Edith Stein è una filosofa che, dopo molti turbamenti, da ebrea diventa cattolica.
in famiglia è un dramma, la madre (interpretata da Adriana Asti) non le parla più, e i fratelli e sorelle non la capiscono.
i nazisti la perseguitano oltre ogni dire e la fine è nota.
colonna sonora di Moni Ovadia.
il film riesce a non annoiare mai, merito della regista e di Maia Morgenstern (che interpreta Edith).
buona (filosofica) visione - Ismaele
La settima
stanza, un film su Edith Stein di Marta Meszaros. Edith Stein:
Breslavia 1891 – Auschwitz - Birkenau 1942, Filosofa della Fenomenologia. Tre
donne di pensiero hanno illuminato la pensosità ombrosa della Filosofia del’
900: Simone Weil, Hannah Arendt, Edith Stein. Persino gli uomini di pensiero
hanno ancora da imparare da queste complesse personalità. Che il Cinema sia un
apparecchio affascinante, che può penetrare e scrutare la Coscienza e lo
Spirito dell’Umanità é evidente fin dalle prime prove della sperimentazione
della fotografia e delle foto in movimento.
Il cinema è nato in Francia: Zola è
stato un modernissimo fotografo ed i “Frères Lumière” hanno sorpreso
l’Ottocento con i loro bianchi e neri eleganti e lievi. Così, illuminare “la
Notte oscura”, dentro la quale si è sempre svolta la vita ed il pensiero
tortuoso di Edith Stein, è apparso a Marta Meszaros come un compito essenziale
e necessario.Coinvolta, ecco come appare Marta M., coinvolta, immersa, quasi un
“Alter Ego” di Edith.Il suo sguardo fotografico, molto mittel-europeo,
fiammingo, caravaggesco, Ver-Meeriano, ricco di forti contrasti di colore,
privo di riferimenti alla Natura, ai fiori, agli alberi, alle albe, ai
tramonti... il suo sguardo analitico, sintetico, profondo, esistenziale ed
essenziale, offre ai nostri occhi, al nostro Spirito una Storia umanissima e
tragica. Moni Ovadia accompagna con tenere e vivaci musiche Kzemer e dolenti
canti ebraici i momenti più suggestivi del film. La miglior allieva del
filosofo Husserl (padre della Fenomenologia), a Friburgo, affronta la vita e le
scelte quotidiane in una cornice di nazismo incipiente. Lei è un’ ebrea
convertita al Cristianesimo cattolico. Si è fatta battezzare da un’amica
filosofa protestante: Edwis Conrad-Martius. La mamma (una “mamele” ebrea che ha
cresciuto una famiglia da sola e che non accetterà la conversione di Edith;
sempre ostinata sul quesito: “ma perché Lui si è creduto figlio di Dio?”)
Edith, segnata dalla malattia, dalla fragilità nervosa, dalla depressione,
cercherà di sublimare in un’impossibile Ascesi il suo tormento d’amore, di
vita, di scelte. Lo studio di San Tommaso d’Aquino, di Santa Teresa d’Avila, di
San Juan de la Cruz, accompagneranno il suo percorso di vita.Le cadute, le
ribellioni, le rivolte saranno tragiche ed umanissime. Attraverso il percorso
mistico del viaggio nelle 7 stanze (ogni stanza è una tappa nella ricerca
dell’unione con Dio, a scapito del corpo e del richiamo tentatore della vita),
ritroverà il senso della Condizione umana, così come lo concepiva la
carmelitana Santa Teresa d’Avila, d’ascendenza ebraica spagnola, fondatrice
dell’Ordine delle Carmelitane scalze.Marta M. coglie con intelligenza due
momenti fondamentali della vita di Edith: il ballo in maschera dove Eros e
Thanatos si conciliano in maniera straziante e nell’ingresso di Edith nelle varie
stanze, attraverso un irruento sbattere di porte oscure, che si chiudono e si
aprono e raramente si illuminano di Vita.Il percorso tracciato sull’orrore del
nazismo e la disperata ricerca del Tempio e del Cristo e della Gerusalemme
celeste porteranno Edith alla vera meta: Auschwitz.Nessuno consegnerà al Papa
Pio XI la Lettera in cui chiedeva angosciato aiuto per gli Ebrei d’Europa.Edith
morirà con Rosa, sua sorella, come Ebrea e per gli Ebrei.Edith morirà come
cristiana, per i cristiani.Edith morirà come essere umano, per l’Umanità.Oggi
Edith protegge l’Europa. Marta M. è riuscita ad illuminare il labirinto di una
“Notte oscura”.Poche le stelle, il cielo oscuro, il mistero della Mente e della
Coscienza.Talvolta anche il Cinema può essere Poesia.
si leggono molte cose su Naza, ma prima bisogna vedere il film, e capire che tutto quello che abbiamo letto dai palestinesi e dagli ebrei antisionisti (che in qualche posto, come in Italia, passano per antisemiti, secondo il mainstream e le leggi).
dove ho visto il film la sala era piena, nessuno chiacchierava, nessuno guardava il telefonino, tutti eravamo concentrati sulle parole e sulle immagini.
il film non aggiunge molto a quello che si sapeva da parte dai palestinesi e dai (non molti) ebrei antisionisti, solo che ascoltarlo nelle parole di chi sta compiendo il genocidio è molto diverso, gli intervistati sono (tutti o quasi) orgogliosi ed entusiasti di quello che hanno fatto e stanno facendo, parlano di un sistema che non sbaglia, molti affermano che hanno obbedito agli ordini, uno di loro (solo uno) paragona gli israeliani che combattono, a tutti i livelli, ai nazisti; di sicuro a tutti, da appena nati, hanno fatto il lavaggio del cervello.
durante le interviste la telecamera, fra un'intervista e l'altra, osserva e mostra quello che succede nelle case di Tel Aviv, forse, chissà, a far pensare che a Gaza, a poche decine di chilometri da Tel Aviv, le persone stavano a casa, prima di essere sterminate, erano come gli israeliani, nè più nè meno.
poi pensi che il film, girato in Israele da due israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor non cambierà niente in quel paese che passerà alla fogna della storia come genocida, come dice Frank Zappa: "Una delle
mie tesi filosofiche preferite è che la gente sarà d'accordo con te solo se è
giá d'accordo con te. Non riesci a cambiare la mente degli altri ."
i due registi sono ormai, dopo questo film, nella lista nera degli ebrei antisemiti, una categoria che le leggi non prevedono, forse anche le leggi si vergognano.
un film per aver paura, molti film horror sono quasi comici, al confronto.
buona (notturna) visione - Ismaele
ps1: senza polemica, sarebbe interessante sapere quanti degli spettatori di Naza sono andati a vedere Palestina 36 (che mostra quando tutti ebbe inizio, grazie agli splendidi inglesi e ai coloni ebrei fuggiti dall'Europa antisemita), quelli che non lo hanno visto lo vedano, se e quando passerà nei canali di streaming.
ps2: è di questi giorni una notizia positiva, quando all'ONU è stato chiamato a intervenire il genocida e criminale di guerra Netanyahu, 77 delegazioni hanno abbandonato la sala (qui la lista degli stati le cui delegazioni hanno abbandonato la sala, fra le offese e le minacce israeliane).
scrivono Tawfiq Al-Ghussein e
Rania Hammad
...Da oltre un secolo i palestinesi documentano la propria
storia di colonialismo d’insediamento, esproprio delle terre, espulsione e
resistenza. Da quasi tre anni trasmettono sui nostri telefoni, in diretta, la
distruzione di Gaza: ospedali sotto attacco, bambini sepolti sotto le macerie,
famiglie annientate, giornalisti uccisi mentre documentavano ciò che accadeva.
Quelle immagini non avevano bisogno di una traduzione israeliana per essere
comprese.
Eppure quasi nessuno parlava della violenza genocida che
si è estesa alla Cisgiordania, né della repressione dei cittadini palestinesi
di Israele. La storia non è cominciata nell’ottobre 2023, e non riguarda un
solo gruppo né un solo territorio. È un genocidio contro il popolo palestinese,
usato come mezzo per un fine: la pulizia etnica e la sostituzione. È questo il contesto.
E allora la domanda diventa inevitabile: qual è, oggi, lo scopo di NAZA?
Informare? Confermare? Denunciare? Oppure contribuire
concretamente alla giustizia?
Se lo scopo è informare, il destinatario non è certo il
pubblico israeliano, che sapeva e sosteneva il genocidio. Lo dimostrano le
dichiarazioni di politici, giornalisti ed esponenti della società civile, e i
filmati diffusi dai soldati e da comuni cittadini di una società militarizzata,
che impone il servizio militare a tutti i suoi cittadini tranne che ai
palestinesi con cittadinanza israeliana. Non li turbavano nemmeno le notizie
sulla fame a Gaza, la fame usata come arma di genocidio: c’era chi bloccava
l’ingresso dei camion di aiuti e chi derideva i palestinesi, mentre l’esercito
sparava su chi era in fila per il cibo. È quanto accaduto nella cosiddetta
«strage della farina» del 29 febbraio 2024, lungo Al-Rashid Street, quando le
truppe israeliane aprirono il fuoco sulla folla in attesa dei camion di aiuti
umanitari, uccidendo oltre cento persone e ferendone centinaia. L’espressione è
poi passata a indicare anche le successive «stragi del pane», legate alla
disperata distribuzione di cibo a Gaza.
Resta il pubblico occidentale. Quali informazioni gli
mancavano?
Se lo scopo è confermare le testimonianze palestinesi,
perché serve la parola di un soldato israeliano perché diventino credibili? Non
sono bastati i corpi, le immagini e i video diffusi dai palestinesi stessi?
Se lo scopo è denunciare i crimini, che cosa dovrebbe
accadere dopo la denuncia? E quali responsabilità hanno le istituzioni che
applaudono, quando i loro governi dispongono già di un’enorme quantità di
prove?
Se i soldati israeliani intervistati dispongono davvero
di informazioni sulle decisioni operative, sulle catene di comando e sulle
responsabilità individuali, quelle informazioni non possono esaurirsi
nell’emozione del pubblico in sala. Sono dichiarazioni che fanno rabbrividire,
non verità da applaudire. Vanno conservate e messe a disposizione di
investigatori e magistrati indipendenti: della Corte internazionale di
giustizia, nel procedimento per genocidio avviato dal Sudafrica, e della Corte
penale internazionale, che giudica le responsabilità individuali...
...Palestine 36, di Annemarie Jacir,
offre una prospettiva diversa. Restituisce ai palestinesi la soggettività
politica e la continuità della propria storia. Non sono comparse nel risveglio
morale di qualcun altro, ma protagonisti di una società e di una lotta per
l’autodeterminazione che esistevano ben prima dell’ottobre 2023, e prima ancora
della creazione dello Stato di Israele in Palestina.
Non applaudire NAZA non significa rifiutarsi di vederlo.
Significa domandarsi perché venga applaudito e celebrato così, mentre tutto ciò
che i palestinesi hanno già detto e documentato resta in secondo piano...
...Controllare il discorso richiedeva il controllo dei
testimoni: tenere fuori la stampa, uccidere i giornalisti che portavano quelle
telecamere “minacciose” e lasciare che il Goebbels Sionista diffondesse la sua
Hasbara (Propaganda Sionista) per offuscare la verità. Tra i principali
argomenti del discorso “Israele prima di tutto” c’era l’affermazione che il
rapporto tra civili e combattenti uccisi a Gaza fosse migliore di quello
americano in Iraq o in Afghanistan. Era una statistica fatta su misura per le
emittenti televisive via cavo, precisa, autorevole e impossibile da verificare
in modo indipendente, perché coloro che avrebbero potuto controllarla erano
stati esclusi dalle stesse testate giornalistiche dal contestare l’affermazione,
banditi dall’ingresso a Gaza o già uccisi.
Ecco perché
il documentario israeliano NAZA ha ricevuto l’attenzione che ha ricevuto. Il
suo titolo deriva dall’acronimo militare ebraico Nezek Agavi, un termine
agghiacciante che indica il numero di civili che si prevede vengano uccisi e
che viene preso in considerazione dalle valutazioni dei servizi segreti
israeliani quando si prendono decisioni sugli obiettivi a Gaza...
…Non
avevo grandi dubbi che a Gaza si stia commettendo un genodicio, quindi non sono
rimasto sorpreso, quello che ho trovato profondamente
interessante del film (sì, anche nel senso dell’antica maledizione cinese, ti auguro di vivere in tempi
interessanti) è la
descrizione plastica di come si organizza un genocidio e di come ne vivono la
gestione coloro che lo compiono.
In questo
senso, sono certamente strumentali e ingiustificate le repliche difensive che
ho visto girare sui social
(e su molti media
israeliani) che si affannano a negare singoli aspetti del film (spesso, fra l’altro,
con inesattezze), per esempio il ruolo dell’intelligenza artificiale; quello
che conta è la descrizione di un sistema di sterminio.
È chiaro che le
parole sistema di sterminio richiamano associazioni ben precise
con altri eventi del passato; Auschwitz è citato esplicitamente da uno degli
intervistati in uin passaggio del film. La mia idea è, da sempre, che la storia
non si ripete: eventi storici distanti fra loro possono illuminarsi a vicenda,
se ne possono fare comparazioni e possono essere inseriti in categorie storiche
generali, però non sono mai lo stesso fatto, per definizione. C’è un discrimine
preciso in questo tipo di discorsi: il testimone nel film usa la comparazione per
descrivere una propria situazione esistenziale e questo è legittimo; il
passaggio è notevole e i registi hanno fatto bene a conservarlo….
...Il vero soggetto
del documentario è ciò che accade quando un sistema fallisce, sia moralmente
che tecnicamente. L’intelligence israeliana ha mappato ogni edificio a Gaza e
poteva monitorare le comunicazioni telefoniche in tutto il territorio ben prima
della guerra, eppure non è riuscita ad impedire il 7 ottobre. Ogni confessione
e ogni fotogramma ricorda quel giorno...
...Laddove La
voce di Hind Rajab esplorava il devastante impatto psicologico che il
tentativo di salvare Hind Rajab aveva avuto sui soccorritori che avevano
passato ore al telefono con lei, qui l’unica reazione emotiva è la rara
richiesta da parte dell’intervistatore di ripetere un concetto o chiarirlo,
quando la portata disumana delle rivelazioni degli intervistati scalfisce
l’aplomb con cui i due registi impostano la pellicola. Naza infatti
tenta un approccio distaccato, analitico, che cede raramente all’emozione e
all’enfasi. Per questo una delle rare note stonate del film è la decisione
di mostrare sul finale un video verticale con un papà che cerca disperato i
figli sotto le macerie di un condominio bombardato e le drammatiche immagini
di una serie di piedini di bambini che sporgono, immobili e scalzi, dai
calcinacci. Dopo i concisi, puntuali, precisissimi 90 minuti precedenti,
questa aggiunta rischia di risultare manipolatoria...
...Gli applausi a scena aperta di Venezia, il
silenzio gonfio di commozione della sala cinematografica e probabilmente di
tutte le altre sale cinematografiche sono reazioni partecipi ma attese, del
tutto prevedibili. Appartengono a un pubblico che è andato lì intenzionalmente,
che vuole vedere confermata la sua tesi già delineata. Naza non ha
nessuna possibilità di fare proseliti e nemmeno ambisce a farli, perché
nell’era delle fake news appositamente sguinzagliate, dei social,
dell’ideologia individuale che si fa protervia, dei commenti sguaiati e delle
tesi che diventano dogmi inattaccabili, perché nessuno è disposto a conoscere
ma solo ad affermare le sue idee, questo film si rivolge a una precisa
bolla. Chiunque altro non faccia parte della bolla è pronto a
rifiutarlo, a confutarlo, ad aggredire perché lui ce l’ha più lungo degli
altri, soprattutto se gli altri sono circoncisi (lo sono anche i musulmani,
eh).
Naza sarà vero ancor prima di entrare in sala per chi lo va a
vedere e pretestuoso quando non addirittura inattendibile per chi ha deciso a
priori che mai lo vedrà.
Sposta qualcosa? Nulla. Dota solo di un grado maggiore di consapevolezza: che
uccidendo a uno a uno tutti i membri di Hamas se ne andranno con loro anche i
vicini di casa. Finché non ne rimarrà più nessuno. Quelli
della bolla inorridiranno e si chiuderanno ancora più nel loro spesso silenzio.
Tutti gli altri esulteranno. E non importa se fino a tre anni fa questi stessi
altri consideravano gli ebrei né più né meno di come li concepivano i nazisti
durante le leggi di Norimberga.
...Nel 1946 la domanda, come
noto, era come fosse stato possibile vivere dentro un sistema criminale e
continuare la propria vita. Nel 2026 quella domanda è dannatamente peggiore,
adesso le immagini arrivano mentre i fatti accadono e questo non basta comunque
ad impedire che un genocidio accada.
Abraham
e Szor hanno risposto alla maniera di Jaspers: apparteniamo a questa società,
sappiamo ciò che sta accadendo, dunque abbiamo un obbligo.
Questo
film, la sua diffusione, è importante anche a posteriori. Fra molti anni sarà
difficile rifugiarsi nella formula che accompagna quasi tutti i grandi crimini
della storia: io non sapevo. No stavolta non sarà proprio
possibile.
tratto dal romanzo di Ottiero Ottieri, il film (e il romanzo, il titolo è lo stesso) racconta le vicissitudini di un selezionatore del personale in una fabbrica del sud (ispirato allo stesso lavoro fatto dallo scrittore nella fabbrica dell'Olivetti a Pozzuoli).
il dirigente del personale arriva dal nord e si trova in una realtà sconosciuta, tanti disoccupati vogliono un posto nella fabbrica, e scegliere i lavoratori e le lavoratrici è davvero difficile, anche secondo le neutrali e oggettive tecniche moderne di selezione del personale.
siamo nel periodo dell'industrializzazione del sud, i candidati al lavoro sono davvero credibili, povera gente, spesso analfabeti, che vogliono solo faticare, con uno stipendio sicuro.
tutti sono bravi, Stefano Satta Flores sopratutto, è lui che interpreta Donnarumma (che non è un portiere di calcio affermato, ma èsolo un disoccupato di lungo corso), un incubo per la dirigenza della fabbrica.
Prodotta dalla RAI, è la versione
cinematografica dell'omonimo libro del 1959 di Ottiero Ottieri. Una
riproduzione onesta, senza particolari concessioni ad altro che non sia il mero
resoconto dei fatti, che vedono uno psicologo del nord arrivare in uno
stabilimento presso Napoli chiamato a valutare i candidati all'impiego. Il
mondo della fabbrica degli anni '70 è perfettamente rappresentato, con tutti i
suoi risvolti chiari e torbidi. Buono il cast, con un Gianni Garko in parte e
un grande Stefano Satta Flores. Un'occhiata la merita.
In un grande stabilimento nei pressi di Napoli arriva uno psicologo
destinato a selezionare le candidature per le assunzioni in ditta. L'uomo
ancora non si rende conto delle difficoltà del suo compito e della varietà
umana che si troverà davanti.
L’opera più nota di Ottiero Ottieri, sociologo col vezzo della
scrittura o viceversa scrittore con la passione per la sociologia, è Donnarumma
all’assalto, un romanzo del 1959 piuttosto freddo nei toni, molto analitico,
che racconta in prima persona le vicissitudini di uno psicologo alle prese con
le innumerevoli candidature per lo stabilimento Olivetti a Pozzuoli. Va subito
riconosciuta a Marco Leto una notevole capacità di trasportare quanto mai rispettosamente
la pagina scritta nelle immagini della pellicola; questo film, girato per la
Rai nel 1972, risulta compatto, ben narrato e godibile per lo spettatore pur
senza snaturare eccessivamente il testo di partenza – a scrivere la
sceneggiatura è d’altronde intervenuto un tris di firme composto da Bruno Di
Geronimo, Ernesto Guida e dal regista stesso. Leto proveniva da un lungo
apprendistato durante il quale aveva imparato il mestiere a fianco di
professionisti come Franco Rossi, Florestano Vancini e altri ancora; dal 1967
il Nostro passa in prima persona dietro la macchina da presa e comincia a
sfornare una serie di titoli televisivi improntati all’impegno storico e civile
come La sconfitta di Trotsky (1967) e La rivolta dei decabristi (1970) per citarne
solo un paio. È naturale dunque che il suo approccio a un’opera come quella di
Ottieri sia funzionale al progetto; certo, la tensione crescente (che deflagra
nel finale) è gestita con ogni probabilità in modo un po’ approssimativo, ma
d’altronde Leto pare più improntare il suo cinema alle idee che all’azione. Tra
gli attori a sua disposizione ci sono Stefano Satta Flores, Magali Noel, Gianni
Garko e Milena Vukotic: affatto male. Apprezzabile anche la colonna sonora di
Manuel De Sica.
Il film, apparentemente molto
fedele al romanzo, procede alternando riflessioni in prima persona del
protagonista e gli sviluppi veri e propri della vicenda.
Si arriva così a costruire un quadro sociale molto sottile e di impatto, che
mostra uno spaccato della società duro da digerire: un meridione d’Italia
ancora formato da paesi poverissimi in cui la maggior parte delle persone è
semianalfabeta, la disoccupazione è alle stelle ed il lavoro non viene visto
come un’opportunità di sviluppo personale ma come un miraggio, un dono caduto
dal cielo capace di strapparti dalla tua condizione di miseria. Il sistema di
selezione del personale, studiato per valutare attitudini e competenze, risulta
quasi grottesco in un contesto in cui nessuno è interessato a fare un
particolare lavoro piuttosto che un altro, in cui nessuno è in grado di
presentare competenze specifiche se non una generica (e talvolta dichiarata a
parole ma assente nei fatti) voglia di “faticare”.
Il protagonista si scontra con
questa massa di disillusi e demotivati il cui rappresentante di spicco è
proprio Donnarumma, uomo focoso e sanguigno, che passa tutte le sue mattinata
fuori dai cancelli della fabbrica a minacciare i dirigenti, rifiutando di fare
domanda per essere ammesso alla procedura di selezione perché la ritiene una
procedura inutile, sapendo già in principio che verrà scartato. In barba alle
dinamiche del sistema reclama un lavoro perché ne ha bisogno, fottendosene di
test di competenze e colloqui psico-attitudinali.
Una bella fotografia di un mondo
che ora esiste sempre di meno, ma non credo proprio che non esista più del
tutto.
Bello vedere Milena Vukotic in un
ruolo ampio che rende giustizia alle sue abilità recitative e non relegata a
mera spalla comica.
il film racconta la creazione e la distruzione di una cooperativa agricola "americana", durante i primi anni dello stalinismo.
Jussi Ketola viene rapito dalla sua famiglia in Finlandia e portato il quella fattoria, in Unione Sovietica.
sembra una specie di paradiso, ma ben presto l'ossessione dei tradimenti e delle delazioni portano al terrore e agli omicidi.
e tutte le volte che si avvicina quella macchina nera con i viscidi funzionari del partito tremiamo anche noi.
Antti-Jussi Annila fa film che non si dimenticano, e questo ne fa parte.
buona (terroristica) visione - Ismaele
Durante la grande depressione degli anni Trenta, Stalin
invita tutti i lavoratori del mondo a costruire una nuova società basata sulla
giustizia, sull'uguaglianza e sulla libertà. Più di dieci mila americani
rispondono alla sua chiamata e tra questi vi è Jussi Ketola, un americano di
origini finlandesi. Tuttavia, il sogno di un paradiso comunista va rapidamente
in frantumi quando Jussi è assillato da un lato da alcuni bulli fascisti e
dall'altro lato dalla polizia segreta sovietica. Nonostante gli ostacoli, Jussi
riesce a stabilirsi nella comunità e a costruirsi una famiglia ma, quando
cambia il clima politico, gli stranieri iniziano a essere considerati elementi
indesiderati e a scomparire misteriosamente.
…Lo sfondo storico di The Eternal Road, ispirato peraltro a fatti realmente accaduti (e già
condensati in un libro dal connazionale Antti Tuuri), corrisponde alla Grande
Depressione degli anni ’30, periodo di crisi iniziato negli USA di cui Stalin
approfittò per esortare i lavoratori degli altri paesi a raggiungere l’URSS,
così da costruire tutti insieme una nuova società basata sulla giustizia,
l’uguaglianza e la libertà. Anche molti cittadini americani e canadesi vicini
alle idee socialiste accettarono l’invito. Furono più di 10.000. Ma per loro
non finì bene. Mutato il clima politico, instauratasi una spirale di controlli
polizieschi, paranoie diffuse e repressioni di rara ferocia, quelle volenterose
comunità “ospiti” del sogno sovietico riorganizzate in kolchoz nella regione artica furono decimate una dopo l’altra, tra
delazioni, processi farsa, brutali interrogatori, torture, esecuzioni sommarie
e uccisioni di massa. Pochi “fortunati” furono semplicemente rimpatriati nei
paesi d’origine, ma per il resto la spietata macchina di morte messa in moto da
Stalin e dai suoi più stretti collaboratori non conobbe pietà. E in questa
cornice ha luogo anche la fosca avventura del nostro protagonista, il
finlandese Jussi Ketola (qui interpretato da un convincente Tommi Korpela),
soggetto pacifico e anarcoide prelevato con la forza da connazionali di estrema
destra e costretto a riparare in Unione Sovietica, dove gli verrà impedito per
anni di tornare dalla propria famiglia, costretto invece a partecipare alla
costruzione del fantomatico “paradiso dei lavoratori” sotto il controllo
continuo della polizia politica, fino ad assistere in prima persona a
indicibili orrori sottraendosi lui stesso, un po’ per caso, a una gran brutta
fine. Non inganni la robustezza del tema trattato:
quello di Antti-Jussi Annila non è comunque un semplice film di denuncia, bensì
un polimorfico oggetto filmico che accumula pathos di continuo parafrasando
liberamente gli stilemi del western, del noir, del melo e di diversi altri
generi, riadattati con personalità sia durante il rapimento del protagonista,
sia durante la sua permanenza forzata nel kolchoz. Cinema di altissimo livello, insomma, che finisce poi per
inglobare la tragicità della Storia con una parte finale da incubo, simile
volendo a Katyn del maestro polacco Wajda per la crudezza con cui
le esecuzioni vengono messe in scena.
Annemarie Jacir fa film politici e Palestina 36 non fa eccezione.
dopo otto anni di lavorazione (a partire dalla sceneggiatura) arriva in sala il film che mostra la rivolta dei palestinesi del 1936 (anche con immagini d’archivio) contro il colonialismo britannico e il furto delle terre dei contadini palestinesi da parte dei coloni di origine ebraica protetti e sostenuti dai soldati britannici; le loro stragi di palestinesi e pulizia etnica furono l'anticipo della Nakba.
a pensarci bene non è cambiato molto da allora, i coloni rubano terre, e sorgenti, distruggono villaggi palestinesi, ammazzano palestinesi, c'è un regime di apartheid, un'oppressione e un'occupazione con pochi esempi al mondo.
il film mostra la doppiezza dei colonialisti inglesi, che consegnaro la Palestina ai coloni e qualche anno dopo lo stato d'Israele si sostituì ai britannici nell'opera di colonialismo*.
la regista ha girato il film fra la Giordania e la Palestina, gli attori sono tutti bravi, anche chi interpreta i pessimi inglesi, e il film, anche se fa star male, merita di essere visto, anche purtroppo è solo in 27 sale in tutta Italia.
buona (resistente) visione - Ismaele
*il colonialismo è (quasi?) sempre la precondizione, il brodo di coltura per genocidi e pulizie etniche, come è successo agli Herero e ai Nama, ad opera dei tedeschi nel territorio dell'attuale Namibia, in Congo, ad opera dei belgi fra il XIX e il XX secolo, in Libia ed Etiopia, ad opera dell'Italia, e così via.
anche in Palestina genocidio, pulizia etnica e furti di terre, e non solo, sono le conseguenze del colonialismo, il cancro più diffuso degli ultimi 5 secoli, forse uno dei più forti valori e principi degli stati europei.
“Palestine 36” (Memoria di una Rivolta) è un film sul passato
palestinese che racconta la storia di oggi - Qassam Muaddi
“Palestine 36” non è un film sulla
rivoluzione palestinese contro il dominio coloniale britannico. Parla
dell’attuale bivio che la Palestina si trova ad affrontare.
La settimana scorsa ho portato i
miei genitori al cinema del Municipio di Ramallah per vedere un film,
l’attesissimo “Palestine 36” della regista palestinese Annemarie Jacir.
Trattandosi della rivoluzione del 1936-1939 in Palestina, pensavo di assistere
a un adattamento cinematografico di eventi che già conoscevo, quindi non mi
aspettavo di imparare nulla di nuovo. Mi sbagliavo.
Il film getta luce sul contesto
sociale e politico della Palestina durante la rivolta palestinese contro il
dominio coloniale britannico attraverso le storie di diversi personaggi,
descrivendo la vita in un villaggio palestinese attraverso le vite di una famiglia
contadina, in particolare dei suoi figli. Mostra anche la realtà dei lavoratori
palestinesi e la paralisi politica delle élite palestinesi, nonché i loro
complicati rapporti con le autorità britanniche.
Ma al centro di tutto, il film segue
una giovane e appassionata giornalista palestinese che cerca di dare un senso
alla rapida evoluzione degli eventi nel suo Paese. Cerca di spiegare questi
cambiamenti alla sua società e al mondo, quasi urlando nel vuoto.
Quel personaggio in particolare mi
ha ricordato una canzone pop spagnola sulla guerra civile spagnola, che ebbe
luogo esattamente negli stessi anni della rivoluzione palestinese, dal 1936 al
1939. Uno dei versi della canzone dice:
“Bombe che rubano il sonno,
fischiarono in quelle notti
La terra si spacca in due, e
il mondo distoglie lo sguardo…”
“Palestine 36” mostra come la terra
della Palestina fosse divisa in due: il divario tra la difficile situazione dei
palestinesi e la mentalità coloniale degli inglesi; il divario tra la realtà
delle classi popolari palestinesi, che sopportano povertà, perdita di terre e
brutali punizioni collettive per mano degli inglesi, e le élite palestinesi
perse nelle loro dispute politiche e nei calcoli dei profitti e delle perdite
derivanti dalle rendite fondiarie.
Ma questi dettagli non mi erano
nuovi. I palestinesi della mia età conoscono la brutalità degli inglesi dai
nostri anziani che l’hanno vissuta in prima persona, e perché l’occupazione
israeliana ne ha ereditato i metodi. Leggiamo anche delle divisioni del movimento
nazionale palestinese dell’epoca, e possiamo vedere come i nostri attuali
leader abbiano ereditato la loro incapacità di guidare. Persino la
colonizzazione sionista delle terre palestinesi, con la facilitazione e la
protezione delle autorità britanniche, è una storia ben nota a molti della mia
generazione.
Ma qualcosa nel film mi ha colpito.
Era l’atmosfera di ansia, terrore e disperazione di un popolo che vede il
proprio mondo dilaniato a un ritmo accelerato, e la frustrazione di non poter
dare voce a tutto questo. Eppure, io stesso non l’avrei colta nello stesso film
se fosse stato girato cinque anni fa
Quella mattina, come ogni giorno, mi
recai a Ramallah. Ma prima, passai mezz’ora in ansia, sperando che il
posto di blocco all’uscita del mio villaggio si aprisse prima del mio arrivo,
per evitare di perdere un’ora o più del mio tempo. Poi seppi che dei
coloni avevano attaccato un villaggio non molto lontano dal mio e, leggendo le
notizie, sperai che nessuno fosse rimasto ferito, mentre respingevo la
possibilità che il mio villaggio potesse essere il prossimo.
Più tardi, durante la giornata,
trascorsi un’ora a chiamare gli autisti dei minibus della mia zona per
assicurarmi che le strade fossero libere e che i miei genitori potessero
arrivare in tempo per il film. I miei genitori erano già in viaggio quando
seppi che lo stesso posto di blocco era stato chiuso di nuovo. Avevo un
peso nello stomaco, sperando che i soldati israeliani al posto di blocco non
fermassero il minibus che trasportava i miei anziani genitori, sottoponendoli a
un’esperienza umiliante o rimandandoli indietro.
Volevo regalare ai miei genitori una
giornata fuori per fargli sentire che tutto era “normale”. In seguito,
guardando scene di abitanti di un villaggio palestinese di 80 anni fa che
calcolavano il tempo necessario per andare e tornare dal loro villaggio alla
città – e i rischi associati al viaggio – la continuità tra passato e presente
mi apparve più che un po’ inquietante.
La figura che mi ha colpito di più è
stata la giornalista. All’epoca non poteva sapere che la rivoluzione sarebbe
stata schiacciata, o che un evento apocalittico, la Nakba, le sarebbe seguito
oltre un decennio dopo. L’unica cosa che sapeva era che ciò che faceva –
indagare, comprendere, scrivere – aveva uno scopo. Sembrava frustrata dalle
élite palestinesi, che cercavano di ragionare con gli inglesi per proteggere i
palestinesi. Denunciava la loro incapacità di unirsi, pur mantenendo una certa
ingenuità, nel tentativo di imporre chiarezza nel caos della retorica politica.
E la tragedia di tutto ciò è che fu infruttuoso. Lo sappiamo perché i giornali
palestinesi avevano messo in guardia contro il progetto sionista fin dagli anni
’20 e avevano difeso la causa del popolo palestinese negli anni rivoluzionari
del 1936-1939, anche di fronte a una leadership divisa. Non si fece nulla per
fermare il processo coloniale che cancellò metà dei villaggi e delle città
della Palestina dalla mappa.
“Non è il 1936”, pensai mentre
uscivo dal cinema, mentre i miei genitori cercavano di capire se saremmo
riusciti a tornare a casa a un’ora così tarda. “Questo è il mio villaggio oggi.
Ora è Ramallah”. Poi sentii il cuore sprofondare quando mi colpì il pensiero
successivo: la differenza è che oggi sappiamo tutti a cosa stava portando quel
processo. E quella giornalista appassionata, giovane e ingenua? Quello sono io,
che cerco di spiegare tutto a un mondo che ha pieno accesso a ciò che sta
accadendo, eppure rimane intenzionalmente sordo.
La consapevolezza di questo ciclo
storico arriverebbe probabilmente troppo tardi per i palestinesi di Gaza, dove
il nuovo ciclo della Nakba ha già distrutto le loro case e comunità. Ma
qualcosa in questo ciclo sembra essersi rotto.
“Palestine 36” è il primo
adattamento cinematografico della rivoluzione del 1936 per il pubblico
internazionale, e molti in tutto il mondo stanno appena iniziando a conoscere
quell’episodio della storia palestinese. Ci sono voluti decenni perché la
realtà della Nakba venisse riconosciuta. Ma ora non è più così.
Il genocidio di Gaza è stato
trasmesso in diretta streaming e, per la prima volta nella storia, non ci sarà
bisogno di passare anni a cercare prove del genocidio. L’umanità in generale
non ha lasciato che accadesse. Al contrario, è stato il fatto che le proteste
di massa non si siano fermate per due anni e abbiano iniziato a influenzare il
dibattito politico e le politiche in molti Paesi a costringere gli Stati Uniti
a imporre un cessate il fuoco a Gaza. Questa consapevolezza internazionale
potrebbe anche essere una delle ragioni per cui i palestinesi di Gaza non sono
ancora stati sostituiti dagli insediamenti, come accadde nel 1948. Ma il
giornalismo è giornalismo, ieri come oggi, quindi qual è la differenza?
Non credo che siano Internet o i
social media a fare la differenza. Questi sono solo i mezzi che hanno permesso
che la vera differenza entrasse in gioco: un pubblico internazionale che si
interessa davvero e vuole sapere. Un’umanità che porta con sé il trauma delle
atrocità passate, da Hiroshima al Vietnam, da Guernica all’Iraq, è stanca della
ripetizione della stessa brutalità. Probabilmente è qualcosa su cui un
giornalista palestinese degli anni ’30 non poteva contare, o nemmeno sognare.
La speranza, forse folle, è che questa volta sarà diverso. Questa volta, anche se
“la terra si spacca in due”, non tutti nel mondo “distoglieranno lo sguardo”.
Nota storica. La rivolta
guidata dai contadini contro il colonialismo britannico nel 1936 segnò l’inizio
della più grande e lunga insurrezione contro il dominio britannico durato
trent’anni. I palestinesi di tutte le classi sociali si mobilitarono e il
sentimento nazionalista si diffuse sulla stampa araba, nelle scuole e nei
circoli sociali e letterari. Gli inglesi, colti di sorpresa dall’ampiezza e
dall’intensità della rivolta, reagirono ponendo la Palestina sotto la legge
marziale e schierando oltre ventimila soldati sul territorio, senza tuttavia
riuscire a controllare una popolazione di meno di un milione di persone.
Arrivarono navi cariche di carri armati e mitragliatrici. La Royal Air Force
iniziò a mitragliare le campagne. Migliaia di palestinesi furono imprigionati,
picchiati e i leader esiliati. La rivolta durò tre anni e fu probabilmente la
più grande e lunga rivolta anticoloniale dell’Impero britannico…
…È significativo che le intuizioni artistiche più
felici di Jacir abbiano tutte una base politica. Uno dei punti di forza di Palestina 36 è la scelta di raccontare la storia
attraverso una narrazione corale, che mette al centro non un individuo ma la
lotta collettiva del popolo palestinese, dai bambini ai membri più anziani del
villaggio. Allo stesso tempo i palestinesi non sono raffigurati come un blocco
omogeneo, ma come membri di una società solcata da divisioni di classe,
evidenziate dal contrasto tra lo stile di vita di Khuloud e Amir, che vivono a
Gerusalemme a stretto contatto con gli ufficiali britannici, e i contadini del
villaggio. La subalternità delle élite palestinesi all’imperialismo e la
collusione con gli stessi sionisti sono tra le tematiche più importanti del
film.
La coralità serve anche a dare un taglio quasi documentaristico alla
narrazione, sistematicamente intervallata dall’inserimento di materiale
d’archivio. Queste riprese d’epoca sono state colorate per ridurre la distanza
con lo spettatore: Palestine 36 si
svolge novant’anni fa, ma il film ci parla dell’oggi.
D’altra parte, che non si tratti di una pellicola di interesse esclusivamente
storico è dimostrato dalla stessa vicenda della sua realizzazione. Jasir ha
insistito perché il film continuasse a essere girato in Palestina anche dopo il
7 ottobre, nonostante i costi, le difficoltà e i rischi. Le riprese, che
dovevano durare un paio di mesi, sono così proseguite per quasi due anni.
Quella decisione, di chiara valenza politica, ha dato vita ad alcune delle
inquadrature più potenti del film. In Palestina 36 la terra non fa solo da sfondo, diventa a
sua volta un personaggio, privo di voce ma straordinariamente eloquente. Il
villaggio al centro del racconto, raso al suolo durante la Nakba, è stato
ricostruito dalla troupe. In un impressionante cortocircuito tra realtà e
finzione, quell’area è stata poi occupata dai coloni sionisti. Il passato non è
morto, avrebbe detto Faulkner, non è nemmeno passato. In questo senso, la
recensione migliore di Palestina 36 porta
la firma della polizia israeliana che, quando il film è uscito a Gerusalemme
Est, ha fatto irruzione nella sala per sequestrarlo.
Se è vero che è impossibile capire il presente
senza conoscere il passato, allora il cinema serve anche a questo: a
ricostruire vicende cadute nell’oblio, a ricomporre i pezzi di una storia
spezzata, a riconsegnare la memoria negata a chi ha combattuto per un
cambiamento. Lo sa bene Annemarie Jacir, donna di cinema tout court
– non solo regista e sceneggiatrice ma anche produttrice e programmer,
nonché prima palestinese ad aver diretto un lungometraggio, Il sale di questo mare (2008) – che torna a una vicenda di
novant’anni fa per inquadrare le questioni contemporanee. È tutto nel titolo, Palestina 36, ovvero il dove e il quando, con un sottotitolo
italiano, Quando tutto ebbe inizio, che ci dice pure il cosa…
1936.
Mentre i villaggi della Palestina si ribellano al dominio coloniale britannico,
Yusuf si divide tra la sua casa di campagna e Gerusalemme, dove si respire
grande irrequietudine, desiderando un futuro al di là dei crescenti disordini.
Ma la storia è inesorabile. Con il numero crescente di immigrati ebrei in fuga
dall’antisemitismo in Europa e la popolazione palestinese che si unisce nella
più grande e lunga rivolta contro il dominio britannico durato 30 anni, tutte
le parti precipitano verso un inevitabile scontro in un momento decisivo per
l’Impero britannico e il futuro dell’intera regione.
…Se la violenza
e le tensioni (da ambo le parti) erano già cominciate da oltre un decennio, il
vibrante panorama palestinese messo in scena da Jacir abbraccia la sfera culturale
e quella politica, il mondo dei lavoratori portuali e degli scioperi operai, le
ipocrisie degli intellettuali e la vita contadina nei villaggi, con più di un
occhio alla disparità tra classi sociali, sfaccettattura raramente esplorata
sull'argomento.
Come a riconoscere che nessun singolo personaggio di finzione può mai
racchiudere in sé tutto il peso di vicende così spinose, il film deflagra in
soggettività parziali a cui prestano il volto un gran numero di attori
riconoscibili: Liam Cunningham e Jeremy Irons dal lato britannico e la
leggendaria Hiam Abbass a capeggiare la nutrita schiera palestinese, in cui nel
piccolo ruolo di Khalid fa sempre piacere ritrovare il poliedrico Saleh Bakri,
protagonista di Salvo nel 2013 per Grassadonia
e Piazza,
collaboratore storico di Jacir e poi più di recente star ne Il caftano blu per Maryam Touzani.
Ci sarebbe anche Robert Aramayo nel ruolo più insidioso,
quello di un militare che sembra una macchietta di malvagità finché non si va
ad approfondire la figura storica del fanatico Wingate da lui interpretato. Palestina 36 è un'opera a tratti brutale, ma
che si guadagna la dignità di esserlo tessendo - entro i confini del genere
storico drammatico - una tela meticolosa in precedenza. Lo fa in modo a volte
comprensibilmente didattico, e dichiaratamente focalizzato sull'esperienza del
popolo arabo: ciò vuol dire che ci sono delle omissioni scomode, che si
configurano però come gesto politico di resistenza a tante opere precedenti,
dai tempi di Exodus fino al recente Shoshana di Winterbottom.
Come sempre il cinema - e la narrativa tutta - è una tensione alternata tra chi
ha i mezzi strutturali per raccontare la sua storia e chi no…
…Il film affronta questioni che mantengono una forte
attualità, dalla resistenza al trauma collettivo,
passando per le dinamiche interne a una società frammentata e per il ruolo
della memoria come gesto politico e affettivo.
In un contesto internazionale nel quale la rappresentazione della Palestina è
attraversata da interpretazioni, interessi e narrazioni differenti, Jacir
sceglie un punto di vista interno e intimo, con l’obiettivo di mantenere viva
una memoria che non vuole trasformarsi in monumento, ma continuare a essere
trasmessa e condivisa.
Palestina 36 – Quando tutto
ebbe inizio guarda dunque al
passato per interrogare il presente e costruisce un dialogo diretto con il
nostro tempo, attraverso una vicenda ambientata quasi novant’anni fa ma legata
a questioni ancora aperte.