domenica 28 febbraio 2021

Hold the Dark - Jeremy Saulnier

ambientato fra la neve e il ghiaccio, Hold the Dark segue la scomparsa di un bambino, si teme ammazzato, ma niente è come sembra.

si mettono alla ricerca del bambino, poi del padre e della madre, due ricercatori, uno in divisa, l'altro no.

tanti morti e tanto sangue da riempire l'ampolla di San Gennaro per secoli, fino alla terribile verità.

niente di straordinario, ma Jeremy Saulnier merita sempre di essere visto.

e allora buona visione - Ismaele

 

 

 

Fin dai primi minuti, quando il protagonista Russell Core esita nell’uccidere quegli lupi sospettati di avere ucciso un bambino, comprendiamo infatti che la ferocia e la brutalità su cui è incentrato Hold the Dark non proviene dal mondo animale, ma da quello ben più pericoloso degli umani. Facendo seguito al paradossale concetto espresso già dal titolo, ovvero trattenere quell’oscurità che sembra avvolgere tutto e tutti in uno sperduto paese dell’Alaska, comincia una lenta ma inesorabile discesa negli inferi dell’animo umano, scandita da un’atmosfera tenebrosa, che a tratti sembra quasi sconfinare nel soprannaturale, ed esaltata da improvvise e laceranti esplosioni di violenza…

da qui/

 

Hold The Dark es una obra compleja que presenta todo lo mejor y peor del realizador. A veces, el ritmo puede resultar algo cansino pero no empaña el trabajo general que necesita de esa pasividad narrativa para ir erigiendo el drama hacia un punto álgido. El film de Saulnier no dejará indiferente a ninguno, lo cual es algo positivo, ya que transmitirá esas inquietudes y el trauma por el que atraviesan sus personajes y dejarán al espectador en un estado de confusión que se irá despejando a medida que nos sumerjamos en ese panorama solitario y esa atmósfera salvaje.

da qui

 

La incapacidad de leer con claridad, de entender las motivaciones últimas que dominan a los personajes. ¿Es Hold the dark, después de todo, una película sobre el perdón y el amor? ¿Es posible perdonar aquel crimen tan horrendo que ha desatado decenas y decenas de cadáveres secundarios a su alrededor? ¿Quiénes son los héroes, quiénes los antagonistas, quiénes las víctimas? Y lo que sin duda es más importante: ¿Tiene sentido alguno formularse cualquiera de estas preguntas en el universo de Saulnier o, muy al contrario, lo único sobre lo que se levanta esta obra es, precisamente, ante la dificultad de juzgar? ¿Juzgar a quién y bajo la ley de qué dioses? Desde aquí, sin duda, la película acaba siendo un excepcional ejercicio reflexivo, un sólido reto que se apoya en la fuerza —pero también en la aparente distancia— de sus imágenes. Lo que después decida hacer cada mirada con todo ese material, a la postre, no es problema del director. Quizá volver corriendo a practicar el viejo y siempre satisfactorio binge watching. Quizá.

da qui

 

…la verdadera vedette de Hold the Dark es la sublime e inconformista ejecución de Saulnier, aquí confirmándose como un maestro de la progresión retórica apesadumbrada y enfatizando que no depende sí o sí de aquel humor negro de antaño porque la seriedad del opus que nos ocupa no admite otro lenguaje que el del terror metafórico y gore, donde los ingredientes involucrados terminan sujetos a la furia impiadosa del discurrir de las balas y la sangre (cualquier otro director simplemente transformaría el relato en un western sádico).

 

Llama poderosamente la atención la idea principal de la propuesta, eso de sopesar al filicidio como el orden natural de una sociedad o un ecosistema en crisis, mecanismo bien sincero en lo que respecta a impedir que futuras generaciones crezcan enfermas de odio, dolor o hambre: el vínculo con un saber primordial mucho más antiguo que las estúpidas sociedades occidentales actuales en esta oportunidad toma la forma de una parábola doble animal/ indígena que no obstante tiene el mismo rostro, el de una naturaleza indomable que se purifica bajo sus propias reglas y a pesar de los patrones de conducta de las comunidades y toda la pantomima consuetudinaria de turno. Resulta muy interesante el contrapunto entre una Slone que se desembarazó de su criatura para ahorrarle sufrimientos y un Core que se encuentra distanciado de su hija, una docente de antropología en la Universidad de Anchorage, y deseoso de reconstruir el lazo cuanto antes ya que ambos personajes arrastran demonios individuales no identificados del todo que dan cuenta de una energía contenida en el alma de los seres humanos que puede salir a flote bajo el esquema del daño o bajo su homólogo del afecto, representación del temple bipartito de la vida y sus manifestaciones…

da qui

 

…le oltre due ore di proiezione sono contraddistinte da una noia mortale, interrotta occasionalmente solo dallo sbigottimento davanti a massacri, coltellate e pistolettate senza significato.

Bisogna davvero impegnarsi per trasformare un attore come Jeffrey Wright nell’interprete di un personaggio insulso, povero, totalmente disperso in una trama che non sa dove andare a parare. Hold the Dark è riuscito anche in questo miracolo al contrario. Dateci retta, guardate altrove. 

Hold the Dark entra a pieno diritto nella categoria dei film Netflix con grande budget, cast da blockbuster cinematografico, ma pochissima sostanza.

da qui

 

venerdì 26 febbraio 2021

The Hunt - Craig Zobel

con Craig Zobel non sai mai dove si va a parare, meno male.

The Hunt sembra una cosa, poi un'altra, poi un'altra ancora, e sono appena iniziati i colpi di scena.

meglio non sapere niente prima, per non perdere il gusto.

il film è un po' vendetta, un po' nasce da un'equivoco, e dentro c'è una sacco di roba, azione a 100 all'ora, con due eroine femminili, critica e satira politica, i social, umorismo nero e dark comedy, e un altro po' di cose, per non parlare del maialino.

non sarà un capolavoro, ma non ti annoi un attimo, sceneggiatura e regia sono di alto livello, con attori in ottima forma (le due protagoniste Betty Gilpin e Hilary Swank sono davvero formidabili) .

buona divertente visione - Ismaele


 

 

 

il pregio maggiore del cinema serie B (anche di questo prodotto dall'ormai immancabile Blumhouse) è da sempre quello di farsi specchio della realtà e ridefinire continuamente la propria possibile lettura: ma nel caso della caccia all'uomo raccontata da The Hunt non c'è nulla di mitico o universale. Il fulcro del film non è affatto la sopravvivenza delle dodici persone coinvolte - lo si intuisce dal piacere con cui la trama fa fuori nei primi minuti i potenziali protagonisti, a cominciare dal personaggio interpretato da Emma Roberts - bensì lo scontro politico e sociale di cui sono parte.

The Hunt è innegabilmente un film parte di un mondo in cui la realtà è scomparsa, sostituita dalle bolle autoreferenziali e dalle zone di comfort garantita dal web e dalle reti sociali. Lo stesso gioco della caccia nasce dai desideri delle vittime più che dalla volontà dei predatori, ed è frutto della pigrizia con cui le persone anonimamente appartenenti al popolo costruiscono un'immagine del mondo a misura del proprio odio; sul fronte opposto, il piacere della gestione del potere è anch'esso parte di questa pigrizia, come soluzione animalesca a problemi complessi e per molti versi irrisolvibili…

da qui

 

con con lo scorrere dei minuti e delle sequenze assistiamo alla messa in scena di uno scontro non tanto fra cacciatori e cacciati quanto fra verità sempre più difficilmente distinguibili dal falso. Sono le nostre certezze morali ad essere messe in dubbio. Per chi dovremmo “tifare”? Le vittime dopotutto sono persone deplorevoli, ed è facile pensare che senza esse il mondo scorrerebbe più felice verso un futuro di diritti civili, inversione dei cambiamenti climatici, redistribuzione della ricchezza. Ma i carnefici, in teoria dalla parte del giusto, sono pur sempre assassini a sangue freddo che non danno alle loro vittime una reale possibilità di difendersi.
E cosa faremmo, noi, se fossimo al posto dei cacciatori? Se per una volta potessimo dare sfogo all’istinto di mettere da parte ciò che ci rende diversi da razzisti, omofobi, maschilisti, fanatici delle armi? Si può combatterli diventando come loro, oppure questo e gli inevitabili errori del fato ci porterebbero ad essere uguali a loro, senza risolvere i grandi problemi di questo mondo ma addirittura esacerbandoli?...

da qui/

 

Spogliato di ambizioni alte, The Hunt non è comunque privo di un modesto fascino, soprattutto se cercate un survival horror che garantisca ammazzamenti inventivi e improvvisi (è stato classificato R-Rated per un buon motivo). Appare chiaro che Craig Zobel si compiaccia nell’inscenare morti atroci e sanguinarie, che si tratti di sbudellamenti o di corpi che esplodono. Betty Gilpin non è la solita ‘eroina per caso’, riuscendo a bilanciare la giusta fisicità che il ruolo richiede (memore delle quattro stagioni passate sul ring di GLOW) con le curiose espressioni facciali con le quali affronta anche i momenti più splatter e grotteschi (in questo ricorda non poco l’Ash di Bruce Campell), ed è l’unica, assieme a Hilary Swank, a lasciare una qualche impressione in chi guarda. Intorno a lei si muovono in camei rapidissimi Emma RobertsAmy Madigan ed Ethan Suplee, tutti in grado di garantire diversivi moderatamente divertenti.

In definitiva, per qualcosa che avrebbe dovuto essere così politicamente schierato, la vena satirica offerta da The Hunt è poco affilata e irregolare, indecisa su quanto spingere sul pedale del ‘commento sociale’ a scapito dell’intrattenimento, e viceversa.

da qui

 

The Hunt, nonostante sia un film preceduto da polemiche e controversie sulla sua presunta violenza e sulla supposta critica della classe politica attuale, offre un’ora e mezza di puro divertimento con una decina di minuti finali bestiali e noi possiamo solo elogiare questa piccola gemma del genere che, sebbene non contenga nulla di nuovo, fai il suo dovere con sufficiente fiducia nei propri mezzi per acquisire personalità e intrattenere più che degnamente lo spettatore.

da qui

 

…La película, dirigida por Craig Zobel, no se anda con metáforas complicadas y va directo al grano ridiculizando tanto a la derecha oligofrénica contemporánea, repleta de ignorantes del vulgo y las corporaciones que se sumergen en delirios paranoicos permanentes, un egoísmo fanático, la basura religiosa antiaborto y la destrucción de la vida silvestre, como a los payasos que simulan ser “progres” y lo único que dan es risa porque jamás salieron de sus burbujas burguesas patéticas, hablamos de -sobre todo- los snobs de cotillón, las feminazis misándricas, los hipsters y bobitos alternativos de pose, los populistas que la van de “abiertos” pero en verdad son bien intolerantes, los pelmazos huecos de las redes sociales cual ágora omnipresente, los infradotados de la corrección política a los que les interesa nada la cultura y todos los otros imbéciles que ayudan a sostener a gobiernos de demagogos de derecha disfrazados de heterodoxia, hoy por hoy todo un sector en auge al igual que su complemento cual yin y yang, léase los empresarios metamorfoseados en políticos kitsch…

da qui


giovedì 25 febbraio 2021

It Comes at Night - Trey Edward Shults

qualcosa è successo, che non sappiamo, un veleno nell'aria, una malattia, qualcosa che porta alla lotta di tutti contro tutti.

la famiglia è il nucleo da salvare prima di ogni cosa, da fuori viene solo male.

del filone dei film di sopravvivenza, angosciante e claustrofobico.

non sarà un capolavoro, ma riesce a inquietare quanto basta.

buona visione - Ismaele




  Travis è al centro della storia, assurge spesso al ruolo di mdp-narrante, rappresenta quel poco di istinto vitale residuo e si carica sulle spalle talvolta anche il ruolo di mistico-veggente, sia tramite i disegni che, molto di più, attraverso i sogni allucinati che facilmente discendono negli inferi dell’incubo.


La trama si dipana, o collassa, fra le cineree e asfittiche mura della sicura prigione nella quale i protagonisti scelgono di confinarsi. Questa prigionia, è chiaro fin da subito, non promette nulla di buono: non ci saranno eroi sovraumani pronti a salvare l’umanità e nessuna catarsi attende lo spettatore dopo l’impegnativa ora e mezza di It Comes by Night.

Trey Edward Shults organizza questa apocalisse minimalista ignorando gli espedienti più semplici connaturati al genere e rifacendosi a metodi più lenti, insinuanti e ansiogeni.

I pochi brandelli di civiltà che Sarah e Paul cercando di difendere crollano progressivamente aggrediti dagli impulsi sessuali di Travis; si accartocciano sotto il peso delle tenebre di quel lungo corridoio; tremano nei presagi da Cassandra di Paul che, data la sua (ex)professione, ben ricorda cosa sia successo ai Romani; si frantumano nelle visioni e nei disegni di Travis e, a proposito di “disegni”, a chi mastica un minimo di storia dell’arte basterà ricordare il titolo del dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio onnipresente nel film per abbandonare qualsiasi speranza residua…

da qui

 

Although It Comes at Night embraces its share of tropes, it becomes almost impossible to guess where the story is going. 60 minutes into the 97-minute running time, I found myself unable to predict how things would end up – something unusual for a horror movie circa 2017. Shults, appropriating a technique from Hitchcock, peppers the film with red herrings. Some mean nothing but they prod viewers to think and wonder about characters. Clever misdirection keeps us off-balance. The ending doesn’t blindside us but is no less powerful for its inevitability.

It Comes at Night is built on a foundation of mood. The woods are a character. They surround the house providing protection and hiding potential enemies. When the family watchdog scampers off and his barks suddenly stop, only the trees know what has happened to him. The inside of the house is claustrophobic – the diametric opposite of what a “home” should be. Nightmares bleed into reality and, despite Shults’ reluctance to make It Comes at Night about jolts, there are a couple of top-notch jump-scares. The sound department deserves special recognition – the use of sound in this movie, especially the percussive music – is extraordinary…

da qui

 

El director demuestra una habilidad visual para ir generando tensión, creando una atmósfera de claustrofobia constante, con movimientos de cámara lentos y bastantes precisos. La casa situada en un frondoso bosque es otro personaje más de la cinta.
No te cuenta mucho, deja que el espectador se imagine lo que puede pasar, y eso para mí es un acierto. No es una cinta de terror al uso con grandes sustos, sino por el contrario es más terror psicológico. La fotografía, ambientación, música y puesta en escenas son formidables…

da qui

 

It Comes At Night vivacchia di pochi avvenimenti, raccontati in maniera decente ma priva di sussulti, e alla fine viene sepolto da una polverosa patina di noia che non si dissolve neanche nel finale, che tenta anche la carta dello stallo da film western senza risultare in alcun modo interessante. Per questi motivi, il film fallisce praticamente su tutti i fronti, rivelandosi privo di mordente e di sostanza.

da qui

 


La película es una tensión constante, no baja la guardia nunca, tanto en las interacciones entre las dos familias como en las amenazas exteriores que acechan al grupo. Trey Shults Edwards tiene un talento increíble para crear una atmósfera inquietante basada principalmente en no saber nunca que va a venir a continuación. Nunca romperá ese aura de misterio dando explicaciones innecesarias, ni tampoco va a tratar de sorprendernos con un giro poco probable. Esta aparente sencillez narrativa y honestidad en su proceso creativo es precisamente lo que nos sorprenderá y finalmente nos desconcertará más. El objetivo final del realizador es simple y eficaz, sugerir amenazas que, aunque invisibles, se hacen presentes y reales…

da qui



mercoledì 24 febbraio 2021

L’eredità working class del cinema noir - Leonard Pierce

Attualità e fascino del genere cinematografico con più coscienza di classe che sia stato mai prodotto negli Stati uniti

 

Se volete aprire una querelle tra critici cinematografici chiedete a tre di loro di definire il cinema noir. Non avrete tre risposte: ne riceverete una decina, con un gran bagaglio di puntualizzazioni e di sguardi interrogativi. L’etichetta di cinema noir è controversa. Chi faceva quel tipo di film non usava l’espressione «noir», preferendo l’etichetta descrittiva più prosaica di «crime drama». «Cinema noir» è una formula coniata alcuni decenni dopo, quando già si era smesso di girare quel tipo di pellicole, da brillanti critici francesi che pretendevano di capire la cultura americana più dei loro omologhi statunitensi. Quando il termine divenne d’uso comune, scoppiarono subito a gran voce dibattiti sulle caratteristiche dei film che rientravano in quella categoria. Addirittura, per molti il noir non era tanto uno stile quanto un periodo.

Ma una cosa è certa: a rendere questo genere, ormai vecchio di sessant’anni, tanto importante e attraente ai nostri giorni è il fatto che è il genere cinematografico con più coscienza di classe che sia stato mai prodotto in America.

Il Noir si è sviluppato nel periodo postbellico e viene in genere collocato in un arco temporale che va dal 1945 al 1960. Ai nostri giorni, nel XXI secolo, pensiamo a quegli anni come all’età d’oro dell’impero, con le sue tinte di luci al neon di nostalgia suburbana, di conformismo e isteria anticomunista, con l’ascesa del sogno americano. È l’immagine del paese che si è fissata anche nei prodotti culturali che raccontano quegli anni, da Happy Days a Mad Men

Ma la realtà è molto più complessa e oscura. Molti rimanevano esclusi da quella narrativa postbellica di un’America come regno di infinite possibilità. Certo, le realtà delle vite delle persone queer, delle donne e delle persone di colore di solito non compaiono nel cinema di quell’epoca e il noir dovette fare i conti con la censura del codice Hays, il codice di produzione cinematografica che impediva di discutere questi aspetti. Ma il cinema poteva portare in scena la classe, il fondamento dell’analisi materialista del socialismo, l’elemento di base del capitalismo.

Tuttavia lo faceva di rado, con l’eccezione del noir, in cui la classe non era solo una caratteristica essenziale della narrazione ma anche un elemento cruciale per la comprensione dell’opera: la classe plasmava il lavoro di registi e sceneggiatori, dava senso all’origine dell’opera, spiegava la disperazione fatalista e la violenza con cui i personaggi e la trama componevano l’azione. 

Consapevoli di quel che siamo

I più grandi registi del noir spesso si sono trovati a lavorare ai margini, esposti a difficoltà economiche e finanziarie e alla reazione politica. Fritz Lang dovette abbandonare la Germania quando i nazisti si impossessarono dell’industria cinematografica del paese; Orson Welles si ritrovò in balia dei boss dei grandi studios che lo consideravano troppo estremo e stravagante; Jules Dassin andò in esilio in direzione opposta a quella di Lang e lasciò l’America per la Francia dopo esser stato perseguitato per aver fatto parte del Partito comunista. 

Le origini letterarie del noir risalgono ai pulp magazine dell’era prebellica: erano giornaletti a buon mercato, messi assieme frettolosamente per un consumo di massa, stampati su carta di bassa qualità ottenuta dalla «polpa» (pulp) degli alberi – da qui l’origine del nome – scritti da autori sottopagati e di bassa reputazione che a volte avrebbero anche adattato la loro opera al grande schermo. Anche le stelle del cinema noir erano attori spesso al centro di scandali, noti per essere troppo indipendenti o poco collaborativi, oppure considerati privi della celebrità necessaria a sostenere una produzione di grosso calibro. Erano uomini e donne molto ben consapevoli della loro posizione di classe, perimetrata con recinti d’acciaio, all’interno dell’industria cinematografica. E loro stavano dal lato sbagliato. 

Non che tutte le star del cinema noir fossero desperados. Il genere noir, alla pari degli altri generi, era sottoposto ai vincoli del Codice Hays che, sulla base di un moralismo religioso e di una scarsa fiducia nelle menti impressionabili della working class, proibiva la rappresentazione dei criminali come personaggi verso i quali provare empatia e comprensione. E ovviamente i «cattivi» non dovevano sfuggire al giusto castigo. Ma lo status dei film noir, in quanto B-movie girati in studios da quattro soldi, alle spalle di film mainstream considerati più rispettabili, spesso permetteva loro di sfuggire allo sguardo del censore. Così i criminali divennero i personaggi principali e quello che li motivava era sempre la stessa ragione: erano poveri. Erano i perdenti della società, quelli spinti ai margini, gli sfortunati che dovevano fare il colpo che avrebbe permesso loro di farla finalmente finita con la miseria delle proprie vite.

Ma sarebbe un errore credere che questi film facessero passare il messaggio che i soldi sono la salvezza. Nel mondo tragico del noir, non si è mai fortunati e i soldi sono un sogno evanescente. Chi ce li ha è corrotto, compromesso col potere o schiavo della ricchezza. E chi non ce li ha non riuscirà mai a farli. 

Soldi sporchi

Nella spietata lotta di classe del cinema crime, delinquenti, criminali e rapinatori possono anche essere i «cattivi», ma le figure davvero spregevoli sono i ricchi e i banchieri. Perché i personaggi che compiono un furto sono ancora comprensibili, possiamo paragonarci a loro. Ma i ricchi, che siano quelli del mondo che si pretende onesto oppure siano dei furfanti, sono mostri, creature prive di sentimento, icone di crudeltà che per proteggere la ricchezza di cui già dispongono in abbondanza sarebbero disposte al doppiogioco e al patto col diavolo. Si rifiutano di seguire le regole anche quando hanno già truccato il gioco.

Questa dinamica si svolge in maniera eccellente in Giungla d’asfalto, il noir del 1950 di John Huston, in cui l’avvocato Alonzo Emmerich (interpretato da Louis Calhern) ha imbrogliato un gruppo di ladri ed è costretto ad ammettere di non avere il denaro promesso in cambio di un furto di gioielli. Il killer Dix Handley (Sterling Hayden) sogghigna con disprezzo: «Cos’hai dentro? Cosa ti tiene vivo?». Dix è un delinquente brutale, ma riconosce subito in Emmerich qualcosa che è comprensibile a ogni lavoratore: Emmerich è il padrone che ha due facce, quello che vuole prendersi il grosso della fetta senza assumersi i rischi e che li scarica sulle persone che ha contrattato.

Uno dei villain più minacciosi del cinema noir è Mister Brown (Richard Conte) in La polizia bussa alla porta di Joseph H. Lewis (1955). Non si tratta di un killer psicotico, di un enorme bruto o di uno spietato assassino. Brown è il contabile di una organizzazione criminale. Il denaro è sempre avvelenato e i profitti non sono mai puliti. 

La polizia e le donne nel cinema noir

Nel noir la presenza della polizia è controversa. In virtù dei vincoli del codice Hays di rado gli sbirri sono dipinti in maniera deliberata come «cattivi», nonostante fossero anni di forte razzismo e brutalità poliziesca. Molti noir rappresentano gli sbirri come eroi e solo alcuni puristi estremamente rigidi escluderebbero dal canone del noir certi film in cui il protagonista è in qualche modo collegato alle forze dell’ordine. Ma il noir non si è mai trovato a suo agio con i poliziotti e i suoi creatori avevano fin troppa familiarità, anche su un piano personale, con la faccia oscura della legge. 

Alcuni noir, come ad esempio Rapina a mano armata, il capolavoro di Kubrick, usano la figura del poliziotto corrotto; altri film mettono i poliziotti sullo sfondo, come presenze silenziose di un fallimento finale che arriva prima dei titoli di coda per rendere esplicito il destino dell’eroe destinato al castigo. Altri ancora, come Sciacalli nell’ombra (1951) di Joseph Losey (scritto da Dalton Trumbo, uno sceneggiatore nella lista nera del maccartismo) rappresentano i poliziotti come viscidi e prepotenti. 

Ma la maniera più comune di rapportarsi con la polizia è quella di metterla da parte prendendo come eroe un detective privato che agisce in maniera indipendente, di solito un «cockroach capitalist», un aspirante capitalista con le pezze al culo, che sta dal lato delle forze dell’ordine ma non è nelle forze dell’ordine. Il tipo ideale di questo modello è Philip Marlowe, il personaggio ricorrente della narrativa di Raymond Chandler, che disprezza la polizia. Marlowe, interpretato nelle pellicole noir da Dick Powell, Humphrey Bogart, Robert Montgomery e da altri attori dell’epoca classica, non ama gli sbirri e non si fida di loro, nel migliore dei casi li vede come un male necessario, più spesso come piccoli tiranni. Come ha evidenziato il critico marxista Fredric Jameson nel suo libro del 2016 su Chandler, la figura dell’ispettore permette di rifondare il romanzo picaresco, da tempo ormai sbiadito: a causa della sua posizione nella società, l’investigatore privato da solo può formare un ponte tra le fila più basse della working class e i piani alti dei super-ricchi, permettendo al lettore di cogliere le differenze con la propria vita, senza illusioni. Nonostante il noir sia spesso ambiguo nella maniera in cui rappresenta la polizia, non viene mai messo in discussione per chi lavorano davvero i poliziotti.  

Anche la posizione delle donne nel cinema noir è controversa. Ovviamente i film del genere crime erano il prodotto dei loro tempi e pertanto le donne avevano ruoli subordinati come mogli, madri o amanti e non erano mai i personaggi principali del cinema noir (nemmeno dall’altro lato della macchina da presa). L’attrice britannica Ida Lupino in tal senso rappresenta un’eccezione di rilievo e usò i suoi contatti negli studios per diventare una delle prime registe importanti di Hollywood e l’unica ad aver diretto un noir, ma molti film noir adattavano al grande schermo romanzi scritti da donne. Tra le ragioni per cui il cinema noir ha cominciato a perdere il favore del pubblico c’è anche l’ascesa della critica cinematografica femminista della fine degli anni Sessanta e degli anni Settanta, che vedeva la figura della femme fatale – la donna villain, assassina e col cuore di pietra – come uno stereotipo, l’archetipo offensivo della donna come tentatrice che porta sulla cattiva strada, col potere della sensualità, l’uomo innocente dal cuore d’oro. 

Ma questo è solo un lato della medaglia di quel tropo. Forse è altrettanto valido, se non più accurato, vedere nella femme fatale una donna che ha raggiunto lo stesso livello di consapevolezza di classe dei suoi omologhi maschili, nonostante la misoginia montante e le scarse opportunità riservate alle donne dell’epoca. Se la femme fatale usa la propria sessualità come un’arma, è solo perché è l’unica arma che ha a disposizione. 

Per ogni femme fatale rappresentata come poco più di un serpente tentatore in forma umana, ci sono poi personaggi più complessi, psicologicamente più profondi, come la sfortunata Agnes Lowzier (Sonia Darrin) ne Il grande sonno, costretta a scegliere tra half-smart guys, o come Annie Laurie Starr (interpretata da Peggy Cummins) de La sanguinaria del 1950, offesa in maniera figurata e letterale dagli uomini e decisa a restituire quel che ha subito «colpo su colpo». Non è difficile individuare nella paura del cinema noir verso queste donne una forma sublimata di paura verso la classe lavoratrice.

I valori del neorealismo

Se il cinema noir ha un proprio analogo cinematografico questo va cercato in un altro genere tipico di quegli anni, che ha affrontato molte tematiche simili, talvolta presentandole con lo stesso stile, ma in un altro continente: il movimento neorealista nell’Italia del dopoguerra. Entrambi i generi si sono occupati di questioni legate alla classe lavoratrice; entrambi si sono concentrati sulle vite degli oppressi e degli emarginati; entrambi hanno a che fare con una fotografia memorabile, tecniche di ripresa innovative e recitazione spontanea. 

I neorealisti italiani, alla pari dei registi dei crime drama statunitensi, erano spesso su posizioni di sinistra e si interessavano alle persone trascurate da una società che pensava erroneamente di potersi mettere alle spalle la propria storia. Ma in Italia, dove c’era una forte tradizione di sinistra, in un paese meno disposto a cedere di fronte al panico anticomunista, i registi erano più aperti ed espliciti nella loro coscienza di classe e non avevano bisogno di rivestirla con pistole e abiti eleganti da gangster. Ma i messaggi erano chiari in entrambi i generi: le storie delle persone comuni sono più coinvolgenti di quelle degli aristocratici e degli esponenti dell’alta società. La prepotenza è qualcosa di intollerabile, soprattutto quando proviene da posizioni di autorità. E se ti trovi ai piani bassi dell’economia, ci sono poche persone a cui puoi affidarti perché nessuno ti aiuterà. 

Il neorealismo, col suo sguardo sui poveri e la classe operaia, comparso dopo la distruzione del regime repressivo e fascista di Mussolini, emergeva da una posizione sociopolitica in cui era possibile parlare di classe in maniera aperta e mostrare l’importanza della solidarietà e della comunità, anche se alla fine dei conti avevi perso la tua battaglia. Il cinema noir, nel contesto dell’individualismo americano, era costretto ad affidarsi a messaggi in codice e a un senso di sconfitta inevitabile. 

I grandi e i piccoli

All’alba dei radicali anni Sessanta la cultura americana cominciava a dividersi, a spezzarsi in parti contrapposte. I vecchi delinquenti motivati solo dal denaro non sembravano più tanto convincenti e i cattivi dello schermo cominciarono a trasformarsi in creature capitaliste più esistenziali e meno semplici da comprendere: gang erranti di neri in cerca di vendetta, mostri, psicopatici e assassini seriali le cui motivazioni risultavano incomprensibili. C’era meno certezza attorno ai pilastri della società e gli spettatori abbandonavano il realismo alla ricerca di un immaginario d’evasione.

Negli anni Settanta il noir era ormai un relitto del passato. Influenzò i registri più anticonformisti di quel decennio, ma ormai ci si rivolgeva a quei film solo per un atto di omaggio, una parodia o un bizzarro effetto stilistico vintage. Di tanto in tanto quel tipo di cinema segnava un successo (il neo-noir Chinatown di Roman Polanski del 1974 è una delle più feroci messe in stato d’accusa del capitalismo che si siano mai viste in America) ma non si trattava della stessa cosa. Il sistema degli studios era morto, bisognava costruire una nuova industria dell’intrattenimento, i film di genere crime divennero più grandiosi, più epici, e al tempo stesso meno umani. Era insomma più difficile riconoscersi in quei personaggi. Fare un film era ormai un business miliardario, la posta in gioco si alzava, come anche i rientri economici. 

Il noir non è scomparso, ad ogni modo. Ogni tanto ci sono stati dei revival, ma i neo-noir erano operazioni abbastanza esangui, tutte stile e superficie, con un immaginario patinato e ben filtrato, perlopiù privo di coscienza di classe. Gli ultimi crime film dei nostri giorni valorizzano in gran parte la polizia, esibiscono un feticismo per i dispositivi tecnologici di sorveglianza e per l’armamentario militare più costoso. Rappresentano i loro protagonisti come ricchi, eleganti, a loro agio nei piani alti della società, alla pari delle loro vittime. 

Ma alcuni noir ispirati alla vecchia scuola hanno cominciato a fare la loro comparsa in anni più recenti nel cinema internazionale. Pellicole come El aura di Fabien Bielinsky (Argentina, 2005), Mr. Vendetta di Park  Chan-wook (Corea del Sud, 2002) e I fiumi di porpora di Mathieu Kassovitz (Francia, 2000). Magari non replicano il timbro estetico dell’epoca classica, ma sicuramente si ispirano a quella sensibilità di classe. Kelly Reichardt ha anche evidenziato una piccola rinascita del neorealismo con un tocco americano moderno. Allo stesso modo alcuni registi e registe negli ultimi anni hanno riscoperto la ricchezza di significato e il potenziale di un buon crime drama ispirato da un’ottica di classe. Pensiamo ai film di Jeremy Saulnier, a Glass Chin (2014) di Noah Buschel, a Un gelido inverno (2010) di Debra Granik, a Vizio di forma (2014) di Paul Thomas Anderson. 

Fin quando vivremo nel capitalismo, gli artisti più acuti ricorderanno le parole di Luis van Rooten ne Il grande campione del 1949: «Ci sono solo due tipi di persone al mondo: i grossi e i piccoli. Ed è difficile che si possa scegliere da che parte stare». 

 

*Leonard Pierce è uno scrittore e un editor che vive a Chicago. È un attivista dei Democratic Socialist of America e studia l’intersezione tra le politiche di classe operaia e la cultura americana del XX secolo. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è di Alberto Prunetti.

 

da qui

martedì 23 febbraio 2021

Compliance - Craig Zobel

si inizia sorridendo, sembra un filmetto per ragazzi, come tanti, due battute, tre sorrisi, il lavoro da Merdonald.

ancora non sai quale film dell'orrore stai per vedere, non l'orrore dei film pieni di sangue a litri, no, peggio, è "solo" l'orrore quotidiano, l'abusata banalità del male.

obbedire agli ordini è facile, non c'è responsabilità, dire no sembra impossibile, essere scelti come kapò dall'autorità costituita (costituita da chi?) è un onore, collaborare con la polizia è un dovere senza se e senza ma.

Becky è l'agnello sacrificale dell'ufficiale Daniels, come se fosse un test psico-comportamentale, ah, se lo fosse...

un film politico, sull'obbedienza, sul potere, un film che fa star male chi lo guarda, ma è necessario soffrire, per capire.

se resti indifferente, beh!, fatti fare qualche controllo.

buona, imperdibile, visione - Ismaele


 

 

 

Usciti dalla sala sconvolti da quella che potrebbe essere facilmente giudicata come stupidità dei personaggi che reggono la storia, nonché un poco delusi da un finale didascalico che mira a chiudere la storia con spiegazioni non necessarie, ci si ritrova a pensare a quanto la strategia della paura, propagandata con un certo successo anche alle nostre latitudini da media e politica, possa ancora oggi generare mostri anche tra le persone più miti.
Un thriller politico nel senso ampio del termine.

La protagonista Dreama Walker, già co-protagonista della sitcom “Don’t Trust the Bitch in Apartment 23”, se la cava ottimamente nel ruolo di una ragazza sveglia e polemica che si ritrova vittima – a un certo punto asservita – di una vicenda la cui logica le sfugge sin dai primi momenti. Non le è da meno Ann Dowd, qualche ruolo al cinema e soprattutto molto teatro nel suo curriculum, che rende con grande efficacia il personaggio di Sandra nella sua cieca obbedienza che la trasforma da severa gerente a crudele quanto acritica aguzzina...

da qui

 

…Se me hizo bastante difícil digerir lo que mis ojos estaban viendo, pensando constantemente “esto no puede ser real”. No puede haber gente tan sumisa, tan ignorante, con tanto verticalismo y obediencia extrema a la autoridad, sin cuestionamientos, sin el más mínimo reparo por preguntarse si lo que está haciendo es correcto o no.

Cuando termino de ver la película, me dispongo a averiguar sobre el hecho, y no solo el caso es real, sino que esta la filmación original de las cámaras de seguridad del local que lo comprueban. Y eso no es lo peor: hubo 70 casos más en todo Estados Unidos.

A todos los amantes de la psicología esta película seguramente los dejará con la boca abierta, y debatiendo un rato largo.

Las actuaciones son muy buenas y convincentes, y aunque el director no pretende tomar partido emitiendo juicio de valor sobre las personas involucradas, hace un buen trabajo dándonos pequeñas pistas sobre la personalidad de la manager del local, para tratar de entender un poco más.

Una lástima que Compliance haya pasado por debajo del radar casi por completo. Es una de las mayores pruebas que confirman la estupidez humana que vi en cine en los últimos años.

da qui

 

At a fairly early point, director Craig Zobel chooses to reveal that "Officer Daniels" is not a real cop at all (no kidding), but an ordinary guy, flat-voiced, soft-spoken, who's building himself a sandwich in his kitchen. There is no suggestion that he's sexually aroused. He isn't a breather. He walks outside to have a cigarette; reluctant to smoke in the house? His voice is insistent. He creates a scenario in which his fellow cops and the "victim" are searching her house to see if she left the money at home. His description of this search demonstrates how radio drama can be more absorbing than television drama, because we visualize events in our minds that are more real than any film or video could possibly be…

da qui

 

Most of the time, I am irritated when a movie proclaims to be "based on a true story." In many cases, it's a gratuitous marketing ploy. For Compliance, however, it's useful information. Unlike many "based on true stories," this one closely follows the established record. More importantly, without such a disclaimer, the viewer would be inclined toward eye-rolling. The truth can indeed be stranger than fiction and, in this case, were the story to have originated in the imagination of the screenwriter, it could rightfully be criticized as artificial and contrived. But, disturbing and unlikely as it may be, this stuff actually happened, and pretty much as Craig Zobel relates it…

da qui

 

In questa fondamentale pellicola non si raccontano eventi bizzarri o gli strani scherzi che può fare il caso. Qui le parole in sovrimpressione ISPIRATO A FATTI REALI fanno venire i brividi.  E’ un film che resta appiccicato alla pelle, penetra subdolo sotto la cute ed accompagna lo spettatore per giorni e giorni, trasmettendogli tutta la viscida angoscia e l’assoluta impotenza dell’umano.

Craig Zobel sceglie di dirigere senza la minima traccia di enfasi, metafore o virtuosismi registici. Si nasconde dietro la telecamera, svanisce, diventa anonimo, potrebbe non esistere. Ma questa precisa scelta ha un suo senso, oltre ad una ragion d’essere fondamentale. Non la vediamo la sua mano, ma per tutta la durata del film sembra ripeterci:

“Guardate di cosa siamo (in)capaci..”

Dikotomiko non accennerà minimamente ai fatti narrati, perché tra le centinaia di migliaia di nostri aficionados ci sarà di certo qualcuno che deciderà di vedere il film dopo aver letto queste righe. E vogliamo che i suoi occhi siano più vergini dei nostri, davanti a Compliance.

Questo è un film politico, uno dei più politici e radicali degli ultimi anni.

La divisa.

L’autorità.

Il potere.

L’ordine.

Condizionano le nostre vite senza neanche più il bisogno di esserci. Di essere.

da qui 


lunedì 22 febbraio 2021

Censurare significa distruggere - Federico Fellini

La tribuna del cinema, il battagliero periodico dell'Associazione nazionale autori cinematografici pubblica nel suo secondo numero questo articolo di Federico Fellini sulla censura. Pensiamo sia interessante riportarlo in questa rubrica per i concetti espressi, e soprattutto per l'autorevole e polemica figura del suo autore.

La censura è un modo di conoscere la propria debolezza e insufficienza intellettuale.
La censura è sempre uno strumento politico, non è certo uno strumento intellettuale. Strumento intellettuale è la critica, che presuppone la conoscenza di ciò che si giudica e combatte.
Criticare non è distruggere, ma ricondurre un oggetto al giusto posto nel processo degli oggetti.
Censurare è distruggere, o almeno opporsi al processo del reale.
La censura seppellisce nell'archivio i soggetti che vuole seppellire e impedisce loro indefinitamente di diventare realtà. Non importa che quattro o cinque intellettuali si leggano e si scaldino in cuore tali soggetti; essi non sono divenuti realtà per il pubblico, hanno mancato quindi alla vera realtà.
La censura non si giustifica neppure come espressione della volontà di un popolo intero che, considerando di avere superate criticamente certe posizioni e certi rapporti, mette fuori dai propri confini testi e documenti di tale cultura, come chi gettasse dalla finestra i libri che ha già letto e che considera come sciocchi e decaduti.
Fermo restando che non può essere impedita la circolazione delle idee, si tratta di vedere se e in che limite può essere proibita la circolazione ai fatti e forme e stimoli ed esibizioni, visioni e perversioni dell'erotico, del macabro e dell'orrido.
Proibire certi films, per motivi che riguardano forse più la loro stupidità che la loro carnalità, è l'autodifesa che ognuno deve esercitare per poco che tenga a sé. Naturalmente, proibire questi films non sarà un'impresa che potrà bastare a metterci il cuore in pace; si tratterà di andare più a fondo nelle cause di quella stupidità e di quella eroticità e di scuotere l'inerzia che ne è sempre alla base.
C'è dunque non un problema della censura, ma un problema della pulizie e dell'intelligenza.
Il problema della censura cinematografica in Italia, come nel resto del mondo, è tutto contenuto nei termini della circolazione delle idee ed è su questo punto che è un problema attuale e scottante.
Bisogna onestamente riconoscere che il problema della censura cinematografica non sarebbe così importante se si trattasse di battersi per i centimetri di bikini di un'attrice i per il modo di ballare di una "soubrette". A questo proposito si tratta semmai di constatare fino a che punto la censura in tutti i paesi viene allegramente giocata e come essa serva a stimolare la fantasia più morbosa per trovare modi pornografici che non cadano nella lettera dei vari codici. C'è dunque semmai da richiamare l'attenzione sul fatto che la censura in questo campo deve essere intelligente, e ispirata a metodi suscettibili di evoluzione.
Ma il problema della censura è un altro. Per esempio, la censura applicata alle idee è né più né meno che un sistema di violenza sul quale è perfettamente ozioso fare disquisizioni morali.
La censura politica non ha d'altra parte mai portato fortuna a chi se ne è servito per difendersi in mancanza di argomenti. Per quanto riguarda il Cinema, arte espostissima e fragilissima, non dobbiamo d'altra parte avere troppa fiducia nella forza naturale delle idee.
C'è una censura italiana che non è invenzione di un partito politico ma che è naturale al costume stesso italiano.
C'è un atteggiamento italiano, presente in tutti noi, che la censura riflette, ed è il negarci all'autocritica, il credere nel privilegio di essere italiani e nella virtù del cielo azzurro.
C'è, oltre all'orgoglio e all'euforia, o all'eccessiva rassegnazione, il timore dell'autorità e del dogma, la sottomissione al canone e alla formula, che ci hanno fatto molto ossequienti.
Tutto questo conduce dritti alla censura.
Se non ci fosse la censura gli italiani se la farebbero da soli.
C'è poi la censura come strumento politico e ci sono i problemi attuali del neorealismo.
La nota caratteristica del neorealismo è che non solo vuole contemplare il mondo ma anche trasformarlo. Il neorealismo mette in cima al suo programma quella che in fondo è stata, sempre, la forza dell'arte. L'Italia è un Paese estremamente carico di situazioni dolorose o insomma si problemi da risolvere, ed è naturale che qui ci sia più ispirazione per un artista che voglia non solo contemplare il mondo ma, anche trasformarlo. Le opposizioni che gli si fanno riguardano la resistenza di certi ceti a essere trasformati e a rinunciare a certi privilegi. Sarebbe ora che anche il partito che in Italia è alla maggioranza rinunziasse decisamente a certi privilegi. Ma il neorealismo è un movimento che è inserito attivamente nel processo di trasformazione di una società e, nato per la battaglia, non può invocare la via pacifica di altre arti.
Il problema della censura in Italia è il problema del neorealismo nel senso che sta per esserci un neorealismo per ogni partito. Se bisogna ammettere la lotta dei partiti bisogna ammettere la lotta dei neorealismi.
Nel campo cinematografico, una tale lotta finirà probabilmente per essere combattuta con le armi più sleali.
Il problema oggi per l'Italia è di ripristinare dialogo, circolazione, espressione e libertà.


(Federico Fellini, "Appunti sulla censura" in La Tribuna del Cinema, n° 2, agosto 1958)

da qui

sabato 20 febbraio 2021

Dáblova past - Frantisek Vlácil

un altro capolavoro di Frantisek Vlácil, che non ne sbaglia uno.

una storia di diavoli (che non ci sono?), di potere, una ragazza contesa, gelosie, una fotografia di serie A.

cercatelo e non ve ne pentirete - Ismaele


 

 

 

Un gesuita indaga sulla famiglia d'un mugnaio ritenuta ispirata dal diavolo... L'opera che precede Marketa Lazarová è già un grande film. La metafora che lo percorre (il potere spirituale e temporale in opposizione alla sapienza popolare pre-scientifica) è resa con naturalezza (la processione religiosa interrotta dallo scorrere del rivolo d'acqua) e diviene, in parte, apologia del socialismo come redentore laico dell'umanità; un'interpretazione resa, però, più complessa dalla condotta formale e dalla subliminale colonna sonora che arricchiscono la narrazione di echi e anditi segreti.

da qui

 

Século XVI. Um moleiro (Vejrazka) e seu filho Jan (Olmer), passam a ser observados com suspeição por conta de terem, a partir dos rudimentos do primeiro, encontrado um filão de água que se torna cobiçado pela comunidade. Rumores de bruxaria são disseminados pelo regente (Randa) local e um padre (Macháchek).

Marcado por um preciosismo estilístico que se faz presente em sua cuidadosamente atmosférica trilha sonora, por vezes algo excessiva, que se conjuga a um certo estranhamento com que tudo é narrado, como se não deixasse muitas pistas ao espectador, espremido entre o que parece ser a boa fé e os interesses particulares do moleiro por um lado e as suspeitas que recaem, em parte endossadas por uma história tradicional que menciona uma tragédia ocorrida no moinho, incendiado no passado. O virtuosismo da imagem se faz presente em igual medida ao uso enfático da música, através dos ângulos inusitados que cobrem desde as flores jogadas no fundo abismo por Jan, a partir da perspectiva do abismo ou da câmera elevada que apresenta os casais dançando numa festa ou que avançam, como que voando, em direção a porta da casa do moleiro – efeito deveras impressionante quando se pensa que efetivado com grua e não efeitos digitais. A tentativa de representação de planos subjetivos de diversos personagens também fazem parte desse esmero visual, característica gradativamente utilizada com menor ênfase. Destaque para a intensa cena do moinho incendiado, a boa qualidade das interpretações, a maravilhosa fotografia em p&b e a composição do que é enquadrado, já demonstrado a partir dos belos planos iniciais que destacam a miudeza do padre diante da imensidão da paisagem ou a imagem transfigurada de Cristo – sua batina preta e seu tom arrogante sugerem, já a princípio, uma aproximação com o demônio antes por ele que por parte dos rudes trabalhadores.  A vinculação da instituição eclesiástica com os interesses do poder se faz presente, ainda que de forma relativamente dissimulada e lacônica. Mesmo que na superfície sua narrativa possa ser costurada a partir de tais comentários, eles se encontram longe de esclarecer o tom premonitório e sobrenatural que o acompanha do início ao final (o que aconteceu, de fato, com o moleiro, por exemplo?). Sua imagem carregadamente expressionista e simbólica parece influenciada pelo cinema de Bergman. Filmové Studio Barrandov para Ceskolovenský Filmexport. 85 minutos.

da qui

 

The film also features the evocative music of Zdeněk Liška (perhaps the most prolific composer of the Czech New Wave). In this his second of eleven collaborations with Vláčil, his compositions are used sparingly, but to great effect, complimenting but never overpowering a scene. The best example of which can be heard in an amazingly shot celebration and dance sequence at the end of the second act.

The Devil's Trap might not be a masterpiece, but it is still a strong effort, with a fascinating straightforward story and a glorious historical setting captured beautifully by Vláčil's unmistakable visual prowess. A fine work that would also be the perfect starter plate to prepare yourself for the challenging feast of Marketa Lazarová or The Valley of the Bees. It even has an easy to digest running time. It's therefore puzzling why this gem remains largely overlooked and ignored.

da qui

 

 

venerdì 19 febbraio 2021

Donbass - Sergei Loznitsa

una guerra lontana, ma vicina, di cui da si è parlato poco e male, se non per dare la colpa di ogni male alla Russia di Putin.

Sergei Loznitsa cuce degli episodi  come si deve, per fare un film che mostra e dice un po' di cose, per iniziare una guerra ci vuole un attimo, in confronto agli anni e decenni che serviranno, se basteranno, per costruire una pace vera, sopratutto in una guerra come questa, con la puzza della pulizia etnica.

non c'è niente da ridere, solo da soffrire e pensare, gran film da non perdere - Ismaele


 

 

Donbass è un film di menzogne e porte chiuse, pareti, passaggi a livello, posti di blocco. Fratture, separazioni, momenti di stallo. È la frammentazione dell’Ucraina, del Donbass, la moltiplicazione delle forze in campo, dalla milizia popolare all’armata ortodossa, dai cosacchi ai paramilitari ceceni, dalle forze armate ucraine alla guardia nazionale. Una frammentazione che diventa inevitabilmente caos; un caos che diventa inevitabilmente il nucleo narrativo di Donbass, il centro gravitazionale. A (ri)dare un senso e una lettura a questa frammentazione è il rigore geometrico di Loznitsa, la persistenza della sua messa in scena: si veda, ad esempio, la sequenza del secondo bombardamento e dell’agguato notturno, quando oramai combattenti e posti di blocco ci sembrano intercambiabili e sovrapponibili. I mezzi corazzati, le macchine e le tute mimetiche ci restituiscono un magmatico esercito in lotta con se stesso, in uno spaventoso brulicare di fascismi e fascisti – consapevoli o inconsapevoli.

Tragico. Grottesco. Lucidissimo. Ma soprattutto spietato. Il cinema di Sergei Loznitsa, sempre rigoroso nella messa in scena e nella stratificata scrittura, sembra essere (un po’) cambiato dopo Austerlitz. Non nella grammatica, ma nello sguardo. Sono cambiati i suoi personaggi, oramai lontanissimi dall’innocenza di Sushenya (Anime della nebbia). In questo senso, Donbass segna un passo ulteriore rispetto al precedente A Gentle Creature, una resa, una discesa negli inferi di un cambiamento impossibile. Macchina a mano o quadri fissi, con piani sequenza che si dilatano, restituendoci alla fine un mosaico completo e avvilente. E la distanza cercata, trovata e scelta da Loznitsa ci sembra davvero quella giusta, forse l’unica possibile. Forse è la distanza di Sushenya. Lo sguardo di Sushenya.

da qui

 

Quizás el punto débil de Donbass sea ese desamparo como espectador que uno siente al no saber de qué lado ponerse ni saber poner en perspectiva las situaciones (en uno de los momentos de la película a un personaje se le cuestiona de qué lado está: “con los buenos”, será su respuesta como muestra de que ni siquiera muchos de los implicados sabían de qué lado ponerse). Pero en definitiva es el desamparo vital que sienten los personajes de Loznitsa, envueltos en un caos en tiempo real donde las banderas se confunden y no hay más razón que la sinrazón de la violencia y la mentira.

da qui

 

En Donbass han desaparecido muchas cosas, pero lo primordial que ha desaparecido es la humanidad, siendo sustituida por el odio, la humillación, la mentira y la desesperación que hacen mella en unos habitantes que sufren en silencio.

Esta película es un grito desesperado, una ventana abierta de par en par al mundo para dar visibilidad a esta zona, que tapada por otros conflictos como la guerra de Siria, la catástrofe migratoria mundial o, atentados yihadistas, sufre en silencio la brutalidad de un conflicto que se ha llevado por delante su vida, sus ilusiones y su dignidad.

da qui

 

Loznitsa juega con el lenguaje audiovisual para a menudo borrar la distinción entre realidad y ficción. Intenta narrar con el mayor rigor posible las múltiples facetas del conflicto, sin ninguna concesión en cuanto a la crudeza de las imágenes que vemos, pues incluso secuencias a priori más alegres o pacíficas, que nos podrían dar algún respiro, toman enseguida un tono enrarecido y agobiante: véase en este sentido la celebración de una boda. Sin embargo, por otro lado este cineasta sabe hasta que punto puede manipular, o representar este escenario con una mínima estilización para que su efecto de denuncia tenga todo el poderío necesario. De hecho nos queda la duda final, quizá criticable, de si la relativa homogeneidad de pensamiento, ya sea belicista o resignada, de todos los personajes de la historia, es efectivamente la más ajustada a la realidad de un país partido en dos, o si se acerca también a la manipulación para que el espectador se quede con la idea de que no se enfrentan aquí amigos y enemigos, o personas de ideología opuesta, sino que el enemigo y la ideología están por encima de todos ellos y los somete a todos por igual

da qui 


 El guion escrito por Loznitsa está bastante bien trabajado y sus personajes tienen un desarrollo, con unos diálogos en algunos casos largos, y algunos giros inesperados que me impresionaron. El reparto no está mal y cumple, sin ser lo más destacable del proyecto, y me quedo con las actuaciones secundarias del reparto femenino. Se podía haber recortado algo el metraje, ya que me parecen excesivas sus dos horas de duración, pero analizando la película tampoco hay ninguna parte que sobre ( quizás alguna con el ejército ).
Una película que muestra la cruda realidad de lo que sucede en esa zona del mundo, y que puede tener su público, sobre todo los que consideran al director como un cineasta de culto, y a los aficionados al cine de autor con dosis de realidad. Una pequeña joya europea a reivindicar.

da qui