mercoledì 25 aprile 2018

The Square – Ruben Östlund

film luminoso e geometrico, poi si entra in una storia di spionaggio e investigazione, tutto con mezzi propri.
il mondo alto e il mondo basso non sono così separati come sembra.
come in Happy end, e in Niente da nascondere, entrambi di Michael Heneke, il rimosso e il nascosto si prendono la rivincita.
qualche conto bisogna farlo, fermarsi a pensare e ripensare alle cose come sono, e non come vorremmo che fossero.
alcune scene sono straordinarie, altre solo molto belle, il risultato è un film da non perdere.
buona visione - Ismaele





The Square ci interroga su tante tematiche differenti. I fondamenti dell’arte contemporanea e il suo significato, le sue sfaccettature grottesche – il ragazzo delle pulizie che “spazza” una parte di un’opera d’arte – e il suo statuto elitario – la società bene che viene alla presentazione e si lancia sul buffet, la festa alto borghese nelle stanze vuote del Palazzo Reale. Il confine labile tra uomo e animale – la performance di Oleg, il sesso senza sentimento tra Anne e Christian, la scimmia che si trucca nell’appartamento – e soprattutto il contrasto tra la realtà dorata del mondo benestante e quella sporca e compromessa della povertà, con i mendicanti presi a simbolo di un innegabile rifiuto sociale. Per quanto la società promuova certi valori, gli stessi valori che irrisi nel video della campagna promozionale provocano le dimissioni del protagonista, nei fatti questi vengono quotidianamente negati, respinti come il bambino che cerca soltanto giustizia e trova invece un muro, una barriera mentale e fisica da parte di Christian, che finisce per buttarlo (pur non volontariamente) di sotto dalle scale. Quei bambini, che nella loro innocenza sanno tracciare confini chiari, sono il futuro frustrato di questa parte della società che spinge per essere riconosciuta, inutilmente e senza reale possibilità di riscatto. L’unica vera punizione sono le loro parole e il loro sguardo giudicante, gli occhi delle proprie figlie che Christian sente puntati addosso nel finale, mentre si allontana in auto dal palazzo dove abitava la famiglia di quel bambino ingiustamente respinto che se n’è andato lasciando dietro di sé nient’altro che una scia d’acqua, e forse di sangue.

The Square è un film apparentemente sconclusionato ma per niente superficiale che ci parla, tenendo assieme provocazione e intrattenimento, delle responsabilità individuali e civili che possono essere implicate dagli spazi pubblici. L’opera di Östlund sa far vedere come il risentimento, l’insofferenza del prossimo (in quanto incapacità di gestire tutto ciò che ci vive accanto ma è altro) agiscano spesso come tic incontrollabili, come condizioni non più reattive, ma sempre più autonome e capaci di esistere a parte: non in tensione con il mondo, ma come mondi paralleli. Mentre lo spazio simbolico della piazza si è trasformato, di conseguenza, nel campo d’azione e di espressione di tante singole paranoie. Un po’ come quei mucchi di cenere allineati in una sala espositiva del Museo e sormontati dal titolo “You Have Nothing”.

A impressionare nel film è infatti una diffusa indifferenza nei confronti dei più deboli (al limite della ferocia), segno, secondo lo stesso regista, di una perversa diffidenza e insicurezza che, soprattutto a causa della crisi economica mondiale, si fanno sempre più strada persino in un paese avanzato come la Svezia. Una disumanità che Östlund evoca abilmente anche attraverso alcune opere del museo, come unʼinstallazione che consiste in una sala scura, sul fondo della quale si impone un grande schermo acceso in cui un uomo, con sguardo animalesco, lancia minacciose occhiate in direzione dei visitatori: una visione che rimanda, appunto, allʼ“umana bestialità” che caratterizza numerose sequenze della pellicola.
Il film perde invece forza quando il regista  si sofferma eccessivamente sulle inaspettate disavventure del protagonista al di fuori del museo, tralasciando quasi del tutto lo stimolante dialogo fra le opere in esposizione e lʼemergere degli istinti meno nobili, compresi quelli di Christian.
Nonostante ciò, The Square lascia comunque il segno per la feroce leggerezza con cui affronta il lato oscuro del business di certa arte contemporanea (che, poi, come abbiamo visto, proprio arte sempre non è) e della fauna umana che le gravita attorno.
The Square non si può dire un film equilibrato: sfora nella lunghezza, sembra aprire sentieri e argomenti che non porta in fondo, però lo squilibrio è anche l'oggetto del discorso. Come l'arte che diviene arte anche in virtù della sua collocazione (si pensi al ready-made, l'oggetto comune traslato rispetto al suo contesto funzionale), così la vicenda di Christian è fatta di interruzioni imprevedibili del fuori contesto dentro il perimetro (che credeva chiuso e quadrato) della sua vita. Tic da sindrome di Tourette, che portano dentro l'inquadratura cinematografica di un film volutamente patinato, e di un mondo che fa della bellezza il suo credo, le immagini di mendicanti e povera gente, e mandano in cortocircuito eccesso e difetto, idealismo e cinismo, polpa e scheletro del film stesso. 
Come l'oggetto dell'arte contemporanea, The Square è anche un film aperto all'interpretazione che il pubblico vorrà dare di lui, e questa, forse, è la sua caratteristica più preziosa.

martedì 24 aprile 2018

POILUS -



Court métrage d'Animation 3D Projet de fin d'études Ecole : ISART DIGITAL, l'école du jeu vidéo et de l'animation 3D-FX

3D Animation : Guillaume AUBERVAL, Léa DOZOUL, Simon GOMEZ, Timothé HEK, Hugo LAGRANGE, Antoine LAROYE and David LASHCARI Music & Sound Design : Aina ANDRIAN, Paul BARRET, Gabriel DALMASSO, Auriane FATON, Elio GERMANI and Lesly VERDEROSA

lunedì 23 aprile 2018

L'Amore secondo Isabelle (Un beau soleil intérieur) - Claire Denis

i dolori e i turbamenti della matura Isabelle, ancora alla ricerca dell'innamoramento e dell'amore.
ispirato ai Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes, Claire Denis (una grande regista) gira un film diverso dai suoi precedenti, inseguendo Isabelle in ogni momento, nelle gioie e nei dubbi e nelle delusioni.
alla fine Isabelle cerca i consigli di un indovino, uGérard Depardieu che vive delle debolezze e delle illusioni delle clienti, elencando tutte le banalità che gli speranzosi prendono per oro colato.
se siete uomini potete intuire qualcosa del film, le donne possono riuscire a capirlo.
comunque sia, buona visione a tutti - Ismaele

ps: se vi capita di avere dietro qualche gruppetto di donne maschiliste, dispensatrici di commenti osceni, cambiate posto, per non farvi rovinare il film.







…La celebre regista, nell'adattare l'opera di Roland Barthes del 1977 "Fragments d'un discours amoureux", regala a Juliette Binoche un ruolo vibrante che ce la restituisce vulnerabile ma agguerrita e motivata a giocarsi bene le sue ultime preziose carte sentimentali. 
Trascorsi i titoli di coda, la ascoltiamo ancora, ammirati ed inteneriti, interpretare le parole amorevoli, ma inevitabilmente evasive, dell'affettuoso medium che la soccorre, non potendo fare a meno di apprezzarne i tratti graziosi, l'espressione potente e determinata che la anima di una speranza che non ha intenzione alcuna di cedere: è il suo "sole interiore", che Claire Denis riesce a rappresentare e a far rendere palpabile ed evidente, oltre che straripante.


…Claire Denis è partita da una voce dei frammenti di Barthes, "Agonia", per inscenare il discorso amoroso di Isabelle.
Doveva esser parte di un progetto di adattamento completo del testo, ad opera di diversi autori, ma il suo contributo si è allontanato dalla fonte, si è liberato, senza rinunciare però alla formula del frammento. Esitante, incompleto, timoroso, l'innamorato non è capace di parlare dell'amato in maniera compiuta, non sa quanto l'esperienza del desiderio sia soltanto sua o condivisa. La Denis porta sullo schermo questo torturarsi mentalmente, alle soglie del sentimento che promette maggior felicità, dentro l'azione quotidiana, piccola, scomposta in parti, ridotta, appunto, a frammento. Deve scendere dall'auto o restare? Cosa vuole l'altro? Quello che vuole lei? Perché non parla, l'altro? O perché non tace, non agisce? Come la vede? In questo quadro, di volute ripetizioni, il personaggio dell'attore è quello che porta la nevrosi d'amore al livello più esplicito: è angosciato dall'idea della fine, la riscontra all'indomani dell'inizio, la anticipa parlando di morte, impedendo che il sentimento sperimenti una vita. 

Juliette Binoche offre pezzi di sé (è una delle poche grandi attrici della sua età che non si è mai sposata) e del suo corpo all'obiettivo della regista e dà il meglio di sé (il meglio di sempre?) nei panni di questa donna che si sente sola e invece è tutte le donne, e non solo le donne. I suoi cambi recitativi di registro non sono mai stati così rapidi ed estremi e servono a dovere un film che è tutto scritto, quasi una pièce teatrale, nel quale nemmeno una passeggiata nel verde offre una boccata d'aria.

Il fuoriclasse nello sport lo riconosci in modo semplice: è quello che se ne sta in disparte o finge di farlo, che ti disorienta con un atteggiamento a basso profilo e poi quando stai per rilassarti ti trafigge con un colpo inatteso e magistrale.
A ben vedere, il ragionamento calza perfettamente anche per la questione cinematografica e per i suoi “top players”. Una di essi è, senza dubbio, la regista parigina Claire Denis.
L’Amore Secondo Isabelle è la sua tredicesima regia, passata dalla “Quinzaine” di Cannes 2017, un progetto che trae libera ispirazione da Frammenti Di Un Discorso Amoroso dello scrittore francese Roland Barthes e da un suo singolo concetto, quello di Agonia.
La Denis parte dalla parola e la trasforma in chiave, evocandone un significato strettamente correlato alla sopraffazione causa pene d’amore. E’ questo lo stato in cui versa la cinquantenne Isabelle (Juliette Binochee il siero dell’eterna giovinezza), col suo cuore irrisolto e il carosello di uomini schizofrenici della sua vita.
La conquista dell’amore vero – o qualcosa di simile – è eclissata da una serie interminabile di rapporti sentimentali made in 2018, incerti e idiosincratici, pavidi e facili da smentire.
Qui, nel crocevia del dramma sentimentale, la fuoriclasse Denis trasforma una sinossi piuttosto prevedibile e schematica in un film profondo, magnetico ed ironico, che sale progressivamente di giri e sfocia in un atto finale che irradia tanto di speranza quanto del suo esatto contrario.
L’Amore Secondo Isabelle è un film nobile e raffinatissimo, un gioiello capace di rimanere sobrio e persino mascherato, che incastona le gemme maschili del cinema francese (Xavier Beauvois, Gérard Depardieu, Philippe Katerine, Nicolas Duvauchelle) sulla mai banale sofferenza di Isabelle-Binoche…

L’amore secondo Isabelle è uno di quei film che fanno la felicità dell’attrice che ne è protagonista: presente dalla prima all’ultima scena e con la macchina da presa a valorizzarne la voluttuosa e sensuale figura, Binoche è una donna alle prese con la mancanza d’amore che, in un vortice di pathos e sofferenza, è indirizzata a crescere ogni volta che la ritroviamo sola ma imperterrita al cospetto di una nuova possibilità. La sceneggiatura è ispirata ai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthesi vari segmenti dedicati agli incontri di Isabelle sono allo stesso tempo parte di un unico racconto ma anche singoli tasselli destinati a diventare il modello di una femminilità universale, capace di rispecchiare, nelle variazioni offerte dalle diverse storie in cui è coinvolta Isabelle, l’intera categoria.
Un’ambizione, quella della Denis, alla quale non poteva non corrispondere la presenza di un’attrice iconografica come Binoche, la quale, come sempre, si dimostra capace di disfarsi della sua fama, anteponendo l’autenticità dei sentimenti espressi attraverso Isabelle ai tic e alle maniere che derivano dalla padronanza dei propri mezzi. Al contrario, Binoche sembra consegnarsi allo sguardo dello spettatore, accettando di filmare uno smarrimento che sembra appartenerle in prima persona. Non si può non innamorarsene.

venerdì 20 aprile 2018

Il tuttofare - Valerio Attanasio

Valerio Attanasio è stato sceneggiatore di Smetto quando voglio, il suo esordio alla regia sembra una costola di quel film, una variazione sul tema.
si ride, ma non troppo, sempre meno, alla fine ti resta poco o niente.
secondo me è esagerato scomodare i grandi della commedia italiana degli anni sessanta e settanta.
diceva Marx che "la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la secondo come farsa"; parafrasando quella citazione per i film, la prima volta sono freschi, originali e straordinari, la seconda volta sono un deja vu, abbastanza ordinari..
vedete voi, buona visione - Ismaele



Debutta con una storia che parte dall'amara esperienza della sua generazione (classe 1978): quella di confrontarsi con un mondo del lavoro che concede ai giovani (non raccomandati) unicamente la possibilità di essere sfruttati dalla generazione ex sessantottina che si è presa tutto e ha lasciato ai posteri solo le briciole. Ad incarnare quella generazione è Sergio Castellitto, che nei panni di Toti Bellastella regala la prova d'attore che da sola vale il prezzo del biglietto. Castellitto costruisce un personaggio (molto ben scritto da Attanasio) spassoso ma che non concede nulla all'empatia del pubblico: un cattivo carismatico che non strizza l'occhio agli spettatori e non li invita subliminalmente all'emulazione.
Il problema è che Castellitto giganteggia non solo sul volonteroso ma attorialmente più fragile Guglielmo Poggi, già visto in Smetto quando voglio, ma anche su una trama ben costruita nelle premesse ma più incerta nello svolgimento e soprattutto nella conclusione. Quando Bellastella scompare dalla scena anche la narrazione svapora, e Attanasio procede ad affastellare freneticamente accadimenti per compensare il vuoto lasciato da un mattatore che non fa prigionieri usando il latino(rum) come una spada laser.

All’interno della storia i personaggi ci sono presentati con schieramenti evidenti: i buoni e i cattivi. Tuttavia nel corso della storia lo sguardo che il film ha su di loro muta e spesso i ruoli si ribaltano. Attanasio ha la forza non comune di puntare il dito con fermezza, di saper indicare chiaramente cosa non vada, ma anche quella di comprendere e compatire la piccineria umana che guarda (e anche in questo sta molto del suo tono fantozziano). Così il povero praticante al pari dell’insolente e pretenziosa “studentessa” che gli viene imposta, lungo il film si svincolano dal loro personaggio e diventano persone. Addirittura anche il grande villain di Castellitto avrà un momento di misera compassione, uno in cui il mostro degli incubi di ogni precario diventa un essere umano.

giovedì 19 aprile 2018

The Attack (L'attentat) - Ziad Doueiri

il regista, Ziad Doueiri, è quello de L'insulto, gran film di pochi mesi fa.
L'attentat è tratto dal romanzo L'attentatrice, di Yasmina Khadra, il film racconta di un attentato, un'attentatrice e il marito, affermato chirurgo arabo-israeliano.
a sorpresa succede qualcosa di inspiegabile, apparentemente;
Siham si fa esplodere in in ristorante, Amin, il marito, vuole capire cosa è successo nella testa della moglie, l'amata Siham.
un viaggio alle radici dell'odio, crudo e assoluto, e del fanatismo, e per ciascuno è diverso.
un film che non ti fa distrarre un attimo, un thriller a ritroso.
buona visione - Ismaele





Oggetto contundente fin dall’inizio, quindi, questo lavoro che affonda le radici nel libro-bestseller di Yasmina Khadra, L’attentatrice, e che se da un lato cerca di destreggiarsi tra la corsa ad ostacoli minata che è il conflitto israelo-palestinese, dall’altro offre apertamente il fianco e ne ricade dentro con tutto il suo peso. Sottigliezze e precisazioni cercano di fortificare la narrazione, che innalza strati su strati, contrapposizioni su contrapposizioni, con un dottore arabo che ha lasciato i Territori per Tel Aviv; che ha dimenticato le sue radici, la sua storia; che ha lottato per essere accettato unicamente per il suo lavoro; che ha sposato un’araba; che è cristiano (come la moglie); che è ricco e felice; che è il migliore chirurgo. Amir si trova esattamente al centro di tutto questo, un centro-Empireo, un motore primo immobile che è continuamente sferzato dagli eventi ma proprio come il vento non riesce ad afferrare, a far cambiare direzione, semplicemente, a ripararsi. Ripararsi, sì, forse è solo questo che Amir cerca, pace dopo l’attentato della moglie, come pace era quel che cercava prima, lavorando, accumulando, vincendo come nulla fosse nella città-stato da Primo Mondo che è Tel Aviv. Forse non può essere accusato di niente altro il dottor Amir Jaafari che di ingenuità, la colpa e il dolore più grandi in una porzione di spazio-tempo come sono la Palestina e Israele dove ogni azione viene pesata, giudicata e, per forza di cose, trovata mancante: ingenuo com'è, va a trovare i suoi parenti a Nablus cercando di capire, ma questo capire comporta uno spostamento di azioni e reazioni senza fine; ingenuo com'è, non ha visto quello che succedeva al nipote, alla moglie, alla sorella; ingenuo com'è, non ha compreso quanto il suo essere sia alieno da tutto ciò che ha, da tutto ciò che è la sua storia, la sua terra, la sua vita. 
E allora trova un senso la struttura utilizzata da Doueiri, la sua formazione americana, il suo cercare di uscire dalle secche filmiche di molte cinematografie vicine al suo paese: The Attack è un thriller che oscilla tra l’abisso personale e quello politico, non indeciso su quale lato attraversare, ma grumo che frulla costantemente i due aspetti, risputando per necessità un protagonista come Amir. Una Tel Aviv moderna e veloce, interni eleganti, un commento sonoro fatto di chitarre emozionali, un colore patinato che non abbandona mai i nostri occhi, né in Israele né in Cisgiordania, una Nablus arroccata tra androni, vicoli, automobili: il lavoro di Doueiri sul visivo è talmente efficace e naturale che il film è riuscito persino ad uscire in programmazione limited negli Stati Uniti. Il regista-sceneggiatore sta addosso ai corpi, agli ambienti, alternando macchina a mano e movimenti precisissimi, costruendo pian piano un ritmo e una progressione che si staglia di pari grado di fronte ad Hollywood come a Hong Kong come alla Francia. Un’operazione, quindi, gravida di sviluppi futuri visto il coraggio e la forza di proporre unicamente una lettura di genere di un conflitto pericoloso e sfuggente, che sembra già aver tracciato una sua personale e precisa direzione grazie al futuro lavoro di Doueiri, quel Foreign Affairs che vedrà Gérard Depardieu nel ruolo di un diplomatico francese mandato segretamente dagli americani a trattare per un accordo tra palestinesi e israeliani. Ancora, un attentato?

loin de n’être qu’un film à thèse, L’attentat est également construit comme un vrai thriller politique, avec des pointes de suspense qui viennent rappeler que son réalisateur a été formé à Hollywood. L’emploi d’une musique electro très efficace d’Eric Neveux permet d’éviter le cliché du film d’auteur moyen-oriental, tandis que les savants mouvements de caméra et l’utilisation de plans-séquences tournés à la Steadicam viennent dynamiser une œuvre qui se veut avant tout une expérience cinématographique enthousiasmante pour tous les publics. Si cette patine hollywoodienne risque de lui attirer les foudres de certains ayatollahs de la critique, elle est pour beaucoup dans le plaisir ressenti devant une oeuvre aussi accomplie sur le plan formel qu’intelligente sur le plan thématique. Et c’est suffisamment rare pour être signalé.

martedì 17 aprile 2018

Father and son - Hirozaki Koreeda

Koreeda riesce sempre a raccontare storie senza eccedere, non risparmia niente e nessuno, ma lo fa senza accusare, senza colpevolizzare, senza condannare, cercando di mostrare tutte le ragioni.
in Father and son sceglie un registro che non è comico, né patetico, e neanche strappalacrime, come altri avrebbero potuto fare.
lui sceglie di essere sincero, e (di)mostra come essere i migliori in qualcosa, nel lavoro, o negli affari, non significa essere migliori in tutto.
essere padre, un buon padre, è difficile e ha bisogno di molto tempo.
le due madri si capiscono bene, gli uomini meno.
un errore di sei anni prima, in un ospedale, nella assegnazione dei bambini alle famiglie, fa risorgere le domande di sempre, quanto conta il sangue e quanto l'ambiente.
il film è bellissimo, non perdetevelo - Ismaele


QUI il film completo, in italiano




Il giapponese Kore-Eda conferma le qualità artistiche di cui ha sempre dato prova con questa esplorazione splendidamente misurata di un dilemma che mira dritto al cuore dell'uomo. Con la leggerezza della grande scrittura, l'abilità di costruire un'architettura perfetta nel bilanciare il peso di azioni e reazioni tra i due nuclei familiari coinvolti (il regista ha affermato di essere partito con questo film per un viaggio dentro se stesso, riconoscendosi nelle questioni personali di Ryota, che nella finzione è appunto un architetto) e con un cast in grado di conferire all'opera un valore aggiunto altissimo, Kore-Eda non si lascia mai tentare dal richiamo del melodramma, che è nelle corde del soggetto ma non nelle sue, e mantiene un registro contenuto ma attento ai particolari e ai piccoli incidenti del vivere, nel quale le belle idee sono silenziosamente numerose e nulla è mai di troppo. In particolare, nonostante il film racconti la maturazione di Ryota rispetto al suo essere padre, che passa forzatamente dal suo essere stato figlio a sua volta di un certo padre, sorprende la verità con la quale il regista coglie le reazioni dei due bambini, bloccati tra la fiducia che ripongono nei genitori, la volontà di ottenere la loro ammirazione e il disagio dell'incomprensione

Curiosamente anticipato da altri due film analogamente imperniati sullo stesso argomento (Il figlio dell'altra e I figli della mezzanotte) Like Father, Like Son se ne distacca sia dal punto di vista dei significati che di quello della messinscena. Koreeda infatti non sente la necessità di contestualizzare la vicenda all'interno di un processo storico e politico ben preciso, come era accaduto nei due film precedenti, né eventualmente di utilizzare la dialettica interna per vagheggiare il ritorno a un'esistenza più a misura d'uomo, attraverso il contrasto tra le due famiglie: quella agiata e benestante di Ryota, integrata nella modernità produttiva del paese ma compressa dalle conseguenze di quei ritmi, contrapposta all'altra, quella dei Saiki, felicemente umile e spudoratamente naif. Certamente è impossibile non vedere negli sviluppi della narrazione, e nel confronto tra il carattere chiuso e rigoroso di Ryota con quello sgangherato ma pieno di slanci del suo "contraltare", una propensione nei confronti di uno stile di vita meno formale e più rispettoso delle regole del cuore…
Like Father, Like Son è anche la bravura di un regista capace di far convivere la vicenda collettiva, quella che coinvolge ogni membro della famiglia, con un'altra, più intima e personale che appartiene a Ryota, chiamato a fare i conti con i traumi di un'infanzia solitaria e sofferta, rivissuta nelle vicissitudini dei due bambini, smarriti in una vicenda che rischia, come successe a lui, di allontanarli per sempre da coloro che amano. Koreeda filma in punta di piedi, riuscendo a mantenersi in bilico tra lirismo emotivo e gusto della rappresentazione. Del suo film stupisce la presenza di uno sguardo intimo sulle vite dei personaggi e allo stesso tempo il pudore con cui il regista le ha restituite sullo schermo. 
Tenero e commovente, Like Father, Like Son è una pellicola di intensa umanità. E' un gesto di pace e di poesia. Averlo premiato in un'edizione così importante del Festival di Cannes è stata la testimonianza di una corrispondenza a cui anche noi ci sentiamo di partecipare.

Father and son riesce nell’impresa umile ma maestosa di non cercare l’eccessiva originalità né lo stile debordante, per avvincere e convincere, ma il semplice andamento mai crudo ma nemmeno idealizzato di un reale fatto di credenze, convinzioni e false illusioni. I personaggi si muovono sullo stesso piano, non su podi ideologici allestiti dall’eventuale invadenza del regista, ma intersecandosi nei ruoli e nelle posizioni, così come avviene nella vita vera. Nonostante la musica possa aiutare a capire di che scena si tratti, se trist o meno, spesso essa si insinua delicatamente, e lascia trapelare un’emozione reale, timida e non tracotante, sempre temperata, in grado di non imbastire drammi ma forse anche un po’ castrata e rinchiusa. Che il film sia il trionfo della “via di mezzo”, fra gli eccessi e i difetti, può essere un punto a favore; oltretutto, in Occidente non funzionano quasi mai le storie che si reggono su un pretesto per avvolgersi nelle pure personalità dei protagonisti o nei sentimenti in evoluzione, questo è ormai solo un piccolo miracolo orientale. Ma questa eccessiva medietà può anche essere un punto a sfavore: che forse non ci sia la voglia, o il coraggio, di osare? È lecito chiedersi, dopotutto, se si potesse fare di più, con più fervore, senza cadere nel sensazionalismo? Si può raccontare una storia pudica, quieta, priva di fronzoli, anche costruendo un proprio personale stile? Anche se la miglior regia è quella che non si vede, dietro un uomo sta respirando, comunque…
da qui