sabato 11 luglio 2026

Il dimenticato che voleva essere immortale - Giampiero Frasca

Pochi, pochissimi lo hanno ricordato. Qualche post sparuto sui social che neanche frequento. Mubi ha inaugurato con tre film una rassegna in concomitanza. Pochissimo d’altro, ma lo scorso 2 luglio sono dieci anni che Michael Cimino non c’è più. In realtà nessuno lo ricorda perché Cimino non c’è da molti più anni: mal contati sono trenta. Cioé dal suo ultimo film, realizzato per grazia ricevuta, apprezzato dai nostalgici e poi sparito nel nulla, come molto di ciò che lo riguarda.

Un buco nero ingiusto. Provate a cercarlo sulla bibbia cinefila dell’IMDb: non è neanche la prima scelta. Prima di lui compare un coglioncello di attore, celebre per qualche serie tv. Solo perché omonimo. Anche l’algoritmo lo disdegna.

Adesso noi non è che vogliamo restituirgli il maltolto. Non pisciamo mai così lungo e comunque queste cose sono davvero stucchevoli. Almeno quanto ricordare, quando capita, sempre le stesse due cazzo di cose: l’Oscar per Il cacciatore e il fallimento epocale de I cancelli del cielo. Noi (non plurale majestatis, sempre noi del bloga Cimino siamo invece riconoscenti. Come lo dovrebbero essere molti se la memoria del singolo momento non avesse la sostanza labile delle infatuazioni che si susseguono.

Quindi, nessuna rivalutazione postuma, anche perché cui prodest? A noi no di certo, che in qualche modo lo conosciamo bene. A voi ve ne fotte come a tutti gli altri, per cui neanche. Al giornalismo che scrive solo in funzione del mercato ancora meno perché al mercato interessava zero. Figurati adesso. Anche perché mercato e Cimino, tanto per chiudere il tutto con un’inconfutabile tautologia, sono stati un ossimoro triste e indissolubile per gran parte della sua sconfortante carriera.

Lo facciamo per noi. Per cui non staremo qua a cercare eroicamente di convincervi che Cimino non è stato solo Oscar e fallimento, ambizione verso l’assoluto e megalomania, come potreste aver letto nei coccodrilli fotocopia che quando morì si accorsero quasi con sorpresa che fosse ancora vivo (e che comunque ringraziamo: perché sono stati la molla per riprendere un progetto interrotto e portarlo a compimento).

Noi sappiamo che Cimino è stato ben altro. È stato colui che ha cercato di preservare una forma classica in una modernità spesso solo propagandata ma per larghi tratti ancora più conservatrice di quanto imputassero a lui. Ha avuto il senso dell’immensità dello spazio come forse solo John Ford e David Lean, a cui guardava con sincera ammirazione. Ha mostrato una cultura vastissima nelle sue storie che i suoi denigratori per primi non erano in grado di decrittare e stroncavano per manifesta (e mai ammessa) difficoltà di comprensione. Quelle storie le amava, erano parte di lui: sarebbe bastato ascoltare con che passione le raccontava a parole, avvolgendole, accarezzandole, perorandone la causa a chiunque fosse stato disposto ad ascoltarle. Forte della sua formazione da architetto, quelle stesse storie le costruiva geometricamente, infarcendole di figure, simboli, strutture che esplicitavano il senso globale con naturalezza, senza forzare in nessun modo la messa in scena. Aveva una capacità di costruzione elisabettiana del dramma, così come tutta shakespeariana era la presenza a specchio dei suoi personaggi, l’uno che si completava e annullava sempre osmoticamente nell’altro. Aveva poi, infine, l’arte di legare magnificamente immagini e musica a commento, per un connubio devastante sul piano emotivo: ancora oggi, pur dopo visioni ripetute e ripetute e ripetute, ci sono scene in cui comincio automaticamente a piangere. E solo per l’accuratezza della regia, per la scelta opportuna di un movimento di macchina, per un gesto apparentemente banale dei personaggi e che invece racchiudeva il loro senso di profonda inadeguatezza riguardo alla loro esistenza.
Per tutti quei rari, rarissimi momenti in cui il cinema mi emoziona ancora.

Quindi, non perdiamo altro tempo: per non volervi tirare dalla nostra parte ho impiegato già troppe energie e voi sprecato fin troppa attenzione. Vi lasciamo con un seguito. Da vedere. Da gustare. Un campionario di alcune delle sue immagini migliori, prese dai fotogrammi dei suoi film.
Un museo, di fatto. Una mostra della sua grandezza dimenticata, che ambiva all’immortalità e invece si è ritrovata ad essere ricordata solo su questo blog.

Che beffa.

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venerdì 10 luglio 2026

A Round of Applause for Death - Stephen Irwin

 

Zero club - Jessica Hausner

un esperimento di natura alimentare, con una guru che 'adotta' alcune studentesse e studenti di un college per ricchi.

lei riesce a convincere e manipolare le menti di quel gruppetto di rampolli di buona famiglia.

il film non è perfetto, ma si vede bene, è inquietante quanto basta.

buona (dietetica) visione - Ismaele

ps: mi ha un po' ricordato, mutatis mutandis, L'onda, ma quel film è difficilmente raggiungibile  



 

…Il film esplora la metafora della fede cieca ( tornando circolarmente ad uno dei temi più cari alla regista viennese, dove la scienza dell’alimentazione viene sostituita da un dogma. In un mondo sempre più ossessionato dalle diete e dai regimi alimentari, Hausner critica in modo tagliente l’idea di salute e purezza che diventa ideologia, sottolineando i pericoli delle mode alimentari estreme. L’alimentazione, solitamente una fonte di nutrimento e vita, viene capovolta in uno strumento di controllo e negazione del corpo.

L'opera di Jessica Hausner affronta anche il tema del controllo sugli individui più deboli, rappresentati dagli studenti che, sotto la guida della loro insegnante, perdono progressivamente la capacità di pensare in modo autonomo. 

Hausner mostra come le persone in posizioni di potere possano manipolare e sfruttare le insicurezze altrui per mantenere il controllo. La critica sociale qui è evidente: la regista denuncia la struttura gerarchica della società, dove chi detiene il potere può facilmente sfruttare i più fragili per i propri scopi. La dinamica tra Novak e gli studenti è inquietante e riflette non solo la manipolazione a livello personale, ma anche una più ampia critica alle istituzioni che alimentano e perpetuano queste dinamiche di potere.

La regista austriaca , sebbene in alcuni tratti sembri perdere transitoriamente il controllo della storia, costruisce comunque un impianto scenico efficace nel generare un certo grado di inquietudine, sfruttando ottimamente le ambientazioni cromaticamente e strutturalmente gelide , che sembrano tagliare come un coltello affilato, confermandosi come una delle registe che meglio sanno affrontare tematiche sociali con grande senso critico.

Non a caso il cardine del film , seppur mimetizzato tra altre tematiche,  è anche una potente critica alla società ossessionata dall'immagine corporea e dalla salute come culto. 

Miss Novak, con il suo approccio pseudo-scientifico, rappresenta tutti quei “guru” moderni che propongono regimi alimentari drastici e spesso pericolosi, mascherandoli da scelte di vita sane e illuminate. Il film denuncia il modo in cui queste ideologie possono diventare strumenti di controllo, dove chi propone una visione estrema si pone come detentore della verità assoluta, e chi la segue si sente moralmente superiore rispetto agli altri. Il concetto di alimentazione come fede è quindi non solo una questione personale, ma anche un modo per creare divisioni sociali, per distinguere gli “eletti” dai “profani”.

Seppur opera non perfetta, Club Zero di Jessica Hausner è un film inquietante e provocatorio, che mette in luce temi attuali e scottanti e riesce a colpire nel segno grazie ad  un’atmosfera asfissiante e ipnotica, che ben si adatta al racconto di un plagio psicologico che porta alla distruzione fisica e mentale dei protagonisti. Attraverso la sua critica al controllo sugli adolescenti e alla distorsione del concetto di alimentazione, Hausner ci invita a riflettere su come le ideologie, quando estremizzate, possano condurre a conseguenze devastanti.

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…L’istituto, coadiuvato da un potentissimo comitato formato dai genitori che pagano rette salatissime, ha affidato la formazione di questi giovani, a vario titolo, problematici a una insegnante che risponde al nome di prof.ssa Nowak, un personaggio a dir poco inquietante che – lo apprendiamo quasi subito – è affiliata a una setta (non saprei come definirla altrimenti) che va ben oltre il mandato educativo dell’istituto perché pratica (e intende insegnare) il digiuno completo, di qui la parola “zero”. La professoressa Nowak (interpretata dall’attrice australiana Mia  Wasikowska) è una grande manipolatrice che ha gioco facile perché i ragazzi che finiscono sotto le sue grinfie provengono da situazioni familiari non esattamente ideali, talché i disturbi (alimentari, ma non solo) di cui, fin dall’inizio soffrono, trovano le loro cause nelle famiglie stesse, su cui la regista, pur nel contesto di un racconto assolutamente algido, non esita a scagliare qualche strale satirico, sarcastico, soprattutto laddove viene mostrata la totale cecità in merito alla pericolosità dell’insegnante e dell’istituto nel suo complesso, che la preside non è minimamente in grado di governare.

Ciò detto il film si incista prestissimo su questo assunto, è clamorosamente ripetitivo finendo per mostrare un dato che ripercorrendo a ritroso l’intera filmografia di Hausner appariva fin dall’inizio una minaccia incombente: ridondanza e manierismo che qui sfociano ben presto in una noia a dir poco mortale. A nulla vale l’indicazione della regista che il film si ispirerebbe al Pifferaio Magico dei Fratelli Grimm, fiaba inquietante quanto si vuole, ma comunque breve e a suo modo anche leggera. Il film è invece grevissimo e si compiace delle simmetrie, dei lenti ma ineluttabili movimenti di macchina, di una recitazione fredda e di un profluvio cromatico di costumi in cui, se non sembrasse un paradosso, si ha la sensazione di assistere, quanto a artificialità, a un film di Wes Anderson.

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Hausner tratteggia una scuola d’élite senza una collocazione precisa, gira il film in inglese, adatto per la sua ipotetica universalità (in fin dei conti, il dove ci interessa poco, il discorso è evidentemente indirizzato verso la sfera occidentale), e le sue scelte formali sembrano calzare perfettamente a un ambiente apparentemente ideale, propositivo, ma in realtà castrante. Una sorta di gabbia dorata, un parcheggio per ragazzi facoltosi che tra lezioni di danza, teatro e mille altri stimoli si trovano paradossalmente senza un timoniere, prede di cattivi maestri, di idee balzane, di estremismi fideistici.
È il sistema capitalista, iperproduttivo, a generare l’incolmabile distacco tra la scuola, i genitori e i ragazzi. È il tempo sottratto alla famiglia, alla casa; la propria camera diventa rifugio e solitudine, sempre più amplificata, pericolosa. Ed è in questo distacco, in questa terra di nessuno, che si insinua la professoressa Novak (Mia Wasikowska), moderna incarnazione del pifferaio magico di Hamelin – suggestiva nel finale l’intuizione del quadro, luogo definitivamente altro e irraggiungibile per la scuola e i genitori. Perché, anche per le scelte cromatiche (prevalgono il giallo e il verde, i toni pastello) e il suo essere sospeso in un luogo\tempo indefinito, Club Zero muta lentamente in una favola nera, una parabola dei nostri tempi, un monito…

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La satire est féroce, l’humour est subtil et omniprésent et le film fait mouche dans sa description d’une lente plongée inquiétante dans ce club sélect. On assiste à un engrenage malsain dans ce qui au final peut être perçu comme une relecture à l’inverse du classique La grande bouffe de Marco Ferreri. Il y aussi cette affiliation avec le cinéma de son compatriote Ulrich Seidl (Paradise: Hope en particulier) qui est très présente dans sa conceptualisation. La mise en scène est méticuleuse et précise alors que la photographie froide et la musique traditionnelle ajoutent au climat de tension régnant. Mais attention, le film se veut assez sobre dans sa proposition laissant davantage la place à l’interprétation…

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Club Zero designa a un grupo de esta naturaleza, o ideología, pues hace falta todo un sistema alternativo de ideas para defender lo que creen los miembros que lo integran. Y es que comer no es necesario para vivir. Así termina instruyendo la profesora de un liceo elitista, llamada Miss Novak e interpretada con rigor por Mia Wasikowska, a su reducido y sumiso grupo de alumnos (alguno de ellos inicialmente rebelde, pero luego presionado para seguir la mentalidad del rebaño), en una clase específica dedicada a la nutrición. Lo que empieza como una postura razonable, acorde al consenso, esto es, que comer menos y de forma más pausada (alimentación consciente, lo llama Miss Novak) es beneficioso para la salud (tanto personal como planetaria), pronto deriva al absurdo radical, teniendo en cuenta que el mentado extremo de falta absoluta de alimentación, ajeno a la guía docente de la clase curricular, no es el que se ajusta a los principios de base de sus miembros (salvo la profesora), sino de los de una asociación más opaca y oficiosa, el internacional “Club Zero” del título (al que ella pertenece). En cualquier caso, llegados a este punto, no se suspende la incredulidad ante lo narrado, porque desde el principio la película de Jessica Hausner acentúa su esencia surrealista, ajena a la pura realidad…

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mercoledì 8 luglio 2026

Les Premiers, les Derniers - Bouli Lanners

due investigatori sui generis cercano di fare il loro lavoro, ma niente è facile.

grazie a una sceneggiatura a orologeria e a sapienti incastri, attori bravissimi, e anche più, a colpi di scena continui, abbiamo un film che non si dimentica.

se fosse stato un film a stelle e strisce avrebbe occupato le nostre sale per dei mesi, invece...

bisogna cercarlo e nessuno sarà deluso.

buona (avventurosa) visione - Ismaele

 

 

In equilibrio fragile tra ombra e speranza, Les premiers, les derniers evolve dentro il paesaggio e in un clima di decadenza sociale. Se i personaggi indugiano in un villaggio di bruma ubicato lungo la monorotaia di cemento di un aerotreno dismesso, nondimeno il film può a ragione definirsi un road movie, perché protagonisti e comprimari si spostano in continuazione a piedi o in macchina, lungo la strada e in una transumanza permanente in cerca di un incontro improbabile. Magari con Gesù, un uomo "che era morto ed è ritornato alla vita", che dubita, che ama, che dorme sotto un cielo di stelle, che soccorre gli spiriti semplici e all'occorrenza spara ai cattivi. Accanto a lui i malati guariscono, i defunti riposano in pace, i primi come gli ultimi ritrovano la fiducia e il cammino lungo le linee di un cielo basso.
Cinema crepuscolare, illuminato dai suoi personaggi, Les premiers, les derniers ritorna sul disfacimento della struttura famigliare che si ricostruisce tuttavia attraverso l'amicizia o l'appuntamento fortuito col destino (Eldorado RoadUn'estate da giganti). Racconto crudele (ma confidente) che incontra due adolescenti con anime belle, che offrono quello che la famiglia di origine ha negato, il western di Bouli Lanners trova una dimensione trascendente dove non ce la aspettiamo e un rilievo umano in protagonisti che rinunciano alla prudenza per gli altri. Perché né malattia, né fine del mondo possono impedirgli di vivere (e amare) fino in fondo quello che resta.

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Noir di grande effetto, che privilegia la confezione scenica, indubbiamente suggestiva, sull'azione, a lungo rimandata o sospesa, presa in ostaggio dall'incombere di un risvolto umano che subentra a condizionarne la sua manifestazione ed ul suo apparentemente incombente incedere: questo in sintesi l'interessante ritorno in regia del valido e corpulento attore belga Bouli Lanners, noto, come interprete, per i suoi ruoli eccentrici e spesso al limite della normalità (Louise Michel, Mammuth e Kill me please dovrebbero bastare e rendere l'idea e ricordarlo nelle sue più efficaci interpretazioni). Ma anche valido regista con una manciata di titoli almeno interessanti (Eldorado road in particolare)…

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La puesta en escena lo es todo, una historia muy simple, incluso que cojee, puede trascender mediante la planificación minuciosa de situaciones, de encuadres, de imágenes. ¿hay que crear decorados artificiales para convencer al espectador de que nos encontramos ante un inmimente fin del mundo? ¿Se necesitan cientos de millones en efectos digitales para representar el apocalipsis o basta el retrato de seres humanos desplazados, sus rostros desanimados y solitarios. para convencernos de la dura realidad? Moteles semiabandonados, supermercados arrasados, gasolineras desiertas, naves industriales dejadas enmohecer, estructuras de comunicación llenas de maleza otorgan sentido a una historia de desesperación en la que lo importante es vivir para mantener una esperanza. No contamos con referencias geográficas, vastas llanuras en el desangelado invierno del norte de Francia quizás, o las extensiones de una Bélgica fronteriza, lo importante es demostrar cómo el espacio marca el carácter, cómo la soledad no la proporciona la ausencia sino el aislamiento, cómo el miedo se adentra entre nosotros y nos vuelve violentos por supervivencia innata. Un ciervo que nos mira, imponente, desde el andén de una estación abandonada para, instantes después, aparecer abatido por mera diversión. Del apogeo al fín sin solución de continuidad, el rey del bosque eliminado por la escoria de la tierra, el fin del mundo se acerca…

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martedì 7 luglio 2026

Un inverno in Corea - Koya Kamura

un padre francese mai conosciuto da Sooha (interpretata da Bella Kim) è l'assenza del film, ma sempre presente nella testa di Sooha.

appare nel suo villaggio un turista/disegnatore, Yan (interpretato da Roschdy Zem) cattura l'attenzione della ragazza, che non smette di sperare di conoscere il padre, poi la mamma le dice l'amara verità.

un film mai gridato, con molti silenzi, piccoli spostamenti di situazioni e sentimenti, ottimi protagonisti, e bellissime animazioni (di Agnes Patron), un film che non delude.

buona (gentile) visione - Ismaele

 

 

A cosa serve il disegno? A dare forma alle proprie fantasie. Così almeno succede in Un inverno in Corea, un film sorprendente, malinconico, quasi timoroso nell’offrirsi allo spettatore: fragile verrebbe da aggiungere, ma di quella fragilità che rivela la sua bellezza solo che le si usi la delicatezza e il garbo che richiede. Sembra che succeda poco o niente in questo inverno che imbianca Sokcho, cittadina sul mare vicino alla zona smilitarizzata e al confine con la Corea del Nord dove l’arrivo di un taciturno straniero sembra quasi un controsenso (…) E mentre impariamo a conoscere meglio le personalità dei due protagonisti che le animazioni di Agnès Patron ogni tanto mettono in forma con un tocco di realismo magico e cangiante, senza mairivelazioni eclatanti ma piuttosto per piccole e successive approssimazioni, allo stesso modo l’anima più nascosta di una Corea lontana dai riflettori (e dagli eccessi melodrammatici che piacciono per esempio a Bong Joon-Ho) prende forma davanti ai nostri occhi. Non a caso per merito di una scrittrice e di un regista anche loro sospesi tra identità lontane: lei è Élisa Shia Dusapin, nata in Francia da padre francese e madre sudcoreana ma ora cittadina svizzera e che ha esordito nella scrittura proprio con Inverno a Sokcho (2016, premiato nella traduzione inglese con il National Book Award e pubblicato in Italia da FT-FinisTerrae), lui è il regista franco-giapponese Koya Kamura, esordiente nel lungometraggio con questo film che ha sceneggiato con Stéphane LyCuong. Nasce qui, da due sensibilità così proteiformi, quell’affascinante malinconia che ci accompagna lungo il film, alla scoperta di due identità che si sfiorano e si aiutano quasi controvoglia, regalandoci se non il segreto almeno un’indicazione per riuscire a fare i conti con le piccole o grandi «moltitudini» che fanno parte di noi stessi.

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La cittadina invernale di Sochko, sospesa tra mare e frontiera, diviene così una metafora perfetta dello stato d'animo di Soo-ha: un luogo dove tutto sembra immobile, e sotto la superficie invece ribollono desideri, ferite, mitologie personali. Bella Kim dà vita a un personaggio complesso e sfaccettato, che trova un perfetto contraltare in Roschdy Zem (I figli degli altri).

Il regista Koya Kamura, al suo debutto, gira con mano ferma l'interazione tra i due protagonisti, superando, a tratti, i limiti di un cinema d'autore midcult, pensato chiaramente come prodotto da esportazione: i riferimenti alla zona demilitarizzata e alla guerra di Corea restano didascalici almeno quanto i cliché gastronomici e caratteriali che inquadrano la "francesità", ma sono fragilità perdonabili nel contesto di un coming of age che ha le qualità di un promettente esordio.

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Il film è diretto da Koya Kamura con molta attenzione a non calcare mai la mano, facendo “parlare” gli ambienti, i dettagli e anche i silenzi ritrosi, con appropriata sensibilità. Si veda ad esempio quando nel bagno “gioca” a confondere i corpi della madre e della figlia in “quegli abissi di tiepidità” come canterebbe Paolo Conte. Kamura è al suo primo lungometraggio dopo due corti ma davvero non si direbbe (il testo però gli deve avere dato una grossa mano, e tra gli sceneggiatori spicca il nome della scrittrice). Tra l'altro, oltre alla pregevole colonna sonora di Delphine Malaussena (che vanta bei precedenti come tecnica del suono e si sente!), vanno segnalate le animazioni, coordinate da Agnes Patron, che evidentemente “si ispirano” al tocco rapido, impressionista a inchiostro del protagonista, una personalità che dice di essersi formata sui fumetti di Tin Tin, Filemon e Corto maltese.

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domenica 5 luglio 2026

Lady Nazca - Damien Dorsaz

la realtà supera la fantasia, il film racconta lascoperta e il recupero e la conservazione delle linee di Nazca, in Perù.

Maria Reiche (interpretata da una bravissima Devrim Lingnau) intuisce che quelle linee sono importanti, e testardamente fa di tutto per salvare quel patrimonio dell'umanità, contro tutti.

un bel film da non perdere.

buona (testarda) visione - Ismaele


  

Il film è silenziosamente incantevole, e la sua grazia non va confusa con la gentilezza innocua. Al contrario, proprio nella sua misura raccolta, Lady Nazca – La signora delle linee esercita una forma di resistenza al rumore contemporaneo, al bisogno costante di spiegare, accelerare, emozionare. In tempi dominati da narrazioni sempre più aggressive e da un immaginario audiovisivo che fatica a concedere spazio alla durata e alla contemplazione, questa opera sceglie di essere un balsamo senza diventare evasione, di offrire bellezza senza sottrarsi alla responsabilità della storia. C’è qualcosa di profondamente commovente in questo modo di fare cinema: un modo che non urla il proprio impegno, ma lo lascia emergere dalla relazione paziente tra un volto, un deserto e le linee millenarie che li attraversano entrambi. Più che una biografia, dunque, Lady Nazca – La signora delle linee è una meditazione sulla memoria, sul rispetto e sulla resistenza. Rende omaggio a una donna che ha scelto di proteggere il passato perché il futuro non lo smarrisse del tutto, e nel farlo interroga anche noi: la nostra capacità di custodire ciò che non produce profitto immediato, di riconoscere la bellezza dove non coincide con lo spettacolo, di comprendere che alcune vite contano non per il clamore che generano, ma per la dedizione silenziosa con cui difendono ciò che il mondo, lasciato a se stesso, finirebbe per dimenticare. In questo sta la delicatezza e insieme la profondità del film: nel ricordarci che i veri gesti eroici non hanno la forma dell’impresa, ma quella più austera, più rara e più vulnerabile della veglia.

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Monumentale. Non il film, che è un gran bel film, ma Maria Reiche. Perché la donna merita un monumento, perché è unastoria biografica monumentale, perché la studiosa è l’emblema della donna che combatte contro tutti affermando non solo le sue intuizioni ma anche il suo essere donna, senza voler essere, almeno all’inizio, una femminista nel senso classico, ma per affermare la propria persona e le identità di visione scientifica che l’hanno spinta fino ad un limite che lei stessa neanche conosceva. Andava avanti nelle sue ricerche e nelle sue convinzioni solo perché non vedeva altre strade da percorrere, rinunciando a tutto, persino all’affetto della sua cara compagna. Per tutto ciò, monumentale….

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Maria ha avuto qualcosa, all’inizio, che somiglia ad un’allucinazione, ad una magica intuizione, vedendo dall’alto di un dirupo, durante un’escursione con Paul, strane linee a raggera perdersi verso l’orizzonte.

E’ giovane, poco più che ventenne, dedicherà tutta la sua vita a quelle linee di cui capirà il mistero, la forma complessa, la bellissima costellazione disegnata nella sabbia.

Dopo dura battaglia la zona sarà dichiarata patrimonio dell’umanità e protetta da leggi, ma Maria non si sposterà più di là, la sua tomba è vicino alle sue linee.

Una lotta impari contro la società degli uomini e dei politici è stata coronata da vittoria perenne.

Inutile rivelare qui il mistero, si priverebbe la visione del suo alto gradiente emotivo, possiamo solo dire che la scena di Maria che capisce, di fronte al sole che tramonta, illuminando il tracciato della riga, commuove, trascina, fa pensare che non tutto è perduto se una piccola donna e poverissimi Quechua hanno insegnato all’uomo per cosa è giusto vivere.

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…«Ho conosciuto Maria Reiche nel 1996, durante un viaggio in Perù. Nel mio diario di viaggio scrissi allora: “Per i peruviani, Maria Reiche resterà sempre la donna che ha scoperto e amato la loro cultura. Per il mondo, sarà la pioniera di Nazca. Per me, è la donna che non consuma il mondo, ma lo nutre e ne fa parte; sarà sempre la donna che mi ha reso consapevole della forza della mia vita e di ciò che posso farne.” Ciò che mi interessava erano la forza e l’energia che scaturiscono dalla vita di questa donna. Ed è proprio questa forza che ho voluto trasmettere al pubblico.» (Damien Dorsaz)

«L’intimità e la dimestichezza del regista con la protagonista, i suoi spazi e le sue linee, è netta ed inequivocabile. Oltre ad intercettare tematiche attuali come quelle ecologiche e femministe, Lady Nazca. La signora delle linee è un film ispirato anche nelle coincidenze fortuite, come la libellula che si posa su Maria durante il bagno in uno stagno. Con sensibilità, Dorsaz accompagna la protagonista Devrim Lingnau nella sua scoperta e nel suo percorso di consapevolezza.» (Leonardo Ricci Lucchi, Sentieri Selvaggi)

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