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mercoledì 2 novembre 2022

La montagna sacra - Alejandro Jodorowsky

il terzo film di Alejandro Jodorowsky è un altro capolavoro, da vedere e rivedere, e rivedere ancora.

è ricchissimo di immagini, temi, storie, mille registi hanno visto questo film (rubando o citando qualcosa).

come privarsi di questo enorme serbatorio di Cinema?

buona (da ripetere, come scrivono sulle ricette mediche) visione - Ismaele

 

 

 

L’opera critica di Jodorwosky è sicuramente di grande fascino ed intrattenimento; il regista elabora un film che riesce a coinvolgere grandemente lo spettatore, dimostrandosi stimolante. Tuttavia la ribellione istigata appare in un primo momento debole, idealista ed altamente ingenua. La retorica Jodorowskyana si dimostra ridondante e irrealizzabile. Il viaggio alla scalata della montagna viene mostrato per tappe, fino a quella finale, il successo. Manca di spiegare come realizzare un simile viaggio, mancando solide basi e radici alla retorica filosocialista, di cui è consapevole. Ciò nonostante il genio di dell’artista cileno va oltre questa mera critica anticapitalistica. Svela la propria natura di prodotto filmico, e quindi illusoria, rivelando la prigionia della percezione e dei sensi dovuta alla falsità delle immagini e dell’arte. Il monito di Jodorowsky ora punta a liberarsi da quelle catene, svelare le illusioni e appropriarsi della propria umanità. Dimostra così una retorica più lucida e matura, che va oltre la mera e superficiale critica di un sistema mondo, ma dell’intero sistema mondo, facendone una sorta di meta-critica. Il messaggio di Jodorowsky è chiaro, non si può operare una critica o una rivoluzione nei confronti di un sistema politico-economico se prima non ci si libera dalle catene dell’oppressione dei sensi, bisogna disilludersi. 

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El Topo ebbe un successo underground inaspettato e piacque così tanto a John Lennon che lui e compagna (Yoko Ono) decisero di co-finanziare il progetto successivo di Jodorowsky, appunto La Montagna Sacra che a conti fatti rappresenta il film manifesto del regista cileno… Il film si può tranquillamente dividere in tre parti: una prima (stupenda) parte di puro weird, blasfema e oltraggiosa, che fa della metafora cristologica il punto di forza tra i soliti freaks, scelte ardite (le bambine/prostitute e l’utilizzo degli animali per esempio) e momenti unici in cui si rimane stupefatti davanti alla schermo… Si potrebbe (come sempre nel weird) stare a discutere di quanto sia frutto di un lavoro serio di Jodorowsky e quanto invece sia frutto della sua voglia di essere eccessivo, ma bisogna ammettere che alcune scene sono di una forza visiva straordinaria…
Arriva poi l’incontro tra il protagonista e l’alchimista (lo stesso Jodorowsky) che si consuma tra locations assurde, animali, movimenti di macchina circolari e inquadrature strane…
C’è poi una seconda parte (la presentazione dei personaggi) di critica sociale dove, pur non mancando un tocco weird e dell’umorismo grottesco, si alternano cose riuscite (stupendo e anche plausibile il condizionamento dei bambini contro il Perù) ad altre trovate poco convincenti…
C’è infine una terza parte (il viaggio catartico) che è quella che mi è piaciuta di meno, malgrado il solito weird a profusione e qualche trovata eccellente (l’inutilità della ripetizione di un miracolo di Gesù per esempio), è troppo lenta e da l’impressione di trascinarsi a fatica…
Il finale (che potrebbe esaltare qualcuno) è indubbiamente riuscito, peccato che una cosa del genere l’avesse già pensata Mario Bava dieci anni prima ne I Tre Volti della Paura…
Naturalmente si sta parlando di un film affascinante, metaforico ed allegorico fino all’eccesso, surrealista e simbolista, eretico e folle, una vera e propria esperienza cinematografica, ma naturalmente si sta anche parlando di un film adatto a pochi (e onestamente chi ha messo uno due o tre non ho ben capito che film si aspettasse di vedere) assolutamente sconsigliato a bacchettoni o persone estremamente religiose…

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“La montagna sacra” dimostra la forza della rappresentazione di Jodorowsky. Le immagini simboliche proposte sono talmente tante che risulta praticamente impossibile comprendere tutto il film dopo una sola visione. E queste immagini sono immagini che restano, che non se ne vanno via così facilmente. Misticismo, alchimia, religione e una denuncia fortissima nei confronti della società moderna: Jodorowsky nega la possibilità di una logica visiva annullando le strutture tradizionali della narrazione. L’esperienza cinematografica si trasforma, allora, in un viaggio onirico e inconscio. È inevitabile che si perda il controllo, dovendo accettare l’impossibilità di ottenere una visione chiarificatrice dell’opera. Si può tentare di decodificare ogni singolo simbolo, ma non di comprendere la pellicola nella sua essenza più profonda; al posto che cercare un significato, è più facile accettare una spiritualità attraverso gli stati emotivi inconsci trasmessi dagli innumerevoli simboli e colori. Jodorowsky ci mostra la bellezza della sua “verità”: un insieme di numeri, lettere, figure dei tarocchi e allegorie che moltiplicano il senso di ogni azione. Realizzando una critica sociale, politica e religiosa, il regista parla della “violenza nell’arte”. È come se la violenza servisse ad arrivare ad un cambiamento. Il cinema per Jodorowsky diventa, allora, una missione.

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Guardare un film di Alejandro Jodorowsky non è un’operazione semplice. Innanzitutto, significa entrare nella mente del suo autore, scoprire la sua personale visione del mondo e dell’uomo. In secondo luogo, significa entrare in contatto con uno stile registico imprevedibile, surreale ed estremamente simbolico. Nel caso de La montagna sacra (1973) è necessario in tal senso compiere un grande sforzo dal punto di vista spettatoriale per comprenderne a fondo lo sviluppo e le ragioni, ma una volta svelato ciò che si cela al di là della mera apparenza diventa presto evidente il perché sia considerato il magnum opus del regista franco-cileno.

Volendo individuare una struttura al film, la trama può essere suddivisa nei classici tre atti, sebbene le regole tradizionali della narrazione vengano di fatto completamente sovvertite. Nella prima parte de La montagna sacra, Jodorowsky ci mostra il progressivo superamento dalla propria condizione di dissoluzione di un personaggio chiamato il ladro che assomiglia molto a Gesù Cristo. Dopo una serie di disavventure (come nel caso di alcune figure apparentemente religiose che lo inducono ad ubriacarsi per poi creare dei modelli di cera del suo corpo inerme raffigurante la crocifissione), il ladro raggiunge una torre nel quale risiede un alchimista, interpretato da Jodorowsky stesso. Nella seconda e nella terza parte del film, l’alchimista introduce al ladro alcune delle figure chiave che lo accompagneranno nel viaggio verso la cosiddetta montagna sacra, un luogo che potrà garantire loro l’illuminazione spirituale.

A giocare un ruolo fondamentale ne La montagna sacra sono lo strumento dei tarocchi, e nello specifico i tarocchi marsigliesi. «I tarocchi ti insegneranno a creare un’anima»: nel corso della sua preparazione, il ladro impara dall’alchimista alcune delle proprietà fondamentali di questi strumenti, che vengono di fatto presentati come simboli capaci di determinare con precisione l’essenza di ciascuna delle persone con le quali si recherà alla montagna sacra. Proprio il ladro ad esempio rappresenta la carta de Il Folle, che come spiega il regista stesso simboleggia la libertà totale, l’assenza di limiti e definizioni. La visione di Jodorowsky dell’arte dei tarocchi si allontana dalla concezione popolare e si avvicina al loro uso reale, dove il misticismo incontra l’introspezione psicologica: il tarocco come linguaggio ed espressione del presente, in grado di connettere il tutto attraverso «la danza della realtà», nella quale «il mondo danza attorno a te e ti dà ciò che cerchi»…

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Se podría decir que La Montaña Sagrada (The Holy Mountain, 1973), la película de naturaleza más episódica de la trilogía inicial de largometrajes surrealistas de Jodorowsky, por un lado constituye una profundización muy importante de su costado místico/ budista más estrafalario y semi fellinesco/ a lo Ken Russell, y por otro lado sintetiza su temple de “hombre orquesta” porque aquí llega al punto de desempañarse como director, guionista, productor, cocompositor de la banda sonora, diseñador de producción y vestuario, coeditor y actor, una multitud de tareas que para colmo se duplican porque hablamos de su película más cara a la fecha y con mayoría de capitales estadounidenses en lo que atañe al presupuesto. La trama sigue el periplo de un vagabundo conocido como El Ladrón (Horacio Salinas) que se hace amigo de un hombre sin piernas ni manos (Basilio González) que encuentra en la calle, lo que lleva a que ambos presencien un desfile militar con cuerpos de cabras crucificadas, burgueses arrodillados, fusilamientos varios, turistas deseosos de retratar todo con sus cámaras, algo de sexo en público y una representación de la conquista de México con camaleones como los indígenas y sapos como los europeos. Como su aspecto es similar al de Jesucristo, el protagonista termina siendo emborrachado por unos gordos vestidos de soldados romanos en pleno festín culinario para generar un molde con yeso de su cuerpo en una posición símil crucifixión y vender los Cristos resultantes, despertando la furia del muchacho y sus ganas de destrozar todo. El Ladrón eventualmente termina separándose del tullido cuando ve que de un obelisco anaranjado desciende una bolsita con oro que las personas parecen haber intercambiado por comida y de esta forma decide explorar el interior de la elevada construcción, donde encuentra a El Alquimista (el propio Alejandro), un especialista en el tarot y maestro espiritual, y su asistente morena (Zamira Saunders), en esencia un dúo que le enseña cómo el excremento se puede transformar en oro -símbolo de las mismas personas, por cierto- y lo termina aceptando como discípulo implícito y presentándole a siete hombres y mujeres muy poderosos que se corresponden con distintos planetas de nuestro Sistema Solar; así nos topamos con Fon (Juan Ferrara), un Venus que se dedica a la elaboración de productos cosméticos, Isla (Adriana Page), un Marte que fabrica y vende armas, Klen (Burt Kleiner), un Júpiter que comercializa arte para el jet set social, Sel (Valerie Jodorowsky, nada menos que la esposa del señor por entonces), un Saturno que fabrica juguetes bélicos, Berg (Nicky Nichols), un Urano que asesora a políticos en términos económicos y financieros, Axon (Richard Rutowski), un Neptuno jefe de un departamento de policía, y finalmente Lut (Luis Lomelí), un Plutón arquitecto vinculado -al igual que todos los anteriores- al capitalismo más hambreador, pusilánime, represivo, narcisista, maquiavélico y salvaje. Con El Ladrón representando a la Luna y El Alquimista y su ayudante al Sol y Mercurio respectivamente, los diez individuos incineran todo su dinero y dan inicio a una misión en pos de convertirse en un único ser colectivo para descubrir el secreto de la inmortalidad que aparentemente guarda un grupo de nueve maestros semi divinos en la Montaña Sagrada, ubicada en la Isla del Loto, desde donde dirigen nuestro mundo y a quienes se pretende “asaltar” para que revelen el secreto de la perennidad o la derrota de la muerte. Luego de atravesar diversos rituales y ceremonias de elevación sensorial y psicológica, el contingente llega a la isla y esquiva la trivialidad del Bar Panteón, fundamentalmente una fiesta en un cementerio organizada por quienes abandonaron la búsqueda de la Montaña Sagrada y ahora se dedican a la vanagloria egoísta, y de este modo El Alquimista insta a El Ladrón a aceptar el amor de una joven prostituta (Ana De Sade), que lo ha estado siguiendo junto a un chimpancé desde antes de siquiera ingresar al obelisco, y le explica al resto de su troupe que no existen los adalides de la inmortalidad, que están dentro de una película y que deben abandonar las ilusiones porque los espera la vida más allá de las tristes limitaciones comunales/ anímicas/ culturales impuestas. Si por un lado es indudable que el film funciona como un viaje espiritual alucinado e irreductible a cualquier interpretación literal porque de por sí es producto de un cúmulo de influencias artísticas, religiosas y mitológicas a nivel macro, igual de innegable es el hecho de que durante gran parte del metraje -prácticamente todo hasta la media hora final- Jodorowsky se despacha con una mega parodia que abarca una infinidad de tópicos candentes como por ejemplo el cristianismo, los turistas más bobos, la oligarquía capitalista, el genocidio/ conquista de América, el comercio y la banalización de la fe, la estupidización masiva, la apatía, la obsesión con el sexo, la cultura bélica, el clero como institución demacrada, el individualismo acérrimo y ciego, el nepotismo, el culto a la riqueza, la esclavitud moderna tácita, la artificialidad patética y bien falaz, el feminismo de derecha, el armamentismo, la alta y pequeña burguesía, la mercantilización de la infancia, el esteticismo más vacuo, el arte estandarizado y también el de elite, la hipocresía social, el condicionamiento político desde el mercado, la tecnocracia y la economía neoliberal, el aparato represivo, los profesionales y burócratas al servicio de la intelligentsia, los preceptos regresivos, desquiciados y siniestros de los susodichos, las drogas alucinógenas e incluso las promesas de sanación de gurúes y “mártires” que auguran el nirvana a los ingenuos e incautos que caen en la trampa y acceden a sus planes. Más allá del excelente trabajo en fotografía y música y la vuelta de los tullidos de siempre, los estigmas católicos y la crueldad al paso, la obra despliega todo el conocimiento místico/ oriental/ sufista/ cosmológico/ psicodélico del cineasta, ese que en comparación apenas si estaba sugerido en opus previos, y coloca en primer plano a ritos y ademanes de toda índole, basta recordar la extraordinaria secuencia del comienzo con el propio Jodorowsky reproduciendo una ceremonia japonesa del té ahora aunada a la presencia de dos señoritas rubias impasibles (las abstraídas por completo Leticia Robles y Connie De la Mora) que son peladas al ras delante de cámara, planteo que asimismo trae a colación intereses históricos del chileno como los doppelgängers más conceptuales que materiales, las escenografías y fondos circulares, la desacralización de la belleza occidental tradicional y la lógica de los extremos que se tocan, o más bien colisionan (hablamos de hermosura y fealdad, vida y muerte, control y libertad, delirio y razón, amor y odio, etc.). A la vez que denuncia la pretensión de los grandes políticos y empresarios de eternizarse y la avaricia de base que se oculta en el corazón de todos los seres humanos, Jodorowsky crea una fábula enigmática sobre una iluminación freak, enrevesada y antidemagógica que ofrece detalles exquisitos como la irreverencia de fondo de convertir a una encarnación prosaica de Jesucristo en un discípulo/ apóstol de Buda -o más bien, en un asceta apesadumbrado multidisciplinario- o como esa sátira durísima en torno a la policía, aquí conformada por unos eunucos de impronta robotizada, incapaces de pensar por su cuenta y adeptos a la brutalidad más morbosa. La Montaña Sagrada es sin duda uno de los ejercicios autoindulgentes más enriquecedores y majestuosos de la historia del cine, una alegoría coherente y sensata en pos de renunciar al yo para abrazar en cambio una idiosincrasia colectiva, alejada de las miserias individuales y los pesos muertos, y para desarticular las prisiones culturales y desbloquear la fantasía de lo imposible, con vistas a aprovechar al máximo la vida concreta que se nos presenta día a día.

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mercoledì 26 ottobre 2022

El Topo - Alejandro Jodorowsky

Alejandro Jodorowsky sforna un capolavoro dopo l'altro.

El topo è una storia piena di riferimenti, citazioni, visioni, un western metafisico e concretissimo.

una gioia per gli occhi, come sempre, da vedere e rivedere.

buona (western) visione - Ismaele

 

 

El Topo non è certamente un film di facile visione e tantomeno di facile lettura. Da molti considerato un capolavoro assoluto del cinema underground, da altri additato come film pretenzioso ed insensato nel suo cripticismo, resta comunque innegabile il grandissimo lavoro e l’immensa genialità di un regista come Jodorowsky che, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, fu uno dei personaggi più significativi ed estremi del cinema di nicchia. Sicuramente non piacerà a tutti, ma chi lo saprà apprezzare – per citare una frase dello stesso Jodorowsky – potrà vantarsi di essere un “Illuminato”.

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Punto di partenza, assolutamente, è però quello della diversità (di pensiero e rappresentazione, così come di uomini veri e propri). Cinema dei diversi, che ha origine nella deformità umana di Freaks (1932) di Tod Browning, e che prosegue nella passione del regista per il circo: evidente nel terzo Grande Maestro, in uno scenario fatto di chiromanti, leoni ed una carrozza da circo, e negli spettacoli con la nana (da giovane il regista aveva lavorato come clown proprio in un circo). Sacro, devoto ma dissacrante nella scelta di mescolare tutte le influenze religiose (l’assassinio del pistolero nella pozza d’acqua, una specie di battesimo della morte; la morte per mano della donna, che lascia stimmate sui piedi di el topo; l’esperienza mistica con la carne di scarafaggio; la messa suicida; il corpo che prende fuoco nel finale buddista), anche politico (violenze/rapporti omosessuali tra i quattro preti ed i banditi del colonnello) El topo è un insieme di metafore (il passaggio del frutto tra le due donne ed il rapporto con l’uomo) e rimandi simbolici (lo specchio della donna infranto, il mito di Narciso distrutto da el topo; l’occhio di Osiride come marchio a fuoco) che a volte hanno però il carattere di assoluto ed affascinante non sense di natura surrealista e poetica. Il deserto, metafora del percorso interiore del protagonista, è spazio senza tempo. Trattandosi di un genere abbastanza preciso, non pochi sono i riferimenti al western di Sergio Leone, dal quale trae ispirazione per i duelli, ed a quello di Monte Hellman, autore di contaminazioni crepuscolari ed esistenziali: il tema del doppio nella figura del pistolero era stato utilizzato ad esempio in La sparatoria (1966). Il regista, appassionato dello spaghetti western, si è rifatto al Django (1966) di Sergio Corbucci nella scelta degli abiti scuri del personaggio principale. Citazione anche per Ombre rosse (1939) di John Ford (la Lega delle Donne Degne che controlla la morale dei mariti ricorda quella che allontanò la prostituta dal paese nel film con John Wayne). Molto bella la fotografia di Rafael Corkidi, assoluta l’uscita del colonnello dalla torre a cono, seguito da decine di maiali. Le musiche sono state composte dallo stesso regista-attore, assieme alla direzione di Nacho Mendez; interessante l’uso dei suoni off ed il frequente scambio di voci tra i due sessi. La scena sul ponte fu girata senza ausilio di lacci o funi, ad oltre novecento metri d’altezza (commento scritto contenuto negli extra inseriti nella versione edita dalla RaroVideo). Il villaggio utilizzato nel film, una specie di Sodoma e Gomorra del regista, è il set che Glen Ford utilizzò per la pellicola The law of Tombstone (Massimo Monteleone, autore del libro “La talpa e la fenice. Il cinema di Alejandro Jodorowsky”). El topo è, come afferma lo stesso regista, un santo senza Dio, un santo laico come il miglior rivoluzionario possibile, il messia del west (Massimo Monteleone, autore del libro “La talpa e la fenice. Il cinema di Alejandro Jodorowsky”).

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…Shot on a fairly large budget in Mexico, It began its American existence as an underground cult object, playing midnight shows in New York for six months. It surfaced to a normal run last November amid loud controversy. Its director, author and star, Alejandro Jodorowsky, was attacked in some quarters for using the symbols to make the violence digestible, and in other quarters for using the blood to sell the symbols. I don’t think you can take the movie apart that way; “El Topo” is all of a piece, and you’ve got to take the concrete with the fantasy, the spirit with the flesh.

Jodorowsky lifts his symbols and mythologies from everywhere: Christianity, Zen, discount-store black magic, you name it. He makes not the slightest attempt to use them so they sort out into a single logical significance. Instead, they’re employed in a shifting, prismatic way, casting their light on each other instead of on the film’s conclusion. The effect resembles Eliot’s “The Waste Land,” and especially Eliot’s notion of shoring up fragments of mythology against the ruins of the post-Christian era…

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“El Topo” es una película de muchísimo interés a todos los niveles. De gran calidad artística y de un enorme impacto visual, su atmósfera está muy bien lograda. También es muy efectiva la música que acompaña al film, que incluye guturales cantos mántricos tibetanos durante los duelos. La banda sonora resalta el carácter irreal y onírico de la historia. Sería interesante saber si Dalí, Buñuel o Sergio Leone llegaron a ver la película y qué opinión tenían de ella.

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En El Topo (1970) ya se nota el flamante interés de Jodorowsky en la filosofía zen, el tarot, lo esotérico, el cristianismo paradójico de barricada y la cosmología más freak, todos elementos que a su vez se mezclan con el ideario de la contracultura de la década del 60, una parodia implícita al derechoso y caduco western clásico hollywoodense y un ejercicio en el novedoso terreno del acid western, subgénero que había sido patentado años atrás por Monte Hellman en las recordadas El Tiroteo (The Shooting, 1966) y A Través del Huracán (Ride in the Whirlwind, 1966), ambas protagonizadas por el monumental Jack Nicholson. Echando mano a elevadísimas dosis de gore, toques de comedia negra y delirante y una genial banda sonora cortesía del propio cineasta, la película es una de las cumbres del cine experimental internacional y una de las obras más complejas que hayan llegado al ojo semi masivo, en este caso sobre todo gracias al impulso y el cariño inconmensurable de John Lennon, todo un fanático del film y artífice central en su distribución a escala global y en el financiamiento del siguiente proyecto del maestro chileno, La Montaña Sagrada (The Holy Mountain, 1973)…

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venerdì 21 ottobre 2022

Fando y Lis (Il paese incantato) - Alejandro Jodorowsky

ad Acapulco alla prima del film ci fu qualche tumulto, era capitato anche per i primi film di Buñuel, capita.

fra i produttori del film c'è Juan Lopez Moctezuma (il regista di Alucarda)fra gli attori appare il grande scrittore messicano Juan José Arreola.

si legge da qualche parte che si tratta di un film surrealista, secondo me è più un film felliniano.

impossibile raccontare la storia, due amici-amanti, Fando e Lis, intraprendono un viaggio verso la mitica città di Tar (se esiste), e nel viaggio incontrano tante persone, hanno dei ricordi, o incubi, si mollano e si riprendono, il viaggio è un'avventura.

ma guardatelo, è proprio un gran film, nel Messico del 1968.

buona (strepitosa) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, in spagnolo

 

 

Esordio nel lungometraggio dell'apolide ebreo-cileno d'origine russa A. Jodorowsky (dopo il mediometraggio La cravate), Fando y Lis è una commistione di simbolismi e metafore, un viaggio iniziatico (c'è una sorta di ricordo di Alice nel paese delle meraviglie, con una bambina che scavalca un muro metaforico, aiutata dallo stesso regista-burattinaio) alla ricerca del paese della felicità e dell'infanzia, ormai corrotta dal mondo degli adulti, dai mostri del meccanismo sociale borghese. Il voluto carattere disturbante delle immagini e dello stile si fonda su una narrazione frammentaria, episodica, come un grande affresco medievale, virato in un bianco e nero aggressivo e sporco. La visionarietà è la cifra principale di questa via crucis storpiata, dove la coppia è costantemente messa alla prova, continuamente oppressa internamente da momenti di tenerezza e altri di crudeltà (soprattutto da parte di Fando, il più volubile e debole, attaccato, come ha affermato lo stesso regista, al suo tamburo che lo lega al ricordo di una infanzia che sarà perduto nel momento in cui lo strumento sarà sfasciato).

Una carrellata visionaria, assurda, grottesca, violenta, sensuale, dispersiva, tanto surreale quanto realistico a causa di persone che rimangono se stesse anche nella finzione, un film che fu osteggiato fin dalla prima proiezione ad Acapulco, dove il regista fu persino inseguito. Può risultare un po' pesante nel complesso, ma ha sicuramente materia d'analisi abbondante cui non è certo possibile rendere giustizia in poche righe.

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"Può essere l'Inferno di Dante e l'Odissea,
Può essere l'Apocalisse e una favola,
Può essere la storia di un crimine e un'analisi dell'inconscio,
Può essere un film di avventure,
Una critica ai vizi della nostra società,
Una visione del mondo dopo la guerra atomica,
Un trattato di alchimia,
Oppure un lungo sogno…"

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Jodorowsky's first is also his most relatively accessible movie from that period, albeit a very surreal movie based on his work with Arrabal, with graspable allegories and symbols as well as his usual impenetrable mysticism. Fando & Lis is a black and white, surreal, Freudian story about an innocent young couple in search of a fantastical, Eden-like place called Tar. Along the way they lose their innocence and Fando trips over his ego, parents, homosexual tendencies and other psychological barriers, growing more abusive and desperate as his dreams are shattered, witnessing the exploitation of the poor, blind men drinking blood, and a living-dead society, often with religious overtones. This is all portrayed symbolically and provocatively of course, but the heavy-handed psychology and pretentious symbolism become tedious and aimless after a while. Evidently, the provocation and content in this movie were enough to cause a riot in Mexico.

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… Las reacciones no se hicieron esperar tras la proyección de la película en Acapulco. El público, indignado, comenzó a gritar insultos a la pantalla y poco a poco fue abandonando el recinto hasta quedar sólo una quinta parte al final de la proyección. Una nota publicada en Excélsior acusaba al realizador de haber encauzado la cinta con el fin de provocar escándalo, “(…)acumulando porquería y ofensas a la dignidad del propio público, que no tenía otra cosa que protestar violentamente (…)una película negativa desde que empieza hasta que termina, porque tal fue el propósito de un hombre que no puede conformarse con lo natural, con la normalidad de las cosas…”.

Los directores Servando González y Raúl de Anda pidieron se aplicara el Artículo 33 al chileno por considerarle “indeseable, extranjero y pornógrafo”. El Indio Fernández fue más allá, declaró que en cuanto lo viera lo iba a matar. Jodorowsky cuenta que ese mismo día tras salir escoltado del lugar en donde se presentó la película, se fue a su hotel, lugar el que se llevaba a cabo una habitual celebración nocturna. Al ver al Indio, le envió dos botellas de whisky y fue invitado a beberlas con el laureado director. Ya borracho, Fernández declaró a los diarios que en la próxima realización de Jodorowsky, él fungiría como asistente de director.

Fando y Lis pudo ser exhibida comercialmente hasta cinco años después de su realización en el cine Roble, durando en cartelera sólo cuatro semanas. El escándalo provocado en la Reseña de Acapulco ya se había olvidado y el filme pasó sin pena ni gloria por la pantalla de dicho cine.

Alejandro no fue expulsado del país, al contrario, filmaría aquí otras tres películas: El Topo (1969), La Montaña Sagrada (1974) y Santa Sangre (1989) y dos más en el extranjero: Tusk (1978) y The Rainbow Thief (1990). Entre sus proyectos frustrados se encuentran la adaptación de Dunas, realización que quedaría en manos de David Lynch, así como la de El Almuerzo Desnudo, de William S. Burroughs, con quien Jodorowsky incluso había comenzado a buscar locaciones; la novela fue finalmente llevada al cine por David Cronenberg….

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El hombre y la mujer en una misión suicida

alcanzar el primario edén es lo que les motiva.

La mujer y el hombre rezumando emociones.

pues viajan rodeados de chamanísticas actuaciones.

El hombre y la mujer caminando por el barro,

carga el hombre a la mujer en un carro.

La mujer al hombre le resulta carga

pero con amor su atención embarga.

El hombre a la mujer tratando con violencia

pues es un niño grande que ríe con inocencia.

La mujer y el hombre en un mundo de sexo hediondo

donde vivir, comer y follar son acciones de trasfondo.

El hombre y la mujer con canciones repetitivas,

tonadillas recurrentes que amenizan sus vidas.

Hombres y mujeres y un surrealismo locuaz

con el que Jodorowsky muestra de qué es capaz.

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…El film combina de manera magistral anticlericalismo, Complejo de Edipo, artillería política de izquierda, imaginería onírica avant-garde, chispazos de pederastia, dardos al mundo del espectáculo, prisiones carnales/ psicológicas superpuestas, fetichismo y una obsesión gloriosa con destruir cuanto tabú haya dando vueltas en el terreno de lo reprimido social.

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giovedì 9 settembre 2021

Jodorowsky's Dune - Frank Pavich

si può vedere uno dei più grandi film non girati.

per qualche giorno nei cinema è riapparso un documentario di qualche anno fa, nel quale Alejandro Jodorowsky e i suoi complici di Dune spiegano come sarebbe stato il film.

resta un librone con i disegni di Moebius, per un film troppo in anticipo per i tempi.

bene hanno fatto Frank Pavich e Alejandro Jodorowsky a lasciare traccia di un grande film immaginato (solo immaginato, per nostra sfortuna).

buona, immaginaria, visione - Ismaele


 

 

 

 

Per anni questo Dune mai girato è stato l'oggetto definitivo del desiderio cinefilo, assieme al noto librone contenente tutto il film scena per scena, illustrato da Moebius, con gli inserti di costumi e scenografie di Giger. Il manualone è la base dalla quale Jodorowsky rievoca oggi il suo film, raccontando per filo e per segno come sarebbe dovuto essere ma soprattutto rievocando l'incredibile storia di come sia partita e poi naufragata questa produzione, come abbia convinto quelle incredibili personalità a lavorare con lui e come li abbia stimolati per due anni a dare il meglio su un progetto che non si è mai fatto.

Il risultato è un documentario esilarante, in cui Frank Pavich, è molto bravo a scandire l'esuberanza dell'84enne Jodorowsky, alternandola con i bozzetti e le interviste agli altri interpreti dell'avventura, condendo i resoconti di come sarebbero state girate le scene con la visualizzazione (più o meno animata) dei disegni che furono fatti all'epoca.

Un lavoro di montaggio acuto e ritmato che mette il cineasta in seconda posizione per far emergere Jodorowsky, grandissimo interprete di se stesso e narratore dalla splendida capacità di trasmettere la passione e l'intensità di una ricerca totalmente folle, che procede per aneddoti tra l'improbabile e l'incredibile. Forse l'unica possibile maniera di analizzare a freddo come nasca l'arte.

Non manca un po' di agiografia e qualche esagerazione sulle possibili influenze che quel manualone di un film che non si è mai fatto, dopo aver girato molto negli studi di Hollywood, avrebbe avuto su tutta la fantascienza a seguire. Tuttavia è raro che un documentario di pura filologia cinefila sia in grado di restituire quel complesso di follia, entusiasmo e senso dell'avventura necessari per dar vita ad un film, raccontare cioè oltre ai fatti anche la sensazione della creazione di un'opera d'arte collettiva in uno degli ultimi periodi in cui esisteva ancora la convinzione che un film potesse cambiare il mondo.

Con questo documentario la storia del Dune mai girato da Jodorowsky ha finalmente una canonizzazione ufficiale con una narrazione degna del senso dell'epica, dell'ambizione e contemporaneamente del grottesco che ha circondato tutta l'impresa del making di un film tra i più importanti di sempre nella categoria di quelli "inesistenti".

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venerdì 21 maggio 2021

Musikanten - Franco Battiato

recupero un film di Battiato, e dopo averlo visto mi vengono in mente i primi versi di una sua canzone:

Parlami dell′esistenza di mondi lontanissimi

Di civiltà sepolte, di continenti alla deriva

Parlami dell'amore che si fa in mezzo agli uomini

Di viaggiatori anomali in territori mistici, di più

anche nel film c'è un viaggio nello spazio e nel tempo, per un progetto televisivo che, forse, sfugge di mano ai suoi autori.

non so bene se mi è piaciuto, ma forse questo verbo è anomalo, per questo film.

sotto avete il link al film, buona visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo

 

Dal linguaggio (la televisione e il modo di fare informazione) ai corpi ed alle forma di vita (Beethoven e la sua geniale anormalità) fino alla politica (la sequenza finale con l'annuncio del colpo di stato): Musikanten è un grido anarchico che scompagina la forma e le norme di ogni possibile schema visivo per giungere al cuore pulsante della vita, a quel gesto vitale che solo può resistere al potere di una politica omologante e normalizzante. Un'opera pieni di allusioni (ma la filosofia, quella vera, non è, come ricorda Deleuze, una gigantesca "arte dell'allusione"?), ricamata lungo continui interstizi spaziali e temporali, nicchie e angoli dove i corpi seguono nuove e possibili linee di fuga intrecciando la musica, il cinema, il video e la filosofia. Un film pieno di gesti e atti, stracolmo di volti straordinari (da quello di Juri Camisasca ad Antonio Rezza passando per lo stesso Sgalambro e per uno bravissimo Alejandro Jodorowski) che oppongono la loro giocosa e gioiosa "ecceità" ad una realtà sempre più leggibile e codificata. E forse proprio questo gesto formale e vitale avvicina il cinema di Battiato e Sgalambro a quello di Pier Paolo Pasolini: tutti "scrittori di cinema", "musicanti di immagini" sempre pronti ad avventarsi contro i limiti del linguaggio inventando nuove forme di vita,  altri modi di stare davanti e dietro ad una macchina da presa. Piccole urla di creatività, di scherzosa "rabbia" cinematografica lanciate contro l'omologazione di un'industria culturale sempre più ottusa e sorda al genio del singolo. Ad ogni festosa "ecceità".

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Un film che lascia senza parole e non perché si abbandoni solo alla musica, ma perché la prima reazione che suscita, per chi non abbia avuto la furbizia di fuggire dopo la prima mezz'ora, è il silenzio. Un silenzio pregno però di domande, prima fra tutte: come è possibile che un film del genere sia stato prodotto? Ancora: come hanno potuto artisti del livello di Alejandro Jodorowsky, ma anche un Fabrizio Gifuni e una Sonia Bergamasco, parteciparvi come attori? Ma soprattutto come pensare di farlo uscire nelle sale cinematografiche

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…non si è davanti a delle buone interpretazioni, ad una buona messa in scena. Jodorowsky è istrionico nella sua interpretazione, ma cade nell’esagerato e nell’odioso. Per non parlare delle battute “ultrafilosofiche e mistiche” che lasciano spazio a delle spontanee risate, che all’inizio fanno pensare a della buona autoironia, ma che in realtà sono considerazioni che appesantiscono inverosimilmente i dialoghi.

La particolarità di Battiato può risultare indecifrabile. Ma come accenna il direttore di rete della emittente del film “tutto è comunicazione, e il messaggio deve arrivare facilmente al pubblico”. Battiato rimandato.

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una stroncatura totale:

Imbarazzante. Non ci sono altre parole per descrivere l'opera seconda del musicista Franco Battiato. Attraverso una narrazione dalle pretese oniriche si passa dai giorni nostri all'Ottocento e si ha modo di entrare in contatto con le ultime giornate di, nientepopodimeno che, Ludvig van Beethoven. Ma veniamo ai difetti. La pretenziosità prima di tutto, subito evidente negli improvvisi inserti in digitale sporco che sembrano più derivare dal caso che da una precisa scelta stilistica; così come non si percepisce alcuna direzione degli attori, che vagano senza controllo ripetendo a pappagallo, e con falsissima convinzione, frasi di cui sembrano ignorare il significato. In particolare, davvero imbarazzanti Sonia Bergamasco in abiti maschili e boccoloni nei panni del principe Lichnowsky, amico e mecenate di Beethoven, e Fabrizio Gifuni con capello lungo e sorriso costante stampato sul viso. Per tacere del grande regista Alejandro Jodorowsky. Si butta con mimica eccessiva nel ruolo rischioso di Beethoven e non esibisce alcun carisma (certo, il doppiaggio gracchiante e fuori sincrono non lo aiuta). Ma proprio tutti gli elementi cinematografici risultano insalvabili: il montaggio sbaglia i tempi, i costumi paiono raccattati dove capita, la scenografia è di una povertà che non ha nulla di rigoroso, la fotografia appare sbiadita. Anche la musica, ricercata per evitare scelte banali, non arriva. Ma il peggio del peggio è nelle pretese intellettuali della sceneggiatura (dello stesso Battiato con il filosofo Manlio Sgalambro) che sfida, perdendo, il ridicolo, costruisce sequenze dall'imponderabile valore aggiunto e azzarda dialoghi di sublime vacuità ("esporre l'esoterico a chiunque non va bene", "prenda contatto con l'alluce destro", "le auguro la migliore delle cacate, senza difficoltà, in questo meraviglioso cesso!").
Ed ora passiamo ai pregi: non pervenuti.

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lunedì 4 giugno 2018

Alucarda - Juan Lopez Moctezuma

una storia di diavoli nei corpi di giovani ragazze, suore abbastanza cattive, un esorcista violentissimo, morti quanto basta, mistero, violenza, amore nel giusto mix, attrici bravissime, un regista che si era fatto le ossa con Alejandro Jodorosky, citazioni numerose, ma non disturbano, il tutto in poco più di un'ora, da vedere e rivedere.
non adatto per i cinema parrocchiali, ca va sans dire.
godetene tutti, buona visione - Ismaele



QUI il film completo in spagnolo

QUI il film completo in inglese, con sottotitoli in portoghese


Justine, una ragazza rimasta orfana, viene condotta in un convento dove trova come compagna di camera una giovane dal fascino oscuro, Alucarda, la quale la inoltra nell’adorazione del diabolico sovvertendo così ogni regola sacra presente in quel luogo. Un plot del genere non poteva che deliziarci con una pellicola tetra, blasfema e contorta, dove le derive lesbo-sataniche di marca exploitation incontrano altre di stampo vampiresco.
“Alucarda, La Hija De Las Tinieblas” (questo il titolo originale) prende ispirazione da una moltitudine di riferimenti: da Sheridan Le Fanu (per la sceneggiatura), da De Sade (la scelta non casuale di chiamare Justine la ragazza innocente) e ovviamente da Ken Russell (“I Diavoli” resta un’opera seminale per lo sviluppo di molti lavori successivi dalle tematiche simili)…

Alucarda (Alucarda, la hija de las tinieblas) è un piccolo capolavoro - girato alla fine del 1975 ma distribuito solo nel 1978 - del regista messicano Juan Lopez Moctezuma (1932-1995), autore di pochi film, ma tutti veramente interessanti (fu già collaboratore di Alejandro Jodorosky su El Topo, di cui Moctezuma è stato anche produttore). 
La protagonista Alucarda (Tina Romero) è una giovane scapestrata che arriva in un convento dove conosce Justine (Susanna Kamini), l'eroina-vittima creata da De Sade, che lì vive. Alucarda ha un passato molto tenebroso (E' una strega? E' la figlia di Satana?) ed è soggetta a forze maligne, e Justine cade presto sotto la sua influenza.
Al di là della trama (che incorpora pure echi di Carmilla di Sheridan Le Fanu), ciò che rende il film un capolavoro sono la ricercatezza e la bellezza delle immagini (anche grazie all'esperta illuminazione del direttore della fotografia Xavier Cruz), con scenografie e costumi che colpiscono per la surreale qualità e che sono l'aspetto caratterizzante della pellicola, insieme alla follia con la quale viene raccontata la storia di un'indemoniata volontaria, interpretata con estrema generosità da Tina Romero…

 Entrar en el universo de Moctezuma es sumergirse en un mundo fascinante, decadente, repleto de luces y sombras que resaltan los tétricos decorados casi orgánicos en los que habitan las jóvenes internas y la orden religiosa, que viste unas irreales túnicas a base de gasas que casi las asemeja a momias y que también nos evocan la pintura Muerte de Marat de David. Y es que Alucarda, la hija de las tinieblas tiene una puesta en escena pictórica, las secuencia se suceden como auténticos tableaux vivants, y los siniestros decorados casi evocan las Carceri d’Invenzione de Piranesi. Es este tratamiento de la fotografía, la escenografía y el vestuario, el que la eleva por encima de otras producciones de su momento, y ello a pesar de que es fiel a las estrategias narrativas de los 70s (zooms, filtros, cámara lenta). Igualmente setentero es el desarrollo de lo erótico con ese efecto flow, pero, aunque sus escenas de fino erotismo estén rodadas con un filtro a lo Hamilton, resultan mucho más carnales que las del fotógrafo y cineasta inglés. Son unas escenas poderosamente sexuales, en especial el fascinante beso sangriento entre las dos jóvenes protagonistas. Gran parte de su sensualidad es responsabilidad de Tina Romero en la piel de Alucarda, con sus largos cabellos, su mirada penetrante, y sus ropajes negros, la joven encarna perfectamente la condición de bella y réproba tentadora que exige su personaje. De hecho, el trabajo actoral de Tina está por encima del de sus compañeros de reparto, aunque merece mencionarse a Claudio Brook, actor habitual de Luis Buñuel, que aquí interpreta dos papeles totalmente diferentes demostrando una versatilidad digna de Lon Chaney, y a Tina French, que interpreta a la hermana Angélica, la cara opuesta de Alucarda…