Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
giovedì 2 aprile 2026
Chi aspetta le scarpe del defunto muore scalzo - João César Monteiro
lunedì 10 novembre 2025
CONFITEOR - come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione - Bonifacio Angius
in un film doppio
il regista finge di essere suo padre mentre lui, figlio di suo padre, viene interpretato dal figlio del regista ,
ma anche il regista è se stesso e il figlio è suo figlio.
sembra difficile, ma seduti in sala si capisce bene.
il cinema salva la vita, nonostante tutto, sembra dire Bonifacio Angius, e noi ci crediamo.
il film è denso di citazioni, e l'ultima scena, con il bambino che si allontana, come Charlot, è un capolavoro.
difficile che un film come questo, senza supereroi e senza omicidi, arrivi in sala, ma cercatelo (e se non lo portano convincete, con le buone, i gestori delle sale che frequentate), è un film che merita davvero.
intanto, se ci riuscite, buona (sorprendente) visione - Ismaele
…Un film su un padre amato, odiato,
sofferto e perduto, e al contempo sull’essere padre di un figlio,
sulle dinamiche manipolatorie di un amore velenoso e sulla spirale
autodistruttiva e tossicodipendente di una conseguente depressione, e nel
frattempo inevitabilmente un film magnificamente teorico sul cinema e sul suo
senso, sulla sua centralità, sul suo possibile meta-intrecciarsi in un prisma
di istanti e di immagini che si inseguono modulari e inalienabili in ogni
battito di palpebre. Un cinema da amare da spettatori in sala, un cinema da
omaggiare da attore e regista nel teatro di posa, un cinema da scardinare nella
forma e soprattutto un cinema da portare a termine a ogni costo, se necessario
anche riprendendosi dalle crisi, anche affrontando di petto il dolore, anche
risvegliandosi dalla morte. Un cinema che imita e finge una realtà alternativa
per trovare la verità in un mondo di bugie, un cinema che parla direttamente
all’inconscio e che «può farti una sorpresa dopo anni», un cinema come universo
parallelo in cui entrare per «rimanere al riparo» dall’esterno. Un cinema come
terapia, come assoluta sincerità, come commozione, come catarsi. Come estremo e
definitivo atto d’amore, perché «ci vuole sempre amore per raccontare una
storia, e per raccontarla ancora meglio lo devi aver perduto»…
…Solo
attraverso il (meta)cinema è possibile uscirne, fra dialoghi, situazioni,
ironia sorniona e le voci fuori campo che legano insieme analessi e prolessi,
verità e finzioni, livelli apparentemente infiniti di passato e futuro che
continuano a rincorrersi, come a voler intrappolare nelle immagini i dolori e
le ossessioni per renderli visibili, affrontabili, battibili. Commossi. Con i
padri che ritornano figli e con i figli che incarnano e fanno rivivere i padri,
con le locandine dei precedenti lavori di Angius e con i baffi posticci con cui
(ri)cambiare identità e tornare se stesso, con le botte che dopo tanti anni
ancora fanno male e con quella porta chiusa in faccia proprio nel momento di
massima fragilità. Con il bianco e nero che si alterna al colore così come i
capitoli si intrecciano in una storia non lineare, e con un’involontaria
e chapliniana disobbedienza sul set che sembra quasi un
invito all’emancipazione, alla costruzione di un futuro proprio e unico, a un
nuovo e ulteriore orizzonte di speranza in cui non smettere mai di raccontare
con amore una storia d’amore, e sublimare così ogni sofferenza nella bellezza e
nella magia del cinema. Che magari non basterà per arrivare a fare proprio la
Rivoluzione, ma sul quale si possono ancora dire tante cose bellissime.
…O si sa scrivere con
le parole, come l'autore a cui vengono attribuite riflessioni non prive di
spessore, oppure lo si può fare con le stesse che trovano spazio in
inquadrature sempre alla ricerca di una composizione interna capace di offrire
a chi guarda una molteplicità di dimensioni. Si va dal realismo più immediato
ad immagini che rendono simbolici gli oggetti (vedi il barchino) alternando
colore e bianco e nero. Con al centro un bisogno viscerale di poter riuscire ad
essere un padre diverso da quello che è stato il suo anche se il rischio di
vedere il figlio allontanarsi non è mai totalmente eludibile…
…L’incipit è una
variante di Céline nell’oscurità che tutto fagocita, l’annuncio di un altro
viaggio al termine della notte: un dialogo con se stesso, “la storia di
un’eterna infanzia da cui tutto prende forma e significato”, una raffica di
domande senza risposta in attesa che tutto finisca al crocevia del nulla. “Perché
tutto è cambiato e noi non ce ne siamo accorti?” si chiede mentre il tempo
passa e affiora la consapevolezza che sarebbe bastato pochissimo per fare del
bene senza limitarsi a immaginarlo.
È l’impronta di un
cinema che si mette a nudo, consapevole che “vivere non è solo svegliarsi al
mattino” perché “vivere è difficile”, disposto a rivelare fragilità e scompensi
proprio per la sua natura feroce e fluttuante. Un regista (Angius stesso) è
allettato in ospedale, sta più di qua che di là, non riconosce la sorella,
vaneggia eppure deve fare assolutamente un film sulla sua vita e quindi assegna
al figlio (quello vero di Angius, Antonio) il ruolo di se stesso bambino...
…il film è infestato da una voce fuori campo (la sua) continua e
ossessiva, che si alterna con la voce fuori campo di suo figlio, facendo
assomigliare buona parte di quest'opera ambiziosa ad un audiolibro accompagnato
da belle immagini (non sempre) intervallato da rare scene di buon cinema.
La critica ha molto apprezzato questa confessione a schermo aperto,
che non ci risparmia dettagli anche crudeli o imbarazzanti della sua vita, in
una sorta di terapia pubblica.
Noi umili spettatori paganti siamo colti dal dubbio che
che forse, chissà, qualche anno sul divano di uno psicoterapeuta può
essere più utile per un regista sofferente e traumatizzato che passarne
altrettanti per fare un film "liberatorio"…
mercoledì 23 luglio 2025
«Fare cinema non significa cambiare la realtà» - Avi Mograbi
Intervista (di Viviana Viri) con Avi Mograbi, premio Diritti Umani per l’autore 2024
Il regista israeliano Avi Mograbi da anni racconta
attraverso i suoi documentari le contraddizioni del suo Paese. Tra i suoi
lavori più noti, Per uno solo dei miei due occhi, presentato nel
2005 al Festival di Cannes e il suo ultimo film, The First 54 Years: An
Abbreviated Manual for Military Occupation (2021), in cui ha cercato
di descrivere l’occupazione israeliana. Mograbi, ospite del Film Festival
Diritti Umani, riceverà questa sera il Premio Diritti Umani al Cinema Corso di
Lugano.
Da oltre vent’anni lei si dedica a documentare le
contraddizioni del suo Paese. Quali sono i suoi pensieri a ormai un anno dal
sette ottobre?
«Sono molto
demoralizzato, ho trascorso tutta la mia vita in Israele occupandomi della
situazione nel mio Paese. Oggi ho 67 anni e mi sento perso, credo che sia il
modo giusto per descrivere quello che provo. Ho preso la decisione di
trasferirmi in Portogallo ancora prima dell’inizio della guerra, mia moglie ed
io avevamo già capito quali fossero le prospettive di continuare a vivere in
Israele, sentivamo la mancanza di speranza in un miglioramento. Non vivo più
lì, ma è come se ci fossi costantemente, non riesco a smettere di leggere le
notizie su ciò che accade. Puoi lasciare Israele, ma continua a rimanere dentro
di te. Mi sento in esilio volontario, ma non mi considero un rifugiato. Non
posso compararmi alle persone che fuggono dall’Africa o alle loro situazioni,
ma allo stesso tempo sono sicuro di poter condividere con quelle persone la
perdita della mia casa, che è qualcosa che mi manca molto».
Come valuta la situazione attuale?
«Israele sta
commettendo dei crimini di guerra, ma questo non è qualcosa di nuovo o che è
cominciato il 7 ottobre. Non sostengo di certo Hamas e quanto è successo, ma
non possiamo pensare a questa data come a un inizio, sarebbe un grave errore.
Parliamo di un conflitto che dura da 75 anni e di uno Stato che dipende dai
crimini di guerra e dalle violazioni dei diritti degli altri e dei diritti dei
palestinesi. Quando parliamo della fondazione dello Stato di Israele molte
volte si menziona la guerra del 1948, che vista dal punto di Israele si tratta
di una guerra per l’indipendenza, mentre da quello palestinese di una
catastrofe, della Nakba. Diciamo spesso che molte persone sono dovute fuggire dalle
loro case, ma non precisiamo mai che quando la guerra è finita non gli è stato
permesso di ritornare. Questo è il crimine reale, il fatto di non essere stati
autorizzati al diritto base di ogni essere umano, che si trovi in guerra oppure
no, poter far ritorno nella propria casa. Durante la prima guerra del Golfo,
mia moglie ed io siamo dovuti scappare dalla nostra casa di Tel Aviv aspettando
che la situazione migliorasse. Neppure in quelle circostanze abbiamo pensato di
non poter più tornare a casa una volta finita la guerra. La situazione che si è
creata nel 1948 è qualcosa che non ci si può nemmeno immaginare».
Lei è tra i fondatori di Breaking the silence, un
gruppo nato per raccogliere le testimonianze di ex militari che hanno prestato
servizio nei territori occupati e molti di questi racconti fanno parte dei suoi
film, come nel suo ultimo lavoro The First 54 Years: An Abbreviated Manual
for Military Occupation (2021). Quali sono state le difficoltà nel
raccogliere queste testimonianze?
«È molto interessante osservare come ci siano periodi in cui tutto tace e
altri in cui si trovino molti testimoni, come quello che stiamo attraversando
ora, in cui le persone sono impegnate in lavori sporchi e quindi sentono la
necessità di parlare, hanno bisogno di trovare sollievo per le cose orribili
che hanno fatto. Molti dei militari che hanno servito a Gaza vogliono
testimoniare anche se hanno partecipato. È sempre un paradosso, il soldato che
testimonia dei crimini che lui stesso ha compiuto, da una parte capisce di
averli commessi, ma allo stesso tempo ha bisogno di condividerli con altri come
parte di un processo di guarigione».
Prima del 7 ottobre in Israele si percepiva un certo
dissenso, per mesi abbiamo visto decine di migliaia di persone manifestare
contro la riforma giudiziaria. Secondo lei quanto la società israeliana è
permeabile oggi alla critica del governo?
«I media
israeliani sono morti, come lo è la sinistra. La sua sottile frazione radicale
è ormai sempre più esile e fragmentata, e questo è molto triste. Si è parlato
molto del suo ruolo, ma la sinistra non esiste realmente. Quella che si pensava
che lo fosse, per mesi è scesa in piazza a manifestare per la democrazia, ma si
trattava di una richiesta fatta soltanto per una parte della società, nessuno
parlava dei diritti dei palestinesi. Questo è il tipo di sinistra che esiste in
Israele e i media sono solamente dei portavoce che fanno da cassa di risonanza
al governo e alle sue bugie, supportandone i crimini».
I suoi film rimettono costantemente in discussione la
realtà che lei riprende. È possibile raccontare la realtà di questo conflitto?
Quale pensa sia l’impatto del cinema sulla realtà?
«Credo che
ci accostiamo al cinema impegnato e al cinema che parla di diritti umani in un
modo ingenuamente errato. Fare cinema non significa cambiare la realtà.
Facciamo dei film critici perché la nostra comunità ha bisogno di essere
incoraggiata, è un pensiero verso noi stessi. Spesso mi sento dire che i miei
documentari parlano ai già convertiti. Per me è come se parlassi ai miei amici,
per condividere con loro, per sostenerci l’un l’altro. Non mi aspetto che chi
non la pensa come me venga a vedere i miei film».
Qui e Qui due suoi film nel blog
in questa pagina tanti suoi film online
lunedì 13 novembre 2023
Il boicottaggio artistico dello stato d'Israele è uno strumento legittimo e efficace contro l'occupazione e l'apartheid - Mai Masri
(intervista di Alessandro Bianchi)
Girato in un carcere dismesso in Giordania, 3000 notti è
il film che consacra a livello planetario la carriera della regista palestinese
Mai Masri. “Nel 2015, quando è stato realizzato il film, nelle
prigioni israeliane si trovavano 6000 palestinesi, uomini, donne e minori. È la
storia di una di loro”, ha dichiarato in un’intervista l’autrice per
descrivere la figura, divenuta iconica, della protagonista Layal, giovane
palestinese arrestata senza nessun valido motivo dalle autorità israeliane e
che scoprirà la sua maternità in carcere.
“Gli israeliani e la mia casa – Nablus e Shatila: Sotto le
macerie” (1983); I bambini del fuoco (1990)” fanno rivivere il
dramma delle donne e bambini sotto l’occupazione. In “Donne oltre le
frontiere, 2004”, si ascolta Kifah Afifi rievocare la brutalità del
campo di Khyam: “Sono morta cento volte ogni giorno in quella cella”,
e Soha Bechara, che ha messo in gioco la propria vita per la liberazione del
suo Paese, ripetere: “Non dimentichiamo la Palestina”. Amore e
resistenza sono i due temi che ricorrono sempre nelle opere di Mai Masri. “I
suoi film sono l’antitesi degli stereotipi che disumanizzano e
tolgono i loro diritti ai palestinesi. Lei non documenta solo ciò che viene
fatto subire ai palestinesi dal 1948, ma mostra chi sono veramente”, chiosa
alla perfezione Victoria Brittain in un bellissimo lavoro di raccordo delle
opere della regista (“Love and resistance in the films of Mai Masri”).
Le immagini nei lavori dell'artista palestinese non si soffermano
esclusivamente sulla disperazione e dolore, si ostinano a cercare, anche nella
più grande sofferenza, l’amore e la bellezza. Viene da domandarsi come sia
possibile oggi alla luce delle immagini tremende del genocidio in corso a Gaza.
In esclusiva, l’AntiDiplomatico ha avuto l’onore di rivolgere alla grande
artista palestinese alcune domande sulla mattanza in corso nella sua terra e la
nuova fase del conflitto in Palestina.
L’intervista
Da regista come vedi il ruolo del cinema rispetto allo sterminio in atto a Gaza
nelle ultime settimane?
Credo nella potenza della narrazione per la nostra lotta e nel ruolo del
cinema per cambiare la narrativa sulla Palestina. Sfortunatamente i principali
media hanno disumanizzato il popolo palestinese e la sua lotta già da molto
tempo. Il cinema può svolgere un ruolo fondamentale nel mettere in luce la
sofferenza e la resistenza del popolo di Gaza di fronte al genocidio in corso.
Il nostro ruolo come registi di tutto il mondo è concentrarci sulle vite, le
speranze e i sogni dei palestinesi. Mentre guardiamo le immagini dal vivo di
morte e distruzione provenienti da Gaza, nessuno può affermare di non sapere
cosa sta accadendo. Questo è il primo genocidio televisivo della storia. Una
continuazione della Nakba del 1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi
furono costretti a lasciare le loro case e la loro terra. Come regista
palestinese sento la grande responsabilità non solo di testimoniare le atrocità
che si stanno consumando a Gaza, ma anche di portare al mondo le nostre storie
di umanità, speranza e resilienza.
Cosa pensi del boicottaggio su artisti e accademici israeliani che
partecipano a iniziative organizzate e patrocinate dallo stato d'Israele? A tuo
avviso la campagna BDS (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni) era valida già
prima della posizione estremista del governo di Netanyahu?
Il boicottaggio su artisti e studiosi israeliani che partecipano ad
attività culturali sponsorizzate dallo stato d'Israele è uno strumento
legittimo e potente contro l'occupazione e l'apartheid. E' anche una forma di
resistenza civile molto efficace, modellata sul successo della campagna
mondiale di boicottaggio contro il governo razzista del Sud Africa. Il razzismo
e l'apartheid sono state parte integrante della ideologia e della struttura
dello Stato israeliano molto prima del governo estremista di Netanyahu. Durante
le recenti proiezioni dei miei film negli Stati Uniti e in Europa, ho notato un
cambiamento nell'opinione pubblica, soprattutto tra i giovani e gli studenti,
molti dei quali sono ebrei e sono in prima linea nel movimento contro
l'occupazione e l'apartheid. E' incoraggiante vedere che ci sono sempre più
artisti, studiosi e studenti ebrei in tutto il mondo che si oppongono
all'occupazione israeliana e ai crimini di guerra contro il popolo palestinese
e hanno assunto una posizione coraggiosa: “Non in nostro nome”.
L'idea di uno Stato unico laico e democratico concepita dalla Olp
(Organizzazione per la Liberazione della Palestina) prima degli accordi di
Oslo, con il senno di poi, sarebbe stata la soluzione più saggia? Abbiamo visto
che la narrazione due Stati due popoli ha portato all'avanzamento del progetto
di colonizzazione d'insediamento da parte d'Israele e un netto e tragico
peggioramento delle condizioni di vita del popolo palestinese.
Ho sempre creduto in uno Stato unico laico e democratico per palestinesi e
israeliani. Questa è l'unica soluzione praticabile ed equa per entrambi i popoli.
C'è molta ipocrisia da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati europei che
sostengono a parole la soluzione dei due Stati e non fanno nulla per attuarla.
Questo ha incoraggiato Israele a continuare la sua brutale occupazione della
Cisgiordania, a costruire centinaia di insediamenti illegali e a continuare ad
assediare Gaza in violazione del diritto internazionale. Israele ha reso
impossibile la soluzione dei due Stati. E' tempo che il mondo prenda una
posizione ferma e mantenga le promesse fatte ai palestinesi. Nonostante la
tragica situazione a Gaza, sono molto fiduciosa che la Palestina sarà libera. E
che questo accadrà mentre io sarò ancora in vita. Questa ingiustizia non può
continuare. Nessuno potrà essere libero finché la Palestina non sarà libera.
sabato 7 gennaio 2023
domenica 15 maggio 2022
lunedì 12 luglio 2021
sabato 26 dicembre 2020
mercoledì 2 settembre 2020
LA DEMOCRAZIA IGNORANTE - intervista a Gianni Canova
(di Paolo Armelli)
Lo si
conosce soprattutto come il “cinemaniaco” di tante rubriche sui canali Sky,
ma Gianni Canova ha fatto del cinema una passione e
una ragione di vita su tutti i fronti. Storico del cinema e professore, dal
2016 è anche rettore dello Iulm di Milano. Proprio da questo suo osservatorio
privilegiato sulla cultura e l’educazione italiana, ha di recente scritto un
saggio infuocato che s’intitola Ignorantocrazia, in
libreria dal 23 ottobre per Bompiani. Il sottotitolo è eloquente quanto
inappellabile: “Perché in Italia non esiste una democrazia culturale”.
Partendo
dall’emergenza populista di oggi, Canova ricostruisce le origini di quella che
chiama “Anoressia culturale” del nostro Paese, scavando nella contraddizione
fra l’intellettualismo progressista chiuso nelle élite e i consumi popolari che
hanno fatto fortuna, da Tex Willer a
Scerbanenco. Anche in questa intervista saranno i libri e i film a guidare la
sua osservazione del mondo, tanto desolante quanto piena di voglia di cambiare
le cose.
Sbirciando il suo profilo Instagram – dov’è molto
attivo – si nota che anche lei parla di un film molto discusso di questi
tempi, Joker: le è piaciuto?
Trovo che Joker sia un film epocale, che
riesce a intercettare gli umori profondi del corpo sociale e a dar corpo a
tutta una serie di stati emotivi palpabili nell’aria: trasforma un reietto, un
pagliaccio bullizzato, emarginato in una specie di vendicatore nemesiaco
dell’ingiustizia che permea la nostra società. È un’operazione molto
coraggiosa: la cosa interessante è che questo film ha una sua forma, ha la
capacità di trasformare in artefatti visuali queste emozioni. Sta piacendo
molto in tutto il mondo e sta riconciliando molti spettatori con il cinema,
quando invece il cinema è sempre più irretito dal feticismo degli autori che
pensano solo a raccontare sé stessi o la propria rabbia.
Non sono mancate le polemiche però
In America è
stato criticato perché mette in scena della violenza e come spesso accade il
moralismo americano ritiene che queste scene possano generare comportamenti
imitativi: io credo che possano venire invece da qualsiasi parte.
In Italia
gli addetti ai lavori arricciano il naso, sono quelli con cui me la prendo io:
lo snobismo è l’obiettivo principale del mio libro.
Dopodiché mi
rendo conto anche io degli scricchiolii di sceneggiatura, delle cose non del
tutto risolte: ma perché, ci si innamora solo delle donne perfette? Io nella
mia vita mi sono innamorato delle donne pur vedendo tutti i loro difetti, ma
erano comunque perfette per me in quel momento. Ho imparato invecchiando che la
vita è fatta di imperfezioni, mentre il perfezionismo genera solo
totalitarismi.
Cosa pensa allora di un grande regista come Martin
Scorsese che definisce i film di supereroi come parchi di divertimento, luna
park?
Non sono
d’accordo ovviamente, anche i film di Scorsese sono dei luna park. Abbiamo
qualcosa contro i luna park? Il cinema è nato lì, in origine era uno spettacolo
da fiera: nasce nel fango, si porta dietro la puzza dello sterco dei cavalli,
veniva proiettato nelle piazze, era uno spettacolo popolare.
Mi spiace
per Scorsese, ma se non gli piacciono più i film si metta a scrivere romanzi.
Nel suo libro scrive che “Fare film di genere richiede
umiltà, mettersi al servizio del pubblico”: non succede abbastanza spesso?
Oggi succede
nei prodotti più sciatti, che pensano di lusingare il pubblico come tanta
scontata e ormai snervata commedia italiana. Il cinema d’autore spesso del
pubblico non s’interessa: decine di volte ho sentito dire “Non faccio film per
il pubblico, ma per me”, testuali parole.
Il cinema è
anche un’attività industriale, una sana industria culturale dovrebbe impostare
le proprie produzioni non per appagare questo o quel bisogno espressivo di un
autore ma cercando di individuare i bisogni del pubblico e magari prefigurare
quelli ancora non esistenti.
Mi chiedo
perché nessuno in Italia abbia mai pensato di fare un film da Montalbano, che
fa mediamente otto milioni di spettatori in tv. Perché non prendere un grande
regista come Martone o Tornatore e chiedergli di farlo? Come se il cinema fosse
fatto per soddisfare il genio creativo e non per aiutare il pubblico a
intensificare le proprie esperienze emotive o a uscire dal grigiore della vita.
In Ignorantocrazia la sua tesi di fondo è che in Italia non esiste una democrazia culturale perché non esiste un’industria culturale: il problema principale è dunque lo snobismo nei confronti dei consumi popolari?
In realtà a monte dico che il problema è la devastante ignoranza che
caratterizza il nostro paese: siamo il popolo più analfabeta e abbiamo la
borghesia più ignorante d’Europa. Questo non è “un” ma “il” problema:
spesso ci si rifiuta di ammettere che in Italia siamo vicini al 30% di
analfabeti. Chiedere a un popolo così privo di competenza un’opinione su
qualsiasi cosa è una farsa che sottrae alla democrazia la propria base
ontologica.
Se tu
sottrai ai tuoi cittadini conoscenze e competenze e chiedi loro un voto su
qualcosa che non sono in grado di comprendere secondo me sei fraudolento e
anche un po’ criminale. In esergo cito infatti una frase di Voltaire: “È
talmente ignorante che risponde a qualsiasi domanda gli venga fatta”.
Dati alla mano la situazione è davvero allarmante:
come se ne esce?
Il primo
problema è la scuola.
Per me
l’umanità si divide in due categorie, le persone che nella loro giovinezza – da
qualsiasi famiglia, credo, cultura provenissero – hanno incontrato un
insegnante in grado di accendere il fuoco e le persone che non l’hanno
incontrato.
I primi,
anche se venivano dai ghetti o dai bassifondi, se la sono cavata e hanno
trovato il loro posto nel mondo, gli altri si sono persi.
Insegnare
significa lasciare un segno: ce ne sono sempre meno di insegnanti così, è una
professione stanca, avvilita, senza più reputazione sociale, con retribuzioni
ridicole.
Tutti i
governi non hanno fatto alcuna politica sull’istruzione, abbiamo ancora i
programmi della riforma Gentile. Dicono solo “Assumiamo sessantamila precari”:
ma a insegnare cosa? E chi li sceglie, chi accerta la loro capacità di
insegnare? Vogliamo anche insegnare a insegnare? Se c’è questo rifiuto della
cultura è perché da cinquant’anni non ci siamo posti il problema della
centralità della formazione, non solo come questione quantitativa ma anche
qualitativa.
Il problema è quindi politico.
È
sicuramente politico, ma ci sono responsabilità enormi anche in chi negli
ultimi cinquant’anni ha gestito per esempio la televisione pubblica. Non si può
imporre alle televisioni private degli obblighi, ma la Rai forse doveva
preoccuparsi un po’ di più del corpo sociale, invece ha inseguito le
televisioni private in maniera colpevole.
Una colpa
grandissima è anche nostra, mia, di noi professori universitari che spesso
abbiamo un atteggiamento di supponenza nei confronti degli studenti. Esimi
colleghi sono convinti che gli studenti siano degli optional, che basti
proiettare quattro slide. Non a caso si chiamano baroni, l’accademia è una
casta medievale.
Sono
difficili da scardinare, ma queste cose vanno soprattutto dette.
Ho letto che è stato eletto perché si voleva che lei
fosse un “rettore visionario”: è davvero possibile cambiare le cose?
Ci stiamo
provando ma è durissima: anche qui nella mia università ci sono professori che
non vogliono essere disturbati, non vogliono le mail perché devono fare
ricerca.
È durissima
far cambiare questa mentalità facendo capire che siamo noi al servizio degli
studenti. Se poi la ricerca non la porti in aula, soprattutto nelle facoltà
umanistiche, per chi la fai?
Ma qualcosa
si muove: per esempio ho nominato prorettori anche professori associati, non
solo ordinari, e vedo la fatica di alcuni esimi colleghi professori ordinari
maschi nel doversi confrontare con donne associate che sono però
gerarchicamente superiori a loro. Mi diverto molto – ride, ndr -.
Lei parla di intellettuali “Arroccati nei propri
privilegi e quasi sempre finanziati dal denaro pubblico”, che faticano a
cogliere che il problema non è l’industria culturale ma la sua assenza: la
responsabilità è loro?
Sono
convinto che ci sia stato fin troppo assistenzialismo pubblico, quest’idea che
la cultura sia un panda che vada protetto dallo Stato.
È un’idea
perdente pensare che il mercato sia l’orrore.
Sogno
un’Italia in cui la cultura è un’attività industriale capace di generare
profitti, non ho paura di pronunciare questa parola, e anche posti di lavori,
retribuzioni.
Siamo pieni
di giovani che vorrebbero lavorare nella cultura ma guadagnano cifre infami,
mentre quando io ho iniziato scrivendo per alcune riviste vivevo a Milano da
solo e vivevo bene: oggi è impensabile. Però nessuno lo dice, c’è omertà perché
non si deve parlare di denaro. È vergognoso. E non lo risolvi chiedendo sempre
aiuto allo Stato, ma creando prodotti che funzionano, di cui la gente ha fame.
È così
impensabile fare per il cinema o per il teatro quello che Chiara Ferragni ha
fatto per la moda? Secondo me no. Di recente ho sentito un collega scagliarsi
contro la letteratura da autogrill. Ma che male c’è se qualcuno si avvicina
alla lettura così? Non abbiamo tutti iniziato leggendo Céline.
Lei come ha iniziato?
Il primo
libro di cui ho ricordi è L’étranger di
Albert Camus, che mi fece leggere la mia professoressa di francese al liceo. No
no, anche io cado in questo trucco di spostare in avanti la cosa: in realtà
nasco come un lettore vorace di Tex Willer e di
Salgari.
Parlava prima degli aiuti dello Stato al cinema:
secondo lei come sta il cinema italiano oggi?
Nella
maggior parte dei casi non c’è un’industria culturale all’altezza delle sfide
di oggi e non c’è un humus culturale che la sostenga. Trovo molto interessante
l’operazione che sta facendo Donato Carrisi, autore ma anche regista e
produttore: ha capito dopo tante porte in faccia che il film tratto da La ragazza nella nebbia doveva produrselo da solo,
e adesso con L’uomo del labirinto fa
un’operazione transmediale perché fornisce la chiave per capire il finale di un
suo libro precedente.
Ruolo
importante lo svolge anche Sorrentino, da La grande bellezza a The Young Pope, anche se cito nomi che non sono
amatissimi né dalla critica né dall’establishment: chi ha successo in Italia
viene guardato con diffidenza.
Ma penso
anche al fatto che siamo il paese europeo che negli ultimi dieci anni ha fatto
meno film per bambini, che invece sono quelli che garantiscono i maggiori
incassi. Perché non fare quelli e finanziarne altri, come succedeva negli anni
’60, quando si producevano Sordi, Totò e poi ci si poteva permettere Antonioni,
Pasolini, Visconti? Oggi invece il fatto che Checco Zalone guadagni sessanta
milioni viene visto come un orrore.
Lei critica anche la pretesa di fare il “cinema del
reale” però non rendendosi conto della finzione che si mette in scena
È un po’ la
maledizione del realismo, non ho nulla in contrario ma oggi o fai film realisti
oppure sei quasi marginalizzato. È un equivoco che nasce dagli anni pur nobili
del neorealismo, quando gli intellettuali si autoesonerano dal fare film per il
popolo perché stavano facendo film sul popolo – i disoccupati di Ladri di biciclette, i bambini di strada di Sciuscià, le mondine di Riso
amaro –. E se il pubblico non li andava a vedere non importava.
Allora poteva avere un senso perché si trattava di raccontare anche al mondo
l’Italia che usciva dal dopoguerra.
Ora non dico
che un film come Sacro GRA (di Gianfranco Rosi,
Leone d’oro 2013, ndr) non sia un bel film, ma attenzione all’atteggiamento per
cui l’artista è un po’ un entomologo che osserva e studia il popolo non
ponendosi mai il problema di come dialogarci e intercettarne fantasie,
desideri, bisogni.
I film
italiani selezionati negli ultimi anni alla Mostra di Venezia sono tutte storie
di degrado, marginalità: dal punto di vista politico il mio cuore batte da
quella parte quindi solidarietà assoluta, ma siamo sicuri che sia il modo di
contribuire alla causa di quegli ultimi sia fare questo tipo di film? Tanto che
non hanno prodotto nessun tipo di cambiamento nell’immaginario collettivo.
E se noi non
ci poniamo il problema di trattare alcuni temi come quello dei migranti, allora
lasciamo che l’unica narrazione popolare a riguardo sia quella di Salvini.
C’è stato Fuocoammare…
Ma che è
comunque un prodotto per intellettuali. Bene – sono quelli i contenuti – ma
poniamoci il problema di fare un film che sia capace di essere pervasivo. Sennò
se ce lo raccontiamo fra di noi, non serve a nulla.
Lei parla da spettatore ma anche da esperto di cinema:
serve ancora la critica?
Io non mi definisco critico, che è colui che fornisce giudizi
inappellabili: “è bello o è brutto”. Quello che mi sento di dire oggi è “mi
piace o non mi piace”, non ho più la pretesa di attribuire un valore universale
al mio personale giudizio. Racconto la mia esperienza da spettatore, quello che
ha generato in me.
Se un film
mi piace cerco di contagiare chi mi sta intorno, se non mi piace
tendenzialmente non ne parlo, salvo che non inneschi idee e valori che non
condivido. Come nel caso di Martin Eden (di
Pietro Marcello, Coppa Volpi a Marinelli a Venezia 2019, ndr): capisco che a
molti sia piaciuto, ma trovo però non condivisibile l’idea che l’industria
culturale sia il male assoluto, che è la tesi di fondo del film: la creatività
dello scrittore tarpata dagli editori cattivi e mercenari. Questa visione non
mi piace e lo dico.
Questa sua passione per il cinema com’è nata?
Difficile
saperlo. Il ricordo più lontano che ho è di quando facevo le elementari:
abitavamo ancora a Bergamo e vicino casa c’era un cinema, penso parrocchiale.
C’era un manifesto in bianco e nero con due fari che fendevano la nebbia, non
son più riuscito a ricostruire quale titolo fosse. Ero talmente affascinato da
quella locandina che un pomeriggio d’inverno rubai i soldi dal portafoglio di
mia madre e mi infilai al cinema. Chiamarono ovviamente i carabinieri e quando
rientrai a casa mia mamma mi diede un ceffone: l’unica volta in cui mi abbia mai
picchiato. È come un destino che mi ha segnato.
A volte la
vita ci sceglie: il mio primo bacio fu al cinema.
All’università
volevo laurearmi in cinema ma alla Statale non c’era un corso e quindi mi
laureai con Vittorio Spinazzola, che prima scriveva di cinema. E quando gli
chiedevo perché fosse passato ai libri mi rispose: “Te ne accorgerai da
vecchio, i film dopo un po’ ti vengono a noia, i libri no”. Temo avesse
ragione.
In effetti alla fine del libro c’è un siparietto fra
un cinemaniaco, come spesso la definiscono, e un cinefobico: è arrivato a non
poterne più del cinema?
Un po’ sì. A trent’anni mi piaceva tutto, come succedeva in amore.
Oggi su
dieci film che vedo me ne piace mezzo, e questo diventa un po’ un problema. E
poi entri in sala e dici: questo l’ho già visto.
Coi libri
succede meno, sono in una fase della vita in cui, se di sera a casa mi capita
di avere un’ora libera, prima mettevo un dvd ma ora apro un libro. Forse ho un
po’ di saturazione, anche perché ancora adesso vedo tre o quattro film nuovi a
settimana, più tutte le vecchie cose che rivedo per preparare le lezioni
all’università.
E cosa pensa di chi dice che le serie tv siano il
nuovo cinema?
La differenza
sostanziale è che le serie non sono distribuite nella sala buia del cinema, per
il resto per me sono film lunghi. Prima c’era l’appuntamento rituale di un
episodio a settimana, oggi si fa il binge watching: in
sostanza si insegue il sogno del film lungo, lunghissimo, che non finisca mai.
Io
preferisco le cose che finiscono.
Per conto
mio mi sono imposto di non vederle, perché se le vedessi so che mi
appassionerebbero ma il tempo a disposizione è pochissimo. L’ultima che ho
visto e mi è piaciuta tantissimo e infatti poi non ho più voluto vedere altro –
perché questo è un altro meccanismo che scatta in me – è The Handmaid’s Tale. L’ho vista tutta, capolavoro
assoluto, e ora ho preso il romanzo seguito, I testamenti di
Margaret Atwood: lei ha una capacità di scrittura incredibile.
Cosa legge poi in generale?
Sto tornando
a essere un grande lettore. Oltre a Atwood ora sul comodino ho La settima funzione del linguaggio di
Laurent Binet, come sempre ho l’ultimo numero di Tex, “La figlia di Satania” mitico numero 707, poi ho
riletto Se una notte d’inverno un viaggiatore di
Calvino e infine l’ultimo di Murakami, L’assassinio del commendatore.
Mi piace leggere non dall’inizio alla fine ma intervallando i vari titoli.
In chiusura di Ignorantocrazia cita
Walter Benjamin che dice: “Il cinema con la dinamite dei decimi di secondo ha
fatto saltare questo mondo simile a un carcere”. È ancora convinto di questa
potenza?
La potenza del cinema agli inizi del Novecento è stata proprio questa. Se
pensiamo all’esiguità del capitale visivo di cui disponevano i nostri nonni o
bisnonni e di come il cinema invece ha aperto il “lucernario dell’infinito”,
come l’ha definito il critico Noël Burch, è stato davvero la rivoluzione del
Novecento.
Sono sempre
più convinto che le rivoluzioni dell’umanità siano tecnologiche e non
ideologiche o politiche, perché quelle sono prima o poi riassorbite o spostano
il potere da una casta all’altra.
Sono
convinto che gli uomini e le donne del Novecento abbiano vissuto una vita
emotivamente più ricca proprio grazie al cinema. Dico infatti che i veri
rivoluzionari del Novecento sono stati i fratelli Lumière.
sabato 7 marzo 2020
lunedì 10 febbraio 2020
Lo specchio nero. A caccia di neofascisti sugli schermi d’Italia
Per ovvie ragioni di analisi e di sintesi, abbiamo dovuto circoscrivere il nostro periodo di interesse, individuando una fondamentale discontinuità storica, il nostro “da quel momento nulla è stato più come prima”. Parliamo dell’anno 2001, che ha deviato in modo traumatico e definitivo una traiettoria di futuro possibile – e plausibile.
Due mesi dopo Genova, ecco un altro colpo di Storia, il colpo di grazia: l’attentato alle Torri Gemelle. Un avvenimento che da allora non vuole smettere di finire, ripreso e scansionato e reso virale e tramandato in pixel nei secoli dei secoli. Altro che il tramonto della Camelot dei Kennedy, altro che il filmato Zapruder sull’attentato di Dallas a JFK.
Il nuovo ordine mondiale come ordine del terrore. Terrore è diverso da orrore, terrore è il tremore, orrore sono i peli che si arricciano. Il tremore è timore ancestrale, si cerca conforto dove non ce n’è, si ripone la speranza nella religione. Nell’ordine del terrore, vediamo infatti tornare la guerra di religione. Rozza, brutale, ubiqua, visibile e visionabile on demand.
In Italia, invece, vi imbattete in una voragine nell’immaginario visivo, in qualche modo parallela alla reticenza dei media nel pronunciare o scrivere «la parola con la F». In maniera piuttosto netta scrivete che «ad oggi non esiste, in Italia, un film di fiction che abbia per protagonista un giovane neofascista. O anche uno vecchio». Al punto che gli stessi neofascisti, in cerca di autorappresentazione, si rivolgerebbero a un cinema di tutt’altro genere. Questo almeno per quanto riguarda il cinema, e si tratta già di un’assenza pesantissima. Ma visto che la vostra scorribanda riguarda anche i documentari, come siamo messi in quel campo? Penso a lavori come Nazirock, di Claudio Lazzaro, o allo speciale della trasmissione Primo Piano, intitolato Nero è bello, a cura di Giampiero Mughini (!), mandato in onda nel dicembre 1980, quattro mesi dopo la strage del 2 agosto alla stazione di Bologna.
Sono piovute addosso a Ferrara una marea di critiche e accuse e polemiche: hai fatto uno spot elettorale per i fascisti, con la tua ignoranza e incompetenza nel trattare la materia hai dipinto la sede di Casapound come unico presidio culturale del quartiere Esquilino. Nessuna obiezione, nessun contraddittorio. Al contrario, i dieci minuti “inside Casapound” sono illuminanti e rivelatori, e crediamo valga la pena riportarne un paio di estratti: