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mercoledì 8 aprile 2026

Gli occhi degli altri – Andrea De Sica

di Andrea De Sica avevo visto qualche anno fa I figli della notte, una promettente opera prima.

adesso nei cinema è arrivato Gli occhi degli altrisi tratta di una storia d'amore (?) tossico, nell'alta società, nobili e codazzo di adoranti inutili (peccato non aver tagliato la testa ai nobili, come si usava in Francia, al momento giusto)

Elena (una bravissima Jasmine Trinca) e Lelio (un bravissimo Filippo Timi) si vogliono senza se e senza ma, però dopo poco arriva la noia, la depressione, la gelosia.

e la fine è la solita, un drammatico omicidio, che ancora non si chiamava femminicidio, quando ancora il divorzio non era possibile (se non per i riccastri, pagando la Sacra Rota).

è un film che merita, non fa divertire, c'è da soffrire fino alla fine, e forse è per questo che ci sono, immeritatamente, pochi incassi, alla seconda settimana solo una ventina di sale, mica è Supermario.

buona (tragica) visione - Ismaele



 

Gli occhi degli altri è un film che funziona proprio per la sua scelta di non affrettare nulla. Restituisce ogni dettaglio, ogni incrinatura, con una pazienza quasi angosciante, fino a un finale che – pur noto – arriva come l’unica conclusione possibile. De Sica lavora per sottrazione, senza retorica, e affida tutto alla forza dei due interpreti. Jasmine Trinca è, come sempre, superba.

Un’attrice solida, mai prevedibile, che non ha paura di esporsi e concedersi. La sua Elena è piena di chiaroscuri, imperfetta ma viva, disperatamente attaccata a un’idea di autodeterminazione che la società (e il marito) non le permettono. Ed è supportata da un partner di tutto rispetto, Filippo Timi, che sa trovare il perfetto equilibrio tra l’essere un uomo di potere con tutto il suo appeal e carsima, e un personaggio disturbato, che scivola nell’abisso del delirio. Tutto con una naturalezza sconvolgente. Ed è proprio per questo che riesce nel suo intento: scuotere chi guarda.

da qui

 

…Al netto di una sezione nel complesso assai riuscita, che ben introduce tanto la follia quanto la solitudine di Lelio, portandola in fondo parallelamente al percorso di distanziamento e cambiamento di Elena – vivo, credibile e forte anche perché sostenuto dalla coerente evoluzione del corpo e dello sguardo della dubbiosa e forte Jasmine Trinca; d’altro canto la caduta della donna in questo stato sembra come giunto dal nulla, similmente alla sensazione che dà la ora definitiva svolta del personaggio di Timi, che d’un tratto abbandona l’ambiguo fascino dell’amante oscuro e fragile, in favore della rigidità impositiva del carceriere, salvo poi rifarsi nelle fasi finali. Ma il film si riprende, complice il contrasto della cupezza del tutto con l’azzeccata comicità della fattucchiera, anche primo allarme per un Lelio che inizia ad avvertire un allentarsi della sua morsa sulla moglie, la sfumare della sensazione di essere l’unico per lei, e che lo inebria più di ogni altra cosa.

Di certo l’accennata struttura ad ampi salti temporali alimenta questa sensazione d’essersi persi qualcosa, laddove invece non era avvenuto, ad esempio, nei confronti delle appena accennate storie dei soliti invitati ai weekend sull’isola: ogni volta con un nuovo partner o un nuovo dettaglio, una sfumatura di carattere o una battuta rispetto un qualcosa che allo spettatore rimane escluso dalla diegesi, ma il cui solo suggerimento alimenta invece la sensazione di isolamento e distanza imposta al mondo da Lelio, ma che, nonostante tanto potere, continua a girare…

da qui

 

Gli occhi degli altri, di Andrea De Sica, così, è davvero un film che si distacca dalla produzione corrente del cinema italiano. In un colpo solo, mette in scena la crisi dell’infantile e nevrotica borghesia italiana, mentre riflette sul linguaggio del cinema quale territorio in cui la crisi trova il suo spazio di raffigurazione e verità. Tutto ciò è stato possibile, infine, grazie al talento e professionalità degli interpreti. Filippo Timi veste i panni del marchese attraverso il minimo della teatralità esteriore, come un demiurgo immobile e patriarca, inchiodato alla propria nevrosi.

Jasmine Trinca, finalmente, varca la soglia che dall’attore conduce al divo, attraverso il coraggio, artistico, di recitare con il corpo, nel corpo, per il corpo. Come il suo personaggio richiede, Jasmine cattura il desiderio e lo rilancia: prodiga di sguardi in macchina, ella chiama in causa, senza compromessi, la funzione, estetica e sociale, dello spettatore. Lei ci guarda e noi siamo da lei guardati, in una interrogazione produttiva, in chiave dialettica, del senso del guardare col corpo e vedere con gli occhi. Ciò che il cinema è, o dovrebbe essere, al di là dei mille gusti possibili e tutti i pregiudizi di moda.

da qui

 

Al suo terzo lungometraggio, De Sica nipotino (suo nonno era un certo Vittorio) ricostruisce uno dei fatti di cronaca nera più scandalosi degli anni Sessanta, in una vicenda che copre un intero decennio fino al 1970, con una messa in scena ben costruita e visivamente molto sorvegliata. La gabbia dorata nella quale l'arrampicatrice sociale Elena/Anna si trovò a vivere, fino a sprofondare nella depressione, è raffigurata con chirurgica precisione: gli ambienti, le dinamiche sociali, il rapporto con la servitù, la gerarchia quasi feudale tra chi sta sopra e chi sta sotto, tutto concorre a restituire il clima di un mondo in cui il sesso si traveste da libertà ma odora già di possesso, ricatto e abuso. Anche grazie alla fotografia, ai costumi e a una colonna sonora molto esibita (di Andrea Farri), il film ha un'eleganza livida che a tratti sfiora il thriller psicologico, con qualche inquadratura decentrata e labirintica che denuncia ambizioni cinefile persino un po' smaniose. Il problema è che, nel complesso, resta scarsamente incline ad andare oltre la mera messinscena dei fatti. Come se al regista interessassero più l'osservazione antropologica di un ambiente aristocratico e il primato della bella immagine che non le psicologie dei personaggi, qui limitate a ruoli piuttosto rigidi, a dispetto dell'ottima interpretazione di tutto il cast.

da qui

 

Sebbene il punto di forza principale risieda nella capacità di trasformare un fatto di cronaca in una parabola profetica sulla cultura dell'immagine, il ritmo volutamente compassato e la freddezza di alcuni passaggi potrebbero risultare respingenti per chi cerca un thriller più convenzionale. L'ho trovata un'opera audace che interroga lo spettatore sul proprio ruolo di testimone del dolore altrui, confermando De Sica come una delle voci più originali del cinema italiano contemporaneo grazie a un dramma estetizzante che rimane impresso ben oltre i titoli di coda.

da qui 

 

sabato 22 giugno 2024

L’Arte Della Gioia - Valeria Golino

La serie di Valeria Golino, tratta dal libro di Goliarda Sapienza, appare in anteprima, in due parti, al cinema.

Attrici bravissime e convincenti, svetta Tecla Insolia, protagonista della storia, Modesta è sempre al centro delle vicende che la riguardano, amata da tutti.

Pochi siamo andati al cinema, per dirvi di non perdervi la serie, quando apparirà in tv.

Un film (serie tv) che merita moltissimo.

Buona (gioiosa) visione - Ismaele 


ps: Modesta bambina si assomiglia ad Adriana, se vi ricordate L'Arminuta, simpatica e furba.


 

 

l'abilità della regista sta soprattutto nell'indirizzare le performance di un cast di attori eccezionale, potenziando al massimo l'ambiguità di Jasmine Trinca nei panni della badessa Eleonora e la petulanza dittatoriale di una monumentale Valeria Bruni Tedeschi nel personaggio della principessa Brandiforti. Fanno loro corona molti ruoli maschili memorabili (in questa storia che ha le donne al centro), soprattutto il giardiniere del convento (Giovanni Calcagno) e l'irresistibile gabellotto (Guido Caprino). Il migliore è Lollo Franco nel ruolo tragicomico del maggiordomo Antonio. E fra le interpreti femminili sono molto efficaci Alma Noce (Beatrice) e Alessia Debandi (Ilaria). I dialoghi non sono mai frasi ad effetto o gesta eclatanti e la regia non indugia, non sottolinea, sceglie di "buttare via" quelle che in uno sceneggiato tradizionale diventerebbero scene madri.

La Modesta di Golino è una ragazza selvaggia che si muove a quattro zampe e legge Baudelaire, una creatura vorace di conoscenza e di piacere, non vuole Dio ma la vita, ama sapere e sedurre, e fa fiorire chiunque incontra per poi abbandonare ognuno al suo destino, qualora diverga dal proprio. È un personaggio intimamente letterario che rimanda a Jane Eyre come a Barbablù, e che Golino rende accessibile al grande pubblico, senza inutili vezzi intellettuali.

Modesta è un vettore di libertà, Maudit ma mai autodistruttiva, concentrata come una freccia sulla realizzazione di sé a dispetto delle sue circostanze, anzi, facendole fruttare tutte, come in un fuiletton vecchio stile: è Angelica la marchesa degli angeli senza pretese di virtù; è una Giovanna d'Arco che invece di ardere sul rogo brucia tutto quello che si frappone fra lei e il suo futuro luminoso - tanto è il mondo stesso ad essere in fiamme. E sa mantenere anche una misura di carità, in un universo pieno di disabilità fisiche ed emotive che per lei non sono mai una scusa, ma possono essere un'opportunità di emancipazione. Ed è ipermoderna nella concezione dell'amore, quando dice che "si può amare un uomo, una donna, un cavallo".

Se della scrittura di Sapienza non ha l'anarchica sgrammaticatura o l'invenzione linguistica, Golino ne rivendica le ombre che ci vengono dietro e le infinite rifrazioni, scompone e ricompone per immagini ciò che in letteratura resta disarticolato, e si concede piccoli passi nel delirio solo nei riflessi, nelle inquadrature da finestre e finestrini (memorabile quella del giardiniere mentre Modesta si allontana dal convento), dietro a tende avvolgenti.

L'arte della gioia è una fiaba iniziatica dominata da più di una strega, ed è anche il resoconto di un secolo (Modesta nasce il primo giorno del '900) pieno di contraddizioni e di scoperte. Golino, come Modesta, unisce l'utile e il dilettevole, facendo della sua volontà di regista il prodotto del suo desiderio di autrice. E l'ironia della regista-sceneggiatrice, come la risata di Modesta, è il loro gesto di suprema rivendicazione femminile.

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In questo continuo chiaroscuro che determina in maniera lampante anche il percorso del personaggio centrale, ruolo di affascinante ambiguità che Tecla Insolia sa governare con sorprendente equilibrio, si fa preponderante il ricorso ai flashback (alcuni episodi decisivi della sua infanzia, come la violenza subita dal padre, la morte della capra, il primo approccio con l’amichetto Tuzzu, etc., arrivano in altrettanti momenti cruciali della sua seconda vita) e assume sempre più importanza l’insistito ma mai banalizzato riferimento all’ombra che, in più di un’occasione, accompagna l’incedere di Modesta (insieme a quella carrellata evocativa nel campo bordo strada dove, di volta in volta, si aggiungono i morti che la ragazza si lascia dietro di sé), che in quell’incendio iniziale perde la madre e la sorella maggiore, disabile, solamente le prime due di una lunga serie. 

Sicuramente audace nel saper restituire quel tumulto d’emancipazione che animava le pagine del libro, la serie – cosa peraltro mai nascosta dalla Golino anche durante la lavorazione – non vuole farsi trasposizione “fedele” per quello che riguarda l’intera dinamica di fatti e/o situazioni, piuttosto incarnare del romanzo la mutevolezza e lo squilibrio che ne caratterizzava l’indole, così sfumata, irregolare e anche per questo difficilmente collocabile in “un” genere…

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Stupendo: un film dal valore estetico e umano meraviglioso, quella firmato Valeria Golino e Gelormini. Il plauso cresce ancor di più se si pensa che si tratta di un prodotto concepito per la tv-  giustamente, vista l’estensione. Eppure anche al cinema l’impressione è augusta. Ho visto il film al cinema, nelle due puntate lunghe, ma mai noiose, da due ore e mezza l’una.

Come sempre, la Sicilia si conferma regina, italiana e forse mondiale, per l’immaginario estetico che offre: tanto sociale e psicologico, quanto artistico e paesaggistico.

Profondissimo lo scavo psicologico, autentico e sconcertante per quanto la realtà possa essere terribile. Infatti un’opera d’arte non ha bisogno, qui come purtroppo in tanti altri casi, di chissà quale creatività nell’inventare trame, se parla del possibile e reale ruolo del dolore morale.

Il gabelliere amante è il padre che la violentò. Ippolito è la sorella: entrambi, accomunati dalla disabilità, rivelano la splendida sensibilità umana della protagonista Modesta – dimostrata anche dalla rinascita del disabile Ippolito (una volta morta la sua terribile madre) che può vivere normalmente grazie a Modesta, capace di compiere un miracolo umano ed educativo, al netto della terribile e opportunista seduzione operata sul minorato mentale. La nobile è la madre, arrogante. La coazione a ripetere guida la protagonista…

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