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lunedì 12 maggio 2025

L'eternauta - Bruno Stagnaro

l'origine dalla storia è l'immenso fumetto di Hèctor Oesterheld, lui e la sua famiglia hanno pagato cara, tutti ammazzati dai militari assassini, così amati da Milei.

la serie di Bruno Stagnaro, prodotta da Netflix, ambientata a Buenos Aires, parte da una nevicata che sorprende tutti, e quella neve è accompagnata da un dramma incomprensibile, quelli che sembrano alieni hanno conquistato il paese, forse la Terra intera, non si sa.

c'è un virus mortale nell'aria, le comunicazioni sono interrotte, e con difficoltà si riesce a trovare una strategia di sopravvivenza.

una serie che merita, anche se il fumetto è un'altra cosa.

buona (misteriosa e di sopravvivenza) visione - Ismaele



 

 

…para buscarle un costado positivo al asunto, por lo menos la serie sirve para volver a traer a la luz el calvario de la familia Oesterheld, símil repaso histórico a colación, y para demostrar que el dinero público deriva en un buen nivel técnico incluso en el cono sur, con fondos estatales de Argentina, Canadá, Uruguay y la India que niegan en un único movimiento por un lado el discurso neoliberal privatizador/ individualista de la mafia en el poder en la nación de origen, el excrementicio mileismo, y por el otro lado el negacionismo en materia de los crímenes -secuestros, torturas, asesinatos, desapariciones, robos de bebés, etc.- del Proceso de Reorganización Nacional, otra pata del ideario del fascista infradotado de nuestro presidente, sus secuaces y los imbéciles que lo votaron, esos mismos que hoy lloran por el éxito internacional de un producto que adhiere vagamente a la figura del héroe colectivo de Oesterheld e interpela a un público global muy acostumbrado a estas obras intercambiables, conformistas e insustanciales que forman parte de la estirpe de la N roja.

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…La adaptación de Stagnaro, uno de los pocos realizadores que entendió y se atrevió a enfrentarse a la descomposición social de la década del noventa, tiene una mirada que intenta indagar en los problemas socioeconómicos y socioculturales de la Argentina, trasladando la historia original de la década del cincuenta al presente. Esta decisión genera cambios significativos en el relato, que se materializan principalmente a partir del segundo capítulo de los seis que componen la primera temporada. Lo más importante del comienzo es la transformación del inicio de la historia, con la materialización del protagonista, Juan Salvo, en la casa del escritor, Oesterheld, por una escena de la hija de Salvo con unas amigas en una embarcación en los momentos previos al inicio de la invasión, lo cual anula gran parte de la trama, que es el relato de Juan Salvo de su historia como Eternauta. Para compensar esto, las visiones de Salvo en forma de reminiscencias o premoniciones se inician tempranamente en lugar de las alucinaciones colectivas de la historieta, con el objetivo de justificar el título de la serie y la figura del protagonista como viajero del éter…

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…Oltre alla sua valenza narrativa, L’Eternauta si distingue per la sua capacità di anticipare e riflettere sulle dinamiche politiche e sociali del tempo. La storia, infatti, non si limita a raccontare un’invasione aliena, ma diventa un’allegoria della minaccia reale che incombeva sulla società argentina e, più in generale, su quella occidentale. Le esperienze personali di Oesterheld – fino al tragico destino delle sue figlie durante la dittatura – alimentano una narrazione intrisa di senso politico e di denuncia contro le oppressioni autoritarie. Lungi dall’essere un semplice esercizio di fantascienza, il fumetto si configura come una testimonianza del potere del medium nel raggiungere e coinvolgere un vasto pubblico, dimostrando che la letteratura “disegnata” può essere un veicolo altrettanto potente di riflessione e critica sociale. A distanza di decenni dalla sua prima pubblicazione su Hora Cero, L’Eternauta rimane una delle opere più influenti e studiate del panorama fumettistico internazionale. La sua capacità di combinare un racconto di sopravvivenza con una profonda riflessione sulla condizione umana ha ispirato autori di generazioni successive, come Robert Kirkman con The Walking Dead, che, sebbene in contesti e modalità diverse, continua a esplorare il lato oscuro e vulnerabile della natura umana. Il fumetto, attraverso il suo equilibrio tra narrazione e immagine, ha saputo trasformare il tradizionale schema del genere avventuroso, ponendo al centro la dimensione emotiva e l’esplorazione interiore dei suoi personaggi. In questo senso, L’Eternauta si presenta non solo come un’opera di intrattenimento, ma come un documento storico e culturale che testimonia il potere del fumetto nel raccontare e interpretare la realtà

L’Eternauta è molto più di una semplice storia di invasione aliena: è una profonda meditazione sul senso della vita, sulla fragilità umana e sulla resilienza di fronte all’apocalisse. Attraverso la sapiente fusione di testo e immagine, Oesterheld e Solano López hanno creato un’opera che continua a risuonare con il lettore, invitandolo a riflettere non solo sulla distruzione, ma anche sulla capacità di ricostruire e resistere. Un capolavoro che, a distanza di decenni, si conferma un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia comprendere il vero potenziale espressivo e narrativo del fumetto.

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La serie TV colpisce soprattutto per la sua messa in scena, ma anche per la regia, la fotografia e la rappresentazione dei “villain” in questione, così come per tutto il mondo narrato. L’Eternauta era un fumetto difficilissimo da adattare per il suo rilievo artistico e storico-politico. Netflix ha deciso di attualizzare la storia portandola ai giorni nostri, e la serie opta anche per un ritmo rapido creando molta suspense. Oltre ad essere capace di coinvolgere il pubblico, genera la curiosità verso i protagonisti. Sicuramente i soli sei episodi di questa prima stagione, che non brillano per originalità narrativa, mantengono un forte impatto visivo. Di questo spettacolo cupo e politico abbiamo apprezzato l’identità, il buon uso della suspense e come detto soprattutto l’estetica. La cosa più importante è che L’Eternauta supera questa grande prova e non tradisce l’ingegno e l’anima del fumetto.

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La grande forza della serie sta nel suo equilibrio tra rispetto e libertà. L’anima del fumetto – quella riflessione sulla resistenza collettiva, sulla fragilità dell’individuo di fronte all’ignoto, sul valore della solidarietà – permane intatta. Tuttavia, Stagnaro non ha paura di intervenire: cambia epoca, modifica relazioni familiari, aggiorna riferimenti politici e introduce un tema caro alla sua poetica, quello della stratificazione urbana e sociale.

Le nevicate tossiche, le barricate nei quartieri, le lotte tra condomini, gli episodi ambientati in farmacie, centri commerciali, stazioni e chiese: tutto evoca il crollo di un tessuto sociale già fragile. I richiami all’Argentina del 2001, alle sue crisi economiche e politiche, si mescolano con l’eco della pandemia e delle guerre contemporanee. È un racconto di fantascienza, certo, ma anche una parabola sul presente.

È difficile sottovalutare la portata tecnica del progetto: la neve è fatta con tonnellate di materiali ecologici, la città è stata scansionata durante la pandemia, le riprese sono durate quasi cinque mesi. Ma a stupire è il fatto che tutto questo non soffochi mai il racconto. Anzi, lo potenzia. Gli effetti non sono un fine, ma un mezzo per costruire un mondo credibile, sporco, reale.

Anche la colonna sonora, che alterna classici come No pibe e Porque hoy nací dei Manal a pezzi dei Soda Stereo e Mercedes Sosa, fino a El magnetismo degli El Mató a un Policía Motorizado, contribuisce a creare quella miscela temporale in cui convivono generazioni, esperienze e traumi.

Forse, il limite maggiore della serie è ravvisabile in alcune dilatazioni narrative: in particolare, nell’episodio 2 e 5 il ritmo rallenta e alcune sottotrame si aggrovigliano inutilmente. Si tratta comunque di inciampi secondari in un progetto che riesce a fare ciò che sembrava impossibile: rendere L’Eternauta qualcosa di vivo, necessario, non solo per i fan, ma per un pubblico ampio. E soprattutto, per l’Argentina.

Perché la domanda principale che si pone la graphic novel – “Sarà possibile?” – riceve qui finalmente una risposta. Sì, è stato possibile. E il risultato è una serie che guarda al futuro con gli occhi del passato. Una storia di resistenza che, oggi più che mai, parla di noi.

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…L’Eternauta rispetta il canovaccio dell’opera di Héctor Oesterheld, tristemente diventato un desaparecido qualche anno dopo la pubblicazione della sua pietra miliare. Lo fa optando per un taglio realistico e per un approccio orientato ai personaggi e alle loro connessioni in uno scenario misterioso, dando vita a un racconto suggestivo e intriso di fragile umanità. Una scelta che mette però in secondo piano sia gli aspetti più fantastici dell’opera originale, sia il suo già citato ed evidente sottotesto politico. Il risultato è una serie solida e di sicura presa sul pubblico, soprattutto in un periodo segnato da ripetute catastrofi climatiche ed energetiche (inevitabile ripensare durante la visione al collasso elettrico di pochi giorni fa in Spagna). Allo stesso tempo però il racconto è penalizzato da un eccessivo appiattimento dei suoi tanti livelli di lettura, che affiorano solo negli ultimi episodi, con la scoperta dell’origine e dei mandanti della neve letale.

Ricardo Darín regge buona parte de L’Eternauta sulle sue solide spalle, tratteggiando i dubbi e i timori di un uomo che diventa eroe per caso, in bilico fra i suoi affetti, la necessità di fare fronte alla minaccia e squarci onirici, di sicuro effetto per gli amanti dell’opera di Héctor Oesterheld. Nella doppia veste di sceneggiatore e regista, Bruno Stagnaro centra invece un accettabile compromesso fra le riflessioni portate avanti dal fumetto e la necessità di adattare la storia ai canoni della serialità, estendendo alcune sottotrame e i relativi personaggi. In quest’ottica, a sorprendere sono soprattutto gli effetti speciali, di ottima fattura sia nei momenti in cui è necessario rendere la desolazione di Buenos Aires, sia nei momenti più concitati, con protagonisti i misteriosi invasori.

L’Eternauta si rivela quindi un ideale ponte fra un fumetto che tutti gli appassionati dovrebbero leggere e il largo pubblico di Netflix, sempre alla ricerca di storie originali ed emozionanti. Una progetto dagli elevati livelli produttivi e gestito con intelligenza, al punto da lasciare una porta aperta a un’eventuale prosecuzione di una storia che, anche a decenni di distanza dalla sua pubblicazione, continua a porci profondi interrogativi su noi stessi e sul mondo che ci circonda.

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domenica 13 aprile 2025

Puan - Il professore - María Alché e Benjamín Naishtat

il film è del 2023, arriva in pochissime sale due anni dopo.

quello che succede in Argentina da troppi anni è il nostro futuro, che arriva a lunghe falcate.

il film è sicuramente politico, leggero e divertente, amaro e drammaticamente attuale.

gli attori sono bravissimi, è un film dell'altra parte del mondo, che ha un'anima e un coraggio come pochi.

un film da non perdere, promesso.

buona (universitaria) visione - Ismaele


ps: di Benjamín Naishtat ho visto anche Rojo, un gran film.

 

 

 

 

Puan è comunque un film necessario. Parla con grazia e rigore di ciò che spesso viene dimenticato: la dignità del pensiero, la nobiltà dell’insegnamento, la possibilità del cambiamento. È una commedia, sì, ma anche un grido sommesso contro l’indifferenza, un inno dolceamaro alla dignità umana. Nel raccontare una piccola lotta accademica, Alché e Naishtat illuminano una crisi collettiva. Il film sfiora un affresco più universale e completo, ma ciò che resta è un messaggio limpido: la cultura, anche se stanca, anche se ferita, ha ancora la forza di interrogarci. Di farci ridere. E, forse, di salvarci.

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È interessante come la politica permei tutto il film in maniera mai invasiva: non si parla solo di filosofia, ma di vita, di lavoro, di cultura, di stipendi che non arrivano, di come affrontare una competizione e di come arrivare a fine mese. Si potrebbe quasi definire una commedia neorealista, tanto risulta efficace l'impronta di verosimiglianza nel racconto del reale, nel tratteggiare l'approccio individualista di chi pensa solo a se stesso e alla propria carriera, come l'approccio collettivo di chi invece percepisce l'università come una collettività. È la comunità educativa, determinata a scendere in strada per rivendicare il diritto a esistere.

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Puan es una comedia dramática que interpela a todos los actores del sistema educativo, maneja con gran tino la convergencia entre el humor y la tensión del relato, tiene excelentes actuaciones y muy buenas locaciones, elige muy bien los dardos que le propina a la mentalidad universitaria, a veces encerrada en las encrucijadas académicas y sin contacto con la realidad social que la circunda y atraviesa, y resalta a su vez la resiliencia y la muñeca de sus integrantes para sumergirse en la cotidianeidad cuando la crisis toca las puertas de la facultad. María Aiché y Benjamin Naishtat, dos realizadores con muy buenas carreras cinematográficas, ambos debutando con dos obras de gran calidad, Familia Sumergida (2018) e Historia del Miedo (2014), respectivamente, destacándose especialmente el talento del segundo y su tercer opus, Rojo (2018), logran aquí una propuesta capaz de emocionar y hacer reír por igual, advirtiendo a la comunidad universitaria acerca de la necesidad de estar alerta ante la inminencia del regreso de políticas retrógradas que buscan desestabilizar la convivencia democrática.

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Los directores, primero, denuncian la conversión de la sociedad en un campo de batalla en el que reina la ley del más fuerte y en el que todos luchan contra todos en su intento por sobrevivir; y, después, señalan la necesidad de unirse para poder plantarle cara a un capitalismo salvaje que, como sucede en la cinta, prescinde de los centros de educación pública porque no los considera rentables. El propio título de la cinta (Puan es el nombre de la calle en la que mayoritariamente se desarrolla la acción) es una fuerte declaración de intenciones: no se trata del yo, sino del nosotros, porque el exterior condiciona siempre el interior, el contexto afecta de forma inevitable a las personas que en él se desarrollan, y la única forma de solucionar los problemas es desde la agrupación, desde la primera persona del plural. Precisamente por eso, todas las dificultades de los protagonistas tienen su raíz en el sistema injusto en el que viven: desde la envidia que envenenada que les devora, pasando por los problemas de salud mental causados por la precariedad, hasta llegar a la degradación de las relaciones personales provocada por la falta de tiempo libre que impide cuidarlas con esmero. Sólo al final, cuando los personajes dejan sus rencillas personales a un lado para luchar juntos por sus derechos, son capaces de atisbar algo de luz. En definitiva, María Alché y Benjamín Naishtat construyen un divertido y emocionante alegato en favor de lo público (en un momento en el que el propio presidente de Argentina lo está desmontando) que utiliza los mimbres de la comedia filosófica con toques absurdos para abogar por el humanismo y la fraternidad como forma de combatir los abusos del capitalismo. Impresionante.

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Puan se salva por dos cosas: una, por su constante alusión a filósofos de toda laya, desde Hobbes a Heidegger, desde Spinoza a Parménides, desde Sócrates a Heráclito. Pero es que la cosa no se queda en la mera alusión, sino que los profesores que aparecen en pantalla en sus clases (el propio Marcelo, pero también Sujarchuk) hablan profusamente del pensamiento de esos filósofos, de sus tesis, de cómo se oponen unas con otras, de cómo todo ello puede servirnos en la actualidad en nuestras vidas. Es tan raro que las palabras “filosofía” o “filósofo” se mencionen en un film, que uno como este, en el que no solo se cita una sino decenas de veces, y encima de todo se habla del pensamiento de muchas de las mejores cabezas de esta disciplina mayor (el saber por antonomasia, por supuesto, el que se pregunta sobre el propio ser humano, sobre nuestra inmanente esencia), ya nos gana por goleada; si encima de todo fuera una buena película, es que le hacíamos la ola...

…Los intérpretes, como es legendario en el cine argentino, están muy bien: Marcelo Subiotto compone un profesor adocenado que habrá de espabilarse para dejar de ser el hombre que va por la vida por inercia, al que la vida lo lleva en volandas en vez de ser él quien, moderadamente, intente conducirla. Leonardo Sbaraglia encarna muy atinadamente a este profesor emigrado a Alemania, con un complejo de superioridad que no se recata en disimular, siempre con sonrisas paternalistas para todos mientras hace fatuo alarde de las diversas lenguas en las que se maneja y de su verbo florido de cualidades embelesadoras. Atención al pequeño Gaspar Offenhenden, de apellido como de Stuttgart, pero más porteño que el mate; este niño parece que se ha comido un viejo: lo que sabe... Si no se malogra, nos parece que puede ser uno de los grandes actores argentinos del futuro.

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¿Es Puán una comedia que se burla de la facultad? ¿Es una sátira cruel o es un canto de amor? Hacia el final, cuando aparece el personaje del comisario interpretado por Luis Ziembrowski no nos queda otra opción más que pensar que es una comedia contra la Facultad, porque no puede haber un personaje tan mal dibujado, tan sobreactuado y tan torpe en una película seria. O tal vez los realizadores tienen tanta hipocresía ideológica que no se animan a hacer un comisario menos estereotipado. ¿Esa amenaza que sufren alumnos y profesores es real o es parte de una lucha que atrasa cincuenta años y sólo ellos creen seguir peleando? Por última vez, del naufragio se salva todo por el protagonista. Si sólo lo seguimos a él veremos un momento genuino, honesto, un momento de coraje para un personaje destinado a una vida gris. No importa si su lucha es real o imaginaria, él muestra amor por ese mundo al que pertenece y finalmente logra sentirse valioso. El leitmotiv de la película es la imposibilidad de Marcelo de cantar Niebla de Riachuelo, el tango de Cobián y Cadícamo escrito en 1937. Una y otra vez es interrumpido, hasta que en la escena final, sin que nadie se lo requiera, él lo canta, como síntesis perfecta de su personalidad y su estado de ánimo. Los directores parecen haber construido toda la película para ese momento mágico. Y Marcelo Subiotto parece haber construido una carrera como actor en función de esta cúspide en su carrera. Inteligente y emocionante, es un cierre inolvidable para una película con virtudes y defectos, sostenida por su intérprete principal.

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