venerdì 2 ottobre 2026

Naza - Yuval Abraham e Rachel Szor

si leggono molte cose su Naza, ma prima bisogna vedere il film, e capire che tutto quello che abbiamo letto dai palestinesi e dagli ebrei antisionisti (che in qualche posto, come in Italia, passano per antisemiti, secondo il mainstream e le leggi).

dove ho visto il film la sala era piena, nessuno chiacchierava, nessuno guardava il telefonino, tutti eravamo concentrati sulle parole e sulle immagini.

il film non aggiunge molto a quello che si sapeva da parte dai palestinesi e dai (non molti) ebrei antisionisti, solo che ascoltarlo nelle parole di chi sta compiendo il genocidio è molto diverso, gli intervistati sono (tutti o quasi) orgogliosi ed entusiasti di quello che hanno fatto e stanno facendo, parlano di un sistema che non sbaglia, molti affermano che hanno obbedito agli ordini, uno di loro (solo uno) paragona gli israeliani che combattono, a tutti i livelli, ai nazisti; di sicuro a tutti, da appena nati, hanno fatto il lavaggio del cervello. 

durante le interviste la telecamera, fra un'intervista e l'altra, osserva e mostra quello che succede nelle case di Tel Aviv, forse, chissà, a far pensare che a Gaza, a poche decine di chilometri da Tel Aviv, le persone stavano a casa, prima di essere sterminate, erano come gli israeliani, nè più nè meno.

poi pensi che il film, girato in Israele da due israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor non cambierà niente in quel paese che passerà alla fogna della storia come genocida, come dice Frank Zappa: "Una delle mie tesi filosofiche preferite è che la gente sarà d'accordo con te solo se è giá d'accordo con te. Non riesci a cambiare la mente degli altri ."

i due registi sono ormai, dopo questo film, nella lista nera degli ebrei antisemiti, una categoria che le leggi non prevedono, forse anche le leggi si vergognano.

un film per aver paura, molti film horror sono quasi comici, al confronto.

buona (notturna) visione - Ismaele



ps1: senza polemica, sarebbe interessante sapere quanti degli spettatori di Naza sono andati a vedere Palestina 36 (che mostra quando tutti ebbe inizio, grazie agli splendidi inglesi e ai coloni ebrei fuggiti dall'Europa antisemita), quelli che non lo hanno visto lo vedano, se e quando passerà nei canali di streaming.

ps2: è di questi giorni una notizia positiva, quando all'ONU è stato chiamato a intervenire il genocida e criminale di guerra Netanyahu, 77 delegazioni hanno abbandonato la sala (qui la lista degli stati le cui delegazioni hanno abbandonato la sala, fra le offese minacce e le minacce israeliane). 

 

scrivono Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad


...Da oltre un secolo i palestinesi documentano la propria storia di colonialismo d’insediamento, esproprio delle terre, espulsione e resistenza. Da quasi tre anni trasmettono sui nostri telefoni, in diretta, la distruzione di Gaza: ospedali sotto attacco, bambini sepolti sotto le macerie, famiglie annientate, giornalisti uccisi mentre documentavano ciò che accadeva. Quelle immagini non avevano bisogno di una traduzione israeliana per essere comprese.

Eppure quasi nessuno parlava della violenza genocida che si è estesa alla Cisgiordania, né della repressione dei cittadini palestinesi di Israele. La storia non è cominciata nell’ottobre 2023, e non riguarda un solo gruppo né un solo territorio. È un genocidio contro il popolo palestinese, usato come mezzo per un fine: la pulizia etnica e la sostituzione. È questo il contesto. E allora la domanda diventa inevitabile: qual è, oggi, lo scopo di NAZA?

Informare? Confermare? Denunciare? Oppure contribuire concretamente alla giustizia?

Se lo scopo è informare, il destinatario non è certo il pubblico israeliano, che sapeva e sosteneva il genocidio. Lo dimostrano le dichiarazioni di politici, giornalisti ed esponenti della società civile, e i filmati diffusi dai soldati e da comuni cittadini di una società militarizzata, che impone il servizio militare a tutti i suoi cittadini tranne che ai palestinesi con cittadinanza israeliana. Non li turbavano nemmeno le notizie sulla fame a Gaza, la fame usata come arma di genocidio: c’era chi bloccava l’ingresso dei camion di aiuti e chi derideva i palestinesi, mentre l’esercito sparava su chi era in fila per il cibo. È quanto accaduto nella cosiddetta «strage della farina» del 29 febbraio 2024, lungo Al-Rashid Street, quando le truppe israeliane aprirono il fuoco sulla folla in attesa dei camion di aiuti umanitari, uccidendo oltre cento persone e ferendone centinaia. L’espressione è poi passata a indicare anche le successive «stragi del pane», legate alla disperata distribuzione di cibo a Gaza.

Resta il pubblico occidentale. Quali informazioni gli mancavano?

Se lo scopo è confermare le testimonianze palestinesi, perché serve la parola di un soldato israeliano perché diventino credibili? Non sono bastati i corpi, le immagini e i video diffusi dai palestinesi stessi?

Se lo scopo è denunciare i crimini, che cosa dovrebbe accadere dopo la denuncia? E quali responsabilità hanno le istituzioni che applaudono, quando i loro governi dispongono già di un’enorme quantità di prove?

Se i soldati israeliani intervistati dispongono davvero di informazioni sulle decisioni operative, sulle catene di comando e sulle responsabilità individuali, quelle informazioni non possono esaurirsi nell’emozione del pubblico in sala. Sono dichiarazioni che fanno rabbrividire, non verità da applaudire. Vanno conservate e messe a disposizione di investigatori e magistrati indipendenti: della Corte internazionale di giustizia, nel procedimento per genocidio avviato dal Sudafrica, e della Corte penale internazionale, che giudica le responsabilità individuali...


...Palestine 36, di Annemarie Jacir, offre una prospettiva diversa. Restituisce ai palestinesi la soggettività politica e la continuità della propria storia. Non sono comparse nel risveglio morale di qualcun altro, ma protagonisti di una società e di una lotta per l’autodeterminazione che esistevano ben prima dell’ottobre 2023, e prima ancora della creazione dello Stato di Israele in Palestina.

Non applaudire NAZA non significa rifiutarsi di vederlo. Significa domandarsi perché venga applaudito e celebrato così, mentre tutto ciò che i palestinesi hanno già detto e documentato resta in secondo piano... 

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scrive Jamal Kanj:

...Controllare il discorso richiedeva il controllo dei testimoni: tenere fuori la stampa, uccidere i giornalisti che portavano quelle telecamere “minacciose” e lasciare che il Goebbels Sionista diffondesse la sua Hasbara (Propaganda Sionista) per offuscare la verità. Tra i principali argomenti del discorso “Israele prima di tutto” c’era l’affermazione che il rapporto tra civili e combattenti uccisi a Gaza fosse migliore di quello americano in Iraq o in Afghanistan. Era una statistica fatta su misura per le emittenti televisive via cavo, precisa, autorevole e impossibile da verificare in modo indipendente, perché coloro che avrebbero potuto controllarla erano stati esclusi dalle stesse testate giornalistiche dal contestare l’affermazione, banditi dall’ingresso a Gaza o già uccisi.

Ecco perché il documentario israeliano NAZA ha ricevuto l’attenzione che ha ricevuto. Il suo titolo deriva dall’acronimo militare ebraico Nezek Agavi, un termine agghiacciante che indica il numero di civili che si prevede vengano uccisi e che viene preso in considerazione dalle valutazioni dei servizi segreti israeliani quando si prendono decisioni sugli obiettivi a Gaza...

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scrive Roberto Sedda:

…Non avevo grandi dubbi che a Gaza si stia commettendo un genodicio, quindi non sono rimasto sorpreso, quello che ho trovato profondamente interessante del film (sì, anche nel senso dell’antica maledizione cinese, ti auguro di vivere in tempi interessanti) è la descrizione plastica di come si organizza un genocidio e di come ne vivono la gestione coloro che lo compiono.

In questo senso, sono certamente strumentali e ingiustificate le repliche difensive che ho visto girare sui social (e su molti media israeliani) che si affannano a negare singoli aspetti del film (spesso, fra l’altro, con inesattezze), per esempio il ruolo dell’intelligenza artificiale; quello che conta è la descrizione di un sistema di sterminio.

È chiaro che le parole sistema di sterminio richiamano associazioni ben precise con altri eventi del passato; Auschwitz è citato esplicitamente da uno degli intervistati in uin passaggio del film. La mia idea è, da sempre, che la storia non si ripete: eventi storici distanti fra loro possono illuminarsi a vicenda, se ne possono fare comparazioni e possono essere inseriti in categorie storiche generali, però non sono mai lo stesso fatto, per definizione. C’è un discrimine preciso in questo tipo di discorsi: il testimone nel film usa la comparazione per descrivere una propria situazione esistenziale e questo è legittimo; il passaggio è notevole e i registi hanno fatto bene a conservarlo….

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dice Etan Nechin:

...Il vero soggetto del documentario è ciò che accade quando un sistema fallisce, sia moralmente che tecnicamente. L’intelligence israeliana ha mappato ogni edificio a Gaza e poteva monitorare le comunicazioni telefoniche in tutto il territorio ben prima della guerra, eppure non è riuscita ad impedire il 7 ottobre. Ogni confessione e ogni fotogramma ricorda quel giorno...

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scrive Elisa Giudici:

...Laddove La voce di Hind Rajab esplorava il devastante impatto psicologico che il tentativo di salvare Hind Rajab aveva avuto sui soccorritori che avevano passato ore al telefono con lei, qui l’unica reazione emotiva è la rara richiesta da parte dell’intervistatore di ripetere un concetto o chiarirlo, quando la portata disumana delle rivelazioni degli intervistati scalfisce l’aplomb con cui i due registi impostano la pellicola. Naza infatti tenta un approccio distaccato, analitico, che cede raramente all’emozione e all’enfasi. Per questo una delle rare note stonate del film è la decisione di mostrare sul finale un video verticale con un papà che cerca disperato i figli sotto le macerie di un condominio bombardato e le drammatiche immagini di una serie di piedini di bambini che sporgono, immobili e scalzi, dai calcinacci. Dopo i concisi, puntuali, precisissimi 90 minuti precedenti, questa aggiunta rischia di risultare manipolatoria...

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scrive Giampiero Frasca:

...Gli applausi a scena aperta di Venezia, il silenzio gonfio di commozione della sala cinematografica e probabilmente di tutte le altre sale cinematografiche sono reazioni partecipi ma attese, del tutto prevedibili. Appartengono a un pubblico che è andato lì intenzionalmente, che vuole vedere confermata la sua tesi già delineata. Naza non ha nessuna possibilità di fare proseliti e nemmeno ambisce a farli, perché nell’era delle fake news appositamente sguinzagliate, dei social, dell’ideologia individuale che si fa protervia, dei commenti sguaiati e delle tesi che diventano dogmi inattaccabili, perché nessuno è disposto a conoscere ma solo ad affermare le sue idee, questo film si rivolge a una precisa bolla. Chiunque altro non faccia parte della bolla è pronto a rifiutarlo, a confutarlo, ad aggredire perché lui ce l’ha più lungo degli altri, soprattutto se gli altri sono circoncisi (lo sono anche i musulmani, eh).

Naza sarà vero ancor prima di entrare in sala per chi lo va a vedere e pretestuoso quando non addirittura inattendibile per chi ha deciso a priori che mai lo vedrà.
Sposta qualcosa? Nulla. Dota solo di un grado maggiore di consapevolezza: che uccidendo a uno a uno tutti i membri di Hamas se ne andranno con loro anche i vicini di casa. Finché non ne rimarrà più nessuno. Quelli della bolla inorridiranno e si chiuderanno ancora più nel loro spesso silenzio. Tutti gli altri esulteranno. E non importa se fino a tre anni fa questi stessi altri consideravano gli ebrei né più né meno di come li concepivano i nazisti durante le leggi di Norimberga.

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scrive Lavinia Marchetti:

...Nel 1946 la domanda, come noto, era come fosse stato possibile vivere dentro un sistema criminale e continuare la propria vita. Nel 2026 quella domanda è dannatamente peggiore, adesso le immagini arrivano mentre i fatti accadono e questo non basta comunque ad impedire che un genocidio accada.

Abraham e Szor hanno risposto alla maniera di Jaspers: apparteniamo a questa società, sappiamo ciò che sta accadendo, dunque abbiamo un obbligo.

Questo film, la sua diffusione, è importante anche a posteriori. Fra molti anni sarà difficile rifugiarsi nella formula che accompagna quasi tutti i grandi crimini della storia: io non sapevo. No stavolta non sarà proprio possibile.

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mercoledì 30 settembre 2026

Donnarumma all'assalto – Marco Leto

tratto dal romanzo di Ottiero Ottieri, il film (e il romanzo, il titolo è lo stesso) racconta le vicissitudini di un selezionatore del personale in una fabbrica del sud (ispirato allo stesso lavoro fatto dallo scrittore nella fabbrica dell'Olivetti a Pozzuoli).

il dirigente del personale arriva dal nord e si trova in una realtà sconosciuta, tanti disoccupati vogliono un posto nella fabbrica, e scegliere i lavoratori e le lavoratrici è davvero difficile, anche secondo le neutrali e oggettive tecniche moderne di selezione del personale.

siamo nel periodo dell'industrializzazione del sud, i candidati al lavoro sono davvero credibili, povera gente, spesso analfabeti, che vogliono solo faticare, con uno stipendio sicuro.

tutti sono bravi, Stefano Satta Flores sopratutto, è lui che interpreta Donnarumma (che non è un portiere di calcio affermato, ma èsolo un disoccupato di lungo corso), un incubo per la dirigenza della fabbrica.

buona (industriale e operaia) visione - Ismaele

 

  

QUI si può vedere il film completo


 

Prodotta dalla RAI, è la versione cinematografica dell'omonimo libro del 1959 di Ottiero Ottieri. Una riproduzione onesta, senza particolari concessioni ad altro che non sia il mero resoconto dei fatti, che vedono uno psicologo del nord arrivare in uno stabilimento presso Napoli chiamato a valutare i candidati all'impiego. Il mondo della fabbrica degli anni '70 è perfettamente rappresentato, con tutti i suoi risvolti chiari e torbidi. Buono il cast, con un Gianni Garko in parte e un grande Stefano Satta Flores. Un'occhiata la merita.

da qui

 

In un grande stabilimento nei pressi di Napoli arriva uno psicologo destinato a selezionare le candidature per le assunzioni in ditta. L'uomo ancora non si rende conto delle difficoltà del suo compito e della varietà umana che si troverà davanti.

L’opera più nota di Ottiero Ottieri, sociologo col vezzo della scrittura o viceversa scrittore con la passione per la sociologia, è Donnarumma all’assalto, un romanzo del 1959 piuttosto freddo nei toni, molto analitico, che racconta in prima persona le vicissitudini di uno psicologo alle prese con le innumerevoli candidature per lo stabilimento Olivetti a Pozzuoli. Va subito riconosciuta a Marco Leto una notevole capacità di trasportare quanto mai rispettosamente la pagina scritta nelle immagini della pellicola; questo film, girato per la Rai nel 1972, risulta compatto, ben narrato e godibile per lo spettatore pur senza snaturare eccessivamente il testo di partenza – a scrivere la sceneggiatura è d’altronde intervenuto un tris di firme composto da Bruno Di Geronimo, Ernesto Guida e dal regista stesso. Leto proveniva da un lungo apprendistato durante il quale aveva imparato il mestiere a fianco di professionisti come Franco Rossi, Florestano Vancini e altri ancora; dal 1967 il Nostro passa in prima persona dietro la macchina da presa e comincia a sfornare una serie di titoli televisivi improntati all’impegno storico e civile come La sconfitta di Trotsky (1967) e La rivolta dei decabristi (1970) per citarne solo un paio. È naturale dunque che il suo approccio a un’opera come quella di Ottieri sia funzionale al progetto; certo, la tensione crescente (che deflagra nel finale) è gestita con ogni probabilità in modo un po’ approssimativo, ma d’altronde Leto pare più improntare il suo cinema alle idee che all’azione. Tra gli attori a sua disposizione ci sono Stefano Satta Flores, Magali Noel, Gianni Garko e Milena Vukotic: affatto male. Apprezzabile anche la colonna sonora di Manuel De Sica.

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Il film, apparentemente molto fedele al romanzo, procede alternando riflessioni in prima persona del protagonista e gli sviluppi veri e propri della vicenda.
Si arriva così a costruire un quadro sociale molto sottile e di impatto, che mostra uno spaccato della società duro da digerire: un meridione d’Italia ancora formato da paesi poverissimi in cui la maggior parte delle persone è semianalfabeta, la disoccupazione è alle stelle ed il lavoro non viene visto come un’opportunità di sviluppo personale ma come un miraggio, un dono caduto dal cielo capace di strapparti dalla tua condizione di miseria. Il sistema di selezione del personale, studiato per valutare attitudini e competenze, risulta quasi grottesco in un contesto in cui nessuno è interessato a fare un particolare lavoro piuttosto che un altro, in cui nessuno è in grado di presentare competenze specifiche se non una generica (e talvolta dichiarata a parole ma assente nei fatti) voglia di “faticare”.

Il protagonista si scontra con questa massa di disillusi e demotivati il cui rappresentante di spicco è proprio Donnarumma, uomo focoso e sanguigno, che passa tutte le sue mattinata fuori dai cancelli della fabbrica a minacciare i dirigenti, rifiutando di fare domanda per essere ammesso alla procedura di selezione perché la ritiene una procedura inutile, sapendo già in principio che verrà scartato. In barba alle dinamiche del sistema reclama un lavoro perché ne ha bisogno, fottendosene di test di competenze e colloqui psico-attitudinali.

Una bella fotografia di un mondo che ora esiste sempre di meno, ma non credo proprio che non esista più del tutto.

Bello vedere Milena Vukotic in un ruolo ampio che rende giustizia alle sue abilità recitative e non relegata a mera spalla comica.

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martedì 29 settembre 2026

Ikitie (The Eternal Road) - Antti-Jussi Annila

il film racconta la creazione e la distruzione di una cooperativa agricola "americana", durante i primi anni dello stalinismo. 

Jussi Ketola viene rapito dalla sua famiglia in Finlandia e portato il quella fattoria, in Unione Sovietica.

sembra una specie di paradiso, ma ben presto l'ossessione dei tradimenti e delle delazioni portano al terrore e agli omicidi.

e tutte le volte che si avvicina quella macchina nera con i viscidi funzionari del partito tremiamo anche noi.

Antti-Jussi Annila fa film che non si dimenticano, e questo ne fa parte.

buona (terroristica) visione - Ismaele

 

Durante la grande depressione degli anni Trenta, Stalin invita tutti i lavoratori del mondo a costruire una nuova società basata sulla giustizia, sull'uguaglianza e sulla libertà. Più di dieci mila americani rispondono alla sua chiamata e tra questi vi è Jussi Ketola, un americano di origini finlandesi. Tuttavia, il sogno di un paradiso comunista va rapidamente in frantumi quando Jussi è assillato da un lato da alcuni bulli fascisti e dall'altro lato dalla polizia segreta sovietica. Nonostante gli ostacoli, Jussi riesce a stabilirsi nella comunità e a costruirsi una famiglia ma, quando cambia il clima politico, gli stranieri iniziano a essere considerati elementi indesiderati e a scomparire misteriosamente.

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…Lo sfondo storico di The Eternal Road, ispirato peraltro a fatti realmente accaduti (e già condensati in un libro dal connazionale Antti Tuuri), corrisponde alla Grande Depressione degli anni ’30, periodo di crisi iniziato negli USA di cui Stalin approfittò per esortare i lavoratori degli altri paesi a raggiungere l’URSS, così da costruire tutti insieme una nuova società basata sulla giustizia, l’uguaglianza e la libertà. Anche molti cittadini americani e canadesi vicini alle idee socialiste accettarono l’invito. Furono più di 10.000. Ma per loro non finì bene. Mutato il clima politico, instauratasi una spirale di controlli polizieschi, paranoie diffuse e repressioni di rara ferocia, quelle volenterose comunità “ospiti” del sogno sovietico riorganizzate in kolchoz nella regione artica furono decimate una dopo l’altra, tra delazioni, processi farsa, brutali interrogatori, torture, esecuzioni sommarie e uccisioni di massa. Pochi “fortunati” furono semplicemente rimpatriati nei paesi d’origine, ma per il resto la spietata macchina di morte messa in moto da Stalin e dai suoi più stretti collaboratori non conobbe pietà. E in questa cornice ha luogo anche la fosca avventura del nostro protagonista, il finlandese Jussi Ketola (qui interpretato da un convincente Tommi Korpela), soggetto pacifico e anarcoide prelevato con la forza da connazionali di estrema destra e costretto a riparare in Unione Sovietica, dove gli verrà impedito per anni di tornare dalla propria famiglia, costretto invece a partecipare alla costruzione del fantomatico “paradiso dei lavoratori” sotto il controllo continuo della polizia politica, fino ad assistere in prima persona a indicibili orrori sottraendosi lui stesso, un po’ per caso, a una gran brutta fine.
Non inganni la robustezza del tema trattato: quello di Antti-Jussi Annila non è comunque un semplice film di denuncia, bensì un polimorfico oggetto filmico che accumula pathos di continuo parafrasando liberamente gli stilemi del western, del noir, del melo e di diversi altri generi, riadattati con personalità sia durante il rapimento del protagonista, sia durante la sua permanenza forzata nel kolchoz. Cinema di altissimo livello, insomma, che finisce poi per inglobare la tragicità della Storia con una parte finale da incubo, simile volendo a Katyn del maestro polacco Wajda per la crudezza con cui le esecuzioni vengono messe in scena.

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lunedì 28 settembre 2026

Badaren (Swimmer) - Jonatan Etzler

 

Palestina 36 - Quando tutto ebbe inizio - Annemarie Jacir

Annemarie Jacir fa film politici e Palestina 36 non fa eccezione.

dopo otto anni di lavorazione (a partire dalla sceneggiatura) arriva in sala il film che mostra la rivolta dei palestinesi del 1936 (anche con immagini d’archivio) contro il colonialismo britannico e il furto delle terre dei contadini palestinesi da parte dei coloni di origine ebraica protetti e sostenuti dai soldati britannici; le loro stragi di palestinesi e pulizia etnica furono l'anticipo della Nakba.

a pensarci bene non è cambiato molto da allora, i coloni rubano terre, e sorgenti, distruggono villaggi palestinesi, ammazzano palestinesi, c'è un regime di apartheid, un'oppressione e un'occupazione con pochi esempi al mondo.

il film mostra la doppiezza dei colonialisti inglesi, che consegnaro la Palestina ai coloni e qualche anno dopo lo stato d'Israele si sostituì ai britannici nell'opera di colonialismo*.

la regista ha girato il film fra la Giordania e la Palestina, gli attori sono tutti bravi, anche chi interpreta i pessimi inglesi, e il film, anche se fa star male, merita di essere visto, anche purtroppo è solo in 27 sale in tutta Italia.

buona (resistente) visione - Ismaele



*il colonialismo è (quasi?) sempre la precondizione, il brodo di coltura per genocidi e pulizie etniche, come è successo agli Herero e ai Nama, ad opera dei tedeschi nel territorio dell'attuale Namibia,  in Congo, ad opera dei belgi fra il XIX e il XX secolo, in Libia ed Etiopia, ad opera dell'Italia, e così via.

anche in Palestina genocidio, pulizia etnica e furti di terre, e non solo, sono le conseguenze del colonialismo, il cancro più diffuso degli ultimi 5 secoli, forse uno dei più forti valori e principi degli stati europei.



“Palestine 36” (Memoria di una Rivolta)  è un film sul passato palestinese che racconta la storia di oggi - Qassam Muaddi

“Palestine 36” non è un film sulla rivoluzione palestinese contro il dominio coloniale britannico. Parla dell’attuale bivio che la Palestina si trova ad affrontare.

Fonte: English version

La settimana scorsa ho portato i miei genitori al cinema del Municipio di Ramallah per vedere un film, l’attesissimo “Palestine 36” della regista palestinese Annemarie Jacir. Trattandosi della rivoluzione del 1936-1939 in Palestina, pensavo di assistere a un adattamento cinematografico di eventi che già conoscevo, quindi non mi aspettavo di imparare nulla di nuovo. Mi sbagliavo.

Il film getta luce sul contesto sociale e politico della Palestina durante la rivolta palestinese contro il dominio coloniale britannico attraverso le storie di diversi personaggi, descrivendo la vita in un villaggio palestinese attraverso le vite di una famiglia contadina, in particolare dei suoi figli. Mostra anche la realtà dei lavoratori palestinesi e la paralisi politica delle élite palestinesi, nonché i loro complicati rapporti con le autorità britanniche.

Ma al centro di tutto, il film segue una giovane e appassionata giornalista palestinese che cerca di dare un senso alla rapida evoluzione degli eventi nel suo Paese. Cerca di spiegare questi cambiamenti alla sua società e al mondo, quasi urlando nel vuoto.

Quel personaggio in particolare mi ha ricordato una canzone pop spagnola sulla guerra civile spagnola, che ebbe luogo esattamente negli stessi anni della rivoluzione palestinese, dal 1936 al 1939. Uno dei versi della canzone dice:

“Bombe che rubano il sonno, fischiarono in quelle notti

 La terra si spacca in due, e il mondo distoglie lo sguardo…”

“Palestine 36” mostra come la terra della Palestina fosse divisa in due: il divario tra la difficile situazione dei palestinesi e la mentalità coloniale degli inglesi; il divario tra la realtà delle classi popolari palestinesi, che sopportano povertà, perdita di terre e brutali punizioni collettive per mano degli inglesi, e le élite palestinesi perse nelle loro dispute politiche e nei calcoli dei profitti e delle perdite derivanti dalle rendite fondiarie.

Ma questi dettagli non mi erano nuovi. I palestinesi della mia età conoscono la brutalità degli inglesi dai nostri anziani che l’hanno vissuta in prima persona, e perché l’occupazione israeliana ne ha ereditato i metodi. Leggiamo anche delle divisioni del movimento nazionale palestinese dell’epoca, e possiamo vedere come i nostri attuali leader abbiano ereditato la loro incapacità di guidare. Persino la colonizzazione sionista delle terre palestinesi, con la facilitazione e la protezione delle autorità britanniche, è una storia ben nota a molti della mia generazione.

Ma qualcosa nel film mi ha colpito. Era l’atmosfera di ansia, terrore e disperazione di un popolo che vede il proprio mondo dilaniato a un ritmo accelerato, e la frustrazione di non poter dare voce a tutto questo. Eppure, io stesso non l’avrei colta nello stesso film se fosse stato girato cinque anni fa

Quella mattina, come ogni giorno, mi recai a Ramallah. Ma prima, passai  mezz’ora in ansia, sperando che il posto di blocco all’uscita del mio villaggio si aprisse prima del mio arrivo, per evitare di perdere un’ora o più del mio tempo. Poi seppi  che dei coloni avevano attaccato un villaggio non molto lontano dal mio e, leggendo le notizie, sperai che nessuno fosse rimasto ferito, mentre respingevo la possibilità che il mio villaggio potesse essere il prossimo.

Più tardi, durante la giornata,  trascorsi un’ora a chiamare gli autisti dei minibus della mia zona per assicurarmi che le strade fossero libere e che i miei genitori potessero arrivare in tempo per il film. I miei genitori erano già in viaggio quando seppi  che lo stesso posto di blocco era stato chiuso di nuovo. Avevo un peso nello stomaco, sperando che i soldati israeliani al posto di blocco non fermassero il minibus che trasportava i miei anziani genitori, sottoponendoli a un’esperienza umiliante o rimandandoli indietro.

Volevo regalare ai miei genitori una giornata fuori per fargli sentire che tutto era “normale”. In seguito, guardando scene di abitanti di un villaggio palestinese di 80 anni fa che calcolavano il tempo necessario per andare e tornare dal loro villaggio alla città – e i rischi associati al viaggio – la continuità tra passato e presente mi apparve più  che un po’ inquietante.

La figura che mi ha colpito di più è stata la giornalista. All’epoca non poteva sapere che la rivoluzione sarebbe stata schiacciata, o che un evento apocalittico, la Nakba, le sarebbe seguito oltre un decennio dopo. L’unica cosa che sapeva era che ciò che faceva – indagare, comprendere, scrivere – aveva uno scopo. Sembrava frustrata dalle élite palestinesi, che cercavano di ragionare con gli inglesi per proteggere i palestinesi. Denunciava la loro incapacità di unirsi, pur mantenendo una certa ingenuità, nel tentativo di imporre chiarezza nel caos della retorica politica. E la tragedia di tutto ciò è che fu infruttuoso. Lo sappiamo perché i giornali palestinesi avevano messo in guardia contro il progetto sionista fin dagli anni ’20 e avevano difeso la causa del popolo palestinese negli anni rivoluzionari del 1936-1939, anche di fronte a una leadership divisa. Non si fece nulla per fermare il processo coloniale che cancellò metà dei villaggi e delle città della Palestina dalla mappa.

“Non è il 1936”, pensai mentre uscivo dal cinema, mentre i miei genitori cercavano di capire se saremmo riusciti a tornare a casa a un’ora così tarda. “Questo è il mio villaggio oggi. Ora è Ramallah”. Poi sentii il cuore sprofondare quando mi colpì il pensiero successivo: la differenza è che oggi sappiamo tutti a cosa stava portando quel processo. E quella giornalista appassionata, giovane e ingenua? Quello sono io, che cerco di spiegare tutto a un mondo che ha pieno accesso a ciò che sta accadendo, eppure rimane intenzionalmente sordo.

La consapevolezza di questo ciclo storico arriverebbe probabilmente troppo tardi per i palestinesi di Gaza, dove il nuovo ciclo della Nakba ha già distrutto le loro case e comunità. Ma qualcosa in questo ciclo sembra essersi rotto.

“Palestine 36” è il primo adattamento cinematografico della rivoluzione del 1936 per il pubblico internazionale, e molti in tutto il mondo stanno appena iniziando a conoscere quell’episodio della storia palestinese. Ci sono voluti decenni perché la realtà della Nakba venisse riconosciuta. Ma ora non è più così.

Il genocidio di Gaza è stato trasmesso in diretta streaming e, per la prima volta nella storia, non ci sarà bisogno di passare anni a cercare prove del genocidio. L’umanità in generale non ha lasciato che accadesse. Al contrario, è stato il fatto che le proteste di massa non si siano fermate per due anni e abbiano iniziato a influenzare il dibattito politico e le politiche in molti Paesi a costringere gli Stati Uniti a imporre un cessate il fuoco a Gaza. Questa consapevolezza internazionale potrebbe anche essere una delle ragioni per cui i palestinesi di Gaza non sono ancora stati sostituiti dagli insediamenti, come accadde nel 1948. Ma il giornalismo è giornalismo, ieri come oggi, quindi qual è la differenza?

Non credo che siano Internet o i social media a fare la differenza. Questi sono solo i mezzi che hanno permesso che la vera differenza entrasse in gioco: un pubblico internazionale che si interessa davvero e vuole sapere. Un’umanità che porta con sé il trauma delle atrocità passate, da Hiroshima al Vietnam, da Guernica all’Iraq, è stanca della ripetizione della stessa brutalità. Probabilmente è qualcosa su cui un giornalista palestinese degli anni ’30 non poteva contare, o nemmeno sognare. La speranza, forse folle, è che questa volta sarà diverso. Questa volta, anche se “la terra si spacca in due”, non tutti nel mondo “distoglieranno lo sguardo”.

Traduzione a cura di Grazia Parolari

da qui


Nota storica. La rivolta guidata dai contadini contro il colonialismo britannico nel 1936 segnò l’inizio della più grande e lunga insurrezione contro il dominio britannico durato trent’anni. I palestinesi di tutte le classi sociali si mobilitarono e il sentimento nazionalista si diffuse sulla stampa araba, nelle scuole e nei circoli sociali e letterari. Gli inglesi, colti di sorpresa dall’ampiezza e dall’intensità della rivolta, reagirono ponendo la Palestina sotto la legge marziale e schierando oltre ventimila soldati sul territorio, senza tuttavia riuscire a controllare una popolazione di meno di un milione di persone. Arrivarono navi cariche di carri armati e mitragliatrici. La Royal Air Force iniziò a mitragliare le campagne. Migliaia di palestinesi furono imprigionati, picchiati e i leader esiliati. La rivolta durò tre anni e fu probabilmente la più grande e lunga rivolta anticoloniale dell’Impero britannico…

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…È significativo che le intuizioni artistiche più felici di Jacir abbiano tutte una base politica. Uno dei punti di forza di Palestina 36 è la scelta di raccontare la storia attraverso una narrazione corale, che mette al centro non un individuo ma la lotta collettiva del popolo palestinese, dai bambini ai membri più anziani del villaggio. Allo stesso tempo i palestinesi non sono raffigurati come un blocco omogeneo, ma come membri di una società solcata da divisioni di classe, evidenziate dal contrasto tra lo stile di vita di Khuloud e Amir, che vivono a Gerusalemme a stretto contatto con gli ufficiali britannici, e i contadini del villaggio. La subalternità delle élite palestinesi all’imperialismo e la collusione con gli stessi sionisti sono tra le tematiche più importanti del film.

La coralità serve anche a dare un taglio quasi documentaristico alla narrazione, sistematicamente intervallata dall’inserimento di materiale d’archivio. Queste riprese d’epoca sono state colorate per ridurre la distanza con lo spettatore: Palestine 36 si svolge novant’anni fa, ma il film ci parla dell’oggi.

D’altra parte, che non si tratti di una pellicola di interesse esclusivamente storico è dimostrato dalla stessa vicenda della sua realizzazione. Jasir ha insistito perché il film continuasse a essere girato in Palestina anche dopo il 7 ottobre, nonostante i costi, le difficoltà e i rischi. Le riprese, che dovevano durare un paio di mesi, sono così proseguite per quasi due anni. Quella decisione, di chiara valenza politica, ha dato vita ad alcune delle inquadrature più potenti del film. In Palestina 36 la terra non fa solo da sfondo, diventa a sua volta un personaggio, privo di voce ma straordinariamente eloquente. Il villaggio al centro del racconto, raso al suolo durante la Nakba, è stato ricostruito dalla troupe. In un impressionante cortocircuito tra realtà e finzione, quell’area è stata poi occupata dai coloni sionisti. Il passato non è morto, avrebbe detto Faulkner, non è nemmeno passato. In questo senso, la recensione migliore di Palestina 36 porta la firma della polizia israeliana che, quando il film è uscito a Gerusalemme Est, ha fatto irruzione nella sala per sequestrarlo.

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Se è vero che è impossibile capire il presente senza conoscere il passato, allora il cinema serve anche a questo: a ricostruire vicende cadute nell’oblio, a ricomporre i pezzi di una storia spezzata, a riconsegnare la memoria negata a chi ha combattuto per un cambiamento. Lo sa bene Annemarie Jacir, donna di cinema tout court – non solo regista e sceneggiatrice ma anche produttrice e programmer, nonché prima palestinese ad aver diretto un lungometraggio, Il sale di questo mare (2008) – che torna a una vicenda di novant’anni fa per inquadrare le questioni contemporanee. È tutto nel titolo, Palestina 36, ovvero il dove e il quando, con un sottotitolo italiano, Quando tutto ebbe inizio, che ci dice pure il cosa…

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1936. Mentre i villaggi della Palestina si ribellano al dominio coloniale britannico, Yusuf si divide tra la sua casa di campagna e Gerusalemme, dove si respire grande irrequietudine, desiderando un futuro al di là dei crescenti disordini. Ma la storia è inesorabile. Con il numero crescente di immigrati ebrei in fuga dall’antisemitismo in Europa e la popolazione palestinese che si unisce nella più grande e lunga rivolta contro il dominio britannico durato 30 anni, tutte le parti precipitano verso un inevitabile scontro in un momento decisivo per l’Impero britannico e il futuro dell’intera regione.

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…Se la violenza e le tensioni (da ambo le parti) erano già cominciate da oltre un decennio, il vibrante panorama palestinese messo in scena da Jacir abbraccia la sfera culturale e quella politica, il mondo dei lavoratori portuali e degli scioperi operai, le ipocrisie degli intellettuali e la vita contadina nei villaggi, con più di un occhio alla disparità tra classi sociali, sfaccettattura raramente esplorata sull'argomento.
Come a riconoscere che nessun singolo personaggio di finzione può mai racchiudere in sé tutto il peso di vicende così spinose, il film deflagra in soggettività parziali a cui prestano il volto un gran numero di attori riconoscibili: Liam Cunningham e Jeremy Irons dal lato britannico e la leggendaria Hiam Abbass a capeggiare la nutrita schiera palestinese, in cui nel piccolo ruolo di Khalid fa sempre piacere ritrovare il poliedrico Saleh Bakri, protagonista di Salvo nel 2013 per Grassadonia e Piazza, collaboratore storico di Jacir e poi più di recente star ne Il caftano blu per Maryam Touzani.

Ci sarebbe anche Robert Aramayo nel ruolo più insidioso, quello di un militare che sembra una macchietta di malvagità finché non si va ad approfondire la figura storica del fanatico Wingate da lui interpretato. Palestina 36 è un'opera a tratti brutale, ma che si guadagna la dignità di esserlo tessendo - entro i confini del genere storico drammatico - una tela meticolosa in precedenza. Lo fa in modo a volte comprensibilmente didattico, e dichiaratamente focalizzato sull'esperienza del popolo arabo: ciò vuol dire che ci sono delle omissioni scomode, che si configurano però come gesto politico di resistenza a tante opere precedenti, dai tempi di Exodus fino al recente Shoshana di Winterbottom. Come sempre il cinema - e la narrativa tutta - è una tensione alternata tra chi ha i mezzi strutturali per raccontare la sua storia e chi no…

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…Il film affronta questioni che mantengono una forte attualità, dalla resistenza al trauma collettivo, passando per le dinamiche interne a una società frammentata e per il ruolo della memoria come gesto politico e affettivo. In un contesto internazionale nel quale la rappresentazione della Palestina è attraversata da interpretazioni, interessi e narrazioni differenti, Jacir sceglie un punto di vista interno e intimo, con l’obiettivo di mantenere viva una memoria che non vuole trasformarsi in monumento, ma continuare a essere trasmessa e condivisa.

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio guarda dunque al passato per interrogare il presente e costruisce un dialogo diretto con il nostro tempo, attraverso una vicenda ambientata quasi novant’anni fa ma legata a questioni ancora aperte.

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domenica 27 settembre 2026

L’oggetto più fotografato del cinema italiano è un monumento coloniale - Asha Salim

 

La Coppa Volpi porta per intero il nome di un governatore coloniale e di una città libica. Che nessuno lo legga più come un nome non è una dimenticanza: è la forma più efficiente in cui un passato può continuare a esistere.

 

La Coppa Volpi viene consegnato ogni settembre alla migliore interpretazione femminile e maschile della Mostra di Venezia, e commemora la conquista di una città nordafricana: non per allusione, non per associazione, ma nel senso documentale del termine. La consegna dura otto secondi: braccia in alto, l’oggetto all’altezza del viso, i fotografi che devono avere nella stessa inquadratura la faccia e il metallo.

A dargli un cognome, ma anche un nome, è stato Giuseppe Volpi Conte di Misurata. Il predicato nobiliare in questo caso non è un ornamento araldico ereditato: è un toponimo libico. Misurata è la città sulla costa a duecento chilometri da Tripoli che Volpi attaccò dal mare all’alba del 26 gennaio 1922 e la cui operazione, annota il Dizionario Biografico degli Italiani, volle “guidare personalmente”. Nel 1925 gli viene concesso di aggiungere al cognome il nome della città espugnata. Il predicato «di Misurata» rappresenta la grammatica della conquista nella sua forma più letterale: il nome di un luogo abitato convertito in proprietà privata di chi lo ha espugnato, e poi trasmesso a un premio cinematografico, pronunciato ogni anno, in diretta, da persone che spesso non hanno alcun modo di sapere che cosa stanno dicendo. Le statue si abbattono. Hanno un basamento, una piazza, una data di inaugurazione, e offrono al conflitto un bersaglio: per questo si difendono, si spostano, si dotano di una targa esplicativa. I nomi invece non stanno fermi da nessuna parte. Circolano, entrano nei titoli dei giornali, si abbreviano, diventano marchio, e a un certo punto smettono di essere il nome di qualcuno.

Quattro anni in Tripolitania

Volpi non era un militare, ma un finanziere veneziano con una biografia da capitalista di frontiera: l’elettricità e la SADE, il porto industriale di Marghera, gli alberghi di lusso della CIGA. Fu mandato in Tripolitania nel giugno del 1921, quando la presenza italiana si era ridotta a poche guarnigioni lungo la costa. «La missione è certamente grossa, ma la prendo con tranquillità», scrive a un socio in una lettera di quell’agosto. Restò governatore fino all’estate del 1925 e fece esattamente ciò per cui era stato scelto: lo sbarco a Misurata apre la cosiddetta riconquista, che prosegue con Nalut e la Gefara nel 1922; con Tarhuna nel febbraio del 1923, che registra oltre millecinquecento morti fra i cosiddetti ribelli in una sola operazione; con gli Orfella nell’inverno successivo; con la Sirte nel novembre del 1924. È sotto il suo governatorato che un colonnello ancora ignoto di nome Rodolfo Graziani acquisisce l’esperienza che ne farà Graziani (ossia uno dei marescialli del fascismo attivo in Tripolitania, i cui metodi brutali gli fecero guadagnare l’appellativo di “Maresciallo del Fezzan”, ndr). Rientrato in Italia, Volpi pubblica da Mondadori le memorie dei propri quattro anni di governo con un titolo che vale più di qualsiasi commento: La rinascita della Tripolitania.

La stanza accanto

Le pagine peggiori arrivano dopo di lui, e va detto con esattezza, perché l’esattezza è l’unica forma di rispetto disponibile. Badoglio diventa governatore della Libia nel 1929, con Graziani vicegovernatore in Cirenaica: tra il 1929 e il 1931 la popolazione del Gebel, circa 100 mila persone, viene deportata in tredici campi costruiti nella Sirtica. Gli abitanti della regione passano da 225 mila a 142mila. Volpi, a quel punto, è già altrove: ministro delle Finanze dal 1925 al 1928, presidente della Biennale, presidente della Confindustria dal 1934, senatore del Regno nel Senato che nel 1938 approva le leggi razziali. Non è l’uomo che ordinò i campi. È l’uomo che aveva aperto il cantiere e si era spostato nella stanza accanto: quella della cultura. La questione non è dunque una responsabilità causale diretta, che sarebbe facile da imputare e altrettanto facile da respingere. È una continuità istituzionale: lo stesso uomo, la stessa classe dirigente, si spostano dalla colonia alla finanza e dalla finanza alla cultura senza che il passaggio venga registrato da nessuna parte come discontinuità.

Nel 1932, presidente della Biennale, Volpi inventa la prima Mostra internazionale d’arte cinematografica. Si tiene interamente sulla terrazza dell’Hotel Excelsior al Lido, che appartiene alla CIGA, che è sua. Il cinema nasce non solo come metodo di influenza culturale, ma anche come strumento per prolungare la stagione balneare, e nella medesima biografia l’impero e l’industria alberghiera figurano come due voci dello stesso bilancio. I premi ufficiali arrivano nel 1934; dal 1935 quello destinato agli interpreti porta il suo nome. La storia ufficiale della Biennale, ancora oggi, registra che la Mostra nacque «sotto gli auspici del Conte Giuseppe Volpi di Misurata, Presidente della Biennale». Ogni parola è esatta e verificabile: non c’è nulla da correggere, niente da investigare, niente da contestare. Ed è il modello perfetto di come un archivio possa conservare tutto e trasmettere niente. Nel 1936 la Coppa Mussolini per il miglior film italiano va a Lo squadrone bianco di Augusto Genina, girato nel deserto libico con truppe e mezzi messi a disposizione dal governatore Italo Balbo, nell’anno del venticinquesimo anniversario della conquista. Il festival fondato dal conquistatore della Tripolitania premia un film girato sul terreno che aveva conquistato. Questa non è un’ironia della storia, è un sistema che funziona secondo il proprio progetto.

Il paesaggio e i corpi

Di fatto il cinema di quel tempo aveva bisogno di due materiali: un paesaggio e dei corpi. Il paesaggio lo forniva l’esercito, mentre i corpi erano donne africane, relegate ai bordi dell’inquadratura. Versano il tè, ballano, reggono qualcosa, escono di campo senza apparire mai nei titoli. Gli attori italiani hanno nome, cognome e ordine di apparizione; le donne che si vedono sullo schermo sono, quando va bene, «indigene». Rappresentato una categoria e mai un’identità.
Nel saggio Venus in Two Acts la studiosa americana Saidiya Hartman scrive che in casi come questo l’archivio «è una condanna a morte, una tomba, l’esposizione del corpo violato», e che di quelle vite resta soltanto questo: «nessuno ricordò il suo nome né annotò le cose che disse». L’ economia di un archivio mai pronunciato è la contabilità esatta della Mostra. La stessa istituzione ha fatto incidere il nome di un governatore su un oggetto d’oro e lo ha consegnato ogni anno per novant’anni, e negli stessi anni non ha registrato una sola volta il nome delle donne che comparivano nei film che premiava: dimostrando come si può essere interamente presenti in un’immagine e non esistere in nessun documento.

Una volta però il conto è tornato. Nel 1983 la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile va a Darling Légitimus, attrice martinicana, per la parte di Man Tine in Rue Cases-Nègres di Euzhan Palcy: una nonna che si consuma nella canna da zucchero perché il nipote possa studiare. Il premio di un governatore coloniale a una donna nera, per un film su che cosa fa il colonialismo a un bambino.

La metà che non si dice

A rigore del vero, non è corretto affermare che non se ne sia mai parlato. Nel febbraio del 2020 Paolo Valentino l’ha scritto sul Corriere della Sera, a settembre dello stesso L’Espresso propone di intitolare il premio a Franca Valeri, Francesca Melandri e altri esponenti della critica hanno insistito. Il Giornale rispose paragonando la richiesta ai talebani che fanno saltare i Buddha di Bamiyan, e osservando che a quel punto tanto varrebbe abbattere anche gli edifici del Lido. Poi, l’anno dopo, la polemica semplicemente non c’era più: nel 2021 la coppa andava a Penélope Cruz per Madres paralelas, un film sulle fosse comuni del franchismo, e nessuno ha notato il cortocircuito.

Quando se ne parla, oggi, se ne parla per metà. Si dice «il fascista Volpi». Si dicono le leggi razziali, la tessera, il regime. Il fascismo l’Italia lo sa nominare: ha un inizio, una fine, un vocabolario, perfino un tono di voce, ma Tripolitania no. Il colonialismo non è mai stato chiuso dentro un ventennio, non ha una data di fine che qualcuno abbia festeggiato, e infatti anche chi protesta si ferma alla prima metà del nome. Nel 2020 ad esempio la Berlinale ha sospeso l’Orso d’argento intitolato ad Alfred Bauer appena uno studio storico ha stabilito che cosa avesse fatto Bauer nel cinema nazista. A Venezia non è mai stato sospeso niente, perché non è mai stato chiesto niente.

C’è un ultimo dettaglio che chiude il cerchio. Il leone del deserto, il film che Moustapha Akkad girò nel 1981 su Omar al-Mukhtar, il maestro coranico che guidò la guerriglia cirenaica contro gli italiani fino alla propria impiccagione nel 1931, in Italia fu vietato: lesivo dell’onore dell’esercito, disse Andreotti. È passato una volta sola in televisione, su Sky, l’11 giugno 2009, il giorno dopo l’arrivo di Gheddafi a Roma. Ha avuto proiezioni pubbliche regolari solo nel settembre 2024, dopo la campagna di una ong. Per più di quarant’anni l’Italia ha consegnato ogni settembre un premio intitolato a chi prese Misurata dal mare, e nello stesso periodo ha impedito che si vedesse il film su chi provò a resistere.

Non si tratta di ipocrisia; l’ipocrisia richiede la coscienza di quello che si nasconde, ed è un lavoro molto faticoso. Qui si parla di una soluzione molto più economica, perché un paese non ha bisogno di mentire sul proprio passato, se riesce a fare in modo che quel passato venga pronunciato soltanto come un marchio, e non come il risultato di una politica coloniale.

Misurata esiste, ha un porto, ha subito un assedio nel 2011, e ha morti recenti e morti vecchi. Fra qualche giorno qualcuno solleverà quella coppa davanti a duemila persone, e in diretta, ringrazierà i produttori e dirà quel nome. Otto secondi per pronunciare il nome di una città dove in questo momento c’è gente che cucina, che si siede insieme intorno ad una tavola apparecchiata, che apre un negozio, prega, porta un figlio a scuola. Il minimo che si possa chiedere a una cinematografia, prima di consegnare un premio, è di sapere che cosa sta consegnando.

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