martedì 3 agosto 2021

A doppia faccia (Liz et Helen) - Riccardo Freda

se uno non sapesse che è un film italiano sarebbe naturale pensare che sia un film inglese.

un film dove le protagoniste (apparentemente?) sono le donne, ma non comandano loro.

sostituzione di persone, donne morte, ma sono altre, amori di donne (roba scandalosa, per quei tempi), ricerca della verità, ma quale?

non sarà un capolavoro, ma merita.

buona visione - Ismaele



 

 

… Freda realizza un giallo veramente pregevole, che – messi da parte i trucchi e le truculenze delle pellicole horror che lo resero celebre al pubblico di genere – si concentra sulla mente del protagonista e sugli accadimenti che vive sulla propria pelle, continuando a martellare nella mente dello spettatore l’interrogativo “Helen è veramente morta?” ancora prima del canonico “Chi ha provato a uccidere Helen?”. E’ proprio per questo che il film, sebbene piuttosto lento ma non privo di ripetuti colpi di scena, segue uno sviluppo coerente ed intrigante, non annoiando praticamente mai, e non risolvendosi – a differenza di molti titoli del genere di quegli anni, compreso anche il successivo giallo del regista – nella mera rivelazione finale dell’assassino. Freda riesce a prendere spunto dal giallo classico (Hitchcock) e a realizzare un piccolo gioiello della wave nostrana contaminandolo con i cliché che caratterizzavano le prime pellicole gialle nostrane: in primis una grossa eredità in ballo e una situazione incredibile in cui si trova il protagonista, il tutto condito da tresche amorose più o meno chiare (perché no, anche lesbiche) e da piccoli particolari che spesso aleggiano in queste pellicole (un anello, una cicatrice, un accendino che collegano una persona ad un luogo; una musica ricorrente che suona improvvisamente su un giradischi – come in Il dolce corpo di Deborah, di Romolo Guerrieri, 1968)…

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I precedenti gotici di Freda e la lezione hitchcockiana de La donna che visse due volte si incontrano in una sceneggiatura scritta anche da Fulci, che infatti presenta assonanze con il di poco successivo Una sull’altra. Nonostante il budget risicato e i modellini naïf, la regia è quella di un professionista, abile amministratore di psichedelici scenari londinesi, di un Kinski equilibrato e partecipe e delle raffinatezze erotiche del quartetto Incontrera-Lee-Kruger-Nelli. La ricorrente title-track e la concitata “Soho” sono i due brani portanti della colonna sonora vintage di Nora Orlandi.

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Riccardo Freda alle prese con un giallo gotico (l’enorme villa, un paio di temporali) dalle intense sfumature erotiche. Non pienamente a suo agio nel thriller, il regista riesce comunque a cavarsela abbastanza bene, grazie anche a un Kinsky più calibrato del solito, che qua interpreta il vedovo di una ricchissima industriale, che lo ha nominato erede universale.

Attraverso un filmato amatoriale, Kinsky scopre che la donna è in realtà ancora viva. Per questo si spinge in una rischiosa e labirintica indagine tra giovani sbandati e untuosi pornografi; fino a quando la trappola tesagli non scatta, imprigionando però la vera mente dietro alla complessa macchinazione.

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Fantastico dalla A alla Zeta. Piano congegnato magnificamente, ma il delirio viene con la scena delle moto che vanno avanti e indietro tra la gente che balla con in sottofondo la musica di Soho intonata dagli attori. Piccante e provocante al massimo Kristiane Kruger. Eccellenti Kinski che fa la parte del buono e il filmino amatoriale. Poi sì, naturalmente anche il motivo tormentone e i vari altri attori tutti meritevoli. Che il finale sia inaspettato o meno, è un film che non mi annoierebbe neanche dopo 20 volte.

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Métrage assez maladroit, LIZ ET HELEN, convoque le krimi, le giallo et le thriller teinté de fantastique pour une intrigue convenue devant beaucoup à certains classiques comme SUEURS FROIDES. Malheureusement, Freda se montre franchement pataud dans sa mise en scène, pas toujours aidé par des choix de scénario malheureux, le métrage débutant, par exemple, par la fin avant de dérouler toute l’intrigue en une sorte de flashback. Une construction osée mais peu appropriée puisqu’elle lève immédiatement les doutes du spectateur quant à la culpabilité de Klaus Kinski, identifié comme la pauvre victime d’une machination roublarde et pas du tout crédible.

La mise en place de ce mécanisme prend d’ailleurs une part non négligeable de ce LIZ ET HELEN bien laborieux, Klaus Kinski se voyant balloter au grès des événements et contraint de subir des péripéties indignes d’un mauvais roman de gare. Pour maintenir l’intérêt, Riccardo Freda joue la carte de l’érotisme en dénudant ses interprètes féminines mais reste relativement timoré comparé aux standards du giallo des années ‘70.

Le côté horrifique, pour sa part, est minimal et LIZ ET HELEN entretient finalement peu de liens avec le giallo : on ne trouve nulle trace d’un mystérieux assassin vêtu de noir et les morts, peu nombreuses, sont dénuées de suspense. Les révélations du climax sont, pour leur part, téléphonées et font sombrer l’entreprise dans le grotesque et le comique involontaire même si leur côté « pulp » les rend cependant divertissantes.

Production mineure, LIZ ET HELEN se regarde toutefois d’un œil distrait, le rythme assoupi et les nombreuses longueurs étant partiellement compensés par l’interprétation de Klaus Kinski et les quelques séquences timidement érotiques. Le script, confus et maladroit, donne néanmoins envie au spectateur de découvrir la fin et cela suffit à rendre ce film très moyen regardable.

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Avvolto da implacabili atmosfere saffiche, nel 1969 e nella versione integrale, propone un modesto avanguardismo (atmosfere pesanti, quasi new gotiche, ma con momenti psichedelici e qualche nudo gratuito). La storia è invece molto tradizionale, con il valore aggiunto del Klaus utile a far dimenticare alcune cadute di stile (l'iniziale scorribanda sulla neve, gli incidenti e le esplosioni). C'è il pianoforte in sottofondo, c'è la bella canzone a ricordo della bella e ricca moglie, ma c'è pure il filmino erotico con sole donne. Sì, un po' d'avanguardia c'è!

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lunedì 2 agosto 2021

Il sindacalista - Luciano Salce

un film esplosivo, nel 1972, quando esistevano solo cgil, cisl e uil. 

siccome Luciano Salce (un grande regista, i primi due Fantozzi sono suoi, era, ed è, cinema politico, il suo) faceva film che sembravano di (molta) fantasia, ai più sembrava un guitto, in realtà anticipava i tempi.

le burocrazie sindacali che si sono dimenticate di difendere i lavoratori diventano pazze per le azioni di un piccolo, ingenuo, testardo lavoratore col vizio del sindacalismo (oggi diremmo di base).

Lando Buzzanca è perfetto nel ruolo e Renzo Montagnani non è da meno.

un gioiellino da (ri)vedere senza dubbio.

astenersi gli iscritti alla cgil e cisl, le loro coronarie rischierebbero.

a tutti buona visione - Ismaele

 

 

 

QUI il film completo


 

Il Sindacalista è un film con un marcia in più, ti chiedi come mai, da cosa derivi questa "propulsione", nonostante Landone Buzzanca di per sé sia un carburante imbattibile; presto detto, si tratta di Luciano Salce alla regia. Ecco che una commedia che poteva prestarsi a derive facilone, sbrigative se non addirittura pecorecce, si trasforma in una sottile ed ironica satira sociale, pur poggiata su un impianto da film comico nelle corde di Buzzanca

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IL SINDACALISTA fu un film (di ottimo successo) fortemente voluto da Lando Buzzanca, che desiderava interpretare questo novello Don Chisciotte (parole sue) pronto a combattere sempre e comunque contro ogni tipo di sopruso padronale. Assecondato da Renzo Montagnani (ottimo nella parte del padrone della fabbrica di frigoriferi Tamberletti), Buzzanca recita con straordinaria convinzione, impersonando alla perfezione il sindacalista indipendente insofferente nei confronti del capitalismo ma anche - errore - degli stessi sindacati. Il suo continuo agitarsi e scioperare a oltranza finirà per incastrarlo, dimostrando quanto sia difficile muoversi nel mondo del lavoro se non si è a conoscenza delle “regole del gioco”. Così Ravizzi, esaltato dalle molteplici vittorie di facciata, finirà per soccombere. Bravo il regista Luciano Salce a non insistere esageratamente con il facile umorismo e bravi anche Castellano e Pipolo, autori di una sceneggiatura divertente e incisiva al punto giusto. IL SINDACALISTA è il tipico film con Buzzanca protagonista: a momenti di sane risate alterna interessanti riflessioni sociali, restando in qualche modo a testimoniare la realtà di professioni particolari e di situazioni comuni e popolari. La vita nella fabbrica è resa verosimilmente, le problematiche operaie (pur se solo sfiorate) sono analizzate con cura e nel complesso il film può dirsi riuscito. Non manca una certa ripetitività, ma Buzzanca e Montagnani sono una coppia azzeccata e insieme funzionano molto bene. 
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Devastante interpretazione di Buzzanca che dà al personaggio di "Saverio" furore e cuore da vendere. Bravi Montagnani e la Biagini. Gli operai in fabbrica sono tanti e allora spazio a volontà per Franca Scagnetti e company, i manovali di Cinecittà. Buona la regia di Salce che concede a Buzzanca una soggettiva onirico-allucinata sul finale.

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Possiede la qualità delle commedie italiane agre: raccontare eventi sociali delicati e complessi con finta leggerezza. Ovvero: il frontismo sindacale esasperato è la chiave per scardinare il capitalismo oppure solo l'ingigantimento di un esasperato individualismo? È allora da preferire l'attendismo col rischio di scivolare nel compromesso? La sceneggiatura non scioglie tutti i nodi o la fa superficialmente scadendo, a tratti, nella farsa (il Di Vittorio fantasmatico). Buzzanca bravo, ma troppo esagitato, più controllato Montagnani.

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Saverio e’ uno convinto. Convinto che i lavoratori vadano difesi ad oltranza e che qualunque mezzo e’ buono pur di ottenere cio’ che lui ritiene giustizia sociale e la sconfitta dei padroni.
E’ un sindacalista, uno autonomo al quale persino la "triade" sta stretta e le sue battaglie le combatte da solo, battaglie spesso inutili e retoriche ma del resto l’importante nella vita e’ essere coerenti, anche a costo di perdere contatto con le proprie idee.
Ovviamente Saverio ha una nemesi, quel Luigi Tamperletti titolare della fabbrica nella quale lavora, un imprenditore che produce, che rischia e capace anche di godersi gli onori oltre agli oneri della sua impresa, fino al giorno in cui, proprio grazie ai Saverio, capisce che il gioco non vale piu’ la candela..
Salce controcorrente, persino coraggioso nel sottolineare le idiosincrasie del sistema, tutto il sistema, giunto a privilegiare la lotta e a breve le P38, alla ragionevolezza.
Un anno dopo "La classe operaia va in Paradiso" serviva una bella pernacchia non denigratoria ma liberatoria e quale miglior faccia se non quella mascellosa di Lando Buzzanca capace di imprimere al volto del protagonista la giusta mistura di severita’ e nel contempo goliardia…

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domenica 1 agosto 2021

Sangue - la morte non esiste - Libero De Rienzo

una volta non basta, l'ho visto due volte, a distanza di qualche giorno.

la prima volta resti stordito, è troppo, la seconda volta si apprezza in tutta la sua grandezza.

un film (l'unico) di un regista che ha 28 anni, attore bravissimo fino alla morte, con un protagonista (Elio Germano) giovane di 25 anni all'inizio di una brillante carriera e un'attrice bravissima (Emanuela Barilozzi) che meritava una brillante carriera.

tutto si svolge in una giornata, a una velocità folle e ben gestita (e quei poliziotti sembrano usciti dalla mattanza di Genova 2001, in ottima forma), con una fine che non ti aspetti.

un piccolo grande film, da non perdere (meglio vederlo due volte) - Ismaele



QUI il film completo


 

Stella (Emanuela Barilozzi) e Iuri (Elio Germano) sono due fratellastri, Iuri è stato concepito in seguito a una violenza sessuale subita dalla madre di lei. Iuri ha una personalità molto particolare e il film tenta di raccontare il rapporto simbiotico ma contrastato, ambiguo e carnale che c'è tra lui e Stella. Iuri è innamorato e legatissimo a Stella che probabilmente lo ama a sua volta ma fatica ad ammetterlo. Iuri mette il muso perché in fondo è un bambino, un bambino che ha paura, paura della morte soprattutto. E Stella ha paura di lasciarlo solo…

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Gioiellino tutto italiano. Per una volta il cinema italiano è ben rappresentato in campi a noi non congeniali (la commedia schizzata, i deliri lynchiani). Bravi gli attori con menzione speciale per Elio Germano. Tante idee. Alcune raffazzonate ma con grinta. Stupenda la scena finale, quella dell'incubo, in cui Germano trova cimeli fascisti nella sacrestia. Geniali alcune trovate atemporali (fate caso a che razza di banconote prendono i ragazzi dopo aver spacciato).

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i suoi attacchi allo stato e alla Chiesa, alle divise in generale, è un attacco che, condiviso oppure no, deve far pensare, deve trovare un nostro appoggio. Viviamo in un paese che non è ancora entrato nella modernità, ovvero l’emancipazione dalle autorità. A dirvelo è un cristiano convinto, che però ha la fortuna di farsi domande e di crearsi uno spazio contraddittorio verso le alte sfere ecclesiastiche e alla severità dogmale e rituale del Vaticano. Pur essendo molto credente, anche ai segni e a i riti, e pur essendo molto devoto, molto profondo e spirituale da passare in chiesa e pregare in silenzio, capisco il bisogno del credente di poter dire NO. Una negazione che ci è negata dalle autorità ecclesiastiche, il cui primo impegno sembra essere quello di governare i propri sudditi invece che capirli e riconoscerli nella loro individualità e nelle loro storie personali. L’attore-Germano e il regista-De Rienzo riesco a non risultare banali e impacciati nel loro intento grazie ad un film che tra il profilmico e il filmico sfoggia un’alienazione nelle forme e nei luoghi, un’allucinazione costante della grammatica finale. Un film allucinato e allucinante, dove le vite si frammentano nei frammenti del montaggio sincopato, senza soluzioni di continuità.

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Il film si svolge durante l’arco di una giornata – «la giornata più lunga della mia vita» come dirà Stella – e si divide in tre atti. I primi due – “Il racconto di Stella” e “La paura di Iuri” – corrispondono ai punti di vista di Stella e di Iuri, mentre il terzo atto conclude il film con quello che viene definito un “epilogo comico”. La cosa estremamente interessante è che ognuna di queste parti viene affrontata registicamente in modo diverso, utilizzando differenti grammatiche cinematografiche, vale a dire diverse tecniche stilistiche, rendendo il film estremamente peculiare e singolare. L’intero film cerca di sperimentare, all’interno della produzione stessa, con inquadrature innovative e giochi di luce e di composizione del quadro diversi e insoliti, completando in post-produzione con un montaggio sperimentale e con un utilizzo del campo sonoro attento e costruito

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De Rienzo gioca a fare il santone, vuole provocare e, pur sacrificando la coerenza, dimostra una certa stoffa. Mette tanta carne al fuoco ma ha il merito di rinunciare ai clichè più facili (belloni, genitori, denaro). Si muovono bene gli attori e l'atmosfera psichedelica cattura abbastanza con certi passaggi visivi/musicali che riescono bene. Alla fine non può tornare tutto ma più di quanto si possa sperare. E certi passaggi, certe verità presunte, possono farci anche sorridere ma sono più di un vacuo sperimentare.

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…La coerenza narrativa non è il forte di questa curiosa opera prima sempre in bilico tra noir e grottesco, ma dalla sua ha una vitalità e una vivacità di linguaggio registico che pochi film italiani possono vantare nell'inflazionato panorama odierno. Altra cosa che mi è piaciuta poco è la declamazione demagogica di Iuri appena prima del finale in chiesa: assolutamente irritante. Germano se la cava bene in un ruolo che era a forte rischio di ridicolo involontario, la Barilozzi è discreta e poi ci sono brevi apparizioni che sono solo assolute divagazioni sul tema(parlo di Lionello e dello stesso De Rienzo nel breve ruolo di un guru).Un film di genere non catalogabile ma che pulsa di carne e sangue, che cerca di demolire alla base le certezze(presunte)su cui è fondata la società odierna, un film imperfetto, immaturo ma che fa ben sperare per il futuro...

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La regia, per niente ovvia e scontata, alterna registri e stili, passando da momenti in cui il montaggio serrato e le immagini veloci fanno pensare al video-clip a inquadrature più lente, ravvicinate e approfondite, snodandosi tra colori acidi e sfumature sgranate fino a toccare bianchi assoluti; a condire il tutto una godibile ed encomiabile alternanza di grottesco e drammatico, comico e tragico, ben equilibrati e dosati. Il limite maggiore del film sembra però essere proprio la troppa materia che il regista ci ha inserito, creando un'opera eccessivamente confusa, oltremodo ridondante e sovraccarica sia di contenuti, che quindi spesso appaiono come solo accennati ma non sviscerati a sufficienza, sia di linguaggio cinematografico la cui forse smodata variabilità visiva dona al film ancora più confusione e non pienezza espressiva.

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Imbarazzante apologia di reato e dell'infantilismo, che reato non è, ma ugualmente andrebbe, se non punito, stigmatizzato. Produzione di basso profilo di cui si è inspiegabilmente fatta connivente anche la Rai (è giusto che certi misfatti vengano denunciati), il filmetto vive su un paio di idee stereotipate e gggiovani e pretende di pontificare e insegnare la vita con massime illuminanti del tipo "Cerca il bambino dentro di te", "Per andare d'accordo con gli altri prima devi andare d'accordo con te stesso" o il capolavoro "La morte non esiste, perchè quando muori poi mica te ne accorgi più". Geniale! Speculazioni risibili di pseudofilosofia spicciola da 18enne brufoloso che vive per farsi le canne. Il mondo visto da una prospettiva ottusa e presuntuosa.

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Libero di nome e di fatto parrebbe De Rienzo, forse un po’ schiavo del suo anticonformismo, sincero e programmatico insieme. Che sconvolge i detonatori sbloccando la vita. Nel tentativo di esorcizzare le sue trappole, mangiandosela golosamente senza paura d’ingrassare. E allora Iuri (Elio Germano) e Stella (Emanuela Barilozzi) e Bruno (Luca Lionello), e sentimenti veri in un confuso tourbillon d’emozioni. Musi(che)bruciano e zampillano watt, Giardini di Mirò, Godspeed, Torpedo, per un’ideale rave party in cui smisurarsi e smuovere la calcificazione dell’incipiente vecchiezza che coglie chi muore lentamente senza mai resuscitare, senza il lusso di non possedersi mai.

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sabato 31 luglio 2021

Old - M. Night Shyamalan

se cerchi un film che ti tiene attaccato alla poltrona del cinema questo film è per te.

come sempre si inizia con tanti sorrisi e allegria (diffidare, non andrà a finire bene, un po' di volte).

una bella vacanza, una gita esclusiva, per gente speciale, in un posto da sogno (o da incubo, fra le altre cose non c'è campo per i telefonini).

un bambino, che è bambino per tutto il tempo, dà un aiuto decisivo, per salvarsi dal complotto nel quale i turisti scelti vengono imprigionati.

il tempo ha un ruolo fondamentale nel film, dura due ore, che per alcuni è quasi una vita.

M. Night Shyamalan appare, fa l'autista e il controllore dell'esperimento, sa bene la sua parte.

film un po' thriller, un po' complottista, ma qualche vittima per il progresso, in nome della scienza, ci vuole, per il bene di tutti, pare.

Spielberg e Hitchcock sarebbero contenti, e anche noi lo siamo.

buona visione - Ismaele


 

 

due errori davvero grandi.

Il primo.

Come è possibile che IN QUELL'ALBERGO sono scomparse centinaia di persone (poi tutte straniere, occidentali, coi soldi) e nessuno ha mai detto niente? Sticazzi che prendono i pc e cancellano tutto, ci sono migliaia di parenti e amici che sanno di quella vacanza e quando non tornano decine di famiglie tutte dallo stesso albergo è tutto normale?

Seconda cosa.

Molto bella e interessante la questione dello studio scientifico, quel discorso che in poche ore possono vedere l'effetto dei medicinali in tanti anni. Peccato però che qualsiasi medicinale per malattie gravi andrebbe preso continuamente, quindi non capisco che valore scientifico possa avere uno studio per cui si somministra un'unica dose (per me dovevano fare in modo che anche nella spiaggia prendessero quella roba).

Ok che già con una dose vedi molti effetti ma non capirai mai se fosse presa di continuo quali avrebbe.

Però io a sto film glie ho voluto tanto bene, come quasi a tutti i film di Mr Night.

Ha un suo fascino, ti tiene lì a capire come andrà a finire, a cercare spiegazioni. Certo non riesce a dare mai la tensione e la tragicità di quello che accade (ah, altro errore, ad un certo punto muoiono praticamente tutti ma i cadaveri scompaiono...).

E in più aveva tutte le carte per essere un film esistenziale, sul ciclo della vita, ma non riesce ad esserlo. Anche se nel finale quei due 50 enni che hanno perso 40 anni della propria vita in un solo giorno ma hanno la gioia di poter vivere tutto il tempo che gli rimane un'emozione la dà.

Però, cavolo, alla fine se salva.

Forse è pure bello

voto boh

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Un castello di sabbia che sintetizza mirabilmente con un'immagine evocativa per tutti il bisogno di continuare, nonostante tutto quello che gli anni ci regalano o impongono in dote, a conservare l’anima di un fanciullo. Niente di rivoluzionario, ma Shyamalan ci tiene a non perdere la voglia di costruire castelli di sabbia, a intendere il cinema con la serietà, ma al tempo stesso la purezza del suo idolo, Steven Spielberg, il maestro di un cinema in miracoloso equilibrio fra spettacolo per il grande pubblico e riflessione autoriale. Shyamalan conferma in Old, fin dal titolo, come non sia vittima (più?) della sindrome di Peter Pan, che porta a vivere un’eterna vita da adolescente. Ormai si prende le responsabilità e gli impegni di un autore maturo, liberandosi di alcune sue ossessioni senza snaturarsi.

Come un altro suo idolo, Alfred Hitchcock, il regista nato in India ama apparire nei suoi film. Qui è presente con un piccolo ruolo, ed è significativo che sia proprio lui ad accompagnare (e riprendere dall’alto) i protagonisti di questa storia in una piccola spiaggia remota, un angolo di Paradiso molto lontano dalla zona di Philadelphia in cui ha ambientato quasi tutti i suoi film. Old sposta l’ambientazione del fumetto di Pierre Oscar Levy Frederik Peters dalla costa mediterranea francese a una non precisata località tropicale. Una famiglia arriva in un villaggio dei sogni per godersi una vacanza di riposo, spingendosi con una navetta, insieme ad alcuni altri ospiti della struttura, fino a una spiaggia particolarmente bella, raggiungibile solo camminando fra alte rocce, dove si accorgono presto che il tempo scorre in maniera diversa dal normale, e iniziano a invecchiare molto velocemente

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“Old” gioca col tempo e con lo spettatore. Shyamalan centellina molto astutamente il crescendo di interesse per la risoluzione della situazione nei vari tentativi che ogni personaggio cerca di inventarsi. La vacanza in un posto incantevole si trasforma in un incubo senza uscita. Ben presto questo scorrere veloce del tempo viene considerato, giustamente, come una trappola incontrollabile dove ogni minuto diventa importante.

Il film riesce ad approfondire anche i vari legami che si instaurano tra i vari personaggi e, per una volta, l’evoluzione dei rapporti sono sì veloci ma dettati dal mutare veloce delle situazioni e dallo scorrere del tempo iperaccelerato.

I protagonisti principali sono Guy e Prisca (una bravissima Vicky Krieps) e il loro legame si sviluppa nel corso dell’intero film coinvolgendo anche i figli e le altre persone presenti. Malgrado la sceneggiatura non sembra sempre fluida è sicuramente solida ed equilibra bene parole, paure e silenzi…

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Come alcune delle opere migliori di Shyamalan, Old è spesso sconnesso, incostante, eccessivo e disarticolato. Ma da questo guazzabuglio cinematografico emergono sprazzi di grandissimo cinema, che toccano temi universali come l’evoluzione nel tempo di un amore, il rapporto con la malattia o la presa di coscienza del definitivo superamento di una fase della vita, ricordandoci che dobbiamo sempre e comunque confrontarci con una natura intorno a noi che non possiamo né comprendere, né prevedere. Una forza misteriosa e silenziosa, a cui possiamo solamente adeguarci, perché ogni tentativo di andare contro di essa è vano e dannoso. Un’entità sinistra e austera vera e propria protagonista di Old, che in fondo non è che l’angosciante esasperazione dell’adagio «Il dramma è la vita con le parti noiose tagliate», firmato ovviamente da Alfred Hitchcock.

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L’abilità del regista con la macchina da presa – peraltro non nuova, e mai smentita, neanche nelle sue prove meno convincenti – riesce in parte (ma solo in parte) a supplire ai grossi limiti narrativi del film. Ci si perde presto, in Old, dietro il rapido invecchiare dei personaggi, che il regista non trova il tempo (capiamo che sembra una contraddizione, ma è la sfida principale che una storia come questa presentava) di approfondire al meglio. Si finisce presto per confondere un personaggio con l’altro, per perdere attenzione alle sorti di ognuno, mentre l’orologio scorre inesorabile (anche per lo spettatore) in attesa che il film finisca o trovi il suo giusto ritmo. Ritmo che purtroppo, invece, accelera ulteriormente – e indebitamente – in un’ultima parte frettolosa, che fornisce una spiegazione superficiale al tutto e sfocia in una conclusione davvero poco credibile. Conclusione in fondo coerente con un film incerto, che rappresenta in definitiva un’occasione persa per un cineasta la cui carriera sembrava, negli ultimi lavori, in netta ripresa.

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giovedì 29 luglio 2021

Contronatura - Antonio Margheriti

ispirato da Dino Buzzati (il titolo del racconto è Eppure battono alla portaqui), Antonio Margheriti (in una coproduzione italo-tedesca) racconta una storia maledetta di soldi, furti, sesso, amori, omicidi, vendetta.

alla fine tutto ha una soluzione, definitiva, non esiste il perdono, tutto si paga, solo alla fine sapremo come.

il film va avanti e indietro, senza nessun problema, si capisce tutto benissimo.

un gioiellino da non perdere, non ve ne pentirete, promesso - Ismaele





Si le film n'est pas spectaculaire dans sa forme (peu d'action, des meurtres "sobres", un érotisme saphique plutôt prude), il se rattrape par un final dantesque voyant un torrent de boue engloutir la demeure tel une vengeance divine. Une scène particulière, qui faisait dire à Edoardo Margheriti (le fils d'Antonio) dans une interview qu'elle anticipait la vague de sang dévastatrice de "Shining".
Contronatura est une libre adaptation d'un recueil de nouvelles de Dino Buzzati, précisément la nouvelle "Et pourtant on frappe à la porte" du roman "Les sept messagers", publié en 1966…

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Splendido gotico italiano, intriso di mistero ed in cui lo spettatore è catapultato sin dai primi minuti in un luogo dalle atmosfere tese e putrescenti, rimanendone invischiato e non riuscendone ad uscirne se non alla fine. Tecnicamente molto valido, può contare su una buona sceneggiatura e su un ottimo ritmo. Poi c’è quella scena…chissà che il buon Kubrick non ne abbia tenuto conto. Quando si dice un gran film di genere.

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Contronatura est une œuvre construite sur une succession de flash-backs qui apportent peu à peu un éclairage sur les motivations des personnages. Le scénario n’a finalement que peu d’importance et c’est davantage la manière dont le puzzle se reconstruit sous nos yeux qui suscite l’intérêt. Uriat et sa mère sont les véritables maîtres d’une cérémonie secrète qui se révèlera, au bout du compte, une vaste entreprise de dévoilement. Du coup, le film vaut moins pour sa dimension « fantastique » finalement assez discrète que pour son côté « criminel » : derrière le masque de la respectabilité, les personnages dissimulent tous de viles turpitudes.

Margheriti nous plonge au cœur de l’âme humaine et tente d’expliquer ce qui peut pousser des individus à commettre des meurtres. La raison la plus classique, celle qui a motivé les deux notables, est bien évidemment l’appât du gain. L’autre, classique également, c’est la passion amoureuse. Mais là où le film fait preuve d’originalité, c’est qu’il scrute les méandres d’un désir lesbien. Parallèlement aux affaires louches menées par les hommes, Vivian doit composer avec son attirance indomptable pour les femmes…

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Vecchi peccati dalle lunghe ombre, tumulti carnali, rapacità meschine, vanità sfrenate: i fantasmi denudano le anime delle loro "vittime", e solo il fango può seppellire l'orrore. I morti giudicano i vivi, due dimensioni temporali si compenetrano in una struttura circolare che ammalia e imprigiona. Una danza macabra sulle sabbie mobili di una nemesi implacabile. Horror... etico, girato con gran riguardo all'estetica, nitido, elegante, vorticoso, fluido: splendido film!

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CONTRONATURA est une œuvre soignée, bénéficiant pour ce faire d'un budget qu'on devine plus aisé qu'à l'habitude. Reconstitution historique, costumes, multiplicité des plans et décors. Le film souffre surtout d'une construction chaotique en divers flashbacks révélés au gré des quelques 88mn. Une linéarité sans cesse interrompue par des voix off explicatives, trop démonstratives, Alan Collins en premier. Le métier du réalisateur, allié à des acteurs convaincants et une composition musicale très adroite de Carlo Savina font passer quelque peu cette faiblesse de narration disjointe

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Contronatura riassume in sé, nella sua perfezione, tutte le caratteristiche e le inquietudini erotiche della cinematografia di genere italiana.
Margheriti, infatti, prefigura in un certo modo le audacie della cinematografia di genere a venire, rimanendo però all’interno di quella goticità italiana tipica degli anni Sessanta che tanta fortuna ha portato ai migliori autori italiani. Per concludere, Contronatura è senza ombra di dubbio uno dei gotici italiani meglio girati del decennio, nei suoi momenti migliori secondo solo alle opere del grande e compianto Bava.

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Antonio Margheriti nel 1969 gira un curioso gotico intitolato Contronatura – The Innaturals. Un film denso di un’atmosfera misteriosa, opprimente e morbosa, e il regista sembra più interessato a svelare i retroscena dell’intricata vicenda con continui flashback che a mostrare situazioni tipiche dell’horror. La parte finale comunque è di rara potenza immaginifica e anticipa, per certi versi, la scena del fiume di sangue che sgorga dalle pareti in Shining (1980) di Stanley Kubrick. Forse non tutti sanno che l’anno prima, nel 1968, Kubrick aveva chiesto proprio a Margheriti di collaborare agli effetti speciali del suo capolavoro fantascientifico 2001: Odissea nello spazio (proposta che poi Margheriti rifiutò). Ancora oggi appaiono audaci le scene di rapporti sessuali tra donne, specie per una pellicola del terrore. Chi ama gli effetti orripilanti e truculenti invece non sarà soddisfatto dalla visione di Contronatura: in tutto il film viene mostrata appena una macchia di sangue.

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E’ decisamente un bel film Contronatura, diretto a Antonio Margheriti nel 1969 sotto lo pseudonimo di Antony Dawson; un gotico con tracce horror e circondato da un’aura di sovrannaturale che verrà più chiaramente spiegata nell’illuminante e tragico finale.Un film ispirato liberamente al racconto di Dino Buzzati Eppure bussano alla porta, pubblicato nella raccolta La boutique del mistero.

Un film tutto d’atmosfera, nel quale grazie ad un sapiente uso del flashback si conoscono tutti i particolari delle vite private dei cinque ospiti dello chalet, che apprenderemo essere uno dei luoghi nelle disponibilità del neo erede sir Archibald che lo ha ereditato da Richard Wright.
Proprio attraverso l’uso del flashback impariamo a conoscere il passato segreto e tragico dei protagonisti, attraverso continui andirivieni tra il presente lugubre e angosciante, testimoniato anche dal furibondo temporale che imperversa nella zona e dalla profonda immersione nella penombra della scena principale, che vede i sette personaggi muoversi nell’angusta stanza dello chalet, nel quale troneggia il tavolo al quale sono seduti Sir Archibald e Ben…

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