Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
giovedì 11 dicembre 2025
sabato 31 maggio 2025
Balentes - Giovanni Columbu
intanto il titolo, la parola balentes riprende il significato originario di uomini di valore, che affrontano imprese difficili e rischiose, non per un vantaggio personale, ma per una legge superiore, che non è quella dello stato italiano.
Ventura e Michele, due ragazzi sardi, intorno al 1940, vogliono evitare che i cavalli vadano a morire in guerra, seguono la legge morale che hanno dentro, e scusate se è poco.
il cavallo è un simbolo di libertà e di vita, dappertutto, e non può essere mandato a morire, in guerra o al palio di Siena (bestemmia?).
il film d'animazione, girato come agli albori del cinema, sulla base di 30000 disegni di Giovanni Columbu, disegni che vengono "animati", da qui nasce il cinema di animazione!
il disegno è spesso "suggerito", tocca allo spettatore "partecipare" alla storia, dando la propria lettura e visione.
in certi momenti sembra un western, i due balentes potrebbero essere dei giovani indiani d'America, che liberano i cavalli dei soldati che uccidono gli indigeni.
anche il treno sembra un treno del far west, come in certi casi sono i treni sardi.
che sia un treno sardo si capisce dal fatto che trasporta le casse da morto degli uccisi, nell'incivile America gli indiani morti li avrebbero lasciati in balia di avvoltoi e lupi.
Giovanni Columbu racconta che per questo film (eccezionale, se non si è capito) ci sono voluti sette anni di lavoro, mica è un cinepanettone.
se vi volete bene cercatelo e soffrite insieme a Ventura e Michele, nessuno se ne pentirà, vedrete un film che resterà nella storia del cinema.
buona (unica) visione - Ismaele
…Columbu, che viene da una prolifica carriera tra arte, televisione e
cinema stesso, si mette alla prova in un formato nuovo e sforna un'opera di folgorante
originalità stilistica.
Sue sono infatti le migliaia di disegni, su acrilico e carta, che vengono poi
animate al rotoscopio per dar vita a immagini di grande dinamismo pittoriale in
bianco e nero. Una tecnica che suggerisce gli eventi più che catturarli
appieno, e che gioca con le sagome e le ombre sui paesaggi a contrasto.
Benché riempiano spesso lo schermo attraverso lo spazio negativo, tali
composizioni non sono mai inerti; grande merito è anche del notevole lavoro sul
sonoro, attento ad accompagnare i dialoghi con un tangibile spettro uditivo
elevato al medesimo livello: il vento, il crepitio del fuoco, i passi sul
terreno e tutti gli altri elementi del luogo radicano le animazioni in un reale
che si costruisce passo passo nella mente dello spettatore.
…Ventura e il suo amico Michele corrono, in fuga.
Perché il furto di cavalli? Tutto è ammantato di leggenda. I due erano
benestanti, non rubavano per il denaro. Forse si trattava di liberare gli
animali per salvarli da una brutta fine in guerra, come teme il bambino della
famiglia di contadini che ha venduto quei cavalli all’esercito, proprio per
poterlo mantenere agli studi, o di rubare ai ricchi per dare ai poveri. Forse
proprio per pura “balentia”, la virtù, lo spirito cavalleresco dell’uomo sardo
che porta avanti nelle condizioni sociali e ambientali più avverse. Spirito
incarnato in questo eroe definito come un “cabaddeddu”, un cavallino, per il
suo amore per i cavalli e per il suo portamento. C’è qualcosa di cristologico –
ancora per l’autore di Su re –
nella morte di Ventura, con le donne velate sarde che lo piangono, intonando
gli “attitos”, i pianti funebri. In fondo si tratta ancora di un archetipo
declinato nella cultura sarda. La stessa consistenza eterea dei personaggi
disegnati prefigura una loro esistenza da fantasmi, o da risorti. I personaggi
si muovono in una Sardegna, come il resto dell’Italia, avvolta nelle fosche
nubi del fascismo, in una Sardegna interna premoderna attraversata da cavalli e
treni a vapore. Per Columbu si tratta anche di un primitivismo dell’immagine in
movimento stessa, tra citazioni del Vampyr di Dreyer (la
ripresa dal basso del punto di vista di Ventura morto come quella dalla bara di
quella pellicola classica, anche riprendendone la musica), tra i cavalli di
Muybridge e i treni dei Lumiére, le didascalie, in sardo, da cinema muto,
l’iris, le ombre cinesi. Uno scavare fino ad arrivare ai meccanismi primari
delle immagini in movimento messi a nudo, righe e cerchi che sono
l’intelaiatura grafica dei treni in viaggio. In parallelo con lo scavare nella
cultura ancestrale sarda.
…Basterebbero
forse i paesani che, non capendo le intenzioni dei ragazzi, li identificano
come «senza testa sulle spalle», pensando al loro atto semplicemente come a una
bravata, o al massimo come a un furto per necessità. Eppure, a differenza del
loro amico che non parteciperà all’azione, ma che metterà loro la pulce
nell’orecchio parlando di come il padre abbia dovuto vendere i propri cavalli
all’esercito per pagargli gli studi, i due protagonisti di Balentes non
sembrano avere problemi economici di alcun tipo. Il loro atto di coraggio è
semplicemente figlio di un eroismo poetico e naïf, utopista, visionario, che il
film fa proprio nel narrarli nel suo altrettanto coraggioso, altrettanto lirico
e altrettanto visionario mosaico di stili animati, e nel suo prodigioso tappeto
di suoni, rumori, voci, passi, crepitii, spari e musiche noise
straordinariamente ipnotiche e realistiche, così perfettamente complementari
all’impressionismo suggestivo e pittorico delle immagini (im)possibili, dei
contrasti, delle trasparenze, della fluidità dei movimenti più e meno dinamici
di figure a cui non serve un volto, perché il loro volto siamo tutti noi. E poi
delle linee, dei cerchi, delle forme ora stilizzate e ora definite. Dei corpi
che emergono dal buio come in un prisma di ricordi e di sogni, o forse
semplicemente di storie che, dai loro apparenti margini caliginosi e
indistinti, contribuiscono a fare la Storia di una famiglia, di un paese, di
un’isola, di un popolo, dell’Italia, dell’Europa, forse dell’intero mondo.
Elementi cardine di un film, presentato nella multiforme sezione Harbour
dell’International Film Festival Rotterdam dopo il primo passaggio in Alice
nella Città all’ultima Festa del Cinema di Roma, che testimonia ancora una
volta e pure nell’animazione lo straordinario stato di salute che sta vivendo
negli ultimi anni il cinema sardo, con Giovanni Columbu intento a passarsi di
volta in volta il testimone con Bonifacio Angius e Salvatore Mereu in una
piccola Nouvelle Vague isolana fatta di identità e di inquietudine, di antico e
di moderno, di malinconia e di orgogliosa appartenenza a una cultura primigenia
e proprio per questo così pura e ancestrale. Un cinema che si identifica nel
territorio da cui nasce e che si immerge fino alle sue radici più mistiche e
profonde, arroccate, tradizionali, magiche, immutabili come gli spiriti. A
salvare dall’oblio una memoria familiare, custode di un’intera civiltà, che
sarebbe altrimenti andata perduta, e (letteralmente) con le proprie mani
consegnarla all’eterno.
…Amassing around 30,000 drawings and paintings over the course of
production, Columbu invokes the elemental Sardinian landscape as a series of
abstract minimalist visas, sometimes using just the sparest of brushstrokes, or
even an entirely blank screen. He also incorporates scratches and stains, inky
smudges and runic blotches randomly generated during the animation process into
the film’s overall aesthetic, creating a looping, flickering, glitchy feel
similar to that of degraded vintage celluloid.
The trade-off for all these arty flourishes is that the narrative
thread of Balentes sometimes get a
little lost in stylistic swerves and loops: dialogue is fragmentary, the
timeline diffuse, naturalistic performances reduced to blocky modernist
graphics by rotoscoping and other techniques. But Columbu helps ease this
problem with sparing use of explanatory inter-titles written in the Sardinian
language, a dialect closer to Latin than modern Italian. In another knowing nod
to silent-era cinema, the soundtrack also incorporates elements of Wolfgang
Zeller’s mournful orchestral score from Carl Theodor Dreyer’s early horror
classic Vampyr (1932). The cumulative effect is a
melancholy memory palace of a film that feels both antique and modern,
strikingly avant-garde yet hauntingly beautiful.
…La tecnica adottata parte da una
ricerca sulle origini dell’animazione, su soluzioni espressive dimenticate o
escluse, come i primi esperimenti di fine Ottocento, ma anche dai riferimenti
alla pittura iperrealista e all’espressionismo cinematografico. Ogni fotogramma
nasce da un’interazione tra gesto impulsivo e forma contenuta,
grazie all’uso di mascherature in pellicola plastica che permettono al colore –
acrilico – di seguire percorsi imprevisti, restando però nei contorni definiti.
Ne risulta un’animazione
rarefatta, dove le figure emergono e scompaiono come fantasmi,
attraversando “porte invisibili”, evocando la memoria, la
perdita, la persistenza. “L’emozione che si provava allora – racconta Columbu –
mi suggeriva che qualcosa non si fosse mai del tutto dissolto”.
Il racconto di Balentes nasce da
un ricordo familiare, da un racconto della nonna del
regista, che aveva conosciuto uno dei protagonisti: Ventura, detto Cabaddeddu,
giovane nuorese dal portamento fiero, appassionato di cavalli. La sua morte,
durante la fuga, colpito dai barracelli, è diventata leggenda popolare e
oggetto di canti funebri (“attitidos”) che ancora oggi vengono ricordati.
Il film è, al tempo stesso, atto
di resistenza artistica e civile: resistenza alla normalizzazione del
segno, alla velocità del gesto digitale, ma anche alle narrazioni imposte della
Storia. La Sardegna che racconta Columbu è una terra di contrasti – tra
tradizione e modernità, natura e meccanizzazione – in cui la memoria non è mai
solo evocazione, ma parte viva e politica del presente…
qui un'interessante intervista a Giovanni
Columbu
giovedì 22 maggio 2025
mercoledì 23 aprile 2025
mercoledì 12 febbraio 2025
giovedì 23 gennaio 2025
venerdì 24 maggio 2024
martedì 21 maggio 2024
Sapiens? - Bruno Bozzetto
Bruno Bozzetto conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere un grande, ottima musica, storie intense, disegni bellissimi.
provare per credere - Ismaele
Le sinfonie di diversi autori di musica classica, Verdi, Chopin, Beethoven, fanno da sfondo a tre cortometraggi dedicati all'uomo e al suo comportamento nei riguardi della natura e della società. Trattano temi diversi, ma il comune denominatore è lo stesso: la prevaricazione dell'essere umano, la violenza e la non accettazione del diverso. La soluzione, per il Pianeta e per tutti gli altri animali, potrebbe essere un mondo senza "Homo Sapiens"? Il film di animazione è firmato dal pluripremiato disegnatore e regista Bruno Bozzetto.
si può vedere qui:
https://www.raiplay.it/programmi/sapiens
sabato 18 maggio 2024
domenica 24 marzo 2024
domenica 18 febbraio 2024
mercoledì 31 gennaio 2024
martedì 23 gennaio 2024
domenica 14 gennaio 2024
Il ragazzo e l'airone - Hayao Miyazaki
primo, non è un film per bambini, se anche i grandi ne capiscono poco.
e però forse i bambini godranno di più vedendo il film, loro non si fanno domande su metafore e simbologie.
visivamente il film è una gioia per gli occhi, e le avventure di Mahito sono pari a quelle di Ercole e di Ulisse.
bisognerebbe vederlo almeno due volte, la prima per gli occhi e la storia, e le altre volte per cercare simbologie e mitologie.
almeno la prima volta godetene tutti.
buona (stupita) visione - Ismaele
…"Non avevo idea di cosa aspettarmi". Scrivo
spesso questa frase, ma raramente con la stessa pertinenza riservata a Il
ragazzo e l'airone, opera preceduta da una campagna di comunicazione tra le più
schive e contemporaneamente affascinanti degli ultimi anni. Campagna,
oltretutto, che il sottoscritto ha abbracciato in pieno, rimanendo
completamente sorpreso tanto dalla trama quanto dalla struttura di un film
misterioso solo all’apparenza, ma in realtà sorprendentemente chiaro, dritto,
persino premuroso nell’accompagnare lo spettatore un filo attento lungo il
percorso di crescita ed elaborazione del lutto compiuto dal protagonista
attraverso una vero e proprio rito iniziatico. Miyazaki elabora un’opera
sofisticata e allo stesso tempo accessibile, piena zeppa di simboli, esoterismo
e mistero, eppure "calda", concentrata com’è sui suoi protagonisti e
sulle emozioni che provano; in definitiva, uno dei migliori Ghibli degli ultimi
anni e, forse, di sempre.
…Agli appassionati che potrebbero forse
desiderare nuova idee-sorpresa, come alla visione di Laputa, Principessa Mononoke o La città incantata, vogliamo dire che a un maestro del
cinema dell’età di Hayao Miyazaki può essere concesso di creare echi tematici e
visivi con le sue opere precedenti, come gli uccelli cartacei di La città incantata, la malattia della madre delle protagoniste
di Il mio vicino Totoro, il piccolo tunnel, ancora
in Totoro, che diviene un grande tunnel dove si perdono i
genitori di Chihiro in La città incantata.
Ma questo compendio della sua filmografia,
in realtà, per taluni aspetti è il tessuto per creare del nuovo: nel suo
viaggio dello spirito e della mente Miyazaki raggiunge David Lynch, riuscendo
come lui a fare dell’inquietudine e dell’oscurità, bellezza e dolcezza; dei
percorsi qualcosa d’inconoscibile e chiuso (il finale qui non mette fine);
l’antro astrale del signore della torre è prossimo alla Loggia nera di Twin Peaks, stanza misteriosa e minuscola che tutto
collega e controlla e di confine tra la vita e la morte. E soprattutto i
personaggi sono forse doppi, (ir)reversibili e segretamente schizofrenici come
in Strade perdute e Mulholland
drive: madre e sorella sono forse la stessa persona, così come pure
la dolce Himi dai poteri magici e forse addirittura lo stesso Mahito, come
sembrano suggerire i nomi della madre morta e del figlio (Mahito-Nihilo).
Gli stati della mente e della psiche si
(con)fondono in maniera magistrale con il viaggio al confine tra vita e morte;
e inferno, limbo o ade (il non-luogo del dopo morte nel mito greco) trovano una
forma meravigliosa e paradisiaca. Aggregando e disgregando le forme dei corpi e
della materia, lo spazio e il tempo.
…Ma qual è il vero significato dietro Il
Ragazzo e l’Airone? La risposta a questa domanda sembra essere tutt’altro
che semplice.
Lo stesso Miyazaki, al termine della proiezione di anteprima ha lasciato un
messaggio che recitava pressapoco: “Forse non lo avete capito. Nemmeno io lo
capisco.”
Le chiavi di lettura per interpretare Il Ragazzo e l’Airone sono
molteplici e, indubbiamente, occorrono più visioni per poter comprendere
al meglio alcuni degli aspetti racchiusi al suo interno.
Già a una prima visione, emerge un approccio
autobiografico: l’incubo della guerra, l’azienda di famiglia che
costruisce componenti per aerei, il rapporto con la figura paterna, persino la visione di
un incendio di un ospedale, sono tutti elementi appartenenti
all’infanzia del regista. Il titolo originale del film “E
voi come vivrete?” è proprio il titolo del libro
che Miyazaki, come fa il
piccolo Mahito nel film, lesse da bambino durante
l’assenza della madre, costretta in ospedale per ben otto anni a causa di una
grave tubercolosi.
Facendosi carico di questa dimensione personale,
l’animatore giapponese sembra volersi identificare con il protagonista e con il
suo viaggio che, non a caso, inizia dopo un atto di autolesionismo.
La pietra con cui Mahito si ferisce alla testa rappresenta sotto quest’ottica
l’atto di Miyazaki di riaprirsi ancora una volta alla creatività e alla
produzione di nuova arte nonostante i suoi ripetuti tentativi di ritirarsi. Un
atto per lui doloroso ma, in fin dei conti, inevitabile e
necessario.
Immergendosi nei suoi ricordi, il regista cerca di fare i
conti con il proprio passato e con la sua interiorità, arrivando ad analizzare
varie tematiche a lui care e traendo ispirazione da molte opere legate alla
tradizione classica e non solo.
Il
viaggio per recuperare la zia/madre riporta
alla memoria la discesa di Orfeo negli inferi alla
ricerca di Euridice e, contemporaneamente, quella di Dante che
si addentra nelle profondità infernali (riferimento reso esplicito persino
dalla scritta “Fecemi la Divina Potestate” incisa sia sulla porta della torre
sia sulla porta dell’inferno dantesco). L’airone , che nella cultura
giapponese simboleggia il passaggio verso l’aldilà, rappresenterebbe il personale Virgilio designato per
scortare il protagonista lungo il suo percorso.
Un percorso districato tra varie dimensioni
temporali e simboliche in cui si mescolano morte e vita e che
porta infine alla scoperta della creazione, rappresentata dalla figura
misteriosa del prozio di Mahito, il demiurgo al quale è affidato
l’equilibrio dell’universo descritto ne Il Ragazzo e l’Airone.
L’uomo, stanco e affaticato e ormai costretto a costruire continuamente nuove
forme (definite da lui tredici elementi semplici) sulle quali fondare il
proprio mondo, vuole vedere in Mahito un nuovo erede, il
sostituto degno di prendere il suo posto.
E così ci troviamo inaspettatamente di fronte a un
bipolarismo interiore racchiuso nell’anima di Miyazaki stesso.
Entrambe le figure, sia il vecchio che il bambino, rappresentano la personalità
del regista giapponese, divisa in un dualismo in costante
conflitto. Se da un lato l’anziano vuole che il mondo si mantenga
e che la costruzione resti in equilibrio, il bambino desidera invece fuggire e
vivere in libertà, lontano dal peso che quel mondo sembra comportare.
La fuga finale nel mondo vero sembra apparentemente dar
forza alla componente più infantile del ragazzo, ma la realtà è forse
ben più complessa di quanto sembri. Mahito ha infatti
afferrato istintivamente uno dei tredici elementi per portarlo
con sé, nel suo mondo. Una mancata rinuncia, sottolineata inoltre dalla
cicatrice indelebile sulla sua tempia, simbolo dell’atto creativo violento ma
necessario al quale sembra impossibile sottrarsi.
De Il Ragazzo e l’Airone si potrebbe
discutere e scrivere molto, essendo questa un’opera stratificata
su vari livelli e che cela dentro di sé molti significati
nascosti, molti dei quali forse troppo difficili da spiegare.
Questo è forse uno degli aspetti più meravigliosi del lavoro
di Miyazaki e della sua magia. Quella particolare magia che non
si può né spiegare né raccontare, ma solamente imparare a vivere.
…Per comprendere la bellezza narrativa
dell’ultima fatica del maestro dell’animazione nipponica è necessario partire
da un presupposto essenziale: ogni singolo elemento
utilizzato e mostrato ha un valore altamente simbolico. Questo
vuol dire che ogni cosa è diversa da come sembra ma, soprattutto, ha il compito
di dare una forma riconoscibile alle problematiche interiori del
giovane Mahito. Il ragazzo, infatti, dopo aver perso la madre
in un tragico incendio durante i combattimenti della Seconda Guerra Mondiale,
si trova trasportato in un mondo che non conosce e rifiuta. Il padre ha
iniziato una nuova relazione proprio con la sorella della moglie. La
somiglianza tra le due donne colpisce intensamente Mahito ma, al tempo stesso,
lo allontana affettivamente ancora di più evidenziato la perdita della madre.
A questo, poi, si aggiunge anche
l’estraneità di un nuovo ambiente in cui è stato condotto per allontanarlo
dalla grande città in attesa che la guerra finisca. Tutti elementi disturbanti
che nell’animo di Mahito producono un distacco assoluto rispetto a ciò che
mostra e ciò che sente. Così, circondato da un mondo di adulti accudenti ma
comunque assenti, si trova a dover gestire da solo la complicata
elaborazione del lutto e la dolorosa ma inevitabile
accettazione della morte della madre.
Un percorso che Miyazaki ha scelto di
rappresentare attraverso la costruzione e l’utilizzo di un luogo misterioso
come una torre, all’interno della quale è custodito un universo parallelo
gestito dalla magia. Il confronto, dunque, tra il mondo magico e quello
naturale è evidente. Allo stesso tempo, però, si evidenzia anche un altro
rapporto speculare. La torre, infatti, altro non è che la rappresentazione simbolica del tormento emotivo di
Mahito. Un mondo interiore che cela a chiunque, forse
anche a se stesso, in cui l’unica ragione di vita è la ricerca della madre. Per
questo motivo, dunque, il solo modo per poter
accettare la realtà effettiva è immergersi completamente in quella emotiva,
sperando di trovare la motivazione giusta per tornare a vivere…
mercoledì 22 novembre 2023
sabato 2 settembre 2023
Manodopera – Interdit aux chiens et aux italiens - Alain Ughetto
non è facile vedere questo film senza essere commossi e turbati, sopratutto se tuo nonno (insieme ai fratelli) era emigrato in Francia (e poi in Algeria, che era colonia francese) negli stessi anni dell'emigrazione di Luigi Ughetto e dei suoi fratelli.
e tutti erano, horribile dictu, migranti economici.
non si può essere oggettivi nel vedere e nel parlare di questo film, se provi a immedisimarti negli umiliati e offesi di tutto il mondo, i migranti per primi.
Alain Ughetto, discendente di migranti italiano, fa raccontare la storia della sua famiglia dalle sue creazioni artistiche, i pupazzi in plastilina, vive come non mai.
nonna Cesira racconta al nipote tutte le vicissitudini della loro famiglia, comprese le tristezze e i sorrisi, le speranze e le disperazioni, senza dimenticare quelle merde di preti e fascisti.
alla fine sai che hai visto un film politico, di supereroi, di quelli veri, un film imperdibile.
il film miracolosamente riesce ad arrivare in sala in Italia, in qualche decina di copie, non perdetevelo! - Ismaele
ps: sono andato a controllare su
https://heritage.statueofliberty.org/passenger quante volte appaiono i seguenti nomi (presi a caso):
Meloni 479, Salvini 255, Giorgetti 550, Piantedosi 46, in un arco di una cinquantina d'anni, appaiono sui registri di Ellis Island.
i numeri andrebbero moltiplicati per 3, 4, 5 volte, almeno, tenendo conto anche del Brasile e dell'Argentina.
erano tutti esuli politici o migranti economici?
se esistesse l'inferno, tutti quelli che odiano i migranti economici dovrebbero stare in un girone dove la poca acqua sia salata, non ci siano creme solari, né aria condizionata, e nella zona cineforum possano guardare il film di Alain Ughetto e Il cammino della speranza, di Pietro Germi, per l'eternità.
…Una storia che, servendosi
della stop-motion, si prende la briga di interferire graficamente con la
presunta finzione: c’è questa mano del regista che si intromette nella scena fornendo ai personaggi ciò che occorre affinché ci sia un
prosieguo. E fa domande e ottiene risposte da un’anima che si materializza
donna e madre, quella della nonna Cesira appunto, a cui presta la voce in
lingua originale Ariane Ascaride. Ughetto allora crea rotte che solo
apparentemente si localizzano nel passato, nella vita di quei nonni che vanno
al di là delle Alpi in cerca di una vita migliore e nel marasma della
sopravvivenza si premurano, semplicemente, di amarsi. Ci sono morti, lì nei
paraggi, ci sono aerei di guerra, politica e fascismo; c’è il disagio di vivere
secondo certe regole, ma a emergere, alla fine dei giochi, è la grammatica
elementare di un amore che sconfina oltre il tempo e i luoghi. Come dice
Cesira, rispondendo alla domanda se le manca o meno l’Italia: “non apparteniamo a un Paese,
apparteniamo alla nostra infanzia”, cioè ai nostri ricordi, a ciò che riconosciamo
come “casa”. Manodopera, che è costata all’autore ben sette anni di lavoro, affila
poche parole e tanti silenzi, mette in scena poesia intarsiata dalla musica
delicatissima e leggiadra di Nicola Piovani e, nello spazio che separa il
passato dal presente, infila tutti i presenti e tutto il futuro; tutto l’amore
e il dolore di chi parte e chi resta e di chi poi eredita quella vita, quel
nomadismo, quelle mani sapienti e quella mania di narrare e creare…
Ughettera alla fine dell'800. Lì vive la famiglia Ughetto che attraverserà, con la propria condizione di contadini ed operai, la prima metà del '900. Vivranno le guerre a cui gli uomini saranno chiamati e saranno costretti dalla povertà ad andare a cercare il lavoro dove c'è, cioè all'estero, dove però si trova anche la discriminazione per i 'macaroni'.
Quella che con un tono altisonante potrebbe definirsi la 'saga' degli Ughetto viene narrata con profonda dolcezza e partecipazione da un discendente.
La Borgata Ughettera non è un luogo immaginario. È una frazione di
Giaveno a poca distanza da Torino ed ai piedi del Monviso. È lì che Alain
Ughetto, nato a Lione, è tornato per iniziare a ricostruire le vicende che
hanno visto come protagonisti i suoi antenati. Non solo la nonna, con la quale
intreccia un dialogo ideale grazie alla calda voce di Ariane Ascaride, ma anche
coloro che l'hanno preceduta.
Grazie all'utilizzo della stop motion e di pupazzi in plastilina alti 23
centimetri ha raccontato con dolcezza, ma anche con precisione storica,
l'Italia di coloro che vennero definiti come gli ultimi. Di quelli cioè di cui
lo Stato si ricordava quando doveva mandarli a morire nelle tante guerre che
hanno costellato la prima metà del secolo scorso. Salvo poi non offrire loro
altro che la strada dell'emigrazione. Un'emigrazione che li vedeva accogliere
perché necessari e al contempo respingere con divieti come quello che compare nel
titolo che il padre spiega ai figli con una pietosa bugia. Diventa allora
indispensabile chiamare il luogo dove si vive 'Paradiso' per conservare almeno
la speranza che lo divenga un giorno.
In un film dedicato allo scrittore partigiano e piemontese Nuto Revelli tornano
alla mente le parole di un altro scrittore, lo svizzero Max Frisch che, nel
momento di massimo afflusso di emigrati italiani nella sua patria, pronunciò
una frase destinata a diventare un monito e un'occasione di profondo
ripensamento: "Cercavamo braccia. Arrivarono persone".
Persone e braccia che Ughetto sintetizza mostrando la propria mano in
azione nel posizionare oggetti o disporre personaggi. Tante sono state le mani
che, di generazione in generazione, hanno duramente lavorato in una sorta di
passaggio di testimone. Il regista, tra l'altro, ci ricorda che la storia del
lavoro già nel passato non era solo legata al mondo maschile. Quando gli uomini
erano in guerra toccava alle donne fare anche i lavori più faticosi.
Un film come questo, grazie alla tecnica adottata e ai toni utilizzati,
dovrebbe essere mostrato nella scuola dell'obbligo per ricordare a tutti, sin
dalla più giovane età, che il passato del nostro Paese va conosciuto e non
dimenticato. Anche e soprattutto quando si pronuncia con disprezzo la parola
'migranti'.
lunedì 12 giugno 2023
martedì 28 febbraio 2023
Il Naso o la cospirazione degli anticonformisti - Andrey Khrzhanovsky
difficile classificare un film così, meno male.
è un omaggio alla cultura, la coraggio, alla bellezza, alla musica, a grandi personaggi della cultura russa, da ricordare e frequentare.
tanti momenti del film, diviso in tre parti, sono divertenti, satirici, commoventi.
e tutto a partire dal naso di Nikolaj Gogol e dalla musica di Dmitrij Šostakovic, senza dimenticare Michail Bulgakov e Stalin (e tanti altri).
un film da vedere e rivedere, un film di serie A, senza alcun dubbio.
buona (anticonformista) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo, su Raiplay
…"Il naso" di Gogol non è solo un racconto
in cui, partendo dal fatto che un mattino l'assessore collegiale Kovaliòv si
ritrova senza più il naso, si innescano vicende surreali. È anche un piccolo ma
profondo trattato sulla ricerca della propria identità da parte dell'essere
umano. Dmitrij Šostakovic ne colse l'importanza e, nel 1927 iniziò a lavorare
ad un'opera lirica ispirata al racconto. Il suo lavoro venne stroncato come
formalista dal partito sovietico dei musicisti ed è da qui che prende le mosse
il film per descrivere, con grande ironia ma anche con profondo rispetto per le
vittime, il terrore staliniano.
Lo fa mettendo in gioco una varietà di tecniche di animazione e di grafiche che
lo trasformano in un caleidoscopio di invenzioni che sostengono sia la messa in
scena dell'opera sia la presenza di uno Stalin costantemente teso a chiedere
'democraticamente' il parere dei suoi sottoposti. I quali ovviamente debbono
uniformarlo al suo.
Khrzhanovskiy,
che aveva 14 anni quando il dittatore morì, ha fatto in tempo a respirare quel
clima di sottomissione culturale e ha quindi lo spirito giusto per rievocarlo
(non dimenticando una frecciata a chi ora detiene da lungo tempo il potere in
Russia). Quando un pamphlet per immagini riesce a provocare ad ogni cambio di
scena lo stupore misto al ricordo di un testo, di un film, di un quadro
significa che si è andati oltre al semplice assunto mostrando e dimostrando
quanto sia ancora forte l'impatto che un cinema di animazione, liberato dagli
stereotipi correnti, può avere su un pubblico adulto e colto.
…Il patchwork di Khrzhanovsky fonde opera
e musical con un collage dal ritmo febbrile. La cultura è attenzione all’altro
diverso da noi. Il presupposto fondamentale è la pace. In maniera colta e
visionaria è ciò che sussurra questo film. Si citano Rossini, Verdi e il suo
Rigoletto nella melodia che tanto ricordano gli esperti di Amici Miei.
Una pioggia di riferimenti all’arte sovietica dalle parti di cinema,
letteratura e pittura bagna tanto la vicenda del Naso come illusione
identitaria e sibillina al centro dei totalitarismi, quanto il secondo atto,
che vira su Stalin, la sua trojka e lo scrittore Bulgakov. Si percorre allora
la via impervia della censura culturale attraverso una curiosa corrispondenza
tra il dittatore e l’autore. Potere e burocrazia come simboli di una dittatura,
Stalin cartoon diventa satira corrosiva. “Non mi piace fare pressione
sulle opinioni altrui”, dirà il dittatore ai suoi sottoposti. L’allegoria
musicale su deliri burocratici e totalitari sfocia nella documentazione sui
gulag, i campi di detenzione voluti dalla trojka del regime sovietico.
Il terzo atto inizia invece spingendo sulla
posterità poiché due dame ottocentesche, dalla balconata di un teatro fanno
ironia pungente sul musicista Šostakovič commentandone le foto goffe da uno smartphone…
…Il film parte dalla trasposizione di uno dei racconti
più famosi della letteratura di ogni tempo, Il naso di Nikolaj Vasil’evič Gogol, portato a teatro
come opera buffa in tre atti da Dmitri Shostakovich nel 1930, ed è diviso in “tre sogni” che vogliono dare contezza audiovisuale di
“una combinazione di eventi storici, biografie e capolavori di
artisti, compositori e scrittori dell’avanguardia russa e del totalitarismo”.
In questi tre segmenti dalla struttura variabile Khrzhanovsky utilizza senza
nessuna forzatura autoriale svariate tecniche di ripresa che vanno appunto
dall’animazione tradizionale, alla CGI, alla messa in scena di ritagli di
modellini di carta, dal collage digitale ai colori a pastello e quelli a
carboncino fino alle riprese dal vivo che con la loro intromissione servono a
destabilizzare ulteriormente un impianto che non vuol cadere vittima della
retorica. Perché il rischio, in un film che racconta eventi segnanti come la
riproposizione in chiave metateatrale del capolavoro gogoliano in cui un uomo
perde il suo naso e lo vede ascendere ad una carriera burocratica, la famosa
lettera spedita a Stalin dal drammaturgo Michail Afanas’evič Bulgakov che
lamentava l’impossibile circolazione delle sue opere e la parentesi del 1936
vissuta dallo stesso Shostakovich riguardo la stroncatura e censura da parte
della Pravda del suo Lady Macbeth nel Distretto di Mcensk, era quello di cadere
in una trita apologia della libertà di pensiero…
…Ad ogni modo Andrey Khrzhanovskiy non si
limita a ripercorrere la vita culturale e politica dell’URSS anni ’20, ’30 e
’40 seguendo il tracciato di un’oscura, spaventosa fiaba, ma vi infila di
continuo notazioni ironiche, allusioni colte rivolte ad esempio all’estetica
cinematografica di Ėjzenštejn, parentesi non meno rivelatrici come quella
dedicata a Bulgakov e al suo controverso rapporto con Stalin. Quest’ultima è
senz’altro la miccia dalla cui accensione derivano le conseguenze più
rilevanti, graffianti, a livello satirico, allorché a scaturirne è un ritratto
del dittatore sovietico e dei suoi meschini tirapiedi, da Ždanov a Vorošilov,
da Jagoda a Molotov, così impietoso e sulfureo da stare al passo di un cult
movie come Morto
Stalin, se ne fa un altro. Altro titolo divenuto a nostro avviso imprescindibile.
Similmente ne Il Naso o la Cospirazione degli Anticonformisti farsa
e tragedia si mescolano di continuo. Ciò avviene attraverso una ricchezza di
riferimenti iconografici difficile da riassumere in poche righe. Facendo cioè
volare sia l’immaginazione che le stesse note musicali dell’ardita, complessa
fantasmagoria verso vette inusuali; fino a comporre un Requiem per l’Unione
Sovietica e per i tanti artisti che ne vennero brutalmente traditi, tale da
lasciare un brivido profondo sotto la pelle.
…Il Naso o
la cospirazione degli anticonformisti di Andrey
Khrzhanovskiy è un film che colpisce nel profondo, considerando
anche il periodo che stiamo vivendo. Il regista riesce, mescolando abilmente
dramma e commedia, a raccontare un periodo non facile per il popolo russo. La
prima parte del ‘900 è stata caratterizzata dallo stalinismo e, oltre a tutto
quello che può derivare da un regime totalitario, in questo film Khrzhanovskiy
mostra, soprattutto, quello che hanno dovuto subire gli artisti dell’epoca. La
libertà di espressione (in ogni sua forma) non esisteva e, infatti, numerosi
artisti persero la vita. Questo lungometraggio oltre che a far luce su una
pagina poco conosciuta e oscura della storia – e che non si dovrebbe ripetere –
vuole rendere omaggio alle vittime, in maniera commovente ed originale come si
vede nel finale.
La scelta di unire
in questo prodotto di animazione foto e video d’epoca, scene di oggi e
maestranze che hanno lavorato al dietro le quinte si è rivelata vincente. In
alcuni momenti, però, i passaggi mostrati non sono di facile ed immediata
comprensione per lo spettatore. Nonostante tutto, per la maggior parte della
storia il pubblico riesce a immergersi completamente nel racconto e recepire il
messaggio, che arriva in maniera diretta, come un pugno dritto nello stomaco.
Doloroso, ma necessario.
Le musiche –
tratte anche dall’omonima opera buffa di Dmitrij
Šostakovič – sono curatissime e, insieme al ritmo
sostenuto, contribuiscono in gran parte alla riuscita dell’opera che si rivela
più attuale che mai. Il Naso o la cospirazione degli
anticonformisti rivela ancora una volta come
l’arte sia sempre un valido strumento per veicolare messaggi importanti e
denunciare soprusi e violenze.