giovedì 23 maggio 2024

La Gomera - Corneliu Porumboiu

un film che richiede attenzione, la sceneggiatura a incastri non vuole gente distratta.

i fischi sono l'anima del film, fatto di inganni, poliziotti corrotti, lotte senza quartiere e amore, sì amore!

un film da non perdere, promesso.

Corneliu Porumboiu è una garanzia.

buona (fischiettante) visione - Ismaele



…Alcuni anni fa ho visto un reportage sul linguaggio dei fischi utilizzato sull’isola La Gomera. Avevo appena finito di montare Politist, adjective e avvertivo il bisogno di distrarmi un poco e allora, incuriosito, ho iniziato a leggere tutto quanto sono riuscito a recuperare su questo argomento che avevo trovato molto interessante. Sono andato anche sull’isola per capire che effetto mi facesse la verifica in loco di questa particolare forma di comunicazione. E’ così che mi sono convinto di dover scrivere un film che avesse al centro questo linguaggio singolare ma anche divertente e inusuale. Più che un’immagine dunque, è stato un suono a scatenare l’ispirazione che mi ha portato poi a girare questo film (...) che ha certamente a che fare con la cosa che mi interessa maggiormente che è poi lo studio del linguaggio cinematografico e le sue possibili variazioni. Parlo soprattutto del linguaggio dei simboli che trovo molto adatto da applicare a un cinema che vuole essere anche politico ma in una forma non strettamente canonica. Più passa il tempo insomma, più mi accorgo di essere interessato soprattutto a  come voglio dire le cose piuttosto che a cosa voglio dire e questa mia ultima fatica credo sia la dimostrazione pratica di tutto questo”.  (Corneliu Porumboiu)

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   La Gomera – L’isola dei fischi pone in secondo piano l’analisi politica e sociale che contraddistingue il cinema rumeno contemporaneo, focalizzandosi invece sui temi del controllo e del linguaggio. Ivanov regala l’ennesima formidabile interpretazione, interpretando totalmente in sottrazione un personaggio grottesco, capace di mantenere la sua glaciale maschera nelle situazioni più assurde (come quando si concentra sull’apprendimento della lingua dei fischi) e costretto in una sorta di prigione invisibile, in cui le sbarre sono gli sguardi degli altri personaggi e il controllo che essi esercitano su di lui. Una prigione da cui può evadere soltanto attraverso un arcaico linguaggio, che sfugge ai giochi di potere a cui Cristi dovrebbe sottostare. La coerente e toccante evoluzione di questo personaggio è la pietra angolare de La Gomera – L’isola dei fischi, il simbolo della volontà del regista di giocare coi generi e con le atmosfere per poi riconnettersi a sentimenti profondi e universali.

Complementare a Cristi è l’ammaliante e furba Gilda, che la Marlon nobilita con un’interpretazione fatta non soltanto di avvenenza e sensualità, ma anche e soprattutto di espressività nei momenti che determinano il suo personaggio: una manipolatrice che non ha alcuna remora nell’utilizzare il suo corpo e il suo ascendente per ottenere ciò che vuole o per interpretare al meglio una precisa parte, ma che al tempo stesso rivela una sensibilità capace di avvicinarla alle grandi regine del noir, genere troppe volte dato per agonizzante o per morto, ma in realtà sempre vivo in diverse forme.

 

Nel frullato di citazioni (apprezzabili gli espliciti omaggi a Sentieri selvaggi e ad Alfred Hitchcock) e di registri (le inquadrature delle telecamere di sorveglianza si accavallano con sequenze dal taglio tipicamente thriller) messo in scena da Porumboiu si rischia più volte di perdere il contatto con il complesso intreccio alla base de La Gomera – L’isola dei fischi, anche a causa di un insistito e non sempre efficace ricorso al flashback. La sensazione di disorientamento che proviamo ci aiuta però paradossalmente a connetterci con la tragicomica esperienza di Cristi, che in cuor suo pensa di essere in controllo della situazione e di muoversi perfettamente sul filo della legge, ma in realtà è totalmente trascinato dagli eventi e dai desideri di altri.

Un contrasto fra seriosità e ridicolo e fra autorialità e puro divertimento che si riflette sulle scene musicali, spesso in antitesi con ciò che avviene sullo schermo. Ma questo gioco di opposti e questa sorprendente miscela di personaggi incompatibili e di azioni contraddittorie acquistano senso e coerenza interna in un travolgente finale, capace di mettere ogni tassello al proprio posto e di fare dimenticare qualche passaggio a vuoto della trama…

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…In questo clima in cui non c’è da fidarsi di nessuno (neppure delle mamme, perché il poliziotto corrotto ha una mamma che si sta godendo la pensione del marito tra i fiori delle Canarie), l’intrigo poliziesco procede, nel rispetto del “genere”, con inseguimenti e improvvisi cambi di rotta, sino a una sanguinosa sparatoria finale nel corso della quale molti muoiono, altri tradiscono e qualcuno scopre l’amore.

Ogni tanto sembra di essere più dalle parti di Tarantino che da quelle del cinema rumeno che sta andando per la maggiore nei festival occidentali. Il rimescolio dei toni e il rovesciamento dei comportamenti trionfano. La vicenda a volte zoppica un poco. Ma nel complesso, Porumboiu (qui alla regia del suo quinto lungometraggio in carriera) dimostra ancora una volta di saper bene amministrare questo bailamme, valorizzandone il ritmo e la composizione figurativa delle immagini, i colpi di scena e la recitazione degli attori, anche la curiosa idea etnografica del linguaggio dei fischi che risuonano, tra le colline e le costruzioni cittadine moderne; nel silenzio minaccioso di una lotta di tutti contro tutti, della quale, infine, saranno i “buoni” a goderne meritatamente i benefici..

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mercoledì 22 maggio 2024

Laissez bronzer les cadavres - Hélène Cattet e Bruno Forzani

Hélène Cattet e Bruno Forzani girano pochi film, ma buoni, impossibile confonderli con altri film che si vedono in giro.

Laissez bronzer les cadavres è un polar, un western, un heist movie, qualsiasi cosa sia è il come la storia è raccontata, si va avanti e indietro, a cento all'ora o lentamente, con mille colori, e con un sole che fa risvegliare i morti, oltre che abbronzarli, in un angolo di Corsica, in un villaggio abbandonato, ma riabitato temporaneamente da un'artista e un po' di gente di passaggio, a cui non si chiede il curriculum.

momenti di pace, sguardi di fuoco, scoppi di violenza come in un western anni '60-'70, sparatorie alla Tarantino, senza pietà.

cercatelo e godetene tutti.

buona (caotica) visione - Ismaele

 



Laissez bronzer les cadavres, tratto nel 2017 dal primo romanzo del petit miston Jean-Patrick Manchette (scritto insieme a Jean-Pierre Bastid), usa il sole abbacinante della Corsica per un folle regolamento di conti tra eccentrici vacanzieri, una banda di rapinatori in fuga e due gendarmi giunti giusto in tempo per farsi sparare addosso. Sembra un classico poliziesco, ma provate a vederlo (è il più difficile da trovare tra tutti, vi avviso) e vedrete che di classico, se non l’ambientazione e le armi, non c’è veramente nulla…

Procedono per singoli frammenti, estrapolati da una scena data preliminarmente e poi accantonata, come se l’azione fosse composta da pezzi di un meccano montati insieme per fornire una struttura nuova, totalmente stilizzata. Persino astratta.

I frammenti si fronteggiano, si contrappongono, entrano in conflitto. È Ėjzenštejn privato dell’ideologia, senza il simbolo che ne scaturisce. La loro è una concezione sineddochica dello spazio: si concentrano su una parte particolarmente rappresentativa (ed espressiva) dei corpi e ne fanno il veicolo paradossale dell’azione, che di fatto cancellano. La regia diventa una precisa e personalissima interpretazione grafica che, mentre rilegge il cinema di genere, ne offre una riscrittura originale e un’estetica molto seducente. Il fascino di ogni inquadratura è infatti il valore aggiunto di una narrazione che procede grazie a una mostrazione sovraccarica di colori, di impulsi, di motivi e intensità differenti (merito anche dell’abituale direttore della fotografia, Manuel Dacosse). E in cui Cattet e Forzani, in pratica, non raccontano una storia, sollecitano il pubblico con un dialogo continuo tra personaggi e schermo, minacciandolo (o seducendolo) con sguardi in tralice (o umidamente provocanti) e canne di pistola puntate in faccia. È l’origine della visione (ricordate lo sparo verso il pubblico de La grande rapina al treno?) e anche la sua messa in discussione (gli sguardi verso l’obiettivo irretiscono ma rivelano costantemente l’artificio). È il mantra primordiale che si rinnova ibridandosi con le dinamiche di generi già riletti da uno sguardo d’autore e riproposti attraverso lo spettro prismatico della sensibilità postmoderna…

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Raccontata così, potrebbe sembrare la trama di un classico film noir, sulla scia di modelli come Cani arrabbiati di Mario Bava, Le iene di Quentin Tarantino e innumerevoli polar. In realtà, qualsiasi materia passi tra le mani dei due registi belgi, cambia completamente forma e sostanza, trasformandosi in qualcosa di diverso rispetto a ciò che possiamo immaginare. Così come Amer e L’étrange couleur des larmes de ton corps erano gialli molto sui generis, sofisticate rielaborazioni stilistiche dei classici del thriller italiano, così Laissez bronzer les cadavres è un unicum, un noir che si svolge in ambienti da western contemporaneo e si trasforma presto in un’orgia visiva pop, psichedelica e coloratissima….

… Tutto incredibilmente assurdo, tutto incredibilmente bello da vedere: Laissez bronzer les cadavres richiede allo spettatore di uscire dai canoni classici del cinema, per abbracciare una fusione panica di innumerevoli elementi visivi e sonori; certo, la vicenda noir si lascia seguire e appassiona lo spettatore, fra sparatorie, sangue, stalli alla messicana e personaggi ben costruiti, ma non è la cosa più importante, perché la regia sembra recuperare una concezione primigenia del cinema come pura Arte Visiva. E quando, sul duello finale tra Rhino e il poliziotto, inizia la nenia infantile di Chi l’ha vista morire? di Aldo Lado (Canto della campana stonata di Ennio Morricone), non si può fare altro che applaudire, perché solo un genio poteva concepire qualcosa di simile.

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martedì 21 maggio 2024

Sapiens? - Bruno Bozzetto

Bruno Bozzetto conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere un grande, ottima musica, storie intense, disegni bellissimi.

provare per credere - Ismaele



Le sinfonie di diversi autori di musica classica, Verdi, Chopin, Beethoven, fanno da sfondo a tre cortometraggi dedicati all'uomo e al suo comportamento nei riguardi della natura e della società. Trattano temi diversi, ma il comune denominatore è lo stesso: la prevaricazione dell'essere umano, la violenza e la non accettazione del diverso. La soluzione, per il Pianeta e per tutti gli altri animali, potrebbe essere un mondo senza "Homo Sapiens"? Il film di animazione è firmato dal pluripremiato disegnatore e regista Bruno Bozzetto.


si può vedere qui:

https://www.raiplay.it/programmi/sapiens



lunedì 20 maggio 2024

Niente da perdere - Delphine Deloget

Sylvie, dopo tanto combattere, si trova nella condizione di non avere niente da perdere, così finisce il film, prima Sylvie, e Jean-Jacques, cercano in tutti i modi di riportare a casa Sofiane.

è difficile crescere da sola due figli, solo le madri lo sanno, gli altri possono provare ad intuirlo, ma non è lo stesso.

Virginie Efira è perfetta nella sua parte, e nessuno degli attori sfigura, tutti sono bravi.

un film da non perdere, in poche sale, purtroppo.

buona visione - Ismaele




 

 

Niente da Perdere pone il dilemma di cosa sia più importante tra il benessere del bambino, visto attraverso gli occhi asettici di assistenti sociali che sembrano creature senza cuore e senza scrupoli, e il legame affettivo indissolubile di una madre, a prescindere dalla situazione economica in cui si trova. E alla fine non è difficile empatizzare con la protagonista e tifare per chi, in questi casi, le regole non le vuole seguire.

La Deloget debutta con un bel dramma sociale con buon ritmo e profondità. La dolcezza e la spigolosità della protagonista ci fanno chiedere come ci si debba comportare in una situazione del genere senza impazzire. Insomma, un salto in una realtà decisamente fumosa come, purtroppo, è spesso quella della rigidità delle istituzioni con cui sembra impossibile poter avere la meglio.

Niente a Perdere è l’ennesimo film francese che non delude. Magari un po’ lungo nella descrizione dei dettagli di momenti che un regista più smaliziato avrebbe saltato, e forse un po’ ridondante nella cronologia degli eventi. Ma comunque una bella pellicola che non fa rimpiangere le due ore passate in sala. Da vedere.

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Costretta a dimostrare di non essere la madre assente e incapace di badare ai suoi figli in cui purtroppo viene incasellata, con Niente da perdere la protagonista affronta una discesa dove, alla fine, c’è solo un vicolo cieco. Ma un genitore può scavalcare ogni cosa.

Virginie Efira è meravigliosa in questo. Sa perfettamente come calibrare le emozioni, sa quando mantenere la calma per dimostrarsi integerrima e quando invece si può lasciare ai sentimenti di prendere in mano la situazione – dalla rabbia all’angoscia, dallo sconforto, fin anche all’esasperazione.

È una donna reale la sua Sylvie, non sembra mai di star guardando un personaggio, ma una persona che riesce ad affrontare le problematicità che, pur senza motivo, le si sono innalzate davanti. Perché si è trattato soltanto di un incidente. Un piccolo, per nulla determinate, incidente.

Sapendo mantenere lontano un pietismo che avrebbe rischiato di sovraccaricare la drammaticità, articolato con una penna attenta e una narrativa asciutta (alla sceneggiatura anche Olivier Demangel e Camille Fontaine), Niente da perdere non scade mai nel vittimismo e fa combattere lo spettatore accanto alla protagonista. Mostra come tutti possano avere le proprie buone ragioni, anche quando ci si ritrova su di un binario del tutto sbagliato – persone o istituzioni. E che, spesso, non resta che a noi raddrizzarlo.

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…Delphine Deloget, qui al suo lungometraggio d’esordio alla regia, è molto precisa nel creare il ritratto di una madre felice di quello che ha, dignitosa nonostante le difficoltà della vita, che ottiene i favori del pubblico senza risultare subliminalmente pietosa. Ad indossarne i panni è una strepitosa Virginie Efira, che conferma (qualora ce ne fosse ancora bisogno) di essere una delle più interessanti attrici del panorama francese contemporaneo. Con il procedere del film e quindi della battaglia di Sylvie contro le istituzioni, questa compie dei gesti incauti, considerati inaccettabili dalla società che la osserva. Lo spettatore è chiamato quindi ad interrogarsi sulla natura del personaggio: si tratta di gesti soliti per la protagonista e che quindi in qualche modo giustificano ciò che le sta capitando, oppure sono reazioni indotte dal sistema contro il quale sta lottando? Quanto quindi c’è di naturale nel comportamento di Sylvie, o – ecco il meccanismo kafkiano – è la società ad imporle di accettare una condizione paradossale e ad assegnarle un ruolo a cui non può sottrarsi?...

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Qui mieux que Virginie Efira au jeu mâtiné d’émotion et de burlesque pouvait se glisser dans la peau de cette lionne désemparée et créer une telle connivence ? Pourtant, la palme du personnage le plus surprenant pourrait bien revenir à India Hair. En choisissant une comédienne à la fragilité et à la douceur naturelles, Delphine Deloget, tordant le cou à tout risque de caricature, transforme cette fonctionnaire immédiatement insupportable et sûre de son bon droit en un être humain capable de doute et surtout d’un frémissement de compassion que sa fonction n’aurait pas laissé supposer. Enfin, pour rendre vivante et solidaire cette histoire d’une famille luttant contre l’adversité, il fallait bien quelques comédiens ingénieux. C’est ainsi que l’on retrouve Arieh Worthalter dont a pu récemment apprécier l’immensité du talent grâce au Procès Goldman ou encore Félix Lefebvre (vu dans Eté 85 et Mon crime de François Ozon), parfaitement investi dans son rôle de grand frère, victime collatérale de tout ce grand chambardement, sans oublier l’époustouflant Alexis Tometi dans le rôle de l’enfant sacrifié…

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domenica 19 maggio 2024

El conde – Pablo Larraín

dopo i film "stranieri" Pablo Larraín torna in patria, e gira un film sul boia Pinochet, ma non solo.

in un bianco e nero davvero livido e convincente vediamo che Pinochet sta per crepare, e la sua eredità va definita con chiarezza.

Pinochet non è solo il boia che nasce dal niente, lui è un vampiro che arriva dall'Europa, e bisogna decidere se il vampiro finirà con lui, o proseguirà la sue esistenza in altri corpi.

é una lotta senza quartiere che sappiamo come sa a finire, fino all'ultimo.

se qualcuno ha nostalgia di Margaret Thatcher la ritroverà, buon per lui.

un film da non perdere (si può vedere su Netflix).

buona (vampiresca) visione - Ismaele


  

 

Si può dire che sia un peccato che il regista e Calderón non si spingano un po’ più in là nell’assurdo; il materiale sullo schermo avrebbe infatti occasionalmente bisogno di un’ulteriore scossa di comicità stravagante per aiutare a ‘vendere’ l’idea principale – e, in qualche misura, esile – che ci sta dietro.

Tuttavia, l’accusatoria durezza generale funge essa stessa come forma di amaro umorismo, mai come quando Carmencita intervista i figli di Pinochet cresciuti e ne elogia le atroci malefatte (tra cui i profitti dal terrorismo) con un sarcasmo che a loro, pieni di orgoglio e di diritti, sfugge completamente.

El Conde è allo stesso tempo il tentativo più diretto e fantasioso di Pablo Larraín di affrontare di petto l’eredità di Augusto Pinochet e i disastri che ha provocato il suo operato, aiutato dalle eccellenti interpretazioni dell’87enne Jaime Vadell nel ruolo del senile e banalmente malvagio dittatore e di Paula Luchsinger Escobar in quello della sua avversaria agli antipodi (che, in un ultimo primo piano, assomiglia in modo impressionante alla Giovanna d’Arco incarnata nel 1928 da Renée Falconetti).

In definitiva, El Conde trasmette poco che non sia già stato trattato nei precedenti film del regista sul regno di terrore del dittatore, eppure rimane un ritratto elegantemente pessimista della malvagità di un uomo e, in modo altrettanto pungente, del modo in cui ha contagiato tutti quelli che ha toccato (o, sarebbe meglio dire, morso).

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Scrive Pablo Larraín:

Ho trascorso anni immaginando Pinochet nelle vesti di un vampiro, come un essere che non smette di imperversare nella storia, sia nella nostra immaginazione che nei nostri incubi. I vampiri non muoiono, non scompaiono, e nemmeno i crimini e le ruberie di un dittatore che non ha mai affrontato la giustizia. Io e i miei collaboratori volevamo mettere in evidenza la brutale impunità che Pinochet rappresenta. Mostrandolo per la prima volta apertamente, in modo che il mondo potesse cogliere la sua vera natura: vedere il suo volto, respirare il suo odore. Per questo, abbiamo utilizzato il linguaggio della satira e della farsa politica, in cui il Generale soffre di una crisi esistenziale e deve decidere se vale la pena continuare la sua vita come vampiro, bere il sangue delle sue vittime e punire il mondo con il suo male eterno. Un monito allegorico del perché la storia debba necessariamente ripetersi, per ricordarci quanto le cose possono diventare pericolose.

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I toni sono subito chiari: dalla farsa sulle maschere del potere alla dark comedy familiare, dal fantasy realista all’horror splatter, chiamando più volte in appello umori e setting del più ambizioso cinema d’autore europeo (Dreyer, Tarkovskij, Murnau, per citare i più evidenti). In una villa decandente e spettrale su un’isola nel sud del Cile (non) vive segretamente il generale Pinochet. Un anziano vampiro in crisi esistenziale che ha deciso di morire ma è travolto dalla sua famiglia che brama di dividere l’eredità e da una misteriora (e religiosissima) contabile che lo deve aiutare a trovare un “finale”. Una voce fuori campo ci racconta questa storia in perfetto inglese (sarà forse Margaret Thatcher?) intavolando un discorso molto consapevole sulle ambiguità dei rapporti di potete tra democrazie, istituzioni religiose e totalitarismi nel Novecento come fossimo in un romanzo gotico con venature pulp. Il vampirismo diventa quindi una metafora sin troppo ovvia degli istinti ferini/autoritari che non riescono a morire e si alimentano nelle ambiguità del capitalismo contemporaneo creando mostri grotteschi pronti a riattivare la loro sete in maniera virale. Il bianco e nero plumbeo e le silhouette dei vampiri che si librano sul Cile del XXI secolo diventano il correlativo oggettivo di tutto questo…

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giovedì 16 maggio 2024

Las doce sillas (Le dodici sedie) - Tomàs Gutiérrez Alea

tratto da un romanzo di Ilya Ilf ed Eugene Petrov, un racconto divertente sulla rivoluzione e i danni collaterali (?), per qualcuno.

la ricerca della sedia piena di gioielli è una corsa contro il tempo, con la regia del grandissimo regista Tomàs Gutiérrez Alea.

la storia divenne famosa qualche anno dopo, nel 1970, grazie a un film di Mel Brooks e fu poi ripresa nell'ultimo film di Carlo Mazzacurati, La sedia della felicità, del 2013.

nel film cubano del 1962, la Rivoluzione era fresca, ritmi da comiche degli anni '20, impossibile non divertirsi. in un film che si può definire di ricerca.

buona (spericolata) visione - Ismaele 



QUI il film completo


 

La pellicola è il primo lavoro di fiction di Tomás Gutiérrez Alea e si basa sul romanzo omonimo degli scrittori sovietici Ilya Ilf ed Eugene Petrov. Tomás Gutiérrez Alea e Ugo Ulive sceneggiano la storia ambientandola nella Cuba dei primi anni dopo il trionfo rivoluzionario. Un aristocratico e il suo ex autista cercano una sedia dove la vecchia suocera ha nascosto i brillanti di famiglia.

I due uomini sono in aperta concorrenza con il prete del paese, che conosce il segreto raccolto dalle labbra della donna in punto di morte. Le dodici sedie della famiglia sono finite in varie mani dopo essere state messe all’asta dal Ministero del Recupero Valori. Alcune sono in un circo, altre in case popolari, altre ancora in casa di privati e negli enti pubblici. Alla fine i due personaggi principali si rendono conto che la sedia con i gioielli è stata trovata dai rivoluzionari che hanno venduto i preziosi e con il denaro hanno costruito una scuola e un centro sociale.

La pellicola comincia con un antefatto a cartoni animati dal taglio moderno nel quale vediamo un’anziana aristocratica che sale le scale, riordina la casa, toglie i gioielli dalla cassaforte e li nasconde dentro una delle dodici sedie del salotto. La sigla è ancora a cartoni animati, anticipa un intenso bianco e nero che prelude alla morte della vecchia mentre confida il segreto al prete e subito dopo al suocero. Gutierréz Alea cita alcuni cinegiornali che narrano il fatto storico dei tesori nascosti da molte famiglie nobili e recuperati dalla Rivoluzione.

Inserisce il contesto realistico dei borghesi in fuga da un mondo ormai troppo cambiato, le requisizioni di appartamenti, terre, industrie e racconta il nuovo mondo che avanza. La trama del film ricorda le commedie a sfondo giallo, anche se la parte comico – farsesca la fa da padrona e il mistero si limita alla ricerca di una sedia che potrebbe cambiare la vita ai protagonisti. Il ragazzo cubano è un personaggio molto ben definito, non è un comunista convinto né un vero rivoluzionario, è soltanto una persona che cerca di vivere al meglio la sua vita e sfrutta le situazioni che gli si presentano davanti…

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Film apparentemente superficiale, va giudicato solo dopo averlo visto fino alla fine. I due attori principali brillano per la loro interpretazione rendendo questo film non solo piacevole, ma profondo e degno di cineforum.

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Un aristócrata y su ex-chofer buscan una silla donde están escondidos los brillantes de la familia. En abierta competencia con el cura del pueblo, enterado del secreto, los personajes atraviesan las más imprevistas situaciones ya que las sillas han sido subastadas por el Ministerio de Recuperación de Valores y se encuentran en distintas manos.Basada en la novela homónima de los escritores soviéticos Ilya Ilf y Eugene Petrov.

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