il film è tutto nei personaggi interpretati da Marcello Mastroianni e Jack Lemmon, il film non sarà un capolavoro, ma vedere loro due insieme, in una sceneggiatura di Ettore Scola e Ruggero Maccari, è proprio un regalo.
Una gustosa commedia, interpretata con grande
convinzione da due "mostri sacri" del cinema, Marcello Mastroianni e Jack Lemmon in piena forma, che il
regista Ettore Scola ha saputo dirigere con sapiente
maestria, nonostante i ruoli tanto distanti e non facili: un americano e un
napoletano devono confrontarsi, dopo quarant'anni, su una vicenda che per il
primo non esiste più nella sua memoria, mentre per il secondo è stata una delle
sue ragioni di vita, dettata da un altruismo facilmente riscontrabile in ambito
partenopeo…
La storiella può sembrare all'acqua di rose ma
Scola ha saputo dirigerla con delicatezza, gusto e humor.
Un americano torna a Napoli dopo
quarant'anni e ritrova il fratello della sua fidanzata di allora. Si accorge
quindi che quest'ultimo gli ha costruito addosso un personaggio eroico che non
esiste ed ha anche scritto delle lettere inventate...
La storiella può sembrare all'acqua
di rose ma Scola ha saputo dirigerla con delicatezza, gusto e humor. I
personaggi sono tutti ben costruiti, il ritmo regge bene e Mastroianni e
Lemmon, insieme, sono uno spettacolo unico al mondo.
Sicuramente Ettore Scola ha fatto film migliori,e
non mancano le banalita'in questa commedia motlo napoletana su un'amicizia tra
l'impiegato partenopeo Antonio Cifariello (Mastroianni) e il manager
Robert(Lemmon). Ma "Maccheroni" e'un film che,nonostante in alcuni
momenti lasci trasparire una confezione televisiva,ha anche momenti
toccanti,battute memorabili ("L'amicizia serve a non rompere i coglioni
agli amici") e il duello amichevole,tra due grandissimi della
recitazione. Cinema di sentimenti ma non di sentimentalismi,il film di Scola
e'gradevole,che certamente poteva risultare un capolavoro, ma forse il regista
avellinese si e'lasciato "corrompere" dalla bravura dei suoi
splendidi interpreti: e quando il film si conclude, ci si scopre anche nostro
malgrado un po'commossi.
…La storia è quella di un impiegato
napoletano che per quarant’anni ha scritto finte lettere ai familiari
spacciandosi per il giovane soldato americano che ebbe un flirt con la di lui
sorella; quando l’americano giunge a Napoli, ormai ricco industriale
sessantenne, scopre la verità e un affetto sconfinato da parte della comunità.
Perché tutto ciò è accaduto?
La trama, di un’esilità abbastanza
palese, è l’occasione per affrontare almeno tre temi: Napoli, raffigurata con
le luci sporche di Claudio Ragona, nei suoi aspetti più antiretorici ed
inconsueti; i sentimenti senza doppi fini, presi per ciò che sono e nella
dimensione più intima e sincera; la sceneggiata napoletana che
si incontra col melodramma moderno a sua volta contaminato con la commedia
all’italiana e con il camorra movie…
…Sono pochissime le scene in cui si
nota il tocco profondo di Ettore Scola, come ad esempio nella scena del
pre-finale, in cui il regista riesce a ritrovare il tatto filmico adeguato,
sapendo dosare l’emozione, a cui si aggiunge la bravura dei due attori, che
finalmente trovano il giusto equilibrio recitativo. Sullo sfondo di questo inno
all’amicizia, appare Napoli. La città partenopea non ha la funzione di semplice
fondale, ma diviene quasi sineddoche dell’intero paese Italia degli anni Ottanta.
Ettore Scola non abbellisce completamente Napoli abbellita, perché cerca di
mostrarcela con i suoi problemi quotidiani, ad esempio il grottesco traffico
napoletano o la camorra (benché argomentazioni rappresentate in modo
velleitario), però non riesce ad evitare i dozzinali luoghi comuni sulla città
campana, come la presenza del presepio, l’intonazione della canzone napoletana
oppure il babà, come attesta la scena in cui Mastroianni decanta a Lemmon un
“ode” al maxi super babà tipico di Napoli.
Ho
conosciuto Silvano Agosti presentandogli AldaMerini, fu
un incontro spettacolare tra due anime e due corpi meravigliosi (i poeti sono
tutti belli), portai la signora Merini a vedere La seconda ombra, il
film che Silvano dedicò al suo amico FrancoBasaglia, un altro
grande liberatore. Silvano le schioccò un bacio portentoso sul volto e Alda
esclamò: “Ma che bacio eclatante“.
Eclatante,
poteva scegliere tra mille aggettivi, scelse “eclatante”. Perfetto, non poteva
dirlo meglio. I poeti hanno questo di meraviglioso: sanno scegliere le parole
giuste. E provate ad ascoltare Silvano Agosti quando parla di libertà, della
nostra libertà, la libertà che ci è dovuta e che dobbiamo conquistare ogni
giorno, non c’è una parola fuori posto, e i concetti più complessi
diventano magicamente lievi come il volo di una farfalla.
Quell’incontro
tra due titani gentili è un mio vanto, ne sono stato l’artefice, ma la cosa che
mi colpì di più furono le parole che mi disse Silvano: “Sento che tra noi due
sta per nascere una bellissima amicizia”. Era il Duemila, sono passati 26 anni,
26 anni di un’amicizia inestinguibile. Pensate all’emozione per un filmmaker
dilettante come me, sentirsi dire queste parole da un poeta del cinema; dico
sempre che la mia scuola di cinema è stata Silvano Agosti, passare con lui
giornate deliziose a Roma o a Milano,
osservarlo, filmare il suo sguardo che si posa sul mondo per ricrearlo,
sentirlo dire: “Guarda quei piccioni, camminano tutti con le mani in tasca”,
tutto questo ha più valore di cento lezioni sul piano sequenza o il montaggio
alternato.
Uno dei
ricordi più suggestivi (tra i tanti) è stato vederlo uscire dalla presentazione
del suo libro Lettere dalla Kirghisia alla Feltrinelli di piazza
Piemonte, dopo essere stato più di un’ora a firmare il libro e a trovare per
ogni copia una dedica speciale, Silvano aveva la vescica piena e doveva
fare la pipì, capita anche ai poeti di fare la pipì, eravamo proprio fuori
dalla libreria, vicino a un’aiuola in mezzo al traffico, l’ho visto tirare giù
la cerniera e svuotarsi allegramente su un docile e accogliente alberello, come
un fanciullo innocente, intoccabile da qualsiasi multa, puro come un sogno, e
mi sono detto: “E’ immortale, non poteva che fare la pipì così, è un
poeta”. Poi ha accarezzato l’erba per asciugarsi le mani, ha raccolto tre
piccole margherite e me le ha donate.
Le volte che
ha dormito a casa mia, l’ho visto togliersi un calzino e metterlo delicatamente
sul cuscino mentre mi parlava di Fellini, e ho pensato: “Ecco che cosa voleva
dire Mallarmé quando dice ‘il fantasma di un gesto’.” La mattina, prima di
ripartire per Roma, mi lasciava sempre una composizione colorata di peperoni
sul tavolo, con un biglietto di ringraziamento per l’ospitalità. I fiori
sarebbero stati banali, niente fiori, peperoni. Ecco che cosa hanno di
straordinario i poeti, tisorprendono, ti lasciano a bocca
aperta, fanno sempre qualcosa d’insolito che ti resta dentro e che ti
suggerisce un altro modo di vivere, di stare al mondo, un altro modo di pensare
e di godere, godere di ogni attimo che ci trafigge con amore.
Silvano è un
genio della libertà, stare vicino a lui ti fa sentire possibile questa
fantomatica felicità che tutti cercano, ti fa capire che la felicità non è
nulla di estatico o eclatante (come direbbe Merini), me lo insegnò una notte,
bevendo alla fontanella che sgorga vicino al suo cinema Azzurro Scipioni,
“Sai, Riccardo, la felicità non è un fenomeno isterico, non significa fare
salti di gioia, la felicità è la cosa più semplice e naturale che ci sia, ti
devi immaginare di avere una macchina con la benzina, le ruote gonfie, poi
infili le chiavi, metti in moto e vai, tutto qui”. Nonostante i rincari del
carburante, penso sia la definizione di felicità più bella che abbia mai
sentito.
Ridendo e
scherzando Silvano è arrivato a 88 anni, età ancora acerba per lui che vuole
dimostrare che un uomo felice può in tutta tranquillità spegnere 140 candeline,
se non 150. Del resto che cosa vuoi dire a un uomo che sulla sua lapide vuole
incidere questa frase: “Torno subito”. Che altro c’è da aggiungere?
Solo la
vita. Nient’altro. Ho saputo che recentemente Silvano ha ricevuto un premio
dalla Fedic, la federazione italiana dei cineclub, ecco a voi la
motivazione: “Per una vita dedicata a un cinema libero, radicale e
indipendente, capace di interrogare il potere, difendere l’autorialità e fare
della cultura cinematografica uno spazio di libertà”. Mi sembra un’ottima
motivazione, è vero, Silvano ha sempre interrogato il Potere e lo ha sempre
rimandato a settembre, chissà, magari un giorno anche il Potere si risveglierà
fanciullo e verrà finalmente promosso… nel regno dei viventi.
tratto da un romanzo di Alberto Capitta, Alberi erranti e naufraghi, (che è piaciuto molto a Goffredo Fofi) il film è un oggetto strano nel cinema italiano.
un film come questo solo Alice Rohrwacher, mi sembra, può farlo, e l'ha fatto, Lazzaro felice.
la storia di Alberi erranti è una storia di potenti arroganti e violenti (il fascismo sarà la loro casa) contro i diversi, Giuliano e il babbo, e di sopraffazione verso Maddalena (Giulia Maenza, già protagonista di Orfeo), e la resistenza al male di Giuliano e Maddalena.
e poi ci sono i bambini e le bambine (che salveranno il mondo).
il film dura tre ore, che non stancano per niente.
il direttore della fotografia del film è Francesco Piras, il regista di Zustissia.
Alberi erranti è un film da non perdere (come pure il libro di Capitta).
buona (realistica e fantastica) visione - Ismaele
da
un’intervista a Salvatore Mereu:
…Un altro elemento ricorrente
nel suo cinema è l’attenzione per l’infanzia e l’adolescenza. Da dove nasce
questa sensibilità?
‘È un interesse che attraversa
molte delle mie scelte narrative. Forse perché l’infanzia e l’adolescenza sono
età che ho già vissuto e che, proprio per questo, sento di avere maggiori
possibilità di raccontare rispetto a una stagione della vita che deve ancora
arrivare’.
In Alberi erranti la
natura non è soltanto un paesaggio, ma sembra proporre un modello alternativo
di società. Piero e Giuliano si prendono cura degli animali feriti, mentre chi
rappresenta il potere economico considera intollerabile la loro esistenza. Più
che tra natura e civiltà, il conflitto sembra essere tra possesso e cura.
Quanto c’è di politico in questa contrapposizione?
‘Credo che il film sia fortemente
politico, pur senza essere ideologico o aderire a una precisa visione di parte.
Affronta una serie di questioni aperte che ci riguardano da vicino.
Una di queste è il mondo che stiamo consegnando alle generazioni future.
Abbiamo ereditato un patrimonio ancora relativamente integro, che non ci
appartiene e del quale dovremmo considerarci soltanto custodi temporanei.
È come una lunghissima staffetta cominciata diecimila o quindicimila anni fa,
della quale qualcuno sembra essersi dimenticato.
Non riguarda soltanto la cannibalizzazione del territorio, ma anche quella
delle nostre vite e del nostro modo di pensare.
Questa dinamica può manifestarsi persino nel microcosmo familiare. Il rapporto
con chi ci mette al mondo e ci indirizza può essere fecondo, ma anche violento,
come accade a Emilio. Sono questioni profondamente umane e, proprio per questo,
politiche. Ritengo che Alberi erranti
porti avanti questa riflessione senza proclami, lasciandola emergere dal
racconto’…
Sardo, proprio come Antonio Cabiddu, Bonifacio
Angius, Peter Marcias e diversi altri registi che hanno saputo lasciare un
segno importante, nel cinema italiano di queste ultime decadi, Salvatore Mereu
si è sempre fatto promotore di un cinema ruvido, urticante sul piano dei
contenuti e rigoroso a livello formale. Volendo, sin dal lungometraggio
d’esordio Ballo a tre passi, che trionfò alla 60esima Mostra Internazionale
D’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Settimana Internazionale della
Critica, assicurandogli poi nel 2004 un altro riconoscimento molto
ambito come il David di Donatello per il miglior regista esordiente. Ma
ricordiamo con estremo favore anche i successivi Sonetàula (2008) e Bellas mariposas (2012)…
…Se in Assandira, Mereu si confrontava con la fine della
tradizione isolana davanti allo sviluppo della modernità, in Alberi erranti
trova spazio per la resistenza attraverso la fiaba e lo spiritualismo. Il
rapporto con la terra, autodistruttivo per il protagonista incarnato da Gavino
Ledda, evolve in una comunione più ampia con il territorio, e l’impossibilità
di lasciare da parte la tradizione diventa recupero del folklore attraverso il
nomadismo. Tutto questo trova sintesi visiva nel simbolo della sedentarietà, la
sedia che Giuliano si porta alle spalle durante la ricerca del padre, e che
lascia per diventare a sua volta la figura genitoriale dei ragazzi sperduti.
Alberi erranti si dimostra un’opera
complessa, ambiziosa, un film fiume che rappresenta un’evoluzione per il
regista e una sfida di partecipazione per il pubblico. Il Nuovo Cinema Sardo,
di cui Mereu è rappresentante, continua a dimostrarsi in grado di utilizzare il
racconto di radici e ferite regionali elevandole ad allegoria universale.
…Il settimo lungometraggio di Salvatore
Mereu ci parla di «tutte le creature costrette a correre e a
nascondersi», per le quali «non
ci sarà mai pace», perché da ogni stazione di serenità si finirà un giorno
con l’essere espulsi, costretti a mettersi nuovamente in cammino: ce lo dice il
film riprendendo le parole del romanzo
di Alberto Capitta a cui è ispirato.
In quelle pagine il cineasta (vincitore alla
Settimana Internazionale della Critica e ai David di Donatello con l’esordio
del 2003 Ballo a tre passi) ha
riconosciuto la “sua” Sardegna,
già raccontata nei precedenti film, ma stavolta come «luogo
dell’anima», che «affonda
direttamente nel mito» e «può essere
palcoscenico del creato».
Sono infatti rarefatte quasi come quelle di
una fiaba le coordinate
spazio-temporali del lungometraggio, ridotte a poli
essenziali quanto universali ed evocativi: il centro abitato, la
campagna-periferia, il mare (nella toccante scena tra Giuliano e Piero al
termine della parte iniziale), la selva, le case che già dicono tanto dei
diversi e contrapposti modi di pensare e vivere dei personaggi...
…La componente arcaica e tradizionalista
si lega al mondo infantile: il film si caratterizza per numerosi personaggi
bambini, intendendo con questo concetto sia i molti attori in età infantile che
la capacità degli adulti di sorprendersi e di gioire per le piccole meraviglie
che la realtà offre. Si tratta dunque dello sguardo carico di meraviglia che
contraddistingue non solo Giuliano, tanto che questo personaggio finisce per
vivere in un mondo fatato composto da una comunità di bambini radicati in un
bosco magico, ma anche di Maddalena, trait d’union fra i mondi contrapposti rappresentati dalle due
famiglie e che, non a caso, al termine del film sceglie il giovane Arca come
compagno…
…Alberi erranti è una favola profondamente toccante che racconta
le difficoltà dell’essere sé stessi all’interno di una società che ci vorrebbe
mansueti, dei bravi soldatini che seguono le regole senza porsi troppe domande.
Il coraggio e la determinazione con la quale Giuliano porta avanti il suo sogno
di vivere in un mondo in cui la diversità non sia motivo di esclusione, ci
tocca nel profondo. Fra speranza e disperazione, Alberi erranti parla di quanti non hanno la possibilità di
mettere radici e sono costretti a vagare per il mondo senza meta nascondendosi
negli angoli oscuri per poter riprendere fiato.
…Sotto
la superficie fiabesca, Alberi Erranti affronta il rapporto tra
le generazioni e il diritto dei figli di scegliere la propria identità. I Nonne
difendono un ordine fondato sull’esclusione, mentre Piero offre a Giuliano un
modello di vita alternativo, vicino alla natura e distante dalle convenzioni.
La scomparsa del padre obbliga il ragazzo a
trasformare ciò che ha imparato in una scelta personale. Il suo viaggio diventa
così un percorso di crescita, nel quale amore e ricerca delle proprie origini
si intrecciano. Anche la comunità di rifugiati rappresenta una possibilità
concreta di appartenenza, al di fuori delle strutture che hanno prodotto
sofferenza.
Il film di Salvatore Mereu trova nella natura
il principale veicolo della propria riflessione, alternando suggestioni
simboliche e violenza concreta. La sua dimensione poetica accompagna una storia
che invita a prendere le distanze dalle aspettative altrui e a riconoscere il
valore delle proprie inclinazioni.
Gli alberi del titolo evocano lo sradicamento e la
ricerca di una nuova casa: essere erranti significa perdere punti di
riferimento, attraversare luoghi ostili e trovare il coraggio di cambiare
direzione. Alberi Erranti affida così alla libertà di scegliere
il proprio cammino il suo messaggio più significativo, ricordando quanto sia
difficile costruire la propria identità in un mondo che teme ciò che è diverso.
a Napoli c'è davvero una zona che si chiama Paradiso, abitato da indiani, un enclave ben integrata.
un ricercatore (il bravissimi Gianfelice Imparato) cerca una raccomandazione presso un politico camorrista, e da lì nasce l'avventura, fra solidarietà e rischio di essere ammazzati.
opera prima di Paola Randi, riuscita perfettamente.
buona (pericolosa) visione - Ismaele
Almeno stiamo facendo un tentativo di cinema diverso e non
allacciato al dramma, come l'argomento propone a piene mani e senza disminuire
i problemi che avvolgono il racconto, ma solo narrarli in maniera diversa, come
in altre cinematografie già avviene da anni. Noi italiani che veniamo proprio
dalla commedia all'italiana, che è stata un po' il capostipite di un racconto
amaro ironico, e che ne abbiamo fatta una bandiera nazionale e in parte
internazionale, lo avremmo dovuto scoprire da un bel po'. E' un film di esordio
per Paola Randi, che certamente ha difetti di sceneggiatura, più che di regia,
che fanno disperdere qualcosa di cruciale in varie fasi del racconto, ma l'idea
regge in pieno, collocandoci con un sorriso quasi naif di fronte ad una
situazione di corruzione politica, di trama camorristica, di convivenza, di
problemi di immigrazione, sia in entrata che in uscita. Un manifesto della
nostra società messa a confronto con i luoghi comuni degli altri, le mentalità
vecchie messe a confronto con le nuove, dovutesi formare con la realtà che ci
circonda…
…Into Paradiso
è peraltro uno di quei film a cui risulta difficile avanzare delle critiche,
perché sembra quasi che, facendole, non si comprenda o non si condivida il suo
“messaggio”, che è un messaggio di speranza (sulla possibilità di una riscossa
civile della città di Napoli nei confronti della criminalità organizzata e
verso la reciproca comprensione tra italiani e immigrati). Messaggio
condivisibile e necessario, ma che il film esprime in modo assai didascalico.
…Commedia ben lontana dalla presunzione di voler
riscrivere il genere, Into Paradiso
ne asseconda i tratti caratteristici puntando però all’atipicità: in questo
senso talvolta il film pare perdere la messa a fuoco dei propri obiettivi,
perdendo in efficacia. La scrittura solida e dialoghi ben scritti rappresentano
una stabile àncora per l’opera, che predilige uno schema lineare dove
ogni elemento appare congeniale all’assecondamento dei dati della storia (ne
sono un lampante esempio le musiche composte da Fausto Mesolella , che giocano
sul tema della contaminazione sonora e della “simulazione” dell’esotico). Con tutte le giustificabili incertezze di un
esordio, Into Paradiso è un progetto interessante, magari
non propriamente costante nel proprio sviluppo espressivo, ma senz’altro abile
nell’amalgamare elementi formalmente differenti trasformandoli in un tutt’uno
solo relativamente omogeneo – in perfetta armonia quindi con il sottotesto
sociale narrativo della vicenda. Paola Randi firma un ritratto metropolitano
originale, lavorando sul materiale partenopeo autentico per trarne una Napoli
nuova, immaginaria ma realistica: sullo schermo prende forma una lettura
accattivante della socialità multietnica penalizzata da un’aritmicità di fondo
che rende meno fluida del previsto la fruizione.