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lunedì 29 settembre 2025

Una battaglia dopo l’altra - Paul Thomas Anderson

tratto da un romanzo di Thomas Pynchon (Vineland), il film  di PTAnderson racconta una storia avvincente, con attori e attrici bravissimi (e Willa, la figlia di Di Caprio nel film, che bellissima sorpresa!).

un gruppo in clandestinità combatte il Potere, con azioni eclatanti, come la liberazione dei migranti imprigionati (che coincidenza, come oggi!).

il film comincia a 100 all'ora, poi rallenta, il gruppo viene decimato e cerca di proteggersi per anni dai soldati statiunitensi guidati dal maniaco Sean Penn.

una cosa importante che sembra folle, ma non troppo, è la società segreta razzista e suprematista, una specie di mafia/massoneria, sembra laterale rispetto alla storia, ma tutto torna.

le società segrete e misteriose (sono loro il Potere vero), appaiono in un libro di Paul Auster (La musica del caso, bellissimo, come tutti i suoi libri, ne è stato tratto anche un film) e in Eyes wide shut, di Stanley Kubrick.

in Una battaglia dopo l’altra ci sono tanti colpi di scena che riempiono gli occhi e le menti, che quando si esce si resta soddisfatti, senza alcun dubbio.

uno dei film più belli dell'anno, da non perdere, Paul Thomas Anderson fa pochi film, ma ottimi.

buona (resistente) visione - Ismaele

 

 

 

 

...Una battaglia dopo l’altra spaventa e diverte, galvanizza e disarma. Ha fatto impazzire Spielberg, che l’ha visto tre volte e l’ha paragonato al Dottor Stranamore: “Arrivi a un punto dove vuoi ridere, perché se non ti metti a ridere inizi ad urlare”, ha detto. “È tutto troppo reale”. Troppo vicino, troppo adesso. È un nuovo classico: un film d’Autore che diventa un blockbuster ineluttabile. È il lavoro di un Cineasta al massimo della forma, capace di raccogliere il delirio dell’attualità e di farne – lo dico? Sì, lo dico – un capolavoro contemporaneo.

Politicamente affilato senza mai essere moralista, Anderson costruisce un racconto ricco di azione, che una volta ingranata la marcia non si ferma più, e che sa alternare l’epica incendiaria a momenti di comicità folgorante. È un film che ha la forza delle proprie convinzioni: ride, sì, ma ride con i denti stretti, perché dietro la risata c’è la vertigine dell’analisi spietata sugli Stati Uniti che non sono mai stati tanto sull’orlo del collasso. Eppure PTA non cede mai alla tentazione del pamphlet: i suoi personaggi restano al centro, con le loro fragilità, i loro fallimenti, le loro ombre. La rivoluzione resta sempre e comunque un fatto umano, prima che politico.

E proprio per questo Una battaglia dopo l’altra è forse il film più radicale della sua filmografia: se Il petroliere era una tragedia americana, se The Master era un duello filosofico, se Licorice Pizza era una lettera d’amore adolescenziale, qui c’è tutto, insieme: manifesto, farsa, melodramma, satira, epopea familiare, tragedia contemporanea. È l’atto con cui Anderson accetta il caos del presente e lo trasforma in Cinema purissimo. Esattamente quel tipo di ossessione che sogniamo di poter chiamare “film dell’anno”. O forse del decennio.

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l’esordiente al cinema Chase Infiniti, che è la vera protagonista di Una battaglia dopo l’altra. Supportata da un personaggio magnificamente sviluppato, l’attrice lo mette in scena con un virtuosismo trattenuto degno di colleghe molto più esperte. Infiniti tratteggia una Willa confusa, curiosa, spaventata ma mai passiva di fronte agli eventi drammatici che le se presentano di fronte. Il senso di pragmatica seppur dolorosa accettazione con cui pian piano deve fare i conti col proprio passato, viene raccontato espresso una prova ammirevole. Negli occhi dell’attrice passa tutto il mondo interiore del personaggio, che noi spettatori non dobbiamo neppure comprendere con chiarezza perché quegli stessi occhi vogliono nasconderlo, proteggerlo dal pericolo, mentre invece lo suggeriscono con una tale forza espressiva da renderlo emozionante. In un lungometraggio decentrato, fragoroso e ondivago come Una battaglia dopo l’altraChase Infiniti e la sua Willa rappresentano invece un punto di riferimento indiscutibile…

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Eccezionale il cast, con un Leonardo Di Caprio che finalmente riesce a lavorare con PTA dopo il rifiuto, di cui ora si dice pentito, di "Boogie nights", con una caratterizzazione esilarante ma al tempo stesso di forte risalto espressivo del suo bombarolo anarchico dipendente dagli stupefacenti, ma pronto a riesumare la propria dignità di padre e di essere umano in nome degli ideali per cui ha lottato una vita intera. Nel ricco cast di supporto si distinguono il citato Sean Penn, un Benicio Del Toro improbabile ma commovente, una Teyana Taylor di oscuro sex appeal e una Chase Infiniti che dà alla figlia Willa vibrazioni ribelli adolescenziali che arricchiscono ulteriormente la tastiera emotiva di questo grande Romanzo Americano. Le musiche di Jonny Greenwood sono ormai un marchio di fabbrica del cinema di PTA, ma servono benissimo molte sequenze soprattutto di inseguimento, per il resto non serve fare la lista dei contributi tecnici, ma la cosa migliore è abbandonarsi ancora una volta alla magia del cinema di questo grande affabulatore, che ormai fa un film ogni 4/5 anni, e si spera che stavolta gli incassi siano elevati e che magari arrivino i tanto sospirati premi Oscar.

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Paul Thomas Anderson realizza l’action politico che voleva fare da anni e che riesce a portare a termine mettendo insieme Pynchon e un budget, secondo le fonti Warner, di 130 milioni di dollari. Intende cogliere lo spirito dei tempi raccontando, con sfumature grottesche, le rivoluzioni (o le imminenti guerre civili?) di oggi. Punta l’intera posta sulla struggente utopia autoriale intrapresa da Welles, Coppola, Cimino, ovvero il kolossal hollywoodiano filo-marxista, fino a incunearsi coraggiosamente nelle afose terre di confine di Sam Peckinpah e negli inseguimenti deliranti di William Friedkin. Sorprendente. E poi c’è il film “privato” di Anderson, quello che alla fine si scioglie nella sua tematica prediletta che è la Famiglia. Con la Willa di Chase Infiniti che diventa il tipico personaggio “figlio” andersoniano, costretto a sopravvivere alle “colpe” di padri e madri e a costruire da solo il suo Tempo, il suo Destino. Mentre la linea temporale di Di Caprio è claudicante, sempre in ritardo, al perenne inseguimento delle donne che ama (la compagna, la figlia). E quella di Sean Penn è frammentata, tragica, contro-Natura, scissa tra il desiderio e la sua soppressione, tra l’istinto biologico della paternità e quello artificiale, massonico, dell’America reazionaria. Un film di traiettorie pazze e indecifrabili questo di PTA. Linee dritte, parallele, spezzate. Traiettorie sentimentali, politiche e familiari incompiute, che si incrociano, si inseguono, si guardano a distanza da uno specchietto retrovisore, come nella straordinaria sequenza ipnotica dell’inseguimento in macchina in mezzo al deserto. L’unico ricongiungimento possibile è quello dell’abbraccio, ovviamente. Il “riconoscimento” tra padri e figli. Si torna sempre lì. È quello il Tempo Assoluto per Paul Thomas Anderson. Fino alla prossima battaglia, da far combattere ai figli… magari ascoltando American Girl di Tom Petty and the Heartbreakers.

E così, mentre siamo qui a domandarci cosa ci sta succedendo intorno e come salvare o amare quello che abbiamo, Anderson ci regala il suo “classico” meticcio, già memorabile, finalmente consegnato al suo e al nostro Tempo. Ma, chissà, forse Una battaglia dopo l’altra è semplicemente una magnifica, fottuta allucinazione collettiva… sulle rivoluzioni che abbiamo o non abbiamo immaginato di fare. Sul mondo in cui stiamo vivendo.

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…Una battaglia dopo l’altra quindi, attorno all’ora e mezza comincia a rallentare, anzi quasi si ferma verso un’ultima mezz’ora che prima attraversa una parentesi di confine (lasciamo stare il vacuo inserimento del personaggio di Benicio Del Toro) e poi si disloca in un lungo inseguimento/duello tra larghe cunette di infinite autostrade nel deserto tra una mezza dozzina di auto e di personaggi. Un’ultima parte classicamente risolutiva e rassicurante che deve tutto al debito che ogni cineasta statunitense ha con il western di Ford qui in versione Strada a doppia corsia di Monte Hellman. Insomma, Una battaglia dopo l’altra è molto meccanismo e ipotetica emozione, con rappresentazione del potere e contropotere che bussano alle porta della farsa. Ispirato alla lontana a Vineland, quarto romanzo di Thomas Pynchon. Se nessuno ci viene a cercare scriviamo che l’unico momento in cui DiCaprio recita da Dio è negli ultimi cinque minuti di film quando chiacchiera calmo con Willa e cerca di farsi un selfie con il flash.

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domenica 22 dicembre 2024

Una Notte a New York - Christy Hall

Dakota Johnson e Sean Penn sono gli unici personaggi del film, che deriva da un'opera teatrale.

un tassista e una cliente fanno un gioco, quello di dire cose mai dette prima, Sean Penn è un tassista psicologo, che resta senza parole alla fine quando Dakota racconta un storia terribile.

il film è tutto girato all'interno del taxi, con il tassista che inizia a lamentarsi delle app, degli smartphone, della sostituzione del contante con le carte di credito, e la cliente sembra scocciata dalla loquacità del tassista.

e poi il film cresce fino alla fine, senza tregua, sembra un filmetto come tanti, poi gli ultimi 15-20 minuti sono straordinari.

buona visione - Ismaele


 

 

 

…Un film ben realizzato e diretto, interpretato magistralmente dai due attori. Un’opera che colpisce in quanto tocca in maniera non banale temi come l’amore, il sesso, il dolore dei ricordi, i traumi del passato che non si è voluto mai affrontare. Un viaggio che, quando lo “yellow cab” finalmente si ferma di fronte all’abitazione della donna, consente ai due personaggi di salutarsi con un sorriso e una carezza, sapendo che quell’ora e quaranta passata insieme, in quel viaggio che pareva interminabile, ha regalato a entrambi una maggior coscienza di se stessi e, soprattutto, una connessione umana vera, importante per poter affrontare le difficoltà della vita di tutti i giorni.

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…Sean Penn è il taxista come te lo aspetti, che sembra uscito da Milano più che da New York, contro Uber, contro i pagamenti elettronici, contro quei telefoni che fagocitano le persone e chissà, probabilmente anche complottista ma si ferma a una certa misoginia tipica di una generazione e di una certa cultura.

Ma riesce ad aprirsi, a confrontarsi, con una donna senza nome e senza età aperta al dialogo e che lo sfida trovando in lui una figura paterna davvero, che sotto la faccia scavata da ore di traffico, è diventato senza saperlo uno psicologo esperto.

Che dispensa consigli su amore e sesso, che indovina passati dolorosi e viene a conoscere presenti ancora freschi, che quei passati dolorosi li condivide a sua volta, con una nostalgia inaspettata anche per lui.

Il film è tutto qui, una notte, una corsa in taxi, due personaggi diversi chiamati a condividere lo spazio e il tempo.

Sono più facili da sbagliare che da indovinare i film così, che si reggono sugli attori, certo, su una regia che si deve muovere in uno spazio ristretto senza ripetersi, ma anche sui raccordi, sulla tensione che monta e che smonta, sulle pause.

Sulla sceneggiatura, dunque, che riprende temi, nomignoli e situazioni, riuscendo a commuovere pure in un finale che rischia il melenso o lo stalking.

In un equilibrio instabile che però resta in piedi.

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…Non bastano due grandi interpreti come Dakota Johnson e Sean Penn, una sceneggiatrice di talento al suo esordio da regista come Christy Hall e una confezione da road movie, per fare dello script di Una notte a New York un film. L’impianto teatrale che caratterizza l’operazione è una gabbia dalla quale il testo nativo non riesce a sfuggire e ci sarà un motivo. Questo perché le tavole del palcoscenico a nostro avvivo erano la cornice più adatta a un testo intimo e personale come questo, basato sulla complicità dei protagonisti e sui fitti e densi scambi dialettici tra di loro. Si è preferito al contrario il grande schermo e la realizzazione di un film del quale probabilmente resteranno solo le vibrazioni sprigionate dalle performance del duo chiamato in causa. Il resto è per citare i Jalisse solo un fiume di parole tra noi.

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sabato 16 dicembre 2023

La notte del 12 – Dominik Moll

qualcuno ricorderà La promessa, un romanzo eccezionale, come tutto quello che ha scritto Friedrich Dürrenmatt (diventato anche un bel film, di Sean Penn, con il grande Jack Nicholson nei panni del poliziotto protagonista).

La notte del 12 mi ha fatto ricordare moltissimo la storia di Dürrenmatt, nel film di Dominik Moll un poliziotto e la sua squadra non riescono a rendere giustizia a una ragazza, bruciata viva.

le indagini girano a vuoto, tutte le piste investigative non arrivano a un colpevole.

il protagonista, Yohan (Bastien Bouillon), non considera l'omicidio di Clara un omicidio come altri, diventa un ossessione, come ne La promessa.  

l'incapacità di trovare il colpevole a Yohan crea sofferenza, incontrare il Male e non vincerlo non è accettabile, lui assume su di sè, per la sua parte, il dolore di questo femminicidio, è una cosa che lo (ci) riguarda.

un film da non perdere, sicuro.

buona (sofferta e indimenticabile) visione - Ismaele

 

 

 

 

La notte del 12 non può quindi ridursi all’etichetta del film femminista, è certamente vero che gli uomini uccidono le donne, come attesta giustamente la giudice, ma c’è di più e altro: c’è il tentativo di mettere ordine nel caos della vita. Malgrado la piccola pacificazione offerta nel finale, si tratta di un tentativo fallito. Non c’è ordine nel caos. Un grande film senza risposte, solo con tormentate domande.

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La notte del 12 è un film che nasce come un poliziesco e nel corso del racconto cambia poco alla volta forma. Il ritmo sostenuto della prima parte viene abbandonato per lasciare spazio a momenti di vita quotidiana inedita. In una trama che ruota attorno alla ricerca del colpevole per l’orribile omicidio di una ragazza, iniziano due indagini, che corrono parallele per tutta la durata del film. La prima è quella che riguarda il caso in sé, è la spina dorsale del film; la seconda, invece, nascosta nelle ambientazioni e nei silenzi, è quella che intraprende il regista, sondando l’animo dei suoi personaggi, facendone emergere le contraddizioni e i dubbi e dando poco alla volta al suo film le tinte di un noir atipico…

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…A Dominik Moll non interessa soffermarsi in modo maniacale sull’indagine, sui dettagli nascosti e sugli indizi invisibili. Nonostante il film sia un susseguirsi di interrogatori mirati a capire, davvero, chi fosse Clara e per quale motivo sia stata uccisa in quel modo così barbaro, ciò che sembra interessare realmente al regista è l’indagine introspettiva che compie Yohan su sé stesso a mano a mano che il caso viene fagocitato dal nulla.

Qui l’intuizione vincente di Moll, la chiave di volta che eleva La notte del 12 a qualcosa di molto più profondo e complesso di un “semplice” thriller. La vera indagine non è da riscontrare nelle parole degli amici, dei conoscenti e dei ragazzi con cui andava Clara. Le loro testimonianze sono per lo più futili, inconcludenti, poco preziose. Nessuna testimonianza funge da reale gancio per quella successiva ed è proprio in questa inconsistenza delle informazioni che si può ravvisare il vero cuore pulsante del film…

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…Come nella miglior tradizione del cinema noir, il detective protagonista invece non ha una vita privata. È un solitario per scelta, che vive per il suo lavoro. Quando non lavora si allena metodicamente con la sua bicicletta, ma non in strada: all’interno di un circuito, “come un criceto”. Che è proprio la situazione in cui si trova: continua a girare in tondo senza mai raggiungere la meta.

Bellissimi i personaggi femminili, dalla migliore amica di Clara, alla madre, alla nuova collega (una “mentore” in potenza) – unica donna del reparto – fino a una giudice che riaccende la speranza e non si arrende.

È un ottimo segnale che questo film sia diretto da un uomo, così come ad esempio il recente Man: forse finalmente anche gli uomini iniziano a rendersi conto della tossicità di cui sono circondati, e iniziano a puntare il dito contro i loro simili e non più a difenderli, giustificarli, addossare le colpe all’esterno. E un artista ha anche questo dovere: fornire scorci su mondi possibili e aprire la mente.

Alla fine del film però non c’è soluzione perché non c’è motivazione, non c’è spiegazione, non c’è un senso. Solo mistero, il mistero dell’altro, che è poi il nostro mistero, in cui siamo condannati a vivere finché non sarà la società a voler accendere la luce veramente.

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in La notte del 12 il caso deflagra nelle vite dei poliziotti, ne mette a nudo le intime ferite: ognuno di essi prende un pezzo dell'assassinio di Clara - quello che lo tocca di più - e lo riferisce a sé. Moll, anche se si muove su un impianto iperrealistico (la quotidianità del lavoro investigativo, la scarsità di mezzi, il conseguente investimento personale – a ogni livello -) allude, come sempre fa, al genere – polar e mystery (gli onirismi, il gatto nero che attraversa idealmente la vicenda) -, ma senza indulgervi, come vago retrogusto, ché la trattazione della materia ha del clinico, una constatazione fredda e precisissima. Soprattutto mette in scena un mondo virile alle prese con l’ennesimo femminicidio senza colpevoli, una prospettiva e una visione dell’accaduto sclerotizzata in logiche patriarcali e ragionamenti declinati al maschile, un girare in tondo senza sosta (le corse nel velodromo del protagonista) che sa di ossessione e inconcludenza. Gioiello.

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…La chiave di lettura è anche quella dell’indagine stessa. È possibile che siano principalmente gli uomini a commettere omicidi contro le donne e allo stesso tempo siano gli uomini ad indagare sulla loro morte? Risulta difficile per lo spettatore riuscire a risolvere il mistero e soddisfare la propria curiosità. Il messaggio malinconico che emerge è molto più potente: non tutto nella vita ha una spiegazione e non tutti i nodi possono sempre essere sciolti.

Il noir in questo caso del cinema francese viene declinato nella sua forma più dura del genere crime, che diventa uno specchio di sè stesso. Proprio per questo è caratterizzato da una trama intricata, personaggi tortuosi e un’atmosfera oscura e pessimistica. Gli stessi protagonisti sono visti come antieroi nella risoluzione del loro gravoso e complesso compito.

Questi casi di crimini non risolti, che spesso catturano l’immaginazione del pubblico, hanno fornito ispirazione per numerosi film che cercano di esplorare i misteri, le indagini e le conseguenze di tali crimini.

La non risoluzione di taluni casi spesso ha influenzato il cinema francese. Una trama intrigante, arricchita da tensione psicologica e spunti narrativi che non ci si aspetta, è questo La notte del 12. La natura enigmatica e inquietante della pellicola stessa offre un terreno fertile per esplorare tematiche come la colpa, l’innocenza, l’ingiustizia e la psicologia umana…

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La notte del 12 è una corsa contro il vuoto, i genitori rimasti soli a piangere sulla tomba di un cadavere sfigurato dalle fiamme, privato di un’identità ancora in formazione. Un ispettore che sbatte continuamente sul niente ogni volta si trova ad avere una pista plausibile, e poi finisce nel buio che nasconde le nostre paure. L’idea di Dominik Moll sembra proprio quella di suggerire una nuova via di fuga, senza indicare una precisa direzione o una scelta obbligata. L’alternativa al niente consiste nel provare a rompere il guscio dell’indifferenza, colpendo innanzitutto quei pilastri che lo rendono tale, il pregiudizio, l’ignoranza, la fretta e la superficialità dello sguardo, prendendo coscienza, trovando il coraggio di affrontare la sconfitta…

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La scelta di Moll di far seguire il caso solo ad un gruppo di uomini, nella prima parte della diegesi, non è un caso. L’ennesima violenza nei confronti di una donna è stata consumata e adesso, per risolvere l’omicidio, viene incaricato un uomo che deve indagare su altri uomini. Questo rende la storia e le scene pregne di significato, perché è qui che Yohan capisce cosa realmente un uomo sia in grado di fare senza avere il minimo scrupolo.

Clara, nello sceneggiato, è una ragazza innocente, vittima degli abusi maschili e senza alcuna arma per difendersi. È l’ennesima donna uccisa, bruciata viva senza alcuna pietà, in un mondo in cui ancora i femminicidi non riescono ad essere fermati. Clara è la sorella, l’amica, la compagna di tutti e rappresenta tutte le donne massacrate e tutti gli uomini che non hanno mai rimpianto il gesto.

E se nella seconda parte del film – dopo che il caso era rimasto irrisolto e quindi chiuso – è stata proprio una donna, la giudice istruttrice, a spingere Yohan a riaprilo, un motivo c’è: chi realmente può comprendere quel male non è un uomo, è solo una donna. Sono solo loro che combattono fino alla fine perché solo loro sanno realmente cosa voglia dire essere vittime.

In La notte del 12 Moll è stato magistrale. Ha permesso quell’identificazione necessaria al cinema, riuscendo a far immedesimare lo spettatore nei personaggi. Ed è forse proprio perché si opera un riconoscimento di sé attraverso l’immagine speculare di un altro, in questo caso di Yohan, che il regista riesce a far porre delle domande, utili e indispensabili, al fine di innescare in chi fruisce un processo di riflessione che inevitabilmente si porterà anche a casa.

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lunedì 21 marzo 2022

Licorice pizza – Paul Thomas Anderson

Credo che Paul Thomas Anderson sia un po’ come Wes Anderson, mutatis mutandis, fanno film che nessun altro può fare come loro, hanno occhi e mani che solo loro posseggono, impossibile riprodurlo, se non in peggio.

E secondo me gli attori fanno la fila per recitare in un loro film, lo farebbero anche gratis. Credo.

E Sean Penn e Tom Waits fanno la loro bella figura, è un po’ che non li vedevamo.

Licorice pizza ci mostra un momento storico, un ‘atmosfera e un luogo dove tutto poteva essere possibile

E che bella la storia di Alana e Gary (e quando poi scopri che il babbo di Gary, il giovane Cooper Hoffman, è Philip Seymuor Hoffman, si assomigliano molto, un po’ ti commuovi,).

Alana e Gary si rincorrono tutto il tempo, e aspettavamo quell’abbraccio, finalmente.

E però nel sole dell’avvenire sono nascosti delle minacce. Vi ricordate di Harvey Milk (interpretato da Sean Penn), candidato consigliere comunale? Joel Wachs (interpretato da Benny Safdie) è un candidato consigliere comunale, come Milk, e come Milk ha un ufficio elettorale, come Milk è gay, quel ragazzo con la maglietta col numero 12 chi è? Non sappiamo che cosa succederà a Joel Wachs.

Licorice pizza è un film a cui non si può non volere bene.

Buona visione - Ismaele

 



 

Licorice Pizza è un film degli anni Settanta, tutt’altro che posticcio, che rifiuta sia lo scoramento esistenziale, sia il rimpianto nostalgico, perché è stato girato cinquant’anni dopo nella cosciente elaborazione di un tempo ormai trascorso e irrecuperabile, con due protagonisti imperfetti anche come antieroi ma che sprizzano vitalità, gioia nell’affacciarsi alla vita anche negli inevitabili imprevisti (e nel film ce ne sono tanti), incapaci di amarsi davvero per goffaggine, paura e inesperienza ma irresistibili nella loro ricerca di uno sviluppo appagante rispetto alla loro quotidianità…

Se si gratta sotto la superficie, Licorice Pizza è sì un film d’amore, ma d’amore verso il cinema. Non c’è una sola sequenza che non rimandi a qualcos’altro, come se PTA, oltre a riferirsi ai luoghi in cui è cresciuto, avesse messo in scena la sua personale enciclopedia d’amante del cinema con cui si è formato. Sì sì, il solito cazzo di postmoderno, ovvio. Certo, anche il gusto della citazione, tutto vero e tutto come sempre, almeno dagli anni Settanta (di nuovo, madonnasanta), cioè da quando i registi mostrarono di essersi finalmente accorti dell’esistenza di un cinema prima della loro venuta, come invece non avevano fatto i loro più anziani colleghi della Hollywood dei tempi d’oro, che ben difficilmente si preoccupavano di cosa succedesse al di fuori delle mura degli Studios. Quindi niente di nuovo. Bene, però qua si tratta di una storia d’amore adolescenziale che ne nasconde, in filigrana, un’altra molto più intensa e destinata a caratterizzare un’intera carriera. Per non tediarvi con le inquadrature e le scelte di regia che riflettono l’evidente volontà di metaforizzare l’atto stesso del fare-cinema (che i più avveduti, altrove, non certo qua, chiamano marche d’enunciazione ― ma non ditelo in giro, ché se no vi prendono per il culo), provate un attimo a individuare tutte le derivazioni che si riflettono in ogni singolo episodio. Io ve ne dico solo alcune, voi completate il resto, perché il bello è anche questo, misurare il proprio amore per il cinema, e se il verbo misurare vi fa venire in mente quando saggiavate i vostri progressi di crescita con gli amici sulle panchine dei giardinetti, non vi preoccupate, perché alla fine chi ama il cinema è un adolescente mai veramente cresciuto. Come non pensare, infatti, a Breezy di Clint Eastwood quando Alana ha un abbozzo di liaison con uno Sean Penn che nel film di nome fa Jack Holden ed è tutto agghindato come il vecchio divo William? Come non notare, subito dopo, l’evidenza della goffa impresa motoristica dello stesso Sean Penn, i cui echi conducono direttamente alla mitologia di scene come Gioventù bruciata e alla sua elaborazione nostalgica in American Graffiti? E poi, ancora, l’ufficio elettorale come in Taxi Driver e il matto che ci gira intorno che fa un po’ Travis Bickle e un po’ Nashville, senza contare che ogni volta che Gary e Alana corrono, e corrono per tutto il film, giusto per prendere la vita in pieno volto carichi di un ottimismo ingenuo e folle, ricordano la stessa poesia podistica dei personaggi della Nouvelle vague, pensate solo a Jules e Jim e al record del giro lanciato di tutto il Louvre in Bande à part (fissato in 9 minuti e 43 secondi, come tutti sanno).

Sto esagerando? Per niente. Se ancora non mi credete e vi siete rifiutati di trovare tutte le altre citazioni che non vi ho detto, fate attenzione al luogo in cui i due ragazzi si abbracciano nel finale e poi ditemi se non ho ragione. Ma non che voglia averla per forza, perché si dà ai fessi, solo che è così, c’è poco da fare. Intanto guardatelo, perché sarà una delle visioni più piacevoli dell’anno. Di ogni anno, almeno dagli anni Settanta.

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PTA scarabocchia tre parole sulla carta, boy meets girl, e un film emerge, un'idea si trasforma in movimento, un amore vive negli smarrimenti, un universo è ancorato e incarnato. L'autore sa come incendiare il suo racconto, come renderlo vivo con lo sguardo, la musica e il gioco virtuoso di cambio e freno. Informato dal lirismo della sua prima ballata, Licorice Pizza procede alla sua velocità di crociera, a volte languida, a volte impetuosa, una narrazione in modalità flipper tra materassi ad acqua e campagne elettorali, tra crisi energetiche e nevrosi disinvolte.

Mettendo in scena un'epoca che ha conosciuto con gli occhi dell'infanzia, l'autore punta sovente sull'aneddoto, l'epica ridicola degli adulti (il salto in moto di Penn soppiantato dallo sguardo inquieto di Hoffman), per ricentrarsi meglio sul suo proposito: un'erranza frammentata, un tutto e un niente allo stesso tempo, un vizio di forma infantile. Di fatto Pynchon non è mai troppo lontano da una storia che suona "Let me roll it". E Licorice Pizza non smette di 'girare', di finire e di ricominciare, scandito da tiremmolla e slittamenti, incroci e deviazioni, epifanie e sottrazioni, ellissi e linee spezzate. Un valzer narrativo che evolve i sentimenti di due 'debuttanti' alla ricerca di guai su una playlist radiosa (Doors, McCartney, Bowie, Sonny & Cher...).

Lui ha solo quindici anni ma il senso degli affari e l'audacia di uscire dai ranghi (letteralmente), lei ne ha venticinque e l'aria di chi non aspetta più grandi cose ma accetta imperturbabile di imbarcarsi in qualsiasi avventura. Fonte di fascinazione costante, la circolazione del loro sentimento è la sola cosa che conta. La corsa è il motivo del film. C'è qualcosa di orecchiabile in questa esaltazione permanente in cui il movimento dell'uno verso l'altra diventa semplicemente un modo di vivere, un procedere dinamico e random.

La narrazione in Licorice Pizza è evasiva, libera da ogni convenzione, da ogni forma di sottomissione. La più insolita e inattesa delle commedie romantiche si costruisce attraverso l'inaspettato, le relazioni, gli incontri, come la vita, non tutto avviene in modo logico. L'entusiasmo della giovinezza flirta con una forma di surrealismo, rimanda la fine del mondo e scarta l'impasse che incalza un Paese ancora spensierato ma a corto di benzina. In panne da qualche parte tra sogno americano e guerra in Vietnam. Ma Gary e Alana vincono l'inerzia e la differenza di età, che finiamo per dimenticare, scendendo per la china della 'collina'. Per loro PTA ricostruisce un mood, l'aria di un tempo che permetteva tutto a chi osava…

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…Ciò che realmente coinvolge in "Licorice Pizza", fin dal primo minuto, sono i due straordinari protagonisti di questa pellicola a metà tra teen drama, racconto di formazione, storia d'amore e dramedy. Magistralmente interpretati da due esordienti, Cooper Hoffman e Alana Haim, in scena insieme, sembrano letteralmente impegnati in una sfida di recitazione ad altissimi livelli. Entrambi rendono il film un avvicendarsi e intrecciarsi di puro cinema. "Licorice Pizza" è la potenza delle scene, la delicatezza della fotografia, la sicurezza nella regia e la tensione che anticipa il colpo di scena. Essendo la pellicola un film di personaggi sui personaggi, anche i colpi di scena sono spesso interiori, latenti, ma fondamentali.

Con alcuni spunti divertenti, al film di Paul Thomas Anderson non manca nulla e nella sua moltitudine di temi, primo fra tutti c'è sicuramente quello più universale sul trovare il proprio posto nel mondo. Una ricerca di sé lontano da quei cliché, stereotipi e luoghi comuni che per anni condizionano la vita delle persone e che, tra personalità e crescita, bisogna imparare a lasciar andare. "Licorice Pizza" è un film autentico, genuino, spontaneo e vero, è un film con due protagonisti che si impara ad amare fin da subito e a comprendere davvero scena dopo scena…

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Paul Thomas Anderson in Licorice Pizza costruisce un nuovo microcosmo passionale, più tipico e calato nel reale (interessante, a tal proposito, la scelta del titolo del film, il quale si riferisce a una catena di negozi di musica losangelini degli anni ’70), ma non per questo meno singolare o unico. Licorice Pizza, come da manuale se guardiamo alle tipicità della poetica visiva di Paul Thomas Anderson, prende le mosse da un mood preciso – i 70s californiani, in questo caso – e lo concretizza in un immaginario costituito da personalità peculiari, estremamente tratteggiate e verosimili, personaggi che diventano sempre più reali dinanzi allo sguardo spettatoriale mano a mano che le loro individualità emergono a dovere…

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sabato 1 agosto 2020

L’interprete – Sidney Pollack

una storia ambientata nel Palazzo dell'Onu, Nicole Kidman è l'interprete, Sean Penn un agente dei servizi segreti.
si sa dall'inizio che qualcuno dovrà essere ucciso durante il suo  discorso, e tutto il film è una lotta contro il tempo per evitare l'omicidio.
il dittatore di un paese africano va all'Onu per avere prestigio e appoggio alla sua politica (Zimbabwe?), ma i complotti sono all'ordine del giorno.
Sidney Pollack dirige con mestiere, non sarà il miglior film di quell'anno, ma si vede bene, anche grazie ai due protagonisti - Ismaele




La solida regia di Sydney Pollack sostiene un thriller che, pur nei limiti di una narrazione non sempre equilibrata, prova a coniugare le ragioni del pubblico (azione e svago) con quelle dell'impegno (un messaggio all'insegna della fratellanza e dell'arricchimento tra culture diverse). Non è un caso che per la prima volta l'O.N.U. abbia concesso la propria sede a una fiction, vista la promozione all'efficienza e all'importanza internazionale delle Nazioni Unite portata avanti dal regista americano con discrezione e piglio quasi documentaristico. La spettacolarità dell'impianto trova nello scavo psicologico dei personaggi un riuscito contrappunto. Certo, l'agente federale fresco di trauma non è il massimo dell'originalità, ma perlomeno consente a Sean Penn di evitare gli eccessi da rockstar che lo hanno reso celebre e di giocare di sottrazione. Cosa che riesce benissimo anche a Nicole Kidman, ancora una volta perfetta nella misura con cui rafforza la sofferenza del suo personaggio. Il confronto tra i due, il dolore comune che li rende simili nella diversità, la tenerezza di un rapporto che non scade mai in un facile sentimentalismo, ammantano di verità il racconto, almeno fino a quando le ragioni dell'intreccio vagano nell'incertezza…

Poi sullo schermo vedi Pollack in persona che dà ordini al suo agente e pensi che la presenza scenica è un po’ come il coraggio per Don Abbondio: se non ce l’hai non te la puoi dare, e lui invece ce l’ha, ce l’ha a un punto tale da farti pensare di essere lì non per recitare come tutti gli altri attori del film, ma per dare loro le direttive necessarie al miglior esito della performance, per fare il regista non solo dietro ma anche davanti alla macchina da presa, come del resto aveva fatto in Tootsie, dove, come agente teatrale, cercava di comandare a bacchetta Michael/Hoffman senza riuscirci nell’uno come nell’altro caso. Qualunque cosa si possa pensare di questo o quello dei suoi film, Pollack è un autore e un professionista. E The Interpreter un thriller firmato…
What I admire most about the film is the way it enters the terms of this world -- of international politics, security procedures, shifting motives -- and observes the details of all-night stakeouts, shop talk, and interlocking motives and strategies. More than one person wants Zuwanie dead, and more than one person wants an assassination attempt, which is not precisely the same thing…

La verità è la chiave di lettura di tutta la pellicola, una verità che scotta, fa male, fa agire impulsivamente, ma che alla fine risolve circostanze rimaste sospese. Nelle ultime battute si intuisce che Keller, seppur addolorato per la morte improvvisa della propria compagna, prova un sentimento per Silvia che, probabilmente, raggiungerà in Africa, una volta che entrambi avranno definitivamente elaborato il lutto per le rispettive perdite come suggerisce lo stesso Tobin con la frase “che riposino in pace”.

lunedì 17 febbraio 2020

Memorie di un assassino - Memories of Murder - Bong Joon-ho

è miracolosamente riapparso in sala un film del 2003, che avevo già visto a casa 8-9 anni fa. 
si tratta di Memories of Murder, di un regista coreano che aveva allora 34 anni.
avevo scritto :"inizia un po' come una commedia con due scemotti che fanno i poliziotti incapaci e torturatori, poi prende quota e riesce ad essere un film che non ti fa alzare dalla poltrona fino alla fine". 
nel film c'è il riferimento al sistema politico corrotto coreano di quegli anni, che produceva quei poliziotti.
il poliziotto Park, quello che riconosce un colpevole senza problemi, è l'attore preferito del regista, apparirà in tutti i suoi film.
la serie di omicidi senza colpevole fa uscire di testa lui e i suoi colleghi, non c'è il presunto colpevole di turno da sbattere in galera, buttando la chiave, tanto nessuno si lamenterà, come avviene negli omicidi "singoli", gli assassini seriali sono un'altra cosa.
il Male prende corpo, come un fantasma, e intossica tutti.
la fine del film è un capolavoro nel capolavoro, mi ha ricordato la storia de La promessa, romanzo straordinario  di Friedrich Dürrenmatt, il poliziotto è stato interpretato da Jack Nicholson (nel film di Sean Penn). e per un attimo la faccia di Park si è sovrapposta a quella di Jack, speriamo che non sia impazzito.
il Male è lì fuori, è inafferrabile, ha una faccia banale, come dice Hannah Arendt.
cercate il film in sala, non ve ne pentirete. 
tenete d'occhio Bong Joon-ho, dopo questo film del 2003 potrebbe in futuro anche vincere un premio Oscar.
diceva Niels Bohr che Le previsioni sono estremamente difficili. Specialmente sul futuro. - Ismaele








Capolavoro indelebile della storia del cinema!

Tanto la politica è nei gesti, nelle scelte, nel coprifuoco, nella paura della gente, ormai priva di fiducia nei confronti della polizia e dei suoi abusi; sfiducia guadagnata sul campo dai tutori della legge, che nel proprio modus operandi prevedono prove falsificate e confessioni estorte a suon di calci e pugni. Anche nei confronti di ritardati come Kwang-ho o di innocui pervertiti, evidentemente innocenti sin da subito. La narrazione del talentuoso Bong Joon-ho adotta un registro quasi comico per sottolineare il clima farsesco della polizia di regime, ma non ne nasconde incompetenza e brutalità; l'autorità come manganello del potere, che manca degli uomini necessari per impedire un omicidio perché sono tutti impegnati a reprimere una rivolta studentesca…

…Proprio come Parasite, anche Memorie Di Un Assassino fa del mix equilibrato tra dramma e commedia il segreto del suo successo: prendendo spunto dalla vicenda del primo serial killer coreano conosciuto (attivo tra gli anni Ottanta e Novanta), Bong Joon-ho riesce con originalità a delineare uno spaccato socio-culturale realistico della Corea del Sud. 
L’opera seconda del filmmaker premio Oscar mostra la precoce maturità di uno storyteller che, grazie ad una sceneggiatura di ferro, mette in scena in maniera straordinaria un crime atipico (l’elemento che più emerge nel film è il concetto della bestialità dell’uomo comune); attraverso una regia raffinata ma essenziale allo stesso tempo e una gestione del ritmo da manuale, il cineasta trascina lo spettatore in un viaggio, lungo più di due ore, all’interno dei meandri più oscuri della psiche umana…

non si può non far riferimento anche alla successiva sequenza del film: un epilogo collocato nel presente (vale a dire diciassette anni più tardi) che funge da ideale postfazione e, al contempo, sancisce la chiusura di un percorso circolare, e destinato pertanto ad avvitarsi su se stesso, senza possibilità alternative. Il ritorno sulla “scena del delitto”, fra le spighe di grano, l’incontro con un’altra bambina e quella casuale, scioccante rivelazione: che il Male possiede “una faccia comune… una faccia normale”.

Stupendo. Un film su un serial killer che punta tutto sulle indagini e sugli effetti psicologici che esse provocano, soprattutto sul povero Seo Tae-Yoon. E' presente anche molta ironia, soprattutto negli scontri (verbali e fisici) tra i due protagonisti tanto diversi tra loro, ma questo solo nella prima parte. Infatti, man mano che si va avanti e si moltiplicano gli omicidi, il film rivela la sua vera natura, trasformandosi in un dramma cupissimo e devastante, che fa quasi sentire sulla propria pelle la frustrazione e l'impotenza dei poliziotti, il tutto supportato da una colonna sonora magnifica. Finale di una tristezza incredibile.

Bong "svela" ma non "scopre",ci mostra nel frammento d'un secondo il volto dell'assassino,le sue delicate mani.Ci consegna una marea di "sospetti" con requisiti pari a quelli del killer.Ma tutto rimane sospeso nel limbo caotico di eventi intricati,contrapposti da leggende o fiabe metropolitane.Park si rivolge ad una sorta di maga "Circe",Seo al contrario da adito ai racconti di ragazzine su uomini da sottosuolo,o ad una canzone romantica trasmessa in radio,quasi un filo conduttore degli omicidi.
Tutto è parte d' un ambientazione grigia,umida e costituita da industrie quella di Bong dove avvengono azioni che rimaranno archiviate nei recessi del ricordo.
Perchè sara' solo il ricordo a mantenere vive le immagini cruente di donne violate,straziate e inghiottite dalla follia violenta.
Ci saranno tanti "colpevoli" ma nessuno la paghera',perchè alla fine non esistono innocenti, si è tutti "colpevoli" nuotando nel mare dell'abbrutimento.
Dopo 20 anni la vita cambia,ma le memorie rimangono incollate sul canale di scolo,splendida la parte finale,un manuale di cinema e un dialogo semplice e "innocente",dove killer e giustizia si sono sfiorati,ma l'aria dura rendeva le colpe "Invisibili".......
Capolavoro imperdibile,da vedere e rivedere,per poterlo stampare per sempre nelle proprie "memorie"........

Noir abissale, lo humor che in un primo momento accompagna le dinamiche dell’indagine e degli investigatori, gruppo di maschi in competizione che dalla rivalità naufragano in una ossessione al limite della follia, lascia progressivamente spazio a una disperazione senza catarsi. Il bene e il male, entrambi, esistono ma spesso si confondono e finiscono risucchiati nell’oscurità (il tunnel, il canale di scolo dove viene trovata la prima vittima). A prevalere su tutto è l’illusione, cieca, che porta sempre al fallimento e all’incapacità di accettarlo.

mercoledì 16 gennaio 2019

A distanza ravvicinata (At Close Range) - James Foley

gli attori sono straordinari, in una storia a 100 all'ora, dove Christopher Walken e Sean Penn sono padre e figlio.
il primo è un delinquente di prim'ordine, il figlio è un bravo ragazzo, un po' ingenuo, che inizia a lavorare per il padre.
quando il gioco si fa duro Sean vuole mollare (intanto si è innamorato), ma la sfortuna e il destino sono in agguato.
un gran bel film,  che non ti dimentichi tanto in fretta, e non potrà non piacerti, promesso - Ismaele





Da sottolineare la prova assurdamente magnifica dei due protagonisti:un Walken totalmente fuori degli schemi con lo sguardo folle e con gesti ancora piu' folli e un Penn che nonostante la giovanissima eta' ci regala un interpretazione favolosa di una gioventu' bruciata che si riesce a redimere....

… Film drammatico ispirato ad un criminale realmente esistito. 
Ben scritto da Nicholas Kazan e con una regia non solo peculiare, ma creativa, ricca di espedienti visivi che creano molta suggestione, ha come protagonista un Sean Penn che già dimostrava di essere in gamba (seppure ancora immaturo), tanto da dare del filo da torcere a Christopher Walken. Nei panni del fratello del protagonista c'è il compianto Chris Penn, vero fratello di Sean. 
Interessante commistione di noir moderno e dramma, riesce a creare la giusta tensione e il giusto pathos nonostante la trama sia piuttosto prevedibile da un certo punto in poi. 
Molto piacevole anche la colonna sonora (che introduce ad esempio il personaggio di Brad e di Terry con una bella atmosfera) scritta da Patrick Leonard e che vede la collaborazione con Madonna - allora moglie di Penn - per la canzone Live to Tell
Un film particolare, dai toni un po' malinconici e caratterizzato da scene inaspettatamente crude. 
Da vedere assolutamente (meglio in lingua originale). Consigliatissimo.

Una piacevole sorpresa questo film di Foley, e non solo perché regala un' occasione più unica che rara di vedere entrambi i giovanissimi fratelli Penn all'opera, ma perché riesce dall'inizio alla fine a trasmettere il giusto ritmo ad un film cupo e crepuscolare, con vicende familiari che si incastrano alla perfezione in un gioco criminale dove tutti i legami di sangue vengono soppiantati dalla legge del più forte. Un film dove però a giganteggiare a mio parere è il padre Walken, cinico, amorale ed al tempo stesso estremamente affabile come si conviene ad un criminale di lungo corso. La fotografia eccellente del paesaggio rurale americano è la ciliegina sulla torta di un'ottima pellicola.

Una sceneggiatura dura e tagliente come una lama, crudele e angosciante come una moderna tragedia di Shakespeare, supportata da un cast di altissimo livello, guidato da due attori sublimi come Walken e Penn. Solo la regia di Foley risulta un po' troppo...formale, quasi distaccata, lasciando in effetti che siano la solidità delle parole e degli attori a far funzionare il meccanismo, privando il tutto di quel pizzico di "inventiva" che avrebbe permesso al film di diventare un capolavoro (magari con uno Scorsese dietro al timone...)
In ogni caso, la sceneggiatura è un autentico gioiello di attenzione alle psicologie dei personaggi e di equilibrio tra azione, sentimento e logica degli eventi. E poi, come già menzionato, il duetto dei protagonisti vale da solo il prezzo del film: per quanto è odioso e senza coscienza Walken (ma in un modo molto umano e non macchiettistico, che lo rende anche più terrificante), così è intenso ed emotivo il giovane Penn (forse il miglior attore ora in circolazione ad Hollywood): poco più che ventenne, ma già incredibilmente dotato.
da qui