un erborista riesce a curare molti malati analizzando l'urina dei pazienti, tutto va bene, fino a che il potere politico decide di decretare la fine dell'attività.
Mikolášek è un personaggio non facile, sicuro di sè, devoto al giuramento di Ippocrate (anche se non è medico), e però le cose si complicano, e Mikolášek non riesce a gestire tutto al meglio, purtroppo.
Agnieszka Holland è brava come sempre, come pure gli attori.
buona (curante) visione - Ismaele
…La visioni registica
di Holland è geometrica, austera, elegante e spietata come la realtà
all'interno della quale si muove Mikolášek, cui si contrappone la presenza
vitale e generosa di Palko, uomo del popolo animato da slanci impetuosi e
incapace di calcolo. Dai totali filmati dall'alto ai primissimi piani di Jan e
Frantisek, Holland gestisce lo spazio con competenza e metodicità, raffreddando
intenzionalmente il potenziale incandescente (e sensazionalistico) della
storia, pubblica e privata, che racconta.
Ancora una volta la regista estrae dall'oscurità una
figura storica poco conosciuta e ne fa la metafora di un secolo, e di un
comportamento umano, ancora tutti da esplorare. La fotografia desaturata di
Martin Strba, la scrittura calibrata di Mark Epstein e le ottime
interpretazioni di Ivan Trojan e Juraj Loj nei ruoli di Jan e Frantisek sono a
servizio della sua visione nitida e rigidamente controllata come il carattere
di Mikolášek, e il passo lento e grave è necessario per raccontare un'epoca già
lontana ma ancora così determinante del futuro a seguire, e del nostro presente.
…Il nuovo film della Holland si configura dunque ben più
che come una semplice biografia. La volontà di ricostruire un’epoca e la sua
atmosfera è riscontrabile nell’opprimente modo in cui i personaggi vengono
inquadrati, nei colori spenti e nell’austerità della messa in scena. Tutto
tende a suggerire l’idea di contesto cupo, dove ognuno è in costante pericolo.
Per contrasto, i ricordi di giovinezza di Mikolášek sono ricchi di colore, di luce,
di bellezza. Sono scene che sanno di aria fresca, uno stacco necessario prima
di rigettarsi negli abissi della tensione degli anni Cinquanta.
Se da un punto di vista dell’immagine Charlatan è dunque particolarmente
curato, non lo stesso si può però dire di determinate scelte narrative. Nel
ritrarre gerarchi nazisti e funzionari comunisti si avvertono delle
semplificazioni eccessive, che non permettono di dar vita ad un significativo
cambio di prospettiva a riguardo. L’impressione dunque è che, alle prese con
questioni particolarmente importanti e da riscoprire, la regista confezioni un
film esteticamente attraente e con un protagonista estremamente interessante,
senza avere però qualcosa di nuovo da dire.
…Charlatan: Il potere dell’erborista è un film affascinante e complesso che va oltre il semplice
racconto biografico e che diventa al contempo uno spunto di riflessione più
ampia sulla natura del potere, della fede e della morale. Agnieszka Holland,
con una regia intensa e sensibile, dipinge un ritratto di un uomo che vive nel
perenne conflitto tra l’ombra e la luce, tra la necessità di proteggere i
propri doni e l’incapacità di evitare il giudizio altrui. Mikolášek non è solo
dunque un eroe tradizionale, ma anche è sopratutto un simbolo universale della
complessità umana: fallibile, straordinario, enigmatico.
…La
vita tutta protesa all'aiuto verso il prossimo, ma anche disposta a scendere a
compromessi ed incapace di amare senza l'impeto da rettile di prendersi ciò che
è proprio e fagocitarlo a danno degli altri, disegnano le luci ed ombre di una
figura tutta contraddizioni e ambiguità, che l'attore Ivan Trojan riesce
lodevolmente a far emergere durante il racconto, filmato con la calligrafica,
lodevole precisione anche scenografica a cui la prolifica ed affidabile autrice
di Europa Europa, Olivier Olivier, Poeti dall'inferno, The Spoor e tanti altri
film, ci ha abituato da ormai oltre un trentennio di costante lavoro sui personaggi
e sul contesto storico che li corconda.
Dalla Holland inutile aspettarsi sottigliezze narrative e
raffinatezze tecniche di rappresentazione, così come novità stilistiche:
l'autrice predilige una certa linearità di racconto che dà la precedenza alla
presa emotiva, ma si riconduce anche stavolta ad un risultato efficace e
solido, in grado di raffigurarci senza inutili didascalie un personaggio
davvero complesso, indecifrabile, sintesi indistricabile di bene e male fusi in
un corpo ed in una personalità di fatto fuori dal comune per sensibilità ed
abilità pratiche e diagnostiche.
anche quest'anno (agosto 2023 - luglio 2024) faccio una specie di classifica dei film visti al cinema (solo 52), e qualcosa di ottimo e buono c'è (cliccando su ogni titolo c'è il link alla piccola recensione che avevo scritto a suo tempo), gli altri, comunque buoni, si trovano nel blog - Ismaele
basta poco per farsi amare dal Potere, ma Agnieszka Holland sceglie di non farlo e prende un'altra strada, quella della verità dei fatti.
la regista segue i migranti, le guardie, i volontari che prestano soccorso ai migranti.
la strategia europea è sempre la stessa, le guardie sono milizie fasciste, i migranti sono il nemico, gli attivisti e le ong sono un nemico ancora più pericoloso perchè interno al paese e per tutti condanne esemplari, per i migranti fino alla galera (i cpr) e la morte, per gli attivisti condanne di altro tipo.
come sarebbe bello se la storia raccontata nel film fosse un incubo senza riferimenti alla realtà.
e invece quei migranti sono veri e le loro sofferenze drammaticamente vere,
il giardino europeo, al quale i migranti aspirano, per salvare la vita, arrivano da nazioni nelle quali gli occidentali, e quindi anche gli europei, sono parte dei problemi, a livello politico e di armamenti, cioe gli stati europei fanno di tutto per creare migranti e poi sperano che muoiano, dopo averli derubati per mano dei loro compari trafficanti di esseri umani.
chi non muore diventa una fonte di reddito per i compari dei Cpr, ed ecco che l'estrattivismo si esercita (oltre che sulle materie prime nei paesi di provenienza), anche sui corpi degli esseri umani migranti.
questo non è un film per indifferenti, bisogna scegliere da che parte stare, i film partigiani sono così.
buona (sofferta) visione - Ismaele
ps: QUI, su InvictaPalestina, alla luce degli avvenimenti attuali in Palestina, numerosi cinéasti hanno messo i loro film sulla Palestina a disposizione online, Potete visionarli e farli circolare.
…Il fatto che sia storia recente, e anzi decisamente ancora
in corso, impone una certa precisione documentaria seppur nei contorni della
finzione. Holland in questo è diligente e cerca di non fare buoni e cattivi,
mettendo in chiaro quanto i destini delle persone innocenti siano effetti
diretti di propagande incrociate, che letteralmente si rimpallano corpi sopra
una rete di filo spinato in un assurdo gioco senza fine.
Anche la struttura vuole coprire
tutte le basi, concentrandosi non solo sulla famiglia di protagonisti ma sugli
attivisti polacchi che offrono soccorso volontario lungo il confine, sulla
singola guardia che sceglie di non bersi le istruzioni del superiore che
equipara persone alle pallottole, e su una donna "civile" che scopre
l'impegno quando viene messa di fronte alle atrocità.
Di particolare interesse per il pubblico italiano che è protagonista di un
fronte diverso per quanto riguarda le emergenze migratorie, e che forse nello
specchio di un'altra frontiera potrà mettere in prospettiva qualcuna delle
impellenti questioni nostrane, il film non rinuncia poi a un'altra riflessione
scomoda, arrivando a includere lo scoppio della guerra in Ucraina con
conseguente afflusso di rifugiati diretti verso la Polonia, e conseguente
ricordo dell'ipocrisia eurocentrica nei modi in cui classifichiamo
"l'altro.
… Green Border ha sollevato un polverone tanto da
essere finito nel mirino del governo polacco. In particolare da Zbigniew
Ziobro, ministro della Giustizia: «Nel Terzo Reich, i tedeschi
producevano film di propaganda che mostravano i polacchi come banditi e
assassini. Oggi hanno Agnieszka Holland per questo. Il film distorce l’immagine
e mostra la Polonia dalla prospettiva peggiore, riducendo gli ufficiali e le
guardie di frontiera al livello di sadici criminali». Mariusz
Kamiński, ministro degli Interni e dell’Amministrazione, ha bollato il film
come: «Un brutale attacco contro gli ufficiali polacchi in uniforme che
stanno difendendo non solo la Polonia, ma tutta l’Europa».
La Holland, dalla sua, ha risposto
ai commenti di Ziobro affermando come il Governo polacco fosse spaventato dalla
rappresentazione che Green Border ha fatto
della Crisi definendo diffamatori i commenti del Ministro e annunciando azioni
legali nei suoi confronti per incitamento all’odio a meno che non avesse
ricevuto scuse entro sette giorni. Alla prima a Varsavia la Holland ha parlato
più in generale delle critiche del Governo nei suoi confronti, dicendo che si
sarebbe aspettata che l’odio arrivasse sulla sua strada per la realizzazione di
un film così spinoso: «Non pensavo però così
brutalmente, e dai più alti organi governativi. Non siamo più nel paese in cui
vorremmo essere se le massime autorità dirigono una campagna d’odio contro
l’autore e il suo film».
Il giornale Gazeta Wyborcza ha pubblicato una lettera aperta
con oltre 500 firmatari in cui si condannano gli attacchi dei funzionari
pubblici. Lo stesso è stato per i membri della Straż
Graniczna, le Guardie di Frontiera polacche, tratteggiate dalla
Holland di una dimensione disumanizzata, brutale. Uomini privi di coscienza,
incapaci di un qualsiasi atto empatico: solo spari, sevizie e dolore lasciato
cadere nelle tenebre di un bianco-e-nero cupo e ferocissimo («Volevo fosse metaforico, in qualche modo legato al passato, alla
Seconda Guerra Mondiale, quasi documentaristico» dirà la Holland in
merito) e attenuante. Una scelta poco apprezzata, in particolare dai membri
della divisione Nadwiśle che voluto rendere
pubblico il proprio dissenso attraverso un comunicato dal titolo Green Border – Solo i maiali vanno al cinema che
ha etichettato il film come scandaloso, anti-polacco e glorificatore del fenomeno
patologico dell’immigrazione clandestina.
I membri della Nadwiśle hanno infine attaccato il distributore
polacco Kino Świat ritenendolo causa di vergogna e di
profondo disprezzo per l’intero paese. Il risultato è stato un attacco totale
tra disordini civili nei cinema che proiettavano il film e review bombing da parte di individui
filogovernativi e nazionalisti sugli aggregatori di recensioni. Questo non ha
fermato in alcun modo la curiosità intorno a Green Border che
nel solo weekend di apertura in terra polacca (22 settembre) è stato visto da
quasi 137.000 spettatori a detta dei dati forniti da Kino Świat. Ha influito invece sulle sue chance agli
Oscar 2023. La commissione giudicatrice ha infatti scelto The Peasants di DK e Hugh Welchman al suo posto e
non per effettivi meriti artistici nonostante le smentite di rito della
Presidente Ewa Puszczyńska.
Il motivo? Il timore di ritorsioni
da parte del Governo sotto forma di finanziamenti limitati o trattenuti per
futuri progetti. Un trattamento assurdo, indegno e ingiusto per un The Green Border opera straordinaria di finzione e
cine-realtà che nelle sue immagini senza filtri intessute dalla Holland in una
struttura corale per capitoli che raccontano di dolore, speranza e vita in un
mondo privato del suo colore, apre il cuore, scuote le coscienze e sfida lo
spettatore a riflettere e a guardare oltre lo proprio orizzonte, là dove tutto
finisce e di punto ricomincia.
… I tre principali punti di vista di Green Border sono quelli di una famiglia siriana,
di una guardia di frontiera e di un’attivista, tutti rappresentativi di un
dramma davanti a cui è impossibile restare a guardare.
La sofferenza si trasforma in politica e
narrazione, infiammando le immagini e scuotendo nel profondo spettatori e
spettatrici, grazie anche a un bianco e nero sporco, funzionale a un racconto
fatto di scontri e divisioni geografiche e culturali. Uno stile dal taglio
documentaristico, con la cinepresa incollata ai personaggi e ai loro drammi, in
un agghiacciante quadro di storie accomunate dalla violenza, dall’emarginazione
e dal sopruso, ambientato alla frontiera dell’Unione Europea ma purtroppo
paragonabile a situazioni tuttora diffuse in altre parti del globo.
Green Border è una testimonianza politica e sociale, che documenta
con lucidità e trasparenza dei soprusi e delle violenze che avvengono
quotidianamente a poche centinaia di chilometri di distanza fra noi, anche se è
difficile da credere e da comprendere al caldo della coperta della democrazia e
della pace ancora garantite dall’Unione Europea.
…Agnieszka Holland rifuggendo con
equilibrio ogni semplicismo e ogni induzione alla facile emozione, ci ha
dimostrato, ancora una volta, il potere enorme delle immagini, anche di quelle
inventate, ma così somiglianti e sovrapponibili al reale. Ed è proprio di reale
che si parla, così materializzato in quella fotografia gelida e pastosa che ci
offre il film nella sua esplicita radicalità che diventa terreno scivoloso,
facilmente attaccabile per la insita drammaticità degli eventi in quel facile
gioco che esclude di per sé ogni ulteriore drammatizzazione. Ma Green Border trasforma in materia vivente le
immagini, le storie, le vite e affonda le sue radici in quelle terre desolate,
in quei sacrari non ufficiali dove si consumano tragedie invisibili, volano via
vite umane che non hanno goduto di alcun rispetto. Un racconto tragico che vive
su questo confine che non è verde, ma grigio e gelido pieno di grida soffocate
e di immagini che non sappiamo vedere.
…In un film in cui la cruda realtà descrive se stessa, c’è
spazio anche per piccole e delicate metafore rappresentate dagli animali del
bosco; è questa l'unica componente fiabesca in una vicenda che, durante la
visione, acquista sempre più i tratti di un racconto del terrore. Gli alci che
incontra Julia prima di unirsi ai volontari, il lupo che osserva Jan (la
guardia di frontiera combattuta sulla scelta più giusta da fare) e persino le
giraffe che Nur, il bambino, immagina di aver visto.
I fotogrammi restano impressi nella mente, come cartoline inviate da un
centro di prigionia che aspettano di essere ricevuti da un destinatario
importante. Qualcuno in grado di vedere ciò che finora era celato e di
conoscere una verità negata.
The Green Border non ha smesso di raccontare la sua storia una
volta terminati i titoli di coda: non appena il film è uscito nelle sale, è
stato boicottato in ogni modo dal governo polacco che lo ha paragonato a
propaganda nazista, azzerando le sue chance di rappresentare il Paese agli
Oscar.
Armin Mueller-Stahl (Leon) è il contadino arricchito di un paesino polacco, molto cattolico e vive solo. un giorno trova un'ebrea in fuga e la ospita a casa sua. la convivenza diventa difficile, Leon si convince di avere dei diritti su quella donna in fuga. il confine fra protezione e prigionia è molto stretto. un bel film, secondo me, ma se avete voglia di ridere non fa per voi buona visione - Ismaele
"Angry Harvest" seems to exist in a charmed land somewhere
just slightly over the rainbow from World War II. It is a land, to be sure, in
which Jews are persecuted and Nazi soldiers march through the village. But it
also is a land in which a farmer is allowed to cook an entire goose for his own
meal, and there is milk and bread and honey, and citizens chat with the most
alarming ease about the war, the Underground, and the business of selling
protection to Jews.
The world of this film simply doesn't suggest the urgency and despair
of the time…
…Armin Mueller-Stahl has some good moments as Leon, the
farmer who acutely feels the class distinction between himself and the elegant
Rosa (Elisabeth Trissenaar), the woman he is harboring. An early scene
establishes Leon as the son of a stableman, whereas Rosa, when first seen, is
huddling in the forest draped in a fur coat. Once Leon has rescued her and
nursed her back to health, he begins to find Rosa both formidable and
irresistible; for her part, she is a helpless fugitive who also, by virtue of
sheer personal authority, has a good deal of power over her benefactor.
Unfortunately, the complexity of this situation translates into a succession of
scenes in which Leon drinks too much, overturns furniture, paws Rosa, then
apologizes in the morning…
… The film is by an internationally famous director, was
nominated for an Oscar, and the leading actors are both well-respected. Much of
the film's plunge into obscurity is probably to do with the extremity of its
vision. Bittere Ernte simply does not make comfortable
viewing.
It destroys the prevailing wisdom of the last fifty years
which neatly divided people into two categories: those who supported Nazism and
those who opposed it. Holland, however, depicts a vast third category of people
and challenges our notions of how many people really fit the black and white
stereotypes which post-war culture has been so keen on propagating. People in her
third category by no means support fascism, but their attempts to live safely
under it bring them into an arena of dubious actions.
There even seems to be a certain desperation in this
tendency to polarise peoples attitudes to Nazism. If, after all, we don't
subscribe to it, what sort of moral mess would we be left with. Somehow it
seems far safer to admit the Leon Wolnys into the pantheon of wartime heroes
than to lay open the actions of millions of people in this shady third category
to judgement…
…la Holland riesce a identificare con eccellente
sobrietà gli elementi che compongono l’intreccio e lo sviluppo dell’azione
drammatica; da un lato il fiume carsico dei disperati, dei vinti e dei
perseguitati, che squarciando il buio iniziale dei titoli di testa, saltano
dentro la storia filmata ed invadono con la loro presenza quella vasta landa
desolata che è l’impassibile, e allo stesso tempo, inumano universo di chi si
prefigge di vivere il massacro come una normale epoca di transizione. Di
arricchimento, anzi. Un film che pare possa discutere di religione, che tremi
soffusamente di una riflessione teologica, che sostenga tesi e proponga antitesi
ma che, alla fine, si piega alla benedizione maledetta di una salvezza che
salvezza forse non è. La figlia ed il marito delle due vittime del campiere
Leon Wolny, salvati dal conflitto ora sperano in una nuova esistenza in America
e da New York, metropoli già tentacolare e multiforme, inviano la loro piccola
carta di emendamento per la coscienza di un uomo perso, ritrovatosi, perso
nuovamente ed in cerca di una sua identità mentre gioca, sbrana, afferra e nega
le identità degli altri. Ecco, la sintesi mancante. Perché rimane da chiedersi
cosa porta Wolny a salvare Donna Rosa, bella giudea fuggita - con figlia e
marito, la prima però morta ed il secondo disperso nel bosco – da un carro
bestiame diretto ad Auschwitz. Il paradosso percorre e vivifica questa
narrazione. Una pietà impietosa che rimane impigliata nella rete delle
ambizioni sociali (Leon è il figlio di un povero bracciante, al soldo di una
ricca famiglia di Cracovia), di conversioni inespresse (Leon frequenta il
seminario, vuole diventare prete ma non finisce il corso per la debolezza della
sua fede), di aneliti vigliacchi (Leon si avvicina alla resistenza ma, quando
deve dare prova di sé, manda a morte una ingenua donna che lo ama follemente
senza essere ricambiata), di istinti irrefrenabili (Leon non è sposato;
imprigiona tra le sue brame Rosa, tenta di circuire per interessi Eugenia, ed
infine diventa il padre del figlio che attende una serva debosciata e
ninfomane, molto più giovane di lui). Una empietà pietosa che spinge alla fine
Wolny a tentare di riparare all’irreparabile. Dunque, chi è davvero Leon Wolny?
O meglio cos’è?...
il bravissimo protagonista del film è Robert
Wieckiewicz, che interpretaWalesanel film di Wajda.
Agnieszka Holland non aggiunge moltissimo, se hai
visto
Schindler's
list, Il pianistaeI
dannati di Varsavia.
e però il film della Holland ha una sua personalità e necessità, rende bene i fatti storici, ti coinvolge e ti fa
parteggiare.
non ti pentirai di averlo visto, promesso- Ismaele
…"In Darkness" non è un film
facile e di facile digestione, ha bisogno di tutto il tempo e di tutta
l'attenzione dello spettatore per entrare nella storia e in uno spazio così
angusto. Ma una volta entrati è difficile uscirne.
…Ambientato quasi interamente in
una città sotterranea,In
Darknesstrova il suo
contrappunto nello spazio urbano emergente e in cui emerge Leopold,
traghettatore e corriere sospeso tra il mondo di sotto e quello di sopra, dove
giorno dopo giorno la macchina di distruzione perfeziona la sua intenzione. Le
fognature di Leopoli esemplificano i percorsi di una ricerca di liberazione, i
vicoli ciechi dell’autodistruzione, i bivi della perdizione, un labirinto in cui
non è facile fiutare tracce di salvezza. L’underground narrato dalla Holland
assume un valore universale e la dimensione di una parabola, per nulla
buonista, in cui un uomo si consegna alla propria rinascita affrontando il
rischio della morte. L’autrice restituisce con sensibilità e nessun
sentimentalismo l’ambivalenza della doppia logica alla quale l’occupazione
nazista ha condannato il protagonista, appeso tra una tormentata ribellione e
una speranza di redenzione, indeciso se diventare custode di vita o pedina
decisiva della mostruosità del potere. Ma Leopold Socha non si sottrae,
diventando simbolo di una possibilità, invertendo la direzione degli eventi,
facendosi ‘giusto’ tra i giusti. Agnieszka Holland col suo film compie un atto
memoriale che non dimentica che la Storia è in primo luogo quello che gli
uomini hanno fatto.
Un po' Schindler's
list e un po' I dannati di Varsavia
di Wayda. Il protagonista cinico e mediocre che trova la sua redenzione
dapprima nello sfruttare gli ebrei per tornaconto fino a prendersi carico con
enormi rischi della salvezza del gruppo. Il film della Holland vive
alternativamente sulle dinamiche inferiore dei sottarranei fogniari e della
superficie cittadina. Se nel film di Wajda si operava l'annientamento fisico e
morale dell'individuo, le fogne pur nell'estremo contesto sono un rifugio
migliore alla sicura morte che li aspetta in superficie. Tecnicamente ben
curato anche se manca di originalità.
…La Holland si affida a uno stile mobile, di nervoso
realismo psicologico, scosso sovente da momenti che evitano quasi sempre il
melodramma ricattatorio, ma raramente trovano una strada davvero urgente e
originale. Alcuni simbolismi sono risaputi: i topi delle fogne che sfiorano gli
ebrei sono meno lesivi e fetidi dei tedeschi, il buio delle fogne è meno oscuro
di quello che aleggia alla luce di uno spento sole, il parto e una nuova vita
che un giorno subirà le ferite della Storia, il sesso (sequenze non sempre
richieste) come valvola di uno sfogo impossibilitato in date circostante di
trovare amore. Se nella sua antinomia, grazie a una prova davvero convincente
di Robert Wieckiewicz, quella di Socha è una variazione riuscita di Schindler,
la globalità dell'umanità sullo sfondo (tedeschi ed ebrei) è decorosa. Anche
se, dopo una prolissa parte centrale, il film trova un colpo di coda
nell'immersione acquatica delle fogne dove indubbiamente, pur essendo lontani
dal Pianista polanskiano, la lotta dell'uomo per la sopravvivenza acquisisce
finalmente un interesse che va al di là della più ovvia - ma comunque doverosa
- indignazione.
film distrutto dalla critica, è un racconto abbastanza fedele dell'incontro e amicizia e amore e convivenza di Arthur Rimbaud con Paul Verlaine (qui). entrambi sembrano dei folli, e forse lo sono stati, nel film sono così. bravi gli attori, con un giovane Leonardo DiCaprio, che iniziava a fare film non per ragazzine e ragazzini, e che sta a suo agio nei panni di Rimbaud. certo, non è un capolavoro, ma si vede bene, e se anche solo spinge a leggere qualcosa dei due poeti avrà avuto la sua utilità - Ismaele
…"Total
Eclipse" was directed byAgnieszka Holland("The Secret Garden", "Europa, Europa"),
who seems as bowled over by Rimbaud as Verlaine was. Indeed, Rimbaud's
ungovernable personality runs roughshod through the picture, testing our
patience and DiCaprio's skill in finding new ways to make obnoxiousness fresh.
Thewlis, who usually plays the most obnoxious character in his films, is also
challenged; he must convince us Verlaine is talented, intelligent and worth
caring about, despite the insanity of his behavior, the boorishness of his
drunkenness and his inexplicable fascination with Rimbaud.
They both wrote
wonderful poems ("I am a great poet," Verlaine tells Rimbaud's
sister, "but your brother was a genius").
The poems can be
read. The film must stand on its own, apart from the poems, and I'm afraid it
doesn't. To write great poems is a gift. To be interesting company is a
different gift, which neither Verlaine or Rimbaud exhibits in "Total
Eclipse." One admires the energy and inventiveness that Holland, Thewlis
and DiCaprio put into the film, but one would prefer to be admiring it from
afar.
…Mme
Holland reste collée à son sujet, comme un chewing gum collé aux semelles (de
plomb) et nous donne à voir une bien triste image du "Pauvre Lélian"
et de celui qui sera pour toujours l'alchimiste du verbe, le passant
considérable.
Aucune grandeur dans ce
film aux teintes sombres qui ne laisse pas la place à l'échappée sublime :
celle que procure la lecture des poèmes de Jean Nicolas Arthur Rimbaud, poète
et trafiquant, mort d'avoir trop vécu.
…Di Caprio delivers his
lines well, as always, but his character’s mind is left unexplored enough not
to truly appreciate what is being said. The viewer is only given an outside
impression of the man – he is seen as a restless vagabond-type figure, but with
no real soul. If Total Eclipse is intended to be the story of two self-involved
bullies, the above qualities aren’t really needed. But when dealing with a
subject like Arthur Rimbaud, it seems only fair to explore and encompass
everything – from the many flaws to the sublime moments.
…The story
related inTotal Eclipseis ambitious. What transpired between
Verlaine and Rimbaud more than one-hundred years ago has influenced poetry
since, but has never been dramatized for the screen until now. The relationship
is complex, encompassing just about every emotion from love to hate -- a
profoundly unhealthy attraction that poisons not only the lives of the two
principals, but that of everyone who has contact with them. What befalls the
Verlaines' marriage is only the first tragedy.
As scripted by
Christopher Hampton (Dangerous Liaisons, Carrington), the presentation
of Verlaine and Rimbaud's story is erratic. At times, it's absorbing -- almost
hypnotic -- but those stretches don't last. There are other sequences when the
film becomes ponderous and pretentious, and where over-the-top acting blunts
dramatic impact. The narrative also has a tendency to jump from year-to-year
and place-to-place. As far as the characters are concerned, they're interesting
only when they're together. During the overlong denouement, when the poets are separated,
the proceedings become a little dull…