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giovedì 5 settembre 2024

Gli imbroglioni – Lucio Fulci

il film si apre con una bellissima canzone di Giorgio Gaber, e poi inizia il film a episodi. 

José Luis López Vázquez è il giudice che tiene insieme gli episodi del film.

il film è discontinuo, Franco e Ciccio appaiono tre volte,per la disperazione del giudice.

l'episodio con Walter Chiari, l'ultimo, è un capolavoro.

film divertente.

buona (funerea) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film completo


 

Uno dei pochi film ad episodi dell'epoca non datati.

In un aula di tribunale, si intrecciano varie storie...

Uno dei pochi film comici ad episodi del periodo non datati e ancora oggi divertenti. Tra i tanti attori famosi dell'epoca che vi partecipano, i migliori e i più divertenti sono Franchi e Ingrassia, ma anche Chiari strappa molte risate. Fulci dirige con una certa diligenza.

da qui

 

Fulci è regista che ha sempre un suo perché. Anche in una commedia come questa, non delle migliori, riesce a farsi guardare, proprio per l'originalità di alcune trovate: Franco e Ciccio con tripla identità ad esempio, o lo spassoso episodio con Walter Chiari. Curioso notare, in una scena, come il regista anche nelle sue commedie faccia riferimento a elementi che richiamano alla morte.

da qui

 


venerdì 16 agosto 2024

Avanzi di galera – Vittorio Cottafavi

tre episodi su tre galeotti che escono di galera, ma la vita lì fuori non è facile per nessuno.

tre storie che sono come tre film, di alto livello, con attori bravissimi e un regista davvero grande.

non perdetevelo, vale, vale.

buona (galeotta) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

 

 

…Eppure, nell’eclettismo registico sempre asservito alla ficcante lettura delle complessità e all’afflato umanitario che trova giocoforza la maggior parte della propria linfa nella messa in scena delle ingiustizie, Avanzi di galera mai si permette di giudicare i propri personaggi, e anzi trova forse proprio nel secondo episodio – il gangster movie, l’unico con l’“avanzo di galera” realmente connesso alla criminalità – i suoi maggiori picchi umani. In una tensione costante fatta di luci di taglio, snodi narrativi e movimenti di macchina che anticipano Fernando Di Leo e il Lucio Fulci “giallo”, pistole, pugni in faccia, inseguimenti automobilistici e un cattivissimo Arnoldo Foà nel ruolo del capo dei capi, il personaggio interpretato da Eddie Constantine si ritrova invischiato in una realtà che non ammette vincitori, ma solo amare sconfitte. Sono minacce, offerte, resistenze, vendette trasversali, fino a quel nascondiglio ormai vuoto, l’inutile conflitto a fuoco e il corpo inerme del protagonista che sparisce sott’acqua, fra i giunchi e la fanghiglia. Un’immagine forte, intensa, emozionata. Come quando, nell’episodio precedente, il dottor Luprandi (Richard Basehart), nel bel mezzo della lotta contro l’ospedale per riavere il suo lavoro e la sua posizione, si ritrova sotto casa la vedova del paziente perso alla base della sua incarcerazione a dargli ancora dell’assassino sperando così di ottenere, imbeccata da un avvocato con ben pochi scrupoli, ulteriori risarcimenti in denaro. Uno snodo narrativo che torna poco dopo, come voce fuori campo, come un fresco e traumatico ricordo pronto a compromettere la salute nervosa e l’effettiva capacità di operare del medico. La mano trema, il bisturi sembra pesare una tonnellata, e solo l’amata moglie – nel romanticismo splendidamente ostinato del melodramma – potrà riportare, a suo rischio e pericolo, il proprio marito alla normalità di un chirurgo talentuoso la cui unica colpa era stata quella di volersi prendere la responsabilità di un’operazione estremamente rischiosa e, come può accadere, andata male. A proposito del terzo episodio invece, quello con Walter Chiari, ci torna alla mente la realtà carceraria femminile messa in scena solo quattro anni dopo dal Renato Castellani di Nella città l’inferno. Dove il film di Castellani era stato capace di affidare all’innocenza perduta di una Giulietta Masina che passa da ingenua cameriera a scafata prostituta, a latere dell’intenso magnetismo di Anna Magnani, un’acuta lettura di quanto il carcere potesse cambiare profondamente, in peggio, le persone, Cottafavi prende il volto bonario e simpatico Walter Chiari e lo trasforma in una maschera agrodolce, da una parte disperato nella sua solitudine contro chi – a partire dalla propria famiglia e dall’avvocato incapace di difenderlo – lo crede colpevole, dall’altra gigione e cascamorto – si veda la sequenza sul tram – con l’infermiera che parrebbe l’unica persona disposta a vederlo come innocente. Un’ambiguità che rasenta quasi il bipolarismo, motore della commedia amara che chiude, ponendosi dalle parti del neorealismo rosa, il cerchio di uno straordinario film tripartito, in grado di far convivere – seguendo o anticipando – il melodramma di Raffaello Matarazzo con gli spari e gli inseguimenti di Fernando Di Leo, per poi passare a un Dino Risi che pare avere già un occhio a quella che sarà l’introspezione di Valerio Zurlini. Avanzi di galera è insomma un manuale di storia del cinema italiano intriso della più cocente umanità: un recupero prezioso, che meriterebbe gli scaffali d’onore e che invece giace impolverato nella memoria di pochi cinefili d’assalto.

da qui

 

quel che pensava del film il regista VITTORIO COTTAFAVI:

«Sfortunatamente era un film a episodi e io non sapevo ancora come essere più secco, più conciso in ciò che andavo realizzando. Se avessi avuto maggiore esperienza, se avessi riflettuto di più, sarei stato più preciso a riguardo della storia, e più improvvisatore nella direzione degli attori» (V. Cottafavi, in B. Tavernier, Entretien avec Vittorio Cottafavi, “Positif”, nn. 100-101, dicembre 1968-gennaio 1969.

«Avanzi di galera è un film nato male, il titolo stesso non era invitante, attori non di grosso nome, Eddie Constantine avreb­be potuto funzionare sul mercato francese, ma la sua parte era quella del poveraccio, non dell'eroe. Il tema di fondo, tuttavia, è sempre lo stesso: Walter Chiari facendosi giustizia da sé di­venta un colpevole, ma in realtà è una vittima; Eddie Constan­tine invece non è una vittima ma viene ugualmente punito dal destino perché il luogo dove aveva nascosto il tesoro non esiste più. Il film è un po' troppo magniloquente, ma l'ho girato con piacere, come tutti del resto, se no non li faccio» (V. Cottafavi, in L. Ventavoli, Pochi, maledetti e subito. Giorgio Venturini alla FERT (1952-1957), Museo Nazionale del Cinema, Torino, 1992).

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mercoledì 16 agosto 2023

I maniaci – Lucio Fulci

film a episodi (comici), come si usava in quegli anni.

alcuni episodi sono molto divertenti, Walter Chiari, Raimondo Vianello, Enrico Maria Salerno, Franco e Ciccio, fra gli altri, fanno la loro parte, come sempre.

un'ora e mezza di leggerezza.

buona (con le scommesse) visione - Ismaele



 

Una decina di episodi in b/n connaturati da un umorismo very english (non a caso Vianello è impiegato spesso, mentre la Mondaini appare una sola volta insieme al marito). Da notare come i riferimenti alla vita sociale e politica riproducano frasi e situazioni perfettamente adattabili all’odierna attualità. Appare anche qualche elemento soft erotico, come la doccia nell’episodio della cambiale, tra i migliori. Solo l’episodio finale è meramente comico e affidato a due specialisti del genere. In sostanza il risultato è buono ma non eccezionale.

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La classe non è acqua e, pur con alcuni smottamenti verso il cattivo gusto, questo piccolo film a episodi conferma indiscutibilmente tutte le qualità registiche di Fulci: l’acutezza dell’osservazione quasi da entomologo delle manie, dei vizi e tic degli italiani all'epoca del boom economico, la perizia tecnica nel saper variare il taglio delle inquadrature e il tempo delle sequenze a secondo dello stile narrativo dell’episodio, il cinismo nero e crudo con il quale il regista disegna i personaggi. Film dal sapore aspro e conservato sotto aceto. Buono.

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Discreto film satirico, anche se chiaramente derivativo, che prende di mira vizi, manie e meschinità del benessere e di una quotidianità mediocre. Alcuni episodi-barzelletta sono superflui e banalotti, ma altri riscattano la visione (come L'autostop, con W. Chiari e U. D'Orsi, Il pezzo antico, con F. Valeri e V. Caprioli, e qualche altro). Regia dignitosa e attori eccellenti. 

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lunedì 7 agosto 2023

Il giovedì – Dino Risi

un padre inaffidabile separato dalla moglie può vedere il figlio solo il giovedì.

e Walter Chiari (Dino) questo giovedì vuole stupire Robertino, un giovedì delle meraviglie.

Robertino vive con la madre (come mai Dino si sia sposato con lei non si capisce, se non perché è rimasta in cinta di Robertino) e la governante, una pesante signorina Rottenmeier.

Dino è un tipo un po' incasinato, capiamo che ha difficoltà a trovare un lavoro e fa il mantenuto, eppure quel giorno sarà indimenticabile per Robertino (e per noi).

non perdetevi questo gioiellino, il miglior film di Walter Chiari.

buona (paterna-filiale) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

 

 

Un bel film di Risi questo,che riesce a cavar fuori da un attore considerato leggero e prettamente usato per ruoli comici come Walter Chiari una interessante vena malinconica per tutto l'arco del film. In fondo a Risi non interessa tanto il bambino,che a dir la verita'è pure piuttosto antipatico,ne'il suo rapporto col padre,non tratteggiandolo con dovizia di particolari. Al grande Dino interessa descrivere la figura di un perdente,di uno arrivato fuori tempo massimo nella vita,uno di quelli che perdono costantemente il treno della buona occasione e del successo nella vita,un ultraquarantenne spiantato,che ancora cerca di vendere enciclopedie ma che in realta'vive sulle spalle della sua donna la quale quando gli propone un lavoro magari modesto ma dal reddito sicuro viene rampognata con pervicacia.Il finale coincide con la speranza che questo padre che in realta'sembra piu'infantile del figlio,abbia messo la testa a posto e accetti il lavoro modesto al posto dei voli pindarici e delle pietose bugie che aveva raccontato al figlio nel giovedi'in cui gli è consentito stare insieme a lui,un giovedi'che pare fatto apposta per demolire tutte le piccole bugie e omissioni che il padre pietosamente racconta per non sfigurare davanti al bambino....

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Buon film che non ha avuto l'accoglienza che avrebbe meritato e che rappresenta una delle poche valide occasioni colte da Walter Chiari nel cinema di qualità. L'attore è l'assoluto mattatore di un film che analizza bene un rapporto padre e figlio a parti invertite, con il figlio forse più maturo del padre. Buona sceneggiatura, bella caratterizzazione ambientale (siamo nel pieno del boom economico italiano) per un film pervaso da un'atmosfera malinconica perfetta per la storia in questione.

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Splendido film di Risi in cui padre e figlio ritrovano in una giornata passata insieme un rapporto speciale. Il rischio di cadere nel patetico in una storia del genere era altissimo, ma l'esperta mano del regista riesce a creare un clima di spensierata tristezza in cui Chiari (immenso) intaglia uno dei suoi migliori personaggi, coadiuvato dal piccolo Ciccolini che si rivela una spalla perfetta. Confezione raffinata che non trascura i dettagli, script attento e coinvolgente. Fantastica colonna sonora e un cameo delle gemelle Kessler. Prezioso!

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Il migliore film di Chiari, in un ruolo serio,in una storia malinconica e amara. Padre separato, da una ex, che si intravede soltanto ma s'intuisce  essere  una donna elegante, raffinata, ricca, con appresso tanto di inflessibile tata tedesca,ha un figlio che gli è consentito vedere solo il giovedì,lui é il suo omologo opposto, il classico fallito, da tutti i punti di vista, senza risorse economiche, malvestito e senza lavoro,un pover'uomo, che ostenta un benessere economico che non ha,millanta amicizie di rango,ma è invece puntualmente mortificato e umiliato da quelli che contano, odia il posto fisso che continuamente cerca di propinargli la compagna, ma che lui rinvia pateticamente ogni volta,  prefererendo  vivere da parassita alle sue spalle.In una simpatica girandola di situazioni, si confronterà continuamente con il figlio che pur ancora piccolo, è già più saggio di lui, dopo tante vicissitudini,piccole incomprensioni,litigi e scontri, troveranno il loro"feeling"

Di grande spessore e profondità il film affonda il coltello in un piaga sociale molto diffusa,la separazione di due coniugi lascia indietro spiacevoli strascichi, a carico soprattutto dei figli.La posizione del bambino è interessante,si capisce che è bene istruito ed educato, ma gli manca quel pizzico di audace incoscienza,che caratterizza i fanciulli a quell'età, la briciola di fantasia, la capacità di scherzare e di giocare,  che malgrado tuttti i suoi difetti, il papà riesce a trasmettergli, con la sua anarchica, immatura e incosciente disinvoltura.

E'un confronto serrato che ha momenti d'ilarità,ma soprattutto di dolorosa riflessione.

Risi non sbagliava un film.

da qui

 

Il “cinico” Risi firma un film dalle delicate sfumature cechoviane. Un uomo ai margini della società e marito separato ma che conserva ancora uno spirito un po’ smargiasso riconquista, grazie alla sua nuda e indifesa genuinità, l’affetto del figlio che non vedeva da anni durante lo spazio di un giornata qualunque. Malinconia, pudiche introspezioni, esami di coscienza sul rapporto padre e figlio e gli abituali emblemi risiani del boom economico visti in una luce sinistra: la spiaggia che si svuota per un temporale, l'automobile che rimane senza benzina.

da qui

  

Il film era una delle creature predilette di Dino Risi (“Voglio molto bene a Il giovedì: dei piccoli, è quello che amo di più”), ma, quando uscì in sala nel gennaio del 1964, venne accolto con tiepidezza e ancora oggi non è strano vederlo trascurato o spacciato per un prodotto minore. Le ragioni della cecità odierna rimangono un mistero, un’altra sciocca ripetizione di luoghi comuni; all’epoca, invece, l’ombra de Il sorpasso (1962), del quale costituisce una sorta di secondo tempo, no giovò di certo alla sua carriera commerciale, così come non lo fece il protagonista, nonostante siamo di fronte a una delle sue prove più straordinarie.

E questo perché, come rifletteva il proprio regista, Chiari non venne mai identificato come un vero “volto cinematografico”. La critica non fu all’altezza del suo genio, disdegnandolo criminalmente fino alla fine, con tanto di Coppa Volpi strappatagli di mano alla Mostra di Venezia del 1986, un po’ per pressioni della DC, un po’ per quel voto di Alberto Lattuada, che ne approfittò per saldare un vecchio conto. Ugo Tognazzi, che avrebbe voluto il ruolo protagonista, disse a Risi: “Con me, Il giovedì avrebbe avuto successo”. Sicuramente aveva ragione e sicuramente non è una bella cosa (e no, non per Tognazzi)…

da qui

 

Esistono film che piombano inesorabilmante nel dimenticatoio. Film che alla loro uscita non destano che un flebile ricordo che poco dura, ma che a ben guardare, dopo molti anni, è possibile rivalutare serenamente e coglierne il senso nonchè l' attualità. E' il caso di questo azzeccato e grazioso film di Dino Risi del 1964, che ci spiega come due mondi contrapposti, quello di un padre fallito (Dino Versini), separato dalla moglie e che si finge ciò che non è, un uomo ricco e di successo, e quello del figlio Robertino, un obbediente e rigoroso bambino che la madre fa crescere in un collegio tedesco. L'avvocato che cura la separazione legale della coppia, decreta il Giovedì quale (unico) giorno in cui Dino può vedere il figlio. Dino è uno spiantato, vive alle spalle della nuova compagna che lo mantiene e ne sopporta la vacuità, nonchè la mancanza totale di voglia di lavorare…

da qui 

  


mercoledì 23 giugno 2021

Era lui, sì, sì! - Marino Girolami, Marcello Marchesi, Vittorio Metz

 


un film divertente, con un Walter Chiari davvero bravo (un po' Jerry Lewis), in una storia a incastro, dove la psicanalisi ha la sua parte (importante).

la versione italiana ha 10 minuti in meno della versione per la Francia, ecco qui cosa ci siamo persi.

buona visione - Ismaele

sabato 6 gennaio 2018

Gli imbroglioni – Lucio Fulci

film a episodi del 1963, dove Franco e Ciccio fanno la loro (buona) parte, e Walter Chiari pure.
nell'ultimo episodio si cita Entr'acte, di René Clair.
il giudice è interpretato da José Luis López Vázquez (ha fatto l’attore in soli 261 film, dice Imdb, lo avrete già visto di sicuro, anche con Marco Ferreri messicano)
non perdetevelo, se avete voglia di ridere, naturalmente - Ismaele



…Gli imbroglioni è un lavoro giovanile di Fulci, molto divertente, dotato della classica struttura a episodi, nascosta da varie cause decise dal pretore di un tribunale romano. I due amici sono in fuga dalla Sicilia in cerca di fortuna, ma si cacciano in una serie di guai e sono artefici di piccoli imbrogli che li portano ad accumulare diverse condanne e parecchi anni di galera. Sono i protagonisti assoluti di tre episodi e tutti li ricordiamo per caratteristiche espressioni: “Innocenti siamo!”, “C’è un equivoco giudiziario!”, “Abbonati siamo!”, per finire con l’esilarante “Ricorreremo ad Assisi!”. Altri interpreti di episodi divertenti sono Raimondo Vianello, procuratore calcistico bolognese innamorato delle donne, e Walter Chiari, fidanzato vessato dalla suocera ma innamorato della sua donna. Castellano e Pipolo scrivono solo l’episodio che vede protagonista Walter Chiari, mentre Vighi e Guerra si dedicano alle peripezie di Franco e Ciccio che conoscono dai tempi di Gerarchi di muore (1961) di Giorgio Simonelli. La pellicola è girata in quattro settimane, come abitudine di Lucio Fulci e caratteristica delle pellicole interpretate dalla coppia comica siciliana. Ma non è tirato via, non presenta buchi di sceneggiatura né problemi di regia. Il 25 settembre 1963 debutta all’Astor di Torino, nel corso della stagione incassa 523.455.000 lire ed esce in Spagna con il titolo de Los Mangantes.
Franco e Ciccio sono gli imbroglioni principali, Walter Chiari e Raimondo Vianello rivestono ruoli importanti, ma si ricordano con piacere molti comprimari. Tra questi il marito geloso Aroldo Tieri, la moglie disponibile e disinibita Dominique Boschero, la suora ricamatrice Antonella Lualdi (episodio più debole tra i sei che compongono il film), un avvocato invadente come Pino Scaccia, una bella e docile fidanzata come Luciana Gilli, una suocera terribile come Xenia Valderi, un politico spernacchiato come Alberto D’Orsi, un vigile urbano imbranato come Nino Terzo,  per finire con le rapide apparizioni di bellezze acerbe come Stefania Sandrelli e Margaret Lee. Memorabile la scena del funerale nell’episodio interpretato da Walter Chiari, quando tutti ascoltano la partita della nazionale alla radio, al goal dell’Italia la carrozza parte al galoppo e i partecipanti al corteo funebre la inseguono di gran carriera. Divertente anche Franco Franchi truccato da mummia nel corso di un’improbabile truffa archeologica a un turista tedesco che crede alle mummie in una tomba etrusca. Il film anticipa molti temi della commedia sexy, appena accennati e giustificati da indovinate parti oniriche. Margaret Lee è una sexy infermiera, Stefania Sandrelli una paziente che indossa un seducente due pezzi sul lettino del medico Walter Chiari.
>Giorgio Gaber canta La ballata degli imbroglioni mentre scorrono i titoli di testa, ma durante il film ascoltiamo con piacere anche il tema di Roma nun fa’ la stupida stasera e Go-Kart Twist cantata da un giovanissimo Gianni Morandi.

E' una versione aggiornata di un giorno in pretura diretta con professionalità da Lucio Fulci quando collaborava con Franchi ed Ingrassia. I due comici fanno la parte del leone se non altro per il numero di spezzoni in cui sono impegnati. Il migliore però è l'ultimo con Walter Chiari se non altro per la scena cult della radiocronaca di Italia Inghilterra nel bel mezzo di un funerale. Non male comunque nemmeno lo spezzone con protagonisti Aroldo Tieri e Raimondo Vianello. L'unico episodio da dimenticare è decisamente quello delle suore.

Comedia coral, farsa episódica de ambiente judicial con José Luis López Vázquez como juez de un tribunal ante el que desfilan personajes pintorescos que crean historias sobre pícaros, batalla de sexos, obsesiones sexuales del ciudadano medio…
Es una producción hispano-italiana con una irritante participación de la pareja cómica Franchi e Ingrassia en regulares apariciones, y una serie de historias sin chispa ni conexión entre episodios, casi todos protagonizados por intérpretes italianos.
A la película le falta soltura narrativa y gracia, con algún momento puntual ingenioso dentro de la atonía general, en especial el protagonizado por Walter Chiari en la mezcla negra entre fútbol y muerte. Más allá de ese momento, la película es bastante mediocre.




sabato 21 novembre 2015

Bella e perduta - Pietro Marcello

ci sono:
Tommaso Cestrone, l'attore protagonista interprete di se stesso, curatore della reggia borbonica, è morto nella notte di Natale del 2013,
Gesuino, un pastore sardo che declama poesie mentre le pecore pascolano,
Pulcinella, che lega vivi e morti,
e poi c'è il bufalo parlante di nome Sarchiapone (la parola sarchiapone appare per la prima volta nel Cunto de li cunti, di Giambattista Basile, ed è un animale famoso per uno straordinario sketch col grande Walter Chiari, qui).
Tommaso è un pazzo, un eroe inutile, per i canoni di oggi, nello sfondo di un mondo terribile, la terra e gli animali sono trattati come cose, sfruttati senza pietà, in un mondo senza futuro.
Pulcinella è un personaggio che pare uscito da "Uccellacci e uccellini", un altro Ninetto Davoli che vuole liberare gli uccelli, che belli quando volano.
Sarchiapone parla, è destinato al macello, intanto vive, contro l'economia di mercato e dello sfruttamento, e la sua esistenza gratuita, in(utile), commuove.
anche Rosa Luxemburg incontra un bufalo, magari si chiamava anche lui Sarchiapone, e piange (qui).
vogliatevi bene, fatevi un regalo, andate a vedere questo film, troverete posto di sicuro, in uno dei 12 cinema italiani che lo programmano, non vi deluderà - Ismaele





La soggettiva di un bufalo, ricreata con estrema dovizia di dettagli. Una mdp mossa, a mano, ad altezza del muso dell’animale. Lo sguardo della bestia che sembra essere avviata al macello, come è il destino dei bufali maschi che non producono latte nella normale pratica zootecnica. Così è l’incipit di Bella e perduta, nuovo lavoro di Piero Marcello, programmatico e metaforico. Una soggettiva che tornerà ancora. E il piccolo bufalo di nome Sarchiapone, sarà uno dei personaggi del film. Spesso inquadrato nel muso, spesso colto nel suo sguardo che rivela emozioni, una vita interiore, e alla fine lo si vedrà anche lacrimare, piangere. Sarchiapone è la capra dal viso semita di Saba, il bove di Carducci, l’asinello Balthazar, la vacca di Dariush Mehrjui, creatura senziente che osserva il mondo, capace di sentimenti, e specchio di un’umanità dolente….

…c’è la volontà (e soprattutto la capacità) di sondare l’invisibile del nostro paese (ciò che la cronaca e i reportage non possono per loro natura raccontare, eppure esiste, ci appartiene), un compito a cui non pochi registi italiani si stanno eroicamente dedicando in questi anni, dalla Alice Rohrwacher di Le meraviglie, al Leonardo Di Costanzo di L’intervallo, al Michelangelo Frammartino di Le quattro volte, al Roberto Minervini della trilogia texana, a colui che (seppur con cifre e codici molto diversi) si può considerare il padre vivo di tutti loro: Franco Maresco.
Bella e perduta restituisce (le cose perdute nel mondo reale le ritroviamo trasfigurate tra i panorami di uno spirito che esiste) ciò che in fondo ancora ci appartiene, ma difficilmente viene mostrato in un film…

Il film ha intercettato questa scomparsa e si è da lì trasformato anche in una fiaba, quella di Pulcinella che da immortale diventa uomo e del bufalo Sarchiapone, testimoni entrambi di una perduta bellezza. Pietro Marcello spiega, innanzitutto, perché ha scelto un animale come il bufalo:
R. - Io sono cresciuto in quelle terre. Per me è stato anche un modo di avvicinarmi a quelle terre, abitate da questi bufali. Gli animali erano amici degli uomini. Oggi gli animali sono degli oggetti. In un certo senso c’era più rispetto per l’animale in passato, perché una vacca in famiglia aveva un valore enorme: l’uomo si prendeva cura dell’animale, perché l'animale era di aiuto nei campi, nel lavoro. Oggi sono semplicemente numeri e per me è una questione ben precisa quella di dare dignità a questi animali.
D. - Il bufalo nel film parla a Pulcinella, unico che riesce a capirlo fino a quando indossa la maschera. Poi decide di liberarsene. Perché?
R. - Nel film Pulcinella si libera di questa maschera e anche di questa immortalità che lo rende servo. È così che sceglie il libero arbitrio. Siamo sempre soggetti al destino e al libero arbitrio di poter scegliere qualcosa per la nostra vita; però poi è il destino che ci segna la strada. Nel caso di Pulcinella è per diventare un uomo nuovo, un uomo diverso, un uomo consapevole, che può amare la natura e gli animali.
D. - Lei è riuscito a trasformare quello che doveva essere un documentario in una fiaba.
R. -  Saper trasformare questa storia è stata una necessità. E il documentario ti insegna questo, riuscire ad affrontare anche gli imprevisti. Noi abbiamo sentito un po' una sorta di responsabilità morale di continuare questa storia perché il film nasceva come un viaggio in Italia sulle tracce di Piovene, anche per raccontare la temperatura del Paese. Poi si è ancorato alla storia di Tommaso perché il film si è arrestato lì a Carditello. E il bufalo è rimasto solo…

…Volevo chiederti se ti eri posto l'idea di che tipo di pubblico potrebbe vedere il tuo film, che differisce molto dai prodotti che arrivano nelle sale e che quindi potrebbe avere difficoltà a trovare spettatori
Sinceramnte non saprei risponderti perché è un problema che non mi pongo. Quando faccio un film lo faccio per me perché è una cosa che mi fa stare bene. Mi rendo conto che di fronte ho un pubblico paratelevisivo, l cui gusto è stato rovinata da anni di cattiva televisione ma io di questo non posso farci niente e di certo non mi fa cambiare il mio modo di girare. Ed è proprio per continuare a mantenere la mia indipendenza che giro con risorse limitate. Con il mio carattere non potrei sopportare intromissioni. Non amo il cinema del reale e penso che a me come regista spetta il compito di trasporre la realtà dal mio punto di vista. Per fare questo devo avere totale libertà.

Ci puoi parlare degli aspetti tecnici e produttivi 
Il film si è potuto realizzare dapprima grazie a Mario Gallotti e successivamente a Paola Malanga di Rai Cinema che voglio ancora ringraziare. Il budget è stato di quattrocentocinquanta mila euro e per quanto riguarda gli aspetti tecnici ti posso dire che ho girato con pellicole scadute, che  mi davamo la possibilità di lavorare con la celluloide e quindi con un prodotto alchemico che non potevo controllare. Lo so che è un paradosso per me che appartengo a una generazione cresciuta con il digitale ma così è per me. Al contrario il film è stato montato con i tempi del documentario e cioè molto velocemente. In questo modo sono stato in grado di risparmiare tempo e denaro…

...Sono sempre diffidente verso il cinema favolistico, verso il fantastico soprattutto con impronta e pretese autoriali e tendenza all’apologo esemplare, ma devo dire che a Marcello riesce – in territorio e cultura campani, e su scala ridotta -, quello che non è purtroppo riuscito, pur con mezzi maggiori, a Matteo Garrone con Il racconto dei racconti. Ci si muove in un paesaggio che, nella sua purezza rurale, sembra quello omerico o dei miti greci. Ulivi, pascoli, mandrie di bufali, greggi, spelonche, fonti miracolose, alberi magici. E che però ci vien mostrato anche nel suo degrado ultimo, quello ormai passato alla memoria di tutti come terra dei fuochi, immondizie e falò a deturpare l’armonia. L’armonia perduta, per dirla con Raffaele La Capria…