venerdì 3 luglio 2026

Kontinental '25 - Radu Jude

a Cluj, seconda città della Romania, in Transilvania, terrirorio ungherese un secolo prima il capitalismo immobiliare corre come dappertutto, e non fa prigionieri.

Radu Jude ci racconta una storia romena ma potrebbe essere italiana, al 100%, in comune c'è la speculazione immobiliare, ragazzi che hanno studiato, ma il lavoro che trovano è il rider, nulla più, e poi ci sono i preti, refugium peccatorum, provate a far parlare in romano, anzichè in romeno, e vediamo chi capisce la differenza.

a Cluj i lavori "migliori" sono quelli degli schiavi da ufficio delle multinazionali di rapina.

Orsolya è uno di quei dipendenti che fanno il lavoro sporco per i padroni lontani e a lei restano i dubbi etici, che la legge assolve, ma la sua anima è turbata.

la Romania (e tutto il mondo) è in una crisi dove il 99% delle persone non sta bene.

Radu Jude è sempre più bravo, non fa film inutili, sono pieni di sostanza, realismo, cattiveria, ironia, con attori bravissimi, nelle sue mani.

un film da non perdere, come capita sempre ai suoi film.

buona (capitalistica e non etica) visione - Ismaele


 

 

…Pur meno caleidoscopico dei suoi capolavori recenti, Kontinental '25 porta tutti i segni del genio di Jude, con un'elegante struttura bipartita e il consueto gusto per l'assurdo che lascia nella memoria immagini (si pensi ai dinosauri e ai robot poliziotti) tanto ridicole quanto risonanti, capaci di far collassare le nozioni di alto e basso. Il concetto di pittoresco, che spesso complica l'identità di Cluj, viene qui smantellato formalmente filmando attraverso iPhone che sviliscono l'architettura locale (a sua volta simbolo dell'emergenza abitativa locale e globale) e posizionano le figure umane come spettri buffi che infestano lo spazio pubblico. Ma è soprattutto attraverso la conversazione - motore instancabile che però gira a vuoto - che Jude mette in scena l'insoddisfazione e la frustrazione, confermandosi come l'autore del cinema europeo più rilevante della nostra epoca.

da qui

 

Come sempre, quelle di Radu Jude sono cronache sarcastiche di un paese alla deriva. Forse di un intero continente. Kontinental ‘25 non è solo il fratello di Do Not Expect Too Much From The End Of The World, ma ne è il controcampo grottesco financo brutale, altrettanto netto nella scelta di un formato lo-fi digitale, altrettanto scortese con etica e cattivo gusto comuni, altrettanto evocativo di quanta politica ci sia anche nella chiacchierata più inoffensiva e di quanto non esista davvero il disengangement, nonostante sia tanto declamato e rivendicato nel mondo. Proprio visto che nessuno è innocente, comunque, nessuno dovrebbe mai nemmeno prendersi sul serio, sembra dire il film. Forse si dovrebbero invece accogliere le proprie responsabilità e al massimo conviverci senza rompere troppo le palle agli altri…

da qui

 

Ci sono film che non ti baciano sulla bocca, ma ti lasciano un sapore di ferro tra i denti e un foglietto spiegazzato in tasca, di quelli con la lista della spesa che hai scordato di fare. Kontinental '25 è esattamente questo, una fotografia mossa scattata da un treno in corsa che non sai bene dove stia andando, con i finestrini troppo sporchi per guardare fuori e troppo lucidi per non vederci riflessi i nostri stessi difetti. Radu Jude si conferma un geometra dei sentimenti storti, un regista che non cerca l'inquadratura perfetta da cartolina ma preferisce l'inquadratura continua che ti stringe alla gola, proprio come quando cerchi disperatamente le chiavi sul fondo dello zaino e ci trovi solo scontrini sbiaditi. Lo sguardo dietro l'obiettivo segue tutto con cura, sembra quasi distratto e invece ti sta prendendo le impronte digitali a tradimento, supportato da una sceneggiatura che è un frullatore di parole affilate e silenzi che fanno rumore. I dialoghi sembrano rubati a un tavolo di un autogrill alle tre di notte, intrisi di quella burocrazia dell'anima che ci fa sembrare tutti dei moduli da compilare in triplice copia, dove non esistono eroi ma solo persone che cercano di non scivolare sul pavimento bagnato della storia contemporanea. In questo scenario gli attori si muovono con la grazia goffa dei funamboli senza rete ma a un centimetro da terra, senza recitare davvero. Eszter Tompa, Gabriel Spahiu e Adonis Tanta respirano dentro i propri personaggi con una verità disarmante nei loro sguardi, capaci di passare dal cinismo più feroce a una fragilità da bicchiere di cristallo lavato male, tanto che ti verrebbe voglia di entrare nello schermo anche solo per offrirgli un caffè o una strada secondaria. Alla fine il film diventa un grandangolo sulla nostra Europa distratta, un continente che viaggia orgoglioso in prima classe ma ha il motore visibilmente in avaria, trasformandosi in una riflessione amara su come l'assurdo sia diventato la nostra nuova normalità. È una ballata cinica e dolcissima che ci ricorda che siamo tutti quanti passeggeri con un biglietto di sola andata per una destinazione che continua a cambiare nome sui tabelloni elettronici. Se la perfezione assoluta rimane un'illusione da collezionisti, questa pellicola ci va vicinissimo e si ferma un attimo prima, proprio dove iniziano i sogni che ti lasciano un po' di amaro in bocca ma anche tanta voglia di parlarne a colazione, meritando quasi il massimo dei voti e lasciando libero solo quel piccolo spazio finale per il mistero.

da qui

 

…Nato da un fatto di cronaca avvenuto diversi anni addietro, il soggetto del film viene però contaminato coi modelli di un paio di capolavori mondiali: il tema della donna consumata dal senso di colpa in cerca di redenzione potrebbe essere estrapolato di peso da Europa ’51 di Roberto Rossellini (evocato pure nella sua vocazione al cinema low-budget), con la differenza che in questo mondo reso insensibile dal consumismo capitalista la protagonista di questo film non riesce a trovare nessuno che la capisca e che le consenta di sublimare il suo dolore. L’altro prestito riguarda la struttura drammaturgica di Psycho di Alfred Hitchcock: come accade in quel capolavoro, anche qui il film inizia con una lunga sequenza in cui il protagonista è la vittima, per poi spostare l’attenzione sul carnefice, lì materiale (eccome!) qui morale.

 

Ma a prescindere da questi prestiti d’autore, la forza del film risiede nella sua capacità di prendere di petto i problemi sociali e politici nella Romania odierna, che poi certamente vengono affrontati – come è proprio dello stile del regista – in una chiave ironica e surreale.
Interessante anche (altro topos della filmografia di Jude) il passaggio continuo dal format documentaristico a quello più tradizionalmente fictional, che qui diventa però proprio stilisticamente esplicito: il film parte adottando uno stile in cui predomina il taglio schiettamente documentaristico, con una serie di riquadrature che enfatizzano il caotico sviluppo immobiliare del paese, per poi adottare una narrazione più canonica da “feature film” narrativo, e infine chiudersi con l’affastellarsi anonimo dei palazzoni moderni che raccontano un paese che è passato dalla dittatura di Ceausescu verso un modello neoliberista con scarsa protezione sociale; sancendo così, persino schematicamente, la vittoria del “documentario” sulla “fiction”: dell’urgenza necessaria di documentare il reale, rispetto al lusso di romanzarlo.
Il risultato? Un apologo socio-politico svolto sotto forma di satira feroce, in felice equilibrio tra commedia e dramma, che interroga e diverte.

da qui

 

La messa alla berlina in cui si lancia Jude non risparmia nessuno, tra nazionalisti rumeni che insultano la protagonista in quanto di etnia ungherese, e la madre della stessa che a sua volta si appiglia a una fantomatica superiorità ungherese sul popolo rumeno rimpiangendo il pre-1918, vale a dire la data in cui la Transilvania scelse di appartenere politicamente alla Romania in luogo dell’Ungheria – e quindi provando nostalgia per un tempo mai vissuto, quell’anemoia che sta imperversando sempre più nella vecchia, vecchissima, dinosaurica Europa acuendo la sua naturale propensione alla balcanizzazione. Si compiangono i poveri bambini rom, ma non si fa lo stesso con gli adulti della medesima etnia, verso cui si spalancano le forche caudine di una società brutale, incattivita, e sempre più giudicante. Se Orsolya può evitare l’istituto psichiatrico in cui veniva condotta in forma coatta la povera Irene è perché l’intera società è oramai un vasto manicomio, dove nulla ha più senso, e l’unica ideologia che ha vinto è quella della sopraffazione, del potere sociale accumulabile attraverso il denaro, e della schiavitù legalizzata. In tal senso, in un film che procede di dialogo in dialogo, con la disperata Orsolya alla ricerca di una assoluzione che non può trovare e per farlo incontra un suo superiore, un’amica, sua madre, il suo ex-studente, e perfino un pope (in quello che è forse il vis à vis più surreale, e spiazzante) mentre suo marito e i figli sono in vacanza in Grecia – non a caso la nazione che più di ogni altra ha potuto saggiare il concetto di “comunità” dell’Unione Europea – prende corpo la suggestione di un continente già impazzito, sconfitto, destinato alla distruzione, allo studio paleontologico. Conscio di come la produzione cinematografica non sia che un altro strumento nelle mani di tale sistema, Jude si muove in maniera completamente laterale, sceglie una prospettiva “povera”, gira in una decina di giorni con una troupe ridotta all’osso e con un cellulare. Non per obbligo, ma per scelta, per precisa volontà di restituire attraverso lo stesso esercizio produttivo prima ancora che estetico la necessità di un cambio politico, strutturale, di una visione differente, di una prospettiva che sappia rivoluzionare lo stato delle cose. Ne viene fuori l’ennesima opera nitida e integerrima, mai conciliante, che sa far sua la lezione rosselliniana come fosse l’organo costituente ed eternamente vivo della ridefinizione dello sguardo collettivo. Non sarà dirompente come alcune delle sue opere precedenti, Kontinental ’25, ma conferma come di registi come Radu Jude ce ne siano pochi, pochissimi in circolazione oggi, ma anche di come la via per una messa in discussione dell’intero apparato dell’immaginario sia indicata. Basta seguirla.

da qui

 


Nessun commento:

Posta un commento