quando i bambini erano bambini (ma ce ne sono ancora, solo che non li ri-conosciamo più), su un'isola ai margini della modernità (per loro fortuna) due bambini, Ettore e Giovannino sono un tutt'uno, esplorano la loro piccola isola tutti i giorni, con le loro biciclette.
e poi Ettore parte, a Giovannino sembra mancare un arto, almeno, e aspetta che torni, e quando succede è commovente (solo i morti non si commuovono).
e poi tutti partiranno, purtroppo.
un film d'altri tempi, sembra, ma è attuale e necessario.
un film da non perdere, promesso.
buona (Ettore e Giovannino) visione - Ismaele
In una piccola isola nel cuore del Mediterraneo, Ettore e
Giovannino, due amici inseparabili di undici e sette anni, si preparano a
vivere l’ultima estate insieme. Ettore, costretto a trasferirsi sulla
terraferma per proseguire gli studi, lascia sull’isola un vuoto che Giovannino
dovrà colmare. Attraverso l’archivio e la videocamera di Pino, un anziano video
amatore, il tempo si fa me- moria condivisa, e il soffio dell’isola – sciatu –
diventa il respiro di un’intera comunità.
…La vicenda del film Sciatunostro si concentra su Ettore
(Pesaresi) e Giovannino (Cardamone), due amici di undici e sette anni. Con
l’arrivo della fine dell’estate, Ettore si prepara a lasciare l’isola per
trasferirsi sulla terraferma, dove proseguirà gli studi. Questa separazione
segna un momento di passaggio, non solo nella relazione tra i due bambini, ma
anche nella loro esperienza dell’infanzia.
La presenza di Pino (Sorrentino), un
anziano videoamatore che ha documentato la vita isolana nel corso degli anni,
introduce nel film un secondo livello temporale: le sue riprese diventano un
archivio visivo che dialoga con il presente, offrendo un ritratto stratificato
della comunità.
Un’umanità da prima
fila
I personaggi che compaiono nel film Sciatunostro non sono attori professionisti
ma abitanti dell’isola. Ettore e Giovannino sono ritratti nella loro
quotidianità, mentre Pino svolge un ruolo chiave come custode della memoria visiva.
Le sue immagini, realizzate nel corso del tempo, si integrano al racconto
contemporaneo.
Accanto a loro compaiono altri abitanti,
tra cui Teresa Randazzo, che contribuiscono alla rappresentazione della vita
sull’isola. Il film si sviluppa attraverso osservazione diretta e materiali
d’archivio, senza l’uso di ricostruzioni finzionali…
Tagliare la cultura,
taglieggiare il cinema, compromettere gli archivi, marginalizzare – fino ad
eliminare – la voce di quelli che danno fastidio. Questa è la politica
culturale del governo di destra del nostro paese. Ma come possiamo rimproverare
a qualcuno di essere quello che è per sua natura? È una politica di destra e
quindi è una politica liberticida: si procede con piccole ma crescenti e
progressive restrizioni su diritti e libertà, per far a tutti chi
comanda. L’agone politico ci presenta con tutta evidenza un agire normativo
forte con i deboli e debole con i forti. E i forti sono quelli che davvero
configurano il programma, quelli che tengono in mano il congegno socioeconomico
della nostra vita quotidiana. Abbiamo sentito spesso diversi esponenti del
governo attuale prendersela con la cultura di sinistra, perché è woke e radical chic (è
emblematico che i paladini della patria e della nazione italiana utilizzino
parole non italiane per stigmatizzare chi non la pensa come loro) e quindi
sparare, con provvedimenti che non sono a salve, contro la cultura tout court.
Perché a loro la parola cultura in fondo ha sempre dato fastidio; e come disse
un loro lontano “parente”, il solo sentire quella parola li spinge
istintivamente a impugnare la pistola. Fuor di metafora loro interpretano
letteralmente la lezione e sentono fisicamente quell’impriting: alcuni
trotterellano con i revolver in tasca anche nelle feste comandate. E sparano
contro la cultura tout court, dicevo, perché gli dà fastidio chi studia e chi
vuole sapere spinto dal desiderio di studiare e di sapere. Perché loro non amano
studiare e non amano il sapere se non è dentro un disegno finalizzato a tenere
sotto controllo la stanza dei bottoni. E quindi non amano la memoria, a meno
che non sia una mitologia tecnicizzata e calzante con il loro background
storico-ideologico. Con buona pace degli imbarazzi di intellettuali troppo
intellettuali come Marcello Veneziani e Franco Cardini: anche loro in fondo
danno un po’ fastidio ed è meglio tenerli fuori dal grande gioco delle
poltrone. I recenti tagli al comparto cinematografico sono dentro questa
strategia. Loro che odiano Gramsci, perché è una delle tantissime spine sul
fianco della loro storia, cercano di annichilirlo e di svuotarlo brandendo un
diritto alla “egemonia di destra”. Sarebbe troppo pretendere che possano capire
che l’egemonia non la si conquista a colpi di provvedimenti normativi e di
tagli alla cultura: qui si capisce che non sanno nulla di Gramsci. Confondono
il terreno del “dominio” con quello della “egemonia”. Invece l’egemonia è il
risultato di un lavoro politico e culturale paziente e capillare sul campo, ed
è un lavoro complesso, a stretto contatto, per interpretarlo, con il desiderio
di sapere e di conoscere di tutti, per coltivarlo e farlo crescere, non per
deprimerlo, indirizzarlo, guidarlo e annichilirlo. Non amano la Cultura e
quindi non amano la Memoria. Ecco perché uno degli effetti dei recenti tagli
del governo sul tessuto culturale del nostro paese è un altro segno delle
politiche liberticide. L’obiettivo è quello di compromettere il lavoro
straordinario fatto in tanti anni – non senza difficoltà legate anche a
precedenti governi – dagli Archivi. Uno degli Archivi più colpiti dai tagli,
per il prestigio che si è conquistato in tanti anni di lavoro costante al
servizio di tutti, è l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico
di Roma (AAMOD). Quando sono stati resi pubblici gli effetti dei tagli, sulla
stampa si è parlato prevalentemente della scandalosa bocciatura dei lavori su
Regeni e su Bertolucci, ma pochi hanno parlato degli altri effetti, come quelli
sul lavoro dell’AAMOD. Così gli operatori dell’Archivio hanno organizzato un
incontro pubblico e, a seguire, hanno diramato un comunicato stampa che
pubblichiamo qui su «Teorema». Questo è un nostro piccolo contributo alla loro
e alla nostra battaglia.
Comunicato Stampa
TAGLIARE GLI ARCHIVI È TAGLIARE LA MEMORIA DEL PAESE
Oltre due ore di confronto all’AAMOD con
autori, operatori e rappresentanti della cultura: il settore si mobilita contro
i tagli del Ministero e chiede riforme, trasparenza e tutela del patrimonio
audiovisivo
Roma, 10 aprile 2026 –
Si è svolto oggi, presso la sede dell’AAMOD – Archivio Audiovisivo del
Movimento Operaio e Democratico, un partecipato incontro durato oltre due ore e
mezza per discutere le gravi conseguenze dei recenti tagli operati dal
Ministero della Cultura nel settore cinematografico e audiovisivo. L’evento è
stato coordinato da Aurora Palandrani, Luca Ricciardi e Matteo Angelici, oltre
che dal presidente dell’AAMOD Vincenzo Vita.
Al centro del dibattito,
la drastica riduzione dei finanziamenti pubblici che colpisce non solo l’AAMOD
– con un taglio di circa il 25% alle proprie attività – ma anche opere e
progetti di grande rilevanza culturale e civile: dall’esclusione del
documentario sul caso Regeni fino alla mancata valorizzazione di lavori di alto
profilo storico, come la sceneggiatura di Bernardo Bertolucci.
L’incontro ha
evidenziato con forza il valore insostituibile degli archivi audiovisivi, non
soltanto come strumenti di conservazione, ma come veri e propri laboratori del
presente. La memoria storica, custodita e reinterpretata attraverso il lavoro
creativo, rappresenta infatti una chiave essenziale per comprendere e costruire
il futuro. Il patrimonio audiovisivo, pubblico e privato, vive grazie
all’impegno quotidiano di archivisti, tecnici, autori e operatori culturali
che, con passione, competenza e spirito collettivo, contribuiscono alla
costruzione di opere documentarie e alla diffusione di una coscienza condivisa.
In questo contesto,
appare particolarmente grave il ridimensionamento delle attività AAMOD, che
negli ultimi anni avevano registrato una crescita esponenziale di interesse da
parte del pubblico e degli operatori del settore, soprattutto nei campi del
riuso creativo delle immagini d’archivio e dei processi di digitalizzazione.
Il confronto tra il 2024
e il 2025 restituisce un quadro preciso e allarmante: i contributi complessivi
destinati all’AAMOD passano da 380.000 euro nel 2024 a 290.000 euro nel 2025,
con un taglio totale di 90.000 euro (-23,68%). Nel dettaglio, il progetto di
recupero e trattamento del patrimonio audiovisivo scende da 200.000 euro a
150.000 euro, con una riduzione del -25% e un calo del punteggio da 81 a 64. Il
festival UnArchive Found Footage Fest passa da 80.000 euro a 60.000 euro
(-25%), con una perdita di 14 punti (da 79 a 65), mentre il Premio Zavattini
scende da 30.000 euro a 25.000 euro (-16,67%), con un punteggio che cala da 78
a 68. Anche L’Aperossa registra una diminuzione da 25.000 a 20.000 euro (-20%),
con punteggio da 73 a 65, e il progetto “Il cinema politico” passa da 20.000 a
15.000 euro (-25%), con punteggio da 69 a 64. Persino la residenza artistica
Suoni e Visioni, pur aumentando il punteggio da 63 a 67, subisce un taglio
economico da 25.000 a 20.000 euro (-20%). Si tratta di interventi che
colpiscono progetti consolidati e già realizzati nel 2025, aggravati da un
ritardo superiore a un anno nell’assegnazione delle risorse.
Questa tendenza non
riguarda soltanto l’AAMOD ma si inserisce in un contesto più ampio di
redistribuzione squilibrata delle risorse, che penalizza realtà storiche e
iniziative di comprovato valore. Subiscono infatti riduzioni rilevanti il
Festival Cinema Oltre del Palladium, il Festival dei Popoli, il Filmmaker
Festival e le attività di Doc/it, mentre viene addirittura azzerato il sostegno
all’Archivio Cinematografico della Resistenza. Analogamente, la Cineteca Lucana
registra un drastico ridimensionamento. Al contrario, emergono situazioni di
forte incremento per soggetti meno strutturati, come l’associazione Kabuto, che
quasi triplica il proprio finanziamento.
Il tutto avviene in un
quadro di stabilità della dotazione complessiva dei bandi, che resta
sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente. A rendere il quadro
ancora più preoccupante sono le prospettive per il 2026, che prevedono
ulteriori tagli alla promozione e, soprattutto, l’azzeramento dei finanziamenti
destinati alla digitalizzazione del patrimonio audiovisivo.
Alla manifestazione
hanno preso parte numerosi esponenti del mondo culturale, politico e
cinematografico, sia in presenza che in collegamento, esprimendo un sostegno
unanime all’AAMOD e una forte preoccupazione per il futuro del settore. Tra gli intervenuti, tra gli altri: Peppe Servillo, Giuseppe
Giulietti, Barbara Scaramucci, Gaetano Amato, Stefano Rulli, Francesco Ranieri
Martinotti, Sabrina Di Marco, Wilma Labate, Monica Maurer, Christian Carmosino,
Emiliano Leonetti, Rossana Rummo, Michele Conforti, Alex Hobel, Maurizio
Sciarra e Paola Scarnati.
Numerosi inoltre, i
messaggi di solidarietà ricevuti sui canali social e le partecipazioni durante
la diretta, aperta anche in streaming sul canale Youtube dell’AAMOD.
Dagli interventi è
emersa con chiarezza la necessità di una riforma profonda dei criteri di
selezione e delle commissioni di valutazione, affinché siano realmente composte
da figure con comprovata esperienza e competenza nel settore. Queste le
somme tirate in conclusione dal presidente dell’AAMOD, Vincenzo Vita, che ha
dichiarato:
«Se è vero che il
ministro della cultura Alessandro Giuli e la sottosegretaria Lucia Borgonzoni
hanno dichiarato la loro insoddisfazione per le scelte delle apposite
commissioni di valutazione dei contributi “selettivi” ai film e delle attività
di promozione, a questo punto può essere agito l’”annullamento in autotutela”.
Si tratta di uno strumento tutt’altro che inedito a fronte di procedure
concorsuali dall’esito discutibile. Insomma, davanti a quanto è successo ciò
che – comunque- appare urgente è procedere ad una profonda revisione dei
meccanismi che presiedono a simili scelte. In generale, si pone il problema di
una vera riforma del settore, in preda oggi ad un pericoloso
“liber-sovranismo”: tutto il potere ai soggetti più forti del mercato con la
maschera dell’interesse nazionale. Si è proposto di dare vita ad un
coordinamento tra tutti i soggetti interessati alla tutela attiva della
memoria, nella stagione in cui il passato va oscurato e rimosso, perché lì si
può rintracciare qualche album
di famiglia assai imbarazzante. Serve un
movimento “intersezionale”, che voglia dialogare con i diversi momenti di
attivazione sociale: da Gaza al NO al referendum sui magistrati alle
manifestazioni contro i Re e le Regine. Siamo addolorati per il mancato
finanziamento a film che lo meritavano, a partire da quello sulla tragedia di
Giulio Regeni. Così siamo – ovviamente – colpiti enormemente per
la diminuzione delle risorse dell’AAMOD del 24%, oltre tutto con una
decisione arrivata con oltre un anno di ritardo. Non ci arrendiamo, la
storia non finisce qui.».
L’incontro ha
rappresentato un momento di forte coesione tra operatori culturali e
istituzioni, con l’obiettivo di difendere il valore del lavoro collettivo che
anima il cinema documentario e la tutela della memoria audiovisiva. È
stato annunciato il ricorso contro le decisioni del Ministero della Cultura,
con la volontà di ristabilire criteri equi e trasparenti che riconoscano il
merito, la qualità e l’impatto culturale delle attività svolte. La battaglia
intrapresa non riguarda soltanto la sopravvivenza di singole istituzioni, ma la
difesa di un ecosistema culturale fondato sull’esperienza viva del cinema,
sulla trasmissione della memoria e sul lavoro condiviso di chi, ogni giorno,
costruisce futuro attraverso le immagini del passato.
dal Cile arriva un film (sotto forma di serie tv, alla produzione anche Pablo Larraín) con due ottimi protagonisti, Alfredo Castro (già protagonista di Tony Manero) e Paulina Garcìa (la protagonista di Gloria), in una storia che ricorda La promessa di Dürrenmatt (da cui è stato tratto un gran film con Jack Nicholson).
il detective Montero e la sua squadra indagano per molto tempo sulla sparizione di un ragazzo, senza riuscire a dimostrare quello che è successo, con la complicazione di un prete che sa, ma non può/vuole parlare.
ambientata a Concepción, al sud di Santiago, è una serie che merita.
buona (misteriosa) visione - Ismaele
…los episodios de Alguien tiene que saber van mostrando una
sociedad chilena marcada por las apariencias y los silencios, donde todos
parecen saber algo que no cuentan, por temor a lo que se pueda decir de ellos.
La serie habla de la solidaridad performativa, de la crueldad online y de las
miserias que surgen ante casos y situaciones como este, que involucra la
desaparición de un adolescente en apariencia impoluta. Quizás las cosas sean un
poco más complicadas de lo que se ve a primera vista. Quizás lo «performativo»
no solo sea para los que lo miran de afuera. Desde adentro también muchas veces
se vive así.
Con muy buenas actuaciones de García y
Castro –los dos actores chilenos más internacionales de la actualidad si no
tomamos en cuenta a Pedro Pascal–, Alguien tiene que saber husmea
en cuestiones éticas, morales, religiosas, en la violencia social, en los
rituales y tensiones entre los jóvenes y en esa diferencia generacional que, de
a poco, va permitiendo entender que quizás no sepamos tanto de las vidas de
nuestros hijos como creemos.
…Alguien tiene que saber se distancia de las
estructuras más convencionales del género y apuesta por una ambigüedad
sostenida. La tensión no depende de giros, sino de la persistencia de lo no
dicho. Al mismo tiempo, esa
elección exige un tipo de atención que puede resultar incómoda, ya que desplaza
el interés del desenlace hacia el proceso. No hay respuestas cerradas ni
conclusiones definitivas, sino una acumulación de indicios que, lejos de
ordenar el relato, lo mantienen abierto.
tutto il mondo è paese, anche dove in teoria, come in Francia, esistono anticorpi contro gli "eccessi" della polizia il gioco è truccato, vince sempre la polizia, longa manus del Potere.
il film racconta la lotta di Sisifo della squadra di Stéphanie (interpretata benissimo da Léa Drucker, già vista in Close, testarda contro tutti, e rassegnata, alla fine), la poliziotta incaricata dell'indagine, fa tutto bene, ma non serve, contro i poliziotti violenti mascherati, la fine è nota.
anche la registrazione dell'esecuzione del ragazzo, filmata col cellulare da un'addetta delle pulizie di un albergo di lusso (Guslagie Malanda, già vista in Saint Omer) non serve a niente, il Banco (il Potere) vince sempre.
un film da non perdere, in non troppe sale, naturalmente.
buona (drammatica) visione - Ismaele
ps: come non pensare ai poliziotti, di ogni ordine e grado, a Genova 2011, condannati, con estreme difficoltà e omertà, nei tribunali?
e poi sono stati tutti promossi, il Potere premia gli esecutori fedeli.
…Il film si permette, dopo aver lavorato
sui toni trattenuti ma pieni di verità di una splendida Léa
Drucker, di ragionare sul potenziale di verità e menzogna intrinseco a
ogni immagine – sia una foto, un video, un materiale di repertorio, un
contenuto social – con la forma che si modella quasi d’istinto sulle necessità
della storia. Ora poliziesco standard, ora accenno di cinema della
quotidianità, di una bella forza documentaria nella ricostruzione degli
interrogatori (una messa in scena pazzesca), Il caso
137 trova un efficace punto di equilibrio tra fatti e
rielaborazione drammaturgica, tra sostanza – la lotta per la verità in un mondo
ostile e ingiusto – e forma, quest’ultima che mai scade in pretenziosa ricercatezza. Dominik
Moll ha cura, con il suo cinema, di scegliere le domande giuste,
lasciando piena libertà sullo spettatore circa le risposte. Rinfrescante,
potente, vero, Il caso 137 può permettersi
aggettivi interessanti.
…I gattini svuotano la mente e un po’ alla volta
svuoteranno la democrazia, come dice il padre di Stéphanie in una scena. Se
tutti i personaggi sono scritti magnificamente, una menzione particolare va a
quello della protagonista, carattere stratificato e, come Guillaume, infine
simbolo di tanti di noi: cerchiamo di fare la nostra parte, ci mettiamo tanto
impegno. È sufficiente così? Il cineasta francese lascia lo spettatore con un
discreto magone per le sorti poco progressive di un mondo chiuso in se stesso,
in cui le posizioni non cambieranno a meno di una rivoluzione che non pare
affacciarsi all’orizzonte. Siamo soli, nella frammentazione dei nostri compiti
individuali, sovrintesi da un sistema inattaccabile. La regia eccellente lavora
con precisione sui materiali eterogenei della contemporaneità (cellulari,
schermi di pc, reel) e si esprime pienamente con un naturalismo raffinato, che
si accende in scene cariche di tensione (l’inseguimento in metropolitana di
Stéhpanie) e deflagra in un senso sordo di ingiustizia. Siamo tutti Guillaume,
potenzialmente, siamo tutti Stéphanie, bene che vada. Il resto è una pagina tutta
da scrivere.
…Dossier
137 mescola a mio avviso fiction e realtà con intelligenza.
Oltre al
palese riferimento ai veri Gilet Gialli all’interno della narrazione vengono
inseriti materiali d’archivio, video di reali manifestazioni girati con gli
smartphone e immagini dalle telecamere di sorveglianza, una stratificazione
mediatica che dà corpo e verità al racconto e che non risulta essere un mero
espediente stilistico, quanto una precisa scelta politica: mostrare la
carne viva della protesta e i volti dei giovani che sfilano pieni di speranza,
prima che le manganellate inizino a piovere sulle loro teste.
Tra i
momenti più forti penso di poter annoverare l’incontro tra Stéphanie e Alicia,
una donna delle pulizie di un hotel che diventa fondamentale ai fini della
risoluzione dell'indagine: il loro dialogo, pur leggermente sopra le righe,
tocca le corde profonde della sfiducia, della rassegnazione e del giustificato
timore di esporsi contro un sistema che punisce chi parla e difende chi
sbaglia…
…Para
el espectador argentino el asunto recuerda a las múltiples manifestaciones
contra el gobierno del neonazi y hambreador de Javier Milei y concretamente el
martirio de Pablo Grillo, un fotógrafo que fue herido en su cabeza de manera
brutal con una granada de gas lacrimógeno de Gendarmería -disparada por el cabo
Héctor Guerrero- durante una marcha de jubilados del 12 de marzo de 2025 en la
zona del Congreso de la Nación, en la Ciudad de Buenos Aires, una de las muchas
víctimas de la represión y la violencia institucional de Milei y su por
entonces ministra de seguridad, la borracha y fascista Patricia Bullrich. El
director, todo un especialista en thrillers como lo demuestra la excelente
retahíla de Harry, un amigo que te quiere bien (Harry,
un ami qui vous veut du bien, 2000), Lemming (2005), Sólo
las Bestias (Seules les Bêtes, 2019) y La Noche del
12 (La Nuit du 12, 2022), insinúa la militarización mediante
aviones volando en escuadrón, la estupidización masiva a través de la costumbre
de ver muchos videítos de gatos, escapismo descerebrado que la madre de
Bertrand (Geneviève Mnich) contagia a su hija, e incluso la paradigmática
amnesia de la posmodernidad vía la destrucción con una pala mecánica, por parte
del Estado y luego del frenesí inicial del movimiento, de los campamentos que
habían construido al costado de las rutas los chalecos amarillos, adalides de
la desobediencia civil contra el poder concentrado. La burocracia está
representada en esas medidas de prueba leídas en off por el personaje de la
extraordinaria Drucker, suerte de concesión republicana que cae en saco roto
porque el propio armazón jurídico que posibilita el proceso termina frenándolo
para no desmontar el discurso represivo contra la “insurgencia”, de allí que la
propuesta enfatice la disparidad de fuerzas y desde ya la cobardía y el sadismo
de siempre de los energúmenos de la policía y las fuerzas armadas en general,
en este sentido la dimensión humana queda atrapada por la impunidad del
capitalismo y toda su ofensiva contra cualquier voz opositora o alternativa…
…Il
caso 137 è potenzialmente una bomba a mano, in un momento storico in
cui spesso è sul banco degli imputati l’esistenza stessa delle forze
dell’ordine, i cui eccessi di violenza, abusi di potere ed episodi d corruzione
vengono sempre più interpretati da voci critiche come questioni di sistema, il
contrario della retorica della mela marcia e del caso isolato. Portandoci dentro
il reparto dell’IGPN (Inspection Générale de la Police Nationale), la
sezione che indaga gli abusi interni della polizia, Moll sembra pronto ad
affrontare questo quesito esistenziale: se un agente, eroe della strage del
Bataclan, commette una violenza contro un manifestante inerme, è un delinquente
che ha commesso un crimine o un dipendente statale il cui mestiere prevede
l’uso della forza e dal quale bisogna quindi “aspettarsi” l’abuso della stessa?
È
una domanda che scorre sottotraccia da tempo nel cinema francese, almeno in
quello che racconta la contemporaneità, riflesso delle
inquietudini della società d’Oltralpe. Per ogni film che elogia l’operato delle
forze dell’ordine nei suoi momenti di massimo eroismo, come November –
I cinque giorni dopo il Bataclan di Cédric Jimenez, c’è un Athena di
Romain Gavras, titolo che ne rilegge l’operato come sistematicamente, appunto,
violento e coercitivo. In una pellicola dove si raccontano le lotte di potere
tra gruppi dentro le infinite palazzine popolari delle periferie, la guerriglia
fratricida tra i protagonisti si scatena proprio nel tentativo di decidere una
risposta all’uso della forza impiegato dalla polizia, raccontando il punto di
vista degli abitanti delle banlieue per cui gli agenti sono il vero, spietato
nemico in una guerra di sopravvivenza urbana.
Sono
due film intensi e ben realizzati che quasi si contrappongono per il modo in
cui raccontano l’esistenza e il ruolo della polizia dentro la società
francese. Athena e November sono arrivati
entrambi nel 2022, ovvero nello stesso anno del successo di La notte
del 12. Considerandoli i due estremi dello spettro delle posizioni
ideologiche che si possono tenere nei confronti della polizia, si può dire che
il film che ha lanciato Moll a livello internazionale si colloca più vicino al
polo occupato da November, con la sua esaltazione del lavoro di
polizia come vocazione professionale (simile a quella del medico o del prete)
che a quello di Athena, con la sua critica esistenziale alla
polizia. Sin dalla premessa della storia vera che sceglie come
ispirazione, Il caso 137 si dimostra invece assai più
critico, scegliendo di ambientare la sua storia nel contesto lavorativo di
agenti il cui lavoro è controllare ogni giorno i controllori, tenendo gli occhi
aperti sull’operato dei loro colleghi poliziotti…
…Il caso 137è cinema stilisticamente tesissimo e
inappuntabile, dove non si cercano scorciatoie empatiche per attirare
lo spettatore nella trappola di un generico sentimentalismo politico simbiotico
(anche perché qualcuno, in Italia, in passato ha detto: “i gilets jaunes non
sono Genova”). Il percorso percettivo imposto da Moll consiste nell’afferrare
una verità che sembra sempre lì, a un passo — nitida e incontrovertibile — ma
che un minuto dopo è di nuovo lontana, illeggibile, trasformata. L’iniziativa
arbitraria e violenta degli agenti (arrivano perfino a girare bendati di nero,
con caschi comprati all’Ikea, sparando ad altezza d’uomo come in un far west) è
lampante, ma è soprattutto l’intrico filosofico che l’evidenza visiva
costruisce tra liceità giuridica, ira sociale e prevaricazione impunita
dell’ordine politico ad affascinare e interessare Moll (la sceneggiatura è sua
e di Gilles Marchand).
Il monologo finale della Drucker, di fronte a una sua
superiore (diverse le donne “cattive” rispetto a quelle “buone” nel film), è un
momento vibrante — e apparentemente remissivo — di sintesi dell’intera opera:
la democrazia come sintesi brutale di un permanente e incontestabile status
quo.
in una famiglia (felice?), tutti sorridono, un padre, la moglie, due figlie, e due bambine e un bambino, dei tre piccoli chi è il padre non si sa.
per iniziare una delle due bambine (gemelle) si ammazza buttandosi da una finestra.
tutto quello che succede nel film e inenarrabile, solo che succede, quando si viene a sapere, in diverse parti del mondo.
chi ha visto i primi film di Lanthimos intuisce cosa lo aspetta.
un film che merita molto, e fa soffrire di più.
buona (lasciate ogni speranza voi che guardate questo film) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo, con sottotitoli in spagnolo
…Gli attori sono incredibili con, su tutti, lui, Coppa Volpi,
ed Eleni con quello sguardo che dice sempre ogni cosa e quel suo modo di
sedersi sul divano composta, impaurita ed indifesa.
E quello che rimane è una sensazione fortissima,
uno schifo che farà fatica a togliersi. E la tensione della madre che pulisce i coltelli
è intensissima. Ma è anche un'altra la sensazione che rimane. Quella del volo di quell'angelo dalla finestra,
quell'incipit così drammatico nasconde anche un'altra cosa. Sarà paradossale ma quel salto verso la fine è
l'unica vera azione, l'unico vero momento nel quale, a posteriori, troviamo
qualcosa di giusto e vitale, quel volo verso la morte è la cosa con dentro più
vita di tutto il film.
«Il dio greco della violenza» (“il Fatto Quotidiano”): è
l’espressione che più ha soddisfatto Alexandros Avranas nella trasferta
veneziana che gli ha procurato un Leone d’argento e la Coppa Volpi. Sigilla un
film che si apre con la piccola Angelica che si butta giù dal balcone, il
giorno del suo undicesimo compleanno, di fronte alla famiglia. La figlia
maggiore, che ha due bimbi senza padre, è sotto psicofarmaci; quella più
giovane, come la mamma, vive segregata; il capofamiglia, lo strepitoso Themis
Panou, abita ogni angolo della casa con uno sguardo o un cenno: indaffarato nel
procurare cibo, assolvere faccende, impartire istruzioni. E perché in quella casa
non si possono aprire porte, frequentare amici, scambiarsi confidenze? La tv
parla in tedesco (è ispirato a un fatto di cronaca accaduto in Germania e
inoltre, come ha detto il regista, «prima o poi la Germania ci imporrà pure
questo»). Lo stato sociale è tanto efficiente quanto cieco e una delle scene
più inquietanti ha in sottofondo L’italiano di
Cutugno («la canzone preferita da quelli che avrebbero rovinato la Grecia»). Ma
è la coreografia di rituali, serrature, sguardi congelati e silenzi assordanti a
parlarci di un autore che sembra conoscere bene Haneke e Fassbinder (forse
anche Petrolio di Pasolini), insieme alla perfezione del
movimento del film che rovescia sullo spettatore l’orrore del suo segreto nella
mezz’ora finale, dopo aver alimentato con la reticenza il suo minaccioso
mistero. Forse è l’opera più sconvolgente dell’anno.
…Miss
Violence di primo acchito può sembrare un film assolutamente giusto e
giustificato in questo suo nobile intento di voler richiamare lo spettatore ad
una riflessione profonda su ciò che troppo spesso si rivela essere una nuda e
cruda realtà anche piuttosto vicina, non più tanto una lontana notizia
trasmessa alla radio o distrattamente letta sul giornale. Ma Miss Violence per
me non è questo. Personalmente sono molte le cose che mi disturbano di questo
film, soprattutto perché si prende la briga di affrontare un tema come la
violenza, ma la tratta, da un punto di vista registico, piuttosto
superficialmente. Il ben noto incipit, la scena del suicidio della
ragazzina durante i festeggiamenti in famiglia per il suo undicesimo
compleanno, non dovrebbe lasciare dubbi: Avranas intende stupirci e lasciarci
l’amaro in bocca con un film che probabilmente, si pensa, sceglierà di
installare l’orrore del sopruso al centro della scena cercando di rispondere
alla naturale domanda che ne consegue: Perché Angeliki ha deciso di suicidarsi
e per di più con uno strano ghigno stampato sulle labbra?...
…Girato
in una maniera fintamente distaccata, Miss violence è
magistrale nel muovere vissuti negativi che vanno dalla noia alla rabbia, con
un senso di schifo e disagio durevole ben oltre il tempo della visione. D’altra
parte, queste sobrietà narrative fatte di lentezze e silenzi sono ormai un
linguaggio poco originale nel panorama dei drammi familiari di carattere
estremo. Un esercizio di sofferenza che pochi potrebbero sopportare e che io,
pur con una discreta esperienza di visioni al limite, credo non avrò il
desiderio di ripetere.
…Scultore e
pittore di buona fama, Alexandros Avranas è passato
al cinema nel 2008 con Whitout, esperimento no-budget pluripremiato
al Festival internazionale di Salonicco e mai distribuito nelle sale né uscito
dai confini della sua terra. Di lui non si conosce molto, ma quello che i due
lungometraggi raccontano non lascia indifferenti. Miss Violenceè un film crudele, di
quella particolare forma di crudeltà che si annida dove non s’immagina e
tenerezze di facciata coprono verità oscene.
Paesaggio famigliare che trasfigura in paesaggio sociale, propone quel
rispecchiamento prismatico della vita dell’uomo che fu già del mito arcaico.
Il padre che concepisce e ingoia i suoi figli, la Gran Madre che li salva e il
figlio della luce, Zeus, che evira il padre feroce e fa rinascere la bellezza
di Afrodite nel mondo.
Manca la terza
fase nel film, al tramonto della civiltà la bellezza è fuggita per sempre.
…Miss Violence riesce
ad essere sia noioso che irritante, forse per questo piccolo miracolo ha
ottenuto il Leone d’Argento a Venezia per la regia. Paradossalmente
l’angosciante e soporifero loop di disperazione si interrompe per un’unica
odiosa sequenza: l’abuso triplo ai danni della ragazzina. Insostenibile.
Estraneo. Posticcio. Come uno spot pubblicitario inguardabile. Aggravato dal
fatto che la ragazzina è sostituita da una controfigura. Si tratta quindi
dell’unico sussulto, e fa molto male.
Poi si torna subito ai rituali dell’orrore. Fino alla
inevitabile catarsi finale, che comunque non deflagra: trattasi di catarsi
mesta, stanca, in pratica trasformata nell’ennesimo rituale.
Avranas avrebbe voluto mettere in scena la putrefazione dei
rapporti sociali, ma qui è il cinema ad uscirne putrefatto.
E ora datemi un kolossal Hollywoodiano.
Ci ho messo dodici ore a scrollarmi di dosso questo
film.
Film sofisticatissimo. Tanto bello quanto disturbante. Una
regia perfetta, attori bravissimi, tutti al servizio di un film
difficilissimo da mettere in scena. Il regista greco, invece, riesce a
ricostruire un dramma, quasi impossibile solo da immaginare, con una tecnica di
precisione impressionante. Coreografie, silenzi, sguardi in un contesto
claustrofobico per un'angoscia che cresce fino a divorare lo spettatore.
…Fenomenale thriller, non un inseguimento, non un cervello aperto
nella solita brutalità, opera di stile, angosciosamente fine. Gli attori fanno
tutto e la telecamera fa il resto nel proseguirsi dello scoperchiamento di
verità su verità, ci vengono presentati episodi che però sono tasselli
dell’orrore di una quotidianità la cui consapevolezza fa forse più male di
qualsiasi squartamento.
Ah, per la cronaca, gli episodi sono reali, non però
tutti sulla stessa famiglia, una cronaca romanzata sulla brutalità peggiore di
tutte: quella della famiglia.