lunedì 20 maggio 2019

Stanlio e Ollio - Jon S. Baird

premessa 1
se esistesse il Paradiso, Stanlio e Ollio avrebbero entrambi la tessera numero 1, chi ha fatto ridere di gusto in tutto il mondo più di loro due?

premessa 2
quando ero ragazzino c'era un programma intitolato "Oggi le comiche", il sabato, e tornavamo da scuola velocissimi per non perderci neanche una puntata.

premessa 3
quando esistevano i cinema, ancora negli anni '70, la domenica mattina davano film comici o cartoni animati. 
la sala era piena di bambini  e bambine, ragazzine e ragazzini, centinaia e cantinaia, che facevano casino e ridevano, ma quando apparivano Stanlio e Ollio si rideva soltanto, anche se quel film o quella comica l'avevi già vista più volte.

il film
è una storia d'amicizia, quasi amore.
Steve Coogan (Stanlio) e John C. Reilly (Ollio) sono bravissimi, e convincenti, a interpretare i due giganti sul viale del tramonto.
ci sono dei momenti, sopratutto verso la fine, che commuovono, i due si dicono tante cose che mai si erano detti, e trovano finalmente le parole.
sono fragili, in balia degli impresari, Stanlio e Ollio, si fanno fregare sempre, loro sanno e vogliono solo far ridere, una delle cose piu difficili del mondo.
un film che ti dà più di quello che ti aspetti - Ismaele

ps: se qualcuno vuole rivedere i lavori di Stanlio e Ollio, ecco che 
raiplay ci offre decine dei loro lavori.


Poche cose sono tristi, cinematograficamente, come le narrazioni dei declini. Si dice che i comici siano dei depressi, e in quello che si dice c’è sempre qualcosa di vero; sul piano psicoanalitico, la loro tristezza diventa, per formazione reattiva, allegria e comicità. È con questa tristezza che ci mette a contatto il bel film di John Baird, dedicato a due personaggi che resteranno per sempre vivi nell’immaginario e nella memoria collettiva, Stanlio e Ollio…
 Come elaborare il lutto, il doppio lutto abbiamo visto di passato e di futuro, per due persone che hanno perso il solo mondo che conoscevano? Benché entrambi teneramente amati dalle rispettive mogli, io credo attraverso la loro amicizia, straordinario sodalizio umano e artistico per cui non si dà l’uno senza l’altro; la vera coppia sono loro. La reciproca dedizione, l’assoluta sintonia sembrano il mezzo, tutto umano, che consente la tolleranza di un declino inglorioso: ricordati eternamente per il film degli anni ’30, e del tutto dimenticati dopo.
Un dettaglio concentra il senso di questa fedeltà e l’intensità di questa nostalgia. Anche dopo la morte di Ollio, Stanlio continuerà a scrivere per loro due, per una coppia che non esiste più se non come oggetto interno e consolazione della memoria. Ma , indifferente al tempo, lui continua a scrivere per “Stanlio e Ollio”.



Il film di Jon S. Baird racconta un momento difficile come quello del declino della carriera di un attore: quanto è difficile reagire quando il successo ottenuto svanisce? Coogan ci ha detto ridendo: "Non lo so perché la mia carriera non ha mai avuto cedimenti. Sempre sulla cresta dell'onda". Qual è quindi il segreto di Stanlio e Ollio? "Penso che sia il loro cuore e quanto amassero gli esseri umani: nella loro commedia non c'è mai cattiveria, ma bonarietà e conoscenza della fragilità umana. Poi c'è anche un'amicizia duratura, una collaborazione affettuosa attraverso tutti questi folli guai" ci ha detto John C. Reilly. D'accordo il collega: "La cosa bella è che, non importa quante cose brutte siano accadute a Laurel e Hardy, sono sempre rimasti amici. Avevo un po' di paura a interpretare questo ruolo, ma è una cosa buona: è un bene essere spaventati, perché rimani concentrato. Sono i pionieri della commedia al cinema: la loro commedia è così essenziale che non è invecchiata, è senza tempo. È per questo che parliamo di loro ancora oggi"…

…A rendere tutto ancor più piacevole sono i due protagonisti, perfettamente calati nei rispettivi ruoli. Entrambi sono stati bravi a tirar fuori senza cadere nel caricaturale o nel macchiettistico gli aspetti più intimi e le sfumature dei due personaggi. Sebbene John C. Reilly abbia ottenuto per il ruolo di Ollio una nomination ai Golden Globes, mi sento di elogiare il lavoro di Steve Coogan, meno “aiutato” da mezzi tecnici come trucchi, nel dare il giusto aplomb e il giusto equilibrio alla sua interpretazione. Lodevoli sono anche le prove di Nina Arianda e Shirley Henderson, che hanno vestito i panni delle compagne dei due. Il loro arrivo dà un contributo notevole all’evoluzione dell’opera e permettere allo spettatore di scrutare ancor di più nelle mura domestiche di questi due grandi personaggi.

il film ha una vena didattica riscattata dalle performance strepitose dei due attori, che andrebbero sentiti in originale – il doppiaggio rovina l’incanto, quanto tempo ancora servirà per capirlo? Accanto a John C. Reilly c’è Steve Coogan di “Philomena”: il trucco aiuta, ma la precisione nei movimenti, quando ballano atteggiandosi a signorine con la gonnella, o quando rifanno qualche celebre gag, è impressionante.

Ad interpretare il duo negli ultimi anni di carriera sono due attori che si superano in quanto a capacità mimetiche: Steven Coogan e John C. Reilly sono infatti incredibilmente vicini agli originali, riproducendone al meglio tic, guizzi e movenze; alla loro qualità si aggiunge il merito del regista di aver calato il racconto in un'atmosfera generale di romantica malinconia, assecondando una sceneggiatura (di Jeff Pope) che ha l'esatto intento di sottolineare come a determinare le loro scelte, specie avvicinandosi inesorabilmente al canto del cigno, sia stato proprio un legame profondo e indissolubile fatto di affetto oltre che di rispetto e stima. In un film che si incentra sulla relazione umana intercorsa tra Laurel e Hardy filtrandola attraverso il ricordo di quello che è stato il loro genio ed il loro contributo all'arte comica a livello artistico, le scenette improvvisate (alla reception di un albergo come per la strada), così come gli screzi seguiti al riemergere dei fantasmi legati alla fine del vecchio sodalizio, o le difficoltà e le scelte sempre condivise in base alle condizioni di salute incerte di Oliver (con un ginocchio in disordine e il cuore debole) hanno sempre - e intenzionalmente - il sapore naif e genuino di un'amicizia tenera e vera.

…Il film di Baird utilizza poi il lavoro successivo del duo, per il mai realizzato Le fiabe di Laurel & Hardy, per farne un controcanto alla loro ultima tournée: nonostante i due attori continuino a provare e a lavorare a nuove gag comiche, il film non si farà mai. Entrambi lo sanno, ma nessuno ha il coraggio di dirlo all’altro: il loro tempo è passato, tocca ad altri.
Eppure è qui che Stanlio e Ollio si fa più elegiaco e amaro: nel racconto dei due giganti indistruttibili sullo schermo, che la vita ha trasformato inesorabilmente in uomini fragili, vessati dall’età e dalla malattia, capaci ancora di ritrovare se stessi solo sulle assi di un palcoscenico, per un ultimo spettacolo assieme.
Baird è bravo a ricostruire la perfezione comica di quegli sketch, la consumata abilità dei due di giocare con se stessi e con i loro ruoli.
Quando si spengono le luci, tutto è ancora possibile: l’inganno è sotto gli occhi di tutti, ma il trucco è riuscito ancora. La magia si innova, il pubblico ride. Non restano che gli applausi.

domenica 19 maggio 2019

Remember - Federico Zampaglione


La prima cosa bella – Gabriele Romagnoli


La prima cosa bella di giovedì 16 maggio 2019 è la battuta di un vecchio film. Su Sky avevano dedicato un canale a Sergio Leone (reperibile su Sky Go). Ognuno ha il suo film preferito. Il mio è Giù la testa. Un po’ per il ricordo di quando, a 11 anni, mio padre mi portò a vederlo, al Corallo, una sala di seconda visione alla periferia di Bologna.

Il Corallo poco dopo divenne un cinema porno che, unico nel genere, apriva alle 10 e sulla locandina di Labbra bagnate qualcuno aggiunse “di cappuccino”. E un po’ per quella battuta, diventata famosa. James Coburn, enorme nella parte dell’Irlandese, viaggia sul treno destinato a schiantarsi contro quello dei nemici, imbottito di tritolo.

Un attimo prima di saltare, su quel confine di verità tra la vita e la morte, dice al dottore: “Quando ho cominciato a usare la dinamite, allora credevo in tante cose, in tutte... e ho finito per credere solo nella dinamite”.

La battuta è perfetta perché è un’intuizione della natura umana. Guardatevi intorno. Quanti avevano idee, discutibili o no, scrivevano libri, conoscevano l’arte, facevano politica con qualche intenzione, poi un giorno hanno esploso un petardo, la cosa ha fatto rumore e da allora sono tutta dinamite e niente idee. Poi solo fumo. Poi niente.

sabato 18 maggio 2019

Journal 64 (The Purity of Vengeance) - Christoffer Boe

un'altra strepitosa avventura di Carl e Assad, è il quarto film che fanno insieme, li ho visti tutti, sono film che danno soddisfazione, e anche questo è un film per il quale ci sarebbero le file per vederlo.
non li portano mai da noi, ma voi sapete come fare per vederli tutti e quattro.
potrei dirvi qualcosa sul film, ma non ve lo dico, per non togliervi la sorpresa.
cercat li e godetene tutti - Ismaele






L'ultimo capitolo, si dice definitivo, della coppia di poliziotti danese e del Dipartimento Q, affronta un tema non certo nuovo, ma sicuramente attuale. Una macabra scena del crimine che uno squarcio sui lati più oscuri della Danimarca passata, tra istituti fin troppo simili alle Magdalene irlandesi ed esperimenti che ricordano I ragazzi venuti dal Brasile. Sterilizzazione di donne traviate nel passato e subite da etnie immigrate nel presente, sempre con avalli più o meno nascosti a livello governativo. Sempre di qualità eccellente, con personaggi ormai familiari per coloro che hanno visti i film precedenti ed un cattivo degno del Mengele nazista. Qualche situazione un po' forzata a livello di sceneggiatura, ma sono piccoli difetti.

Pour devenir un grand film, Dossier 64 aurait dû être plus ambitieux, original et sombre. Il aurait même pu se dispenser de clichés gênants. Mais ce n’est pas ce qu’il vise : polar de dénonciation, il aspire à ce que son spectateur soit pris dans une intrigue bien ficelée et qu’il en profite pour réfléchir (un peu). Ce n’est donc pas ici qu’il faut s’attendre à un renouvellement du genre ou même à sa contestation. Au moins y passe-t-on un moment agréable où l’on pourra frémir et s’indigner en toute bonne conscience. La morale, simple et laconique, proférée par Carl, mérite d’être citée : « Dieu est mort, l’État est démissionnaire, mais l’amour triomphe»
Y lo cierto es que el director Christoffer Boe cumple con las expectativas previas que pudiera sugerir su cinta, a la que, además, refuerza y perfila con constantes toques de humor negro esparcidos a lo largo de la trama que de alguna forma subvierten la cargante atmosfera de seriedad y pesadez grandilocuente y pseudotrascendente característica de este tipo de literatura –y las adaptaciones resultantes–.
Uno de los grandes aciertos de Expediente 64 radica, pues, en no tomarse en serio a sí misma. La pareja protagonista adquiere un papel determinante para este fin desmitificador: si bien su relación evoluciona de manera tópica y forzada, el carisma de los dos protagonistas se sobrepone a este hándicap para ganarse el favor de un público que quizá no cree tanto en lo que ocurre, pero sí en a quién le ocurre. El contraste tonal alcanza un equilibro completo en el clímax del filme, donde lo sobrecogedor de los hechos se complementa brillantemente con la hilaridad de las formas.

Desde el 2015 hasta ahora hemos tenido varias películas basadas en las novelas de Jussi Alder-Olsen. En este caso nos llega la cuarta entrega de un departamento que no es que resuelva sus casos con un singular estilo, es que tiene una pareja de investigadores con mucho gancho.
Esta buddy movie conserva sus dos protagonistas de siempre, los cuales son muy diferentes entre sí. Uno de ellos bastante borde, frío y carente de tacto. El otro mucho más cercano y empático. En este nuevo título su relación está en peligro y eso impacta en la investigación de un caso que arranca con una escena del crimen potentísima.
El desarrollo y conclusión del nuevo crimen que ha sido dirigido por un nuevo director en la saga, Christopher Boe, es casi lo de menos. La fuerza de sus imágenes y escenas o el valor de la historia que cuenta son lo más importante en una serie de películas que queremos seguir viendo y que desde hoy mismo Vértigo Films continúa en cines.

venerdì 17 maggio 2019

Oh Boy, un caffè a Berlino (Oh Boy) - Jan Ole Gerster

il film potrebbe avere come sottotitolo "Le giornate di Niko Perdigiorno, un antieroe dei nostri tempi".
Berlino è una protagonista del film, in un bianco e nero senza troppo sole.
è un'opera prima che non entusiasma, ma una visione non fa male - Ismaele



…Un eroe-antieroe che è il fulcro e la ragione del successo di un film intelligente, gradevole, sicuramente non trascendentale ma capace di dire cose interessanti con una dolcezza e uno stile che non lasciano indifferenti. Speriamo che Gerster possa nei suoi prossimi lavori confermare queste ottime premesse.

Oh Boy – Un caffè a Berlino, opera prima del tedesco Jan Ole Genster, traccia un ritratto affettuoso (ostentatamente empatico e indulgente) di un figlio dei nostri tempi, cullato nell’inazione, disabituato al fare, inconsapevole del futuro e raggomitolato in un presente fatto di gesti ripetuti e minuscole gratificazioni. Mentre la sua vita si frantuma il suo unico desiderio è quello un buon caffè. Il suo atteggiamento è specchio di un egotismo infantile: mai arrabbiato spesso sbigottito perennemente inadatto. Niko è destinato a diventare un uomo senza qualità, privato di colpe e ambizioni, sperso in un mondo percepito con definitiva e molle estraneità.
Il limite di Oh Boy sta nella sua programmatica superficialità, nella monolitica rappresentazione di un vissuto messo in scena solo attraverso esperienze meccaniche, nella smaccata imitazione di modelli preconfezionati (il bianco e nero, la colonna sonora swing, la ricerca della bizzarria a ogni costo, i sentori della Nouvelle Vague, i woodyallenismi ostentati, lo schematico spirito indie)…

Un ragazzo introverso in una Berlino ostica e in b/n.
Dei conti da saldare e dei personaggi che cercano comprensione.
Stato d'animo amareggiato e finissimo humor derisorio.
Non una novità di questo genere, è dai tempi della Nouvelle Vague che si vedono queste situazioni, ma questo è un esordio dalla regia salda e Jan Ole Gerster ispira buoni propositi in futuro.

…Il risultato tuttavia non riesce a parlare nè del personaggio nè del paesaggio. Superato l'impatto con un protagonista scritto bene e con un modo di girare obiettivamente vivace e competente, lentamente Oh Boy scivola nel convenzionale. Pur non perdendo in ritmo nè annoiando, l'impressione è che il vagare intorno alla città sia più pretestuoso che altro, più un espediente che un'esigenza. Un movimento senza troppo senso e abbastanza vuoto.
Similmente al viaggio attraverso la città anche l'espediente della durata del film tutta compresa in un giorno e una notte appare più come un vincolo utile a far emergere interesse anche riguardo una storia che non di suo non ne avrebbe.
Se infatti a Oh Boy si leva il ritmo e si leva la costruzione intelligente non rimane molto. E dall'altra parte il ritmo e la costruzione in questione da soli non sono così straordinari da bastare.

mercoledì 15 maggio 2019

Sugisball - Veiko Õunpuu

questo non è un film finanziato dall'ente del turismo estone, è sicuro.
Veiko Õunpuu mostra sei personaggi che la felicità ha perso per strada, vodka a fiumi e tristezza sono i loro compagni.
un bianco e nero gelido disegna le loro vite.
nonostante quello che sembra è comunque un film che merita - Ismaele





QUI il film completo, in lingua originale con sottotitoli in spagnolo


…Esordio fulminante per questo giovane estone che, pur vivendo ai margini del cinema mondiale, scrive e dirige un piccolo film che, dai pochi che l’hanno veduto verrà conservato come una perla preziosa appena pescata nel Baltico. Tratto dall’omonimo romanzo di Mati Unt, questa pellicola indaga sulla vita di sei persone essenzialmente sole, tristi, lasciate a se stesse. Nel corso di questo tratto travagliato del loro sentiero riusciranno a ritrovare la sincerità necessaria a convivere con se stessi e col marcio che vive in ognuno di noi. Lo scrittore perdona la moglie, la coppia si divide, la madre comprende l’importanza della figlia, il portiere trova per poi perderlo l’amore, il vecchio vive di piccole soddisfazioni. Messa in scena rigorosa ed esteticamente valida, che opta per inquadrature statiche piuttosto che in movimento, per un montaggio interno piuttosto che sulla pellicola e che segue con bravura e, soprattutto ironia, le vicende più o meno intrecciantesi dei sei protagonisti. Le musiche azzeccate e la fotografia livida e senza compromessi, ma non per questo poco bella, fanno il resto, permettendo allo spettatore di passare sopra ad alcune lungaggini di troppo.

Film lunghetto -sfiora le due ore- e piuttosto lento, ispirato ad un libro di Mati Unt (purtroppo inedito in Italia, pare) incentrato sul tema (originalissssssssssimo) della solitudine e dell'incapacità di comunicare dell'uomo moderno; cinque storie di ordinaria frustrazione che a tratti si incrociano brevemente. Mati (Rain Tolk, il sosia baltico di Massimo Coppola) è uno scrittore lasciato dalla sua ragazza che non riesce ad accettare la cosa; Theo (Taavi Eelmaa) è un portiere d'albergo sessuomane insoddisfatto della sua vita e del suo lavoro; Kaski (Sulevi Peltola) è un barbiere finlandese che non si sente accettato dall'Estonia; Laura (Maarja Jakobson) fa l'operaia, è madre di una bambina ed è separata da un marito ubriacone che la perseguita; l'architetto Maurer (Juhan Ulfsak) e sua moglie Ulvi (Tiina Tauraite) attraversano una crisi esistenziale e matrimoniale. Sullo sfondo, una Tallinn livida e lugubre, una periferia di fabbricati ereditati dall'URSS1. Personaggi tristi e silenziosi che fanno cose strane: Mati pedina la sua ex (la bella Mirtel Pohla) e si ubriaca, Maurer insulta senza motivo sua moglie, Theo scopa con tutte e forse non sa perché, Laura si droga di telenovelas, sua figlia neanche decenne sta sul balcone a prendersi gelida pioggia, Kaski si comporta da perfetto pedofilo senza neanche accorgersene. Sügisball non vuole essere tragico o depressivo, quanto piuttosto opprimente e disilluso; sprazzi di ironia alleggeriscono qua e là la tensione (a volte un po' gratuitamente, come nel caso di Mati alle prese con un numero da avanspettacolo mentre acquista una rivista porno). Saranno le ultime parole di Mati a chiarire -se mai ce ne fosse il bisogno- ciò che la pellicola vuole essere: un ulteriore, ennesimo tassello nel mosaico sterminato delle opere che provano ad indagare sul senso della vita…

L'Estonia, Tallinn, la capitale, e la sua periferia umana e architettonica, colma di detriti e di corpi, figli disillusi dello sgretolamento dell'Unione Sovietica. Palazzi-alveari, ingrigiti e come bombardati da misteriose forze del passato, che imprigionano i personaggi di Ounpuu in un film cortocircuito, corale e di rara disperazione. Un bell'esordio, questo, di uno dei migliori registi estoni. Tutte le coppie che abitano quel territorio, sono in crisi, l'incomunicabilità è quasi totale, si sfaldano senza possibilità alcuna, prendendo atto che la felicità è pura illusione e l'amore assoluta assenza. Non importa il tuo livello sociale o culturale, ognuno è spinto, ineluttabilmente, alla lontananza e alla solitudine, un detrito, appunto, destinato a vagare in uno spazio fatto di campi incolti, pattumiere e bottiglie su bottiglie di alcol. E chi solo lo è già, spinge la sua solitudine ancora più in profondità. Sono tante le storie che il regista racconta e abilmente incastra, fa sfiorare e pedina: è come un libro di racconti amari, a tratti surreali, a tratti ferocemente sarcastici. Si fa fatica a immaginare che un paese baltico considerato fra i più virtuosi delle ex colonie sovietiche, sia così preda di un'umanità senza scampo, costretta alla bruttezza e a nessun futuro. Il "ballo d'autunno" di Ounpuu è un film coraggioso e d'autore, nel più ampio significato del termine. Molto più bello del successivo, "The Temptation Of St.Tony" (qui), confuso ed elitario.

…La struttura è quella di un film corale, e i punti di riferimento che possono venir citati sono molti: da Altman per gli intrecci relazionali a Iñárritu per l’interdipendenza, anche se qui non troppo accentuata, tra le varie misere storie raccontate. Ma il taglio visivo di Autumn Ball ci conduce lontano da questi autori mainstream per appaiarsi alle rasoiate austriache di Seidl e Spielmann, con Antares (2004) che diventa quasi un’opera gemella. La fauna abitante questo sbiadito quartiere ha gli stessi problemi dei “colleghi” a Vienna e dintorni: c’è uno scrittore disperato perché la sua ragazza lo vuole lasciare, una mamma che subisce le avances di un tecnico della tv e che piange davanti ad essa guardandoUccelli di rovo, un vecchietto che spia (e non solo) i bimbi giocare al parco giochi, un usciere latin lover che annota sull’agenda tutte le sue conquiste ma non sembra essere felice, e poi tante altre vicende di ordinaria amarezza che evidenziano per l’ennesima volta il vicolo cieco in cui sono sprofondate le persone di quest’area geografica…

lunedì 13 maggio 2019

I Figli del Fiume Giallo - Zhangke Jia

Zhangke Jia racconta della Cina in un periodo di 17 anni.
Bin (Fan Liao) e Qiao (Zhao Tao) sono due amanti, in un mondo del tutto diverso dal nostro, e che cambia con grande velocità.
Bin è il capo di una piccola gang criminale, rispettato e odiato.
quando Bin rischia la galera Qiao si sacrifica per lui.
e quando dopo cinque anni esce di galera tutto è cambiato, lui lìha messa da parte, ma quando si rivedono il passato non si dimentica.
lui ha avuto un ictus, il mondo è sempre più complicato, il centro di gravità permanente non è più permanente.
storia di gangster, d'amore e odio, con una fotografia bellissima e attori di serie A.
buona visione - Ismaele








I figli del fiume giallo non si limita a una semplice riproposizioni di tempi e luoghi, è come se rivisitasse quelle opere e quelle sensazioni, forse - ma non è dato sapersi con certezza - recuperando anche del girato inedito. Anche dal punto di vista tecnico e stilistico, infatti, il regista alterna pellicola e digitale, dando la sensazione anche visiva di attraversare l'arco temporale della narrazione. La peregrinazione di Qiao nel segmento centrale di Fengjie ricorda da vicino il percorso della stessa interprete - sempre Zhao Tao, musa e moglie del regista - in Still Life, oggi come allora in cerca di un uomo che non si presenta a un appuntamento. Come se I figli del fiume giallo rappresentasse una raccolta di "non detti", il completamento di fili mai riannodati in passato. Un arco temporale di 17 anni in cui sono cambiati irreversibilmente la Cina, il cinema, Jia e la sua musa: e di cui il film diviene una sorta di testimonianza, benché fittizia, romanzata e alterata nel contenuto, che traspone il tutto in una vicenda di jianghu, come da titolo originale (che traslitterato significa Jianghu Er Nv, "Figli e figlie del jianghu")…

Ammore e malavita in salsa cinese. Ma è davvero buono, pieno di notazione politiche, ma mai pesante questo I figli del fiume giallo, ultima fatica del più che decorato e riconosciuto maestro Jia Zhang-Ke presentato lo scorso anno a Cannes in concorso subito dopo Le livre d’image di Godard. E subito adorato dalla critica di tutto il mondo. In un mondo di duri e di malavitosi, ma con un codice d’onore rispettabile, assistiamo a una complessa e combattuta storia d’amore tra un piccolo boss della città mineriari di Shanxi, certo Bin, interpretato da Liao Fan, e la sua bella ragazza Quiao, intepretata dalla meravigliosa Zhao Tao…

Prima che una storia d’amore il film è soprattutto un contenitore di ricordi, episodi, storie d’amore, esperienze di vita e sentimenti che messi tutti insieme non mostrano necessariamente le trasformazioni di cui sopra, ma le fanno avvertire, lasciano che traspaiano dal testo filmico e ne divengono l’essenza. Perché il cinema di Jia è qualcosa difficile da sezionare, analizzare o cercare di comprendere per momenti isolati, per compartimenti stagni o simboli (di cui pure è ricco), ma va preso piuttosto come una sorta di opera lirica in cui elementi diversi concorrono, ognuno a suo modo, a dar vita al tutto. Il film inizia come una gangster story, prosegue come un mélo e termina come un dramma, ma dentro ci sono tocchi di commedia e fantascienza, elementi della tradizione popolare, citazioni cinematografiche e riferimenti ad altri film del regista (soprattutto Uknown Pleasures, ma anche Still Life A Touch of Sin). E poi stralci di footage girato con una vecchia camera DV da Jia proprio nel 2001, quando la storia del film ha inizio…

Un volto di minatore, dietro al quale se ne intravedono altri due, sussulta su un bus; una bimba dorme avvolta nel suo maglioncino e si sveglia di soprassalto non appena l’automezzo si ferma; seguono altri volti ancora di uomini, per lo più vissuti, intensi, autentici. La camera si arresta infine sul volto di una bella e giovane donna, inquadrata di profilo, che pare dormire anch’essa.
Sono immagini dalla grande bellezza ed espressività visiva, anche se in formato quasi televisivo. Segue un’inquadratura dall’alto della città, dal formato più ampio, dove si stagliano molti edifici moderni appena costruiti, macerie e, più in fondo, vecchie casette consumate dal tempo. Le case della vecchia Cina. Segue una scena d’interni dove la donna di prima, filmata di spalle, si muove con eleganza, in un luogo popolare e affollato dove gli uomini si ritrovano per seguire un piccolo spettacolo. La voce di un presentatore ci informa che siamo nell’aprile del 2001.
La sequenza ha come sfondo musica pop e karaoke. Poi la donna s’introduce dietro una porta che nasconde una sala da gioco, presumibilmente clandestina. Qui la vediamo discutere con autorevolezza con un gruppo di uomini, e poco dopo capiamo che si tratta della donna di un piccolo boss locale. Senza descrivere tutto quello che segue, anche se importante, riveliamo però che la sequenza si conclude con la donna che prende in mano la pistola poggiata dietro di lei maneggiandola incuriosita. È un presagio di tutto quello che verrà dopo. Stacco sul nero dove i titoli di testa, che si erano interrotti, riprendono.
I figli del fiume giallo, il nuovo film del cinese Jia Zhang-ke presentato in Concorso all’ultimo festival di Cannes che esce ora in sala, è la storia di una donna, Qiao, e della sua ricerca assoluta d’amore. Una storia che copre tre momenti chiave nelle trasformazioni grandiose ma anche drammatiche subite dalla Cina: il 2001, quando le trasformazioni cominciano a essere tumultuose ma la vecchia Cina rurale che si sposta in biciletta o in bus è ancora forte; il 2006, anno in cui si è conclusa la costruzione della diga delle Tre gole, la seconda del mondo in termini di grandezza, opera monumentale che ha però devastato in parte l’ambiente, cancellato interi villaggi e disgregato intere comunità; e infine il 2018 in cui tutto si chiude, negli stessi luoghi ma completamente trasformati.

… Il tema del cambiamento resta dunque centrale nel cinema di Jia Zhangke, eppure ancora una volta possiamo osservare come tale ossessione riesca sempre a trovare nuove declinazioni e nuovi sviluppi. Appare impressionante in tal senso la prima parte di I figli del Fiume Giallo dove coabitano le diverse Cine, quella antica e povera delle modeste abitazioni e dei vicini di casa di Qiao – una Cina atemporale e millenaria -, ma anche quella comunista i cui ultimi riverberi vengono allusi nella dismissione della miniera e, infine, quella neocapitalista e arraffona, incarnata in primis da Bin. Basta prendere un autobus, quell’autobus iniziale, per passare da un ingenuo show di avanspettacolo (un uomo che solleva una bicicletta con i denti) a una discoteca in cui si balla YMCA dei Village People, sparata a tutto volume. Sono le contraddizioni della Storia e quelle di un paese attraversato simultaneamente da passato, presente e futuro