a Cluj, seconda città della Romania, in Transilvania, terrirorio ungherese un secolo prima il capitalismo immobiliare corre come dappertutto, e non fa prigionieri.
Radu Jude ci racconta una storia romena ma potrebbe essere italiana, al 100%, in comune c'è la speculazione immobiliare, ragazzi che hanno studiato, ma il lavoro che trovano è il rider, nulla più, e poi ci sono i preti, refugium peccatorum, provate a far parlare in romano, anzichè in romeno, e vediamo chi capisce la differenza.
a Cluj i lavori "migliori" sono quelli degli schiavi da ufficio delle multinazionali di rapina.
Orsolya è uno di quei dipendenti che fanno il lavoro sporco per i padroni lontani e a lei restano i dubbi etici, che la legge assolve, ma la sua anima è turbata.
la Romania (e tutto il mondo) è in una crisi dove il 99% delle persone non sta bene.
Radu Jude è sempre più bravo, non fa film inutili, sono pieni di sostanza, realismo, cattiveria, ironia, con attori bravissimi, nelle sue mani.
un film da non perdere, come capita sempre ai suoi film.
buona (capitalistica e non etica) visione - Ismaele
…Pur meno caleidoscopico dei suoi capolavori recenti, Kontinental '25 porta tutti i segni del genio di Jude, con
un'elegante struttura bipartita e il consueto gusto per l'assurdo che lascia
nella memoria immagini (si pensi ai dinosauri e ai robot poliziotti) tanto
ridicole quanto risonanti, capaci di far collassare le nozioni di alto e basso.
Il concetto di pittoresco, che spesso complica l'identità di Cluj, viene qui
smantellato formalmente filmando attraverso iPhone che sviliscono
l'architettura locale (a sua volta simbolo dell'emergenza abitativa locale e
globale) e posizionano le figure umane come spettri buffi che infestano lo
spazio pubblico. Ma è soprattutto attraverso la conversazione - motore
instancabile che però gira a vuoto - che Jude mette in scena l'insoddisfazione
e la frustrazione, confermandosi come l'autore del cinema europeo più rilevante
della nostra epoca.
Come sempre, quelle di Radu Jude sono cronache sarcastiche di
un paese alla deriva. Forse di un intero continente. Kontinental ‘25 non è solo il fratello di Do Not Expect Too Much From The End Of The
World, ma ne è il controcampo grottesco financo
brutale, altrettanto netto nella scelta di un formato lo-fi digitale,
altrettanto scortese con etica e cattivo gusto comuni, altrettanto evocativo di
quanta politica ci sia anche nella chiacchierata più inoffensiva e di quanto
non esista davvero il disengangement, nonostante sia tanto declamato e
rivendicato nel mondo. Proprio visto che nessuno è innocente, comunque,
nessuno dovrebbe mai nemmeno prendersi sul serio, sembra dire il film. Forse si
dovrebbero invece accogliere le proprie responsabilità e al massimo
conviverci senza rompere troppo le palle agli altri…
Ci sono film che non ti baciano sulla bocca, ma
ti lasciano un sapore di ferro tra i denti e un foglietto spiegazzato in tasca,
di quelli con la lista della spesa che hai scordato di fare. Kontinental '25 è esattamente questo, una fotografia mossa scattata da
un treno in corsa che non sai bene dove stia andando, con i finestrini troppo
sporchi per guardare fuori e troppo lucidi per non vederci riflessi i nostri
stessi difetti. Radu Jude si conferma un geometra dei sentimenti storti, un
regista che non cerca l'inquadratura perfetta da cartolina ma preferisce
l'inquadratura continua che ti stringe alla gola, proprio come quando cerchi
disperatamente le chiavi sul fondo dello zaino e ci trovi solo scontrini
sbiaditi. Lo sguardo dietro l'obiettivo segue tutto con cura, sembra quasi
distratto e invece ti sta prendendo le impronte digitali a tradimento,
supportato da una sceneggiatura che è un frullatore di parole affilate e
silenzi che fanno rumore. I dialoghi sembrano rubati a un tavolo di un
autogrill alle tre di notte, intrisi di quella burocrazia dell'anima che ci fa
sembrare tutti dei moduli da compilare in triplice copia, dove non esistono
eroi ma solo persone che cercano di non scivolare sul pavimento bagnato della
storia contemporanea. In questo scenario gli attori si muovono con la grazia
goffa dei funamboli senza rete ma a un centimetro da terra, senza recitare
davvero. Eszter Tompa, Gabriel Spahiu e Adonis Tanta respirano dentro i propri
personaggi con una verità disarmante nei loro sguardi, capaci di passare dal
cinismo più feroce a una fragilità da bicchiere di cristallo lavato male, tanto
che ti verrebbe voglia di entrare nello schermo anche solo per offrirgli un
caffè o una strada secondaria. Alla fine il film diventa un grandangolo sulla
nostra Europa distratta, un continente che viaggia orgoglioso in prima classe
ma ha il motore visibilmente in avaria, trasformandosi in una riflessione amara
su come l'assurdo sia diventato la nostra nuova normalità. È una ballata cinica
e dolcissima che ci ricorda che siamo tutti quanti passeggeri con un biglietto
di sola andata per una destinazione che continua a cambiare nome sui tabelloni
elettronici. Se la perfezione assoluta rimane un'illusione da collezionisti,
questa pellicola ci va vicinissimo e si ferma un attimo prima, proprio dove
iniziano i sogni che ti lasciano un po' di amaro in bocca ma anche tanta voglia
di parlarne a colazione, meritando quasi il massimo dei voti e lasciando libero
solo quel piccolo spazio finale per il mistero.
…Nato da un fatto
di cronaca avvenuto diversi anni addietro, il soggetto del film viene però
contaminato coi modelli di un paio di capolavori mondiali: il tema della donna
consumata dal senso di colpa in cerca di redenzione potrebbe essere estrapolato
di peso da Europa ’51 di Roberto Rossellini (evocato
pure nella sua vocazione al cinema low-budget), con la differenza che in questo
mondo reso insensibile dal consumismo capitalista la protagonista di questo
film non riesce a trovare nessuno che la capisca e che le consenta di sublimare
il suo dolore. L’altro prestito riguarda la struttura drammaturgica di Psycho di Alfred Hitchcock: come accade in quel
capolavoro, anche qui il film inizia con una lunga sequenza in cui il
protagonista è la vittima, per poi spostare l’attenzione sul carnefice, lì materiale
(eccome!) qui morale.
Ma a prescindere da questi prestiti
d’autore, la forza del film risiede nella sua capacità di prendere di petto i
problemi sociali e politici nella Romania odierna,
che poi certamente vengono affrontati – come è proprio dello stile del regista
– in una chiave ironica e surreale.
Interessante anche (altro topos della filmografia di Jude) il passaggio continuo dal format documentaristico a
quello più tradizionalmente fictional, che qui diventa però
proprio stilisticamente esplicito: il film parte adottando uno stile in cui
predomina il taglio schiettamente documentaristico, con una serie di
riquadrature che enfatizzano il caotico sviluppo immobiliare del paese, per poi
adottare una narrazione più canonica da “feature film” narrativo, e infine
chiudersi con l’affastellarsi anonimo dei palazzoni moderni che raccontano un
paese che è passato dalla dittatura
di Ceausescu verso un modello neoliberista con scarsa protezione
sociale; sancendo così, persino schematicamente, la vittoria del “documentario”
sulla “fiction”: dell’urgenza necessaria di documentare il reale, rispetto al
lusso di romanzarlo.
Il risultato? Un apologo socio-politico
svolto sotto forma di satira feroce, in felice equilibrio tra commedia e
dramma, che interroga e diverte.
…La messa alla berlina in cui si lancia Jude non
risparmia nessuno, tra nazionalisti rumeni che insultano la protagonista in
quanto di etnia ungherese, e la madre della stessa che a sua volta si appiglia
a una fantomatica superiorità ungherese sul popolo rumeno rimpiangendo il
pre-1918, vale a dire la data in cui la Transilvania scelse di appartenere
politicamente alla Romania in luogo dell’Ungheria – e quindi provando nostalgia
per un tempo mai vissuto, quell’anemoia che sta imperversando sempre più nella
vecchia, vecchissima, dinosaurica Europa acuendo la sua naturale propensione
alla balcanizzazione. Si compiangono i poveri bambini rom, ma non si fa lo
stesso con gli adulti della medesima etnia, verso cui si spalancano le forche
caudine di una società brutale, incattivita, e sempre più giudicante. Se
Orsolya può evitare l’istituto psichiatrico in cui veniva condotta in forma
coatta la povera Irene è perché l’intera società è oramai un vasto manicomio,
dove nulla ha più senso, e l’unica ideologia che ha vinto è quella della
sopraffazione, del potere sociale accumulabile attraverso il denaro, e della
schiavitù legalizzata. In tal senso, in un film che procede di dialogo in
dialogo, con la disperata Orsolya alla ricerca di una assoluzione che non può
trovare e per farlo incontra un suo superiore, un’amica, sua madre, il suo
ex-studente, e perfino un pope (in quello che è forse il vis à vis più
surreale, e spiazzante) mentre suo marito e i figli sono in vacanza in Grecia –
non a caso la nazione che più di ogni altra ha potuto saggiare il concetto di
“comunità” dell’Unione Europea – prende corpo la suggestione di un continente
già impazzito, sconfitto, destinato alla distruzione, allo studio
paleontologico. Conscio di come la produzione cinematografica non sia che un
altro strumento nelle mani di tale sistema, Jude si muove in maniera
completamente laterale, sceglie una prospettiva “povera”, gira in una decina di
giorni con una troupe ridotta all’osso e con un cellulare. Non per obbligo, ma
per scelta, per precisa volontà di restituire attraverso lo stesso esercizio
produttivo prima ancora che estetico la necessità di un cambio politico,
strutturale, di una visione differente, di una prospettiva che sappia rivoluzionare lo
stato delle cose. Ne viene fuori l’ennesima opera nitida e integerrima, mai
conciliante, che sa far sua la lezione rosselliniana come fosse l’organo
costituente ed eternamente vivo della ridefinizione dello sguardo collettivo.
Non sarà dirompente come alcune delle sue opere precedenti, Kontinental ’25, ma conferma come di registi come Radu Jude ce ne siano
pochi, pochissimi in circolazione oggi, ma anche di come la via per una messa
in discussione dell’intero apparato dell’immaginario sia indicata. Basta seguirla.
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