Come un pesce sulla terra asciutta, Kristofer è
bloccato in una noiosa routine giornaliera lavorando come guardia di sicurezza.
Viene licenziato dalla nave merci in cui lavora quando viene sorpreso a
contrabbandare alcol. Di fronte a molti problemi viene tentato ad accettare
l'aiuto di un amico, Steingrimur, che riesce a fargli riavere il suo vecchio
lavoro usando la sua influenza. Kristofer decide di correre l'ultimo rischio in
un tour a Rotterdam.
…In conclusione un
gioiellino da vedere, perché ti coinvolge a dovere e il regista utilizza un linguaggio narrativo veloce che colpisce l'obbiettivo andando subito al sodo creando un atmosfera nervosa e tesa, condita anche con un pizzico di ironia su certe situazioni e spiazza, soprattutto nella seconda parte, anche se poi cade in un "Happy
End" che sembra forzato, ma ormai il buono è fatto.
Alberto è l'eroe dei nostri tempi, un vigliacco, un crumiro, un fifone, un minus habens, un lecchino, un traditore, insomma una merda.
Alberto Sordi interpreta l'eroe alla perfezione, sotto la direzione di Mario Monicelli, la sceneggiatura di Rodolfo Sonego, con dei colleghi attrici e attori bravissimi.
Grazie a Rodolfo
Sonego, da due anni autore principale del divo, Un
eroe dei nostri tempi si staglia quale (primo o comunque tra i primi)
epicentro di una carriera straordinaria per la scelta di raccontare caratteri
sgradevoli e sulla carta da tenere lontani per poter sfondare, un percorso votato allo studio del male insito
all’uomo del dopoguerra, al democristianuccio della porta accanto,
all’opportunista un tempo suggestionato dalla grandeur cialtrona del fascismo e
quindi accomodatosi tra i cuscini del perbenismo cattolico.
Monicelli, Sonego e Sordi costruiscono un personaggio emblematico dell’Italia
– anzi: della Roma – a cavallo tra ricostruzione e benessere economico,
individuando una componente fondamentale: la paura. Guarda caso – e gli
capiterà spesso – Sordi interpreta un protagonista che si chiama come lui, non
tanto con l’intenzione di volersi identificare in un tale mostr(sciatto)o,
quanto piuttosto per sottolineare la sua capacità di intercettare un comune
sentire, rappresentante massimo di un
popolo, accollarsi l’incarico di raccontarne i lati oscuri affinché
gli spettatori possano percepirsi esentati pur riconoscendovi segretamente…
Diretto da Mario Monicelli sulla base di una sceneggiatura curata da Rodolfo Sonego, Un eroe dei nostri tempi deve buona parte della sua riuscita alla grandiosa
performance di Alberto Sordi, che qui interpreta uno dei suoi personaggi più
divertenti. In sintesi, Alberto Menichetti è impiegato presso una ditta che
produce cappelli e, nonostante la sua estrema prudenza, si trova coinvolto in
situazioni tragicomiche che lo porteranno addirittura a essere scambiato per un
anarchico. È attorno a Sordi che ruota essenzialmente il film, ma tuttavia
non possiamo non riconoscere i meriti sia degli altri attori (tra i tanti
ricordiamo Franca Valeri, Mario Carotenuto, il regista Lattuada e, in piccolo ruolo, il futuro Bud Spencer), sia della regia. Sebbene goda di scarsa fama,
questo film è uno dei gioiellini da riscoprire del periodo d’oro di Sordi.
Nonostante che il personaggio, nella filmografia sordiana, non sia nuovo, lo
sviluppo offre una serie quasi incalcolabile di situazioni divertenti, affidate
naturalmente all’istrionismo del protagonista. Il personaggio, interpretato da
Sordi è l’ennesimo ritratto, molto caricaturale, dell’italiano medio, stavolta
nella persona di un meschinissimo individuo pronto a tradire tutti e tutto pur
di salvare la propria pellaccia. Un Monicelli sulla via della propria maturità,
ma con una freschezza di umorista già tutta sua, dirige al meglio un cast di
comprimari di lusso. La battuta finale (“posso andare? ci sarà pericolo?“), pronunciata da un Sordi arruolatosi nella Celere, è
diventata quasi proverbiale. La visione è assolutamente consigliata.
…Mario Monicelli, maestro assoluto della
commedia italiana, non ha mai puntato su tempi di carattere sociale, al massimo
evidenzia le storture della vita quotidiana anche lavorativa e le sfiora in
questa occasione senza poter immaginare che oggi, a tanti decenni di distanza,
il lavoro è millimetricamente osservato dai sistemi di sorveglianza
informatica. Qui, infatti, le condizioni di lavoro con quel sistema microfonico
(comico e surreale), consentono al capo di spiare i suoi dipendenti e
richiamarli immediatamente all'ordine in caso di abuso, ma la resistenza a
questa sorveglianza pervasiva è debole quanto l'etica del lavoro di Alberto Menichetti,
i cui unici compiti sono infatti pulire l'ufficio del suo superiore e provare
un nuovo design del cappello. Il problema – che è allo stesso tempo causa di un
umorismo molto divertente – è che il protagonista di questo film ha, al
contrario, il dono di sconfinare maldestramente in situazioni improbabili, che
peraltro confermano le apprensioni che coltiva nei confronti dell'autorità in
tutte le sue forme.
Alberto Sordi è, ovviamente e come
ci possiamo aspettare, perfetto in un ruolo forse cucito addosso a lui, con una
interpretazione ottimamente modulata al personaggio: “Ma io non ho paura, è
che ho la fortuna di essere prudente”. Una frase introduttiva capace di
spiegare tutto il suo Alberto.
Cast strepitoso che comprende la
grandissima Franca Valeri, la bellissima Giovanna Ralli e tanti
altri nomi importanti per la commedia di quegli anni. La sorpresa è Carlo
Pedersoli non ancora Bud Spencer.
di Andrea De Sica avevo visto qualche anno fa I figli della notte, una promettente opera prima.
adesso nei cinema è arrivato Gli occhi degli altri, si tratta di una storia d'amore (?) tossico, nell'alta società, nobili e codazzo di adoranti inutili (peccato non aver tagliato la testa ai nobili, come si usava in Francia, al momento giusto)
Elena (una bravissima Jasmine Trinca) e Lelio (un bravissimo Filippo Timi) si vogliono senza se e senza ma, però dopo poco arriva la noia, la depressione, la gelosia.
e la fine è la solita, un drammatico omicidio, che ancora non si chiamava femminicidio, quando ancora il divorzio non era possibile (se non per i riccastri, pagando la Sacra Rota).
è un film che merita, non fa divertire, c'è da soffrire fino alla fine, e forse è per questo che ci sono, immeritatamente, pochi incassi, alla seconda settimana solo una ventina di sale, mica è Supermario.
buona (tragica) visione - Ismaele
…Gli
occhi degli altri è un film che funziona proprio per la sua scelta di
non affrettare nulla. Restituisce ogni dettaglio, ogni incrinatura, con una
pazienza quasi angosciante, fino a un finale che – pur noto – arriva come
l’unica conclusione possibile. De Sica lavora per sottrazione, senza retorica,
e affida tutto alla forza dei due interpreti. Jasmine Trinca è,
come sempre, superba.
Un’attrice solida, mai
prevedibile, che non ha paura di esporsi e concedersi. La sua
Elena è piena di chiaroscuri, imperfetta ma viva, disperatamente attaccata a
un’idea di autodeterminazione che la società (e il marito) non le permettono.
Ed è supportata da un partner di tutto rispetto, Filippo Timi, che sa trovare il perfetto equilibrio tra
l’essere un uomo di potere con tutto il suo appeal e carsima, e un personaggio
disturbato, che scivola nell’abisso del delirio. Tutto con una naturalezza
sconvolgente. Ed è proprio per questo che riesce nel suo intento: scuotere chi
guarda.
…Al netto di una sezione nel complesso assai riuscita, che ben
introduce tanto la follia quanto la solitudine di Lelio, portandola in fondo
parallelamente al percorso di distanziamento e cambiamento di Elena – vivo,
credibile e forte anche perché sostenuto dalla coerente evoluzione del corpo e
dello sguardo della dubbiosa e forte Jasmine Trinca; d’altro canto la caduta
della donna in questo stato sembra come giunto dal nulla, similmente alla
sensazione che dà la ora definitiva svolta del personaggio di Timi, che d’un
tratto abbandona l’ambiguo fascino dell’amante oscuro e fragile, in favore
della rigidità impositiva del carceriere, salvo poi rifarsi nelle fasi finali.
Ma il film si riprende, complice il contrasto della cupezza del tutto con
l’azzeccata comicità della fattucchiera, anche primo allarme per un Lelio che
inizia ad avvertire un allentarsi della sua morsa sulla moglie, la sfumare
della sensazione di essere l’unico per lei, e che lo inebria più di ogni altra
cosa.
Di certo l’accennata struttura ad ampi salti temporali alimenta
questa sensazione d’essersi persi qualcosa, laddove invece non era avvenuto, ad
esempio, nei confronti delle appena accennate storie dei soliti invitati ai
weekend sull’isola: ogni volta con un nuovo partner o un nuovo dettaglio, una
sfumatura di carattere o una battuta rispetto un qualcosa che allo spettatore
rimane escluso dalla diegesi, ma il cui solo suggerimento alimenta invece la
sensazione di isolamento e distanza imposta al mondo da Lelio, ma che,
nonostante tanto potere, continua a girare…
…Gli occhi degli altri, di Andrea De Sica, così, è davvero
un film che si distacca dalla produzione corrente del cinema italiano. In un
colpo solo, mette in scena la crisi dell’infantile e nevrotica borghesia
italiana, mentre riflette sul linguaggio del cinema quale territorio in cui la
crisi trova il suo spazio di raffigurazione e verità. Tutto ciò è stato
possibile, infine, grazie al talento e professionalità degli interpreti. Filippo
Timi veste i panni del marchese attraverso il minimo della teatralità
esteriore, come un demiurgo immobile e patriarca, inchiodato alla
propria nevrosi.
Jasmine Trinca, finalmente, varca
la soglia che dall’attore conduce al divo, attraverso il coraggio, artistico,
di recitare con il corpo, nel corpo, per il corpo. Come il suo
personaggio richiede, Jasmine cattura il desiderio e lo rilancia: prodiga di
sguardi in macchina, ella chiama in causa, senza compromessi, la funzione,
estetica e sociale, dello spettatore. Lei ci guarda e noi siamo da lei
guardati, in una interrogazione produttiva, in chiave dialettica,
del senso del guardare col corpo e vedere con gli occhi. Ciò che il cinema è, o
dovrebbe essere, al di là dei mille gusti possibili e tutti i pregiudizi di
moda.
…Al suo terzo lungometraggio, De Sica nipotino (suo
nonno era un certo Vittorio) ricostruisce uno dei fatti di cronaca nera più
scandalosi degli anni Sessanta, in una vicenda che copre un intero decennio
fino al 1970, con una messa in scena ben costruita e visivamente molto sorvegliata.
La gabbia dorata nella quale l'arrampicatrice sociale Elena/Anna si trovò a
vivere, fino a sprofondare nella depressione, è raffigurata con chirurgica
precisione: gli ambienti, le dinamiche sociali, il rapporto con la servitù, la
gerarchia quasi feudale tra chi sta sopra e chi sta sotto, tutto concorre a
restituire il clima di un mondo in cui il sesso si traveste da libertà ma odora
già di possesso, ricatto e abuso. Anche grazie alla fotografia, ai costumi e a
una colonna sonora molto esibita (di Andrea Farri), il film ha un'eleganza
livida che a tratti sfiora il thriller psicologico, con qualche inquadratura
decentrata e labirintica che denuncia ambizioni cinefile persino un po'
smaniose. Il problema è che, nel complesso, resta scarsamente incline ad andare
oltre la mera messinscena dei fatti. Come se al regista interessassero più
l'osservazione antropologica di un ambiente aristocratico e il primato della
bella immagine che non le psicologie dei personaggi, qui limitate a ruoli
piuttosto rigidi, a dispetto dell'ottima interpretazione di tutto il cast.
…Sebbene il punto di forza principale risieda nella
capacità di trasformare un fatto di cronaca in una parabola profetica sulla
cultura dell'immagine, il ritmo volutamente compassato e la freddezza di alcuni
passaggi potrebbero risultare respingenti per chi cerca un thriller più
convenzionale. L'ho trovata un'opera audace che interroga lo spettatore sul
proprio ruolo di testimone del dolore altrui, confermando De Sica come una
delle voci più originali del cinema italiano contemporaneo grazie a un dramma
estetizzante che rimane impresso ben oltre i titoli di coda.
un piccolo film romeno su una violenza carnale (su Cristina, una ragazza suora in prova) e l'indagine della polizia da parte Marius Preda, un poliziotto testardo, davvero coinvolto nella storia.
un film sorprendente con colpi di scena che non ti aspetti.
buona (miracolosa) visione - Ismaele
Un monastero perduto in mezzo alla campagna: una giovane novizia si
prepara frettolosamente ad uscire dalla sua quasi clausura per recarsi in
ospedale. La assiste una sua pari, che le fornisce un cellulare e un taxi che
possa condurla in loco. Dopo una serie di vicissitudini la suora raggiunge la
sua destinazione, e poi prende un altro taxi.
Ma stavolta l'autista si rivela un bruto, intenzionato a violarla e a
farla tacere per sempre.
Il fatto viene seguito da uno zelante poliziotto, integerrimo padre
di famiglia che tenta di andare a fondo della vicenda, fino a scoprire
l'identità del presunto colpevole. Poi il miracolo, ed il miracolo nel miracolo
che spiega ed aggiusta molte cose, rendendo giustizia alla povera peccatrice
barbaramente giustiziata.
Dal gran bravo regista rumeno Bogdan George Apetri, conosciuto grazie
al suo teso e torvo Unidentified, questo Miracle si fa seguire evitando, come è
saggia prassi in molto cinema rumeno e in questo suo significativo
rappresentante, ogni spettacolarizzazione, fino ad un finale dirompente che
ricorda gli assurdi temporali del magnifico Prima della pioggia del macedone Manchevski,
e che dà un senso compiuto (se così si può dire, parlando di miracoli) al
titolo dell'opera notevole e difficile da dimenticare o comunque impossibile
che possa passare inosservata.
…Il film tratta di una vicenda sconcertante che inizia con
lo stile di un dramma personale e si evolve in un thriller non tanto per l’atto
criminoso, pur sempre grave e determinante per lo sviluppo della trama della
seconda parte, quanto per il rapporto che lega la vittima con chi indaga. Per
questo motivo non è la solita inchiesta che scatta da parte degli inquirenti
all’indomani del reato, non è un’indagine di routine come parrebbe di primo
acchito, ma è la diretta conseguenza di quel legame, che causa una reazione
rabbiosa e vendicativa che va oltre il consueto rito poliziesco. Due capitoli ben
divisi ma connessi, interrotti e collegati entrambi dallo schermo totalmente
nero all’inizio di entrambi, a dimostrazione dello stacco sia narrativo che di
personaggi, alcuni dei quali, ovviamente, ricompaiono…
…Domande. Il film è pieno di domande che non trovano
risposte se non nel contesto (“ma hai visto cosa c’è intorno a
noi?” si continua a ripetere). Dalle istituzioni religiose
(omertose) a quelle di sicurezza (innervate da istinti perturbanti con novelli
Quinlan pronti a costruire prove false) sembra che né la giustizia divina né
quella umana riescano a trovare la grazia di un miracolo garantendo la nascita
di una nuova vita. Sino a quando Marius nella sua ambigua sete di verità arriva
a sognare a occhi aperti i propri demoni riportando indietro il tempo e
operando una scelta etica che spezza il flusso della violenza endemica. Il
Miracolo diventa la nascita di una coscienza civile posta al di là di ogni
bruttura umana che rigetti simbolicamente ogni rigurgito di passato. Insomma,
con il suo terzo film Bogdan George Apetri si inscrive a pieno titolo tra i
protagonisti emergenti di questa “miracolosa” generazione di registi rumeni che
sta ridefinendo i confini del cinema moderno europeo.
un gran film, Ozon non ne sbaglia uno, il suo "Lo straniero" è chiaramente un'altra cosa (e sicuramente meglio) rispetto al film di Luchino Visconti con Marcello Mastroianni.
l'omicidio di Meursault è reso possibile nel clima di diprezzo, odio e apartheid verso gli arabi, non lo immaginiamo uccidere un bianco come lui, al limite potrebbe ammazzarsi davanti allo specchio, senza desideri, progetti, futuro.
Meursault sembra un fratellino deteriore esistenzialista di Bartleby, al tempo
del colonialismo e del razzismo, quei ragazzi e ragazze dì Algeria avrebbere
cacciato qualche anno dopo gli occupanti francesi, nel film di Gillo Pontecorvo si
capisce bene.
buona (imperdibile) visione - Ismaele
…Nel bianco e nero più che mai appropriato,
scelto dal regista per raccontare tanto l'opacità che l'estremo contrasto della
visione del protagonista, Benjamin Voisin è l'interprete bressoniano di un
essere umano che attraversa l'esperienza della vita senza stare al gioco e
dunque senza esserne affetto, capace di godere del piacere momentaneo del vino
o di una bella ragazza (Rebecca Marder, che vivifica, al contrario, un ruolo
quasi inesistente sulla carta) ma non di trovare senso nel legame o nel
sentimento, qualunque esso sia. Oggi si parlerebbe di depressione, andando alla
ricerca di un trauma, ma il film non tradisce Camus fornendo attenuanti
psicologiche: allude ma non conferma, mescolando desiderio represso, luci e
ombre in una manciata di secondi (un colpo di calore, una tensione erotica non
gestita, la necessità di sperimentare un'emozione, anche terribile: tutto
spiega ma niente spiega) e restituendo attraverso il linguaggio del cinema il
sentimento destabilizzante dell'ambiguità.
Regista sofisticato, Ozon cesella anche una forte dimensione politica
all'interno del film, affidandola alle immagini di apertura e di chiusura, e
infila la sua ironia sottile nelle splendide sequenze della veglia della madre,
nell'obitorio dell'ospizio, e del processo, in cui Meursault è, come sempre,
sincero fino in fondo; straniero alle leggi dell'umana società, e dunque
mostruoso.
…Nonostante l’aderenza al romanzo e lo
sguardo adorante rivolto a Bresson, anzi, proprio per questo, Lo
straniero è un film complesso, girato in bianco e nero sull’onda dei
ricordi familiari di Algeria ma nato da un’urgenza espressiva moderna, malgrado
l’impressione sia di tutt’altro tenore. E che a distanza di 84 anni dall’uscita
del libro, non dovendo per forza far riferimento alle stesse esigenze
filosofiche nella ricerca di un’immagine di Male incarnata
dall’altro-da-sé, restituisce, seppur post
mortem, un nome e una dignità all’arabo attraverso un’intensa
inquadratura finale che, se non rinconcilia del tutto con gli
inconciliabili fantasmi del colonialismo, perlomeno ci dà una dimostrazione di
ottimo cinema non schiavo dei parametri imposti dalle piattaforme.
Mio fratello è un vichingo è molto meglio di quanto mi aspettassi.
i due
fratelli sono perfetti, Mads Mikkelsen può fare tutto ormai, e il fratello
grande è Nikolaj Lie Kaas (il Carl Mørck, poliziotto eccezionale con l'altrettanto eccezionale
Fares Fares, in alcuni memorabili film).
Anders Thomas Jensen è davvero bravo, riesce a rendere credibile tutta la storia, Manfred/John non è mai una macchietta, e Anker è davvero un fratello che tutti vorrebbero.
un film da non perdere, promesso.
buona (John) visione - Ismaele
…Se il punto
di partenza del film è inaspettato, Mio fratello è un vichingo è
un susseguirsi di svolte spiazzanti, che strappano una risata nei passaggi più
cupi mettendo lasciando allo stesso tempo intravedere qualcosa di sinistro nei
momenti più buffi dei suoi personaggi. Eppure, incredibilmente, il suo
cinema è uno dei prodotti culturali danesi d’esportazione più di
successo degli ultimi anni, secondo solo alla sua musa: Mads
Mikkelsen, il campione del cinema nordeuropeo, alla sua sesta collaborazione
con Jensen. Non è l’unico regista danese ad utilizzarlo quasi come un feticcio
(basti pensare a Nicolas Winding Refn e Susanne Bier), ma è sicuramente quello
con cui Mikkelsen si prende i rischi maggiori, in una carriera costellata di
ruoli estremi e sopra le righe sia a Hollywood sia in Europa.
In Mio
fratello è un vichingo Anders Thomas Jensen gli chiede di
trasformarsi in un uomo che sta da qualche parte nello spettro autistico (dove,
di preciso, non è volutamente chiarito). Mentre il fratello è in prigione per
aver organizzato e messo a segno con successo una rapina milionaria, riuscendo
a nasconderne il bottino prima di essere arrestato, suo fratello minore Manfred
si è convinto di essere John Lennon. Quando viene liberato, il rapinatore ha
bisogno che il fratello lo porti al luogo in cui è nascosto il bottino, ma per
farlo deve assecondare la sua convinzione, in un crescendo surreale e assurdo
che porta i fratelli e uno psichiatra a tentare una reunion tra
pazienti convinti di essere uno o più membri dei Beatles.
Questo
crescendo folle, in molti sensi, è l’occasione di parlare d’identità e
ruoli che ci cuciamo addosso e che ci aspettiamo la società ci riconosca, che
hanno molto a che fare con la percezione di ciò che è mascolino e maschile, di
come ci si aspetta che funzioni l’amore fraterno. Il protagonista del film
infatti è il fratello “sano” che, pur sinceramente affezionato a Manfred-John
Lennon, fatica a ricostruire il rapporto con il fratello, ostinato e
volubile. Il rapporto con Manfred è però uno specchio in cui si
riflette la sua ostinazione nel presentarsi come un duro, un criminale, una
persona razionale. Per trovare il bottino, però, Anker deve cedere
progressivamente alla visione del fratello, indulgere nelle sue follie…
…The Last Viking non smarrisce più la bussola dopo un primo tempo folgorante, come
avveniva ai tempi di Le Mele di Adamo, ma tiene perfettamente insieme pezzi e
tempistiche di un ingranaggio narrativamente complesso, che gioca di
accumulazioni e colpi di scena, mescolando singolarmente umorismo, follia e
sentimento, cui si accompagna una regia classicamente ambiziosa, che interpella
il grande pubblico.
Per usare a nostra volta un paradosso, diremo che qualcosa fatalmente si è
perso insieme alle imperfezioni, che la macchina cinema si avverte molto più
distintamente ora, ma non si sono ridotti né lo standard altissimo della
recitazione né l'umanità dello sguardo. Jensen e Mikkelsen evitano in ogni modo
che il personaggio di Manfred diventi una macchietta, consapevoli che a cadere
sarebbe l'intero castello di carte del film.
…Il motore dell’intera operazione e in parte anche il suo
vero punto di vera forza sono però i due protagonisti, che con Jensen avevano
già fatto coppia ne Le mele di Adamo e nel più
recente Riders of Justice: non ostante una carriera ormai
lunga trent’anni esatti e 43 film agli ordini di grandi nomi della regia
mondiale in generi cinematografici lontanissimi gli uni dagli altri, col sui
vichingo scollato dalla realtà Mikkelsen rischia di regalare al cinema una
performance attoriale difficile da superare nei giorni a venire: il suo
straordinario Manfred è al tempo stesso ridicolo, imprevedibile e profondamente
umano, capace di radicare anche le sequenze più bizzarre in una credibilità
emotiva autentica. Lie Kaas (il fratello criminale che si porta dietro un segreto
innominabile che è la grande sorpresa finale della sceneggiatura da non
rivelare a nessuno che abbia intenzione di visionare il film) gli risponde con
una stanchezza malinconica, e con una catatonia emotiva nello sguardo spento di
chi ha pagato un conto salatissimo con la Vita senza aver avuto in cambio nulla
che possa compensare le conseguenze di troppe scelte sbagliate ma anche di
opportunità mai veramente avute…
il solito balletto fra il ladro gentiluomo e il suo cacciatore, un poliziotto testardo e capace e sopratutto onesto (il sempre bravissimo Mark Ruffalo).
il gioco del gatto e del topo, con le varianti necessarie per non annoiare.
insomma un'americanata, ma ben fatta.
buona (Mark Ruffalo) visione - Ismaele
…Il film funziona, alternando tensione ed action ad una
arguta esplorazione del cinico mondo del lavoro, che vede complottare biechi
assicuratori affermati, nel promettere in malafede ad una brillante dipendente
come la Sharon della vicenda, la promozione a socio, salvo poi metterla da
parte non appena subentra una brillante venticinquenne disposta a soffiarle i
risultati concreti maturati lungo anni di lavoro indefesso al servizio
diligente di una compagine sociale senza scrupoli né cuore.
…imitare pienamente i maestri è impossibile. Semmai si
possono citare, evocare, come in effetti Layton fa a partire forse proprio dal
modo in cui riprende il Mike di Chris Hemsworth, spesso di tre quarti o di
profilo, mentre è in silenzio, quasi fosse un parente lontano del Nick Hathaway
di Blackhat.
Ma poi c’è l’approccio tutto “manniano” di raccontare le rapine ma addirittura
il modo in cui certe stanze delle innumerevoli case mostrate nel film, quelle
che danno sul mare, ricordano appartamenti simili visti tra Heat e Manhunter.
Si tratta, però, ovviamente, di copie di copie, pallide imitazioni. Imitare davvero
i maestri è forse impossibile, si diceva. Più interessante è allora raccontare
quel fallimento, soffermarsi, ancora meglio, su cosa rimane di un mondo quando
il suo custode è lontano e la sua fiamma si è spenta.
Ecco in questo senso Crime 101 è
un film a suo modo disperato, diretto con attenzione e mano ferma da Layton ma
sempre con l’acqua alla gola come i suoi personaggi, bloccato in una Los
Angeles ostinatamente periferica, incastrato in spazi abbandonati, quasi
liminali, in case dalle stanze tutte uguali, anonime, set di un film finito
tempo prima (di Michael Mann?), in silenziosi garage in penombra. E sullo
sfondo, il caos, il disordine, ciò che riemerge dopo che uno sguardo rigoroso è
sparito dall’equazione, come un virus che intacca gradualmente uno spazio
altrimenti perfetto.
…Barry Keoghan, nel ruolo del violento e imprevedibile
Ormon, a introdurre nel racconto una quota d’instabilità necessaria: laddove
gli altri personaggi si muovono secondo traiettorie relativamente leggibili, la
sua presenza rompe l’equilibrio, generando una tensione che impedisce al film
di adagiarsi nella linearità del genere. Keoghan agisce come un corpo estraneo
che incrina l’eleganza dell’impianto: è il punto in cui la seduzione del colpo
– quella patina scintillante, quasi ludica del crime classico – s’incrina sotto
una forza più ruvida, meno controllabile, più vicina al caos di una città che
non perdona. Sul piano formale, Layton costruisce un universo visivo dominato
da una Los Angeles notturna e periferica, fatta di parcheggi vuoti, insegne
luminose, spazi di transito e margine. La città non è semplice sfondo ma
organismo che modella i personaggi: ritratto “regionale” della criminalità e
dei suoi rituali, geografia morale prima che cartolina. La fotografia di Erik
Wilson lavora sulle superfici luminose delle automobili, sui riflessi rossi dei
fanali, su una sensualità visiva che guarda alla grande tradizione del crime
urbano e alla sua capacità di rendere il metallo, il vetro, il neon non oggetti
ma stati d’animo. Il film, in questo senso, aspira a essere anche un “LA
movie”: non soltanto perché ambientato nella città, ma perché ne assume la
stratificazione come destino – alta società e sottosuolo, promessa e rovina,
aspirazione e compromesso. Il montaggio di Julian Hart e Jacob Secher
Schulsinger contribuisce a creare una struttura ritmica che alterna
progressione e sospensione, movimento e attesa. La narrazione attraversa una
fase centrale apparentemente dispersiva – soprattutto nelle linee sentimentali
e nella sottotrama della corruzione istituzionale – che in realtà funziona come
spazio di respirazione psicologica prima della ricompattazione finale. È un
film che, pur assumendo una forma convenzionale, si affida a una costruzione
lenta e strategica della tensione: non punta a sorprendere a ogni svolta, ma a
far sentire allo spettatore che ogni scena è un piccolo test morale, una
micro-decisione che modifica il profilo dei personaggi. E quando il film giunge
al climax, l’effetto è quello di un ritorno alla concentrazione originaria,
come se tutte le traiettorie convergessero in un punto d’inevitabilità…