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venerdì 29 giugno 2018

Scomparsa - Atom Egoyan

questo film è stato stroncato dalla maggior parte della critica, su Imdb non arriva a 6.
Atom Egoyan è uno di quei registi da prendere o lasciare, ha il suo stile, i suoi ritmi, i suoi modi di raccontare, sposta il tempo come vuole, è lento, ma a me i film di Atom Egoyan piacciono, e questo pure.
cercatelo, non ve ne pentirete, la banalità del male non va mai in vacanza.
buona visione - Ismaele




The Captive es una obra que, desde el punto de vista formal, cuenta con un notable trabajo de fotografía de Paul Sarossy, que saca gran partido del gélido paisaje de Ontario. La cámara se mueve con elegancia en todo momento, extrayendo algunas imágenes poderosas, del mismo modo que la nieve, tan presente en sus imágenes, funciona como perfecta metáfora de la frialdad con la que actúa el villano de la historia, capaz de moverse en sociedad como un tipo respetable sin despertar la mínima sospecha. El mayor error de la película, como se comentó anteriormente, es no dejar nada para la imaginación desde el primer momento. La falta de sorpresas, unida a un desarrollo monótono, evita que The Captivetrascienda de la manera contundente que lo hizo Prisioneros. Las comparaciones son odiosas y, siendo realistas, hay que reconocer que ambos filmes comparten demasiados puntos en común (la investigación paralela de progenitores y policía y el dibujo de estos personajes, principalmente) que se acentúan por el escaso margen de tiempo que separa a sus respectivos estrenos. Mientras que la cinta de Villeneuve fue capaz de crear gran tensión y planteó polémicas reflexiones sobre hasta qué punto es correcto tomarse la justicia por su mano, el filme de Egoyan avanza con desidia a través de una narración mucho más lineal y burda de lo que quiere parecer a través de sus constantes saltos en el tiempo. El comportamiento absurdo de algunos de sus personajes en momentos claves de la historia logra un efecto anticlimático que tira por tierra cualquier oportunidad del filme de alcanzar el más mínimo calado dramático. The Captive acaba siendo el típico producto que, de haber venido de otro director, podría haberse tildado de correcto. Sin embargo, viniendo de un autor con las posibilidades de Egoyan, no puede calificarse más que de completo fracaso.

…Esta buena intención del realizador, sin embargo, no llega a cruzar el quicio de un esquema muy cerebral, una red artificiosa y, en mi opinión bastante obtusa, que lejos de profundizar en los personajes nos pierde en la cáscara de la estructura. Aparte de la desesperación que produce a un espectador medio descifrar el damero temporal del film, éste resulta descarnado, como irreal, vacío de carne y sangre, a pesar de la buena factura icónica de planificación y encuadre de un experto cineurgo.
Ni el voyerismo, ni la soledad mediática, ni las relaciones, ni el origen de las motivaciones pedófilas, ni la denuncia social llegan a cuajar en Cautivos. Pero es que ni siquiera sus ingredientes de thriller están bien administrados, pues, cuando en una historia el desenlace se ofrece desde el comienzo, al menos el interés ha de producirse en el matiz del desarrollo. Resulta curioso que la publicidad y la sinopsis oficial pretenda venderla por el “suspense”.Ya películas como Adoration, Chloe o Condenados, habían intentado mezclar su universo habitual con intriga policíaca, recursos de thriller, quizás para acercarse más a los patrones de Hollywood.Para más inri la secuestrada, ya adolescente, coadyuva en la ruin tarea de atrapar nuevas víctimas de la pedofilia en manos del morboso y aparentemente inhibido psicópata.En resumidas cuentas todos los personajes son los hilos de una misma telaraña, el mundo solitario de seres convertidos en pixeles de imágenes ausentes y programadas.
¿Cuál es problema de fondo del film? Que el realizador cae en la trampa de su propio enfoque y convierte a sus personajes en muñecos de un guiñol sin carne y sangre, un laberinto en que se pierde estéticamente su obra a medio camino entre la comercialidad y el divismo. Una pena, porque Atom Egoyan, autor de culto y notables cualidades, cae víctima de su propia inteligencia y lo que podría ser una brillante parábola sobre el aislamiento de un mundo hipertecnificado se queda en el entramado de una desangelada estructura vacía, desencarnada y sin alma, un curioso y arriesgado ensayo fílmico, nada más.

Tutti sono costretti infatti in qualche modo a incarnare un ruolo “altro” in The Captive: la ragazzina rapita e il rapitore costruiscono una relazione padre-figlia, i poliziotti si devono spacciare per adescatori pedofili su internet e persino da vittime di rapimento a loro volta, mentre il padre della ragazza si trova suo malgrado ad essere il principale accusato del crimine e deve infine trasformarsi egli stesso in detective.
Tutto questo gioco di incastri e di raddoppiamenti viene ancorato da Egoyan ad una semplice ma ficcante dicotomia linguistica, quella tra “trucco” (trick) e “artificio” (gimmick) dove si intende, come ben spiega la bambina al padre in una delle prime sequenze del film, nel primo caso un inganno immateriale, psicologico, mentre nel secondo una falsificazione di stampo più materiale. E su questa distinzione nodale si gioca anche l’aspetto più teorico di Captives, perché sono in fondo proprio questi gli ingredienti basici del cinema, capace di sedurre e ammaliare rapendoci dalla realtà con una serie di meccanismi di natura psicologica ma anche meccanica, sempre pronti, come in questo caso, ad essere rimessi in moto.
Senz’altro più riuscito delle ultime due pellicole dell’autore di origine armena, pensiamo al noir pseudo erotico Cloé e al fiacco (e attualmente nelle sale) thriller rurale Devil’s Knot – Fino a prova contrariaThe Captive recupera evidentemente molte delle tematiche care ad Egoyan, dall’infanzia “rubata” (Il dolce domani) al rapimento con il suo correlato di seduzione e coercizione (Il viaggio di Felicia), all’utilizzo di strumentazioni di ripresa che penetrano nell’intimità dei personaggi (Exotica). Ma in tutta questa operazione di recupero di temi propri alla sua filmografia, Egoyan sembra perdere lo smalto e la sincerità, incastrandosi da solo in una rilettura di sé stesso che, sia essa trucco o artificio, non porta il suo cinema da nessuna parte.

…Atom Egoyan s’intéresse plus au caractère psychologique de son thriller qu’à sa résolution. Il cherche à susciter des interrogations sur l’influence que les protagonistes peuvent avoir les uns sur les autres. Aussi la construction du film tend à exacerber le ressenti des protagonistes sans le rendre intelligible pour autant. Les réels enjeux ne sont pas ceux auxquels peuvent s’attendre les spectateurs – aussi le réalisateur s’en déleste franchement. La relation entre Cassandra et le pédophile qui l’a enlevée ne semble intéresser Egoyan que dans la perversion qu’ils partagent maintenant ensemble. S’il expédie par le dialogue toute ambiguité sur la réalité vécue par l’enfant lorsqu’elle excitait son bourreau, il esquisse une relation troublante où les jeux de manipulation s’avèrent pluriel.
De la même manière la relation entre les parents de Cassandra – toujours amoureux mais incapables de s’aimer – est abordée sous l’angle du reproche. Chacun des protagonistes est mu par ses obsessions et offre ainsi la possibilité au réalisateur de mettre en scène les siennes. De l’image vidéo aux caméras des téléphones portables, Egoyan n’a de cesse de questionner le voyeurisme et le regard, l’objectivité et la subjectivité des images.
Une dynamique sans cesse présente tant dans la construction narrative du film (où Internet et les liaisons satellites jouent un grand rôle) que dans l’approche esthétique du réalisateur. Il pense ainsi son cadrage avec soin, composant des effets de surcadrage, de reflet ou de division, et ancrant plusieurs dynamiques de point de vue qui participent pleinement au suspens général.

venerdì 21 luglio 2017

Devil's Knot - Fino a prova contraria – Atom Egoyan

Atom Egoyan gira negli Usa una storia nella quale l'unica certezza è che tre bambini di otto anni vengono ritrovati ammazzati, con una fine crudele.
cosa è successo non lo sapremo mai, che quei tre ragazzi condannati non sono colpevoli è un'altra ipotesi.
non è un film dell'orrore o di violenza, per buona parte è girato in un tribunale.
Colin Firth è l'attore più famoso, un investigatore privato che fa bene la sua parte, in un gioco già deciso dalla vox populi (e dalla tv che amplifica gli umori).
chi si aspetta grandi scene madri sarà deluso, è un film fatto di silenzi, di sguardi, di attese.
a me è piaciuto - Ismaele






Dotato di un gusto particolare per l'essenziale, in questo caso il regista non lascia grande spazio all'espressione emotiva della vicenda, ma si concentra sulla ricostruzione del caso riuscendo allo stesso tempo a descrivere con particolare "fastidio" l'ottusità di una certa provincia americana guidata dal bisogno di aderire a delle convenzioni sociali obsolete.
Una scelta a prima vista fredda e piuttosto drastica ma che invece rappresenta chiaramente la posizione assunta da Egoyan rispetto all'insieme piuttosto confuso di stravolgimenti emotivi e prove inquinate che hanno caratterizzato il caso. Attento, scrupoloso e non nascondendo una sua personale opinione, il regista non cede alla tentazione d'imporre la propria presenza e, utilizzando l'eleganza moderata di Colin Firth, veste il doppio ruolo di osservatore e narratore. In questo modo l'attore, anche se posizionato sempre in una posizione marginale rispetto alla scena del delitto e allo svolgimento processuale, rappresenta lo sguardo con cui il pubblico raccoglie informazioni sulla realtà rappresentata. Stanco e fiaccato dai suoi insuccessi personali, il personaggio continua a lottare spinto dall'ideale di giustizia e dalla necessità di salvaguardare un futuro minacciato proprio dagli uomini. Per questo, seduto tra la folla o sul fondo dell'aula, Colin Firth continua ad imporre la sua presenza mai invasiva per definire il particolare all'interno di un insieme universale. Un lavoro che Egoyan svolge, allo stesso tempo, con la macchina da presa intervallando close up intensi a campi lunghi per raccontare le reazioni dei singoli in relazione con una comunità spesso soffocante e impersonale. Il tutto con un minimalismo che potrebbe rasentare la freddezza, ma che lascia spazio alla forza naturale del dramma liberato da ogni orpello narrativo.

Egoyan mette in scena un film crudo, freddo, quasi analitico. Il caso giudiziario viene preso in esame non tralasciando nessuna parte. La sequenza del ritrovamento dei tre cadaveri è un vero pugno nello stomaco  oltre ad essere una delle rare volte in cui un poliziotto americano viene mostrato sconvolto per un cadavere (siamo lontani anni luce dalla situazione alla CSI dove i detective sono dei superumani immuni alle emozioni). Di contro il lavoro che fa Egoyan alla regia è a tratti quasi documentaristico: pochissimi esterni e molte scene in tribunale, è quasi un esposizione pura  dei fatti riportati sul verbale del caso. Più romanzata è invece la parte che riguarda le motivazioni personali di Ron Lax. Egoyan però non esagera mai e rimane sempre fedele all’impostazione “realistica”, non prova nemmeno a dirci chi ha ucciso i tre ragazzi, nella realtà non si è mai saputo e quindi lui non si sente in diritto di inventarselo. Insomma promosso a pieni voti…

…Facile accostare, quantomeno per ambientazione, quest’ultimo a Fino a prova contraria. Ma la spettrale freddezza del racconto visivo e il peso quasi insostenibile di ogni suo fotogramma, sottolineato da continui flashback e flashforward, rendono Fino a prova contraria il frutto di un pessimismo senza fondo. Come se l’animo umano non si potesse mondare dal marciume di cui è destinato a nutrirsi, e sia costretto a convivere con i propri errori, a volte intravedendo una piccola luce (come la madre di uno dei tre bimbi assassinati, interpretata da una convincente e dolente Reese Whiterspoon), più spesso preferendo crogiolarsi nelle sue sciocche certezze, alimentate dal peso delle menzogne.
Con astuzia, Egoyan e gli sceneggiatori non forniscono certezze, ma accennano e ipotizzano delle possibili soluzioni, smentibili perché anch’esse puramente indiziarie. Si spiegano così alcuni salti logici nello script, come a sottolineare l’impossibilità del raggiungimento di una verità universale. Nerissimo e cupo nel suo gelido spessore, Fino a prova contraria inquieta, insinuandosi silenziosamente sotto pelle. Un bel ritorno, per un maestro del cinema contemporaneo.

…Il problema è che Devil's Knot - Fino a prova contraria non fa quel che sarebbe stato più intelligente fare: osservare la storia attraverso i risvolti psicologici, dal punto di vista dei personaggi, magari da un punto di vista popolare. In questo film invece non c'è un vero e proprio approfondimento, tutto sembra trovarsi là per caso e i margini su cui gli stessi attori hanno potuto lavorare sono minimi. E allora ci ritroviamo con una brava e sfattissima Reese Witherspoon alle prese con un personaggio (Pam Hobbs) insipido, quasi appena abbozzato nonostante la sua importanza, e con un Colin Firth assolutamente imbambolato e monocorde nel ruolo di un investigatore privato che chissà perché prende tanto a cuore una vicenda del genere. Non parlo degli altri attori, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.
Credo che le colpe però siano da dare soprattutto alla coppia di sceneggiatori, Paul Harris Boardman e Scott Derrickson. Quest'ultimo (regista di Sinister) delude ancora una volta in fase di scrittura soprattutto quando affronta la componente religiosa, presente e per lui (si sa) molto importante ma qui trattata come nel peggior film televisivo del pomeriggio presto. Ed è proprio dal punto di vista della sceneggiatura che il film vacilla maggiormente. E sembra che la lezione impartita in questi ultimi anni da illustri predecessori (uno su tutti? Mystic River) non sia stata realmente recepita. Un vero peccato, perché una storia del genere avrebbe meritato molto di meglio. Non di certo questo film assolutamente inutile che non lascia nulla se non un gran senso di delusione. E questa è la cosa peggiore di tutte.

Il grande assente alla fine è proprio la cultura metal - occultistica, che avrebbe fornito sulla carta un ottimo spunto cinematografico. In particolar modo essere riusciti a rendere non interessante un personaggio come Damien Echols (il principale accusato) deve essere stato non semplice dati i diversi livelli di lettura (dal disagio sociale, alla follia, all'intellettualismo) con cui poteva essere affrontata la sua vicenda umana. Sarebbe forse bastato assegnare il ruolo alla stella in ascesa Dane DeHaan invece di relegarlo inspiegabilmente in un ruolo minore. Ma Egoyan non persegue neanche la strada del film di critica sociale: alle gravissime colpe della polizia o all'oppressione religiosa nella Bible belt viene dedicato il minimo tempo possibile. Insomma questi fatti sono successi senza contesto, senza significato, quasi verrebbe da dire senza conseguenze, e il punto di vista da cui vengono guardate è quello della lettura del verbale. Forse Egoyan si è fatto bloccare dal timore di dire qualcosa di improprio in una vicenda che aveva già causato tanto dolore nella realtà?
Notare come il trailer sia volutamente ambiguo, dato che i) fa vedere DeHaan in manette (così suggerendo sia uno degli imputati, quindi uno dei protagonisti), ii) si basa in buona parte sui sogni in modo da tale da far credere che si tratti di un horror quando invece è un legal thriller e pure piuttosto piatto.

domenica 28 maggio 2017

Il viaggio di Felicia – Atom Egoyan

un Bob Hoskins da Oscar per un personaggio complesso, in una storia che sembra semplice.
ma le apparenze ingannano, gentilezza, amore, sincerità sembrano vere, ma poi...
povera Felicia, in cerca del padre del figlio che verrà, e fortunata a trovare il signor Hilditch.
un piccolo capolavoro da non perdere - Ismaele



Tratto dal romanzo di William Trevor e diretto da Atom Egoyan (autore de "Il dolce domani" e "Exotica") con alcuni adattamenti, il film punta molto sulla psicologia dei personaggi, entrambi influenzati in maniera negativa dai genitori, ed entrambi solitari e in fuga dalla realtà. Anche la figura di Hilditch è diversa da quella del solito killer, ma è un analisi accurata sulla psiche fragile e emotiva del protagonista.
È un film interessante che rispecchia le altre opere di Egoyan, che si avvale della straordinaria performance di Bob Hoskins, e che avrebbe senz'altro meritato di vincere il festival di Cannes.

…Egoyan all'apparenza propone un cinema classico sotto tutti i punti di vista eppure "Il viaggio di Felicia" è estremamente innovativo nel linguaggio. Se a prima vista assume i toni del road movie, del romanzo di formazione o del classico film drammatico che sottende una profonda storia di amicizia, ben presto e in modo molto graduale, emergono i toni del thriller psicologico, dove il personaggio di Hilditch rivela il suo volto di killer seriale. Quell'uomo mite e gradevole svela i suoi segreti a cominciare dal suo rapporto morboso con la madre, diva del mondo della cucina, che continua a coltivare attraverso le registrazioni dei suoi programmi.
Il film si apre con una telecamera che indugia in una casa arredata con gusto retrò e con un uomo che si diletta con grande passione nella preparazione di deliziosi manicaretti. Si utilizza una musica soave anch'essa di gusto antico, che crea un'atmosfera calda, accogliente ma soprattutto gioiosa. Il personaggio di Hildich è interpretato magistralmente da Bob Hoskins dall'apparenza rassicurante e bonaria. Piccole cose disturbano quella idillica quiete solitaria domestica, ovvero alcuni sguardi e uno sgabuzzino pieno di prodotti per la cucina tutti ancora incartati…

...Egoyan abbandona la rigida linearità per affidarsi alla mancanza di vettorialità: rompe gli schemi della stretta cronologia per affidarsi alla disomogeneità narrativa, ma non al disordine. Quello che viene a crearsi è una specie di mosaico che piano piano si ricompone per formare un corpo unico, visto da differenti angolazioni e da prospettive temporali poste su livelli discrepanti, le quali si uniscono per dare un corpo unico, monolitico e granitico nella sua riuscita finale. Lo stesso regista spiega la sua scelta di campo, ormai caratteristica del suo modo di fare cinema, con una logica ferrea che evidenzia una volta di più la sua grande coerenza stilistica: «Usare il tempo in maniera strettamente lineare mi fa sentire come in prigione. La mente, per sua natura, fluttua avanti e indietro tra le diverse esperienze quando esse si relazionano con le circostanze del tempo presente, e per me è assolutamente essenziale strutturare i film in questo modo. La nostra diffidenza nei confronti di una narrazione non lineare è una conseguenza del fatto che la maggior parte dei film non approfitta delle possibilità del mezzo cinematografico. Sono convinto che quando si mostrano scene frammentate o sequenze non cronologicamente lineari, che a prima vista sembrano prive di coesione, ci sia in realtà un grande impulso creativo ed una interazione con il pubblico che deve rimettere assieme i pezzi. Questa tecnica rende attivi gli spettatori, li tiene impegnati - li rende più coinvolti nella storia - a patto che, ovviamente, io riesca a conquistarmi la fiducia del pubblico. Il pubblico ti seguirà nel viaggio del film se sa che i pezzi del film, ad un certo punto, si ricomporranno in un quadro».

…Egoyan is such a devious director, achieving his effects at a level below the surface. He never settles for just telling a story. He shows people trapped in a matrix of their past and their needs. He embraces coincidences and weird lurches in his plots because he doesn't want us to grow too confident that we know how things must turn out. He almost never provides a tear-jerking scene, an emotional climax, a catharsis. It's as if his films inject materials into our subconscious, and hours later, like a slow reaction in a laboratory retort, they heat up and bubble over.
You leave "Felicia's Journey" appreciating it. A week later, you're astounded by it.

giovedì 6 ottobre 2016

Adoration – Atom Egoyan

un film con la solita sceneggiatura che non fa una piega, tutto si sviluppa e poi si chiude con precisione.
appare ancora un ufficio dogane all'aeroporto e una ricerca della memoria.
ognuno ha le sue memorie e le sue fantasie, ma grazie a Sabine, motore della storia, i nodi si sciolgono e Simon conoscerà quello che non sapeva dei genitori, riuscirà a (ri)costruire dei pezzi mancanti del puzzle della sua vita, e di chi gli è stato vicino.
un film che merita molto (come tutti i film di Egoyan) - Ismaele






Some viewers may find the film confusing; I found it absorbing. One problem with reviewing an Egoyan film is that you find yourself struggling to describe a fractured plotline and what characters (and we) may believe at one point and not later. This can be confusing and unsatisfactory. Yet the way the film presents emotions are clear. Why does Egoyan weave a tangled web? Because his characters are caught in it. Our lives consist of stories we tell ourselves about our lives. They may be based on reality, but not necessarily, and maybe they shouldn't always be. If you couldn't do a little rewriting, how could you stand things?

Egoyan stavolta ha tutto saldamente in pugno, lega lo spettatore al suo fascinoso teorema senza mai fermarsi a rimirarselo, offre un glaciale spaccato del suo stile inconfondibile, firma una delle sue opere più esatte, in cui sono le immagini a veicolare i significati in gioco travolgendo con il loro limpido mostrare  tutte le pallose speculazioni e i noiosissimi dibattiti sulle deformazioni operate dalla Rete, rendendo pienamente il percorso di formazione del suo protagonista. Brandisce una lama che ci trapassa la carne, dissanguandoci senza dolore apparente.
Venite, adoremus.

…las actuaciones de Scott Speedman y la engmática y sensual Arsinée Khanjian (brillante actriz que no solo parece la hermana secreta de Isabella Rossellini, es, además, Madame Egoyan en la vida real) dan un carismático contrapunto a la historia, como figuras que se relacionan inextricablemente con el destino del muchacho y su trágico origen. Complementa el cuadro la fotografía sublime de su tradicional colaborador, Paul Sarossy, misma que juega con la profundidad de campo y con la saturación de los colores y participa en esa atmósfera siempre al filo de la navaja entre lo sobrenatural y lo cotidiano, típica del autor de la memorable Exotica. La película, según el productor, director y guionista es decir, Egoyan presenta al espectador diferentes objetos de adoración. Algunos son antiguos. Otros son nuevos y peligrosos, porque son inéditos. 11-S, campos de concentración nazis, Navidad: como narrador, Egoyan no se priva nada en Adoration, y su maestría como gran cineasta se manifiesta en cada segundo de esta película en la que los personajes nunca son lo que parecen.

mercoledì 21 settembre 2016

Il dolce domani – Atom Egoyan

tratto da un gran bel libro di Russell Banks, il film racconta una storia dolorosa, in una comunità piccola, muoiono diversi bambini, in un incidente stradale, il piccolo pullman giallo guidato da Dolores cade nel lago ghiacciato.
tutti hanno il loro dolore da affrontare ed elaborare, quando appare un avvocato che fa capire che sia possibile ricavare dei soldi dalla disgrazia.
e questo scava fossati e facilita alleanze fra chi vive in quel villaggio, e Atom Egoyan, come sa fare lui, ci fa vedere tutto questo, e anche altro.
un piccolo, inquietante, gioiellino da non perdere - Ismaele








Nuovo sorprendente film (eccezionale, direi, per il pacato e interiore sussulto che provoca) di Egoyan, che dopo Exotica regala nuove emozioni soffocate, anche se questa volta il film è decisamente meno spettacolare, più misurato. La vicenda ricavata da un racconto di Russel Banks (è il primo soggetto non originale di Egoyan), narra di una tragedia avvenuta in un piccolo paese, una piccola "comunità" (tema chiave), in cui tutti i bambini perdono la vita in un incidente mentre il bus li sta portando a scuola; a questo punto, giunge in paese un avvocato dal comportamento ambiguo che, non si sa se per puro interesse speculativo o per vera passione persecutoria delle ingiustizie, cerca di convincere i genitori ad avviare una causa per inchiodare alle proprie responsabilità eventuali colpevoli di questo incidente.
Egoyan tratta liberamente l'originale struttura della novella che prevedeva la presenza di quattro voci narranti, corrispondenti ad altrettanti personaggi, e imbastisce un racconto più cinematografico, basato soprattutto sul personaggio dell'avvocato (Ian Holm) e sull'affiorare "deleuziano" di memorie sparse, che piuttosto che a una ricostruzione legale coerente dei fatti, puntano alla ricostituzione di un'identità ai gruppo che la tragedia prima, l'arrivo dell'avvocato poi, contribuiscono a disgregare. Questo spirito comunitario, va sottolineato, non è visto come il migliore dei mondi possibili, anzi riproduce al proprio interno molti dei difetti delle comunità metropolitane più grandi: è, però, un'occasione pressoché unica di osservare etologicamente i processi che si svolgono al suo interno…

Tutti i personaggi di Atom Egoyan sono schiavi dei fantasmi, delle visioni, dell'incapacità di stabilire un rapporto umano diretto nel momento in cui sono sempre alla ricerca di media(zioni) e surrogati. Come risarcire la perdita dei figli? L'avvocato interpretato da Ian Holm offre soldi (ai clienti, alla figlia) e non si rende conto che sta speculando sul dolore altrui, alla vana ricerca di un antidoto per il veleno della vedova nera (la droga) che ha intossicato sua figlia…

 Il dolce domani è una pellicola troppo presto dimenticata, perché parla di tematiche importanti e profonde con le quali il quotidiano di ognuno ha a che fare. E' il confronto-scontro fra la società di oggi, con i suoi disvalori, i suoi miraggi, la sua capacità straordinaria di assuefazione al disumano, e la microcomunità, che si regge su regole semplici, che si autoalimenta con l'isolamento, immunizzandosi dall'esterno. E' anche la rappresentazione dell'individuo ad autodeterminarsi. Da una parte l'avvocato, padre fallito e incapace di relazionarsi con la figlia tossicodipendente. La sua violenza verbale e legale mette di fronte alle proprie convinzioni i potenziali clienti, genitori delle vittime, smaschera le loro debolezze, le inadeguatezze, ne misura il grado di inquinamento morale,e insinua loro nuove paure. Dall'altra parte c'è Nicole, una ragazzina, un' adolescente superstite, che vittima del rapporto condizionante e forse incestuoso col padre, opererà un'azione di ribellione e di dignitosa opposizione al disegno malato del mondo adulto, restituendo così alla piccola comunità il senso della sopravvivenza. Appassionante e coinvolgente, l'intreccio si snoda  fra inquadrature di esterni esteticamente rilevanti, e dialoghi in spazi interni sempre densi e importanti. Il tramite della storia, l'autobus giallo che portava i bambini verso la civiltà, è quasi sempre abilmente staccato dal suo contesto…

This story is not about lawyers or the law, not about small-town insularity, not about revenge (although that motivates an unexpected turning point). It is more about the living dead--about people carrying on their lives after hope and meaning have gone. The film is so sad, so tender toward its characters. The lawyer, an outsider who might at first seem like the source of more trouble, comes across more like a witness, who regards the stricken parents and sees his own approaching loss of a daughter in their eyes…

The Sweet Hereafter is based on the novel by Russell Banks, but Egoyan has infused it with his own inimitable style. One of the film maker's more successful innovations is to make explicit comparisons between the situation in Sam Dent (the loss of the children) and the one in the Robert Browning poem, "The Pied Piper of Hamelin." In the "Pied Piper," the lone crippled boy left behind by the Piper forever regretted his exclusion from a land where "everything was strange and new." It could be argued that, in The Sweet Hereafter, the abandoned one is Nicole. The sweet hereafter is the strange, new land that her schoolmates reach, but which she has not yet attained.
The most intriguing character is Mitchell. The best-developed of all of The Sweet Hereafter's numerous multifaceted individuals, Mitchell proves to be a sympathetic figure even though his influence is negative. The lawyer is not only after a quick buck (he gets 1/3 of the proceeds from any favorable settlement), but he believes that his own tragedy forges an emotional link between him and the residents of Sam Dent. What he can't see, however, is that his private agenda is tearing asunder the fabric of the community. Personal demons and an obsession to assuage his own guilt, not a need to see justice done, drive Mitchell.
As always, Egoyan has assembled a top-notch cast. Ian Holm paints a powerful and stirring portrait of Mitchell as a haunted, hurting figure whose inner torment touches our hearts. Holm acts with his eyes and face, as well as with his voice and actions. The actor's shining moment is when Mitchell relates the story of how, as an infant, his daughter nearly died from a spider bite. It is during this scene, more than any other, that the audience truly connects with a character that, under other circumstances, might be worthy of disdain…


sabato 17 settembre 2016

False verità (Where the Truth Lies) – Atom Egoyan

una coppia di attori di spettacoli comici dal vivo è al massimo della popolarità e dell'adorazione del pubblico, sono così famosi che addirittura sono scelti per guidare il telethon.
capita poi che le cose non vanno come dovrebbero, muore una ragazza (Rachel Blanchard) dopo una notte di eccessi, i rapporti fra i due attori (Colin Firth e Kevin Bacon) si incrinano, ma quella morte viene dimenticata.
finché non arriva una giornalista/scrittrice (Alison Lohman) che vuole capire qualcosa in più.
e alla fine del film i misteri si sciolgono.
bravissimi gli attori, merito anche di Atom Egoyan, che non farà un film perfetto, ma mai lascia indifferente, fino alla fine non sai mai cosa è successo, se non sei chi ha scritto la sceneggiatura.
buona visione - Ismaele








False verità è stilisticamente notevole.
La struttura è complessa: il racconto degli eventi è intervallato da flashback, sprazzi di passato che diventeranno tessere del mosaico finale.
L'immagine è ricercata: gli ambienti sono sfarzosi, la fotografia è elegante, luci e colori vengono sapientemente gestiti, la regia sa essere vivace e dinamica ma anche compassata e suadente.
I personaggi sono intriganti: la caratterizzazione è ben delineata, anche ad opera di una prova recitativa decisamente positiva che rende interessanti i vari profili.
La trama, elaborata e complessa, si svolge nel camaleontico mondo dello spettacolo. Un mondo fatto di colori ed immagini studiati ad arte per colpire ed affascinare (secondo il concetto più classico di spettacolo, di televisione). Ma è un fascino sinistramente morboso, di cui ricchezza ed ipocrisia nascondono le putrescenze. I visi belli e sorridenti delle star mascherano individui che, a riflettori spenti, strisciano nei meandri della perdizione tra droga e alcool, sesso e perversioni. Vino di lusso accompagnano casse di aragoste, mentre sotto gli occhi di un voyeur impasticcato donne drogate si perdono inconsapevolmente in un lascivo amore saffico.
Ecco perché la storia, seppur tratta dal romanzo di Rupert Holmes (2003), evoca immagini alla James Ellroy. Perché sembra trasudare quella dissolutezza degli ambienti mondani tipica delle opere di e della sua Los Angeles anni '60, così sudicia e così corrotta. E' un crudo affresco di una generazione arricchita, che ha imparato a sognare stando davanti e dentro al televisore. E' il gioco perverso del mitico "american dream": la promessa di un paradiso a portata di mano per chi sa farsi apprezzare, finché l'ebbrezza dell'ascesa causa e nasconde la vertiginosa caduta nella svilente abiezione umana…

…Kevin Bacon is on a roll right now after several good roles, and here he channels diabolical sleaze while mugging joylessly before the telethon cameras. His relationship with the Colin Firth character involves love and hate and perhaps more furtive feelings. There is a stunning scene in a nightclub where a drunk insults Morris, and Collins invites him backstage for a terrifying demonstration of precisely how those happy pills do not make everyone equally happy.
Lohman has the central role. I've known young reporters like her. Some of them may be reading this review. You know who you are. She is smart, sexy, hungering for a big story, burning with ambition, and (most dangerous all) still harboring idealistic delusions. Would a young woman like this find herself suddenly inside two lives of secrecy and denial? Yes, more easily than Kitty Kelly would, because she doesn't seem to represent a threat. Her youth is crucial because in some way the danger Maureen O'Flaherty walked into is still potentially there.
There's another way in which the movie works, and that's through the introduction of an unexpected character, Maureen's mother. Another director might handle the showbiz and the murder and intrigue with dispatch, but Egoyan thinks about the emotional cost to the characters, as he also did in "Felicia's Journey." The mother and the young reporter have a meeting during which we discover the single good reason why the solution to the murder should not be revealed. It is a flawed reason, because it depends on the wrong solution, but that isn't the point: It functions to end the film in poignancy rather than sensation.

Le false verità è un film decisamente appassionante, in cui la fine di una delle coppie più famose dell'entertainment americano coincide con una sorta di perdita dell'innocenza vera o presunta da parte di un gruppo di persone che abbiamo visto sin dall'inizio coinvolte nella storia.
Ricco visivamente, intenso emotivamente e dal punto di vista delle atmosfere,  Le false verità punta ad un finale non consolatorio in cui il ritrovamento della verità perduta è tutt'altro che catartico. Vinti e sconfitti restano al loro posto, sprofondando nelle proprie inquietudini senza concessioni di carattere assolutorio. In questo senso il film di Egoyan diventa un piccolo gioiello di lungimiranza per il suo puntare ad una violenza emotiva tutt'altro che rassicurante dove nessuno è senza peccato e dove la stessa ricerca di un estremismo sessuale diventa l'unico modo per confrontarsi quotidianamente con i propri limiti, guardando nel buio del confine da non superare. E che eppure viene superato con conseguenze devastanti per tutti.
L'esplorazione dell'abiezione  è l'unico modo per investigare e - perfino - riconoscersi laddove - come recita il titolo originale - è sepolta la verità. Nei ricordi, nel cuore, in una registrazione audio, sotto un albero di un giardino, nel desiderio di una giovane donna, nella sua incapacità di fermarsi su un limite, superato il quale, nulla sarà mai più come prima...

domenica 19 giugno 2016

Calendar – Atom Egoyan

nei film di Atom Egoyan c'è sempre qualcosa di misterioso, qui un cameraman che non si vede mai, e il ritmo dei film, fra l'Armenia e casa sua, in Canada, è scandito dalle foto che illustrano i mesi del calendario (che fa per soldi, è un lavoro, lo dice chiaramente).
a cena c'è sempre una donna diversa, che parla un'altra lingua, e che vicino al calendario fa una telefonata.
un film semplice, forse, che strega.
cercatelo, vi catturerà - Ismaele






Calendar è la storia della fine di un amore. Lui e lei che si vogliono bene, ma qualcosa non funziona più; a poco a poco, una terza persona si infila nella coppia, e lui si sente sempre più estraneo. Come si vede, una storia molto comune, già raccontata molte volte; ma Egoyan è un narratore finissimo, e in questo caso – oltre alla grande bravura degli interpreti – colpisce una sua tecnica molto particolare, che non ho mai visto applicare in nessun altro film che io mi ricordi…

Calendar is best described as a sort of experimental documentary.  Egoyan steps in front of the camera to play a photographer who has been sent on assignment to Armenia to create a calendar.   His wife (real-life wife Arsinee Khanjian) joins him and begins to learn more about the Armenian culture thanks to their passionate and knowledgeable guide who is just known as Driver (Ashot Adamian).
Egoyan cuts between three specific points in the story; the distant past, caught on videotape, as Egoyan (labeled Photographer in the credits) and Arsinee (Translator) travel the countryside, the near-past as an answering machine delivers potential dates to Photographer, and the shifting present as Photographer dates each woman with a specific level of aloofness.
This sort of time shift was mostly hinted at in Egoyan's previous work and used more for quick flashback's and for the revelation at the end of The Adjuster.  Here the shifts are present the entire film.  The chronological spheres move forward even as Egoyan cuts back and forth between each set of events.  So despite the consistent changes in time, Egoyan manages to keep things moving at a brisk pace without sacrificing any narrative clarity…

…The photographer's disassociation with the Armenian country is a product of and reflection on the director’s own early apathy towards it. At one point the photographer talks to one of his dates about her Egyptian roots and, with obvious regret, tells her ‘you wouldn’t see that in me,’ referring to the brief period he spent in Cairo in his childhood. This ambiguity of national identity is something that Egoyan returns to frequently throughout his career and while Ararat (2002), in which he explores the Armenian genocide of 1915, remains the most notable study of his country of heritage, Calendar describes in much more personal detail how he feels towards his homeland(s). Through this film we get an impression of what it’s like to be Armenian and Egyptian and Canadian, to be all of these and none of them at the same time.

domenica 24 aprile 2016

Exotica – Atom Egoyan

non è quello che ti aspetti, se ti aspetti qualcosa, e questo è già un punto a favore di Exotica.
una sceneggiatura a orologeria, con degli incastri che alla fine si svelano potentemente.
film sull’amore e sul dolore, sulla morte e sulla memoria.
film misterioso, al quale bisogna lasciarsi andare, farsi prendere per mano e restare stupiti.
un piccolo grande film che non ti dimentichi - Ismaele

ps: e come accade in altri film di Atom Egoyan l’ufficio delle dogane all’aeroporto c’entra qualcosa.




…Egoyan, who also wrote the film, surprises us in how slowly he reveals the links and even more slowly reveals what the characters know about them. When the film ends, you sit regarding the screen, putting together what you have just learned and using it to think again about what went before…

Atom Egoyan’s sad, elegant Exotica (1994) is at once intimate and remote, concrete and abstract. It was marketed as an “erotic thriller”, yet it is not very erotic (at least not in the conventional sense), and its thrills are quiet and austere. Highly original, it lures its audience back for repeated viewings, revealing a little bit more of itself each time. Its open-endedness and reluctance to definitively determine the shape of “objective truth” are its most important qualities. The viewer is thus invited to construct out of the raw material of his/her viewing experience their own particular version of the film that is relevant, significant and private to them…

… Egoyan orchestrates the intricate spectacle using a flashback structure that reveals layers of meaning slowly, as the movie progresses. To that end, Exotica employs one of my favourite edits in all of film. About 15 minutes in, we're watching Christine from Eric's point-of-view in the dark environs of Exotica itself, as she sucks, mock-innocently, on the tip of a cocktail straw. The noisy, bass-heavy sound design characterizing the club falls away, replaced by a single, synthesized chord. Suddenly, cut, and we're looking out across a field of golden-green grass as a line of people becomes visible just over the horizon, moving purposefully towards the camera. A simple piano motif begins to play. The effect isn't so dramatic on a TV set, but on a big screen, it's unforgettable; the picture is suddenly so bright you have to squint. And who are those walkers, anyway? I always thought this image had the whiff of the afterlife about it, and it's significant that this is the visual thread that will introduce death to the world of Exotica…

It’s an eloquent film with masterful construction, sharp visuals, and flashes of intriguing symbolism (to wit, the parrots).  My only criticism is that the lead performances, with the exception of Kirshner, feel too mannered.  Koteas especially comes off more like a fictional construction than a relatable human being.  I’m not of the opinion that all actors should be naturalistic at all times (I wouldn’t be a noir fan if I was) but there was an artifice to the three male leads that seemed at odds with the humanistic themes of the film.
It’s not a major impediment, the emotional tones of the movie still get through.  People find healing and comfort and companionship in unlikely places, and emotional support can be exchanged like any other transaction.  A thoughtful piece of work.

…Exotica is an elliptical, but nonetheless, schematic film that some may not find satisfying. I like the atmosphere it creates; the suggestion that we can find what we need, at least for a time; and its linking of sex with death. These potentially dark elements of human experience carry a charge that many filmmakers have explored, but I can think of few who have done so with such sympathy, lack of judgment, and intrigue.

lunedì 1 febbraio 2016

La memoria e il lato oscuro della forza - ROTOTOM

C’è un passaggio molto interessante nel film Labyrinth of lies di Guido Ricciarelli, compreso nella short list per l’Oscar come miglior film straniero 2016 e poi scartato nelle nomination. E’ il momento nel quale il giornalista che convince il giovane procuratore Johann Radmann – collaboratore di Fritz Bauer - ad occuparsi dei crimini nazisti e a perseguirne gli esecutori - Adolf Eichmann e Joseph Mengele soprattutto – si scontra con la memoria. O meglio, la sua assenza.
Nella Germania degli anni ‘60 chiunque sia di giovane età è all’oscuro dei campi di concentramento, della macchina di sterminio messa in atto dal demone nazista, delle persecuzioni di Auschwitz e dei forni. Per avere in prestito un libro in una biblioteca che parli dell’argomento si attendono settimane.
Più che un labirinto di menzogne, un cupo velo di vergogna, interesse e colpevolezza – molti nazisti sono mimetizzati nella società post bellica - copre quella che per molti testimoni sopravvissuti è una verità oscena che si è impigliata nel loro sguardo, offuscandone la vita.
Benché non sia un film eccezionale dal punto di vista estetico e narrativo, tanto da venire fagocitato dalla potenza del tema, Labyrinth of lies mette il dito nella piaga in quello che sarà il destino, all’alba dei tre quarti di secolo dalla fine della guerra, del tema dell’Olocausto.  Diciamo tra poco più di un lustro. In questo breve lasso di tempo per forza di cose anche l’ultimo testimone verrà a mancare e quando l’ultimo paio d’occhi offuscato da quella verità oscena si spegnerà, quella verità colerà nel mito. Sempre più lontana, sempre più lenita da teorie revisioniste, rimossa. Senza sguardo, senza la verità di chi ha vissuto e visto in prima persona l’inferno in terra, i fatti saranno solo parole, ricordi tramandati che cambiano di colore e intensità. Le aberrazioni solo iperboli di una retro fantascienza il cui immaginario estetico e simbolico è divenuto stereotipo della rappresentazione del male assoluto slegato dalla realtà dei fatti.
Il lato oscuro della forza, direbbe Darth Vader, ritratto nell’estetica spietata del suo nero sudario, estensione fantapolitica dell’allegoria del potere totalitaristico.


La memoria però è fatta di immagini. E non è un caso se il cinema incessantemente riprende il tema per imbastirci sopra storie, testimonianze, documenti. E’ l’importanza di quelle immagini che rende la memoria viva, attenta. Il documento filmico, benché frutto di finzione, è l’unico media che può far nascere nei cuori delle persone le domande giuste affinché le risposte non sconfinino mai più in una qualsiasi soluzione finale. Certo ci sono anche i filmati e le foto dell’epoca. Ma non bastano da sole proprio perché nell’era sempre più liquida della commistione tra vero e falso, esse non valgono – o non varranno - più come testimonianza. Senza testimoni le verità diventano fantasie, immagini bislacche di un crimine più o meno vero, accaduto in un tempo indefinibile. Modificato, redacted  (direbbe De Palma) con intento censorio.
E’ grazie alla straordinaria potenza evocativa del mezzo cinematografico invece, che questo buco nero della nostra storia recente potrà continuare a far  sentire il proprio respiro. Ogni film contribuisce a dare un’interpretazione, a scoprire uno scorcio di verità, narrare una storia intima che inevitabilmente diventa universale. Ogni opera è un prisma che moltiplica la luce della memoria e grazie all’affabulazione propria del cinema, la rende emotivamente condivisibile e vera, evitando che scivoli nei territori slabbrati del sogno.
Mi secca quando sento dire che Son of Saul (Laszlo Nemes) fortunatamente non è Schindler’s list (Steven Spielberg). Come se il primo escludesse l’altro. Sono due capolavori diversi, due sguardi opposti (dal punto di vista stilistico) e coincidenti (il tema) che trasporteranno nel futuro la memoria e quindi l’immagine  del vissuto. Non essendo più possibile portare testimonianze reali, l’unica verità possibile per non cadere nell’oblio, sarà la rappresentazione di quelle testimonianze a fornire la verità.


Perché mai un ragazzo di 38 anni al suo esordio cinematografico dovrebbe occuparsi di un tema tanto lontano da sé? Nemes nel suo Son of Saul, impone lo sguardo all’interno della pancia dell’inferno. Non ricordo un film così immersivo dal punto di vista visivo e sonoro, dai tempi del Faust di Aleksandr Sokurov. Del campo di Auschwitz immaginato da Nemes si sente l’odore dei corpi, il peso grave dei “pezzi” trascinati nelle “docce”; l’eco delle grida dei condannati che tra lo stupore e l’orrore prendono consapevolezza di una fine assurda, rimbalza tra i muri e si amplifica mischiandosi al ritmico stantuffare dei macchinari di morte in azione. Il suono è quello di una fabbrica che lavora a pieno regime, produttiva, instancabile.
Fuori fuoco, dietro il viso duro di Saul, scorre l’inferno. Trovare un appiglio morale, una sepoltura a quello che – non – è suo figlio ma forse potrebbe esserlo e sicuramente sarà stato figlio di qualcuno di quei “pezzi” che egli per un puro meccanismo di sopravvivenza è obbligato a rimuovere non solo dalla camera della morte ma dalla memoria del mondo,  è la necessità che scavalca quella morte che lo sfiora, sfocata, rimossa come atto di difesa. Era da tempo che non vedevo un uso così espressivo del linguaggio cinematografico.
E allora la risposta viene da sé, alla domanda di prima: perché è giusto farlo.
E nell’era dell’immagine liquida, modificabile, confusa tra la percezione del vero e del falso, Nemes fa un passo avanti: nega l’immagine come feticcio visivo per scaricare tutta la potenza dell’immaginario filmico nella testa dello spettatore, delegando ad ogni intima sensibilità la responsabilità dello sguardo e quindi il suo ricordo.

Ho cercato di spiegare a Caterina, mia figlia di 7 anni, chi erano i nazisti e cosa facevano. Non ci sono riuscito del tutto. Di fronte alle immagini dei bambini pigiati dietro il filo spinato accusati della colpa di esistere, ogni viso, ogni sguardo smarrito mi riportava a lei che non riesce a comprendere il motivo per cui quei bambini siano imprigionati. I bambini sono forniti di default di un senso di solidarietà dettato dalla consapevolezza di essere bambini che poi la vita provvede a rimuovere senza rimorso. Per Caterina i bambini non hanno colore o razza alcuna.  Se piangono stanno soffrendo perché se lei piange vuol dire che soffre; ed è così per il riso, per la tristezza, per la paura. Lei è “i bambini”. Ed è duro spiegare ad una bimba piccola perché degli adulti ammazzavano quelli come lei. La verità è talmente assurda da legittimare in chi la ascolta un qualsiasi senso di incredulità.  E’ proprio questo il pericolo che il tempo rende tangibile. L’incredulità di una storia nera come quella del babau che vive sotto il letto e che alle soglie dell’adolescenza si dissolve nella realtà.
Quello sguardo incredulo che l’immemore, giovane procuratore Johann Radmann non riesce a nascondere durante gli interrogatori ai superstiti del campo di sterminio di Auschwitz, in The labyrinth of lies.


Nell’annata cinematografica 2015 altri film hanno affrontato lo stesso tema, da angolazioni diverse. Riprendendo la caccia al criminale nazista Adolf Eichmann, People Vs Fritz Bauer, di Lars Kraume è la riproposizione della stessa storia di Labyrinth of lies, vista dal punto di vista diretto del procuratore generale  Fritz Bauer, ossessionato dalla figura dell’organizzatore dello sterminio nazista e intralciato da simpatizzanti delle care vecchie croci uncinate installatisi nei piani alti del potere  e mimetizzati nella democrazia. Mentre The Eichmann show di Paul Andrew Williams riprende la storia della diffusione televisiva del processo in Israele del criminale nazista con tutti i dubbi che questa scelta ha comportato. Ma la diffusione televisiva della figura del carnefice ha impresso nella memoria, e da qui l’efficacia delle immagini riassunta dalla definizione di Hannah Arendt, la manifestazione dell’assoluta banalità del male. Un uomo normale, Eichmann, un impiegato della morte. Non un mostro tentacolare proveniente da un altrove lovecraftiano.
 E il sospetto che queste persone in apparenza così normali in realtà bestie in stand by in attesa del momento propizio, siano tutt’ora vicino a noi, è più agghiacciante della manifestazione stessa della follia che portano dentro.
Il cinema si allontana sempre più dal centro dell’inferno per inseguire i demoni errabondi e fornire oltre alla visione dell’Olocausto e le storie delle vittime, anche le facce e le vite degli aguzzini legati indissolubilmente al destino di un popolo e al suo quasi sterminio.

Remember di Atom Egoyan è un altro esempio di caccia al nazista in salsa geriatrica. Se lo stesso tema era affrontato in This must be the place da Paolo Sorrentino con Cheyenne il suo bizzarro musicista alla ricerca del nazista che gli uccise il padre (per poi fotografarlo, nel momento in cui lo trova. Ancora la memoria che vince sull’oblio), qui abbiamo un anziano Zev (Christopher Plummer) che si adopera per rintracciare il comandante nazista responsabile dello sterminio della sua famiglia prima di perdere la memoria per via del morbo di Alzheimer.  Siamo agli sgoccioli, dice il cinema. Manca poco alla discesa nel mito di una memoria ormai labile perché vittima e carnefice sono legati dal medesimo destino e dal medesimo tempo.
Soprattutto il fine della caccia non è la soluzione finale opposta, la ricerca del responsabile di un crimine così totale e aberrante, è sempre impostato come un viaggio all’interno della propria umanità. Poiché per quanto animati da sentimenti di vendetta, i protagonisti di questi film cercano se stessi, dispersi nell’annientamento dei valori a loro più cari.
In questo  nostro cupo tempo segnato da rigurgiti di intolleranza, fanatismo religioso, disprezzo per i più elementari diritti sociali è sempre più difficile essere lucidi. E’ sempre più difficile spiegare ad una bambina che si approccia al mondo la complessità delle mostruose contraddizioni con le quali dobbiamo convivere.

La mia speranza è che il cinema, in ogni forma possibile, possa continuare a generare sguardi, prospettive, memoria e inoculare cultura come un vaccino polivalente in grado di mantenere le persone ad un livello minimo di coscienza tale da non permettere che possano identificare nell’altro il germe patogeno dei propri mali.
Si deve andare al cinema però.
Caterina lo fa, con me al suo fianco.