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Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
martedì 15 settembre 2026
lunedì 14 settembre 2026
The echo chamber – Andrea Pallaoro
l'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, diventa il film di Andrea Pallaoro.
tre ottimi protagonisti in un film girato quasi tutto in una casa inglese.
Leo, Ava e Anne convivono con i fantasmi, e il dolore. Leo è un grande produttore musicale, Ava una cantante che riappare sulla scena, Anne è una fisioterapista che cura Leo.
Anne è la causa della tossicodipendenza di Leo, erano amanti, alla prima overdose lei sparisce, sembra, ma quella casa accoglie tutti, compresi i fantasmi.
è un film d'amore, con una fine drammatica, vedere per credere.
un film che merita, anche se troppi ne hanno parlato male.
buona (claustrofobica) visione - Ismaele
ps: protagonista ulteriore è il fentanyl, l'oppiaceo che uccide per overdose decine o forse centinaia di migliaia di persone nel felice occidente.
il biondone che crede di essere il governatore del mondo dà la colpa a Messico e Cina, i cattivoni che fanno arrivare quell'oppiaceo nehli Usa.
se il biondone avesse il tempo di guardare serie e film targati Usa, scoprirebbe che i cattivoni sono i (molti) medici che prescrivono gli oppiacei, e le case farmaceutiche Usa (che sicuramente finanziano il biondone, in perfetto stile mafioso), altro che Cina e Messico.
… A rendere credibile l’impianto narrativo
concorrono certamente le ottime
interpretazioni dei protagonisti, con un Marinelli misurato e
naturalmente profondo, una Vikander che risponde con apprezzabile semplicità e
compostezza e, con un carico endemico
di carisma, Susan Sarandon a sparigliare le carte nel ruolo di una
leggenda della musica a lungo lontano dalle scene, rientrata nel giro grazie
alla fiducia nel talento di Leo.
Così The
Echo Chamber, con la sua raffinatezza formale, sempre sulla soglia del
formalismo estetizzante, il formato quadrato dell’inquadratura, le lunghe
riflessioni sul fuori campo, riesce nell’intento programmatico di toccare l’impalpabile, manifestare la
privazione, descrivere il vuoto, scivolando solo nel finale
nell’esplicitare fin troppo didascalicamente il concetto di (inter)dipendenza.
…Nella raffinata sceneggiatura di
Bernardini e Rampoldi (che completano l'ultimo lavoro di scrittura di Bernardo
Bertolucci, con il quale lo avevano inizialmente sviluppato) c'è l'ambizione di
provare meccanismi inconsueti, trasformati poi da Pallaoro in momenti di grande
cinema che non si vedono spesso nel panorama nostrano. È un film che può
alienare perché procede per scarti metonimici, ma la sua architettura fatta di
distanze e ripetizioni ha dei picchi notevoli, su tutti una sequenza
rivelatoria legata alla canzone interpretata da Susan Sarandon.
La sua Ava è l'unica
capace di spingere Leo all'azione, e sarà incidente scatenante di un ultimo
atto che può apparire brusco ma che diventa sempre più inevitabile a
posteriori. In esso, così come più in generale nella figura di Ava (una grande
artista la cui legacy il
protagonista si trova a influenzare, forse contaminare) si può scorgere l'ombra
lunga di Bertolucci, altra presenza che aleggia in un film tanto essenziale
nelle componenti quanto pieno di suggestioni e di echi.
Non c'è dubbio che si tratti del miglior film tra i quattro realizzati finora
da Pallaoro, che si supera e forse si mette più in gioco, oltre a regalare una
splendida e originale meditazione sulla fragilità e sulla dipendenza nel regno
dei sentimenti. Dentro ci possiamo leggere una simbologia di ciò di cui è fatta
una relazione e - forse anche più sorprendentemente - di cosa è fatta la sua
fine.
…Uno dei temi più interessanti
di “The Echo Chamber” è quello del dolore (cronico). Lo è per almeno due
ragioni. La prima riguarda la sua tassonomia/diagnosi, cioè si tratta di un
dolore comune, non invalidante (apparentemente). Una scelta che non a caso
richiama l’idea di un malessere subdolo, spesso invisibile, che non ha una
caraterizzazione così evidente. La seconda riguarda la sua ontologia: Leo non
sa identificare un confine tra sé stesso e il dolore. In questa intercapedine
davvero sottile, si inserisce il personaggio di Anne, la fisioterapista di cui
si innamora e che ne lenisce il dolore grazie a farmaci oppiodi – benché questi
poi ne provochino la dipendenza.
La pellicola parte proprio da
qui, dall’overdose di Leo, e a poco a poco (ri)costruiamo i contorni della
domanda che perturba la storia: chi ama Leo, lei o ama la sua cura? E
viceversa: lei lo ama, o ama poterlo curare? Insomma, un tema bertolucciano
chiaramente, amore e malattia che si mescolano, un po’ come la rappresentazione
temporale del film, che finge una sorta di montaggio alternato, per portarci
dal loro incontro al post-overdose, fino al loro nuovo primo incontro – e nel
mentre, la figura di Ava (Susan Sarandon, foto sopra), di cui Leo sta incidendo
l’ultimo disco, che assume quel ruolo di eco freudiano che a Bertolucci è
sempre stato molto caro…
…La casa di The echo chamber è abitata due
volte, da Leo perché è casa sua e da Anne quando Leo non c’è. Gli spazi sono
gli stessi ma sono sempre mancanti di un elemento, dell’altro, desiderato e
temuto allo stesso tempo. Nel passaggio ognuno lascia l’eco dell’altro, come ha
fatto nel tempo in cui si sono frequentati. L’uomo e la donna si attirano ma
sentono di farsi male, sanno di non riuscire a non farlo.
Come è possibile non ferirsi in amore? Come si può amare senza amare se
stessi? Come si supera il dolore ancestrale che fa parte di tutti? Sono domande
che restano insolute.
The echo chamber è un
film sul dolore, sull’assenza, sulla dipendenza. È un film che non lascia
spazio alla speranza, un film sull’essere artisti e su come attingere da una
ferita originaria e dargli una nuova forma, è un film formalmente curato,
recitato in lingua inglese (perfetto Marinelli),
ambientato in una città senza nome, in un tempo imprecisato.
Con una direzione precisa e scrupolosa Andrea Pallaoro compone la scena su
inquadrature fisse in cui i luoghi diventano metafora di chi li abita: un unico
set, la casa di Leo, le finestre sulla strada, una macchina con la guida a
destra che viene parcheggiata sempre sotto casa.
Nel complesso l’aspetto meno riuscito di The
echo chamber è una ostinata volontà di dare un senso alla vita
che, a tratti, diventa eccessiva: Tutto
ciò che ci capita lo scegliamo, scegliamo tutte le nostre disgrazie.
Forse lo spettatore preferirebbe rimanere con dei dubbi all’uscita della
sala.
domenica 13 settembre 2026
Serpenti - Roberto De Paolis Maino
alla sceneggiatura hanno lavorato insieme al regista i fratelli D'Innocenzo, e questo lo rende un film che sorprende.
ottimi attori, per un film con un avvocato azzaccagarbugli (Pietro Castellitto), un poliziotto che deve fare la spesa per casa (Alessandro Borghi), una cartomente che collabora con la polizia (Valeria Golino), e sopratutto un assassino (Leonardo Lidi) che con si capacita di non finire in prigione, non ci finisce per aver ucciso la moglie, ma per qualcosa da niente sì, così va il mondo.
La situazione politica in Italia è grave ma non è seria, scrive Ennio Flaiano all'inizio del film, e alla fine del film, come in un teorema, scopriamo quanto è vero.
un film da non perdere, al cinema.
buona (grave, ma non seria) visione - Ismaele
Paolo Marra ha ucciso sua moglie, senza un perché. Divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi: vuole pagare, scontare la pena, ridare dignità alla donna che ha ucciso e a sé stesso. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e complicati cavilli burocratici, nessuno lo prende sul serio. L'uomo si scopre vittima di un paradosso kafkiano: per quanto lo desideri, non riesce a farsi arrestare. Il perfetto capro espiatorio di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi.
Nell'interessante percorso di Roberto De Paolis Maino di osservazione della realtà, dopo Cuori puri e Princess, ecco Serpenti solo apparentemente slegato dal mondo reale ma che, proprio nella cifra del grottesco, crea un ribaltamento profondo che va al cuore delle cose.
Merito sicuramente della sceneggiatura, scritta dai Fratelli D'Innocenzo insieme al regista, che costruisce sapientemente l'assurdità della vicenda di un uomo che si costituisce alla Polizia reo confesso dell'omicidio della moglie ma che entra all'interno di un iter burocratico kafkiano in cui non riesce ad affermare la sua colpevolezza. Naturalmente l'utilizzo del tono grottesco è paradossale per cercare di raccontare come la violenza sulle donne faccia magari più fatica a essere immediatamente percepita come tale…
…Come la burocrazia riesca a
sacrificare persino il senso dell'impellente e la ragionevolezza più
elementare, è un vero mistero che, raccontato attraverso la verve burina dei
tre sceneggiatori, diventa un miracolo di narrazione grottesca e surreale,
tipica della miglior commedia italiana di maestri come Ferreri, ma più legata
qui al grottesco della deriva contemporanea, che alla poesia di una dimensione
poetico surreale.
Di poetico, in effetti, non c'è davvero nulla in Serpenti, mentre il grottesco esonda da ogni
sottottaccia e svolta narrativa, grazie anche ad una manciata di personaggi
illustri di contorno, uno più bravo ed esilarante dell'altro.
In ordine cronologico, il presunto dichiarato assassino incrocia
dapprima un anonimo appuntato, poi un poliziotto superficiale ed ottuso sino
alla follia (Alessandro Borghi, spassosissimo),
poi un avvocato d'ufficio dalla moralità degna di uno spacciatore, e modi da
azzeccagarbugli più affinato del noto manzoniano (uno straordinario Pietro Castellitto);
infine una sciamannata esperta in tarocchi (e pettegolezzi), ottimamente resa
da Valeria Golino, che dispensa al reo confesso
consigli tali da far precipitare la situazione verso scenari ancor più truci…
È grave ma non seria, la situazione politica italiana: parola
di Ennio Flaiano, che evoca causticamente uno scenario che esonda rispetto
all’agone politico e che pare addirsi – suggerisce il cartello iniziale
di Serpenti – anche all’oggi. Uno scenario che,
appunto, l’opera terza di Roberto De Paolis Maino si propone di scandagliare
attraverso una sorta di verifica antropologica per
assurdo (?), scandita da un impianto strutturale la cui
rigidezza è raddoppiata dall’impostazione formale, anzitutto in sede
compositiva. Eccezion fatta per una manciata di intermezzi eclettici, questo
dispositivo essenziale, finanche schematico, programmatico, fa spazio a un tema
caldo, grave, del contemporaneo nostrano, subito squadernato.
Nella prima sequenza, una lenta carrellata in avanti attraversa l’abitazione di
un uomo che, dopo aver pulito la cucina, confessa un crimine: prossimo all’implosione,
mangiato dai tic, Paolo Marra ha ucciso la moglie. La notizia gode
dell’intensità del naturalismo di Leonardo Lidi – apprezzato interprete e
regista teatrale – e, però, a un tempo, mentre la tragedia viene apparecchiata
(post mortem), viene percorsa da una nota straniante: è
proprio allo spettatore, infatti, che Marra espone il suo tormento, senza mai
distogliere lo sguardo dalla macchina da presa, stabilendo un contatto intimo.
A partire da questa premessa, Serpenti può
allora focalizzarsi in termini narrativi sugli effetti di un evento che rimane,
in quanto tale, non visto e non compreso: si seguirà, evidentemente, il
carnefice, una catabasi già in moto. Marra si reca presso un commissariato al
fine di costituirsi e lo studio di un personaggio psicologicamente sfaccettato,
di una vicenda drammatica, di un tema grave, si appresta a dipanarsi con
andamento ferreo, funereo. Ma in Italia – si sa, pescando nuovamente da Flaiano
– «la linea più breve tra due punti è l’arabesco»: a nulla può il geometrismo
della struttura e della forma, se non a collidere con un barocco latente,
serpeggiante, che trascina la tragedia nei territori della farsa, e che
interdice, dunque, anche la pace (esteriore) di uomo pronto alla resa. Nessuna
calma dopo la tempesta, nessuna elaborazione – visto il caso – privata e pubblica: la traiettoria di Marra non può
proseguire in discesa né in salita. Semplicemente, la tragedia è sospesa e il
carnefice deve cambiar parte. Nel contorcersi dell’arabesco, il copione
originale – auspicato – sfuma in un’eco remota: si recita a soggetto, e s’insinua un ribaltamento.
Dinanzi agli occhi di uno spettatore sorpreso, va in scena una tragicommedia…
…Diviso in quattro
“quadri” di impianto teatrale ma non statici, Serpenti bene
sintetizza quanto scrive De Paolis nelle note di
regia: «La storia del protagonista è la nitida fotografia del modo in cui tanti
uomini, nella tradizione culturale del nostro “vecchio mondo”, sono trattati
dopo aver ucciso o maltrattato delle donne: come se non avessero fatto niente».
Il tono generale è
da commedia macabra, a tratti buffa, anche se non viene affatto nascosta la
gravità del gesto compiuto da questo «assassino malinconico e redento che
gradualmente si trasforma in un uomo disilluso e rabbioso» (parole del regista)…
…Serpenti è infatti il racconto kafkiano (si sentono
echi del rosselliniano Dov'è la libertà?) di un mondo fatto di burocrazia, stanzoni vuoti,
lunghi corridoi, nel quale il commissariato diventa il plastico di una società
capace di neutralizzare persino la confessione di un omicidio. Il film è basato
su un copione scorrettissimo (in fin dei conti, si parla di uxoricidio o, come
si dice adesso, con un neologismo bolso, femminicidio), attraversato da un
grottesco che erode progressivamente ogni gravità e sorretto da una musica
dissonante e straniante (impeccabili le scelte di Vittorio Giampietro) e da un
cast in stato di grazia. Le linee serpeggianti che invadono pavimenti e
immagini non sono allora un semplice vezzo figurativo: sembrano il diagramma di
un mondo morale in cui tutto devia, scivola, si aggira, purché non arrivi mai
dritto al punto.
La strada verso Gerico di Amos Gitai - Emilia De Rienzo
Ci sono luoghi che si possono perdere molto prima che vengano distrutti. Si
perdono quando non puoi più raggiungerli. Quando il sentiero che conoscevi
viene chiuso, una collina recintata, una strada riservata ad altri, un posto di
blocco messo là dove prima passavi senza pensarci. Si perde un luogo anche
quando continui a vederlo da lontano, ma non puoi più attraversarlo. È questo
che racconta, più di ogni altra cosa, Raja Shehadeh nei suoi libri e
nell’evocazione del pallido dio delle colline.
Shehadeh ha sempre amato camminare. La sarha, la passeggiata
senza una meta precisa, era per lui un modo di abitare la terra: andare sulle
colline intorno a Ramallah, cercare un sentiero, fermarsi, guardare il
paesaggio, riconoscere una pietra, un albero, le tracce di una storia
familiare. Camminare significava essere liberi. Nel 1978, quando compie una
delle sue prime camminate, il paesaggio è ancora aperto. Anni dopo, quando
torna sugli stessi luoghi, scopre che molte cose sono cambiate. Gli
insediamenti si sono allargati, sono comparse nuove strade, recinzioni, zone
militari. I sentieri che conosceva diventano sempre più difficili, a volte
impossibili da percorrere.
Il suo racconto segue questa trasformazione per oltre vent’anni. E quello
che all’inizio sembra il diario di un uomo che ama camminare diventa lentamente
la cronaca di una terra che gli viene sottratta anche attraverso la
cancellazione della possibilità di attraversarla.
Non è soltanto la perdita della terra. È la perdita della libertà sulla
terra. Ed è questo che rende quelle pagine così dolorose: Shehadeh non
racconta soltanto un’ingiustizia politica. Racconta il modo in cui la politica
entra nella vita quotidiana e modifica perfino i gesti più semplici. Una
passeggiata. Un sentiero. Un luogo dove portare un ragazzo per mostrargli il
paesaggio che avevi conosciuto da giovane.
A un certo punto Shehadeh arriva anche nel Wadi Qelt, nella discesa verso
Gerico. Lì incontra alcune famiglie beduine. Molti se ne sono già andati. Una
donna, Fatmeh, racconta la situazione della sua famiglia: il futuro è incerto,
il lavoro del marito sta per finire, e il territorio intorno è destinato a
essere recintato, sottratto a chi vi abita. È una scena piccola. Quasi
marginale rispetto alla grande storia. E proprio per questo rimane: mostra cosa
significa, concretamente, rendere precaria la vita di chi abita un luogo.
La strada per Gerico ritorna oggi, a distanza di anni, nel film di Amos
Gitai: The Road to Jericho. Gitai è israeliano. E anche lui, da
decenni, filma questa terra cercando di non cancellare l’altro. Nel 1982,
con Field Diary, entra nei territori occupati e filma la realtà che
incontra. Tra le persone intervistate c’è Bassam Shakaa, allora sindaco di
Nablus, che aveva perso una gamba in un attentato compiuto da estremisti
israeliani. Gitai lo ascolta.
Quarant’anni dopo, torna sulla strada per Gerico.
È come se il cinema avesse conservato una memoria che la politica non è
riuscita a custodire.
Nel nuovo film Gitai arriva a Khan al-Ahmar, villaggio beduino
lungo la strada tra Gerusalemme e Gerico. Qui c’è una piccola scuola costruita
con terra, legno e pneumatici, nata dalla necessità di garantire un’istruzione
ai bambini della comunità. La scuola è diventata il simbolo della precarietà di
quel luogo: per anni è rimasta sotto la minaccia della demolizione.
Gitai la filma e intreccia il presente con le immagini del passato: le sue
conversazioni con israeliani e palestinesi, le voci di Arthur Miller, Jeanne
Moreau, Yitzhak Rabin; frammenti di una storia che sembra appartenere a un
altro tempo. E infatti il film non è soltanto sulla situazione di oggi. È anche
sulla strada che avrebbe potuto essere percorsa e che è stata interrotta.
Perché la strada per Gerico non è soltanto una via geografica. È una strada
politica. Nel 1993 gli accordi di Oslo avevano aperto una possibilità. Il primo
accordo israelo-palestinese riguardava proprio Gaza e Gerico. Gitai ricorda di
aver parlato con Rabin nel 1994, di averlo ascoltato mentre affrontava con
concretezza le difficoltà dell’accordo, nella convinzione che bisognasse dare
una possibilità alla pace. Un anno dopo Rabin fu assassinato. Per Gitai quella
morte rappresentò una frattura. Non soltanto la scomparsa di un uomo, ma
l’interruzione di una possibilità: quella di continuare a parlare, negoziare,
riconoscere nell’altra parte un interlocutore.
È qui che il cinema di Gitai incontra, in modo sorprendente, le
passeggiate di Shehadeh. Uno cammina. L’altro filma. Uno vede i sentieri
chiudersi. L’altro torna sulle stesse strade per vedere che cosa ne è rimasto.
E tutti e due, ciascuno dalla propria parte, raccontano una progressiva
restrizione dello spazio: quello fisico, ma anche quello politico, necessario
perché due popoli possano ancora immaginare di vivere l’uno accanto all’altro.
C’è stato un tempo in cui questa possibilità aveva trovato parole
importanti. Amos Oz, A.B. Yehoshua, David Grossman hanno rappresentato una
parte di quella cultura che continuava a considerare indispensabile il
riconoscimento dell’altro.
Grossman ha scritto, in un momento di dolore e di solitudine, parole che
esprimevano la necessità di non essere lasciati soli in questo cammino. Forse è
proprio questa la parola che oggi colpisce di più: solitudine. La
solitudine di chi continua a credere che l’altro debba esistere, quando intorno
la possibilità stessa di riconoscerlo viene continuamente erosa.
Gitai non nasconde la sua disperazione. Parla del suo film come di un lamento
per il Paese che ama e la cui politica non condivide. Eppure rifiuta l’idea che
la storia debba essere consegnata soltanto alla forza. Per lui il rispetto
dell’altro rimane la condizione stessa di qualsiasi futuro. Le sue parole sono
perentorie: «Non è solo possibile, è obbligatorio. Qual è l’alternativa?
Nient’altro che una distruzione catastrofica, irreversibile e totale. Ci
troviamo di fronte a una scelta: annientamento o riconoscimento reciproco».
Eppure sono parole che lasciano perplessi. Perché viste da qui, dall’abisso
del presente, l’annientamento non appare come una scelta ipotetica del futuro,
ma come un processo già ampiamente in corso, vissuto e subito nei corpi, nelle
case, sulle colline. Porlo come un’alternativa ancora aperta rischia di suonare
come un’astrazione rispetto alla sproporzione di ciò che sta accadendo sul
campo.
Forse quella di Gitai non è un’analisi della realtà, ma l’ostinazione di
chi rifiuta di consegnare la storia alla sola logica della distruzione.
Ed è qui che le storie di Shehadeh e di Gitai si incontrano davvero.
Shehadeh cerca di salvare, attraverso la scrittura, ciò che la
trasformazione del territorio rischia di cancellare: i sentieri, i paesaggi, la
memoria, la possibilità di camminare. Gitai cerca di salvare, attraverso il
cinema, ciò che la violenza ha progressivamente consumato: le voci, gli
incontri, la memoria di una possibilità. Entrambi lavorano contro la
cancellazione.
Consapevoli che l’arte non cambia le decisioni immediate della politica né
ferma le bombe, come riconosce lo stesso Gitai citando Guernica di
Picasso: nel duello diretto tra il pittore e il dittatore Franco, sul piano
politico fu Franco a vincere e a consolidare il suo potere; ma sul piano della
memoria ha vinto Picasso, perché la sua opera è rimasta a testimoniare per
sempre l’orrore di quella distruzione. Il cinema e la scrittura non hanno il
potere di fermare la forza del presente, ma hanno quello, immenso, di sottrarla
all’oblio.
La strada verso Gerico assume così un significato che va oltre la
geografia. È una strada che attraversa una terra contesa, le ferite e le
distruzioni. Ma è anche la strada di una possibilità che non è riuscita a
compiersi.
Una strada sbarrata.
E tuttavia non necessariamente perduta.
Nel 1982, quando Gitai intervistò Bassam Shakaa, il sindaco di Nablus aveva
già perso le gambe in un attentato. Aveva la violenza impressa direttamente sul
proprio corpo. Eppure, davanti alla macchina da presa, pronunciò una frase che
Gitai ha continuato a ricordare per più di quarant’anni. Forse è questa la
frase con cui dobbiamo lasciare oggi quella strada: «Il pessimismo è un lusso
che non possiamo permetterci».
venerdì 11 settembre 2026
Svidd neger - Erik Smith Meyer
se pensate sia un film di Teemu Nikki sbagliate, anche io prima di leggere il nome del regista ci stavo cascando.
nella campagna norvegese alcune persone sconclusionate, a essere gentili, vivono la loro vita, una mamma con un figlio grasso, e magari incestuoso, e un figlio adottivo che arriva dall'Africa e si crede lappone (e venera Dolly Parton), una bella ragazza con un padre assassino e alcolizzato e anche un tipo vestito da lappone, con una renna.
mescolate il tutto ed esce fuori Svidd neger, un film un po' pazzo, a essere gentili.
buona (lappone) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film, con sottotitoli in italiano
In un paesino norvegese vivono la bella Anna e suo padre, il burbero
alcolizzato Karl, tormentato dal fantasma della moglie da lui uccisa dopo
essersi scoperto tradito. Il frutto di tale tradimento è stato un bambino di
colore, da Karl abbandonato in una culla in mezzo al mare. Un giorno un
ragazzino nero bussa alla porta dei due, ma nel frattempo arrivano anche la
bieca Ellen e suo figlio Normann, stupido, grassoccio e innamorato di Anna.
A Norwegian movie, its title translating to 'Burnt Nigger'. But no racism is in sight in this outrageous and bizarre comedy that tells the tale of a group of trashy people in the middle of nowhere. An alcoholic father who drowned his previous wife and baby wants his beautiful daughter to marry a strong man and give him a grandson. They meet with their only neighbours, a fat soon-to-be-son-in-law for his strong muscles, his trashy, incestuous mother and an adopted black boy who is trying to find his roots. Things turn violent, gory and twisted when the daughter sleeps with the wrong men and a Saami with a portable phone and a reindeer wants to elope with her to Ammrica on a paddle-boat to drink Cokka Cola. A whimsical and twisted black comedy.
"Svidd neger" è un film che affoga in un mare di
situazioni grottesche ogni tentativo di emanciparsi dall'istinto ferino che
popola i luoghi. Insomma, una sarabanda goliardica che finisce per adagiarsi
stancamente lungo una narrazione che vorrebbe trattare in maniera leggera temi
seri. I paesaggi sono bellissimi, ma non bastano migliorare il film.
giovedì 10 settembre 2026
Euthanizer (Armomurhaaja) - Teemu Nikki
un artigiano con un secondo lavoro (quello di praticare eutanasia sugli animali, con la sua etica) si trova in mezziìo a un fatto di violenza cieca, lui si difende e poi si vendica.
una storia d'amore (un po') e di vendetta (molta), visti i nemici di Veijo non si puo che parteggiare per lui (e non per il padre di Veijo).
un film che viene dal freddo della Finlandia, tutti lo capiscono, è un film che merita.
buona (vendicativa) visione- Ismaele
…Veijo (Matti Onnismaa) è lo «euthanizer» del
titolo: svolge infatti un’attività illegale (che però pubblicizza addirittura
con dei volantini) di soppressione di animali domestici. I suoi modi burberi e
i metodi di uccisione lo fanno inizialmente sembrare un sadico spietato, ma
allo spettatore basterà poco per capire che si tratta di un servizio che offre
a prezzi più che modesti e a scopo compassionevole: pur di non veder soffrire
gli amati cani e gatti ammalati, è disposto ad aiutare chi non avrebbe la
disponibilità economica per una soppressione dal veterinario.
Come è prevedibile già dalle primissime scene del film, che
introducono senza apparente ragione un gruppo di nazionalisti dai modi
violenti, il talento per le uccisioni di Veijo finirà per essere esercitato
contro quelli che già dall’inizio identifichiamo come gli antagonisti e – come
è ancora più scontato – sarà proprio la loro violenza gratuita da parte loro su
un animale inerme ad accendere la scintilla che chiamerà il protagonista
all’azione…
Esta
obra del finlandés Teemu Nikki es uno de los alegatos más contundentes en favor
del respeto y la valoración urgente de la naturaleza, la cual desde ya se ubica
en un estrato infinitamente superior con respecto a la execrable humanidad y su
tendencia a destruirlo todo en nombre de sus delirios egocéntricos: utilizando
la arquitectura del thriller minimalista, el realizador y guionista enfatiza
que hay pocas cosas más satisfactorias que reventar a fascistas y devolverles
el dolor que causan a su alrededor, ajusticiándolos como corresponde. La
historia de Euthanizer (Armomurhaaja, 2017) se centra en Veijo Haukka (Matti
Onnismaa), un hombre que posee un taller mecánico y como segundo trabajo se
dedica a matar a animales de compañía que están en la fase terminal de sus
vidas, cuyos dueños por lo general no pueden -o no quieren- pagar los más que
onerosos servicios de la veterinaria del pueblito rural donde transcurre todo.
A la par que comienza una relación romántica con una enfermera, Lotta
(Hannamaija Nikander), quien asimismo cuida de su padre enfermo, el señor
decide no matar al perro de un tal Petri (Jari Virman), el cual se lo quiere
sacar de encima sólo para “hacerse el macho” con el objetivo de impresionar a
su grupo de seudoamigos, nada menos que un colectivo de supremacistas blancos.
Nikki trabaja muy bien el costado morboso -y hasta cómico- de las distintas
subtramas…
…"Ho iniziato la mia
carriera di regista da adolescente realizzando film splatter con il sangue dei maiali della mia
fattoria", ha proseguito il regista. "Non ho frequentato nessuna
scuola e il mio lavoro nel mondo del cinema è cominciato con la gavetta. Mi
sono serviti molti anni di fatica per realizzare il mio primo vero film ma ho
avuto modo di imparare molto portando a termine una dozzina di cortometraggi. Euthanizer è il
mio terzo film ed è il frutto delle varie influenze che ho subito da giovane. L'eutanizzatore è
quello che definisco un giustiziere finlandese: ho sostituito il classico
personaggio del cowboy/poliziotto/militare con qualcosa di inedito, un uomo che
si prende cura degli animali in sofferenza. Mi sembrava perfetto: un eroe che
fa tutto ciò che gli altri eroi non farebbero mai, uccidere un cane. A
Hollywood un eroe può uccidere centinaia di uomini ma mai un cane. Ovviamente,
sul set non è stato ucciso alcun animale: quelli morti che si vedono sono
vittime di incidenti stradali. Li abbiamo recuperati lungo le strade, non è
stato facile ma non avevo abbastanza budget per ricorrere agli effetti
speciali".
"Quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura - ha concluso Nikki -
avevo in mente un film violento sulla stupidità degli uomini di mezza età. Ne è
invece venuto fuori un film il cui messaggio è: il mondo sarà incendiato dagli
uomini di sani principi"…
Arriva da un paese che non ti aspetti, uno dei film più
nichilisti e disperati degli ultimi anni. Cinematograficamente, la Finlandia
appoggia quasi tutto il suo appeal sulle strampalate, adorabili, pellicole di
Kaurismaki, ma il film di Nikki ci porta in territori oscuri, in un
"revenge movie" senza un barlume di neve, fra l'altro. Anzi, sono i boschi
e i campi fioriti, a coronare il racconto che vede protagonista un uomo di
mezza età, Veijo, solitario, misogino e animalista radicale. Ma anche meccanico
e, soprattutto, praticante di eutanasie clandestine per animali sofferenti,
cosa che è lui a decidere. Da qui s'apre una storia minima, dove il suo
presente si mischia con il suo passato, con il padre morente, con un dolore che
si porta dentro come un macigno, e con una gang di sbandati che per una serie
di situazioni finiranno per portarlo a diventare un vero e proprio killer.
Film, a suo modo, strampalato, sorretto dalla bella recitazione di Matti
Onnismaa, capace di tratteggiare un personaggio ai limiti ma carismatico,
mentre attorno a lui c'è solo desolazione, violenza e morte. "Euthanizer"
potrebbe essere il "Dogman" finlandese, anche se il film di Garrone è
diverso e decisamente più riuscito. Ma l'atmosfera che si respira è quella, la
violenza si muove in ogni luogo, anche nel barlume d'amore che gli regala
un'infermiera. Pellicola non del tutto riuscita, che lascia un certo disagio a
visione completata. La Finlandia è sempre più una terra misteriosa.
Euthanizer è un film crudo, ma indubbiamente colmo di fascino
nella sua semplicità e nella maniera diretta in cui affronta gli argomenti che
la sceneggiatura, firmata dallo stesso regista, propone; perfino didascalico,
si potrebbe dire, a tratti. Ma si tratta parimenti dell’ennesima dimostrazione
di come nei paesi scandinavi si riesca con budget modesto, attori sconosciuti
al pubblico internazionale e argomenti scabrosi a realizzare del vero cinema,
lontano da stereotipi televisivi, buonisti (accomodanti in funzione dei gusti
del pubblico, si intende) e genericamente ‘modaioli’. Teemu Nikki, giunto alla
sua opera terza, confeziona una pellicola dalla durata limitata – appena un’ora
e ventitrè minuti – ma dai temi importantissimi, con pochi personaggi, dialoghi
spesso laconici eppure tanta materia di riflessione. L’eutanasia, il rapporto
fra esseri umani e animali, la condizione innaturale dell’uomo moderno, il
senso di giustizia applicato all’esistenza terrena e la voglia, tipica
dell’uomo, di sostituirsi a Dio; la stretta connessione fra amore e morte, il
concetto di pietà (misericordia), la violenza esasperata quanto inutile dei
nostri giorni: in Euthanizer c’è tutto questo e ancora altro, ma detto con
parole povere – non per questo meno vere – e con un evidente senso di sconforto
legato a una critica sociale intrinseca al film. La morte, in tutto ciò, è
l’argomento principe di un lavoro che si apre con l’uccisione deliberata e si
chiude con il suicidio, come un cerchio perfetto. Non mancano, come rilevato,
difetti: alcune soluzioni logiche appaiono avventate e discutibili, così come
la volontà di risaltare domande importanti e urtanti mette talvolta in luce
situazioni finalizzate a turbare (gratuitamente?) lo spettatore. Apprezzabile
la prestazione di Matti Onnismaa, protagonista noto in patria ma non
altrettanto da noi.
mercoledì 9 settembre 2026
L'"architettura dell’accesso": cosa ci insegna il Festival di Venezia sul potere invisibile dei frame - Maylyn López
Venezia riapre una domanda che riguarda il cinema, le
aziende e la politica del linguaggio: la disuguaglianza nasce nel momento in
cui scegliamo o molto prima, quando decidiamo chi potrà arrivare nella
condizione di essere scelto?
Alla Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2026, un dato merita di essere
analizzato oltre la polemica: tra i ventuno film in concorso per il Leone
d’Oro, May el-Toukhy è l’unica donna ad aver diretto da sola un film di
finzione.
Interpellato
sulla sproporzione, il direttore della Mostra, Alberto Barbera, ha ricordato
che soltanto il 24% dei film sottoposti alla selezione era diretto da donne,
rispetto al 30% dell’anno precedente, e ha ribadito che la commissione sceglie
le opere in base alla qualità artistica.
Il dato può
chiudere il dibattito: sono arrivate meno opere dirette da donne, quindi era
prevedibile selezionarne meno. Oppure aprire la domanda decisiva: perché meno
donne sono arrivate alla porta della selezione? La regista in gara, May
el-Toukhy, ha raccontato di aver impiegato sei o sette anni, dopo la scuola di cinema,
per realizzare il suo primo film, mentre molti colleghi uomini avanzavano con
maggiore rapidità. Ha indicato nell’accesso ai finanziamenti una barriera
decisiva: budget inferiori limitano la possibilità di coinvolgere attori di
rilievo, produrre opere competitive e raggiungere i grandi festival.
Anche Maggie
Gyllenhaal, presidente della giuria, ha parlato di un problema “sistemico”,
interrogandosi su chi stabilisca quali storie siano importanti, finanziabili o
degne di appartenere alla categoria dell’“alta arte”.
Venezia
diventa così un punto di osservazione che supera il cinema. Ci obbliga a
distinguere tra disuguaglianza nel risultato e disuguaglianza nell’accesso alle
condizioni che rendono possibile quel risultato.
La selezione
comincia prima della selezione
Un processo
finale può essere formalmente corretto ed essere preceduto, nello stesso tempo,
da anni di accesso asimmetrico alle opportunità. Un consiglio di
amministrazione può scegliere in buona fede il candidato con l’esperienza più solida.
Se nella lista finale arrivano otto uomini e una donna, però, osservare
soltanto l’ultima decisione significa analizzare il sistema quando gran parte
della selezione è già avvenuta. Occorre chiedersi chi abbia ricevuto progetti
strategici, responsabilità di budget, esposizione internazionale e incarichi
capaci di costruire reputazione manageriale.
È la
differenza tra guardare chi viene scelto e osservare chi viene progressivamente
messo nella condizione di poter essere scelto. Il rapporto Women in the
Workplace 2024 di McKinsey e LeanIn.Org rende visibile il meccanismo. Per ogni
cento uomini promossi al primo livello manageriale, venivano promosse 81 donne.
È il cosiddetto broken rung, il “gradino interrotto”: la perdita di
rappresentanza comincia con la prima promozione manageriale e produce un
effetto cumulativo. Nel campione analizzato, le donne rappresentavano il 48%
dei ruoli di ingresso, il 39% dei manager e il 29% della C-suite.
La metafora
del “soffitto di cristallo” colloca la barriera nella parte alta della
carriera, ma rischia di oscurare la successione di decisioni che la costruisce:
un progetto affidato a una persona e non a un’altra, un incarico
internazionale, una nomina temporanea, una seconda possibilità dopo un errore.
Le parole
costruiscono ciò che consideriamo leadership
Qui il tema
dell’accesso incontra quello del linguaggio.
George
Lakoff ha mostrato che le parole non sono semplici etichette: richiamano
cornici concettuali attraverso le quali organizziamo ciò che osserviamo. Robert
Entman descrive il framing come un processo di selezione e salienza: alcuni
aspetti della realtà vengono evidenziati, favorendo determinate
interpretazioni. Il linguaggio non determina automaticamente il pensiero, ma
rende alcune letture più disponibili, familiari e legittime di altre.
Che cosa
immaginiamo quando pronunciamo la parola “leader”? Decisione, assertività,
autorevolezza, controllo, propensione al rischio e capacità di esercitare
potere occupano ancora un posto rilevante nel prototipo culturale della
leadership.
La teoria
della congruenza di ruolo di Alice Eagly e Steven Karau spiega che il
pregiudizio verso le donne leader può emergere dalla distanza percepita tra le
caratteristiche tradizionalmente associate al ruolo femminile e quelle attribuite
alla leadership. Ne deriva un doppio vincolo: una donna può essere giudicata
meno adatta a guidare e, quando adotta i comportamenti assertivi richiesti dal
ruolo, può essere valutata meno favorevolmente.
Questo non
autorizza le semplificazioni. Affermare che un uomo venga sempre definito
“deciso” e una donna sempre “aggressiva” sarebbe retorica, non analisi. La
domanda rigorosa è un’altra: a parità di comportamento, utilizziamo gli stessi
criteri e lo stesso linguaggio quando cambia il genere della persona valutata?
Presenza non
significa potere
I dati
italiani confermano la necessità di distinguere tra presenza e potere. Secondo
il Rapporto Consob sulla corporate governance, pubblicato nel luglio 2026 sui
dati del 2025, le donne occupano quasi il 44% degli incarichi nei consigli di
amministrazione delle società quotate. In circa una società su cinque, la loro
presenza è pari o superiore a quella degli uomini.
Nei ruoli
apicali, il quadro cambia: nel 2025 le società con una presidente erano 21, in
calo rispetto alle 28 dell’anno precedente; quelle guidate da
un’amministratrice delegata erano 17, contro le 18 del 2024.
Contare
quante donne siedono in una stanza non basta. Bisogna chiedersi chi controlli
risorse e budget, partecipi quando le opzioni sono ancora aperte, decida le
nomine e possa modificare l’agenda.
Dire che
“tutti hanno le stesse opportunità perché tutti possono candidarsi” riduce
l’accesso alla possibilità formale di partecipare a una selezione. L’accesso
professionale comprende la possibilità di accumulare esperienza, reputazione,
risultati e relazioni attraverso gli incarichi ricevuti nel tempo.
Il potere
comincia prima del risultato
Venezia ci
consegna allora una domanda che va oltre il numero di donne in concorso. Se
soltanto il 24% dei film sottoposti alla Mostra era diretto da donne, non basta
discutere la selezione finale. Bisogna osservare chi abbia avuto accesso ai
finanziamenti, quali storie siano state considerate universali o artisticamente
rilevanti e chi abbia potuto accumulare il capitale professionale necessario
per arrivare fino a quella porta.
Lo stesso
vale nelle aziende. Non basta chiedersi quante donne diventino amministratrici
delegate. Dobbiamo osservare quante ricevano, anni prima, le responsabilità
dalle quali vengono scelti i futuri vertici.
La domanda
sulla leadership femminile deve quindi cambiare. Non soltanto: quante donne
sono arrivate al vertice? Piuttosto: come viene costruita, distribuita e
legittimata, anche attraverso il linguaggio, la possibilità di arrivarci?
Una delle
forme meno visibili del potere non consiste nel decidere chi vincerà una
competizione. Consiste nel determinare chi potrà parteciparvi con risorse,
esperienza, riconoscimento e legittimità sufficienti per essere considerato una
scelta possibile. Il risultato finale è soltanto la parte visibile. Il potere
comincia molto prima, nell’architettura dell’accesso.