Visualizzazione post con etichetta Caparezza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Caparezza. Mostra tutti i post

mercoledì 21 febbraio 2024

Miracolo a Cagliari

di Francesco Masala


Dopo quattro anni di chiusura riapre un piccolo cinema da 82 posti, al centro della città (che funziona anche come teatro).

Ha del miracoloso, dopo la chiusura di almeno una decina di sale all’inizio di questo secolo, la (ri)apertura di una sala, per quanto piccola, che si aggiunge ad altre quattro sale (due all'Odissea e due al Greenwich) con una programmazione di film d’essai (quelli che non si vedono nelle multisale, film e popcorn, o viceversa, per capirci).

In quel piccolo cinema resuscitato ho visto tanti film, e due me li ricordo più di tutti, La banda, di Eran Korolin, e La zona, di Rodrigo Plà, nel 2007, a distanza di poche settimane, due film grandissimi.

Se uno non li ha visti li cerchi, non se ne pentirà.

Il primo giorno di riapertura, il 16 febbraio, è stata una festa, sala pienissima, interventi affettuosi e a volte commossi, fra gli interventi il ricordo di Sergio Naitza della situazione culturale e cinematografica, delle associazioni e delle sale a Cagliari negli ultimi 50 anni. Forse si è dimenticato di citare il cinema Sant’Eulalia e il più piccolo di tutti, il Vicoletto, pazienza, mica poteva dire tutto in pochi minuti, e altri cinema li starò dimenticando anche io.

Però vorrei ricordare Gianni Olla, che frequentava sempre l’Alkestis.

E soprattutto Sergio Naitza ha ricordato il famoso padre Egidio Guidubaldi, una figura gigantesca in Sardegna per la cultura cinematografica, e non solo, da metà degli anni settanta, a Cagliari, scomparso nel 1994.

(Ho ritrovato un articolo di Sergio Naitza su padre Guidubaldi, del 2012, su facebook, lo trovate alla fine della pagina.)

E poi mi sono ricordato, ma non era padre Guidubaldi che aveva fondato il cineforum nel cinema della chiesa de Le Grazie, all’inizio negli anni settanta, a Nuoro?

Eravamo alle scuole medie e poi alle superiori, da 13 a 15-16 anni (poi saremmo andati da soli al cineforum), un paio di professori ci portavano a vedere dei film che il MIM (Ministero dell’Istruzione e della Mediocrità) vieterebbe per studenti e studentesse di oggi.

Allora si chiamava Ministero della Pubblica Istruzione, come suona bene.

Venivano preparate delle schede dei film, per tutti gli studenti, stampate col ciclostile, quando la fotocopiatrice (o il fotocopiatore?) era ancora un oggetto del desiderio.

Ho cercato un paio di amici di allora (gli amici a quell’età sono e saranno amici per sempre) e abbiamo ricordato qualche titolo:

Gott mit uns, di Giuliano Montaldo

Family life, di Ken Loach

Uomini contro, di Francesco Rosi

Papillon, di Franklin J. Schaffner

Rosemary’s baby, di Roman Polanski

Jesus Christ Superstar, di Norman Jewison

Tempi moderni, di Charlie Chaplin

Giordano Bruno, di Giuliano Montaldo.

Noi eravamo ragazzini e ragazzine nella città (e provincia) additata come il regno del banditismo e dei sequestri, in tutta Italia, ma la nostra era una vita normale e felice, grazie anche a quei film.

Eravamo fortunati ad avere insegnanti un po’ pazzi, e forse è così che devono essere gli insegnanti.

Poi abbiamo avuto la fortuna che qualche insegnante ci facesse appassionare alla cultura, alla letteratura, ai libri, trasmettendoci  il messaggio di Terenzio: "Sono un uomo: nulla, che sia umano, mi è estraneo", non smetteremo mai di ricordarcene.

ma questa è un'altra storia, forse.

Intanto buona vita all’Alkestis.



Ricordo di padre Egidio Guidubaldi – Sergio Naitza

("L'Unione Sarda" del 12 aprile 2012)

Il vulcanico gesuita per vent'anni agitò le paludose acque dello "spettacolo".

A Cagliari inventò nuovi spazi, promosse il cineforum, occupò l'anfiteatro.

Sotto il nero cespuglio increspato delle sopracciglia, che contrastava col bianco candido dei capelli, si muovevano due pozze d'acqua chiara: occhioni dolci e imploranti, l'arma segreta con la quale riusciva a convincere i più scettici della bontà delle sue mirabolanti operazioni culturali.

Arrivava in redazione a piedi, sudando e sbuffando nel clergyman, trascinando la sua mole di pachiderma ferito. Ti guardava sottecchi, sollevava il mento inquisitorio e disegnava con parole forbite la nuova avventura di organizzatore di spettacolo disponendo sul tavolo carte stropicciate, fotografie unte, fotocopie illeggibili che gonfiavano il suo fedele marsupio, una borsa impiegatizia di pelle lucida. E alla fine puntava bonario l'indice, ammonendo contro qualcuno e tutti, ma si capiva che lui testardamente voleva andare fino in fondo. Dove? Al cuore delle sue sfide-utopie, progetti diventati più grandi di lui, che riassumeva in titoli meravigliosamente colti e astrusi, lunghi come un film della Wertmüller.

VULCANICO

Questo era padre Egidio Guidubaldi, il vulcanico gesuita scomparso nel febbraio del 1994 a 74 anni, che per un ventennio ha smosso lo stagno paludoso della cultura in Sardegna. Un solitario combattente oggi dimenticato, nessuno che gli abbia dedicato una serata omaggio, un premio, una rassegna. Eppure quanti debiti abbiamo, e Cagliari in particolare, con questo omone rustego, paziente per spirito cristiano ma brusco nelle decisioni e nell'imperio del comando verso i suoi giovani collaboratori. Mal sopportato dal vertice della compagnia gesuita che borbottava a ogni sua scapestrata intrapresa, scacciato come una mosca molesta dai politici dispensatori di pecunia pubblica che lo associavano a un saltimbanco, Guidubaldi tirava dritto nella granitica convinzione d'essere nel giusto. E lo era anche quando, negli anni prima della morte, si era infatuato - complice una folgorazione per Jean-Luc Godard al tempo di Prénom Carmen - della cultura russa, viaggiava oltrecortina, aveva stretto alleanza con l'Accademia delle Scienze di Mosca, studiava un parallelismo tra Dante e Aleksandr Blok, poeta dell'Ottobre sovietico, coltivato in quattro libri, di impervia lettura e complesse teorie, ma spesso - a parere di illustri critici - ci azzeccava pure.

LA RUSSIA

Allora, però, nessuno gli dava ascolto. E questo era il suo cruccio. Uscito di scena come organizzatore, in pensione dall'Università (insegnava Letteratura italiana al Magistero di Sassari) impiegava il suo tempo con cocciutaggine sulla connection sovietica, che frequentava già nelle more del crollo comunista e nei vagiti della perestrojka . Dalla Russia con ardore: tornava in città euforico, una volta entrò trionfante in redazione e sciorinò, come prova del credito acquistato a Mosca, una copia in cirillico della Literaturnaja gazeta , dicendo al perplesso giornalista che naturalmente nulla capiva, «guarda, qui si parla di me». Sembrava - lo era - un Don Chisciotte: i suoi mulini a vento erano l'ottusità del potere, la sua Dulcinea la cultura, e Sancio Panza i suoi fedeli spettatori.

Però Braccobaldo, così era amichevolmente soprannominato, macinava idee, dibattiti, spettacoli: andava controcorrente, non aveva paura del suo anticonformismo che gli procurò rimbrotti dai superiori. Non venne mai sospeso ma poco ci mancò quando difese a spada tratta Je vous salue Marie di Godard che rileggeva l'Immacolata in chiave moderna. Il Papa condannava il film, orde di cattolici s'accodavano al monito e lui, nientemeno, organizzava a Roma l'anteprima nazionale, facendo accorrere la polizia per sequestrare la pellicola. E due giorni dopo, a Cagliari, promuoveva in un salone dell'Hotel Mediterraneo (nessuno gli aveva concesso una sala) una serata spettacolo pro Godard. La sua foto finì in prima pagina sull'Unione Sarda, sopra quella di Papa Wojtyla: protestò con l'incolpevole giornalista per la mancanza di rispetto che gli avrebbe procurato guai ma sotto sotto si sentiva orgoglioso della sua “marachella”.

Era il 1985, l'apice della popolarità e del turbinìo organizzativo. Ma già nei dieci anni precedenti Guidubaldi aveva segnato la storia cagliaritana dello spettacolo. Iniziò col teatro guidando la messinscena “domenicale” di testi come Antonio e Cleopatra di Shakespeare, Aulularia di Plauto, affidati all'anziano regista Aldo Ancis, arruolato con pacche sulla spalla.

IL CINEFORUM

Il cavallo di battaglia fu il cinema: nella saletta di via Ospedale, dure sedie di legno cigolanti, il suo cineforum calamitò e educò al piacere del film molti giovani. Si vedeva Nashville di Altman e tanto cinema della Hollywood di sinistra (Scorsese, Rafelson, Penn), si proiettava Jesus Christ superstar per dimostrare l'apertura mentale dei cattolici (e subito dopo L'esorcista ), si scuoteva la platea con L'altra faccia dell'amore di Ken Russell e soprattutto con La montagna sacra e El topo di Jodorowsky, film carichi di violenza surreale e allora vietatissimi ai minori di 18 anni. Gli fu fatto notare che aveva censurato una sequenza in cui si vedevano dei genitali maschili e lui, lapidario: «Meglio che li tagli io, prima che li taglino a me», riferendosi al minculpop gesuitico. Ben prima che Nanni Moretti inventasse la battuta «No, il dibattito no», Guidubaldi l'aveva messa in pratica: a fine proiezione, presidiava il centro della sala e microfono in mano dava vita alle sue elucubrazioni cine-letterarie, già annunciate dalla scheda ciclostilata consegnata alla cassa. Il pubblico scappava alla chetichella, oppure rumoreggiava insolente e lui sollevava il tono baritonale. Più di una volta fece sprangare le porte, intrappolando tutti nella sacra discussione.

La sua poliedrica attività non si fermava qui: scrisse un musical sindacal-politico, Lama star , organizzò spettacoli di ballo a Sassari con Carla Fracci, convinse il medagliato regista Orazio Costa Giovangigli, allora ottantenne, a dirigere una messinscena dell'Inferno dantesco, prima all'anfiteatro, poi al Colosseo: aveva tutto pronto, scene e bozzetti, pure articoli sul Messaggero ma la soprintendenza di Roma gli negò il permesso.

INVENTORE DI SPAZI

Intanto scovava nuovi spazi: una rassegna di cinema sullo sfondo del nuraghe di Barumini, una sulla piazza grande di Fertilia, montò uno schermo nel cortile del Conservatorio di Cagliari, affittava l'Astoria, votato alle luci rosse, per proiettare Pasolini creando un cortocircuito con l'abituale pubblico di sbavatori.

Quando non aveva uditori, s'inventava l'evento. Un giorno disse di aver istituito il premio Mediterraneo e decise che sarebbe andato al regista greco Theo Angelopoulos. Come fare? Guidubaldi prese l'elenco telefonico di Atene, chiamò tutti i Theo Angelopoulos: prima incappò in un omonimo violinista (che stava incautamente per invitare) poi finalmente scovò il regista. «Venga a Cagliari, c'è un grande premio per lei».

Non sapeva neppure che faccia avesse, chiese al solito giornalista (stavolta esterrefatto, non perplesso né incolpevole) di indicarglielo nello sciame di turisti sbarcati all'aeroporto di Elmas. In un francese da venditore di souvenir Guidubaldi si scusò dicendo che il premio non era ancora pronto, lo portò all'anfiteatro dove, sotto il flash di un fotografo raccattato all'ultimo momento, gli mise in mano due volumi su Cagliari. Poi sul cortile sconnesso di Sant'Eulalia per la proiezione su un lenzuolo stiracchiato di Alessandro il Grande . Il piccoletto, educatissimo Angelopoulos dall'aria sempre più smarrita lo seguiva come ipnotizzato, fino a quando la notte, prima di chiudere la porta della camera d'albergo, gli chiese: «Scusi, ma lei cosa vuole da me?». Guidubaldi non disse niente, sorrise tra l'ebete e il sornione, e si congedò.

L'OCCUPAZIONE

Questo era Braccobaldo, uno show continuo. Nonostante la flebite, il diabete, un infarto non chiudeva mai la sua personale fucina di cultura. Memorabile l'impegno per l'anfiteatro abbandonato all'incuria: fece irruzione durante un consiglio comunale brandendo il suo bastone contro il sindaco Ferrara, una volta scavalcò la cancellata e occupò simbolicamente i graniti soffocati dalle erbacce. Un'altra ancora chiese al giornalista (di nuovo perplesso) di accompagnarlo all'anfiteatro dove lui, per protesta, avrebbe dormito sotto un canalone. Era una notte di luglio. Guidubaldi sgusciò dentro, in una mano una coperta, nell'altra una pila. La figura claudicante scomparve inghiottita dal buio, insieme alla luce sempre più fioca. Sembrava il finale de L'albero degli zoccoli , col lanternino contadino che si spegne nella nebbia. La fine di un'epoca, di un modo di far cultura, di una geniale follia che vien voglia di rimpiangere.

(Sergio Naitza)

da qui









sabato 2 dicembre 2017

Kevin Spacey già condannato a morte, nel 2003

mi è tornato in mente che nel 2003 è uscito un film di Alan Parker, La vita di David Gale, protagonista Kevin Spacey (qui). Nel film Kevin Spacey violenta e uccide una ragazza e viene condannato alla pena di morte.




venerdì 7 aprile 2017

L'intrepido - Gianni Amelio

già Caparezza cantava un eroe, poi Amelio sceglie Antonio Albanese per essere un eroe dei nostri tempi, reale, ma anche no.
film tristissimo, buio, senza sole, e senza troppe vie d'uscita.
non adatto a che è anche solo un po' depresso.
e però merita di essere guardato, per quanto nerissimo, ma per un bel po' di gente altri colori all'orizzonte non se ne vedono, solo il buio dell'avvenire - Ismaele






Se il suo candore elementare, che fa di Antonio una variante problematica del personaggio di Totò il buono (dal titolo del romanzo di Cesare Zavattini da cui è tratto il soggetto di Miracolo a Milano, di cui Amelio scrisse: «è forse il film più bello della nostra vita? Qualche volta penso di sì»), può ancora riempire lo sguardo in un mondo che non ha più niente di fiabesco, sono appiattite su traiettorie stereotipate alcune figure che orbitano intorno a lui (i mafiosi orchi tenutari della palestra, gli imprenditori burattinai di loschi affari, gli immigrati solidali vicini di casa), ridondano le domande («Sei felice?», «Hai bisogno d'aiuto?») che egli rivolge inutilmente a una generazione di figli tormentati, spiazzano le incongruenze (preso d'assalto dai cronisti, Antonio risponde che, sì, la ragazza era piena di vita) e sono numerosi i dialoghi francamente indigeribili (Antonio: «La fame è una brutta cosa, l'appetito aiuta»). Meglio allora passare oltre certi tic irrigiditi e proseguire la ricerca di risposte sulla felicità - ovvero sull'«immensa tristezza che deriva dall'essere la vita com'è e non come dovrebbe essere» (Zavattini) - soffermandosi altrove: osservare la città, Milano come spettrale cupola estesa sul paese, che sovrasta le umane figurine passeggere schernite da slogan fossilizzati del fallimento (UN GRANDE FUTURO PASSA DI QUI; LA TERRA TREMA). E ricordarsi che, come conclude questa commedia with a tear - and perhaps, a smile, l'ultimo sorriso, la via di fuga, come il volo di Totò, spetta a chi continua a vegliare a suo modo su di noi.

La pellicola ha una struttura in parte frammentaria, fatta di tanti blocchi, in ognuno dei quali il Nostro si confronta con un lavoro o con una personalità che in varia misura condiziona le sue giornate fatte di lavori tanto diversi eppur tremendamente simili. È un assetto narrativo già suggerito nei primi tre minuti che anticipano i titoli di testa. Sono momenti di piccole potenziali tragedie quotidiane, ingentilite da un tocco di ironia che in questo caso Albanese lavora in tonalità più soffuse del solito. Per metà dell'opera o poco più la gradevolezza dell'insieme supera la mancanza di una urgenza espressiva. Ma quando le avversità, toccando anche una tragedia, si assestano su grigi binari, i fattori sembrano frettolosamente addizionati e, probabilmente, destinati a rimanere irrisolti (chiaro ma fuori dal mondo il ribaltamento di "Lamerica"). 
Le conseguenze non sono spiegate e alla fine ci si rifugia in un ritorno all'ottimismo intriso da un titubante semi-onirismo, dove le distanze tra le varie tonalità subiscono degli scarti aggrovigliati e sfocati.
In questo modo Gianni Amelio, straordinario autore che, soprattutto negli anni 90 imprimeva alla materia un furore incalzante anche nelle pause e nei silenzi, sceglie una gradazione più leggera proprio per confrontarsi con una attualità tanto precaria. È una medicina preparata con nobiltà e abnegazione, ma la malattia non ne viene intaccata.

L’Intrepido è una favola che non trova il coraggio né di affondare fino in fondo nel dramma né di abbandonarsi alla leggerezza, scegliendo invece di caricare le spalle di Antonio Albanese – buon protagonista ma lungi da essere un mattatore – di un peso troppo gravoso che passa per l’intrattenimento e giunge alla pubblica riflessione. Sebbene qualcuno abbia già paragonato l’espressione bonaria e timida del comico – svestitosi ormai dei feroci panni del volgare ma divertente, e intellettualmente onesto, Cetto La Qualunque – ai protagonisti del cinema muto di un tempo e persino ad un novello Chaplin, nell’amara ironia di Gianni Amelio, che pure con tanta insistenza lo aveva immaginato e voluto nella sua pellicola, Albanese appare trovarsi solo parzialmente a suo agio.

…Quello di Amelio è un film in cui i personaggi non appena sono lasciati soli fanno un'espressione triste e guardano nel vuoto o contro un muro, che non rispondono, che buttano gli oggetti per terra senza spiegare perchè, poichè pare non ci sia nulla da spiegare, sono preda di un vago mal di vivere tanto acuto quanto immotivato quanto fastidioso.
Vivono in un universo anch'esso chapliniano fatto di spietati padroni e viscidi uomini d'affari ma non hanno nessuna tenacia, semmai un certo far poetico che non si trasforma mai in poesia, limitandosi a volerlo essere.
E anche Antonio Pane, il folletto felice senza motivo di questo film, si aggira inerme, incapace di fare qualsiasi cosa. Addirittura accompagna un bambino al parco dietro indicazione dei datori di lavoro (rigorosamente senza pretendere di sapere perchè) e quando è là e si accorge che il bambino adesca uomini più grandi (cioè pedofili) si indigna ma non fa nulla per fermare la situazione (mette su lo sguardo triste).
L'intrepido è un film che cavalca il malcontento sociale ma lo fa proponendo figure ben più deprecabili e vittimiste, che scaricano ogni responsabilità, e lo fa senza fornire alcuna motivazione ma con i silenzi e le espressioni da cane bastonato che lasciano intuire solo quello che lo spettatore già ha deciso di pensare.

C’è soprattutto Milano, magnificamente fotografata da Luca Bigazzi e finalmente, per chi ci abita e la conosce, credibile. La nuova Milano Garibaldi-Isola, e quella delle periferie. L’intrepido ha un andamento rapsodico, accumula segmenti e singoli episodi e non ce la fa a costruire, o non vuole, una progressione narrativa e drammaturgica. Un film orizzontale, non senza ripetizioni e ridondanze. Però l’occhio di Amelio è assoluto, è quello di un maestro; il dolore quotidiano, la durezza di questa Italia senza lavoro e come implosa, depressa e ripiegata su di sé, sono restituiti come nessuno ha saputo fare nel nostro cinema negli ultimi tempi…