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sabato 24 settembre 2022

Goliath - David E. Kelley, Jonathan Shapiro

tro ottimi attori (fra gli altri), quattro film lunghi, che magicamente si chiamano stagioni (così va il mondo).

quattro avventure di un avvocato che era stato uno dei migliori di Los Angeles, e i casi della vita hanno riportato alla casella inizio nel monopoli della vita, anche professionale.

i suoi avversari sono fabbriche di armi, giganteschi ladri d'acqua, poliziotti corrotti, politici di merda, narcotrafficanti, case farmaceutica, il peggio dei delinquenti e assassini sulla piazza.

Billy McBride è il protagonista di cause perse, in teoria, ma lui è il don Quijote della giustizia e della verità.

serie veramente bella.

buona (partecipata) visione - Ismaele

 

 


 

 

STAGIONE 1 

Nove episodi intensi e godibili. Non perfetti, certo, specialmente quando gli autori tentano di esplorare il cinema introspettivo e psicologico, che non è davvero nelle loro corde. Forse c'è qualche cliché di troppo: le multinazionali cattivone, i poliziotti corrotti, gli avvocati arrivisti e l'immancabile protagonista antieroe, con una vita privata allo sbando, ma bravissimo nel suo lavoro.

Però la tensione c'è e trascina da un episodio all'altro. Molto apprezzabile la scelta di non caratterizzare i personaggi come monolitici, bensì pieni di sfaccettature e persino contraddittori: magari è poco ortodosso, ma la credibilità generale ne guadagna.

Voto: 8-

 

STAGIONE 2

Dopo la prima stagione dedicata al legal thriller "Goliath" vira decisamente verso l'altro classicone delle serie USA: il narcotraffico. La partenza è fiacchissima, un po' perché i nuovi personaggi non hanno molto sugo e sanno di già visto (tranne Tom Wyatt, ma lo si capirà dopo), un po' perché il protagonista (avv. McBride) e la sua corte (la figlia adolescente e le tre assistenti) sono già stati definiti nel corso della prima stagione e non hanno più molti spunti da offrire. In questi casi bisogna affidarsi alla storia, che però stenta a decollare, affidata ai soliti cliché del cartello messicano spietato e onnipotente, alle collusioni con la politica, l'affarismo e la polizia. Per accendere l'interesse dello spettatore, gli autori ricorrono al trucco più scontato: esagerare con la violenza ostentata e morbosa che, a partire più o meno da metà stagione, diventa la protagonista assoluta degli episodi. Nel carosello viene inclusa una escursione in terra messicana, che probabilmente nell'immaginario USA è sinonimo di persone ammazzate per strada come se nulla fosse (curiosamente, coincide con il nostro immaginario sugli Stati Uniti...).
Bisogna ammettere che l'effetto viene ottenuto e che gli ultimi tre episodi tengono attaccati al video, tanto da riuscire a nascondere evidenti vuoti di sceneggiatura. Perché i cattivi vogliono a tutti i costi la condanna del ragazzino? Francamente resta un enigma. Perché avvicinano in ogni modo (anche sessuale) l'avv. McBride, dandogli così la possibilità di scoperchiare il pentolone? È altrettanto misterioso. A che scopo gli esponenti della Los Angeles bene entrano in affari col cartello: non si capisce proprio. Ma ormai la violenza ha preso il centro del sipario e non lo lascerà tanto facilmente.
Di malavoglia sono costretto a dare comunque un buon voto, perché il prodotto è ben confezionato e il coinvolgimento dello spettatore è innegabile. Però, vista la prima stagione, mi aspettavo di meglio. Disturbante.

Voto: 7-

 

STAGIONE 3

Dopo gli squartamenti della Stagione 2, ritorniamo nel solco di un legal thriller più convenzionale. Stavolta McBride indaga sulla morte di un'amica di gioventù, causata presumibilmente da scavi non autorizzati nella sua tenuta agricola. Siamo nell'aridissima Central Valley californiana, messa in ginocchio da una siccità pluriennale, dove l'acqua è più preziosa del petrolio e i ricchi latifondisti sono disposti a tutto pur di accaparrarsi "l'oro blu".

Il pregio della stagione è che osa avventurarsi fuori dai soliti temi, coniugando istanze ecologiche e di giustizia sociale. Molto intriganti anche i nuovi personaggi (l'articolata famiglia Blackwood e l'enigmatico Little Crow), attorno ai quali gli autori riescono a costruire una ragnatela di misteri molto promettente, anche facendo ricorso ad allusioni al soprannaturale. Pessime invece le sottotrame che provano a giustificare la presenza di personaggi di contorno ormai ininfluenti (specialmente la figlia Denise con le sue crisi e Brittany che tenta l'avventura accademica). Piuttosto goffo anche il tentativo di recuperare alcuni antagonisti delle stagioni precedenti (un patetico Cooperman e una svuotata Marisol Silva).

Resta poi la contraddizione di fondo, già evidenziata per la stagione 2. Ma davvero in America la gente viene ammazzata in continuazione senza che alle forze di polizia venga mai in mente di investigare? Ma non li hanno inventati loro gli sceriffi?

A parte questo, voto: 7

da qui 


STAGIONE 4

...Al centro dell'azione c'è sempre l'avvocato Billy McBride (ovviamente Thornton), che deve confrontarsi con la ricchissima e priva di scrupoli industria degli oppioidi. Non solo i produttori, ma anche chi si occupa di distribuzione e vendita.Si tratta dell'ennesimo Golia che il legale dai metodi poco ortodossi e la sua socia Patty Solis-Papagian (Nina Arianda) devono affrontare, in una escalation d'insidie, trabocchetti e tradimenti. Billy è alle prese con il dolore cronico, conseguenza di quanto gli è accaduto nella terza stagione (niente spoiler, tranquilli), mentre Patty - dopo essere stata assunta in un prestigioso studio di San Francisco, dove è ambientata l'azione - deve fare i conti con il sentirsi usata e non presa in considerazione per le proprie qualità.

La quarta stagione di "Goliath" affronta i temi dell'onestà, della lealtà, del senso di giustizia e di come il denaro (molto denaro, qui si parla di miliardi) possa essere usato per avvelenare tutti questi principi.

da qui 


giovedì 24 marzo 2022

ricordo di William Hurt

 

Confidenze a uno sconosciuto – Ilaria Feole

Come accade che, a volte, ci pare di conoscere di persona gli attori sullo schermo? Cosa c’era in William Hurt che ne ha fatto, per generazioni di spettatori, una specie di lontano parente o amico di famiglia? Questa è la sensazione diffusa a seguito della sua scomparsa precoce, il 13 marzo 2022, pochi giorni prima di compiere i 72 anni, dopo una lotta col cancro alla prostata. Non succede con tutti, e non ha a che fare col talento, che pure in Hurt era cristallino, oltre che cesellato dalla preparazione alla prestigiosa Julliard e da anni di lavoro sul palcoscenico, dove aveva recitato tutto il recitabile, da Shakespeare a Čechov all’Hurlyburly diretto da Mike Nichols che nel 1985 gli valse un Tony. Con quegli studi e quella gavetta poteva fare letteralmente di tutto, perciò è ancor più significativo che al cinema abbia esordito, trentenne, nel segno della sfida con un film come Stati di allucinazione di Ken Russell, e con un ruolo magneticamente ostico, affascinante e repulsivo, di scienziato prometeico. Un personaggio che ci attrae tenendoci costantemente a distanza, con il carisma di chi non si lascerà mai comprendere fino in fondo, ma non smetterà di invitarci a tentare: questa era la danza fra il pubblico e il corpo attoriale di Hurt, una tensione inesausta che ha raggiunto l’apice coi suoi memorabili ruoli degli anni 80. Una forza attrattiva che scaturiva dalla sua paradossale immobilità, costringendo comprimari e spettatori ad andare verso di lui: il veterano ferito di Il grande freddo; lo scrittore di guide di Turista per caso e quello di romanzi di Smoke; lo psicoanalista “in incognito” di Un divano a New York e l’insegnante di Figli di un dio minore; sono tutti personaggi che ardono di un’intensità statica e frustrante, una sensualità cerebrale (perfino le sue scene erotiche di Brivido caldo sono “ferme”) che trasmetteva contemporaneamente arroganza e vulnerabilità (per Joshua Rothkopf è stato il volto «glaciale dell’insoddisfazione yuppie»: in questo senso, davvero, l’icona di un decennio). E che non chiedeva di essere risolta, come un enigma, ma di essere accolta così com’era, nelle sottigliezze di una recitazione fatta molto spesso di microespressioni, di tutte le angolazioni esistenti di un sorriso triste, raffinata perfino quando andava sopra le righe (come con il Luis Molina di Il bacio della donna ragno, non a caso l’unica prova premiata con l’Oscar). Non era il tipo di attore che sembrasse “uno di noi”: bello di una bellezza squisitamente cinematografica, atletico e biondo, proveniente dall’alta borghesia statunitense, aveva una compostezza nobile e spesso algida, una voce profonda e avvolgente, quasi mai messe al servizio di villain (tra le eccezioni: i suoi nove minuti in A History of Violence), ma piuttosto declinate in ruoli che facevano resistenza alla tradizionale classificazione tra “amabile” e “sgradevole” (Dentro la notizia, Un medico, un uomo e, apoteosi, il Rochester di Jane Eyre), e che forse proprio per questo davano la sensazione di poter vedere la persona dietro il personaggio. Come se l’avessimo conosciuto, e seguito fino alla fine del mondo.

https://filmtv.press/

giovedì 7 maggio 2020

Un medico, un uomo (The doctor) - Randa Haines

un medico che diventa un malato perde tutto il suo cinismo e la sua freddezza.
sembra un compitino, ma non è così, William Hurt è davvero bravo, e il film non è melenso, come dicono alcuni.
ma come dice Clint, lopinioni sono come le palle: ognuno ha le sue.
fatevi la vostra opinione, buona visione - Ismaele





Jack McKee, un brillante e spregiudicato chirurgo quarantenne, opera non lesinando battute e freddure agli assistenti anche nel momenti più drammatici di un intervento. Quando si accorge di avere un tumore alla gola diviene, suo malgrado, un paziente e deve subire analisi fastidiose, supponenza ed arroganza del medici, intralci burocratici. Tuttavia scopre i valori umani e la solidarietà tra malati: fra questi spicca la giovane June Ellis, la quale ha avuto la diagnosi di tumore cerebrale in ritardo per colpa dell'assicurazione, che non le ha consentito l'unico esame in grado di diagnosticarlo in tempo, perchè troppo costoso. Nonostante sappia di essere condannata, la donna ha una grande forza d'animo ed un atteggiamento positivo verso la vita ma soprattutto verso il prossimo…

William Hurt riesce a disegnare i tratti con indubbia sensibilità, riuscendo in parecchi momenti, a vincere con la sua sobrietà, le insistenze eccessive e gli accenti marcati sia del testo sia della regia. (Gian Luigi Rondi, Il Tempo) William Hurt persino in una storia simile, persino appesantito com'è, resta molto bravo, affascinante, e in certi momenti persino la sua nuca indifesa, desolata, risulta più eloquente alla faccia di tanti altri. (Lietta Tornabuoni, La Stampa) Il film resta a mezzo servizio fra l'etica professionale, la denuncia del sistema e i processi di famiglia, con triple e oneste razioni di banalità. (Maurizio Porro, Il Corriere della sera) Grandissimo William Hurt, asciutto e intenso, calibrato e magnetico. (Alberto Castellano, Il Mattino)

Vedo June che continua a volteggiare in un sottile lembo di luce perso nel tutto e nel tempo.
Leggo dalle altre recensioni che l'unico, o quasi, scopo del film è il lancio deliberato di melassa sul pubblico.
In verità non l'ho trovato così melenso. Ci sono delle parti dove finalmente si dà sfogo ai propri sentimenti. Si riesce una volta tanto ad essere se stessi incuranti del giudizio degli altri unicamente seguendo il proprio istinto del momento, il proprio sentire più intimo, come quando June cerca il suo futuro ed il suo passato all'orizzione dal tetto dell'ospedale, ma soprattutto quando vuol fermarsi in mezzo al deserto. 
In mezzo al nulla può ritrovare se stessa. Adesso è lei, sola, nel silenzio. Ma è tutto quello che ha ed un amico, una persona che ha capito tanto del disagio di essere malati, ma non ha ancora ben compreso che June, giunta a questo punto, non ha bisogno di 'consumare' un'altra esperienza, ma di, se vogliamo 'misticismo'. Di far fluire in lei qualche breve effluvio di pace in un volteggiare che continuerà per sempre al di là della vita... fondendosi col tutto, col flusso inarrestabile del tempo. 
Il resto può anche essere retorica, ma una retorica ben fatta e ben recitata dove non mancano gli spunti di riflessione e di umanizzazione di un'attività, che, come già detto per il film Corso di anatomia, rischia di sfuggire dalle menti e dai cuori per una mania di efficientismo ovvero per una mera ricerca di un buon livello professionale e prestazionale. Il paziente è solo un numero che ti fa o meno rientrare in statistiche di efficienza ospedaliera dimenticandosi completamente del vero benessere delle 'persone' che stai curando. Non si tratta di automi, ma di persone ciascuna con la propria sensibilità e capacità di reagire di fronte al dramma non solo medico, ma esistenziale.

Anyone who has ever been through the medical system - even with the very best of treatment - will identify with this film. “The Doctor” tells the story of an aloof, self-centered heart surgeon who treats his patients like names on a list. Then he gets sick himself, and doesn't like it one bit when he's treated like a mere patient.
“It may interest you to know that I happen to be a resident surgeon on the staff of this hospital!” he barks at a nurse who wants him to fill out some forms just like the ones he has already filled out. He still has to fill out the forms…