mercoledì 22 aprile 2026

Alguien tiene que saber - Fernando Guzzoni e Pepa San Martín

dal Cile arriva un film (sotto forma di serie tv, alla produzione anche Pablo Larraín) con due ottimi protagonisti, Alfredo Castro (già protagonista di Tony Manero) e Paulina Garcìa (la protagonista di Gloria), in una storia che ricorda La promessa di Dürrenmatt (da cui è stato tratto un gran film con Jack Nicholson).

il detective Montero e la sua squadra indagano per molto tempo sulla sparizione di un ragazzo, senza riuscire a dimostrare quello che è successo, con la complicazione di un prete che sa, ma non può/vuole parlare.

ambientata a Concepción, al sud di Santiago, è una serie che merita.

buona (misteriosa) visione - Ismaele



 

los episodios de Alguien tiene que saber van mostrando una sociedad chilena marcada por las apariencias y los silencios, donde todos parecen saber algo que no cuentan, por temor a lo que se pueda decir de ellos. La serie habla de la solidaridad performativa, de la crueldad online y de las miserias que surgen ante casos y situaciones como este, que involucra la desaparición de un adolescente en apariencia impoluta. Quizás las cosas sean un poco más complicadas de lo que se ve a primera vista. Quizás lo «performativo» no solo sea para los que lo miran de afuera. Desde adentro también muchas veces se vive así.

Con muy buenas actuaciones de García y Castro –los dos actores chilenos más internacionales de la actualidad si no tomamos en cuenta a Pedro Pascal–, Alguien tiene que saber husmea en cuestiones éticas, morales, religiosas, en la violencia social, en los rituales y tensiones entre los jóvenes y en esa diferencia generacional que, de a poco, va permitiendo entender que quizás no sepamos tanto de las vidas de nuestros hijos como creemos.

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Alguien tiene que saber se distancia de las estructuras más convencionales del género y apuesta por una ambigüedad sostenida. La tensión no depende de giros, sino de la persistencia de lo no dicho. Al mismo tiempo, esa elección exige un tipo de atención que puede resultar incómoda, ya que desplaza el interés del desenlace hacia el proceso. No hay respuestas cerradas ni conclusiones definitivas, sino una acumulación de indicios que, lejos de ordenar el relato, lo mantienen abierto.

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lunedì 20 aprile 2026

Il caso 137 – Dominik Moll

tutto il mondo è paese, anche dove in teoria, come in Francia, esistono anticorpi contro  gli "eccessi" della polizia il gioco è truccato, vince sempre la polizia, longa manus del Potere.

il film racconta la lotta di Sisifo della squadra di Stéphanie (interpretata benissimo da Léa Drucker, già vista in Close, testarda contro tutti, e rassegnata, alla fine), la poliziotta incaricata dell'indagine, fa tutto bene, ma non serve, contro i poliziotti violenti mascherati, la fine è nota.

anche la registrazione dell'esecuzione del ragazzo, filmata col cellulare da un'addetta delle pulizie di un albergo di lusso (Guslagie Malanda, già vista in Saint Omer) non serve a niente, il Banco (il Potere) vince sempre.

un film da non perdere, in non troppe sale, naturalmente.

buona (drammatica) visione - Ismaele

ps: come non pensare ai poliziotti, di ogni ordine e grado, a Genova 2011, condannati, con estreme difficoltà e omertà, nei tribunali?

e poi sono stati tutti promossi, il Potere premia gli esecutori fedeli.


 

 

Il film si permette, dopo aver lavorato sui toni trattenuti ma pieni di verità di una splendida Léa Drucker, di ragionare sul potenziale di verità e menzogna intrinseco a ogni immagine – sia una foto, un video, un materiale di repertorio, un contenuto social – con la forma che si modella quasi d’istinto sulle necessità della storia. Ora poliziesco standard, ora accenno di cinema della quotidianità, di una bella forza documentaria nella ricostruzione degli interrogatori (una messa in scena pazzesca), Il caso 137 trova un efficace punto di equilibrio tra fatti e rielaborazione drammaturgica, tra sostanza – la lotta per la verità in un mondo ostile e ingiusto – e forma, quest’ultima che mai scade in pretenziosa ricercatezza. Dominik Moll ha cura, con il suo cinema, di scegliere le domande giuste, lasciando piena libertà sullo spettatore circa le risposte. Rinfrescante, potente, vero, Il caso 137 può permettersi aggettivi interessanti.

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I gattini svuotano la mente e un po’ alla volta svuoteranno la democrazia, come dice il padre di Stéphanie in una scena. Se tutti i personaggi sono scritti magnificamente, una menzione particolare va a quello della protagonista, carattere stratificato e, come Guillaume, infine simbolo di tanti di noi: cerchiamo di fare la nostra parte, ci mettiamo tanto impegno. È sufficiente così? Il cineasta francese lascia lo spettatore con un discreto magone per le sorti poco progressive di un mondo chiuso in se stesso, in cui le posizioni non cambieranno a meno di una rivoluzione che non pare affacciarsi all’orizzonte. Siamo soli, nella frammentazione dei nostri compiti individuali, sovrintesi da un sistema inattaccabile. La regia eccellente lavora con precisione sui materiali eterogenei della contemporaneità (cellulari, schermi di pc, reel) e si esprime pienamente con un naturalismo raffinato, che si accende in scene cariche di tensione (l’inseguimento in metropolitana di Stéhpanie) e deflagra in un senso sordo di ingiustizia. Siamo tutti Guillaume, potenzialmente, siamo tutti Stéphanie, bene che vada. Il resto è una pagina tutta da scrivere.

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Dossier 137 mescola a mio avviso fiction e realtà con intelligenza.

Oltre al palese riferimento ai veri Gilet Gialli all’interno della narrazione vengono inseriti materiali d’archivio, video di reali manifestazioni girati con gli smartphone e immagini dalle telecamere di sorveglianza, una stratificazione mediatica che dà corpo e verità al racconto e che non risulta essere un mero espediente stilistico, quanto una precisa scelta politica: mostrare la carne viva della protesta e i volti dei giovani che sfilano pieni di speranza, prima che le manganellate inizino a piovere sulle loro teste.

Tra i momenti più forti penso di poter annoverare l’incontro tra Stéphanie e Alicia, una donna delle pulizie di un hotel che diventa fondamentale ai fini della risoluzione dell'indagine: il loro dialogo, pur leggermente sopra le righe, tocca le corde profonde della sfiducia, della rassegnazione e del giustificato timore di esporsi contro un sistema che punisce chi parla e difende chi sbaglia…

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…Para el espectador argentino el asunto recuerda a las múltiples manifestaciones contra el gobierno del neonazi y hambreador de Javier Milei y concretamente el martirio de Pablo Grillo, un fotógrafo que fue herido en su cabeza de manera brutal con una granada de gas lacrimógeno de Gendarmería -disparada por el cabo Héctor Guerrero- durante una marcha de jubilados del 12 de marzo de 2025 en la zona del Congreso de la Nación, en la Ciudad de Buenos Aires, una de las muchas víctimas de la represión y la violencia institucional de Milei y su por entonces ministra de seguridad, la borracha y fascista Patricia Bullrich. El director, todo un especialista en thrillers como lo demuestra la excelente retahíla de Harry, un amigo que te quiere bien (Harry, un ami qui vous veut du bien, 2000), Lemming (2005), Sólo las Bestias (Seules les Bêtes, 2019) y La Noche del 12 (La Nuit du 12, 2022), insinúa la militarización mediante aviones volando en escuadrón, la estupidización masiva a través de la costumbre de ver muchos videítos de gatos, escapismo descerebrado que la madre de Bertrand (Geneviève Mnich) contagia a su hija, e incluso la paradigmática amnesia de la posmodernidad vía la destrucción con una pala mecánica, por parte del Estado y luego del frenesí inicial del movimiento, de los campamentos que habían construido al costado de las rutas los chalecos amarillos, adalides de la desobediencia civil contra el poder concentrado. La burocracia está representada en esas medidas de prueba leídas en off por el personaje de la extraordinaria Drucker, suerte de concesión republicana que cae en saco roto porque el propio armazón jurídico que posibilita el proceso termina frenándolo para no desmontar el discurso represivo contra la “insurgencia”, de allí que la propuesta enfatice la disparidad de fuerzas y desde ya la cobardía y el sadismo de siempre de los energúmenos de la policía y las fuerzas armadas en general, en este sentido la dimensión humana queda atrapada por la impunidad del capitalismo y toda su ofensiva contra cualquier voz opositora o alternativa…

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Il caso 137 è potenzialmente una bomba a mano, in un momento storico in cui spesso è sul banco degli imputati l’esistenza stessa delle forze dell’ordine, i cui eccessi di violenza, abusi di potere ed episodi d corruzione vengono sempre più interpretati da voci critiche come questioni di sistema, il contrario della retorica della mela marcia e del caso isolato. Portandoci dentro il reparto dell’IGPN (Inspection Générale de la Police Nationale), la sezione che indaga gli abusi interni della polizia, Moll sembra pronto ad affrontare questo quesito esistenziale: se un agente, eroe della strage del Bataclan, commette una violenza contro un manifestante inerme, è un delinquente che ha commesso un crimine o un dipendente statale il cui mestiere prevede l’uso della forza e dal quale bisogna quindi “aspettarsi” l’abuso della stessa?

È una domanda che scorre sottotraccia da tempo nel cinema francese, almeno in quello che racconta la contemporaneità, riflesso delle inquietudini della società d’Oltralpe. Per ogni film che elogia l’operato delle forze dell’ordine nei suoi momenti di massimo eroismo, come November – I cinque giorni dopo il Bataclan di Cédric Jimenez, c’è un Athena di Romain Gavras, titolo che ne rilegge l’operato come sistematicamente, appunto, violento e coercitivo. In una pellicola dove si raccontano le lotte di potere tra gruppi dentro le infinite palazzine popolari delle periferie, la guerriglia fratricida tra i protagonisti si scatena proprio nel tentativo di decidere una risposta all’uso della forza impiegato dalla polizia, raccontando il punto di vista degli abitanti delle banlieue per cui gli agenti sono il vero, spietato nemico in una guerra di sopravvivenza urbana.

Sono due film intensi e ben realizzati che quasi si contrappongono per il modo in cui raccontano l’esistenza e il ruolo della polizia dentro la società francese. Athena e November sono arrivati entrambi nel 2022, ovvero nello stesso anno del successo di La notte del 12. Considerandoli i due estremi dello spettro delle posizioni ideologiche che si possono tenere nei confronti della polizia, si può dire che il film che ha lanciato Moll a livello internazionale si colloca più vicino al polo occupato da November, con la sua esaltazione del lavoro di polizia come vocazione professionale (simile a quella del medico o del prete) che a quello di Athena, con la sua critica esistenziale alla polizia. Sin dalla premessa della storia vera che sceglie come ispirazione, Il caso 137 si dimostra invece assai più critico, scegliendo di ambientare la sua storia nel contesto lavorativo di agenti il cui lavoro è controllare ogni giorno i controllori, tenendo gli occhi aperti sull’operato dei loro colleghi poliziotti…

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Il caso 137 è cinema stilisticamente tesissimo e inappuntabile, dove non si cercano scorciatoie empatiche per attirare lo spettatore nella trappola di un generico sentimentalismo politico simbiotico (anche perché qualcuno, in Italia, in passato ha detto: “i gilets jaunes non sono Genova”). Il percorso percettivo imposto da Moll consiste nell’afferrare una verità che sembra sempre lì, a un passo — nitida e incontrovertibile — ma che un minuto dopo è di nuovo lontana, illeggibile, trasformata. L’iniziativa arbitraria e violenta degli agenti (arrivano perfino a girare bendati di nero, con caschi comprati all’Ikea, sparando ad altezza d’uomo come in un far west) è lampante, ma è soprattutto l’intrico filosofico che l’evidenza visiva costruisce tra liceità giuridica, ira sociale e prevaricazione impunita dell’ordine politico ad affascinare e interessare Moll (la sceneggiatura è sua e di Gilles Marchand).

Il monologo finale della Drucker, di fronte a una sua superiore (diverse le donne “cattive” rispetto a quelle “buone” nel film), è un momento vibrante — e apparentemente remissivo — di sintesi dell’intera opera: la democrazia come sintesi brutale di un permanente e incontestabile status quo.

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sabato 18 aprile 2026

Miss violence – Alexandros Avranas

in una famiglia (felice?), tutti sorridono, un padre, la moglie, due figlie, e due bambine e un bambino, dei tre piccoli chi è il padre non si sa.

per iniziare una delle due bambine (gemelle) si ammazza buttandosi da una finestra.

tutto quello che succede nel film e inenarrabile, solo che succede, quando si viene a sapere, in diverse parti del mondo.

chi ha visto i primi film di Lanthimos intuisce cosa lo aspetta.

un film che merita molto, e fa soffrire di più.

buona (lasciate ogni speranza voi che guardate questo film) visione - Ismaele


QUI si può vedere il film completo, con sottotitoli in spagnolo


…Gli attori sono incredibili con, su tutti, lui, Coppa Volpi, ed Eleni con quello sguardo che dice sempre ogni cosa e quel suo modo di sedersi sul divano composta, impaurita ed indifesa.

E quello che rimane è una sensazione fortissima, uno schifo che farà fatica a togliersi.
E la tensione della madre che pulisce i coltelli è intensissima.
Ma è anche un'altra la sensazione che rimane.
Quella del volo di quell'angelo dalla finestra, quell'incipit così drammatico nasconde anche un'altra cosa.
Sarà paradossale ma quel salto verso la fine è l'unica vera azione, l'unico vero momento nel quale, a posteriori, troviamo qualcosa di giusto e vitale, quel volo verso la morte è la cosa con dentro più vita di tutto il film.

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«Il dio greco della violenza» (“il Fatto Quotidiano”): è l’espressione che più ha soddisfatto Alexandros Avranas nella trasferta veneziana che gli ha procurato un Leone d’argento e la Coppa Volpi. Sigilla un film che si apre con la piccola Angelica che si butta giù dal balcone, il giorno del suo undicesimo compleanno, di fronte alla famiglia. La figlia maggiore, che ha due bimbi senza padre, è sotto psicofarmaci; quella più giovane, come la mamma, vive segregata; il capofamiglia, lo strepitoso Themis Panou, abita ogni angolo della casa con uno sguardo o un cenno: indaffarato nel procurare cibo, assolvere faccende, impartire istruzioni. E perché in quella casa non si possono aprire porte, frequentare amici, scambiarsi confidenze? La tv parla in tedesco (è ispirato a un fatto di cronaca accaduto in Germania e inoltre, come ha detto il regista, «prima o poi la Germania ci imporrà pure questo»). Lo stato sociale è tanto efficiente quanto cieco e una delle scene più inquietanti ha in sottofondo L’italiano di Cutugno («la canzone preferita da quelli che avrebbero rovinato la Grecia»). Ma è la coreografia di rituali, serrature, sguardi congelati e silenzi assordanti a parlarci di un autore che sembra conoscere bene Haneke e Fassbinder (forse anche Petrolio di Pasolini), insieme alla perfezione del movimento del film che rovescia sullo spettatore l’orrore del suo segreto nella mezz’ora finale, dopo aver alimentato con la reticenza il suo minaccioso mistero. Forse è l’opera più sconvolgente dell’anno.

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…Miss Violence di primo acchito può sembrare un film assolutamente giusto e giustificato in questo suo nobile intento di voler richiamare lo spettatore ad una riflessione profonda su ciò che troppo spesso si rivela essere una nuda e cruda realtà anche piuttosto vicina, non più tanto una lontana notizia trasmessa alla radio o distrattamente letta sul giornale. Ma Miss Violence per me non è questo. Personalmente sono molte le cose che mi disturbano di questo film, soprattutto perché si prende la briga di affrontare un tema come la violenza, ma la tratta, da un punto di vista registico, piuttosto superficialmente. Il ben noto incipit, la scena del suicidio della ragazzina durante i festeggiamenti in famiglia per il suo undicesimo compleanno, non dovrebbe lasciare dubbi: Avranas intende stupirci e lasciarci l’amaro in bocca con un film che probabilmente, si pensa, sceglierà di installare l’orrore del sopruso al centro della scena cercando di rispondere alla naturale domanda che ne consegue: Perché Angeliki ha deciso di suicidarsi e per di più con uno strano ghigno stampato sulle labbra?...

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…Girato in una maniera fintamente distaccata, Miss violence è magistrale nel muovere vissuti negativi che vanno dalla noia alla rabbia, con un senso di schifo e disagio durevole ben oltre il tempo della visione. D’altra parte, queste sobrietà narrative fatte di lentezze e silenzi sono ormai un linguaggio poco originale nel panorama dei drammi familiari di carattere estremo. Un esercizio di sofferenza che pochi potrebbero sopportare e che io, pur con una discreta esperienza di visioni al limite, credo non avrò il desiderio di ripetere.

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…Scultore e pittore di buona fama, Alexandros Avranas è passato al cinema nel 2008 con Whitout, esperimento no-budget pluripremiato al Festival internazionale di Salonicco e mai distribuito nelle sale né uscito dai confini della sua terra. Di lui non si conosce molto, ma quello che i due lungometraggi raccontano non lascia indifferenti.
Miss Violence è un film crudele, di quella particolare forma di crudeltà che si annida dove non s’immagina e tenerezze di facciata coprono verità oscene.
Paesaggio famigliare che trasfigura in paesaggio sociale, propone quel rispecchiamento prismatico della vita dell’uomo che fu già del mito arcaico.
Il padre che concepisce e ingoia i suoi figli, la Gran Madre che li salva e il figlio della luce, Zeus, che evira il padre feroce e fa rinascere la bellezza di Afrodite nel mondo.

Manca la terza fase nel film, al tramonto della civiltà la bellezza è fuggita per sempre.

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Miss Violence riesce ad essere sia noioso che irritante, forse per questo piccolo miracolo ha ottenuto il Leone d’Argento a Venezia per la regia. Paradossalmente l’angosciante e soporifero loop di disperazione si interrompe per un’unica odiosa sequenza: l’abuso triplo ai danni della ragazzina. Insostenibile. Estraneo. Posticcio. Come uno spot pubblicitario inguardabile. Aggravato dal fatto che la ragazzina è sostituita da una controfigura. Si tratta quindi dell’unico sussulto, e fa molto male.

Poi si torna subito ai rituali dell’orrore. Fino alla inevitabile catarsi finale, che comunque non deflagra: trattasi di catarsi mesta, stanca, in pratica trasformata nell’ennesimo rituale.

Avranas avrebbe voluto mettere in scena la putrefazione dei rapporti sociali, ma qui è il cinema ad uscirne putrefatto.

E ora datemi un kolossal Hollywoodiano.

Ci ho messo dodici ore a scrollarmi di dosso questo film. 

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Film sofisticatissimo. Tanto bello quanto disturbante. Una regia perfetta, attori bravissimi, tutti al servizio di un film difficilissimo da mettere in scena. Il regista greco, invece, riesce a ricostruire un dramma, quasi impossibile solo da immaginare, con una tecnica di precisione impressionante. Coreografie, silenzi, sguardi in un contesto claustrofobico per un'angoscia che cresce fino a divorare lo spettatore.

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…Fenomenale thriller, non un inseguimento, non un cervello aperto nella solita brutalità, opera di stile, angosciosamente fine. Gli attori fanno tutto e la telecamera fa il resto nel proseguirsi dello scoperchiamento di verità su verità, ci vengono presentati episodi che però sono tasselli dell’orrore di una quotidianità la cui consapevolezza fa forse più male di qualsiasi squartamento.

Ah, per la cronaca, gli episodi sono reali, non però tutti sulla stessa famiglia, una cronaca romanzata sulla brutalità peggiore di tutte: quella della famiglia.

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venerdì 17 aprile 2026

La gaffe del segretario Usa Pete Hegseth: cita Pulp Fiction al Pentagono scambiandolo per un versetto biblico

Durante una funzione religiosa al Pentagono mercoledì, il segretario della Difesa Usa, Pete Hegseth, ha recitato un falso versetto biblico tratto da una celebre scena del film di Tarantino del 1994, Pulp Fiction, pensando di invocare le Sacre Scritture. Hegseth stava discutendo della missione di salvataggio di un pilota da caccia americano abbattuto in Iran. Alla fine però ha recitato il versetto Ezechiele 25:17, declamato dal personaggio interpretato da Samuel L. Jackson, prima di uccidere un uomo a colpi di pistola. Hegseth ha spiegato ai presenti che quella preghiera veniva recitata durante la missione di Ricerca e Salvataggio in Combattimento (CSAR) denominata “Sandy 1”, svoltasi in Iran. “La chiamano CSAR 25:17; credo che l’intento sia quello di richiamare il versetto Ezechiele 25:17”, ha affermato il segretario. Invitando i presenti a pregare insieme a lui, Hegseth ha quindi recitato il presunto versetto biblico, ricalcando in realtà quasi parola per parola la battuta pronunciata da Jules Winnfield, il sicario del film. “Il cammino dell’aviatore abbattuto è assediato da ogni parte dalle iniquità degli egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che, in nome del cameratismo e del dovere, guida i dispersi attraverso la valle delle tenebre, poiché egli è veramente il custode di suo fratello e colui che ritrova i figli perduti. E io mi abbatterò su di voi con grande vendetta e furiosa collera, su coloro che tentano di catturare e distruggere mio fratello; e voi saprete che il mio codice identificativo è Sandy 1, quando la mia vendetta si sarà abbattuta su di voi. Amen”. Il passaggio letto da Hegseth riprendeva in realtà in Pulp Fiction.

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giovedì 16 aprile 2026

Bastarden (La terra promessa) - Nikolaj Arcel

pur non avendo alcuna conoscenza della lingua danese, ho il sospetto che il titolo italiano non sia la traduzione letterale del titolo originario.

il film è come un western, in salsa danese, l'epica di un uomo contro la natura e tutti i potenti nobili merdosi (a cui sarebbe stato giusto tagliare la testa).

il protagonista è Ludvig (il sempre bravissimo Mads Mikkelsen), ma anche Anmai Mus (la bambina zingara) è bravissima.

un film che non delude, promesso.

buona (bastarda) visione - Ismaele


 

 

Mads Mikkelsen offre una performance straordinaria nel ruolo del capitano Khalen, la cui determinazione e forza di volontà lo rendono un personaggio affascinante e profondamente umano. La sua solitudine iniziale viene gradualmente mitigata dall'arrivo di due figure femminili: la vedova di un contadino fuggitivo e la cugina/fidanzata di De Shinkel, entrambe vittime delle crudeltà del nobile. Queste alleanze contribuiscono a rendere la narrazione più ricca e stratificata, aggiungendo ulteriori livelli di emotività e conflitto.

Arcel dirige con maestria un film che richiama il western americano e il mito biblico della Terra Promessa, offrendo uno sguardo crudo e realistico sulla brutalità dell’epoca. La rappresentazione delle classi sociali svantaggiate, esposte alla ferocia e alla tirannia dei nobili, è potente e straziante. Il film non esita a mostrare la violenza e la sofferenza inflitte da De Shinkel, rendendo palpabile l'ingiustizia sociale e la lotta per la sopravvivenza…

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Bastarden non è un film ottimista, anche se non manca qualche momento di umorismo. La maggior parte delle scene ruotano attorno a Ludvig e al suo estenuante impegno nella coltivazione del suolo e nella rimozione delle rocce, incurante di vento, pioggia, sole e neve. E la sua determinazione si fonde con la sua solitaria disperazione, almeno fino a quando non inizia a capire che la sua non può essere un’impresa da compiere da solo e che la famiglia che trova lungo la strada può valere più di un titolo nobiliare.

Ed è qui che il film mostra il suo valoreAiutato anche da un Mikkelsen magnetico: stoico, riservato ma anche colmo di emozioni. I suoi occhi, il suo volto espressivo danno al personaggio molta profondità, nonostante parli a malapena! Ludvig è fondamentalmente una brava persona e, anche se non è sempre buono, è così affascinante che ci immedesimiamo con lui. E questo è un aspetto essenziale, perché gran parte del film si basa sulla nostra capacità di connetterci con il protagonista.

La terra promessa riesce a essere esteso ma allo stesso intimo, perché lascia che l’occhio dello spettatore viaggi lungo terre brulle e sterminate per poi posarsi sulla vita di un singolo uomoLa sua narrazione procede con fluidità, senza la fretta di fornire momenti spettacolari, ma al contempo è intrisa di emozioni. C’è una bellezza intrinseca nella sua desolazione e, così come il primo germoglio che spunta dalla terra arida, il film si rivela un’esperienza che cresce nell’animo di chi guarda.

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Mads Mikkelsen è il mattatore, figura alla Clint Eastwood, sguardo di ghiaccio e quasi immune a ogni accadimento: eccezionale. Il resto è freddo e western, dove al posto del deserto c'è la brughiera, dove i "villains" sono facilmente riconoscibili e dove si empatizza in cinque minuti con questo comandante severo ma dal cuore puro. Insomma, il film ha tutti i crismi del kolossal, ma non affoga nello zucchero e quando deve colpire duro lo fa senza problemi. Due ore di visione mai noiosa, con attori, tutti, in splendida forma. Un western in costume di buona efficacia che sta già riscuotendo i suoi bei premi, del tutto meritati. Viva la Danimarca e il suo Cinema.

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La terra promessa è ispirato a una storia vera, ma è soprattutto una trasfigurazione cinematografica di un episodio poco noto della storia danese, raccontato con il linguaggio del western e con un forte centro morale. Un film che non idealizza il passato, ma ne recupera la forza narrativa, dimostrando che si possono ancora realizzare epici storici adulti, complessi e profondamente umani.

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Arcel imposta la narrazione seguendo la traccia, a volte in modo un po' troppo pedissequo, di un glorioso genere cinematografico: il western. Abbiamo la terra da conquistare e bonificare, abbiamo i coloni più o meno recalcitranti, abbiamo la donna forte pronta ad affrontare le avversità e, soprattutto, abbiamo l'eroe e abbiamo il cattivo. Quest'ultimo è un perfido perverso e crudele da far invidia agli spaghetti western, capace di far seguire ad un'efferatezza un'altra ancor più sadica e distruttiva. In nome di un preteso diritto sostenuto da una sostanziale stupidità.
Contro di lui ovviamente abbiamo l'eroe che però, nella concezione del regista non rappresenta l'utopista pronto a sfidare chiunque pur di tentare l'impossibile. Arcel lo vede piuttosto come colui che è praticamente posseduto da un'unica idea che gli fa perdere di vista la complessità di una vita che può essere pienamente vissuta solo se se ne colgono i molteplici aspetti, talvolta anche caotici, ma degni di attenzione e partecipazione emotiva…

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Mads Mikklesen è il perno attorno al quale ruota tutto il film, ma il suo magnetismo non basta a far scivolare due ore che risultano a tratti pesanti e che dopo un inizio “ad ampio respiro”, dove a dominare è il taglio epico da epopea western, scivola sempre di più verso un melodramma delirante e un finale quasi dovuto.

La terra promessa è un film godibile, ma non necessario. Apprezzabile per il comparto tecnico e per la recitazione, oltre che di Mikkelsen, della giovane Hagberg Melina e Simon Bennebjerg, nei panni di un De Schinkel sempre più fuori controllo.

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La terra promessa è un film avvincente e concreto, dal forte impatto (l’aria di casa deve essere stata salutare per il regista) e scandito da una linea di condotta esemplare/inalterabile, che pianta con fermezza le sue bandierine per poi stazionare al fianco di quei reietti che tentano disperatamente di rovesciare le sorti a loro assegnate, di far valere quei diritti fondanti, arbitrariamente negati. Con una road map coerente e pugnace, che sa esattamente quali fini raggiungere, e una rappresentazione integrativa, piena di risorse, tra obiettivi da non farsi sfuggire e danni collaterali, armi impari e determinazioni incrollabili, criticità putrefatte e arricchimenti frontali, con un respiro che non si preclude alcun orizzonte (vedasi una prolungata e toccante chiusura).

Spigoloso e coriaceo, disilluso e aspro, suffragato da parametri di autorevole/evidente spessore.

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