mungitura agli animaletti da girare sulle zampe nel bosco…

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martedì 2 marzo 2021

Eggshells - Tobe Hooper

recuperato per miracolo dall'oblio, l'opera prima di Tobe Hooper è di nuovo disponibile.

grande debutto, totalmente diverso dai film che lo renderanno famoso, ambientato negli anni della guerra del Vietnam e delle grandi manifestazioni pacifiste, un gruppo di ragazzi e ragazze vanno in una casa nel bosco, con una macchina da hippies.

poi lì succede qualcosa, si prende qualche pastiglia di lsd, forse, c'è qualcosa nell'aria, la macchina da presa fa miracoli, c'è un matrimonio, e succedono tante cose.

film che merita, Tobe Hooper da giovane era già bravissimo e originale.

buona visione - Ismaele


 

 

QUI il film completo, in inglese

 

 

Si Eggshells reste suffisamment narratif, il accumule les séquences expérimentales (qu’elles soient sonores ou visuelles) à l’image d’une scène, reposant intégralement sur le montage, où un personnage se bat à l’épée avec son double (le film ne cache pas son aspect paranormal). Aussi libre que le groupe de jeunes adultes qu’il colle au plus près, en multipliant les gros plans, Eggshells se conclut pourtant sur un mariage. Comme si l’auteur voulait souligner par cette union la fin d’un temps. La coquille -eggshell en anglais- dans laquelle semble vouloir s’enfermer les personnages ne se renforcerait pas mais finirait alors par se briser. Les autres personnages (des fantômes ?) préfèreront d’ailleurs s’évaporer dans leur drôle de machine pour partir dans un monde meilleur, accentuant un peu plus le crépuscule d’une jeunesse insoumise, marquée par le mouvement hippie. Cinq ans plus tard, Tobe Hooper enfoncera le clou en les massacrant violemment.

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Many would be surprised to find out that one of the most uniquely bizarre and experimental counter-culture movies was directed by non other than Tobe Hooper. Turns out that the slight touches of experimental sound and cinematography in his two Texas Chainsaw movies represented only the tip of his surreal potential. This debut demonstrates it in full force, and one has to wonder where it went after his TCM output. It's a rambling, psychedelic, symbolic, highly experimental movie that is part Warhol, part Godard, part psychedelia, part low-budget sci-fi/horror weirdness. A commune of young hippies live in a house that has been invaded by a strange electric entity in the basement. In between random inanely babbling conversations and activities that only stoned hippies can have, there are symbolic scenes of a paper plane exploding into napalm, a wall that paints itself, a young man that encounters the mysterious entity in the basement that promptly has him sword-fighting himself, a very psychedelic sex scene, a colorful balloon forest as a symbol of sexual seduction, sci-fi hair-driers that transmogrifies people into smoke and extracts the gunk, and so on. There's also one guy that attempts to free himself by blowing up his car along with all his clothes, a hippy-Jewish wedding, discussion of hauntings, and lots of free love. Perhaps an LSD-inspired portrait of the 60s, a symbol of the various delicate aspects of man, or just a bunch of fascinating nonsense.

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lunedì 1 marzo 2021

Viaje a los Pueblos Fumigados - Fernando Solanas

Fernando Solanas gira un documentario sull'economia dell'Argentina (e non solo).

dal 1492 c'è stato un genocidio (qui uno degli innumerevoli esempi) degli abitanti indigeni, in tutta l'America, senza rallentare mai, con poche proteste nel mondo; negli ultimi anni si aggiunge, dimostra il film, lo sterminio dei contadini poveri, attraverso Monsanto, la soia e i veleni chimici che stanno nel cibo che mangiamo, anche questa volta impunemente.

quello di Pino Solanas è un testamento, un avvertimento, un grido di dolore, che nessuno di noi si senta escluso, siamo tutti coinvolti.

nel film c'è, tra le altre, una, commossa e commovente, intervista ad Ana Zabaloy (morta di cancro in questi giorni, leggi qui)

ps: Pino Solanas dedica il film a papa Francesco (qui un loro incontro) e alla sua enciclica Laudato si.

 

QUI  il film completo, in spagnolo, con sottotitoli in spagnolo

 

 

 

Nella provincia di Salta, nel nord dell'Argentina, vengono eliminate foreste secolari per far posto a enormi piantagioni di soia. Gli agricoltori indigeni vengono cacciati dai loro villaggi e non sono più autorizzati a utilizzare le strade di accesso che sono state ora privatizzate. Gli erbicidi vengono spruzzati e le malattie si stanno diffondendo. Immagini dure che testimoniano di crimini ambientali commessi dall'agricoltura industriale con il consenso dello stato e che raccontano delle conseguenze sociali della monocultura e degli effetti devastanti dell'uso incontrollato di sostanze chimiche sullo sviluppo degli embrioni. Ma come liberarsi dal circolo vizioso di sistemi corrotti da cui gli stessi consumatori sono ingannati? Le alternative ecologiche costituiscono una reale possibilità?

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dice Pino Solanas:


–¿Qué fue lo que más le impactó al investigar la producción de alimentos con agrotóxicos?

–Lo que me llamó la atención es la desinformación de la población, porque la población sufre muchas enfermedades que cuesta diagnosticar. Vivimos en un mundo de una alta contaminación. Por ejemplo, en la ciudad de Buenos Aires vivimos con un smog altamente contaminante y es una ciudad que todavía no nos informa cuál es la tasa de contaminación del día. Las grandes ciudades del mundo marcan todos los días en sus noticieros y en sus diarios cuál es la tasa de smog y de contaminación. Dicen: “Mañana los autos impares no entran más a la ciudad”. Reducen a la mitad el parque automotor y toman medidas. Las aguas también tienen índices de contaminación. Si agarramos un vaso de agua y lo analizamos encontramos algunos problemas, pero la dosis es insignificante, se dice. El tema es que esta insignificancia junto a la que traen los alimentos, todo suma, y mucho. Lo más sorprendente es que no existen investigaciones públicas, programas de investigación en hospitales y en universidades sobre las consecuencias de la salud de la población de las fuentes de contaminación. Y esas fuentes de contaminación vienen por dos orígenes. Uno es que la industria química hace varias décadas comenzó a meterse en la industria alimentaria: conservantes, colorantes, saborizantes, etcétera. Después, la producción de vegetales, hortalizas, frutas, yerba mate, todo se hace con pesticidas, fungicidas y agrotóxicos. Algunos dirán: “Qué exagerado. No son agrotóxicos. Son agroquímicos”. Y otros dirán: “No son agroquímicos, son fitosanitarios”. Estas sustancias químicas son tóxicas, algunas en reducida medida, y otras, en gran medida.   

–¿El motivo del empleo de los agrotóxicos es que permite una mayor rentabilidad del negocio del agro o hay otros factores que intervienen?

–En el fondo de esto, está la búsqueda de los productores de una mayor eficiencia productiva. Eficiencia productiva quiere decir producir más cantidad a menor costo. Esa ecuación de producir en escala, reducir los costos y reducir la mano de obra ha llevado a este modelo. La siembra directa con la receta de la semilla transgénica que prospera si está rodeada de una batería de agrotóxicos o herbicidas eliminó el 90 por ciento de la gente en el campo. 

–¿Por qué no está prohibido el uso de glifosato en la Argentina si, de acuerdo a lo que se desprende del documental, está comprobado científicamente que produce malformaciones en los embriones, cánceres y retardos mentales, entre otros efectos?

–Este es el gran problema y por eso hacemos este documental. Si esto estuviera bajo control, a lo mejor no tendría mucho interés la película. Yo he buscado con estas películas colocar la lupa sobre algunos grandes temas sociales de la Argentina contemporánea, no sólo para dar testimonio sino para abrir el debate. Ninguna película tiene la posibilidad de tratar a fondo un tema. Lo puede tratar un libro o una investigación, pero la película tiene la ventaja de que es un campanazo fuerte que te abre la ventana hacia un paisaje desconocido. La gente debería empezar a preocuparse de cómo se producen los alimentos que come. Y no ir y comprar en el supermercado esa verdura sino buscar algunos de los negocios que venden verdura orgánica; digamos, agricultura ecológica. En general, la exigencia del hombre y la mujer contemporáneos es tal que comenzaron a delegar en los fabricantes de alimentos la calidad, con qué y de qué manera se producen los alimentos. Nadie sabe cómo se producen. “Esta marca es importante. Yo confío que esta marca está colocando lo mejor”, piensa la gente. La realidad es muy otra. El gerente de la gran empresa o la multinacional que produce tiene como objetivo cumplir con la pauta que la dirección de arriba le ha marcado: pauta de producción, pauta de insumo, pauta de costos. Su rol no es cuidar la salud de la población…

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Adopting a tone of anger and exasperation at his country’s failure to quell what basically amounts to a wide-scale poisoning of its people, Solanas jumps from location to location to interview as many victims and experts as possible. He even inserts himself into the action, getting a blood test that reveals he has abnormally high levels of a toxin used to fumigate crops. But his problems seem minor compared to the scores of malformed babies we see in one harrowing sequence set in a maternity ward, or to those of an indigenous family living like vagrants on what used to be fertile land.

This is not the first documentary to deal with the evils of agribusiness — Food, Inc.The World According to Monsanto and Our Daily Bread are all good examples— but in terms of showing how a single nation has suffered under widespread farming techniques imposed by foreign corporations, Journey is a necessary addition to the canon.

Operating the camera along with Nicolas F. SulcicSolanas shoots things fast and efficiently, showing little concern for giving us pretty pictures (some footage looked blurry in places; lots of images are desaturated). Cutting by five credited editors pieces dozens of people and places together in a short time span, making for a dizzying effect that further underscores the direness of the situation…

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Por supuesto, Solanas no se queda en la denuncia y también entrevista y visita a los integrantes de Naturaleza Viva, Remo Vénica e Irmina Kleiner, un proyecto de agricultura orgánica y agroecológica que es un ejemplo en el mundo. La lucha de la pareja por la supervivencia fue retratada de forma maravillosa por Juan Baldana en Los del Suelo (2015), film que narra su huida de las autoridades militares y su vida en la clandestinidad durante toda la última Dictadura Militar. El realizador también releva en Viaje a los Pueblos Fumigados otros proyectos con conciencia rural agroecológica que producen alimentos orgánicos y proponen otro modelo de desarrollo sin soluciones químicas contaminantes. Solanas regresa así nuevamente al documental de barricada para advertir sobre una cuestión que cada vez hace más ruido y necesita difusión, para frenar a las corporaciones multinacionales y sus cómplices locales en su intento de envenenamiento de la población, para poder construir una soberanía alimentaria como proponen organizaciones internacionales como Vía Campesina.

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domenica 28 febbraio 2021

Hold the Dark - Jeremy Saulnier

ambientato fra la neve e il ghiaccio, Hold the Dark segue la scomparsa di un bambino, si teme ammazzato, ma niente è come sembra.

si mettono alla ricerca del bambino, poi del padre e della madre, due ricercatori, uno in divisa, l'altro no.

tanti morti e tanto sangue da riempire l'ampolla di San Gennaro per secoli, fino alla terribile verità.

niente di straordinario, ma Jeremy Saulnier merita sempre di essere visto.

e allora buona visione - Ismaele

 

 

 

Fin dai primi minuti, quando il protagonista Russell Core esita nell’uccidere quegli lupi sospettati di avere ucciso un bambino, comprendiamo infatti che la ferocia e la brutalità su cui è incentrato Hold the Dark non proviene dal mondo animale, ma da quello ben più pericoloso degli umani. Facendo seguito al paradossale concetto espresso già dal titolo, ovvero trattenere quell’oscurità che sembra avvolgere tutto e tutti in uno sperduto paese dell’Alaska, comincia una lenta ma inesorabile discesa negli inferi dell’animo umano, scandita da un’atmosfera tenebrosa, che a tratti sembra quasi sconfinare nel soprannaturale, ed esaltata da improvvise e laceranti esplosioni di violenza…

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Hold The Dark es una obra compleja que presenta todo lo mejor y peor del realizador. A veces, el ritmo puede resultar algo cansino pero no empaña el trabajo general que necesita de esa pasividad narrativa para ir erigiendo el drama hacia un punto álgido. El film de Saulnier no dejará indiferente a ninguno, lo cual es algo positivo, ya que transmitirá esas inquietudes y el trauma por el que atraviesan sus personajes y dejarán al espectador en un estado de confusión que se irá despejando a medida que nos sumerjamos en ese panorama solitario y esa atmósfera salvaje.

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La incapacidad de leer con claridad, de entender las motivaciones últimas que dominan a los personajes. ¿Es Hold the dark, después de todo, una película sobre el perdón y el amor? ¿Es posible perdonar aquel crimen tan horrendo que ha desatado decenas y decenas de cadáveres secundarios a su alrededor? ¿Quiénes son los héroes, quiénes los antagonistas, quiénes las víctimas? Y lo que sin duda es más importante: ¿Tiene sentido alguno formularse cualquiera de estas preguntas en el universo de Saulnier o, muy al contrario, lo único sobre lo que se levanta esta obra es, precisamente, ante la dificultad de juzgar? ¿Juzgar a quién y bajo la ley de qué dioses? Desde aquí, sin duda, la película acaba siendo un excepcional ejercicio reflexivo, un sólido reto que se apoya en la fuerza —pero también en la aparente distancia— de sus imágenes. Lo que después decida hacer cada mirada con todo ese material, a la postre, no es problema del director. Quizá volver corriendo a practicar el viejo y siempre satisfactorio binge watching. Quizá.

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…la verdadera vedette de Hold the Dark es la sublime e inconformista ejecución de Saulnier, aquí confirmándose como un maestro de la progresión retórica apesadumbrada y enfatizando que no depende sí o sí de aquel humor negro de antaño porque la seriedad del opus que nos ocupa no admite otro lenguaje que el del terror metafórico y gore, donde los ingredientes involucrados terminan sujetos a la furia impiadosa del discurrir de las balas y la sangre (cualquier otro director simplemente transformaría el relato en un western sádico).

 

Llama poderosamente la atención la idea principal de la propuesta, eso de sopesar al filicidio como el orden natural de una sociedad o un ecosistema en crisis, mecanismo bien sincero en lo que respecta a impedir que futuras generaciones crezcan enfermas de odio, dolor o hambre: el vínculo con un saber primordial mucho más antiguo que las estúpidas sociedades occidentales actuales en esta oportunidad toma la forma de una parábola doble animal/ indígena que no obstante tiene el mismo rostro, el de una naturaleza indomable que se purifica bajo sus propias reglas y a pesar de los patrones de conducta de las comunidades y toda la pantomima consuetudinaria de turno. Resulta muy interesante el contrapunto entre una Slone que se desembarazó de su criatura para ahorrarle sufrimientos y un Core que se encuentra distanciado de su hija, una docente de antropología en la Universidad de Anchorage, y deseoso de reconstruir el lazo cuanto antes ya que ambos personajes arrastran demonios individuales no identificados del todo que dan cuenta de una energía contenida en el alma de los seres humanos que puede salir a flote bajo el esquema del daño o bajo su homólogo del afecto, representación del temple bipartito de la vida y sus manifestaciones…

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…le oltre due ore di proiezione sono contraddistinte da una noia mortale, interrotta occasionalmente solo dallo sbigottimento davanti a massacri, coltellate e pistolettate senza significato.

Bisogna davvero impegnarsi per trasformare un attore come Jeffrey Wright nell’interprete di un personaggio insulso, povero, totalmente disperso in una trama che non sa dove andare a parare. Hold the Dark è riuscito anche in questo miracolo al contrario. Dateci retta, guardate altrove. 

Hold the Dark entra a pieno diritto nella categoria dei film Netflix con grande budget, cast da blockbuster cinematografico, ma pochissima sostanza.

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