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sabato 18 giugno 2022

Panama Papers (The Laundromat) - Steven Soderbergh

lo scandalo dei Panama papers spiegato con un film, che fila bene, senza annoiare, con grandi attori nelle mani di un grande regista.

come fregare tutti (i non ricchi non delinquenti) con giochi di prestigio da ergastolo, tollerati e ispirati dai grandi severi custodi dell'economia, quando si tratta del 99% del mondo.

film così possono fare intraprendere l'attività di terrorista, ma Louise-Michel, grande film francese di Gustave de Kervern e Benoît Delépine, mostrava qualche anno prima che il mostro dalle mille teste dei paradisi fiscale si combatte con altri metodi, solo che il nemico marcia alla nostra testa se ne frega, e noi li tolleriamo. 

intanto guardatevi Panama Papers, bello e istruttivo, con una Meryl Streep senza rivali.

buona (economica) visione - Ismaele


QUI il documentario con la storia vera


QUI un articolo interessante sui Panama papers

 

 

La storia è quella vera, risalente al 2016, dei cosiddetti Panama Papers, i dossier confidenziali creati dalla Mossack Fonseca nei quali figuravano tutti i nomi degli azionisti - capi di stato e di governo, funzionari, parenti e collaboratori di ogni sorta - che nascondevano i loro beni al controllo statale. Ma Soderbergh si spinge oltre, fino a dare un'identità alla fonte anonima che ha rivelato al mondo l'archivio segreto dello studio.

Non è però Michael Moore, e questo non è un atto di giornalismo cinematografico investigativo: è invece un atto politico, mascherato da gioco di prestigio; una chiamata alle armi del proprio settore, perché se è vero che l'economia è il cuore del problema (e della nostra esistenza e collazione sociale) è anche vero che oggi la scena politica è innanzitutto quella mediatica e il cinema americano, sembra voler dire Soderbergh, non può ignorare il proprio potere e le proprie responsabilità.

Allergico alle modalità tradizionali di narrazione, dedito al rinnovamento stilistico continuo, Soderbergh è anche un regista con i piedi ben piantati nella complessità del nostro tempo (Traffic
The InformantEffetti collaterali) e in questo film, che in parte occhieggia a La Grande scommessa, non è difficile rintracciare gli elementi che da sempre lo interessano, come le forme della frode e le dinamiche dell'umana interconnessione.

Panama Papers non va oltre il divertissement e non scava in profondità, ma è una lezione che vale la pena di farsi impartire, se non altro perché Oldman e Banderas sono una coppia spettacolare e, al solito, è ottima anche Meryl Streep nei panni di un'everyday woman, una "mite", turista per caso della finanza con il fiuto e la determinazione di Miss Marple.

da qui

 

…Alla pari di un Adam McKay, che con La grande scommessa e Vice aveva utilizzato la commedia come cavallo di troia per introdursi nei complicati meccanismi della finanza e della casa Bianca, Soderbergh si serve della stessa grammatica dove il pretesto “storico” diventa semplificazione e la trama è disinnescata da situazioni in cui ognuno può riconoscersi. Almeno a livello emotivo, mentre la questione pratica dello scandalo finanziario rimane evidentemente più distante, ed è più facile seguire la vicenda di Ellen Martin, una donna che perde il marito durante un incidente in barca e scopre in seguito i segni di una frode assicurativa di livello globale. Questo effetto domino messo in scena dal regista funziona in Panama Papers in maniera quasi perfetta, e la risata incontra il senso di colpa mescolando nel grande spettacolo della vita il lutto, i tradimenti, le avidità, gli imbrogli e ogni peggiore sfumatura dell’essere umano.

da qui

 

Soderbergh è uno che sa come fare cinema e come intrattenere gli spettatori, mettendo in scena uno spettacolo sempre diverso ma di eguale impatto. Ne fornisce un’ulteriore prova con quell’oggetto alieno che è Panama Papers (The Laundromat): un film divertente e divertito, nonostante il tema scottante, diretto in modo brillante da una regia che gigioneggia come al solito, e anche di più. Basato sul libro Secrecy World di Jake Bernstein sul celeberrimo scandalo finanziario – ci arriviamo fra poco – è sceneggiato da quello Scott Z. Burns che avevamo elogiato per la regia dell’eccellente The Report, fedele collaboratore di Soderbergh e con una propensione per le storie di intrighi e cospirazioni. Qua ci troviamo però in un film completamente diverso dai vari The Post e Tutti gli uomini del Presidente: siamo in un territorio ibrido, compreso fra la narrazione scorsesiana di The Wolf of Wall Street, la brillantezza e l’ironia di Tarantino, il filone dei film sulle grandi truffe e sul mondo della finanza (da Wall Street a La grande scommessa), il tutto narrato in modo bizzarro e ludico, ma anche con momenti semi-documentaristici…

da qui


domenica 16 gennaio 2022

The post – Steven Spielberg

nel film si racconta dei Pentagon papers e dopo qualche anno sarà la volta del Watergate, la stampa libera non si fa comprare o spaventare, era davvero il quarto potere.

quei giornalisti furono eroi, esempi per la nazione e per il mondo, osannati da tutti (tranne Nixon e suoi complici).

dopo mezzo secolo, per aver fatto lo stesso lavoro giornalistico, Julian Assange viene scaraventato dal governo Usa nel girone subito prima dei quello della sedia elettrica.

chissà se i giornalisti eroi dei Pentagon papers e del Watergate hanno preso posizione sul caso Assange.

The post è un gran bel film, di quelle americanate dove i buoni sono buoni, con un po' di paura ma tanto coraggio.

Tom Hanks e Meryl Streep sono strepitosi, naturalmente, Steven Spielberg è un signor regista.

buona (giornalistica) visione - Ismaele


 

QUI la storia vera

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

 

 

ci sono la mano e l'occhio del più grande narratore per immagini vivente a fare di The Post un racconto da caminetto che ci culla nella gioia della narrazione. Tutto si muove in maniera sinuosa, tutto si incastra perfettamente, tutti gli elementi scenografici e gli attori sono esattamente dove devono essere in ogni singolo frame del film. In più c'è un'ampia dose di umorismo, a tratti tenero e a tratti beffardo. Irresistibili, ad esempio, i siparietti dedicati alla figlia piccola di Bradlee, che vende la limonata ai giornalisti mentre questi discutono di “cose da grandi” nella villetta del direttore. Si ride di gusto quando meno ce lo si aspetta e si prova affetto per questo eterogeneo gruppo di persone unite non solo dalla causa comune, ma da un affetto profondo che va al di là dell'intesa professionale. Persino il rimando finale al Watergate, che in altri film sarebbe risultato pedante e inutilmente didascalico, viene qui trattato più come una boutade conclusiva che una morale scolpita nella pietra, con grande senso dell'auto-ironia…

da qui

 

Ed è un diritto alla parola quello che riafferma Katherine Graham, contro i suoi soci e consiglieri che vogliono stringerla all’angolo, contro le pressioni di parte, le intimazioni dei giudici, le paure degli avvocati. Una semplice parola – pronunciata da una fantastica Meryl Streep che sembra voler smorzare gli applausi ancor prima di sentirli – con cui la donna si smarca non tanto dalla sua condizione femminile, quanto dalla comoda acquiescenza della sua posizione di privilegio, dal mutismo della connivenza, dal timore degli affetti e dal cappio dei ricordi. Ecco, tutto è parola, come le storie raccontate da Lincoln che seminava i miti per il tempo a venire, come gli accordi negoziati da James Donovan, da un capo all’altro del Ponte delle spie. Perché in principio era il logos. E il dialogo fonda e regge la democrazia, le possibilità di convivenza, degli incontri ravvicinati di ogni tipo. Così come i racconti reggono il cinema e l’architrave della Terra. A prescindere che si dicano verità o si sognino utopie, la parola sposta il mondo.

da qui

 

Che Spielberg sia un grande storyteller, forse il più grande di quelli viventi, è un fatto noto, ma la qualità del suo “pensiero” cinematografico sembra procedere con la naturalezza e la freschezza tipiche della gioventù: nessun movimento di macchina resta ingiustificato, nessun primo piano o leggero ruotare intorno agli attori risulta meno poetico o significativo rispetto a tutti quelli girati nei suoi (grandi) lavori precedenti, perché ad ogni film Spielberg è come se rinnovasse l’amore verso l’arte in un bisogno di superarsi e non accontentarsi mai. Il ritmo lento, ma assolutamente necessario per l’incedere di questa sottotrama thriller, di The Post accompagna scena dopo scena un racconto di una modernità impressionante, dove alle tematiche sociali (la responsabilità della stampa, il coraggio di dire la verità, la subordinazione delle donne in ambienti prettamente fallocentrici) si lega intimamente la celebrazione del cinema come mezzo per comprendere attraverso la costruzione, la fantasia, l’entusiasmo, il coinvolgimento emotivo e la meraviglia…

da qui

 

Torna dunque la scelta morale, ultimo appiglio possibile là dove la struttura di una nazione mostra i propri segni di cedimento più evidenti: la stessa scelta morale che era il vero centro del discorso sia per Abraham Lincoln nella sua lotta per l’abolizione della schiavitù che per l’avvocato James Donovan nella difesa della spia sovietica Rudolf Abel. Lo stile di Spielberg si fa una volta di più netto, quasi cristallino: gioca sullo spazio scenico sfruttando le fughe prospettiche e nella sua moderna classicità si affida a una ripresa dall’alto per sottolineare i dubbi e la volontà di emancipazione di Kay Graham. Perché il film racconta anche – e non è affatto secondario come discorso – il passaggio per Graham da una socialità passiva a una socialità attiva: nel suo prendere finalmente le redini di un giornale che è suo di diritto ma che essendo donna ha ereditato non da suo padre (che lo aveva lasciato al genero) ma da suo marito, morto suicida alcuni anni prima, si avverte di nuovo quella spinta a voler sfruttare l’escamotage temporale per raccontare le distonie di una quotidianità sempre più mediocre e retrograda.
L’assunzione di responsabilità di Graham, che riesce in un lento apprendistato a sganciarsi dalle zavorre maschili per rivendicare il proprio diritto alla parola, e all’espressione, è un elemento che non dovrebbe passare in primo piano. Graham, molto più del libertario Bradlee e anche di quel Bagdikian che nel mezzo della tormenta riesce ad ammettere emozionato “ho sempre sognato di far parte di una piccola ribellione”, è l’esempio da seguire. Graham è il paradigma di un mondo soffocante e soffocato che può ancora alzare la testa, scardinare i concetti usurati e aprire gli occhi sulla propria condizione. In quel sublime movimento di macchina – atto della retorica che mai fu più sanosincero e doveroso – che segue Graham mentre scende i gradini della corte di giustizia seguita dallo sguardo attonito e ammirato di centinaia di donne più o meno giovani che sono lì a contestare una cancrena dello Stato, c’è tutta la vis poetica e politica di un’opera a suo modo capitale. Sulla questione il modo migliore di concludere questa analisi è quello di affidarsi alle parole che Steven Spielberg ha pronunciato a Milano durante la conferenza stampa del film: “Non sono un sociologo o un esperto che possa parlare con competenza di un tema tanto arcaico quanto quello della battaglie dei sessi, ma quello che posso dire è che le donne in tutta la storia hanno cercato e talvolta sono riuscite a trovare il loro posto, come è accaduto durante la seconda guerra mondiale in cui con gli uomini al fronte le donne si sono ritrovate a guidare l’industria bellica e navale. Finita la guerra però non hanno avuto la possibilità di capitalizzare la propria esperienza, e non è stato loro riconosciuto il ruolo svolto: gli uomini sono tornati a casa e le donne in cucina. Il problema è principalmente un problema maschile, di uomini che non sono in grado di comportarsi correttamente e finché i maschi non sapranno accettare il “no” come una risposta questa guerra dei sessi continuerà. Io spero che il nostro film possa essere di ispirazione per quelle donne che non hanno ancora trovato la propria voce e che invece, dopo averlo visto, pensino: “Al diavolo, ora facciamo come dico io”.

da qui

 

Spielberg riesce a costruire con grande misura l’intreccio narrativo, bilanciando l’aspetto thrilling e di impegno civile del cinema d’inchiesta, senza la facile retorica hollywoodiana, tanto che lo spettatore, nonostante sia a conoscenza, o comunque si prefiguri l’esito della vicenda, sembra sempre aspettarsi un colpo di scena. Un meccanismo ad orologeria perfetto che riesce a girare magnificamente grazie alla maestria con cui vengono uniti gli elementi, le interpretazioni magistrali degli attori, da quelli principali a quelli che svolgono un ruolo secondario, la sceneggiatura (Liz Hannah e Josh Singer, già autore di Spotlight), la colonna sonora (John Williams), la fotografia (Janusz Kamiński, collaboratore storico di Spielberg dai tempi di Schindler’s List), la scenografia (Rick Carter) e una regia “trasparente”, un linguaggio “classico”, (nel senso dello spazio e nella composizione del quadro, nei movimenti di macchina interni all’inquadratura), impercettibile, cala lo spettatore nella dimensione finzionale, facendo ri-vivere il passato dalla posizione del presente.

Chiari e comprensibili sono certamente i riferimenti all’amministrazione Trump e alla libertà di stampa, la lotta alle fake-news, così come al movimento time’s up e alla condizione della donna in un sistema di potere, che rendono il film estremamente ancorato allo scenario attuale. Tuttavia The Post, nonostante sia centrato sulla parola (il potere alla narrazione, epica, e alla parola stampata del giornale), attua un’articolata riflessione sui legami storici e culturali dei mezzi di comunicazione attraverso una ricerca, e una ricostruzione, quasi archeologicaThe Post ci mostra non solamente la redazione del giornale dove venivano riordinate le informazioni e trascritti gli appunti, ma il luogo in cui venivano svolti i processi di stampa, soffermandosi sull’attività delle macchine rotative, tipografiche, che scuotono letteralmente l’intero edificio, l’ultimo passaggio di una catena di montaggio che produce un documento concreto, tangibile nella carta stampata. Analogamente il cinema attua un processo di mediazione, di rivisitazione e, conseguentemente, di riscrittura del passato, dando corpo a idee, gesti, movimenti e parole, immagini che diventano veicoli di memoria culturale e storica.

da qui

 


lunedì 13 dicembre 2021

Don't Look Up - Adam McKay

qualche anno fa Don't Look Up sarebbe stato considerato un film di fantascienza, adesso è "solo" un film praticamente di cronaca.

non è colpa della fantascienza, è che la realtà corre sempre più veloce.

i riccastri che salgono sulle astronavi già esistono, il nepotismo dei potenti anche, la scienza negletta e ignorata se non conviene alla politica pure, il dominio delle televisioni e dei social media cresce tutti i giorni, l'avidità del capitalismo è senza freni, una Casa Bianca che è solo un luogo per utili idioti, insomma niente di nuovo.

in questo film due astronomi (Jennifer Lawrence e Leonardo DiCaprio) scoprono che un meteorite sta per colpire la Terra, ma il loro allarme finisce nel tritacarne della politica (Meryl Streep e Jonah Hill), della tv, dei social, tutti hanno gli occhi incollati sull'oggi, sul telefonino, ciechi e sordi all'evidenza.

Adam McKay è un regista davvero bravo, una sceneggiatura a orologeria e attori eccezionali confezionano un film che fa ridere e pensare, ma anche arrabbiare.

il film è prodotto da Netflix, intanto è in sala, capirete perché è meglio in sala che alla tv, intanto andateci e godetene tutti.

buona visione (con la fine del mondo incorporata) - Ismaele


ps: qualche anno fa è apparso un film su un meteorite enorme che avrebbe colpito la Terra, il grandissimo e terribile Melancholia, di Lars von Trier 

 

 

La scoperta di una cometa pronta a distruggere la Terra è un elemento di suspense capace di creare un clima di tensione estremo. È ciò che pensano i protagonisti, infatti, che da subito vanno nel panico. Kate e Randall sono due persone normali; insicuri ed increduli dinanzi ad una scoperta del genere sono costretti a reinventarsi pur di avvisare il mondo della minaccia. Il bello però è proprio questo. Il clima di tensione non si crea e non è un errore del film, bensì l’elemento sul quale si vuole giocare. Oggi siamo a conoscenza dei maggiori problemi della Terra, in particolare la crisi ambientale, eppure nessuno sembra importarsene. Ciò che vediamo sullo schermo in chiave satirica e comica, non è nient’altro che una spaventosa metafora della realtà. I protagonisti sono costretti ad affrontare l’ignoranza, l’arroganza e la strafottenza di un pianeta che sembra intenzionato ad esplodere più che a salvarsi.

Adam McKay ne ha per tutti e tira in ballo il giornalismo, la politica, i social network e chi più ne ha più ne metta. Ciò che ne esce è un ritratto (proprio perché anche se esagerato, non c’è nulla di falso) della società in cui viviamo; solo che vista dall’esterno fa ancora più paura. Le persone prestano maggiore attenzione alle relazioni tra popstar che alla fine del mondo, i giornalisti scherzano sule stelle cadenti ed i social ridicolizzano attraverso i meme le parole degli astronomi. È un po’ come quando i dottori vanno in televisione a parlare del vaccino e sostanzialmente non si è mai sicuri di ciò che si ascolta. Oggi tutti siamo esperti di tutto, tanto che la parola verità ha perso di senso. Saremmo capaci di negare la fine del mondo anche se l’avessimo dinanzi ai nostri occhi, per cui, forse, un po’ ce la meritiamo…

da qui

 

Per quanto possa suonare esagerato o iperbolico, Don't Look Up purtroppo non è un film di fantascienza, e dico “purtroppo” perché le situazioni che rappresenta appartengono tutte a questa sciagurata parentesi pandemica, tra gente che nega o si accapiglia. Dopo La grande scommessa, che processava “for dummies” la crisi economica scoppiata a ridosso del 2007, Adam McKay prova ad applicare lo stesso trattamento al presente azzeccandoci in larga parte, ma infilando di tanto in tanto qualche faciloneria e andando un po’ troppo per le lunghe. Detto questo, comunque, promosso e ad avercene.

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Don't Look Up è un'opera capace di non prendersi sul serio, scritta con l'intelligenza e l'ironia di un autore in grado di trasformare il dramma in una satira piacevolmente grottesca. In poco più di due ore di visione Adam McKay riversa tutto il proprio livore nei confronti delle contraddizioni americane, nella maschera patinata e doppiogiochista della politica, nella messa a nudo di una post verità scomoda e onnipresente, nel realismo di un presente parallelo e possibile. Lo fa con una scrittura capace di poggiarsi su un numero indefinito di stereotipi mai banali e spiazzatamente attuali, per quanto costantemente sopra le righe.

Lo fa, soprattutto, con i volti di DiCaprio e della Lawrence, che portano in scena le uniche coscienze drammatiche di quella giostra volutamente ridicola e sfarzosa che è il mondo, troppo occupato a farsi tenere con la testa abbassata pur di non alzare gli occhi al cielo per scovarvi la tremenda e apocalittica verità imminente. Dont' Look Up è un film virtuoso non soltanto sul piano dello stile narrativo e dell'invettiva sociale e politica, ma anche su quello formale: quello di McKay è un occhio che guarda all'avvicinarsi della distruzione planetaria con l'amore di chi osserva la natura e i suoi protagonisti, realmente presenti nella messinscena con frequenti e improvvisi intermezzi, ma anche di chi condanna una passerella mediatica fatta di bias di conferma e misinformation…

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…Don’t Look Up sbatte in faccia agli Stati Uniti una realtà fattuale: non sono i salvatori del mondo, anzi, tutt’altro!

Hollywood ha da sempre spinto su un’idea reazionaria di America salvatrice del mondo (da alieni, da guerre, da calamità naturali) prendendo spesso in giro altre realtà e altri popoli (noi italiani fermi agli anni ’50, per esempio). Ora che McKay sbatte in faccia agli americani di che pasta sono fatti ecco che le critiche piovono…

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McKay’s filtering of the details of the 2008 financial meltdown and Dick Cheney’s war crimes into simplified, bite-sized chunks of information, while often heavy-handed and condescending, was at least in the service of elucidating complex, real-world events. With Don’t Look Up, the fictionalized central conceit, which mirrors the perils of climate change, never achieves any such complexity. And the filmmakers use it not as a means to enlighten their audience about imminent impacts to human life, but rather to berate them for supposedly doing nothing about it. The film’s satire, while intermittently funny, rarely moves beyond the surface level of its sociopolitical commentary. Even worse, it seems tailor made to preach almost exclusively to a liberal choir, and at the mocking expense of everyone else…

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Don’t Look Up , nuovo film di Adam McKay può contare un cast di altissimo livello tra cui spicca il nome di Meryl Streep, da molti attori considerata la più grande attrice vivente. Per questo motivo sul set del film diversi colleghi, come Jonah Hill e Jennifer Lawrence, si rivolgevano a lei con l’affettuoso soprannome di G.O.A.T. Per chi non lo sapesse questo acronimo sta per Greatest of all times, più grande di tutti i tempi. Tuttavia la parola goat in inglese significa anche capra. Cosa ben nota praticamente a tutti tranne che alla grande attrice che per molto tempo ha pensato che i suoi colleghi la paragonassero all’animale. A raccontarlo sono stati, in due sedi diverse, la Lawrence e Hill…

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Come ci ricorda una citazione di inizio film dell’umorista Jack Hardey, scuola Saturday Night Live, “quando muoio, voglio farlo serenamente nel sonno come mio nonno. Non urlando di terrore come i passeggeri della sua macchina”. 

La politica è talmente incancrenita in piccoli rituali e automatismi da perdere completamente il senso della realtà, per spiacevole che sia. Non manca l’esposizione del paradosso della società dell’apprezzamento istantaneo, riflesso puramente istintivo che porta a cliccare, un cuore, un like, senza pensarci. Per non parlare dell’ondata di imprenditori illuminati dall’etica, con uno straordinario Mark Rylance fra Elon Musk e Steve Jobs, dal sorriso stampato e il tono di voce zen, campione intergalattico irresistibile della doppia morale.

Pur uscito in epoca pandemica, Don’t Look Up è un grido d’allarme sull’ambiente, anche se si adatta alla grande a molte altre problematiche esplose ancora più recentemente, come la pandemia. Tutto bene, no panic. Ma non c'è più il pulsante "fine di mondo" nella sua confortante concretezza. Oggi il rischio di autodistruzione è smaterializzato, come molta parte della nostra quotidianità e delle paure per il futuro.

Aiuto, voglio scendere, ma prima meglio guardare anche in basso, oltre che in alto. Ci voleva un comico come McKay per farci ridere di terrore.

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