Uno dei pochi film ad episodi dell'epoca non datati.
In
un aula di tribunale, si intrecciano varie storie...
Uno
dei pochi film comici ad episodi del periodo non datati e ancora oggi
divertenti. Tra i tanti attori famosi dell'epoca che vi partecipano, i migliori
e i più divertenti sono Franchi e Ingrassia, ma anche Chiari strappa molte
risate. Fulci dirige con una certa diligenza.
Fulci è regista che ha sempre un suo perché. Anche in una
commedia come questa, non delle migliori, riesce a farsi guardare, proprio per
l'originalità di alcune trovate: Franco e Ciccio con tripla identità ad
esempio, o lo spassoso episodio con Walter Chiari. Curioso notare, in una
scena, come il regista anche nelle sue commedie faccia riferimento a elementi
che richiamano alla morte.
…Eppure, nell’eclettismo registico sempre asservito alla
ficcante lettura delle complessità e all’afflato umanitario che trova
giocoforza la maggior parte della propria linfa nella messa in scena delle
ingiustizie, Avanzi di galera mai si permette di giudicare i propri
personaggi, e anzi trova forse proprio nel secondo episodio – il gangster
movie, l’unico con l’“avanzo di galera” realmente connesso alla criminalità – i
suoi maggiori picchi umani. In una tensione costante fatta di luci di taglio,
snodi narrativi e movimenti di macchina che anticipano Fernando Di Leo e il
Lucio Fulci “giallo”, pistole, pugni in faccia, inseguimenti automobilistici e
un cattivissimo Arnoldo Foà nel ruolo del capo dei capi, il personaggio
interpretato da Eddie Constantine si ritrova invischiato in una realtà che non
ammette vincitori, ma solo amare sconfitte. Sono minacce, offerte, resistenze,
vendette trasversali, fino a quel nascondiglio ormai vuoto, l’inutile conflitto
a fuoco e il corpo inerme del protagonista che sparisce sott’acqua, fra i
giunchi e la fanghiglia. Un’immagine forte, intensa, emozionata. Come quando,
nell’episodio precedente, il dottor Luprandi (Richard Basehart), nel bel mezzo
della lotta contro l’ospedale per riavere il suo lavoro e la sua posizione, si
ritrova sotto casa la vedova del paziente perso alla base della sua
incarcerazione a dargli ancora dell’assassino sperando così di ottenere,
imbeccata da un avvocato con ben pochi scrupoli, ulteriori risarcimenti in
denaro. Uno snodo narrativo che torna poco dopo, come voce fuori campo, come un
fresco e traumatico ricordo pronto a compromettere la salute nervosa e
l’effettiva capacità di operare del medico. La mano trema, il bisturi sembra
pesare una tonnellata, e solo l’amata moglie – nel romanticismo splendidamente
ostinato del melodramma – potrà riportare, a suo rischio e pericolo, il proprio
marito alla normalità di un chirurgo talentuoso la cui unica colpa era stata
quella di volersi prendere la responsabilità di un’operazione estremamente
rischiosa e, come può accadere, andata male. A proposito del terzo episodio
invece, quello con Walter Chiari, ci torna alla mente la realtà carceraria
femminile messa in scena solo quattro anni dopo dal Renato Castellani di Nella città l’inferno. Dove il film di Castellani era stato capace di affidare
all’innocenza perduta di una Giulietta Masina che passa da ingenua cameriera a
scafata prostituta, a latere dell’intenso magnetismo di Anna Magnani, un’acuta
lettura di quanto il carcere potesse cambiare profondamente, in peggio, le
persone, Cottafavi prende il volto bonario e simpatico Walter Chiari e lo
trasforma in una maschera agrodolce, da una parte disperato nella sua
solitudine contro chi – a partire dalla propria famiglia e dall’avvocato incapace
di difenderlo – lo crede colpevole, dall’altra gigione e cascamorto – si veda
la sequenza sul tram – con l’infermiera che parrebbe l’unica persona disposta a
vederlo come innocente. Un’ambiguità che rasenta quasi il bipolarismo, motore
della commedia amara che chiude, ponendosi dalle parti del neorealismo rosa, il
cerchio di uno straordinario film tripartito, in grado di far convivere –
seguendo o anticipando – il melodramma di Raffaello Matarazzo con gli spari e
gli inseguimenti di Fernando Di Leo, per poi passare a un Dino Risi che pare
avere già un occhio a quella che sarà l’introspezione di Valerio Zurlini. Avanzi di galera è insomma un manuale di storia del cinema italiano
intriso della più cocente umanità: un recupero prezioso, che meriterebbe gli
scaffali d’onore e che invece giace impolverato nella memoria di pochi cinefili
d’assalto.
…quel che pensava del film ilregista VITTORIO COTTAFAVI:
«Sfortunatamente
era un film a episodi e io non sapevo ancora come essere più secco, più conciso
in ciò che andavo realizzando. Se avessi avuto maggiore esperienza, se avessi
riflettuto di più, sarei stato più preciso a riguardo della storia, e più
improvvisatore nella direzione degli attori» (V. Cottafavi, in B.
Tavernier, Entretien avec Vittorio Cottafavi,
“Positif”, nn. 100-101, dicembre 1968-gennaio 1969.
«Avanzi di galera è un film nato male, il titolo
stesso non era invitante, attori non di grosso nome, Eddie Constantine avrebbe
potuto funzionare sul mercato francese, ma la sua parte era quella del
poveraccio, non dell'eroe. Il tema di fondo, tuttavia, èsempre lo stesso: Walter Chiari facendosi
giustizia da sé diventa un colpevole, ma in realtà è una vittima; Eddie
Constantine invece non è una vittima ma viene ugualmente punito dal destino
perché il luogo dove aveva nascosto il tesoro non esiste più. Il film è un po'
troppo magniloquente, ma l'ho girato con piacere, come tutti del resto, se no
non li faccio» (V. Cottafavi, in L. Ventavoli, Pochi,
maledetti e subito. Giorgio Venturini alla FERT (1952-1957), Museo
Nazionale del Cinema, Torino, 1992).
film a episodi (comici), come si usava in quegli anni.
alcuni episodi sono molto divertenti, Walter Chiari, Raimondo Vianello, Enrico Maria Salerno, Franco e Ciccio, fra gli altri, fanno la loro parte, come sempre.
un'ora e mezza di leggerezza.
buona (con le scommesse) visione - Ismaele
Una decina di episodi in b/n connaturati da un umorismo very
english (non a caso Vianello è impiegato spesso, mentre la Mondaini appare una
sola volta insieme al marito). Da notare come i riferimenti alla vita sociale e
politica riproducano frasi e situazioni perfettamente adattabili all’odierna
attualità. Appare anche qualche elemento soft erotico, come la doccia
nell’episodio della cambiale, tra i migliori. Solo l’episodio finale è
meramente comico e affidato a due specialisti del genere. In sostanza il risultato
è buono ma non eccezionale.
La classe non è acqua e, pur con alcuni smottamenti verso il
cattivo gusto, questo piccolo film a episodi conferma indiscutibilmente tutte
le qualità registiche di Fulci: l’acutezza dell’osservazione quasi da
entomologo delle manie, dei vizi e tic degli italiani all'epoca del boom
economico, la perizia tecnica nel saper variare il taglio delle inquadrature e
il tempo delle sequenze a secondo dello stile narrativo dell’episodio, il
cinismo nero e crudo con il quale il regista disegna i personaggi. Film dal sapore
aspro e conservato sotto aceto. Buono.
Discreto film satirico, anche se chiaramente
derivativo, che prende di mira vizi, manie e meschinità del benessere e di una
quotidianità mediocre. Alcuni episodi-barzelletta sono superflui e banalotti,
ma altri riscattano la visione (come L'autostop, con W. Chiari e U. D'Orsi, Il pezzo antico, con F. Valeri e V. Caprioli,e qualche altro). Regia dignitosa e attori
eccellenti.
un padre inaffidabile separato dalla moglie può vedere il figlio solo il giovedì.
e Walter Chiari (Dino) questo giovedì vuole stupire Robertino, un giovedì delle meraviglie.
Robertino vive con la madre (come mai Dino si sia sposato con lei non si capisce, se non perché è rimasta in cinta di Robertino) e la governante, una pesante signorina Rottenmeier.
Dino è un tipo un po' incasinato, capiamo che ha difficoltà a trovare un lavoro e fa il mantenuto, eppure quel giorno sarà indimenticabile per Robertino (e per noi).
non perdetevi questo gioiellino, il miglior film di Walter Chiari.
Un bel film di Risi questo,che riesce a cavar fuori da un
attore considerato leggero e prettamente usato per ruoli comici come Walter
Chiari una interessante vena malinconica per tutto l'arco del film. In fondo a
Risi non interessa tanto il bambino,che a dir la verita'è pure piuttosto
antipatico,ne'il suo rapporto col padre,non tratteggiandolo con dovizia di
particolari. Al grande Dino interessa descrivere la figura di un perdente,di uno
arrivato fuori tempo massimo nella vita,uno di quelli che perdono costantemente
il treno della buona occasione e del successo nella vita,un ultraquarantenne
spiantato,che ancora cerca di vendere enciclopedie ma che in realta'vive sulle
spalle della sua donna la quale quando gli propone un lavoro magari modesto ma
dal reddito sicuro viene rampognata con pervicacia.Il finale coincide con la
speranza che questo padre che in realta'sembra piu'infantile del figlio,abbia
messo la testa a posto e accetti il lavoro modesto al posto dei voli pindarici
e delle pietose bugie che aveva raccontato al figlio nel giovedi'in cui gli è
consentito stare insieme a lui,un giovedi'che pare fatto apposta per demolire
tutte le piccole bugie e omissioni che il padre pietosamente racconta per non
sfigurare davanti al bambino....
Buon film che non ha avuto l'accoglienza che avrebbe meritato e
che rappresenta una delle poche valide occasioni colte da Walter Chiari nel
cinema di qualità. L'attore è l'assoluto mattatore di un film che analizza bene
un rapporto padre e figlio a parti invertite, con il figlio forse più maturo
del padre. Buona sceneggiatura, bella caratterizzazione ambientale (siamo nel
pieno del boom economico italiano) per un film pervaso da un'atmosfera
malinconica perfetta per la storia in questione.
Splendido film di Risi in cui padre e figlio ritrovano in una
giornata passata insieme un rapporto speciale. Il rischio di cadere nel
patetico in una storia del genere era altissimo, ma l'esperta mano del regista
riesce a creare un clima di spensierata tristezza in cui Chiari (immenso)
intaglia uno dei suoi migliori personaggi, coadiuvato dal piccolo Ciccolini che
si rivela una spalla perfetta. Confezione raffinata che non trascura i
dettagli, script attento e coinvolgente. Fantastica colonna sonora e un cameo
delle gemelle Kessler. Prezioso!
Il migliore film di Chiari, in un ruolo serio,in una storia
malinconica e amara. Padre separato, da una ex, che si intravede soltanto
ma s'intuisce essere una donna elegante,
raffinata, ricca, con appresso tanto di inflessibile tata tedesca,ha
un figlio che gli è consentito vedere solo il giovedì,lui é il suo omologo
opposto, il classico fallito, da tutti i punti di vista, senza risorse
economiche, malvestito e senza lavoro,un pover'uomo, che ostenta un
benessere economico che non ha,millanta amicizie di rango,ma è invece
puntualmente mortificato e umiliato da quelli che contano, odia il posto fisso
che continuamente cerca di propinargli la compagna, ma che lui rinvia
pateticamente ogni volta, prefererendo vivere da
parassita alle sue spalle.In una simpatica girandola di situazioni, si
confronterà continuamente con il figlio che pur ancora piccolo, è
già più saggio di lui, dopo tante vicissitudini,piccole
incomprensioni,litigi e scontri, troveranno il loro"feeling"
Di grande spessore e profondità il film affonda il coltello in un
piaga sociale molto diffusa,la separazione di due coniugi lascia
indietro spiacevoli strascichi, a carico soprattutto dei figli.La
posizione del bambino è interessante,si capisce che è bene istruito ed educato,
ma gli manca quel pizzico di audace incoscienza,che caratterizza i fanciulli a
quell'età, la briciola di fantasia, la capacità di scherzare e di
giocare, che malgrado tuttti i suoi difetti, il papà riesce a
trasmettergli, con la sua anarchica, immatura e incosciente disinvoltura.
E'un confronto serrato che ha momenti d'ilarità,ma soprattutto di
dolorosa riflessione.
Il “cinico” Risi firma un film dalle delicate sfumature
cechoviane. Un uomo ai margini della società e marito separato ma che conserva
ancora uno spirito un po’ smargiasso riconquista, grazie alla sua nuda e
indifesa genuinità, l’affetto del figlio che non vedeva da anni durante lo
spazio di un giornata qualunque. Malinconia, pudiche introspezioni, esami di
coscienza sul rapporto padre e figlio e gli abituali emblemi risiani del boom
economico visti in una luce sinistra: la spiaggia che si svuota per un
temporale, l'automobile che rimane senza benzina.
… Il film era una delle creature predilette di Dino Risi (“Voglio
molto bene a Il giovedì: dei piccoli, è
quello che amo di più”), ma, quando uscì in sala nel gennaio del 1964,
venne accolto con tiepidezza e ancora oggi non è strano vederlo trascurato o
spacciato per un prodotto minore. Le ragioni della cecità odierna rimangono un
mistero, un’altra sciocca ripetizione di luoghi comuni; all’epoca, invece,
l’ombra de Il sorpasso (1962), del quale costituisce
una sorta di secondo tempo, no giovò di certo alla sua carriera commerciale,
così come non lo fece il protagonista, nonostante siamo di fronte a una delle
sue prove più straordinarie.
E questo perché, come rifletteva il proprio regista, Chiari
non venne mai identificato come un vero “volto cinematografico”.
La critica non fu all’altezza del suo genio, disdegnandolo criminalmente fino
alla fine, con tanto di Coppa Volpi strappatagli di mano alla Mostra
di Venezia del 1986, un po’ per pressioni della DC, un po’ per
quel voto di Alberto Lattuada, che ne approfittò per saldare un vecchio conto. Ugo Tognazzi,
che avrebbe voluto il ruolo protagonista, disse a Risi: “Con
me, Il giovedì avrebbe avuto
successo”. Sicuramente aveva ragione e sicuramente non è una bella
cosa (e no, non per Tognazzi)…
Esistono film che piombano inesorabilmante nel
dimenticatoio. Film che alla loro uscita non destano che un flebile ricordo che
poco dura, ma che a ben guardare, dopo molti anni, è possibile rivalutare
serenamente e coglierne il senso nonchè l' attualità. E' il caso di questo
azzeccato e grazioso film di Dino Risi del 1964, che ci spiega come due mondi
contrapposti, quello di un padre fallito (Dino Versini), separato dalla moglie
e che si finge ciò che non è, un uomo ricco e di successo, e quello del figlio
Robertino, un obbediente e rigoroso bambino che la madre fa crescere in un
collegio tedesco. L'avvocato che cura la separazione legale della coppia,
decreta il Giovedì quale (unico) giorno in cui Dino può vedere il figlio. Dino
è uno spiantato, vive alle spalle della nuova compagna che lo mantiene e ne
sopporta la vacuità, nonchè la mancanza totale di voglia di lavorare…
un film divertente, con un Walter Chiari davvero bravo (un po' Jerry Lewis), in una storia a incastro, dove la psicanalisi ha la sua parte (importante).
la versione italiana ha 10 minuti in meno della versione per la Francia, ecco qui cosa ci siamo persi.
film a episodi del 1963, dove Franco e Ciccio fanno la loro (buona) parte,
e Walter Chiari pure.
nell'ultimo episodio si cita Entr'acte, di
René Clair.
il giudice è
interpretato da José Luis López Vázquez (ha fatto l’attore in soli 261
film, dice Imdb, lo avrete già visto di sicuro, anche con Marco Ferreri
messicano)
non perdetevelo, se avete voglia di ridere, naturalmente - Ismaele
…Gli imbroglioni è un lavoro giovanile di Fulci,
molto divertente, dotato della classica struttura a episodi, nascosta da varie
cause decise dal pretore di un tribunale romano. I due amici sono in fuga dalla
Sicilia in cerca di fortuna, ma si cacciano in una serie di guai e sono
artefici di piccoli imbrogli che li portano ad accumulare diverse condanne e
parecchi anni di galera. Sono i protagonisti assoluti di tre episodi e tutti li
ricordiamo per caratteristiche espressioni: “Innocenti siamo!”, “C’è un
equivoco giudiziario!”, “Abbonati siamo!”, per finire con l’esilarante
“Ricorreremo ad Assisi!”. Altri interpreti di episodi divertenti sono Raimondo
Vianello, procuratore calcistico bolognese innamorato delle donne, e Walter
Chiari, fidanzato vessato dalla suocera ma innamorato della sua donna. Castellano
e Pipolo scrivono solo l’episodio che vede protagonista Walter Chiari, mentre
Vighi e Guerra si dedicano alle peripezie di Franco e Ciccio che conoscono dai
tempi di Gerarchi di muore (1961) di Giorgio Simonelli. La pellicola
è girata in quattro settimane, come abitudine di Lucio Fulci e caratteristica
delle pellicole interpretate dalla coppia comica siciliana. Ma non è tirato
via, non presenta buchi di sceneggiatura né problemi di regia. Il 25 settembre
1963 debutta all’Astor di Torino, nel corso della stagione incassa 523.455.000
lire ed esce in Spagna con il titolo de Los Mangantes. Franco e Ciccio sono gli imbroglioni
principali, Walter Chiari e Raimondo Vianello rivestono ruoli importanti, ma si
ricordano con piacere molti comprimari. Tra questi il marito geloso Aroldo
Tieri, la moglie disponibile e disinibita Dominique Boschero, la suora
ricamatrice Antonella Lualdi (episodio più debole tra i sei che compongono il
film), un avvocato invadente come Pino Scaccia, una bella e docile fidanzata
come Luciana Gilli, una suocera terribile come Xenia Valderi, un politico
spernacchiato come Alberto D’Orsi, un vigile urbano imbranato come Nino
Terzo, per finire con le rapide apparizioni di bellezze acerbe come
Stefania Sandrelli e Margaret Lee. Memorabile la scena del funerale
nell’episodio interpretato da Walter Chiari, quando tutti ascoltano la partita
della nazionale alla radio, al goal dell’Italia la carrozza parte al galoppo e
i partecipanti al corteo funebre la inseguono di gran carriera. Divertente anche
Franco Franchi truccato da mummia nel corso di un’improbabile truffa
archeologica a un turista tedesco che crede alle mummie in una tomba etrusca.
Il film anticipa molti temi della commedia sexy, appena accennati e
giustificati da indovinate parti oniriche. Margaret Lee è una sexy infermiera,
Stefania Sandrelli una paziente che indossa un seducente due pezzi sul lettino
del medico Walter Chiari. >Giorgio Gaber canta La ballata
degli imbroglioni mentre scorrono i titoli di testa, ma durante il
film ascoltiamo con piacere anche il tema di Roma nun fa’ la stupidastasera e
Go-Kart Twist cantata da un giovanissimo Gianni Morandi.
E' una versione aggiornata di un giorno in pretura
diretta con professionalità da Lucio Fulci quando collaborava con Franchi ed
Ingrassia. I due comici fanno la parte del leone se non altro per il numero di
spezzoni in cui sono impegnati. Il migliore però è l'ultimo con Walter Chiari
se non altro per la scena cult della radiocronaca di Italia Inghilterra nel bel
mezzo di un funerale. Non male comunque nemmeno lo spezzone con protagonisti
Aroldo Tieri e Raimondo Vianello. L'unico episodio da dimenticare è decisamente
quello delle suore.
Comedia coral, farsa episódica de
ambiente judicial con José Luis López Vázquez como
juez de un tribunal ante el que desfilan personajes pintorescos que crean
historias sobre pícaros, batalla de sexos, obsesiones sexuales del ciudadano
medio…
Es una producción hispano-italiana con
una irritante participación de la pareja cómica Franchi e Ingrassia en
regulares apariciones, y una serie de historias sin chispa ni conexión entre
episodios, casi todos protagonizados por intérpretes italianos.
A la película le falta soltura narrativa
y gracia, con algún momento puntual ingenioso dentro de la atonía general, en
especial el protagonizado por Walter Chiari en la mezcla negra entre fútbol y
muerte. Más allá de ese momento, la película es bastante mediocre.
Tommaso Cestrone, l'attore protagonista interprete di se stesso, curatore della reggia borbonica, è morto nella notte di Natale del 2013, Gesuino, un pastore sardo che declama poesie mentre le pecore pascolano, Pulcinella, che lega vivi e morti, e poi c'è il bufalo parlante di nome Sarchiapone (la parola sarchiapone appare per la prima volta nel Cunto de li cunti, di Giambattista Basile, ed è un animale famoso per uno straordinario sketch col grande Walter Chiari, qui). Tommaso è un pazzo, un eroe inutile, per i canoni di oggi, nello sfondo di un mondo terribile, la terra e gli animali sono trattati come cose, sfruttati senza pietà, in un mondo senza futuro. Pulcinella è un personaggio che pare uscito da "Uccellacci e uccellini", un altro Ninetto Davoli che vuole liberare gli uccelli, che belli quando volano. Sarchiapone parla, è destinato al macello, intanto vive, contro l'economia di mercato e dello sfruttamento, e la sua esistenza gratuita, in(utile), commuove.
anche Rosa Luxemburg incontra un bufalo, magari si chiamava anche lui Sarchiapone, e piange (qui). vogliatevi bene, fatevi un regalo, andate a vedere questo film, troverete posto di sicuro, in uno dei 12 cinema italiani che lo programmano, non vi deluderà - Ismaele
La soggettiva di un bufalo, ricreata con estrema dovizia di
dettagli. Una mdp mossa, a mano, ad altezza del muso dell’animale. Lo sguardo
della bestia che sembra essere avviata al macello, come è il destino dei bufali
maschi che non producono latte nella normale pratica zootecnica. Così è
l’incipit diBella e perduta,
nuovo lavoro di Piero Marcello, programmatico e metaforico. Una soggettiva che
tornerà ancora. E il piccolo bufalo di nome Sarchiapone, sarà uno dei
personaggi del film. Spesso inquadrato nel muso, spesso colto nel suo sguardo
che rivela emozioni, una vita interiore, e alla fine lo si vedrà anche
lacrimare, piangere. Sarchiapone è la capra dal viso semita di Saba, il bove di
Carducci, l’asinello Balthazar, la vacca di Dariush Mehrjui, creatura senziente
che osserva il mondo, capace di sentimenti, e specchio di un’umanità dolente….
…c’è la volontà (e soprattutto la capacità)
di sondare l’invisibile del nostro paese (ciò che la cronaca e i reportage non
possono per loro natura raccontare, eppureesiste, ci appartiene), un compito a cui non pochi
registi italiani si stanno eroicamente dedicando in questi anni, dalla Alice
Rohrwacher di Le meraviglie, al Leonardo Di
Costanzo diL’intervallo, al Michelangelo Frammartino diLe quattro volte,
al Roberto Minervini della trilogia texana, a colui che (seppur con cifre e
codici molto diversi) si può considerare il padre vivo di tutti loro: Franco
Maresco.
Bella e perdutarestituisce (le cose perdute nel mondo reale le ritroviamo
trasfigurate tra i panorami di uno spirito che esiste) ciò che in
fondo ancora ci appartiene, ma difficilmente viene mostrato in un film…
…Il film ha intercettato questa scomparsa e si
è da lì trasformato anche in una fiaba, quella di Pulcinella che da immortale
diventa uomo e del bufalo Sarchiapone, testimoni entrambi di una perduta
bellezza.Pietro Marcellospiega, innanzitutto, perché ha scelto
un animale come il bufalo:
R. - Io sono cresciuto in quelle terre. Per me
è stato anche un modo di avvicinarmi a quelle terre, abitate da questi bufali.
Gli animali erano amici degli uomini. Oggi gli animali sono degli oggetti. In
un certo senso c’era più rispetto per l’animale in passato, perché una vacca in
famiglia aveva un valore enorme: l’uomo si prendeva cura dell’animale, perché
l'animale era di aiuto nei campi, nel lavoro. Oggi sono semplicemente numeri e
per me è una questione ben precisa quella di dare dignità a questi animali.
D. - Il bufalo nel film parla a Pulcinella,
unico che riesce a capirlo fino a quando indossa la maschera. Poi decide di
liberarsene. Perché?
R. - Nel film Pulcinella si libera di questa
maschera e anche di questa immortalità che lo rende servo. È così che sceglie
il libero arbitrio. Siamo sempre soggetti al destino e al libero arbitrio di
poter scegliere qualcosa per la nostra vita; però poi è il destino che ci segna
la strada. Nel caso di Pulcinella è per diventare un uomo nuovo, un uomo
diverso, un uomo consapevole, che può amare la natura e gli animali.
D. - Lei è riuscito a trasformare quello che
doveva essere un documentario in una fiaba.
R. - Saper trasformare questa
storia è stata una necessità. E il documentario ti insegna questo, riuscire ad
affrontare anche gli imprevisti. Noi abbiamo sentito un po' una sorta di
responsabilità morale di continuare questa storia perché il film nasceva come
un viaggio in Italia sulle tracce di Piovene, anche per raccontare la
temperatura del Paese. Poi si è ancorato alla storia di Tommaso perché il film
si è arrestato lì a Carditello. E il bufalo è rimasto solo…
…Volevo
chiederti se ti eri posto l'idea di che tipo di pubblico potrebbe vedere il tuo
film, che differisce molto dai prodotti che arrivano nelle sale e che quindi
potrebbe avere difficoltà a trovare spettatori
Sinceramnte
non saprei risponderti perché è un problema che non mi pongo. Quando faccio un
film lo faccio per me perché è una cosa che mi fa stare bene. Mi rendo conto
che di fronte ho un pubblico paratelevisivo, l cui gusto è stato rovinata da
anni di cattiva televisione ma io di questo non posso farci niente e di certo
non mi fa cambiare il mio modo di girare. Ed è proprio per continuare a
mantenere la mia indipendenza che giro con risorse limitate. Con il mio
carattere non potrei sopportare intromissioni. Non amo il cinema del reale e
penso che a me come regista spetta il compito di trasporre la realtà dal mio
punto di vista. Per fare questo devo avere totale libertà. Ci puoi parlare degli aspetti tecnici e produttivi
Il
film si è potuto realizzare dapprima grazie a Mario Gallotti e successivamente
a Paola Malanga di Rai Cinema che voglio ancora ringraziare. Il budget è stato
di quattrocentocinquanta mila euro e per quanto riguarda gli aspetti tecnici ti
posso dire che ho girato con pellicole scadute, che mi davamo la
possibilità di lavorare con la celluloide e quindi con un prodotto alchemico
che non potevo controllare. Lo so che è un paradosso per me che appartengo a
una generazione cresciuta con il digitale ma così è per me. Al contrario il
film è stato montato con i tempi del documentario e cioè molto velocemente. In
questo modo sono stato in grado di risparmiare tempo e denaro…
...Sono sempre diffidente verso il cinema favolistico,
verso il fantastico soprattutto con impronta e pretese autoriali e tendenza
all’apologo esemplare, ma devo dire che a Marcello riesce – in territorio e
cultura campani, e su scala ridotta -, quello che non è purtroppo riuscito, pur
con mezzi maggiori, a Matteo Garrone conIl racconto dei racconti.Ci si muove in un paesaggio che, nella
sua purezza rurale, sembra quello omerico o dei miti greci. Ulivi, pascoli,
mandrie di bufali, greggi, spelonche, fonti miracolose, alberi magici. E che
però ci vien mostrato anche nel suo degrado ultimo, quello ormai passato alla
memoria di tutti come terra dei fuochi, immondizie e falò a deturpare
l’armonia. L’armonia perduta, per dirla con Raffaele La Capria…