sabato 14 febbraio 2026

Il maestro che promise il mare - Patricia Font

una storia come tante, come troppe.

in Spagna i fascisti fecero un genocidio (solo parziale, per fortuna) degli uomini e donne libere, in Catalogna, sopratutto.

nel film vediamo bambini e bambine che finalmente hanno un maestro come si deve, non il prete fascista, vediamo la ricerca della memoria, vediamo che i bambini, tutti, hanno sempre amato il maestro.

gli spettatori vivi si commuoveranno, è sicuro.

Antoni è il maestro che avremmo voluto tutti.

buona (memorabile) visione - Ismaele

  

 

È un piccolo film Il maestro che promise il mare di Patricia Font. Piccolo quanto il borgo di Bañuelos de Bureba, un villaggio della provincia di Burgos situato nel nord della Spagna. Dove tutti conoscono tutti e anche l’arrivo di un nuovo maestro di scuola può causare un certo scalpore. Del resto Antoni Benaiges (Enric Auquer) ha qualcosa di diverso, di speciale. È ateo, di sinistra, non è severo. È pieno di entusiasmo e predilige bizzarri metodi d’insegnamento. Con lui i bambini si divertono, imparano, passeggiano nei boschi. Progettano persino di partire per vedere il mare. Mentre sullo sfondo inizia a profilarsi lo spettro della sanguinosa guerra civile spagnola – che di lì a pochi mesi spazzerà via inesorabile ogni traccia di candore, seminando inquietudine…

https://www.sentieriselvaggi.it/il-maestro-che-promise-il-mare-di-patricia-font/

 

Antoni prende come riferimento l’esperienza  di Célestin Freinet, pilastro della pedagogia popolare: rivoluziona il sistema scolastico locale, aprendo le porte della scuola a tutti i bambini, maschi e femmine, dando così vita alla classe mista. Egli, partendo dalle esperienze di vita quotidiana dei bambini, insegna loro concetti nuovi e fonda il suo modo di lavorare sulla laicità della scuola, rimuovendo il crocifisso dalla classe, perche la religione non va imposta.I cardini principali del suo modo d’insegnare sono l’outdoor education, in quanto promuove spesso attività all’aperto, alla scoperta del mondo circostante, e la cooperazione, in modo particolare utilizzando la tipografia a scuola per la realizzazione di quaderni scritti e stampati dai bambini, nei quali raccontano le loro esperienze, storie ed emozioni. È proprio attraverso questa attività che il maestro viene a conoscere che molti dei suoi studenti non hanno mai visto il mare: il quaderno, frutto dei racconti dei bambini, si rivelerà cruciale per la conclusione della narrazione. Da vedere, per insegnanti e non solo.

https://www.vicini.to.it/2024/11/il-maestro-che-promise-il-mare-di-patricia-font/

 

Il maestro che promise il mare, con una regia quasi invisibile ma solida quanto basta per catturare gli sguardi di Antoni e quelli dei suoi studenti in modo raro ed empatico, esorta il pubblico a una prospettiva nostalgica, malinconica e riflessiva verso il futuro. Non può esistere un futuro migliore di quello che si dipana immaginandolo davanti agli occhi dello spettatore incredulo per le vicende che animano e sconfortano la vita del piccolo paesino spagnolo. Un futuro migliore può coesistere non dimenticando le radici: questo sembra il consiglio più bello che Il maestro che promise il mare possa lasciare al suo spettatore con una dolce sofferenza mai scontata.

https://www.asburymovies.it/2024/09/19/il-maestro-che-promise-il-mare/

 

Con una cornice storica che richiama quella dell’almodovariano Madres paralelas e una trama che contiene evidenti rimandi a La lengua de las mariposas di José Luis Cuerda (bella opera del 1999, ispirata da un romanzo che si focalizzava su una vicenda simile, che non ha mai avuto una distribuzione italiana nelle sale), la regista catalana Patricia Font ha costruito una storia commovente e dolorosa, dal tratto garbato, incentrata sulla (vera) vicenda umana di Benaiges, che nell’insegnamento applicava il “metodo naturale” – agile, cooperativo e imperniato sui bisogni degli alunni – elaborato dal pedagogista Célestin Freinet, che era assolutamente contrario a qualunque forma di castigo e repressione nei confronti dei bambini, accessori ritenuti per contro imprescindibili nelle rigide procedure di formazione scolastica del tempo. Baciato da un successo inatteso in Spagna, Il maestro che promise il mare è latore di un messaggio universale sul versante didattico e mostra un’esposizione nitida, che esplicita la propria voglia di testimonianza saldando passato e presente attraverso il collante della tolleranza e del rispetto delle idee, contrapposte alla brutalità del sopruso. Un racconto di formazione che funziona bene proprio per la sua immediatezza e che in patria ha intercettato l’urgenza diffusa di far luce su un periodo la cui memoria venne seppellita insieme ai corpi di chi dissentiva. Ciò che non pare all’altezza della “missione” è invece l’estetica del film, sebbene abbia senz’altro contribuito alla sua popolarità in virtù di un’ammiccante gradevolezza.

https://duels.it/sogni-elettrici/un-racconto-di-formazione-il-maestro-che-promise-il-mare-di-patricia-font/

 

 


venerdì 13 febbraio 2026

Hamnet – Nel nome del figlio - Chloé Zhao

Agnes (interpretata da Jessie Buckley) è la moglie di William (interpretato da Paul Mescal) e tiene il centro della scena per tutto il film, Paul Mescal si sacrifica, sparisce dalla loro casa per andare a lavorare a Londra.

e però, quando Agnes col fratello va a Londra, dopo la morte di Hamnet, per vedere cosa fa William, capita, per coincidenza, quando a teatro appare Amleto.

e allora Agnes e William, senza dire una parola, si ritrovano nelle parole di Amleto, entrambi sanno che Amleto non è altro che Hamnet, e le parole di Amleto non sono altro, finalmente, che l'elaborazione del lutto di Agnes e William per la morte del bambino.

tutti i dubbi sul film sono compensati dalla prova maiuscola di Jessie Buckley.

buona (Agnes) visione - Ismaele


 

 

Chloé Zhao accetta così di rileggere il mito shakespeariano al cinema concentrandosi su come l’elaborazione del lutto più indicibile abbia portato alla nascita della prima grande tragedia del Bardo. Lo fa adottando un punto di vista femminile e inserendo nella narrazione la propria idea dell’essere umano come parte integrante della natura. La sua Agnes, crocevia di vita e di morte, è sorella del falco che guida e delle foglie che crescono sugli alberi, tra le cui radici ritrova una versione fetale di se stessa: una ninfa che attrae un uomo con la testa rivolta a un altrove fatto di parole e di immaginazione.

I punti di connessione in cui si gioca il destino del loro rapporto risiedono nella dimensione spirituale e intimista che condividono e che i figli incarnano. Soprattutto Hamnet, aspirante commediante che agita il bastone tra l’erba alta tanto amata dalla madre. La sua scomparsa – anticipata da cattivi auspici e ombrosi presagi – sancisce il crollo di un apparato tanto potente quanto fragile, con i piedi che affondano nell’umido (ultra)terriccio del bosco e il capo sospeso tra le infinite combinazioni delle parole e dei loro significati…

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il film compie un vero miracolo narrativo e cinematografico. Agnes si reca al Globe e, tra la folla, assiste alla rappresentazione. Sul palcoscenico c’è un giovane principe Amleto interpretato da un attore che evoca il figlio perduto (nel film è Noah Jupe, nella vita il fratello di Jacobi Jupe-Hamnet) e Agnes comprende: l’opera è il grido di dolore di William, la sua personale elaborazione del lutto. È una scena di incredibile intensità e Jessie Buckley – straordinaria in tutto il film – qui offre una interpretazione superba rivelando una gamma di emozioni che passano dallo stupore alla consapevolezza, dalla rivelazione alla catarsi, senza proferire una parola…

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Si parte da un contre-plongée malickiano sulle cime degli alberi, poi vediamo il romance tra il riflessivo William e la sciamanica Agnes svilupparsi tra gli uccelli della frasca e le purpuree more, poi tra le buie stanze e i lumi di candela, in un crescendo di primi piani e continue urla di rabbia e dolore che nemmeno in Dragon Ball. Agnes – sempre rossovestita – incarna il female gaze che dovrebbe illuminare le stanze segrete del drammaturgo più influente dell'Ovesturia, rivelandone gli affetti e i drammi familiari. Stanze che funzionano come palchi per le interpretazioni cangianti e sofferte di Mescal e Buckley, anche perché i personaggi secondari diventano anche terziari o quaternari, e la città di Stratford appare spoglia o spopolata come un set a fine riprese.

La fotografia di Żal ("La zona di interesse"), lugubre e punteggiata di vividi colori, accompagna una regia che alterna frequenti primi piani a campi lunghi e paesaggi che fungono da correlativi oggettivi, espressioni impersonali di emozioni personali. Carini, ma inutili: di solito è qui che la regia di Zhao funziona meglio, ma l'emotività viene letteralmente urlata in faccia al pubblico, e tutto il comparto tecnico – sceneggiatura, scenografia, fotografia, dialoghi – lavora per accumulo e pressione, non va a osservare i personaggi ma piuttosto a spremerli per condensare tutta l'emotività che è possibile raccogliere in un concentrato di scene madri

lo "Hamnet" di Zhao ha il tono compunto e solenne di una messa e purtroppo anche lo stesso effetto. Per carità, l'Oscar val bene una messa e qui ci sono i requisiti per vincerne più d'uno – il femminismo di mestiere, la nazionalpopolarizzazione del Bardo e un arsenale di urla pianti sospiri che però, piuttosto che ad Amleto, fa pensare al Macbeth: una storia piena di rumore e furia/che non significa nulla.

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La pellicola soffre di un’eccessiva solennità. Si percepisce chiaramente l’ambizione da “film prestige”: l’estetica è così impeccabile e curata da sembrare, a tratti, costruita appositamente per sedurre le giurie dei festival, un fattore che rischia di generare un certo distacco emotivo.

L’opera si trova costantemente in bilico tra la capacità di commuovere profondamente e il limite di sembrare un prodotto troppo rifinito a tavolino per risultare davvero viscerale. La prova attoriale del duo protagonista è però salvifica: talmente intensa da catalizzare l’attenzione dello spettatore anche nei momenti in cui il ritmo rallenta e la narrazione rischia di farsi un po’ statica.

In conclusione, Hamnet è oggettivamente un’opera di alto livello, un film godibile che regala momenti di autentica commozione e una riflessione preziosa sul potere catartico dell’arte. La capacità della Zhao di ribaltare la prospettiva, mettendo al centro la figura di Agnes anziché quella del Bardo, è un’operazione intelligente. Sebbene questa estrema cura formale possa a tratti far apparire il film più simile a un prezioso oggetto d’arte che a un racconto viscerale, l’opera resta un titolo caldamente consigliato, capace di lasciare un segno duraturo nello spettatore. È un viaggio visivo che merita di essere vissuto, pur accettando quei momenti di stasi in cui la bellezza dell’immagine sembra prevalere sulla fluidità del racconto.

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mercoledì 11 febbraio 2026

Nella colonia penale - Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana

nella Sardegna delle basi militari, delle pale eoliche, dell'emigrazione dei giovani (e non solo), delle prigioni per i galeotti del 41bis, fra le altre cose, ci sono anche le colonie penali, prigioni a misura di detenuto.

i quattro registi (Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana) seguono ciascuno una delle colonie penali, Isili, Mamone e Is Arenas, che sono colonie penali attive, e l'Asinara, una ex colonia penale, ormai diventata un parco naturale.

vediamo il funzionamento della colonia, conosciamo qualche detenuto, spesso africani, un giorno usciranno, tornando alla vita libera.

ci sono altri condannati, nelle colonie penali (ed ex), pecore, capre e agnelli.

un documentario diverso dal solito, che merita di essere visto, se qualche cinema lo presenta.

buona (penale) visione - Ismaele

 

 

Note di regia

Fin dal primo momento, quando abbiamo cominciato a lavorare sul progetto, abbiamo considerato le colonie penali non soltanto uno spazio di privazione della libertà, ma anche come la rappresentazione di uno stato di eccezione.
La fase di scrittura de Nella colonia penale è iniziata in piena pandemia. La riduzione delle attività in pubblico legata al distanziamento fisico e la limitazione della libertà di movimento ci hanno fatto interrogare sulla natura di quei luoghi. Ricordiamo, all’inizio del primo lockdown, le rivolte carcerarie. Nelle colonie penali sarde, invece, sembrava
tutto sospeso. La condizione dei detenuti come lavoratori all’aperto rendeva il loro stato di prigionia ancora più inusuale, quasi fosse un privilegio rispetto a chi trascorre 24 ore chiuso in cella.
È da questa osservazione che è nata una rivelazione importante per noi: la parziale sovrapposizione tra il detenuto della colonia penale (oggi casa di lavoro all’aperto) e il lavoratore salariato, inserito all’interno di meccaniche di discipline, controllo e violenza.
Questo assunto kafkiano è stato fondamentale per riscrivere il film in fase di montaggio. Il film a episodi, girato da quattro registi diversi in altrettanti luoghi, è stato scritto, diretto e montato con l’obiettivo di costruire un discorso unitario sulla natura intrinseca dello sfruttamento, che parte dall’umano fino all’animale, svelandone la normalità codificata e la ritualità, in uno spazio altro da noi, fuori dalla società, ma in cui siamo pienamente addentro, poiché ne è diretta espressione.

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In Sardegna, nascoste in luoghi quasi inaccessibili, esistono ancora oggi tre delle ultime colonie penali attive in Europa. In queste case di lavoro all’aperto, i detenuti scontano la pena dividendo il loro tempo tra le mura della cella e il lavoro: coltivano la terra, allevano animali da pascolo, svolgono compiti di manutenzione della stessa struttura in cui sono rinchiusi.

A Isili, Mamone, e Is Arenas i detenuti sono perlopiù persone migranti. Ignoriamo la loro provenienza, il reato per cui sono stati rinchiusi, per quanto tempo ancora dovranno stare lontani dal mondo. Il lavoro scandisce il tempo fermo e dilatato della prigionia, in cui l’uomo e animale vivono a stretto contatto. Il dispositivo di sorveglianza e repressione sembra ripetersi immutato di fronte alla macchina da presa, di colonia in colonia. Cambiano i volti, le guardie e i condannati, ma il sistema di controllo rimane il medesimo.

Nell’ex colonia penale dell’Asinara, quando il rapporto tra carceriere e carcerato viene meno, tra le rovine delle prigioni abbandonate emerge una nuova dialettica di sopraffazione, che vede a confronto l’animale in libertà di fronte all’essere umano.

Nella colonia penale è un film che si immerge in uno spazio di eccezione: un regime carcerario retaggio del passato, sul punto di scomparire, lontano dalla nostra società, ma di cui è allo stesso tempo una diretta emanazione della stessa.

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…Scritto e diretto da Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana, accompagna lo sguardo nella quotidianità assorbita dai rumori di fondo agresti e lo stridio delle gabbie, ed in quello scrutare finisce di abbattere il muro tra interno ed esterno. Lasciato da parte l’archivio, terreno d’elezione di Gaetano Crivaro e soci, il progetto stavolta usa dei materiali inediti con il medesimo grande lavoro di montaggio visivo e sonoro. Non di conflitto si può parlare per la sceneggiatura quanto piuttosto di una raccolta discreta di atmosfere e respiri, di momenti unici che poi vanno a comporre un puzzle più grande e rivendicano un tesi nella quiete di una comunità unita dagli eventi e dalle necessità. Nelle note di copertina dell’album We’re Only in It for the Money Frank Zappa consigliava di leggere Nella colonia penale di Franz Kafka prima di ascoltare il brano The Chrome Plated Megaphone of Destiny. Sarebbe utile guardare questo lavoro invece per riflettere su modi alternativi di considerare il regime carcerario, fatto di privazione e sovraffollamento, e scoprire quanto possa essere leggera la linea di contrasto tra i buoni ed i cattivi. E quanto l’aspetto ambientale possa risultare terapeutico e non soffocante se inquadrato nel contesto giusto.

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…Un elemento costante che accompagna il film e i detenuti è la presenza degli animali che nell’episodio finale, l’Asinara, diventano centrali.

A: L’animale è un elemento costante perché è uno strumento di lavoro inserito in una dinamica di sfruttamento che si evolve e si trasforma anche quando il carcere scompare. All’Asinara la struttura è diventata un parco, ma di fatto resta un carcere: persistono gli stessi meccanismi di detenzione, monitoraggio e repressione. Avviene una sorta di metamorfosi in cui i prigionieri diventano gli animali e l’essere umano è nuovamente carceriere. Gli animali che vivono e che popolano questi luoghi considerati selvaggi, sono in realtà animali da lavoro che, con la chiusura del carcere, si sono ritrovati a vivere nella riserva.

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Nella colonia penale, come si è detto, è un puro e rigoroso documentario osservazionale, che lascia parlare le immagini. Non ci sono passaggi didascalici che per esempio descrivano i detenuti e i reati per cui sono stati condannati. Non è un pamphlet di denuncia, almeno non lo è direttamente, sul rispetto o meno dei principi della giusta detenzione secondo i nostri principi costituzionali. Qualcosa trapela, come l’abbondanza di nomi arabi, come Mustafa, o alcune frasi nell’ora d’aria a Isili: «Siamo sequestrati», «Sono qui per nulla». Nello stesso segmento c’è l’immagine dei “mille occhi”, degli schermi delle telecamere di sorveglianza che tutto controllano. Nel secondo episodio, quello di Mamone, c’è la ricorrenza di un’immagine della Madonna. Si segnala un scena dove in campo lungo, nel carcere, sembra di assistere a una scena di rissa che si rivela poi un gioco tra detenuti, un momento di ambiguità rispetto alla cifra da documentario del film. Alcuni elementi tornano tra gli episodi, come i canti dei detenuti, a Mamone e Is Arenas, come fossero dei gospel. E torna soprattutto la presenza della natura, la nebbia e la neve a Mamone, il cervo a Is Arenas, e il tripudio paesaggistico dell’Asinara, dove si chiude il film con l’immagine dei cavalli allo stato brado. Un finale di libertà e speranza per quell’isola che è un gioiello naturalistico e che ha avuto una parte importante nella storia della lotta alla criminalità organizzata.

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lunedì 9 febbraio 2026

Society – The Horror (1989) – Brian Yuzna

in questi tempi di Epstein files, Society aveva già fatto vedere tutto, non su un'isola delle Virgin Islands, ma in una bella villa da ricchissimi.

s'inizia ridendo e scherzando, poi il film vira verso il dramma e l'horror (ma per questo film il genere è riduttivo).

e sopratutto è un film politico, che non fa sconti alle squallide elites che governano quella città (e il mondo).

col tempo il film (che è un piccolo capolavoro) non ha perso un briciolo della sua potenza.

buona (indimenticabile) visione - Ismaele



QUI si può vedere il film completo, in italiano

  

 

"Cosa fai questo weekend?"

"Ma, io vado al mare e te?"

"Io penso di andare a Sarajevo!"

Dal caso Epstein a i "cecchini del weekend" sembra sempre di più di assistere a un film horror di quelli estremi, dove il villan non è quello che ti aspetti sudicio, malvestito isolato dal mondo come i redneck, i reietti e bifolchi, ma quelli che meno ti aspetti, i ricchi coloro che con il denaro e pure tanto, possono comprare vite umane non propriamente disponibili a essere stuprate e uccise in modo barbaro.

E pensare che si è sempre detto "ma sono solo film! la realtà è ben diversa".

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Yuzna dirige questo horror con atmosfere ed anche tematiche(complotto sì complotto no e borghesia) a tinte polanskia ma con una regia originale(non c'è la camera a spalla a seguire la Farrow come in Rosemary'sbaby), ma ed esempio il film inizia con dinamiche simile allo slasher ma per poi puntare su tutt'altro.Ed' notevole come Yuzna caratterizza molto bene tutti i personaggi e allo stempo tempo mette questo alone di mistero alla storia senza far mancare colpi di scena e momenti horror.
Fotografia bellissima che ricorda il primo Cronenberg con questi rossi e verdi e grande utilizzo del neon per illuminare i personaggi a seconda della situazione(caratteristica tipica di Yuzna).Non manca lo huomor nero e la grande critica sociale alla borghesia che vuole essere la classe dominante sovrastando gli altri,e notevoli gli effetti artigianli che resistono anche oggi.

Per me capolavoro.

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Sicuramente talento registico e immaginazione non mancano al bravo Yuzna.Qui mette in scena il mondo edulcorato di Beverly Hills,quello che trovi nelle fiction giovanilistiche e lo abbatte a colpi di macete con una visualizzazione alquanto macabra dei mostri che sono dentro i personaggi,un incrocio malefico tra La cosa di Carpenter e l'Invasione degli ultracorpi e relativi remakes.L'inizio non è brillantissimo ma la progressione è inarrestabile,visivamente potentissima fino ad arrivare ad un finale abbastanza raccapricciante con una serie di creature veramente mostruose,molto ben realizzate dal team dei trucchi visivi.E l'ultima scena non è affatto rassicurante....

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Il film, un tempo severamente vietato ai minorenni, cosa che ne affossò gli incassi, può essere rivisto con il medesimo entusiasmo sia circa per la rappresentazione, sia per la lettura sociale ribadibile ieri come oggi; anzi, oggi ancor più ficcante se s'intende non tanto la cerchia plutocratica ma un ceto medio borghesizzato benpensante e colloso dal volto benigno ma capace di intolleranza demolitiva, perciò abile a fagocitare tutti coloro che, intimoriti dall'essere additati come "cattivi", non dicono o, più sovente, dicono quello che ti dicono sia meglio dire. Questo film di lotta di classe che diventa una questione di sopravvivenza biologica, certo non è perfetto in scrittura, ma è stato comunque ingiustamente marginalizzato e, poi, dimenticato a vantaggio di altre pellicole più riccamente distribuite ma assolutamente meno meritevoli. I giovani appassionati di horror lo recuperino assolutamente.

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In un’epoca storica in cui le mutazioni del corpo sono la scaturigine principale delle riflessioni sulla degenerazione etica, morale e psicologica della società dei consumi – la lezione impartita per lo più da David Cronenberg ha trovato adepti anche in Oriente, come testimonia il canto del corpo elettrico di Shinya Tsukamoto e del suo Tetsuo – Yuzna materializza gli incubi, trasformando l’angosciante timore di un’alta borghesia dedita alle peggiori turpitudini in pura e semplice realtà. I Whitney e tutti i loro amici e vicini sono incestuosi, mostruosi, cannibali. La loro orgia è la fusione di un corpo sociale che si pretende perfetto, e di diritto prioritario. In questa fusione Yuzna si libera di ogni legaccio di realismo per sprofondare in un’allucinazione perversa – rubando il titolo a un film che ha non poche similitudini con questo, e che Adrian Lyne dirigerà un anno più tardi –, permettendo alla sua creatura di volare altissimo, in una sorta di Salò del grottesco. Quasi venti minuti di immersione in un universo altro, doppio satanico e putrescente del mondo in cui viviamo, specchio che deforma pur contenendo nel riflesso la verità più intima. Quello di un mondo di sopraffazione di fronte al quale si può anche fuggire, ma che non può essere sconfitto. Strepitoso inno al kitsch putriscente, sarabanda sarcastica sull’american way of life, smembramento chirurgico del teen-movie e dell’horror, Society è un film a suo modo miracoloso, in grado più di molti altri progetti ambiziosi – ed economicamente più solidi – di cogliere lo stridore assordante sotto la falsa armonia della cosiddetta democrazia.

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Society – The horror è indubbiamente un film politico. Come molti altri film del periodo, cito ad esempio Essi vivono (John Carpenter, 1988) o tutti i film sugli zombie di George A. Romero, anche Society utilizza il genere per fare una riflessione politica sulla nostra società e sulle ridicole e assurde leggi che la regolano.

La critica di Yuzna in questo caso è alle classi sociali che, nonostante decenni di lotte e di conquiste, sono li nell’ombra, pronte a emergere non appena che ne sia il bisogno. La famiglia del nostro protagonista, il giovane Billy, è una famiglia potente e influenza governi e istituzioni solamente grazie alla propria elevatissima ricchezza.

La metafora politica, rappresentata letteralmente negli assurdi ma incredibilmente eccezionali ultimi 20 minuti del film, è proprio quella delle classi agiate che, letteralmente, succhiano la vita e l’energia dai corpi dei più poveri. In questo modo loro prosperano e vivono nel lusso più estremo ma solamente grazie alle fatiche del popolo, il cui lavoro viene sfruttato e utilizzato dai più ricchi per fare la bella vita. Non appena dovesse rompersi questo rapporto classe dominante-classe dominata, anche la vita delle persone più benestanti non potrebbe più funzionare come lo è stato fino ad ora…

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È così che Society si trasforma presto in una manifestazione esplicita degli orrori apparentemente celati nel tessuto sociale (orrori in realtà ben presenti e radicati), esasperandoli e portandoli all’estremo. Grazie anche al ricorso ai magistrali effetti speciali curati dal talento visionario di Screaming Mad George, la spirale di dubbi e di paranoie di Bill finisce progressivamente per mutare in un vero e proprio banchetto del terrore, uno shunting (la suzione, nella versione italiana) che esibisce concretamente la corruzione libidinosa della borghesia statunitense – le affinità con Buñuel sono evidenti – nonché l’avidità di potere e la mortificazione di un’alterità considerata indegna.

Con un fascino quasi cronenberghiano, Yuzna mette in scena una poetica della carne mutata che racchiude in sé, nella sua massa informe sudicia e putrida, il degrado delle apparenze tipico della società capitalista, dove i ricchi non possono che finire – appunto – per cibarsi dei poveri, risucchiandone la linfa vitale, sia metaforicamente sia letteralmente. L’orgia di puro disgusto che ne consegue (il completo opposto dell’abbuffata anarco-liberatoria de Le margheritine di Věra Chytilová, se vogliamo azzardare un paragone), inaspettatamente, riesce anche a divertire con le sue cadute kitsch – pensiamo ad esempio alla celebre sequenza della “faccia da culo” – unendo alla sua tagliente critica sociale quel gusto camp frivolo e da b-movie che ne smussa, con successo, la “pesantezza” tematica, ponendosi a cavallo tra il cinema di denuncia e la goliardia del divertissement.

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domenica 8 febbraio 2026

Bacurau - Juliano Dornelles e Kleber Mendonça Filho

in un piccolo paesino di campagna, in Brasile, in coincidenza con la morte dell'anziana del villaggio, succedono cose terribili, omicidi senza motivo e senza spiegazione, in poche ore.

gli abitanti, destinati al genocidio, riusciranno a salvarsi?

un film strepitoso, senza se e senza ma, un piccolo capolavoro, vedere per credere.

ogni riferimento ai nostri tempi non è casuale.

buona (istruttiva) visione - Ismaele


 

Bacurau révèle les aspects les plus déjantés des réalisateurs. Ils livrent une oeuvre cinématographique très bien réalisée issue des inspirations fantastiques de John Carpenter. Tel un western du futur, l’hémoglobine coule à flot, tout ça pour dépeindre en toile de fond l’injustice d’une population brésilienne laissée pour compte par des politiques distants. Derrière ce conte incroyable, c’est surtout le malaise des habitants ruraux emmurés dans leurs quotidiens que les réalisateurs souhaitent mettre en avant. Le film met l’accent sur les promesses électorales laissées lettres mortes, alors même que les politiques vont un semblant de campagne risible dans un camion bourré d’écran LCD…

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Giocando con i genere, i registi mettono insieme una storia che mescola western, thriller e un surrealismo sottile, presente in tutto il film ma mai preponderante o invadente, sempre in equilibrio con il plausibile.

Impossibile non farlo notare, Bacurau presenta anche una forte e manifesta componente politica: gli Stati Uniti invasori si approfittano dell’intero Brasile, che passivamente accetta l’invasione; ma questo non si verifica in questo villaggio, che invece combatte con tutte le armi che ha a disposizione e anche con quelle che non ha, con tutti i membri della piccola comunità, che sembrano una sorta di campione rappresentativo dell’intera popolazione brasiliana, con le sue fasce sociali e le sue caste. Sono pochi ma agguerriti e pronti a tutto, anche a ciò che è illecito.

Meglio di quanto fatto nel 2016 con Aquarius, presentato sempre a Cannes, Mendonça Filho racconta questo micro universo rimanendo in equilibrio tra l’indulgenza verso i suoi protagonisti e la loro piccola realtà e la compiaciuta messa in scena della trivialità; i registi evitano entrambi gli eccessi, rimanendo in un equilibrio vivace. Tuttavia è chiara la volontà di voler scuotere lo spettatore e di coinvolgerlo in un gioco basato sulla libertà espressiva e sull’anarchia dell’immagine, senza mai perderne il controllo.

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Bacurau (2019) es una de las películas más sorprendentes y ambiciosas que haya dado el cine latinoamericano en mucho tiempo, una especie de weird western que retoma la violencia alegórica de Alejandro Jodorowsky y Nicolas Winding Refn y sobre todo la estructura de Los Siete Samuráis (Shichinin no Samurai, 1954), de Akira Kurosawa, con el objetivo manifiesto de repensar el accionar de la basura política neoliberal actual -tan devastadora como gatopardista, siempre tendiente a modificar dos o tres pavadas para que todo siga igual o empeore paulatinamente- en sus dos vertientes principales, la mafiosa clásica adepta a los negociados símil Jair Bolsonaro o el macrismo argentino y su homóloga caudillista cleptocrática en sintonía con algunos payasos del Partido de los Trabajadores o las mil caras del peronismo y/ o kirchnerismo. Esta fábula acerca de la desigualdad siempre creciente en las sociedades del cono sur, aquí empardada literalmente a un exterminio, se centra en el pueblito del título, una comarca inhóspita y agreste del sertón brasileño que luego de la muerte de la nonagenaria matriarca del lugar, Carmelita (Lia de Itamaracá), ve cómo desaparece el mismo poblado de los mapas, se dan cita unos misteriosos drones sobrevolando el cielo y comienza a recorrer la zona un par de motociclistas asesinos en atuendos ultra coloridos, João (Antonio Saboia) y Maria (Karine Teles), quienes masacran a toda una familia y hasta a los testigos de ocasión que encontraron el tendal de cadáveres

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Ma è infine con l’attesa, liberatoria e assai ironica mattanza finale che Bacurau, la cui trama a questo punto non appare poi troppo dissimile da quella di Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, libera ogni energia repressa e volontà rivoluzionaria, nel nome dell’identità locale e contro il volgare e incauto invasore.
Nonostante qualche digressione (si veda la lunga riunione strategica di Udo Kier con la sua truppa), e una sostanziale ma in fondo funzionale reticenza nel rivelare i suoi obiettivi, Bacurau riesce dunque ad alimentare costantemente il suo messaggio politico, sempre ben netto e presente, in ogni sua folle virata di stile.
E nel corso del film, necessariamente si fa strada nello spettatore una domanda fondamentale: il futuro prossimo qui descritto assomiglia più al passato o a un presente già in atto? Gli echi del glorioso Cinema novo di un tempo e della sua portata rivoluzionaria, la politica filo statunitense dell’attuale presidente Bolsonaro, conflagrano infatti rumorosamente sullo schermo, mentre si fa strada la convinzione che per sopravvivere e difendere la propria identità la lotta, eventualmente, in caso di aggressione, anche armata, sia inevitabile.

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sabato 7 febbraio 2026

Send help – Sam Raimi

niente di quello che vedrai nel film te lo immagini prima, grazie a una sceneggiatura che non lascia scampo, dove poco è quello che sembra.

da Ulisse a Robinson Crusoe il naufragio in un'isola che sembra deserta lo conosciamo bene, in Send help viene declinato in modo sorprendente, la classe non è acqua, Sam Raimi è davvero bravo, per nostra fortuna.

Linda (interpretata da Rachel McAdams) è l'eroina della storia, che si vendica delle ingiustizie del mondo, dal maschilismo al finto merito, dalla prepotenza al disprezzo, dall'imbroglio al potere degli incapaci.

e per chi lo vede al cinema (come piace a Sam Raimi) è proprio un godimento raro.

buona (survival) visione - Ismaele

 

 

Una delle cose eccezionali di Send Help però è il tono scelto per raccontare questa storia, il più difficile da mantenere senza scadere nel ridicolo. Non è un dramma, certo, è una commedia ma di quelle con soluzioni e implausibilità comiche da cartone animato, ed è anche una satira politica, ed è un piccolo horror fatto di sangue ed efferatezze comiche. Tutto finalizzato a far fare allo spettatore un percorso intellettuale molto serio. I film banali e sciocchi enunciano, spiegano e mandano messaggi, i film migliori giocano con le aspettative e la testa degli spettatori…

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…Raimi ha spiegato che Sony, inizialmente distributrice del progetto, aveva deciso di rinunciare alle sale dopo le difficoltà produttive causate dalla pandemia:

«Ci dissero: “Non possiamo farlo come film da sala. Possiamo farlo come un film streaming, a budget ridotto e più controllato”».

Una soluzione che però non convinceva affatto il regista, che concepisce il cinema come un’esperienza collettiva:

«Non voglio sembrare snob, ma progetto i miei film per il pubblico in sala. Ho bisogno di quell’interazione. È un sapore diverso, e io lavoro proprio su quello»…

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La sua forza – il caotico terzo atto non soddisferà ogni palato ma il film non può muoversi in una direzione diversa, date le ambizioni e il mix di generi – è la precisione con cui temi e spettacolo si intrecciano. Send Help non ha pretese di analisi sociologica su storture professionali e dinamiche di coppia nel mondo del lavoro, né allestisce un intrattenimento pretenzioso che nasconde la sua vacuità dietro una superficie di intelligenza solo ostentata. Riesce a essere, senza sacrificare il suo rapporto con il pubblico, un bel mix di intelligenza e azione. Sam Raimi gioca sul sottile equilibrio di arte e artigianato. C’è il felice ritorno al genere che lo ha consacrato, una chiara visione d’autore, gusto per lo spettacolo ma rispetto per l’intelligenza del pubblico. Soprattutto, c’è la precisione millimetrica, la cura artigianale, appunto, con cui le idee e l’attualità dei discorsi sollevati dal film si mescolano all’impasto di genere, all’orrore, al divertimento e alla violenza. La casa di Sam Raimi è l’horror: smaliziato, divertente, sanguinoso e diverso dagli altri.

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…Puro Raimi 100%. Pochissimi effetti, tantissime idee brillanti. Send Help è ancora l’esempio di un cinema artigianale analogico, accompagnato dalle musiche di Danny Elfman, capace di costruire la tensione con tanti dettagli che, sommati, si accumulano e provocano uno stato di persistente turbamento. Si può pensare a una variazione di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto con i ruoli ribaltati, ma in realtà Send Help mantiene uno stretto rapporto con il cinema amricano classico. Il nuovo film di Sam Raimi potrebbe sembrare un Preston Sturges rivisitato in chiave horror nel modo in cui mostra il lato distorto del sogno americano. Al tempo stesso il cineasta mette in atto una sfida fisica, proprio come aveva fatto Robert Zemeckis con il corpo di Tom Hanks in Cast Away; per circa il 70% del film ci sono infatti sullo schermo soltanto due personaggi. Rachel McAdams è una strepitosa variazione grottesca del cinema di Raimi, Dylan O’ Brien è la vittima sacrificale, proprio come un eroe negativo della sua trilogia di Spider-man.

Send Help gioca sempre sul limite. Sta li sul punto di illudere lo spettatore su possibile alleanze e poi riprende una guerra che non ha più tempi morti. Non mancano sangue, vomito, lingue nere segni di un umorismo dark che esplode nella grandiosa scena dell’attacco del cinghiale o nella minaccia di castrazione. Poi Send Help scopre l’isola. Va oltre la spiaggia e rivela le zone più pericolose e impraticabili. Uno spazio concentrico che rivela nuovi luoghi prima nascosti nel fuori-campo, in pieno stile Shyamalan. Non c’è tregua. Non ci si stacca dallo schermo e ci si diverte tantissimo. Ancora, pura vertigine.

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