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Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
domenica 19 luglio 2026
lunedì 13 luglio 2026
Szabadesés (Free Fall) - György Pálfi
una vecchietta cade dal tetto di un palazzo, ma non muore.
è l'occasione di vedere cosa succede, risalendo, piano dopo piano, quello che succede in sette appartamenti.
e vede cose che forse non capisce, e anche noi vediamo cose mai viste prime, assurde e grottesche.
come un film a episodi, alcuni belli, altri bellissimi.
un bel film, György Pálfi è una garanzia.
buona (piano dopo piano) visione - Ismaele
L'ultimo film di György Pálfi, Free Fall [+], può essere descritto come la dimostrazione di un potente stile visivo insaporito da elementi grotteschi, surrealismo e assurdo. Proposto questa settimana al CinEast Festival e all'Hungarian Film Week, Free Fall narra la storia di un'anziana stanca della sua miserevole vita, che prende le sue cose e la carta di credito e salta giù dal tetto del suo edificio. Ma, in un colpo di scena umoristico, la donna sopravvive e per miracolo e deve scalare nuovamente le scale. Mentre torna su, attraversa i vari appartamenti dell'edificio, e lo spettatore viene introdotto nei piccoli mondi chiusi in questi appartamenti, ognuno con una storia più incredibile dell'altra – un guru spinge giù l'allievo che sta levitando, accusandolo di vanità, una fidanzata trofeo si mescola in un party elegante completamente nuda, una coppia maniaca dell'igiene fa sesso attraverso la plastica per evitare il contatto fisico, una sitcom coreana su uno strano triangolo, una donna che vuole il figlio torni dentro di lei e, in ultimo, un ragazzo che sembra l'unico a vedere un enorme toro nell'appartamento.
Nonostante la rappresentazione di generi diversi (dallo sci-fi al realismo socialista), tutte le storie che l'anziana conosce mentre torna sul tetto condividono un comune senso dell'umorismo nero e dell'assurdo. Il forte surrealismo delle storie rende possibile l'interpretazione in infiniti modi, ma sono tutti accattivanti abbastanza da mantenere il pubblico attento e interessato per tutto il film. Lo stravagante stile di regia di Pálfi è completato dalla musica elettronica e futuristica di Amon Tobin, che fa sentire allo spettatore sin dall'inizio che sta per accadere qualcosa di strano.
Free Fall è stato commissionato dal Jeonju Film Festival per il Jeonju Digital Project 2014, che presenta ogni anni tre corti ma ha lanciato in questa edizione tre lungometraggi. Sin dall'anteprima al Jeonju, Free Fall ha vinto vari premi, come quello al Miglior Regista e il Premio Speciale della Giuria al Karlovy Vary International Film Festival.
György
Pálfi not only never seems to make the same movie twice, each extremely
different, but many of them are also unlike any other movie out there. He went
from a subtle dialogue-free sound-based movie Hukkle, to extremely nasty
gross-outs in Taxidermia, then tried improvisation, then a movie built from
pieces of other movies... This movie is pure impossible absurdism and social
commentary. It consists of seven shorts intertwined, taking place in one
building. There's a sour, broken marriage where even suicide doesn't work,
breaking the laws of physics. There is an upper-class apartment where a party
is taking place where one or two individuals are completely naked and nobody
notices. A cliche-ridden yoga instructor gets annoyed when one of his students
shows mystical abilities. An extremely germaphobic couple take safe sex to
absurd levels and bug-killing to very fatal violent levels. A child is more
afraid of an invisible bull in the house than his father. A woman starts a
threesome relationship with two men in the same apartment which results in a
silly sitcom when the men fight. And finally, a woman goes to a gynecologist
for a special, extremely shocking procedure which, let's just say is the
opposite of an abortion.
…Con la sensibilità così tattile per le immagini che lo
caratterizza, György Pálfi muta di continuo il suo approccio narrativo: si va
da una sguaiata parodia delle sit-com televisive al tono futuristico, che
avvolge lo stralunato apologo di una coppia per cui le manie igieniste e
salutiste sono sfociate in una condotta di vita assurda. Il camaleontico autore
magiaro sa poi come rendere più ansiogeno l’effervescente materiale trattato,
appoggiandosi nei momenti giusti alle note ora disturbanti e ora ipnotiche
della colonna sonora, alla quale ha ottimamente lavorato Amon Tobin. Simili
sonorità si fondono bene con uno stile visivo personalissimo. E questo completa
il quadro di un oggetto filmico ancora una volta insolito, seducente, scabroso,
spiazzante, che non ci sorprende abbia vinto premi importanti al festival di
Karlovy Vary.
domenica 12 luglio 2026
sabato 11 luglio 2026
Il dimenticato che voleva essere immortale - Giampiero Frasca
Pochi, pochissimi lo hanno ricordato. Qualche post sparuto sui social che neanche frequento. Mubi ha inaugurato con tre film una rassegna in concomitanza. Pochissimo d’altro, ma lo scorso 2 luglio sono dieci anni che Michael Cimino non c’è più. In realtà nessuno lo ricorda perché Cimino non c’è da molti più anni: mal contati sono trenta. Cioé dal suo ultimo film, realizzato per grazia ricevuta, apprezzato dai nostalgici e poi sparito nel nulla, come molto di ciò che lo riguarda.
Un buco nero
ingiusto. Provate a
cercarlo sulla bibbia cinefila dell’IMDb: non è neanche la prima scelta. Prima
di lui compare un coglioncello di attore, celebre per qualche serie tv. Solo
perché omonimo. Anche l’algoritmo lo disdegna.
Adesso noi
non è che vogliamo restituirgli il maltolto. Non pisciamo mai così lungo e comunque
queste cose sono davvero stucchevoli. Almeno quanto ricordare, quando capita,
sempre le stesse due cazzo di cose: l’Oscar per Il cacciatore e
il fallimento epocale de I cancelli del cielo. Noi (non plurale
majestatis, sempre noi del blog) a Cimino siamo invece
riconoscenti. Come lo dovrebbero essere molti se la memoria del singolo
momento non avesse la sostanza labile delle infatuazioni che si susseguono.
Quindi,
nessuna rivalutazione postuma, anche perché cui prodest? A noi no di certo, che
in qualche modo lo conosciamo bene. A voi ve ne fotte come a tutti gli altri,
per cui neanche. Al giornalismo che scrive solo in funzione del mercato ancora
meno perché al mercato interessava zero. Figurati adesso. Anche perché mercato
e Cimino, tanto per chiudere il tutto con un’inconfutabile tautologia, sono
stati un ossimoro triste e indissolubile per gran parte della sua sconfortante
carriera.
Lo facciamo
per noi. Per cui non staremo qua a cercare eroicamente di convincervi che
Cimino non è stato solo Oscar e fallimento, ambizione verso l’assoluto e
megalomania, come potreste aver letto nei coccodrilli fotocopia che quando morì
si accorsero quasi con sorpresa che fosse ancora vivo (e che comunque
ringraziamo: perché sono stati la molla per riprendere un progetto interrotto e
portarlo a compimento).
Noi sappiamo
che Cimino è stato ben altro. È stato colui che ha cercato di
preservare una forma classica in una modernità spesso solo propagandata ma per
larghi tratti ancora più conservatrice di quanto imputassero a lui. Ha avuto il
senso dell’immensità dello spazio come forse solo John Ford e David Lean, a cui
guardava con sincera ammirazione. Ha mostrato una cultura vastissima nelle sue
storie che i suoi denigratori per primi non erano in grado di decrittare e stroncavano
per manifesta (e mai ammessa) difficoltà di comprensione. Quelle storie le
amava, erano parte di lui: sarebbe bastato ascoltare con che passione le
raccontava a parole, avvolgendole, accarezzandole, perorandone la causa a
chiunque fosse stato disposto ad ascoltarle. Forte della sua formazione da
architetto, quelle stesse storie le costruiva geometricamente, infarcendole di
figure, simboli, strutture che esplicitavano il senso globale con naturalezza,
senza forzare in nessun modo la messa in scena. Aveva una capacità di
costruzione elisabettiana del dramma, così come tutta shakespeariana era la
presenza a specchio dei suoi personaggi, l’uno che si completava e annullava
sempre osmoticamente nell’altro. Aveva poi, infine, l’arte di legare
magnificamente immagini e musica a commento, per un connubio devastante sul
piano emotivo: ancora oggi, pur dopo visioni ripetute e ripetute e ripetute, ci
sono scene in cui comincio automaticamente a piangere. E solo per l’accuratezza
della regia, per la scelta opportuna di un movimento di macchina, per un gesto
apparentemente banale dei personaggi e che invece racchiudeva il loro senso di
profonda inadeguatezza riguardo alla loro esistenza.
Per tutti quei rari, rarissimi momenti in cui il cinema mi emoziona ancora.
Quindi, non
perdiamo altro tempo: per non volervi tirare dalla nostra parte ho impiegato
già troppe energie e voi sprecato fin troppa attenzione. Vi lasciamo con un
seguito. Da vedere. Da gustare. Un campionario di alcune delle sue immagini
migliori, prese dai fotogrammi dei suoi film.
Un museo, di fatto. Una mostra della sua grandezza dimenticata, che
ambiva all’immortalità e invece si è ritrovata ad essere ricordata solo su
questo blog.
Che beffa.
venerdì 10 luglio 2026
Zero club - Jessica Hausner
un esperimento di natura alimentare, con una guru che 'adotta' alcune studentesse e studenti di un college per ricchi.
lei riesce a convincere e manipolare le menti di quel gruppetto di rampolli di buona famiglia.
il film non è perfetto, ma si vede bene, è inquietante quanto basta.
buona (dietetica) visione - Ismaele
ps: mi ha un po' ricordato, mutatis mutandis, L'onda, ma quel film è difficilmente raggiungibile
…Il film esplora la metafora della
fede cieca ( tornando circolarmente ad uno dei temi più cari alla regista
viennese, dove la scienza dell’alimentazione viene sostituita da un dogma. In
un mondo sempre più ossessionato dalle diete e dai regimi alimentari, Hausner
critica in modo tagliente l’idea di salute e purezza che diventa ideologia,
sottolineando i pericoli delle mode alimentari estreme. L’alimentazione,
solitamente una fonte di nutrimento e vita, viene capovolta in uno strumento di
controllo e negazione del corpo.
L'opera di
Jessica Hausner affronta anche il tema del controllo sugli individui più
deboli, rappresentati dagli studenti che, sotto la guida della loro insegnante,
perdono progressivamente la capacità di pensare in modo autonomo.
Hausner
mostra come le persone in posizioni di potere possano manipolare e sfruttare le
insicurezze altrui per mantenere il controllo. La critica sociale qui è
evidente: la regista denuncia la struttura gerarchica della società, dove chi
detiene il potere può facilmente sfruttare i più fragili per i propri scopi. La
dinamica tra Novak e gli studenti è inquietante e riflette non solo la
manipolazione a livello personale, ma anche una più ampia critica alle
istituzioni che alimentano e perpetuano queste dinamiche di potere.
La regista
austriaca , sebbene in alcuni tratti sembri perdere transitoriamente il
controllo della storia, costruisce comunque un impianto scenico efficace nel
generare un certo grado di inquietudine, sfruttando ottimamente le
ambientazioni cromaticamente e strutturalmente gelide , che sembrano tagliare come
un coltello affilato, confermandosi come una delle registe che meglio sanno
affrontare tematiche sociali con grande senso critico.
Non a caso
il cardine del film , seppur mimetizzato tra altre tematiche, è anche una
potente critica alla società ossessionata dall'immagine corporea e dalla salute
come culto.
Miss Novak,
con il suo approccio pseudo-scientifico, rappresenta tutti quei “guru” moderni
che propongono regimi alimentari drastici e spesso pericolosi, mascherandoli da
scelte di vita sane e illuminate. Il film denuncia il modo in cui queste
ideologie possono diventare strumenti di controllo, dove chi propone una
visione estrema si pone come detentore della verità assoluta, e chi la segue si
sente moralmente superiore rispetto agli altri. Il concetto di alimentazione
come fede è quindi non solo una questione personale, ma anche un modo per
creare divisioni sociali, per distinguere gli “eletti” dai “profani”.
Seppur opera
non perfetta, Club Zero di Jessica Hausner è un film inquietante e
provocatorio, che mette in luce temi attuali e scottanti e riesce a colpire nel
segno grazie ad un’atmosfera asfissiante e ipnotica, che ben si adatta al
racconto di un plagio psicologico che porta alla distruzione fisica e mentale
dei protagonisti. Attraverso la sua critica al controllo sugli adolescenti e
alla distorsione del concetto di alimentazione, Hausner ci invita a riflettere
su come le ideologie, quando estremizzate, possano condurre a conseguenze
devastanti.
…L’istituto,
coadiuvato da un potentissimo comitato formato dai genitori che pagano rette
salatissime, ha affidato la formazione di questi giovani, a vario titolo,
problematici a una insegnante che risponde al nome di prof.ssa Nowak, un
personaggio a dir poco inquietante che – lo apprendiamo quasi subito – è
affiliata a una setta (non saprei come definirla altrimenti) che va ben oltre il
mandato educativo dell’istituto perché pratica (e intende insegnare) il digiuno
completo, di qui la parola “zero”. La professoressa Nowak (interpretata
dall’attrice australiana Mia Wasikowska) è una
grande manipolatrice che ha gioco facile perché i ragazzi che finiscono sotto
le sue grinfie provengono da situazioni familiari non esattamente ideali,
talché i disturbi (alimentari, ma non solo) di cui, fin dall’inizio soffrono,
trovano le loro cause nelle famiglie stesse, su cui la regista, pur nel contesto
di un racconto assolutamente algido, non esita a scagliare qualche strale
satirico, sarcastico, soprattutto laddove viene mostrata la totale cecità in
merito alla pericolosità dell’insegnante e dell’istituto nel suo complesso, che
la preside non è minimamente in grado di governare.
Ciò detto il film
si incista prestissimo su questo assunto, è clamorosamente ripetitivo finendo
per mostrare un dato che ripercorrendo a ritroso l’intera filmografia di Hausner appariva
fin dall’inizio una minaccia incombente: ridondanza e manierismo che qui
sfociano ben presto in una noia a dir poco mortale. A nulla vale l’indicazione
della regista che il film si ispirerebbe al Pifferaio Magico dei Fratelli
Grimm, fiaba inquietante quanto si vuole, ma comunque breve e a suo
modo anche leggera. Il film è invece grevissimo e si compiace delle simmetrie,
dei lenti ma ineluttabili movimenti di macchina, di una recitazione fredda e di
un profluvio cromatico di costumi in cui, se non sembrasse un paradosso, si ha
la sensazione di assistere, quanto a artificialità, a un film di Wes
Anderson.
…Hausner tratteggia una scuola d’élite senza una
collocazione precisa, gira il film in inglese, adatto per la sua ipotetica
universalità (in fin dei conti, il dove ci interessa poco, il discorso è
evidentemente indirizzato verso la sfera occidentale), e le sue scelte formali
sembrano calzare perfettamente a un ambiente apparentemente ideale,
propositivo, ma in realtà castrante. Una sorta di gabbia dorata, un parcheggio
per ragazzi facoltosi che tra lezioni di danza, teatro e mille altri stimoli si
trovano paradossalmente senza un timoniere, prede di cattivi maestri, di idee
balzane, di estremismi fideistici.
È il sistema capitalista, iperproduttivo, a
generare l’incolmabile distacco tra la scuola, i genitori e i ragazzi. È il
tempo sottratto alla famiglia, alla casa; la propria camera diventa rifugio e
solitudine, sempre più amplificata, pericolosa. Ed è in questo distacco, in
questa terra di nessuno, che si insinua la professoressa Novak (Mia
Wasikowska), moderna incarnazione del pifferaio magico di Hamelin – suggestiva
nel finale l’intuizione del quadro, luogo definitivamente altro e irraggiungibile per la scuola e i
genitori. Perché, anche per le scelte cromatiche (prevalgono il giallo e il
verde, i toni pastello) e il suo essere sospeso in un luogo\tempo
indefinito, Club Zero muta lentamente
in una favola nera, una parabola dei nostri tempi, un monito…
…La satire est féroce, l’humour est subtil
et omniprésent et le film fait mouche dans sa description d’une lente plongée
inquiétante dans ce club sélect. On assiste à un engrenage malsain dans ce qui
au final peut être perçu comme une relecture à l’inverse du classique La grande bouffe de Marco Ferreri. Il y aussi
cette affiliation avec le cinéma de son compatriote Ulrich Seidl (Paradise: Hope en particulier) qui est très
présente dans sa conceptualisation. La mise en scène est méticuleuse et précise
alors que la photographie froide et la musique traditionnelle ajoutent au
climat de tension régnant. Mais attention, le film se veut assez sobre dans sa
proposition laissant davantage la place à l’interprétation…
…Club Zero designa
a un grupo de esta naturaleza, o ideología, pues hace falta todo un sistema
alternativo de ideas para defender lo que creen los miembros que lo integran. Y
es que comer no es necesario para vivir. Así termina instruyendo la profesora
de un liceo elitista, llamada Miss Novak e interpretada con rigor por Mia
Wasikowska, a su reducido y sumiso grupo de alumnos (alguno de ellos
inicialmente rebelde, pero luego presionado para seguir la mentalidad del
rebaño), en una clase específica dedicada a la nutrición. Lo que empieza como
una postura razonable, acorde al consenso, esto es, que comer menos y de forma
más pausada (alimentación consciente, lo llama Miss Novak) es beneficioso para
la salud (tanto personal como planetaria), pronto deriva al absurdo radical,
teniendo en cuenta que el mentado extremo de falta absoluta de alimentación,
ajeno a la guía docente de la clase curricular, no es el que se ajusta a los
principios de base de sus miembros (salvo la profesora), sino de los de una
asociación más opaca y oficiosa, el internacional “Club Zero” del título (al
que ella pertenece). En cualquier caso, llegados a este punto, no se suspende
la incredulidad ante lo narrado, porque desde el principio la película de
Jessica Hausner acentúa su esencia surrealista, ajena a la pura realidad…
mercoledì 8 luglio 2026
Les Premiers, les Derniers - Bouli Lanners
due investigatori sui generis cercano di fare il loro lavoro, ma niente è facile.
grazie a una sceneggiatura a orologeria e a sapienti incastri, attori bravissimi, e anche più, a colpi di scena continui, abbiamo un film che non si dimentica.
se fosse stato un film a stelle e strisce avrebbe occupato le nostre sale per dei mesi, invece...
bisogna cercarlo e nessuno sarà deluso.
buona (avventurosa) visione - Ismaele
…In equilibrio
fragile tra ombra e speranza, Les premiers, les derniers evolve dentro il paesaggio e in un clima di decadenza
sociale. Se i personaggi indugiano in un villaggio di bruma ubicato lungo la
monorotaia di cemento di un aerotreno dismesso, nondimeno il film può a ragione
definirsi un road movie, perché protagonisti e comprimari si spostano in
continuazione a piedi o in macchina, lungo la strada e in una transumanza
permanente in cerca di un incontro improbabile. Magari con Gesù, un uomo
"che era morto ed è ritornato alla vita", che dubita, che ama, che dorme
sotto un cielo di stelle, che soccorre gli spiriti semplici e all'occorrenza
spara ai cattivi. Accanto a lui i malati guariscono, i defunti riposano in
pace, i primi come gli ultimi ritrovano la fiducia e il cammino lungo le linee di un
cielo basso.
Cinema crepuscolare, illuminato dai suoi personaggi, Les premiers, les derniers ritorna sul disfacimento della struttura
famigliare che si ricostruisce tuttavia attraverso l'amicizia o l'appuntamento
fortuito col destino (Eldorado Road, Un'estate da giganti). Racconto crudele (ma confidente) che incontra due
adolescenti con anime belle, che offrono quello che la famiglia di origine ha
negato, il western di Bouli Lanners trova una dimensione trascendente dove non
ce la aspettiamo e un rilievo umano in protagonisti che rinunciano alla
prudenza per gli altri. Perché né malattia, né fine del mondo possono
impedirgli di vivere (e amare) fino in fondo quello che resta.
Noir
di grande effetto, che privilegia la confezione scenica, indubbiamente
suggestiva, sull'azione, a lungo rimandata o sospesa, presa in ostaggio
dall'incombere di un risvolto umano che subentra a condizionarne la sua
manifestazione ed ul suo apparentemente incombente incedere: questo in sintesi
l'interessante ritorno in regia del valido e corpulento attore belga Bouli
Lanners, noto, come interprete, per i suoi ruoli eccentrici e spesso al limite
della normalità (Louise Michel, Mammuth e Kill me please dovrebbero bastare e
rendere l'idea e ricordarlo nelle sue più efficaci interpretazioni). Ma anche
valido regista con una manciata di titoli almeno interessanti (Eldorado road in
particolare)…
La puesta en escena lo es todo, una
historia muy simple, incluso que cojee, puede trascender mediante la
planificación minuciosa de situaciones, de encuadres, de imágenes. ¿hay que
crear decorados artificiales para convencer al espectador de que nos
encontramos ante un inmimente fin del mundo? ¿Se necesitan cientos de millones
en efectos digitales para representar el apocalipsis o basta el retrato de
seres humanos desplazados, sus rostros desanimados y solitarios. para
convencernos de la dura realidad? Moteles semiabandonados, supermercados
arrasados, gasolineras desiertas, naves industriales dejadas enmohecer,
estructuras de comunicación llenas de maleza otorgan sentido a una historia de
desesperación en la que lo importante es vivir para mantener una esperanza. No
contamos con referencias geográficas, vastas llanuras en el desangelado
invierno del norte de Francia quizás, o las extensiones de una Bélgica
fronteriza, lo importante es demostrar cómo el espacio marca el carácter, cómo
la soledad no la proporciona la ausencia sino el aislamiento, cómo el miedo se
adentra entre nosotros y nos vuelve violentos por supervivencia innata. Un
ciervo que nos mira, imponente, desde el andén de una estación abandonada para,
instantes después, aparecer abatido por mera diversión. Del apogeo al fín sin
solución de continuidad, el rey del bosque eliminado por la escoria de la
tierra, el fin del mundo se acerca…