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mercoledì 22 aprile 2026

Alguien tiene que saber - Fernando Guzzoni e Pepa San Martín

dal Cile arriva un film (sotto forma di serie tv, alla produzione anche Pablo Larraín) con due ottimi protagonisti, Alfredo Castro (già protagonista di Tony Manero) e Paulina Garcìa (la protagonista di Gloria), in una storia che ricorda La promessa di Dürrenmatt (da cui è stato tratto un gran film con Jack Nicholson).

il detective Montero e la sua squadra indagano per molto tempo sulla sparizione di un ragazzo, senza riuscire a dimostrare quello che è successo, con la complicazione di un prete che sa, ma non può/vuole parlare.

ambientata a Concepción, al sud di Santiago, è una serie che merita.

buona (misteriosa) visione - Ismaele



 

los episodios de Alguien tiene que saber van mostrando una sociedad chilena marcada por las apariencias y los silencios, donde todos parecen saber algo que no cuentan, por temor a lo que se pueda decir de ellos. La serie habla de la solidaridad performativa, de la crueldad online y de las miserias que surgen ante casos y situaciones como este, que involucra la desaparición de un adolescente en apariencia impoluta. Quizás las cosas sean un poco más complicadas de lo que se ve a primera vista. Quizás lo «performativo» no solo sea para los que lo miran de afuera. Desde adentro también muchas veces se vive así.

Con muy buenas actuaciones de García y Castro –los dos actores chilenos más internacionales de la actualidad si no tomamos en cuenta a Pedro Pascal–, Alguien tiene que saber husmea en cuestiones éticas, morales, religiosas, en la violencia social, en los rituales y tensiones entre los jóvenes y en esa diferencia generacional que, de a poco, va permitiendo entender que quizás no sepamos tanto de las vidas de nuestros hijos como creemos.

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Alguien tiene que saber se distancia de las estructuras más convencionales del género y apuesta por una ambigüedad sostenida. La tensión no depende de giros, sino de la persistencia de lo no dicho. Al mismo tiempo, esa elección exige un tipo de atención que puede resultar incómoda, ya que desplaza el interés del desenlace hacia el proceso. No hay respuestas cerradas ni conclusiones definitivas, sino una acumulación de indicios que, lejos de ordenar el relato, lo mantienen abierto.

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domenica 5 gennaio 2025

Maria - Pablo Larraín

prima Jackie Kennedy (e Onassis), poi Diana Spencer, adesso Maria Callas (e Onassis), vite complicate e tormentate.

Maria è morta giovane, e già era una leggenda, Pablo Larraín la segue negli ultimi anni della vita, quando viveva a Parigi, con i fidi Ferruccio (Pierfrancesco Favino) e Bruna (Alba Rohrwacher), più che perfetti, come sempre.

la vera sorpresa è Angelina Jolie, che interpreta una tormentata e addolorata Maria Callas al meglio, Pablo Larraín non sbaglia.

Ferruccio e Bruna assecondano i capricci di Maria, sono fedeli e affidabili.

appare anche Onassis, marito-padrone di Maria Callas. 

un'altra protagonista della storia, che non appare tra gli interpreti, è la Morte, che apre e chiude il film.

commovente l'uscita di scena dei due "servitori" di Maria.

la sceneggiatura è di Steven Knight, bravo come sempre (sue sono le sceneggiature di Piccoli affari sporchi, di Stephen Frears, di Locke, di cui è anche regista, e di Spencer, regia di Pablo Larraín).

un film che non convince tutti, ma non importa, è sempre un gran film, da non perdere.

buona (sofferta) visione - Ismaele

 

 

…La cura delle immagini (rigorosamente girate in pellicola) è la prima cosa che salta all’occhio durante la visione di questo preziosissimo e raffinato Maria. I primi piani sul volto della cantante (ulteriormente valorizzati dall’ottima performance di un’Angelina Jolie in stato di grazia), le numerose dissolvenze, le strade di Parigi a volte troppo assolate per poter mantenere una necessaria lucidità e teatri vuoti in cui potersi esercitare, in compagnia di un pianista, al fine di ritrovare la voce perduta rendono alla perfezione ciò che è (stata) la vita della Divina. Le immortali musiche dei grandi maestri hanno fatto il resto, contribuendo a rendere questo ultimo lungometraggio di Larraín uno dei prodotti più soddisfacenti di questi primi giorni di festival. Un film imponente, maestoso, che altro non può fare che lasciarci a bocca aperta davanti allo schermo cinematografico. Ma, d’altronde, potrebbe mai un film su Maria Callas essere altrimenti?

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A interpretare Maria, il regista ha voluto Angelina Jolie. Una dei personaggi pubblici più facilmente accostabili al concetto di Diva, l’attrice studia, imita, ripete, si cala completamente nel ruolo e riesce a portare sullo schermo uno strano ibrido in cui Angelina non scompare mai dietro alla maschera di Maria e allo stesso tempo Callas fa continuamente capolino attraverso gesti e tono di voce di Jolie. Un’interpretazione importante nella carriera dell’attrice che però deve per forza scendere a patti con la sua riconoscibilità: da una parte quindi lo spettatore è restio ad accettare che proprio quella lì debba essere Maria Callas, dall’altra offre il dono prezioso, nei biopic, di aggirare la mera imitazione e di dare spazio all’interpretazione. Dopotutto se avessimo voluto vedere la vera Callas, avremmo guardato un documentario! Per quanto riguarda i primi piani in playback, è un dazio da pagare per un biopic sulla voce più grande di sempre.

Larraìn è il “solito” direttore d’orchestra impeccabile, conduce le danze con la solita grazia, scompare dietro ai suoi protagonisti quando è il momento di ascoltarli ma prende le redini del racconto non appena il racconto si sposta sulle immagini, i paesaggi, la Parigi degli anni ’70, ma anche i ricordi in bianco e nero di Maria, che ripercorre a poco a poco la sua vita, sempre a testa alta, con eleganza e quella consapevolezza che fanno di lei un personaggio moderno e trascinante.

Era complicato raccontare la divinità di Maria CallasPablo Larraìn ne ha offerto una versione moderna, elegante, convincente, un altro gioiello nella sua splendente filmografia.

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...Larrain prende molto sul serio il melodramma in tutte le sue convenzioni e eccessi e se ne serve come utensile per la sua messinscena. Sarà anche per questo, per l’eccesso melodrammatico, per il furore immaginifico, per il turgore registico, che il film non è piaciuto, salvo qualche rara eccezione, ai giovani critici, lontani per formazione e sensibilità da quell’estetica. Da quella lingua. Cinema vecchio, dal sentore di muffa, ho sentito dire in giro, magari dagli stessi che l’altro ieri avevano urlato al quasi-capolavoro, sempre qui a Venezia, per quello che forse è il più brutto Larrain di sempre, Ema. Brutto però furbescamente giovanottesco. Mentre qui, confermandosi cineasta tra i più dotati in circolazione e tra i più eclettici (e colti), in grado com’è di svariare tra plurimi registri espressivi, si cimenta, riuscendoci, nel film-opera trasformando quello che poteva essere un anodino biopic nella suprema performance callasiana. Con sequenze di cinema puro che non si dimenticano, cori operistici (dalla Butterfly, dal Trovatore) che prendono corpo e si materializzano per le strade e le piazze di Parigi proiettando verso il fuori il teatro mentale che occupa e devasta la testa di Maria. Impressionanti la perizia tecnica e la precisione delle ricostruzioni dei filmati d’epoca (ambienti, costumi, scenografie, grana della pellicola, posture della Callas). Ci si commuove e, in una delle scene più belle e certo la più straziante, l’incontro con la sorella (una Valeria Golino mai così brava), si piange. Angelina Jolie? Si fatica all’inizio a sovrapporla all’immagine che abbiamo sempre avuto della Callas, ma la sua dedizione alla causa del film e al personaggio alla fine prevale su ogni perplessità. Grande prova. Peccato che Maria sia parlato – per evidenti ragioni di produzione e distribuzione – sempre e solo in inglese, una miscela linguistica di inglese, italiano, francese, greco sarebbe stata di sicuro più adeguata.

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domenica 19 maggio 2024

El conde – Pablo Larraín

dopo i film "stranieri" Pablo Larraín torna in patria, e gira un film sul boia Pinochet, ma non solo.

in un bianco e nero davvero livido e convincente vediamo che Pinochet sta per crepare, e la sua eredità va definita con chiarezza.

Pinochet non è solo il boia che nasce dal niente, lui è un vampiro che arriva dall'Europa, e bisogna decidere se il vampiro finirà con lui, o proseguirà la sue esistenza in altri corpi.

é una lotta senza quartiere che sappiamo come sa a finire, fino all'ultimo.

se qualcuno ha nostalgia di Margaret Thatcher la ritroverà, buon per lui.

un film da non perdere (si può vedere su Netflix).

buona (vampiresca) visione - Ismaele


  

 

Si può dire che sia un peccato che il regista e Calderón non si spingano un po’ più in là nell’assurdo; il materiale sullo schermo avrebbe infatti occasionalmente bisogno di un’ulteriore scossa di comicità stravagante per aiutare a ‘vendere’ l’idea principale – e, in qualche misura, esile – che ci sta dietro.

Tuttavia, l’accusatoria durezza generale funge essa stessa come forma di amaro umorismo, mai come quando Carmencita intervista i figli di Pinochet cresciuti e ne elogia le atroci malefatte (tra cui i profitti dal terrorismo) con un sarcasmo che a loro, pieni di orgoglio e di diritti, sfugge completamente.

El Conde è allo stesso tempo il tentativo più diretto e fantasioso di Pablo Larraín di affrontare di petto l’eredità di Augusto Pinochet e i disastri che ha provocato il suo operato, aiutato dalle eccellenti interpretazioni dell’87enne Jaime Vadell nel ruolo del senile e banalmente malvagio dittatore e di Paula Luchsinger Escobar in quello della sua avversaria agli antipodi (che, in un ultimo primo piano, assomiglia in modo impressionante alla Giovanna d’Arco incarnata nel 1928 da Renée Falconetti).

In definitiva, El Conde trasmette poco che non sia già stato trattato nei precedenti film del regista sul regno di terrore del dittatore, eppure rimane un ritratto elegantemente pessimista della malvagità di un uomo e, in modo altrettanto pungente, del modo in cui ha contagiato tutti quelli che ha toccato (o, sarebbe meglio dire, morso).

da qui

 

 

Scrive Pablo Larraín:

Ho trascorso anni immaginando Pinochet nelle vesti di un vampiro, come un essere che non smette di imperversare nella storia, sia nella nostra immaginazione che nei nostri incubi. I vampiri non muoiono, non scompaiono, e nemmeno i crimini e le ruberie di un dittatore che non ha mai affrontato la giustizia. Io e i miei collaboratori volevamo mettere in evidenza la brutale impunità che Pinochet rappresenta. Mostrandolo per la prima volta apertamente, in modo che il mondo potesse cogliere la sua vera natura: vedere il suo volto, respirare il suo odore. Per questo, abbiamo utilizzato il linguaggio della satira e della farsa politica, in cui il Generale soffre di una crisi esistenziale e deve decidere se vale la pena continuare la sua vita come vampiro, bere il sangue delle sue vittime e punire il mondo con il suo male eterno. Un monito allegorico del perché la storia debba necessariamente ripetersi, per ricordarci quanto le cose possono diventare pericolose.

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I toni sono subito chiari: dalla farsa sulle maschere del potere alla dark comedy familiare, dal fantasy realista all’horror splatter, chiamando più volte in appello umori e setting del più ambizioso cinema d’autore europeo (Dreyer, Tarkovskij, Murnau, per citare i più evidenti). In una villa decandente e spettrale su un’isola nel sud del Cile (non) vive segretamente il generale Pinochet. Un anziano vampiro in crisi esistenziale che ha deciso di morire ma è travolto dalla sua famiglia che brama di dividere l’eredità e da una misteriora (e religiosissima) contabile che lo deve aiutare a trovare un “finale”. Una voce fuori campo ci racconta questa storia in perfetto inglese (sarà forse Margaret Thatcher?) intavolando un discorso molto consapevole sulle ambiguità dei rapporti di potete tra democrazie, istituzioni religiose e totalitarismi nel Novecento come fossimo in un romanzo gotico con venature pulp. Il vampirismo diventa quindi una metafora sin troppo ovvia degli istinti ferini/autoritari che non riescono a morire e si alimentano nelle ambiguità del capitalismo contemporaneo creando mostri grotteschi pronti a riattivare la loro sete in maniera virale. Il bianco e nero plumbeo e le silhouette dei vampiri che si librano sul Cile del XXI secolo diventano il correlativo oggettivo di tutto questo…

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mercoledì 8 maggio 2024

Gatos viejos - Sebastián Silva, Pedro Peirano

chissà chi sono i gatti vecchi...

una coppia di molto vecchi subisce l'assalto della figlia di lei, Rosario, che vuole prendersi la casa.

il film gira intorno a questa presunta donazione obbligata, è una lotta.

Isidora, la mamma, resiste finché può, poi nella sua mente confusa ha ricordi (che non esistono?).

attori davvero bravi, tragedia e commedia di alternano senza sforzo.

un film che merita, senza dubbio.

buona (gattesca?) visione - Ismaele



 

 

Silva persegue gli schemi già disegnati nel lavoro precedente, mescolando con invidiabile abilità cinema/teatro da camera, commedia corrosiva, dramma intimista, infuocato melò e derive almodovariane: lo aiutano le sue magnifiche attrici, dalla carismatica Castro alla Nana-Saavedra (qui in versione lesbo-mascolina), passando per una strepitosa Céledon (borghese impettita e ordinata nello scorso film, cocainomane sfatta e schizofrenica qui).

È comunque tutto l'impianto a reggersi in piedi ancora una volta con mirabile equilibrio: esemplificativi, in tal senso, i primi venti minuti, straordinari per la capacità di riassumere con acume cristallino le difficoltà, la solitudine e le devastanti problematiche della terza età. Da lì in poi il film cambia spesso direzione, si scatena e si rilassa, torna a volare e prende ancora fiato, azzarda perfino qualche momento di sospensione emotiva che sfocia nel fantastico; soprattutto, non perde mai di vista la compattezza e la concretezza del racconto.

Si ride e quasi si piange, correndo lontano da ogni odiosa forma di retorica, ipnotizzati da un cinema fresco, dissacrante, alchemico, carico di una tensione positiva da cui emergono continue scariche di tenera e lodevole empatia.

Gatos Viejos è la piena conferma di un piccolo team talentuoso e vincente, che abbiamo ritrovato e riammirato con molto, molto piacere

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…Cette troupe de comédiens est parfaite. Bélgica Castro, qui pour le film a autorisé à ce qu’on tourne dans son vrai appartement avec ses vrais chats (et son vrai mari !), prête ses traits sévères à celle qui ronronne au début puis rugit à la fin. Claudia Celedón, aussi allergique aux chats qu’à sa mère, fait des étincelles en chatte qui sort aussi rapidement ses griffes que son rail de coke. Alejandro Sieveking, plus patte de velours, traîne avec bonheur sa nonchalance de gros matou et sa lucidité aiguisée. Quant à Catalina Saavedra, elle n'y va pas par quatre chemins et appelle un chat un chat ! Son rôle et sa performance vaut à elle seule le détour.

« Les Vieux chats » est donc ce genre de film dont on ne sait plus trop s’il appartient au registre de la comédie dramatique ou du drame teinté d’humour. Il bascule assurément d’un répertoire à l’autre et tient le spectateur en haleine l’amenant jusqu’à un épilogue en demi-teinte, avec cette question : bonheur ou pas bonheur ?

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La escena de máxima tensión entre madre e hija tiene lugar en el balcón del departamento. Están solas y Rosario puede finalmente gritarle a su madre que (intentar) sacarle dinero es una forma de compensar una infancia y juventud de abandono. No hay solución entre ellas. El desencuentro, que incluye el descubriento por parte de Rosario del truco de Enrique para evitar que Isidora firme el documento notarial, concluye con una bofetada de la hija a la madre, que hace entrar a ésta en un nuevo lapsus de desvarío senil: una bofetada que en lugar de despertarla, la adormece y paradojalmente la hace más valiente.

Las escaleras del edificio ‒otra cita a Hitchcock, acentuada de manera extraña por la ausencia de banda sonora en Gatos viejos cobran un valor dramático de transición. Rosario huye hacia abajo e Isidora, venciendo su terror y dolor físico, comienza a bajar peldaño a peldaño. La cámara registra de manera minuciosa los movimientos vacilantes de sus zapatos negros, sus manos y gestos, sus gemidos. Isidora desciende las escaleras, por encima de sus dolores, en busca de su hija. Pero cuando se encuentran a mitad de camino ésta no entiende o desprecia su esfuerzo y huye de nuevo, esta vez hacia arriba. Isidora, en los límites de sus fuerzas, continúa bajando, hasta llegar a la calle y cruzar, de manera un tanto milagrosa, hacia el cerro Santa Lucía.

Las secuencias filmadas en el Santa Lucía, paseo público de gran concurrencia en las tardes soleadas, conducen a una Isidora niña anciana hacia la fuente de agua, con pasitos a punto de perder el equilibrio, mientras Enrique, Rosario y Hugo la buscan por terrazas y senderos, cada minuto más desesperados. Isidora entra a la fuente, cruza la cortina de agua, y cuando Rosario la rescata logra dejar hablar sus sentimientos…

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martedì 7 maggio 2024

Dawson Isla 10 – Miguel Littin

dopo il colpo di stato dell'11 settembre del 1973, i ministri e i politici vicini al governo di Allende furono sequestrati e inviati in un isola, quella di Dawson nel profondo e freddissimo sud del Cile.

se non furono ammazzati è perchè troppi occhi (europei) vigilavano sulla vita di quei leader politici, e comunque furono trattati schifosamente male.

poi qualche soldato riesce a trattarli un po' meglio, così racconta il film, l'eccezione rispetto ai comandanti del campo di concentramento.

a Miguel Littin è toccato fare film semistorici e semi documentari, sui massacri verso il popolo e i lavoratori cileni da parte di un potere economico e militare criminale, e gli riesce bene (un po' come un Ken Loach cileno, mutatis mutandis).

buona (concentrazionaria) visione - Ismaele



QUI il film completo,in spagnolo

 

Il grande regista cileno riesce ancora una volta a proporci un affresco sulla memoria collettiva attraverso i gesti di un gruppo di persone che non dimentica la propria identità, malgrado la difficile condizione; che non si rifiuta ma non per questo accetta; e poi racconta la decenza di alcuni uomini che seppero non perdersi di fronte a una pena più grande di loro. E grazie a una narrazione robusta, appoggiata su un tessuto di estrema complessità, il punto di vista si frantuma nella molteplicità dei loro gesti, nei piccoli atti d’amore a cui si piegano a poco a poco persino i carnefici, per ricomporsi nel finale in un susseguirsi di immagini tra realtà e finzione, mescolando passato e futuro, la Storia (con il sacrificio di Allende) e il privato dei suoi attori. Basti pensare il passaggio di testimone da padre in figlio del finale. Qualcuno ha detto che un po’ meno retorica avrebbe giovato a Dawson isla 10. Noi crediamo invece che in questo caso fosse assolutamente necessaria.

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Junto con este desplazamiento narrativo, hay otro que le viene a hacer juego. Si los protagonistas se basan en personas reales, los antagonistas no. Los militares son inventados por la ficción, son amalgamas de militares verdaderos, llegando incluso a carecer de nombre. Otra vez las potencias de lo falso alejan la película de su referente histórico. No hay un ajuste de cuentas con los victimarios. Sus razones para actuar se dan por conocidas: derrocaron al gobierno de Allende y a sus integrantes los victimizaron. Las motivaciones concretas e ideológicas quedan reducidas a su mayor grado de legibilidad y simplismo: “estamos en la guerra fría”, “hay que acabar con el marxismo”.

Tremenda falta de fundamentos y supresión de caracterización histórica en favor de ficcionalidad redunda en una épica vacua. Para quien no este informado de la veracidad del trasfondo esta podría ser una película realmente poco interesante. Si bien la película explicita el gran referente real, las mediaciones que hemos señalado permiten que la narración diluya los referentes que conferirían realismo histórico, o al menos más cercanos al texto de Bitar, por ficticios verosímiles cinematográficos.

Godard, siguiendo a Brecht dijo que hay que hacer políticamente películas políticas. Dawson, Isla 10, según lo que hemos señalado, parecería ser un filme despolitizado. Sin embargo, ha faltado trazar el otro eje de la película, el que le da no solo el tono político, sino que además amplía el factor épico por sobre el histórico, nuevamente mediante la representación de un hecho histórico. Trasfondo de todos los hechos verídicos y ficticios ocurridos en la isla-prisión. Se trata nada menos que el ataque a La Moneda, los últimos minutos de vida de Salvador Allende y su muerte. Pero ¿por qué se representa a Allende? La recreación del golpe de estado desde dentro nos presenta a su doble, de manera distinta a la duplicación del relato de Bitar. A medio camino entre la representación de sucesos televisiva y la prolija superproducción histórica la representación desde dentro del bombardeo se concibe mediante la mixtura de imágenes de archivo y recreaciones. El golpe, hecho histórico por antonomasia, acto violento que bifurca la historia del país fue registrado por cámaras televisivas desde el exterior. La destrucción del edificio es una de las visiones más impactantes y monumentales del archivo audiovisual chileno. La casa de gobierno, signo del poder habitado por un gobierno izquierdista cae en manos del ataque militar. La imagen deja en claro que nadie puede salir vivo de ahí, la aniquilación no solo es la de una persona, el presidente Allende, ni la del proyecto de vía chilena al socialismo, es la de un estado que se vuelve contra sí mismo. Trauma o shock pregnante sobre una sociedad a la vez que gesto fundacional. El capital aliado con el fascismo implantando un nuevo orden, eminente económico: la sociedad de libre mercado. Para partir de cero hay que destruirlo todo antes…

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La quotidianità dei lavori forzati, dell'obbedienza imposta col terrore, dell'impossibilità di usare la parola come strumento di replica per chi nella parola ha creduto, mettendo la propria al servizio degli altri, è cosa immaginabile, sulla quale Littin non insiste, provando invece a spostare l'occhio sulle eccezioni, sul numero del soldato tonto, sull'empatia di una guardia politicamente confusa, che intima ai prigionieri di gridare di dolore, come se li stesse malmenando, mentre li invita a riempirsi in fretta le tasche di frutta secca, ricca di vitamine.
Non per questo Dawson Island 10 diviene un film imprevedibile, non è il suo scopo né la sua virtù. La sua qualità è un'altra, quella di raccontare l'intelligenza di un gruppo di persone che non dimentica la propria identità, malgrado la condizione; che non si rifiuta ma non per questo accetta; che conosce il valore di una matita (spezzata), di uno spiraglio per l'espressione. Dignità del narrato e del narratore, quindi, che, posta a premessa, autorizza anche i primi piani, la messa in scena dei sentimenti. Non è mai stata qualità facile da portare in superficie sullo schermo, l'intelligenza, senza farsi lusingare dalle sirene della vanità o della pretesa di insegnare qualcosa, meno che mai quando la sua natura non è individuale ma collettiva. Un merito che Littin si guadagna nel nome della sobrietà e dell'impegno.

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L'impressione è che siano gli stessi detenuti protagonisti del film a rischiare di morire di noia, perché in fondo nel campo della vergogna non accade poi molto, tanto è vero che per passare il tempo si arriva addirittura a ristrutturare una chiesa. La regia poi non sa fornire un deciso contributo all'opera, limitandosi a mettere insieme sequenze "preoccupate" girate con camera a mano, altre in bianco e nero che scimmiottano il materiale di repertorio e uno stile classico che fa incontrare l'ambiente ostile con i corpi dei prigionieri destinati a un rapido logorio. Nonostante il rigore della messa in scena e le evidenti colpe sul piano della sceneggiatura, riesce comunque a passare lo sdegno di cui si fa portatore l'opera e il disagio di un periodo che ha fatto da spartiacque nella storia dei rapporti internazionali degli ultimi decenni dello scorso secolo. E alcune scene poi colpiscono e restano, come quella toccante di Cielito Lindo o l'epica rincorsa di un figlio dietro il camion che sta riportando il padre al campo perché troppo malato per poter proseguire nel viaggio della flebile speranza. Un film onesto, sincero, forse fin troppo realistico, ma il mezzo cinema se limitato all'intenzione documentaristica perde molto del suo fascino.

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mercoledì 1 maggio 2024

Los colonos – Felipe Gálvez

capitano a volte dei film che colpiscono tanto dolorosamente che ci vuole un bel po' per riprendersi.

Los colonos è uno di quei film che non lasciano scampo.

i maledetti europei conquistano l'America e ammazzano tutti gli indigeni.

il film è spettacolare. e da manuale in questo, colonialismo e genocidio sono la regola.

film doloroso e assolutamente da non perdere.

buona (genocida) visione - Ismaele


 

 

 

Già vincitore del Premio FIPRESCI nella sezione Un Certain Regard di Cannes 2023, Los Colonos racconta la storia universale di oppressi e oppressori, coloni e colonizzatori; un dramma che accompagna la nostra civiltà fin dall’alba dei tempi. L’anno è il 1901, ci troviamo nella Terra del Fuoco, la zona più meridionale dell’America del Sud collocata tra Cile e Argentina. Qui un potente e spietato proprietario terriero di nome José Menéndez (Alfredo Castro) ha ricevuto in concessione dal governo cileno una quantità di terra sconfinata e selvaggia. L’unico problema risulta essere la presenza del pacifico ma numeroso popolo indigeno Selk’nam. Tre uomini vengono così arruolati per una spedizione dall’obiettivo molto semplice: sterminare l’intera popolazione nativa della zona, uomini, donne o bambini che siano. Il gruppo è composto da un ex militare inglese dalla fedina penale sporca (Mark Stanley), un rude cowboy texano (Benjamin Westfall) e un meticcio, Segundo (Camilo Arancibia), mezzo bianco e mezzo indio. L’unico che potrebbe definire quella terra “casa”, ma l’unico che nella realtà dei fatti non ha nessuna voce in capitolo…

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La sensazione, guardando il film, è che le immagini siano come dei dipinti in movimento.

All’inizio volevo fare il film in bianco e nero. Ma poi ho pensato che non era una buona idea perché sarebbe sembrata una rappresentazione della realtà. Volevo apparisse come un documento storico di come erano andate le cose. A quel punto mi è venuto in mente di usare come riferimento la fotografia autocromatica, il primo esperimento di fotografia a colori. Foto dipinte, in pratica. Mi serviva per mostrare l’artificialità dell’immagine e lavorare su più linee. Il cinema stesso come immagine è artificiale e irrealistica.

Quando Simone D’Arcangelo, il direttore della fotografia, ha visto le immagini di riferimento, è stato molto felice perché ha avuto la possibilità di sperimentare con il colore. Per le scene notturne abbiamo utilizzato come riferimento la pittura di Frederic Remington. Per i massacri, invece, abbiamo guardato ai murales messicani. L’uso della macchina da presa, della fotografia e della pellicola cambia nel corso del film, non rimane statico.

Secondo lei, in che modo il suo film comunica con i nostri tempi? E perché ha scelto di raccontare questa storia con un western? Un genere tipicamente americano che, al suo esordio, era anche uno strumento di propaganda.

Penso che Los Colones sia un film che si svolge nel passato, ma parli del presente. La sceneggiatura è stata scritta riecheggiando situazioni che accadono oggi. E per quanto riguarda il western, proprio per quella sua natura propagandistica, mi piaceva l’idea di infiltrarmi nel genere. In altre parole, più che fare un western revisionista credo che l’esercizio sia stato quello di infiltrarsi e far credere alla gente di star guardando un western. E far sì che si confondessero pensando che stessimo esaltando i personaggi.

Ma nella storia dei colonialisti non c’è alcun eroe. Penso che il western sia un genere complicato, ma volevo usare i suoi codici, la sua musica, i suoi stili e, attraverso questi, criticarlo. Quando si è iniziato a mettere in discussione diverse figure storiche o molte ideologie politiche, mi è sembrato importante riflettere su quale fosse il ruolo del cinema. Cioè, da regista, piuttosto che restare fuori e guardare altro, mettere anche il cinema stesso sotto i riflettori. Per mostrare come abbia avuto la capacità, nel XX secolo, di distorcere e modificare la realtà partecipando alla riscrittura della storia. E anche questo mi è sembrato molto moderno. In altre parole, cambiano gli eroi, ma direi che il cinema di propaganda si fa ancora…

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Di particolare interesse è la declinazione specifica della storia, che prende in esame una pagina spesso trascurata del più ampio (e sanguinoso) passato cileno. Il riferimento, vero e documentato, è quello della popolazione indigena dei Selk'nam che fu quasi interamente spazzata via dai coloni nella Terra del fuoco, motivati dalle ricchezze di un commercio nascente e protetti dall'assenza di ogni legge nelle zone di frontiera. José Menéndez, qui interpretato in poche ma memorabili scene dal sempre raggelante Alfredo Castro, è una figura storica che sullo sfruttamento di queste terre costruì un impero. In lui il regista Gálvez trova una metafora del potere incontrollato che inizia e chiude il film, mentre nel mezzo si vedono gli effetti atroci del suo comando.

Accompagnati da una musica incalzante, fatta di percussioni distorte che attivano la memoria storica dei western classici con disturbante insistenza, i tre uomini che dominano la parte centrale del film invitano lo spettatore a un pericoloso balletto di immedesimazione e distanza, rendendo lo sguardo del pubblico complice dei loro massacri ma al tempo stesso offrendo un ritratto complesso, non solo perverso ma annodato a questioni di identità (l'americano in trasferta alla ricerca del prossimo "indiano" su cui puntare il fucile, lo scozzese che ancora indossa la divisa britannica ma mente sul grado) e a un'analisi di cosa resta in piedi nella coscienza di un uomo quando lo si abbandona a uno stato selvaggio…

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Meravigliosamente ambientato tra le pianure infinite di una Terra del Fuoco severa quanto abbacinante per bellezza e purezza, il film disegna un percorso di morte che solo lo sguardo sdegnato, attonito per l'impotenza e disgustato del mite Segundo riesce a definire in modo esaustivo e pertinente.

Gálvez riesce a rendere palpabile la brutalità che anima l'uomo e che lo ha reso ancora una volta protagonista di azioni e persecuzioni degne di una belva quale non può esistere in tutto il resto del mondo animale.

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Ma la grandezza di Los Colonos non sta solo nell’aver restituito testimonianza del dolore di un processo coloniale e di un tentativo di genocidio ma anche gli aspetti meno evidenti di tutto ciò che consegue alle fasi più brutali. Se infatti la violenza dapprima è esplicita, come la terrificante sparatoria nella nebbia che stermina una colonia di indios inermi, infine diventa simbolica nel tentativo di praticare una calcolata conciliazione che è comunque una forma di colonizzazione culturale. Emblematica e agghiacciante nello stesso tempo la sequenza nella quale si tenta di fare testimonianza filmata di una conciliazione, imposta comunque con la armi, attraverso una grottesca messa in scena con gli indios agghindati da europei che bevono il tè.

Allo stesso tempo il regista non si ferma alla fin troppo semplice condanna dei coloni ma argomenta cinematograficamente anche come l’orrore sia stato possibile anche grazie a coloro che si sono messi a servizio dei coloni rendendo di fatto possibile la sottomissione di un intero continente.

Los Colonos è una straordinaria opera di denuncia del male e allo stesso tempo un doloroso esame di coscienza. Un esempio sfolgorante di quando il grande cinema è a servizio della storia.

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Gálvez, che ha co-sceneggiato il film insieme ad Antonia Girardi (un’altra italiana), non si limita però ad un puro formalismo per filtrare la denuncia anticoloniale, ma è bravo anche ad evitare tutti i cliché narrativi del caso, focalizzandosi non tanto sui grotteschi colonizzatori europei ed americani (volutamente rappresentati dai personaggi di MacLennan e Bill) ma soprattutto sulla figura centrale del meticcio Segundo (letteralmente “secondo”) che si ritrova, suo malgrado ad accompagnare i due mercenari bianchi nella spedizione genocida ordinata da Menéndez. Qui la riflessione di Los Colonos avanza oltre la tradizionale dicotomia colonizzatori/colonizzati, indagando la zona grigia rappresentata dal meticcio che disprezza i suoi compagni di missione e le loro gesta brutali ma allo stesso tempo non è capace di opporsi ad essi (pur avendo occasioni per farlo) e finendo per scegliere la strada della “riduzione del danno”. Segundo diventa così un personaggio che si ferma a metà tra complicità e testimonianza, rendendo molto più intricato il filo che lega la politica coloniale con le popolazioni che quella politica la subirono (non è un caso che la storia dello sterminio dei Sek’nam è ancora oggi opportunamente omessa dal programma scolastico cileno).

Dopotutto, e lo capiamo nell’ultimo atto, a Gálvez (come anche al suo conterraneo Pablo Larrain) interessa quel territorio di mezzo in cui i confini diventano più labili, meno marcati, quasi invisibili. In una allegorica scena finale, prima dei titoli di coda che scorrono su immagini d’archivio del Cile degli inizi del XX secolo, è proprio la cinepresa dell’emissario governativo Vicuna che diventa mezzo sia di testimonianza documentarista dell’orrore subito dagli indigeni cileni che di collusione con i loro carnefici. Se nessuna immagine, sia essa di finzione o documentata, può restituire la realtà di quei delitti e la responsabilità di quelle colpe, allora anche il cinema, nella sua ambivalenza e ambiguità, nei suoi filtri e nelle sue simulazioni, finisce per essere uno strumento del potere, incapace di opporsi ad esso e funzionale alle sue finalità precostituite. Una zona grigia dove testimonianza, indifferenza e complicità si sovrappongono inesorabilmente.

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venerdì 26 aprile 2024

Crystal Fairy y el cactus mágico - Sebastian Silva

un film che non ti aspetti, quattro ragazzi (e una ragazza in più, la chiamano Crystal Fairy) stanno insieme per qualche giorno, cercano una droga e un posto per assumerla senza nessuno.

non ci sono adulti, un film di giovani, insicuri, un po' pazzi, e in fondo è un film sull'amicizia, il rispetto, la comprensione.

come in Magic magic protagonista è Michael Cera.

più bello di come uno s'immagina, promesso.

buona (sobria, ma non troppo) visione - Ismaele



Beffardo, ingenuo, comico ed emotivo come mai prima. Michelino è in perfetta simbiosi con Silva, tanto da realizzare contemporaneamente una doppietta in Cile, invadendo il Sundance Festival dell’anno in corso (l’altro titolo è Magic Magic [Link#1 – Link#2], che – non – era un thriller proprio come Crystal Fairy, – non – è un drug movie).

Crystal Fairy è un esempio che dovrebbero seguire tanti di voi, cari registi intellettualoidi.

Nato senza script, si sviluppa come una riuscitissima jam session improvvisata e sensuale, capace di trasmettere una palpabile e piacevolissima sensazione di LIBERTÀ. Un trucco c’è, però: tutto nasce da uno spunto essenziale, vale a dire la reale esperienza vissuta da Silva a caccia del San Pedro. Tra l’altro in compagnia di una reale Crystal Fairy che il buon Sebastian non ha mai più rintracciato.

La battuta più esilarante del film, che comunque – non – è una commedia, è ovviamente di Michelino: riferendosi a Crystal Fairy, la chiama Crystal Hairy (e bisogna vederla nuda per capire il perché), e la risata collettiva che si scatena immediatamente è di una genuinità tale da costituire la prova evidente dell’aria free-form che si respirava sul set…

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L’air de rien, Silva installe les bases de son discours qui, progressivement, finit par défier les attentes. Loin de se limiter à un message attendu et moralisateur sur l’acceptation de l’autre, il établit une dynamique bien sentie sur les capacités d’intériorisation et d’extériorisation de soi. C’est là qu’il surprend le plus. Son film aux allures de projet sans véritables intentions prend ainsi rétrospectivement sens dans son dernier tiers. Pour le spectateur le parcours n’est peut-être pas sans accrocs, mais il en vaut finalement la peine.

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sabato 20 aprile 2024

Chile 1976 – Manuela Martelli

in Cile, sotto il regime fascista di Pinochet, la Resistenza è quasi impossibile e gli oppositori sono eroici, sanno che rischiano la vita ogni momento.

Carmen è la protagonista, una nonna cattolica, che ancora rischia, piena di paura e però coraggiosa, controllata e minacciata dalla polizia del regime.

una storia che non lascia tranquilli, nessuno si senta al sicuro.

buona (rischiosa) visione - Ismaele

 

 

 

Pure esordiente, Manuela Martelli si dimostra in grado di confezionare un’ interessante pellicola. Partendo da un noto e drammatico contesto storico e politico, il film riesce a virare al thriller più incalzante senza forzare la mano su fatti e personaggi che rimangono assolutamente compatibili e credibili con il contesto storico tormentato e complesso sullo sfondo.

La Martelli elabora la vicenda con felice approccio narrativo, incastrando ogni pezzo al punto giusto: la denuncia politica, la memoria storica, la corretta suspense e un’ adeguata contestualizzazione ( dai risvolti intimi a quelli psicologici) della protagonista, ottimamente interpretata dalla brava e credibile Aline Kuppenheim.

La brava attrice risulta capace di rendersi credibile nel passaggio da ricca donna dedita alla ristrutturazione della casa di vacanza, come passatempo per non annoiarsi, a parte integrante ed attiva di una resistenza alla dittatura. Divisa e schierata in una dimensione ufficialmente privilegiata ed elitaria, ma coinvolta a difendere la causa delle vittime oppresse e fatte sparire.

Il film si pregia di una fotografia accurata in cui prevalgono i colori caldi e una ricostruzione d’ambiente meticolosa che non diventa tuttavia un fine, bensì un mezzo per contestualizzare una vicenda curata, sin nei minimi dettagli, sia tecnicamente, sia nella costruzione narrativa.

1976 resta un esordio notevole di un’autrice da tenere d’occhio.

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Stupisce la bravura della Martelli nel costituire la sua opera prima incastrando ogni pezzo al punto giusto: denuncia politica, memoria, suspense, approfondimento psicologico della protagonista, ottimamente interpretata da Aline Kuppenheim. All'inizio del film la vediamo impegnata a scegliere i colori per la ristrutturazione della sua casa, i rumori di scontri che provengono dalla strada sembrano qualcosa di completamente estraneo alla sua esistenza. Ma una macchia di vernice che le cade sulle scarpe è il primo segno che non si può evitare di sporcarsi in una realtà orrenda come quella che stava vivendo il Cile. Sono particolari come questi a far capire che il film ha una marcia in più. La cura nella fotografia e nella scelta delle location di paesaggi costieri, le musiche assolutamente appropriate, l’attenzione ai colori e ai dettagli, i punti di vista e le posizioni della macchina da presa, gli zoom messi al punto giusto senza stafare sono induce di un talento che andrà senza dubbio tenuto d'occhio.

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Los cambios emocionales de la protagonista, de una u otra forma —en la crítica social de Moffat y de Martelli—, expresarían una suerte de denuncia al vacío y a la superficialidad en los cuales se encontraba Carmen, previo a poner en peligro su tranquilidad y la de su acomodada familia; para luego zambullirse sin mayores requiebros personales, en la aventura de posibilitar y de ayudar al escape de un «extremista» de izquierda, desde su refugio en la parroquia playera y costera, con el propósito de que este pueda continuar su lucha armada y política en contra del régimen, en una empresa que es ya una opción de vida, y que abarca la totalidad de una existencia.

Carmen evoluciona en profundidades desconocidas para ella, y tanto el rostro de Aline Küppenheim como la música incidental compuesta por María Portugal, atestiguan ese viaje hacia la obscuridad o el final de una noche, política, moral, y en última instancia cívica.

En efecto, la intimidad social y cultural de ese Chile en su mayoría cómplice y simpatizante frente a las cuestionables acciones de la Junta Militar de Gobierno en materia de seguridad interior, se consiguen de una manera bastante realista y al modo de una recreación de historicidad privada, insisto que suficientemente lograda y satisfactoria (salvo la aparición de las antenas «neoliberales», por supuesto), acerca de un país y de una sociedad, en suma, que confinaba a la proscripción y al ocultamiento, a sus ciudadanos disidentes.

Ahí, en esas minucias dramáticas y escénicas, sin duda, se rastrean el trabajo en la elaboración y en la redacción del guion, y de la dirección de actores propiciada por Manuela Martelli…

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La primera película de Manuela Martelli es una obra misteriosa cargada de detalles y belleza. Con ritmo lento, nos introduce poco a poco en la vida de Carmen, una mujer tan preocupada por el color de las paredes de su salón, como por el bienestar de un joven rebelde. Tan preocupada por la tarta de cumpleaños de uno de sus nietos, como por la posibilidad de un cambio político en su país.

En 1976 Martelli es crítica con su país y con sus ciudadanos. Desde la boca de sus personajes escuchamos que definen a Chile como un país triste y a los chilenos como una sociedad débil y perezosa. Pero Carmen no es así, es precisamente todo lo contrario.

Carmen es color, fuerza y valentía. Pero en el Chile de 1976, esos atributos viven sometidos de una forma brutal. Su valentía se sostiene gracias a su extrema curiosidad y la protección de su fe cristiana. Es una valentía culpable. Carmen es una mujer excepcional, inteligente e interesante. Pero vive como florero de un médico que es incapaz de mirar más lejos de la punta de su nariz.

Ella tiene profundos deseos, con otros hombres, profesionales y de vida. Pero la religión, una sociedad profundamente machista y patriarcal y vivir bajo el yugo de un criminal como Augusto Pinochet, ponen freno a todos sus impulsos…

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…Durante toda su vida, Carmen ha aceptado el papel que la sociedad patriarcal le ha impuesto y se ha desempeñado como una mujer pasiva. Pero, gracias a un evento fortuito, tiene la oportunidad de descubrir su verdadero yo y decidir quién quiere ser en la vida. Sin embargo, lograr esto no será fácil, ya que tendrá que enfrentarse no solo a la nueva clase política, sino también a su propia familia, la cual está conectada con la dictadura. Aunque esta búsqueda implica riesgos, Carmen experimenta una transformación personal profunda que justifica todos los peligros que debe afrontar.

Escrita por Martelli y Alejandra Moffat, y fotografiada con maestría por Yarará Rodríguez, la película captura con sutileza el clima político y social de la época, combinando elementos dramáticos, emocionales y de tensión en una narrativa psicológica plagada de simbolismos (como zapatos, ventanas y pinturas que dicen mucho más de lo que representan a priori) y haciendo uso del fuera de campo, para ofrecer una nueva perspectiva que rompe con los estereotipos del género cinematográfico político.

1976 es un retrato humano, histórico y social que sitúa a la actriz convertida en cineasta como una de las debutantes más prometedoras y comprometidas del último año.

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domenica 6 novembre 2022

Araña - Andrés Wood

ancora un film politico di Andrés Wood, racconta la storia di un gruppo fascista contro Allende, a l'amicizia di tre giovani.

durante la dittatura di Pinochet il gruppo si sciogli, due (dei tre) si sposano, Ines e Justo, mentre Gerardo fa una vita da sbandato, fino a che non riappare, e i due amici, riccastri in carriera, durante la dittatura e dopo, cominciano a temere.

era successo qualcosa, un omicidio politico, che nessuno ha dimenticato.

un gran bel terribile film, bravi il regista Andrés Wood e lo sceneggiatore Guillermo Calderón.

buona (vendicativa) visione - Ismaele

 

 

La grandeza de Araña reside en poner de manifiesto un terrible pasado que sin duda puede volver a repetirse. Andrés Wood nos introduce en una parte de la historia chilena llena de perversión y violencia, con personajes narcisistas e inmorales. Imposible empatizar con alguno de ellos.

Atención a la radicalización nacionalista, atención al sistema capitalista y atención a la minoría privilegiada; las dictaduras no siempre tienen nombre de persona.

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la propuesta de Araña es un poco más sutil y compleja de lo que puede parecer a primera vista, con historias y personajes que no se desarrollan de forma explícita pero que igualmente están insinuados. Más allá de los datos históricos que le dan contexto a la trama, pero que la película no se detiene a profundizar porque acertadamente los asume de público conocimiento, hay acciones y comportamientos que solo toman un poco más de sentido una vez que se conoce la historia completa. Pero es probable que para ese momento el interés ya esté disipado por una trama sin muchas vueltas y de ritmo endeble que no termina de responder todas las preguntas que plantea, especialmente en la parte actual de la historia donde abre algunos hilos que ni siquiera intenta seguir desarrollando.

Todo lo que ofrece Araña para darle cuerpo a su historia, como las actuaciones o la recreación de época, alcanza un nivel de justa corrección que no destaca por brillante ni por fallido, un resultado acorde a la tibieza que alcanza como producto final.

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Quizás falte cierta profundidad en el análisis de los hechos históricos, pero siendo latinoamericano no hay minuto en el que no se comprenda lo que sucede ya que todos los países de la zona pasaron por lo mismo en esa época. La diferencia de clases y de posiciones políticas está muy bien retratada. El guion tiene semejante fuerza que, de a ratos, no hacen falta diálogos, ya que basta con lo narrado visualmente. No es una película que genere simpatía en el espectador, aunque tiene un ritmo que nunca decae; taladra el pasado político de Chile a partir de una historia de amor y revolución.

Araña (2019) demuestra que el pasado es esencial para entender el presente y prepararse para el futuro. Una historia que recorre dos líneas temporales, con 40 años en el medio, de manera casi documental, donde el pasado siempre persigue al presente. Con un brillante guion de Guillermo Calderón, una excelente dirección de Andrés Wood y las interpretaciones perfectamente ejecutadas, refleja un conflicto social del pasado que aún sigue vigente. Apasionante y dolorosa.

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