Visualizzazione post con etichetta animazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta animazione. Mostra tutti i post

sabato 31 maggio 2025

Balentes - Giovanni Columbu

intanto il titolo, la parola balentes riprende il significato originario di uomini di valore, che affrontano imprese difficili e rischiose, non per un vantaggio personale, ma per una legge superiore, che non è quella dello stato italiano.

Ventura e Michele, due ragazzi sardi, intorno al 1940, vogliono evitare che i cavalli vadano a morire in guerra, seguono la legge morale che hanno dentro, e scusate se è poco.

il cavallo è un simbolo di libertà e di vita, dappertutto, e non può essere mandato a morire, in guerra o al palio di Siena (bestemmia?). 

il film d'animazione, girato come agli albori del cinema, sulla base di 30000 disegni di Giovanni Columbu, disegni che vengono "animati", da qui nasce il cinema di animazione!

il disegno è spesso "suggerito", tocca allo spettatore "partecipare" alla storia, dando la propria lettura e visione.

in certi momenti sembra un western, i due balentes potrebbero essere dei giovani indiani d'America, che liberano i cavalli dei soldati che uccidono gli indigeni.

anche il treno sembra un treno del far west, come in certi casi sono i treni sardi.

che sia un treno sardo si capisce dal fatto che trasporta le casse da morto degli uccisi, nell'incivile America gli indiani morti li avrebbero lasciati in balia di avvoltoi e lupi.

Giovanni Columbu racconta che per questo film (eccezionale, se non si è capito) ci sono voluti sette anni di lavoro, mica è un cinepanettone.

se vi volete bene cercatelo e soffrite insieme a Ventura e Michele, nessuno se ne pentirà, vedrete un film che resterà nella storia del cinema.

buona (unica) visione - Ismaele

 

 

Columbu, che viene da una prolifica carriera tra arte, televisione e cinema stesso, si mette alla prova in un formato nuovo e sforna un'opera di folgorante originalità stilistica.
Sue sono infatti le migliaia di disegni, su acrilico e carta, che vengono poi animate al rotoscopio per dar vita a immagini di grande dinamismo pittoriale in bianco e nero. Una tecnica che suggerisce gli eventi più che catturarli appieno, e che gioca con le sagome e le ombre sui paesaggi a contrasto.
Benché riempiano spesso lo schermo attraverso lo spazio negativo, tali composizioni non sono mai inerti; grande merito è anche del notevole lavoro sul sonoro, attento ad accompagnare i dialoghi con un tangibile spettro uditivo elevato al medesimo livello: il vento, il crepitio del fuoco, i passi sul terreno e tutti gli altri elementi del luogo radicano le animazioni in un reale che si costruisce passo passo nella mente dello spettatore.

da qui

 

Ventura e il suo amico Michele corrono, in fuga. Perché il furto di cavalli? Tutto è ammantato di leggenda. I due erano benestanti, non rubavano per il denaro. Forse si trattava di liberare gli animali per salvarli da una brutta fine in guerra, come teme il bambino della famiglia di contadini che ha venduto quei cavalli all’esercito, proprio per poterlo mantenere agli studi, o di rubare ai ricchi per dare ai poveri. Forse proprio per pura “balentia”, la virtù, lo spirito cavalleresco dell’uomo sardo che porta avanti nelle condizioni sociali e ambientali più avverse. Spirito incarnato in questo eroe definito come un “cabaddeddu”, un cavallino, per il suo amore per i cavalli e per il suo portamento. C’è qualcosa di cristologico – ancora per l’autore di Su re – nella morte di Ventura, con le donne velate sarde che lo piangono, intonando gli “attitos”, i pianti funebri. In fondo si tratta ancora di un archetipo declinato nella cultura sarda. La stessa consistenza eterea dei personaggi disegnati prefigura una loro esistenza da fantasmi, o da risorti. I personaggi si muovono in una Sardegna, come il resto dell’Italia, avvolta nelle fosche nubi del fascismo, in una Sardegna interna premoderna attraversata da cavalli e treni a vapore. Per Columbu si tratta anche di un primitivismo dell’immagine in movimento stessa, tra citazioni del Vampyr di Dreyer (la ripresa dal basso del punto di vista di Ventura morto come quella dalla bara di quella pellicola classica, anche riprendendone la musica), tra i cavalli di Muybridge e i treni dei Lumiére, le didascalie, in sardo, da cinema muto, l’iris, le ombre cinesi. Uno scavare fino ad arrivare ai meccanismi primari delle immagini in movimento messi a nudo, righe e cerchi che sono l’intelaiatura grafica dei treni in viaggio. In parallelo con lo scavare nella cultura ancestrale sarda.

da qui

 

…Basterebbero forse i paesani che, non capendo le intenzioni dei ragazzi, li identificano come «senza testa sulle spalle», pensando al loro atto semplicemente come a una bravata, o al massimo come a un furto per necessità. Eppure, a differenza del loro amico che non parteciperà all’azione, ma che metterà loro la pulce nell’orecchio parlando di come il padre abbia dovuto vendere i propri cavalli all’esercito per pagargli gli studi, i due protagonisti di Balentes non sembrano avere problemi economici di alcun tipo. Il loro atto di coraggio è semplicemente figlio di un eroismo poetico e naïf, utopista, visionario, che il film fa proprio nel narrarli nel suo altrettanto coraggioso, altrettanto lirico e altrettanto visionario mosaico di stili animati, e nel suo prodigioso tappeto di suoni, rumori, voci, passi, crepitii, spari e musiche noise straordinariamente ipnotiche e realistiche, così perfettamente complementari all’impressionismo suggestivo e pittorico delle immagini (im)possibili, dei contrasti, delle trasparenze, della fluidità dei movimenti più e meno dinamici di figure a cui non serve un volto, perché il loro volto siamo tutti noi. E poi delle linee, dei cerchi, delle forme ora stilizzate e ora definite. Dei corpi che emergono dal buio come in un prisma di ricordi e di sogni, o forse semplicemente di storie che, dai loro apparenti margini caliginosi e indistinti, contribuiscono a fare la Storia di una famiglia, di un paese, di un’isola, di un popolo, dell’Italia, dell’Europa, forse dell’intero mondo. Elementi cardine di un film, presentato nella multiforme sezione Harbour dell’International Film Festival Rotterdam dopo il primo passaggio in Alice nella Città all’ultima Festa del Cinema di Roma, che testimonia ancora una volta e pure nell’animazione lo straordinario stato di salute che sta vivendo negli ultimi anni il cinema sardo, con Giovanni Columbu intento a passarsi di volta in volta il testimone con Bonifacio Angius e Salvatore Mereu in una piccola Nouvelle Vague isolana fatta di identità e di inquietudine, di antico e di moderno, di malinconia e di orgogliosa appartenenza a una cultura primigenia e proprio per questo così pura e ancestrale. Un cinema che si identifica nel territorio da cui nasce e che si immerge fino alle sue radici più mistiche e profonde, arroccate, tradizionali, magiche, immutabili come gli spiriti. A salvare dall’oblio una memoria familiare, custode di un’intera civiltà, che sarebbe altrimenti andata perduta, e (letteralmente) con le proprie mani consegnarla all’eterno.

da qui

 

…Amassing around 30,000 drawings and paintings over the course of production, Columbu invokes the elemental Sardinian landscape as a series of abstract minimalist visas, sometimes using just the sparest of brushstrokes, or even an entirely blank screen. He also incorporates scratches and stains, inky smudges and runic blotches randomly generated during the animation process into the film’s overall aesthetic, creating a looping, flickering, glitchy feel similar to that of degraded vintage celluloid.

The trade-off for all these arty flourishes is that the narrative thread of Balentes sometimes get a little lost in stylistic swerves and loops: dialogue is fragmentary, the timeline diffuse, naturalistic performances reduced to blocky modernist graphics by rotoscoping and other techniques. But Columbu helps ease this problem with sparing use of explanatory inter-titles written in the Sardinian language, a dialect closer to Latin than modern Italian. In another knowing nod to silent-era cinema, the soundtrack also incorporates elements of Wolfgang Zeller’s mournful orchestral score from Carl Theodor Dreyer’s early horror classic Vampyr (1932). The cumulative effect is a melancholy memory palace of a film that feels both antique and modern, strikingly avant-garde yet hauntingly beautiful.

da qui

 

…La tecnica adottata parte da una ricerca sulle origini dell’animazione, su soluzioni espressive dimenticate o escluse, come i primi esperimenti di fine Ottocento, ma anche dai riferimenti alla pittura iperrealista e all’espressionismo cinematografico. Ogni fotogramma nasce da un’interazione tra gesto impulsivo e forma contenuta, grazie all’uso di mascherature in pellicola plastica che permettono al colore – acrilico – di seguire percorsi imprevisti, restando però nei contorni definiti.

Ne risulta un’animazione rarefatta, dove le figure emergono e scompaiono come fantasmi, attraversando “porte invisibili”, evocando la memoria, la perdita, la persistenza. “L’emozione che si provava allora – racconta Columbu – mi suggeriva che qualcosa non si fosse mai del tutto dissolto”.

Il racconto di Balentes nasce da un ricordo familiare, da un racconto della nonna del regista, che aveva conosciuto uno dei protagonisti: Ventura, detto Cabaddeddu, giovane nuorese dal portamento fiero, appassionato di cavalli. La sua morte, durante la fuga, colpito dai barracelli, è diventata leggenda popolare e oggetto di canti funebri (“attitidos”) che ancora oggi vengono ricordati.

Il film è, al tempo stesso, atto di resistenza artistica e civile: resistenza alla normalizzazione del segno, alla velocità del gesto digitale, ma anche alle narrazioni imposte della Storia. La Sardegna che racconta Columbu è una terra di contrasti – tra tradizione e modernità, natura e meccanizzazione – in cui la memoria non è mai solo evocazione, ma parte viva e politica del presente…

da qui

 

qui un'interessante intervista a Giovanni Columbu

 

 

martedì 21 maggio 2024

Sapiens? - Bruno Bozzetto

Bruno Bozzetto conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere un grande, ottima musica, storie intense, disegni bellissimi.

provare per credere - Ismaele



Le sinfonie di diversi autori di musica classica, Verdi, Chopin, Beethoven, fanno da sfondo a tre cortometraggi dedicati all'uomo e al suo comportamento nei riguardi della natura e della società. Trattano temi diversi, ma il comune denominatore è lo stesso: la prevaricazione dell'essere umano, la violenza e la non accettazione del diverso. La soluzione, per il Pianeta e per tutti gli altri animali, potrebbe essere un mondo senza "Homo Sapiens"? Il film di animazione è firmato dal pluripremiato disegnatore e regista Bruno Bozzetto.


si può vedere qui:

https://www.raiplay.it/programmi/sapiens



domenica 14 gennaio 2024

Il ragazzo e l'airone - Hayao Miyazaki

primo, non è un film per bambini, se anche i grandi ne capiscono poco.

e però forse i bambini godranno di più vedendo il film, loro non si fanno domande su metafore e simbologie.

visivamente il film è una gioia per gli occhi, e le avventure di Mahito sono pari a quelle di Ercole e di Ulisse. 

bisognerebbe vederlo almeno due volte, la prima per gli occhi e la storia, e le altre volte per cercare simbologie e mitologie.

almeno la prima volta godetene tutti.

buona (stupita) visione - Ismaele

 

 

 

…"Non avevo idea di cosa aspettarmi". Scrivo spesso questa frase, ma raramente con la stessa pertinenza riservata a Il ragazzo e l'airone, opera preceduta da una campagna di comunicazione tra le più schive e contemporaneamente affascinanti degli ultimi anni. Campagna, oltretutto, che il sottoscritto ha abbracciato in pieno, rimanendo completamente sorpreso tanto dalla trama quanto dalla struttura di un film misterioso solo all’apparenza, ma in realtà sorprendentemente chiaro, dritto, persino premuroso nell’accompagnare lo spettatore un filo attento lungo il percorso di crescita ed elaborazione del lutto compiuto dal protagonista attraverso una vero e proprio rito iniziatico. Miyazaki elabora un’opera sofisticata e allo stesso tempo accessibile, piena zeppa di simboli, esoterismo e mistero, eppure "calda", concentrata com’è sui suoi protagonisti e sulle emozioni che provano; in definitiva, uno dei migliori Ghibli degli ultimi anni e, forse, di sempre.

da qui

 

Agli appassionati che potrebbero forse desiderare nuova idee-sorpresa, come alla visione di LaputaPrincipessa Mononoke o La città incantata, vogliamo dire che a un maestro del cinema dell’età di Hayao Miyazaki può essere concesso di creare echi tematici e visivi con le sue opere precedenti, come gli uccelli cartacei di La città incantata, la malattia della madre delle protagoniste di Il mio vicino Totoro, il piccolo tunnel, ancora in Totoro, che diviene un grande tunnel dove si perdono i genitori di Chihiro in La città incantata.

Ma questo compendio della sua filmografia, in realtà, per taluni aspetti è il tessuto per creare del nuovo: nel suo viaggio dello spirito e della mente Miyazaki raggiunge David Lynch, riuscendo come lui a fare dell’inquietudine e dell’oscurità, bellezza e dolcezza; dei percorsi qualcosa d’inconoscibile e chiuso (il finale qui non mette fine); l’antro astrale del signore della torre è prossimo alla Loggia nera di Twin Peaks, stanza misteriosa e minuscola che tutto collega e controlla e di confine tra la vita e la morte. E soprattutto i personaggi sono forse doppi, (ir)reversibili e segretamente schizofrenici come in Strade perdute e Mulholland drive: madre e sorella sono forse la stessa persona, così come pure la dolce Himi dai poteri magici e forse addirittura lo stesso Mahito, come sembrano suggerire i nomi della madre morta e del figlio (Mahito-Nihilo).

Gli stati della mente e della psiche si (con)fondono in maniera magistrale con il viaggio al confine tra vita e morte; e inferno, limbo o ade (il non-luogo del dopo morte nel mito greco) trovano una forma meravigliosa e paradisiaca. Aggregando e disgregando le forme dei corpi e della materia, lo spazio e il tempo.

da qui

 

Ma qual è il vero significato dietro Il Ragazzo e l’Airone? La risposta a questa domanda sembra essere tutt’altro che semplice.
Lo stesso Miyazaki, al termine della proiezione di anteprima ha lasciato un messaggio che recitava pressapoco: “Forse non lo avete capito. Nemmeno io lo capisco.”
Le chiavi di lettura per interpretare Il Ragazzo e l’Airone sono molteplici e, indubbiamente, occorrono più  visioni per poter comprendere al meglio alcuni degli aspetti racchiusi al suo interno.

Già a una prima visione, emerge un approccio autobiografico: l’incubo della guerra, l’azienda di famiglia che costruisce componenti per aerei, il rapporto con la figura paterna, persino la visione di un incendio di un ospedale, sono tutti elementi appartenenti all’infanzia del regista. Il titolo originale del film E voi come vivrete?” è proprio il titolo del libro che Miyazaki, come fa il piccolo Mahito nel film, lesse da bambino durante l’assenza della madre, costretta in ospedale per ben otto anni a causa di una grave tubercolosi.

Facendosi carico di questa dimensione personale, l’animatore giapponese sembra volersi identificare con il protagonista e con il suo viaggio che, non a caso, inizia dopo un atto di autolesionismo. La pietra con cui Mahito si ferisce alla testa rappresenta sotto quest’ottica l’atto di Miyazaki di riaprirsi ancora una volta alla creatività e alla produzione di nuova arte nonostante i suoi ripetuti tentativi di ritirarsi. Un atto per lui doloroso ma, in fin dei conti, inevitabile e necessario.

Immergendosi nei suoi ricordi, il regista cerca di fare i conti con il proprio passato e con la sua interiorità, arrivando ad analizzare varie tematiche a lui care e traendo ispirazione da molte opere legate alla tradizione classica e non solo.

Il viaggio per recuperare la zia/madre riporta alla memoria la discesa di Orfeo negli inferi alla ricerca di Euridice e, contemporaneamente, quella di Dante che si addentra nelle profondità infernali (riferimento reso esplicito persino dalla scritta “Fecemi la Divina Potestate” incisa sia sulla porta della torre sia sulla porta dell’inferno dantesco). L’airone , che nella cultura giapponese simboleggia il passaggio verso l’aldilà, rappresenterebbe il personale Virgilio designato per scortare il protagonista lungo il suo percorso.

Un percorso districato tra varie dimensioni temporali e simboliche in cui si mescolano morte e vita e che porta infine alla scoperta della creazione, rappresentata dalla figura misteriosa del prozio di Mahito, il demiurgo al quale è affidato l’equilibrio dell’universo descritto ne Il Ragazzo e l’Airone.
L’uomo, stanco e affaticato e ormai costretto a costruire continuamente nuove forme (definite da lui tredici elementi semplici) sulle quali fondare il proprio mondo, vuole vedere in Mahito un nuovo erede, il sostituto degno di prendere il suo posto.

E così ci troviamo inaspettatamente di fronte a un bipolarismo interiore racchiuso nell’anima di Miyazaki stesso. Entrambe le figure, sia il vecchio che il bambino, rappresentano la personalità del regista giapponese, divisa in un dualismo in costante conflitto. Se da un lato l’anziano vuole che il mondo si mantenga e che la costruzione resti in equilibrio, il bambino desidera invece fuggire e vivere in libertà, lontano dal peso che quel mondo sembra comportare.

La fuga finale nel mondo vero sembra apparentemente dar forza alla componente più infantile del ragazzo, ma la realtà è forse ben più complessa di quanto sembri. Mahito ha infatti afferrato istintivamente uno dei tredici elementi per portarlo con sé, nel suo mondo. Una mancata rinuncia, sottolineata inoltre dalla cicatrice indelebile sulla sua tempia, simbolo dell’atto creativo violento ma necessario al quale sembra impossibile sottrarsi.

De Il Ragazzo e l’Airone si potrebbe discutere e scrivere molto, essendo questa un’opera stratificata su vari livelli e che cela dentro di sé molti significati nascosti, molti dei quali forse troppo difficili da spiegare.
Questo è forse uno degli aspetti più meravigliosi del lavoro di Miyazaki e della sua magia. Quella particolare magia che non si può né spiegare né raccontare, ma solamente imparare a vivere.

da qui

 

Per comprendere la bellezza narrativa dell’ultima fatica del maestro dell’animazione nipponica è necessario partire da un presupposto essenziale: ogni singolo elemento utilizzato e mostrato ha un valore altamente simbolico. Questo vuol dire che ogni cosa è diversa da come sembra ma, soprattutto, ha il compito di dare una forma riconoscibile alle problematiche interiori del giovane Mahito. Il ragazzo, infatti, dopo aver perso la madre in un tragico incendio durante i combattimenti della Seconda Guerra Mondiale, si trova trasportato in un mondo che non conosce e rifiuta. Il padre ha iniziato una nuova relazione proprio con la sorella della moglie. La somiglianza tra le due donne colpisce intensamente Mahito ma, al tempo stesso, lo allontana affettivamente ancora di più evidenziato la perdita della madre.

A questo, poi, si aggiunge anche l’estraneità di un nuovo ambiente in cui è stato condotto per allontanarlo dalla grande città in attesa che la guerra finisca. Tutti elementi disturbanti che nell’animo di Mahito producono un distacco assoluto rispetto a ciò che mostra e ciò che sente. Così, circondato da un mondo di adulti accudenti ma comunque assenti, si trova a dover gestire da solo la complicata elaborazione del lutto e la dolorosa ma inevitabile accettazione della morte della madre.

Un percorso che Miyazaki ha scelto di rappresentare attraverso la costruzione e l’utilizzo di un luogo misterioso come una torre, all’interno della quale è custodito un universo parallelo gestito dalla magia. Il confronto, dunque, tra il mondo magico e quello naturale è evidente. Allo stesso tempo, però, si evidenzia anche un altro rapporto speculare. La torre, infatti, altro non è che la rappresentazione simbolica del tormento emotivo di Mahito. Un mondo interiore che cela a chiunque, forse anche a se stesso, in cui l’unica ragione di vita è la ricerca della madre. Per questo motivo, dunque, il solo modo per poter accettare la realtà effettiva è immergersi completamente in quella emotiva, sperando di trovare la motivazione giusta per tornare a vivere…

da qui


 

>

sabato 2 settembre 2023

Manodopera – Interdit aux chiens et aux italiens - Alain Ughetto

non è facile vedere questo film senza essere commossi e turbati, sopratutto se tuo nonno (insieme ai fratelli) era emigrato in Francia (e poi in Algeria, che era colonia francese) negli stessi anni dell'emigrazione di Luigi Ughetto e dei suoi fratelli.

e tutti erano, horribile dictu, migranti economici.

non si può essere oggettivi nel vedere e nel parlare di questo film, se provi a immedisimarti negli umiliati e offesi di tutto il mondo, i migranti per primi.

Alain Ughetto, discendente di migranti italiano, fa raccontare la storia della sua famiglia dalle sue creazioni artistiche, i pupazzi in plastilina, vive come non mai.

nonna Cesira racconta al nipote tutte le vicissitudini della loro famiglia, comprese le tristezze e i sorrisi, le speranze e le disperazioni, senza dimenticare quelle merde di preti e fascisti.

alla fine sai che hai visto un film politico, di supereroi, di quelli veri, un film imperdibile.

il film miracolosamente riesce ad arrivare in sala in Italia, in qualche decina di copie, non perdetevelo! - Ismaele


ps: sono andato a controllare su 

https://heritage.statueofliberty.org/passenger  quante volte appaiono i seguenti nomi (presi a caso): 

Meloni 479, Salvini  255, Giorgetti 550, Piantedosi 46, in un arco di una cinquantina d'anni, appaiono sui registri di Ellis Island.

i numeri andrebbero moltiplicati per 3, 4, 5 volte, almeno, tenendo conto anche del Brasile e dell'Argentina.

erano tutti esuli politici o migranti economici?

se esistesse l'inferno, tutti quelli che odiano i migranti economici dovrebbero stare in un girone dove la poca acqua sia salata, non ci siano creme solari, né aria condizionata, e nella zona cineforum possano guardare il film di Alain Ughetto e Il cammino della speranza, di Pietro Germi, per l'eternità.

  

 

 

Una storia che, servendosi della stop-motion, si prende la briga di interferire graficamente con la presunta finzione: c’è questa mano del regista che si intromette nella scena fornendo ai personaggi ciò che occorre affinché ci sia un prosieguo. E fa domande e ottiene risposte da un’anima che si materializza donna e madre, quella della nonna Cesira appunto, a cui presta la voce in lingua originale Ariane Ascaride. Ughetto allora crea rotte che solo apparentemente si localizzano nel passato, nella vita di quei nonni che vanno al di là delle Alpi in cerca di una vita migliore e nel marasma della sopravvivenza si premurano, semplicemente, di amarsi. Ci sono morti, lì nei paraggi, ci sono aerei di guerra, politica e fascismo; c’è il disagio di vivere secondo certe regole, ma a emergere, alla fine dei giochi, è la grammatica elementare di un amore che sconfina oltre il tempo e i luoghi. Come dice Cesira, rispondendo alla domanda se le manca o meno l’Italia: “non apparteniamo a un Paese, apparteniamo alla nostra infanzia”, cioè ai nostri ricordi, a ciò che riconosciamo come “casa”. Manodopera, che è costata all’autore ben sette anni di lavoro, affila poche parole e tanti silenzi, mette in scena poesia intarsiata dalla musica delicatissima e leggiadra di Nicola Piovani e, nello spazio che separa il passato dal presente, infila tutti i presenti e tutto il futuro; tutto l’amore e il dolore di chi parte e chi resta e di chi poi eredita quella vita, quel nomadismo, quelle mani sapienti e quella mania di narrare e creare…

da qui

 

 

 

Ughettera alla fine dell'800. Lì vive la famiglia Ughetto che attraverserà, con la propria condizione di contadini ed operai, la prima metà del '900. Vivranno le guerre a cui gli uomini saranno chiamati e saranno costretti dalla povertà ad andare a cercare il lavoro dove c'è, cioè all'estero, dove però si trova anche la discriminazione per i 'macaroni'.


Quella che con un tono altisonante potrebbe definirsi la 'saga' degli Ughetto viene narrata con profonda dolcezza e partecipazione da un discendente.


La Borgata Ughettera non è un luogo immaginario. È una frazione di Giaveno a poca distanza da Torino ed ai piedi del Monviso. È lì che Alain Ughetto, nato a Lione, è tornato per iniziare a ricostruire le vicende che hanno visto come protagonisti i suoi antenati. Non solo la nonna, con la quale intreccia un dialogo ideale grazie alla calda voce di Ariane Ascaride, ma anche coloro che l'hanno preceduta.

Grazie all'utilizzo della stop motion e di pupazzi in plastilina alti 23 centimetri ha raccontato con dolcezza, ma anche con precisione storica, l'Italia di coloro che vennero definiti come gli ultimi. Di quelli cioè di cui lo Stato si ricordava quando doveva mandarli a morire nelle tante guerre che hanno costellato la prima metà del secolo scorso. Salvo poi non offrire loro altro che la strada dell'emigrazione. Un'emigrazione che li vedeva accogliere perché necessari e al contempo respingere con divieti come quello che compare nel titolo che il padre spiega ai figli con una pietosa bugia. Diventa allora indispensabile chiamare il luogo dove si vive 'Paradiso' per conservare almeno la speranza che lo divenga un giorno.

In un film dedicato allo scrittore partigiano e piemontese Nuto Revelli tornano alla mente le parole di un altro scrittore, lo svizzero Max Frisch che, nel momento di massimo afflusso di emigrati italiani nella sua patria, pronunciò una frase destinata a diventare un monito e un'occasione di profondo ripensamento: "Cercavamo braccia. Arrivarono persone".

Persone e braccia che Ughetto sintetizza mostrando la propria mano in azione nel posizionare oggetti o disporre personaggi. Tante sono state le mani che, di generazione in generazione, hanno duramente lavorato in una sorta di passaggio di testimone. Il regista, tra l'altro, ci ricorda che la storia del lavoro già nel passato non era solo legata al mondo maschile. Quando gli uomini erano in guerra toccava alle donne fare anche i lavori più faticosi.

Un film come questo, grazie alla tecnica adottata e ai toni utilizzati, dovrebbe essere mostrato nella scuola dell'obbligo per ricordare a tutti, sin dalla più giovane età, che il passato del nostro Paese va conosciuto e non dimenticato. Anche e soprattutto quando si pronuncia con disprezzo la parola 'migranti'.

da qui

 

 



martedì 28 febbraio 2023

Il Naso o la cospirazione degli anticonformisti - Andrey Khrzhanovsky

difficile classificare un film così, meno male.

è un omaggio alla cultura, la coraggio, alla bellezza, alla musica, a grandi personaggi della cultura russa, da ricordare e frequentare.

tanti momenti del film, diviso in tre parti, sono divertenti, satirici, commoventi.

e tutto a partire dal naso di Nikolaj Gogol e dalla musica di Dmitrij Šostakovic, senza dimenticare Michail Bulgakov e Stalin (e tanti altri).

un film da vedere e rivedere, un film di serie A, senza alcun dubbio.

buona (anticonformista) visione - Ismaele

 

QUI si può vedere il film completo, su Raiplay

 

 

"Il naso" di Gogol non è solo un racconto in cui, partendo dal fatto che un mattino l'assessore collegiale Kovaliòv si ritrova senza più il naso, si innescano vicende surreali. È anche un piccolo ma profondo trattato sulla ricerca della propria identità da parte dell'essere umano. Dmitrij Šostakovic ne colse l'importanza e, nel 1927 iniziò a lavorare ad un'opera lirica ispirata al racconto. Il suo lavoro venne stroncato come formalista dal partito sovietico dei musicisti ed è da qui che prende le mosse il film per descrivere, con grande ironia ma anche con profondo rispetto per le vittime, il terrore staliniano.
Lo fa mettendo in gioco una varietà di tecniche di animazione e di grafiche che lo trasformano in un caleidoscopio di invenzioni che sostengono sia la messa in scena dell'opera sia la presenza di uno Stalin costantemente teso a chiedere 'democraticamente' il parere dei suoi sottoposti. I quali ovviamente debbono uniformarlo al suo.

Khrzhanovskiy, che aveva 14 anni quando il dittatore morì, ha fatto in tempo a respirare quel clima di sottomissione culturale e ha quindi lo spirito giusto per rievocarlo (non dimenticando una frecciata a chi ora detiene da lungo tempo il potere in Russia). Quando un pamphlet per immagini riesce a provocare ad ogni cambio di scena lo stupore misto al ricordo di un testo, di un film, di un quadro significa che si è andati oltre al semplice assunto mostrando e dimostrando quanto sia ancora forte l'impatto che un cinema di animazione, liberato dagli stereotipi correnti, può avere su un pubblico adulto e colto.

da qui

 

Il patchwork di Khrzhanovsky fonde opera e musical con un collage dal ritmo febbrile. La cultura è attenzione all’altro diverso da noi. Il presupposto fondamentale è la pace. In maniera colta e visionaria è ciò che sussurra questo film. Si citano Rossini, Verdi e il suo Rigoletto nella melodia che tanto ricordano gli esperti di Amici Miei. Una pioggia di riferimenti all’arte sovietica dalle parti di cinema, letteratura e pittura bagna tanto la vicenda del Naso come illusione identitaria e sibillina al centro dei totalitarismi, quanto il secondo atto, che vira su Stalin, la sua trojka e lo scrittore Bulgakov. Si percorre allora la via impervia della censura culturale attraverso una curiosa corrispondenza tra il dittatore e l’autore. Potere e burocrazia come simboli di una dittatura, Stalin cartoon diventa satira corrosiva. “Non mi piace fare pressione sulle opinioni altrui”, dirà il dittatore ai suoi sottoposti. L’allegoria musicale su deliri burocratici e totalitari sfocia nella documentazione sui gulag, i campi di detenzione voluti dalla trojka del regime sovietico.
Il terzo atto inizia invece spingendo sulla posterità poiché due dame ottocentesche, dalla balconata di un teatro fanno ironia pungente sul musicista Šostakovič commentandone le foto goffe da uno smartphone…

da qui

 

Il film parte dalla trasposizione di uno dei racconti più famosi della letteratura di ogni tempo, Il naso di Nikolaj Vasil’evič Gogol, portato a teatro come opera buffa in tre atti da Dmitri Shostakovich nel 1930, ed è diviso in “tre sogni” che vogliono dare contezza audiovisuale di “una combinazione di eventi storici, biografie e capolavori di artisti, compositori e scrittori dell’avanguardia russa e del totalitarismo”. In questi tre segmenti dalla struttura variabile Khrzhanovsky utilizza senza nessuna forzatura autoriale svariate tecniche di ripresa che vanno appunto dall’animazione tradizionale, alla CGI, alla messa in scena di ritagli di modellini di carta, dal collage digitale ai colori a pastello e quelli a carboncino fino alle riprese dal vivo che con la loro intromissione servono a destabilizzare ulteriormente un impianto che non vuol cadere vittima della retorica. Perché il rischio, in un film che racconta eventi segnanti come la riproposizione in chiave metateatrale del capolavoro gogoliano in cui un uomo perde il suo naso e lo vede ascendere ad una carriera burocratica, la famosa lettera spedita a Stalin dal drammaturgo Michail Afanas’evič Bulgakov che lamentava l’impossibile circolazione delle sue opere e la parentesi del 1936 vissuta dallo stesso Shostakovich riguardo la stroncatura e censura da parte della Pravda del suo Lady Macbeth nel Distretto di Mcensk, era quello di cadere in una trita apologia della libertà di pensiero…

da qui

 

Ad ogni modo Andrey Khrzhanovskiy non si limita a ripercorrere la vita culturale e politica dell’URSS anni ’20, ’30 e ’40 seguendo il tracciato di un’oscura, spaventosa fiaba, ma vi infila di continuo notazioni ironiche, allusioni colte rivolte ad esempio all’estetica cinematografica di Ėjzenštejn, parentesi non meno rivelatrici come quella dedicata a Bulgakov e al suo controverso rapporto con Stalin. Quest’ultima è senz’altro la miccia dalla cui accensione derivano le conseguenze più rilevanti, graffianti, a livello satirico, allorché a scaturirne è un ritratto del dittatore sovietico e dei suoi meschini tirapiedi, da Ždanov a Vorošilov, da Jagoda a Molotov, così impietoso e sulfureo da stare al passo di un cult movie come Morto Stalin, se ne fa un altro. Altro titolo divenuto a nostro avviso imprescindibile. Similmente ne Il Naso o la Cospirazione degli Anticonformisti farsa e tragedia si mescolano di continuo. Ciò avviene attraverso una ricchezza di riferimenti iconografici difficile da riassumere in poche righe. Facendo cioè volare sia l’immaginazione che le stesse note musicali dell’ardita, complessa fantasmagoria verso vette inusuali; fino a comporre un Requiem per l’Unione Sovietica e per i tanti artisti che ne vennero brutalmente traditi, tale da lasciare un brivido profondo sotto la pelle.

da qui

 

Il Naso o la cospirazione degli anticonformisti di Andrey Khrzhanovskiy è un film che colpisce nel profondo, considerando anche il periodo che stiamo vivendo. Il regista riesce, mescolando abilmente dramma e commedia, a raccontare un periodo non facile per il popolo russo. La prima parte del ‘900 è stata caratterizzata dallo stalinismo e, oltre a tutto quello che può derivare da un regime totalitario, in questo film Khrzhanovskiy mostra, soprattutto, quello che hanno dovuto subire gli artisti dell’epoca. La libertà di espressione (in ogni sua forma) non esisteva e, infatti, numerosi artisti persero la vita. Questo lungometraggio oltre che a far luce su una pagina poco conosciuta e oscura della storia – e che non si dovrebbe ripetere – vuole rendere omaggio alle vittime, in maniera commovente ed originale come si vede nel finale.

La scelta di unire in questo prodotto di animazione foto e video d’epoca, scene di oggi e maestranze che hanno lavorato al dietro le quinte si è rivelata vincente. In alcuni momenti, però, i passaggi mostrati non sono di facile ed immediata comprensione per lo spettatore. Nonostante tutto, per la maggior parte della storia il pubblico riesce a immergersi completamente nel racconto e recepire il messaggio, che arriva in maniera diretta, come un pugno dritto nello stomaco. Doloroso, ma necessario.

Le musiche – tratte anche dall’omonima opera buffa di Dmitrij Šostakovič – sono curatissime e, insieme al ritmo sostenuto, contribuiscono in gran parte alla riuscita dell’opera che si rivela più attuale che mai. Il Naso o la cospirazione degli anticonformisti rivela ancora una volta come l’arte sia sempre un valido strumento per veicolare messaggi importanti e denunciare soprusi e violenze.

da qui