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mercoledì 1 settembre 2021

Revolver - Sergio Sollima

sembra un medio film poliziottesco, ma dopo un po' prende il volo, e diventa anche un film politico.

dietro tutta la storia, si capisce pian piano, c'è un complotto politico, senza pietà per le piccole rotelle fuori posto.

ottimi gli attori, Oliver Reed e Fabio Testi sopra tutti, in una lotta  fra loro prima e poi contro il Potere, fino a quando si può.

musica di Ennio Morricone.

un piccolo gioiellino da non perdere, per i miei gusti.

buona visione - Ismaele



 

 

 

…E' comunque ancora l'epoca dell'alba del poliziottesco mentre per certi versi soprattutto nella parte finale prettamente politica ci si avvicina a certe opere di Damiani. Comunque alto artigianato cinematografico capace di conferire dignità a un genere catalogato sempre come serie B. Alcuni personaggi non sono messi a fuoco(come il personaggio caricaturale della rockstar figlia del suo tempo, gli anni 70 più liberi e sfrenati),anche il discorso politico alla fine sfiora il didascalismo(del resto il discorso politico per Sollima era di primaria importanza, basti pensare ai suoi western sessantottini).Resta però la sensazione di un film non banale e con una scena finale che svicola decisamente dai luoghi comuni dell'happy end. Una delle scene migliori del film.

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Un poliziesco all'italiana che s'apre come uno spaghetti-western, e che si porta avanti e si conclude come un noir disperato. Bravo come al solito, Sollima riesce a dare ritmo ad una struttura narrativa già buona in sè, ma che in altre mani sarebbe solo diventata un'agonia narrativa. Fabio Testi nel ruolo del criminale che alcuni politici vogliono uccidere è molto credibile, e porta sul proprio corpo i tratti del "maledetto": affascinante e dalla vita incerta. Ma il vero punto di forza, oltre a Sollima stesso, è Oliver Reed. Duro, scontroso e irrimediabile. Il finale è accecante, sia per noi spettatori che il protagonista, il vice direttore del carcere Vito Cipriani.
Il gioco mai logoro della coppia di amici-nemici, trova in "Revolver" una sfumatura disperata che gli da quella bellezza estetica e quella forza narrativa capaci di salvare un film. In questo caso la pellicola non corre rischi di naufragio tra una scena e l'altra, ma di certo la "coppia" e il modulo on the road, sono colonne solide per un bel film solido.

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…Vito y Milo, tan hostiles el uno hacia el otro desde el principio, son compañeros de aventuras a su pesar. No tienen más remedio que forjar una alianza. Vito ansía rescatar a su mujer al precio que sea, y Milo sólo quiere sobrevivir (y de ser posible, en libertad). Juntos tratarán de desbaratar una enrevesada trama criminal en la que también parece estar envuelta la industria discográfica. El personaje de “Al Niko” representa a esos efímeros famosetes y cantantes de moda que aparecen de la noche a la mañana ensalzados por los medios para aborregar a las masas y que una vez han dejado de ser útiles desaparecen igual de rápidamente (y a veces en trágicas circunstancias)…

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Largement inspiré par l’assassinat de Mattéi (homme d’affaire italien dont l’accident d’avion survenu en 1962 a été causé par une bombe parce que celui-ci dérangeait les autorités en place), le scénario commence tout d’abord comme une simple petite affaire entre truands et représentants de l’ordre. Pourtant, plusieurs séquences restent longtemps inexpliquées, mettant peu à peu le spectateur sur la voie d’un complot à plus grande échelle. Alors que les personnages principaux se débattent pour s’en sortir, ils comprennent progressivement qu’ils ne sont que de vulgaires pions dans un système qui les dépasse et les broie.

Toutefois, si la dénonciation des complots d’Etat est un classique du cinéma européen et américain de cette époque, La poursuite implacable se dote d’une subtilité supplémentaire. Effectivement, les deux individus pris dans l’étau représentent les deux faces d’une même société. L’un est un petit truand que l’on pourrait qualifier d’anarchiste (Fabio Testi en mode décontracté, mais finalement inoffensif), tandis que l’autre est un représentant de l’ordre, ancien flic et directeur d’une prison (excellent Oliver Reed). Alors qu’ils n’ont rien pour se rapprocher, les deux hommes vont peu à peu se lier d’amitié, ceci jusqu’à une séquence finale poignante et terriblement pessimiste…

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l’épiphanie libertaire de Cipriani et de Ruiz sera trop tardive pour leur permettre de mettre en échec le complot au cœur de La Poursuite implacable. Achevant ainsi de s’inscrire dans le registre de la tragédie conspiratrice façon Trois jours du Condor, le film se clôt par la destruction physique de Ruiz et psychique de Cipriani, en une scène de mise à mort du voyou par le flic non pas jouissive - comme elle l’est habituellement dans le poliziottesco (3) - mais profondément désespérée. Un renversement ultime des codes qui fait de cette Poursuite implacable, sous ses allures initiales de pur film de genre, un passionnant anti-poliziottesco...

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lunedì 12 febbraio 2018

Corri uomo corri - Sergio Sollima

già soltanto i titoli di testa sono un capolavoro, con la musica di Ennio Morricone e Bruno Nicolai, i disegni, il canto di Tomas Milian.
il film è il terzo (qui e qui gli altri due) della trilogia western di Sergio Sollima, nel 1968, quando i western italiani erano i più belli del mondo.
l'aria di rivoluzione si respira nel film, Cuchillo è bravissimo e simpatico, onesto a suo modo.
non perdetevelo, non ve ne pentirete - Ismaele





Il ritorno di Cuchillo coincide con il terzo western in pochissimo tempo della coppia Milian/Sollima.Se il primo film di questa ideale trilogia era quasi un pamphlet politico per quanto era rivolto alla situazione politica dell'attualità,qui siamo più dalle parti del western picaresco.Non mancano comunque i riferimenti alle lotte rivoluzionarie che sono insiti nel personaggio di Cuchillo.Pur essendo inserito nel calderone dello spaghetti western si distingue per una certa cura realizzativa che non era così comune quando il genere era all'apice della popolarità e per una sceneggiatura un pò più profonda di quanto imponga il genere.Sollima era poi regista sicuramente con una marcia in più rispetto a tanti anonimi mestieranti del genere pur non raggiungendo le vette dei western di Leone…
Un ladruncolo di buon cuore si lascia possedere dallo spirito della rivoluzione messicana. Inizia così una gara in astuzia e in velocità che giunge sino alla terra dei gringos dove è nascosto un cospicuo tesoro. La fuga con i suoi contrappunti, i sorpassi, le pause, i raddoppi è diretta con grande perizia da Sollima che ha saputo imprimere un ritmo spumeggiante a una partitura inventiva e spiritosa…

…sigla iniziale, con dei disegni notevolissimi che sembrano (purtroppo, e non sono esagerati) tanti "Guernica" dedicati alla rivoluzione citata oltre ad alcune immagini virate in diversi colori di grande fascino. Parte alla grande insomma, e poi prosegue ancora meglio, azione a grandi livelli, scene in campo aperto quasi da colossal per numero di personaggi. Bellissima poi la coralità, sono tanti i personaggi che appaiono a più riprese e ognuno fortemente caratterizzato…



mercoledì 30 agosto 2017

La resa dei conti (The Big Gundown) – Sergio Sollima

un film sul potere, i buoni e i cattivi, il denaro, la frontiera e tutto il resto.
tutto questo non in un noioso saggio, ma in una storia che si fa vedere e godere, attori bravissimi, nelle mani di un grande regista.
in quei tempi erano film normali, oggi mancano film così politici senza volerlo essere.
era l'aria dei tempi, adesso le arie sono diverse, purtroppo - Ismaele




Un western all'apparenza picaresco ma che mostra subito tutta la sua attualità politica. Un bounty killer è incaricato da latifondisti di cercare un peone messicano accusato di avere violentato una ragazza e di averla uccisa. La caccia e l'inseguimento sono spietati ma il cacciatore di taglie scopre che il messicano non è affatto colpevole,è solo un capro espiatorio per coprire le malefatte del figlio di chi lo ha assunto. Duello finale multiplo che è un esplicito omaggio(del resto come anche il resto del film) ai western firmati da Sergio Leone. Il quale dal canto suo ha messo più del cosiddetto zampino nel film. Si respira un aria contagiosamente anarchica e non è neanche tanto velata una critica spietata alla classe aristocratica mentitrice,sfruttatrice ed infingarda. Ed emerge la maschera di Milian che nella parte del ricercato messicano letteralmente ci sguazza,contrapposta all'eleganza senza tempo dei lineamenti di Lee Van Cleef. Forse nulla di originale,ma siamo agli albori dello spaghetti western già reso genere di riferimento dai film di Leone. Qui almeno ci si diverte e non è poco....

Due ottimi protagonisti in forma, ma è la regia che non incanta fino alla seconda parte, dove entra in gioco anche Morricone. Qui il film diventa degno di Leone, anzi, lo supera con la lunga sequenza del fuggitivo braccato fra i canneti e i canyons, meravigliosamente accompagnata dalla musica del Maestro. Per me il miglior pezzo di cinema western mai visto.
Belli e originali i duelli, semplicemente memorabile la battuta finale.

Eccellente western che riprende un fatto avvenuto in Sardegna in quel periodo. Nascita del peone Cuchillo, simbolo del 68 italiano (Lombardo Radice scrisse unas ceneggiatura per un film mai realizzato). Il grande mestiere di Sollima ha una maturità talvolta superiore anche a quella di Leone; l'impianto della storia è solido e i caratteri, pur ipertrofici come si conviene ad uno spag, sono credibili e affascinanti. Milian conoscerà con questo film l'inizio di una stagione d'oro nel cinema di genere. Grandissima musica di Morricone.

La resa dei conti è un perfetto e avvincente western, dove tutto funziona con la precisione di un meccanismo ad orologeria. A cominciare, abbiamo visto, dalla colonna sonora, il cui splendido tema portante (quello cantato nei titoli di testa) ritorna più volte, arrangiato in modo diverso a seconda delle situazioni, nel corso del film. Per proseguire con la caratterizzazione dei personaggi, ciascuno fisicamente e psicologicamente credibile e perfetto nel proprio ruolo, da quelli principali a quelli secondari. Lee Van Cleef, pistolero implacabile e glaciale per eccellenza, assume qui una connotazione psicologica più complessa e differente: è un elegante cacciatore di taglie che lavora più per senso di giustizia che per soldi (caso quasi unico nel western italiano), e che inizia a nutrire dei dubbi sulla reale colpevolezza di Cuchillo, con il quale si instaura gradualmente un complesso rapporto di rivalità e stima nello stesso tempo. Tomas Milian è pienamente a suo agio nei panni del peone messicano perseguitato: avventuriero sempre in fuga e spesso nei guai suo malgrado, è costretto a vincere la povertà con i mezzi che ha a disposizione, ma è a suo modo onesto e non è quel delinquente che tutti vogliono far sembrare. Tutto l’opposto di Brokston, interpretato da Walter Barnes, un attore molto noto all’epoca: losco affarista, simbolo del cinismo capitalista, non esita a perseguitare l’innocente Cuchillo pur di salvaguardare il prestigio della famiglia in vista dei suoi affari, messi a repentaglio dal vero colpevole; si tratta del viscido genero Miller (interpretato da Angel Del Pozo), il quale, sotto le apparenze di uomo raffinato e rispettabile, nasconde una personalità crudele e perversa che lo spinge a violentare e uccidere una ragazzina. Assolutamente originale è poi il personaggio interpretato da Gerard Herter, anch’egli perfetto nel proprio ruolo: si tratta del Barone Von Schulemberg, un ufficiale asburgico al servizio di Brokston, che porta un monocolo, indossa abiti principeschi ed è un cultore delle armi e della musica classica. Anche nell’introduzione di un personaggio di questo tipo si vede la grandezza di questo film: un colpo di genio, all’interno di un panorama già molto variegato, che spiazza lo spettatore inserendo un elemento di novità nel genere western…

The Big Gundown, album-tributo del 1986, è un disco che, a più di vent'anni dalla sua uscita per l'etichetta Nonesuch, è ancora fresco e rivoluzionario.
E' il primo lavoro di John Zorn, compositore, sassofonista e multi-strumentista newyorkese, pubblicato da una major. Questo CD riprende nove motivi di uno tra i più grandi compositori di colonne sonore, Ennio Morricone.
La tracklist, varia ed eterogenea, si apre con il brano "The Big Gundown", dalla OST di "La resa dei conti", uno spaghetti western del 1967 diretto da Sergio Sollima con Lee Van Cleef e Tomás Milian.
Seguono altri pezzi molto belli come "Peur Sur La Ville", "Poverty", "Milano Odea", "Erotico", "Metamorfosi" e alcuni temi principali delle colonne sonore più note di Morricone come la "Battaglia d'Algeri", "Giù La Testa", e una struggente "C'era Una Volta Nel West" con cui Zorn chiude questo magnifico tributo.
Trova spazio in questo disco anche una composizione originale del sassofonista newyorkese che amplifica la carica sperimentale espressa nei brani del maestro romano.
Tutta la crema dell'avanguardia dell'epoca poi, sfila nelle formazioni che si alternano nei singoli brani, da Bobby Previte a Cyro Baptista, da Bill Frisell a Arto Lindsay e Tim Berne, assicurando all'opera una molteplicità di timbri e colori.
Zorn, in questo frangente alle prese con delle composizioni non sue, distrugge e ricostruisce i brani scelti, spaziando tra diversi stili.
Musica sperimentale, classica, bebop, folk giapponese, rock, country e jazz si incontrano e si fondono in questo album, creando un suono che ha la propria forza nella massima libertà d'espressione, priva d'ogni limite ed etichetta.
La struttura originaria dei pezzi non viene alterata ma piuttosto rafforzata.
Ogni tema è restituito fedelmente e al contempo, completamente stravolto, ma sempre con maniacale attenzione filologica: ad esempio nel brano che dà titolo all'album, dopo sei minuti, si ascolta un breve accenno a "Per Elisa" che nel film scandisce la fasi finali di un duello.
Impossibile poi non apprezzare la japan version di "Giù la testa", il soul-jazz di "Erotico" con John Patton all'organo Hammond e la posseduta vocalità di Diamanda Galás in "La classe operaia va in paradiso".
Senza dubbio, si può affermare che The Big Gundown è un disco bello, la cui forza sta nella varietà degli stili e dei suoni anche se ostico per l'ascoltatore poco abituato a causa di certe "gratuità rumoriste" proprie della poetica sonora dell'autore.
Elio Marracci

This perhaps isn't the best known spaghetti western but I have to say that it's absolutely one of the better and more enjoyable ones that I have ever seen! 

Like basically all genre examples, it has a pretty simple and straightforward main story in it but it however are all of the little details and nuances in it that help to make this movie an effective one. And even while the main story itself is pretty simple it still manages to find a pretty original approach to things, which also indeed lets this movie work out as a pretty original one within its genre. 

It's basically one long chase movie, involving a cat and mouse game between an unofficial lawman played by Lee Van Cleef and a Mexican peasant played by Tomas Milian, who is accused of raping and killing a 12-year-old girl. Of course nothing really ever goes as planned and also not everything is what it seems, which means that the story has some interesting changes in it at times and a good chemistry and relationship between its two different main characters…

mercoledì 9 agosto 2017

Il diavolo nel cervello - Sergio Sollima

peccato che Tino Buazzelli sia apparso così poco nei film italiani, qui è davvero bravo.
la sceneggiatura, oltre che di Sollima, è di Suso Cecchi D'Amico ed è davvero densa di colpi di scena, in un film che non si può rinchiudere in un genere (e meno male).
qualsiasi riassunto toglierebbe la sorpresa, guardate il film, è tempo ben speso, e poi ci risentiamo - Ismaele


QUI il film completo





Intrigante giallo psicologico che sfrutta al meglio una sceneggiatura molto ben scritta in cui i flashback non sono stati inseriti per ambizioni virtuosistiche da parte di Sollima ma sono funzionali allo sviluppo dell'intreccio giallo e la definizione del carattere dei personaggi che come ci vuole indicare la mano protesa nella locandina sono sei figure che girano intorno a degli interrogativi o per meglio dire sono loro stessi degli interrogativi…

Ottimo giallo. Ben scritta la sceneggiatura ricca di colpi di scena. Ottima la Sandrelli al tempo stesso bambina e donna sensuale (il suo nudo integrale), straordinaria la Presle suocera, monoespressione Dullea (ma ben doppiato) e "Nero Wolfe" Buazzelli insolito ma ottimo psicologo-detective; c'è pure la De Santis cameriera. La strana coppia detective piace, il finale ricco di tensione viene ben costruito a partire dalla scoperta dell'omicida. Un bel film, diverso dagli altri gialli dell'epoca.

…In this same way, Devil in the Brain deals with rationalization and denial. Sandra, in her infantilized state, denies anything is wrong, that she has any family aside from her mother, and that everything is just hunky dory. The Contessa denies that this situation is something she can’t handle. Further, she denies to herself that the killer could have been anyone other than little Ricky. She rationalizes that sending Ricky away is a great solution to this problem, as was covering up not one but two murders. Oscar (Keir Dullea) plays the old friend who returns from Venezuela to find the unrequited love of his life a devastated mess and his best friend dead. He rationalizes that developing a romantic relationship with Sandra at this moment in time is okay, because this is his big opportunity to start over with her (some would call this manipulation, but there you have it).
He also denies every explanation that his friend Dr. Emilio Buontempi (Tino Buazzelli) gives for what’s actually going on. This is despite the fact that Oscar called Emilio specifically to help him figure everything out. Oscar doesn’t actually want the truth. He wants this fantasy that he can control, even though, as he eventually finds out (and characters in situations like this always find out), the truth is something which can’t be contained. Emilio and Ricky are the only two characters in the film who are actively interested in the truth (of course, the film, as with all gialli, plays it a bit fast and loose with actual psychological theories), who don’t wear blinders like the others, although the two are also opposites in that Emilio is vocal about it and Ricky keeps it all locked up inside himself…
Sollima didn’t direct very many films. His career is split fairly evenly between theatrical and televised fare. Devil in the Brain is not what anyone would consider a technically outstanding movie, but it is solid in its craftsmanship. Where the film stands out is in its story, not its style. It’s difficult to even consider it a giallo, because it doesn’t wallow in the genre’s typical stocks in trade. There is no black-gloved killer careening through the cast of characters (in fact, there are only two murders in the film, only one of which the audience gets to see, and it isn’t gratuitously violent or stabby). There is no real sleaze to speak of. What nudity there is doesn’t feel immoderate. Instead, this is a well-written, well-thought-out story about repression and obsession and the consequences of both. It’s a film about characters and the self-destructive desires they have to cling to in order to give their lives meaning. Because without these things, ultimately, they have nothing (or, at least, they believe they have nothing).


domenica 9 luglio 2017

Faccia a faccia – Sergio Sollima

il film è del 1967, appare il branco selvaggio, che poi Sam Peckinpah riprende nel titolo di "The wild bunch", nel 1969.
in quegli anni in Italia si giravano capolavori, questo è uno di quelli; Sergio Sollima, Sergio Leone e Sergio Corbucci (che coincidenza, tutti e tre Sergio) hanno firmato capolavori straordinari, film perfetti.
Gian Maria Volonté e Tomas Milian sono eccezionali, è cinema politico e western, si sentiva aria di rivoluzione, la musica di Ennio Morricone.
Faccia a faccia è Cinema, vogliatevi bene, (ri)guardatelo, è tempo guadagnato - Ismaele




Chissà che Sollima figlio non abbia pensato alla trilogia western del padre leggendo, e poi mettendo in scena, Suburra. C’è una linea inquietante, fatta di sangue e violenza, che lega periodi storici e luoghi profondamente diversi tra loro, come a sigillare una certa ridondanza di errori nei comportamenti umani. Quando la civiltà si trasforma in una giungla, i professori si tramutano in bruti; come il Sebastiano di Suburra, così il Brett Fletcher di Faccia a faccia. Pur con percorsi e approdi differenti (e anche interpretazioni, oserei dire), entrambi i personaggi si confondono in un mondo a loro estraneo che li risucchia nel vortice di violenza e li intrappola. Brett osserva le leggi del selvaggio, rimane affascinato dalla sensazione di potere che può dare un’arma tra le mani, impara ad amare la morte e ad odiare il senso di colpa. Ma la giungla ha anch’essa una morale che non è così facile da apprendere come il premere un grilletto o il mirare al cuore di un nemico; e a differenza di Sebastiano, che sporcandosi le mani acquisisce il pass per le porte dell’inferno, Brett ha un pegno da pagare e un destino da affrontare, perché l’inferno non è ancora giunto nel suo mondo. In fin dei conti, Brett Fletcher ha solamente sbagliato epoca.

vediamo un discorso politico - forse una riflessione sulle ingiustizie sociali e sul ruolo della sinistra - ma è condotto con intelligenza e non è la solita tiritera con morale manichea e scontata.
L'elemento più interessante è il personaggio di Gian Maria Volontè, che interpreta un professore tutto dedito alla cultura e completamente avulso dal mondo che ha attorno a sé. L'imbattersi nel ricercato in fuga (Milian) lo porta abbastanza velocemente a cambiare il suo atteggiamento verso la realtà, sia nel modo di vederla che nel concepire il proprio ruolo verso di essa. Di colpo si sente investito della missione di combattere per i perseguitati e di sradicare l'ingiustizia. Però - attenzione - si ritrova ben presto a giustificare, e persino a lodare, l'uso della violenza a questo scopo. Dice infatti che l'uccidere i prepotenti, anche su larga scala, non è un crimine, ma missione che fa la storia. La sua figura, se per un certo tempo prende gli accenti positivi di chi decide di impegnarsi per il bene, dopo non molto li perde, e assume dei connotati abbastanza opachi o persino inquietanti. La storia è piena, infatti, di torbidi personaggi che hanno compiuto massacri in nome della giustizia e della libertà, non ottenendo nulla di quanto si proponevano e solo facendo scorrere fiumi di sangue. Se il film fosse degli anni '70 sarebbe stata una riflessione quasi scontata, visto appunto il diffondersi del terrorismo dopo il '68. Il fatto però che la pellicola sia del 1967 le dà in questo senso degli accenti quasi profetici, o come minimo rivela lo sguardo acuto e problematico del regista, coautore della sceneggiatura e, si dice, autore del soggetto. Egli colse, credo, ciò che allora stava solo covando nelle menti di certi intellettuali e professori universitari, e che si sarebbe manifestato di lì a poco.
Per il resto, è un film girato bene e agilmente, con padronanza della tecnica e con inventiva…

La nemesi di un quieto professore tisico che, alla ricerca di un clima più asciutto, s'incrocia col mucchio selvaggio di Beauregard Bennet. L'attrazione è reciproca. La superiorità intellettuale di Fletcher si contrappone all'istintività di Boreguard, in un crescendo progressivo che porta alla regressione del primo (la razionalità al servizio del male) e alla crescita del secondo (bandito sì, ma di cuore). È un western atipico e splendido, con un soggetto geniale su personaggi ispirati alla realtà. Il "mucchio" poi è di primissima qualità.

Faccia a Faccia, per merito soprattutto dell'interpretazione dei due grandissimi protagonisti Gian Maria Volonté e Tomas Milian, è uno di quei film che sotto una "facciata" di semplicità, di azione e revolverate fa pensare e pone quesiti semplici quanto efficaci. La pellicola di Sollima va ben oltre il genere, sembra infatti che il western sia solo un pretesto per chiedersi (e chiederci) se effettivamente l'ambiente circostante può influenzare l'uomo che lo abita e se un uomo, con un retaggio particolare (da bandidos o dotto che sia), possa cambiare radicalmente fin'anche ad estremizzarsi. La figura di Fletcher, ex professore malaticcio, timido e impacciato nel selvaggio west è quella più inquietante e più interessante tra quelle rappresentate nel film. Il suo cambiamento è drastico e totale, così imponente da andare oltre a quello dello zotico maestro... probabilmente criminale non per scelta ma per sopravvivenza. E sono proprio la scelta, elemento cardine della storia, e il favore delle circostanze che trasformano il mite professore in spietato bandito, il quale libero dalle restrizioni del mondo puritano e civilizzato può dar libero sfogo alle più recondite intenzioni. Dal'altra parte il bandidos Beauregard Bennet fa da controparte in questo gioco, elevandosi e scegliendo liberamente di abbandonare quei panni, che probabilmente era costretto ad indossare, di spietato pistolero…

Una pellicola ottima, con un cast bene assortito e due protagonisti strepitosi. La regia è attenta e mai banale, spesso Sollima suggerisce piuttosto che mostrare. Se la trama ricorda per tratti tante analoghe situazioni da "spaghetti western", il percorso che porta i protagonisti (Milian e Volonté) ad un radicale mutamento della propria visione della vita aggiunge al film una dimensione morale raramente riscontrabile in prodotti simili. Uno dei migliori western degli Anni Sessanta.

Grandissimo film. La trama bellissima e originale, due protagonisti eccellenti quanto diversi fra loro. Milian serio, i lunghi e nerissimi capelli al vento, gli occhi scurissimi e guardinghi della belva. Volontè mattatore dei dialoghi (in realtà irresistibili monologhi), intellettuale timido, frustrato, violento, folle.
Una regia perfetta racconta una bella vicenda umana senza dimenticare lo spettacolo western, dosando sapientemente le sparatorie. Tutte le sequenze di azione sono girate con maestria, come la rapina al treno, raccontata con poche efficaci inquadrature.
La chitarra di Morricone incalza le scene di tensione, ma ci sono anche sequenze maestose dove la lirica del Maestro vola davvero alto.
Bellissima la prefazione, la sigla, la scena finale. Bellissimo tutto.

Là, in quel West più immaginario che fedele alla Storia, Cinecittà realizza film che, nascosti sotto i modi del genere, vanno spesso a intercettare e esprimere gli umori rivoluzionari e le istanze neomarxiste dei tardi anni Sessanta. In questo di Sergio Sollima un professore tisico e di modi e valori assai borghesi incrocia per caso un fuorilegge che si fa chiamare Beauregard. Succederà che il professore resterà ammaliato dalla carica furente e selvaggia del bandito, lo seguirà, diventerà lui stesso un professionista della violenza. Fino a credersi oltre ogni legge e regola. Borghese e sottoproletario finiscono col cambiare, e con lo scambiarsi i ruoli, in quella che è, in forma di western, una riflessione amarissima sulla violenza rivioluzionaria e sulle manipolazioni da parte delle classi dominanti. Gian Maria Volontè è il gringo convertito alla pistola, Tomas Milian il fuorilegge. Basterebbe la loro presenza a giustificare la visione di Faccia a faccia

…The right mix of style and substance, Face To Face is as much about the relationship that develops between its too leads as it is about shoot outs and horse based chase scenes and for that reason, it's obviously important that the two leads be up to snuff. Thankfully, when you've got actors like Milian and Volonte cast, it's pretty much a given that they will be… and they are. Milian is admirably restrained in spots and wildly manic in others and it's a blast to watch his character's mood shift as the storyline calls for it. Milian has long excelled playing eccentric types and can sometimes overdo it but here, it works. He's perfect in the role and the back and forth between he and the older, wiser and more subdued Volonte provides foundation for Solima to build his story upon. Supporting work from William Berger as a Pinkteron and Nello Pazzafini as one of Bennett's thugs are solid as well, but it's Milian and Volonte that do the bulk of the heavy lifting here, it really is their show the vast majority of the time.
The movie is beautifully shot with stunning cinematography on hand that rivals what you'd see in the lauded Morricone Spaghetti Westerns made around the same time. Long, sweeping shots of the desert landscape are plentiful with close up shots used to highlight action, tension and facial expressions. Given how dusty and earthy the locations used for the shoot really are, there's good use of color here too. Sometimes it's a splash of blood, the aftermath of conflict, but other times it's costume and wardrobe or room décor but Solima and company ensure that there's always something interesting to look at, to keep your eyes busy. But it never distracts from the way that the story is unfolding, the way that the characters are developing or the way that the actors are delivering their very fine performances.
Wrap all of this up in a gorgeous score from Ennio Morricone and it's clear that Face To Face comes out a winner, an underappreciated gem of a western that fires on all cylinders from its crazy and colorful opening credits to its thrilling conclusion.