Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
domenica 25 gennaio 2026
domenica 18 gennaio 2026
La Grazia – Paolo Sorrentino
Paolo Sorrentino torna ai film migliori, grazie anche, come sempre, a Toni Servillo.
il presidente della repubblica, a fine corsa, nel semestre bianco, deve decidere su una grande questione, il fine vita, e su due piccole, le grazie.
arriva, come pure la figlia, in una prigione, per parlare con i detenuti per una possibile grazia (e sembrano la prigione di Elisa, per chi l'ha visto).
il presidente ricorda il suo passato e il poco tempo che gli manca lo rende fragile e determinato insieme.
solo la figlia lo sopporta e lo supporta, anche se lui è sempre solo a decidere.
il presidente è naturalmente un personaggio di fantasia, a differenza de Il Divo, e Toni Servillo è semplicemente perfetto.
tutti i dettagli del film li apprezzerà chi andrà al cinema, e uscirà contento.
buona (nel dubbio) visione - Ismaele
…Sotto il profilo interpretativo,
il legame tra Sorrentino e Servillo si sublima in quest’opera raggiungendo
un’autorevolezza composta e dolente. Ne emerge un
uomo scisso: diviso tra il rigore inappellabile del giurista e la vulnerabilità di
un vedovo segnato da silenzi e
rimpianti. La ricerca della verità si configura, in
tale contesto, come una sorta di “tossicodipendenza” affettiva: imprescindibile
e vitale, ma al contempo potenzialmente devastante.
Rispetto al passato, il confronto con Coco segna una rottura: l’arguzia non
riesce più a contenere il vissuto. Quando il linguaggio
perde la sua armatura, la parola cede il passo a
una verità interiore a lungo ibernata, che riaffiora
in tutta la sua nudità. Non è più il linguaggio a
dominare il sentimento; è il sentimento, nella sua
prepotenza, a svuotare il linguaggio medesimo.
Sorrentino rivendica, inoltre, una decisa autonomia rispetto
alla critica e al giudizio immediato:
una volta affidato al pubblico, il film diviene un oggetto
autonomo, “gettato a mare” e sottoposto alle correnti interpretative.
La grazia si delinea pertanto come il lento e paziente pedinamento
di un uomo alla ricerca della propria grande bellezza, non più
nell’estasi estetica o artistica,
bensì in una clemenza autentica rivolta innanzitutto
verso sé stesso. Al cuore dell’opera resta l’interrogativo devastante che
muove l’intera pellicola: «Di chi sono i nostri giorni?»,
un’indagine profonda sull’autodeterminazione,
intralciata da obblighi morali e vincoli familiari.
In questo contesto, il vagabondare del Presidente nel Quirinale diventa il
simbolo perfetto del cinema di Sorrentino: un’estetica che, pur accettando
la sofferenza, riesce sempre a isolare un gesto di autonomia e
amore.
…Un qualcosa che
vive, sottovoce, nelle immagini crude e ruvide avvolte di quella coltre onirica
morbida tipica della cifra stilistica che ha reso grande Sorrentino, e che nel
caso de La grazia dà forma a un'opera elegante di grande
sensibilità, percorsa di umorismo e dolcezza essenziali, eppure manifestazione
di una profonda crisi esistenziale: quella del Presidente Mariano di un
Servillo carismatico ma fragile, affettuosamente soprannominato Cemento armato
dai vicini, perché granitico e incapace di prendere posizione.
L'unica
a spronarlo è la figlia Dorotea, interpretata dalla bravissima Anna Ferzetti,
che se ne prende cura come fosse il suo angelo custode quando in fondo vorrebbe
soltanto riavere il proprio padre, vero e vitale. Ed ecco, quindi, il
suo pulsante cuore emotivo: La grazia è un film
sull'immobilismo – d'azioni e di sentimenti – generato dal sentirsi rotti
dentro. Quel tipo di rottura che genera distanza, dissipa ogni emozione e fa
spegnere gli occhi; riflesso condizionato di quando l'amore è assente e vive
soltanto nella memoria di ricordi malinconici…
…In "La grazia" si squadernano le
ossessioni tematiche formulate da Sorrentino nel corso della sua carriera,
ossia la senilità, l'attesa dell'epifania decisiva, il potere e il suo fine/la
sua fine, la contrapposizione tra levità e gravità, calate all'interno di una
forma estetica altamente codificata in venticinque anni di pratica con la
macchina da presa ma che qui aderisce al grigiore di De Santis. È dunque sì un
film che ha come prologo una sequenza iperbolica commentata dalla musica
elettronica, una teoria di dolly che staccano all'improvviso sulla figura di De
Santis che, osservando il volo delle frecce tricolori dall'alto del
Campidoglio, compie l'umano rituale di fumarsi l'unica sigaretta del giorno.
Eppure, i movimenti della macchina da presa di Daria D'Antonio, in particolare
le abituali carrellate, appaiono meno roboanti: Sorrentino lavora su uno spartito
in minore e, ricorrendo a soluzioni di messa in scena più intime, indugia sulle
vulnerabilità e le ferite di chi è soverchiato dagli oneri del potere…
…La trama de La
grazia ricalca, almeno in apparenza, la parabola tipica di un
film di Sorrentino, in cui il protagonista è costretto da un evento esterno a
fare i conti con il proprio passato e a modificare la propria postura rispetto
al presente. Un percorso che lo mette in relazione con la sua sfera emotiva,
piano in cui si celano i misteri che regolano il nostro modo di rapportarci con
il tempo e con lo spazio. Stavolta, però, la direzione è ribaltata.
La figura di
Mariano è infatti messa fin da subito e costantemente in crisi, preda di una
spinta alla destrutturazione che si era già avvertita, per esempio, in Parthenope,
pellicola in cui cominciava a emergere una certa autoironia, connaturata al
desiderio di smentire le formule codificate della poetica del regista
napoletano. Una tensione qui portata maggiormente a fuoco, soprattutto nella
svolta profondamente umana che investe il protagonista, rappresentante
simbolico – come accennato in apertura – del “Sorrentino pensiero”…
domenica 13 ottobre 2024
Iddu - L'ultimo Padrino - Fabio Grassadonia e Antonio Piazza
Elio Germano e Toni Servillo (bravissimi) sono i due protagonisti del film, e tutti gli attori e attrici sono in ottima forma.
la storia è quella di Matteo Messina Denaro, che vive come un sorcio, perdendo potere e prestigio.
il boss si fida di Catello, con la morte sempre vicina.
i due sono personaggi tragici, senza futuro.
sembra una storia del passato, è solo dell'altroieri.
pizzini e puzzle sono il lavoro e la passione e il tormento di Matteo Messina Denaro.
un film cupo, oscuro, nel quale i due protagonisti hanno un rapporto quasi come quello di un padre con un figlio.
e poi c'è la polizia, e i servizi segreti, che proteggono il boss, nel film come nella realtà.
un film che riesce a coinvolgere, senza deludere.
buona (mafiosa) visione - Ismaele
…Iddu è
un’opera che, pur non priva di difetti, riesce a distinguersi grazie alla
straordinaria qualità delle interpretazioni e a una regia coraggiosa, capace di
mescolare realtà e finzione, creando una riflessione profonda sulla condizione
umana e sulle maschere che ognuno indossa. Nonostante le sue criticità, il film
merita attenzione per l’originalità del suo approccio e per la capacità di
offrire un ritratto inedito di una delle figure più enigmatiche e controverse
della storia contemporanea italiana.
…Fatto sta
che nella visione di Grassadonia e Piazza, la Sicilia è una terra in cui la
linea genealogica è impazzita, i padri hanno abdicato e i figli hanno smarrito
la rotta. La trasmissione è stata spezzata
o meglio è stata inquinata dalle logiche malate del sopruso e del potere,
quelle della mafia e delle istituzioni oscure e corrotte. Come sempre la loro
scrittura rimodella il dato di realtà, la storia, con la forza dell’invenzione.
Ma se in Sicilian
Ghost Story la
chiave fantastica era una specie di rivolta contro l’orrore della cronaca, qui
la deformazione romanzesca piega verso il
grottesco, in un’ironia che si fa sarcasmo e che disegna una galleria di
maschere ottuse e inquietanti. Però non è un semplice ritorno a registri e
schemi di certo cinema politico italiano. Perché lo sguardo di Grassadonia e
Piazza ha un’originalità autentica, sa costruire la tensione nei momenti
dell’azione, ma soprattutto gioca su una molteplicità di prospettive: un
realismo di fondo che si coniuga a una specie di astrazione nella gestione
degli spazi, del décor, dei costumi e dei colori, che si stratifica di simboli,
di rimandi a un orizzonte mitico, ancestrale. Certo, a differenza del film
precedente, non sembra esserci molto margine di sovversione. E qualcosa, ogni tanto, sembra andare
verso l’eccesso, sfuggire dalle mani. Eppure in Iddu c’è la libertà di una rilettura, di
un’interpretazione, di un pensiero che può rischiare anche il tradimento. Ma
che è soprattutto un sano atto di coraggio.
…Se i primi minuti sono
quelli fondanti rispetto a ciò che viene dopo, non c’è dubbio che “Iddu” sia un
film di morte e di morti. Non solo perchè la storia si apre all’interno di un
casolare dove Messina Denaro assiste agli ultimi attimi di vita del genitore
per poi sostituirlo scavandosi da solo la propria tomba con un’esistenza che
tale non è. Lo stesso Catello (interpretato in maniera superba da Toni
Servillo), interlocutore privilegiato di Messina Denaro, attraverso un rapporto
epistolare orchestrato dai servizi segreti per scovare il famoso latitante, ne
è una delle sue tante versioni: magari più vitale di altre per il desiderio di
non abdicare al sogno della vita - quella di costruire un albergo che gli
consenta di pagare i suoi debiti e assicurare ai familiari una vita tranquilla
- ma comunque mortifera (“sei un ex in tutto” gli ricorda la moglie in maniera
sprezzante) per i fallimenti che lo hanno portato prima in prigione e poi a
tradire se stesso consegnandosi al nemico. Tombale - alla pari dell’abitazione
in cui si rifugia Messina Denaro - è l’appartamento dove Catello ritrova la
famiglia dopo essere uscito di prigione e ancora è la morte che invoca quando
sostiene che per riuscire a convincere il boss a eleggerlo a interlocutore
privilegiato si dovrà evocare dall’oltretomba la figura del padre a cui
peraltro lui stesso cercherà di sovrapporsi nelle parole rivolte al potente
latitante…
giovedì 21 dicembre 2023
Adagio – Stefano Sollima
dopo ACAB e Suburra, Adagio chiude la trilogia di Stefano Sollima sulla Roma meno turistica.
Francesco Di Leva e Pierfrancesco Favino erano insieme in L'ultima notte di Amore, entrambi poliziotti, in Adagio Favino diventa un delinquente.
i tre delinquenti Daytona, Il cammello, Polniuman sono a fine carriera, ma il loro è un mestiere nel quale godersi la pensione è molto difficile.
il film inizia con una panoramica della città, dall'alto non si sa cosa avviene a livello terra.
tutto accade in poche ore, la prima parte è buia, notturna, poi arriva un mattino luminoso, la seconda parte avviene durante il giorno, la storia è nerissima, due poliziotti corrotti e i tre delinquenti ex amici, un ragazzino che si trova in mezzo a una storia di ricatti, con una politica criminale e una polizia con qualche scheggia impazzita, deviata, al servizio di un potere corrotto e oscuro, in una lotta senza regole.
come nel film di Petzold un incendio si avvicina, assedia la città, piove cenere.
e poi ci sono quei ragazzini che si incontrano al commissariato, figli di gente dimenticabile, loro saranno il futuro.
ma questà è un'altra storia.
un film che merita, ottimi attori e una sceneggiatura che regge bene al caos di quella maledetta giornata.
buona (criminale) visione - Ismaele
…Il cinema di genere più riuscito deve
in qualche modo sublimare se stesso, e Sollima non ha paura di "go big or
go home"; soprattutto Favino è trasfigurato in una fisicità assieme
viscida e ruvida, irriconoscibile sotto una calotta cranica calva che gli
riscrive il rapporto tra testa e corpo. Affiancata dal lavoro sulla lingua più
vero del vero, risulta in una prova eccellente perfino per la star più luminosa
del nostro cinema, che peraltro è riuscito nel giro di un anno a completare una
sua personale trilogia di straordinari film sulle città, visto che la Roma
di Adagio va a inserirsi tra la Napoli di Nostalgia e la
Milano di L'ultima notte di amore.
Il resto è un mix di novità - il volto fresco del protagonista Gianmarco
Franchini, all'esordio in mezzo a nomi pesanti senza farsi schiacciare, le
belle musiche dei Subsonica - e di conferme di chi un certo genere crime
dell'ultimo decennio ha contribuito a crearlo: la fotografia di Paolo Carnera, le scenografie sempre speciali
di Paki Meduri, e la solida sceneggiatura di Stefano Bises, che scrive a quattro mani con Sollima.
Insieme fanno del cinema sporco, sfacciato e consapevole, tutte cose di cui il
genere a cui hanno scelto di dedicarsi ha - alle nostre latitudini - un
disperato bisogno.
…Che in Adagio la morte e la
distruzione siano le forze primarie ci viene suggerito sin dalle prime
inquadrature, con la vista su una Roma notturna illuminata da una serie di
gravi incendi sullo sfondo e da una serie di black out che oscurano ogni cosa.
In questo contesto si muovono tre generazioni di personaggi: i vecchi, glorie
passate della criminalità ormai ritiratisi nell’ombra e desiderosi di
rimanerci; i nuovi criminali, uomini adulti con l’ambizione di conquistare ciò che
li circonda; e infine i giovani, piccoli teppistelli con giusto qualche
esperienza nello spaccio, spaventati e tutt’altro che certi di voler far parte
di quel mondo.
Queste tre generazioni si muovono dunque secondo logiche
di attacco, difesa o fuga, sono prede e predatori chiamati all’azione nella
giungla di cemento che è Roma. Sollima li segue con attenzione, senza mai
avvicinarsi troppo e permettendo così agli attori di cercare e trovare nuovi
modi di esprimersi con il corpo all’interno delle immagini. C’è dunque molta
istintività e fisicità all’interno di Adagio, che porta però tale
titolo in quanto si muove calmo tra le vicende di suoi personaggi e i rapporti
tra di loro. L’incidente scatenante che mette in moto il film sembra infatti
più un pretesto per chiamare all’azione i suoi protagonisti, concentrandosi poi
su di loro, il loro vissuto e le loro ferite interiori…
…“Daytona”, “Il cammello”, “Polniuman” sono tre
personaggi dolenti, finiti, e ognuno di loro reagisce al loro destino in modo
diverso: Servillo, Favino e Mastandrea restituiscono in maniera convincente le
sfaccettature dei loro personaggi che hanno sui volti i segni di un’epoca di
sangue e morte. Le loro interpretazioni, come quella di Adriano Giannini in un
ruolo che non vi sveleremo, e la maestria di Sollima nel dirigere le loro
storie sullo sfondo di una Roma distopica, tra fuoco e cenere, sovraffollata,
caotica e sporca, immagini potentissime, non bastano a risollevare una trama
debole e prevedibile.
domenica 2 aprile 2023
Il ritorno di Casanova - Gabriele Salvatores
un film nel film, un regista in crisi non riesce a terminare il film su Casanova, anche lui è in crisi perché sente avvicinarsi il tramonto della vita, come il regista, d'altronde.
gli attori sono bravi (come sempre, quindi prevedibili), in una specie di viale del tramonto di Salvatores.
Casanova è a colori, il regista in bianco e nero, e Balasso deve montare lui il film al posto di Servillo, in grande crisi.
Lorenzo (Guzzanti/Ghezzi) direbbe che il film arranchia.
non aspettarti niente, non sarai deluso (come diceva Alexander Pope).
buona (boh!) visione - Ismaele
…Il film poi scorrerebbe anche bene, se
solo avesse qualcosa da dire…
…Quelle che compongono Il
ritorno di Casanova sono tre diverse narrazioni che non
convincono, che lasciano perplessi e che fanno ritenere come ben meritato il
premio che l’evocata Mostra del Cinema di Venezia tributa al giovane regista
rampante, le cui idee e soluzioni evidentemente riescono a convincere, e che tanto
infastidisce il protagonista. In tutto il film si leva come straordinaria solo
l’interpretazione dell’attore Bentivoglio, sia quando veste i panni di Casanova
sia quando interpreta se stesso, ponendosi come alter ego, peraltro, come una
sorta di subconscio del regista in crisi. È Casanova stesso comunque, il suo
mito, buono in tutte le salse, a valere. Non altro.
Leo Bernardi è un regista che non riesce a completare il
suo ultimo film su Giacomo Casanova, in procinto di partecipare in concorso
alla Mostra del Cinema di Venezia. Il suo montatore Gianni cerca di farlo
uscire dall'impasse e da una depressione incipiente, mentre Leo si consuma fra
due sentimenti che gli paiono inadatti ai sui 63 anni: la competitività con un
giovane regista, Lorenzo Marino, osannato dalla critica e anche lui in
predicato per il concorso veneziano, e l'amore per Silvia, un contadina volitiva
e indipendente, molto più giovane di lui. Dunque Leo temporeggia, procrastina,
è nervoso e distratto, agitato da sogni e visioni, impolverato come il Casanova
che racconta, cui tutto appare "insensato e ripugnante" - a
cominciare dal passaggio inesorabile del suo tempo di vita…
lunedì 30 gennaio 2023
Il primo giorno della mia vita – Paolo Genovese
quando vai a vedere questo film sai cosa aspettarti, un’altra versione di La vita è meravigliosa, di Frank Capra (qui si può rivedere), con bravi attori del cinema italiano.
un
deus ex machina, anche nel senso che è l’autista, Toni Servillo, un angelo di
seconda classe, chissà, ha il compito di convincere a una seconda occasione di vita quattro
suicidi.
ci riesce anche, il povero Toni, in parte, ma è il film che non riesce a volare alto, gli attori sono bravi, ma sembrano recitare col freno a mano tirato, il critico Guzzanti-Ghezzi direbbe che il film "arranchia" (qui).
se
uno pensa a cosa poteva essere questo film, potrebbe restare deluso.
lasciate
ogni aspettativa a casa, il film non vi deluderà, come se fosse un usato
garantito.
buona
(suicida) visione - Ismaele
…Più in generale, il materiale narrativo
– e umano – presente ne Il primo giorno della mia vita avrebbe
potuto dar luogo a un’opera più interessante e lucida; il film di Genovese,
invece, si ammanta di un coté accattivante (la metallica fotografia di Fabrizio
Lucci fa il suo lavoro) ma non si libera di una certa sensazione di
incompiutezza, accentuata anche dalla dilatazione della storia e dalla
dispersività delle vicende dei personaggi. Alcuni passaggi che avrebbero forse
meritato un maggior rilievo (il filmato che raffigura il futuro dei quattro)
vengono toccati in modo quasi timido dalla regia, mentre al contrario si calca
troppo la mano – in modo non sempre credibile – su altri aspetti (il background
familiare del piccolo Daniele). Proprio questi, comunque – interpretato dal
piccolo Gabriele Cristini – offre alcuni dei momenti migliori del film, specie
nell’interazione con la madre in lutto interpretata da Margherita
Buy; i rispettivi personaggi restano probabilmente i più riusciti e
credibili, al netto di alcuni dialoghi poco efficaci (il confronto conclusivo
tra Arianna e il personaggio di Servillo). Si ha l’impressione, comunque, che
il regista non sia riuscito a caricare della necessaria forza emotiva i momenti
più pregnanti della storia, al punto che tutto il film pare gravato da una
freddezza non voluta, che ne limita in gran parte il potenziale. Un peccato,
vista la buona confezione e le ottime potenzialità del soggetto.
…Anche i dialoghi sembrano più declamati che
sentiti, più artificiosi che ispirati. Ogni emozione è tenuta a distanza sia
dal copione che dalla regia, e i quattro "walking dead" attraversano
davvero come zombie questa storia, senza creare la risonanza emotiva necessaria
per coinvolgere lo spettatore.
Impossibile non fare un paragone mentale con altri film di tema simile, ma di
impatto emotivo infinitamente maggiore, come La vita è meravigliosa o La ragazza sul ponte,
che rappresentavano la scelta del suicidio come l'estrema ratio di nature
profondamente romantiche e idealiste, non come un gesto di inerte disperazione.
Forse la chiave di lettura più interessante come cartina di tornasole della
contemporaneità è la scelta di fare del "maschio bianco privilegiato"
l'elemento più fragile, quello che, pur essendo stato favorito dalla vita per
cultura e tradizione, non riesce comunque a darle un senso nel presente.
…Un cast, quello
de Il primo giorno della mia vita, che si giostra
alla perfezione seguendo un racconto introspettivo, che parla di
problemi di attualità, della disperazione che guida ognuno di noi, chi più chi
meno, e di quanto sia difficile combattere i propri demoni, di come la
sofferenza ti si appiccica addosso e resta, tanto che finiamo per sentirne la
mancanza quando il tempo la porta con sé. Dialoghi precisi e necessari, la
scrittura non straborda di parole superflue, come purtroppo spesso
succede, riuscendo a lasciare allo spettatore un po’ di respiro per poter
provare emozioni.
Unica pecca il
finale, che forse toglie un po’ di serietà trasformandosi in qualcosa che non è
in linea con tutto il resto. Esageratamente stereotipato,
cambia atmosfera e cade nella rete delle commedie all’italiana, tipiche dei
film di Gabriele Muccino, dalle quali ci si aspetta sempre la solita minestra,
esaltando i momenti cruciali con musiche e battute un po’ banali, perdendo un
po’ di vista i dettagli.
Nonostante questa
piccola caduta, possiamo tranquillamente dire che Il primo giorno
della mia vita è uno di quei film che ci fanno sperare
che il cinema italiano torni ai livelli del passato, grazie alla sua
eleganza ed estrema attualità, per un tema che non è uno dei più “gettonati” in
questo momento particolare, ma che é sempre reale, l’invisibilità della
sofferenza e, soprattutto, delle persone che la portano con sé ogni giorno…
…Una regia mai sopra le righe, che delicatamente
accompagna lo spettatore per immergersi in un contesto difficile e doloroso ma
pieno di significato. Questa organicità delle emozioni fa trascorrere il tempo
in un lampo, tra grandi verità, silenzi, gioie, prese di coscienza. Ancora una volta
un film che riflette in maniera efficace sul significato della vita.
Usciti dalla sala
si ha la sensazione di voler abbracciare tutti, per sentire che non siamo soli,
che la sofferenza appartiene a tutti anche se in maniera diversa.
…Un film che vuole parlare di suicidio in relazione ad
un percorso di rinnamoramento alla vita, deve riuscire ad emozionare lo
spettatore senza fare leva solo su una lunga sequela di dolori, tragedie e
perdite. Senza scomodare il già citato capolavoro di Frank Capra, ciò che
scarseggia qui è l’empatia necessaria a far appassionare lo spettatore alla
vicenda, e di certo non aiuta la superficialità con cui sono trattate tematiche
come il cyberbullismo o l’abuso psicologico in famiglie disfunzionali. Restano
oltretutto alcune questioni profonde e molto interessanti affrontate in maniera
soltanto parziale, come l’evoluzione del dolore col passare del tempo o
l’effettiva libertà di decidere di togliersi la vita. Dilemmi a cui è difficile
dare una risposta, ma che sarebbe stato bello affrontare con più attenzione.
Come nel caso di The Place,
anche Il primo giorno della mia vita appare come un
oggetto escludente, un film da osservare attraverso una grande vetrata che
tiene lo spettatore ben al di fuori della storia.
…l’operazione è talmente costruita, posticcia, priva di
sincerità, che gli elementi più incongrui – l’arco narrativo del bambino, per
esempio – risultano ancora più palesi, complici gli attori che praticamente
declamano il copione senza dare vita alle parole. Ci provano un po’ Servillo e
Buy, con dei ruoli che molto probabilmente riuscirebbero a fare con un minimo
di carisma anche nel sonno, e soprattutto Mastandrea, quello con la materia più
verosimile tra le mani in quello che è un susseguirsi di banali peripezie
mortifere. Un inizio non esattamente promettente per quella che vorrebbe essere
la nuova annata di cinema d’autore di produzione italiana.
giovedì 3 novembre 2022
La stranezza - Roberto Andò
un film da cui non mi aspettavi troppo e che sorprende, grazie a una sceneggiatura non urlata, senza primedonne, al limite qualche primus inter pares.
Ficarra e Picone sono bravissimi, come Toni Servillo.
a partire dalla morte della balia di Pirandello (Aurora Quattrocchi, mamma Teresa in Nostalgia) nasce la storia, i due amici delle pompe funebri sono anche gente di teatro e a loro insaputa diventano una fonte d'ispirazione per Pirandello.
il teatro della filodrammatica di "dilettanti professionisti" recita la vita e nella finzione sta la verità, il pubblico non è passivo, partecipa, ride, si immedesima, capisce.
un film che non delude, promesso.
buona (teatrale) visione - Ismaele
…A brillare sullo schermo sono il ritmo,
l’inventiva, il piacere, la generosità dimostrata da Andò (con Ugo Chiti e
Massimo Gaudioso alla sceneggiatura) e dagli attori, numerosissimi e
straordinari fino al più piccolo ruolo. Come se questa “Stranezza” così inattesa
aspettasse in certo modo di vedere la luce da sempre. A risarcire, sull’onda di
altri film importanti ispirati al teatro (“Qui rido io” di Martone, ma anche il
trascurato “La stoffa dei sogni” di Cabiddu), un cinema che troppo spesso,
misteriosamente, sembra anzitutto ansioso di dimenticare di cosa può essere
capace.
… Toni Servillo è rimasto affascinato “dalla
possibilità di sottrarre Pirandello ai cliché della pesantezza
intellettualistica, e dunque di raccontarlo in un momento cruciale della sua
vita mentre cova questa idea così audace di teatro, che sarebbe diventata I sei
personaggi, e la trova durante un viaggio di ritorno nella sua Sicilia, dove
riprende contatto con riti, volti, paesaggio e lingua nativi. Mi piaceva
inoltre molto, attraverso questo film, di poter contribuire modestamente a far
cadere gli steccati che vogliono gli attori comici e drammatici separati.
L’alchimia tra me con Valentino e Salvo corrisponde alla curiosità che avevamo
di incontrarci e recitare insieme”. Chiamati in causa Salvo Ficarra e Valentino Picone, chiamati fin
dalla genesi del film, hanno espresso la gioia di appartenere a un testo che
“abbiamo subito capito fosse un progetto ambizioso: ci siamo sentiti
immediatamente dentro a questa storia. Scoprendo poi che ci sarebbe stato
Servillo nei panni di Pirandello non vedevamo l’ora di iniziare. È stata una grande avventura di ascolto reciproco”…
…La parola “stranezza” viene pronunciata due volte nel corso
del film. La prima dal fantasma della tata, che appare a Pirandello e gli dice
“ogni volta che ti veniva la stranezza, appoggiavi le gambe
sulle mie ginocchia…”, la seconda volta invece è lo stesso Pirandello che usa
la parola durante il colloquio con Verga (Renato Carpentieri): “Ho in mente
una stranezza che è diventata quasi
un’ossessione…”. Nel primo caso “stranezza” sembrerebbe indicare un
tormento interiore, un’afflizione nascosta, una vena di malinconia, mentre nel
secondo caso sembra alludere a un’idea creativa che non riesce a prendere
forma, che si affaccia e si sforma, che appare e si dilegua, generando
apprensione e frustrazione. Ma prima o poi la “stranezza” la sua
forma la trova, un po’ come accade alle lettere che formano la parola nei
titoli di testa: prima galleggiano casualmente e disordinatamente su sfondo
nero, poi a poco a poco si accostano l’una all’altra e danno forma al titolo
del film. Come dire: nel momento in cui prende forma, la “stranezza” diventa
qualcos’altro…
… È incredibile quanto Toni Servillo sia sempre capace di far andare
di pari passo alla quantità di progetti in cui lavora, la qualità delle sue
interpretazioni. Non sbaglia un colpo e più che mai stavolta sa donarci un
personaggio di poche parole ma dai grandi sentimenti, un’interpretazione fatta
di sguardi, di micro-espressività, di intenzioni. Ficarra e Picone trovano finalmente spazio per
liberarsi dal cliché della coppia comica
cabarettistica in cui sono intrappolati, per confermarsi grandissimi
caratteristi capaci di regalarci due personaggi vivi e tridimensionali,
profondi ma leggeri, commoventi ma simpatici, poveri ma ricchissimi, miseri ma
amabili…
… Ciò che fa scalare una marcia a La stranezza è, ahinoi, proprio la regia di Roberto Andò, che davanti a tutto questo popò di arte e passione rimane decisamente fredda, impostata, poco originale e allineata più a un compito da svolgere che a una mano autoriale. Per carità, il mestiere certamente non manca, ma un film come La stranezza dovrebbe rappresentare per un regista lo slancio necessario a sperimentare su una propria visione, piuttosto che ad assestarsi sulla semplicità del campo e controcampo. Ci sarebbe piaciuto vedere qualche inquadratura più originale, qualche movimento di macchina in più, qualche mezzobusto in meno, ma soprattutto una visione autoriale riconoscibile, chiara, ragionata che avrebbe certamente elevato La stranezza a uno dei migliori film italiani prodotti negli ultimi anni.
scrive il regista:
Una mattina di molti anni fa (abitavo ancora a Palermo), mi
trovavo in compagnia di Leonardo Sciascia e, all’improvviso, lui mi chiese di
fermare l’auto che stavo guidando. “Scusa, aspettami un momento”, bisbigliò
ancora il grande scrittore. E si avviò verso una piccola libreria. Trascorsero
pochi minuti e lo vidi ritornare con un libro in mano che subito mi porse. Era
una biografia di Luigi Pirandello curata da un grande studioso, Gaspare
Giudice. “Questa è per te, l’avevo ordinata qualche giorno fa. È fondamentale,
ed è la più bella che ci sia in circolazione”.
Questo episodio dei miei anni giovanili è probabilmente
all’origine del mio film La stranezza. In effetti, quella biografia si rivelò
una lettura cruciale e mi consegnò una visione folgorante del labirintico
intreccio di vita e arte di cui si compone il tortuoso universo di Pirandello,
una visione verso cui ancora oggi mi sento debitore.
La Stranezza è una fantasia sull’atto creativo,
sull’ispirazione. Un viaggio sospeso tra la vita reale
del grande scrittore agrigentino e l’invenzione fantastica. Al centro c’è il
rapporto tra Pirandello e i suoi personaggi. Tra Pirandello e la Sicilia, tra
le ossessioni private di un genio e la vita di un paese siciliano negli anni
’20 del secolo scorso. Alcuni dei fatti che vi sono raccontati sono veri, come
pure alcuni dei personaggi che vi compaiono.
È vero che nel 1920 Pirandello andò in Sicilia, a Catania, per
festeggiare l’ottantesimo compleanno di Giovanni Verga, e che l’autore dei
Malavoglia non volle presenziare alla cerimonia al teatro Bellini, officiata
dal ministro della Cultura Benedetto Croce. È vero che Pirandello aveva una
moglie, Maria Antonietta Portolano, che nel 1919 fu reclusa in una clinica
specializzata nelle malattie nervose. Così come è vero che Pirandello da
bambino fu accudito da una balia che si chiamava Maria Stella, una donna dolce
e sensibile che gli raccontò fatti, favole e dicerie di quella Girgenti a cui
l’opera dello scrittore si sarebbe poi ispirata. Come è altresì vero che la
prima dei Sei Personaggi in cerca d’autore, il 9 maggio del 1921, a Roma al
Teatro Valle, fu tempestosa, per non dire disastrosa. Come si evince dalle
cronache, il pubblico fu spiazzato dalla novità rivoluzionaria espressa da quel
capolavoro, e fece pervenire all’autore il suo dissenso a suon di “Manicomio!”,
“Buffone”, e altri epiteti. Pirandello, contrariamente alle sue abitudini,
volle comunque salutare il pubblico e si offrì imperturbabile al suo giudizio.
Uscì dal teatro con la figlia Lietta affrontando a viso aperto il drappello di
facinorosi che lo attendevano
per dileggiarlo. Ma già a Milano, tappa successiva della tournée
prevista per lo spettacolo, I Sei Personaggi furono accolti con un trionfo, e
da lì, via via, la fama dell’opera si espanse inarrestabile al mondo intero…
venerdì 3 dicembre 2021
È stata la mano di Dio - Paolo Sorrentino
Sorrentino torna a casa, con questo ritratto dal regista da cucciolo.
nella prima parte si ride molto, è un film classico, nella seconda parte, dopo la morte dei genitori, il film si intristisce, così è la vita, con Fabietto che cerca la sua strada, e lascia Napoli.
all'inizio e alla fine appare il Monaciello di Napoli (ne aveva scritto in un racconto Anna Maria Ortese), mica possono vederlo tutti, solo zia Patrizia e Fabietto riescono a vederlo.
alla grande bellezza di Roma si aggiunge adesso la grande bellezza di Napoli.
e poi c'è Maradona, la mano di Dio, un sogno, una consolazione, una speranza, una sicurezza, una stella polare.
un film da non perdere, nelle classifiche dei film non appare, anche se è il primo, Netflix può decidere che i suoi film siano hors categorie, come fantasmi, come il monaciello, e ci riesce.
buona visione (unita o disunita che sia) - Ismaele
…"Non ti disunire!!"
E cosa è stato il cinema del secondo Sorrentino, quello più famoso, se non
un cinema disunito?
Ed ecco allora che, invece, per raccontare sè stesso, Sorrentino ascolta
quel vecchio consiglio, "non ti disunire". E lui allora non si
disunisce, racconta un anno della sua vita in modo "intero", senza
parzialmente scremarsi, senza orpelli, senza rapsodie, senza parentesi che si
aprono e chiudono, senza divagazioni, senza perdersi.
Un gesto di umiltà, un (apparente) passo indietro artistico che Sorrentino
fa per non camuffare la realtà, per non rendere manipolata la verità, per non
rendere sorrentiniana la sua vera vita.
Perchè è questo il paradosso de sto film, ovvero di come questo autore
spesso odiato come uomo e artista quando poi fa un film in cui fonde le due
cose tra loro, quando oltre a Sorrentino riesce a raccontare tanto anche del
Paolo, si ritrova davanti l'amore sconfinato di tutti…
…Si ride, tanto, in questa storia di
discendenti del Regno di Napoli, insieme a questa galleria di personaggi a
volte grotteschi ma mai meno che umani. E Maradona è il nume tutelare
ricorrente che manda segni da lontano, che fa ballare sui balconi un'intera
città, che salva la vita e l'onore, che riesce a non essere mai deludente,
almeno in quegli anni lontani. È stata la mano di Dio non è "consolatorio" ma prova a ricomporre le
parti "disunite" di un regista che voleva fare il filosofo e invece
si è trovato a raccontare, ancora e ancora, il rimpianto.
Il Sorrentino che parla da Napoli è il Sorrentino
più convincente, sempre. Sin da L'uomo in più - esordio maiuscolo - il regista ha rivelato una
sintonia sovrannaturale fra il suo sguardo e Napoli. È stata la mano di Dio conferma che quando Sorrentino asseconda il
suo afflato popolare e lascia correre la sua affabulazione si offre come la
versione più alta e convincente di un cinema popolare d'autore che ha sempre
fatto la forza della nostra produzione nazionale. Non c'è nulla fuori posto in
questo film autobiografico. Non un fotogramma di troppo. E la commozione è
gestita con straordinaria sapienza antiretorica. Non sempre abbiamo seguito
l'autore nelle sue esplorazioni formali. Ma qui il risultato è magistrale.
Forse l'apice di una produzione che inevitabilmente sarà letta tutta alla luce
di questo film incredibile
…Fabio,
infatti, che ha visto sì e no tre o quattro film, capisce che la sua
aspirazione è quella di diventare un regista, di raccontare storie che
rappresentano la realtà ma al tempo stesso la rendono meno amara. I detrattori
di Sorrentino avranno da ridire sul manierismo furbo del regista che s’ispira
anche questa volta a Fellini e strizza l’occhio alla commedia italiana.
Personalmente, mi viene da dire: magari ce ne fossero altri che sanno ispirarsi
tanto bene al grande maestro Fellini. Aggiungo che in questo film si sente che
il regista si lascia travolgere da un flusso continuo di emozioni e
travolge anche noi spettatori. E mette da parte ogni lezione di stile. Stile,
peraltro, apprezzato in tutto il mondo. È stata la mano di Dio ha ottenuto l’applauso più lungo del
pubblico del Lido di Venezia. Molti sono usciti pensando “Peccato che sia
finito”.
…Sorrentino è superbamente insincero.
Lo è come lo erano Fellini o Hitchcock. Trasforma le tranches
de vie in tranches
de gateau. Fette di torta visive, niente
fette scadenti di vita. Bisogna reinventarlo, il mondo. E Sorrentino lo fa,
trasformando in invenzioni visive la rievocazione del suo romanzo di
formazione: dalle mirabilia dell’inizio (con un sedicente San Gennaro che porta
la sensuale zia Patrizia in un palazzo diroccato, dove accanto a un gigantesco
lampadario di cristallo appoggiato al pavimento fa la sua apparizione il
fantasma del monaciello) via via alla figura fantasmatica della sorella che non
si vede mai perché sta sempre chiusa in bagno fino all’iniziazione sessuale di
Fabietto da parte della straordinaria baronessa Focale.
E poi Napoli: la Napoli dai mille colori cantata da Pino
Daniele nei titoli di coda che Sorrentino rende anche nei suoi mille afrori e
rumori, Napoli sguaiata, Napoli sfacciata, Napoli pezzente e sublime, Napoli
sfuggente, Napoli acquosa e Napoli pietrosa, Napoli come la Roma di La
grande bellezza, orrenda e bellissima, sfasciata e vitale, morente e sublime. È lì che nasce il cinema: Napoli è
l’altro grande vero idolo del
film, assieme a Maradona e a zia Patrizia…
mercoledì 10 novembre 2021
Il bambino nascosto – Roberto Andò
Gabriele è un professore di musica, solitario e solo, che vive in un palazzo, in un quartiere, in una città, in una regione, in uno stato, ad alta densità camorristica.
e Ciro è un ragazzino cresciuto col mito camorristico, e gli capita di fare una cosa che non doveva, lo cercano, ancora non sa che lo vogliono morto, e si rifugia, per caso, a casa di Gabriele, che lo tiene nascosto, a suo rischio e pericolo.
il film è la lotta per la sopravvivenza di Gabriele e Ciro, che piano piano diventa come un figlio per Gabriele e Gabriele come un padre per Ciro.
il film è tutto qui, e non è poco, ormai Silvio Orlando è un fuori classe.
se facessero un film nel quale la cinepresa riprende Silvio Orlando e Toni Servillo che chiacchierano per due ore mangiando la pizza, io ci andrei senza alcun dubbio.
intanto, buona (nascosta) visione - Ismaele
…Il bambino nascosto è una creatura strana fatta di mistero e
citazioni, da Totò al poeta greco Konstantinos Kavafis. Roberto Andò non si
discosta molto da alcuni punti fermi della riflessione intellettuale e
filosofica che da sempre percorre la sua filmografia, e il film si rivela un
esperimento riuscito. La storia dai contorni noir si svela lentamente allo
spettatore e lo traghetta verso l'epilogo attraverso il rapporto che
coinvolgerà i due protagonisti…
…L'afflato
poetico è la spina dorsale di una narrazione fatta di silenzi e di sguardi, ma
anche ricca di svolte drammatiche e problemi reali, nel contesto allucinato di
una città dominata da una malavita che opera in parallelo alle persone oneste
finché le loro strade per caso non si incontrano.
Silvio Orlando entra in una maturità interpretativa sofferta
ma proprio per questo alleggerita da qualunque vezzo o tecnicismo, e Giuseppe
Pirozzi che interpreta Ciro, il bambino nascosto, può contare su un carisma
naturale e una spontaneità non edulcorata.
In un luogo senza legge l'uomo anziano e il bambino formano
un'insolita alleanza, in barba ai consigli interessati di Renato, il fratello
di Gabriele, un magistrato che ritiene che il maestro di musica abbia tradito
la loro storia famigliare facendo scelte di vita che non si limitano al
trasferimento dal Vomero alla Napoli "sporca e cattiva". "Sei un
protestante nel luogo sbagliato", dice Renato a Gabriele…
…La regia di Andò in Il bambino nascosto è particolaristica quanto la sua
penna, capace di indagare i volti ad un livello
epidermico, introdurre chi osserva in una storia già compiuta ma tesa fino
all’epilogo. Lo spazio geografico assume un ruolo da protagonista, mai da mera cornice, funzionale alla resa
dinamica degli incastri provvidenziali. Prima ancora del conflitto con
l’aberrante realtà della camorra, il fuoco dell’intera narrazione è giocato su un terreno invisibile, quello di una città filtrata dalle finestre: nascosti dietro le tende, i protagonisti
scrutano una realtà circostante che, oscura e crepuscolare, appare bellissima e
oltraggiata nel suo senso più puro. Nello scontro tra il solipsismo di Gabriele e l’etica più solida del suo personaggio, viene da chiedersi quale sia il movente dell’amore, della protezione, se siano frutto di un’esigenza personale di riscattare la propria solitudine o
diretta conseguenza di un amore smisurato al di là di ogni pretesa. “Nella vita esiste la metamorfosi dei destini” – afferma Marcoaldi – una trasformazione possibile, aiutata dalla fatalità
e dal coraggio, dall’intelligenza del cuore e dall’eccedenza di amore, che riscatta l’essere umano dalla sua
inevitabile condizione di finitezza.
sabato 16 ottobre 2021
Ariaferma - Leonardo Di Costanzo
ci sono dei momenti di intervallo fra due situazioni, momenti in cui il tempo rallenta prima arrivare a destinazione.
in quei momenti possono succedere cose mai viste, il potente chiede aiuto al debole, il debole mostra umilmente la sua forza, e il potente rende palese la sua debolezza.
ed entrambi, ciascuno nel proprio ruolo (ruoli che in certi momenti evaporano), si parlano, con rispetto, e hanno un pensiero, una com-passione per il giovane Fantaccini, che forse non ha mai avuto un padre, inteso come maestro, come guida, e forse Gargiulo e Lagioia per qualche istante lo diventano.
un film sulla prigione, sulla sua inutilità, probabilmente, in un interregno in cui tutti sono soli e, paradossalmente, insieme, un'umanità che con-vive.
il cibo è lo strumento che prima causa attriti e poi permette un incontro, e Oreste il lattaio e il padre di Lagioia sarebbero stati contenti,
non ci sono effetti speciali, se non vogliamo considerare un effetto speciale la corrente elettrica che va via, e poi ritorna.
forse l'unico effetto speciale, per i nostri tempi, è che degli uomini che sembrano nemici si guardano negli occhi e si parlano e scoprono che hanno tanto in comune, anche senza dirselo, questa è proprio una cosa speciale.
non fatevelo sfuggire, se vi volete bene.
buona (galeotta) visione - Ismaele
Ariaferma
è un’utopia. È il sogno di un mondo in cui attraverso la collaborazione e la
conoscenza reciproca si può mandare all’aria tutto l’impianto di sospetti, e di
sbilanciamenti sociali su cui si fonda il sistema. E dunque Leonardo Di
Costanzo si muove con sempre maggiore ardore verso una dimensione corale, che
sfocia nella straordinaria sequenza della cena collettiva, quando a seguito di
un blackout e per poter gestire meglio la situazione guardie e detenuti
mangiano allo stesso desco, passandosi l’acqua, il pane, il sale. Scherzando.
Chiacchierando. Un momento magico (manca
la luce, si è fuori dalla norma) in cui anche
il più odiato dei detenuti – odiato dagli altri detenuti, sia chiaro –,
quell’Arzano che sta anche soffrendo di Alzheimer, può essere parte del
gruppo, compagno di mangiate e di bevute, e di vita. I ruoli saltano, la rappresentazione del potere
anche, e restano solo gli esseri umani, con le rispettive fragilità e
idiosincrasie. Leonardo Di Costanzo firma un’opera morale e lucida, ispirata e
dolcissima, rafforzata dalle eccellenti interpretazioni di Toni Servillo, Fabrizio
Ferracane, Salvatore Striano, Roberto De Francesco, ma sui quali giganteggia
uno straordinario Silvio Orlando. Un’elegia anarchica, sognata eppur credibile,
che forse avrebbe meritato di poter concorrere per il Leone d’Oro.
…se i
codici e le regole ordinarie collassano è il contatto umano l’unica strada
percorribile per evitare i pericoli dello stato d’eccezione: Gargiulo concede a
Lagioia la possibilità di cucinare per i detenuti piantonando in prima persona
tutta l’operazione. Faccia a faccia: questi due personaggi archetipici
incarnano polarità inconciliabili che continuano a rivendicare orgogliosamente
identità e ruoli sociali ma si trovano costretti dalla storia (e dalla Storia)
a incontrarsi per un fine più alto. La sopravvivenza della comunità che rischia
l’oblio impone nuove responsabilità.
Lo spazio simbolico
della cucina diventa il portale immaginario che sfocia in un’ultima cena tra
detenuti e agenti seduti finalmente allo stesso tavolo. Un qualcosa “di mai
visto”, dice Lagioia, che è conseguenza di un ulteriore stato di eccezione: la
mancanza di energia elettrica. In quel buio Gargiulo e Lagioia riescono
finalmente a finire un pasto completo condividendo anche la stessa
preoccupazione: salvare la vita al giovane Fantaccini. Al di là di tutto.
Il contatto umano è ormai delegato al puro sguardo. Tanto che la scoperta
improvvisa di una memoria condivisa oltre quelle mura smuove definitivamente l’ariaferma di Mortana aprendo simbolicamente la
porta verso il nostro mondo che preme dal
fuori campo. Esattamente come dai campi-controcampi in primo piano che
distanziano detenuti e agenti si scivola pian piano verso inquadrature totali
che ospitano nuovi necessari incontri. La mediazione estetica che si fa
costantemente riflessione etica: un film bello e importante questo Ariaferma.
…Ci sono film talmente nitidi nella loro potenza
espressiva che è quasi difficile scriverne, parlarne, metterne a fuoco il senso
a parole. Ariaferma di Di Costanzo, fra l’altro, è un film
che fa magnificamente economia di parole. Arriva al nostro sguardo, la pelle,
il cuore soprattutto attraverso i volti, le immagini di un luogo, gli sguardi
dei protagonisti in campo. Davanti e dietro le sbarre. E poco cambia. Di fatto
guardie e carcerati sono tutti nella medesima gabbia.
«È dura sta’ in cacere, eh?» dice Don Carmine
all’agente Gaetano. «Io non sto in carcere» risponde il poliziotto. «Ah no? Mi
pareva di sì» ribatte serafico Carmine. Gaetano è una guardia che ha la
sensibilità e l’intelligenza di capire che l’unico modo perché la tensione non
esploda in violenza è cercare di capire i carcerati. Protegge Fantaccini quasi
come un padre. Gli sguardi fra guardia e carcerato si riconoscono e si
specchiano. Gaetano esiste, Carmine e Fantaccini anche…In una notte di
blackout, la guardia si siederà a tavola con i carcerati. Mangerà con loro in
un’ultima cena. Al ritorno della luce il sogno dell’autogestione, forse, salta.
Il ritorno alla quotidianità è brusco e immediato («rientrate nelle celle!»
«richiudiamo le celle!»). In attesa di domani.