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Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
domenica 12 luglio 2026
sabato 11 luglio 2026
Il dimenticato che voleva essere immortale - Giampiero Frasca
Pochi, pochissimi lo hanno ricordato. Qualche post sparuto sui social che neanche frequento. Mubi ha inaugurato con tre film una rassegna in concomitanza. Pochissimo d’altro, ma lo scorso 2 luglio sono dieci anni che Michael Cimino non c’è più. In realtà nessuno lo ricorda perché Cimino non c’è da molti più anni: mal contati sono trenta. Cioé dal suo ultimo film, realizzato per grazia ricevuta, apprezzato dai nostalgici e poi sparito nel nulla, come molto di ciò che lo riguarda.
Un buco nero
ingiusto. Provate a
cercarlo sulla bibbia cinefila dell’IMDb: non è neanche la prima scelta. Prima
di lui compare un coglioncello di attore, celebre per qualche serie tv. Solo
perché omonimo. Anche l’algoritmo lo disdegna.
Adesso noi
non è che vogliamo restituirgli il maltolto. Non pisciamo mai così lungo e comunque
queste cose sono davvero stucchevoli. Almeno quanto ricordare, quando capita,
sempre le stesse due cazzo di cose: l’Oscar per Il cacciatore e
il fallimento epocale de I cancelli del cielo. Noi (non plurale
majestatis, sempre noi del blog) a Cimino siamo invece
riconoscenti. Come lo dovrebbero essere molti se la memoria del singolo
momento non avesse la sostanza labile delle infatuazioni che si susseguono.
Quindi,
nessuna rivalutazione postuma, anche perché cui prodest? A noi no di certo, che
in qualche modo lo conosciamo bene. A voi ve ne fotte come a tutti gli altri,
per cui neanche. Al giornalismo che scrive solo in funzione del mercato ancora
meno perché al mercato interessava zero. Figurati adesso. Anche perché mercato
e Cimino, tanto per chiudere il tutto con un’inconfutabile tautologia, sono
stati un ossimoro triste e indissolubile per gran parte della sua sconfortante
carriera.
Lo facciamo
per noi. Per cui non staremo qua a cercare eroicamente di convincervi che
Cimino non è stato solo Oscar e fallimento, ambizione verso l’assoluto e
megalomania, come potreste aver letto nei coccodrilli fotocopia che quando morì
si accorsero quasi con sorpresa che fosse ancora vivo (e che comunque
ringraziamo: perché sono stati la molla per riprendere un progetto interrotto e
portarlo a compimento).
Noi sappiamo
che Cimino è stato ben altro. È stato colui che ha cercato di
preservare una forma classica in una modernità spesso solo propagandata ma per
larghi tratti ancora più conservatrice di quanto imputassero a lui. Ha avuto il
senso dell’immensità dello spazio come forse solo John Ford e David Lean, a cui
guardava con sincera ammirazione. Ha mostrato una cultura vastissima nelle sue
storie che i suoi denigratori per primi non erano in grado di decrittare e stroncavano
per manifesta (e mai ammessa) difficoltà di comprensione. Quelle storie le
amava, erano parte di lui: sarebbe bastato ascoltare con che passione le
raccontava a parole, avvolgendole, accarezzandole, perorandone la causa a
chiunque fosse stato disposto ad ascoltarle. Forte della sua formazione da
architetto, quelle stesse storie le costruiva geometricamente, infarcendole di
figure, simboli, strutture che esplicitavano il senso globale con naturalezza,
senza forzare in nessun modo la messa in scena. Aveva una capacità di
costruzione elisabettiana del dramma, così come tutta shakespeariana era la
presenza a specchio dei suoi personaggi, l’uno che si completava e annullava
sempre osmoticamente nell’altro. Aveva poi, infine, l’arte di legare
magnificamente immagini e musica a commento, per un connubio devastante sul
piano emotivo: ancora oggi, pur dopo visioni ripetute e ripetute e ripetute, ci
sono scene in cui comincio automaticamente a piangere. E solo per l’accuratezza
della regia, per la scelta opportuna di un movimento di macchina, per un gesto
apparentemente banale dei personaggi e che invece racchiudeva il loro senso di
profonda inadeguatezza riguardo alla loro esistenza.
Per tutti quei rari, rarissimi momenti in cui il cinema mi emoziona ancora.
Quindi, non
perdiamo altro tempo: per non volervi tirare dalla nostra parte ho impiegato
già troppe energie e voi sprecato fin troppa attenzione. Vi lasciamo con un
seguito. Da vedere. Da gustare. Un campionario di alcune delle sue immagini
migliori, prese dai fotogrammi dei suoi film.
Un museo, di fatto. Una mostra della sua grandezza dimenticata, che
ambiva all’immortalità e invece si è ritrovata ad essere ricordata solo su
questo blog.
Che beffa.
venerdì 10 luglio 2026
Zero club - Jessica Hausner
un esperimento di natura alimentare, con una guru che 'adotta' alcune studentesse e studenti di un college per ricchi.
lei riesce a convincere e manipolare le menti di quel gruppetto di rampolli di buona famiglia.
il film non è perfetto, ma si vede bene, è inquietante quanto basta.
buona (dietetica) visione - Ismaele
ps: mi ha un po' ricordato, mutatis mutandis, L'onda, ma quel film è difficilmente raggiungibile
…Il film esplora la metafora della
fede cieca ( tornando circolarmente ad uno dei temi più cari alla regista
viennese, dove la scienza dell’alimentazione viene sostituita da un dogma. In
un mondo sempre più ossessionato dalle diete e dai regimi alimentari, Hausner
critica in modo tagliente l’idea di salute e purezza che diventa ideologia,
sottolineando i pericoli delle mode alimentari estreme. L’alimentazione,
solitamente una fonte di nutrimento e vita, viene capovolta in uno strumento di
controllo e negazione del corpo.
L'opera di
Jessica Hausner affronta anche il tema del controllo sugli individui più
deboli, rappresentati dagli studenti che, sotto la guida della loro insegnante,
perdono progressivamente la capacità di pensare in modo autonomo.
Hausner
mostra come le persone in posizioni di potere possano manipolare e sfruttare le
insicurezze altrui per mantenere il controllo. La critica sociale qui è
evidente: la regista denuncia la struttura gerarchica della società, dove chi
detiene il potere può facilmente sfruttare i più fragili per i propri scopi. La
dinamica tra Novak e gli studenti è inquietante e riflette non solo la
manipolazione a livello personale, ma anche una più ampia critica alle
istituzioni che alimentano e perpetuano queste dinamiche di potere.
La regista
austriaca , sebbene in alcuni tratti sembri perdere transitoriamente il
controllo della storia, costruisce comunque un impianto scenico efficace nel
generare un certo grado di inquietudine, sfruttando ottimamente le
ambientazioni cromaticamente e strutturalmente gelide , che sembrano tagliare come
un coltello affilato, confermandosi come una delle registe che meglio sanno
affrontare tematiche sociali con grande senso critico.
Non a caso
il cardine del film , seppur mimetizzato tra altre tematiche, è anche una
potente critica alla società ossessionata dall'immagine corporea e dalla salute
come culto.
Miss Novak,
con il suo approccio pseudo-scientifico, rappresenta tutti quei “guru” moderni
che propongono regimi alimentari drastici e spesso pericolosi, mascherandoli da
scelte di vita sane e illuminate. Il film denuncia il modo in cui queste
ideologie possono diventare strumenti di controllo, dove chi propone una
visione estrema si pone come detentore della verità assoluta, e chi la segue si
sente moralmente superiore rispetto agli altri. Il concetto di alimentazione
come fede è quindi non solo una questione personale, ma anche un modo per
creare divisioni sociali, per distinguere gli “eletti” dai “profani”.
Seppur opera
non perfetta, Club Zero di Jessica Hausner è un film inquietante e
provocatorio, che mette in luce temi attuali e scottanti e riesce a colpire nel
segno grazie ad un’atmosfera asfissiante e ipnotica, che ben si adatta al
racconto di un plagio psicologico che porta alla distruzione fisica e mentale
dei protagonisti. Attraverso la sua critica al controllo sugli adolescenti e
alla distorsione del concetto di alimentazione, Hausner ci invita a riflettere
su come le ideologie, quando estremizzate, possano condurre a conseguenze
devastanti.
…L’istituto,
coadiuvato da un potentissimo comitato formato dai genitori che pagano rette
salatissime, ha affidato la formazione di questi giovani, a vario titolo,
problematici a una insegnante che risponde al nome di prof.ssa Nowak, un
personaggio a dir poco inquietante che – lo apprendiamo quasi subito – è
affiliata a una setta (non saprei come definirla altrimenti) che va ben oltre il
mandato educativo dell’istituto perché pratica (e intende insegnare) il digiuno
completo, di qui la parola “zero”. La professoressa Nowak (interpretata
dall’attrice australiana Mia Wasikowska) è una
grande manipolatrice che ha gioco facile perché i ragazzi che finiscono sotto
le sue grinfie provengono da situazioni familiari non esattamente ideali,
talché i disturbi (alimentari, ma non solo) di cui, fin dall’inizio soffrono,
trovano le loro cause nelle famiglie stesse, su cui la regista, pur nel contesto
di un racconto assolutamente algido, non esita a scagliare qualche strale
satirico, sarcastico, soprattutto laddove viene mostrata la totale cecità in
merito alla pericolosità dell’insegnante e dell’istituto nel suo complesso, che
la preside non è minimamente in grado di governare.
Ciò detto il film
si incista prestissimo su questo assunto, è clamorosamente ripetitivo finendo
per mostrare un dato che ripercorrendo a ritroso l’intera filmografia di Hausner appariva
fin dall’inizio una minaccia incombente: ridondanza e manierismo che qui
sfociano ben presto in una noia a dir poco mortale. A nulla vale l’indicazione
della regista che il film si ispirerebbe al Pifferaio Magico dei Fratelli
Grimm, fiaba inquietante quanto si vuole, ma comunque breve e a suo
modo anche leggera. Il film è invece grevissimo e si compiace delle simmetrie,
dei lenti ma ineluttabili movimenti di macchina, di una recitazione fredda e di
un profluvio cromatico di costumi in cui, se non sembrasse un paradosso, si ha
la sensazione di assistere, quanto a artificialità, a un film di Wes
Anderson.
…Hausner tratteggia una scuola d’élite senza una
collocazione precisa, gira il film in inglese, adatto per la sua ipotetica
universalità (in fin dei conti, il dove ci interessa poco, il discorso è
evidentemente indirizzato verso la sfera occidentale), e le sue scelte formali
sembrano calzare perfettamente a un ambiente apparentemente ideale,
propositivo, ma in realtà castrante. Una sorta di gabbia dorata, un parcheggio
per ragazzi facoltosi che tra lezioni di danza, teatro e mille altri stimoli si
trovano paradossalmente senza un timoniere, prede di cattivi maestri, di idee
balzane, di estremismi fideistici.
È il sistema capitalista, iperproduttivo, a
generare l’incolmabile distacco tra la scuola, i genitori e i ragazzi. È il
tempo sottratto alla famiglia, alla casa; la propria camera diventa rifugio e
solitudine, sempre più amplificata, pericolosa. Ed è in questo distacco, in
questa terra di nessuno, che si insinua la professoressa Novak (Mia
Wasikowska), moderna incarnazione del pifferaio magico di Hamelin – suggestiva
nel finale l’intuizione del quadro, luogo definitivamente altro e irraggiungibile per la scuola e i
genitori. Perché, anche per le scelte cromatiche (prevalgono il giallo e il
verde, i toni pastello) e il suo essere sospeso in un luogo\tempo
indefinito, Club Zero muta lentamente
in una favola nera, una parabola dei nostri tempi, un monito…
…La satire est féroce, l’humour est subtil
et omniprésent et le film fait mouche dans sa description d’une lente plongée
inquiétante dans ce club sélect. On assiste à un engrenage malsain dans ce qui
au final peut être perçu comme une relecture à l’inverse du classique La grande bouffe de Marco Ferreri. Il y aussi
cette affiliation avec le cinéma de son compatriote Ulrich Seidl (Paradise: Hope en particulier) qui est très
présente dans sa conceptualisation. La mise en scène est méticuleuse et précise
alors que la photographie froide et la musique traditionnelle ajoutent au
climat de tension régnant. Mais attention, le film se veut assez sobre dans sa
proposition laissant davantage la place à l’interprétation…
…Club Zero designa
a un grupo de esta naturaleza, o ideología, pues hace falta todo un sistema
alternativo de ideas para defender lo que creen los miembros que lo integran. Y
es que comer no es necesario para vivir. Así termina instruyendo la profesora
de un liceo elitista, llamada Miss Novak e interpretada con rigor por Mia
Wasikowska, a su reducido y sumiso grupo de alumnos (alguno de ellos
inicialmente rebelde, pero luego presionado para seguir la mentalidad del
rebaño), en una clase específica dedicada a la nutrición. Lo que empieza como
una postura razonable, acorde al consenso, esto es, que comer menos y de forma
más pausada (alimentación consciente, lo llama Miss Novak) es beneficioso para
la salud (tanto personal como planetaria), pronto deriva al absurdo radical,
teniendo en cuenta que el mentado extremo de falta absoluta de alimentación,
ajeno a la guía docente de la clase curricular, no es el que se ajusta a los
principios de base de sus miembros (salvo la profesora), sino de los de una
asociación más opaca y oficiosa, el internacional “Club Zero” del título (al
que ella pertenece). En cualquier caso, llegados a este punto, no se suspende
la incredulidad ante lo narrado, porque desde el principio la película de
Jessica Hausner acentúa su esencia surrealista, ajena a la pura realidad…
mercoledì 8 luglio 2026
Les Premiers, les Derniers - Bouli Lanners
due investigatori sui generis cercano di fare il loro lavoro, ma niente è facile.
grazie a una sceneggiatura a orologeria e a sapienti incastri, attori bravissimi, e anche più, a colpi di scena continui, abbiamo un film che non si dimentica.
se fosse stato un film a stelle e strisce avrebbe occupato le nostre sale per dei mesi, invece...
bisogna cercarlo e nessuno sarà deluso.
buona (avventurosa) visione - Ismaele
…In equilibrio
fragile tra ombra e speranza, Les premiers, les derniers evolve dentro il paesaggio e in un clima di decadenza
sociale. Se i personaggi indugiano in un villaggio di bruma ubicato lungo la
monorotaia di cemento di un aerotreno dismesso, nondimeno il film può a ragione
definirsi un road movie, perché protagonisti e comprimari si spostano in
continuazione a piedi o in macchina, lungo la strada e in una transumanza
permanente in cerca di un incontro improbabile. Magari con Gesù, un uomo
"che era morto ed è ritornato alla vita", che dubita, che ama, che dorme
sotto un cielo di stelle, che soccorre gli spiriti semplici e all'occorrenza
spara ai cattivi. Accanto a lui i malati guariscono, i defunti riposano in
pace, i primi come gli ultimi ritrovano la fiducia e il cammino lungo le linee di un
cielo basso.
Cinema crepuscolare, illuminato dai suoi personaggi, Les premiers, les derniers ritorna sul disfacimento della struttura
famigliare che si ricostruisce tuttavia attraverso l'amicizia o l'appuntamento
fortuito col destino (Eldorado Road, Un'estate da giganti). Racconto crudele (ma confidente) che incontra due
adolescenti con anime belle, che offrono quello che la famiglia di origine ha
negato, il western di Bouli Lanners trova una dimensione trascendente dove non
ce la aspettiamo e un rilievo umano in protagonisti che rinunciano alla
prudenza per gli altri. Perché né malattia, né fine del mondo possono
impedirgli di vivere (e amare) fino in fondo quello che resta.
Noir
di grande effetto, che privilegia la confezione scenica, indubbiamente
suggestiva, sull'azione, a lungo rimandata o sospesa, presa in ostaggio
dall'incombere di un risvolto umano che subentra a condizionarne la sua
manifestazione ed ul suo apparentemente incombente incedere: questo in sintesi
l'interessante ritorno in regia del valido e corpulento attore belga Bouli
Lanners, noto, come interprete, per i suoi ruoli eccentrici e spesso al limite
della normalità (Louise Michel, Mammuth e Kill me please dovrebbero bastare e
rendere l'idea e ricordarlo nelle sue più efficaci interpretazioni). Ma anche
valido regista con una manciata di titoli almeno interessanti (Eldorado road in
particolare)…
La puesta en escena lo es todo, una
historia muy simple, incluso que cojee, puede trascender mediante la
planificación minuciosa de situaciones, de encuadres, de imágenes. ¿hay que
crear decorados artificiales para convencer al espectador de que nos
encontramos ante un inmimente fin del mundo? ¿Se necesitan cientos de millones
en efectos digitales para representar el apocalipsis o basta el retrato de
seres humanos desplazados, sus rostros desanimados y solitarios. para
convencernos de la dura realidad? Moteles semiabandonados, supermercados
arrasados, gasolineras desiertas, naves industriales dejadas enmohecer,
estructuras de comunicación llenas de maleza otorgan sentido a una historia de
desesperación en la que lo importante es vivir para mantener una esperanza. No
contamos con referencias geográficas, vastas llanuras en el desangelado
invierno del norte de Francia quizás, o las extensiones de una Bélgica
fronteriza, lo importante es demostrar cómo el espacio marca el carácter, cómo
la soledad no la proporciona la ausencia sino el aislamiento, cómo el miedo se
adentra entre nosotros y nos vuelve violentos por supervivencia innata. Un
ciervo que nos mira, imponente, desde el andén de una estación abandonada para,
instantes después, aparecer abatido por mera diversión. Del apogeo al fín sin
solución de continuidad, el rey del bosque eliminado por la escoria de la
tierra, el fin del mundo se acerca…
martedì 7 luglio 2026
Un inverno in Corea - Koya Kamura
un padre francese mai conosciuto da Sooha (interpretata da Bella Kim) è l'assenza del film, ma sempre presente nella testa di Sooha.
appare nel suo villaggio un turista/disegnatore, Yan (interpretato da Roschdy Zem) cattura l'attenzione della ragazza, che non smette di sperare di conoscere il padre, poi la mamma le dice l'amara verità.
un film mai gridato, con molti silenzi, piccoli spostamenti di situazioni e sentimenti, ottimi protagonisti, e bellissime animazioni (di Agnes Patron), un film che non delude.
buona (gentile) visione - Ismaele
…A cosa serve il disegno? A dare forma alle proprie fantasie. Così almeno succede
in Un inverno in Corea,
un film sorprendente, malinconico, quasi timoroso nell’offrirsi allo
spettatore: fragile verrebbe da aggiungere, ma di quella fragilità che rivela
la sua bellezza solo che le si usi la delicatezza e il garbo che richiede.
Sembra che succeda poco o niente in questo inverno che imbianca Sokcho,
cittadina sul mare vicino alla zona smilitarizzata e al confine con la Corea
del Nord dove l’arrivo di un taciturno straniero sembra quasi un controsenso
(…) E mentre impariamo a conoscere meglio le personalità dei due protagonisti
che le animazioni di Agnès Patron ogni tanto mettono in forma con un tocco di
realismo magico e cangiante, senza mairivelazioni eclatanti ma piuttosto per
piccole e successive approssimazioni, allo stesso modo l’anima più nascosta di
una Corea lontana dai riflettori (e dagli eccessi melodrammatici che piacciono
per esempio a Bong Joon-Ho) prende forma davanti ai nostri occhi. Non a caso
per merito di una scrittrice e di un regista anche loro sospesi tra identità
lontane: lei è Élisa Shia Dusapin, nata in Francia da padre francese e madre
sudcoreana ma ora cittadina svizzera e che ha esordito nella scrittura proprio
con Inverno a Sokcho (2016, premiato nella traduzione inglese con il National
Book Award e pubblicato in Italia da FT-FinisTerrae), lui è il regista
franco-giapponese Koya Kamura, esordiente nel lungometraggio con questo film
che ha sceneggiato con Stéphane LyCuong. Nasce qui, da due sensibilità così
proteiformi, quell’affascinante malinconia che ci accompagna lungo il film,
alla scoperta di due identità che si sfiorano e si aiutano quasi controvoglia,
regalandoci se non il segreto almeno un’indicazione per riuscire a fare i conti
con le piccole o grandi «moltitudini» che fanno parte di noi stessi.
…La cittadina
invernale di Sochko, sospesa tra mare e frontiera, diviene così una metafora
perfetta dello stato d'animo di Soo-ha: un luogo dove tutto sembra immobile, e
sotto la superficie invece ribollono desideri, ferite, mitologie personali.
Bella Kim dà vita a un personaggio complesso e sfaccettato, che trova un
perfetto contraltare in Roschdy Zem (I figli degli altri).
Il regista Koya Kamura, al suo debutto, gira con mano
ferma l'interazione tra i due protagonisti, superando, a tratti, i limiti di un
cinema d'autore midcult, pensato chiaramente come prodotto da esportazione: i
riferimenti alla zona demilitarizzata e alla guerra di Corea restano
didascalici almeno quanto i cliché gastronomici e caratteriali che inquadrano
la "francesità", ma sono fragilità perdonabili nel contesto di un
coming of age che ha le qualità di un promettente esordio.
…Il film è diretto da Koya Kamura con
molta attenzione a non calcare mai la mano, facendo “parlare” gli ambienti, i
dettagli e anche i silenzi ritrosi, con appropriata sensibilità. Si veda ad
esempio quando nel bagno “gioca” a confondere i corpi della madre e della
figlia in “quegli abissi di tiepidità” come canterebbe Paolo Conte. Kamura
è al suo primo lungometraggio dopo due corti ma davvero non si direbbe (il
testo però gli deve avere dato una grossa mano, e tra gli sceneggiatori spicca
il nome della scrittrice). Tra l'altro, oltre alla pregevole colonna sonora di
Delphine Malaussena (che vanta bei precedenti come tecnica del suono e si
sente!), vanno segnalate le animazioni, coordinate da Agnes Patron, che
evidentemente “si ispirano” al tocco rapido, impressionista a inchiostro del protagonista,
una personalità che dice di essersi formata sui fumetti di Tin Tin, Filemon e
Corto maltese.
domenica 5 luglio 2026
Lady Nazca - Damien Dorsaz
la realtà supera la fantasia, il film racconta lascoperta e il recupero e la conservazione delle linee di Nazca, in Perù.
Maria Reiche (interpretata da una bravissima Devrim Lingnau) intuisce che quelle linee sono importanti, e testardamente fa di tutto per salvare quel patrimonio dell'umanità, contro tutti.
un bel film da non perdere.
buona (testarda) visione - Ismaele
…Il film è silenziosamente incantevole, e la sua grazia
non va confusa con la gentilezza innocua. Al contrario, proprio nella sua
misura raccolta, Lady Nazca – La signora delle linee esercita una forma di resistenza al rumore
contemporaneo, al bisogno costante di spiegare, accelerare, emozionare. In
tempi dominati da narrazioni sempre più aggressive e da un immaginario
audiovisivo che fatica a concedere spazio alla durata e alla contemplazione,
questa opera sceglie di essere un balsamo senza diventare evasione, di offrire
bellezza senza sottrarsi alla responsabilità della storia. C’è qualcosa di
profondamente commovente in questo modo di fare cinema: un modo che non urla il
proprio impegno, ma lo lascia emergere dalla relazione paziente tra un volto,
un deserto e le linee millenarie che li attraversano entrambi. Più che una
biografia, dunque, Lady Nazca – La signora delle linee è una meditazione sulla memoria, sul rispetto e sulla
resistenza. Rende omaggio a una donna che ha scelto di proteggere il passato
perché il futuro non lo smarrisse del tutto, e nel farlo interroga anche noi:
la nostra capacità di custodire ciò che non produce profitto immediato, di
riconoscere la bellezza dove non coincide con lo spettacolo, di comprendere che
alcune vite contano non per il clamore che generano, ma per la dedizione
silenziosa con cui difendono ciò che il mondo, lasciato a se stesso, finirebbe
per dimenticare. In questo sta la delicatezza e insieme la profondità del film:
nel ricordarci che i veri gesti eroici non hanno la forma dell’impresa, ma
quella più austera, più rara e più vulnerabile della veglia.
Monumentale. Non il film, che è un gran bel
film, ma Maria Reiche. Perché la donna merita un monumento, perché è unastoria biografica monumentale, perché la studiosa è l’emblema della donna che
combatte contro tutti affermando non solo le sue intuizioni ma anche il suo essere donna, senza voler essere, almeno all’inizio, una femminista nel senso classico, ma per affermare la propria persona e le identità di visione scientifica che l’hanno spinta fino ad un limite che lei stessa neanche conosceva. Andava avanti nelle sue ricerche e nelle sue convinzioni solo perché non vedeva altre strade da percorrere, rinunciando a tutto, persino all’affetto della sua cara compagna. Per tutto ciò, monumentale….
…Maria ha avuto qualcosa,
all’inizio, che somiglia ad un’allucinazione, ad una magica intuizione, vedendo
dall’alto di un dirupo, durante un’escursione con Paul, strane
linee a raggera perdersi verso l’orizzonte.
E’ giovane, poco più che ventenne, dedicherà tutta la sua
vita a quelle linee di cui capirà il mistero, la forma complessa, la bellissima
costellazione disegnata nella sabbia.
Dopo dura battaglia la zona sarà dichiarata patrimonio
dell’umanità e protetta da leggi, ma Maria non si sposterà più di là, la sua tomba
è vicino alle sue linee.
Una lotta impari contro la società degli uomini e dei
politici è stata coronata da vittoria perenne.
Inutile rivelare qui il mistero, si priverebbe la visione del
suo alto gradiente emotivo, possiamo solo dire che la scena di Maria che
capisce, di fronte al sole che tramonta, illuminando il tracciato della riga,
commuove, trascina, fa pensare che non tutto è perduto se una piccola donna e
poverissimi Quechua hanno insegnato all’uomo per cosa è giusto vivere.
…«Ho conosciuto Maria Reiche nel 1996, durante un viaggio
in Perù. Nel mio diario di viaggio scrissi allora: “Per i peruviani, Maria
Reiche resterà sempre la donna che ha scoperto e amato la loro cultura. Per il
mondo, sarà la pioniera di Nazca. Per me, è la donna che non consuma il mondo,
ma lo nutre e ne fa parte; sarà sempre la donna che mi ha reso consapevole
della forza della mia vita e di ciò che posso farne.” Ciò che mi interessava
erano la forza e l’energia che scaturiscono dalla vita di questa donna. Ed è
proprio questa forza che ho voluto trasmettere al pubblico.» (Damien Dorsaz)
«L’intimità e la dimestichezza del regista con
la protagonista, i suoi spazi e le sue linee, è netta ed inequivocabile. Oltre
ad intercettare tematiche attuali come quelle ecologiche e femministe, Lady Nazca. La signora delle linee è
un film ispirato anche nelle coincidenze fortuite, come la libellula che si
posa su Maria durante il bagno in uno stagno. Con sensibilità, Dorsaz
accompagna la protagonista Devrim Lingnau nella sua scoperta e nel suo percorso
di consapevolezza.» (Leonardo Ricci Lucchi, Sentieri Selvaggi)
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