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giovedì 30 maggio 2024

Gli ultimi giorni dell'umanità - Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo

che gran regalo è questo film!

Enrico Ghezzi mostra ci presenta la sua famiglia, con affetto e simpatia, come se fosse, ed è, un film, sia pure un film domestico.

è un'opera-mondo, con immagini che già esistono, gli autori le mettono insieme in un ordine che gli estimatori di fuoriorario conoscono bene.

il film ci culla e ci coinvolge, senza imbrogli, in una dichiarazione d'amore per le immagini e il cinema.

proprio questi giorni ho letto 4321, di Paul Auster, di sicuro entrambi Paul, che non c'è più, (e il Ferguson del romanzo, lui immortale) ed Enrico amano il cinema e tutta l'arte.

secondo me si sono seduti vicino in qualche sala a vedere qualche capolavoro del cinema, e ce lo testimoniano.

cercate Gli ultimi giorni dell'umanità, è tempo guadagnato.

buona (fuoriorario) visione - Ismaele


ps:Gli ultimi giorni dell'umanità è il titolo di un'opera di Karl Kraus, purtroppo sempre attuale, nel film c'è un importante segmento di quell'opera teatrale.


 

  

…Enrico Ghezzi è stato ed è il sovrintendente di una Biblioteca di Alessandria dell'immaginario che ha permesso a chi vi accedeva di incontrarlo e, attraverso di lui, conoscere patrimoni, cinematografici e non, fino ad allora rimasti sepolti o perduti in un colpevole oblio. Una volta ha dichiarato: «Io sono sempre stato solo un riautore, rimettendo in gioco tutto. Le cose non si fanno, ma si rifanno».

In questo Gli ultimi giorni dell'umanità offre, a chi è disposto a lasciarsi andare privo di remore e di pre-giudizi pseudoformali, un'esperienza che coinvolge un'indescrivibile (proprio perché non va 'descritta') varietà significante di soluzioni di montaggio e di intersezione. Ognuno può ritrovarci, con la propria cultura e conoscenza, elementi noti e, al contempo, rivisitati perché contestualizzati in modo tale da perdere talvolta il loro senso originario per acquisirne uno del tutto nuovo. Oppure vedendo con uno sguardo diverso dettato dallo scorrere del tempo (diverso per ognuno di noi) come dice... (spetta a chi guarda riconoscerlo).

Ghezzi, come faceva in "Fuori orario" si cita e si mette in scena come nostro tramite nei confronti di quella materia magmatica (si vedano le eruzioni vulcaniche) che è l'immagine, sia essa cinematografica o di natura diversa. Ce ne fa percepire i mutamenti e le evoluzioni partecipandoci questa sensazione: "Ho avvertito di essere traversato da tutti i linguaggi. Di essere come la curvatura di questi linguaggi. Quindi di essere io memoria di qualcuno. Non so...essere io la memoria."

È la consapevolezza che si avverte in questo flusso ragionato di materiali che, come ben sintetizza il termine inglese, diventano tools, strumenti che ci interrogano di continuo invitandoci a dare loro un senso nostro mentre scrutiamo in quello di un riautore che non smette mai di cercare nuove significazioni all'esistente.

da qui

 

Su un fondo nero, come fosse un grado zero della visione, la voce sussurrata ma inconfondibile di Ghezzi enuncia il titolo del suo nuovo libro: L’acquario di quello che manca (La Nave di Teseo, 2021), che è una sorta di labirintico compendio di oltre cinquant’anni della sua scrittura eterodossa e geniale in forma di specchio pubblico-privato. L’evocazione di quel titolo non è casuale, perché di fluttuazioni, derive, naufragi, affioramenti, immersioni ed emersioni di immagini si tratta in Gli ultimi giorni dell’umanità di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo. Tutto avviene come se l’occhio della cosa vista e di chi vede (del film stesso e degli spettatori) fosse una sonda “magica” capace di far affiorare quelle immagini potenzialmente infinite dall’oceano delle visioni. Infatti l’immagine che segue (e che manca rispetto al buio iniziale) è la distesa nebbiosa delle onde del mare su cui in lontananza naviga una barca.

Così si dischiude un’opera-mondo che è un viaggio ipnotico e allucinatorio, oltre che una “tela” dove si intessono secondo una “ars combinatoria” analogica le immagini enucleate, prelevate da un corpo memoriale depositato in più archivi di cui viene fatta saltare ogni tassonomia, per restituire quelle immagini a una vita che ogni volta sprigiona da sé il suo stato nascente. Anzitutto affondando nell’infinito archivio personale di Ghezzi, specchio della sua pulsione onnivora e incessante a filmare. Filmare squarci intimi di vita privata e familiare con uno sguardo amoroso spinto all’estremo (intimamente “alla Jonas Mekas”). Farsi memoria incarnata di film visti, rivisti, letteralmente rigirati dal suo sguardo fuori dall’orbita, come fosse un riautore, nel momento stesso in cui con il suo gruppo di lavoro li pone fuori dall’orbita, li pesca e li reimmette nelle onde del mare notturno di “Fuori Orario”. Farsi incursione in forma di ripresa, ogni volta che si presenta l’occasione, negli incontri con i cineasti amati. Insomma far confluire nel medesimo pulsare delle immagini ogni possibile sconfinamento vitale tra pubblico e privato, ogni tracimazione del “film della vita”

da qui

 

E' un'opera mondo, "Gli ultimi giorni dell'umanità". Tre ore e quindici minuti di montaggio che (auto)celebra il lavoro di una vita di enrico ghezzi (co-regista insieme ad alessandro gagliardo, mentre la figlia Aura è spesso davanti alla macchina da presa).

Un'opera che racchiude materiali d'archivio estremamente eterogenei ma fortemente cinematografici, che sono stati poi - in scuola Blob e Fuori Orario - assemblati e arricchiti di un senso nuovo dopo essere stati acquisiti, digitalizzati, archiviati, metadatati e lavorati.

Basterebbe l'elenco degli autori di cui si vede qualche immagine per completare questo testo: Abel Ferrara, Guy Debord, Aleksandr Sokurov, Bela Tarr, Straub&Huillet, Hans-Jürgen Syberberg, Koji Wakamatsu, Sergej Paradžanov, Otar Iosseliani, Shin'ya Tsukamoto, Luciano Emmer, Bernardo Bertolucci, Carmelo Bene, Federico Fellini e tanti altri grandi.

Un film che poteva durare molto di più e che poteva anche (a tratti nei quattro anni di lavorazione il rischio si è percepito) non finire mai: "Gli ultimi giorni dell'umanità" parte dall'archivio privato di ghezzi e sublima una vita intera dedicata al lavoro sui materiali, sul senso del cinema e ancor più delle immagini.

Sono tanti, inoltre, le altre fonti che si sono miscelate al materiale di partenza, dall’agenzia di stampa russa Ruptly all’archivio malastradafilm, dall’archivio dell’astronauta Jean-Francois Clervoy a estratti dall’archivio Val del Omar, e poi ancora tanto, tanto tanto cinema dal mondo. E le interviste, se così si possono chiamare, che ghezzi negli anni ha raccolto con la sua camerina nei festival di tutto il mondo.

"Gli ultimi giorni dell'umanità" è un'opera da subire, a cui soccombere serenamente, impossibile da prendere a piccole dosi ma anche ostica da affrontare nel suo insieme. Esattamente ciò che voleva essere, e ciò che è giusto che sia: una sfida allo spettatore, un atto coraggioso di elevare la "settima arte" a qualcosa di più, di altro, di oltre.

da qui



domenica 26 luglio 2015

Il gusto del sakè - Yasujirô Ozu

la tradizione, una figlia femmina si deve sacrificare per il padre, e poi sarà troppo vecchia per sposarsi.
Ozu si interroga sulla vecchiaia (intanto non sapeva che, a 62 anni, era il suo ultimo film), e il protagonista si interroga, e lui e i suoi amici bevono così tanto che morranno alcolisti, se continueranno così.
si ride anche, rumorosamente, ma lo sfondo è triste, e come poteva essere diverso?
è un film geometrico, la cinepresa sta ferma, si muove il resto, sembra una cosa folle, è perfetta, nessuna smagliatura.
leggo qui che qualche pazzo (sempre sia lodato) porta al cinema i film di Ozu.
cercate Il gusto del sakè, è Cinema - Ismaele





Tre uomini di mezza età, Kawai, Horei e Hirayama, si ritrovano a una celebrazione a bere insieme a un loro anziano insegnante. Quest'ultimo, che vive in povertà, rivela la sua disperazione per aver impedito alla figlia di sposarsi e averla così condannata all'infelicità. Hirayama, che si trova in una situazione analoga, vedovo e accudito dalla figlia Michiko, comincia a pensare che sia tempo di trovare uno spasimante all'altezza di Michiko.
Ricordato dai più come l'ultimo film di Ozu, e di conseguenza come il suo testamento, Il gusto del saké non è mai stato pensato per essere tale, visto che il regista stava lavorando a un altro film quando il male ha avuto il sopravvento su di lui. Ma i fraintendimenti si spingono fino al titolo, visto che né quello italiano né quello internazionale - An Autumn Afternoon - si avvicinano all'originario Il sapore della costardella, dal nome di un pesce che in autunno si avvicina alle coste per riprodursi. Questioni di anagrafe cinematografica a parte, l'opera sviluppa coerentemente il discorso autoriale dei film dell'ultimo periodo del regista, quello a colori. Emancipazione femminile che lentamente guadagna conquiste, consumismo e tecnologia che crescono di pari passo, evoluzione di un'identità nazionale salvaguardata attraverso i punti fermi della società umana (matrimonio, aiuto reciproco tra genitori e figli).
Nei pochi minuti che seguono l'incipit sono condensate tutte le situazioni tipiche di Ozu. Tentativi di combinare matrimoni, anziani che indulgono in chiacchiere licenziose davanti a un bicchiere di saké, i tempi che cambiano. E le situazioni si ripetono in maniera duale: per un personaggio oggetto di un'azione ce n'è sempre un altro nella medesima situazione. Così, per il rifiuto di mogli e figlie di sbrigare faccende domestiche a comando, come per un padre vedovo con una figlia in età da matrimonio, guardare all'altro da sé aiuta a comprendere meglio la propria situazione individuale…

Il 1962 è l'anno di uscita de "Il gusto del sakè" e nessuno si sarebbe immaginato che quello sarebbe stato l'ultimo film della lunga carriera di Yasujiro Ozu, il regista giapponese più importante insieme ad Akira Kurosawa. Ancora il cinema di Ozu stupisce per la semplicità e la sintesi con cui riesce ad imprimere sul grande schermo i moti emotivi dell'anima, senza per questo dimenticarsi di gettare il suo sguardo sulla società giapponese di quegli anni. Nel raccontarci la storia di Shuhei Hirayama, Ozu compie un'importante riflessione sulla vecchiaia alla luce di un complesso rapporto tra padre e figlia. Il film non è altro che la lunga descrizione, a momenti con toni leggeri in altri momenti più gravi, della maturazione di un uomo che deve affrontare il proprio egoismo e la propria gelosia paterna per lasciar sposare la figlia. Il tutto è descritto con delicatezza e garbo, quasi come se la regia fossero un insieme di immagini sussurrate, come se ci trovassimo nel cervello ordinato del signor Hirayama…

Nel Giappone il pensiero confuciano ha creato una famiglia forte, con dei legami profondi e puri. La pietà filiale obbliga i figli a prendersi cura dei genitori fino alla loro morte. Devono ripagare il debito nei loro confronti. Shuhei Hirayama è vedovo. Ha due figli. Michiko, la maggiore, di venti quattro anni ed un figlio più giovane. La figlia ha superato l’età da matrimonio, ma non mostra interesse nello sposarsi in quanto il suo dovere è stare con il padre. Le riprese sono tutte a livello del pavimento, deliziose. Camera ferma. Le persone passano davanti in base al loro compito. I personaggi principali invece si siedono di fronte. Il film ha una tecnica molto bella. In un mondo di immagini agitate ma anche irregolari, in Ozu c’è una grande pulizia, di grande candore. Tutto è già deciso per linee geometriche, disegnate Questo linguaggio è la forza di un pensiero ordinato: quello del padre e della figlia. E’ un film di grande emotività, umano. Il padre si convincerà di dare sua figlia in moglie, a malincuore. Accondiscende perché quello è il suo dovere. La figlia accetterà: quello è il suo dovere. Sapere del futuro marito è insignificante. Ozu non lo mostra neppure. E neppure ci interessa. Siamo affascinato dall’amore filiale e dal dovere. Commovente è la scena finale. La figlia si è sposata ed è via di casa. Il padre torna dalla cerimonia. E’ felice e triste. Si sente solo. A casa c’è solo il figlio. Saranno le sue parole a riportare il giusto ordine delle cose: “Sarò io a prepararti la colazione domani.” Il figlio conosce i suoi obblighi e per la prima volta si pone al servizio del padre.



domenica 7 settembre 2014

Belluscone – Franco Maresco

un film non facile, discontinuo, strano, diverso, e però un film importante, necessario, miracoloso.
spero che il premio vinto a Venezia dia la forza ai distributori di farlo girare nelle sale, e agli spettatori la volontà di andare a vederlo, in quelle comunque poche sale dove sarà proiettato.
documentario e film di finzione insieme, in modo inestricabile, e forse più film di montaggio che film di finzione, film verità come lo erano, a loro modo, tutti i corti di "Cinico tv".
è un film ruvido, di un'estetica non patinata, entrate in sala, lasciatevi guidare da Maresco (e Tatti Sanguineti), non ve ne pentirete, promesso - Ismaele




è un film splendido, decisivo nel suo carattere fondamentalmente perdente e tragico, che non dovreste perdervi per nulla al mondo.

Non si può fare un buon film utilizzando materiale pessimo e senza mai dare vita a un’immagine.Belluscone è un film deludente perché cavalca un’utopia autodistruttiva inconcepibile: creare un’opera su di un’intuizione folgorante, privarla delle parti di girato più interessanti e montarla secondo logiche opposte allo stile cinematografico che da sempre ha contraddistinto il suo regista. L’inconcepibile non sta tanto nella poca coerenza (anche della struttura, del testo), ma nel gusto masochistico di infliggersi e infliggerci un giro a vuoto di un’ora e mezza che lambisce per tutta la sua durata il colpo di genio senza però mai centrarlo (deliberatamente o meno, non importa).
A Franco Maresco non si può che volere bene. Da sempre sono un estimatore convinto del suo cinema e della sua visione tragica e disperata dell’Italia e del nostro tempo ma, proprio come a una persona a cui si vuole bene, non posso fare a meno di dire con sincerità quello che penso, senza la necessità di nascondermi dietro l’ipocrisia del giudizio precostituito, aprioristico e unanime che abbonda sul suo ultimo film e che, so per certo, lo disgusterà alquanto. Perché Belluscone è talmente un film d’autore, del suo autore, imbevuto dalle sue proprie ossessioni, manie e derive da negarsi, isolandosi in una dimensione impossibile di autoparodia, di scimmiottamento tutt’altro che compiaciuto. Un film tragico al cubo…

Con Ciprì: “Con cui avevo in comune l’ascendenza familiare piccolo borghese, quando non adirittura proletaria”, l’antica amicizia sbiadisce nel ricordo: “Non ci parliamo da anni, dal 2007. Totò che visse due volte, con le sue faticose storie di censura frammiste ai casini privati dell’esistenza, fu il film che determinò una prima battuta d’arresto tra noi. Di crisi della coppia. In seguito, proprio a Venezia, qualcuno parlò di rinascita comune, ma forse eravamo forse troppo stanchi per ritrovarci davvero. Si era interrotto qualcosa e non trovammo il filo giusto per riannodare l’affetto. Daniele voleva fare altro. Lui si diverte fisicamente a lavorare intensamente e se gli togli il set, praticamente, gli spari. Daniele ama la tecnica e detesta l’inazione e lo stare soli con se stessi, mentre io non posso rinunciare alla solitudine e con il cinema ho sempre avuto un rapporto più sofferto e complicato. É chiaro che lui ha avuto, meritandola, molta più fortuna di me. È un direttore della fotografia straordinario, ha un’innata predisposizione per l’immagine ed è una macchina iperproduttiva che a volta ti fa chiedere ‘ma da dove cazzo prende tutta questa energia?’. Non nego che in un primo momento ho covato nei suoi confronti molta rabbia e molto risentimento. E indietro, quando provi sentimenti simili, nei rapporti umani non si torna”…
…sorride a questo piccolo grande film: “che consideravo perso e che grazie all’aiuto di fratelli come Pietro Marcello e Tatti Sanguineti invece è sopravvissuto come una creatura di Frankenstein agli scherzi del destino”. Sorride anche a se stesso. Al suo domani. Alla sincerità. A un nuovo via che in qualche modo prenderà il largo: “Lo spero e ci credo perché vivo di questo. Alla mia età è difficile ricominciare facendo altro. Quando uno ha costellato la propria esistenza di errori e io sono una di quelle persone che non ha costruito un futuro per sé e ha sperperato le grandi occasioni che la vita mi ha messo sotto il naso, a lavorare sei costretto . Però quando una cosa la voglio fare veramente, la faccio. È vero, ho le mie asperità caratteriali e vivo a Palermo che è ancora un luogo periferico. Servono carattere e forza, energia e pelo sullo stomaco per uscirne”. Maresco non dice dove li troverà, ma Belluscone è un indizio di non poco conto.
da qui