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giovedì 2 novembre 2023

Il leone del deserto - Mustafa Akkad

in tempi di fascisti al governo, di italiani brava gente, Il leone del deserto non sarà un film che passerà alla tv, né in prima serata né di notte.

il motivo è semplice, in un filmone, con attori di serie A, Mustafa Akkad racconta la storia della Resistenza libica, guidata da Omar al-Mukhtar, contro l'occupazione italiana, che portava non civiltà, ma morte.

è così di attualità questo film che a un certo punto il boia Graziani, prima di impiccare Omar al-Mukhtar, gli spiega che la Libia era italiana, Giulio Cesare lo dimostrava.

niente di diverso da quello che in Israele troppi pensano, tremila anni fa la Palestina è stata data agli israeliani, e non c'è posto per gli altri. 

si può capire perchè Il leone del deserto non è mai passato nelle sale cinematografiche, e neanche in tv.

la verità fa male, anche al cinema.

buona (ritardata e immancabile) visione - Ismaele


QUI il film completo, in italiano

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QUI il film completo, in italiano

 

  

Un gran bel film contro: il colonialismo innanzitutto; poi la guerra, in generale; infine il fascismo. Grande anche perché molto lungo: ma le 2 ore e 53 minuti non risultano quasi mai pesanti.

La sceneggiatura è splendida, e mostra tutti i torti e i crimini di chi si basa sul diritto del più forte. È un caso rarissimo di film sulla resistenza antifascista in cui coloro che lottano per la liberazione non sono italiani. Quindi in Italia lo si può vedere non con gli occhi della guerra civile: il fascismo è dipinto per quello che ha fatto nella politica estera, un tragico e ingiustificabile episodio di lotta contro diritti umani e giustizia, al fine di far prevalere solo la violenza, per rubare. Il film ha anche il merito di circoscrivere questa critica non solo al fascismo e all’Italia, ma in generale a qualunque guerra d’aggressione, a qualunque imperialismo, di ogni epoca, nonostante tutte le maschere e le falsità e la retorica.

La resistenza è qui celebrata in tutto il suo valore: difendere se stessi dalla schiavitù, dalla violenza e dalle ruberie altrui è necessario. Anthony Quinn giganteggia nella parte di questo leader, Omar Mukhtar, che è una leggenda tuttora in Libia: semplice, profondo, buono, ma indomabile, mai disposto a svendere la dignità e la libertà sua e del suo popolo. Per niente un sanguinario, ma uno che non vuole farsi umiliare e asservire: come è giusto che sia. Buono non può essere sinonimo di servo: colui che è buono si ribella all’ingiustizia subita, e nella misura giusta, senza eccessi; se la subisce, usa la bontà come pretesto per la propria viltà, come purtroppo il cristianesimo ha abituato.

Molto interessante è il sottofondo religioso sincero e sentitissimo, prioritario. Mostra come l’Islam imponga la propria liberazione: questo nesso tra religione e indipendentismo è stato ed è tuttora la base dei nazionalismi dei paesi islamici. Ciò innerva la lotta contro gli aggressori, che dall’800 ad oggi sistematicamente sono (ai loro occhi siamo tutti noi, e abbastanza a buon diritto, pur fatte le dovute distinzioni) gli occidentali. Questi hanno più torto degli islamici: hanno iniziato per primi la violenza, per rubare, e la esercitano con mezzi molto più efficaci, e quindi terribili. Una superiorità orrenda, in mano agli occidentali, che il film mostra benissimo: è l’unica ragione del successo, nonostante tutte le bugie di oggi (progresso culturale, liberalismo, crescita della borghesia, diffusione della democrazia a beneficio dei colpiti …), e quelle di ieri: la necessità di civilizzare i primitivi, o la grandezza della storia romana di cui finalmente il fascismo avrebbe raccolto l’eredità come era destino ed evento indispensabile…

Spettacolari sono le scene belliche. Ottima la colonna sonora e la ricostruzione filologica del deserto dell’epoca, ben valorizzato dalla fotografia. Tutto il cast recita bene, tranne Rod Steiger, poco credibile nei panni di un Mussolini che non maschera la sua grande ansia.

Un film profondo, anche nel sottolineare le conseguenze psicologiche delle scelte fatte dai vari protagonisti. È vergognoso, ma non stupisce, che questa pellicola sia sempre stata oscurata in Italia: le cause sono il solito e falso buonismo all’italiana, che non deve mostrarci feroci, e il militarismo neofascista, che spesso è stato addirittura al governo.

Un film epico degno di tal nome, che fa un’epica sui temi reali e importanti della modernità.

da qui

 

L’uccisione di Omar al-Mukhtar - WuMing

È l’11 settembre 1931 quando Omar al-Mukhtar, comandante della guerriglia anticoloniale in Cirenaica, viene ferito a un braccio, disarcionato e fatto prigioniero durante uno scontro nei pressi di Slonta. Lo portano a Bengasi in catene.

Omar al-Mukhtar ha più di settant’anni e combatte contro l’Italia fin dalla prima invasione della Libia, quella del 1911. La sua abilità strategica, la conoscenza del territorio e l’appoggio della comunità hanno consentito alle bande armate beduine – i duar – di infliggere gravi perdite alle truppe d’occupazione e ridicolizzarle con tattiche mordi-e-fuggi. Ma la deportazione di quasi tutta la popolazione civile della Cirenaica, la chiusura del confine libico-egiziano con una muraglia di filo spinato e i bombardamenti con l’iprite hanno ormai piegato la resistenza.

Il processo si tiene il 15 settembre nel Palazzo littorio di Bengasi, è una farsa e dura appena tre ore, perché il verdetto è già deciso.
Omar viene impiccato il giorno dopo. Raccontiamo quel momento con le parole dello storico Angelo Del Boca:

«Sono le 9 del mattino del 16 settembre 1931. Intorno alla forca eretta nel piazzale del campo di concentramento di Soluch, in Cirenaica, sono assiepati oltre 20 mila libici, fatti affluire da Bengasi, da Benina e dai lager della Sirtica. Sono qui per imparare che la giustizia fascista è severa, spietata, inesorabile. Sono qui per assistere all’impiccagione di Omar al-Mukhtar, un capo leggendario che, per dieci anni, ha dato del filo da torcere agli eserciti di quattro governatori italiani.

Quando il vecchio Omar, avvolto in un baracano bianco, viene fatto salire sul patibolo, il silenzio nel campo si fa totale. Ostacolato dalle catene e tormentato dalla ferita al braccio ricevuta nell’ultimo combattimento, il vicario della Senussia muove a stento i passi, tanto che debbono aiutarlo a salire i gradini del palco. Mentre gli sistemano il cappio intorno al collo, guarda per l’ultima volta la folla silenziosa, che trattiene a fatica il dolore e la rabbia. Poi, con un calcio allo sgabello, gli spezzano il collo.

Con Omar al Mukhtar finisce anche la ribellione libica, cominciata vent’anni prima. Ma non finisce la leggenda di Omar.»

 

Nel 1979 il regista siriano-americano Moustapha Akkad gira il kolossal Lion of the Desert, ove si narrano vita, cattura e morte di Omar al-Mukhtar e, attraverso di lui, l’orrenda saga della «riconquista» libica. Una coproduzione internazionale, con un cast di tutto rispetto: l’anziano Anthony Quinn presta i solchi del proprio viso alla dolente e ferma dignità di Omar; Oliver Reed maramaldeggia nel ruolo di Graziani; Rod Steiger dà corpo e smorfie a Benito Mussolini.

Il film non è un capolavoro, ma non è peggio della maggior parte dei film in costume hollywoodiani, e ha il merito di far conoscere in Occidente la figura dell’insegnante-guerrigliero, capo della resistenza popolare all’invasione fascista.

Tuttavia, agli spettatori italiani viene negato il diritto di vedere coi loro occhi e giudicare con la propria testa. Non è ammissibile che nei cinematografi d’Italia si mostrino gli «italiani brava gente» rappresentati come di solito si rappresentano le SS. Non è tollerabile che gli italiani vedano le loro forze armate intente a compiere un genocidio! Come osa quel regista arabo, quel volgare calunniatore?

Rispondendo all’interrogazione parlamentare di un deputato missino indignato per le sequenze che gli sono state descritte, il sottosegretario agli Esteri Raffaele Costa manda un chiaro messaggio ai produttori: il film non otterrà mai il visto ministeriale per la distribuzione in Italia. Non v’azzardate nemmeno a chiederlo.

Nel frattempo, dato che il film è proiettato negli altri paesi, si alzano comunque grida di sdegno. L’Associazione Nazionale Alpini, ad esempio, protesta per le sequenze dove soldati con la penna nera decimano la popolazione del Gebel Achdar.

Di conseguenza, Lion of the Desert diventa un film di culto clandestino. Nel marzo 1987, per protesta contro l’impossibilità di vederlo in Italia, attivisti del Coordinamento per la pace proiettano il film in una piazza di Trento. La Digos interviene a sequestrare la videocassetta e la magistratura incrimina quattro persone – Marta AnderleFranco EspositoRenato Paris e Paolo Terzan – per «rappresentazione cinematografica abusiva». Nel febbraio 1988 gli imputati sono condannati a pagare un’ammenda di centomila lire a testa.

Nel corso degli anni, il veto politico su Lion of the Desert è in parte caduto. Il film è stato doppiato in italiano e trasmesso su un canale nazionale privato. Oggi si trova facilmente su Internet, ma rimane un titolo scomodo, urticante, del quale non si parla volentieri. Omar al-Mukhtar fa ancora paura…

da qui

 

Quando Il colonnello Gheddafi è atterrato a Roma i giorni scorso aveva in bella mostra sulla divisa una fotografia dell’eroe nazionale libico Omar al Muktar. E proprio alla sua storia e agli orrori di cui sono resi colpevoli i militari italiani in Libia tra il 1929 e il 1931 è dedicato il film di Moustapha Akkad “Il leone del deserto”, girato dal produttore esecutivo della saga horror di “Halloween” nel lontano 1981.

Finanziato dal raiss Muammar Gheddafi in persona e costato ben 35 milioni di dollari è stato uno degli ultimi film censurati in Italia per ragioni politiche e non religiose. Tutto questo perché a detta di Giulio Andreotti danneggiava l’onore dell’esercito italiano. Contro l’opera fu persino intentato un processo di vilipendio delle Forze Armate. Morale della favola, nessuna distribuzione nelle sale, dopo un buon successo a Cannes nel 1982 e soltanto una serie di proiezioni quasi clandestine, di cui una a Rimini Cinema del 1988.

Addirittura solo un anno prima era intervenuta persino la Digos quando la pellicola era in programma a Trento ad un meeting pacifista. Da allora, il film era sparito ed era scaricabile solo su internet. Questa la difficile storia del “Leone del deserto”, che si potrebbe definire il racconto di una pagina oscura della storia italiana e del ventennio fascista. Di cui si parla nel libro del 2005 di Eric Salerno “Il genocidio in Libia visto da Eric Salerno”.

Il film si apre con le note di “Giovinezza” che fanno da colonna sonora a momenti poco vittoriosi dei nostri. Un Mussolini di maniera interpretato da Rod Steiger, già Duce per Lizzani, chiama a rapporto il sanguinario generale Graziani per sconfiggere i ribelli libici guidati da Omar al Muktar, anziano professore di religione. La guerra dei partigiani arabi e berberi contro i loro occupanti dura da ben vent’anni. Tra mille difficoltà, l’impresa andrà a buon fine, ma pochi beduini male armati e coraggiosi daranno del filo da torcere ad un esercito numeroso e dotato di carri armati e armi moderne. Sarà un vero e proprio genocidio, in cui moriranno tra stenti e malattie almeno centomila persone, comprese donne e bambini chiusi in terribili campi di concentramento nel deserto. Queste scene ricordano molto da vicino quelle del film sul genocidio armeno “La masseria delle allodole” dei fratelli Taviani.

La tragedia della guerra s’incrocia per tutta la durata dell’opera con le vicende dei protagonisti, di una giovane vedova e del suo piccolo Alì e della coraggiosa Mabrouka interpretata da Irene Papas. Il capo dei ribelli è un uomo saggio e mite ma al tempo stesso eroico, un perfetto Anthony Quinn, che salva la vita ai prigionieri e che muore con dignità dopo un processo farsa. Non tutti i militari italiani sono crudeli, ce ne sono alcuni che resistono all’orrore in cui sono caduti. La ricostruzione storica è piuttosto fedele a parte un paio di scene volute da Gheddafi per screditare il re Idris capo dei Senussi, in seguito cacciato dallo stesso dittatore dopo il suo avvento.

In buona sostanza “Il leone del deserto” è un film sicuramente di parte e attraversato dalla retorica, ma gli va dato il merito di aver riportato alla luce crimini di guerra che per troppi anni erano rimasti nascosti. E sembra quasi che per noi la Libia sia stato quasi una sorta di Vietnam. Basta sostituire la giungla e il delta del Mekong con il deserto e le montagne libiche. Per ironia del destino, il regista siriano Mustafà Akkad è morto con la figlia nel 2005 durante un attentato di Al Qaeda in Giordania ad un matrimonio in cui era ospite.

da qui

 

I tanti crimini compiuti dagli italiani durante l'occupazione coloniale della Libia raccontati con taglio epico e spettacolare in un film che pone al centro l'eroe nazionale libico che guidò la resistenza contro le nostre truppe. Censurato qui da noi, è un film forte e importante e al tempo stesso un'avventura mozzafiato interpretata da ottimi attori, primo tra tutti Anthony Quinn.

da qui

 

 

Film bellico dei primi anni '80 ma che ha il respiro epico dei kolossal dei decenni precedenti, per la durata fiume (quasi tre ore), il gran dispiego di mezzi, la spettacolarità delle scene di battaglia, e naturalmente per il cast: Quinn è magnifico nei panni di Omar Mukhtar, Reed un convincente Graziani, notevoli anche Steiger (per la seconda volta nei panni di Mussolini), la Papas e soprattutto Vallone. Inevitabile una certa propaganda in favore della Libia (tra i finanziatori figurava Gheddafi), ma sempre meno scandalosa di una censura italiana che voleva vietare la storia.

da qui

 

Domande: a) chi inventò i bombardamenti aerei? b) chi inventò l'utilizzo dei campi di concentramento? c) in quale paese occidentale la censura vieta ancora questo film? Risposte: a) e b), gli italiani; c) in Italia.***
Lungo due ore e mezzo (forse un pochino troppo), finanziato in parte dal colonnello Gheddafi, Il leone del deserto è un buon film. Uno spettacolo in ogni caso da vedere, anche per sfatare, una volta per tutte, il mito sgonfio degli "italiani brava gente". Se gli italiani non furono mai molto umani con gli arabi conquistati, la situazione, probabilmente, degenerò durante il periodo fascista: il generale Graziani e i suoi scherani non si risparmiarono nessuna atrocità, pur di mettere a tacere, inutilmente, la resistenza dei nazionalisti libici. È incredibile e intollerabile che a ventisei anni di distanza dalla sua uscita questo film sia ancora invedibile nel nostro paese, ed infatti la versione che circola è fin troppo artigianale nella (pur meritoria) realizzazione dei sottotitoli. Eppure, una gran parte del cast è italiano, a cominciare dai sempre bravi Raf Vallone (uno dei pochi soldati italiani a non fare la figura del quaquaraquà) e Gastone Moschin (un odioso capo della Milizia). Con qualche eccesso di retorica, ma con una ricostruzione d'epoca che, anche grazie agli ingenti capitali american-gheddafiani, appare accuratissima, il regista siriano Akkad (ucciso nel 2005 da un attentato terroristico in Giordania) realizza un film che funziona sia per rigore morale che per tenuta spettacolare: vi sono addirittura delle scene quasi splatter, quando i cingolati italiani passano sui corpi dei ribelli libici. Ottima la prova - forse una delle migliori della sua carriera - di Anthony Quinn (1915-2001). Buona anche quella di Oliver Reed (1937-1999), anche se non risulta la scelta più indovinata in qualità di interprete del generale Graziani. Rod Steiger (1925-2002), per la cronaca, dopo Mussolini: Ultimo atto (1974), interpreta Mussolini per la seconda volta. (15 ottobre 2007).

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venerdì 25 maggio 2018

La Corazzata Potëmkin in Italia: 10 punti sul caso Fantozzi – Wu Ming





La Corazzata Potëmkin in Italia: 10 punti sul caso Fantozzi – Wu Ming


Una decina di mesi fa, il corto-circuito tra il ritorno sugli schermi della corazzata di Ejzenštejn (in versione integrale e restaurata), gli appunti di visione di Wu Ming 1 e la morte di Paolo Villaggio innescò una querelle sulla memoria del film del 1925 e su quella che è probabilmente la sequenza cinematografica più fraintesa della storia del cinema italiano: la sequenza del cineforum aziendale in Il secondo tragico Fantozzi (1976).
Qualche tempo dopo, il direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli chiese a WM1 di rifinire il suo post, integrandovi alcuni spunti emersi nella discussione, come contributo per il libro allegato al DVD, accanto ad altri testi storici e critici.
Il DVD è uscito nel dicembre 2017, e nei mesi scorsi la nostra nave da guerra preferita è approdata in molte città italiane, sempre con grande successo popolare. Perché La Corazzata Potëmkin è un grande, esaltante film popolare. E il capitale lo sa bene, tanto che il 22 gennaio scorso Google (nientemeno) ha celebrato il 120esimo anniversario della  nascita di Ejzenštejn, dedicando al regista il suo doodle.
E così, mentre le librerie ricevono la scheda di prenotazione del nostro romanzo («La rivoluzione russa vista da un altro pianeta», c’è scritto), vi invitiamo a ri-sintonizzarvi con quella grande temperie, e proponiamo anche qui il testo di Wu Ming 1.
Ignorate i nuovi Guidobaldo Maria Riccardelli. Non fatevi dettare i gusti culturali dalle nuove contesse Serbelloni Mazzanti, che per non essere dette radical-chic fanno le gare di alitosi nei rutti. Compatite lo snobismo di chi sa solo ripetere la battuta sulla «cagata pazzesca». La loro stessa risata li seppellirà.
Oggi in tutto il mondo la Corazzata conquista le giovani generazioni, navigando nelle vaste acque delle nuove lotte sociali. Prima o poi succederà anche da noi. Siate pronti. Tutto il potere ai consigli di operai eSoldatiWM]


1.
«Братья!»
«FRATELLI!»
Sera del 26 giugno 2017, Piazza Maggiore, Bologna. Migliaia di persone – non meno di quattromila – applaudono in piedi La corazzata Potëmkin.
La moltitudine ha appena seguito col cuore in gola la storia del celebre ammutinamento avvenuto durante la rivoluzione russa del 1905, della solidarietà di un’intera città (Odessa) agli ammutinati, e della violentissima repressione che la popolazione subisce per mano dell’esercito zarista.
L’orchestra filarmonica del Teatro comunale di Bologna ha appena eseguito – con una forza che staccava da terra sedie e culi – la partitura composta per il film da Edmund Meisel nel 1927, e ora si gode la lunga ovazione.
È stata la serata più intensa di quest’edizione, la trentunesima, del festival Il cinema ritrovato.
Con me c’è mia figlia dodicenne. Si è emozionata, si è commossa, si è stretta a me durante le scene più violente, si è entusiasmata nel finale.
«Fratelli» è la parola chiave del film: appare all’inizio, scatena l’ammutinamento e annuncia il grande atto di solidarietà di classe nel finale.
La corazzata Potëmkin è stato una grande sorpresa per la maggior parte dei presenti in piazza. Sui lati, all’inizio, qualcuno ridacchiava, ho sentito mormorare la frase «cagata pazzesca», c’era chi pensava di fermarsi pochi minuti, farsi un sogghigno e andare via… e invece è rimasto lì in piedi per oltre un’ora, magnetizzato, e magari ha pianto, magari era tra i volti estasiati fotografati da Lorenzo Burlando durante la proiezione. Di certo ha partecipato alla lunghissima standing ovation. A quella hanno partecipato tutti.
Nei giorni precedenti, la Cineteca di Bologna ha voluto fare una piccola e divertente campagna di debunking, con video e altri mezzi. Una troupe ha intervistato gente per le vie del centro, e molti erano convinti che il film durasse tre o quattro ore, se non di più. Dura 70 minuti.
2.
E già. Molti pensano di sapere com’è La corazzata Potëmkin anche senza averlo visto. Lo associano a qualcosa che credono di conoscere, cioè l’intento di Luciano Salce e Paolo Villaggio nella celeberrima scena de Il secondo tragico Fantozzi (1976).
Quell’associazione ha tenuto a distanza il film. La corazzata Potëmkin è divenuta, a torto marcio, emblema di lunghezza e pesantezza.
Mi piace pensare che almeno 4000 persone, la sera del 26 giugno, vedendo il film, abbiano capito il vero significato della scena della rivolta al cineforum.
Salce, Villaggio e gli sceneggiatori Benvenuti e De Bernardi adattarono e trasformarono radicalmente un racconto incluso ne Il secondo tragico libro di Fantozzi (1974), a sua volta derivante da un monologo che Villaggio rielaborava da anni.
Solo vedendo La corazzata Potëmkin si capisce che ne Il secondo tragico Fantozzi il bersaglio della risata e della critica non erano – come molti credono – le cose «pesanti» e «difficili», non erano gli «intellettuali» (men che meno «di sinistra»), ma il potere – rappresentato dalla Megaditta che tutto controlla – che ingloba e svuota la cultura, anche la cultura della rivolta.
3.
È necessario un caveat: qualunque cosa abbia dichiarato nei decenni successivi (e ha detto ogni cosa e il suo contrario, anche su La corazzata Potemkin), ricordiamo sempre che all’epoca dei primi due Fantozzi Villaggio era vicino all’estrema sinistra. Nella nota biografica del libro Fantozzi (prima edizione 1971), si definiva – per burla ma non solo – «a sinistra del Partito Comunista Cinese», ed è interessante vedere come si descrisse ne Il secondo tragico libro di Fantozzi (1974). Qui l’io narrante è Fantozzi stesso che, seccato dalle attenzioni di Villaggio nei suoi confronti, scrive una Lettera al direttore amministrativo:
«[…] Paolo Villaggio lo conosco bene e non mi piace. Non mi piace quel suo impegno politico del quale io diffido, cioè non credo alla sua buona fede: so che è nato a Genova da famiglia borghese benestante […] come si concilia questa sua origine con i suoi atteggiamenti da “sovversivo”? So che a Roma frequenta circoli di sinistra. La notte di Natale [del 1970] è stato a fare uno spettacolo alla Coca-Cola con Gian Maria Volontè e altri bei tipi di questo stampo e ha partecipato a varie manifestazioni per il Vietnam prima e ultimamente per il Cile. Ha dato dei soldi varie volte a gruppuscoli di sinistra e vota sempre comunista.»

Tutte cose vere e verificabili. Villaggio votava PCI (o almeno così diceva), ma faceva scorribande alla sinistra del partito, anche finanziando organizzazioni rivali.
Ancora nel 1987 Villaggio si candidò alle elezioni politiche con Democrazia Proletaria.  Il creatore di Fantozzi era un intellettuale di sinistra. Cosa che dagli anni ’90 in poi lasciò cadere e in parte rinnegò. Le sue rievocazioni di quell’epoca sono segnate da continui “aggiustamenti”, e sono interessanti anche per questo: la storia usa come fonte non solo la testimonianza, ma anche il progressivo alterarsi della testimonianza.
4.
A forza di sentir dire – anche da Villaggio in persona – che la famosa scena prendeva in giro la cultura dei cineforum di sinistra, ci si è dimenticati che quello rappresentato nel film non è un cineforum di sinistra: è il cineforum della Megaditta, rivolto non a compagni ma a colletti bianchi “apolitici”.
Guidobaldo Maria Riccardelli non è un compagno né un intellettuale di sinistra: è anzi un dirigente della Megaditta, talmente organico a quest’ultima da presiedere la Commissione Assunzioni.
L’unico militante marxista che appare nel mondo di Fantozzi è la «pecora rossa» Folagra. Se nell’episodio del cineforum Villaggio et alii avessero voluto prendere di mira gli «intellettuali di sinistra», e caratterizzare il cineforum stesso come «di sinistra», sarebbe stato naturale riproporre la figura di Folagra, già apparso nel primo film, e dargli un ruolo in quel contesto. Il secondo film è pieno zeppo di personaggi ripescati dal primo, tanto che oggi consideriamo entrambi – insieme ai successivi, sempre più brutti e banali – parte di un continuum, un unico flusso di storie dove appaiono Filini, Calboni, la signorina Silvani…
Invece no: al presunto “cineforum di sinistra”, manca proprio l’unico personaggio caratterizzato come di sinistra.
5.
La corazzata Potëmkin narra una rivolta, ma nel film di Salce – dove il titolo è storpiato in «Kotiomkin» – quella rivolta è addomesticata, disinnescata, la cornice del cineforum aziendale e la modalità di fruizione la sviliscono, e la visione stessa è sminuzzata, non c’è più l’insieme, solo dettagli svuotati di ogni senso: «L’occhio della madre… La carrozzella…»
Tutta la teoria critica radicale del dopoguerra, dalla Scuola di Francoforte ai situazionisti a Pasolini, aveva come premessa il fatto che il capitalismo mercificasse la rivolta e la rivoluzione stessa, e la borghesia recuperasse per proprio tornaconto le istanze rivoluzionarie. Decine di saggi e performances e film dell’epoca si occupano esattamente di questo, da La società dello spettacolo di Debord ai testi di Marcuse, passando per i comunicati degli Yippies, fino agli Scritti corsari.
Emblematico di questo processo – e pienamente nella temperie degli anni ’70 – il destino del comunista Ejzenstein nel cineforum della Megaditta.
Nella Megaditta la parola «comunista» normalmente fa tremare i vetri, eppure un film sulla rivoluzione girato dal più noto cineasta rivoluzionario è proiettato più e più volte, senza che i vetri tremino, perché l’opera è stata recuperata e depoliticizzata. Villaggio mostra la parabola di un film rivoluzionario divenuto innocuo e addirittura tedioso per mano della cultura borghese, in un’azienda-che-si-fa-mondo, un’azienda il cui megapresidente si dichiara «non proprio comunista… Diciamo “medio-progressista”».
Lo “scatto”, il colpo di genio consiste in questo: il film è stato cooptato, asservito, svilito, eppure riesce, in modo paradossale, a ispirare la stessa rivolta di cui narra. A insorgere sono infatti gli impiegati, e poiché regista e autori sanno il fatto loro, la rivolta contro il film ripete quella nel film.
6.
L’episodio del cineforum è un remake del film di Ėjzenštejn, un’allegoria a chiave che ne ripercorre tutti e cinque gli atti:
– il cineforum è la corazzata;
– Fantozzi è il marinario Vakulenčuk che per primo grida la verità su quel che sta accadendo;
– gli spettatori sono i marinai insorti;
– l’odioso Riccardelli è il corpo degli ufficiali spodestati;
– la sala occupata è Odessa;
– la polizia che «s’incazza davvero» ha il ruolo dei cosacchi che reprimono.
E la partita dell’Italia? Anche quella è parte del remake. Se intorno alla Corazzata Potemkin è in corso la rivoluzione russa del 1905, alla quale i marinai vogliono prendere parte, intorno al cineforum aziendale è in corso la visione collettiva della partita, alla quale gli impiegati vogliono prendere parte. In entrambe le storie vengono introdotti a bordo materiali clandestini che permettano di collegarsi a quel che avviene fuori: testi di proclami rivoluzionari nel film parodiato, radioline e televisorini nel film parodiante.
A rendere l’intera allegoria una vertiginosa mise en abyme, il ruolo della carne marcia imposta ai marinai è assegnato al film dove si narra la rivolta.
Il finale del remake è tuttavia molto diverso: gli insorti non hanno scampo e sono condannati a mettere in scena e subire ad nauseam la repressione zarista/aziendale. Nessun grido liberatorio segnala una catarsi.
7.
Siamo di fronte a una parodia colta e, al fondo, per nulla anti-intellettuale.
Chi non ha mai visto il film di Ėjzenštejn non può rendersene conto.
Se non tutti, svariati spettatori del 1976 lo avevano visto.
L’episodio, per il pubblico di allora, aveva una carica critica ad alto voltaggio, che però col tempo si è esaurita. Non poteva che esaurirsi: il contesto che rendeva l’episodio comprensibile in tutti i suoi aspetti e livelli – l’Italia degli anni Settanta, dei movimenti radicali, delle grandi lotte operaie -, quel contesto non c’è più.
8.
Cosa rimane di quella critica, oggi, nell’interpretazione corrente del film e della famosa scena? Pressoché nulla. L’episodio, tolto dal suo contesto, rivisto e ri-rivisto da solo quando non ridotto alla sola scena madre, citata e stracitata come semplice gag, col tempo ha cambiato significato: oggi è evocato per rigettare la cultura stessa e tutto ciò che è «difficile», in nome del parla-come-magni (detto quasi sempre da gente che mangia malissimo) e del solito «E fattela ‘na risata!»
L’eterna ripetizione della gag ha diffuso l’idea che La corazzata Potëmkin duri molte ore e altri miti che il film manda in frantumi, se solo si supera il pregiudizio. Ma il pregiudizio c’è ed è futile negarlo. Un danno culturale c’è stato. L’arma della critica è stata girata e puntata contro la critica stessa, allo stesso modo in cui Riccardelli, gerarchetto della Megaditta, aveva girato e puntato il cinema di Ėjzenštejn contro i suoi sottoposti.
9.
Dice veramente molto sul nostro presente, su com’è stata distorta se non capovolta la ricezione della satira fantozziana, il fatto che molta gente oggi creda quel cineforum un cineforum «di sinistra», e Riccardelli un «intellettuale di sinistra». Dice moltissimo sull’egemonia ideologica dell’aziendalismo il fatto che le colpe dell’azienda, in una torsione allucinata ma non casuale, vengano oggi date alla «sinistra».
Questa visione retroattiva di una sinistra che negli anni ’70 avrebbe avuto il controllo della cultura è nata con il revanscismo di destra dell’epoca berlusconiana. Le prime campagne sui «cinquant’anni di egemonia culturale della sinistra» le fece nel 1993 L’Italia settimanale, periodico diretto da Marcello Veneziani.
Tale ricostruzione di comodo dimentica alcuni “piccoli” dettagli, e cioè che il ministero della pubblica istruzione fu per cinquant’anni ininterrottamente in mano alla Democrazia Cristiana; che fino al 1977 la Rai rimase quella democristiana su cui Bernabei e i suoi esercitavano un controllo soffocante (la Rai che aveva cacciato Dario Fo e Franca Rame e aveva una lunga lista di artisti che non potevano comparire nei programmi); che i periodici più diffusi non erano certo i Quaderni piacentini ma i reazionari Oggi e Gente, oltre alle riviste di fotoromanzi; che i libri di saggistica più venduti erano i volumi della Storia d’Italia di Montanelli e Cervi [oggi, non per niente, il Corriere della Sera li rimette in circolazione in riedizione acritica, N.d.R.]. Nell’Italia che da trent’anni mandava al governo la DC, gli “intellettuali” (insegnanti, professori, giornalisti ecc.) non di sinistra erano la maggioranza.
10.
Oggi l’obbligo contro cui ribellarsi non è quello di guardare La corazzata Kotiomkin. Semmai, al contrario, è quello di non prendere mai nulla sul serio. Il «farsi una risata» come risposta a tutto, l’essere sempre ironici per non mostrarsi mai troppo coinvolti in nulla, perché coinvolti equivale a vulnerabili, e dunque ironia sempre, cinismo e disincanto, non devi dare mai l’impressione di credere fino in fondo a quel che dici. Soprattutto, fai vedere che ti stanno sul cazzo gli «intellettuali». Risulta molto più facile se adotti l’espediente di chiamare «intellettuali» tutti quelli che ti fanno sentire vulnerabile. Chiama «pippone» qualunque cosa scrivano o dicano.
In un simile clima culturale – che mi auguro venga spazzato via al più presto da un’immane tormenta – un film come quello di Ėjzenštejn, che mostra la fratellanza nella rivolta e a volte fa sarcasmo sul potere ma mai ironia sulla rivolta stessa, deve per forza essere considerato una «cagata pazzesca». Vige l’obbligo di conformarsi alla lettura più decontestualizzata e banale dell’episodio fantozziano.
È contro quest’obbligo che dobbiamo ribellarci, proprio come Fantozzi si ribellò al cineforum aziendale.
E gli applausi di Piazza Maggiore non saranno durati 92 minuti, come quelli riservati all’insorto Fantozzi/Vakulenčuk, ma bastano a convincerci che siamo nel giusto.
«Братья!»
Bologna, giugno – settembre 2017