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lunedì 22 dicembre 2025

Father Mother Sister Brother - Jim Jarmusch

tre storie diverse, in posti diversi, con interpreti diversi, quello che accumuna tutti è un disagio esistenziale, un padre che vive alla giornata, una madre che non è mai stata capace di dare calore umano alle figlie (se non il calore del tè), un fratello e una sorella che hanno perso i genitori e cercano di elaborare il lutto, ricordando la vita con i genitori.

come già in Paterson, Jim Jarmusch non fa un cinema urlato, ritrae la vite semplice e complicata, con ironia e anche con le difficoltà che sono parte della vita.

tutti sono bravi, ma sopratutto Tom Waits e Adam Driver, nel primo episodio.

visti i produttori è praticamente un film europeo, senza sparatorie ed eroi sopra le righe.

un film da non perdere, nessuno se ne pentirà.

buona (triste eppura viva) visione - Ismaele

 

 

 

..il film è essenziale, coerente con quello che racconta. Ogni inquadratura respira, ogni spazio ha il tempo per diventare naturale. Non c'è nulla di superfluo, nulla che distragga dal cuore del racconto: le relazioni, la memoria, il tempo che passa e che cambia le persone, anche quelle più vicine a noi, anche se non ce ne accorgiamo...

da qui

 

…Attraverso tre splendide, amare storie di famiglia, ma soprattutto di legami ormai compromessi e latente solitudine combattuta segretamente, Jim Jarmusch torna in regia con un film splendido, ben raccontato, ben diretto, in cui i tre racconti riescono anche argutamente a convergere per concetti (mi sento molto a "desolandia", si dice in ognuna delle tre storie), elementi (l'acqua in particolare con cui ci si domanda se sia opportuno effettuare un brindisi) od oggetti (un Rolex vero, sempre spacciato per finta in ogni storia)…

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…Cast di prima scelta che incarna alla perfezione tristezza e ironia, dal vecchio padre ancora bisognoso di aiuto economico (Tom Waits), a Charlotte Rampling, la madre scrittrice tranquilla e sorridente, ma sostanzialmente asettica, ai gemelli Luka Sabbat e Indya Moore, forse perché i genitori non ci sono più sembrano i più legati loro da autenticità affettiva.

Ognuno dei personaggi ha un mondo che non traspare, se non per brevi tratti, e un vissuto che non si fa percepire se non per flash. Quel che sopravvive di un dialogo forse assente da sempre, è lo spaccato desolantemente vero della famiglia, dei suoi silenzi, delle sue vite trascorse vicine senza conoscersi. Quel lungo non detto, anni e anni passati sapendo poco e forse neanche quel che conta, hanno creato quello strano volersi bene che chiamiamo famiglia, quel diradarsi degli incontri, quel pensarsi da lontano e non riconoscersi da vicino.

Il minimalismo di Jarmusch dà la giusta lentezza alle immagini, il silenzio è la cifra più coerente con quanto accade nel mondo, dove si è soli, famiglia o no. Pessimismo? No, piuttosto spleen.

Come arginarlo? I due ragazzi sanno gli effetti dello spinello (ma lo chiamano in altro modo, le mode vanno avanti); le due sorelle si raccontano qualcosa, “un po’per celia e un po’ per non morire”, non hanno neanche letto i romanzi della madre, donna che sembra del tutto indifferente alla cosa, infatti regala alle figlie non un libro ma dolcetti. Il vecchio padre è alle soglie della demenza senile e i figli lo guardano con filiale pietà.

Father mother, sister brother segna cronologicamentele tappe, dal vecchio al giovane, come Le tre età della donna di Gustav  Klimt, ma senza rame, argento e oro.. Le tre storie aprono con il vecchio e, passando per la mezza età, conducono ai giovani. Senza lustrini, i colori della vita sfumano tutti al grigio.

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…Le tre parti di questo magnifico affresco hanno l’apparente intimità, delicatezza e pacatezza della musica da camera nel descrivere quadretti famigliari apparentemente innocui e insignificanti ma, a un ascolto attento, rivelano in realtà la monumentalità, solennità e apoteosi sonora tipica di un’opera di musica sinfonica nel restituire la tesi iper-pessimistica del regista sulla disgregazione dei rapporti famigliari. E ad ammorbidire e rendere visibile il tutto c’è la bellezza delle inquadrature e la cura delle immagini, che si fondono alla perfezione con le prove di recitazione magistrali di Tom Waits, Adam Driver, Cate Blanchette, Vicky Krieps e Charlotte Rampling…

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…Si è scritto e detto tanto negli ultimi mesi su Father Mother Sister Brother, a partire dall'assegnazione del Leone d'oro, considerato più un premio alla carriera a Jim Jarmusch, che non una celebrazione dell'opera e dei suoi raffinati ma incisivi intenti. In realtà c'è davvero molto di più tra le maglie, i silenzi e le parole socchiuse della diciassettesima regia accreditata dell'autore statunitense. C'è tutto un mondo, anche il suo – cinematografico – fatto di contraddizioni e anime opposte e complementari di cui quest'opera rappresenta la silenziosa summa. Da una parte il Jarmusch giocoso e irriverente di Taxisti di notte, dall'altra quello più spirituale e complesso di Paterson. Il risultato è un'opera ibrida e spiazzante e per le ragioni più inattese; forse perfino il film più maturo e intenso che il cineasta abbia realizzato negli ultimi vent'anni. O forse no, solo il tempo potrà dircelo; intanto, godiamocelo.

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mercoledì 24 novembre 2021

Annette - Leos Carax

Leos Carax gira il suo sesto film (qui la filmografia) e come sempre è un film che divide, non ha e non avrà un gran successo di pubblico.

il film è un musical, nel senso che la musica degli Sparks è la protagonista del film, un concept album che voleva essere un musical e Leos Carax se ne innamora, e musical sia.

è un film d'amore, è un film di disamore, un thriller, un film sullo spettacolo e sulla società dello spettacolo, sui bambini e sul loro sfruttamento, sul perdono, che a volte non c'è, sul successo e l'insuccesso, tra le altre cose. 

sbaglia chi si aspetta il già visto, sarà deluso, capita che abbandoni la sala prima della fine, lasciatevi prendere per mano da Leos Carax, è il suo film, dopo tutto.

grande super eccelsa prova d'attore di Adam Driver.

il film è in una trentina di sale.

buona visione (e buon Sparks ascolto) - Ismaele

 

 

 

QUI la colonna sonora degli Sparks, completa

 

 

…missione compiuta Monsieur Carax. Che a 60 anni alle prese con il progetto più costoso della sua vita (chapeau a Amazon che ci ha messo eroicamente i soldi) sa ancora fare benissimo il disturbatore, il non domabile, il mai domato, l’insoumis. L’autentico fuori norma e fuori media del cinema parigino. Che qui adotta la forma solo apparentemente tranquilizzante del musical, più americano e inglese che francese (anche se poi Demy non può non rispuntare in qualche modo), a sottolineare e potenziare la consistenza fantastica-fantasmatica anzi mitologica e forsennatamente antinaturalistica del suo fare cinema…

…Questo film è puro cinema, sempre, anche nelle sue parti meno riuscite, anche nei suoi buchi neri, lacerazioni, incompiutezze, irresolutezze, smagliature. La passione tra Henry e Ann si fa storia di tutte le storie d’amore, archetipo e, nel fallimento, l’esito inevitabile di ogni amore.
Si parte come in una rom-com con musiche – alcune belle davvero, trascinanti e chissà se ce la faranno a raggiungere il successo di massa -, si continua in un Scene da un matrimonio in cui ci si fa del male pur volendosi bene essendo il bene a generare il male, si sfocia in un thriller con tanto di assassino psicopatico, si entra nell’universo del fantastico con scambi e andirivieni tra qui e l’oltreumano. Tutto è spettacolo, tutto è messinscena in questo Carax (in tutto Carax?), il reale non è altro che un’estensione dei fantasmi della mente, i due protagonisti si raccontano e si mettono a nudo stando sempre on stage (c’è sempre un pubblico che osserva, giudica, ride, applaude, stronca, si infuria in questo film. E Annette è anche, nella sua seconda parte un film sulla debordiana società dello spettacolo, sull’exploitation del difforme). Momenti sublimi, molti. Le cavalcate notturne in moto. Le luci della città, delle città, a comporre una geografia della notte urbana tra Occidente e parecchio Oriente.
C’è qualcosa nel cinema di Carax che non c’è in nessun altro cinema oggi. Non tanto un certo surrealismo post-bunueliano come s’è detto da più parti, quanto un pendolarismo incessante tra il reale e il sogno, l’allucinazione…

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C’erano una volta gli Sparks, un duo rock composto dai fratelli Ron e Russel Mael, inventori di quello che oggi viene chiamato glam rock (padri di un’intera generazione di altri gruppi come gli Smiths e i Depeche Mode). Un giorno, quasi all’alba degli ottant’anni, i due fratelli decisero di scrivere un film. Un musical: Annette.

C’era una volta Leos Carax, regista visionario che in 37 anni di carriera non aveva partorito più di 5 film, uno più singolare dell’altro (l’ultimo era del 2012: Holy Motors, con Kylie Minogue, degno di nota). Proprio come gli Sparks, Carax era un autore di culto: gli voleva bene questo pubblico di nicchia, le star facevano a gara per lavorare con lui. Incuriosito dalla sceneggiatura degli Sparks – nonché ispirato dalla figlia Nastya – Carax decise che il film dovesse diventare anche suo.

Infine c’era Adam Driver: un ex-marine arruolato in tempi un po’ sospetti, imbenzinato dai tragici eventi dell’11 settembre e dal patriottismo infuso dal presidente Bush (Junior), quindi scappato dalla vita militare, scoperto da una serie HBO (Girls di Lena Dunham) e in breve diventato una delle star più importanti della sua generazione. Tutti lo volevano, e in tanti riuscivano ad averlo (persino la Disney, per la nuova trilogia di Star Wars). Anche Leos lo voleva, tanto da promettergli di aspettarlo per tutto il tempo che sarebbe servito. Ma gli impegni di una star sono tanti, le riprese possono essere molto lunghe e 5 anni passano in un batter d’occhio.

Annunciato per la prima volta a novembre del 2016, Annette ha visto la luce solo nel 2021, quando è stato selezionato come film d’apertura della 74ª edizione del Festival di Cannes, diretto da Leos Carax (che poi ha vinto la Palma d’Oro per la Miglior regia), protagonisti Adam Driver e Marion Cotillard (nel ruolo che avrebbe dovuto essere prima di Rooney Mara, poi di Michelle Williams). E come recita il payoff scelto per la distribuzione, è davvero un’esperienza cinematografica difficile da dimenticare…

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…In sinergia con i fratelli Ron e Russell Mael, fondatori nel 1972 della rock band Sparks, il cineasta esaspera allora la natura artificiale, anti-realistica di quei versi cantati da una elegante cantante d’opera e un attore comico, solito andare in scena vestito solo di un accappatoio verde, un paio di boxer e dei mocassini di cuoio.

Se la coppia si mostra improbabile, non è che l’inizio. Quello che si candida come Musical più assurdo di sempre prenderà il suo titolo dal nome di una neonata realizzata in CGI. Un bambolotto con le giunture a vista, le orecchie grandi, i capelli rossi e i tratti volutamente irregolari di un elfo abbozzato al computer, prodotto e vittima del narcisismo imperdonabile dei suoi genitori.

Il regista e questo bizzarro ensemble ci sfidano così a rinunciare ad ogni aspettativa, per guardare direttamente negli occhi l’Abisso. E se lo scopo del gioco era chiaramente pungolare lo spettatore, condurlo oltre i confini soliti dell’esperienza cinematografica, Leos Carax si conferma il più crudele, ineffabile, perfetto tra i direttori d’orchestra.

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… Holy Motors prova che Leos Carax sa gestire un budget ma soprattutto che non lo abbiamo amato invano. Invano si cerca invece una formula critica per dire con lo stesso linguaggio il dritto e il rovescio di questo film, la sua superficie e la sua intimità, il suo oggetto e il suo soggetto. Perché Holy Motors è una straordinaria affermazione di arte cinematografica, è il più emozionante, tenero, feroce, provocatorio e completo ritratto umano che un film possa offrire. Quell’umano si chiama Monsieur Oscar, è un attore ma di un tipo nuovo che prefigura un mondo prossimo: recita in assenza di ‘camere’. Un solo corpo, quello di Denis Lavant, per undici personaggi e una doppia esplorazione: la ricerca di sé e di tutto il cinema perduto.

Se 
Holy Motors rompe il sonno livido della sua arte, coltivata nell’intimità del suo limbo, nove anni dopo Annette brucia i confini tra fiction e realtà e punta il dito sulla tensione irriconciliabile tra l’opera e l’artista. È un film esagerato Annette, pieno di simboli, allusioni e omaggi. Sembra il racconto di una storia d’amore, di una grande, smisurata storia d’amore ma diventa qualcos’altro. Qualcosa di completamento diverso. È un’opera pop, un dramma musicale, un film opera, un trip barocco di furore e passione…dove l’amore brucia nel girone infernale dello show business e l’essenziale dell’azione è cantata. Annette forma quasi un dittico con Holy Motors, moltiplicando i riferimenti e affermando una parentela: la natura meta-cinematografica del prologo, la struttura in atti, la figura del gorilla, la limousine come bolla virtuale, teatro ambulante, quadro temporale e spaziale del film, di tutti i film di Carax, che rinnova la sua leggenda e torna in maestà, con un’intelligenza dello sguardo che ci fa urlare: ça, c’est du cinéma.

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venerdì 28 settembre 2018

BlacKkKlansman - Spike Lee

nel film non si fa fatica a vedere quanto sono deficienti quelli del KKK, forse questo è uno dei motivi per cui si nascondono.
Spike Lee racconta quanto sono razzisti i razzisti del suo paese,
un esempio per tutti gli altri.
protagonisti bravissimi, Adam Driver e John David Washington (figlio di Denzel), e bravi anche quelli del KKK, fanno i deficienti benissimo, e parlano come Trump (o Trump parla come loro?).
e come non ricordare il vecchio Harry Belafonte (che racconta una storia terribile e vera)?
gli anni '70 alla fine diventano questi anni, e non c'è niente da ridere.
non è il miglior film di Spike Lee, ma solo perché i migliori sono davvero grandissimi e inarrivabili.
e quindi buona visione, non vi deluderà - Ismaele 




…i discorsi e la retorica dei confratelli dell’Organizzazione, come la definiscono dall’interno, sono spaventosamente attuali, si parla di restituire all’America la sua grandezza, e si declama spesso il celebre slogan “America first”.
In un qualsiasi altro contesto le candide dichiarazioni del Gran Maestro del Ku Klux Klan farebbero inorridire, ma se all’altro capo della cornetta c’è un poliziotto nero che si finge un bianco razzista, allora la risata scappa incontrollabile e l’abilità della regia sta proprio nel calibrare attentamente le tempistiche, dando allo spettatore un momento per ridere e uno per riflettere, per provare il suo stesso turbamento, la sua stessa rabbia, il suo stesso dolore.
Alla fine, l’amarezza, lo sconcerto prevalgono e rimangono, perché non c’è più niente da ridere, il male non viene sconfitto, il razzismo non è debellato e la sua minaccia incombe ancora sulla società odierna, in America come in qualunque altro posto del mondo.


…Essendo un ottimo prodotto cinematografico, BlacKkKlansman può offrirsi anche solo come grande intrattenimento per la sala, dato il tono leggero, da commedia, come dicevamo, ma è chiaro che nasconde, neanche troppo velatamente, le intenzioni di un uomo contrariato da ciò che accade nel proprio Paese, adesso come negli anni Settanta.
Con un approccio lucido, innovativo per il suo solito stile, Spike Lee manifesta la sua rabbia verso una situazione sociopolitica rovinosa, quella della sua America. Ma non basta: il film, in chiusura, confermando il suo rivolgersi a tutto il mondo, e non solo alla comunità nera contro quella bianca, afferma con convinzione: “Power to all the people” (potere a tutte le persone). Un invito all’unione radicale, un appello a tutti gli uomini di ragione.

…Quel che rende il film memorabile è un insieme di fattori, tra cui la geniale regia di Spike Lee, che ha collegato la storia alle vicende di razzismo attuali, confezionando quindi una pellicola politica e schierata ma allo stesso tempo dinamica e, sì, persino divertente.
L’impegno politico e sociale del regista non è una novità, e infatti in conferenza stampa non ha deluso le attese, criticando in modo colorito i leader mondiali, soprattutto il presidente americano Donald Trump – di cui non ha mai pronunciato il nome, sostituendolo con epiteti che non staremo qui a riportare.
A proposito del linguaggio, Lee ha precisato che voleva che l’odio fosse verbalizzato nel film, per questo ha scelto di far parlare i membri del KKK nel modo in cui parlano davvero, senza addolcire la pillola – ecco il motivo delle tante parolacce e insulti verso neri, ebrei e omosessuali.

…L’idea del doppio, uno voce telefonica l’altro in azione, non sarebbe narrativamente male, se solo ci fosse una sceneggiatura in grado di sfruttarla adegutamente. Invece tutt’al più produce momenti farseschi non proprio finissimi, come il poliziotto black che fa battute infami sui neri per compiacere l’interlocutore klanico (risate in platea), o il black che istruisce il suo alter ego bianco su dizione e tono di voce da ghetto (altre risate). Ma la platea esplode in applausi tonanti quando i klanici infami, in una cerimonia di iniziazione più grottesca che spaventevole, urlano uno via l’altro ‘America first!’, e anche qui non c’è bisogno di spiegare il battimani. Non è che poi l’indagine porti a casa chissà quali risultati, anche perché quelli del KKK di Colorado Springs non sembrano proprio delle aquile in grado di organizzare chissà che. Ma vogliamo parlare dell’incredibile storia d’amore tra il poliziotto black fichissimo e la leader del Black Power della città?, storia che incredibilmente continua anche dopo che lui le ha confessato di essere un agente, e sono assurdità e incongruenze che in un film rispettabile non dovrebbero trovare posto. Il tono da commediaccia si alterna incongruamente a inserti di puro militantismo, che se non altro producono l’unico momento alto di tutto il film, con un meraviglioso Harry Belafonte, anni 91, a rievocare l’infame linciaggio di un nero. Ma è, letteralmente, un altro film che non si salda con il resto. E che fa rimpiangere che Spike Lee non sia dedicato a un progetto grande e credibile sul KKK. Adam Driver è l’alter ego bianco infitrato, e non lo si è mai visto tanto spaesato e perplesso.

mercoledì 4 gennaio 2017

Paterson – Jim Jarmusch

ho visto il film insieme ad Antonella, ecco la sua bella recensione:
"Ci sono due coincidenze che mi risuonano dopo aver  gustato Paterson.  La prima , gli auguri  di buon anno scritti da Rosa Luxemburg dal carcere (“...Ne hai ora abbastanza come auguri per l'anno nuovo? Procura allora di rimanere un essere umano. Rimanere un essere umano è la cosa principale. E questo vuol dire rimanere saldi e chiari e sereni, sì sereni malgrado tutto, perché lagnarsi è segno di debolezza.
Rimanere umani significa gettare con gioia la propria vita "sulla grande bilancia del destino" quando è necessario farlo, ma nel contempo gioire di ogni giorno di sole e di ogni bella nuvola; ah, non so scrivere una ricetta per essere umani, so soltanto come si è umani...”. La seconda  il titolo del saggio di Judit Butler “ a chi spetta una buona vita?”
Il film condensa nel restare umani vivendo una buona vita, una settimana nell’esistenza di un driver della cittadina di  Paterson ( un eccellente Adam Driver , driver, appunto), della sua compagna (bravissima e divertentissima  Golshifteh Farahani),  il loro cane. Gli occhi di un poeta leggono la poesia di una cittadina e dei suoi abitanti che giocano a scacchi, amano, sentono buona musica e cucinano ( chi cucina negli USA?)  Negli occhi del driver non entrano la violenza, gli inseguimenti rocamboleschi in auto, le esplosioni, la paura.
Avrei scommesso che non sarebbe accaduto nulla, nessun evento scatenante; non avrebbe aggiunto nulla alla stupenda narrazione. Ma il cane si incarica di inserire l’elemento di aggressività non sublimata, l’irrazionale e umanissima gelosia.
Lo spazio bianco di una nuova pagina riapre gli occhi, sottraendoli all’angoscia della privazione.
Una felice sottrazione all’offerta pervasiva dell’american dream.
Grazie Jarmush "

ed ecco la mia:

potrei scrivere che Jim Jarmusch è davvero bravo, che Adam Driver (già protagonista di Hungry hearts) è driver di nome e di fatto, e che sembra il fratello minore di Adrien Brody) potrei scrivere che Golshifteh Farahani (33 anni, è nata nel 1983) è bellissima e bravissima (già protagonista di due capolavori come About Elly e Niwemang), potrei dire che è bello vedere un film Usa nel quale non c'è violenza, non ammazzano nessuno, e c'è molta gentilezza, potrei dire che la ripetizione e le abitudini non sono noiose, e ancora non ho scritto nessuna recensione, poi mi ricordo che un mio amico aveva scritto qualcosa che è perfetta per Paterson, anche se non aveva ancora visto il film, ma lui era poeta, come l'autista Paterson, di Paterson.

Los Justos
Un Hombre que cultiva su jardín, como quería Voltaire.
El que agradece que en la tierra haya música.
El que descubre con placer una etimología.
Dos empleados que en un café del Sur juegan un silenzioso ajedrez.
El ceramista que premedita un color y una forma.
El tipógrafo que compone bien esta página, que tal vez no le agrada.
Una mujer y un hombre que leen los tercetos finales de cierto canto.
El que acaricia a un animal dormido.
El quel justifica o quiere justificar un mal que le han hecho.
El que agradece que en la tierra haya Stevenson.
El que prefiere que los otros tengan razón.
Esas personas, que se ignoran, están salvando el mundo.

I Giusti
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo
(traduzione Domenico Porzio)

adesso ho scritto tutto (grazie a Jorge Luis) quello che serve per uscire di casa e cercare il cinema dove lo proiettano.
fatevi un regalo, andate a vedere Paterson - Ismaele





…Quello che ci troviamo di fronte è un lungometraggio semplicemente squisito, summa di tutta la filmografia di Jarmusch: con un anti-eroe incarnazione dell’anti-sogno americano, che da un lato ci stupisce dall’altro rispecchia l’indole “trascinata” che risiede in ognuno di noi, con una splendida fotografia, con note pensate e inserite al momento giusto e con inquadrature che sono un quadro nel quadro. L’incedere è lento come lente sono le giornate del protagonista. L’ironia è leggera e sempre in un contesto intimo, per lo più davanti ad un bancone con in mano una pinta di birra, senza esagerare. E la trasformazione di Adam Driver in Paterson è stata così convincente da illudere molti di noi non avesse rivali nell’aggiudicarsi un premio lo scorso 22 maggio.
Paterson è un’opera che trascina e avvolge, che ci porta dentro quella casa e ci fa sentire a nostro agio, che si spiega con linearità e dolcezza senza scossoni che turberebbero un equilibrio fondamentale per coloro ai due lati dello schermo, non ci sono urla o schiamazzi e nessuna parola di troppo. Possiamo osservare, pensare e sognare. Le persone che incontriamo sprigionano armonia. Tutto è poesia nella poesia, e di tanta bellezza non riusciremo mai a farne a meno.

…Paterson no necesita despertador. Tampoco necesita teléfono móvil ni ordenador para escribir sus poemas. Paterson es el reflejo del mismo Jarmusch, escondido siempre detrás de sus protagonistas. Un cineasta que en sus últimas películas parece rehuir el mundo moderno que le ha tocado vivir. Personajes que se refugian en la música, en la literatura o en el cine que aman, que se alejan de lo masificado, solitarios y huraños en ocasiones (como el vampiro de Solo los amantes sobreviven [Only Lovers Left Alive, 2013], el samurái negro de Ghost Dog, el camino del samurái [Ghost Dog: The Way of the Samurai, 1999] o el sicario interpretado por Isaach De Bankolé en Los límites del control [The Limits of Control, 2009]). Seres fuera de su tiempo, quijotes contemporáneos, exiliados en su intimidad, en su pequeño mundo cotidiano y personal que los salvaguarda de los vaivenes, cambios y estridencias de la modernidad. En ese terreno se sitúan Jarmusch, su fantástica película y los poetas que la habitan.

…in Paterson il protagonista è costretto all’elaborazione di un “lutto” anomalo e personalissimo, cioè la perdita del suo prezioso taccuino su cui annotava la propria visione del mondo. Salvo poi scoprire, nel classico finale alla Jarmusch intriso di inaspettata magia, che il ciclo può sempre riprendere, se il desiderio di fondo è quello di mantenersi vivi. Perché al tirar delle somme Paterson è un film romantico nel senso maggiormente completo del termine, quello verso se stessi e il mondo circostante. E dove il profondo umanesimo dell’autore nativo di Akron si esprime nell’unico modo a lui conosciuto: credere nel surrealismo per viaggiare un gradino oltre le sofferenze comuni. A qualcuno dei personaggi della propria filmografia l’impresa riesce, ad altri no. Così va la vita. Ed è bellissimo che, ogni tanto, qualcuno ce lo ricordi.
Cari lettori, per le imminenti feste fatevi un bel regalo e andate a vedere Paterson. Non ve ne pentirete.

…Paterson es una delicia, una historia que te atrapa desde esa primera escena en la que vemos a Paterson despertando para empezar su día, una escena que se repetirá durante toda la semana. Jarmusch recrea sus fantasías creando un personaje a su semejanza poniéndole la forma de Adam Driver, las vivencias del propio artista son parte en la película donde algunas conversaciones ocurridas en el autobús son diálogos escuchados por el propio director. También hay homenajes a sus amigos como el que acontece en el bar donde hay un divertido dialogo de  su adorado Iggy Pop como protagonista,  ya hace poco pudimos ver el fantástico documental Gimme Danger que Jim Jarmusch hizo sobre los Stooges.
Paterson es por muy obvio que parezca poesía pura, una delicia donde se recita de una forma no convencional al ritmo de los poemas de Ron Pagett- poeta amigo del autor- que escribió personalmente para la película algún poema y cedió otros al director para introducirlos en el film. Una historia cargada de melancolía donde personaje y ciudad se funden como una pareja de enamorados que es imposible de separar, un relato con apariencia  amarga pero que esconde un caramelo en el interior que según avanzas vas descubriendo la dulzura que transmiten los personajes

…Vita da millennials poveri, creativi, eleganti dentro e fuori. Passaggi e visioni squisitissime di un Jarmusch in stato di grazia, come in certe giapponeserie. E però è difficile sottrarsi a un senso di vuoto vedendo Paterson. Un interno di famiglia non-famiglia dove ognuno cercar di ‘realizzare se stesso’ in un solipsismo narciso. Dove i cani prendono il posto dei figli che non ci sono più, ormai spariti dall’orizzonte culturale. Non è un bel mondo, nonostante la squisitezza e il garbo infiniti di Jarmusch.