un film leggero, quasi comico, con ritmi a volte un po' pazzi, è la storia di due amici (Louis Garrel e Vincent Macaigne) e una ragazza (Golshifteh Farahani), non del tutto libera.
niente di memorabile, ma è un film che si vede bene, e non annoia mai.
buona (galeotta) visione - Ismaele
Anche se Due amici
ha il tono di una commedia melodrammatica che riesce a provocare risate
cerebrali grazie a momenti di comicità quasi slapstick, il suo cuore appartiene
alla malinconia dei drammi sentimentali. Per quanto cosparso di sfoghi gioiosi
l’esordio registico di Louis Garrel infatti è rotto
da una commozione che buca la virtualità comica e frustra la narrazione
leggera. Si capisce bene dal trattamento che il regista-attore riserva ai suoi
personaggi principali, i due amici assurdi e buffi che sembrano usciti da una
pantomima simpatica e invece sono due individui in difficoltà: a mollo nella
precarietà della loro situazione economica, fragili oltre che apatici perché
stritolati da un mondo-gabbia di insicurezze.
Garrel ci mostra
quanto Vincent (Vincent Macaigne) e Abel (Garrel)
siano scollati dalle personalità spensierate che vorrebbero essere mettendo in
contrasto una direzione del linguaggio del corpo e del charachter design
versata nell’ingenuità bohemienne e una scrittura che fa emergere sempre i
sismi emotivi. Se fossero realmente personaggi comici semantizzerebbero la
realtà con le loro azioni, convertendola in un teatro, invece sono fratturati
dalla tristezza e quindi semantizzano il contesto con la commozione.
E i due sono
commoventi perché affogano negli amori invisibili da cui non riescono a
slegarsi, o meglio, nell’invisibilità dell’amore che non riescono a
comprendere. Sono incapaci di esprimere la verità sulle relazioni a cui sono
intrecciati e si sfibrano sotto al peso di una abitudinaria amicizia che forse
non ha più significato, costretti a un equilibrio di forze che non vedono e da
cui non riescono a liberarsi…
…Il trittico composto dal regista
francese si muove tra il dramma e la commedia, favorendo sempre il gioco
autoironico sui personaggi e su di sé. Abel è, infatti, l’Io filmico di Louis,
lo stesso nome portato dal protagonista di “L’uomo fedele”, suggerendo un continuum di significati. Garrel autore sembra
condividere con Abel la situazione difficile e a volte un po’ ridicola
dell’artista improvvisato, e non esita a smascherare con ironia – attraverso le
parole di Mona, “pensi di essere più misterioso così?”- lo sguardo cupo e
misterioso dei personaggi interpretati in carriera…
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