giovedì 5 febbraio 2026

Marty Supreme – Josh Safdie

Timothée Chalamet offre un'interpretazione eccezionale, tutta di corsa (come quella di Leonardo DiCaprio, in Prova a prendermi).

Marty vuole emergere, diventare il campione del mondo di ping pong, a qualsiasi prezzo.

la sua è una corsa contro il tempo, alla ricerca di soldi, soldi e soldi, e solo alle fine si ferma, e piange, per un bambino che è suo, forse.

ottimi tutti gli interpreti, in una sceneggiatura velocissima e riuscitissima, e una regia come si deve.

un film da non perdere, un godimento per chi sta in sala.

buona (adrenalinica) visione.

 

 

 

Chalamet è molto bravo e la sua proverbiale faccia da schiaffi, qui ripresa e modificata fino a mostrarci brufoli e cicatrici, è perfetta per questo ruolo. L’oscillazione tra intelligenza e infantilismo è colta in varie scene, tra cui quella in cui, in accappatoio sul letto di un hotel che non può permettersi e gli costerà caro, corteggia al telefono la ex diva decaduta Kay Stone (Paltrow), sorta di Gloria Swanson in viale del tramonto…

l’ultimo film di Josh Safdie entra in una peculiare affinità elettiva con The Brutalist, sia per il tema che per l’ambientazione – ma non per il tono, ovviamente. Anche il lavoro di Corbet era una buona riflessione, oltre che sull’ebraismo novecentesco, sull’immigrazione. E centrale era anche l’incubo del sogno americano, fatto di capitalisti rapaci, ebrei ossessionati dalla necessità di riscattarsi, al punto da stringere mefistofelici patti, votati alla sopravvivenza non solo come individui ma anche come “popolo”. Se l’antisemitismo si nutre della duplice dimensione di alterità e normalità, uno dei meriti dei fratelli Safdie in generale e di Josh in particolare, con Marty Supreme, è quello di rappresentare una suprema ambiziosa canaglia che, in quanto tale, è un normale essere umano alle prese con l’American dream.

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Marty Supreme dispiega un racconto denso, alimentato instancabilmente da nuove peripezie e da una moltitudine di personaggi singolari e diversamente canaglieschi, che procura uno straordinario senso di stordimento. A contare è il flusso ininterrotto di scene della vita quotidiana, professionale e sentimentale di un eroe in ambasce perenne e perfettamente aderente all'estetica serrata di Safdie. Sublimato dalla fotografia di Darius Khondji, che detta da sola lo stile del film, l'ambiziosa fuga in avanti di Chalamet sfida ogni tentativo di comprensione psicologica e di giudizio. Anche quando la frenesia assume una sfumatura malinconica, il mistero rimane, la sua opacità terrorizza ed eccita insieme, come quegli incubi di cui non possiamo fare a meno di prolungare i tormenti, per provare che siamo ancora vivi. Così Safdie sottopone lo spettatore a un ciclone di pessime decisioni prese dal suo eroe che ha una sola ambizione in testa, diventare il campione mondiale di uno sport che nessuno prende sul serio. Non in America e non nel suo entourage, perché Marty è nato nell'epoca sbagliata, nel Paese sbagliato e col talento sbagliato per diventare ricco e famoso

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l'opera attraversa e rielabora diversi generi cinematografici. Il film sportivo, in versione anti-epica; un anti-eroe, arrogante, presuntuoso e senza valori, viene reso l'eroe della storia, personaggio simpatico e con cui empatizzare (salvo poi correggere la rotta nel finale). La love story: quella tra Marty e Carol, che si svolge nelle coordinate di un teen movie, tra richiami alla finestra e piccoli scherzi, arma infantile di seduzione, similmente a quella tra Marty e Rachel, giovane impiegata che il protagonista trascina con sé nelle proprie avventure. Durante la loro odissea, i due si imbattono in spietati redneck che gli puntano addosso il fucile, simbolo di un'America profonda, spesso al centro di horror, arrivata fino alle porte della metropoli. E soprattutto in piccoli criminali, tra cui il principale è interpretato da Abel Ferrara, a rendere ancora più esplicito (non l'avevate ancora sentita questa parola!) il richiamo alle sue opere da regista, qui rivisitate in commedia. Una commedia dalle dinamiche e equivoci più semplici e immediati rispetto ai toni surreali dei precedenti film dei Safdie, che finisce per tessere un dialogo involontario con il coevo "Caught Stealing".

Pieno di elementi e spunti, nessuno così originale, molto diretto nel suo discorso, eppure sempre divertente e travolgente, "Marty Supreme" non è sicuramente all'altezza dei lungometraggi dei Safdie in coppia, che con "Diamanti grezzi" parevano aver raggiunto l'apice. Allo stesso tempo, sulla falsariga di "The Smashing Machine", costituisce un buon inizio per una seconda fase individuale, sempre che un domani non decidano di riunire le forze.

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Tutto è falso in Marty Supreme e tutto sembra allo stesso tempo credibilissimo. Proprio come quel Chalamet dagli occhialetti tondi, baffetti appena accennati con la matita, capelli a fungo, secco secco, una specie di saettante ago in punta di piedi a bordo tavolo, metronomo inesausto delle proprie vicende rocambolesche. Una prova maiuscola, ironica, travolgente, di certo non simpatica e ammiccante, sempre un tantino fastidiosa, ma assolutamente di classe cristallina. Non solo osservatelo quando cerca la rivincita dimenandosi davanti a Endo, ma soprattutto quando fa gli occhietti spiritati e offesi di fronte alle bugie dell’amata messa incinta: vorreste prenderlo a schiaffi e allo stesso tempo sperare che se la cavi, che vinca, che esca dall’effetto domino della sfiga.

Grazie a Marty Supreme impariamo infine che Josh Safdie è quello tra i fratelli Safdie (l’altro è Benny) che sa filmare

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Film leggero come una volée, pesante come una schiacciata, veloce come uno scatto, profondamente anarchico, scombinato e geniale. Dà fastidio ai metodici, agli avidi, agli inetti, agli ignavi che stanno dalla parte dei ricchi perché hanno potere, senza capire che esiste un altro potere: quello del talento. Quello di chi vuole correre la vita in modo forsennato, cambiare il mondo da bianco in arancione, e nutrire la propria ispirazione con qualsiasi mezzo…

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mercoledì 4 febbraio 2026

Il falsario - Stefano Lodovichi

una storia romana, nella seconda metà degli anni '70.

un pittore (molto bravo a dipingere falsi, e non solo), che arriva dal paesetto alla capitale, dove tutto sembra facile, si trova intrappolato in una storia più grande di lui (durante il sequestro Moro), viene contattato da brigatisti e servizi segreti. 

eccezionale prova del protagonista Pietro Castellitto (stile Chalamet), inquietante il personaggio di Claudio Santamaria, ma tutto il cast è davvero ottimo.

buona (falsaria) visione - Ismaele



Pietro Castellitto offre una delle sue interpretazioni più intense: il suo Toni è arrogante, brillante, autodistruttivo, un uomo che vive la falsificazione come un’arte e come una condanna. Castellitto lavora su sguardi, esitazioni, improvvisi scatti d’orgoglio, costruendo un personaggio che non cerca mai la simpatia dello spettatore ma che resta magnetico.

Accanto a lui, Giulia Michelini interpreta una figura femminile che si muove tra complicità e disincanto, partecipe del mondo di Toni ma sempre un passo più in là, come se sapesse che quell’universo è destinato a crollare. Andrea Arcangeli e Aurora Giovinazzo rappresentano la generazione che cresce all’ombra di un sistema in cui il talento può diventare un’arma.

Il film mostra Toni al lavoro: pigmenti, tele, carte intestate, firme ricostruite al millimetro. Le sequenze dedicate alla falsificazione sono tra le più affascinanti, perché rivelano la cura maniacale di un uomo che conosce gli originali meglio degli stessi autori…

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Centrale nella riuscita del film è la prova di Pietro Castellitto, che costruisce un protagonista magnetico e respingente al tempo stesso, capace di incarnare l’ambiguità morale di un personaggio sospeso tra genialità, opportunismo e autodistruzione. Il suo Toni non cerca giustificazioni: è un uomo che attraversa la Storia restando sempre un passo di lato, sfruttandone le crepe. Attorno a lui, il cast di supporto, da Giulia Michelini, intensa nel ruolo della gallerista Donata, a Andrea Arcangeli e Pierluigi Gigante nei panni degli amici d’infanzia, contribuisce a delineare un microcosmo credibile, fatto di complicità, illusioni e compromessi…

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lunedì 2 febbraio 2026

L’agente segreto - Kleber Mendonça Filho

L’agente segreto è un film cugino di Io sono ancora qui, il film di Walter Salles, vincitore dell'Oscar miglior film internazionale, con Fernanda Torres.

ambientato negli anni della dittatura dei militari in Brasile, Marcelo/Armando, ma anche Fernando (interpretato da un bravissimo Wagner Moura) è un uomo in fuga, un morto che cammina, uno dei tanti assassinati dai militari, e dai loro sgherri.

Marcelo, sul suo Maggiolino, arriva a Recife. accolto in una stazione della "Ferrovia Sotterranea" verso la salvezza, inizia a lavorare all'anagrafe del comune, come copertura, ma anche per una ricerca delle origini.

alla fine Flávia, una ricercatrice dell'università, trasmette a Fernando la storia del padre, nel commovente finale.

un film da non perdere, è sicuro.

buona (memorabile) visione - Ismaele

ps: non c'è un agente segreto, chi vede il film capirà.



 

L’agente segreto è un film di identità segrete e resistenti. Di vite che non si arrendono alla violenza e al sangue che le perseguitano. Marcelo – la cui storia è molto più complessa di quanto raccontato qui, ma va goduta al cinema senza spoiler – per sua stessa ammissione non porta mai un’arma con sé, anche se sa di essere braccato. Aspetta la morte e al tempo stesso le sfugge. La sfida. Non importa tanto come finisce la sua storia quanto, invece, chi l’ascolta sia in grado di custodirla e tramandarla. Farne un’eredità.

È anche per questo che l’epilogo, ambientato ai nostri giorni, è un messaggio diretto al pubblico: non dimenticare il sangue versato, resistere per la libertà, non perdere la propria umanità.

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…In un Brasile sotto dittatura, la vera moneta di scambio tra criminali che flirtano con la modernizzazione industriale, spie, sicari e rifugiati politici riguarda per forza di cose l’identità, i panni che indossiamo per ingannare gli altri e noi stessi, il volto reale e nascosto di chi ci troviamo di fronte: la natura del Carnevale (quel carnevale che, ci avvisa sempre la prima pagina di un giornale, farà alla fine 91 morti) innerva tutte le immagini e le storie del film, la natura infernale e sanguinaria dei cortei in maschera, Mendonça Filho setta il livello già con l’assurda sequenza d’apertura con il cadavere lasciato a marcire nell’area di sosta del distributore di benzina, e poi con l’aggressione dell’energumeno in costume da pollo che assalta l’automobile del protagonista, alle porte di Recife. È vero, a raccontarlo così sembra una follia, quasi vicina ai primi Ruizpalacios come Museo o Una película de policías, ma quello di L’agente segreto non è semplice gioco narrativo, nemmeno quando si abbandona al puro piacere del racconto, della costruzione: nello sguardo incredibilmente stratificato del regista passa il respiro di un’architettura complessa che sembra davvero non volersi mai esaurire, come una pagina di Roberto Bolaño.
Le immagini sono affollate di dettagli ma soprattutto di personaggi, di linee d’amore (e di pericoli costanti, sullo sfondo avvengono costantemente eventi nefasti, come la donna che rimane posseduta al cinema per aver visto il film di Donner su Damien…) che rimangono giusto accennate, dolorosamente sospese. Fanno in tempo comunque a donare un senso assolutamente contemporaneo (la fantastica sequenza della bevuta tra “rifugiati” in cui qualcuno finalmente confessa il proprio nome, la propria provenienza, il proprio passato o dove abbia intenzione di andare) a quello che solo in apparenza potrebbe sembrare un divertissement vintage, ma tra le righe della Storia del Brasile parla invece la lingua delle idiosincrasie del nostro tempo.
 

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Prendete un film con questo titolo, create un’attesa e un falso contenitore di genere e girate tutt’altro. È ciò che fa Kleber Mendonça Filho, assumendo le coordinate del genere e svuotandole dall’interno, eviscerandole e lasciando solo l’involucro. Ti aspetti l’azione e ti ritrovi con la sua elusione, con una tensione che è strisciante ma costantemente evitata. Perché ciò che è stato vissuto dal Brasile negli anni della dittatura di Emílio Médici era un senso di soffocante paranoia, non una spy story alla Tre giorni del condor. Ce lo ha già mostrato Walter Salles con Io sono ancora qui attraverso la mirabile prospettiva di Fernanda Torres, se ve lo ricordate (e se non ve lo ricordate, recuperatelo: è fantastico. Ma se siete su queste pagine, ve lo ricordate sicuramente). Ma in quegli anni era un discorso valido per molte delle nazioni sudamericane, Argentina e Cile su tutte. La cosa fantastica è che il pubblico volente o nolente si identifica con la fuga del protagonista interpretato da Wagner Moura: la fuga però è un dato di fatto, non si può non fuggire visto il clima soffocante che si respira, non è possibile fare altro, se non guardarsi le spalle, ma il motivo per cui il protagonista scappa lo si scopre solo a storia abbondantemente inoltrata, senza che lo si avverta come un buco nella narrazione o un’informazione mancante. In certi ambiti, densamente ossessivi, si può solo scappare e stare all’erta…

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Siamo nel Brasile degli anni Settanta, epoca che l’autore con un eufemismo presenta graficamente nell’incipit definendola “dispettosa”, ma che sappiamo dalle cronache essere stata particolarmente violenta e marcia fino al midollo. La corruzione dilagante tanto ai piani alti quanto bassi, le misteriose sparizioni, la repressione e i morti ammazzati per le strade a tutte le ore del giorno e della notte, ne hanno caratterizzato, infettandoli, i capitoli della storia del Paese, come raccontato senza mezze misure e con grande potenza da Walter Salles nel suo indimenticabile dramma Io sono ancora qui. Il connazionale riavvolge le lancette riportandoci al 1977, il cui Carnevale finirà con il tingersi di sangue, facendo da cornice a un film che, sotto le mentite spoglie di un thriller politico e non di una spy-story come lascerebbe presagire furbescamente il titolo, tiene incollati alle poltrone lo spettatore di turno per tutti e 160 minuti a disposizione. Durata monstre sulla carta, ma che Kleber Mendonça Filho gestisce alla perfezione creando un giusto equilibrio tra tempi dilatati e repentine accelerazioni, con una serie di cambi di ritmo che scandiscono le tre parti che vanno a comporre il racconto. La scrittura è infatti l’altro valore aggiunto dell’opera, capace sfornare trovate imprevedibili (la gamba pelosa), citazioni calzanti (quella a Lo squalo su tutte), battute sibilline e una galleria di personaggi che meriterebbero degli spin-off per quanto ben disegnati (tra sicari e nazisti in fuga, poliziotti e burocrati corrotti), con quello di Marcelo che ne rappresenta la punta dell’iceberg…

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è ben noto, nell'ambiente critico e cinefilo, il difficile rapporto tra Mendonça e la commissione brasiliana per gli Oscar. Prima, nel 2016, con Aquarius, la cui candidatura fu sabotata a favore di È arrivata mia figlia!, di Anna Muylaert. Poi nel 2019, con Bacurau in favore di La vita invisibile di Euridice Gusmao, di Karim Aïnouz. Entrambi i film, manco a dirlo, presentano delle feroci analisi critiche delle dinamiche di potere e delle disuguaglianze sociali che dividono il paese.

Sembrava sarebbe andata così anche stavolta, per Mendonça, con la commissione brasiliana in un primo momento propensa verso Manas, di Marianna Brennard: un racconto di formazione su di un'adolescente che vive nella foresta pluviale amazzonica sull'isola di Marajó. La differenza l'ha fatta la pressione popolare capitanata da Fernanda Torres che si è espressa pubblicamente in favore del film e del magnifico lavoro compiuto da Mendonça; un endorsement importante e dorato, considerando il successo riscosso da Io sono ancora qui a livello globale, con tanto di vittoria dell'ambita statuetta del Miglior film internazionale a fronte di tre nomination (tra cui Miglior attrice protagonista) agli Oscar 2025.

Ritrovare la memoria

La ragione dei premi e di un simile movimento intorno a L'agente segreto sta nell'intrinseco valore della sua anima cinematografica e nel perché è sgorgata in questi termini. C'è un motivo, infatti, se Mendonça ha dedicato così tanta cura e attenzione alla stesura del soggetto; non si tratta affatto di un film comune, ma di un dramma storico che per tematiche si ricongiunge facilmente a Io sono ancora qui. Con la differenza che se il meraviglioso film di Walter Salles si focalizzava sul fenomeno dei desaparecidos riflettendo, attraverso la storia vera di Rubens Pavia ed Eunice Facciolla, sulle conseguenze di chi rimane e deve fare i conti con una perdita insondabile, L'agente segreto sceglie invece una via molto meno tragica e più avventurosa – ma non per questo meno dolorosa – delle operazioni della rete di controspionaggio dei rifugiati. L'obiettivo, per Mendonça, era di esplorare le azioni degli individui all'interno di un simile sistema corrotto: come resistono al potere? E come si sottomettono?

Filo conduttore, tra le due pellicole, è la riscoperta della memoria collettiva di quel periodo doloroso e sanguinario; un'epoca in cui i muri avevano orecchie e ogni mossa poteva essere sospetta, elemento che Mendonça esplicita nella rimozione ontologica di cui è oggetto il colloquio finale del climax, e che muove da delle ragioni importanti, radicate e profonde. Dal 1964, infatti – e così per vent'anni fino alla fine della dittatura nel 1985 –, il governo brasiliano ha commesso infiniti atti di violenza verso la popolazione civile. Su ammissione di Mendonça: "Il mio paese ha un problema di amnesia, di perdita di memoria, aggravato dall'amnistia introdotta nel 1979 e proposta dallo stesso governo. È diventato normale commettere ogni sorta di crimine violento e poi si può semplicemente cancellare la situazione con una spugna e andare avanti e guardare al futuro".

Il ritratto del Brasile, tra colore e sangue

La vera intuizione a proposito de L'agente segreto, però, sta nel modo in cui il cineasta decide di tendere le corde della narrazione. Il disegno della traiettoria è quello di un consumato thriller politico dal ritmo letterario: il film lascia addosso allo spettatore le stesse sensazioni che avrebbe un lettore nello sfogliare le pagine di un grande romanzo. Tutto prende vita seguendo il proprio respiro, i propri tempi e, come spesso accade, a ogni pagina può arrivare una sorpresa o comunque un momento inaspettato. Nella narrazione de L'agente segreto questo si traduce graficamente nelle immagini che Mendonça sceglie di inserire e nel registro con cui vengono gestite. La sequenza iniziale, ad esempio, dove il regista pone in diretta correlazione immagini di repertorio di show televisivi brasiliani con in sottofondo musica caraibica, all'immagine di un cadavere in putrefazione da giorni di cui non importa nulla a nessuno, se non ad un branco di cani randagi affamati.

Il primo di una serie di cambi di tono con cui Mendonça manipola il racconto nei suoi sapori e negli umori narrativi, giocando continuamente con le aspettative del pubblico tra momenti surreali, comici e altri ancora grotteschi (la sequenza della gamba pelosa è un capolavoro di fantasia nell'attenuare il dolore scenico) e sempre spaziando in ellissi temporali in montaggio alternato morbido tra presente e futuro del racconto…

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domenica 1 febbraio 2026

L’ultimo turno – Petra Volpe

Floria è un'infermiera in un ospedale, la regista la segue nell'ultimo turno, prima di tornare a casa.

lavora senza pause, assistendo tanti pazienti, malati, rassegnati o arroganti, a volte qualcuno muore.

è un lavoro d'equipe, ma è anche un lavoro in solitudine, con un peso e uno stress senza fine.

Leonie Benesch è così brava che sembra proprio un'infermiera, lavora come un'infermiera, soffre come un'infermiera, e il film sembra un (drammatico) documentario.

un film da non perdere.

buona (stressante) visione - Ismaele 

 

 

...A livello superficiale L’ultimo turno può sembrare un thriller in cui non accade nulla di straordinario; tuttavia, nella sua estrema semplicità, riesce a creare tensione in ogni gesto quotidiano, tenendo il pubblico incollato allo schermo per tutti i suoi novanta minuti. Ogni respiro, sguardo e movimento diventa azione. Il semplice spacchettamento di una siringa, l’attaccare un’etichetta su una fiala, il controllo della pressione, le porte che si aprono e chiudono ad ogni spostamento e il telefono che squilla continuamente diventano scene d’azione perfettamente coreografate, mentre il parente di una paziente che ci osserva in attesa dal fondo del corridoio riesce a instillarci tanta ansia e suspence quanto una bomba sul punto di esplodere. Mantenendo un ritmo forsennato per l’intera durata della pellicola, la meticolosa penna e lente di Petra Volpe ha saputo organizzare il suo tempo ed utilizzarne ogni momento con precisione chirurgica, donandoci finalmente un film durante il quale è impossibile distrarsi. L’ultimo turno ha provato ancora una volta che un’opera indipendente di medio o basso budget sapientemente costruita è in grado di creare un’atmosfera angosciosa e tesa senza che vi sia bisogno di esplosioni e inseguimenti, e può suscitare emozioni senza necessitare di commoventi monologhi ad effetto né grandi lacrimoni.

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…assistiamo a una lezione di cinema di alta scuola, in cui l’arena ospedaliera è vividissima e super realistica grazie anche alla consulenza di una vera infermiera tedesca, Madeline Calvelage, autrice del bestseller Il problema non è la nostra professione. Sono le circostanze. Un vero e proprio meccanismo a orologeria in cui la miccia è lunghissima e le cose che possono esplodere sono tante, troppe (non a caso c’è una scena in cui Floria bacchetta una paziente che fuma vicino a una bombola piena di ossigeno puro). Quando poi l’esplosione (figurata) arriva, la tragica ironia è che niente davvero è destinato a cambiare ma che ci si dovrà preparare soltanto per un’altra giornata. L’ennesima.

Qui siamo lontani dalla patina di tanti medical drama televisivi; a Petra Volpe interessa il realismo, interessa la fotografia di un apparato che man mano crolla dalle sue stesse fondamenta, di un orrore che negli anni si farà sempre più insostenibile a meno che non si prendano le necessarie e tempestive precauzioni. L’ultimo turno è quindi cinema capace di scuotere, persino sconvolgere, e non solo perché si muove tra piscio, sangue e fluidi corporei o perché razionalizza e abbatte il mito dell’ospedale come luogo salvifico; lo è soprattutto per come ci ricorda che gli eroi hanno bisogno di spade per uccidere i draghi, e magari di altri eroi ben formati e non buttati nella mischia senza strumenti.

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…La protagonista Leonie Benesch, già apprezzata ne “La sala professori”, affronta un personaggio complesso con grande sicurezza: in poco più di un’ora e mezza lo sviluppo emotivo e psicologico è evidente, e lo spettatore sente crescere con lei empatia e coinvolgimento…

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… Ci si affeziona tanto alla protagonista quanto ai singoli ricoverati, tanto da provare quanta più gioia e soddisfazione possibile per un intervento riuscito, per un grazie – per il più grande come per il più piccolo dei favori ricevuti – detto o sussurrato a poco fiato nei vari idiomi che animano stanze corridoi; o per un partita a scacchi tra due ospiti della stanza che non sanno comunicare o interagire diversamente. Allo stesso modo si avverte lo stress di ogni cambio di programma, il passo sempre più pesante della protagonista, così come sempre più incerte e tremanti si fanno le sue mani per un semplice prelievo con una siringa da una fiala. Ci si commuove con lei come estremo sfogo – un fisiologico scarico di tensione in un breve momento di apparente calma – ,così come quasi si condivide la colpa di una morte sopraggiunta all’improvviso, senza che ci si potesse far nulla… O magari sì. Peccato quindi per quei pochi momenti in cui in cui l’incedere sempre più forsennato degli eventi e delle evenienze rischia di risultare più artefatto, evidentemente costruito ad hoc per esacerbare una tensione umana già ben evidente; o per qualche ricamo musicale di troppo, qualche primo piano insistito che evade l’aderenza all’azione e si sofferma su quadri di un pietismo coerente, certo, ma forse evitabili – ne è un esempio l’inquadratura finale, in cui l’unica svolta simbolica, astratta del film, richiama l’attenzione sul peso di un avvenimento già ampiamente e funzionalmente rimarcato in precedenza. Ma non parliamo che di piccole imprecisioni, brevi istanti di deragliamento su di un percorso netto, su di una struttura canonicamente circolare (dal viaggio verso il posto di lavoro sino al viaggio di ritorno) – se si fa eccezione per la prima inquadratura nella tintoria dell’ospedale, utile a introdurre il gioco semantico tra la cura come industria e moltitudine rispetto all’emozionalità del singolo –, in cui il presupposto di utilità sociale emerge, l’identificazione rimane attiva così come – per chi non fosse troppo suscettibile a certi tipi di esperienze umane – non è esclusa una discreta dose di intrattenimento.

Con L’ultimo turno Petra Volpe racconta una necessità universale, un mondo nascosto e una donna forte, complessa e stratificata nelle modalità del sentire e dell’agire, per sé e per l’altro, dando tangibile e vibrante vita ad un meccanismo ritmico di pathos e dolcezza, rabbia e frustrazione, morte e vita. Nella distruttiva routine di un reparto oncologico, dove lo scambio medio spesso non ha tempo di andare oltre i «come si sente oggi?», «ora le misuro i parametri vitali», «in una scala da uno a dieci, quanto le fa male?», la cura del personale sanitario è anche la cura degli ospiti, la certezza che, si guarisca o si muoia, lo si faccia potendo permettersi di essere anche altro dal dolore, potendo guardare il tempo fuori dalla finestra e, seppur in un momento di passaggio, ricordare a quale mondo si appartiene davvero.

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…È un film di rara umanità, questo di Petra Volpe, che non si vergogna di prendere le parti della sua eroina (dalla quale si pretende infallibilità, seppur pedina dentro un sistema moribondo) ma che al tempo stesso sa restituire con credibilità e naturalezza le molteplici sfumature dei vari caratteri che popolano il reparto dove si muove, come una pallina da ping-pong, la protagonista: una giovane madre gravemente malata, un anziano signore che attende con apprensione la sua diagnosi, un uomo che dall’alto della sua assicurazione privata pretenderebbe un trattamento privilegiato, e tanti altri ancora. Oltre, naturalmente, ai familiari dei pazienti, chi sul luogo, chi da remoto (al telefono), chi più educato, e rispettoso, chi meno. 

È quindi anche un film di resistenza, fisica, psicologica, paragonabile alla performance sportiva, un tour de force dove l’infermiera è l’unico soldato in prima linea, trait d’union tra il malato e il medico (che, chissà quando, tornerà per fornire delucidazioni su referti o quant’altro), dove l’imprevisto è sempre lì, in agguato, dietro l’angolo, e dove la morte può arrivare così, dall’altra stanza, senza particolari preavvisi.

Anche lì, in un’altra sequenza che non ha bisogno di chissà quali ulteriori fronzoli, l’empatia di una donna come Floria ci ricorda che può bastare un piccolo gesto per continuare a prendersi cura. Proprio come vuole fare questo film, gesto artistico capace di ricordarci l’importanza di figure – professionali, umane – troppo spesso date per scontate.

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sabato 31 gennaio 2026

Quo Vadis, Sardinna? - Antoni Cònzu (Antonio Congiu)

il film di Antoni Cònzu è costituito "solo" da interviste, montate in modo efficace, per raccontare al mondo cosa succede in Sardegna con le pale eoliche.

chi lo vede capisce tutto, o quasi.

se posso, consiglierei di integrare con la lettura del libro di Maurizio Onnis, Il candidato, allora chiunque capirà tutto, di questa brutta storia di colonizzazione, economia tossica e distruzione ambientale irreversibile e saprà da che parte stare*. 

il film è difficile da vedere, lo porta il regista (qui la sua pagina) dove lo si vuole vedere.

cercatelo e soffrite tutti.

buona (ventosa) visione - Ismaele

 

 

 

…L’opera di Conzu è una sequenza di interviste intervallata da immagini e musica che dura quanto un film: un’ora e venti minuti!

La cosa notevole è, però, che il regista ha toccato TUTTI gli attacchi al territorio e all’identità che stanno investendo la terra sarda. Non solo la speculazione energetica, dunque, ma anche il colonialismo industriale e militare e la minaccia delle scorie nucleari.

Come sapete, non sono nata in Sardegna, ma sento di appartenere profondamente a questa terra nella quale oramai sono radicata da anni e ritengo sia un DOVERE difenderla. Un DOVERE che mi attraversa il cuore e mi sferza l’anima.

Consiglio a tutti la visione del lavoro di Antoni Conzu per sviluppare una consapevolezza a tutto tondo di ciò che sta accadendo in Sardegna e al popolo sardo…

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