mercoledì 9 settembre 2026

L'"architettura dell’accesso": cosa ci insegna il Festival di Venezia sul potere invisibile dei frame - Maylyn López

   

Venezia riapre una domanda che riguarda il cinema, le aziende e la politica del linguaggio: la disuguaglianza nasce nel momento in cui scegliamo o molto prima, quando decidiamo chi potrà arrivare nella condizione di essere scelto?

Alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2026, un dato merita di essere analizzato oltre la polemica: tra i ventuno film in concorso per il Leone d’Oro, May el-Toukhy è l’unica donna ad aver diretto da sola un film di finzione.

Interpellato sulla sproporzione, il direttore della Mostra, Alberto Barbera, ha ricordato che soltanto il 24% dei film sottoposti alla selezione era diretto da donne, rispetto al 30% dell’anno precedente, e ha ribadito che la commissione sceglie le opere in base alla qualità artistica.

Il dato può chiudere il dibattito: sono arrivate meno opere dirette da donne, quindi era prevedibile selezionarne meno. Oppure aprire la domanda decisiva: perché meno donne sono arrivate alla porta della selezione? La regista in gara, May el-Toukhy, ha raccontato di aver impiegato sei o sette anni, dopo la scuola di cinema, per realizzare il suo primo film, mentre molti colleghi uomini avanzavano con maggiore rapidità. Ha indicato nell’accesso ai finanziamenti una barriera decisiva: budget inferiori limitano la possibilità di coinvolgere attori di rilievo, produrre opere competitive e raggiungere i grandi festival.

Anche Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria, ha parlato di un problema “sistemico”, interrogandosi su chi stabilisca quali storie siano importanti, finanziabili o degne di appartenere alla categoria dell’“alta arte”.

Venezia diventa così un punto di osservazione che supera il cinema. Ci obbliga a distinguere tra disuguaglianza nel risultato e disuguaglianza nell’accesso alle condizioni che rendono possibile quel risultato.

 

La selezione comincia prima della selezione

Un processo finale può essere formalmente corretto ed essere preceduto, nello stesso tempo, da anni di accesso asimmetrico alle opportunità. Un consiglio di amministrazione può scegliere in buona fede il candidato con l’esperienza più solida. Se nella lista finale arrivano otto uomini e una donna, però, osservare soltanto l’ultima decisione significa analizzare il sistema quando gran parte della selezione è già avvenuta. Occorre chiedersi chi abbia ricevuto progetti strategici, responsabilità di budget, esposizione internazionale e incarichi capaci di costruire reputazione manageriale.

È la differenza tra guardare chi viene scelto e osservare chi viene progressivamente messo nella condizione di poter essere scelto. Il rapporto Women in the Workplace 2024 di McKinsey e LeanIn.Org rende visibile il meccanismo. Per ogni cento uomini promossi al primo livello manageriale, venivano promosse 81 donne. È il cosiddetto broken rung, il “gradino interrotto”: la perdita di rappresentanza comincia con la prima promozione manageriale e produce un effetto cumulativo. Nel campione analizzato, le donne rappresentavano il 48% dei ruoli di ingresso, il 39% dei manager e il 29% della C-suite.

La metafora del “soffitto di cristallo” colloca la barriera nella parte alta della carriera, ma rischia di oscurare la successione di decisioni che la costruisce: un progetto affidato a una persona e non a un’altra, un incarico internazionale, una nomina temporanea, una seconda possibilità dopo un errore.

 

Le parole costruiscono ciò che consideriamo leadership

Qui il tema dell’accesso incontra quello del linguaggio.

George Lakoff ha mostrato che le parole non sono semplici etichette: richiamano cornici concettuali attraverso le quali organizziamo ciò che osserviamo. Robert Entman descrive il framing come un processo di selezione e salienza: alcuni aspetti della realtà vengono evidenziati, favorendo determinate interpretazioni. Il linguaggio non determina automaticamente il pensiero, ma rende alcune letture più disponibili, familiari e legittime di altre.

Che cosa immaginiamo quando pronunciamo la parola “leader”? Decisione, assertività, autorevolezza, controllo, propensione al rischio e capacità di esercitare potere occupano ancora un posto rilevante nel prototipo culturale della leadership.

La teoria della congruenza di ruolo di Alice Eagly e Steven Karau spiega che il pregiudizio verso le donne leader può emergere dalla distanza percepita tra le caratteristiche tradizionalmente associate al ruolo femminile e quelle attribuite alla leadership. Ne deriva un doppio vincolo: una donna può essere giudicata meno adatta a guidare e, quando adotta i comportamenti assertivi richiesti dal ruolo, può essere valutata meno favorevolmente.

Questo non autorizza le semplificazioni. Affermare che un uomo venga sempre definito “deciso” e una donna sempre “aggressiva” sarebbe retorica, non analisi. La domanda rigorosa è un’altra: a parità di comportamento, utilizziamo gli stessi criteri e lo stesso linguaggio quando cambia il genere della persona valutata?

 

Presenza non significa potere

I dati italiani confermano la necessità di distinguere tra presenza e potere. Secondo il Rapporto Consob sulla corporate governance, pubblicato nel luglio 2026 sui dati del 2025, le donne occupano quasi il 44% degli incarichi nei consigli di amministrazione delle società quotate. In circa una società su cinque, la loro presenza è pari o superiore a quella degli uomini.

Nei ruoli apicali, il quadro cambia: nel 2025 le società con una presidente erano 21, in calo rispetto alle 28 dell’anno precedente; quelle guidate da un’amministratrice delegata erano 17, contro le 18 del 2024.

Contare quante donne siedono in una stanza non basta. Bisogna chiedersi chi controlli risorse e budget, partecipi quando le opzioni sono ancora aperte, decida le nomine e possa modificare l’agenda.

Dire che “tutti hanno le stesse opportunità perché tutti possono candidarsi” riduce l’accesso alla possibilità formale di partecipare a una selezione. L’accesso professionale comprende la possibilità di accumulare esperienza, reputazione, risultati e relazioni attraverso gli incarichi ricevuti nel tempo.

 

Il potere comincia prima del risultato

Venezia ci consegna allora una domanda che va oltre il numero di donne in concorso. Se soltanto il 24% dei film sottoposti alla Mostra era diretto da donne, non basta discutere la selezione finale. Bisogna osservare chi abbia avuto accesso ai finanziamenti, quali storie siano state considerate universali o artisticamente rilevanti e chi abbia potuto accumulare il capitale professionale necessario per arrivare fino a quella porta.

Lo stesso vale nelle aziende. Non basta chiedersi quante donne diventino amministratrici delegate. Dobbiamo osservare quante ricevano, anni prima, le responsabilità dalle quali vengono scelti i futuri vertici.

La domanda sulla leadership femminile deve quindi cambiare. Non soltanto: quante donne sono arrivate al vertice? Piuttosto: come viene costruita, distribuita e legittimata, anche attraverso il linguaggio, la possibilità di arrivarci?

Una delle forme meno visibili del potere non consiste nel decidere chi vincerà una competizione. Consiste nel determinare chi potrà parteciparvi con risorse, esperienza, riconoscimento e legittimità sufficienti per essere considerato una scelta possibile. Il risultato finale è soltanto la parte visibile. Il potere comincia molto prima, nell’architettura dell’accesso.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-larchitettura_dellaccesso_cosa_ci_insegna_il_festival_di_venezia_sul_potere_invisibile_dei_frame/60073_68781/

martedì 8 settembre 2026

Duios Anastasia trecea (Dolcemente passava Anastasia) - Alexandru Tatos

in un villaggio romeno, gente semplice e pacifica, arrivano i nazisti di merda, assassini come sempre, come in Italia nel dopoguerra, come in Palestina adesso, contro la Resistenza usano la rappresaglia.

Anastasia, la maestra del villaggio, novella Antigone, fa una brutta fine.

un film che merita.

buona (resistente) visione - Ismaele 

 


QUI si può vedere il film completo, con sottotitoli in inglese



lunedì 7 settembre 2026

30 Door Key - Jerzy Skolimowski

Jerzy Skolimowski dirige un film tratto dal capolavoro di Witold Gombrowicz (qui), impossibile raggiungere le vette toccate dal libro.

la storia è quella di un vecchio professore che vuol tenere i giovani come bambini, e ci riesce!

un film che comunque merita.

buona (infantilistica) visione - Ismaele



QUI si può vedere il film con sottotitoli in inglese

 


An odd art-house satire by Skolimowski on social roles, archetypes and classes. It gleefully twists these around in a surreal fashion and toys with social classes to the point of silliness. A writer of 30 finds himself forced into a series of situations where he is expected to behave in certain ways. His professor of old forces him back into school for re-education where he is bullied and the students have face-making duels, duels where adeptly faking a face and posture can be awe-inspiring and debilitating to others. In a family home, he encounters a sexual fantasy and symbol of carefree youth in the form of a school-girl archetype, her promiscuity both encouraged and deterred by her father. In an upper-class home he finds class struggles with slaves, his friend from school (Crispin Glover) becoming increasingly socialistic and fraternizing with the lower class, feeding a revolution. All the while, odd masked crowds herd in the background like sheep. Somewhat interesting, quite whimsical, and a fitting companion piece to Savages.

da qui

 

Parte bene per poi calare e sfaldarsi sempre di più col passare del tempo. L’idea di base è interessante, originale e bizzarra: non si può dire lo stesso della sua realizzazione. Se la confezione è ricca e curata, il problema principale è l’eccedere in simbolismi e metafore che appesantiscono la pellicola e la sua fruibilità. Peccato, ma in ogni caso non male.

da qui

sabato 5 settembre 2026

In the Heart of the Machine - Martin Makariev

se esistesse una graduatoria dei film da galera, In the Heart of the Machine sarebbe nella parte alta della classifica.

tensione, violenza, prepotenza, speranza (poca) e dignità (tanta), nella storia ci sono tutti gli ingredienti giusti per un film da non dimenticare.

ottimi attori diretti da un regista che merita, ca va sans dire.

buona (volatile) visione.

 

 

 

Calore, ferro, polvere e odore di petrolio: quella che sembra un'altra tipica giornata lavorativa da detenuti nel carcere di massima sicurezza, si rivelerà in realtà fatale per tutti loro. I carcerati scovano qualcosa di straordinario all'interno di una delle macchine e un'inaspettata ondata di compassione spinge i prigionieri a prendere degli ostaggi e a bloccare l'ingresso dell'officina, rischiando la vita, perché a volte il desiderio di essere umani è più forte dell'istinto di sopravvivenza.

da qui

 

In the Heart of the Machine is a prison drama with plenty of violence. It takes place in 1978, when Bulgaria was controlled by a repressive and brutal Communist regime. The protagonist, Boris Radulov, known as Bohemy (Alexander Sano) seems a bit different from the other murderers and rapists who surround him. Indeed, he has apparently been framed for murder because of his political beliefs. The warden (Hristo Shopov) calls him in and offers him early parole if Bohemy can put together a team that can double production at the local Kremikovtsy Steel Plant. Bohemy agrees, but only on the condition that he can add to his team a much-feared murderer who is on death row for having, in a drunken rage, hacked to death his father and his brother during the brother’s wedding. Bohemy  explains that this man, known as The Hatchet (Igor Angelov), understands lathes and is unusually strong.

The other members of the team are The Needle (Hristo Petkov), who stabbed to death a grandmother and her granddaughter; The Gypsy (Stoyan Doychev), also known by his real name, Krasni, who raped a 14-year-old girl; and The Teacher (Ivaylo Hristov), who serves as a sort of spiritual guide for the others…

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…Remarkably, it’s based on a true story – the film is dedicated to the real Bohemy. Well, almost true: the bird was a sparrow, not a pigeon, and less violence was involved in the resolution. While it certainly does not skimp on that when necessary, it has a lot to say about what it means to be human. The trapped bird is clearly a metaphor for the prisoners (the title could apply to both), and that’s perhaps why The Hatchet feels so strongly about its release, at the risk of his own life. Not everyone agrees with him; among the group of prisoners, some would like to seize the unexpected chance to escape, while others want to surrender at the first opportunity, and Bohemy is just trying  to get through the day. Some will not get what they want.

I loved the character work here in particular. No-one is portrayed as entirely evil; even Vekilsky has reasons for his behaviour, mostly rooted in an understandable fear of the prisoners. We gradually learn about the convicts’ backgrounds, as well as their aspirations – that a child-rapist can be made to seem almost likeable, says a lot about the excellent work put in by Makariev and his cast. By the end, you feel genuinely invested in the outcome for everyone, and it’s very much a bitter-sweet resolution. Albeit one which may leave you with a little bit more faith in humanity, than you had upon entry.

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L’amore fatale – Roger Michell

un salvataggio mancato è il potente inizio del film, poi dopo nessuno dimentica.

e poi c'è un pazzo pericoloso, Parry (interpretato da  Rhys Ifans), che si innamora di Joe (interpretato da Daniel Craig).

tutti sono bravi, ma Samantha Morton di più.

buona (inquietante) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film, su Raiplay

 

 

Tratto da un romanzo di Ian McEwan, che funge anche da produttore associato, L’amore fatale è un film capace di catturare lo spettatore fin dal magnifico incipit. In effetti, il primo capitolo di Amore fatale è forse il più bello di tutto il libro ed era assolutamente necessario renderne l’intensità anche sullo schermo per non perdere subito la forza dell’opera su cui la pellicola è basata e portare l’intero film al fallimento. E Michell, regista spesso incapace di esprimere totalmente il proprio talento, realizza una scena poetica e al tempo stesso sconvolgente, impressionante nella sua forza drammatica, anche pensando al fatto che usa con eleganza il ralenti e rifiuta le altre tecniche manipolatorie tipiche del cinema drammatico E il modo in cui Michell e lo sceneggiatore Joe Penhall raccontano per immagini un romanzo particolarmente ricco di introspezione come questo di McEwan è efficace per tutta la durata della pellicola. Con il fattivo supporto dello stesso McEwan, gli autori sono sempre riusciti a trovare la giusta via per riproporre sullo schermo i discorsi del romanzo senza diventare pedanti e senza disperdere la forza delle pagine scritte. Chi ha letto e amato il romanzo ne ritroverà qui lo spirito perfettamente intatto, mentre chi non lo ha ancora letto si troverà davanti una pellicola affascinante e intensa, capace tra l’altro di metter voglia di leggere il libro…

da qui

 

L’amore fatale è quello non contraccambiato, subito drammaticamente dall’oggetto del desiderio. Parry è folle vittima della sindrome di de Clérembault, una forma di psicosi passionale (scoperta nel secolo scorso dall’omonimo psichiatra) nei confronti di un altro soggetto, spesso inconsapevole, con ossessione a sfondo religioso. E’ un amore perdurante in cui ci si sente investiti dalla missione di rendere consapevole dell’amore l’oggetto della passione. Il soggetto è persuaso di essere in comunicazione amorosa con l’oggetto d’amore, attraverso particolari segnali segreti (secondo Parry il modo in cui Joe sposta le tende dalle finestre di casa è per lui un chiaro segnale di intesa). “Io ti amo e tu mi ami, e questo è tutto” dice assolutisticamente Parry a Joe; “Dio solo sa cosa sarei senza di te!” : ecco esplicitato il delirio amoroso a sfondo religioso, che rende la beachboysiana God only knows funzionale al messaggio mistico ossessivo…

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Nonostante manchi di un perfetto equilibrio narrativo il film di ha una densità emotiva ed un’efficacia espositiva davvero sorprendenti.
Efficace la recitazione che non cade mai nel caricaturale, neppure quando si tratta di Ifans.
L'intensità drammatica della pellicola rimane costante proprio grazie agli interpreti, e grazie alla capacità del regista di restituire gli stati d'animo più con i movimenti di macchina che con l'uso dei dialoghi.
Splendida e fortemente suggestiva la sequenza dell’incidente della mongolfiera.

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…Ottima l’introspezione dei protagonisti, sia quella allucinata di Daniel Craig, altrettanto quella più vicina alla pazzia di Samantha Morton. Entrambi gli attori, in stato di grazia, sebbene di ognuno, alla fine si potrebbe raccontare come la storia finisca alla maniera di tutti insieme disperatamente.
Di grande efficacia l’opera scultorea dello stesso regista, la sua insistenza sui volti scolpiti, duri e scalfiti fin nell’interno, attraverso cui ci fa passare dalla biologia alla meccanica (materialità) dei sentimenti, anche quelli più intimi, celati sotto la dura roccia della nostra umanità.
Il finale è tutto affidato all’immagine (iniziale) di una bottiglia di champagne. L’incarto esterno del tappo è ancora intatto: evidentemente è vero che “tutte le cose hanno un significato per qualcuno. Tutte le cose accadono per un motivo”.

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La bellezza abbagliante della campagna inglese, un bambino su una mongolfiera rossa che un vecchio da terra non riesce più a controllare, quattro uomini che corrono in suo soccorso, si appendono alle corde, si sollevano, oscillano, finché un colpo di vento più forte degli altri li fa innalzare ancora di più, li costringe a mollare. Tutti tranne uno, che finirà col precipitare. Cambia così la vita di tutti i personaggi coinvolti nell’incidente, in quello che è stato definito uno degli incipit più affascinanti della letteratura contemporanea, un momento di immediata, potente evocazione visiva. L’amore fatale di Ian McEwan è un romanzo sinuoso, oscuro e romanticamente disperato, del quale il regista Roger Michell riesce solo in parte a trasferire sullo schermo le suggestioni. Fin dalla sequenza iniziale, nata per il cinema, che è bella, ma non riesce a conservare l’impatto sconvolgente della pagina scritta. Costretto all’inevitabile semplificazione del flusso interiore ossessionante su cui si costruiscono le dinamiche e gli interrogativi del romanzo, il film finisce per colorarsi di thriller e per annacquare invece la lacerante predestinazione melodrammatica del suo triangolo amoroso. E questo nonostante la bravura degli interpreti, soprattutto Rhys Ifans, stralunato e persino tenero nei panni del persecutore sentimentale.

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giovedì 3 settembre 2026

Krik (Il grido) - Jaromil Jireš

in una Praga senza overtourism, piena di persone normale, il film racconta la storia di due ragazzi che dopo un incontro casuale si sposano. e quando lei è in ospedale par partorite lui la cerca per telefono, non c'erano i telefoni cellulari, per fortuna, da qualsiasi telefono che si trova sotto le mani.

una storia d'amore e anche una storia di speranza, prima dell'invasione di Praga del 1968.

un film che merita, semplice e profondo.

buona (praghese) visione - Ismaele


QUI il film completo, con sottotitoli in spagnolo

 

 

Storia di un giorno di importante riflessione e di ricordi nella vita di una coppia: lei è in clinica in attesa di partorire; lui è in giro per la città in attesa del lieto evento. Ognuno per proprio conto, torna con la mente al proprio passato. Pensano al loro amore, ai giorni vissuti insieme e, contemporaneamente, fanno progetti per il futuro e cercano la soluzione ai loro problemi pratici e psicologici. La nascita del bambino li riporta alla realtà del presente e alle probabili difficoltà di un futuro in cui adesso al primo posto c'è il nuovo nato a cui vorrebbero poter offrire un futuro migliore e senza guerre

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The Cry focuses on a relationship of a young married couple, expecting birth of their first child. While TV-repairman Slávek (Josef Abrhám) fares between his customers, he keeps trying to call to the maternity hospital where his wife Ivana (Eva Límanová) lies. For one reason or another, Slávek never gets the right number or has not enough time to make the important call and ask if he is already a father. Meanwhile, his wife wonders why he doesn´t call and if that could mean something. They are both thinking at each other, remembering moments from their past and questioning their future.

This is expressed by a more or less chronologically sorted line of flashbacks (mostly from Slávek´s perspective), constantly interrupting the present-day storyline. Besides it, there are some lyrical shots of trees accompanied by a fatal soundig Bach´s music, reportage shots of daily life in Prague, and also some slightly surreal blackouts as, for example, still frames of kids from some third world country, which altogether make The Cry more an subjective essay about lives, hopes and fears of certain people in certain time and place than a traditional plot-driven film…

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