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domenica 18 gennaio 2026

La Grazia – Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino torna ai film migliori, grazie anche, come sempre, a Toni Servillo.

il presidente della repubblica, a fine corsa, nel semestre bianco, deve decidere su una grande questione, il fine vita, e su due piccole, le grazie.

arriva, come pure la figlia, in una prigione, per parlare con i detenuti per una possibile grazia (e sembrano la prigione di Elisa, per chi l'ha visto).

il presidente ricorda il suo passato e il poco tempo che gli manca lo rende fragile e determinato insieme.

solo la figlia lo sopporta e lo supporta, anche se lui è sempre solo a decidere.

il presidente è naturalmente un personaggio di fantasia, a differenza de Il Divo, e Toni Servillo è semplicemente perfetto.

tutti i dettagli del film li apprezzerà chi andrà al cinema, e uscirà contento.

buona (nel dubbio) visione - Ismaele


 

 

 

 

Sotto il profilo interpretativo, il legame tra Sorrentino e Servillo si sublima in quest’opera raggiungendo un’autorevolezza composta e dolente. Ne emerge un uomo scisso: diviso tra il rigore inappellabile del giurista e la vulnerabilità di un vedovo segnato da silenzi e rimpianti. La ricerca della verità si configura, in tale contesto, come una sorta di “tossicodipendenza” affettiva: imprescindibile e vitale, ma al contempo potenzialmente devastante. Rispetto al passato, il confronto con Coco segna una rottura: l’arguzia non riesce più a contenere il vissuto. Quando il linguaggio perde la sua armatura, la parola cede il passo a una verità interiore a lungo ibernata, che riaffiora in tutta la sua nudità. Non è più il linguaggio a dominare il sentimento; è il sentimento, nella sua prepotenza, a svuotare il linguaggio medesimo. Sorrentino rivendica, inoltre, una decisa autonomia rispetto alla critica e al giudizio immediato: una volta affidato al pubblico, il film diviene un oggetto autonomo, “gettato a mare” e sottoposto alle correnti interpretative. La grazia si delinea pertanto come il lento e paziente pedinamento di un uomo alla ricerca della propria grande bellezza, non più nell’estasi estetica o artistica, bensì in una clemenza autentica rivolta innanzitutto verso sé stesso. Al cuore dell’opera resta l’interrogativo devastante che muove l’intera pellicola: «Di chi sono i nostri giorni?», un’indagine profonda sull’autodeterminazione, intralciata da obblighi morali e vincoli familiari. In questo contesto, il vagabondare del Presidente nel Quirinale diventa il simbolo perfetto del cinema di Sorrentino: un’estetica che, pur accettando la sofferenza, riesce sempre a isolare un gesto di autonomia e amore.

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…Un qualcosa che vive, sottovoce, nelle immagini crude e ruvide avvolte di quella coltre onirica morbida tipica della cifra stilistica che ha reso grande Sorrentino, e che nel caso de La grazia dà forma a un'opera elegante di grande sensibilità, percorsa di umorismo e dolcezza essenziali, eppure manifestazione di una profonda crisi esistenziale: quella del Presidente Mariano di un Servillo carismatico ma fragile, affettuosamente soprannominato Cemento armato dai vicini, perché granitico e incapace di prendere posizione.

L'unica a spronarlo è la figlia Dorotea, interpretata dalla bravissima Anna Ferzetti, che se ne prende cura come fosse il suo angelo custode quando in fondo vorrebbe soltanto riavere il proprio padre, vero e vitale. Ed ecco, quindi, il suo pulsante cuore emotivo: La grazia è un film sull'immobilismo – d'azioni e di sentimenti – generato dal sentirsi rotti dentro. Quel tipo di rottura che genera distanza, dissipa ogni emozione e fa spegnere gli occhi; riflesso condizionato di quando l'amore è assente e vive soltanto nella memoria di ricordi malinconici…

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In "La grazia" si squadernano le ossessioni tematiche formulate da Sorrentino nel corso della sua carriera, ossia la senilità, l'attesa dell'epifania decisiva, il potere e il suo fine/la sua fine, la contrapposizione tra levità e gravità, calate all'interno di una forma estetica altamente codificata in venticinque anni di pratica con la macchina da presa ma che qui aderisce al grigiore di De Santis. È dunque sì un film che ha come prologo una sequenza iperbolica commentata dalla musica elettronica, una teoria di dolly che staccano all'improvviso sulla figura di De Santis che, osservando il volo delle frecce tricolori dall'alto del Campidoglio, compie l'umano rituale di fumarsi l'unica sigaretta del giorno. Eppure, i movimenti della macchina da presa di Daria D'Antonio, in particolare le abituali carrellate, appaiono meno roboanti: Sorrentino lavora su uno spartito in minore e, ricorrendo a soluzioni di messa in scena più intime, indugia sulle vulnerabilità e le ferite di chi è soverchiato dagli oneri del potere…

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…La trama de La grazia ricalca, almeno in apparenza, la parabola tipica di un film di Sorrentino, in cui il protagonista è costretto da un evento esterno a fare i conti con il proprio passato e a modificare la propria postura rispetto al presente. Un percorso che lo mette in relazione con la sua sfera emotiva, piano in cui si celano i misteri che regolano il nostro modo di rapportarci con il tempo e con lo spazio. Stavolta, però, la direzione è ribaltata.

La figura di Mariano è infatti messa fin da subito e costantemente in crisi, preda di una spinta alla destrutturazione che si era già avvertita, per esempio, in Parthenope, pellicola in cui cominciava a emergere una certa autoironia, connaturata al desiderio di smentire le formule codificate della poetica del regista napoletano. Una tensione qui portata maggiormente a fuoco, soprattutto nella svolta profondamente umana che investe il protagonista, rappresentante simbolico – come accennato in apertura – del “Sorrentino pensiero”…

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domenica 13 ottobre 2024

Iddu - L'ultimo Padrino - Fabio Grassadonia e Antonio Piazza

Elio Germano e Toni Servillo (bravissimi) sono i due protagonisti del film, e tutti gli attori e attrici sono in ottima forma.

la storia è quella di Matteo Messina Denaro, che vive come un sorcio, perdendo potere e prestigio.

il boss si fida di Catello, con la morte sempre vicina.

i due sono personaggi tragici, senza futuro.

sembra una storia del passato, è solo dell'altroieri.

pizzini e puzzle sono il lavoro e la passione e il tormento di Matteo Messina Denaro.

un film cupo, oscuro, nel quale i due protagonisti hanno un rapporto quasi come quello di un padre con un figlio.

e poi c'è la polizia, e i servizi segreti, che proteggono il boss, nel film come nella realtà.

un film che riesce a coinvolgere, senza deludere.

buona (mafiosa) visione - Ismaele



 

Iddu è un’opera che, pur non priva di difetti, riesce a distinguersi grazie alla straordinaria qualità delle interpretazioni e a una regia coraggiosa, capace di mescolare realtà e finzione, creando una riflessione profonda sulla condizione umana e sulle maschere che ognuno indossa. Nonostante le sue criticità, il film merita attenzione per l’originalità del suo approccio e per la capacità di offrire un ritratto inedito di una delle figure più enigmatiche e controverse della storia contemporanea italiana.

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Fatto sta che nella visione di Grassadonia e Piazza, la Sicilia è una terra in cui la linea genealogica è impazzita, i padri hanno abdicato e i figli hanno smarrito la rotta. La trasmissione è stata spezzata o meglio è stata inquinata dalle logiche malate del sopruso e del potere, quelle della mafia e delle istituzioni oscure e corrotte. Come sempre la loro scrittura rimodella il dato di realtà, la storia, con la forza dell’invenzione. Ma se in Sicilian Ghost Story la chiave fantastica era una specie di rivolta contro l’orrore della cronaca, qui la deformazione romanzesca piega verso il grottesco, in un’ironia che si fa sarcasmo e che disegna una galleria di maschere ottuse e inquietanti. Però non è un semplice ritorno a registri e schemi di certo cinema politico italiano. Perché lo sguardo di Grassadonia e Piazza ha un’originalità autentica, sa costruire la tensione nei momenti dell’azione, ma soprattutto gioca su una molteplicità di prospettive: un realismo di fondo che si coniuga a una specie di astrazione nella gestione degli spazi, del décor, dei costumi e dei colori, che si stratifica di simboli, di rimandi a un orizzonte mitico, ancestrale. Certo, a differenza del film precedente, non sembra esserci molto margine di sovversione. E qualcosa, ogni tanto, sembra andare verso l’eccesso, sfuggire dalle mani. Eppure in Iddu c’è la libertà di una rilettura, di un’interpretazione, di un pensiero che può rischiare anche il tradimento. Ma che è soprattutto un sano atto di coraggio.

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Se i primi minuti sono quelli fondanti rispetto a ciò che viene dopo, non c’è dubbio che “Iddu” sia un film di morte e di morti. Non solo perchè la storia si apre all’interno di un casolare dove Messina Denaro assiste agli ultimi attimi di vita del genitore per poi sostituirlo scavandosi da solo la propria tomba con un’esistenza che tale non è. Lo stesso Catello (interpretato in maniera superba da Toni Servillo), interlocutore privilegiato di Messina Denaro, attraverso un rapporto epistolare orchestrato dai servizi segreti per scovare il famoso latitante, ne è una delle sue tante versioni: magari più vitale di altre per il desiderio di non abdicare al sogno della vita - quella di costruire un albergo che gli consenta di pagare i suoi debiti e assicurare ai familiari una vita tranquilla - ma comunque mortifera (“sei un ex in tutto” gli ricorda la moglie in maniera sprezzante) per i fallimenti che lo hanno portato prima in prigione e poi a tradire se stesso consegnandosi al nemico. Tombale - alla pari dell’abitazione in cui si rifugia Messina Denaro - è l’appartamento dove Catello ritrova la famiglia dopo essere uscito di prigione e ancora è la morte che invoca quando sostiene che per riuscire a convincere il boss a eleggerlo a interlocutore privilegiato si dovrà evocare dall’oltretomba la figura del padre a cui peraltro lui stesso cercherà di sovrapporsi nelle parole rivolte al potente latitante…

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giovedì 21 dicembre 2023

Adagio – Stefano Sollima

dopo ACAB e Suburra, Adagio chiude la trilogia di Stefano Sollima sulla Roma meno turistica.

Francesco Di Leva e Pierfrancesco Favino erano insieme in L'ultima notte di Amore, entrambi poliziotti, in Adagio Favino diventa un delinquente.

i tre delinquenti Daytona, Il cammello, Polniuman sono a fine carriera, ma il loro è un mestiere nel quale godersi la pensione è molto difficile.

il film inizia con una panoramica della città, dall'alto non si sa cosa avviene a livello terra.

tutto accade in poche ore, la prima parte è buia, notturna, poi arriva un mattino luminoso, la seconda parte avviene durante il giorno, la storia è nerissima, due poliziotti corrotti e i tre delinquenti ex amici, un ragazzino che si trova in mezzo a una storia di ricatti, con una politica criminale e una polizia con qualche scheggia impazzita, deviata, al servizio di un potere corrotto e oscuro, in una lotta senza regole. 

come nel film di Petzold un incendio si avvicina, assedia la città, piove cenere.

e poi ci sono quei ragazzini che si incontrano al commissariato, figli di gente dimenticabile, loro saranno il futuro.

ma questà è un'altra storia.

un film che merita, ottimi attori e una sceneggiatura che regge bene al caos di quella maledetta giornata.

buona (criminale) visione - Ismaele


 

 

 

Il cinema di genere più riuscito deve in qualche modo sublimare se stesso, e Sollima non ha paura di "go big or go home"; soprattutto Favino è trasfigurato in una fisicità assieme viscida e ruvida, irriconoscibile sotto una calotta cranica calva che gli riscrive il rapporto tra testa e corpo. Affiancata dal lavoro sulla lingua più vero del vero, risulta in una prova eccellente perfino per la star più luminosa del nostro cinema, che peraltro è riuscito nel giro di un anno a completare una sua personale trilogia di straordinari film sulle città, visto che la Roma di Adagio va a inserirsi tra la Napoli di Nostalgia e la Milano di L'ultima notte di amore.
Il resto è un mix di novità - il volto fresco del protagonista Gianmarco Franchini, all'esordio in mezzo a nomi pesanti senza farsi schiacciare, le belle musiche dei Subsonica - e di conferme di chi un certo genere crime dell'ultimo decennio ha contribuito a crearlo: la fotografia di 
Paolo Carnera, le scenografie sempre speciali di Paki Meduri, e la solida sceneggiatura di Stefano Bises, che scrive a quattro mani con Sollima. Insieme fanno del cinema sporco, sfacciato e consapevole, tutte cose di cui il genere a cui hanno scelto di dedicarsi ha - alle nostre latitudini - un disperato bisogno.

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…Che in Adagio la morte e la distruzione siano le forze primarie ci viene suggerito sin dalle prime inquadrature, con la vista su una Roma notturna illuminata da una serie di gravi incendi sullo sfondo e da una serie di black out che oscurano ogni cosa. In questo contesto si muovono tre generazioni di personaggi: i vecchi, glorie passate della criminalità ormai ritiratisi nell’ombra e desiderosi di rimanerci; i nuovi criminali, uomini adulti con l’ambizione di conquistare ciò che li circonda; e infine i giovani, piccoli teppistelli con giusto qualche esperienza nello spaccio, spaventati e tutt’altro che certi di voler far parte di quel mondo.

Queste tre generazioni si muovono dunque secondo logiche di attacco, difesa o fuga, sono prede e predatori chiamati all’azione nella giungla di cemento che è Roma. Sollima li segue con attenzione, senza mai avvicinarsi troppo e permettendo così agli attori di cercare e trovare nuovi modi di esprimersi con il corpo all’interno delle immagini. C’è dunque molta istintività e fisicità all’interno di Adagio, che porta però tale titolo in quanto si muove calmo tra le vicende di suoi personaggi e i rapporti tra di loro. L’incidente scatenante che mette in moto il film sembra infatti più un pretesto per chiamare all’azione i suoi protagonisti, concentrandosi poi su di loro, il loro vissuto e le loro ferite interiori…

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“Daytona”, “Il cammello”, “Polniuman” sono tre personaggi dolenti, finiti, e ognuno di loro reagisce al loro destino in modo diverso: Servillo, Favino e Mastandrea restituiscono in maniera convincente le sfaccettature dei loro personaggi che hanno sui volti i segni di un’epoca di sangue e morte. Le loro interpretazioni, come quella di Adriano Giannini in un ruolo che non vi sveleremo, e la maestria di Sollima nel dirigere le loro storie sullo sfondo di una Roma distopica, tra fuoco e cenere, sovraffollata, caotica e sporca, immagini potentissime, non bastano a risollevare una trama debole e prevedibile.

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domenica 2 aprile 2023

Il ritorno di Casanova - Gabriele Salvatores

un film nel film, un regista in crisi non riesce a terminare il film su Casanova, anche lui è in crisi perché sente avvicinarsi il tramonto della vita, come il regista, d'altronde.

gli attori sono bravi (come sempre, quindi prevedibili), in una specie di viale del tramonto di Salvatores.

Casanova è a colori, il regista in bianco e nero, e Balasso deve montare lui il film al posto di Servillo, in grande crisi.

Lorenzo (Guzzanti/Ghezzi) direbbe che il film arranchia.

non aspettarti niente, non sarai deluso (come diceva Alexander Pope).

buona (boh!) visione - Ismaele

 

 

 

Il film poi scorrerebbe anche bene, se solo avesse qualcosa da dire…

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Quelle che compongono Il ritorno di Casanova sono tre diverse narrazioni che non convincono, che lasciano perplessi e che fanno ritenere come ben meritato il premio che l’evocata Mostra del Cinema di Venezia tributa al giovane regista rampante, le cui idee e soluzioni evidentemente riescono a convincere, e che tanto infastidisce il protagonista. In tutto il film si leva come straordinaria solo l’interpretazione dell’attore Bentivoglio, sia quando veste i panni di Casanova sia quando interpreta se stesso, ponendosi come alter ego, peraltro, come una sorta di subconscio del regista in crisi. È Casanova stesso comunque, il suo mito, buono in tutte le salse, a valere. Non altro.

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Leo Bernardi è un regista che non riesce a completare il suo ultimo film su Giacomo Casanova, in procinto di partecipare in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Il suo montatore Gianni cerca di farlo uscire dall'impasse e da una depressione incipiente, mentre Leo si consuma fra due sentimenti che gli paiono inadatti ai sui 63 anni: la competitività con un giovane regista, Lorenzo Marino, osannato dalla critica e anche lui in predicato per il concorso veneziano, e l'amore per Silvia, un contadina volitiva e indipendente, molto più giovane di lui. Dunque Leo temporeggia, procrastina, è nervoso e distratto, agitato da sogni e visioni, impolverato come il Casanova che racconta, cui tutto appare "insensato e ripugnante" - a cominciare dal passaggio inesorabile del suo tempo di vita…

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lunedì 30 gennaio 2023

Il primo giorno della mia vita – Paolo Genovese

quando vai a vedere questo film sai cosa aspettarti, un’altra versione di La vita è meravigliosa, di Frank Capra (qui si può rivedere), con bravi attori del cinema italiano.

un deus ex machina, anche nel senso che è l’autista, Toni Servillo, un angelo di seconda classe, chissà, ha il compito di convincere a una seconda occasione di vita quattro suicidi.

ci riesce anche, il povero Toni, in parte, ma è il film che non riesce a volare alto, gli attori sono bravi, ma sembrano recitare col freno a mano tirato, il critico Guzzanti-Ghezzi direbbe che il film "arranchia" (qui).

se uno pensa a cosa poteva essere questo film, potrebbe restare deluso.

lasciate ogni aspettativa a casa, il film non vi deluderà, come se fosse un usato garantito.

buona (suicida) visione - Ismaele

 

 

Più in generale, il materiale narrativo – e umano – presente ne Il primo giorno della mia vita avrebbe potuto dar luogo a un’opera più interessante e lucida; il film di Genovese, invece, si ammanta di un coté accattivante (la metallica fotografia di Fabrizio Lucci fa il suo lavoro) ma non si libera di una certa sensazione di incompiutezza, accentuata anche dalla dilatazione della storia e dalla dispersività delle vicende dei personaggi. Alcuni passaggi che avrebbero forse meritato un maggior rilievo (il filmato che raffigura il futuro dei quattro) vengono toccati in modo quasi timido dalla regia, mentre al contrario si calca troppo la mano – in modo non sempre credibile – su altri aspetti (il background familiare del piccolo Daniele). Proprio questi, comunque – interpretato dal piccolo Gabriele Cristini – offre alcuni dei momenti migliori del film, specie nell’interazione con la madre in lutto interpretata da Margherita Buy; i rispettivi personaggi restano probabilmente i più riusciti e credibili, al netto di alcuni dialoghi poco efficaci (il confronto conclusivo tra Arianna e il personaggio di Servillo). Si ha l’impressione, comunque, che il regista non sia riuscito a caricare della necessaria forza emotiva i momenti più pregnanti della storia, al punto che tutto il film pare gravato da una freddezza non voluta, che ne limita in gran parte il potenziale. Un peccato, vista la buona confezione e le ottime potenzialità del soggetto.

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Anche i dialoghi sembrano più declamati che sentiti, più artificiosi che ispirati. Ogni emozione è tenuta a distanza sia dal copione che dalla regia, e i quattro "walking dead" attraversano davvero come zombie questa storia, senza creare la risonanza emotiva necessaria per coinvolgere lo spettatore.
Impossibile non fare un paragone mentale con altri film di tema simile, ma di impatto emotivo infinitamente maggiore, come 
La vita è meravigliosa o La ragazza sul ponte, che rappresentavano la scelta del suicidio come l'estrema ratio di nature profondamente romantiche e idealiste, non come un gesto di inerte disperazione. Forse la chiave di lettura più interessante come cartina di tornasole della contemporaneità è la scelta di fare del "maschio bianco privilegiato" l'elemento più fragile, quello che, pur essendo stato favorito dalla vita per cultura e tradizione, non riesce comunque a darle un senso nel presente.

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…Un cast, quello de Il primo giorno della mia vita, che si giostra alla perfezione seguendo un racconto introspettivo, che parla di problemi di attualità, della disperazione che guida ognuno di noi, chi più chi meno, e di quanto sia difficile combattere i propri demoni, di come la sofferenza ti si appiccica addosso e resta, tanto che finiamo per sentirne la mancanza quando il tempo la porta con sé. Dialoghi precisi e necessari, la scrittura non straborda di parole superflue, come purtroppo spesso succede, riuscendo a lasciare allo spettatore un po’ di respiro per poter provare emozioni.

Unica pecca il finale, che forse toglie un po’ di serietà trasformandosi in qualcosa che non è in linea con tutto il resto. Esageratamente stereotipato, cambia atmosfera e cade nella rete delle commedie all’italiana, tipiche dei film di Gabriele Muccino, dalle quali ci si aspetta sempre la solita minestra, esaltando i momenti cruciali con musiche e battute un po’ banali, perdendo un po’ di vista i dettagli.

Nonostante questa piccola caduta, possiamo tranquillamente dire che Il primo giorno della mia vita è uno di quei film che ci fanno sperare che il cinema italiano torni ai livelli del passato, grazie alla sua eleganza ed estrema attualità, per un tema che non è uno dei più “gettonati” in questo momento particolare, ma che é sempre reale, l’invisibilità della sofferenza e, soprattutto, delle persone che la portano con sé ogni giorno…

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Una regia mai sopra le righe, che delicatamente accompagna lo spettatore per immergersi in un contesto difficile e doloroso ma pieno di significato. Questa organicità delle emozioni fa trascorrere il tempo in un lampo, tra grandi verità, silenzi, gioie, prese di coscienza. Ancora una volta un film che riflette in maniera efficace sul significato della vita.

Usciti dalla sala si ha la sensazione di voler abbracciare tutti, per sentire che non siamo soli, che la sofferenza appartiene a tutti anche se in maniera diversa.

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…Un film che vuole parlare di suicidio in relazione ad un percorso di rinnamoramento alla vita, deve riuscire ad emozionare lo spettatore senza fare leva solo su una lunga sequela di dolori, tragedie e perdite. Senza scomodare il già citato capolavoro di Frank Capra, ciò che scarseggia qui è l’empatia necessaria a far appassionare lo spettatore alla vicenda, e di certo non aiuta la superficialità con cui sono trattate tematiche come il cyberbullismo o l’abuso psicologico in famiglie disfunzionali. Restano oltretutto alcune questioni profonde e molto interessanti affrontate in maniera soltanto parziale, come l’evoluzione del dolore col passare del tempo o l’effettiva libertà di decidere di togliersi la vita. Dilemmi a cui è difficile dare una risposta, ma che sarebbe stato bello affrontare con più attenzione.

Come nel caso di The Place, anche Il primo giorno della mia vita appare come un oggetto escludente, un film da osservare attraverso una grande vetrata che tiene lo spettatore ben al di fuori della storia.

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l’operazione è talmente costruita, posticcia, priva di sincerità, che gli elementi più incongrui – l’arco narrativo del bambino, per esempio – risultano ancora più palesi, complici gli attori che praticamente declamano il copione senza dare vita alle parole. Ci provano un po’ Servillo e Buy, con dei ruoli che molto probabilmente riuscirebbero a fare con un minimo di carisma anche nel sonno, e soprattutto Mastandrea, quello con la materia più verosimile tra le mani in quello che è un susseguirsi di banali peripezie mortifere. Un inizio non esattamente promettente per quella che vorrebbe essere la nuova annata di cinema d’autore di produzione italiana.

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giovedì 3 novembre 2022

La stranezza - Roberto Andò

un film da cui non mi aspettavi troppo e che sorprende, grazie a una sceneggiatura non urlata, senza primedonne, al limite qualche primus inter pares.

Ficarra e Picone sono bravissimi, come Toni Servillo.

a partire dalla morte della balia di Pirandello (Aurora Quattrocchi,  mamma Teresa in Nostalgia) nasce la storia, i due amici delle pompe funebri sono anche gente di teatro e a loro insaputa diventano una fonte d'ispirazione per Pirandello.

il teatro della filodrammatica di "dilettanti professionisti" recita la vita e nella finzione sta la verità, il pubblico non è passivo, partecipa, ride, si immedesima, capisce.

un film che non delude, promesso.

buona (teatrale) visione - Ismaele


  

A brillare sullo schermo sono il ritmo, l’inventiva, il piacere, la generosità dimostrata da Andò (con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso alla sceneggiatura) e dagli attori, numerosissimi e straordinari fino al più piccolo ruolo. Come se questa “Stranezza” così inattesa aspettasse in certo modo di vedere la luce da sempre. A risarcire, sull’onda di altri film importanti ispirati al teatro (“Qui rido io” di Martone, ma anche il trascurato “La stoffa dei sogni” di Cabiddu), un cinema che troppo spesso, misteriosamente, sembra anzitutto ansioso di dimenticare di cosa può essere capace.

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Toni Servillo è rimasto affascinato “dalla possibilità di sottrarre Pirandello ai cliché della pesantezza intellettualistica, e dunque di raccontarlo in un momento cruciale della sua vita mentre cova questa idea così audace di teatro, che sarebbe diventata I sei personaggi, e la trova durante un viaggio di ritorno nella sua Sicilia, dove riprende contatto con riti, volti, paesaggio e lingua nativi. Mi piaceva inoltre molto, attraverso questo film, di poter contribuire modestamente a far cadere gli steccati che vogliono gli attori comici e drammatici separati. L’alchimia tra me con Valentino e Salvo corrisponde alla curiosità che avevamo di incontrarci e recitare insieme”. Chiamati in causa Salvo Ficarra e Valentino Picone, chiamati fin dalla genesi del film, hanno espresso la gioia di appartenere a un testo che “abbiamo subito capito fosse un progetto ambizioso: ci siamo sentiti immediatamente dentro a questa storia. Scoprendo poi che ci sarebbe stato Servillo nei panni di Pirandello non vedevamo l’ora di iniziare. È stata una grande avventura di ascolto reciproco”…

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La parola “stranezza” viene pronunciata due volte nel corso del film. La prima dal fantasma della tata, che appare a Pirandello e gli dice “ogni volta che ti veniva la stranezza, appoggiavi le gambe sulle mie ginocchia…”, la seconda volta invece è lo stesso Pirandello che usa la parola durante il colloquio con Verga (Renato Carpentieri): “Ho in mente una stranezza che è diventata quasi un’ossessione…”. Nel primo caso “stranezza” sembrerebbe indicare un tormento interiore, un’afflizione nascosta, una vena di malinconia, mentre nel secondo caso sembra alludere a un’idea creativa che non riesce a prendere forma, che si affaccia e si sforma, che appare e si dilegua, generando apprensione e frustrazione. Ma prima o poi la “stranezza” la sua forma la trova, un po’ come accade alle lettere che formano la parola nei titoli di testa: prima galleggiano casualmente e disordinatamente su sfondo nero, poi a poco a poco si accostano l’una all’altra e danno forma al titolo del film. Come dire: nel momento in cui prende forma, la “stranezza” diventa qualcos’altro…

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È incredibile quanto Toni Servillo sia sempre capace di far andare di pari passo alla quantità di progetti in cui lavora, la qualità delle sue interpretazioni. Non sbaglia un colpo e più che mai stavolta sa donarci un personaggio di poche parole ma dai grandi sentimenti, un’interpretazione fatta di sguardi, di micro-espressività, di intenzioni. Ficarra Picone trovano finalmente spazio per liberarsi dal cliché della coppia comica cabarettistica in cui sono intrappolati, per confermarsi grandissimi caratteristi capaci di regalarci due personaggi vivi e tridimensionali, profondi ma leggeri, commoventi ma simpatici, poveri ma ricchissimi, miseri ma amabili…

… Ciò che fa scalare una marcia a La stranezza è, ahinoi, proprio la regia di Roberto Andò, che davanti a tutto questo popò di arte e passione rimane decisamente fredda, impostata, poco originale e allineata più a un compito da svolgere che a una mano autoriale. Per carità, il mestiere certamente non manca, ma un film come La stranezza dovrebbe rappresentare per un regista lo slancio necessario a sperimentare su una propria visione, piuttosto che ad assestarsi sulla semplicità del campo e controcampo. Ci sarebbe piaciuto vedere qualche inquadratura più originale, qualche movimento di macchina in più, qualche mezzobusto in meno, ma soprattutto una visione autoriale riconoscibile, chiara, ragionata che avrebbe certamente elevato La stranezza a uno dei migliori film italiani prodotti negli ultimi anni. 

da qui

 

scrive il regista:

Una mattina di molti anni fa (abitavo ancora a Palermo), mi trovavo in compagnia di Leonardo Sciascia e, all’improvviso, lui mi chiese di fermare l’auto che stavo guidando. “Scusa, aspettami un momento”, bisbigliò ancora il grande scrittore. E si avviò verso una piccola libreria. Trascorsero pochi minuti e lo vidi ritornare con un libro in mano che subito mi porse. Era una biografia di Luigi Pirandello curata da un grande studioso, Gaspare Giudice. “Questa è per te, l’avevo ordinata qualche giorno fa. È fondamentale, ed è la più bella che ci sia in circolazione”.

Questo episodio dei miei anni giovanili è probabilmente all’origine del mio film La stranezza. In effetti, quella biografia si rivelò una lettura cruciale e mi consegnò una visione folgorante del labirintico intreccio di vita e arte di cui si compone il tortuoso universo di Pirandello, una visione verso cui ancora oggi mi sento debitore.

La Stranezza è una fantasia sull’atto creativo, sull’ispirazione. Un viaggio sospeso tra la vita reale del grande scrittore agrigentino e l’invenzione fantastica. Al centro c’è il rapporto tra Pirandello e i suoi personaggi. Tra Pirandello e la Sicilia, tra le ossessioni private di un genio e la vita di un paese siciliano negli anni ’20 del secolo scorso. Alcuni dei fatti che vi sono raccontati sono veri, come pure alcuni dei personaggi che vi compaiono.

È vero che nel 1920 Pirandello andò in Sicilia, a Catania, per festeggiare l’ottantesimo compleanno di Giovanni Verga, e che l’autore dei Malavoglia non volle presenziare alla cerimonia al teatro Bellini, officiata dal ministro della Cultura Benedetto Croce. È vero che Pirandello aveva una moglie, Maria Antonietta Portolano, che nel 1919 fu reclusa in una clinica specializzata nelle malattie nervose. Così come è vero che Pirandello da bambino fu accudito da una balia che si chiamava Maria Stella, una donna dolce e sensibile che gli raccontò fatti, favole e dicerie di quella Girgenti a cui l’opera dello scrittore si sarebbe poi ispirata. Come è altresì vero che la prima dei Sei Personaggi in cerca d’autore, il 9 maggio del 1921, a Roma al Teatro Valle, fu tempestosa, per non dire disastrosa. Come si evince dalle cronache, il pubblico fu spiazzato dalla novità rivoluzionaria espressa da quel capolavoro, e fece pervenire all’autore il suo dissenso a suon di “Manicomio!”, “Buffone”, e altri epiteti. Pirandello, contrariamente alle sue abitudini, volle comunque salutare il pubblico e si offrì imperturbabile al suo giudizio. Uscì dal teatro con la figlia Lietta affrontando a viso aperto il drappello di facinorosi che lo attendevano

per dileggiarlo. Ma già a Milano, tappa successiva della tournée prevista per lo spettacolo, I Sei Personaggi furono accolti con un trionfo, e da lì, via via, la fama dell’opera si espanse inarrestabile al mondo intero…

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venerdì 3 dicembre 2021

È stata la mano di Dio - Paolo Sorrentino

Sorrentino torna a casa, con questo ritratto dal regista da cucciolo.

nella prima parte si ride molto, è un film classico, nella seconda parte, dopo la morte dei genitori, il film si intristisce, così è la vita, con Fabietto che cerca la sua strada, e lascia Napoli.

all'inizio e alla fine appare iMonaciello di Napoli (ne aveva scritto in un racconto Anna Maria Ortese), mica possono vederlo tutti, solo zia Patrizia e Fabietto riescono a vederlo.

alla grande bellezza di Roma si aggiunge adesso la grande bellezza di Napoli.

e poi c'è Maradona, la mano di Dio, un sogno, una consolazione, una speranza, una sicurezza, una stella polare.

un film da non perdere, nelle classifiche dei film non appare, anche se è il primo, Netflix può decidere che i suoi film siano hors categorie, come fantasmi, come il monaciello, e ci riesce.

buona visione (unita o disunita che sia) - Ismaele


 

 

"Non ti disunire!!"

E cosa è stato il cinema del secondo Sorrentino, quello più famoso, se non un cinema disunito?

Ed ecco allora che, invece, per raccontare sè stesso, Sorrentino ascolta quel vecchio consiglio, "non ti disunire". E lui allora non si disunisce, racconta un anno della sua vita in modo "intero", senza parzialmente scremarsi, senza orpelli, senza rapsodie, senza parentesi che si aprono e chiudono, senza divagazioni, senza perdersi.

Un gesto di umiltà, un (apparente) passo indietro artistico che Sorrentino fa per non camuffare la realtà, per non rendere manipolata la verità, per non rendere sorrentiniana la sua vera vita.

Perchè è questo il paradosso de sto film, ovvero di come questo autore spesso odiato come uomo e artista quando poi fa un film in cui fonde le due cose tra loro, quando oltre a Sorrentino riesce a raccontare tanto anche del Paolo, si ritrova davanti l'amore sconfinato di tutti…

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Si ride, tanto, in questa storia di discendenti del Regno di Napoli, insieme a questa galleria di personaggi a volte grotteschi ma mai meno che umani. E Maradona è il nume tutelare ricorrente che manda segni da lontano, che fa ballare sui balconi un'intera città, che salva la vita e l'onore, che riesce a non essere mai deludente, almeno in quegli anni lontani. È stata la mano di Dio non è "consolatorio" ma prova a ricomporre le parti "disunite" di un regista che voleva fare il filosofo e invece si è trovato a raccontare, ancora e ancora, il rimpianto.

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Il Sorrentino che parla da Napoli è il Sorrentino più convincente, sempre. Sin da L'uomo in più - esordio maiuscolo - il regista ha rivelato una sintonia sovrannaturale fra il suo sguardo e Napoli. È stata la mano di Dio conferma che quando Sorrentino asseconda il suo afflato popolare e lascia correre la sua affabulazione si offre come la versione più alta e convincente di un cinema popolare d'autore che ha sempre fatto la forza della nostra produzione nazionale. Non c'è nulla fuori posto in questo film autobiografico. Non un fotogramma di troppo. E la commozione è gestita con straordinaria sapienza antiretorica. Non sempre abbiamo seguito l'autore nelle sue esplorazioni formali. Ma qui il risultato è magistrale. Forse l'apice di una produzione che inevitabilmente sarà letta tutta alla luce di questo film incredibile

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Fabio, infatti, che ha visto sì e no tre o quattro film, capisce che la sua aspirazione è quella di diventare un regista, di raccontare storie che rappresentano la realtà ma al tempo stesso la rendono meno amara. I detrattori di Sorrentino avranno da ridire sul manierismo furbo del regista che s’ispira anche questa volta a Fellini e strizza l’occhio alla commedia italiana. Personalmente, mi viene da dire: magari ce ne fossero altri che sanno ispirarsi tanto bene al grande maestro Fellini. Aggiungo che in questo film si sente che il regista si lascia  travolgere da un flusso continuo di emozioni e travolge anche noi spettatori. E mette da parte ogni lezione di stile. Stile, peraltro, apprezzato in tutto il mondo. È stata la mano di Dio ha ottenuto l’applauso più lungo del pubblico del Lido di Venezia. Molti sono usciti pensando “Peccato che sia finito”.

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Sorrentino è superbamente insincero. Lo è come lo erano Fellini o Hitchcock. Trasforma le tranches de vie in tranches de gateau. Fette di torta visive, niente fette scadenti di vita. Bisogna reinventarlo, il mondo. E Sorrentino lo fa, trasformando in invenzioni visive la rievocazione del suo romanzo di formazione: dalle mirabilia dell’inizio (con un sedicente San Gennaro che porta la sensuale zia Patrizia in un palazzo diroccato, dove accanto a un gigantesco lampadario di cristallo appoggiato al pavimento fa la sua apparizione il fantasma del monaciello) via via alla figura fantasmatica della sorella che non si vede mai perché sta sempre chiusa in bagno fino all’iniziazione sessuale di Fabietto da parte della straordinaria baronessa Focale.

E poi Napoli: la Napoli dai mille colori cantata da Pino Daniele nei titoli di coda che Sorrentino rende anche nei suoi mille afrori e rumori, Napoli sguaiata, Napoli sfacciata, Napoli pezzente e sublime, Napoli sfuggente, Napoli acquosa e Napoli pietrosa, Napoli come la Roma di La grande bellezza, orrenda e bellissima, sfasciata e vitale, morente e sublime. È lì che nasce il cinema: Napoli è l’altro grande vero idolo del film, assieme a Maradona e a zia Patrizia…

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mercoledì 10 novembre 2021

Il bambino nascosto – Roberto Andò

Gabriele è un professore di musica, solitario e solo, che vive in un palazzo, in un quartiere, in una città, in una regione, in uno stato, ad alta densità camorristica.

e Ciro è un ragazzino cresciuto col mito camorristico, e gli capita di fare una cosa che non doveva, lo cercano, ancora non sa che lo vogliono morto, e si rifugia, per caso, a casa di Gabriele, che lo tiene nascosto, a suo rischio e pericolo.

il film è la lotta per la sopravvivenza di Gabriele e Ciro, che piano piano diventa come un figlio per Gabriele e Gabriele come un padre per Ciro.

il film è tutto qui, e non è poco, ormai Silvio Orlando è un fuori classe.

se facessero un film nel quale la cinepresa riprende Silvio Orlando e Toni Servillo che chiacchierano per due ore mangiando la pizza, io ci andrei senza alcun dubbio.

intanto, buona (nascosta) visione - Ismaele

 

 

 

Il bambino nascosto è una creatura strana fatta di mistero e citazioni, da Totò al poeta greco Konstantinos Kavafis. Roberto Andò non si discosta molto da alcuni punti fermi della riflessione intellettuale e filosofica che da sempre percorre la sua filmografia, e il film si rivela un esperimento riuscito. La storia dai contorni noir si svela lentamente allo spettatore e lo traghetta verso l'epilogo attraverso il rapporto che coinvolgerà i due protagonisti…

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L'afflato poetico è la spina dorsale di una narrazione fatta di silenzi e di sguardi, ma anche ricca di svolte drammatiche e problemi reali, nel contesto allucinato di una città dominata da una malavita che opera in parallelo alle persone oneste finché le loro strade per caso non si incontrano.
Silvio Orlando entra in una maturità interpretativa sofferta ma proprio per questo alleggerita da qualunque vezzo o tecnicismo, e Giuseppe Pirozzi che interpreta Ciro, il bambino nascosto, può contare su un carisma naturale e una spontaneità non edulcorata.
In un luogo senza legge l'uomo anziano e il bambino formano un'insolita alleanza, in barba ai consigli interessati di Renato, il fratello di Gabriele, un magistrato che ritiene che il maestro di musica abbia tradito la loro storia famigliare facendo scelte di vita che non si limitano al trasferimento dal Vomero alla Napoli "sporca e cattiva". "Sei un protestante nel luogo sbagliato", dice Renato a Gabriele…

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La regia di Andò in Il bambino nascosto è particolaristica quanto la sua penna, capace di indagare i volti ad un livello epidermico, introdurre chi osserva in una storia già compiuta ma tesa fino all’epilogo. Lo spazio geografico assume un ruolo da protagonista, mai da mera cornice, funzionale alla resa dinamica degli incastri provvidenziali. Prima ancora del conflitto con l’aberrante realtà della camorra, il fuoco dell’intera narrazione è giocato su un terreno invisibile, quello di una città filtrata dalle finestre: nascosti dietro le tende, i protagonisti scrutano una realtà circostante che, oscura e crepuscolare, appare bellissima e oltraggiata nel suo senso più puro. Nello scontro tra il solipsismo di Gabriele e l’etica più solida del suo personaggio, viene da chiedersi quale sia il movente dell’amore, della protezione, se siano frutto di un’esigenza personale di riscattare la propria solitudine o diretta conseguenza di un amore smisurato al di là di ogni pretesa. “Nella vita esiste la metamorfosi dei destini” – afferma Marcoaldi – una trasformazione possibile, aiutata dalla fatalità e dal coraggio, dall’intelligenza del cuore e dall’eccedenza di amore, che riscatta l’essere umano dalla sua inevitabile condizione di finitezza.

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sabato 16 ottobre 2021

Ariaferma - Leonardo Di Costanzo

ci sono dei momenti di intervallo fra due situazioni, momenti in cui il tempo rallenta prima arrivare a destinazione.

in quei momenti possono succedere cose mai viste, il potente chiede aiuto al debole, il debole mostra umilmente la sua forza, e il potente rende palese la sua debolezza.

ed entrambi, ciascuno nel proprio ruolo (ruoli che in certi momenti evaporano), si parlano, con rispetto, e hanno un pensiero, una com-passione per il giovane Fantaccini, che forse non ha mai avuto un padre, inteso come maestro, come guida, e forse Gargiulo e Lagioia per qualche istante lo diventano.

un film sulla prigione, sulla sua inutilità, probabilmente, in un interregno in cui tutti sono soli e, paradossalmente, insieme, un'umanità che con-vive.

il cibo è lo strumento che prima causa attriti e poi permette un incontro, e Oreste il lattaio e il padre di Lagioia sarebbero stati contenti,

non ci sono effetti speciali, se non vogliamo considerare un effetto speciale la corrente elettrica che va via, e poi ritorna.

forse l'unico effetto speciale, per i nostri tempi, è che degli uomini che sembrano nemici si guardano negli occhi e si parlano e scoprono che hanno tanto in comune, anche senza dirselo, questa è proprio una cosa speciale.

non fatevelo sfuggire, se vi volete bene.

buona (galeotta) visione - Ismaele



 

 

 

Ariaferma è un’utopia. È il sogno di un mondo in cui attraverso la collaborazione e la conoscenza reciproca si può mandare all’aria tutto l’impianto di sospetti, e di sbilanciamenti sociali su cui si fonda il sistema. E dunque Leonardo Di Costanzo si muove con sempre maggiore ardore verso una dimensione corale, che sfocia nella straordinaria sequenza della cena collettiva, quando a seguito di un blackout e per poter gestire meglio la situazione guardie e detenuti mangiano allo stesso desco, passandosi l’acqua, il pane, il sale. Scherzando. Chiacchierando. Un momento magico (manca la luce, si è fuori dalla norma) in cui anche il più odiato dei detenuti – odiato dagli altri detenuti, sia chiaro –, quell’Arzano che sta anche soffrendo di Alzheimer, può essere parte del gruppo, compagno di mangiate e di bevute, e di vita. I ruoli saltano, la rappresentazione del potere anche, e restano solo gli esseri umani, con le rispettive fragilità e idiosincrasie. Leonardo Di Costanzo firma un’opera morale e lucida, ispirata e dolcissima, rafforzata dalle eccellenti interpretazioni di Toni Servillo, Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano, Roberto De Francesco, ma sui quali giganteggia uno straordinario Silvio Orlando. Un’elegia anarchica, sognata eppur credibile, che forse avrebbe meritato di poter concorrere per il Leone d’Oro.

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se i codici e le regole ordinarie collassano è il contatto umano l’unica strada percorribile per evitare i pericoli dello stato d’eccezione: Gargiulo concede a Lagioia la possibilità di cucinare per i detenuti piantonando in prima persona tutta l’operazione. Faccia a faccia: questi due personaggi archetipici incarnano polarità inconciliabili che continuano a rivendicare orgogliosamente identità e ruoli sociali ma si trovano costretti dalla storia (e dalla Storia) a incontrarsi per un fine più alto. La sopravvivenza della comunità che rischia l’oblio impone nuove responsabilità.

Lo spazio simbolico della cucina diventa il portale immaginario che sfocia in un’ultima cena tra detenuti e agenti seduti finalmente allo stesso tavolo. Un qualcosa “di mai visto”, dice Lagioia, che è conseguenza di un ulteriore stato di eccezione: la mancanza di energia elettrica. In quel buio Gargiulo e Lagioia riescono finalmente a finire un pasto completo condividendo anche la stessa preoccupazione: salvare la vita al giovane Fantaccini. Al di là di tutto.
Il contatto umano è ormai delegato al puro sguardo. Tanto che la scoperta improvvisa di una memoria condivisa oltre quelle mura smuove definitivamente l’ariaferma di Mortana aprendo simbolicamente la porta verso il nostro mondo che preme dal fuori campo. Esattamente come dai campi-controcampi in primo piano che distanziano detenuti e agenti si scivola pian piano verso inquadrature totali che ospitano nuovi necessari incontri. La mediazione estetica che si fa costantemente riflessione etica: un film bello e importante questo Ariaferma.

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Ci sono film talmente nitidi nella loro potenza espressiva che è quasi difficile scriverne, parlarne, metterne a fuoco il senso a parole. Ariaferma di Di Costanzo, fra l’altro, è un film che fa magnificamente economia di parole. Arriva al nostro sguardo, la pelle, il cuore soprattutto attraverso i volti, le immagini di un luogo, gli sguardi dei protagonisti in campo. Davanti e dietro le sbarre. E poco cambia. Di fatto guardie e carcerati sono tutti nella medesima gabbia.
«È dura sta’ in cacere, eh?» dice Don Carmine all’agente Gaetano. «Io non sto in carcere» risponde il poliziotto. «Ah no? Mi pareva di sì» ribatte serafico Carmine. Gaetano è una guardia che ha la sensibilità e l’intelligenza di capire che l’unico modo perché la tensione non esploda in violenza è cercare di capire i carcerati. Protegge Fantaccini quasi come un padre. Gli sguardi fra guardia e carcerato si riconoscono e si specchiano. Gaetano esiste, Carmine e Fantaccini anche…In una notte di blackout, la guardia si siederà a tavola con i carcerati. Mangerà con loro in un’ultima cena. Al ritorno della luce il sogno dell’autogestione, forse, salta. Il ritorno alla quotidianità è brusco e immediato («rientrate nelle celle!» «richiudiamo le celle!»). In attesa di domani.

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