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domenica 1 luglio 2012

C'era una volta in Anatolia - Nuri Bilge Ceylan

a raccontarlo sembra una cosetta da niente, la ricerca e il ritrovamento di un cadavere, il trasporto in ospedale e poi l'autopsia.
ma i 157 minuti sono davvero necessari, il cielo è sempre grigio, perfetto per la malinconia dell'anima, tutti sono dei vinti, cosa sperare non si sa, una tristezza di fondo avvolge tutto e  tutti.
(il dottor Cemal sembra il cugino di Erri De Luca)
da non perdere - Ismaele


Romanzesco e banale, interiorità ed esteriorità: una mescolanza di elementi che il regista duplica a livello visivo (decisivo l’apporto dell’abituale operatore, l’eccellente Gökhan Tiryaki). La prima parte di C’era una volta in Anatolia è calata nei toni notturni del blu e del nero, in cui la zona stepposa a due ore d’auto dalla capitale diventa il palcoscenico astratto e quasi onirico della ricerca, per di più gravato da un vago senso di minaccia, con quei lampi che illuminano all’improvviso il paesaggio. La seconda parte, invece, è diurna, più “fisica” e concreta, dominata dai colori spenti dell’ocra (i campi sterrati) e del grigio (il cielo piovoso), dove il fascino del paesaggio notturno lascia il posto a un vago senso di squallore. La ricerca del morto è stata una singolare “evasione”, un piccolo viaggio all’interno di se stessi, terminato il quale la mediocrità del quotidiano torna a prendere il sopravvento…

C’è un cinema che ha paura del tempo, e allora lo insegue affannato, lo combatte e lo violenta, lo contrae fino a rendere l’esperienza della visione istantanea, quasi nulla; un cinema – letteralmente – di consumo immediato. Tutto all’opposto si colloca l’approccio di N.B. Ceylan, cineasta estremo che sin dai tempi di Uzak (Gran Premio della Giuria a Cannes 2003) aveva mostrato di sapere bene che nessuna profonda verità che abbia a che fare con l’umano può scaturire se non attraverso la durata. Nelle quasi due ore e quaranta di C’era una volta in Anatolia (stesso premio cannense di Uzak nel 2011) succede poco. I dialoghi, fitti, riguardano spesso la più banale quotidianità; le azioni compiute dai personaggi sono volutamente svuotate di senso: la carovana si muove senza costrutto, fermandosi meccanicamente ogni volta che sembra sul punto di venir fuori il cadavere, e altrettanto meccanicamente ripartendo. Un’ironia sottile avvolge la scena, eppure vi è una tensione invisibile che cresce nelle pieghe delle immagini, facendo montare la sensazione indefinita che qualcosa stia per accadere da un momento all’altro. Non qualcosa che abbia a che fare con l’azione, piuttosto ci si aspetta il determinarsi di maturazioni lungamente covate, la rivelazione improvvisa di verità note solo all’anima…

…I protagonisti di questo indecifrabile film si muovono nella notte turca con cadenze ritmate uguali e ripetute: la carovana si mette in marcia, poi si ferma, poi discute, poi riparte. E mano a mano che le prime luci del mattino si avvicinano lo spettatore ricostruisce sempre meglio i caratteri dietro i volti. Una vera e propria scoperta cui l'autore ci accompagna mano nella mano. Il noir si spegne e lascia spazio all'inafferrabilità del destino umano: la ricerca del corpo di un morto è la rincorsa a una propria personale epifania: l'essere umano che prende coscienza di sé.
Il tragitto, vi avvertiamo, è quanto di più faticoso ci possa essere al cinema. Parole e ritmo vengono dilatate all'inverosimile. Perché? Perché Ceylan crede in un processo lento e meticoloso, il tempo dell'uomo non è frenetico come nelle pellicole d'azione, è un doloroso e sofferente cammino verso una possibile luce. Riuscire a seguire la singolare comitiva che si muove in questa buia notte dell'Anatolia è tanto impegnativo quanto illuminante. Al termine dell'avventura, forse, sarà lo spettatore ad essere il più soddisfatto della strada percorsa…

…Il tributo più che diretto ai due “C’era una volta..” (C’era una volta il West e C’era una volta in America) di Sergio Leone e, più in generale al suo cinema, non è contenuto soltanto nel titolo di questa straordinaria esperienza visiva e intellettuale, ma anche nel modo con cui Bilge Ceylan rende epica e archetipica la minima materia narrativa contenuta nella sceneggiatura e l’insistenza quasi maniacale su primissimi piani dei volti dei quattro protagonisti, sorta di cowboy della steppa alla ricerca della propria anima perduta e chiamati a sfidarsi in continui duelli in cui le parole e il loro peso brutale prendono il posto delle pallottole.
Parlando di volti, per celebrare appieno la potenza evocatrice di una pellicola come questa non si può non menzionare gli attori che interpretarono i quattro personaggi e prestano le proprie fisionomie e la propria professionalità ai ruoli loro affidati: si tratta di nomi sconosciuti al cinema internazionale, attori di un’intensità impressionante i cui volti parlano senza bisogno di parole e che, ad altre latitudini cinematografiche, sarebbero già star indiscusse pagate milioni di dollari. I dialoghi tra il medico e il procuratore sono così perfetti nella loro capacità di evocare per allusioni da essere destinati a entrare di diritto nei manuali di scrittura cinematografica. E lo stesso si può dire per le loro facce di sofferenza antica su cui Ceylan posa impietoso la macchina da presa mostrando il tormento interiore in primissimi piani di intensità a tratti insostenibile…
da qui

domenica 24 giugno 2012

Detachment - Tony Kaye

un miracolo che venga fatto un film così e che arrivi nelle nostre sale.
una storia nella quale confluiscono tante storie terribili, con molte ombre e qualche sprazzo di luce.
un film che parla di scuola senza troppe speranze
e poi c'è un bravissimo Adrien Brody, che mi ricorda Giorgio Gaber da giovane, e anche Erica, una ragazzina che riesce a sorridere.
da non perdere - Ismaele




…Triste, poetico, pluripremiato, “Detachment – Il Distacco” è un film duro e difficile, che non lascia spazio alle illusioni e all’ottimismo. Attraverso uno stile documentaristico e realista, la pellicola di Kaye, ci mostra le gravissime falle del sistema scolastico pubblico americano nonché le ripercussioni disastrose e tragiche che questa falle hanno sugli studenti, sui ragazzi ma anche sugli insegnanti di queste scuole ridotte ormai alla totale deriva.
Adrien Brody (eccellente), con volto sempre triste e contrito, è la guida di questo viaggio faticoso e doloroso in cui non c’è più posto per i sogni o per le speranze ma solo per la rabbia, la cattiveria, la sofferenza e talvolta, purtroppo, anche la resa. Il lieto fine, insomma, è lontano anni luce: non lo cercate neppure se andate a vedere questo film.
Il trailer: ingannevole. Rende il film più “leggero” di quel che è.

…The beauty of this movie comes within the subtext, whether you can directly relate with the characters or not, the movie takes the message and widens its range so everyone is able to understand the actual meaning of the film. Let's clear things out, this film is not about a school or the basis of education, this is about trying our best not to give a damn about others as most of us just go around doing everything in our power to be happy ourselves with a lousy job, a loveless marriage, a constant sense of abandonment or basically a crappy life (all of the above portrayed marvelously in the film)…

Lo stranito Henry Barthes (Adrien Brody, poveraccio) insegna letteratura in un high school. Se gli studenti sono criminali in erba, i genitori sono anche più maneschi e strafottenti. Tony Kaye finge di mettere sotto accusa il sistema educativo americano, ma è più interessato a scimmiottare l’incolpevole Camus, raccontando un patetico “étranger” made in Usa. Intellettualismi a non finire, sostanza filosofica (e cinematografica) nulla.
da qui


È intriso di profondo pessimismo e malinconica poesia questo film diretto dall’eclettico artista britannico Tony Kaye. La consapevolezza lucida e amara di un destino ancorato al dolore è scandita dalle parole immortali di scrittori con cui il supplente spiega la vita ai ragazzi e incarnata nello sguardo triste e lontano di un Adrien Brody sempre superbo. L’intero cast è all’altezza di una sfida impegnativa: cogliere le falle del sistema di istruzione americano e le tragiche conseguenze che si riverberano sulle vite di insegnanti e alunni. Il regista le ritrae in maniera non convenzionale, percorrendo la strada di uno stile personale e riconoscibile, con un avvio da documentario – con inserti di interviste video a docenti che imprimono un effetto di realismo – e uno svolgimento via via più drammatico. Notevoli anche le soluzioni visive, con il contrasto tra il bianco e nero degli inserti iniziali e una fotografia dai toni caldi. Quando poi le immagini parlano all’unisono con la musica, la magia del cinema è compiuta e arriva dritta al cuore…

Barthes dal suo arrivo a scuola si rivela un professore giusto nel posto giusto: sa prendere i ragazzi, da loro stimoli opportuni, diventa in pratica il punto di riferimento di cui hanno bisogno. Come l'altrettanto bravissimo prof. Dunne, interpretato dal grande Ryan Gosling nel troppo poco conosciuto (almeno in Italia) "Half Nelson", l'insegnante Barthes ha una vita privata piuttosto grama. Non che arrivi a fumare crack come il suo collega ma è amareggiato dalla salute malferma del nonno materno e soprattutto ossessionato dal ricordo della madre, morta suicida quando lui era ancora un ragazzino, forse spinta al tragico gesto proprio dal genitore (il film è pieno di flashback che a poco a poco ricostruiscono questo passato pesante)...
da qui

L'abilità di Tony Kaye è quella di mettere a fuoco un argomento per parlare di (un) altro: mentre si concentra sulla scuola, lascia emergere il passato di Henry e mentre analizza la sua figura ed i suoi comportamenti ecco delinearsi la descrizione di un intero sistema scolastico in rovina ed ancora mentre il trauma del professore viene portato alla luce, esplodono le crisi dei suoi giovani amici e studenti.

Lo stile adottato è composito, intervallando la narrazione con le dichiarazioni di Barthes rilasciate davanti alla telecamera di un suo studente ed integrando con le fotografie dell'artista in erba Meredith eloquentemente da lei rielaborate.

La metafora della crisi interiore del protagonista, che si rispecchia in quella profonda della scuola americana, senza apparente futuro, è quella evidente di un'intera nazione, in cui pochi maestri hanno poco da insegnare ad ancora meno disposti discenti. Ma Kaye stavolta lascia comunque aperta una speranza, nell'ultima scena riconciliatoria, in cui il professore sembra intenzionato a riannodare i pochi fili ancora rimasti.

Grazie alla bravura degli attori – dominati da un magnifico e scisso Adrien Brody, per non parlare di un ritrovato James Caan - ed alla sensibilità di un regista alquanto originale, ma non a caso inglese, quindi lucidissimo in quanto extra-statunitense, la storia di Detachment è destinata a commuovere ed affascinare gli spettatori - speriamo non pochi - che vorranno avventurarsi nella visione di un film che nella sua intensità non fa sconti a nessuno.

venerdì 22 giugno 2012

Il dittatore – Larry Charles

un po' Borat, l'estraneo che arriva in Usa, e vede e racconta molte cose che non vanno.
all'inizio sembra ispirato a Gheddafi che arriva a Roma, poi ce n'è per tutti.
battute spesso divertenti, anche più, ma nel complesso mi è sembrato un film un po' deludente, rispetto alle attese, nel senso che spreca e si adagia troppo.
visto a pochi giorni da "Red State", capisci che "Il dittatore" è intrattenimento e "Red State" e cinema politico.
ma una visione "Il dittatore" se la merita di sicuro - Ismaele




Leader e sosia, a cui è sempre destinata una pallottola, l'attore inglese sceglie un'altra identità e si permette di volare sopra il cielo di Manhattan alla ricerca della barba perduta e producendo umorismo intorno all'undici settembre. E dopo la finestra sul ‘cortile' di Ground Zero del broker di Spike Lee, Baron Cohen sceglie un punto panoramico più ‘sensibile' da cui guardare l'America come rappresentazione dello spazio occidentale, sferzando gentili, arabi, ebrei, indiani, siriani e qualsiasi altro genere di etnia secondo le regole della sua poetica e alla maniera di Peter Sellers. Egoista ed egocentrista, il dittatore di Baron Cohen fa tutto quello che gli passa per la testa, è un incubo per il prossimo, la pallottola a lui destinata colpisce sempre qualcun altro e lui si limita a prenderne atto e ad andarsene, libero di licenziare, giustiziare, torturare, stuprare, dichiarare guerra. Ebreo ‘gentile' fuori dal set, l'attore archivia il reduce orfano di Hugo Cabret e recupera la modalità violenta, una sublimazione di istinti aggressivi che vengono ridotti a irresistibile momento ludico e demenziale. 
La comicità di Sacha Baron Cohen è una faccenda paradossalmente seria che scarica il dolore del mondo, esorcizza il male, avverte in anticipo le paure dominanti scherzandoci sopra e dando loro una forma e un nome, soddisfa le esigenze emotive del pubblico pescando il riso dal ‘basso' ma radicandolo nello spirito.

Chaplin irrideva e triturava il presente, Kurosawa ricordava e intrepidamente dava vivacità al mondo circostante mentre Larry Charles (e l’alter-ego che diventa partecipe di se stesso) schiuma rabbia con fugacità irrisolta e maestria un po’ rabberciata. Certo i confronti sono irriverenti (se ne rende conto benissimo chi ha visto il film e ne scrive) ma per smuovere veramente le acque si deve andare fino in fondo con una risata piena e un gioco di smarco ficcante e portentoso senza aggiungere manifestazioni (per carità gustose) e risvolti deretani, eiaculanti e fortemente puzzolenti. Il trash arriva in un tempo ristretto (appena non te ne rendi conto appare fuori dalla finestra) e sfacciatamente si appropria del tutto…

...Rimanendo in tema di terrorismo, “Il dittatore“ non è altro che un attentato al perbenismo, che prende di mira i  benpensanti, quelli che comunemente in Italia chiamiamo i moderati, strappando la risata in una esplosione di situazioni comiche e grottesche, superando molte volte il limite della decenza. Ovviamente la lettura che si può dare della pellicola è su più livelli. Se andate al cinema per la risata facile non rimarrete delusi, ma se andate oltre l’apparenza, nel lavoro di Sacha Baron Cohen potete trovare anche qualche cosa di più: riflessioni sull’attuale situazione mondiale, che fanno scattare inevitabilmente quel riso (ahinoi!) amaro. Con quest'ultimo lavoro, Baron Cohen ci fa dimenticare il poco riuscito "Bruno" e ritorna alle gag di "Borat", avvalendosi anche di un grande cast, con nomi del calibro di sir Ben Kingsley e Anna Faris, che qui interpreta la bella di turno con tanto di ascelle pelose…

Non bastano un comico dalle capacità comunque notevoli e un personaggio radicalmente scorretto a fare un buon film. Lo dimostra in maniera piuttosto evidente la nuova collaborazione tra il regista Larry Charles e la star Sacha Baron Cohen. Il dittatore è un lungometraggio in cui si possono trovare una grande quantità di scene divertenti, di battute corrosive, di situazioni che possono far sorridere a denti stretti oppure far gridare all'insulto. Eppure questi fattori messi insieme tra loro non riescono a comporre un film convincente, soprattutto perché basato su una sceneggiatura troppo fragile…

…Il grosso interrogativo a priori era la tenuta complessiva della trama nella prima prova completamente di finzione di Cohen. Ci sono effettivamente sketch - anche fantastici come quello dell'elicottero - che sono abbastanza a sé stanti (pronti per YouTube, per così dire) e interrompono lo scorrimento narrativo. Ma giunti alla fine del film si vede come il quadro formato sia abbastanza coerente - e più che un quadro è uno specchio in cui ridendo vediamo riflettersi nel grottesco di Wadija le nostre democrazie svuotate di senso (democrazie de-democratizzate come un caffè decaffeinato, dice Slavoj Žižek).
Certo, dalla recitazione di Cohen si poteva sperare di più (il sosia è un'occasione sprecata) e la regia si limita ad essere funzionale alla sceneggiatura - la bellezza del movimento di macchina, dell'inquadratura, la raffinatezza del montaggio vanno ricercate altrove…

domenica 10 giugno 2012

Silent souls - Aleksei Fedorchenko

un film con un fascino lontano, una morte che è un ritorno alle origini.
poetico, ma non coinvolgente del tutto.
merita certamente la visione - Ismaele



Impossibile non pensare, anche solo in parte, a "Departures": anche qui, naturalmente, il riferimento è al mito di Caronte. Ma rispetto al film giapponese, in questo riflessivo viaggio di accompagnamento verso la morte – nel corso del quale non viene mai smarrito il contatto con la vita, anche attraverso la carnalità e il sesso – manca qualcosa in termini di emozioni, e soprattutto il finale improvviso e irrisolto lascia un po' perplessi: nell'insieme, è più accademico che poetico…


Tenerezza e nostalgia si fondono in questa pellicola, dando vita ad una fiaba di struggente e raffinata poesia, dove l'acqua è l'elemento primordiale a cui fare ritorno, nel quale immergersi per ritrovare la propria amata e la propria identità. Nel rendere omaggio al popolo dei Merja e ai suoi rituali di passaggio, il matrimonio e il funerale, Aleksei Fedorchenko - che a Venezia è già stato ospite nel 2005 col mockumentary, Pervie na lune e che ha al suo attivo una discreta produzione cinematografica – mostra i luoghi in cui è ancora forte e percepibile la presenza di questa cultura, esplorandone ogni angolo remoto.
Figure fantasmatiche si muovono in uno spazio che prende vita dalle parole sussurrate in fuori campo, che si rianima, riportando alla superficie dell'acqua i ricordi, gli amori, le esperienze dei suoi protagonisti. Vite trascorse nell'osservanza di riti arcaici, come quella ad esempio di gettare nelle acque gelate del fiume l'oggetto cui si tiene di più, nella maestosa immensità di un paesaggio silente, dove appena si può udire il dolcissimo canto degli zigoli, che danno il titolo al film.

...I due uomini intraprendono, così, un viaggio di migliaia di chilometri per portare il corpo di Tanya sulle rive del lago sacro, luogo nel quale secondo la tradizione la sua anima potrà ricongiungersi con l’acqua, l’elemento dal quale si nasce e verso il quale bisogna tornare. In questo viaggio il silenzio delle anime dei due uomini, ciascuno immerso nelle proprie considerazioni, bilanci e verità da tenere nascoste, è interrotto dai racconti della vita coniugale fra Miron e Tanya (come prescritto dalle usanze Merja anche degli aspetti più intimi) e dal cinguettio degli zigoli, che con il loro canto così gioioso e vitale restituiscono un barlume di speranza a coloro che restano sulla terra a fare i conti con il dolore della perdita. Ogni popolo ha le sue usanze per congedarsi dai propri morti, e in questo caso Fedorchenko ce ne mostra uno pressoché sconosciuto, ma infinitamente affascinate, costruendo il film sui gesti arbitrari ma amorevoli dei due uomini nei confronti di Tanya che, avvolta nuda nel suo sudario, si prepara a congedarsi dalla vita. Se malinconici sono i paesaggi, non lo è altrettanto il rituale dell’addio, nel quale il corpo viene restituito alla natura in questo scambio doveroso. Silent Souls è anche e soprattutto una storia che parla dell’amore, nel senso più alto del termine, ovvero, quello fra una coppia, che sia di amanti o di amici, fra l’uomo e la natura, fra l’uomo e se stesso e le proprie origini, elevando questo sentimento alle vette più alte, ricordando (come è scritto sulla locandina del film) che: “Soltanto l’amore non ha fine”.

i suoi due protagonisti sono uomini di mezza età appesantiti e in difficoltà con i propri sentimenti, ma capaci di guizzi emotivi che lasciano spiazzati. Li aiuta un comune retaggio antropologico, l’appartenenza a una tribù ugro-finnica che, seppur morente, si riaffaccia all’animo di entrambi costringendoli a ubbidire ai suoi precetti. Ma si tratterà poi di costrizione? In nome di un mondo scomparso, e rigonfi di segreti impossibili, Miron e Aist raggiungono una catarsi quanto mai necessaria, mescolando causa ed effetto su una strada grigia…

domenica 3 giugno 2012

Cave of forgotten dreams - Werner Herzog

un viaggio nel nostro passato, un regalo bellissimo per chi può vedere il film in 3D (finora per me l'unico film in cui il 3D fa la differenza), immagini e musica sono un tutt'uno, un'emozione da non perdere - Ismaele


Rileggendo il titolo verrebbe da chiedersi: abbiamo dimenticato dei sogni? Abbiamo il linguaggio per interpretarli e narrarli, abbiamo la tecnica per riprodurli, davvero ci manca qualcosa? Forse abbiamo dimenticato la dimensione del sogno più che i sogni stessi. Quella dimensione che Herzog aggiunge con il 3D alle due della rappresentazione cinematografica classica: una dimensione altra, fuori dalla nostra, quella dimensione che, attraverso e attraversando l'immagine, gli uomini di 35mila anni fa ritraevano sulle pareti delle caverne. 
La Chauvet Cave si pone fuori dal mondo, pur essendone circondata, e diventa una sorta di "capsula temporale" in cui la storia lineare non entra, cosicché possa riprendere il flusso del tempo, senza inizio né fine, con un moto sussultorio simile a quello delle pieghe baroccheggianti della caverna. Herzog suppone che l'antico artista che ha dipinto gli animali abbia sfruttato l'ondulazione della roccia per conferire alle figure l'illusione del movimento, come a voler rendere una sorta di proto-cinema. Non sappiamo se sia così, di sicuro viene messa in discussione la coincidenza fra staticità dell'immagine e la sua conseguente eternità immobile nel tempo…

…Qualcosa di inafferrabile si staglia tra le spiegazione degli scienziati seguiti da Herzog: storici, storici dell'arte, archeologi che accompagnano con le loro teorie alla comprensione e alla spiegazione dei dipinti, ma senza scalfire nemmeno lontanamente il senso di ciò cui ci troviamo di fronte. Un senso esile e inafferrabile che sfugge rimanendo latente nell'oscuro fondo degli abissi del tempo resterà il segreto di quegli invisibili protagonisti di "Cave of Forgotten Dreams", quegli uomini che tracciando le traiettorie dei proprii sogni sulle pareti della grotta Chauvet divengono le più enigmatiche figure che il regista abbia mai inseguito. Se Kubrick vedeva nascere l'uomo nel dare la morte attraverso uno strumento Herzog lo vede nel creare arte attraverso uno strumento. Incubi e sogni perduti che si confondono nell'immaginario: basta un osso animale, una pietra appuntita, un bastone semi incenerito tanto per tracciare segni di vita quanto per spegnerne una…

…in this film 3-D isn't just a gimmick -- the process actually pays off. Of course I'd seen 2-D pictures of Chauvet Cave, but until seeing this film I'd never understood how much the walls of the cave undulate, and more important, how the paintings take advantage of all those curvy surfaces. The muscles of the lion ripple with the cave walls; the body of the bison is placed perfectly so that as the rock turns at a sharp angle, the animal's head can be drawn to face the viewer -- in 3-D the cave seems miraculously to come to life.

Chauvet Cave was discovered in 1994 and for a time the public could visit. But it soon became apparent that human intrusions were changing the atmosphere of the cave, as mold began growing on the walls, and the precious art that had survived in pristine peace for thirty millennia was being threatened. Now the French government has wisely, blessedly closed the place to the public. Herzog and his crew were allowed to enter only for a limited time with limited gear, and from the sound of it this filmed record may be the best we'll see for quite a while.

I was fascinated by the whole thing and I wish I had a way to thank Werner Herzog personally for taking me to a magical place I regret I'll never be able to visit. I think that theme park they're planning to build nearby -- the one at which they'll recreate the cave for tourists -- probably wouldn't do much for me. This film, though, was a very welcome, quite unforgettable experience.

The Chauvet cave is a lost cathedral, and Herzog's film responds with subdued passion to its profound mystery. Human beings are relatively absent from the pictures, indicating, perhaps, a sublime lack of self-awareness in this prehistoric artistry, although there is a representation of the human female form in apparent sexual congress with an animal. Were these paintings made in a secular artistic spirit – or were they part of a religious ritual? Or are both these "artistic" and "religious" dimensions subservient to something else, some third aspect that has been effaced by time and is utterly beyond our wit to guess at?
Herzog canvasses a range of opinion from the various experts who are allowed down there with him: paleontologists, archaeologists, art historians and even a perfume specialist, who speculates about the smells of resin and wood that might have prevailed back then. To these comments, Herzog adds his own sense of wonder and existential shock. He also finds a tiny stratum of dry comedy…

lunedì 28 maggio 2012

Quella casa nel bosco - Drew Goddard


Inizia come “Blair witch project”, un gruppetto di giovani amici che abbandona il conosciuto per l’ignoto, che poi conosceranno.
Mi è sembrato un “Truman show” cattivo, che finisce malissimo.
Bravissimi tutti, vorrei ricordare, fra i “vecchi”, Richard Jenkins (“L’ospite inatteso”), sempre bravissimo.
Un film da non perdere e l’etichetta horror è certamente riduttiva, è solo Cinema - Ismaele


…La casa nel bosco è infatti uno dei tanti luoghi del cinema horror. Topos inossidabile che guida la mappatura di una intera costellazione di cliché che vede in prima fila una manciata di ragazzi: la bella di turno  e il fidanzato macho, l'intellettuale e il buffone del gruppo, non da ultima la virginale final girl che solitamente possiamo individuare sin dalla prima inquadratura. Ma non solo:  il bifolco pazzo può colorire lo scenario, qualche raccapricciante orrore deve sempre essere dietro l'angolo. Ma non è questo il caso di essere semplicistici e sbrigativi perché "Quella casa nel bosco" è il gioco perverso che i "burattinai" Goddard e Whedon si divertono a inscenare per decostruire i trucchi che tutto il cinema di genere che li ha preceduti aveva edificato. Smascherando i meccanismi di un horror canonico forgiano un raffinato film-labirinto che sin dai suoi molteplici inizi si profila come la più complessa architettura dell'orrore nel nuovo millennio…

giovedì 3 maggio 2012

Hunger - Steve McQueen

l'ho rivisto in sala e devo dire che non ha perso niente rispetto alla visione casalinga.
è un film che fa male, una via crucis che è da vedere.
ci sono tante cose da ricordare, penso al dialogo fra il prete e Bobby Sands, al poliziotto che piange, alle interpretazione dei genitori, all'infermiere degli ultimi giorni (che assomiglia vagamente a Pasolini) e molto altro, e ognuna di queste scene da sola vale la visione.
una trentina di copie sono in giro per l'Italia, lo si cerchi al cinema, nessuno se ne pentirà - Ismaele


…Numerose sono le scene di "Hunger" da inserire nei memorabilia cinematografici, ma per questo film non c'è miglior copertina del dialogo di Sands con il prete: più di 20 intensi minuti di cui 17 ripresi in un unico emozionante piano sequenza ed i restanti con un montaggio serrato in cui, nel suo cuore vivo, si apre l'unico momento dialogico e dialettico di un'opera incentrata su mute opposizioni, su confronti che non portano mai ad un oltrepassamento dell'opposizione che separa, ma che schiacciano gli individui nella loro identità. Faccia contro faccia, muro contro muro, morte contro morte. Quello che dal duro dialogo tra Sands ed il prete emerge è la decisione tanto definitiva quanto tragica: 75 detenuti inizieranno uno sciopero della fame fino alla morte, ognuno a due settimane di distanza dal precedente, Sands sarà il primo. Una lunga catena di morte ancorata alla ricerca di un riconoscimento. In una malata e umana Imitatio Christi il protagonista attraversa la sua personale e silenziosa passione senza incontrare il parusiaco avvento della liberazione finale, senza poter arrivare a mondare l'originale peccato dell'essere (se stessi).
Il regista McQueen dirige la sua opera d'esordio, un gioiello invisibile che la distribuzione italiana ci offre a distanza di quattro anni dalla sua uscita, con assoluta maestria e padronanza del mezzo cinematografico insinuandosi nelle crepe di una realtà cruda e violenta, e con sapienza bressoniana riesce a reggere il trapasso della dimensione storica e corale di "Hunger" in quella della tragedia individuale attraverso una virtuosa narrazione ellittica…

Insieme a Bobby Sands, tutti si percorre una sorta di via crucis della sofferenza, trasudando rabbia e lacrime. E se solo qualche giorno fa abbiamo fatto la stessa esperienza, attraverso il bellissimo film di Daniele Vicari, Diaz (2012), il film di McQueen é ancora più disturbante, crudo fino a toccare viscere, non per il volgare mostrare di piaghe e botte, quanto per l’esperienza della brutalità dell’essere umano, rispetto ad altri suoi simili. Vedere Hunger è come recarsi in un importante museo di arte contemporanea, attraversando, fino alla fine, la messa in opera dell’orrore umano. Ma è un percorso che si deve poter fare. Abbiamo bisogno di opere che ci facciano sperimentare, faccia a faccia, quello di cui siamo capaci…

mercoledì 18 aprile 2012

Diaz - Daniele Vicari

è un film dell'orrore, non quello inventato, finto, ad effetto.
è orrore che è successo è che va ricordato.
andrebbe visto a scuola, ho provato a chiedere in giro, ragazzi di 17-18 anni non sanno che è successo, intanto si vada a vederlo al cinema, soffrendo per quei colpi.
sembra più un documentario, spesso, ma forse è il modo per capire e ricordare meglio - Ismaele

…Credo infatti che non si possa descrivere un’opera cinematografica del genere senza rischiare in qualche modo o di plagiarla, o peggio di essere eccessivamente spoiler.

E’ un film che va visto in sala. Punto.

 …Dal punto di vista cinematografico poi questo è un film senza star. Ognuno ha il proprio ruolo che si immerge e riemerge come un corso d'acqua carsico nei gironi degli inferi di quella notte. Una notte da dimenticare diranno alcuni. Una notte da ricordare afferma con forza e rigore questo film. Perché fatti simili non accadano più.

…il film  non è  apparso in nessun  festival italiano strappando un premio del pubblico alla Berlinale dove era presentato nella sezione Panorama. Belle le musiche affidate a Teho Teardo, già collaudato nei film di Sorrentino, che inserisce anche  la musica balcan-pop di Goran Bregovich.

Degna di nota è anche la scena finale con una panoramica aerea della colonna delle camionette che vanno verso il carcere di Voghera trasportando gli stranieri verso l’espulsione . Con ciò si pone fine alla narrazione di una vicenda parallela ai fatti, ma sempre presente, quella della “globalizzazione”, fenomeno  che ha le sue radici cariche di guerre e violenza molto lontane nel tempo. 

Quello che piace di questo film, al di là della vicenda narrata, è proprio lo stile sicuramente originale e coraggioso di Daniele Vicari che affronta un tema difficile restando neutrale: perché è solo attraverso i fatti che lo spettatore potrà poi individualmente crearsi il suo giudizio. Il suo punto di vista è infatti quello della macchina da presa, a volte fredda e distaccata, a volte  interessata e partecipe,  ma comunque sempre nascosta da qualche parte da questo lato dello schermo. 


… “E’ stato molto peggio di quello che si vede nel film” ha dichiarato il pm Enrico Zucca all’anteprima genovese. I vertici della polizia invece non commentano, con tanto di circolare del ministero dell’Interno. Eppure le scene di violenza non sembrano censurate nel film, il “tonfo” del manganello arriva allo stomaco, il nostro, come i lividi e il terrore, al punto che viene da chiedersi se sia un torture movie quello che stiamo guardando e non semplicemente la rappresentazione filmica dei fatti tratti dagli atti processuali delle sentenze della Corte d’Appello di Genova del 5/3/2010 e del 19/05/2010. Qui sta il merito e il limite del film.

Il merito civile di aver fatto vedere e sentire cosa sia successo nella Diaz e a Bolzaneto (gli unici fatti di cui non c’è materiale video originale), di non aver mai pulito quel sangue. Il limite è, invece, linguistico, la realtà dei fatti ricostrutita con la finzione crea un paradosso che forse una scelta registica diversa avrebbe potuto levigare, penso ovviamente al documentario, da cui Vicari viene. Tutto ciò che è fiction pura nel film non convince, non può…


sembrerà un’ovvietà ma forse ogni tanto occorre ricordarlo, un film è… un film. Ed ha pertanto i suoi linguaggi ed i suoi tempi che lo rendono un oggetto narrativo peculiare rispetto ad altre forme espressive come ad esempio un documentario, una fiction o un reportage. E sono proprio questa immediatezza e questa fruibilità a renderlo un media così potente. Chiedere ad una pellicola di un’ora e mezza l’esaustività di un saggio politico sarebbe come chiedere ad un romanzo storico la completezza di un tomo universitario. Immaginatevi se Elsa Morante nello scrivere “La storia” avesse dovuto parlare non solo di Ida, Useppe e Nino, ma anche di tutte le ragioni economiche, sociali e politiche che determinarono lo scoppio della seconda guerra mondiale o l’avvento del fascismo… sai che polpettone indigeribile ne sarebbe venuto fuori. Bisognerebbe dunque chiedersi se l’inevitabile parzialità su cui Vicari ha scelto di puntare la telecamera sia, di per se, significativa. E secondo noi lo è. Immaginiamo che dovendo affrontare una questione come questa il regista si sia trovato di fronte a due possibilità: optare per un film “a tesi” ed assumersi così il compito di spiegare il perché di quello che è successo la notte del 21 luglio, oppure raccontare il più oggettivamente possibile i fatti lasciando questo onere allo spettatore, e ci sembra evidente che la strada imboccata dal regista sia stata proprio quest’ultima. Attraverso un film corale giocato sui flashback dei diversi protagonisti che per un ragione o per l’altra finiranno per passare la notte alla Diaz lo spettatore assisterà alla brutalità di 300 bestie in divisa che si accaniscono contro dei civili inermi. Per chi quei giorni li ha vissuti oppure per un compagno che fa politica tutto questo potrà sembrare anche ovvio, ma immaginiamo quale effetto dirompente possano avere quelle sequenze per lo “spettatore medio” cloroformizzato da decenni di angelizzazione mediatica delle cosiddette forze dell’ordine. E qui sta uno dei meriti enormi del film. Altro che Maresciallo Rocca, altro che Decimo distretto, altro che Squadra di Polizia, altro che ACAB… nel film di Vicari non si salva nessuno…
da qui

…Le immagini che non scorderò mai: i bastoni di ferro dei Black Bloc che si toccano con gioia, le macchine della polizia in composta fila indiana che attraversano una Genova ancora ignara per dirigersi alla Diaz (Vicari: tieni di più quella inquadratura aerea! E' splendida), Santamaria che ripete: “Riponete il tonfa e lasciate immediatamente l'edificio” (le parole sono caos), un poliziotto che mostra a un suo superiore un libro con strani disegni come possibile prova anarco-insurrezionalista dopo l'irruzione in Diaz (e se fosse il Mentaculus di Serious Man?), l'esibizione retorica di due bottiglie molotov trovate alla Diaz come prova del fatto che fosse un pericoloso covo di Black Bloc, i poliziotti che mettono le X sulle guance agli arrestati portati a Bolzaneto dopo la Diaz, Germano che piange dicendo “Grazie” al Direttore del giornale che è venuto a trovarlo in ospedale (ci sono ancora Direttori così? Spero di incontrarne uno), la poliziotta con orrida maglietta di Dolce e Gabbana che rilascia la prima conferenza stampa dopo il fattaccio non rispondendo alle domande dei giornalisti stranieri.

Un film di piccoli tocchi che creano un grande significato. Bisogna essere fieri, come italiani, che dei nostri compatrioti abbiano realizzato questa opera cinematografica.




PS: 
...…"Ho scritto la musica di Diaz - dichiara Teardo - dopo aver letto la sceneggiatura ed immaginando come potesse prendere forma una realtà così cruda e spietata come quella descritta. Ho sentito la necessità di indagare il tempo prima e dopo i pestaggi, due momenti il cui intervallo mi pareva eterno".

Anche per questo lavoro sono presenti come esecutori il Balanescu Quartet e la violoncellista Martina Bertoni. Gli archi graffiati, suonati con le unghie per sostituire le tradizionali parti ritmiche hanno spostato altrove tutti i consueti meccanismi per creare tensione nella musica; un altrove necessario per trovare un parallelo emozionale con l'annichilimento dei personaggi dopo i pestaggi…

venerdì 6 aprile 2012

Sa Gràscia - Bonifacio Angius

dopo pensi che è tutto un sogno, che non se ne capisce niente, che è un flusso di immagini e parole sconosciute, che la musica è bellissima, e le fotografia pure, che Antoneddu non sa dove va, che non è proprio un film lineare, qualsiasi cosa pensi dopo, non ti sarai pentito di averlo visto - Ismaele


PS: il regista ha 29 anni, in un paese nel quale a 40-50 anni si è un giovane regista





Sa Gràscia, la grazia. Di Sant’Antonio al piccolo Antoneddu. Sì, ma a ben vedere la vera grazia l’ha fatta Bonifacio Angius al cinema italiano. Perché il suo primo lungometraggio è un perla, o forse sarebbe meglio dire una biglia, unica e rara, lucente e magica, che apre una breccia di novità nel velo di Maya del cinema made in Italy da sempre ancorato a pellicole da “pranzo della domenica”, domestiche, tutte casa e chiesa. Angius ci porta in una terra di mezzo sconosciuta, mai vista, en plain air, in un mondo (non) parallelo, sulle tracce di un road movie spirituale,sui generis, che affascina e cattura. SaGràscia è segno di un cinema indipendente coraggioso, che si autoproduce con il bassissimo budget di 15 mila euro e diventa grande grazie a idee vere, belle, fuori dal coro...


...Insomma, SaGràscia è un piccolo grande film da non perdere, che avvolge, scalda e conduce in un mondo da fiaba senza via d’uscita. E poco importa se, giunti ai titoli di coda, sentiamo di non aver compreso ogni sua sfaccettatura o ogni sua battuta. E’ il potere del cinema: non solo narrare, ma anche condurre in mondi non convenzionali. Ma in fin dei conti, la totale non comprensione delle cose è tipica di ogni sa gràscia ricevuta. Proprio come questa di Antoneddu e Bonifacio.
da qui


Esordio folgorante (e immaginativo) quello di Bonifacio Angius, viaggiatore incantato come il suo piccolo protagonista, errante tra le pieghe di un'isola. Chi conosce la Sardegna forse non la ritroverà nei luoghi del film di Angius e chi vorrà conoscerla usandolo come guida probabilmente quei posti non li troverà mai, perché Sagrascia coglie quella terra in uno stato di sospensione. La Sardegna in Sa grascia è un posto addormentato, un paese delle meraviglie frequentato da creature altrettanto meravigliose. Bambini, giganti, pastorelle, nonne, piloti, vagabondi, musici, cani, mucche, automobili, biglie popolano il cinema di Angius, un cinema naturale e innocente che sogna immagini vergini e assomiglia più al ritmo di una musica (le vivissime note di Carlo Doneddu) che ai passi di una spiegazione…

«Sa Grascia» è un surreale “road movie” costruito intorno alla figura di un bambino che attraversa le campagne bruciate dal sole, quelle riconoscibili e tipiche dell’isola in estate, per raggiungere il santuario di sant’Antonio e ringraziarlo di avergli salvato la vita (sa grascia). «In questo film – parole del regista – ci sono la gioia e la malinconia, la vita e la morte, i sogni lontani di personaggi abbandonati in un mondo incomprensibile, confuso e contraddittorio, ma nello stesso tempo chiaro, lucido, un mondo dove non c’è bisogno di spiegazioni, dove tutto accade naturalmente tramite un destino crudele e consolatore, cinico e commiserevole, un mondo dove si mescola sogno e realtà senza mostrarne la linea di confine»…

sabato 24 marzo 2012

A simple life - Ann Hui

un film che parte bene e cresce senza pause fino alla fine, interpreti davvero bravi in una storia che non ti lascia indifferente.
una lezione di cinema, e di vita.
da non perdere - Ismaele


Non è così frequente trovare film che siano fortemente radicati nel luogo di ambientazione e al contempo sappiano parlare di tematiche universali. L'opera di Ann Hui, veterana della Nuovelle vague di Hong Kong, formatasi in Inghilterra e come assistente di King Hu, giunta ora all'opera numero ventisette, è profondamente asiatica per alcuni aspetti: ad esempio ha per protagonista una amah, sorta di badante per famiglie che si inserisce nel contesto famigliare appena adolescente e accudisce genitori, figli e nipoti per decenni, diventando una quasi-parente dei padroni di casa. Un ruolo svolto in maniera così totalizzante solo a quelle latitudini. Difficile, dunque, per molti spettatori occidentali cogliere la profondità del sentimento, accostabile a quello di una madre e un figlio, che lega i due protagonisti, interpretati da due attori che si sono trovati spesso insieme, in ruoli analoghi: la star internazionale Andy Lau, già visto più volte anche sui nostri schermi, e la meno nota Deannie Yip, meritatamente premiata con la Coppa Volpi per la sua intensa performance…

Intenso e commovente, A simple life è un film garbato, dai toni tenui, quasi sbiaditi, come le vecchie foto che la protagonista sfoglia con nostalgia. Un film sull’amor filiale e sull’onore, con risvolti particolarmente interessanti. La disparità di classe, i problemi del quotidiano, il confronto generazionale sono temi che emergono delicatamente dalla vicenda personale dell’anziana donna. Una figura, quella della governante, che ha il sapore della memoria storica di una generazione, e la forza di un mondo che sembra ormai estinto…

…Tutto è misurato, rarefatto, soffuso, quasi accarezzato dalla felice mano della regista, esponente di spicco della New Wave del cinema di Hong Kong. Dal macro-contesto di una società come quella cinese ormai ampiamente secolarizzata e “occidentalizzata” Ann Hui sceglie di astrarre la storia semplice di due individui, di due sessi, di due classi sociali e di due generazioni che si interrogano sul senso del loro essere, oggi, parte della stessa Storia...

Quando apre la cesta degli antichi ricordi, con la metodica cura di conservazione delle "buone cose" simile a quella che Gozzano sa descrivere attraverso l'amica di nonna Speranza - anche se son ben altre latitudini e secoli -, mentre porge a Roger scampoli di semplice saggezza, Deanie Ip fa vibrare il cuore, desiderare che qualcuno ci guardi così, ci parli così. Non è un sentimentalismo d'accatto, una finzione di cinema che tenta di ghermire le nostre corde più esposte, aggirando tabù tradizionali nella cultura occidentale come sono la vecchiaia e la morte. Non che la Cina sia esente dall'averne rimosso la presenza nello scorrere del tempo e dell'umanità, ma questo piccolo gioiello trasmette vibrazioni che qualsiasi altro magniloquente affresco non saprebbe minimamente innescare e mantenere.
da qui

sabato 10 marzo 2012

Cesare deve morire - Paolo e Vittorio Taviani

un grande film, semplice e profondo insieme.
Shakespeare è vivo e parlo a noi e di noi, a ognuno e di ognuno.
grande cinema, non sarà perfetto (dice qualcuno), ma è vivo.
non perdetelo - Ismaele

PS: un indegno ministro della repubblica. qualche anno fa, ha detto che "con la cultura non si mangia", povero ignorante, non sa che di cultura e arte si vive.



i gloriosi fratelli Taviani – Palme d’oro e altri premi alle spalle – sono tornati, e sono tornati con un gran film, bello e semplice, di quelli che filano via dritti senza un inciampo e che con la stessa sicurezza vanno dritti a cuore e viscere di chi guarda. Non ce l’aspettavamo, non se l’aspettava nessuno, diciamolo, la diffidenza era alta, tutti al cinema alle 9 di mattina un po’ sbuffanti e scocciati. Figuriamoci, si diceva, i Taviani, nomi-simbolo di un cinema italiano piuttosto vetusto che oggi si fa fatica ad amare, così smaccatamente e anche sfacciatamente autoriale, con tanto di etichetta d’arte incorporata. Invece no, questo Cesare deve morire, che pure è un film loro, incofondiblmente loro per la sicurezza, l’eleganza, il rigore geometrico della messinscena e della regia, non distanzia come spesso è capitato al Taviani-cinema ma incredibilmente avvicina…
si può parlare di neorealismo all’ennesima potenza, un neorealismo in 3D dal momento che questa emozione risulta così vera e palpabile da potersi quasi toccare. Le scene più toccanti sono quelle in cui, soprattutto durante le prove, riaffiorano i ricordi delle vite passate degli attori e si fondono con le vicende del dramma. Mentre  provano nelle loro celle con i compagni di pena, ritrovano analogie tra la finzione e la realtà, “traducono” ognuno nel loro dialetto le battute del copione unendosi sempre più ai loro personaggi. A poco a poco la preparazione dello spettacolo assorbe  ogni aspetto della loro quotidianità nel carcere e gli altri pensieri e preoccupazioni divengono marginali. In questo modo i detenuti ritrovano la libertà tra le sbarre, riescono ad evadere con la mente e la fantasia guidati dalla forza dell’arte…
E' innegabile che praticamente tutti gli uomini di Rebibbia rendano giustizia ai loro ruoli, ma la reale sorpresa è il Cesare impersonato da Giovanni Arcuri. Il suo fisico possente, il contegno espressivo che ben padroneggia, la palpabile presenza e la facilità con cui declama le sue battute, dovrebbero far valutare ai Fratelli Taviani quanto egli abbia fatto guadagnare all'intero film, e come esso sarebbe stato senza la sua partecipazione, oltre a pensare di poterlo lanciare ancora in ruoli futuri
Le riprese di Simone Zampagni, l'assistente dell'operatore dei Taviani nei loro lavori più recenti, impagina il tutto crudamente e in bel bianco e nero, semplice e memorabile, anche se alcuni potrebbero trovare che le immagini portino in sè un loro contenuto "arty", il quale mostri le sue credenziali di un po' troppo consapevolmente. Mentre la musica è generalmente ridotta al minimo, c'è una ripetizione di un triste tema in alto sassofono che ben trasmette la sfortuna dei protagonisti, e la canzone "Roma, città senza vergogna" fa guadagnare ancora qualcosa al film.
…Nel film anche l’elemento linguistico è fondamentale, si tratta di un crogiolo di dialetti, quelli del Nord, insieme a quelli del Sud, scanditi in un luogo-non luogo, in cui anche il colore quasi sbiadisce, vi é solo un iniziale accenno nel film, in realtà, tutto il racconto, poi, in flashback è in bianco e nero.

Il film dei fratelli Taviani è bello, densissimo di emozioni. E’ un film in cui più che la ricerca della storia, vi è la descrizione di come può nascere ed essere messa in scena una storia. Il livello interpretativo dei diversi detenuti è altissimo, fatto di mimiche e sguardi, che neanche nei migliori studi o accademie è possibile imparare: son cose che o possiedi e vivi, altrimenti risultano pura finzione (come in molto cinema, italiano soprattutto).

Paolo e Vittorio Taviani sono l’eredità di quel che resta di un cinema antico ma anche nuovo, in cui il sociale fa coppia con la poesia, il teatro, il dramma e il documentario si fondono. La gioia dell’arte si fa dolore, come afferma Cassio/Cosimo Rega: “Da quando ho conosciuto l’arte ‘sta cella è diventata una prigione”. Questa volta con lo sguardo in camera. E non c’è nulla che trattenga l’emozione…

L’inizio è ipnotico: i detenuti alle prese con i provini per ottenere i ruoli nell’adattamento. D’un tratto le mura delle celle, i lunghi corridoi e le zone d’aria del carcere diventano un tutt’uno con le sale del potere dell’Antica Roma. La forza visiva trasuda dallo schermo per settantasei minuti di grande cinema.

I veri colpi di genio di «Cesare deve morire» sono rappresentati dalle sequenze in cui i detenuti si lasciano prendere dai pentametri giambici per scatenarli improvvisamente in forti emozioni fuori dal dramma. Momenti in cui la transizione da recitazione a realismo viene eseguita con la massima naturalezza. Il testo shakespeariano prende vita anche lontano dai riflettori e, a quel punto, le emozioni vengono duplicate. Non manca comunque qualche scivolata: si poteva forse tagliare il finale ridondante e la battuta «da quanto conosco l’arte, questa cella è diventata una prigione», pronunciata da uno dei protagonisti…
Si entra e si esce dal palcoscenico virtuale del carcere, la recita si mescola con la vita, così scopriamo che Bruto (bravissimo Salvatore Striano) è fuori da Rebibbia e si è dato alla recitazione.
Per molti di loro non c’è il lieto fine, Cassio (
Cosimo Rega) confessa davanti alla camera da presa: "Da quando ho scoperto l'arte questa cella mi sembra una prigione". Sono facce che rimangono impresse, ritratti di uomini fuori dal comune. Magari averne di più di fratelli Taviani.
Ciò che purtroppo diventa dissonante (anche se non inficia alle radici il valore dell'operazione) è la pretesa di far ‘dire di sé' ai detenuti. Nei momenti in cui dovrebbero uscire dalla parte per rientrare in se stessi si avverte che è proprio allora che stanno recitando un copione che parla delle loro tensioni o delle loro attese. La ricerca della verità nella finzione si trasforma in finzione che pretende di palesare delle verità. Non era necessario. Shakespeare aveva già splendidamente ottenuto il risultato.

lunedì 5 marzo 2012

Quasi amici (Les Intouchables) - Olivier Nakache ed Éric Toledano

uno di quei film che esci contento dal cinema, più bello di quello che ti aspetti.
una sceneggiatura perfetta, attori eccezionali, si ride e ci si commuove e si ride ancora.
e il "politicamente corretto" qui è bandito, per fortuna.
peggio per chi non lo vede - Ismaele




…Decidendo di affrontare una materia simile in forma di commedia, bisogna innanziutto fare i conti con una moralità inevitabile: consentita la scorrettezza, accettate le trasgressioni, lecite le invenzioni, le gaffe basse, ciò che delimita l'accettazione del risultato finale da un rifiuto eticamente consentito risiede in un'unica, inevitabile domanda: ridere dell'invalido o ridere insieme con lui? Denigrare la disgrazia o affrontarla con il sorriso prendendo per mano il paraplegico? Quel che fa di "Quasi amici" un film realmente divertente è la mancanza di sfruttamento dell'invalido.
Nel film vi coabita un'interconnessione tra tonalità della pellicola e umore/ umorismo della coppia di protagonisti, che finiscono cosi' con il risultare pienamente divertenti. Grazie anche a due attori, l'esperto François Cluzet e il giovane Omar Sy, in stato di grazia.

Les Intouchables (il titolo italiano, come spesso accade, ne banalizza ampiamente il senso) racconta fondamentalmente di una doppia rinascita: e per farlo si affida in larga misura all'umorismo, chiave vincente di un film che non vuole deridere la disabilità, ma scherzarci insieme. Di fatto, lasciandosi prendere per mano dallo stesso Omar Sy, beniamino in patria, attore travolgente che sa sfruttare l'immobile eleganza e la sagacia di Cluzet con tempi comici d'altri tempi…

Mescolando archetipi da soap (anche i ricchi piangono), la favola del vivere semplice e autentico come ricetta di vera felicità e un pizzico di “fatti realmente accaduti”, a cui gli autori sembrano tenere molto (l'autenticità viene ricordata in apertura e di nuovo in chiusura con i volti dei veri personaggi), Quasi amiciriesce a mettere in scena un racconto che scaldi il cuore e rischiari l'animo a furia di risate liberatorie (l'uinca possibile formula che porti incassi stratosferici) senza procedere necessariamente per le solite vie.
La storia di Philippe e Driss non segue la canonica scansione da commedia romantica, non procede per incontro/unione/scontro/riconciliazione finale ma ha un andamento più ondivago, che fiancheggia la crisi del rapporto e le sue difficoltà senza mai forzare il realismo.
Pur concedendo molto a quello che piace pensare, rispetto al modo in cui realmente vanno le cose, il duo Olivier Nakache e Eric Toledano riesce nell'impresa non semplice di infondere un'aria confidenziale ad un film che poteva facilmente navigare le acque del favolismo…