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lunedì 29 luglio 2024

Classifica 2023-2024

anche quest'anno (agosto 2023 - luglio 2024) faccio una specie di classifica dei film visti al cinema (solo 52), e qualcosa di ottimo e buono c'è (cliccando su ogni titolo c'è il link alla piccola recensione che avevo scritto a suo tempo), gli altri, comunque buoni, si trovano nel blog - Ismaele


La zona d'interesse

Oppenheimer

Civil war

 

 

Robot dreams (Il mio amico robot)

Estranei

Lubo

 

 

Green border

Palazzina Laf

Killers of flowers moon

 

 

La chimera

Manodopera (Interdit aux chiens et aux italiens)

Anselm

  


lunedì 6 maggio 2024

Anselm – Wim Wenders

grazie a Wim Wenders, Anselm Kiefer diventa per noi un artista conosciuto.

in un documentario, nel quale Wim Wenders non appare mai, il protagonista assoluto è Anselm Kiefer (e le sue opere, naturalmente).

un film che lascia a bocca aperta, promesso.

buona (maxi) visione - Ismaele




 

Quelle che mette in scena Wenders sono immagini suggestive, evocative, che ipnotizzano e conquistano per eleganza e sobrietà, ma che non tolgono spazio all'oggetto che si vuole rappresentare: Wim Wenders racconta Anselm Kiefer senza mai prendere il sopravvento su di lui, senza che la sua mano artistica possa oscurare le opere che ci vengono mostrate e il processo creativo che ne è alla base. Il risultato è un documentario originale nell'approccio, efficace nei contenuti per come riesce a dar voce all'artista e la sua opera.

da qui

 

…C’è la necessità di fotografare quella che Kiefer non esita a definire in uno dei momenti topici di Anselm come la pelle della terra. La superficie, i paesaggi, e con essa i suoi esseri viventi, per stamparli in libri di piombo così da renderli pesanti («L’insostenibile leggerezza dell’essere. La leggerezza è il rimedio degli uomini alla pesantezza, per non avere il coraggio di guardare nell’abisso.») e immortali al tempo stesso. Un’arte espressiva fatta di lanciafiamme e idranti, palettate e colpi violenti, e dipinti dove gli uomini appaiono fagocitati dal vortice buio di paesaggi di male e dolore. In essi Wenders naviga con la sua cinepresa in movimenti silenziosi e sinuosi mostrandoci un Kiefer spettatore della propria vita e creatore del proprio mondo.

Immagini pure di arte e memoria che Wenders inanella in un linguaggio filmico accattivante fatto di dissolvenze ispiratrici che testimoniano e documentano del genio di Kiefer nel raccontare del processo creativo dietro alcune sue opere. Ma anche della sua vita, tra immagini di repertorio e ricostruzioni artistiche in perfetto bilico tra realtà e sogno, rese possibili dal contribuito attoriale di Daniel Kiefer e Anton Wenders. Composizioni ricercate, caotiche, e dalla bellezza a perdita d’occhio che vanno a riflettere lo stile dell’artista, o per usare le sue stesse parole: «Quando il caos viene determinato da un confine rettangolare, allora diventa un dipinto». Anselm, un’opera straordinaria, che ci ricorda il valore e l’importanza dell’arte come espressione, ma soprattutto e dell’arte come godimento e stimolo percettivo, nella vita di ognuno.

da qui

 

Wim Wenders in Anselmsegue l’artista senza mai dare la sensazione che ci sia altro oltre che Kiefer; l’impressione più profonda di un atto cinematografico come questo è la visione individualistica a cui ci riduce, stancandoci nelle nostre stesse riflessioni che attendono di scrutare l’arte di un dannato dentro il suo stesso inferno.

È così che appare Anselm Kiefer nel mondo delle sue creazioni, un Virgilio che accompagna se stesso dentro vortici di insistenti voci e creature ramificate in un profondo dolore, fino a sentirsi parte di una sua stessa installazione. Anselm Kiefer non è artista è lui stesso la sua arte; è battesimo di crociate infantili estremizzate nelle rocce di una maturità affaticata dal dramma di un’inquietudine permanente…

da qui

 

Anselm riesce nell'impresa di catturare il tempo nel lavoro di Kiefer e di renderne visibili le tracce. Quello che vediamo scorrere è il "lavoro della memoria", non una vaga ingiunzione morale da applicare a intermittenza. È una pratica, un esercizio muscolare, una disciplina, perché l'artista ne fa un'attività quotidiana di scavo, riesumazione, modellamento, che gli conferisce la statura di 'atleta della memoria' tedesca e occidentale. Se il rischio con la sua opera gigantesca era cadere in un imponente monumento, enfatizzato dal 3D, il documentario resta, al contrario, a misura d'uomo.
Amichevole e intima, fin dal titolo, la relazione che 
Wenders stringe con Kiefer nel suo atelier-fabbrica, percorso in bicicletta, produce una meditazione astratta ed erudita sulla fertile bellezza del gesto che scolpisce e disegna, salda e martella. Mobile contrappunto all'artista, figura romantica e arcaica che parla con gli dei e li rende visibili ai mortali, Wenders passa in rassegna le sue ricerche e le sue ossessioni, orchestra oggetti artistici (dipinti, sculture, fotografie...) e apre percorsi nella sua tenuta, dove cattura le opere nello spessore del tempo, nella luce naturale, nel loro ambiente, così come Kiefer le ha installate, tra i rami, il cielo blu e le erbe selvatiche. In assenza di gravità, Anselm crea immagini oniriche, un mondo apocalittico, una terra di nessuno che rievoca i temi in gioco nell'opera di Kiefer.

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domenica 7 gennaio 2024

Perfect days – Wim Wenders

non ci sono avventure epiche, scene di guerra, lotte di samurai, violenze di yakuza, solo leggerezza e gentilezza.

non sappiamo niente di Hirayama, vive in una mini-casetta, il bagno lo fa ai bagni pubblici, mangia sempre alloo stesso ristorantino, fa una vita regolare, gli piace fare il lavoro ben fatto, per quanto umile sia, libri e musica e le piante sono la sua compagnia necessaria.

se Jorge Luis Borges avesse conosciuto il pulitore di cessi Hirayama gli avrebbe dato un posto fra i giusti.

un film da non perdere, andate sul sicuro.

Kôji Yakusho ha vinto il premio come miglior attore al festival di Cannes.

buona visione - Ismaele

 

 

La capitale nipponica di Wenders è una location a misura d’uomo, fatta di edifici minuti e ordinati, strade sinuose, negozi e ristoranti di fiducia; un reticolato di non-luoghi (per dirla con Marc Augé) che divengono santuari di condivisione, templi sacri di una routine placida e rassicurante, bilanciata da un senso comunitario ineccepibile e invidiabile, a tratti inconcepibile.
Come può Hirayama trovare appagante un lavoro del genere? Il senso trascende l’apparenza, va oltre ciò che la società vede per farsi verbo di accudimento verso un prossimo ignoto e sempre diverso.
In una cornice in cui i luoghi non hanno proprietà specifica, anche il buon senso diviene un patrimonio pubblico da coltivare e la bontà umana acquisisce i contorni di un atto scontato e dovuto, così profondamente avviluppato nella nostra natura da essere imprescindibile.

Con un’inquadratura rigidamente in 4:3, Wim Wenders ci regala uno spaccato normalissimo di vita, lo fa soffermandosi a distanza ravvicinata sulle espressioni del volto, in una palette fredda che assimila tepore man mano che il minutaggio scorre. Prende poi le distanze, quanto basta a regalarci una visione totale della realtà in cui ci troviamo – la luce che filtra dagli alberi, le vetrate colorate delle toitet, un tizio strambo che si aggira nel parco, un bambino che saluta con la manica in senso di gratitudine, il caos di un pub -; si perde nei chiaroscuri al neon atti a circoscrivere un dettaglio, un piacere intimo come la lettura, quella dei libri di autori come William Faulkner, Aya Kōda, Patricia Highsmith, rigorosamente di seconda mano.
Perfect Days ci immerge in un gioco silenzioso e terapeutico, fatto di poche parole e molti gesti, piccoli e preziosi come le piantine annaffiate quotidianamente dal protagonista.
Parole, dicevamo, poche ma essenziali: restano rinchiuse dentro al petto emergendo solo quando davvero servono, distillate con cura per lenire un dolore o regalare un’illusione che abbia un retrogusto di infinito. Hirayama usa la voce quanto basta a gettare ponti verso l’altro da sé, lasciando spazio alla musica, tantissima e densa, coagulata in supporti analogici d’altri tempi, rari quanto la capacità di godere dell’essenziale, di rallentare, di fare del bene senza attendere in cambio null’altro che la bellezza di un sorriso…

da qui

 

Tutto scorre, ma ogni momento è diverso, o può esserlo. E sembra esserci pace nell’accettazione che le sorprese della vita in fondo sono la vita stessa. Pace, ma non felicità, come scopriamo insieme a lui, quando a stravolgere la sua vita è una nipotina da troppo tempo trascurata, che lo riporta a un contesto familiare troppo doloroso da sopportare, o il riemergere di sentimenti che sotto quella routine erano stati messi a tacere.

L’amore, il senso di colpa, la paura, la gelosia, una fanciullesca voglia di vivere si affollano in una paurosa – quanto non esplicita – contemporaneità nell’ultima parte della storia, che pur restando fedele a un silenzio narrativo denso di significati e lezioni racconta di rispetto e consapevolezza. Un silenzio che non si rompe nemmeno nell’abbraccio con la sorella, né per raccontare la vergogna di aver scelto di fuggire il dolore della morte e dell’oblio. Un silenzio rotto solo dalla musica – bellissima – che Hirayama sceglie, a riempire i momenti nei quali non può restare in ascolto dei suoni della natura e della città in movimento. E che, alla fine, nella splendida Feeling Good di Nina Simone promette una “nuova alba, un nuovo giorno, una nuova vita”.

da qui

 

Una vita semplice, una routine quotidiana molto strutturata da mane a sera, la passione per la musica (Otis Redding, Patti Smith, Van Morrison che ascoltiamo in musicassetta), i libri e gli alberi che fotografa, i gabinetti che meticolosamente – l’inizio senza guanti è temibile – rende immacolati. La nipote carinissima, la sorella estraniata, alcuni incontri ci rivelano un po’ di più del suo passato, ma il suo segreto è il presente, votato alla ricerca e alla cura della bellezza nel quotidiano.

Minimalista e trascendente, paratattico e iterato, i dialoghi ridotti e l’empatia amplificata, Wenders ripassa devoto la lezione di Ozu e si ritrova ai vertici della propria arte, levando la camera, innalzando lo sguardo dalla toilette agli alberi fino al cielo. E lo fa con un uomo apparentemente senza qualità, confinato in un impiego umile, ma quasi miracolosamente, perfino icasticamente destinato a incarnare servizio e bene pubblico, soddisfazione personale ed esternalità positive e, viceversa, soddisfazione pubblica e beneficio personale. Un’epifania poetica, un atto politico.

Sono i suoi - e sperabilmente possono essere i nostri - giorni perfetti, in cui ridere e piangere al volante, inseguire le ombre con un malato terminale, regalare un libro alla nipote, andare spedito e fiducioso verso il sole.

C’è conciliazione ma non rassicurazione, c’è contemplazione ma non decantazione, c’è in Perfect Days un retaggio che dice del qui e ora, e dunque forse dell’eterno: è un film di piccole cose e grandi speranze, è un film che pulisce i cessi ma che non smetteresti mai di guardare.

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Perfect days supone un punto y seguido en la carrera de Win Wenders, que sigue experimentando con secuencias donde algunas imágenes se van superponiendo unas encima de otras a modo de un cuadro en constante mutación, en el que podemos contemplar desde la distancia los sueños y la asombrosa imaginación del protagonista. Dentro de lo rutinario se esconde todo un mundo de posibilidades y de elementos bellos que podemos apreciar si nos acercamos lo suficiente.

da qui

 

Ogni giorno una nuova canzone. Ogni giorno una nuova fotografia da scattare. Ogni giorno il sorriso di uno sconosciuto. Può bastare così poco per rendere ogni giorno perfetto? Secondo Wim Wenders sì, anche se mai, nemmeno per un attimo, ci fa pensare che tutto possa essere così semplice e così facile. Hirayama si sforza di affrontare la vita in questo modo, nonostante sia evidente come sotto la superficie, sotto quei sorrisi e quella gentilezza, soffra per un passato che non ci è dato sapere ma di sicuro è fatto di dolore e delusioni. Come per tutti noi…

da qui

 

Cosa non funziona, quindi? Semplice: se escludiamo i momenti musicali, oggettivamente belli e che conquistano, si tratta di un prodotto che non riesce ad entrare dentro. Da cosa dipende, questo? Probabilmente da una certa leggerezza e semplicità che sono stati impostate nel prodotto, che lo rendono incapace di attrarre in modo profondo, e non gli conferiscono fascino se non in piccole, piccolissime dosi. Non possiamo dire, comunque, che sia un film brutto, ma possiamo invece dire che si tratta di un`occasione persa per dire qualcosa di importante, di profondo, e per dirlo bene. Ottima, invece, la rappresentazione di come si effettuano le pulizie dei bagni pubblici in Giappone: senza dubbio si tratta di un tema di nicchia estrema, ma chi aveva una curiosità del genere ne uscirà con molti punti di domanda in meno. Bella la colonna sonora citata precedentemente, che si affida a canzoni retro note al grande pubblico e di sicuro affidamento. Appena sufficiente per chi capisce di cinema, piacerà probabilmente a tutti gli altri.

da qui

 

 

sabato 26 agosto 2023

Submergence - Wim Wenders

una storia d'amore, d'acqua, di rischio, di vita e di morte.

James e Danielle s'incontrano in Normandia e va da sè che s'innamorano.

poi succede di tutto, nessuno sa niente dell'altro, ma non smettono di pensarsi,

buona (acquatica) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

Wim Wenders ha sempre sondato l’abisso (in)visibile dei sentimenti umani, concependo le proprie immagini come il falso movimento necessario per dar forma proprio a quelle dimensioni interiori. Da questo punto di vista Submergence è un film intimamente wendersiano: produzione e cast internazionale, stile e referenze transnazionali, tematiche universali che ci immergono nella storia recente. Tra la perturbante alienità dei fondamentalisti che rapiscono James e la ricerca dell’origine della vita che risucchia Danielle (quindi tra l’oblio della storia e il buio dell’oceano) scocca una scintilla di luce in quel semplice incontro amoroso. Un fantasma di memoria che torna ossessivamente nel fuori campo delle loro vite: il cinema si configura quindi come tempo sospeso e dilatato che impasta le immagini di Alain Resnais con quelle di David Lean, gli umori di Nicholas Ray con quelli di Terrence Malick…

da qui

 

Submergence è diviso abbastanza brutalmente in due tronchi. L'innamoranento: unità di spazio e tempo, monologhi, piani sequenza; l'allontamento: distanze spaziali e temporali, montaggio alternato, movimento e azione. La prima parte è forse la migliore: il centro sono i corpi dei due attori protagonisti, convintissimi e fisicamente votati alla causa, probabilmente motivati dalla presenza stessa del veterano in regia. Wenders ritrae lo svilupparsi del rapporto tra i due interessanti personaggi attraverso primi piani sinuosi e patinati, lunghe scene di confronto e dialogo. Poi l'idillio finisce, e il film cambia ancora.

La seconda parte è cinematograficamente forse più interessante, ma meno potente: Dani recede al ruolo di Penelope in attesa, e il film vira su una svolta politica piuttosto pretestuosa. Troppi cliché, troppa insistenza sulle sequenze di James e del suo conflittuale rapporto con terroristi da cartolina. Ampio spazio, invece, lo acquistano le riflessioni tra il mistico e il naturalista di Wenders: affidandosi quasi esclusivamente a inquadrature mute e stacchi di raccordo (superando in questo senso la tentazione dei flussi di coscienza malickiani), vediamo colmarsi la distanza di personaggi, di anime e di mondi (l'Europa civilizzata e l'Africa sanguinaria) attraverso il contatto con elementi primari quali luce, sole, rocce; e ovviamente l'acqua, centrale fin dal titolo, nel suo eterno doppio ruolo di Madre generatrice e mortifero oblio uterino. E' questo brodo primordiale dell'umanità, in cui Dani intende immergersi per trovare l'origine della vita, che si rivelerà il tramite tra i due amanti oltre lo spazio e il tempo.

L'occhio personale del regista rende in fin dei conti impossibile scambiare il  film con un prodotto di largo consumo. Poco oltre non si va, ma l'anima di Wenders è presente, e il suo sguardo pure.

da qui

 

Per sommi capi si potrebbe definire una storia d’amore tra due persone fuori dal comune che si troveranno forzatamente a subire il dolore della lontananza. Wenders innesta, al classico film sentimentale, una storia di spionaggio, con McAvoy rapito dai jihadisti e tenuto a marcire in una fatiscente cella. Le due parti riescono perfettamente a intersecarsi, creando una pellicola originale, con dialoghi ficcanti e una fotografia di assoluto valore. La Vikander e McAvoy formano una affiatata coppia di protagonisti, dimostrando tutta la loro bravura.

da qui

 


mercoledì 25 luglio 2018

In the White City – Alain Tanner

i protagonisti sono Paul (un grande, come sempre, Bruno Ganz), Rosa, l'amante lisboeta ed Elisa, la moglie svizzera. 
in realtà la protagonista assoluta è Lisbona, la città bianca del titolo.
addirittura il film sembra una prova per Lisbon story di Wim Wenders, dieci anni prima, chi li vede entrambi sarà d'accordo.
il film di Alain Tanner è un gioiellino anche per chi è stato a Lisbona, molte cose sono misteriose, sarà il vento dell'oceano che s'incontra col vento delle campagne.
non cercate una trama, non è importante, ve la spiegherà, forse, Paul, voi guardatelo - Ismaele

ps: guardando il film mi sono ricordato di Massimo, in quegli anni era stato in vacanza a Lisbona, Massimo, grande amico mio (e del cinema, della musica, e di molto altro), mi aveva raccontato di una sera, ad Alfama, di quando, dopo cena, tornando in albergo, era stato affrontato da un delinquente con coltello, voleva la macchina fotografica, e l'aveva avuta, meno male.







QUI il film completo, in francese, senza sottotitoli


Cargado únicamente con su cámara de Super8, un viejo magnetófono y una armónica, Paul es un náufrago que deambula por las laberínticas calles de Lisboa con la única aspiración de suprimir la dimensión espaciotemporal mediante la absoluta inacción, emulando la actitud del extraño anfibio glosado por el escritor argentino. “Me encuentro bien. Soy libre. No hago nada, pero no estoy de vacaciones. De vacaciones se hacen cosas, organizas tu tiempo libre. Yo no, No hago nada”, explica Paul a una desconcertada Élise en una de sus primeras cartas. Y más adelante, en otra misiva, concluye: “El tiempo se ha disuelto. Por las mañanas bebo. Pero ya no hay mañana, tarde ni noche. También bebo por la tarde y por la noche. Duermo de día, nada existe en realidad”…

Tanner's 'white city' is, instead, Lisbon – known locally as la ciudad branca due to the colour of many of its buildings. The Portuguese capital is also referred to as 'the city of the seven hills' or 'the mother of sailors,' and each of these nicknames finds illustration in the film narrative. Our hero is Paul (Bruno Ganz), a Swiss-German merchant mariner who, tired of his oceangoing existence, jumps ship and spends his days either exploring the city's many nooks and crannies – tramping up and down what looks like most of those seven hills in the process – or cooling his heels in his airy hotel-room.
Paul often films himself with a miniature 8mm movie-camera, and sends the resulting 'movies' back to his wife/girlfriend Elisa (Julia Vonderlinn) in Switzerland – along with rambling, confessional, ruminative letters. Paul holds nothing back, telling Elisa all about his torrid affair with fiery barmaid/chambermaid Rosa (Teresa Madruga), and how he's able to love two women at the same time. Perhaps unsurprisingly, neither Elisa nor Rosa are particularly pleased about this situation, and Rosa soon flees Portugal to work in France. Paul is initially distraught but, like a cork on the tide, is able to remain buoyant as he's tossed hither and yon by life's vicissitudes – even after receiving a knife in the chest from a small-time crook previously responsible for stealing his wallet…

Here is a very literate movie from director Alain Tanner about alienation, self discovery, and time. Paul's escape from responsibility enables him to live totally in the present. He drinks, brawls, dances and takes movies of the city with his Super-8 camera.
The seaman begins an affair with Rosa (Teresa Madruga), who works as a chambermaid and bartender at the hotel where he's staying. But Rosa wants someone other than a person on vacation from reality. Paul shares his innermost thoughts with Elisa (Julia Vonderlinn), a girlfriend back home in Switzerland. Eventually, Paul loses all sense of time and his passivity starts to frighten him.
Tanner, director of La Salamandre and Jonah Who Will be 25 in the Year 2000, draws a top-grade performance from Bruno Ganz; it is a blend of melancholy, pensiveness, sensuality, and ennui. Only after Paul is robbed and wounded by a thief and abandoned by Rosa does he awake from his reverie.
Emerson's thought could serve as an epilogue to this drama: "The efforts which we make to escape from our destiny only serve to lead us back to it."

mercoledì 15 marzo 2017

Alice nelle città – Wim Wenders

un film da niente, una storiella leggera leggera, direbbe chi legge la trama, e si ferma lì.
perché poi il film è un capolavoro, il tempo lo fa splendere ancora di più.
la storia di un uomo e di una bambina, un gigante buono e una bambina che deve tornare a casa, la mamma è un po' incasinata e consegna la bambina per il ritorno, come se fosse un pacco postale.
solo che i due protagonisti sono vivi e diventano complici e amici, ogni giorno di più.
astenersi quelli che "...non reggo i film in bianco e nero", quelli che "... senza un po' di violenza e di sesso che film è?".
cercatelo e godetene tutti - Ismaele

una curiosità: nello stesso anno è uscito un altro gran film, Paper Moon, protagonisti una bambina e un uomo, anche loro in movimento.




Questo film merita l’appellativo paradossale di “classico del cinema moderno”. Infatti, da una parte costituisce un caposaldo della cosiddetta modernità cinematografica, ossia quell'estetica del filmare aperta, episodica, sdrammatizzata e anti-narrativa suggerita da alcuni autori italiani a partire dai tardi anni 40 (Rossellini, Antonioni) e messa in atto radicalmente e sistematicamente da tutta una serie di nuove leve, in giro per il mondo (dalla Francia al Brasile, dal Giappone alla Cecoslovacchia) nei primi anni 60; dall’altra, tuttavia, questo di Wenders è un film talmente nitido e risoluto nel distendere il suo tappeto tematico che, a differenza di tante “imperfette” opere moderne, può contare su quella chiarezza di intenti propria del cinema classico. E’ curioso (e un pochino sconfortante) constatare come lo stesso Wenders sarebbe stato, nei decenni successivi, fautore di un cinema spesso prolisso e ridondante, agghindato di futili orpelli poetici per coprire quella che è stata (e continua ad essere, vista la sua valenza profetica) una delle grandi conquiste della cinematografia contemporanea: la riflessione sul rapporto fra realtà e rappresentazione (filmica, fotografica, scritta). Un tema trattato da tanti autori, ma nessuno con la sagacia e l’acume di Wenders. Sagacia ed acume che, sfortunatamente, si accompagnano ad una leggerezza di sguardo solamente in alcune sue opere, specialmente quelle dei primi anni 70. In “Alice nelle città” c’è tutto ciò che Wenders aveva di dire e avrebbe detto nelle sue (troppe) opere successive, nonostante certa critica lo faccia passare per eclettico ed ambizioso…

Philip Winter è serafico, laconico, solo all'inizio del film, incalzato da una sua amica che lo accusa di aver perso se stesso (motivo per cui scatterebbe foto senza sosta, per fissare la propria identità), afferma di voler proseguire il suo viaggio, senza conoscerne la meta; e, forse, questa è l’unica condizione preliminare possibile per un mutamento vero: non sapere esattamente dove si andrà a parare, mettendosi sulla traccia di un Evento, rispetto alla cui globalità e infinità si è solo degli ‘operatori’ finiti e locali, ma ostinatamente determinati. Dov'è la casa di Alice? Perché la mamma è sparita? E, soprattutto, perché Philip si porta dietro la bambina, senza che abbia alcuna responsabilità nei suoi confronti? Un destino da qualche parte è già segnato, aspetta solo che, con la nostra azione, se ne completi il percorso. Un Wenders crepuscolare, disarmato, fa mostra di sé e del proprio itinerario, in un rapporto di completa sincerità con il pubblico, cui non cessa di mostrarsi per quello che è, senza alcuna sovrastruttura che faccia da filtro…

En el guion, Wenders, inspirado por la lectura de un relato de Peter Handke, Carta breve para un largo adiós, colaboró con Veith von Fürstenberg creando un libreto en el que lo pequeño nos lleva a lo más grande. Solo en la celebrada Paris, Texas (1984) y en algunos momentos de El cielo sobre Berlín (Der Himmel über Berlin, 1987) Wenders lograría alcanzar tales cotas de emoción. El final de Alicia en las ciudades se nos mostrará con la misma sencillez que el resto de la aventura: los dos protagonistas asomados por la ventanilla de un tren dejando que el viento azote sus rostros. Quizá el último momento de libertad que Alicia y Phil disfruten juntos.



sabato 25 giugno 2016

Viaggio a Tokyo (Tokyo monogatari) - Yasujirō Ozu

disse il regista Wim Wenders (che gli ha dedicato il film Tokyo-Ga), quando gli chiesero cosa fosse per lui il paradiso: "La cosa più simile al paradiso che abbia mai incontrato è il cinema di Ozu".
difficile dubitarne.
il film di Ozu non è documentario, ma riesce a essere vero come un documentario, contiene la realtà, rappresenta la vita, è la Vita, senza bisogno di finzione, pur essendo finzione, né di effetti speciali.
si resta attaccati allo schermo, condividendo con i due vecchietti la rassegnazione, non è il migliore dei mondi possibili, ma si adattano, e non danno mai le colpe a nessuno.
i figli fingono, sperano che i genitori tornino a casa presto, che palle, solo una nuora, la vedova del loro figlio morto in guerra, li tratta come si deve.
molti anni dopo Tornatore si ispira al film di Ozu, per girare "Stanno tutti bene", con il grande Marcello Mastroianni.
vogliatevi bene, guardate tutti i film di Ozu (un suo degno erede, sempre in Giappone, è Hirokazu Koreeda).

buona visione - Ismaele










…It is clear that "Tokyo Story" was one of the unacknowledged masterpieces of the early-1950s Japanese cinema, and that Ozu has more than a little in common with that other great director, Kenji Mizoguchi ("Ugetsu"). Both of them use their cameras as largely impassive, honest observers. Both seem reluctant to manipulate the real time in which their scenes are acted; Ozu uses very restrained editing, and Mizoguchi often shoots scenes in unbroken takes.
This objectivity creates an interesting effect; because we are not being manipulated by devices of editing and camera movement, we do not at first have any very strong reaction to "Tokyo Story." We miss the visual cues and shorthand used by Western directors to lead us by the nose. With Ozu, it's as if the characters are living their lives unaware that a movie is being shot. And so we get to know them gradually, begin to look for personal characteristics and to understand the implications of little gestures and quiet remarks.
"Tokyo Story" moves quite slowly by our Western standards, and requires more patience at first than some moviegoers may be willing to supply. Its effect is cumulative, however; the pace comes to seem perfectly suited to the material. And there are scenes that will be hard to forget: The mother and father separately thanking the daughter-in-law for her kindness; the father's laborious drunken odyssey through a night of barroom nostalgia; and his reaction when he learns that his wife will probably die.
We speak so casually of film "classics" that it is a little moving to find one that has survived 20 years of neglect, only to win Western critical acclaim nine years after the director's death.

Voyage à Tokyo est la chronique d’une famille dispersée. Ozu articule autour d’une trame narrative centrale très simple, des scènes où ne sont présents qu’un nombre limité des membres de cette famille. Ils ne seront jamais réunis tous ensemble, car lorsque le jeune fils arrive enfin au chevet de sa mère, elle sera déjà morte. Le récit ozuien coule avec sa fluidité habituelle, d’un personnage à un autre, de l’intrigue principale à une intrigue secondaire, à tel point que cette distinction devient caduque. Ce nivellement, cet aplanissement dramaturgique n’engendre pourtant pas de la monotonie, et n’interdit pas certains heurts. La dernière scène du film, remarquable exemple de concision et de lyrisme, se permet, en dépit du contexte plus enclin au recueillement, des effets de rupture qui montrent, une fois encore, que l’on ne peut définir le style d’Ozu comme une esthétique ascétique prônant la réduction des moyens d’expression, mais qu’il est, au contraire, une réserve inépuisable de variations, de résonances, de surprises…
…Le lyrisme d’Ozu est un lyrisme souterrain, sinueux, mystérieux. Dans ses films, l’émotion suit un cours imprévisible. Vous pensez vous ennuyer, votre esprit vagabonde et subitement une image, un visage, ou une expression vous bouleverse. L’émotion est diffuse, elle s’accumule progressivement, et jaillit soudain, mais jamais là où l’auteur l’aurait prévu, pas de tel calcul chez lui. Son cinéma agit comme une force de conversion inconsciente, qui vous envoûte par son style si singulier pour mieux vous émouvoir.

…L'atteggiamento contemplativo del regista si traduce in un uso della macchina da presa che diverrà firma inconfondibile: un'inquadratura quasi sempre fissa - solo un movimento di macchina percepibile in tutto il film, orizzontale, per scovare i due anziani seduti davanti a casa di Noriko - e incorniciata da porte e forme geometriche rettangolari, che precede l'ingresso in campo dei personaggi e si sofferma pe un istante anche quando questi sono usciti di scena. È la rivoluzione della semplicità, che passa dal celeberrimo punto di vista del tatami, con la macchina fissa all'altezza di un uomo seduto sulla stuoia, e che consente di rendere bidimensionali i primi piani, volutamente appiattiti dall'inquadratura. L'effetto è di aumentare al massimo la confidenzialità dei personaggi e insieme il lato enigmatico delle loro espressioni: mirabile in questo senso il lavoro di Ryu Chishu (Shukichi), che risponde per dialoghi monosillabici che spesso sottintendono pensieri in realtà opposti. Nei panni di Noriko la straordinaria Hara Setsuko, che regala un'interpretazione ineguagliabile per trasporto emotivo e per la credibilità che infonde a ogni espressione del viso. Mentre il bianco e nero dello straordinario Atsuta Yuharu asseconda l'illuminazione del sole in maniera esemplare, rischiarando a giorno le inquadrature alle terme di Atami o nella soleggiata Onomichi e sottolineando i neri della notte quando gli anziani genitori si ritirano per riposare. 
Cinema come balsamo, come lezione per un approccio positivo alla vita, come momento di convivio familiare, come punto di riferimento a cui tornare incessantemente, ogniqualvolta si ritenga di aver smarrito la retta via.

Un film lineare, se vogliamo quasi banale, che parla dell'esistenza, della quotidianità, della normalità della vita, appartenente al genere “Shomingeki” (film sulla gente comune) e che, nonostante usi e costumi tipici del Giappone che ci vengono mostrati mentre seguiamo il viaggio di questi due teneri anziani, ci mostra tematiche comunque universali, che riescono a toccare e coinvolgere tutti, e, nonostante siano passati più di sessant'anni dalla sua realizzazione rimane attualissimo…

…una caratteristica prorompente del cinema di Ozu e di "Viaggio a Tokyo" nello specifico è l’emergere di una enunciazione mai moralista. Ozu, attraverso il patriarca, non si esime dai giudizi di valore, negativi, sullo stato delle cose: stigmatizza l’anomia metropolitana, la sua andatura schizofrenica; riporta in luce il dolore della guerra perduta, dei lutti che ha provocato; accusa esplicitamente le nuove generazioni di non essere buoni figli coi loro padri. In tutto questo, tuttavia, non emerge né rimprovero, né vittimismo o colpevolismo ma semplice registrazione di fatti, il fluire delle cose e del tempo, entro cui ritrovare una qualche forma di armonia perduta.
Shūkichi è sì deluso dai figli, dalla loro involuzione sia sociale sia umana, ma non li accusa mai e anzi, si scopre, lui stesso non è stato un padre perfetto, dedito com’era al vizio del bere come ci fa vedere la più divertente sequenza del film nella quale si ritrovano tre vecchi amici che organizzano una rimpatriata a base di sakè e sono riaccompagnati dalla polizia in piena notte a casa della "terribile" Kōichi, la figlia di Shūkichi, che si dispera, frigna verso il genitore completamente privo di senno, lo sbatacchia, gli smanaccia il cappello e in tutto il lungo tempo della sequenza, in questa escalation di rabbia montante, il patriarca si addormenta e inizia a russare dolcemente, positivamente ubriaco. 
Ai giorni nostri una sequenza siffatta sarebbe sintetizzata da vari stacchi di montaggio che avrebbero risolto in trenta secondi e cinque inquadrature il tempo di registrazione che Ozu lascia invece intatto nel long-take e che ancora ci meraviglia per la sua assoluta aderenza alla realtà, alle “cose come effettivamente sono”. Come effettivamente si svolgono…

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domenica 11 ottobre 2015

Libertà per Erri de Luca, l’appello del cinema mondiale

Mathieu Almaric, Jacques Audiard, Agnès Jaoui, Wim Wenders, Francesca Comencini: sono solo alcuni dei personaggi del cinema che chiedono il ritiro della denuncia contro lo scrittore, nel caso Torino-Lione.
Le autorità francesi e italiane hanno progettato di collegare Torino a Lione attraverso le Alpi per accorciare a 45 minuti, il collegamento tra le due città. Il costo è attualmente stimato in 28 miliardi di euro. Il progetto vede lo scavo di un tunnel di 45 km, ma l’opposizione nelle valli di montagna è grande, soprattutto in Val di Susa. Questi scontri hanno ritardato di diversi anni l’inizio dei lavori.
Ma veniamo a noi. Lo scrittore Erri De Luca ha aggiunto la sua voce a quei movimenti. “La linea ad alta velocità va sabotato”, ha detto al telefono a un giornalista italiano dell’Huffington Post. Dopo queste parole la società franco-italiana pubblica, con sede a Chambéry, presieduta da un ufficiale francese di alto livello, ha presentato una denuncia contro di lui alla corte di Torino, per “incitamento a commettere uno o più reati”.
Arriviamo a oggi. Il pubblico ministero ha chiesto il 21 settembre, otto mesi di carcere contro Erri De Luca. Il verdetto sarà consegnato lunedì 19 ottobre. Chi potrebbe pensare dopo l’attacco contro Charlie Hebdo, che in un’Europa in cui i leader hanno manifestato per la libertà di espressione, avremmo sperimentare nuove procedure di controllo della sintassi della nostra bella lingua? Come immaginare che gli scrittori possono essere portati a una parola di polizia? Chiediamo il ritiro della denuncia di società pubblica con sede a Chambéry. Quando si interroga sul destino di Erri De Luca il Presidente della Repubblica, questo alla Fiera del Libro il 21 marzo scorso ha detto che gli autori “non dovrebbero essere perseguiti per i loro testi”.
Ecco le firme

I 65 firmatari: Mathieu Amalric, regista (Francia), Claudio Amendola, attore (Italia), Valerio Aprea, attore (Italia), Ariane Ascaris, attrice (Francia) , Jacques Audiard, regista (Francia), Bertuccelli, regista (Francia) , Bertrand Bonello, regista, scrittore (Francia) , Catherine Breillat , romanziere, regista, scrittore (Francia), Stéphane Brizé, regista (Francia) , Daniel Buren , scultore (Francia) , Dominique Cabrera, direttore (Francia) , Thomas Cailley , regista (Francia) , Caleo Clara Green, direttore del Festival del Cinema Italiano a Londra (Gran Bretagna), Laurent Cantet , regista (Francia) , Malik Chibane, regista (Francia) Francesca Comencini, regista, scrittore (Italia), Catherine Corsini, regista, scrittore, attrice (Francia), Constantin Costa-Gavras, regista (Francia), Isa Danieli, attrice (Italia), Claire Denis, regista (Francia), Dante Desarthe , attore, regista, produttore (Francia), Arnaud Desplechin, regista (Francia), Jérôme Diamant-Berger, regista, produttore (Francia),  Joel Farges, regista, sceneggiatore, produttore (Francia ) Pascale Ferran, direttore (Francia), Alessandro Gassman, attore, scrittore, regista (Italia), Fabrizio Gifuni, attore (Italia), Fabienne Godet, regista, scrittore (Francia), Robert Guédiguian, regista (Francia), Christophe Honoré , regista, scrittore (Francia), Gilles Jacob (Francia), Joel Farges, regista (Francia), Agnès Jaoui, attrice, regista (Francia), Jacques Kébadian, regista (Francia), Jean-Marie Larrieu, regista, scrittore (Francia ), Jean-Louis Leconte, regista, scrittore (Francia), Thomas Lilti, regista, scrittore (Francia), Olivier Lorelle, sceneggiatore (Francia), Valerio Mastrandrea, attore (Italia), Delphine Morel, produttore (Francia), Angelo Orlando , attore (Italia), Charles Najman, regista (Francia) Nicolas Namur, produttore, regista (Francia), Vladimir Perisic, regista (Francia, Serbia), Thierry de Peretti, attore, regista (Francia), Nicolas Philibert, direttore ( Francia), Jérôme Prieur, scrittore, regista (Francia), Domenico Procacci, produttore (Italia), Olga Prud’homme Farges, regista, produttore (Francia), Marco Risi, regista (Italia), Brigitte Roüan, attrice, regista (Francia ), Pierre Salvadori, regista, sceneggiatore, attore (Francia), Marc Sandberg, produttore (Francia), Jean-Pierre Sauné. produttore, regista (Francia) Céline Sciamma, sceneggiatore, regista (Francia), Agnès Soral, attrice, autrice (Francia), Philippe Torreton, attore (Francia), Bernard Tavernier, regista (Francia), Daniele Vicari, regista, sceneggiatore (Italia), Wim Wenders, regista, (Germania), Massimo Wertmuller, attore, regista (Italia) Emmanuelle Zelez, editore, attrice (Francia), Christian Zerbib, regista, sceneggiatore, produttore (Francia), Rebecca Zlotowski, sceneggiatore, regista (Francia).

mercoledì 19 novembre 2014

Il sale della terra – Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado

un film di tono agiografico, e in forma schematica.
sono molto fastidiose, o anche peggio, la preparazione delle foto, e le foto, con le tribù a rischio estinzione, quelle persone sono come degli oggetti in quelle foto artistiche.
detto questo, vedere alcune foto (dentro c'è un pezzo della storia del mondo) nello schermo del cinema, e non a casa, su una rivista, vale il prezzo del biglietto -Ismaele




Magnificamente ispirato dalla potenza lirica della fotografia di Sebastião Salgado, Il sale della terra è un documentario monumentale, che traccia l'itinerario artistico e umano del fotografo brasiliano. Co-diretto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado, figlio dell'artista, Il sale della terra è un'esperienza estetica esemplare e potente, un'opera sullo splendore del mondo e sull'irragionevolezza umana che rischia di spegnerlo. Alternando la storia personale di Salgado con le riflessioni sul suo mestiere di fotografo, il documentario ha un respiro malickiano, intimo e cosmico insieme, è un oggetto fuori formato, una preghiera che dialoga con la carne, la natura e Dio

Mi hanno alquanto disturbato anche le visite di Salgado in nicchie etniche e tribali remote, incapsulate, senza contatti o quasi con il mondo esterno. La prima – in apertura di film – in una tribù di Papua Nuova Guinea insieme con lo stesso Wenders, la seconda in una comunità amazzonica rimasta sconosciuta fino agli anni Ottanta. Scusate, non è venuto a nessuno il dubbio che si potesse trattare di intrusioni indebite e a rischio (per le comunità visitate, ovvio)? Ma era il caso? Questa attenzione ai popoli più periferici non rischia di somigliare un po’ troppo alla voluttuosa curiosità (al voyeurismo?) del nostro Ottocento per tutto ciò che era considerata primitivo e selvaggio? Insomma, non è che si ripiomba nel solito vecchio, e per niente caro, esotismo? Scusate, ma io non ce l’ho proprio fatta a voler bene a questo film, faticando parecchio a starmene in sala fino alla fine. Fatico pure a capire che se ne parli in toni estatici come di un capolavoro assoluto. Non lo è. (Ecco, di Salgado trovo davvero meravigliose e davvero grandi, oltre che accettabili, le grandi immagini riprese da lontano, quelle panoramiche brulicanti di centinaia e centinaia di umani come in un Brueghel disperato, dico le immagini degli uomini nudi nel fango delle cave d’oro del Perù o quelle delle migliaia di uomini donne bambini nei campi di raccolta dopo la fuga dalla carestia.)

Il sale della terra è un film di grande bellezza ma complessa. Non permette allo spettatore di avere le classiche reazioni, il pianto, il sorriso, la riflessione. Lascia interdetti perché semplicemente quello che descrivono Salgado con suo figlio e Wenders alla regia, supera il campo della parola, della spiegazione. Perché parola e immagini non sono linguaggi sovrapponibili o completamente traducibili. Ognuno ha dei confini diversi dall'altro e ognuno serve all'altro.  E se il cinema mostra il non detto allora è Arte.
Mentre Salgado spiega una brillante analogia tra un rettile che ha fotografato ed un guerriero medievale, si rimane incastrati in questo flusso di immagini e rapiti da ragionamenti di chi il mondo lo ha visto e vissuto con sensibilità elevatissima. Il sale della terra è l'uomo mentre distrugge se stesso, i suoi simili e ciò che lo circonda. Ma c'è una speranza se sappiamo che da un piccolo seme nasceranno alberi oltre i secoli. Il sale della terra è un film che ti schiaffeggia di meraviglia e terrore. Gli occhi non sanno cosa fare più. Visione consigliatissima.
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