Lo sceneggiatore di Io, Daniel Blake è
stato arrestato perché indossava una maglietta con la scritta Genocidio in
Palestina, è ora di agire
La polizia ha arrestato lo sceneggiatore
di Io, Daniel Blake, Paul Laverty perché indossava una maglietta con la
scritta Genocidio in Palestina, è ora di agire.
L’arresto è avvenuto nella capitale della Scozia Edimburgo durante una
protesta contro l’appoggio del governo del Regno Unito ad Israele nel corso
del genocidio a Gaza.
Lunedì scorso un annuncio su X a nome del regista di Io, Daniel Blake Ken
Loach e della sua società di produzione Sixteen Films, ha confermato l’arresto
di Laverty. Paul Laverty si trova attualmente trattenuto in custodia nella stazione di
polizia di St. Leonard di Edimburgo, presumibilmente a causa del sostegno a
Palestine Action, scrive la nota sulla piattaforma social.
Un portavoce della polizia scozzese ha dichiarato: ”In seguito ad una protesta
di fronte alla stazione di polizia di St Leonard lunedì 25 agosto 2025 un uomo
di 68 anni è stato arrestato in base al Terrorism Act 2000 per aver espresso
sostegno ad un’ organizzazione messa al bando. Le indagini proseguono”.
A luglio il Regno Unito ha messo al bando
l’organizzazione Palestine Action, un gruppo di protesta che avrebbe
presuntamente preso di mira fabbriche di armi e attrezzature militari in una
serie di episodi di azione diretta.
Esprimere o sollecitare il sostegno a Palestine Action nel Regno Unito è un
crimine punibile con la detenzione fino a 14 anni, in base al Terrorism Act
2000.
L’11 agosto sono state arrestate più di 500 persone, in maggioranza sopra i 50
anni, per presunto sostegno all’organizzazione mentre partecipavano ad una
protesta che chiedeva al governo di togliere il bando. Decine di altre sono
state arrestate in altre proteste nel Paese.
Volker Turk, alto commissario ONU per i diritti umani, a luglio ha detto che la
decisione del Regno Unito di mettere al bando l’associazione di attivisti in
quanto organizzazione terrorista era sproporzionata e non necessaria ed ha
chiesto che la definizione venisse revocata.
Ha affermato: “La legislazione antiterrorismo interna al Regno Unito definisce
gli atti terroristici così ampiamente da includere ”gravi danni alla
proprietà”.
“Ma, in base agli standard internazionali, gli atti di terrorismo dovrebbero
essere circoscritti ad atti criminali finalizzati a provocare morte o gravi
ferite o la presa di ostaggi, con lo scopo di intimidire una popolazione o
costringere un governo ad intraprendere o meno una certa azione”. ”È un travisamento della gravità e dell’impatto del terrorismo ampliarne la
definizione al di là di quei precisi limiti, per includere ulteriori condotte
che costituiscono già un reato in base alla legge”.
Ken Loach e Paul Laverty (il suo fraterno sceneggiatore) raccontano una storia che più attuale non si può, alcune famiglie di rifugiati siriani vengono accolti dagli inglesi in una povera cittadina ex mineraria.
ed esplodono le contraddizioni di una cittadina sgarrupata già per conto suo (mica li mandano a Chelsea o a Westminster, dice qualcuno nel pub), e, come dappertutto, i disgraziati se la prendono con i più disgraziati di loro, mica con chi causa le disgrazie, ormai la gente non capisce più chi sono i veri nemici.
in fondo a tutto questo pessimistico stato del mondo Ken Loach manda un messaggio di speranza, con TJ e Yara, in alternativa al suicidio.
non perdetevelo, i film di Ken Loach sono preziosi.
buona (old oak) visione - Ismaele
…per una volta Loach e Laverty vanno
oltre al mero dato socio-politico, c’è qualcosa di più primordiale, viscerale,
antropologico. The Old Oakè appunto
una parabola antropologica: ci sono, a partire da esperienze, generazioni e
storie comuni, reazioni diversissime alla novità con cui gli abitanti si
trovano a diversi confrontare. Se non fosse troppo banale si potrebbe dire ci
sono, pur con qualche sfumatura, i buoni e i cattivi. E attorno a questa
dialettica si innesta questo buon film, sul rapporto, mai venato di ambiguità
fra TJ e Jari, una profuga siriana (Ebla Mari), appassionata
di fotografia e sul loro comune e a tratti disperante tentativo di far
dialogare le due comunità ruota il testo, con una sceneggiatura che come al
solito scorre liscia, qua e là un po’ troppo didascalica, qua e là leggermente
patetica, ma nell’insieme convincente, con qualche gradevole tratto d’ironia e
con un utopico afflato finale.
Uscendo dal cinema
ci chiedevamo: ma quando Ken Loach non ci sarà più,
chi farà questo tipo di film?
…Ken Loach, dal canto suo, conosce bene “i suoi polli”. E ce lo ha
più e più volte dimostrato durante tutti gli anni di onorabile carriera. E
infatti, in questo suo piccolo e prezioso TheOldOak tutto
ciò viene fuori con tutto il pessimismo possibile, per una società in cui non
v’è castigo per chi sbaglia, né consolazione per chi, al contrario, ogni giorno
fa del proprio meglio per rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore.
Ken Loach sembra avere, qui, una visione ancor più cupa e disincantata degli
eventi, e lavorando sempre più di sottrazione ci ha presentato quello che a
detta di molti (e, a quanto pare, anche dello stesso regista potrebbe essere il
suo ultimo lungometraggio.The Old Oak, Chrissie Robinson e Dave Turner
in una scena del film di Ken Loach
Ci mancherà il suo cinema, se così dovesse essere? Indubbiamente. Ma, per
dare (quello che dovrebbe essere) il suo addio definitivo al mondo del cinema,
Loach non ha mancato di regalarci, anche in questo suo TheOldOak,
preziose manifestazioni di bellezza; siano esse una piccola mostra fotografica
scoperta quasi per caso, una serata aperta a tutti in cui vengono proiettate
fotografie che ritraggono ogni singolo abitante della comunità, o anche
inaspettate manifestazioni di solidarietà quando ogni speranza di felicità
sembra ormai morta per sempre. E così, non mancano nemmeno momenti di forte
commozione, durante la visione di TheOldOak.
Ken Loach ha pensato davvero a tutto. Ci auguriamo solo che in futuro abbia
ancora voglia di deliziarci gli occhi con il suo prezioso cinema.
…Forse il mondo non è
poi un posto così di merda dove vivere. Ci sono possibili punti d’incontro,
dialoghi inaspettati. Ma anche le persone che si sono frequentate da anni che
sono diventate diverse sotto i nostri occhi e ce ne siamo accorti solo
all’improvviso. O anche i ragazzi con i cani aggressivi che non li controllano.
Nel modo in cui è mostrata la morte del cagnolino c’è tutta l’intimità, il
rispetto di un cineasta che sa come e cosa filmare. Lì c’è il punto di vista
esatto e la necessaria distanza. Morale e umana prima di tutto. Non si vede il
modo come è stato ucciso ma solo il suo urlo di dolore. C’è poi una spiaggia
che è il punto-limite. È il luogo di fuga, di disperazione, ma dove avvengono
anche improvvisi miracoli. A 86 anni, per Ken Loach, un altro mondo non è più
possibile. Ogni iniziativa di solidarietà sembra destinata al fallimento. Per
questo The Old Oak è un film durissimo, disperato, dove
ogni tanto arriva una buona notizia (la famiglia di Yara viene a sapere che il
padre scomparso è ancora vivo) ma dove l’umanità è anche cambiata ed è spietata
come nel caso del video con il telefonino girato a scuola e rivisto dai clienti
più razzisti del bar.
L’indignazione del
cinema di Loach è tale che magare molte volte il suo cinema rischia di essere
schematico nella contrapposizione tra il bene e il male. Però a questo punto si
porta anche dietro tutta la vita e le storie delle persone. Le foto di Yara e
soprattutto quelle appese sulle pareti dei minatori, con il famoso sciopero del
1984, raccontano molto dei protagonisti, del loro passato e della storia della
cittadina mineraria. E il volto vissuto di Dave Turner nei panni di TJ può
idealmente sovrapporsi con quello di Dave John di Io, Daniel Blake e Kris Hitchen di Sorry We Missed You. Con un primo piano su di loro
Loach riesce già a raccontare parte della storia del film. In più, in un
dialogo c’è tutto il senso autentico del suo cinema quando Yara sta per andare
a visitare la cattedrale locale che “non appartiene alla chiesa ma agli operai
che l’hanno costruita”. Sarà anche semplicistico ma questo è un film che arriva
direttamente, che colpisce duro, che lascia spiragli ma forse non ha speranza.
Lo straordinario finale, tra i più emozionanti di tutto il suo cinema, è forse
un sogno. Di armonia, pace e bellezza, come quello di Don Giulio in La messa è finita quando si gira
dopo la funzione e sorride sulle note di Ritornerai di
Bruno Lauzi. Si, The Old Oak pensa che un altro
mondo non è possibile. Ma Loach, in un film anche di spietati tradimenti, ci fa
vedere come dovrebbe essere. Per questo il finale è un abbraccio verso tutti
noi.
…Prodotto
da StudioCanal, Sixteen Films, Why Not Productions, Les Films du Fleuve e BBC
Film e con protagonisti pochi volti noti, come Dave Turner, Ebla Mari e Debbie
Honeywood, The Old Oak rappresenterà
la diciottesima e – verosimilmente – anche l’ultima volta a Cannes, ma non
solo: sarà anche l’ultima volta su un set per il regista che, prossimo a
raggiungere gli ottantasette anni, non ha alcun dubbio al riguardo: «Realisticamente? Sarebbe davvero difficile per me girare un nuovo
lungometraggio. I miei film richiedono almeno un paio d’anni per essere
realizzati e le capacità diminuiscono mese dopo mese. La memoria a breve
termine va e viene e la vista è piuttosto difettosa ormai. Quindi, si, è
piuttosto complicato…».
L’esperienza sul set di The Old Oak lo ha portato a confrontarsi con le
esigenze fisiche delle lunghe giornate sul set. Certo, attenuate da quelle che
lo stesso Loach non ha esitato a definire come il giusto mix di buon umore e energia
emotiva, ma stavolta è stato più duro del solito: «Non sono proprio sicuro di
poter tornare di nuovo in campo, è come se fossi un vecchio ronzino al Grand
National. Te ne stai lì e pensi: “Buon Dio, non cadrò mica dopo il primo
ostacolo, vero”?». Ricordiamo che Ken Loach è praticamente di casa a
Cannes, risultando tre volte vincitore del Premio della Giuria (L’agenda nascosta, Piovono pietre, La parte degli angeli) e due volte insignito della
Palma d’oro (Il vento che accarezza l’erba, Io, Daniel Blake).
Se The Old Oak dovesse
davvero essere il canto del cigno – come sembra – segnerebbe la fine di una
carriera straordinaria, unica, che da Poor Cow a Sorry We Missed You passando per Kes, Family Life, Ladybird Ladybird, My Name is Joe, Bread and Roses e Il mio amico Eric, non ha mai smesso di raccontare
con piglio critico e indagatorio delle ragioni della classe operaia, degli
esclusi e dei più deboli, ma anche di solidarietà, integrazione, o più
semplicemente, del fare sempre la cosa giusta.
…El viejo roble se diferencia de las otras dos últimas películas
de Loach en que las anteriores señalaban aquello que funciona
mal dentro de la sociedad y el sistema inglés. Y aquí, más que
denunciar a un culpable, se sublima algo positivo. El conflicto está
esta vez entre las propias gentes del pueblo, no en el Estado ni en una
empresa. Por ello, Loach no demoniza ni a los personajes más
negativos, aunque difícilmente podremos simpatizar con ellos. Los individuos
nunca han sido los enemigos en el cine de Loach, y el director
inglés lo deja tan claro como siempre.
El viejo roble es una oda a la
convivencia entre culturas y a la integración. Retrata con
acierto la intolerancia y las otras barreras más comprensibles que los nativos
tienen con los recién llegados. Aunque cae aquí y allá en el moralismo puro y
duro, su enfoque esperanzador justifica los medios. No pasará a la
posteridad como su mejor obra, pero es un legado coherente e idóneo para Ken
Loach. Si es que esta es realmente su última película, que con los
artistas nunca se sabe.
…La idea de Loach es, como viene
siendo habitual en su cine, convertir la cámara en un ente invisible que no
interactúe prácticamente con la acción que está sucediendo, sino que la capture
con el máximo nivel de veracidad que pueda alcanzar, para que sea la propia
realidad la que se ponga en entredicho a sí misma dejando a la vista del
espectador todas y cada una de las injusticias que se producen en una sociedad
en la que el silencio y la desidia legitiman los incontables abusos que comete
el poder. Como ya hizo Mungiu hace un año en RMN, Loach muestra cómo la precariedad abona el
terreno para que puedan germinar en él tanto el racismo como la xenofobia, para
que las personas que están pasando por una situación muy difícil paguen su
frustración con los que están aún peor que ellas, para que la tolerancia se
convierta en una palabra muda que todos pronuncian, pero que nadie aplica. El
director acierta así a componer una obra en la que el capitalismo queda
retratado como el sistema inhumano que es.
La película, pese a la dureza de sus imágenes, no resulta en ningún
momento desoladora o pesimista, como sí sucedía con, por ejemplo, Yo, Daniel Blake; porque en su tramo final se viste
con el colorido traje de la fábula para arrojar destellos de luz sobre la
mirada de un espectador que no puede sino emocionarse ante el emotivo, visceral
y esperanzador derroche de humanismo del que hace gala el director. Loach busca
en todo momento apelar a esas personas que tienen una actitud pasiva ante los
crímenes que se producen en un sistema estructuralmente viciado: las invita a
pasar a la acción, a poner su granito de arena en la construcción de un futuro
más justo, a volverse intolerante frente a las injusticias. El viejo roble se coloca en medio de la oscuridad
que asola un tiempo esencialmente triste para iluminarlo; para señalar el
camino a seguir; para ofrecer una chispa de ilusión a una sociedad que tiene
motivos de sobra para ser pesimista; para cerrar la filmografía de un director
que se ha plantado delante del poder para señalarlo, que ha arropado a los más
débiles y les ha devuelto una voz que les habían arrebatado.
…arrivano migranti con parlate, visi e colori che suscitano sospetti,
paure, più di una volta odio e violenza. Loach e Laverty lo raccontano e lo
spiegano, e non mancano di comprenderlo. Il loro occhio non è manicheo, non è
giudicante. Che cosa resta a chi teme di non avere più niente, se non la voglia
di darne la colpa a chi stia ancora peggio?
Per TJ si tratta di accoglierli e aiutarli, questi “nuovi inglesi”,
ritrovando la dignità del padre, il suo coraggio e la sua solidarietà. E
insieme si tratta di tornare a dare dignità e coraggio ai suoi. Si tratta,
insomma, di riuscire a convincere questi e quelli a “mangiare insieme”,
tornando a riempire di vita il pub.
È certo sfiduciato, il vecchio TJ. E forse lo è l’ancora più vecchio Ken
Loach. E però, come TJ, ha al suo fianco l’entusiasmo di Yara. Lo ha dentro di
sé, integro. Dopo tutta una lunga vita, rivede e ritrova il suo mondo
attraverso l’obiettivo della macchina da presa. E se lo immagina migliore,
dolce e pieno di speranza.
premesso che il film è un'agiografia corpore presenti, ci sono comunque tante cose belle dentro il film, tante storie che si intersecano.
la sorella malata, il rapporto di Carlos con il padre,la solitudine nel mondo ancho y ajeno, il desiderio del ritorno, per restituire al suo paese quanto ricevuto in dono.
non è il film più bello di Icíar Bollaín, ma molti dei suoi sono film grandissimi, qualche volta ci si "accontenta" di un bel film.
buona visione - Ismaele
La directora española Icíar Bollaín enfoca a Carlos Acosta, el
remarcable bailarín cubano, en un film plenamente emotivo donde en gran parte
la realidad se confunde con la ficción. Si bien la película está basada en la
autobiografía de Acosta “No Mires Atrás”, lo cierto es que el excelente guión
de Paul Laverty (colaborador habitual de Ken Loach) refleja con gran
profundidad la personalidad de un ser humano que llegó a la cumbre como artista
pero que curiosamente nunca aspiró a serlo.
Carlos Acosta, que se interpreta a sí mismo, está montando en su patria un
ballet en el que vuelca episodios de su existencia comenzando con su niñez,
prosiguiendo con su adolescencia y posteriormente su triunfo como bailarín y
coreógrafo a través del mundo…
Yuli - Danza e libertà aveva tutte le carte in regola per
diventare un biopic da tenere in considerazione. Tuttavia, si perde proprio nel
momento in cui dovrebbe spiccare il salto decisivo. Quel grand jeté
cinematografico, purtroppo, non ha mai luogo, facendo sprofondare il film nel
solito, vecchio lago dove chi, follemente innamorato della propria persona, è
inevitabilmente annegato.
…El elenco de actores le da a la cinta una
gran veracidad, sobre todo el actor que interpreta al padre del protagonista.
Las coreografías, la música y el guion le proporcionan al metraje una más que
sugerente dimensión estética y emocional, se nota que todo está hecho con un
gran corazón. El espectador se convierte desde el principio es
un testigo de excepción y acompaña al protagonista en una aventura épica que le
llevaran a vivir experiencias inolvidables y únicas. Divertida y muy agradable
de ver, me llama la atención toda la transformación del bailarín, el cual nunca
tuvo vocación por el ballet. Muy recomendable.
…La película nunca termina de explicar la
relación de Yuli con su madre, o hace que apreciemos a su padre, un hombre que…
asusta, por decirlo así. El asunto de la hermana mayor queda sin explicar,
igual que algunas decisiones del protagonista. Hay cosas que suceden porque sí,
sin tener en realidad ningún peso en la historia (el momento en el que algo
sucede en la escuela de danza, con unas literas como protagonistas del ballet…
Ni importa ni aporta nada). Queda una película que podría haber alcanzado la
grandeza y nunca lo logra porque en el drama no acierta a dar en la tecla de la
historia que quiere contar. O que puede contar. La figura de Yuli es enorme, la
película no tanto.
…Realmente, a pesar de que hay imágenes poderosísimas,
las coreografías no están muy bien rodadas. Los pies y las manos se salen
continuamente del cuadro, el montaje no permite ver la evolución de los
bailarines. Quizá es porque Iciar Bollaín busca mostrar los rostros, no lo sé, pero es un número
de danza y si ruedas a alguien bailando pies y manos son fundamentales. Quizá,
simplemente, es que la directora no confía en el poder evocador del baile y
siente la necesidad de representar el drama de una manera más convencional. Pues
ahí si que lo logra, porque en el resto Yuli es una película muy convencional, como un muestrario de
los recursos mas planos y tramposos del catálogo de melodramas televisivos.
il mondo va sempre peggio e i film di Ken Loach filmano la realtà, ispirazione per le sceneggiature di Paul Laverty. in Sorry we missed you non ci sono più gli operai, ci sono i lavoratori senza diritti, i diritti sono diventati archeologia, i figli sono incontrollabili, perché non si ha più tempo per stare con loro, per crescerli, e le famiglie saltano in aria. Ricky ha bisogno di lavorare, di guadagnare soldi, lui e Abbie non hanno neanche 1000 sterline di risparmi, nonostante lavorino entrambi, Abbie viene pagata a ore e deve essere sempre reperibile. Ricky non è più un lavoratore, neanche precario, è diventato un fattore produttivo, usa e getta. dopo aver visto il film guarderemo con occhi diversi chi ci porta i pacchi a casa. non perdetevi Ken Loach, è necessario - Ismaele
La prima cosa bella di lunedì 6 gennaio 2020 è Sorry we missed you, il film di Ken
Loach da vedere per farsi un regalo all'Epifania. L'ho fatto in una sala con il
tutto esaurito, a dimostrazione che meriterebbe più spazio. È la cosa più
vicina a Ladri di biciclette, la sua versione 2020. Racconta
esistenze in bilico, vite che ci hanno generato e che abbiamo scansato, per
fortuna più che per merito. Lui fa il corriere veloce, lei l'assistente
domiciliare. Lui pratica la disperazione, lei la pietà. Non hanno più tempo…
Come fai a dargli
torto? Come fai, in tutta onestà, a non credere a uno che ha passato gli 80 e
insieme a quelli una quantità di rivoluzioni mancate e di lotte continue, e con
la stessa rabbia di allora, adesso, attacca padroni e movimento operaio, gli
sfruttatori che hanno cancellato i diritti così come i sindacati che lo hanno
permesso? Come fai cioè a non dargli ragione quando ti chiede, sapendo già la
risposta, “se non li faccio io questi film chi li farebbe?”.
È un caffè senza
zucchero corretto al veleno il nuovo film di Ken Loach, che sì non sarà più (o
sempre) il regista di Piovono pietre e Riff Raff,
ma resta l’autore di un cinema necessario, consapevole, in grado come nessuno
di aprire gli occhi sul presente e d’altro canto incapace di voltarsi
dall’altra parte, di fare finta, per noia o interesse, di non vedere tutto il
marcio che c’è…
…Dopo la visione di Sorry We Missed You si
rimane colpiti da due temi principali:l’alienazione capitalistica e
la fine del riscatto sociale. Come spesso accade nei film
di Loach entrambi gli argomenti si contaminano,
riuscendo a porre un discorso politico-sociale impegnato e ben calibrato.
La prima tematica è sicuramente debitrice del pensiero
di Marx e del suo concetto di alienazione. Anche qui l’uomo si estrania da se stesso, perdendo la sua
natura genuinamente umana e proiettandola verso qualcos’altro, ovvero il “prodotto”. Ora nella pellicola tutto questo processo
è ben tratteggiato dalla figura di Ricky, i cui turni massacranti, le condizioni di lavoro servili e la
necessità di denaro descrivono l’ultima degenerazione del
turbo-capitalismo e rappresentano la precarietà odierna.
In questo modo il regista britannico rielabora Il
Capitale di Marx in chiave contemporanea e ripropone quella
visione della società dove il proletariato è vittima di ripetuti sfruttamenti e
soprusi.
L’altra tematica principale del film è sicuramente la fine del riscatto sociale, concetto ben
illustrato dalle vicende che accorrono nelle vite dei protagonisti. In questo
frangente il regista evidenzia la morte dell’ascensore sociale e
pone lo zelo lavorativo e la fatica alla stregua di funzioni vane e futili;
esse non rappresentano assolutamente gli strumenti necessari al raggiungimento
di determinati obiettivi. Si crea quindi un quadro
fortemente pessimista, ma che sottolinea l’utopia/distopia della realtà sociale che ci circonda,
nella quale un padre di famiglia che persegue precetti e valori cristallizzati
nel tempo non trova alcun riscontro di essi nel quotidiano. Così facendo uno
dei confronti tra Sebastian e Ricky risulta esplicativo di questa condizione,
dove per i lavoratori attuali come per quelli del futuro la prospettiva è
nichilistica. In questo modo crollano tutti i valori e viene meno anche la sola
spinta emotiva necessaria al riscatto personale nella società…
attori bravissimi, una sceneggiatura di Paul Laverty (che scrive per Ken Loach, per dire), un ingranaggio che funziona benissimo. non poteva mancare i mostri che sono il profitto, le multinazionali, il capitalismo, i soldi, che danneggiano l'umanità, le radici, i rapporti umani. ma Alma è testarda come pochi, e ama il nonno più di tutti, e si butta in un'impresa che solo don Chisciotte poteva pensare, con Ronzinante che un supercamion, Rafa che fa il Sancho della situazione. un film che fa anche commuovere, senza trucchetti. non perdetevelo vi farà bene - Ismaele
…El olivo, a partir de sus dos piezas que fundamentan el sustento del relato, erige
una tela que engloba un seguido de actitudes que a medio camino entre la
comedia y el drama, nos muestran las desavenencias y recelos que provoca la
vida rural en unos tiempos marcados por la crisis económica, la corrupción
institucional y la irresponsabilidad económica del último escalón del entramado
laboral español. Las problemáticas amorosas, la rebelión contra los jefes
y la reflexión sobre lo vacuo de las posesiones materiales se respiran dentro
de un filme que nos invita a acercarnos al lado más instintivo de la vida. Sin
embargo, si bien enfoca su punto de vista en la fuerza que emerge de los más
puros e irracionales sentimientos, por los que se acaban moviendo sus
protagonistas, incide reiteradamente en la irremediable consecución de la
mentira.
Quizás este nuevo proyecto de
Bollaín peque de incredulidad en algunos aspectos, lo estereotipado de las
amistades de Alma, algunos comportamientos resignados de Rafa, las casualidades
temporales que fuerzan el melodrama o una resolución en tierras alemanas
ausente de consecuencias penales. Sin embargo, al igual que su joven
protagonista, la pasión con la que se irradia la fuerza de lo narrado con su
pensada construcción de personajes, al igual que el uso de la música capturando
escenas poderosas, nos dejan una película arrebatadamente emocional que arrolla
la sensibilidad de un público dispuesta a disfrutar de esta hermosa aventura.
…No cabe duda de que estamos ante un
producto bienintencionado y agradable. Una de esas fábulas quijotescas en las
que un héroe algo loco, con entusiastas ganas de cambiar el mundo, se enfrenta
a una empresa utópica que le viene grande, con las que resulta casi imposible
no empatizar. Sin embargo, sería injusto no reconocer que el guion de Paul
Laverty –que tan preciso se mostró en su escritura de También la lluvia–
incurre en determinadas trampas, más propias de un principiante, a la hora de
tratar de tocar la fibra sensible a toda costa. Desde el uso repetitivo de
los flashbacks para mostrarnos la especial relación que abuelo
y nieta mantenían con el olivo de la discordia, hasta una visión un tanto buenrollista de
la solidaridad que esta historia de la cruzada de Alma contra la multinacional
alemana que tiene prisionero a su árbol despierta en la opinión pública,
sensibilizada a través de las redes sociales. Estos puntos débiles de El
olivo no restan un ápice de contundencia a su abierto mensaje
ecologista, sus apuntes acerca de la globalización y el capitalismo, y, sobre
todo, su certero reflejo de las consecuencias de la crisis inmobiliaria en la
sociedad española, a través de la familia protagonista, totalmente
desestructurada después de hipotecar sus vidas en un negocio que se fue a
pique. Puede que sea la obra menos redonda de Bollaín desde su ópera prima
pero, con ello, se trata de una propuesta de lo más emotiva y estimulante,
inspiradora y con conciencia social, que conserva una gran coherencia dentro
del intachable currículum de la cineasta madrileña.
…El drama y la comedia se rotan cada
cierto tiempo durante la hora y cuarenta minutos que dura este viaje que sin
duda engrandecerá el nombre de su directora. Icíar Bollaín junto a
su guionista Paul Laverty compone un relato muy original y novedoso que cala
hondo y nos deja huella como el olivo en el recuerdo del abuelo. Con
una fuertes raíces se agarra a nosotros y no nos suelta hasta que vemos los
títulos de crédito. Una mirada hacía el medio ambiente con optimismo
representada en la lucha y el activismo ecologista en confrontación con
las grandes empresas responsables de auténticos desastres en la naturaleza. Es
ilógico que tengan un árbol como logotipo y después en la sombra estén deforestando
zonas inmensas del planeta. En cierta manera se está condenando el expolio que
hace ciertos años se hizo en nuestro país de estos característicos árboles
orgullo de nuestro país…