mercoledì 10 dicembre 2025

Ammazzare stanca - Daniele Vicari

Antonio Zagari (interpretato da Gabriel Montesi) è un delinquente figlio d'arte, e non poteva scegliere altra strada, come pure il fratello Enzo (Andrea Fuorto), sotto l'ala protettiva-repressiva del padre (Vinicio Marchioni).

però in Lombardia, non in Calabria i ragazzi, pur essendo obbedienti al padre boss, respirano un aria diversa rispetto alla volontà del padre.

il film ricorda qualche pellicola del cinema italiano degli anni settanta, forse è anche un omaggio a quei film, solo che allora i cinema erano pieni, adesso lo sono per i film dimenticabili, i tempi cambiano.

il film si vede davvero bene, ottimi attori, buon ritmo, Daniele Vicari non delude, la sala vi aspetta.

buona visione - Ismaele 


  

 

il singolo può ancora ritrovare una forza morale interiore come atto di resistenza. È questo l’aspetto più interessante di Ammazzare stanca, ed è un peccato che non risulti essere anche l’unico vero epicentro del discorso, anche perché quando il film dirazza verso i momenti di prammatica del genere si scompagina, perde compattezza, quasi che le “regole” non possano che condurlo alla sconfitta, un po’ come accade per il suo protagonista. Lo stesso Vicari sembra essere più a suo agio quando deve confrontarsi con i dubbi esistenziali di Zagari rispetto alla messa in scena delle sparatorie, delle esecuzioni, dei dialoghi non per forza concilianti tra i boss. Anche l’aspetto antropologico, quel confronto tra la radice calabrese e il retroterra varesotto – buona parte dell’azione si svolge nei dintorni di Buguggiate, una quindicina di chilometri dal confine svizzero –, avrebbe forse meritato maggiore spazio. Resta comunque la conferma della coerenza intellettuale ed espressiva di Vicari, regista che ha saputo trovare una propria collocazione non di prammatica all’interno della produzione cinematografica italiana, e che la difende con tempra etica e morale.

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Vicari decide di immergere tutta la vicenda che ruota attorno ad Antonio Zagari nella storia dell’Italia e della Lombardia di quegli anni. Si tratta degli anni ’70 che vedono grandi movimenti di protesa sia nelle fabbriche sia a livello studentesco. Antonio si imbatte in queste realtà. L’immersione riesce ed è ben articolata e ben presentata.

Un altro aspetto molto importante del film riguarda la sottolineatura riguardo alla vita quotidiana di Antonio, suo fratello e suo padre. E’ una vita quotidiana fatta di lavoro in fabbrica da operaio comune per Antonio e lavori comuni simili per gli altri due. Si tratta di una mimetizzazione di delinquenti all’interno della società. Assassini e ladri che hanno la possibilità di comprare macchine di grande valore ma che scelgono di viaggiare con auto comuni come la Fiat 127 di Antonio, per esempio.

“Ammazzare stanca” è un film godibile, interessante, ben fatto e ben interpretato. Rimane però un film che si attesta a un livello medio generale che lo fa assomigliare a un film tv o ad una serie da piattaforma streaming. Un film sicuramente da vedere per riscoprire un pezzo di storia malavitosa lombarda troppo spesso taciuta.

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Invece di essere un atto di coraggio, la conversione alla giustizia avviene solo quando ormai il personaggio non ha più nulla da perdere, rendendola nient’altro che l’ultima mossa disperata di un inetto il cui unico, vero gesto di ribellione è stato perdere l’accento calabrese in favore di quello lombardo. L’Antonio Zagari cinematografico è quindi un personaggio umanissimo e indubbiamente affascinante nelle sue contraddizioni, ma di certo non un pentito nel vero senso della parola, e di certo non da applaudire come le ultime inquadrature – e le successive informazioni a schermo sugli arresti ai quali ha contribuito – suggeriscono.

È un peccato, perché sul versante tecnico Ammazzare stanca si dimostra ineccepibile, con una regia solida e fotografia che descrive bene l’ambiguità dei personaggi. Tolte le implicazioni del finale e qualche problema di ritmo nella seconda parte, inoltre, il film imbastisce un buon dramma familiare sorretto da un cast in ottima forma, ad eccezione del dimenticabile boss don Peppino Pesce di Rocco Papaleo, che dovrebbe incutere timore ma fallisce miseramente e ha un ruolo così esiguo da ridursi a poco più di un inutile cammeo.

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lunedì 8 dicembre 2025

Ma mère, Dieu et Sylvie Vartan (C'era una volta mia madre) - Ken Scott

una mamma contro il mondo per il suo figlio, nato con un handicap a un piede che gli impedisce di camminare.

naturalmente tutto finisce bene, grazie a una madre abbastanza pazza da non credere a nessun medico, illusa che santa Sylvie Vartan (che nel film interpreta se stessa) farà camminare il bambino.

è come una fiaba, esistono solo Dio, Famiglia e Sylvie Vartan, l'eroina e l'eroe conquistano il sacro Graal.

la mamma (interpretata da Leila Bekhti) è bravissima, sulle sue spalle si regge il film.

anche a Margaret Thatcher, che diceva che "la società non esiste, esistono solo gli individui" sarebbe piaciuto il film.

buona (miracolosa) visione - Ismaele




…Sylvie Vartan è il Jolly che pesca Ken Scott, e lo gioca in un film che nella sua prima parte (fin quando Roland è bambino) è un vero capolavoro di ironia, umanità, simpatia, pathos, allegria.
Nella seconda parte, quando Roland è adulto, il film però si appiattisce, cerca quegli agganci melodrammatici che nel primo tempo aveva così ben esorcizzato impantanandosi un po’ in risvolti narrativi che pure sarebbero stati ben riusciti se solo avessero conservato la freschezza, l’ingenuità, direi la verginità della prima parte.
Leila Bekhti è strepitosa. La madre che interpreta è strepitosa…

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C’era una volta mia madre, alla fine, appare come un’inquietante messa in scena elegiaca della triade Dio, Patria e Famiglia, ai tempi del capitalismo spettacolare, fatta passare per innocua commedia dei (buoni) sentimenti. Considerato il periodo storico in cui esce il film – un momento in cui, in Europa, si ritorna a parlare di guerra e valori tradizionali, mentre reazionari di varia natura sfruttano il richiamo delle ragioni del cuore e del primato del principio famigliare su quello sociale – appare inquietante come il cinema, velocemente, stia già producendo opere allineate, non tanto alla lettera politica, ma proprio allo spirito dei tempi. Insomma se va così in Francia – la produzione è francese – attendiamo il ritorno dei telefoni bianchi in Italia – se mai se ne fossero andati.

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…Ken Scott costruisce un film veloce (poco più di un’ora e mezza), drammatico ma del tutto godibile per via dei numerosi inserti leggeri e/o comici; il cui messaggio passa per ogni tipo di platea, anche se la cura dei dettagli (nella fotografia, nella sceneggiatura) è davvero alta, tanto da soddisfare pure palati esigenti.

Eccezionale è il trucco: i genitori del protagonista invecchiano così alla perfezione.

Ma ottimi sono pure i costumi, fondamentali nel rendere vicino e credibile un passato come quello dell’infanzia del protagonista, tra gli anni ’60 e ’70.

Un eccellente – e per nulla retorico - lavoro psicoanalitico e transgenerazionale, incastonato nel mezzo secolo di storia vissuta. Con tutta la peculiarità di ebrei francesi di origine marocchina, vittime dunque anche di discriminazioni coloniali.

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La Truffa del Millennio: quando Hollywood ha sputtanato la finanza - Federico Greco

 

domenica 7 dicembre 2025

L’anno nuovo che non arriva - Bogdan Mureșanu

è incredibile quanto cieco sia stato il regime di Ceausescu nel non vedere la fine tragica che lo aspettava.

il film mostra i giorni della fine del regime attraverso le storie di alcune persone, ciascuna legata alla storia di un'altra persona.

momenti comici si alternano a momenti disperati, in maniera davvero efficace.

la scenetta più divertente è quella del bambino che scrive a babbo natale, ma le scene disperate sono di più.

il primo lungometraggio di Bogdan Mureșanu è davvero una bellissima sorpresa.

purtroppo il film è solo in una ventina di sale, così va il mondo, ma cercatelo, non sarete delusi.

buona (tragicomica) visione - Ismaele




Quello descritto in L’anno nuovo che non arriva è un mondo agli sgoccioli. Siamo alla fine dell’esperienza socialista, ed il paese è in procinto di cadere nella brace del consumismo, così racconta Radu Jude nel suo ultimo lavoro di assemblaggio presentato a Locarno, Eight Postcards from Utopia, una raccolta di materiale pubblicitario televisivo. L’attimo prima, l’oggetto del film, è quello della paura della delazione, di nervi provati, della tortura fisiche e psicogiche, dei ricatti. Eppure, senza censura, e senza nascondere niente, il tono del film non cade mai in un tono drammatico, anzi trova più di uno spunto di commedia. L’intenzione è esplorare un’enorme linea grigia, quella che conteneva gran parte della popolazione ridotta al silenzio vuoi per collusione o soltanto dalla pavidità, guardare oltre la cortina omertosa, lontano da occhi ed orecchie indiscrete, in quegli spazi dove il sentire diventa sincero. Rinascono la fiducia ed il coraggio di rischiare, gli operai decidono di ribellarsi, le famiglie riuniscono le proprie forze dopo un istante di sospetto e si creano delle coscienze critiche. Bogdan Mureşanu trova nel suo primo lungometraggio un ottimo equilibrio tra le parti superando le difficoltà della narrazione polifonica, lasciando alla Storia il compito di fare da trait d’union. E riesce ad agganciarsi all’attualità attraverso la tematica della manomissione, trucchi ed artifici ormai regola del contemporaneo, con la realtà sabotata dalla falsificazione per ottenere un eterno presente.

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Un puzzle tragicomico si compone in un giorno di dicembre 1989, in Romania. Sei persone cercano di trovare il proprio equilibrio mentre la società si sgretola.

È il 20 dicembre 1989 e il regime di Ceaușescu è agli sgoccioli. L’esercito reprime violentemente una rivolta a Timișoara, ma le notizie che arrivano a Bucarest sono scarse e filtrate. Sei persone si trovano nell’occhio del ciclone senza rendersene conto. Un regista televisivo deve trovare un modo per salvare il suo show di Capodanno dopo che l’attrice principale è fuggita. La soluzione sta in un’attrice teatrale in crisi che non riesce a contattare il suo ex fidanzato a Timișoara.

Nel frattempo, il figlio del regista, uno studente, pianifica di fuggire in Jugoslavia nuotando attraverso il Danubio. A sorvegliarlo c’è un ufficiale della polizia segreta Securitate, che cerca di trasferire la madre dalla casa destinata alla demolizione a un nuovo appartamento che lei detesta. Il trasloco è eseguito da un operaio, che va nel panico dopo che il figlio scrive una lettera a Babbo Natale in cui rivela che il padre vuole la morte di Ceaușescu.

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il film di Mureșanu è una riflessione sul tempo e sulla disillusione, su quel momento in cui la Storia irrompe nella vita privata e la travolge. È un film sulla promessa mancata di un nuovo anno, di una nuova era, che non è mai davvero arrivata. Ma è anche un atto di resistenza contro l’oblio, un tentativo di fissare su pellicola il passaggio fragile e indecifrabile tra dittatura e democrazia, tra infanzia e maturità, tra paura e speranza.

Con The New Year That Never Came, Bogdan Mureșanu firma un film importante, carico di significati, rigoroso e profondamente umano, che riesce a restituire la verità di un’epoca non attraverso la ricostruzione storica, ma tramite la vibrazione dei corpi e dei silenzi, delle attese e delle parole taciute. È il film di un regista che guarda al passato per comprendere il presente, e che nel farlo costruisce una delle più intense riflessioni contemporanee sulla memoria dell’Europa dell’Est e sul fragile confine tra storia e identità

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sabato 6 dicembre 2025

Othello – Orson Welles

mi è capitato di vedere Othello al cinema, mi sembrava brutto non andarci, e non me ne sono pentito, la sala cinematografica, finchè esiste, è sempre meglio di uno schermo in casa.

la storia è quella di Shakespeare, riguarda Otello, guerriero nero che a Venezia è un idolo.

si sposa con una donna bellissima, Desdemona, sono profondamente innamorati, la felicità è tutta per loro, ma c'è un traditore di nome Jago, uno stratega delle debolezze umane.

Orson Welles è l'ottimo regista, e anche protagonista, in un film che nonostante mille difficoltà di realizzazione è davvero un capolavoro.

non perdetevelo, è Cinema, gioia e stupore per gli occhi e per la mente, promesso.

buona (shakespeariana) visione - Ismaele 

ps1 - il film è sempre d'attualità, i femminicidi sono sempre numerosi, in realtà Desdemona subisce un terribile femminicidio.

ps 2 - provate a pensare che al posto di Jago ci sia Zelensky, col suo fare mellifluo, imperioso e servile insieme, quante cose sapeva prevedere Shakespeare...


 

QUI si può vedere il film completo, in italiano

 

 

…Finalmente nel 1952 porta a termine Othello, girato in tre faticosi anni tra l’Italia (Studi Scalera a Roma con esterni a Venezia, in Toscana, Viterbo, Perugia, Isola di Torcello) e il Marocco (Mogadir, Sali, Mazagan). Il film presentato il maggio di quell’anno al Festival di Cannes ottiene il Grand Prix ex aequo con Due soldi di speranza di Renatò Castellani. Il film-Odissea Othello anche se risente delle difficoltà di produzione, quanto a omogeneità è un capolavoro ispirato. Welles si circondò di collaboratori molto capaci fra cui Michael Mac Lammoir (vecchio amico e maestro) che diede vita a uno Jago straripante e feroce la cui diabolica natura è originata da un’irrisolta sessualità malata. Sazanne Cloutier (Desdemona) in alcune scene è sostituita da Betsy Blair e da Lea Padovani; Joseph Cotten appare nelle vesti di un senatore. Le musiche della colonna sonora sono affidate a Francesco Lavagnino.
Quanto al rapporto Shakespeare-Welles molti trovano confuse e teatrali le trascrizioni wellesiane. Sadoul, pur parlando di 
Othello come di un’opera “che vorrebbe apparire preistorica ma che è più che altro affine a quella di uno zoo con le sue rocce di cartapesta”, lo ritiene “opera di gran lunga migliore e uno dei film più notevoli della serie scespiriana”; Guido Fink ritiene che “le leggende fiorite intorno a Welles (...), grande Scholar scespiriano fin dalla più tenera infanzia appaiono fra le più risibili, e l’indubbia dimestichezza del regista con il poeta risulta invece improntata a una buona dose di antiaccademica disinvolta”.
La critica più recente parla di Othello come di opera imprevedibile “dove (Welles) mette insieme in un montaggio che è un fuoco d’artificio inquadrature girate in tempi e luoghi diversi.” (Adriano Aprà), mentre Enzo Ungari in polemica con André Bazin e i difensori del “cinema-cinema” afferma che “i piani-sequenza di Orson Welles sono soltanto alcuni dei mezzi prodigiosi e molteplici con cui il personaggio ha lavorato per avvolgere il caos della sua esistenza nella logica di un’opera d’arte, la stessa che permette di legare rigorosamente un piano americano di Othello girato a Venezia con il suo contro-campo girato in Marocco.”.
Per altre considerazioni si dovrà aspettare lo stesso Welles che condurrà la propria esegesi in Filming Othello, un documentario che, suggerito a Welles dall’amico e regista Carol Reed nel 1952, vide la luce venticinque anni dopo, nel 1977.

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…Un film che è dunque più vicino all’arthouse cinema europeo che non al cinema americano coevo, e che in Europa (e dintorni) trova location reali, storiche, lontane dai set preparati ad hoc nei teatri di posa americani: così Welles può girare a Venezia il matrimonio segreto di Otello e Desdemona nella Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, luogo scelto ancora oggi per le nozze da tanti veneziani, può sfruttare il cortile di Palazzo Ducale e la sua Scala dei Giganti, può girare alla Ca’ d’Oro e inquadrare veri, labirintici incroci di canali; può andare in Marocco e sfruttare una cisterna portoghese con apertura circolare sul soffitto per creare una camera da letto simile alla Camera degli sposi di Mantegna, mantenendo altissimo il livello culturale dei suoi riferimenti.[7] La tendenza di Welles a seguire lo sperimentalismo degli autori europei e a rifarsi continuamente a modelli colti del vecchio continente è un aspetto che, se ancora non entrato nei gusti di studios e pubblico durante la crisi di Hollywood negli anni Cinquanta, diventerà un riferimento fortissimo e fondamentale per gli autori della New Hollywood, che cominceranno a lavorare un decennio dopo l’esperienza europea di Welles.[8]

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Orson Welles probabilmente è stato il regista più sfortunato della storia del cinema, poichè l'unica volta che poté girare in condizioni produttive normali come tutti gli autori che si rispettino, ha tirato fuori con Quarto Potere (1941), quello che a tutti gli effetti è il miglior film della storia del cinema probabilmente o comunque giù di lì. Ogni sua opera successiva venne paragonata con l'intenzione di sminuirla al suo primo film, non considerando il fatto che non era tanto il regista ad aver subito un calo, ma le condizioni lavorative impietose con ingerenze marcate degli studios e final cut negato in post produzione dove le sue pellicole venivano rimaneggiate brutalmente tanto che ora oggi anche quando si è potuti recuperare qualcosa, comunque non abbiamo dei veri e propri final cut ma versioni che si presumono più vicine alla volontà del regista. Con Othello (1952), secondo adattamento di un'opera di Shakspeare dopo il bellissimo Macbeth (1948), si introducono nuove difficoltà per il regista; i problemi produttivi con soldi che inizialmente vi sono, poi in corso d'opera scompaiono con il risultato di avere delle lavorazioni travagliate. 

Welles era partito con le migliori intenzioni anche questa volta, ma dopo pochi giorni dall'inizio delle riprese il produttore del film va in bancarotta con il risultato che il regista si ritrova al palo con una lavorazione già avviata, decidendo caparbiamente di investire in prima persona nel progetto, arrivando a sospendere per almeno tre volte la lavorazioni per reperire i soldi tramite suoi ingaggi come attore in altri film, giungendo infine dopo circa tre anni di lavorazione ad ultimare l'opera…

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