Visualizzazione post con etichetta Pablo Trapero. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pablo Trapero. Mostra tutti i post

mercoledì 28 settembre 2022

Nacido y criado – Pablo Trapero

una famiglia felice, nella capitale, e poi dopo un terribile incidente vediamo solo Santiago, in Patagonia, rifugio dei disadattati, a fare diversi lavori per andare avanti.

Santiago ha dei compagni di lavoro amici per la pelle, ma ha anche dei fantasmi che non lo lasciano in pace.

e poi c'è il telefono, che a volte suona a vuoto, a volte non si riesce a parlare.

e poi Santiago trova il coraggio e parte...

un bel film (come li fa sempre Pablo Trapero), non perdetevelo.

buona (patagonica) visione - Ismaele

 

 

 

Improvvisamente, Nacido y Criado, quarto lungometraggio di Pablo Trapero, cambia spazi e colori: dagli interni caldi e protettivi della vita di famiglia agli esterni freddi ed esposti del profondo sud dell'Argentina, dove ritroviamo Santiago da solo, barbuto e trasandato, operaio sperduto di una sperduta pista d'atterraggio fra le montagne. Un paesaggio dell'anima, deserto e inospitale, battuto dal vento o sepolto dalla neve. La sua unica compagnia sono il collega Robert e l'indiano Cacique, responsabile della torre di controllo. Le donne qui non esistono o quasi.
Santiago lavora e la regia di Pablo Trapero accorda grande attenzione al gesto, spia che il corpo vive anche quando dentro ci sembra d'esser morti. Santiago non parla, e Trapero costruisce per lui un cinema del silenzio eloquente. Spara per cacciare e guadagnare con le pelli, ma anche perché si crede un assassino, responsabile della fine della sua famiglia. Più avanti spara per uccidere i fantasmi che non gli danno tregua…

da qui

 

El personaje de “Nacido y Criado” pasa de una vida suntuosa y tranquila en Buenos Aires al paisaje árido y reiterativo de la Patagonia. Este primer contraste está ahí ante la vista de todos. La cinta comienza con ese preámbulo porteño donde la felicidad de los protagonistas parece estar consumada. En Cineismo.com Marcos Vieytes sostiene que la película podría verse tranquilamente a partir del accidente: “entrar a verla por segunda vez veinte minutos más tarde, justo en el momento del accidente, para comprobar que la trama que va desde ese punto hasta el final no nos deja extrañar en lo más mínimo el
prólogo urbano”. Comparto esa posibilidad, sobre todo porque las escenas iniciales tienen algo de comercial de Ace, con mucho blanco (hasta las ideas de diseño- Santiago y Milli son diseñadores- claman por el blanco); pero también está claro que debemos relacionarnos de alguna manera con el pasado de “Santiago” para entender su silencio y su dolor. Creo que el director Pablo Trapero busca inmiscuirnos en la trama mucho más de lo que nosotros pudiéremos llegar a suponer.
Algunos aspectos del guión parecen un tanto ilógicos o apresurados, pero el cine no tiene porque ser siempre demostrable científicamente, o en todo caso, se atiene a su propia lógica, a sus propios parámetros; no habría modo de explicar a Fellini o a Bergman, o entender a Superman si antes de entrar a una sala no cediéramos un poco en la lógica. Nuestra mente terriblemente humana reacciona y toma en ocasiones el camino menos concurrido, el que nadie sugirió, en lugar de aquel que el común de los mortales hubiese sentido como la vía más cercana a lo previsible, a lo seguro. La decisión de Santiago de “rajar” para el invierno sureño es una metáfora del pretexto, un ardid para no verle la cara al sufrimiento y no aceptar su situación…

da qui

 


sabato 20 maggio 2017

Leonera – Pablo Trapero

ci vuole coraggio a fare un film su una donna che va in galera e lì cresce Tomás, suo figlio che nasce in cella.
ma Pablo Trapero è uno che non si tira indietro, e fa un film grandissimo, che ti cattura piano piano, e come fai a non fare il tifo per Julia e Tomás?
alla fine speri che andrà bene tutto per loro, nonostante tutto.
bravissima Martina Gusman, che ha girato in tutto quattro film, fin qui, con Pablo Trapero.
non perdetevelo - Ismaele
QUI il film completo, in spagnolo




Un film dalle tinte forti sulla maternità e sull'innocenza che convive con il degrado quello di Trapero. Il quale però, forse a causa della coproduzione o perchè ha coinvolto quale protagonista la giovane moglie realmente incinta all'epoca delle riprese, sembra incerto sulla piega da dare alla narrazione finendo con il mescolare troppo piani e offrendo al film un finale tanto 'partecipe' quanto poco credibile nel suo dipanarsi. Resta comunque negli occhi dello spettatore la denuncia di un sistema carcerario che simula umanità (il reparto 'aperto' delle madri) mentre fa sprofondare sia le donne che la loro prole nella progressiva perdita di contatto con la realtà esterna. 
Leonera trova in Martina Gusman un'attrice capace di sostenere con intensità un ruolo difficile che potrebbe essere essere paragonato, ovviamente con le debite differenze, con quello interpretato da Crissy Rock in Ladybird Ladybird di 
Ken Loach. Come la Maggie di quel film del 1994 Julia suscita l'empatia dello spettatore 'nonostante' il suo carattere. Siamo cioè spinti progressivamente a cercare di conoscerla, di comprenderne la sofferenza e le ragioni. Capire perchè ha finito con il trovarsi in quelle situazioni ci aiuta a valutare in maniera diversa il suo agire successivo e ci ricorda che bisognerebbe aver camminato per un po' di km nelle scarpe altrui prima di emettere giudizi radicali.

Se dejaron oír también algunas comparaciones que apreciaron en el tránsito de la protagonista ecos de algún film de Carl T. Dreyer o Roberto Rossellini. Puede sonar algo temerario para los cultores de los cánones cristalizados por el paso del tiempo, pero el trabajo de Martina Gusmán, quien se carga sobre los hombros gran parte de la potencia dramática de la película, está a la altura de la Maria Falconetti de La pasión de Juana de Arco, la Anna Magnani de El milagro o la Ingrid Bergman de Europa ‘51. De todas formas, la sensibilidad del film de Trapero no se cruza, salvo tangencialmente, con la idea del calvario, del martirologio, de la locura o la beatificación.
Por el contrario, la película expone, con crudeza y transparencia, la transformación de una criatura, confundida y desestabilizada luego de un cambio drástico en su vida, en un ser humano con una idea relativamente clara de qué hacer con ella. Conocemos muy poco de la Julia anterior al encierro pero, escapándole a más de un lugar común, la vida en la cárcel no hace de la protagonista un ser ruin o descorazonado sino todo lo opuesto. Allí conoce, quizás por primera vez, el valor de la verdadera amistad junto a otra reclusa, una de las cartas maestras del guión que le da al film una potencia dramática que difícilmente podría desplegar de haberse enrollado en esa trama criminal y judicial que amaga con tomar la posta en un par de escenas.
Julia deja de ser una víctima (de otros, de sí misma) para transformarse en heroína cuando descubre la necesidad de defender incondicionalmente su maternidad, de acompañar esos primeros años de vida de su hijo a cualquier precio. En ese sentido, Leonera es el film de una dupla -actriz y realizador- que confía plenamente en el material que tiene entre sus manos, construyendo como pocas películas argentinas recientes una relación de empatía emocional absoluta con el personaje central. Por esa razón, por haber parido una historia que tiene como motor vital algunos de los sentimientos humanos más básicos sin ceder nunca a la dictadura de la sensiblería y la conmiseración, Leonera ya es un clásico del cine argentino.

domenica 12 giugno 2016

El clan – Pablo Trapero

finita la dittatura militare torna la democrazia in Argentina, la televisione in sottofondo scandisce quei momenti, anche la presentazione del rapporto Nunca más, nel 1984 (alla tv si riconosce, con Alfonsín, Ernesto Sabato).
Arquimedes Puccio, non potendo trafficare con servizi segreti ed esercito, come prima, si ricicla in quello che o sapeva fare, o ha visto fare, nel settore dei rapimenti con riscatto, niente di politico, solo per il suo conto in banca, per la famiglia e con la famiglia.
tutto va per il meglio fino al momento in cui tutto va a puttane, per troppa impunità o troppa sicurezza, e anche il dio dei rapimenti cade, con tutta la famiglia (il suo clan).
gran ritmo, con diversi flashback o flashforward, dipende dal punto di vista.
il protagonista, Guillermo Francella, era Pablo Sandoval, il collega-amico di Benjamin Esposito, ne Il segreto dei suoi occhi.
El clan è un gran bel film, chissà se e quando arriverà in sala da noi - Ismaele






…questo è cinema di rara potenza, che finalmente si misura con un caso (di vera e nerissima cronaca) sconvolgente, con i demoni che stan sotto la civilizzazione e la borghese vita dei suburbia, che non si perde nei narcisismi e negli ombelicalismi di tante cose e cosucce viste anche a questo Venezia Film Festival. E alla fine del press screening, lungo e sacrosanto applauso.
Nell’ultimo anno della dittatura militare (1982), in un regime già vacillante in cui comincia la resa dei conti, Arquimedes Puccio, lavoratore dei servizi segreti con parecchi figli a carico, capisce che è ora di riciclarsi. Di trovare nuove fonti di denaro. Avendo, si immagina, sviluppato un certo know-how durante il regime in fatto di torture, rapimenti di oppositori e altre sporchissime faccende, pensa di mettere a frutto quanto ha imparato mettendo su un’aziendina familiare insieme a un paio di amici. Un’azienda di rapimenti a scopo di lucro. Tutti in famiglia sanno, la moglie, i figli, le figlie. Il rampollo più grande, star della squadra argentina campione di rugby, vien subito coinvolto come braccio destro, incaricato di individuare i bersagli grossi e di far da picchiatore quando occorre. Un paio di loschi figuri, probabilmente pure loro implicati nei servizi, vengono arruolati come manovalanza. Un rapimento, due, tre. Si terrorizzano i familiari degli ostaggi fingendosi un gruppo armato rivoluzionario, si incassano i soldi, si ammazzano i rapiti. Una catena di montaggio del massacro e dell’accumuazione barbara del capitale, il boss e i suoi non si fermano davanti a niente, alla tortura, all’inganno, e intanto in cassaforte i soldi si ingrossano…

Trapero con un’abilità registica accostata spesso a quella scorsesiana, specie per l’avvilupparsi della musica alle scene più coinvolgenti, costruisce un film pieno di ritmo, dal montaggio serrato e costellato da piani sequenza (un po’ il suo marchio di fabbrica), in particolare quello finale mozzafiato che chiude sapientemente una storia dove le angosce sotterranee, controbilanciate dai successi al rugby, dalla freschezza dei ragazzi, da un desiderio di normalità che attraversa tutte le componenti sane della famiglia, alla fine deflagrano tragicamente.
Riflettendo retrospettivamente sulla storia di un paese che ha stentato/stenta ad abituarsi alla democrazia, l’argentino mette in scena i mostri partoriti dalla dittatura, sui quali svetta Arquimedes, mitologico Crono che pur di sopravvivere inghiotte i propri figli.

Un attimo prima di scomparire nel vuoto, il figlio sorride al padre. La vicenda della famiglia Puccio coinvolta nell’organizzazione di una serie di sequestri nell’Argentina degli anni ’80 è nel film di Trapero il pretesto per indagare la fallibilità dei rapporti, o meglio, i ripetuti tentativi di interrompere dei legami di asservimento. La Storia è la scena dalla quale si diramano altri sistemi di influenza che coinvolgono, in un processo di inarrestabile corruzione, il rapporto vittima-carnefice, padre-figlio, famiglia-Stato. Ogni specifico sistema è l’esempio di un servizio dovuto e reso ad un organismo panottico, in apparenza felicemente funzionante (i riferimenti al Kynodontas di Lanthimos sono evidenti) in cui il dettaglio imprevisto inceppa il piano, fa crollare l’organizzazione, affonda il contesto sicuro nel quale ricevere un ruolo…

Buenos Aires, fine anni Ottanta, a cavallo fra la caduta del regime militare e l’avvento di Alfonsin. Una famiglia dall’apparenza tradizionale, tutta a casa e chiesa, è in realtà una banda di feroci criminali dediti ai rapimenti e agli omicidi di ricchi borghesi. Tratto da eventi reali, El Clan, diretto da Pablo Trapero, regista quarantaquattrenne fra i quotati nel mondo latino americano, e coprodotto da Deseo di Almodovar, è una storia – come la definisce lo stesso Trapero – dove «l’incredibile diventa realtà». Il doppio volto della famiglia di Arquimedes Puccio, infatti, ha scosso l’Argentina proprio nel momento in cui il Paese stava per liberarsi dalla dittatura. Il pater familias Arquimedes plagia con sadica nonchalance non solo il il figlio Alejandro, campione di rugby e nazionale dei Pumas, utilizzandone la celebrità, ma anche la moglie e gli altri pargoli, fra cui due femminucce: tutti accettano, come in una sorta di tragica commedia vissuta con passiva normalità, i criminali ordini di papà…

…Nel complesso la Storia dell’Argentina penetra nelle vicende di famiglia Puccio con discrezione e gli eventi salienti di quegli anni sono mostrati prevalentemente attraverso rapidi estratti dai notiziari televisivi o discorsi ufficiali dei rappresentanti delle istituzioni.
Apprendiamo che dittatore Leopoldo Galtieri è stato deposto, poi che il paese è tornato alla democrazia con l’elezione di Raúl Alfonsín, questi inizia un lungo processo di riappacificazione della popolazione con la propria recente storia, grazie anche all’istituzione del CONADEP (la commissione nazionale sulla scomparsa delle persone) e la conseguente compilazione del rapporto Nunca mas (mai più). Il film parte però proprio da quest’ultimo evento, facendo andare la sua storia à rebours, e il fatto poi che gli intermezzi storici siano di così breve durata non facilita ad un pubblico internazionale la perfetta e lineare comprensione dei fatti. Ma d’altronde un eccesso di zelo avrebbe appesantito il film, rendendolo oltretutto indigesto allo spettatore argentino.
È invece proprio limitando gli intermezzi da “bignami storico”, che Trapero lascia emergere con nettezza in El Clan le sue crudeli metafore. Appare chiaro allora che l’attività criminale dei Puccio è stata possibile proprio perché questa si ispirava in piccolo a quanto la dittatura aveva fatto su più vasta scala con il rapimento, la tortura e l’uccisione dei dissidenti politici (i desaparecidos). L’omertà che consente poi alla famiglia di sopravvivere e di proseguire con rapimenti ed estorsioni (i figli minori simulano, fino alla fine, di non sapere) è la stessa di un intero paese, che per anni ha tollerato i soprusi del regime, magari anche negandone l’esistenza.
El Clan è dunque principalmente un film su un lungo processo di espiazione e di recupero del rimosso, sull’elaborazione di un atroce lutto collettivo, che va ben oltre la condanna o la morte dei suoi responsabili.

Trapero recurre en su brioso film a un estilo deconstruido, alternando en la narración brevísimos planos, flashes, del asalto del hogar de los Puccio por unos hombres armados, cuya identidad inicialmente desconocemos, con diferentes secuestros del pasado y momentos de la vida normal de los Puccio, incluido el enamoramiento de Alejandro hacia una chica, Mónica, que por supuesto no sabe nada de lo que hace el otro. Llegado cierto punto de inflexión, el epílogo que podría describirse como judicial, aunque suponga cierto cambio de tono, está perfectamente imbricado en la trama, hasta conducir a un poderoso y abrupto desenlace, donde el espectador tiene la sensación de haber recibido un tremendo puñetazo en el estómago.


sabato 8 dicembre 2012

Elefante blanco – Pablo Trapero

film ambientato in una Villa miseria di Buenos Aires, al centro una parrocchia fatta di gente che si sporca le mani, senza guardare a convenienze e gerarchie, ecclesiastiche e politiche.
e alla fine questo si paga.
dei tre attori principali sono grandi Ricardo Darín e Martina Gusmán (già insieme in "Carancho", sempre di Pablo Trapero), non (mi) convince Jérémie Renier, bravissimo attore in diversi film coi fratelli Dardenne .
musiche di Michael Nyman, riconoscibili e perfette.
non è perfetto, ma è un gran film, non delude, promesso - Ismaele 




Il regista Pablo Trapero (Mundo Grua, Carancho, tra gli altri) avvolge lo spettatore con immagini suggestive e poi gli mostra un panorama di squallore inusuale: passa dalla giungla alle favelas argentine, assai meno famose di quelle brasiliane e non per questo meno misere e violente. La storia per quanto interessante non è però la parte più forte, sono i personaggi il fulcro del film, soprattutto il protagonista (Darin, folgorante), straordinario e lontano da ogni cliché. Non c'è forzatura o ricatto emotivo: Julian è eroico, ricco di sfumature e privo della retorica militante. Fa parte di quei preti che lavorano silenziosamente nei paesi del terzo mondo. Che hanno scelto di lasciare il benessere per l'impegno sociale e si sono dedicati ai poveri. Un uomo che ispira rispetto e ammirazione, a cui affidarsi senza remore. A memoria, un prete così al cinema non si vedeva da tanto.
da qui

... Hasta ahora el cine de Pablo Trapero se ha distinguido por su preocupación social y por el tratamiento de temas que tienen que ver con los desajustes y tensiones colectivos, siempre desde una óptica de denuncia pero, al mismo tiempo, resaltando la humanidad doliente de los protagonistas y víctimas de estos conflictos. No se aparta de esta tónica Elefante blanco, aunque a su guión le falten más de dos o tres «reescrituras». En efecto, la estructura del film se resiente porque el relato del «trauma amazónico» de Nicolás y el retorno a Buenos Aires con Julián ocupan demasiado tiempo y un lugar privilegiado al comienzo mismo del film. El espectador tarda en entrar en harina innecesariamente. Por otra parte, la historia de Nicolás, incluyendo el idilio con Luciana, no pasa de ser un tópico como la copa de un pino. La misma interpretación que le presta el actor Jérémie Rénier, el de las películas de los Dardenne, no me resulta nada convincente. La inclusión de la escena de cama me parece igualmente una concesión comercial porque sabido es que tiene morbo ver a un cura yaciendo con una chica.
Hay otro defecto que me parece mucho más grave: la dispersión de temas que acaban por aparecer en el film. La presentación de la «villa» resulta impresionante. Bajo una lluvia torrencial, el plano del perro solo bajo el aguacero, en medio del barro, es patética, una imagen que se te queda grabada. Lo mismo que algunos otros planos-secuencia en que la sordidez del suburbio hace honor al apelativo de «miserable». Pues bien, las subtramas personales acaban por apoderarse del guión provocando un desenfoque del centro de interés (la situación infrahumana) por asuntos de menor cuantía: el romance de Nicolás, la salud de Julián, el caso del drogadicto Monito, las relaciones con el obispo, la represión policial, el homenaje al P. Carlos Mugica (cura villero, asesinado en 1974, al parecer por la Triple AAA, cuyo crimen nunca ha sido esclarecido, al que el pueblo pobre tiene por mártir y santo, y a cuya memoria Pablo Trapero dedica el film).
Todo este solapamiento de conflictos acaba por desviar la atención del tema mayor e introduce un cierto desbarajuste argumental, restando fuerza y contundencia a la denuncia de una situación intolerable de incuria, abandono y pobreza extrema. En este sentido, el film pierde valor testimonial para ocuparse de «asuntos particulares». Y es lástima, porque a ratos respira una gran autenticidad e impacta en el espectador, incapaz de sustraerse ante semejante panorama.
Con todo, esta obra irregular y algo desequilibrada confirma la valía de Trapero como cineasta muy capaz de proporcionarnos imágenes imborrables (magnífica la fotografía de Guillermo Nieto). También su sensibilidad y su opción por las víctimas sociales queda acreditada y refrendada. Su punto flaco ha sido en esta ocasión un guión no especialmente afortunado. Ricardo Darín y Martina Gusmán están muy bien en sus respectivos papeles, eminente el primero en el personaje de un cura que, como dice el personaje, aspira no sólo «a morir por los pobres sino a vivir con ellos». La música de Michael Nyman pone su granito de arena y contribuye a mejorar el resultado final.
da qui

Muchos de los que hayan leído la sinopsis de “Elefante Blanco”, se habrán preguntado cómo Pablo Trapero ha conseguido financiación para una película con semejante argumento: unos sacerdotes católicos luchan por construir unas viviendas para los más desfavorecidos en una zona marginal de Buenos Aires. Y la verdad es que no ha debido ser fácil, a tenor de la infinidad de nombres de organismos y productoras que desfilan en la gran pantalla justo antes de los títulos de crédito iniciales. Supongo que el cineasta argentino ha debido ser un factor determinante a la hora de poner a tanta gente de acuerdo; igual que la temática escogida habrá sido responsable de que nadie haya querido invertir grandes cantidades de dinero.
Y es que hay directores que saben como removerte las entrañas; que pegan donde más duele; que logran transmitir emociones con una intensidad casi equiparable a la de la propia realidad; Pablo Trapero es uno de ellos. Si ya nos conmovió hace un par de años con la magnífica “Carancho”, donde un majestuoso Ricardo Darín se buscaba la vida en los bajos fondos argentinos a costa de las compañías aseguradoras, ahora vuelve a hacerlo hurgando en heridas que llevan atormentando al ser humano desde el principio de los tiempos : la pérdida de la fe y los remordimientos de conciencia…

… el tono de thriller vibrante del conjunto ayuda a la digestión de su compromiso, una opción visual, estética y narrativa en ocasiones cercana a la “Ciudad de Dios” deFernando Meirelles que acerca este “Elefante blanco” a un palco mucho más amplio que el interesado en el drama de denuncia social. En cuanto al tridente central, Ricardo Darín está cómodo, como siempre ─es uno de esos actores que parece que no tienen que hacer el más mínimo esfuerzo para meterse en sus papeles─, el dardenniano Jérémie Renier chirría un tanto desde su forzosa adaptación lingüística, a veces poco natural más allá de lo lógico, y Martina Gusman defiende de modo regular el menos sabroso de los personajes principales. No está mal, pero algo falla.