venerdì 1 maggio 2026

Dopamine - Teddy Soeriaatmadja

una storia degli equivoci, un ospite per una notte è pieno di soldi, e quella valigia è la protagonista inanimata.

il film inizia piano piano e poi inizia a correre, marito e moglie sono perfetti, e sono gli ottimi protagonisti vivi.

non è un capolavoro, ma non ti annoi un secondo.

un bel film che merita.

buona (sorprendente) visione - Ismaele



…assume i connotati di un thriller sempre più caotico e adrenalinico, seguendo il classico canovaccio dei personaggi presi dalla gente comune, due poveri diavoli fondamentalmente innocenti e bastonati dal destino, trascinati loro malgrado in una vicenda più grande di loro in cui però trovano inaspettate capacità di cavarsela nelle situazioni più borderline.

Trama banale e già vista e stravista? Assolutamente sì, ma a rendere questo piccolo film senza troppe pretese particolarmente godibile è l’alchimia tra i due protagonisti, decisamente riuscita anche perché gli attori Angga Yunanda e Shenina Cinnamon sono marito e moglie anche nella vita reale. Nel crescendo di violenza e tensione che circonda e intrappola Malik e Alya, sempre più incauti e arditi, non possiamo far altro che tifare per loro, sperando con tutto il cuore che ne escano vincitori. Presentato al Far East Film Festival di Udine 2026.

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giovedì 30 aprile 2026

True mothers – Naomi Kawase

il film, come dice il titolo, racconta di madri, e di bambini. 

l'adozione di bambini nati da giovani ragazze-madri (Giovani madri è anche il titolo dell'ultimo film dei fratelli Dardenne) è un momento doloroso, una signora, che accoglie le ragazze, è il tramite fra madri naturali e madri adottive, ma, sorpresa, non è un vampiro che fa i soldi.

Naomi Kawase riesce a girare un film non perfetto, ma sincero, senza tesi preconfezionate, con l'incontro delle due madri, che si comprendono.

buona (materna) visione - Ismaele

 

 

È un film che gioca a carte coperte questo della Kawase, che non ti fa capire la direzione in cui ti conduce. Infatti a metà film arriva l'inattesa svolta narrativa: la sedicente madre biologica Hikari irrompe nella vita della famiglia con un ricatto: vuole indietro suo figlio o, in alternativa,  del denaro, altrimenti rivelerà ad Asato ed ai vicini di casa tutta la verità. Da questa tentata estorsione si dipana il secondo flashback, che ci riporta all'adolescenza di Hikari, rimasta incinta di un compagno di scuola. Con grande tenerezza segue storia d'amore di ragazzini e lo scontro con la famiglia che decide di darlo in adozione,  inviando la ragazza alla "Baby Baton", clinica-agenzia dove i coniugi preleveranno Asato…

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La circolarità del racconto compie la traccia geometrica perfetta, un percorso fatto di dolore e di grazia, di vita e di silenzio, di sguardi e di timori sui quali la luce dello sguardo umanistico di Kawase si posa con leggiadria e con profonda empatia intrisa di pietas e che culmina con un finale che se cinematograficamente può lasciare qualche dubbio, dal punto di vista del percorso personale delle due madri trova la sua pacificazione più naturale.

Convincenti le due madri, ognuna col suo carico di sentimenti, interpretate con bravura da Nagasaku Hiromi ( la madre adottiva) e Makita Aju ( quella naturale) che ben si prestano ad un confronto che è prima di tutto generazionale e poi di ruolo.

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…Si sente il coinvolgimento della regista, si percepisce la tensione emotiva di chi ha la cognizione dell’adozione e sa entrare in connessione con la molteplicità del sentimento materno, ma si avverte un po’ troppo la costruzione teorica a discapito dell’impatto emotivo. Kawase segue l’idea di una maternità liquida, espressa attraverso più corpi (qui ce ne sono tre: la naturale, l’adottiva e la responsabile dell’associazione, che fa da tramite tra le due) che appartengono tutti alla natura.

Una visione panica che si interseca nel paesaggio urbano di una Tokyo dominata dalle disuguaglianze (i genitori adottivi abitano al trentesimo piano, segno di un’estrazione benestante; la casa della famiglia mamma naturale alloggia in una casa troppo piccola per contenere tutti i membri e ancora più piccola è quella condivisa dalla ragazza con la collega), con il mare che avvolge e immagini sovraesposte a determinare una fluidità sospesa tra tattile e cerebrale. Ecco, è in questa sospensione che sta il limite di True Mothers.

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Non spaventino le due ore e venti di durata complessiva, perché se c'è una cosa che contraddistingue la sceneggiatura solo apparentemente complicata del nuovo film di Naomi Kawase, True Mothers (Asa ga Kuru), è forse proprio la leggerezza: una leggerezza tutta orientale, fatta di ellissi nel corso delle quali la storia viene spezzettata e ricostruita poco per volta, con dettagli seminati qua e là, momenti di pura emozione, attimi di fascinazione sensoriale, false piste e colpi di scena.
True Mothers è un'opera cangiante divisa idealmente in tre segmenti, che taglia e cuce il racconto per permettere di familiarizzare con le sue protagoniste distillando nei dettagli le loro storie: da un lato quella della madre adottiva, cui dedica il primo lungo flashback, dall'altro quella della giovane e sfortunata madre naturale - del suo sogno d'amore impossibile, della sua tirannica genitrice e delle altre ragazze-future-madri che conosce man mano - che caratterizza il secondo flashback, per intersecarle nel terzo ed ultimo 'tempo', quello più lungo e per certi versi mutevole, il presente.
Kawase fa e disfa con eleganza sublime, ingenera domande giuste e suggerisce risposte sbagliate, in realtà chiedendo nulla più che uno sforzo di empatia nei confronti di quelle madri, delle loro insicurezze, dei loro sensi di colpa e delle loro incomprese richieste di aiuto.

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…Cineasta sempre abilissima nel passare da durate contenute a pellicole-fiume, stavolta il minutaggio appare fuori controllo per un non riuscito dosaggio dei momenti in sceneggiatura. È una Kawase che gioca una partita sua soltanto in parte, quella di "True Mothers"; come si diceva in apertura, è come se avesse cercato di modulare uno stile espressivo che non le appartiene, una levità e un'universalità di linguaggio che non le sono consueti. Nel ricercare una grammatica visiva più accessibile al pubblico, l'autrice ha smarrito la sua prodigiosa e dirompente forza rivoluzionaria. La classe è sempre la stessa, certo, tanto nell'insistenza dei primi piani quanto nelle panoramiche contemplative. Manca, purtroppo, quel trasporto che ci aveva annichilito durante altre visioni.

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…True Mothers è un titolo certamente significativo, ma anche abbastanza fuorviante. A primo impatto, infatti, sembra fornire un giudizio – giudizio che, come è stato sottolineato durante l’incontro con Naomi Kawase, è imposto dalla società – oppure porre una domanda, anzi la domanda: chi è la vera madre? Questo aspetto non è del tutto errato, perché essendo uno dei temi ricorrenti quando si parla di adozione è naturale che il quesito ritorni spesso, anche nella storia. Si tratta però di un’interpretazione riduttiva dell’intero significato dell’opera di Kawase.

“Vere Madri” pone l’accento sbagliato, andando a cadere nella ricerca di una realtà che non si può superare: è Madre chi mette al mondo un figlio tanto quanto lo è chi lo cresce. Ma Kawase svia la risposta trovando addirittura un terzo elemento: è madre anche la direttrice del centro Baby Baton. Essa infatti si prende cura tanto delle madri biologiche quanto delle future madri adottive e dei bambini. Regala una vita migliore…

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martedì 28 aprile 2026

Kneecap – Rich Peppiatt

Rich Peppiatt gira un film sui Kneecap (Giovanni Ansaldo ne parla qui, per chi non li conosce ancora) che non perde un colpo.

due ragazzi un po' sbandati, a Belfast, incontrano un professore che li spinge a fare musica rap in gaelico, la lingua irlandese, e non in inglese, la lingua degli oppressori.

i tre creano un gruppo, i Kneecap, i loro testi e la loro musica diventano un simbolo per gli irlandesi non anglodipendenti, orgogliosi di un gruppo politico, come il loro pubblico.

tutti gli attori, come i tre Kneecap, sono davvero bravi (una piccola parte anche per Michael Fassbender), merito anche del bravo regista.

se vi piacerà la metà di quanto è piaciuto a me, vi piacerà molto,

buona (gaelic rap) visione - Ismaele 

 

 

Gli Kneecap non sono nati da una semplice passione, bensì dalla rabbia e da un riscatto sociale alimentato dal sangue, dalla droga e dalla disperazione di una vera e propria terra di nessuno. Laddove non si muovono più cowboy solitari, ma criminali di varia natura, politicanti e forze d’ordine affamate di potere, eroi locali mai dimenticati e inevitabilmente artisti. Spetta proprio a loro alimentare un moto di liberazione (salvandosi a loro volta), per quanto scorretti, discutibili, immorali e matti da legare. Memorabile!

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La forza del film è proprio questa: sembrare caotico e sgangherato, mentre in realtà orchestra con precisione una riflessione politica e culturale. “Un paese senza lingua è solo mezzo paese”, afferma uno dei personaggi: è la frase che riassume l’anima dell’opera. Il gaelico, lingua minoritaria riconosciuta ufficialmente solo nel 2022, diventa qui simbolo di resistenza, testimonianza di una comunità che non si arrende. Kneecap è un’esplosione di energia e di contraddizioni: sboccato e intelligente, divertente e politico, assurdo e necessario. È cinema che, proprio come un beat martellante, non concede tregua: denuncia, ride, balla, provoca, e infine commuove con la sua ostinata sincerità. È l’urlo di una generazione che non vuole essere definita da conflitti ereditati, ma nemmeno vuole dimenticarli: una dichiarazione di appartenenza che trasforma il caos in ritmo, la rabbia in musica, la lingua in futuro.

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Il regista Rich Peppiatt ci dice diritto in faccia che film andremo a vedere.

Non è una classica storia irlandese fatta di IRA, attentati, morti e martiri torturati in carcere.

La Belfast raccontata in questo film è decisamente più incazzata, lasciata a sé stessa, gli irlandesi combattono contro gli inglesi più che altro per questioni linguistiche e i ragazzi vivono alla giornata strafatti di ogni tipo di droghe in circolazione più o meno come gli scozzesi di Trainspotting.

In questo contesto si collocano due amici d’infanzia che vivono di spaccio e altri reati vari, cresciuti da un padre attivista e indipendentista che ha finto la sua morte per combattere meglio la sua guerra personale e che li ha educati al motto di “"Every word of Irish spoken is a bullet fired for Irish freedom"-“Ogni Parola detta in Irlandese è un proiettile per la libertà dell’Irlanda”…

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lunedì 27 aprile 2026

Resurrection - Bi Gan

ho visto il film in una proiezione "speciale" con il collegamento di Bi Gan, da remoto, alla fine, per rispondere alle domande del pubblico.

il regista, 36 anni, è già uno dei più grandi del mondo, di lui ho visto i suoi film precedenti (ecco la recensione di Kaili blues).

Resurrection è un film certamente non minimalista, ci parla della vita, del cinema, del futuro, dei sogni e della realtà, in una storia o storie, che attraversano un secolo, della storia della Cina.

ciascuno potrà vedere tante citazioni della storia del cinema, per esempio alla fine mi è sembrato di (ri)vedere immagini di A bout de souffle, di Jean-Luc Godard, e di Holy Motors, di Leos Carax.

il piano sequenza finale, di quelli che si vedono raramente al cinema, è una gioia per la mente e gli occhi.

e poi c'è una donna, che apre e chiude il film, una donna che segue il sogno, che sostiene il sogno, che protegge il sogno.

Resurrection è un film impossibile da raccontare, bisogna vederlo e rivederlo, lasciarsi portare dalle immagini, in sala, naturalmente.

buona (imperdibile) visione - Ismaele


 

 

Se è vero il detto “chi è stanco di Londra è stanco della vita, perché c’è a Londra tutto ciò che la vita può permettersi”; si potrebbe rilanciare il detto sostituendo Londra con Resurrection. Il film di cui parliamo in questo articolo è uno dei film più anarchici e complessi di questo decennio, ed è davvero tutto ciò che la settima arte è in grado di sfoderare. Colori, inquadrature, carrellate, personaggi, incastri narrativi escatologici, metacinema, tutto in un unico film. Non è importante che sia compreso al dettaglio, ma che si esperisca tutto come un’esperienza, sì. Un’esperienza da grande schermo, una di quelle difficili da dimenticare…

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Con Resurrection, Bi Gan firma la sua opera più ambiziosa e radicale: un’esperienza cinematografica ipnotica, visivamente sbalorditiva e narrativamente sfuggente, che si interroga sulla natura stessa del cinema e dei sogni. Non tutto è di facile comprensione, ma ciò che resta è un’impressione decisamente indelebile

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La forza di Resurrection è soprattutto visiva: ogni episodio reinventa lo spazio e il tempo del racconto con una libertà rara nel cinema contemporaneo. Eppure, questa ricchezza formale genera una distanza difficile da colmare. I personaggi infatti restano presenze più che individui, attraversano le immagini senza mai radicarsi davvero lasciando lo spettatore ad ammirare continuamente ma restando ai margini. Anche nei momenti più suggestivi, come i passaggi contemplativi o il lungo piano sequenza finale, l’emozione appare filtrata, trattenuta dalla stessa macchina formale che la produce. È una scelta precisa, Bi Gan privilegia una logica onirica e associativa, rinunciando quasi del tutto alla costruzione psicologica. Ma è qui che emerge il limite più evidente del film. Quando tutto diventa possibile sul piano delle immagini, qualcosa si perde sul piano del coinvolgimento. Resurrection finisce così per essere più un’esperienza da osservare che da vivere, più un dispositivo da osservare che un racconto in cui perdersi. Solo nei momenti in cui allenta questa tensione teorica, lasciando spazio alla pura presenza delle immagini, il film riesce davvero a toccare qualcosa di più profondo…

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Il rischio, in un’operazione di questo tipo, è quello di scivolare nel puro formalismo, lasciando che la straordinaria ricchezza visiva oscuri il contenuto. Ma Resurrection riesce a evitare questa trappola proprio grazie alla sua dimensione emotiva.

Ogni episodio, per quanto stilisticamente autonomo, è attraversato da una malinconia in cui il sogno non è mai evasione ma un modo per confrontarsi con ciò che non esiste più.

In definitiva, il nuovo film di Bi Gan si impone come un’esperienza totalizzante, che chiede allo spettatore di abbandonare ogni certezza e di lasciarsi attraversare dalle immagini.

Non è un film "da popcorn" ma un film che richiede attenzione e anche una certa familiarità con la cultura e la storia cinese.

Resurrection ci ricorda che il cinema è, prima di tutto, una macchina dei sogni. E senza sogni, senza quella capacità di perdersi e credere nell’illusione, il cinema stesso non può esistere.

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…Il cinema stesso, nella visione di Bi Gan, è il sogno per eccellenza. Resurrection sembra ripartire da il collasso di un'arte ormai priva di senso, di un dispositivo d'immagine in cui "non è rimasto più nessuno a guardare". Ma dove qualcuno certificava con amarezza testamentaria la crisi del cinema, Bi Gan va oltre: il problema, sembra voler dire, non è la macchina organica e meccanica del cinema, che magari può pure consumarsi e liquefarsi, ma la capacità di chi guarda di accogliere ancora il sogno, di lasciarsi attraversare dalle immagini senza difese razionali. Con le sue citazionisi direbbe quasi spontanee e dotate di forza autonoma , Resurrection è così una sorta di visionario remake , forse l'ultimo film nella storia del cinema, ma anche il primissimo…

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domenica 26 aprile 2026

Kisapmata (In the Wink of an Eye) - Mike De Leon

i film italiani sul padre padrone (non quello di Gavino Ledda filmato dai fratelli Taviani) di moglie e figlie sono cosette in confronto alla terribilità di questo film filippino.

maschilismo, patriarcato, violenza e incesto minacciano (e non solo) Mila e la madre.

Mila si sposa, nonostante le resistenze del padre, con un collega, Noel. 

assillati, stalkerizzati e minacciati i due sposini vivono giornate d'inferno (tutto il film è concentrato in poche settimane), devono fuggire, ma non serve a niente.

un gioiellino da non perdere, se lo trovate (per pochi giorni si può vedere qui)

buona (inquietante e senza speranza) visione - Ismaele

 

 

One Sunday in November, Mila (Charo Santos) announces to her father Dadang (Vic Silayan), a retired police officer, that she is pregnant, asking for permission to marry her co-worker Noel (Jay Ilangan). Tension mount as Dadong's unreasonable expectations for a dowry are not met and he exhibits an increasingly authoritarian streak. The couple marries and soon, Mila's father begins a game of exclusion and manipulation in the hopes of reasserting control over his kin. Based on the true crime reportage "The House on Zapote Street" penned by Nick Joaquin, Mike De Leon's KISAPMATA, beautifully restored in 4K by L'Immagine Ritrovata, is a stunning example of psychological horror; a film that meticulously tighten the noose around its characters' necks until the outcome feels inevitable — culminating in a brutal, unflinching portrait of the horrors of patriarchy at its most pathological.

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Une fois Mila de nouveau prise au piège malgré elle, la mise en scène fait de la maison un véritable personnage secondaire articulant les jeux de pouvoirs qui s’y jouent. Hormis deux envolées oniriques, le réalisateur délaisse les atmosphères gothiques qui donnaient également une importance majeure à la demeure de Itim, pour travail des motifs purement géométriques et de lignes de fuite. En journée les pièces du premier étage (les chambres et la salle de bain) sont des échappatoires à l’autorité du père régnant sur le rez-de-chaussée où il est le seul à recevoir des visites, où il est au centre de l’attention et le seul à avoir la parole – les compositions de plan lors des scènes de repas. La nuit venue, l’ombre s’étend et l’aura maléfique de Dadong avec. Il peut s’immiscer dans la chambre de Mila pour abuser d’elle, et garder tel un cerbère la porte d’entrée et l’accès au téléphone, seules ouvertures pour l’extérieur. Mike De Leon nous fait ressentir tout cela par les nuances de la photographie de Rody Lacap ainsi que par un jonglage habile entre plongées et contre-plongées pour exprimer ces sentiments de dominants/dominés – Noel ivre de colère qui se désagrège totalement lorsque Dadong l’écrasera de son regard…

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…Kisapmata est tiré d’un fait-divers, le meurtre en 1961 de sa famille par un ex-flic, immortalisé par le compte-rendu qu’en fit le journaliste et écrivain Nick Joaquin sous le titre The House on Zapote Street. Mike de Leon utilise ce point de départ pour brosser une critique acide de la dictature de Ferdinand Marcos et de la société patriarcale philippine, la maison de Dadong servant de parallèle à l’état du pays. Il dépeint par la même occasion une situation glaçante tristement réaliste d’emprise d’un homme sur son entourage. Mila ne peut se résoudre à partir, une inaction liée à la peur permanente dans laquelle elle baigne depuis sa naissance, cumulée au risque de perdre son emploi et que Dadong la rattrape grâce à son réseau dans la police ; sa mère n’a nulle part où aller et essaye de contenter son conjoint pour dévier la violence ; et leur bonne, probablement une campagnarde sans le sou, a besoin de son travail pour vivre. Même Noel s’écrase face à Dadong quand il doit le confronter.
Kisapmata est une tragédie oppressante dont on sait dès le début qu’elle va se terminer dans le sang (l’affiche d’origine spoile d’ailleurs allègrement la conclusion et j’ai dû me rabattre sur un poster alternatif d’une piètre qualité). Les interprètes sont excellents, la photographie est superbe, avec une magnifique restauration proposée par Carlotta en Blu-Ray. Les thèmes traités sont extrêmement durs, notamment celui de l’inceste, mais c’est fait de façon fine, sans voyeurisme ou excès. C’est à la fois un efficace thriller psychologique et un portrait juste de violences intra-familiales.

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sabato 25 aprile 2026

Der Knochenmann (Lo scheletro o The bone man) - Wolfgang Murnberger

leggo qui che The Bone Man è uno dei quattro grandi thriller che in questi ultimi anni hanno sconvolto sotterraneamente le regole del noir; gli altri sono Memories of a Murder di Bong Joon HoIl segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella (miglior Oscar film straniero 2010) e Zodiac di David Fincher.

e allora come faccio a non guardarlo?

e dopo la visione posso dire che è proprio un gran film, pieno di colpi di scena, e non ci si annoia un secondo.

un gioiellino da non perdere, promesso.

buona (leasing e gulash) visione - Ismaele


 

Der Knochenmann è un thriller che non ha nulla da invidiare al modello americano, molto ben confezionato, che parla del sempiterno ciclo vita/morte simboleggiato dalla catena alimentare dei polli che sono costretti a mangiare una farina di carne ricavata dagli scarti e dalle ossa di loro simili in una riedizione industriale del cannibalismo.
Inutile sottolineare che la specialità della casa dell'osteria Loschenkol sia proprio il pollo e che il padrone faccia un gulasch fantastico usando ingredienti segreti.
Ecco,però io di quei sughetti non mi fiderei troppo...

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Dans une ambiance de suspens, non sans un fond de critique sociale, se déroule le film. Le récit est traité avec un coté satirique, teinté d'un fort humour noir, composant ainsi un étonnant cocktail. Son ambiance glauque et sombre entraîne le public dans les méandres du restaurant où il se passe des choses étranges. Et où de nombreuses scènes pourront heurter les âmes sensibles des plus jeunes spectateurs. Mais le mélange triller et humour fait du film une oeuvre originale.

On se demande parfois jusqu’où ira le scénario et on a l'impression d'une certaine absence de limites. Mais le dosage entre scènes tirant en longueurs et image léchée montre toute la maîtrise du réalisateur. La quête de la vérité et les nombreuses sous-intrigues du film, fomentent un scénario bien ficelé, qui fait de ce film un « ofni » très intéressant à découvrir sur grand écran.

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venerdì 24 aprile 2026

Sciatunostro - Leandro Picarella

quando i bambini erano bambini (ma ce ne sono ancora, solo che non li ri-conosciamo più), su un'isola ai margini della modernità (per loro fortuna) due bambini, Ettore e Giovannino sono un tutt'uno, esplorano la loro piccola isola tutti i giorni, con le loro biciclette.

e poi Ettore parte, a Giovannino sembra mancare un arto, almeno, e aspetta che torni, e quando succede è commovente (solo i morti non si commuovono).

e poi tutti partiranno, purtroppo.

un film d'altri tempi, sembra, ma è attuale e necessario.

un film da non perdere, promesso.

buona (Ettore e Giovannino) visione - Ismaele




In una piccola isola nel cuore del Mediterraneo, Ettore e Giovannino, due amici inseparabili di undici e sette anni, si preparano a vivere l’ultima estate insieme. Ettore, costretto a trasferirsi sulla terraferma per proseguire gli studi, lascia sull’isola un vuoto che Giovannino dovrà colmare. Attraverso l’archivio e la videocamera di Pino, un anziano video amatore, il tempo si fa me- moria condivisa, e il soffio dell’isola – sciatu – diventa il respiro di un’intera comunità.

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La vicenda del film Sciatunostro si concentra su Ettore (Pesaresi) e Giovannino (Cardamone), due amici di undici e sette anni. Con l’arrivo della fine dell’estate, Ettore si prepara a lasciare l’isola per trasferirsi sulla terraferma, dove proseguirà gli studi. Questa separazione segna un momento di passaggio, non solo nella relazione tra i due bambini, ma anche nella loro esperienza dell’infanzia.

La presenza di Pino (Sorrentino), un anziano videoamatore che ha documentato la vita isolana nel corso degli anni, introduce nel film un secondo livello temporale: le sue riprese diventano un archivio visivo che dialoga con il presente, offrendo un ritratto stratificato della comunità.


Un’umanità da prima fila

I personaggi che compaiono nel film Sciatunostro non sono attori professionisti ma abitanti dell’isola. Ettore e Giovannino sono ritratti nella loro quotidianità, mentre Pino svolge un ruolo chiave come custode della memoria visiva. Le sue immagini, realizzate nel corso del tempo, si integrano al racconto contemporaneo.

Accanto a loro compaiono altri abitanti, tra cui Teresa Randazzo, che contribuiscono alla rappresentazione della vita sull’isola. Il film si sviluppa attraverso osservazione diretta e materiali d’archivio, senza l’uso di ricostruzioni finzionali…

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