domenica 5 luglio 2026

Lady Nazca - Damien Dorsaz

la realtà supera la fantasia, il film racconta lascoperta e il recupero e la conservazione delle linee di Nazca, in Perù.

Maria Reiche (interpretata da una bravissima Devrim Lingnau) intuisce che quelle linee sono importanti, e testardamente fa di tutto per salvare quel patrimonio dell'umanità, contro tutti.

un bel film da non perdere.

buona (testarda) visione - Ismaele


  

Il film è silenziosamente incantevole, e la sua grazia non va confusa con la gentilezza innocua. Al contrario, proprio nella sua misura raccolta, Lady Nazca – La signora delle linee esercita una forma di resistenza al rumore contemporaneo, al bisogno costante di spiegare, accelerare, emozionare. In tempi dominati da narrazioni sempre più aggressive e da un immaginario audiovisivo che fatica a concedere spazio alla durata e alla contemplazione, questa opera sceglie di essere un balsamo senza diventare evasione, di offrire bellezza senza sottrarsi alla responsabilità della storia. C’è qualcosa di profondamente commovente in questo modo di fare cinema: un modo che non urla il proprio impegno, ma lo lascia emergere dalla relazione paziente tra un volto, un deserto e le linee millenarie che li attraversano entrambi. Più che una biografia, dunque, Lady Nazca – La signora delle linee è una meditazione sulla memoria, sul rispetto e sulla resistenza. Rende omaggio a una donna che ha scelto di proteggere il passato perché il futuro non lo smarrisse del tutto, e nel farlo interroga anche noi: la nostra capacità di custodire ciò che non produce profitto immediato, di riconoscere la bellezza dove non coincide con lo spettacolo, di comprendere che alcune vite contano non per il clamore che generano, ma per la dedizione silenziosa con cui difendono ciò che il mondo, lasciato a se stesso, finirebbe per dimenticare. In questo sta la delicatezza e insieme la profondità del film: nel ricordarci che i veri gesti eroici non hanno la forma dell’impresa, ma quella più austera, più rara e più vulnerabile della veglia.

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Monumentale. Non il film, che è un gran bel film, ma Maria Reiche. Perché la donna merita un monumento, perché è unastoria biografica monumentale, perché la studiosa è l’emblema della donna che combatte contro tutti affermando non solo le sue intuizioni ma anche il suo essere donna, senza voler essere, almeno all’inizio, una femminista nel senso classico, ma per affermare la propria persona e le identità di visione scientifica che l’hanno spinta fino ad un limite che lei stessa neanche conosceva. Andava avanti nelle sue ricerche e nelle sue convinzioni solo perché non vedeva altre strade da percorrere, rinunciando a tutto, persino all’affetto della sua cara compagna. Per tutto ciò, monumentale….

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Maria ha avuto qualcosa, all’inizio, che somiglia ad un’allucinazione, ad una magica intuizione, vedendo dall’alto di un dirupo, durante un’escursione con Paul, strane linee a raggera perdersi verso l’orizzonte.

E’ giovane, poco più che ventenne, dedicherà tutta la sua vita a quelle linee di cui capirà il mistero, la forma complessa, la bellissima costellazione disegnata nella sabbia.

Dopo dura battaglia la zona sarà dichiarata patrimonio dell’umanità e protetta da leggi, ma Maria non si sposterà più di là, la sua tomba è vicino alle sue linee.

Una lotta impari contro la società degli uomini e dei politici è stata coronata da vittoria perenne.

Inutile rivelare qui il mistero, si priverebbe la visione del suo alto gradiente emotivo, possiamo solo dire che la scena di Maria che capisce, di fronte al sole che tramonta, illuminando il tracciato della riga, commuove, trascina, fa pensare che non tutto è perduto se una piccola donna e poverissimi Quechua hanno insegnato all’uomo per cosa è giusto vivere.

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…«Ho conosciuto Maria Reiche nel 1996, durante un viaggio in Perù. Nel mio diario di viaggio scrissi allora: “Per i peruviani, Maria Reiche resterà sempre la donna che ha scoperto e amato la loro cultura. Per il mondo, sarà la pioniera di Nazca. Per me, è la donna che non consuma il mondo, ma lo nutre e ne fa parte; sarà sempre la donna che mi ha reso consapevole della forza della mia vita e di ciò che posso farne.” Ciò che mi interessava erano la forza e l’energia che scaturiscono dalla vita di questa donna. Ed è proprio questa forza che ho voluto trasmettere al pubblico.» (Damien Dorsaz)

«L’intimità e la dimestichezza del regista con la protagonista, i suoi spazi e le sue linee, è netta ed inequivocabile. Oltre ad intercettare tematiche attuali come quelle ecologiche e femministe, Lady Nazca. La signora delle linee è un film ispirato anche nelle coincidenze fortuite, come la libellula che si posa su Maria durante il bagno in uno stagno. Con sensibilità, Dorsaz accompagna la protagonista Devrim Lingnau nella sua scoperta e nel suo percorso di consapevolezza.» (Leonardo Ricci Lucchi, Sentieri Selvaggi)

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sabato 4 luglio 2026

Charlatan - Il potere dell'erborista - Agnieszka Holland

un erborista riesce a curare molti malati analizzando l'urina dei pazienti, tutto va bene, fino a che il potere politico decide di decretare la fine dell'attività.

Mikolášek è un personaggio non facile, sicuro di sè, devoto al giuramento di Ippocrate (anche se non è medico), e però le cose si complicano, e Mikolášek non riesce a gestire tutto al meglio, purtroppo.

Agnieszka Holland è brava come sempre, come pure gli attori.

buona (curante) visione - Ismaele



La visioni registica di Holland è geometrica, austera, elegante e spietata come la realtà all'interno della quale si muove Mikolášek, cui si contrappone la presenza vitale e generosa di Palko, uomo del popolo animato da slanci impetuosi e incapace di calcolo. Dai totali filmati dall'alto ai primissimi piani di Jan e Frantisek, Holland gestisce lo spazio con competenza e metodicità, raffreddando intenzionalmente il potenziale incandescente (e sensazionalistico) della storia, pubblica e privata, che racconta.

Ancora una volta la regista estrae dall'oscurità una figura storica poco conosciuta e ne fa la metafora di un secolo, e di un comportamento umano, ancora tutti da esplorare. La fotografia desaturata di Martin Strba, la scrittura calibrata di Mark Epstein e le ottime interpretazioni di Ivan Trojan e Juraj Loj nei ruoli di Jan e Frantisek sono a servizio della sua visione nitida e rigidamente controllata come il carattere di Mikolášek, e il passo lento e grave è necessario per raccontare un'epoca già lontana ma ancora così determinante del futuro a seguire, e del nostro presente.

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…Il nuovo film della Holland si configura dunque ben più che come una semplice biografia. La volontà di ricostruire un’epoca e la sua atmosfera è riscontrabile nell’opprimente modo in cui i personaggi vengono inquadrati, nei colori spenti e nell’austerità della messa in scena. Tutto tende a suggerire l’idea di contesto cupo, dove ognuno è in costante pericolo. Per contrasto, i ricordi di giovinezza di Mikolášek sono ricchi di colore, di luce, di bellezza. Sono scene che sanno di aria fresca, uno stacco necessario prima di rigettarsi negli abissi della tensione degli anni Cinquanta.

Se da un punto di vista dell’immagine Charlatan è dunque particolarmente curato, non lo stesso si può però dire di determinate scelte narrative. Nel ritrarre gerarchi nazisti e funzionari comunisti si avvertono delle semplificazioni eccessive, che non permettono di dar vita ad un significativo cambio di prospettiva a riguardo. L’impressione dunque è che, alle prese con questioni particolarmente importanti e da riscoprire, la regista confezioni un film esteticamente attraente e con un protagonista estremamente interessante, senza avere però qualcosa di nuovo da dire.

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Charlatan: Il potere dell’erborista è un film affascinante e complesso che va oltre il semplice racconto biografico e che diventa al contempo uno spunto di riflessione più ampia sulla natura del potere, della fede e della morale. Agnieszka Holland, con una regia intensa e sensibile, dipinge un ritratto di un uomo che vive nel perenne conflitto tra l’ombra e la luce, tra la necessità di proteggere i propri doni e l’incapacità di evitare il giudizio altrui. Mikolášek non è solo dunque un eroe tradizionale, ma anche è sopratutto un simbolo universale della complessità umana: fallibile, straordinario, enigmatico.

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La vita tutta protesa all'aiuto verso il prossimo, ma anche disposta a scendere a compromessi ed incapace di amare senza l'impeto da rettile di prendersi ciò che è proprio e fagocitarlo a danno degli altri, disegnano le luci ed ombre di una figura tutta contraddizioni e ambiguità, che l'attore Ivan Trojan riesce lodevolmente a far emergere durante il racconto, filmato con la calligrafica, lodevole precisione anche scenografica a cui la prolifica ed affidabile autrice di Europa Europa, Olivier Olivier, Poeti dall'inferno, The Spoor e tanti altri film, ci ha abituato da ormai oltre un trentennio di costante lavoro sui personaggi e sul contesto storico che li corconda.

Dalla Holland inutile aspettarsi sottigliezze narrative e raffinatezze tecniche di rappresentazione, così come novità stilistiche: l'autrice predilige una certa linearità di racconto che dà la precedenza alla presa emotiva, ma si riconduce anche stavolta ad un risultato efficace e solido, in grado di raffigurarci senza inutili didascalie un personaggio davvero complesso, indecifrabile, sintesi indistricabile di bene e male fusi in un corpo ed in una personalità di fatto fuori dal comune per sensibilità ed abilità pratiche e diagnostiche.

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venerdì 3 luglio 2026

Kontinental '25 - Radu Jude

a Cluj, seconda città della Romania, in Transilvania, territorio ungherese un secolo prima, il capitalismo immobiliare corre come dappertutto, e non fa prigionieri.

Radu Jude ci racconta una storia romena ma potrebbe essere italiana, al 100%, in comune c'è la speculazione immobiliare, ragazzi che hanno studiato, ma il lavoro che trovano è il rider, nulla più, e poi ci sono i preti, refugium peccatorum, provate a far parlare in romano, anzichè in romeno, e vediamo chi capisce la differenza.

a Cluj i lavori "migliori" sono quelli degli schiavi da ufficio delle multinazionali di rapina.

Orsolya è uno di quei dipendenti che fanno il lavoro sporco per i padroni lontani e a lei restano i dubbi etici, che la legge assolve, ma la sua anima è turbata.

la Romania (e tutto il mondo) è in una crisi dove il 99% delle persone non sta bene.

Radu Jude è sempre più bravo, non fa film inutili, sono pieni di sostanza, realismo, cattiveria, ironia, con attori bravissimi, nelle sue mani.

un film da non perdere, come capita sempre ai suoi film.

buona (capitalistica e non etica) visione - Ismaele


 

 

…Pur meno caleidoscopico dei suoi capolavori recenti, Kontinental '25 porta tutti i segni del genio di Jude, con un'elegante struttura bipartita e il consueto gusto per l'assurdo che lascia nella memoria immagini (si pensi ai dinosauri e ai robot poliziotti) tanto ridicole quanto risonanti, capaci di far collassare le nozioni di alto e basso. Il concetto di pittoresco, che spesso complica l'identità di Cluj, viene qui smantellato formalmente filmando attraverso iPhone che sviliscono l'architettura locale (a sua volta simbolo dell'emergenza abitativa locale e globale) e posizionano le figure umane come spettri buffi che infestano lo spazio pubblico. Ma è soprattutto attraverso la conversazione - motore instancabile che però gira a vuoto - che Jude mette in scena l'insoddisfazione e la frustrazione, confermandosi come l'autore del cinema europeo più rilevante della nostra epoca.

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Come sempre, quelle di Radu Jude sono cronache sarcastiche di un paese alla deriva. Forse di un intero continente. Kontinental ‘25 non è solo il fratello di Do Not Expect Too Much From The End Of The World, ma ne è il controcampo grottesco financo brutale, altrettanto netto nella scelta di un formato lo-fi digitale, altrettanto scortese con etica e cattivo gusto comuni, altrettanto evocativo di quanta politica ci sia anche nella chiacchierata più inoffensiva e di quanto non esista davvero il disengangement, nonostante sia tanto declamato e rivendicato nel mondo. Proprio visto che nessuno è innocente, comunque, nessuno dovrebbe mai nemmeno prendersi sul serio, sembra dire il film. Forse si dovrebbero invece accogliere le proprie responsabilità e al massimo conviverci senza rompere troppo le palle agli altri…

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Ci sono film che non ti baciano sulla bocca, ma ti lasciano un sapore di ferro tra i denti e un foglietto spiegazzato in tasca, di quelli con la lista della spesa che hai scordato di fare. Kontinental '25 è esattamente questo, una fotografia mossa scattata da un treno in corsa che non sai bene dove stia andando, con i finestrini troppo sporchi per guardare fuori e troppo lucidi per non vederci riflessi i nostri stessi difetti. Radu Jude si conferma un geometra dei sentimenti storti, un regista che non cerca l'inquadratura perfetta da cartolina ma preferisce l'inquadratura continua che ti stringe alla gola, proprio come quando cerchi disperatamente le chiavi sul fondo dello zaino e ci trovi solo scontrini sbiaditi. Lo sguardo dietro l'obiettivo segue tutto con cura, sembra quasi distratto e invece ti sta prendendo le impronte digitali a tradimento, supportato da una sceneggiatura che è un frullatore di parole affilate e silenzi che fanno rumore. I dialoghi sembrano rubati a un tavolo di un autogrill alle tre di notte, intrisi di quella burocrazia dell'anima che ci fa sembrare tutti dei moduli da compilare in triplice copia, dove non esistono eroi ma solo persone che cercano di non scivolare sul pavimento bagnato della storia contemporanea. In questo scenario gli attori si muovono con la grazia goffa dei funamboli senza rete ma a un centimetro da terra, senza recitare davvero. Eszter Tompa, Gabriel Spahiu e Adonis Tanta respirano dentro i propri personaggi con una verità disarmante nei loro sguardi, capaci di passare dal cinismo più feroce a una fragilità da bicchiere di cristallo lavato male, tanto che ti verrebbe voglia di entrare nello schermo anche solo per offrirgli un caffè o una strada secondaria. Alla fine il film diventa un grandangolo sulla nostra Europa distratta, un continente che viaggia orgoglioso in prima classe ma ha il motore visibilmente in avaria, trasformandosi in una riflessione amara su come l'assurdo sia diventato la nostra nuova normalità. È una ballata cinica e dolcissima che ci ricorda che siamo tutti quanti passeggeri con un biglietto di sola andata per una destinazione che continua a cambiare nome sui tabelloni elettronici. Se la perfezione assoluta rimane un'illusione da collezionisti, questa pellicola ci va vicinissimo e si ferma un attimo prima, proprio dove iniziano i sogni che ti lasciano un po' di amaro in bocca ma anche tanta voglia di parlarne a colazione, meritando quasi il massimo dei voti e lasciando libero solo quel piccolo spazio finale per il mistero.

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…Nato da un fatto di cronaca avvenuto diversi anni addietro, il soggetto del film viene però contaminato coi modelli di un paio di capolavori mondiali: il tema della donna consumata dal senso di colpa in cerca di redenzione potrebbe essere estrapolato di peso da Europa ’51 di Roberto Rossellini (evocato pure nella sua vocazione al cinema low-budget), con la differenza che in questo mondo reso insensibile dal consumismo capitalista la protagonista di questo film non riesce a trovare nessuno che la capisca e che le consenta di sublimare il suo dolore. L’altro prestito riguarda la struttura drammaturgica di Psycho di Alfred Hitchcock: come accade in quel capolavoro, anche qui il film inizia con una lunga sequenza in cui il protagonista è la vittima, per poi spostare l’attenzione sul carnefice, lì materiale (eccome!) qui morale.

 

Ma a prescindere da questi prestiti d’autore, la forza del film risiede nella sua capacità di prendere di petto i problemi sociali e politici nella Romania odierna, che poi certamente vengono affrontati – come è proprio dello stile del regista – in una chiave ironica e surreale.
Interessante anche (altro topos della filmografia di Jude) il passaggio continuo dal format documentaristico a quello più tradizionalmente fictional, che qui diventa però proprio stilisticamente esplicito: il film parte adottando uno stile in cui predomina il taglio schiettamente documentaristico, con una serie di riquadrature che enfatizzano il caotico sviluppo immobiliare del paese, per poi adottare una narrazione più canonica da “feature film” narrativo, e infine chiudersi con l’affastellarsi anonimo dei palazzoni moderni che raccontano un paese che è passato dalla dittatura di Ceausescu verso un modello neoliberista con scarsa protezione sociale; sancendo così, persino schematicamente, la vittoria del “documentario” sulla “fiction”: dell’urgenza necessaria di documentare il reale, rispetto al lusso di romanzarlo.
Il risultato? Un apologo socio-politico svolto sotto forma di satira feroce, in felice equilibrio tra commedia e dramma, che interroga e diverte.

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La messa alla berlina in cui si lancia Jude non risparmia nessuno, tra nazionalisti rumeni che insultano la protagonista in quanto di etnia ungherese, e la madre della stessa che a sua volta si appiglia a una fantomatica superiorità ungherese sul popolo rumeno rimpiangendo il pre-1918, vale a dire la data in cui la Transilvania scelse di appartenere politicamente alla Romania in luogo dell’Ungheria – e quindi provando nostalgia per un tempo mai vissuto, quell’anemoia che sta imperversando sempre più nella vecchia, vecchissima, dinosaurica Europa acuendo la sua naturale propensione alla balcanizzazione. Si compiangono i poveri bambini rom, ma non si fa lo stesso con gli adulti della medesima etnia, verso cui si spalancano le forche caudine di una società brutale, incattivita, e sempre più giudicante. Se Orsolya può evitare l’istituto psichiatrico in cui veniva condotta in forma coatta la povera Irene è perché l’intera società è oramai un vasto manicomio, dove nulla ha più senso, e l’unica ideologia che ha vinto è quella della sopraffazione, del potere sociale accumulabile attraverso il denaro, e della schiavitù legalizzata. In tal senso, in un film che procede di dialogo in dialogo, con la disperata Orsolya alla ricerca di una assoluzione che non può trovare e per farlo incontra un suo superiore, un’amica, sua madre, il suo ex-studente, e perfino un pope (in quello che è forse il vis à vis più surreale, e spiazzante) mentre suo marito e i figli sono in vacanza in Grecia – non a caso la nazione che più di ogni altra ha potuto saggiare il concetto di “comunità” dell’Unione Europea – prende corpo la suggestione di un continente già impazzito, sconfitto, destinato alla distruzione, allo studio paleontologico. Conscio di come la produzione cinematografica non sia che un altro strumento nelle mani di tale sistema, Jude si muove in maniera completamente laterale, sceglie una prospettiva “povera”, gira in una decina di giorni con una troupe ridotta all’osso e con un cellulare. Non per obbligo, ma per scelta, per precisa volontà di restituire attraverso lo stesso esercizio produttivo prima ancora che estetico la necessità di un cambio politico, strutturale, di una visione differente, di una prospettiva che sappia rivoluzionare lo stato delle cose. Ne viene fuori l’ennesima opera nitida e integerrima, mai conciliante, che sa far sua la lezione rosselliniana come fosse l’organo costituente ed eternamente vivo della ridefinizione dello sguardo collettivo. Non sarà dirompente come alcune delle sue opere precedenti, Kontinental ’25, ma conferma come di registi come Radu Jude ce ne siano pochi, pochissimi in circolazione oggi, ma anche di come la via per una messa in discussione dell’intero apparato dell’immaginario sia indicata. Basta seguirla.

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giovedì 2 luglio 2026

Vsichni dobrí rodáci (All My Good Countrymen) - Vojtěch Jasný

prima di essere censurato dal governo ceco-russo dopo l'invasione del 1968, Vojtěch Jasný ha fatto in tempo a girare Vsichni dobrí rodáci, la storia di un paese di campagna (ispirato alla cittadina del regista, Telc) con la sua birra, la sua orchestrina, i suoi cittadini alle prese con i problemi quotidiani.

però l'economia del paese è in mano di emissari del governo, che vuole collettivizzare la produzione dei contadini, che provano a resistere.

un film che merita.

buona (contadina) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo con sottotitoli in spagnolo

 

 

 

The film is based on real events and many of the characters were inhabitants of Jasny’s native Kelc. It’s a labor of love film, a personal story reflecting a significant historical time that Jasny felt had to be told. It tells of the break up of long friendships among the countrymen (the seven pals of the Merry Widow), and how Communism caused disharmony to a functioning farming community that was proud of its heritage. It led to ruin in the community as farm properties were collectivized by those who cared little about farming.

What’s exceptional is how the Bruegel-like landscape comes alive as a pastoral paradise, as its illuminated in its green fields, blooming trees and from the golden sun. An old wrinkle-faced woman periodically pops into focus without saying anything, and she represents the old ways elevating the story into an allegory. It has been said by others that the film is “a psalm sung about the destinies of the land.” In any case, it’s certainly one of the best films to tell about the grave problems created by collectivization of the countryside and is considered by most as the best work in Jasny’s long career.

da qui

 

Called the spiritual father of the Czech New Wave by Milos Forman, Vojtěch Jasný, whose father died at Auschwitz and who participated in the anti-Nazi resistance, began as a true believer in Communism. Vsichni dobrí rodáci is the rich product of his disillusionment. A tapestry of the interwoven lives of Moravian villagers based on actual persons Jasný knew from his own small village, it was one of the last Czech films to be made prior to the 1968 Soviet invasion, after which it was promptly banned.
 The film covers postwar life in a small village beginning in summer 1945. The opening movement, set prior to the advent of Communism, is a good-humored idyll, executed charmingly and with restrained lyricism. The second movement, in spring 1948, announces the changeover—literally, by an official voice over a loudspeaker! Some of the characters who were introduced in the first part are now reintroduced as members of Party officialdom. (Others leave.) But one image encapsulates the shift to collectivization and Party constraint: a white horse galloping every which way across the snow-clad earth, seemingly in frantic search for evaporated freedom.
The young postal carrier is killed by a bullet meant for another Communist; the village priest is arrested. A man slips ever deeper into drunkenness, haunted by the ghost of his wife, whom he divorced during the war because she was Jewish, thereby sending her to her death. Dogs and geese at a barnyard standstill symbolize the unhappy village. A dream of death becomes real: a man is buried by an avalanche of goose feathers in a field.
 One man, František, emerges as the leading opponent of the new order. The gorgeous seasons, communal celebrations full of song and dance—life itself fortifies this opposition. Oh, and the collective farm fails.

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martedì 30 giugno 2026

Valkoinen peura (Il bianco pastore di renne) - Erik Blomberg

per una stregoneria Pirita viene trasformata in una renna bianca.

in quella comunità lappone, costantemente immersa nella neve, popolo di allevatori di renne, il loro sostentamento.

Pirita (interpretata da Mirjami Kuosmanen) è eccezionale, e il film è un grande film corale, con pochi paragoni.

un film da non perdere, promesso.

buona (renna) visione - Ismaele

ps: un altro straordinario e imperdibile film nella neve è Atanarjuat.


 

QUI il film completo con sottotitoli in inglese

 

70 anni prima che Ari Aster, col suo straordinario “Midsommar – Il villaggio dei dannati” (2019), ci facesse apprezzare la più limpida luce diurna come perfetto paesaggio dell’orrore, la Lapponia di Erik Blomberg proponeva un classico senza tempo, dalla narrazione delirante, che eccede tutti gli obblighi del cinema occidentale: “Il bianco pastore di renne” (1952), traduzione errata di “Valkoinen peura”, “la renna bianca”…

…Uno degli elementi che più colpiscono lo spettatore è il colore dominante della scena. Le bianchissime distese della Lapponia sono infatti teatro, sempre luminoso, di atrocità inaudite, che raccolgono gli spunti centrali del folklore sui vampiri e sui lupi mannari senza ammantarle nel buio delle notti gotiche. La fotografia è limpida, splendida nei suoi contrasti talvolta invertiti, nelle sue inquadrature fatte di palchi e ossa disseminati nella neve, di mandrie di renne che fluiscono come sangue su una tela e di falò che sparpagliano galassie di scintille nel cielo della notte.

Il personaggio femminile di Pirita, con costanti primi piani sul volto della Kuosmanen che anticipano di una decina d’anni le magnetiche inquadrature baviane del viso della Steele, risulta sempre esposto nelle sue manifestazioni angeliche e ferine. In questo senso, il trattamento è analogo a quello che Jacques Tourneur aveva riservato, nel 1942, a Simone Simon ne “Il bacio della pantera”, capolavoro (e capostipite) di quel modo antispettacolare di fare horror che ne consacrò il produttore Val Lewton a paladino del fuori scena. Ma, laddove Tourneur pone l’ombra, simbolo dell’ambiguità tra realtà e pazzia, Blomberg riempie l’immagine col candore abbacinante della mitologia. Non c’è spazio per il dubbio: la magia esiste, ed è la fibra della nostra esistenza.

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Il bianco pastore di renne, girato in un potente bianco e nero, colpisce non tanto per il soggetto, tutto sommato piuttosto semplice (la sceneggiatura è dello stesso Erik Blomberg e della protagonista Mirjami Kuosmanen, che di Blomberg è stata la moglie). Rendono il film particolarmente interessante il contrasto fra gli immacolati paesaggi nordici e l’oscuro dramma che lì vi si compie. L’apparente quiete del Grande Nord, sottolineata efficacemente dalle riprese in campo lungo o lunghissimo, in cui la vita è scandita dal ritmo delle stagioni, viene rotta dallo scatenarsi della furia della creatura vampiro, mezza donna e mezzo animale.

L’uso sapiente della fotografia (diretta dallo stesso regista), nei momenti di massima tensione gioca sui contrasti del bianco e nero – con giochi di ombre che possono rimandare, in alcune scene, all’espressionismo tedesco – accentuando il climax della vicenda.

La Kuosmanen, inoltre, fornisce una prova di notevole bravura, offrendo il suo bel volto alla macchina da presa che, con intensi primi piani, ne coglie tutta la dolente intensità nei momenti di passaggio da donna profondamente innamorata del proprio uomo alla condizione di belva assetata di sangue.

Il film dura poco più di un’ora, ma si tratta di sessanta minuti di grande cinema che ci permettono di scoprire – o riscoprire – un regista dimenticato, qui alla sua opera prima.

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Essendo un prodotto girato all’inizio degli anni cinquanta, “Il Bianco Pastore Di Renne” risente non poco del tempo trascorso: non a caso si tratta di un film invecchiato male, dove la colonna sonora orchestrale (curata da Einar Englund) si rivela fin troppo invasiva rispetto al necessario. Per giunta la pellicola si dimostra relativamente lucida quando si tratta di penetrare nel contesto antropologico del popolo Sámi (qui viene sempre utilizzata la lingua finlandese, a discapito proprio dell’idioma autoctono, una scelta comprensibile ma poco plausibile). Eppure “Il Bianco Pastore Di Renne” ha tante frecce al suo arco, a cominciare da una storia di indubbio fascino che affonda le sue radici nella mitologia pre-cristiana e nelle pratiche sciamaniche dei Sámi. Un prototipo di chiara matrice folk-horror, nel quale la figura del vampiro prende doverosamente le distanze dal precedente modello espressionista. Dopotutto quella del regista Erik Blomberg è un’immersione nel bianco della neve, una luce accecante dove uomini, animali, slitte e cumuli di ossa compongono un paesaggio spoglio ma altamente suggestivo.
Ormai siamo prossimi al settantennale di “Valkoinen Peura”, un film importante che non può mancare nella collezione di ogni appassionato di folk-horror o di chiunque voglia rivolgere uno sguardo alle usanze dei Sámi, il cui animismo ha avuto una certa influenza su tutto l’immaginario nordico (già Hans Christian Andersen, nella sua celebre fiaba “La Regina Delle Nevi”, aveva percepito la componente magico-misteriosa di queste popolazioni). Un’esperienza unica, al di là del misero budget e dei tanti anni sul groppone.

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