venerdì 27 maggio 2022

American History X - Tony Kaye

Tony Kaye è un grande regista che gira film poco adatti agli indifferenti.

ottimi attori in una storia di prigione e scuola, di violenza e riscatto. 

un bellissimo film sulla denazificazione, che non passa mai di attualità.

non perdete questo gioiellino, se vi volete bene.

buona (denazificata) visione - Ismaele

 

 

Scritto da David McKennaAmerican History X è un film che non può lasciare indifferenti: per l’intensità della storia che racconta, e per la gravità dei temi che affronta. Tony Kaye, regista britannico che era qui alla sua opera prima, ha scelto una tecnica di ripresa nervosa proprio per descrivere la tensione che si può percepire continuamente durante il film, a ogni azione dei personaggi in scena. Lo sviluppo dell’opera si può comunque considerare su due piani incrociati ma distinti.

La narrazione procede infatti tra il presente e il passato, innanzitutto con il nuovo Derek ma anche con quello di prima. I flashback lo mostrano quando guidava spedizioni “punitive” contro negozianti e individui, quando sfidava e batteva gli afro-americani per scacciarli dalle zone che frequentava, per cercare una rivalsa dopo che il padre, pompiere (e anch’egli razzista), era stato ucciso da uno spacciatore nero.

E questo aveva scatenato l’odio razziale dell’uomo, assunto a capo di una gang come moltissime che la cronaca statunitense descrive di continuo. E certamente il film attinge dalla realtà, in particolare dai fatti che accadono nel profondo Sud degli USA dove i residui della mentalità razzista contro ispanici e neri si mescolano con derive neonaziste, rendendo invivibili le città per le minoranze perseguitate e disprezzate.

Padri che inculcano teorie distorte ai figli che a loro volta le trasmetteranno ai propri, così come per il più giovane Danny, plagiato da gente miserevole e spregevole. Ma la successiva redenzione di Derek, che tenterà di salvare il fratello, è quel barlume di speranza che qualcosa potrebbe cambiare, dopo tanta cieca violenza, verso un mondo dove il perdono per i carnefici e l’integrazione apparirebbero possibili. Nonostante le carenze delle famiglie, delle strutture scolastiche, e di una società posseduta dai demoni neri
dell’intolleranza…

da qui

 

American History X è un film del 1998 diretto da Tony Kaye. Il tema principale è il razzismo, con il rischio di scivolare nel banale dietro l’angolo; d’altronde basta farsi un giro su internet per capire come “didascalico” sia uno degli aggettivi più utilizzati per criticare negativamente questa pellicola. È proprio da questa critica mossa nei suoi confronti che voglio ripartire, in quanto, sebbene a tratti il film si dimostri zelantemente istruttivo, lo fa senza essere quasi mai scontato o melenso.

In un territorio abitato da innumerevoli popoli, i colori della pelle appaiono come divise sportive per cui giocare partite al veleno contro chiunque non indossi la stessa casacca. Un match continuo carico di odio verso il prossimo e senza alcuna esclusione di colpi per cui sono convocate tutte le comunità presenti, da quella nera a quella neonazista, da quella asiatica a quella ebrea, passando per l’ispanica.

Un clima di estrema tensione sociale in cui tutti sembrano avere valide ragioni per odiare il diverso, rendendo perciò difficile capire che si sta combattendo per una causa fasulla.

Bianchi, neri o gialli, i razzisti saranno sempre una razza a parte: quella degli stronzi.

da qui

 

What we get, finally, is a series of well-drawn sketches and powerful scenes, in search of an organizing principle. The movie needs sweep where it only has plot. And Norton, effective as he is, comes across more as a bright kid with bad ideas than as a racist burning with hate. (I am reminded of Tim Roth's truly satanic skinhead in “Made in Britain,” a 1982 film by Alan Clarke.) Kaye wanted to have his name removed as the film's director, arguing that the film needed more work and that Norton re-edited some sequences. We will probably never know the truth behind the controversy. My guess is that the post-production repairs were inspired by a screenplay that attempted to cover too much ground in too little time and yet hastens to a conventional conclusion.

Still, I must be clear: This is a good and powerful film. If I am dissatisfied, it is because it contains the promise of being more than it is.

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mercoledì 25 maggio 2022

L'uomo, la donna e la bestia - Spell (Dolce mattatoio) - Alberto Cavallone

durante la festa paesana le contraddizioni e le tensioni accumulate esplodono, come in un carnevale senza (troppe) inibizioni.

accade di tutto, violenze, sesso, e misteri.

allora (nel 1977) era un film maledetto, pur non essendo stato censurato, anche oggi non è una passeggiata, in tv non passerebbe mai, credo.

eppure è un film che, oltre agli eccessi, ha molte qualità.

buina (eccessiva) visione - Ismaele






 

 

“Essere estremo per me significa essere a-normale, cioè fuori dalla norma. La norma è sopore, staticità, accettazione passiva dell’esistente. La norma è immorale, perché vuole essere morale. La norma disconosce l’etica universale. Essere normali significa non progredire e accettare soltanto ciò che protegge i meccanismi dell’esistenza.
L’anormalità è desiderio di progresso, è ricerca e scoperta di nuove etiche e morali adeguate ai cambiamenti che la norma nega… Sono anormale, non estremo.”
– Alberto Cavallone intervistato in Nocturno n.4, settembre 1997, p.46

Finalmente editata in DVD quest’opera controversa e sconcertante da uno dei cineasti più radicali ed eccentrici della nostra cinematografia, per anni rimosso dalla storia del cinema a causa della sempiterna cecità dell’ingessata critica tradizionalista italica, poi riscoperto grazie all’encomiabile lavoro del gruppo di “Nocturno”. Un cinema, quello di Cavallone, che unisce forti aspirazioni intellettuali con pratiche basse e malsane in un’amalgama esplosiva di sesso, violenza, politica, analisi sociale, religione, arte, surrealismo, psicanalisi e ribellione.

Per il regista le immagini sono come proiettili, urticanti pallottole in grado di ferire gli occhi e scuotere le coscienze.

Dopo diversi anni di permanenza a Castelnuovo di Porto, paese in provincia di Roma, Cavallone decide di fare un film, ambientato durante l’annuale festa paesana in onore del santo patrono, tradizionale occasione in cui agli abitanti è permessa una scarica delle energie pulsionali, altrimenti compresse e altamente pericolose per il mantenimento dell’equilibrio sociale, momento dionisiaco in cui Eros e Thanatos si manifestano e si intrecciano in tutta la loro crudele veemenza. Cavallone, con piglio insieme documentaristico e provocatorio, realizza così un’opera complessa e sfacettata, che rimanda come approccio e onestà intellettuale all’insostenibile capolavoro apocalittico “Salò” di Pasolini (scatologia compresa).

La realtà paesana italiana viene fotografata con implacabile lucidità nei suoi aspetti più reconditi e proibiti, in un’epoca in cui la televisione non aveva ancora lobotomizzato le menti. La dice lunga sulla sincerità del regista il fatto che nessuno degli abitanti del paesino rappresentato, vedendo il film successivamente, si sia lamentato dell’immagine mostrata o abbia protestato per la terribile crudezza della pellicola.

Ciò che emerge dalla visione trent’anni dopo, molto in anticipo sui tempi per l’epoca, è una profonda angoscia esistenziale e politica che permea e si conficca nelle esistenze dei protagonisti. Come giustamente scrivono Pulici e Gomarasca, “le piccole comunità, che sono il futuro del mondo, della società, rispecchiano con anticipo ciò che il mastodonte opererà in seguito, dopo anni e anni”…

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Ero perplesso prima della visione: su Cavallone ne ho lette tante, la gente si divide tra chi lo considera genio o mediocre regista di serie B. Come al solito la verità sta nel mezzo (forse).
Spell, forse il suo film più conosciuto e apprezzato insieme a Blue Movie e Maldoror (introvabile e perduto, ma diventato leggenda) è un bel film che per fortuna non si perde nei cliché del cinema erotico anni '70 italiano.
Pur ripetendosi e risultando alla lunga stancante è certo che alcune immagini siano di una potenza surrealista e visionaria dirompente, immagini non facili da dimenticare per la loro fascinazione come quella del famigerato occhio vaginale (rimando bunueliano distorto nel messaggio sessuale?) o l'atto di coprofagia nel finale.
Sesso dappertutto quindi e in tutte le sue forme, specie le più aberranti, fino a far nascere un rigetto nello spettatore ma anche un irresistibile tentazione di continuare a guardare: incesti, macellai con quarti di bue, coprofagia, comunisti incalliti e sullo sfondo la festa di un paesino provinciale sotto ritmi orgiastici. Non è difficile scorgere nel microcosmo provinciale uno spaccato più ampio, estendibile a tutta l'Italia; Cavallone d'altronde da quel che si reperisce era un uomo di vasta cultura e questo è un film non adatto a tutti i palati. Chi lo vede troverà somiglianze impressionanti con Jodorowsky, Arrabal e leggermente Bunuel ma senza la classe di questi ultimi. Eppure con un senso del cinema come rottura altrettanto dirompente ed estremo.
Un regista tutto da scoprire, per la prima volta. E magari da ritrovare...

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… Paolo Mereghetti concede tre stelle: “Probabilmente il film più riuscito e originale del regista-sceneggiatore milanese che mette in scena una violenza visiva inusitata, in cui la placida provincia viene fatta interagire con un surrealismo e un erotismo che all’epoca non facevano parte dell’immaginario dei mass media. Il discorso è alogico, ma inquietante e disturbante: un viaggio nel’inconscio e nei lati più oscuri che non ha uguali nel cinema italiano. Malsano, sincero e senza catarsi”. Sequestrato e poi dissequestrato con 12 metri di tagli nella lunga scena con Paola Montenero in piena performance erotica.

Alberto Cavallone confida a Nocturno Cinema, nel corso del documentario Surrealismo o estremismo (2007), confezionato da Pulici e Gomarasca: “Vivevo a castelnuovo di porto da sei anni e avevo visto tutte le feste paesane e le processioni. Mi rendevo conto che la grande festa annuale era lo scopo di tutto ed era un po’ come il carnevale medievale: tutto sembrava permesso. Feci un film partendo da questa idea. Inoltre spiegavo la provincia e infatti e piaciuto soprattutto in provincia, perché la gente si è riconosciuta, ha trovato un po’ della sua vita. In città, invece, non è stato capito e l’hanno visto in pochi. Ho girato un scena tratta da un funerale vero e molte sequenze in presa diretta.

Ero terrorizzato all’idea che gli abitanti di Castelnuovo vedessero il film e s’infuriassero. Invece la presero bene. Tutti, tranne il prete che non digerì il fatto di aver dovuto fermare il funerale per consentirmi di eseguire una ripresa migliore. Spell è cinema surrealista al cento per cento. Per una mia precisa scelta”…

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    I. teorema (nello specchio)

l’elemento perturbante del quieto vivere italico è un giovane sconosciuto che salta fuori da un cimitero- così: senza perché, senza per come- e catalizza tensioni e pulsioni su di sé. è l’anormale (?) che straripa nel panorama dell’uomo medio e lo spinge a guardarsi allo specchio. esattamente come fa l’Arte: fotografa il presente, mette in mostra come veramente siamo. e, quasi sempre, si tratta di immagini sconvolgenti.

 

          II. banchetto di lusso (l’Eterno Ritorno)

 

una festa di paese, per il santo patrono, come se ne fanno a migliaia in tutta Italia e a cui non prestiamo più nessuna attenzione. ma, se ci si ferma a pensare un momento, ecco saltar fuori subito l’inquietante: la Festa diventa un grande, carnevalesco esorcismo collettivo: contro la morte, contro le disgrazie; per dimenticare, per non pensarci. per lasciarsi alle spalle il grigiore quotidiano e tuffarsi nell’euforia dei sensi altrimenti addormentati; per non sentire la nausea della vita che non abbiamo…

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lunedì 23 maggio 2022

Generazione low cost (Rien a foutre) - Julie Lecoustre e Emmanuel Marre

Cassandre (una bravissima Adèle Exarchopoulos) fa un lavoro di merda, in un non luogo (di lavoro), sorvolando il mondo senza vedere nulla, dormendo in residence (quasi) a ore.

Una ragazza sbattuta da un aereo all'altro, per cercare di "fregare" i clienti, come in tanti lavori "moderni", nei quali il misero stipendio può crescere un po' solo vendendo qualcosa a qualcuno.

Si tratta di lavori nei quali l'umanità e la compassione umana sono banditi e puniti, percentuali, numeri, velocità e ancora velocità sono gli dei ai quali i lavoratori e i consumatori devono essere sacrificati.

La prima metà del film racconta non la dignità, ma l'umiliazione del lavoro e dei lavoratori.

Poi il film rallenta, Cassandre viene messa in mobilità, e torna a casa, una casa vera, dal padre e dalle sorella, in Belgio, ed è costretta a vivere con l'assenza e il ricordo della madre, col dolore e la solitudine interiore.

Nel futuro, se esisterà ancora un futuro, Rien a foutre potrà essere un valido e inquietante esempio dell'involuzione della specie umana, e del conflitto di classe, sempre più simile a un rapporto fra padrone onnipotente e schiavo impotente, nel quale gli schiavi-lavoratori non si sentono più classe.

buona (low cost) visione - Ismaele 

 

 

In un registro che è per scelta piatto e ripetitivo, dal taglio quasi documentaristico, Adèle Exarchopoulos nel ruolo della protagonista è un’iniezione di star power, una presenza magnetica che aiuta a non perdersi nel senso di straniamento evocato dalla storia. La sua Cassandre è una ragazza ormeggiata in un porto lontano, il cui senso di provvisorietà si calcifica in uno scorrere insostenibile. Un ritratto generazionale che si applica agli scenari contemporanei della gig economy ma che in realtà la precede, visto che il mito degli spostamenti low-cost in giro per l’Europa catturava le menti dei più giovani già un paio di decenni fa.

Non a caso c’è una stanchezza residuale al centro di Zero fucks given, i cui personaggi non possono andare oltre il fatalismo del presente (“non so nemmeno se sarò viva domani” risponde Cassandre a chi cerca di sensibilizzarla alla causa dell’impegno operaio). Anche l’immagine del futuro è filtrata attraverso il feed di un social network, dal quale si forma il sogno di passare a una linea aerea come Emirates per le belle divise ma al tempo stesso si cerca di schivare le promozioni per evitarne le responsabilità.

I due registi integrano alla perfezione questi due elementi con uno stile che oscilla tra la cronaca indaffarata della macchina a mano incollata ai personaggi e gli inserti privati, che mimano la forma espressiva di Instagram come fossero Polaroid di un tempo lontano, re-immaginate per l’era digitale.

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Generazione Low Cost si inserisce perfettamente nel filone del cinema sociale francese, che solo negli ultimi mesi ha portato nelle nostre sale opere notevoli come Full Time – Al cento per cento e Un altro mondo, capaci di tratteggiare la progressiva erosione dei diritti e della dignità all’interno del mondo del lavoro. In questo senso, Cassandre sembra uscita da un film dei fratelli Dardenne o di Ken Loach. La macchina da presa di Julie Lecoustre ed Emmanuel Marre si incolla a lei, seguendola con uno stile lucido e realista fra sistemi di valutazione degni di una distopia fantascientifica, umiliazioni sul lavoro, promozioni imposte e colloqui in cui viene invitata a sfilare davanti alla webcam. Il desolante ritratto di una generazione per cui il futuro non esiste («Non so nemmeno se sarò viva domani», dice Cassandre), per cui l’unica prospettiva è un lavoro mediocre e mortificante con cui tirare avanti.

Un’esistenza sintetizzata dai social della stessa Cassandre: Instagram come memoria storica del tempo trascorso in un’azienda e il nickname carpediem come unico possibile approccio ai legami sentimentali, con uno spirito ben più rassegnato di quello del Professor Keating e della sua Setta dei poeti estinti. Proprio quando crediamo di averlo inquadrato, Generazione Low Cost cambia pelle sotto ai nostri occhi, trasformando il ritorno in famiglia di Cassandre in un viaggio fra traumi irrisolti e lutti insuperabili.

Dall’universale al particolare, la vita senza fissa dimora e senza affetti stabili della protagonista diventa così anche e soprattutto reazione al dolore, disperata fuga da un tormento in grado di trovarla in ogni angolo del mondo. L’ormai iconico broncio di Adèle Exarchopoulos assume così sfumature di profondo turbamento, e la stessa fotografia vira su toni più caldi, per stringerla in un abbraccio e per fornirle quella sensazione di protezione che crede di non poter più trovare…

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…È interessante, Generazione low cost è un prodotto evidentemente assemblato con un linguaggio chiaro, e per nulla didascalico, che utilizza una spontaneità che pare sempre al limite della disorganizzazione fuori controllo mentre, al contrario, nel suo stesso stile narrativo spiega ciò che vuole dire. Nella prima parte della storia tutto è quasi caotico: Cassandre è inseguita dallo spettatore nelle sue giornate da hostess vissute come l’alunna ribelle di un liceo. Ma la realtà che viene mostrata è presa da un piccolo mondo in disparte, molto comune nella sua apparente originalità, dove giovani donne animate dal desiderio di evasione, mascherato da amore per i viaggi, gettano le basi per diventare adulte ciniche e disilluse.

La bravura di Julie Lecoustre e Emmanuel Marre sta nel non scivolare mai ad assecondare tali sentimenti, ma nello scorrere oltre e mostrare di più con una punta di sarcasmo. Continuando a seguire i passi e la faccia imbronciata della protagonista, s’innamorano del modo in cui lei stessa, l’attrice Adèle Exarchopoulos, racconta del proprio accennato distacco sulle cose accompagnato da picchi emotivi, che vive ridacchiando sotto i baffi, ma cercando il supporto affettivo della sua famiglia (Mara Taquin e Alexandre Perrier) per ricomporre se stessa, o iniziare ad imparare a farlo.

I registi mantengono, dunque, quello stesso sguardo un po’ adolescenziale che spera in un domani gettandosi in avanti non preoccupandosi troppo dell’equipaggiamento che si ha con sé. Ma lo fanno con un grande uso della cinepresa: sfruttandone la capacità di frugare nei volti, nelle storie, trasformandosi da oggetto indagatore a strumento narrativo.

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La protagonista di Lecoustre e Marre si fa mimesi di una generazione di viaggiatori che non riesce ad avere una destinazione e il film rappresenta un riuscito spaccato sulla precarietà e il disorientamento. Non esistono più punti di partenza e d’arrivo. Per questo la coppia di registi sceglie una messa in scena che fa largo uso della macchina a mano e segue da vicinissimo la propria hostess, come a voler documentare la vuotezza di questa vita. La stessa Cassandre risponde più volte quando le chiedono di protestare che non sa nemmeno se domani sarà viva. Si gode il momento, non ha nessun obbiettivo a cui arrivare. Il viaggio è diventato l’attraversamento stesso rinchiuso all’interno delle fotocamere dei nostri smartphone, proprio come nello smartphone di Cassandre che sul finale testimonia il suo nuovo passo in avanti. Ma il sospetto che rimane è che quella sia un’ulteriore maschera, indossata per fuggire nuovamente al dolore che non ha mai smesso di cercarla. Le fontane, le luci e la musica pop illuminano il suo volto. La intrattengono nuovamente, ma allo stesso tempo rimane come al solito quella donna sorridente in disparte e sotto i riflettori. Proprio come in New York Movie di Hopper davanti ai nostri occhi si apre l’illusione di un mondo colorato, mentre sulle ombre del nostro volto rimangono solitudine e desolazione.

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domenica 22 maggio 2022

Spartaco – Riccardo Freda

il film ebbe qualche problema con la censura, oggi passerebbe senza problemi alla tv dei ragazzi, se esiste ancora.

film più d'amore che politico, di sicuro avventuroso.

poi ci fu Spartacus di Stanley Kubrick, i negativi del film di Freda furono distrutti (ma pare che una copia si sia salvata) e il film quasi dimenticato.

non è certo un capolavoro, ma si può vedere ancora con piacere.

buona (sopravvissuta) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, in italiano

 

 

 

Spartaco, soldato romano, per aver disobbedito al suo centurione cade in disgrazia. Venduto come schiavo, si afferma da combattente nell'arena; poi fugge, organizza un esercito di gladiatori e arma la rivolta contro Roma. L'insurrezione sarà soffocata nel sangue.
Già filmato in epoca del muto da Oreste Gherardini (1909) e Giovanni Enrico Vidali (1913), rifatto con successo internazionale da Stanley Kubrick con Spartacus (1959-1960), è un classico tra i film storici di produzione italiana in attinenza al mondo romano degli anni '50 (qui di compartecipazione francese), dove invenzione e approssimazione storica abbondano, ma lo spettacolo è comunque garantito, attraverso l'impostazione avventurosa e d'azione, curata nel particolare da un Riccardo Freda in gran forma, con due scene su tutte: quella dei ludi (girata nell'Arena di Verona, diretta dal non accreditato Mario Bava) e la sequenza di battaglia, abbastanza credibile, filmata in riva al fiume Aniene, nei pressi di Roma. Considerata l'epoca di realizzazione, nel film non c'è traccia di resoconti collettivi e l'inclinazione politicizzata è rivolta soltanto all'asserzione anti-romana, in linea con i suntuosi prodotti americani girati a Cinecittà nel primo e secondo dopoguerra, dove la romanità era sempre equiparata al trascorso negativo del ventennio fascista. Per questo motivo e non solo (diverse scene di velata allusione erotica furono eliminate nel montaggio definitivo), il film andò incontro a diverse noie con la censura. Cast di lusso, con nomi noti dell'epoca e gran successo al botteghino, anche americano, distribuito dalla RKO con titolo Sins of Rome. Nel 1959, quando, in concomitanza all'uscita dell'americano Spartacus, la Rialto pensò bene di fare la riedizione del film per le sale, con sottotitolo 'Il gladiatore della Tracia', la Bryna Productions riuscì a bloccare la diffusione dopo solo due giorni di programmazione (31 Marzo 1959). Lo studios di Kirk Douglas acquistò dalla produttrice italiana i negativi del film per 56mila dollari, con il solo scopo di distruggerli e far sparire la pellicola dalla circolazione, per sempre. Dallo sfacelo si salvò una sola copia (comunque priva della scena di battaglia nella sua lunghezza originale, 9 minuti), conservata nella Cineteca di Tolosa e, pare, pochissime altre, per lo più amatoriali (l'edizione francese consegnò anche gli acetati del sonoro), ma il film non fu mai più riproposto.

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Ridotto in schiavitù, il trace Spartaco tenta la fuga più volte, stimola e capeggia la rivolta dei gladiatori, è ferito, ama teneramente Sabina, figlia del suo ex padrone Licinio Crasso che, dopo una prima sconfitta romana, promette la libertà per lui e i suoi seguaci. In sua assenza, si decide un dissennato attacco frontale. Occultata la dimensione sociale degli avvenimenti (Spartaco come il Cristo pugnace della tradizione proletaria e socialista), Freda e i suoi sceneggiatori puntano sul versante avventuroso e spettacolare con risvolti erotici che gli attirano il severo giudizio del Centro Cattolico. Il personaggio era già stato portato sullo schermo all'epoca del muto nel 1909 e nel 1913.

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Una pellicola di tutto rispetto, abbastanza spettacolare, mai noiosa e che ha il coraggio di non concludersi in modo positivo.....
Ben realizzato dal punto di vista tecnico, bravo come al solito Freda dietro la macchina da presa, soddisfacente anche l'interpretazione del cast.
A me è piaciuto, una visione gli si può concedere tranquillamente.

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sabato 21 maggio 2022

Liberi - Gianluca Maria Tavarelli

la critica non è stata clemente con questo film, ma non sono d'accordo.

attori bravi, una storia un po' triste, ma così va il mondo.

Vincenzo (Elio Germano) va a fare la stagione al mare, aiutocuoco, la mamma, già lì, gli ha trovato il lavoro.

Vincenzo padre è un disoccupato, depresso, lavoratore socialmente utile, resta solo nel paesetto nella montagna abruzzese.

è poi c'è anche l'amore, per l'aiutocuoco.

non è certo un capolavoro, ma un bel film sì.

buona (tormentata) visione - Ismaele


 

 

 L'utilizzo della voce fuori-campo non è poi un mezzo, come lo utilizza Virzì, di parlare di se stesso, ma al contrario un'insopprimibile esigenza di parlare e di far parlare gli altri personaggi. Così le traiettorie disordinate di Vince, gli spostamenti nell'ora assolata ora notturna città abruzzese diventano il modo per aprire i personaggi, per mettere a nudo la loro coinvolgente disperazione (i brevi momenti dei licenziamenti e degli scioperi hanno una verità che non possiede Il posto dell'anima di Milani in tutta la sua durata) o per inseguire i loro istinti da dove sembrano fuggire provvisoriamente dalla sceneggiatura scritta. Nella scena in cui Cenzo si arrampica sull'impalcatura di un palazzo in costruzione per poter vedere Anita (che si è legataa un altro uomo) e poi, una volta sceso, si sfoga col figlio, prefigurandogli un futuro uguale al suo, rappresenta il cuore di un "cinema paterno/filiale" e contro un cinema dei padri, che non si vergogna di mostrare l'ultimo ballo tra il padre e la madre, di far urlare "I Will Survive"e di staccarsi con decisione dalle zone paludate del cinema italiano più sicuro. Un cinema che si ama con lo stomaco più che con gli occhi, fragile e libero.

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Quarto lungometraggio del quarantenne regista torinese da molti apprezzato nel ’99 con Un amore, questo Liberi è in realtà un film davvero mediocre, che mai avrebbe meritato la vetrina del Festival di Venezia 2003 ma che solo con una vetrina simile può sperare di attirare l’attenzione di stampa e pubblico, vista la sua pochezza.

A dir la verità, l’inizio del film è più che convincente: il modo in cui la situazione viene presentata è infatti piuttosto efficace, ma tutto si spegne molto in fretta, in un accavallarsi di rimandi più o meno evidenti, più o meno voluti, ad altri film (da Muccino a Radiofreccia, a Virzì).

Tecnicamente, il film non ha praticamente nulla di valido. Belle le musiche, di repertorio e di composizione, che sono però utilizzate in maniera troppo didascalica. Gli attori sembrano tutti mediocri con l’esclusione di un eccezionale Luigi Maria Burruano. I dialoghi sono spesso ridicoli, sempre finti, e la voce fuori campo risulta fastidiosa fin dall’inizio. La fotografia appare sciatta e la confezione generale è del tutto indecorosa. Ripensando alla sceneggiatura viene da chiedersi quanto in basso possa ancora cadere il cinema italiano…

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Le storie e i destini incrociati di Cenzo, buttato fuori dalla fabbrica; Vince, suo figlio che sogna di andar via mentre Elena, la sua ragazza, ad andar via da Bussi, il paesino vicino Pescara dove vivono, non ci pensa nemmeno; Genny fa la cameriera in un ristorante a Pescara dove sua madre Anita fa la cuoca. Tra spiagge affollate, liti, amori, treni presi e treni persi, un'estate passa portando ai nostri la scoperta di cosa significhi essere liberi… Dopo qualche pellicola carina ma fragile, Tavarelli sembra voler tentare il salto di qualità: temi forti, sguardo intergenerazionale, radicamento nella realtà. Ma lo fa con sciatteria e timidezza, sovrapponendo disoccupazione ed educazione sentimentale, con molto didascalismo (alcuni dialoghi sembrano discendere dal peggior Brecht) e una regia incerta su toni e ritmo da tenere. E certi passaggi vagamente onirici lasciano il tempo che trovano. Si intuisce del talento: ma andrebbe disciplinato. Insignificante.

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venerdì 20 maggio 2022

Custodes Bestiae - Lorenzo Bianchini

uno storico trova la soluzione a un mistero diabolico, il problema è che quella stirpe diabolica è ancora in salute, e pronta a colpire per sopravvivere e lo storico soccombe.

un giornalista e un allievo dello storico riescono a ricostruire tutta la storia e la loro vita è a rischio.

il bello di questo piccolo grande film è che riesce a fare paura a chi guarda, la sceneggiatura tiene fino alla fine, svelando il mistero che arriva dai tempi dell'Inquisizione. 

non perdetevi questo gioiellino, non ve ne pentirete - Ismaele 




"Custodes Bestiae" è un film superbo...Rozzo, certo, ma divinamente armonico; un horror "nientemezzisoloidee" che ha il merito di funzionare, cosa non sottovalutabile se si considera la qualità dei prodotti propinatici negli ultimi anni.

Merito dell’umiltà di Bianchini? Chi può dirlo…Quel che è certo è che il giovane talento friulano non gioca a fare l’artista. Costruito il “giocattolo artigianale” ne evidenzia, con saggia ironia, gli aspetti più caserecci (vedi l’uso del dialetto) anziché tentare di celare il tutto dietro ad artifizi superati in stile “Italian Trash”…
L’amore che il regista nutre per la sua opera è a dir poco contagioso: esso trasuda dalle immagini mischiato al clima di costante tensione che avvolge tutto il film.

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