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sabato 4 luglio 2026

Charlatan - Il potere dell'erborista - Agnieszka Holland

un erborista riesce a curare molti malati analizzando l'urina dei pazienti, tutto va bene, fino a che il potere politico decide di decretare la fine dell'attività.

Mikolášek è un personaggio non facile, sicuro di sè, devoto al giuramento di Ippocrate (anche se non è medico), e però le cose si complicano, e Mikolášek non riesce a gestire tutto al meglio, purtroppo.

Agnieszka Holland è brava come sempre, come pure gli attori.

buona (curante) visione - Ismaele



La visioni registica di Holland è geometrica, austera, elegante e spietata come la realtà all'interno della quale si muove Mikolášek, cui si contrappone la presenza vitale e generosa di Palko, uomo del popolo animato da slanci impetuosi e incapace di calcolo. Dai totali filmati dall'alto ai primissimi piani di Jan e Frantisek, Holland gestisce lo spazio con competenza e metodicità, raffreddando intenzionalmente il potenziale incandescente (e sensazionalistico) della storia, pubblica e privata, che racconta.

Ancora una volta la regista estrae dall'oscurità una figura storica poco conosciuta e ne fa la metafora di un secolo, e di un comportamento umano, ancora tutti da esplorare. La fotografia desaturata di Martin Strba, la scrittura calibrata di Mark Epstein e le ottime interpretazioni di Ivan Trojan e Juraj Loj nei ruoli di Jan e Frantisek sono a servizio della sua visione nitida e rigidamente controllata come il carattere di Mikolášek, e il passo lento e grave è necessario per raccontare un'epoca già lontana ma ancora così determinante del futuro a seguire, e del nostro presente.

da qui

 

…Il nuovo film della Holland si configura dunque ben più che come una semplice biografia. La volontà di ricostruire un’epoca e la sua atmosfera è riscontrabile nell’opprimente modo in cui i personaggi vengono inquadrati, nei colori spenti e nell’austerità della messa in scena. Tutto tende a suggerire l’idea di contesto cupo, dove ognuno è in costante pericolo. Per contrasto, i ricordi di giovinezza di Mikolášek sono ricchi di colore, di luce, di bellezza. Sono scene che sanno di aria fresca, uno stacco necessario prima di rigettarsi negli abissi della tensione degli anni Cinquanta.

Se da un punto di vista dell’immagine Charlatan è dunque particolarmente curato, non lo stesso si può però dire di determinate scelte narrative. Nel ritrarre gerarchi nazisti e funzionari comunisti si avvertono delle semplificazioni eccessive, che non permettono di dar vita ad un significativo cambio di prospettiva a riguardo. L’impressione dunque è che, alle prese con questioni particolarmente importanti e da riscoprire, la regista confezioni un film esteticamente attraente e con un protagonista estremamente interessante, senza avere però qualcosa di nuovo da dire.

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Charlatan: Il potere dell’erborista è un film affascinante e complesso che va oltre il semplice racconto biografico e che diventa al contempo uno spunto di riflessione più ampia sulla natura del potere, della fede e della morale. Agnieszka Holland, con una regia intensa e sensibile, dipinge un ritratto di un uomo che vive nel perenne conflitto tra l’ombra e la luce, tra la necessità di proteggere i propri doni e l’incapacità di evitare il giudizio altrui. Mikolášek non è solo dunque un eroe tradizionale, ma anche è sopratutto un simbolo universale della complessità umana: fallibile, straordinario, enigmatico.

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La vita tutta protesa all'aiuto verso il prossimo, ma anche disposta a scendere a compromessi ed incapace di amare senza l'impeto da rettile di prendersi ciò che è proprio e fagocitarlo a danno degli altri, disegnano le luci ed ombre di una figura tutta contraddizioni e ambiguità, che l'attore Ivan Trojan riesce lodevolmente a far emergere durante il racconto, filmato con la calligrafica, lodevole precisione anche scenografica a cui la prolifica ed affidabile autrice di Europa Europa, Olivier Olivier, Poeti dall'inferno, The Spoor e tanti altri film, ci ha abituato da ormai oltre un trentennio di costante lavoro sui personaggi e sul contesto storico che li corconda.

Dalla Holland inutile aspettarsi sottigliezze narrative e raffinatezze tecniche di rappresentazione, così come novità stilistiche: l'autrice predilige una certa linearità di racconto che dà la precedenza alla presa emotiva, ma si riconduce anche stavolta ad un risultato efficace e solido, in grado di raffigurarci senza inutili didascalie un personaggio davvero complesso, indecifrabile, sintesi indistricabile di bene e male fusi in un corpo ed in una personalità di fatto fuori dal comune per sensibilità ed abilità pratiche e diagnostiche.

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lunedì 29 luglio 2024

Classifica 2023-2024

anche quest'anno (agosto 2023 - luglio 2024) faccio una specie di classifica dei film visti al cinema (solo 52), e qualcosa di ottimo e buono c'è (cliccando su ogni titolo c'è il link alla piccola recensione che avevo scritto a suo tempo), gli altri, comunque buoni, si trovano nel blog - Ismaele


La zona d'interesse

Oppenheimer

Civil war

 

 

Robot dreams (Il mio amico robot)

Estranei

Lubo

 

 

Green border

Palazzina Laf

Killers of flowers moon

 

 

La chimera

Manodopera (Interdit aux chiens et aux italiens)

Anselm

  


lunedì 12 febbraio 2024

Green Border - Agnieszka Holland

basta poco per farsi amare dal Potere, ma Agnieszka Holland sceglie di non farlo e prende un'altra strada, quella della verità dei fatti.

la regista segue i migranti, le guardie, i volontari che prestano soccorso ai migranti.

la strategia europea è sempre la stessa, le guardie sono milizie fasciste, i migranti sono il nemico, gli attivisti e le ong sono un nemico ancora più pericoloso perchè interno al paese e per tutti condanne esemplari, per i migranti fino alla galera (i cpr) e la morte, per gli attivisti condanne di altro tipo.

come sarebbe bello se la storia raccontata nel film fosse un incubo senza riferimenti alla realtà.

e invece quei migranti sono veri e le loro sofferenze drammaticamente vere,

il giardino europeo, al quale i migranti aspirano, per salvare la vita, arrivano da nazioni nelle quali gli occidentali, e quindi anche gli europei, sono parte dei problemi, a livello politico e di armamenti, cioe gli stati europei fanno di tutto per creare migranti e poi sperano che muoiano, dopo averli derubati per mano dei loro compari trafficanti di esseri umani.

chi non muore diventa una fonte di reddito per i compari dei Cpr, ed ecco che l'estrattivismo si esercita (oltre che sulle materie prime nei paesi di provenienza),  anche sui corpi degli esseri umani migranti.

questo non è un film per indifferenti, bisogna scegliere da che parte stare, i film partigiani sono così.

buona (sofferta) visione - Ismaele


ps: QUI, su InvictaPalestina, alla luce degli avvenimenti attuali in Palestina, numerosi cinéasti hanno messo i loro film sulla Palestina a disposizione online, Potete visionarli e farli circolare.


 

 

Il fatto che sia storia recente, e anzi decisamente ancora in corso, impone una certa precisione documentaria seppur nei contorni della finzione. Holland in questo è diligente e cerca di non fare buoni e cattivi, mettendo in chiaro quanto i destini delle persone innocenti siano effetti diretti di propagande incrociate, che letteralmente si rimpallano corpi sopra una rete di filo spinato in un assurdo gioco senza fine.

Anche la struttura vuole coprire tutte le basi, concentrandosi non solo sulla famiglia di protagonisti ma sugli attivisti polacchi che offrono soccorso volontario lungo il confine, sulla singola guardia che sceglie di non bersi le istruzioni del superiore che equipara persone alle pallottole, e su una donna "civile" che scopre l'impegno quando viene messa di fronte alle atrocità.

Di particolare interesse per il pubblico italiano che è protagonista di un fronte diverso per quanto riguarda le emergenze migratorie, e che forse nello specchio di un'altra frontiera potrà mettere in prospettiva qualcuna delle impellenti questioni nostrane, il film non rinuncia poi a un'altra riflessione scomoda, arrivando a includere lo scoppio della guerra in Ucraina con conseguente afflusso di rifugiati diretti verso la Polonia, e conseguente ricordo dell'ipocrisia eurocentrica nei modi in cui classifichiamo "l'altro.

da qui

 

Green Border ha sollevato un polverone tanto da essere finito nel mirino del governo polacco. In particolare da Zbigniew Ziobro, ministro della Giustizia: «Nel Terzo Reich, i tedeschi producevano film di propaganda che mostravano i polacchi come banditi e assassini. Oggi hanno Agnieszka Holland per questo. Il film distorce l’immagine e mostra la Polonia dalla prospettiva peggiore, riducendo gli ufficiali e le guardie di frontiera al livello di sadici criminali». Mariusz Kamiński, ministro degli Interni e dell’Amministrazione, ha bollato il film come: «Un brutale attacco contro gli ufficiali polacchi in uniforme che stanno difendendo non solo la Polonia, ma tutta l’Europa».

La Holland, dalla sua, ha risposto ai commenti di Ziobro affermando come il Governo polacco fosse spaventato dalla rappresentazione che Green Border ha fatto della Crisi definendo diffamatori i commenti del Ministro e annunciando azioni legali nei suoi confronti per incitamento all’odio a meno che non avesse ricevuto scuse entro sette giorni. Alla prima a Varsavia la Holland ha parlato più in generale delle critiche del Governo nei suoi confronti, dicendo che si sarebbe aspettata che l’odio arrivasse sulla sua strada per la realizzazione di un film così spinoso: «Non pensavo però così brutalmente, e dai più alti organi governativi. Non siamo più nel paese in cui vorremmo essere se le massime autorità dirigono una campagna d’odio contro l’autore e il suo film».

Il giornale Gazeta Wyborcza ha pubblicato una lettera aperta con oltre 500 firmatari in cui si condannano gli attacchi dei funzionari pubblici. Lo stesso è stato per i membri della Straż Graniczna, le Guardie di Frontiera polacche, tratteggiate dalla Holland di una dimensione disumanizzata, brutale. Uomini privi di coscienza, incapaci di un qualsiasi atto empatico: solo spari, sevizie e dolore lasciato cadere nelle tenebre di un bianco-e-nero cupo e ferocissimo («Volevo fosse metaforico, in qualche modo legato al passato, alla Seconda Guerra Mondiale, quasi documentaristico» dirà la Holland in merito) e attenuante. Una scelta poco apprezzata, in particolare dai membri della divisione Nadwiśle che voluto rendere pubblico il proprio dissenso attraverso un comunicato dal titolo Green Border – Solo i maiali vanno al cinema che ha etichettato il film come scandaloso, anti-polacco e glorificatore del fenomeno patologico dell’immigrazione clandestina.

I membri della Nadwiśle hanno infine attaccato il distributore polacco Kino Świat ritenendolo causa di vergogna e di profondo disprezzo per l’intero paese. Il risultato è stato un attacco totale tra disordini civili nei cinema che proiettavano il film e review bombing da parte di individui filogovernativi e nazionalisti sugli aggregatori di recensioni. Questo non ha fermato in alcun modo la curiosità intorno a Green Border che nel solo weekend di apertura in terra polacca (22 settembre) è stato visto da quasi 137.000 spettatori a detta dei dati forniti da Kino Świat. Ha influito invece sulle sue chance agli Oscar 2023. La commissione giudicatrice ha infatti scelto The Peasants di DK e Hugh Welchman al suo posto e non per effettivi meriti artistici nonostante le smentite di rito della Presidente Ewa Puszczyńska.

Il motivo? Il timore di ritorsioni da parte del Governo sotto forma di finanziamenti limitati o trattenuti per futuri progetti. Un trattamento assurdo, indegno e ingiusto per un The Green Border opera straordinaria di finzione e cine-realtà che nelle sue immagini senza filtri intessute dalla Holland in una struttura corale per capitoli che raccontano di dolore, speranza e vita in un mondo privato del suo colore, apre il cuore, scuote le coscienze e sfida lo spettatore a riflettere e a guardare oltre lo proprio orizzonte, là dove tutto finisce e di punto ricomincia.

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I tre principali punti di vista di Green Border sono quelli di una famiglia siriana, di una guardia di frontiera e di un’attivista, tutti rappresentativi di un dramma davanti a cui è impossibile restare a guardare.

La sofferenza si trasforma in politica e narrazione, infiammando le immagini e scuotendo nel profondo spettatori e spettatrici, grazie anche a un bianco e nero sporco, funzionale a un racconto fatto di scontri e divisioni geografiche e culturali. Uno stile dal taglio documentaristico, con la cinepresa incollata ai personaggi e ai loro drammi, in un agghiacciante quadro di storie accomunate dalla violenza, dall’emarginazione e dal sopruso, ambientato alla frontiera dell’Unione Europea ma purtroppo paragonabile a situazioni tuttora diffuse in altre parti del globo.

Green Border è una testimonianza politica e sociale, che documenta con lucidità e trasparenza dei soprusi e delle violenze che avvengono quotidianamente a poche centinaia di chilometri di distanza fra noi, anche se è difficile da credere e da comprendere al caldo della coperta della democrazia e della pace ancora garantite dall’Unione Europea.

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Agnieszka Holland rifuggendo con equilibrio ogni semplicismo e ogni induzione alla facile emozione, ci ha dimostrato, ancora una volta, il potere enorme delle immagini, anche di quelle inventate, ma così somiglianti e sovrapponibili al reale. Ed è proprio di reale che si parla, così materializzato in quella fotografia gelida e pastosa che ci offre il film nella sua esplicita radicalità che diventa terreno scivoloso, facilmente attaccabile per la insita drammaticità degli eventi in quel facile gioco che esclude di per sé ogni ulteriore drammatizzazione. Ma Green Border trasforma in materia vivente le immagini, le storie, le vite e affonda le sue radici in quelle terre desolate, in quei sacrari non ufficiali dove si consumano tragedie invisibili, volano via vite umane che non hanno goduto di alcun rispetto. Un racconto tragico che vive su questo confine che non è verde, ma grigio e gelido pieno di grida soffocate e di immagini che non sappiamo vedere.

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In un film in cui la cruda realtà descrive se stessa, c’è spazio anche per piccole e delicate metafore rappresentate dagli animali del bosco; è questa l'unica componente fiabesca in una vicenda che, durante la visione, acquista sempre più i tratti di un racconto del terrore. Gli alci che incontra Julia prima di unirsi ai volontari, il lupo che osserva Jan (la guardia di frontiera combattuta sulla scelta più giusta da fare) e persino le giraffe che Nur, il bambino, immagina di aver visto.

I fotogrammi restano impressi nella mente, come cartoline inviate da un centro di prigionia che aspettano di essere ricevuti da un destinatario importante. Qualcuno in grado di vedere ciò che finora era celato e di conoscere una verità negata.

The Green Border non ha smesso di raccontare la sua storia una volta terminati i titoli di coda: non appena il film è uscito nelle sale, è stato boicottato in ogni modo dal governo polacco che lo ha paragonato a propaganda nazista, azzerando le sue chance di rappresentare il Paese agli Oscar.

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mercoledì 5 giugno 2019

Bittere Ernte (Raccolto amaro) - Agnieszka Holland

Armin Mueller-Stahl (Leon) è il contadino arricchito di un paesino polacco, molto cattolico e vive solo.
un giorno trova un'ebrea in fuga e la ospita a casa sua.
la convivenza diventa difficile, Leon si convince di avere dei diritti su quella donna in fuga.
il confine fra protezione e prigionia è molto stretto.
un bel film, secondo me, ma se avete voglia di ridere non fa per voi
buona visione - Ismaele







"Angry Harvest" seems to exist in a charmed land somewhere just slightly over the rainbow from World War II. It is a land, to be sure, in which Jews are persecuted and Nazi soldiers march through the village. But it also is a land in which a farmer is allowed to cook an entire goose for his own meal, and there is milk and bread and honey, and citizens chat with the most alarming ease about the war, the Underground, and the business of selling protection to Jews.
The world of this film simply doesn't suggest the urgency and despair of the time…

Armin Mueller-Stahl has some good moments as Leon, the farmer who acutely feels the class distinction between himself and the elegant Rosa (Elisabeth Trissenaar), the woman he is harboring. An early scene establishes Leon as the son of a stableman, whereas Rosa, when first seen, is huddling in the forest draped in a fur coat. Once Leon has rescued her and nursed her back to health, he begins to find Rosa both formidable and irresistible; for her part, she is a helpless fugitive who also, by virtue of sheer personal authority, has a good deal of power over her benefactor. Unfortunately, the complexity of this situation translates into a succession of scenes in which Leon drinks too much, overturns furniture, paws Rosa, then apologizes in the morning…

The film is by an internationally famous director, was nominated for an Oscar, and the leading actors are both well-respected. Much of the film's plunge into obscurity is probably to do with the extremity of its vision. Bittere Ernte simply does not make comfortable viewing.
It destroys the prevailing wisdom of the last fifty years which neatly divided people into two categories: those who supported Nazism and those who opposed it. Holland, however, depicts a vast third category of people and challenges our notions of how many people really fit the black and white stereotypes which post-war culture has been so keen on propagating. People in her third category by no means support fascism, but their attempts to live safely under it bring them into an arena of dubious actions.
There even seems to be a certain desperation in this tendency to polarise peoples attitudes to Nazism. If, after all, we don't subscribe to it, what sort of moral mess would we be left with. Somehow it seems far safer to admit the Leon Wolnys into the pantheon of wartime heroes than to lay open the actions of millions of people in this shady third category to judgement…

…la Holland riesce a identificare con eccellente sobrietà gli elementi che compongono l’intreccio e lo sviluppo dell’azione drammatica; da un lato il fiume carsico dei disperati, dei vinti e dei perseguitati, che squarciando il buio iniziale dei titoli di testa, saltano dentro la storia filmata ed invadono con la loro presenza quella vasta landa desolata che è l’impassibile, e allo stesso tempo, inumano universo di chi si prefigge di vivere il massacro come una normale epoca di transizione. Di arricchimento, anzi. Un film che pare possa discutere di religione, che tremi soffusamente di una riflessione teologica, che sostenga tesi e proponga antitesi ma che, alla fine, si piega alla benedizione maledetta di una salvezza che salvezza forse non è. La figlia ed il marito delle due vittime del campiere Leon Wolny, salvati dal conflitto ora sperano in una nuova esistenza in America e da New York, metropoli già tentacolare e multiforme, inviano la loro piccola carta di emendamento per la coscienza di un uomo perso, ritrovatosi, perso nuovamente ed in cerca di una sua identità mentre gioca, sbrana, afferra e nega le identità degli altri. Ecco, la sintesi mancante. Perché rimane da chiedersi cosa porta Wolny a salvare Donna Rosa, bella giudea fuggita - con figlia e marito, la prima però morta ed il secondo disperso nel bosco – da un carro bestiame diretto ad Auschwitz. Il paradosso percorre e vivifica questa narrazione. Una pietà impietosa che rimane impigliata nella rete delle ambizioni sociali (Leon è il figlio di un povero bracciante, al soldo di una ricca famiglia di Cracovia), di conversioni inespresse (Leon frequenta il seminario, vuole diventare prete ma non finisce il corso per la debolezza della sua fede), di aneliti vigliacchi (Leon si avvicina alla resistenza ma, quando deve dare prova di sé, manda a morte una ingenua donna che lo ama follemente senza essere ricambiata), di istinti irrefrenabili (Leon non è sposato; imprigiona tra le sue brame Rosa, tenta di circuire per interessi Eugenia, ed infine diventa il padre del figlio che attende una serva debosciata e ninfomane, molto più giovane di lui). Una empietà pietosa che spinge alla fine Wolny a tentare di riparare all’irreparabile. Dunque, chi è davvero Leon Wolny? O meglio cos’è?... 

giovedì 2 marzo 2017

In darkness – Agnieszka Holland

il film è dedicato a Marek Edelman.
il bravissimo protagonista del film è Robert Wieckiewicz, che interpreta Walesa nel film di Wajda.
Agnieszka Holland non aggiunge moltissimo, se hai visto 
Schindler's list, Il pianista e I dannati di Varsavia.
e però il film della Holland ha una sua personalità e necessità, rende bene i fatti storici, ti coinvolge e ti fa parteggiare.

non ti pentirai di averlo visto, promesso - Ismaele




"In Darkness" non è un film facile e di facile digestione, ha bisogno di tutto il tempo e di tutta l'attenzione dello spettatore per entrare nella storia e in uno spazio così angusto. Ma una volta entrati è difficile uscirne.

Ambientato quasi interamente in una città sotterranea, In Darkness trova il suo contrappunto nello spazio urbano emergente e in cui emerge Leopold, traghettatore e corriere sospeso tra il mondo di sotto e quello di sopra, dove giorno dopo giorno la macchina di distruzione perfeziona la sua intenzione. Le fognature di Leopoli esemplificano i percorsi di una ricerca di liberazione, i vicoli ciechi dell’autodistruzione, i bivi della perdizione, un labirinto in cui non è facile fiutare tracce di salvezza. L’underground narrato dalla Holland assume un valore universale e la dimensione di una parabola, per nulla buonista, in cui un uomo si consegna alla propria rinascita affrontando il rischio della morte. L’autrice restituisce con sensibilità e nessun sentimentalismo l’ambivalenza della doppia logica alla quale l’occupazione nazista ha condannato il protagonista, appeso tra una tormentata ribellione e una speranza di redenzione, indeciso se diventare custode di vita o pedina decisiva della mostruosità del potere. Ma Leopold Socha non si sottrae, diventando simbolo di una possibilità, invertendo la direzione degli eventi, facendosi ‘giusto’ tra i giusti. Agnieszka Holland col suo film compie un atto memoriale che non dimentica che la Storia è in primo luogo quello che gli uomini hanno fatto.

Un po' Schindler's list e un po' I dannati di Varsavia di Wayda. Il protagonista cinico e mediocre che trova la sua redenzione dapprima nello sfruttare gli ebrei per tornaconto fino a prendersi carico con enormi rischi della salvezza del gruppo. Il film della Holland vive alternativamente sulle dinamiche inferiore dei sottarranei fogniari e della superficie cittadina. Se nel film di Wajda si operava l'annientamento fisico e morale dell'individuo, le fogne pur nell'estremo contesto sono un rifugio migliore alla sicura morte che li aspetta in superficie. Tecnicamente ben curato anche se manca di originalità.

La Holland si affida a uno stile mobile, di nervoso realismo psicologico, scosso sovente da momenti che evitano quasi sempre il melodramma ricattatorio, ma raramente trovano una strada davvero urgente e originale. Alcuni simbolismi sono risaputi: i topi delle fogne che sfiorano gli ebrei sono meno lesivi e fetidi dei tedeschi, il buio delle fogne è meno oscuro di quello che aleggia alla luce di uno spento sole, il parto e una nuova vita che un giorno subirà le ferite della Storia, il sesso (sequenze non sempre richieste) come valvola di uno sfogo impossibilitato in date circostante di trovare amore. Se nella sua antinomia, grazie a una prova davvero convincente di Robert Wieckiewicz, quella di Socha è una variazione riuscita di Schindler, la globalità dell'umanità sullo sfondo (tedeschi ed ebrei) è decorosa. Anche se, dopo una prolissa parte centrale, il film trova un colpo di coda nell'immersione acquatica delle fogne dove indubbiamente, pur essendo lontani dal Pianista polanskiano, la lotta dell'uomo per la sopravvivenza acquisisce finalmente un interesse che va al di là della più ovvia - ma comunque doverosa - indignazione.

giovedì 19 febbraio 2015

Total Eclipse (Poeti dall’inferno) - Agnieszka Holland

film distrutto dalla critica, è un racconto abbastanza fedele dell'incontro e amicizia e amore e convivenza di Arthur Rimbaud con Paul Verlaine (qui).
entrambi sembrano dei folli, e forse lo sono stati, nel film sono così.
bravi gli attori, con un giovane Leonardo DiCaprio, che iniziava a fare film non per ragazzine e ragazzini, e che sta a suo agio nei panni di Rimbaud.
certo, non è un capolavoro, ma si vede bene, e se anche solo spinge a leggere qualcosa dei due poeti avrà avuto la sua utilità - Ismaele








…"Total Eclipse" was directed by Agnieszka Holland ("The Secret Garden", "Europa, Europa"), who seems as bowled over by Rimbaud as Verlaine was. Indeed, Rimbaud's ungovernable personality runs roughshod through the picture, testing our patience and DiCaprio's skill in finding new ways to make obnoxiousness fresh. Thewlis, who usually plays the most obnoxious character in his films, is also challenged; he must convince us Verlaine is talented, intelligent and worth caring about, despite the insanity of his behavior, the boorishness of his drunkenness and his inexplicable fascination with Rimbaud.
They both wrote wonderful poems ("I am a great poet," Verlaine tells Rimbaud's sister, "but your brother was a genius").
The poems can be read. The film must stand on its own, apart from the poems, and I'm afraid it doesn't. To write great poems is a gift. To be interesting company is a different gift, which neither Verlaine or Rimbaud exhibits in "Total Eclipse." One admires the energy and inventiveness that Holland, Thewlis and DiCaprio put into the film, but one would prefer to be admiring it from afar.

…Mme Holland reste collée à son sujet, comme un chewing gum collé aux semelles (de plomb) et nous donne à voir une bien triste image du "Pauvre Lélian" et de celui qui sera pour toujours l'alchimiste du verbe, le passant considérable.
Aucune grandeur dans ce film aux teintes sombres qui ne laisse pas la place à l'échappée sublime : celle que procure la lecture des poèmes de Jean Nicolas Arthur Rimbaud, poète et trafiquant, mort d'avoir trop vécu.

Di Caprio delivers his lines well, as always, but his character’s mind is left unexplored enough not to truly appreciate what is being said. The viewer is only given an outside impression of the man – he is seen as a restless vagabond-type figure, but with no real soul. If Total Eclipse is intended to be the story of two self-involved bullies, the above qualities aren’t really needed. But when dealing with a subject like Arthur Rimbaud, it seems only fair to explore and encompass everything – from the many flaws to the sublime moments.

…The story related in Total Eclipse is ambitious. What transpired between Verlaine and Rimbaud more than one-hundred years ago has influenced poetry since, but has never been dramatized for the screen until now. The relationship is complex, encompassing just about every emotion from love to hate -- a profoundly unhealthy attraction that poisons not only the lives of the two principals, but that of everyone who has contact with them. What befalls the Verlaines' marriage is only the first tragedy.
As scripted by Christopher Hampton (Dangerous Liaisons, Carrington), the presentation of Verlaine and Rimbaud's story is erratic. At times, it's absorbing -- almost hypnotic -- but those stretches don't last. There are other sequences when the film becomes ponderous and pretentious, and where over-the-top acting blunts dramatic impact. The narrative also has a tendency to jump from year-to-year and place-to-place. As far as the characters are concerned, they're interesting only when they're together. During the overlong denouement, when the poets are separated, the proceedings become a little dull…
da qui