giovedì 25 giugno 2026

Fellini, Bergman, Lynch: come i maestri del sogno hanno trasformato il cinema in un'arma sociale - Stefano Del Tosto


La nostra epoca è quella che si caratterizza maggiormente per quanto riguarda il degrado delle forme artistiche: letteratura, musica, pittura, cinema, anche se in maniera diversa vengono fatte ricadere sotto la stessa mortificante concezione di svago intellettuale che nasconde la profonda serietà di queste.

Nonostante le prime tre citate mantengano una patina di serietà che è riscontrabile in coloro che ne fruiscono, il cinema si trova in una condizione ibrida: se da una parte mantiene intatta e stabile  la sua profondità e serietà, dall’altra, che è la concezione più diffusa, è visto come appunto un momento di svago, quasi ricreativo che maschera la sua potenza sociale.

La questione che si pone è dunque recuperare la sua forza, non prima però di aver riflettuto sul perché sia stata scelta questa forma artistica rispetto alle altre: questo ha sempre a che fare con la fruizione da parte del grande pubblico. Rispetto alla letteratura e alla pittura, si parla ovviamente della nostra epoca, il cinema è un’attività decisamente più a portata di mano proprio perché è un prodotto tecnico che si innesta perfettamente nella società dell’ipervelocità e del consumo, ma questa descrizione che si è appena data, non corrisponde alla possibilità autentica del cinema come forma artistica dotata di forza sociale, bensì è stato presentato come viene visto dalla maggioranza che lo relega dunque a semplice divertissement.

Per spiegare dunque l’energia sociale che anima il cinema, ci è assolutamente d’aiuto Pier Paolo Pasolini, il quale definisce il cinema come “lingua scritta della realtà” ed un fondamentale mezzo sociale ed espressivo volto a denunciare, nel caso delle opere pasoliniane, l’omologazione della borghesia e l’epoca del consumismo come portato del capitalismo. Riprendendo la prima definizione ossia cinema come lingua scritta della realtà, contenuta all’interno del saggio “Il cinema di poesia”, vediamo come quella che si viene a strutturare sia una concezione del cinema come condizione di possibilità, proprio perché il film separa gli oggetti dalla loro materialità per ricomporli in un’opera dotata di senso.

Questa concezione è fondamentale poiché permette di sottrarsi all’immagine comune del cinema come semplice momento di svago indirizzandoci così a cercare di recuperare quella forza caratterizzante che si trova alla base, ma per farlo occorre addentrarci all’interno del labirinto delle forme e degli stili cinematografici. Tutti sono dotati strutturalmente di questa caratteristica, tutti possiedono quella potenza sociale di cui abbiamo tanto parlato, ma ce n’è uno in particolare che sembra essere più adatto a mostrarcela rispetto agli altri: il cinema onirico. Perché questo e non magari uno stile apertamente politico e volto ad una denuncia sociale esplicita? Perché il cinema onirico è quello che ha come fonte il sogno e quindi il mondo delle possibilità, primariamente la possibilità di un rapporto diverso: con noi stessi, con le cose che ci circondano e dunque con il cinema stesso. Il sogno è il momento in cui tutto ci si presenta senza schemi, gli oggetti quotidiani sono liberati dalle loro definizioni comuni e la nostra stessa vita, dunque il nostro presente e il nostro passato si fondono all’interno di unico flusso che rimescola tutto dandoci la possibilità di reinventare quello che per noi è scontato; dunque il cinema stesso subisce questo flusso, ma contemporaneamente è il veicolo che maggiormente permette la realizzazione presente del sogno che è possibile proprio perché la rappresentazione cinematografica è figlia della società tecnica ed industrializzata, ma nello stesso momento è ciò che apre ad un rapporto nuovo, è il veicolo principale per dare forma, spazialità e temporalità al sogno.

Adesso è necessario parlare, anche se in maniera riassuntiva, di coloro che possiamo definire i pionieri del cinema onirico, di quelli che sono riusciti a rimanere fedeli in maniera impeccabile a ciò che il sogno comunica:

Luis Buñuel: il primo tra i nomi di questa lista a realizzare attraverso la macchina da presa l’essenza del sogno, infatti muove i primi passi all’interno dell’avanguardia surrealista realizzando in collaborazione con Salvador Dalì il cortometraggio “Un cane andaluso” (1929) fino ad arrivare ai suoi capolavori degli anni Settanta “Il discreto fascino della borghesia” (1972) e “Il fantasma della libertà” (1974). Il nucleo rintracciabile in quasi tutti i suoi film è la sovversione degli schemi imposti dalla società borghese, personaggi dell’alta borghesia costantemente ridicolizzati attraverso il ribaltamento dei loro rituali, che avviene proprio in una cornice onirica capace di distruggere i dogmi sociali imposti come naturali dalla società dominante. Il lavoro di decostruzione della borghesia e di tutti i suoi risultati passa, dunque, attraverso la carica magmatica del sogno che abbatte qualsiasi tipo di affermazione sicura sulla realtà, venendo contestata dalla possibilità dell’apparenza.

Ingmar Bergman: qui ci troviamo già in un ambito diverso, definito da molti come l’ambito esistenzialista per eccellenza. Per Bergman interrogarsi sul senso della vita vuol dire passare necessariamente attraverso il territorio della memoria, attraverso la dimensione onirica che permette di attraversare la durezza dell’esistenza nella quale siamo gettati. Nel film “Persona” (1966) la protagonista deve confrontarsi con il dramma della sua esistenza e lo fa passando attraverso una condizione di scissione identitaria attraverso cui compie un percorso immerso tra la dimensione reale e quella onirica. Ne “Il settimo sigillo” (1957) invece è iconica la scena della partita a scacchi tra il cavaliere e la morte, una metafora onirica che consente di rapportarci in maniera del tutto nuova nei confronti della morte alla quale, ed è l’unica certezza, non si può fare scacco matto, ma si può cambiare atteggiamento nel cammino che ci conduce ad essa proprio attraverso la singolarità dell’esperienza che può essere arricchita solamente dal sogno.

Federico Fellini: partendo dal suo film forse più importante ovvero “Otto e mezzo”(1963)  possiamo vedere come il regista riminese veda nel ricordo e soprattutto nel pensiero rammemorante la fonte più autentica di creatività, infatti Mastroianni, protagonista del film, veste i panni di un regista in profonda crisi creativa dalla quale può emergere soltanto attingendo al suo passato, da non vedere come una nostalgia, bensì come una fonte che rimescolandosi con il presente nella figura del sogno, rappresenta la via per il nuovo. Nei suoi film successivi come “Amarcord” (1973) e “Il Casanova” (1976) l’interesse è circoscritto soprattutto alla nozione di inconscio collettivo che ha all’interno dei concetti che il regista utilizza per spiegare come la collettività, soprattutto la sua sfera negativa, costituisca il pensiero del singolo individuo.

David Lynch: qui arriviamo al regista che forse più  di tutti ha fatto del cinema onirico il suo marchio di fabbrica. Già a partire dal suo film d’esordio “Eraserhead” (1977), Lynch ha dato forma ad uno stato mentale dalle sembianze di un incubo invece che di un sogno; ma è nella così detta trilogia di Hollywood che comprende “Lost highways” (1997), “Mulholland drive” (2001) e “Inland empire” (2006) che si realizza l’essenza del sogno lynchiano: la comunemente solare Los Angeles assume piano piano un’atmosfera sempre più rarefatta ed onirica, dove i personaggi sono costretti ad affrontarsi con l’emergere del loro subconscio in un contesto che si ribalta nell’opposto di ciò che era inizialmente. Mulholland drive, giustamente incoronato da BBC come il miglior film del ventunesimo secolo, è la perfetta messa in scena della dimensione onirica: il sogno iniziale, inteso comunemente come qualcosa di positivo che si sta realizzando nella città delle grandi possibilità, emblema della potenza capitalista, dopo una serie di eventi che intrecciano tra di loro personaggi tipici di quel sistema, inizia ad assumere toni sempre più cupi, sinistri, fino a diventare un vero e proprio incubo con la presenza crescente di tratti e figure tipicamente surreali. Proprio questo emergere del flusso inconscio e quindi la sottrazione di quel senso comune iniziale ci permette di vedere sotto una nuova lente ciò che era considerato scontato, emerge una potentissima critica sociale alle case cinematografiche innestate perfettamente nelle logiche di consumo e accumulo capitalista da cui derivano anche tutte le disfunzioni identitarie che vive la protagonista in quanto parte di quel sistema.

Questi quattro totem sopra citati ci portano dunque a poter compiere una riflessione sul cinema onirico e come questo si rapporta alla contemporaneità: è il modo più autentico per confrontarcisi. La nostra epoca sta vivendo sempre di più lo svuotamento e il degrado di ciò che essenziale, ma tutto ciò è nascosto da formalizzazioni e schemi superficiali che si impongono come totalizzanti mascherando una sempre più progressiva perdita di senso, ma proprio perché la dimensione onirica spezza le catene, permette un rapporto diverso e quindi la possibilità di riformulare e rimodellare la nostra concezione consueta di ciò che ci circonda, assume dunque un’importanza capitale, che trova nella rappresentazione cinematografica il modo più efficace e più fedele affinché possa prendere forma.

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martedì 23 giugno 2026

L’amore che rimane - Hlynur Palmason

Anna e Magnus si separano, non sappiamo perchè, è Anna che ha deciso, anche se Magnus vorrebbe sempre tornare a casa, gli mancano la moglie e i figli, che lo cercano sempre.

l'opera di Hlynur Palmason, islandese, è un film freddo, dove il conflitto si riduce a sogni e a un pupazzo, tutt'altra cosa rispetto alla separazione de L'isola di Andrea, di Antonio Capuano.

buona (algida) visione - Ismaele



Quasi nulla accade, si diceva. E in effetti "L’amore che rimane" pare quasi un documentario, perché Pálmason spesso fissa la macchina da presa in un punto preciso, la tiene lì a lungo e lascia che i personaggi si muovano nell’orbita dell’inquadratura, con i loro tempi. A volte le inquadrature si ripetono ma a cambiare sono la luce e il cielo perché nel frattempo le stagioni scorrono, l’autunno cede il posto all’inverno. Pálmason si fa cantore della semplicità, la sua è un’elegia del quotidiano messa in scena con delicatezza ma anche con passione: il personaggio che emerge più compiutamente è proprio il paesaggio, un’Islanda che non è solo geografia ma vero e proprio spazio emotivo, osservatore benevolo e testimone silenzioso. Il paesaggio e i suoi abitanti, animali di ogni tipo, accolgono la famiglia come parte di sé e si ribellano contro chi non li rispetta, come il gallerista svedese, che ruba un uovo di oca e subisce le conseguenze del vento.

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L’amore che rimane è un film coraggioso che sceglie il silenzio e l’osservazione quieta piuttosto che il dramma urlato, e per questo merita rispetto. Non è un capolavoro — la struttura vacilla, il pacing è discutibile, i toni non sempre collimano — ma è un’opera onesta che non condisce la realtà di melodramma gratuito. Se sei il tipo di cinefilo che preferisce le domande alle risposte, che ama stare nel disagio narrativo senza fretta di uscirne, lo consiglio. Se no, aspetta qualcos’altro. Voto definitivo: 6.4/10 — opera imperfetta ma consapevole.

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Le cose più importanti per gli esseri umani
sono quelle piccole e intime,
quelle che ci sono vicine…

Hlynur Pálmason

Questo pensiero riflette pienamente L’amore che rimane, l’ultimo film del cineasta islandese Hlynur Pálmason che dopo aver esplorato le radici storiche del suo Paese con il precedente Godland – Nella terra di Dio ha sentito l’esigenza di tornare alla contemporaneità, filmando la vita intorno a lui, nel suo ambiente quotidiano e senza alcuna ricostruzione cinematografica d’ambiente. Elemento che, unito alla presenza di tutti e tre i suoi figli tra gli attori – già separatamente coinvolti in progetti precedenti – rende questo nuovo film ancora più personale rispetto agli altri titoli che lo hanno preceduto, comunque originati sempre da una scrittura originale in solitaria.
Un anno nella vita di una famiglia che sta andando in pezzi, il susseguirsi delle stagioni mentre i coniugi Anna e Magnús affrontano la frattura della loro separazione, tra confusione emotiva e contraddizioni che investono inevitabilmente anche i loro figli: la maggiore Ída e i gemelli più piccoli, Grímur e Þorgils. Coppia formatasi quando entrambi erano troppo giovani, spinti da una gravidanza ad accelerare il consolidamento di una relazione ancora acerba, adesso lei si occupa della famiglia ed esprime la creatività attraverso l’arte visiva ‘dipingendo’ con la ruggine su tela, mentre lui, come membro dell’equipaggio di un peschereccio, è costretto a lunghe trasferte lontano da casa, in cui affronta il timore di essere escluso dalla crescita dei suoi bambini. Nella rappresentazione di un quotidiano quieto, tra momenti leggeri o malinconici, il film s’interroga su ciò che resta dell’amore quando i ricordi condivisi non sono più sufficienti a tenere unite le persone, nonostante i sentimenti non siano mai del tutto scomparsi…

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…Il passato è presente, ma mai mostrato; la società esiste, ma non entra più di tanto nel quadro. Vediamo così un nucleo umano fondativo (la famiglia) che desidera trovare il proprio baricentro con la storia e gli altri, dando con ciò il regista un messaggio umanista e di speranza. In questo senso l’incipit (con la demolizione di un tetto) e la scena di montaggio con immagini incongrue sovrapposte a parole negative, ma di uso comune, dice molto circa l’obiettivo di ricostruzione e traduzione che ognuno di noi potrebbe fare per non soccombere alla catastrofe.

Pálmason ha scelto di girare un film piccolo piccolo, non privo di un suo fascino, libero come la colonna sonora jazz che lo incornicia spesso. La scelta però, da qualche parte, si sconta e forse è improbabile che le passioni moderate facciano battere troppo il cuore. Va notato, infine, che il regista è anche un artista visuale e, guardando le sue opere, pare che assomiglino molto a quelle di Anna, il che fa pensare a maggior ragione che L’amore che rimane sia un film molto sentito e caro al suo autore. Il che si vede: la tenerezza di sicuro non manca.

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Anna e Magnus, detto Maggi, si stanno separando: è un processo graduale, che la coppia porta avanti trascorrendo ancora del tempo insieme ai tre figli, in escursioni o in cene a casa. Mentre l'unità coniugale si va sfaldando, Anna si concentra sul suo lavoro di artista, anche se i riconoscimenti tardano ad arrivare; Maggi, invece, lavora su un peschereccio ed è quasi sempre in mare aperto. Quando i genitori non ci sono, i figli si dedicano a passatempi curiosi: in particolare i due gemelli, che tendono a creare giochi bizzarri e talora pericolosi per la loro incolumità…

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Uno degli elementi centrali del film L’amore che rimane è il modo in cui viene rappresentata la separazione tra i due adulti. Pálmason ha dichiarato di non voler prendere posizione né offrire una sola prospettiva. Secondo il regista, nella vita reale le persone possono desiderare qualcosa e il suo contrario, e nessuno è soltanto “il buono” o “il cattivo” della storia. Per questo la separazione viene raccontata come una zona grigia, in cui l’amore continua a esistere anche quando non è più sufficiente a sostenere la forma precedente della relazione.

Il titolo stesso sembra suggerire una domanda: che cosa resta dell’amore quando una famiglia si divide? Che cosa succede ai momenti condivisi, ai ricordi, al senso di appartenenza costruito nel tempo? Pálmason ha spiegato che il cuore del film non riguarda tanto la possibilità che i genitori tornino insieme, quanto il rapporto tra tempo, memoria e famiglia…

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L’utilizzo ostinato della camera fissa trasforma le inquadrature in teche, dove ogni scena è un quadro vivente con l’azione che non viene inseguita, ma attesa. Così facendo, Pálmason (e di rimando lo spettatore) osserva, non giudica: la macchina da presa rimane immobile anche quando, ad esempio, i figli della coppia (in particolare i due gemelli) inventano giochi bizzarri nei prati battuti dal vento.

Questa fissità produce un effetto di perturbante intimità: ci obbliga a osservare i dettagli, i resti di una cena, i silenzi imbarazzati, il modo in cui i corpi degli ex coniugi occupano lo spazio cercando una distanza che il cuore non ha ancora del tutto metabolizzato, con lui che tenta di tanto in tanto nuovi approcci e lei che invece sembra più convinta del percorso verso la fine del rapporto…

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L’amore che rimane è attraversato da continue metafore visive che riflettono il turbinio interiore dei personaggi. Una spada medievale che cade dal cielo, una mina inesplosa ritrovata in un campo desolato, pronta a detonare da un momento all’altro, o ancora il lavoro artistico stesso di Anna — lastre di ferro adagiate su teli, la cui immagine emerge lentamente dalla ruggine lasciata dallo scorrere del tempo — diventano simboli evidenti ma mai didascalici di relazioni consumate dall’erosione emotiva. Nulla esplode davvero, ma tutto sembra costantemente sul punto di farlo.

La struttura narrativa, distesa lungo quasi un anno, segue il mutare delle stagioni islandesi, ma soprattutto mette in scena l’imperturbabilità di un paesaggio che si fa riflesso diretto dell’anima di chi lo abita. La natura islandese di Pálmason non è mai semplice sfondo: è presenza viva, eterna, indifferente eppure profondamente empatica. I personaggi si muovono con una compostezza quasi rassegnata, trattenendo emozioni enormi dietro gesti minimi, come se il paesaggio stesso imponesse loro una forma di silenziosa resistenza.

Con L’amore che rimane, Pálmason realizza una riflessione lucida e profondamente sentita sullo scorrere del tempo, sulla fine delle relazioni e su ciò che rimane quando un amore non esiste più ma non si è ancora trasformato in qualcos’altro. Il suo sguardo, rivolto a esaltare la figura femminile come perno emotivo della famiglia e a sgretolare le fragili illusioni della mascolinità, resta sempre sincero, mai manipolatorio o compiaciuto. Ne emerge un’opera forse più divertita che realmente divertente, attraversata da una dolce ironia malinconica che finisce inevitabilmente per scaldare il cuore dello spettatore.

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domenica 21 giugno 2026

Romería – Il mare dei ricordi - Carla Simón

Marina (interpretata da Llúcia Garcia, bravissima) ha bisogno di un documento necessario per una borsa di studio e va a Vigo, in Galizia, dalla famiglia paterna, nonni, zii e zie, e cugini.

i genitori erano morti per AIDS, lei è stata adottata, da una famiglia di Barcellona.

la famiglia paterna è una famiglia abbastanza di merda, tenevano il padre di Marina rinchiuso, per la vergogna di un figlio malato.

Marina riesce a scardinare l'omertà di quei nonni, che ancora si vergognano del figlio.

cercano di comprare Marina, ma non funziona, lei è una sveglia, orgogliosa e testarda.

e "conosce" i genitori (brave persone di cui non vergognarsi) attraverso un incontro onirico con loro.

film convincente ed emozionante, da non perdere.

buona (gallega) visione -Ismaele


ps: chi scrive un giorno è stato a Vigo e nelle isole Cíes.




Tutto ha inizio quando la protagonista Marina (interpretata da Llúcia Garcia) deve iscriversi all’università. Ha bisogno di recuperare i documenti dei genitori, morti quando era molto piccola. Marina decide così di riallacciare i rapporti con la famiglia del padre biologico, con cui aveva perso i contatti. Da qui parte il suo viaggio verso la Galizia. Il percorso è guidato dalle parole ritrovate nel diario della madre. Una volta arrivata, però, viene travolta dal silenzio. Ci sono imbarazzi evidenti e ricordi familiari contraddittori. Tutto rimanda a un passato ancora irrisolto.

Le rivelazioni della famiglia del padre la costringeranno a rivedere tutto ciò che credeva di sapere. Anche la causa della morte dei genitori viene messa in discussione. Una verità che la sconvolgerà profondamente.

La forza del film sta nel modo in cui vengono rappresentate le relazioni umane. Sono segnate dai tabù degli anni ’80, un’epoca in cui i genitori sono scomparsi. Come sottolinea la regista, è centrale il ruolo della videocamera che Marina porta con sé. Questo strumento diventa prima un filtro per leggere la realtà. Poi si trasforma nel mezzo con cui la ragazza rivendica il diritto di immaginare la propria storia familiare. Succede quando fatti e ricordi reali le vengono negati…

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La verità è identità, l’identità è memoria, la memoria è l’ambigua eredità del tempo. Ecco la complessa morale della favola di Carla Simón e di un film in bilico tra intimismo, spettacolo e vocazione autobiografica. Per una buona prima metà della storia, forse qualcosa in più, il viaggio di Marina ha la forma e la cadenza del giallo. Un’indagine venata d’esistenzialismo è comunque un’indagine, è l’esplosiva attesa per lo scoperchiamento del mistero che toglie il sonno alla protagonista: cos’è successo a suo padre? Carla Simón si fa bastare l’originalità formale, e non lavora allo stesso modo sull’estetica. La messa in scena è sobria, composta, forse troppo sobria e composta: una grazia leggera e mai violenta nella resa, alternando macchina a mano e sguardo statico. Solo nella terza parte, quando la memoria dei genitori si fa carne, storia e immagine, solo nel suggestivo preambolo al finale, Romería – Il mare dei ricordi esprime finalmente quella forza poetica, struggente, esistenzialista e politica (con pudore, ma c’è) accennata nella prima parte…

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Con grande dolcezza e bagnato dalla luce calda della Galizia, Romería è un film riparatore che si allontana progressivamente dai toni realistici, perché la verità della memoria non si trova mai nella ricerca erudita, documentaristica, ma nella fuga romanzesca dell'inconscio, per mediazione della fiction.

Una rottura narrativa, guidata da un gatto randagio, lascia emergere i ricordi sepolti e le immagini oniriche di genitori fantasmi. Un ragazzo e una ragazza che hanno scelto una vita bohémienne e sballata, accecati dai neon degli anni Ottanta. Marina, studentessa di cinema, osserva la realtà e poi la ricrea partendo dalle parole della madre. La riconciliazione non passa per un percorso pianificato ma per un vagare onirico, che allaccia passato e presente, annulla il tempo e lo spazio, dove l'attrice, che interpreta Marina, incarna anche sua madre, senza paura di avvicinarsi troppo alla vita (e alla morte).

Intorno fanno corona una miriade di personaggi, una cacofonia di parenti che ripercorrono la loro storia, messa a tacere per la vergogna, e offrono al film la sua mobilità narrativa. Romería, che significa ricerca spirituale, ma anche festa popolare, naviga un mare interiore, tra realismo vivo e sogno contemplativo. Un film da scalare come la sua scala di corda per inventarsi il domani, capovolgere la narrazione e chiudere coi traumi e il peso dei retaggi.

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Llúcia Garcia porta in scena una fragilità che non ha nulla di ostentato, e proprio per questo convince. Non siamo di fronte a un'esibizione tecnica, nessun momento costruito per strappare l'applauso, ma a qualcosa di più raro e più prezioso: una presenza che occupa lo spazio senza reclamarlo. Il suo volto è uno strumento narrativo più efficace di molte righe di sceneggiatura, il che è particolarmente fortunato considerando che il copione le chiede qualcosa di non banale: incarnare anche la madre nelle sequenze di memoria ricostruita, senza cambi di costume né artifici di trucco, affidandosi unicamente a una diversa inclinazione dello sguardo, a una lieve torsione nella postura. Il risultato è convincente, e in certi momenti quasi inquietante nella sua essenzialità. È il tipo di lavoro che ricorda quanto scrisse David Thomson a proposito delle grandi interpreti del cinema europeo contemporaneo: la capacità di abitare due identità nella stessa inquadratura senza che l'una annulli l'altra…

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venerdì 19 giugno 2026

Il prigioniero - Alejandro Amenábar

ad Algeri (ma il film è girato in Spagna) gli arabi prendono cristiani come ostaggi, in cambio di un riscatto.

fra i prigionieri c'è Miguel Cervantes, che legge i libri in spagnolo di un prigioniero anziano.

Miguel ha poche virtù, ma una eccezionale, sa raccontare storie, ai suoi compagni di prigionia, in primis, e poi al Bajà (interpretato da Alessandro Borghi) che lo prende in simpatia, in un rapporto quasi come quello di Schéhérazade e il re, nelle Mille e una notte.

a ogni storia il Bajà ricompensa Miguel, con un giorno di libertà, fuori dal forte dove sono tenuti i prigionieri.

sicuramente non è il miglior film di Alejandro Amenábar, è comunque un film che merita, solo in una quarantina di sale, naturalmente.

buona (libera) visione - Ismaele


 

Il prigioniero non è la storia di un coming out, ma quella di un cantastorie che si salva grazie alla fantasia e alla capacità di rendere attraenti le vicende più terribili. In questa chiave anche la sua (ipotetica) omosessualità rientra nella necessità di adattarsi alle circostanze e viverle in segretezza, e in condizioni emergenziali.
Il rapporto fra lui e il Bajà, interpretato con un'alternanza di minaccia e seduzione da un ottimo Alessandro Borghi (la produzione del film è italo-spagnola), cammina sempre sul filo del rasoio, come del resto quello fra lui e i compagni e con Blanco de Paz. Il giovanissimo Julio Pena nel ruolo del protagonista compensa la sua inesperienza recitativa con la naïveté che è propria del suo ruolo in quel momento della vita di Cervantes, e alterna scrupoli a mistificazioni, alleanze e voltafaccia.
Tutta la storia di Il prigioniero è improntata alla delazione e al tradimento, tanto della propria fede, poiché i mori liberano i prigionieri solo a condizione di un'abiura del Cristianesimo (o del pagamento di un congruo riscatto), quanto della propria natura ed etica personale. Il ritratto dei mori, che potrebbe essere manicheo (e dare l'assist a certi sovranismi religiosi), è invece ricco di sfumature: crudeli ed efferati, ma per certi versi più progressisti dei cattolici spagnoli e italiani. E Amenábar è evidentemente orripilato dai fanatismi di entrambe le parti, così come dalla reciproca intolleranza…

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…sebbene non sia un suo best of, Amenábar confeziona un’opera intima e intrigante, escogitando e sottolineando vari aspetti della storia, allo scopo di illuminarne altri che riguardano la società. Antica e moderna. Attraverso la figura di Miguel de Cervantes, veniamo a conoscenza di un mondo distante ma emblematico. La parabola del protagonista tocca temi diversi tra loro, ma tutti altrettanto fondamentali. A partire dal discorso di come e quanto la cultura - in questo caso specifico la narrazione - abbia una rilevanza imprescindibile. A patto però di volergliela riconoscere.Shahrazād e Miguel devono letteralmente la vita al piacere che le parole provocano nei loro aguzzini. Nel secondo caso, però, il bey non viene ingannato, poiché coglie subito il potere di un racconto e del suo autore. Ne carpisce le sfumature e lo spirito più profondo, andando oltre la superficie ed entrando in contatto con l’essere umano che ha di fronte. Per quanto su piani opposti della scala sociale, Miguel e Hasan si trovano, si toccano, si trasfigurano. E viene naturale, a un certo punto, domandarsi chi sia il vero prigioniero. L’uomo che vive in catene ma è libero nel pensiero o quello con tutti gli agi a sua disposizione ma dalle cui decisioni dipende un popolo intero?...

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Pur in un film imperfetto, Alejandro Amenàbar riesce a far luce sulla biografia di Miguel De Cervantes, rappresentando una lotta per la libertà in condizioni difficilissime, con il solo uso della parola e della propria forza interiore.

Tra tutte le scene, forse le più espressive sono proprio quelle in cui Miguel è libero di uscir fuori dal palazzo – anche per poche ore – e visitare con occhi pieni di stupore la città di Algeri. Il regista riesce ben a raffigurare il desiderio semplice di libertà: la catena al piede spezzata, i colloqui con i mercanti, il desiderio di scoprire una cultura diversa, senza, tuttavia, smarrire sé stessi. Per concludere, la storia sentimentale e quella di formazione biografica non sempre si armonizzano, ma il messaggio sulla libertà di coscienza e sull’importanza dell’arte e della parola echeggia attraverso il lungometraggio in maniera chiara e palpabile.

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giovedì 18 giugno 2026

L'Isola di Andrea - Antonio Capuano

l'ultimo film di Antonio Capuano (un grande maestro, secondo Sorrentino) è la storia di una separazione fra i due genitori di Andrea, un bambino che non capisce troppo bene cosa succede, tirato per il braccio dal babbo e dalla mamma.

i due genitori sono interpretati da Teresa Saponangelo e Vinicio Marchioni, bravissimi, tormentati e un po' confusi (come Andrea, d'altronde).

un altro importante film di Antonio Capuano, non deluderà nessuno.

buona (separanda) visione - Ismaele


 

È una storia semplice”, dice Capuano “ben consapevole che la semplicità è la cosa più complicata da rappresentare”. Il matrimonio tra Guido e Marta è ormai alla fine. I due sono in disaccordo sull’affidamento del figlio di otto anni, Andrea, su quanti giorni il bambino debba trascorrere con la madre e quanti con il padre. Perciò si rivolgono al giudice, che li rinvia alla consulenza tecnica di una psicologa. Il film segue rigorosamente la scansione di questi incontri. E sono momenti in cui i genitori, tra parole e reticenze, tic e intercalari, mettono a nudo fragilità, rancori, incomprensioni ed egoismi. Mentre Andrea, con la sua irrequietezza ingestibile, scostante, persino antipatica, mostra tutti i segni di una confusione e di una sofferenza che non sa esprimere a parole. Se non per pochi accenni alla sensazione di una solitudine profonda. Come quando chiede in regalo un pappagallo così da poter parlare con qualcuno. È lui, naturalmente, il personaggio a cui Capuano riserva l’attenzione più delicata. Ma la sua comprensione della vita vissuta non può che scavare anche nelle verità di Marta e Guido.

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…Coraggiosamente Capuano offre la scena principale del confronto ad una coppia che nella sua interazione ha smarrito non solo qualsiasi residuo di romanticismo e di affetto, ma ha azzerato  il minimo comune denominatore di un rispetto concepito non in quanto astratto e formale principio da rispettare; i confini delimitati e  talvolta superati sono quelli tangibili e attraversabili del contatto fisico e ambientale, le forme di dipendenza e di strumentalizzazione psicologica ed emotiva, l’appropriarsi di una visione del proprio partner che logora il tarlo della paranoia e nutre la bestia del disprezzo.

La parte maschile, ancora una volta, è portatrice di un carico di frustrazioni talmente debordante da inquinare con la reattività dell’agire e la passività dell’indolenza ogni possibile combinazione, direzione, trasformazione alternativa al costrutto di una trinità socioculturale: padre, madre, figlio. Come sempre, però, non viene data la sponda facile e rassicurante della spiegazione e del giudizio, in quanto i comportamenti dell’uno e dell’altra sono filmati nella stratificazione di ambiguità, contraddizioni, spiazzamenti. Momenti di tracimante tensione raffreddati e rimandati al mittente di un’istanza anti retorica nel modo di vedere la storia di un divorzio. E, cacciata dal portone utilizzato con troppa frequenza come transito dell’abuso narrativo, l’emozione scarna e diretta, in carne e ossa,  ritorna nel ritmo serrato, nella trasfigurazione iperrealista delle luci, nella presenza e nella performance degli interpreti: Vinicio Marchioni fa Guido con quella misurata dose di aggressività e remissività, la spregiudicatezza da tramontato maschio alfa e la vulnerabilità da spaurito Homme blesséTeresa Saponangelo svetta al contrario  in frammenti di sensualità e visceralità, prima di ricoprirsi del manto da signora borghese combattuta tra il materno slancio affettivo e l’ amara recriminazione muliebre…

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Poco per volta, in questo campo controcampo ideale tra un uomo e una donna che si stanno separando, ci si rende conto di come si tratti di due figure solinghe, chiuse nei rispettivi automatismi mentali oramai logori e sclerotizzati. Sono in ogni caso loro l’epicentro dell’interesse di Capuano, anche se progressivamente si fa largo l’incattivito Andrea, irrequieto e impossibilitato a essere gestito, anche perché poco compreso e ancor meno ascoltato. L’isola in cui si trova recluso Andrea non c’è, come quella di Peter Pan cantata da Edoardo Bennato – e nel film il brano è presente in una versione a dir poco fondamentale per comprendere il senso dell’opera; Capuano, che non ha paura delle derive schizoidi di ciò che sta portando in scena, continua imperterrito a sterrare il terreno narrativo per cercare di cogliere le profondità più angosciose di quello che a prima vista potrebbe apparire come un racconto normale, quasi quotidiano. Le divagazioni e gli apparenti cortocircuiti di alcune situazioni sono utili ad acuire questo stato di perenne instabilità in cui si trovano non solo i personaggi ma anche gli spettatori, pervasi sempre più da uno stato di sottile e persistente angoscia. Si parlerà molto, ed è con ogni probabilità inevitabile, di una precisa scelta narrativa de L’isola di Andrea, ma a togliere il fiato è soprattutto la capacità di Capuano di muoversi su un registro espressivo così scivoloso con una naturalezza sempre stupefacente, evitando ogni forma di ridondanza o di retorica. Perché basta un primo piano su un bambino che canta, e uno sfondo di cielo nuvoloso, per scardinare le resistenze del pubblico.

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Negli interpreti, si ritrova invece il nucleo più autentico della pellicola. Teresa Saponangelo e Vinicio Marchioni, nel ruolo dei genitori, incarnano con trasporto questo doppio registro, tra quotidiano e visionario, restituendo al contempo la stanchezza, la rabbia, ma anche l’intensità di un legame esausto. Il figlio Andrea rimane una presenza sospesa, figura di un’infanzia che comprende più di quanto lasci percepire. In questi volti - inquieti, vulnerabili, attraversati da brevi attimi di verità - si avverte la mano di un autore ancora attento all’umano.
Eppure, è sul piano della messa in scena che "L’Isola di Andrea" mostra le sue più evidenti fragilità. La scelta della luce naturale, l'implementazione della camera a mano, gli interni domestici, la quasi totale assenza di accompagnamento sonoro: scelte che rimandano a un’idea di cinema spoglio, quasi documentaristico, ma che rischiano di trasformarsi in povertà visiva. I volti, anziché emergere, si perdono in controluce, le oscillazioni di macchina diventano intrusive, la composizione delle immagini appare spesso disordinata. La semplicità, anziché rivelare l’essenziale, scivola in un’estetica imprecisa, di cui traspaiono più i limiti tecnici che una poetica consapevole. A ciò si aggiunge una certa dissonanza tra lo sguardo e l’oggetto narrato: la rappresentazione dell’infanzia, in particolare nel rapporto con le tecnologie e con il mondo contemporaneo, evidenzia un’ingenuità sincera ma quasi disallineata con il presente, a tratti retorica…

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