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giovedì 2 aprile 2026

Chi aspetta le scarpe del defunto muore scalzo - João César Monteiro

 


QUI si può vedere il film completo con i sottotitoli in italiano

QUI un'intervista a João César Monteiro (con sottotitoli in inglese)

lunedì 10 novembre 2025

CONFITEOR - come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione - Bonifacio Angius

in un film doppio 

il regista finge di essere suo padre mentre lui, figlio di suo padre, viene interpretato dal figlio del regista ,

ma anche il regista è se stesso e il figlio è suo figlio.

sembra difficile, ma seduti in sala si capisce bene.

il cinema salva la vita, nonostante tutto, sembra dire Bonifacio Angius, e noi ci crediamo.

il film è denso di citazioni, e l'ultima scena, con il bambino che si allontana, come Charlot, è un capolavoro.

difficile che un film come questo, senza supereroi e senza omicidi, arrivi in sala, ma cercatelo (e se non lo portano convincete, con le buone, i gestori delle sale che frequentate), è un film che merita davvero.

intanto, se ci riuscite, buona (sorprendente) visione - Ismaele


  

 

Un film su un padre amato, odiato, sofferto e perduto, e al contempo sull’essere padre di un figlio, sulle dinamiche manipolatorie di un amore velenoso e sulla spirale autodistruttiva e tossicodipendente di una conseguente depressione, e nel frattempo inevitabilmente un film magnificamente teorico sul cinema e sul suo senso, sulla sua centralità, sul suo possibile meta-intrecciarsi in un prisma di istanti e di immagini che si inseguono modulari e inalienabili in ogni battito di palpebre. Un cinema da amare da spettatori in sala, un cinema da omaggiare da attore e regista nel teatro di posa, un cinema da scardinare nella forma e soprattutto un cinema da portare a termine a ogni costo, se necessario anche riprendendosi dalle crisi, anche affrontando di petto il dolore, anche risvegliandosi dalla morte. Un cinema che imita e finge una realtà alternativa per trovare la verità in un mondo di bugie, un cinema che parla direttamente all’inconscio e che «può farti una sorpresa dopo anni», un cinema come universo parallelo in cui entrare per «rimanere al riparo» dall’esterno. Un cinema come terapia, come assoluta sincerità, come commozione, come catarsi. Come estremo e definitivo atto d’amore, perché «ci vuole sempre amore per raccontare una storia, e per raccontarla ancora meglio lo devi aver perduto»…

…Solo attraverso il (meta)cinema è possibile uscirne, fra dialoghi, situazioni, ironia sorniona e le voci fuori campo che legano insieme analessi e prolessi, verità e finzioni, livelli apparentemente infiniti di passato e futuro che continuano a rincorrersi, come a voler intrappolare nelle immagini i dolori e le ossessioni per renderli visibili, affrontabili, battibili. Commossi. Con i padri che ritornano figli e con i figli che incarnano e fanno rivivere i padri, con le locandine dei precedenti lavori di Angius e con i baffi posticci con cui (ri)cambiare identità e tornare se stesso, con le botte che dopo tanti anni ancora fanno male e con quella porta chiusa in faccia proprio nel momento di massima fragilità. Con il bianco e nero che si alterna al colore così come i capitoli si intrecciano in una storia non lineare, e con un’involontaria e chapliniana disobbedienza sul set che sembra quasi un invito all’emancipazione, alla costruzione di un futuro proprio e unico, a un nuovo e ulteriore orizzonte di speranza in cui non smettere mai di raccontare con amore una storia d’amore, e sublimare così ogni sofferenza nella bellezza e nella magia del cinema. Che magari non basterà per arrivare a fare proprio la Rivoluzione, ma sul quale si possono ancora dire tante cose bellissime.

da qui

 

O si sa scrivere con le parole, come l'autore a cui vengono attribuite riflessioni non prive di spessore, oppure lo si può fare con le stesse che trovano spazio in inquadrature sempre alla ricerca di una composizione interna capace di offrire a chi guarda una molteplicità di dimensioni. Si va dal realismo più immediato ad immagini che rendono simbolici gli oggetti (vedi il barchino) alternando colore e bianco e nero. Con al centro un bisogno viscerale di poter riuscire ad essere un padre diverso da quello che è stato il suo anche se il rischio di vedere il figlio allontanarsi non è mai totalmente eludibile…

da qui

 

…L’incipit è una variante di Céline nell’oscurità che tutto fagocita, l’annuncio di un altro viaggio al termine della notte: un dialogo con se stesso, “la storia di un’eterna infanzia da cui tutto prende forma e significato”, una raffica di domande senza risposta in attesa che tutto finisca al crocevia del nulla. “Perché tutto è cambiato e noi non ce ne siamo accorti?” si chiede mentre il tempo passa e affiora la consapevolezza che sarebbe bastato pochissimo per fare del bene senza limitarsi a immaginarlo.

È l’impronta di un cinema che si mette a nudo, consapevole che “vivere non è solo svegliarsi al mattino” perché “vivere è difficile”, disposto a rivelare fragilità e scompensi proprio per la sua natura feroce e fluttuante. Un regista (Angius stesso) è allettato in ospedale, sta più di qua che di là, non riconosce la sorella, vaneggia eppure deve fare assolutamente un film sulla sua vita e quindi assegna al figlio (quello vero di Angius, Antonio) il ruolo di se stesso bambino...

da qui

 

…il film è infestato da una voce fuori campo (la sua) continua e ossessiva, che si alterna con la voce fuori campo di suo figlio, facendo assomigliare buona parte di quest'opera ambiziosa ad un audiolibro accompagnato da belle immagini (non sempre) intervallato da rare scene di buon cinema. 

La critica ha molto apprezzato questa confessione a schermo aperto, che non ci risparmia dettagli anche crudeli o imbarazzanti della sua vita, in una sorta di terapia pubblica.

Noi umili spettatori paganti siamo colti dal dubbio che che forse, chissà,  qualche anno sul divano di uno psicoterapeuta può essere più utile per un regista sofferente e traumatizzato che passarne altrettanti per fare un film "liberatorio"…

da qui

 

 











mercoledì 23 luglio 2025

«Fare cinema non significa cambiare la realtà» - Avi Mograbi

Intervista (di Viviana Viri) con Avi Mograbi, premio Diritti Umani per l’autore 2024

 

Il regista israeliano Avi Mograbi da anni racconta attraverso i suoi documentari le contraddizioni del suo Paese. Tra i suoi lavori più noti, Per uno solo dei miei due occhi, presentato nel 2005 al Festival di Cannes e il suo ultimo film, The First 54 Years: An Abbreviated Manual for Military Occupation (2021), in cui ha cercato di descrivere l’occupazione israeliana. Mograbi, ospite del Film Festival Diritti Umani, riceverà questa sera il Premio Diritti Umani al Cinema Corso di Lugano.  

Da oltre vent’anni lei si dedica a documentare le contraddizioni del suo Paese. Quali sono i suoi pensieri a ormai un anno dal sette ottobre?
«Sono molto demoralizzato, ho trascorso tutta la mia vita in Israele occupandomi della situazione nel mio Paese. Oggi ho 67 anni e mi sento perso, credo che sia il modo giusto per descrivere quello che provo. Ho preso la decisione di trasferirmi in Portogallo ancora prima dell’inizio della guerra, mia moglie ed io avevamo già capito quali fossero le prospettive di continuare a vivere in Israele, sentivamo la mancanza di speranza in un miglioramento. Non vivo più lì, ma è come se ci fossi costantemente, non riesco a smettere di leggere le notizie su ciò che accade. Puoi lasciare Israele, ma continua a rimanere dentro di te. Mi sento in esilio volontario, ma non mi considero un rifugiato. Non posso compararmi alle persone che fuggono dall’Africa o alle loro situazioni, ma allo stesso tempo sono sicuro di poter condividere con quelle persone la perdita della mia casa, che è qualcosa che mi manca molto».

Come valuta la situazione attuale?
«Israele sta commettendo dei crimini di guerra, ma questo non è qualcosa di nuovo o che è cominciato il 7 ottobre. Non sostengo di certo Hamas e quanto è successo, ma non possiamo pensare a questa data come a un inizio, sarebbe un grave errore. Parliamo di un conflitto che dura da 75 anni e di uno Stato che dipende dai crimini di guerra e dalle violazioni dei diritti degli altri e dei diritti dei palestinesi. Quando parliamo della fondazione dello Stato di Israele molte volte si menziona la guerra del 1948, che vista dal punto di Israele si tratta di una guerra per l’indipendenza, mentre da quello palestinese di una catastrofe, della Nakba. Diciamo spesso che molte persone sono dovute fuggire dalle loro case, ma non precisiamo mai che quando la guerra è finita non gli è stato permesso di ritornare. Questo è il crimine reale, il fatto di non essere stati autorizzati al diritto base di ogni essere umano, che si trovi in guerra oppure no, poter far ritorno nella propria casa. Durante la prima guerra del Golfo, mia moglie ed io siamo dovuti scappare dalla nostra casa di Tel Aviv aspettando che la situazione migliorasse. Neppure in quelle circostanze abbiamo pensato di non poter più tornare a casa una volta finita la guerra. La situazione che si è creata nel 1948 è qualcosa che non ci si può nemmeno immaginare».

Lei è tra i fondatori di Breaking the silence, un gruppo nato per raccogliere le testimonianze di ex militari che hanno prestato servizio nei territori occupati e molti di questi racconti fanno parte dei suoi film, come nel suo ultimo lavoro The First 54 Years: An Abbreviated Manual for Military Occupation (2021). Quali sono state le difficoltà nel raccogliere queste testimonianze?
«È molto interessante osservare come ci siano periodi in cui tutto tace e altri in cui si trovino molti testimoni, come quello che stiamo attraversando ora, in cui le persone sono impegnate in lavori sporchi e quindi sentono la necessità di parlare, hanno bisogno di trovare sollievo per le cose orribili che hanno fatto. Molti dei militari che hanno servito a Gaza vogliono testimoniare anche se hanno partecipato. È sempre un paradosso, il soldato che testimonia dei crimini che lui stesso ha compiuto, da una parte capisce di averli commessi, ma allo stesso tempo ha bisogno di condividerli con altri come parte di un processo di guarigione».

Prima del 7 ottobre in Israele si percepiva un certo dissenso, per mesi abbiamo visto decine di migliaia di persone manifestare contro la riforma giudiziaria. Secondo lei quanto la società israeliana è permeabile oggi alla critica del governo?
«I media israeliani sono morti, come lo è la sinistra. La sua sottile frazione radicale è ormai sempre più esile e fragmentata, e questo è molto triste. Si è parlato molto del suo ruolo, ma la sinistra non esiste realmente. Quella che si pensava che lo fosse, per mesi è scesa in piazza a manifestare per la democrazia, ma si trattava di una richiesta fatta soltanto per una parte della società, nessuno parlava dei diritti dei palestinesi. Questo è il tipo di sinistra che esiste in Israele e i media sono solamente dei portavoce che fanno da cassa di risonanza al governo e alle sue bugie, supportandone i crimini».

I suoi film rimettono costantemente in discussione la realtà che lei riprende. È possibile raccontare la realtà di questo conflitto? Quale pensa sia l’impatto del cinema sulla realtà?
«Credo che ci accostiamo al cinema impegnato e al cinema che parla di diritti umani in un modo ingenuamente errato. Fare cinema non significa cambiare la realtà. Facciamo dei film critici perché la nostra comunità ha bisogno di essere incoraggiata, è un pensiero verso noi stessi. Spesso mi sento dire che i miei documentari parlano ai già convertiti. Per me è come se parlassi ai miei amici, per condividere con loro, per sostenerci l’un l’altro. Non mi aspetto che chi non la pensa come me venga a vedere i miei film».

da qui


Qui e Qui due suoi film nel blog


in questa pagina tanti suoi film online


lunedì 13 novembre 2023

Il boicottaggio artistico dello stato d'Israele è uno strumento legittimo e efficace contro l'occupazione e l'apartheid - Mai Masri

 

(intervista di Alessandro Bianchi)

Girato in un carcere dismesso in Giordania, 3000 notti è il film che consacra a livello planetario la carriera della regista palestinese Mai Masri. “Nel 2015, quando è stato realizzato il film, nelle prigioni israeliane si trovavano 6000 palestinesi, uomini, donne e minori. È la storia di una di loro”, ha dichiarato in un’intervista l’autrice per descrivere la figura, divenuta iconica, della protagonista Layal, giovane palestinese arrestata senza nessun valido motivo dalle autorità israeliane e che scoprirà la sua maternità in carcere.

“Gli israeliani e la mia casa – Nablus e Shatila: Sotto le macerie” (1983); I bambini del fuoco (1990)” fanno rivivere il dramma delle donne e bambini sotto l’occupazione. In “Donne oltre le frontiere, 2004”, si ascolta Kifah Afifi rievocare la brutalità del campo di Khyam: “Sono morta cento volte ogni giorno in quella cella”, e Soha Bechara, che ha messo in gioco la propria vita per la liberazione del suo Paese, ripetere: “Non dimentichiamo la Palestina”. Amore e resistenza sono i due temi che ricorrono sempre nelle opere di Mai Masri. “I suoi film sono l’antitesi degli stereotipi che disumanizzano e tolgono i loro diritti ai palestinesi. Lei non documenta solo ciò che viene fatto subire ai palestinesi dal 1948, ma mostra chi sono veramente”, chiosa alla perfezione Victoria Brittain in un bellissimo lavoro di raccordo delle opere della regista (“Love and resistance in the films of Mai Masri”). Le immagini nei lavori dell'artista palestinese non si soffermano esclusivamente sulla disperazione e dolore, si ostinano a cercare, anche nella più grande sofferenza, l’amore e la bellezza. Viene da domandarsi come sia possibile oggi alla luce delle immagini tremende del genocidio in corso a Gaza.

In esclusiva, l’AntiDiplomatico ha avuto l’onore di rivolgere alla grande artista palestinese alcune domande sulla mattanza in corso nella sua terra e la nuova fase del conflitto in Palestina.  

L’intervista


Da regista come vedi il ruolo del cinema rispetto allo sterminio in atto a Gaza nelle ultime settimane?

Credo nella potenza della narrazione per la nostra lotta e nel ruolo del cinema per cambiare la narrativa sulla Palestina. Sfortunatamente i principali media hanno disumanizzato il popolo palestinese e la sua lotta già da molto tempo. Il cinema può svolgere un ruolo fondamentale nel mettere in luce la sofferenza e la resistenza del popolo di Gaza di fronte al genocidio in corso. Il nostro ruolo come registi di tutto il mondo è concentrarci sulle vite, le speranze e i sogni dei palestinesi. Mentre guardiamo le immagini dal vivo di morte e distruzione provenienti da Gaza, nessuno può affermare di non sapere cosa sta accadendo. Questo è il primo genocidio televisivo della storia. Una continuazione della Nakba del 1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare le loro case e la loro terra. Come regista palestinese sento la grande responsabilità non solo di testimoniare le atrocità che si stanno consumando a Gaza, ma anche di portare al mondo le nostre storie di umanità, speranza e resilienza.

 

Cosa pensi del boicottaggio su artisti e accademici israeliani che partecipano a iniziative organizzate e patrocinate dallo stato d'Israele? A tuo avviso la campagna BDS (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni) era valida già prima della posizione estremista del governo di Netanyahu?

Il boicottaggio su artisti e studiosi israeliani che partecipano ad attività culturali sponsorizzate dallo stato d'Israele è uno strumento legittimo e potente contro l'occupazione e l'apartheid. E' anche una forma di resistenza civile molto efficace, modellata sul successo della campagna mondiale di boicottaggio contro il governo razzista del Sud Africa. Il razzismo e l'apartheid sono state parte integrante della ideologia e della struttura dello Stato israeliano molto prima del governo estremista di Netanyahu. Durante le recenti proiezioni dei miei film negli Stati Uniti e in Europa, ho notato un cambiamento nell'opinione pubblica, soprattutto tra i giovani e gli studenti, molti dei quali sono ebrei e sono in prima linea nel movimento contro l'occupazione e l'apartheid. E' incoraggiante vedere che ci sono sempre più artisti, studiosi e studenti ebrei in tutto il mondo che si oppongono all'occupazione israeliana e ai crimini di guerra contro il popolo palestinese e hanno assunto una posizione coraggiosa: “Non in nostro nome”.

 

L'idea di uno Stato unico laico e democratico concepita dalla Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) prima degli accordi di Oslo, con il senno di poi, sarebbe stata la soluzione più saggia? Abbiamo visto che la narrazione due Stati due popoli ha portato all'avanzamento del progetto di colonizzazione d'insediamento da parte d'Israele e un netto e tragico peggioramento delle condizioni di vita del popolo palestinese.

Ho sempre creduto in uno Stato unico laico e democratico per palestinesi e israeliani. Questa è l'unica soluzione praticabile ed equa per entrambi i popoli. C'è molta ipocrisia da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati europei che sostengono a parole la soluzione dei due Stati e non fanno nulla per attuarla. Questo ha incoraggiato Israele a continuare la sua brutale occupazione della Cisgiordania, a costruire centinaia di insediamenti illegali e a continuare ad assediare Gaza in violazione del diritto internazionale. Israele ha reso impossibile la soluzione dei due Stati. E' tempo che il mondo prenda una posizione ferma e mantenga le promesse fatte ai palestinesi. Nonostante la tragica situazione a Gaza, sono molto fiduciosa che la Palestina sarà libera. E che questo accadrà mentre io sarò ancora in vita. Questa ingiustizia non può continuare. Nessuno potrà essere libero finché la Palestina non sarà libera.

da qui

mercoledì 2 settembre 2020

LA DEMOCRAZIA IGNORANTE - intervista a Gianni Canova

  

(di Paolo Armelli)

Lo si conosce soprattutto come il “cinemaniaco” di tante rubriche sui canali Sky, ma Gianni Canova ha fatto del cinema una passione e una ragione di vita su tutti i fronti. Storico del cinema e professore, dal 2016 è anche rettore dello Iulm di Milano. Proprio da questo suo osservatorio privilegiato sulla cultura e l’educazione italiana, ha di recente scritto un saggio infuocato che s’intitola Ignorantocrazia, in libreria dal 23 ottobre per Bompiani. Il sottotitolo è eloquente quanto inappellabile: “Perché in Italia non esiste una democrazia culturale”.

Partendo dall’emergenza populista di oggi, Canova ricostruisce le origini di quella che chiama “Anoressia culturale” del nostro Paese, scavando nella contraddizione fra l’intellettualismo progressista chiuso nelle élite e i consumi popolari che hanno fatto fortuna, da Tex Willer a Scerbanenco. Anche in questa intervista saranno i libri e i film a guidare la sua osservazione del mondo, tanto desolante quanto piena di voglia di cambiare le cose.

Sbirciando il suo profilo Instagram – dov’è molto attivo – si nota che anche lei parla di un film molto discusso di questi tempi, Joker: le è piaciuto?
Trovo che Joker sia un film epocale, che riesce a intercettare gli umori profondi del corpo sociale e a dar corpo a tutta una serie di stati emotivi palpabili nell’aria: trasforma un reietto, un pagliaccio bullizzato, emarginato in una specie di vendicatore nemesiaco dell’ingiustizia che permea la nostra società. È un’operazione molto coraggiosa: la cosa interessante è che questo film ha una sua forma, ha la capacità di trasformare in artefatti visuali queste emozioni. Sta piacendo molto in tutto il mondo e sta riconciliando molti spettatori con il cinema, quando invece il cinema è sempre più irretito dal feticismo degli autori che pensano solo a raccontare sé stessi o la propria rabbia.

 

Non sono mancate le polemiche però
In America è stato criticato perché mette in scena della violenza e come spesso accade il moralismo americano ritiene che queste scene possano generare comportamenti imitativi: io credo che possano venire invece da qualsiasi parte.

 

In Italia gli addetti ai lavori arricciano il naso, sono quelli con cui me la prendo io: lo snobismo è l’obiettivo principale del mio libro.

 

Dopodiché mi rendo conto anche io degli scricchiolii di sceneggiatura, delle cose non del tutto risolte: ma perché, ci si innamora solo delle donne perfette? Io nella mia vita mi sono innamorato delle donne pur vedendo tutti i loro difetti, ma erano comunque perfette per me in quel momento. Ho imparato invecchiando che la vita è fatta di imperfezioni, mentre il perfezionismo genera solo totalitarismi.

Cosa pensa allora di un grande regista come Martin Scorsese che definisce i film di supereroi come parchi di divertimento, luna park?
Non sono d’accordo ovviamente, anche i film di Scorsese sono dei luna park. Abbiamo qualcosa contro i luna park? Il cinema è nato lì, in origine era uno spettacolo da fiera: nasce nel fango, si porta dietro la puzza dello sterco dei cavalli, veniva proiettato nelle piazze, era uno spettacolo popolare.

 

Mi spiace per Scorsese, ma se non gli piacciono più i film si metta a scrivere romanzi.

 

Nel suo libro scrive che “Fare film di genere richiede umiltà, mettersi al servizio del pubblico”: non succede abbastanza spesso?
Oggi succede nei prodotti più sciatti, che pensano di lusingare il pubblico come tanta scontata e ormai snervata commedia italiana. Il cinema d’autore spesso del pubblico non s’interessa: decine di volte ho sentito dire “Non faccio film per il pubblico, ma per me”, testuali parole.

 

Il cinema è anche un’attività industriale, una sana industria culturale dovrebbe impostare le proprie produzioni non per appagare questo o quel bisogno espressivo di un autore ma cercando di individuare i bisogni del pubblico e magari prefigurare quelli ancora non esistenti.

 

Mi chiedo perché nessuno in Italia abbia mai pensato di fare un film da Montalbano, che fa mediamente otto milioni di spettatori in tv. Perché non prendere un grande regista come Martone o Tornatore e chiedergli di farlo? Come se il cinema fosse fatto per soddisfare il genio creativo e non per aiutare il pubblico a intensificare le proprie esperienze emotive o a uscire dal grigiore della vita.


In Ignorantocrazia la sua tesi di fondo è che in Italia non esiste una democrazia culturale perché non esiste un’industria culturale: il problema principale è dunque lo snobismo nei confronti dei consumi popolari?

In realtà a monte dico che il problema è la devastante ignoranza che caratterizza il nostro paese: siamo il popolo più analfabeta e abbiamo la borghesia più ignorante d’Europa. Questo non è “un” ma “il” problema: spesso ci si rifiuta di ammettere che in Italia siamo vicini al 30% di analfabeti. Chiedere a un popolo così privo di competenza un’opinione su qualsiasi cosa è una farsa che sottrae alla democrazia la propria base ontologica.

 

Se tu sottrai ai tuoi cittadini conoscenze e competenze e chiedi loro un voto su qualcosa che non sono in grado di comprendere secondo me sei fraudolento e anche un po’ criminale. In esergo cito infatti una frase di Voltaire: “È talmente ignorante che risponde a qualsiasi domanda gli venga fatta”.  

 

Dati alla mano la situazione è davvero allarmante: come se ne esce?
Il primo problema è la scuola.

 

Per me l’umanità si divide in due categorie, le persone che nella loro giovinezza – da qualsiasi famiglia, credo, cultura provenissero – hanno incontrato un insegnante in grado di accendere il fuoco e le persone che non l’hanno incontrato.

 

I primi, anche se venivano dai ghetti o dai bassifondi, se la sono cavata e hanno trovato il loro posto nel mondo, gli altri si sono persi.

 

Insegnare significa lasciare un segno: ce ne sono sempre meno di insegnanti così, è una professione stanca, avvilita, senza più reputazione sociale, con retribuzioni ridicole.

 

Tutti i governi non hanno fatto alcuna politica sull’istruzione, abbiamo ancora i programmi della riforma Gentile. Dicono solo “Assumiamo sessantamila precari”: ma a insegnare cosa? E chi li sceglie, chi accerta la loro capacità di insegnare? Vogliamo anche insegnare a insegnare? Se c’è questo rifiuto della cultura è perché da cinquant’anni non ci siamo posti il problema della centralità della formazione, non solo come questione quantitativa ma anche qualitativa.

Il problema è quindi politico.
È sicuramente politico, ma ci sono responsabilità enormi anche in chi negli ultimi cinquant’anni ha gestito per esempio la televisione pubblica. Non si può imporre alle televisioni private degli obblighi, ma la Rai forse doveva preoccuparsi un po’ di più del corpo sociale, invece ha inseguito le televisioni private in maniera colpevole.

 

Una colpa grandissima è anche nostra, mia, di noi professori universitari che spesso abbiamo un atteggiamento di supponenza nei confronti degli studenti. Esimi colleghi sono convinti che gli studenti siano degli optional, che basti proiettare quattro slide. Non a caso si chiamano baroni, l’accademia è una casta medievale.

 

Sono difficili da scardinare, ma queste cose vanno soprattutto dette.

Ho letto che è stato eletto perché si voleva che lei fosse un “rettore visionario”: è davvero possibile cambiare le cose?
Ci stiamo provando ma è durissima: anche qui nella mia università ci sono professori che non vogliono essere disturbati, non vogliono le mail perché devono fare ricerca.

 

È durissima far cambiare questa mentalità facendo capire che siamo noi al servizio degli studenti. Se poi la ricerca non la porti in aula, soprattutto nelle facoltà umanistiche, per chi la fai?

 

Ma qualcosa si muove: per esempio ho nominato prorettori anche professori associati, non solo ordinari, e vedo la fatica di alcuni esimi colleghi professori ordinari maschi nel doversi confrontare con donne associate che sono però gerarchicamente superiori a loro. Mi diverto molto – ride, ndr -. 

Lei parla di intellettuali “Arroccati nei propri privilegi e quasi sempre finanziati dal denaro pubblico”, che faticano a cogliere che il problema non è l’industria culturale ma la sua assenza: la responsabilità è loro?

 

Sono convinto che ci sia stato fin troppo assistenzialismo pubblico, quest’idea che la cultura sia un panda che vada protetto dallo Stato.

 

È un’idea perdente pensare che il mercato sia l’orrore.

 

Sogno un’Italia in cui la cultura è un’attività industriale capace di generare profitti, non ho paura di pronunciare questa parola, e anche posti di lavori, retribuzioni.

 

Siamo pieni di giovani che vorrebbero lavorare nella cultura ma guadagnano cifre infami, mentre quando io ho iniziato scrivendo per alcune riviste vivevo a Milano da solo e vivevo bene: oggi è impensabile. Però nessuno lo dice, c’è omertà perché non si deve parlare di denaro. È vergognoso. E non lo risolvi chiedendo sempre aiuto allo Stato, ma creando prodotti che funzionano, di cui la gente ha fame.

 

È così impensabile fare per il cinema o per il teatro quello che Chiara Ferragni ha fatto per la moda? Secondo me no. Di recente ho sentito un collega scagliarsi contro la letteratura da autogrill. Ma che male c’è se qualcuno si avvicina alla lettura così? Non abbiamo tutti iniziato leggendo Céline. 

 

Lei come ha iniziato?

Il primo libro di cui ho ricordi è L’étranger di Albert Camus, che mi fece leggere la mia professoressa di francese al liceo. No no, anche io cado in questo trucco di spostare in avanti la cosa: in realtà nasco come un lettore vorace di Tex Willer e di Salgari.

Parlava prima degli aiuti dello Stato al cinema: secondo lei come sta il cinema italiano oggi?
Nella maggior parte dei casi non c’è un’industria culturale all’altezza delle sfide di oggi e non c’è un humus culturale che la sostenga. Trovo molto interessante l’operazione che sta facendo Donato Carrisi, autore ma anche regista e produttore: ha capito dopo tante porte in faccia che il film tratto da La ragazza nella nebbia doveva produrselo da solo, e adesso con L’uomo del labirinto fa un’operazione transmediale perché fornisce la chiave per capire il finale di un suo libro precedente.

 

Ruolo importante lo svolge anche Sorrentino, da La grande bellezza a The Young Pope, anche se cito nomi che non sono amatissimi né dalla critica né dall’establishment: chi ha successo in Italia viene guardato con diffidenza.

 

Ma penso anche al fatto che siamo il paese europeo che negli ultimi dieci anni ha fatto meno film per bambini, che invece sono quelli che garantiscono i maggiori incassi. Perché non fare quelli e finanziarne altri, come succedeva negli anni ’60, quando si producevano Sordi, Totò e poi ci si poteva permettere Antonioni, Pasolini, Visconti? Oggi invece il fatto che Checco Zalone guadagni sessanta milioni viene visto come un orrore. 


Lei critica anche la pretesa di fare il “cinema del reale” però non rendendosi conto della finzione che si mette in scena
È un po’ la maledizione del realismo, non ho nulla in contrario ma oggi o fai film realisti oppure sei quasi marginalizzato. È un equivoco che nasce dagli anni pur nobili del neorealismo, quando gli intellettuali si autoesonerano dal fare film per il popolo perché stavano facendo film sul popolo – i disoccupati di Ladri di biciclette, i bambini di strada di Sciuscià, le mondine di Riso amaro –. E se il pubblico non li andava a vedere non importava. Allora poteva avere un senso perché si trattava di raccontare anche al mondo l’Italia che usciva dal dopoguerra.

 

Ora non dico che un film come Sacro GRA (di Gianfranco Rosi, Leone d’oro 2013, ndr) non sia un bel film, ma attenzione all’atteggiamento per cui l’artista è un po’ un entomologo che osserva e studia il popolo non ponendosi mai il problema di come dialogarci e intercettarne fantasie, desideri, bisogni.

 

I film italiani selezionati negli ultimi anni alla Mostra di Venezia sono tutte storie di degrado, marginalità: dal punto di vista politico il mio cuore batte da quella parte quindi solidarietà assoluta, ma siamo sicuri che sia il modo di contribuire alla causa di quegli ultimi sia fare questo tipo di film? Tanto che non hanno prodotto nessun tipo di cambiamento nell’immaginario collettivo.

 

E se noi non ci poniamo il problema di trattare alcuni temi come quello dei migranti, allora lasciamo che l’unica narrazione popolare a riguardo sia quella di Salvini. 

 

C’è stato Fuocoammare
Ma che è comunque un prodotto per intellettuali. Bene – sono quelli i contenuti – ma poniamoci il problema di fare un film che sia capace di essere pervasivo. Sennò se ce lo raccontiamo fra di noi, non serve a nulla.

 

Lei parla da spettatore ma anche da esperto di cinema: serve ancora la critica?

 

Io non mi definisco critico, che è colui che fornisce giudizi inappellabili: “è bello o è brutto”. Quello che mi sento di dire oggi è “mi piace o non mi piace”, non ho più la pretesa di attribuire un valore universale al mio personale giudizio. Racconto la mia esperienza da spettatore, quello che ha generato in me.

 

Se un film mi piace cerco di contagiare chi mi sta intorno, se non mi piace tendenzialmente non ne parlo, salvo che non inneschi idee e valori che non condivido. Come nel caso di Martin Eden (di Pietro Marcello, Coppa Volpi a Marinelli a Venezia 2019, ndr): capisco che a molti sia piaciuto, ma trovo però non condivisibile l’idea che l’industria culturale sia il male assoluto, che è la tesi di fondo del film: la creatività dello scrittore tarpata dagli editori cattivi e mercenari. Questa visione non mi piace e lo dico. 

Questa sua passione per il cinema com’è nata?
Difficile saperlo. Il ricordo più lontano che ho è di quando facevo le elementari: abitavamo ancora a Bergamo e vicino casa c’era un cinema, penso parrocchiale. C’era un manifesto in bianco e nero con due fari che fendevano la nebbia, non son più riuscito a ricostruire quale titolo fosse. Ero talmente affascinato da quella locandina che un pomeriggio d’inverno rubai i soldi dal portafoglio di mia madre e mi infilai al cinema. Chiamarono ovviamente i carabinieri e quando rientrai a casa mia mamma mi diede un ceffone: l’unica volta in cui mi abbia mai picchiato. È come un destino che mi ha segnato.

 

A volte la vita ci sceglie: il mio primo bacio fu al cinema.

 

All’università volevo laurearmi in cinema ma alla Statale non c’era un corso e quindi mi laureai con Vittorio Spinazzola, che prima scriveva di cinema. E quando gli chiedevo perché fosse passato ai libri mi rispose: “Te ne accorgerai da vecchio, i film dopo un po’ ti vengono a noia, i libri no”. Temo avesse ragione.

  

In effetti alla fine del libro c’è un siparietto fra un cinemaniaco, come spesso la definiscono, e un cinefobico: è arrivato a non poterne più del cinema?
Un po’ sì. A trent’anni mi piaceva tutto, come succedeva in amore.

 

Oggi su dieci film che vedo me ne piace mezzo, e questo diventa un po’ un problema. E poi entri in sala e dici: questo l’ho già visto.

 

Coi libri succede meno, sono in una fase della vita in cui, se di sera a casa mi capita di avere un’ora libera, prima mettevo un dvd ma ora apro un libro. Forse ho un po’ di saturazione, anche perché ancora adesso vedo tre o quattro film nuovi a settimana, più tutte le vecchie cose che rivedo per preparare le lezioni all’università.

E cosa pensa di chi dice che le serie tv siano il nuovo cinema?
La differenza sostanziale è che le serie non sono distribuite nella sala buia del cinema, per il resto per me sono film lunghi. Prima c’era l’appuntamento rituale di un episodio a settimana, oggi si fa il binge watching: in sostanza si insegue il sogno del film lungo, lunghissimo, che non finisca mai.

 

Io preferisco le cose che finiscono.

 

Per conto mio mi sono imposto di non vederle, perché se le vedessi so che mi appassionerebbero ma il tempo a disposizione è pochissimo. L’ultima che ho visto e mi è piaciuta tantissimo e infatti poi non ho più voluto vedere altro – perché questo è un altro meccanismo che scatta in me – è The Handmaid’s Tale. L’ho vista tutta, capolavoro assoluto, e ora ho preso il romanzo seguito, I testamenti di Margaret Atwood: lei ha una capacità di scrittura incredibile. 


Cosa legge poi in generale?

Sto tornando a essere un grande lettore. Oltre a Atwood ora sul comodino ho La settima funzione del linguaggio di Laurent Binet, come sempre ho l’ultimo numero di Tex, “La figlia di Satania” mitico numero 707, poi ho riletto Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino e infine l’ultimo di Murakami, L’assassinio del commendatore. Mi piace leggere non dall’inizio alla fine ma intervallando i vari titoli.

In chiusura di Ignorantocrazia cita Walter Benjamin che dice: “Il cinema con la dinamite dei decimi di secondo ha fatto saltare questo mondo simile a un carcere”. È ancora convinto di questa potenza?
La potenza del cinema agli inizi del Novecento è stata proprio questa. Se pensiamo all’esiguità del capitale visivo di cui disponevano i nostri nonni o bisnonni e di come il cinema invece ha aperto il “lucernario dell’infinito”, come l’ha definito il critico Noël Burch, è stato davvero la rivoluzione del Novecento.

 

Sono sempre più convinto che le rivoluzioni dell’umanità siano tecnologiche e non ideologiche o politiche, perché quelle sono prima o poi riassorbite o spostano il potere da una casta all’altra.

 

Sono convinto che gli uomini e le donne del Novecento abbiano vissuto una vita emotivamente più ricca proprio grazie al cinema. Dico infatti che i veri rivoluzionari del Novecento sono stati i fratelli Lumière.

da qui

lunedì 10 febbraio 2020

Lo specchio nero. A caccia di neofascisti sugli schermi d’Italia

Lo specchio nero. A caccia di neofascisti sugli schermi d’Italia

(intervista di WuMing2 a Dikotomiko, qui il loro sito))


[WM2: Poco prima dell’estate, la casa editrice Dots ha pubblicato Lo specchio nero, un saggio del collettivo Dikotomiko* dedicato alla presenza/assenza dei neofascisti sugli schermi italiani e planetari. L’analisi dei due autori ha svariati punti in comune con articoli e riflessioni che abbiamo pubblicato su Giap, a proposito delle amnesie del cinema nostrano, della riluttanza a pronunciare «la parola con la F», dei format giornalistici e televisivi utilizzati per raccontare (e ignorare) la violenza fascista. Letto e apprezzato il libro, abbiamo contattato Massimiliano Martiradonna e Mirco Moretti per sviscerare con loro le questioni che più ci stavano a cuore. Ecco la chiacchierata telematica che ne è venuta fuori.]
Il vostro libro è un viaggio molto approfondito nella rappresentazione in video di neofascisti e neonazisti. Prima di discutere i risultati  della vostra ricerca, vorrei porre una domanda di metodo. Anzi due, che però riguardano la stessa questione, quella di come avete circoscritto il terreno da esplorare. E quindi: che periodo avete considerato? E perché, invece di limitarvi al cinema, avete deciso di spaziare dai videoclip musicali ai documentari, dalle serie TV ai lungometraggi?
Nell’accelerazione compulsiva impressa dalle nuove tecnologie, il cinema ha dovuto adeguarsi a nuove forme di fruizione. Altro che falso movimento, tutto il cinema di oggi è una corsa verso nuovi linguaggi, nuovi formati. Non ha più senso parlare, solo, di film in quanto lungometraggi: se si parla di rappresentazione, occorre parlare, anche, di documentari, videoclip musicali, video disponibili per lo streaming su piattaforme planetarie. Un insieme non omogeneo di schegge impazzite. Una cluster bomb.
Per ovvie ragioni di analisi e di sintesi, abbiamo dovuto circoscrivere il nostro periodo di interesse, individuando una fondamentale discontinuità storica, il nostro “da quel momento nulla è stato più come prima”. Parliamo dell’anno 2001, che ha deviato in modo traumatico e definitivo una traiettoria di futuro possibile – e plausibile.
Con amarezza, nelle presentazioni pubbliche del nostro saggio, ci siamo accorti che il 2001 è percepito dai più giovani in modo vago, un anno come i tanti di un presente liquido, male o non ancora storicizzato. Invece è tra le rovine del 2001 che nasce il verme di ogni sovranismo.
All’alba del nuovo millennio, il mondo pare pervaso di autentico fervore sociale, solidale, internazionale. Si protesta, si balla, si sfila. Genie di giovani non allineati, ribelli con una causa. I nemici del movimento “no global” sono i grandi della terra, quelli con la G maiuscola: i governi dei Paesi occidentali, le principali economie mondiali, che allora come oggi si riuniscono in assetto variabile: a sette, a otto, a enne. Quel che accadde nei giorni del G8 di Genova, a luglio 2001, è presente nel nostro saggio, direttamente con Diaz – Don’t Clean Up This Blood, di D. Vicari, e di rimando con ACAB, di S.Sollima.
Due mesi dopo Genova, ecco un altro colpo di Storia, il colpo di grazia: l’attentato alle Torri Gemelle. Un avvenimento che da allora non vuole smettere di finire, ripreso e scansionato e reso virale e tramandato in pixel nei secoli dei secoli. Altro che il tramonto della Camelot dei Kennedy, altro che il filmato Zapruder sull’attentato di Dallas a JFK.
Il nuovo ordine mondiale come ordine del terrore. Terrore è diverso da orrore, terrore è il tremore, orrore sono i peli che si arricciano. Il tremore è timore ancestrale, si cerca conforto dove non ce n’è, si ripone la speranza nella religione. Nell’ordine del terrore, vediamo infatti tornare la guerra di religione. Rozza, brutale, ubiqua, visibile e visionabile on demand.
Vecchi fanatismi, nuovi linguaggi, nuove platee da sedurre, e nuovi strumenti per diffondere menzogne, perché il nuovo millennio è l’era dei social network, dei passaparola contagiosi e incontrollabili. Occorre essere seducenti, arrivare anche all’ultimo degli analfabeti funzionali, indurlo, con le cattive o con le false notizie a sentirsi in pericolo. Si trasformano i frustrati e gli emarginati in tanti potenziali kamikaze, da tastiera e non solo.
Un’altra scelta di metodo è quella di mettere a confronto l’Italia con il resto del mondo. A livello planetario, il vostro scandaglio rileva l’emergere di un genere piuttosto definito, che chiamate neonazi drama. Di che si tratta?
La produzione mondiale di rappresentazioni a tema è copiosa. A cominciare dai fondamentali Chez Nous (A Casa Nostra) e Un Français (French Blood) dei cugini d’Oltralpe, per proseguire con il serbo Skinning, con i tedeschi L’Onda e Kriegerin (Combat Girls).Queste opere sembrano seguire un canone, apparentemente semplicistico, ma basato sull’osservazione e sull’analisi della realtà: la caratterizzazione del neonazista, il suo aspetto fisico, i suoi rapporti con la famiglia o col quartiere dove abita sono spesso gli stessi. Il neonazi è un giovane arrabbiato, frustrato, si sente incompreso. Trova complicità e accettazione nel branco di skinhead, o nella sezione di movimenti e partiti di estrema destra che frequenta. Odia e aggredisce gli immigrati, fa sua la difesa dell’identità nazionale. Vede la polizia come un nemico, anche se – con le dovute differenze tra Stato e Stato – spesso la polizia è corrotta e cerca di utilizzare gli estremisti di destra per il proprio tornaconto. La fasci-nazione per l’estrema destra, inoltre, non è esclusiva di classe o sesso: chiunque è vulnerabile, dal genio della matematica alla figlia di ricchi borghesi. Le parabole del male raccontate ad ogni latitudine sottolineano anche la facilità con la quale si può passare dalla partecipazione a un corteo di benpensanti, benvestiti, cattolici, nazionalisti alla militanza estremista e violenta. Le sirene della propaganda sono sempre in agguato, insomma, e suonano sempre le stesse note.
Ancora, un altro topos ricorrente è il rapporto tra il cattivo maestro (uomo di mezza età, cultura medio-alta, oratore carismatico, look borghese più o meno raffinato ma sempre distinto dalla truppa) e il giovane discepolo, un luogo comune potentissimo e immortale, che al cinema funziona sempre: è sicuramente una degenerazione del legame padre/figlio, anche se alla base c’è sempre la stessa volontà, ovvero lo sfruttamento della manovalanza da parte del dirigente di partito senza scrupoli, che appare in tv al mattino per uno spot elettorale dai toni rassicuranti e patriottici (i cui contenuti sono anch’essi sempre uguali) e a tarda sera interviene in una riunione clandestina, aizzando la gang di naziskin e incitandoli a “ripulire le strade”. Il passo successivo può essere l’utilizzo della stessa gang nel servizio d’ordine durante comizi e manifestazioni, ma questo è un percorso segnato, che sbocca sempre nell’allontanamento o nell’espulsione dal partito, accompagnato da commenti classisti molto interessanti e rivelatori. Sono teppisti. Non possono essere educati. Con questi ci vuole il guinzaglio. Il muro di classe è invalicabile, insomma, come si vede chiaramente in una scena del film Un Français: il giovane, proletario, protagonista neonazi, entra nella casa di un ricco sostenitore del Front National, piena di fascisti d’alto bordo, con i quali non ha proprio niente in comune. Dovrebbe essere lotta di classe, diventa invece un improbabile gemellaggio. Che come abbiamo detto non dura, non può durare. Un Français è anche il primo film francese a entrare nella galassia neonazista; è uscito nel 2015, scatenando fin dal trailer una campagna d’odio su internet che portò anche a minacce per i gestori delle sale cinematografiche. Era prevedibile, perché mette in scena in maniera chiarissima l’impatto del Front National sulle classi popolari, partendo dai primi anni Ottanta fino all’anno d’uscita del film, quando è ormai diventato il terzo partito francese.
C’è un altro punto fondamentale, in questo codice immaginario e condiviso: l’estremista di destra violento, esaltato, criminale, con la testa rasata e la svastica (o le parole White Power) tatuata sul corpo, viene etichettato indifferentemente come nazista o fascista. Fascista o nazista. Come del resto succede negli articoli di giornali o libri pubblicati fuori dal territorio italiano. Evidentemente la favola mistificatoria, tutta italiana, sulle presunte differenze tra le due “ideologie” (che nelle sue infinite varianti prosegue dal secondo dopoguerra), su un fascismo buono che viene corrotto da un nazismo cattivo, non convince autori e platee internazionali.

In Italia, invece, vi imbattete in una voragine nell’immaginario visivo, in qualche modo parallela alla reticenza dei media nel pronunciare o scrivere «la parola con la F». In maniera piuttosto netta scrivete che «ad oggi non esiste, in Italia, un film di fiction che abbia per protagonista un giovane neofascista. O anche uno vecchio». Al punto che gli stessi neofascisti, in cerca di autorappresentazione, si rivolgerebbero a un cinema di tutt’altro genere. Questo almeno per quanto riguarda il cinema, e si tratta già di un’assenza pesantissima. Ma visto che la vostra scorribanda riguarda anche i documentari, come siamo messi in quel campo? Penso a lavori come  Nazirock, di Claudio Lazzaro, o allo speciale della trasmissione Primo Piano, intitolato Nero è bello, a cura di Giampiero Mughini (!), mandato in onda nel dicembre 1980, quattro mesi dopo la strage del 2 agosto alla stazione di Bologna. 
Il caso di Nazirock è esemplare, ci ricorda il famoso giornalismo embedded, quello dei reporter in prima linea. Claudio Lazzaro viaggia nella galassia umana orbitante intorno a Forza Nuova. L’occasione è l’adunata del centrodestra del 2006, due milioni di persone convenute a Roma a tributare l’ennesimo saluto a Berlusconi, nell’ansia veemente della defenestrazione di Prodi. E tra loro, non pochi per «saluto» intendevano quello romano.  Nazirock coglie il momento di trasformazione, la transizione del pensiero e del linguaggio neofascista. Il documentario è del 2008: focalizzandoci sugli slogan utilizzati dai camerati musicanti, notiamo un florilegio di «Prima gli Italiani», «L’Italia agli Italiani», «Dio patria e famiglia». Non più, o non solo, i «Credere, obbedire, combattere», o i «Vincere, e vinceremo!». Una sloganistica chiaramente orientata a interpretare – manipolare – quel presente, scegliendo la leva su cui impostare il proselitismo del futuro.
Guardare Nazirock significa, a tutti gli effetti, guardare la nascita della Lega 4.0, quella che ha riproposto gli slogan di cui sopra, sdoganandoli presso l’opinione pubblica. Si potrebbe a proposito guardare Camicie Verdi – Bruciare il Tricolore, il documentario girato dallo stesso Lazzaro prima di Nazirock, che rappresentava la Lega secessionista nella campagna per il referendum sul federalismo amministrativo (la cosiddetta “Devolution”), del 2006. In quei tempi, i leghisti volevano marciare su Roma per marciare contro Roma, volevano, appunto, bruciare il tricolore o gettarlo nel cesso. Per i leghisti del 2006, Mussolini era stato «un grande statista padano»: queste le parole dell’onorevole Borghezio, il Caronte scelto da Lazzaro per guadare il fiume leghista. Borghezio, uno che si dichiara contiguo – “nel senso che mi stavano simpatici” – ai neofascisti di Ordine Nuovo, frequentatore dei comizi di Roberto Fiore di Forza Nuova, nel documentario dimostra di essere in piena transizione linguistica e politica, passando, senza soluzione di continuità, dal tradizionale odio verso i meridionali al furore razzista verso gli immigrati e verso l’Islam tutto.
Facciamo adesso un salto lungo dieci anni. E’ il 18 novembre 2018, Sky Atlantic manda in onda una puntata della serie «Il racconto del reale». La puntata si intitola: Crescere neofascisti – Viaggio all’interno dell’universo Lealtà Azione. Le telecamere, dirette dal regista Andrea Bettinetti, entrano per quattro mesi nella vita quotidiana di Lealtà Azione, sede di via Pareto, a Milano. Lealtà Azione è un’organizzazione della galassia neofascista italiana, nata proprio a Milano, nel 2010, con una mission tanto ambiziosa quanto pericolosa, quella di (de)formare le nuove generazioni.
Le immagini della sede di via Pareto – nude e crude, secondo la velleità di Sky –, mostrano busti e bustini del duce, aneddoti e massime vergate un po’ ovunque, profluvi di icone da repertorio dell’estrema destra mondiale, con prevalenza dei simboli naziskin, in ossequio alla provenienza dei fondatori del gruppo. Per circa 50 minuti le telecamere mostrano l’organizzazione e la vita di militanza al suo interno, dalle collette alimentari alle commemorazioni di vittime degli Anni di piombo, dal proselitismo alla pulizia del cimitero dei repubblichini. Il simbolo di Lealtà Azione è un lupo che ulula, e i suoi militanti sembrano, a prima vista, non aggressivi come lupi, ma altrettanto astuti e famelici. Intervistati, ripetono il mantra del mondo allo sfascio, del degrado dei valori e dei costumi, degli Italiani discriminati sul loro stesso suolo patrio. Intervistati più a fondo, si dichiarano sovranisti, perché il fascismo è roba antica, da ripetere nelle cose buone che ha fatto ma non negli errori. Ascoltati ai comizi, si dichiarano razzisti, antiabortisti, omofobi.
Ascoltati in adunanza e ai pubblici concerti, urlano che vedono «solo una bandiera nera, sventolare sull’Italia intera». La minaccia, il terrore sapientemente illustrato da Bettinetti non sta tanto nei contenuti, quanto nella logica: Lealtà Azione è una realtà che appare operativa, articolata, efficientissima. Ha pochezza d’argomenti ma chiarezza di intenti, spande fumo sulla propria natura vendendo il fumo della demagogia, delle nuove paure, cavalcando un disagio che tuttavia sembra rabbia e invidia sociale, più che indigenza. Quando i militanti di Lealtà Azione, divisione CooperAzione, consegnano i pacchi della raccolta alimentare, entrano in case ben arredate, comunque più che decorose, in stabili popolari ma non cadenti. Inquietante, allora, è anche la rappresentazione di un nascente legame tra una piccola borghesia arraffona, spiazzata dalla crisi economica, e una piccola orda di gente disposta a strumentalizzarne la cupidigia per fare politica, o «meta politica», come dice uno dei capataz leali e attivi.
A seguito della prima messa in onda sono esplose le polemiche. Parte della stampa ha accusato Bettinetti e Sky di essersi resi complici della divulgazione, di aver fatto propaganda. Polemiche che hanno avuto come ovvio effetto la rimozione. Dopo sette giorni dalla prima messa in onda, il documentario è sparito dai palinsesti Sky, neppure le repliche già programmate sono andate in onda. Sky non ha risposto alle nostre richieste di visionare il documentario per inserirne un’analisi ne Lo Specchio Nero. Una reticenza simile l’ha dimostrata Bettinetti, il quale ci ha detto di non essere idoneo a rilasciare interviste, in quanto non titolare dei diritti di fruizione dell’opera. Nessuna traccia del titolo nell’elenco di produzioni della Good Day Films, di Michele Bongiorno, su Vimeo. Crescere Neofascisti è stato così relegato nell’ombra, sul portale di Sky è un link che rimanda a una pagina di errore.
Il fatto preoccupante è che la stessa Lealtà Azione si fregi del documentario, con un link sul proprio sito ufficiale. Il link rimanda a un video su Youtube, dove, con sorpresa grandissima, si può guardare il prodotto Sky sic et simpliciter, per intero! A parte questo, Lealtà e Azione evidentemente lo propone perché in esso si rispecchia, si mira e si rimira, agevolata dalla mancanza di contraddittorio. La rappresentazione infatti lambisce, pur non volendo, il terreno della propaganda: mettere in primo piano, senza filtro, protagonisti giovanissimi, può indurre gli spettatori a sviluppare empatia e immedesimazione. Occorre, insomma, un sufficiente grado di consapevolezza per giudicare le immagini in modo corretto, e non è detto che il target cui si rivolge Sky Atlantic lo possegga.
Al di là di queste perplessità, Crescere Neofascisti ha comunque il merito di aver illuminato, pur se in maniera maldestra, un’altra zona d’ombra, quella dell’associazionismo neofascista al di fuori della comfort zone di Roma Capitale e delle sue Casa Pound.
Se lo sguardo dei cineasti italiani sui neofascisti è quantomeno riluttante, trovo molto interessante la vostra lettura del film “Piazza Vittorio”, dove lo statunitense Abel Ferrara mette davanti alla macchina da presa i fascisti di Casapound. L’occhio di un regista straniero riesce a cogliere dettagli “mai visti”?
Piazza Vittorio è uno strambo oggetto visuale non identificato, che parla di periferie nel pieno centro di una capitale, di multiculturalità ineluttabile e necessaria. Abel Ferrara, che è un migrante e un regista, non certo un giornalista, non deve spiegare o giustificare alcunché, non deve seguire regole dettate dagli altri. E così fa la cosa giusta, schiacciando la famigerata intervista tra i festeggiamenti con i quali gli ecuadoriani omaggiano il sole, e i canti senza tempo dei griots, i cantastorie africani. Scelte di montaggio che sono sufficienti a ridimensionare tutto il movimento di Casapound e la sua presunta modernità: Piazza Vittorio è il futuro, inevitabile e stimolante, una sfida continua ed eccitante; Casapound è il passato, tetro e fuori tempo massimo, che non ha spazio nell’avvenire.
Sono piovute addosso a Ferrara una marea di critiche e accuse e polemiche: hai fatto uno spot elettorale per i fascisti, con la tua ignoranza e incompetenza nel trattare la materia hai dipinto la sede di Casapound come unico presidio culturale del quartiere Esquilino. Nessuna obiezione, nessun contraddittorio. Al contrario, i dieci minuti “inside Casapound” sono illuminanti e rivelatori, e crediamo valga la pena riportarne un paio di estratti:
«In Italia non ci sono lavori che gli italiani non vogliono fare. Ci sono salari e tipologie di contratto che gli italiani non possono più accettare. Cioè, noi abbiamo fatto delle rivoluzioni qui per avere un certo salario minimo, per avere le vacanze, la maternità, la malattia, la pensione, per avere tutta una serie di benefit per i quali i nostri padri hanno lottato. Mentre invece questa manodopera a basso costo che l’Europa sta importando è una manodopera che abbassa le condizioni minime, sociali, sindacali e di stipendio poi di tutti i lavoratori. Come è stato teorizzato anche da Marx, tra l’altro.»
E ancora:
«Ci troviamo di fronte ad un fenomeno globale di flussi migratori, che noi chiamiamo grande sostituzione. E’ il nuovo capitalismo: si continua a colonizzare, anche se non con gli eserciti. […] In realtà, il popolo italiano e quelli europei hanno lo stesso nemico dei popoli africani e asiatici. Gli stessi che tengono sotto scacco i popoli italiani ed europei sono quelli che non permettono lo sviluppo in Africa. Quindi riappropriarsi della sovranità per noi europei e per gli africani in Africa garantirebbe uno sviluppo diverso. […] Se non c’è un cambiamento radicale, questo processo si accentuerà sempre di più. Le statistiche dicono che verremo completamente sostituiti nel giro di cinquant’anni: il popolo italiano non esisterà più.»
Come avete scritto più volte qui su Giap, la retorica e lo stile comunicativo delle neodestre si sono evoluti, si appropriano – almeno a parole – delle battaglie che sono alla base dello Statuto dei lavoratori. La ricerca del consenso popolare è l’unico obiettivo; e allora va bene citare Marx, Che Guevara, l’antimperialismo. Le case occupate, i manifesti nei quali Equitalia è rappresentata come un vampiro, il sostegno materiale alle famiglie in difficoltà – purché italianissime. Pescano dal menu del fascismo storico con attenta strategia, camuffando violenza e razzismo.
E quindi sì, ci voleva un regista statunitense e migrante per rappresentare l’identità più reale e profonda di Casapound. Forse è arrivato il momento di smettere di preoccuparci dell’impatto che possono avere determinate immagini o parole sulla “gente”: l’antifascismo è una cosa, il catechismo è un’altra.
Per un regista straniero che guarda ai neofascismi di casa nostra, c’è un cantante di casa nostra che inquadra – forse senza vederlo – il nostro fascismo a casa degli altri. Mi riferisco al videoclip della canzone Chiaro di Luna di Jovanotti, girato per le vie di Asmara. Voi lo definite un esempio di «neofascismo neomelodico». Il testo parla d’amore, senza riferimenti al luogo, ovvero la capitale della prima colonia italiana in Africa. In che senso anche questo lavoro ha a che fare con l’assenza di neofascisti sugli schermi italiani?
Abbiamo dibattuto a lungo se includere Chiaro di Luna nel nostro saggio, e alla fine ne abbiamo fatto una menzione piuttosto fugace. E’ successo poi che parlandone, nel corso di numerosi incontri con i lettori, guardandolo e riguardandolo, abbiamo capito che faceva al caso nostro, eccome!
E’ forse l’avanguardia delle rappresentazioni post-neofasciste, un’inaspettata piega del pensiero nazional popolare, che si rifugia – a sua insaputa? – in simboli e vestigia di un passato inglorioso.
Il videoclip: Jovanotti, improvvisato chansonnier bianco, canta e suona e dà a ballare ad una coppia di giovani belli, neri di pelle. Sono nel foyer di un cinema-teatro, Roma si chiama, Roma è scritto cubitale, in font littorio, sul frontone. Il luogo è l’Asmara di oggi, brulicante di vita, frenetica eppure placida. Nel fluire delle immagini, spicca la carrellata riservata ai luoghi più suggestivi. Fiat Tagliero, la stazione di benzina costruita nel 1938. Una sala da barba, risalente allo stesso periodo coloniale, come da insegna. E il cinema Roma, appunto. Guardiamo Asmara e sembra Roma, la Roma del Ventennio. Per contrasto, Chiaro di Luna è una canzone d’amore senza riferimenti al luogo, all’ideologia, all’architettura che è intrinsecamente politica, e che nella fattispecie è memento di schiavitù e morte. Jovanotti non fa accenni all’Eritrea reale. In Eritrea vige la dittatura di Afewerki, dal 1993. Nessun riferimento.

Il piano regolatore del 1908 divideva Asmara in 4 zone separate: europea, indigena, mista e industriale.
Nelle interviste rilasciate per il lancio del videoclip, Jovanotti ha enfatizzato la collaborazione con Yonas Tesfamichael, videomaker eritreo con un passato professionale a Milano, poi tornato in patria: “I ragazzi non scappano se trovano opportunità e maggiori spazi di lavoro, sono orgogliosi di starci o di tornarci. Proprio come Yonas, un giovane eritreo esperto di video che ci ha fatto il backstage e che ha deciso di recente di tornare dall’Italia ad Asmara con sua moglie e sua figlia”(virgolettato di Jovanotti pubblicato su diversi siti di musica e informazione nel novembre 2018).
Lo abbiamo cercato sui social: Yonas ha una produzione copiosa di post in cui parla dell’Eritrea come una sorta di best place to live in, gente che sorride, paesaggi, rinascita e varia amenità. Abbiamo provato a chiedergli, attraverso commenti ad alcuni post su Facebook, cosa ne pensa dell’assenza di democrazia, ma non ci ha risposto, o meglio, ci ha risposto insinuando che i rapporti di Amnesty International, sulla violazione dei diritti umani in Eritrea, siano, né più né meno, fake news. Al suo profilo personale era poi collegata una pagina, dal nome Yonas, in cui si insinuava che l’emigrazione di massa degli Africani in Italia avvenisse per colpa di Saviano e delle sinistre, ree di costruire un’immagine ingannevole dell’Occidente, a scapito del faticoso lavoro di ricostruzione posto in essere dai governi locali. Arrivava, Yonas, a definire “trafficanti” quelli delle ONG, e poi, spingendosi oltre l’estremo, attaccava John Lennon e la sua Imagine. “Chi sogna un mondo senza confini è sostanzialmente un colonialista in borghese, a volte consapevole, a volte inconsapevole!”.
Siamo palesemente davanti ad un linguaggio sovranista, nella fattispecie sovranista eritreo. E’ evidente il tentativo di propinare all’Occidente, all’Italia, l’immagine di un’Eritrea di cartapesta, dove i nostri sovranisti d’antan, i fascisti, hanno fatto anche cose buone, buone ancora oggi. Incalzato sul tema dai membri di Eritrea democratica, dissidenti del regime di Afewerki, Jovanotti non ha preso una posizione ufficiale. Risultano solo alcuni suoi virgolettati, riportati dal sito tpi.it, in risposta alle accuse che gli ha mosso Domenico Quirico su La Stampa. «Le ragioni che mi hanno spinto a girare in Eritrea sono di natura artistica, ma tengono conto anche del contesto sociale: non ci sono andato con leggerezza o peggio ancora con intenzioni negazioniste», si legge tra le altre cose. In occasione del lancio del videoclip, Jovanotti dichiarava, ripreso da numerosi media e siti web di voler ambientare ad Asmara «un racconto visivo in un luogo che evocasse suggestioni precise adatte alla mia canzone». Su Jova.tv, leggiamo ulteriormente la sua dichiarazione di intenti: «Asmara è un assurdo, stranissimo, bellissimo posto, che da noi è come un rimosso collettivo ma mi ha toccato il cuore. Come fece con mio nonno, che si chiamava come me, in un altro tempo, con altri desideri, in un mondo così diverso ma dal futuro altrettanto imprevedibile».
Nulla si crea, nulla si capisce, tutto si trasforma. Il fascismo e il colonialismo diventano parti integranti, accettate, benefiche di un presente che viene descritto come suggestivo, foriero di rosei futuri, anche grazie a nonni e bisnonni che volevano solo lavorare e vivere in pace, e pazienza se portavano pogrom e schiavitù e madamato. Revisionismo 4.0.
Se volessimo riassumere i vostri ritrovamenti in un concetto soltanto, potremmo dire che l’Italia sconta una mancata rappresentazione del neofascismo che invece non si ritrova negli altri paesi dove movimenti neofascisti e neonazisti sono presenti nella società. Più in generale, però, il cinema italiano è tutto sforacchiato da buchi simili, ogni volta che si toccano questioni del passato. Film sulla Resistenza? Mica tanti. Sul colonialismo? Pochini. Sul fascismo? Una manciata. D’accordo che il vostro soggetto d’indagine – il neofascismo – non appartiene per nulla al passato, anche se gli si lega fin dal nome. Tuttavia, non credete che l’assenza da voi rilevata sia parte di questo più generale silenzio su alcuni momenti controversi della storia patria? O invece avete scovato qualcosa di più peculiare, che la contraddistingue?
Certo, la censura e l’autocensura (ancora più odiosa) dei cineasti italiani sui conflitti interni – o sulle combustioni interne – non è solo scandalosa. E’ anche vecchia, datata, più antica dei primi tagli imposti per legge sulle pellicole (1913). Se i film sulla Resistenza sono pochi, ancora meno sono le opere come Achtung, Banditi!, nel quale è visibile, caso raro, l’unità tra i partigiani combattenti e gli operai delle fabbriche. Aggiungiamoci anche la stagione della lotta armata: i film che trattano l’argomento si dividono in due, o sono deprimenti e cimiteriali a prescindere, o raccontano storie parallele (lo splendido Arrivederci, Amore Ciao su tutti) e contigue, senza affondare il colpo. Sarebbe impensabile, da noi, un film come La Banda Baader Meinhof (basta pensare alle polemiche su La Prima Linea, cominciate prima ancora che Renato De Maria iniziasse le riprese). Perché?
Per la censura produttiva, sicuramente. Per le scorie del devastante ventennio berlusconiano, anche. Per le mosse allucinanti del PD, delle quali avete ampiamente parlato su Giap. Ma anche prima, prima addirittura del famigerato discorso di Violante del 1996, i film calati nelle pagine controverse della storia d’Italia sono stati pochissimi. Tornando agli ultimi vent’anni, la lacuna diventa ancora più evidente se consideriamo l’attenzione che è stata invece riservata alla periferia urbana, naturalmente culla dei neofascismi, ma che sullo schermo è stata rappresentata in chiave puramente criminale (con risultati splendidi e di genere) o attraverso storie di (de)formazione, di famiglie disfunzionali, di adolescenti disadattati. I fascisti non esistono. Sembra una fatwah autoimposta, e parecchio inquietante. Una limitazione al proprio e all’altrui sguardo.
Alcuni, quelli che hanno provato a buttare il neofascismo in farsa (Luca Miniero, Sono Tornato, 2018), o in commedia (Paolo Virzì, Caterina Va in Città, 2003), sono stati attaccati da una pletora di farisei, dileggiati nel metodo e nel merito. Altri, come pionieri, come cani sciolti, hanno provato a dare testimonianza in altre forme: Daniele Gaglianone (I nostri anni, 2000 ma anche Dove bisogna stare, 2019), Luca Guadagnino (Inconscio Italiano, 2011), Luna Gualano (Go Home, 2018). Guadagnino in particolare, come altri storici e documentaristi, ha cercato di far luce sulla radice del razzismo italiano: la colpa ereditaria incancellabile del colonialismo, e in particolare di quello fascista. Il colonialismo resta, ancora oggi, uno dei lati meno indagati del fascismo, i documenti sono pochi e mostrati con reticenza. È nelle piaghe suppuranti del colonialismo che si origina l’odio attuale, il razzismo trasversale verso gli immigrati. Spicca quindi ancora di più Go Home, di Luna Gualano: un oggetto filmico nato dal basso, nel quale ci sono i neofascisti protagonisti, e come se non bastasse ci sono gli zombi! Zombi latitanti nel cinema italiano da trent’anni. Il genere horror utilizzato in chiave politica, netta, dicotomica. Con tutti i suoi limiti, Go Home è un film pieno di senso, antifascista, di genere. Come piace a noi. Ma si tratta, purtroppo, di una splendida eccezione.

Dikotomiko è un micro-collettivo composto da Massimiliano Martiradonna e Mirco Moretti, ultraquarantenni, non più giovani, anzi, reduci. Dikotomiko, uno e bino, nasce come blog antagonista web e social, tra i vibrioni e la polvere di uno scaffale, nello spazio angusto e umido di un’edicola di giornali, prossima allo sbaracco. Mirco Moretti, l’edicolante, e Massimiliano Martiradonna, il cliente. In comune una certa idea di cinema, fiumi di parole e fiumi di visioni.