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venerdì 20 giugno 2025

Gioventù perduta - Pietro Germi

uno di quei film dei "panni sporchi che si lavano in casa", se i delinquenti sono borghesi e non proletari.

Pietro Germi è bravissimo sin dall'inizio della carriera, in un film che sembra un noir hollywoodiano, è un film italiano che non teme confronti.

un film da non perdere, promesso.

buona (poliziesca) visione - Ismaele



Il primo impatto di Pietro Germi con il mondo del cinema è all’insegna dello scontro. Scartato dalla commissione del Guf di Genova, incaricata di effettuare una prima selezione di candidati ammissibili al concorso indetto dal Centro Sperimentale di Cinematografia, Branca Registi, non si dà per vinto e scrive una lunga lettera per protestare contro quel risultato a suo avviso sommamente ingiusto. Siamo nel 1937, Germi ha 23 anni e un bellicoso talento per l’esercizio dello sdegno, accompagnato da un’indole ribelle che il tempo potrà solo confermare. A dieci anni esatti da quella bocciatura, al “caso” del candidato Germi si aggiunge il “caso” Gioventù perduta, scatenato da un’altra lettera e destinato a rimanere unico, nella carriera del regista genovese, per il massiccio sostegno trasversale ottenuto anche – soprattutto – a sinistra, nel corso di una vera e propria campagna di stampa contro la censura. Portato a termine nell’autunno del 1947, il secondo lungometraggio di Germi ne è il protagonista indiscusso e forse ottiene il nulla osta, nel gennaio del 1948, anche grazie a questa imponente mobilitazione.

Tutto sembra avere inizio, appunto, da una lettera, firmata da 362 fra registi, sceneggiatori e intellettuali dello spettacolo appartenenti agli schieramenti più diversi, e inviata ai giornali romani martedì 9 dicembre 1947 per denunciare «l’approssimarsi di un pericolo […] una tendenza a ripristinare la consuetudine fascista di controllare la produzione dei film […] una vera e propria censura di carattere
ideologico e politico»

da qui 

 

Il ‘caso’ Gioventù perduta [è] scatenato da una lettera [firmata da 36 fra registi, sceneggiatori e intellettuali dello spettacolo] e destinato a rimanere unico, nella carriera del regista genovese, per il massiccio sostegno trasversale ottenuto anche – soprattutto – a sinistra, nel corso di una vera e propria campagna stampa contro la censura. Portato a termine nell’autunno del 1947, il secondo lungometraggio di Germi ne è il protagonista indiscusso e forse ottiene il nulla osta, nel gennaio del 1948, anche grazie a questa imponente mobilitazione. […] Fra gli argomenti adoperati sia nella lettera di protesta dei registi e intellettuali dello spettacolo, sia dalla stampa che interviene in difesa di Gioventù perduta, colpisce anzitutto l’equazione tra antifascismo e (neo)realismo, l’annessione indiscussa di ogni buon film al cinema (neo)realista e la convinzione che la censura voglia colpire proprio quel cinema, di cui Andreotti incarna il nemico per eccellenza. […] A disturbare fu invece soprattutto l’equazione tra delinquenza e borghesia […]. Gioventù perduta sembra voler illustrare lo sviluppo di una delinquenza giovanile di estrazione colta e borghese. Qui il giovane ‘perduto’ non è spinto dal bisogno, bensì dal desiderio di denaro; non fugge la fame, bensì vuole sottrarsi alla mortificazione del razionamento postbellico […]. Non a caso il film verrà considerato il capostipite di uno specifico filone transnazionale, che con I vinti (1953) di Michelangelo Antonioni e Gioventù bruciata (1955) di Nicholas Ray segnerà gli anni Cinquanta. A quel tempo [Germi] è un cinefilo vorace che guarda soprattutto al cinema hollywoodiano, da poco tornato nelle sale italiane; un cinema di cui la critica del tempo nota subito l’influenza, commentando le affinità con il genere poliziesco (ovvero noir) e le somiglianze tra Jacques Sernas e Alan Ladd […]. Ma respira ugualmente la “fresca aria della realtà”, quella del suo tempo, qui restituita attraverso la cronaca a cui si ispira il soggetto; e questo basta alla stessa critica per inserirlo nella corrente (neo)realista. Perché è vero che Gioventù perduta racconta “una storia tipica del dopoguerra”, intrecciata fra l’altro a una riflessione sulle colpe dei padri, se non del fascismo.

Elena Dagrada, Un inizio contro. Censura e scrittura in “Gioventù perduta”, in Il cinema di Pietro Germi, a cura di Luca Malavasi ed Emiliano Morreale, Edizioni di Bianco e Nero/ Edizioni Sabinæ, Roma 2016

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Sembra di guardare un noir americano e anche ben fatto. E invece dietro la macchina da presa c'è l'italianissimo Pietro Germi, al suo secondo lungometraggio. Il film gira in tutte le sue componenti e Germi si conferma abile nel muoversi dentro gialli e thriller. Il suo film è un drammone intenso, bello e crudele, ed è tra i primi ad affrontare il tema della criminalità di stampo borghese. Bravi Massimo Girotti e Jacques Sernas, nei panni dell'odioso protagonista.

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…Da una sceneggiatura collettiva a cui han preso parte nomi illustri del cinema italiano come Mario Monicelli, Antonio Pietrangeli, Leopoldo Trieste, lo stesso Pietro Germi ed altri ancora, Gioventù perduta mescola con felici intuizioni narrative il noir classico con lo stile neorealista intento a farsi carico di descrivere un disagio di una generazione degli anni del dopoguerra, sin troppo facilmente proiettata sulle illusioni del vivere facile e al di sopra delle proprie possibilità.

Premiato come miglior film e miglior attore straniero in un film italiano (relativamente all'interpretazione lodevole di Jacques Sernas, in grado di dar vita ad un personaggio dai molti risvolti e dalle mille sfaccettature, quasi tutte rivolte verso il male), Gioventù perduta anticipa le tematiche di molto cinema futuro impegnato a dedicarsi al disagio dell'età giovanile, al baratro a cui sono destinate certe esistenze illuse a tal punto dai progetti di un facile arricchimento, da inoltrarsi con deliberata imprudenza verso la strada senza ritorno del crimine più efferato e crudele.

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Direttamente da uno dei momenti più drammaticamente dinamici della storia italiana (il primo dopoguerra), Pietro Germi con la fascinazione del 'nero' americano riesce a congelare il periodo. Un periodo di passaggio, di trasformazione, di disagio. E proprio attraverso l'inquietudine del futuro imprevedibile inserito nello schema cinematografico d'oltreoceano, l'intreccio si apre anche ad una visione morale, esistenziale, sociale. La generazione testimone dell'abbassamento di umanità durante la guerra non riesce più a trovare una bussola per orientarsi nel mare del nichilismo e del cinismo. E si perde. Quando gli ideali crollano, le basi su cui poggiavano lasciano intravedere il vuoto. La visione ora dunque si fa drammatica e l'unica cosa che rimane è l'accumulo di denaro e oggetti preziosi, anticipando le 'depravazioni' consumistiche del boom economico. Gioventù Perduta è un film duro, schematico che dietro alla pura azione cela un pessimismo disturbante, avvolgente, come avvolge e inghiotte l'oscuro gorgo dei titoli iniziali che fin dal principio inghiotte lo sguardo dello spettatore.

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domenica 24 novembre 2024

La città si difende – Pietro Germi

un noir italiano, una rapina andata male, nessuno dei banditi se la vava, tranne il ragazzino, che forse non sapeva cosa stava succedendo.

non è neorealsmo, è proprio noir.

cercatelo, non ve ne pentirete.

buona visione - Ismaele

 

QUI si può vedere il film completo



Una banda, formata da quattro naufraghi dell'esistenza, dà l'assalto alla cassa dello stadio durante una partita di calcio, e s'impadronisce dell'incasso. Inseguiti dalla polizia, i quattro riescono a dileguarsi. Guido, il capo della banda, pittore fallito, viene ucciso da alcuni marinai, che gli avevano promesso di trasportarlo in Corsica. Luigi, operaio disoccupato, ha partecipato alla rapina per poter lenire la miseria della moglie e della bambina. La buona moglie l'induce a partire, ma, braccato dai carabinieri egli finisce con l'uccidersi. Paolo, già famoso giocatore di calcio, in seguito ad un incidente non può più giocare. Ridotto ad una vita mediocre, s'è lasciato trascinare al delitto. Sfuggito alla polizia si rifugia presso una sua ex amante, ma la ragazza, spaventata, favorisce il suo arresto. Il quarto, Alberto, è poco più che un fanciullo. Figlio di genitori poveri ed onesti, ha avuto un'adolescenza stentata, cercando conforto nella letture di romanzi a fumetti. Ora, abbandonato dai compagni, decide di tornare a casa, dove la polizia l'attende. Lo sciagurato si rifugia sul cornicione del palazzo, minacciando d'uccidersi; ma le parole piene d'amore, dei genitori, lo convincono a consegnarsi alla giustizia.

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Una rapina alla cassa dello stadio finisce male.Comincia come un action americano ma filtrato attraverso la sensibilità europea,diventa un film di inseguimento di quattro disperati braccati dalla legge,finisce come un apologo moralista.Tante sfumature in questo film di Germi sceneggiato da Fellini e Pinelli.Curiosa la commistione di generi:il neorealismo italiano(i casermoni,le scene con la bambina quando aspettano il tram ad esempio) sposa l'artificiosità dei film americani e francesi dando luogo a una commistione di generi magari non pienamente riuscita(soprattutto il finale con un discorso moralistico caro all'anticomunismo militante di Germi)ma sicuramente riuscita.Germi è più bravo a far recitare gli attori che a dirigere le scene più movimentate ed infatti quello che resta negli occhi è la storia di quattro perdenti alla ricerca di un occasione per riscattare la loro vita grama.E il destino riserverà per loro altre delusioni.Altra cosa che resta impresso è lo sguardo della cinepresa sui casermoni,sulle strade sterrate,sulle piazze brulicanti di gente,sulla disperazione come primo motore di una rapina portata a termine con estrema imperizia da quattro disperati.L'Italia è in attesa del boom economico che sta per arrivare.Quindici milioni rapinati allo stadio possono servire.....ma stavolta il crimine non paga dividendi.

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L’indigenza non è la via del male: se induce a commettere reati, è solo perché predispone all’insicurezza e allo sbandamento un individuo che, dentro, nonostante tutto, continua ad essere sano. Avendo a cuore questo principio, Pietro Germi mette a fuoco l’innocua normalità dei suoi personaggi, immergendoli in un ambiente dai morbidi connotati umani; e così, anche quel timido cenno di neorealismo si stempera in un sentimentalismo che è, di per sé, una forma letteraria di indulgenza.

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"La città si difende" è uno dei pochi film italiani degni di entrare in un'ideale antologia mondiale del cinema noir, erede in questo di modelli americani, quali "La città nuda" (1948) di Dassin e "Giungla d'asfalto" (1950) di Huston (ed anticipatore di un altro capolavoro come "Rapina a mano armata" di Kubrick, del 1956). Se, inoltre, il montaggio serrato rimanda al cinema americano, alcune inquadrature della città sembrano richiamarsi al cinema espressionista, così come la morte del professore sembra una derivazione di "M - Il mostro di Düsseldorf" (1931) di Fritz Lang.
La vera critica che si può muovere al quinto film di Germi è, invece, relativa alla creazione dell'intreccio narrativo: il quartetto dei rapinatori sembra quanto mai eterogeneo e, benché sul punto gli sceneggiatori (tra i quali il giovane Fellini) glissino, ci si domanda dove possano essersi conosciuti il padre di famiglia disoccupato, l'ex campione del calcio, il pischello di modesta ma onesta famiglia e il pittore spiantato

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mercoledì 6 novembre 2024

Il rossetto – Damiano Damiani

Pietro Germi sembra adottare lo stile di Simenon, sembra il commissario Maigret.

la testimone chiave dell'omicidio è una ragazzina di 14 anni, affidabile ma non troppo, tocca al commissario riuscire a capire cosa è successo e chi è stato l'assassino.

opera prima di Damiano Damiani.

buona visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo, su Raiplay

 

 

Ottimo esordio di Damiani, che dà vita ad un finto-giallo, in cui ad interessare non è tanto la scoperta del colpevole (abbastanza prevedibile) quanto lo spaccato dell'Italia dell'epoca, che viene dipinta come ipocrita e perbenista, nonché luogo in cui cominciava ad insinuarsi sempre più prepotentemente il dominio del "dio denaro". Semplice, asciutto e senza fronzoli, grazie anche alla sceneggiatura di Zavattini. Bravi gli attori ed ancora una volta bella la prova di Germi nel ruolo di commissario. Piccolo film che merita di essere riscoperto.

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Ottimo. Non un giallo nel classico stile "chi è stato", bensì "come lo incastro". Germi malinconico e ruvido è sempre fantastico, anche se già visto. Bene anche tutto il cast. Le morbosità e i moralismi che ruotano intorno alla vicenda sono invecchiati (per fortuna) ma restano come credibile documento d'epoca, da conoscere assolutamente. Affascinante bianco e nero per un film lontano dai ricchi e corrotti palazzi antichi di Un maledetto imbroglio, che mostra invece squarci di una Roma periferica e pasoliniana, piccolo (ma piccolo) borghese.

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Damiani esordisce nel lungometraggio con questo bel “giallo sociologico”, scritto con sapienza da lui stesso con Zavattini, e diretto con piglio sicuro e diritto all’obiettivo. Pur scegliendo un veicolo popolare, l’intento del regista è quello di far passare una critica alla società italiana del tempo e alla mentalità borghese che la domina(va?). Ponendosi nella scia, seppure con mire meno metaforiche, del Germi (che infatti interpreta anche qui il commissario di polizia) di “Un maledetto imbroglio”, tratto da Gadda, ed occhieggiando a SimenonDamiani mette l’accento sulla disgregazione della famiglia cittadina, sul sempiterno impulso dato dal denaro alle azioni umane, sulla necessità borghese di salvaguardare le apparenze a discapito della verità. Un film più coraggioso di quanto forse poté sembrare all’epoca; un sassolino gettato nello stagno dell’Italia democristiana che al cinema soffocava nella bambagia della censura il dissenso, preso invece a scelbiane manganellate sulle piazze.

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mercoledì 30 ottobre 2024

Un maledetto imbroglio - Pietro Germi

ispirato a Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di Carlo Emilio Gadda, a cui piacque il film, Pietro Germi è regista e protagonista del film.

le investigazioni del commissario Ingravallo sono difficili, ma lui e la sua squadra sono all'altezza.

ottimi interpreti ti tengono legato alla poltrona, provare per credere.

buona visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

 

Pur ispirandosi solo nell'assunto iniziale al capolavoro di Gadda, il film, grazie all'ottima regia di Germi, è perfettamente riuscito nel disvelare miserie e decadenze della borghesia romana e nel saper riproporre in celluloide il tono del geniale romanzo. Splendida la prova attoriale dello stesso Germi, che dà vita ad un personaggio (quello del commissario) che non si dimentica e che verrà "bissato" nel primo film di Damiani (Il rossetto). Un film sottolutato, cui non sono stati tributati gli onori che avrebbe meritato.

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Germi dà vita al primo poliziesco italiano, descrivendo con occhio distaccato una realtà quotidiana costituita di personaggi dalla coscienza più o meno sporca. Germi stesso interpreta una figura di commissario dal polso ferreo e fortemente caratterizzata, anche dal punto di vista fisico: astuto, occhiali scuri, metodi rudi e inquisitori, indagatore instancabile e distaccato e con una fidanzata che trascura (elemento tipico dei futuri poliziotteschi). Buon intreccio e ottimi interpreti.

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Un film giallo, per funzionare bene, deve non solo riservare al finale i fuochi d'artificio più alti e coreografici, ma anche saper dosare strada facendo ritmo e tensione nella giusta misura, come un'alchimia dove una dose eccessiva (o una troppo scarsa) di un ingrediente finisca per far saltare tutta la bontà di una ricetta. Pietro Germi, regista ed interprete senza fronzoli (quasi un Eastwood da Italia post-bellica) era così forse l'autore più indicato per uno dei primi polizieschi italiani, un film dove non ci sono tempi morti, distrazioni, vuoti narrativi, e tutto sembra procedere all'unisono verso l'inevitabile colpo di scena finale. Ottimo l'amalgama tra gli attori, soprattutto il team di poliziotti che non fa nessun torto al romanzo ispiratore, "Quer pasticciaccio brutto di via Merulana", tanto che lo stesso Gadda (pur riconoscendo le parziali distanze rispetto al romanzo) finì per apprezzare la giusta commistione di humor nero e tensione.

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…Alfredo Giannetti, Ennio De Concini e lo stesso Pietro Germi adattano molto liberamente lo stravagante, innovativo romanzo "sperimentale" di Carlo Emilio Gadda, "Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana", concentrandosi sulla vicenda noir e sul reticolo variegato di personaggi coinvolti, tra l'ispettore cinico e astuto come un incallito, spietato predatore, e i vari indiziati, tutti in qualche modo un po' colpevoli o portatori di una verità proibita che, qualora svelata, porterebbe a mettere a repentaglio la loro già fragile posizione.

Per Germi è nuovamente l'occasione per dedicarsi a dipanare scenari di malessere da vita di coppia, che finiscono per creare dei mostri, o comunque ad alimentare un disagio tra conviventi che finisce talvolta per spingere ad azioni inimmaginabili. La verità poi, verrà a galla quasi per caso, grazie ad una fatale e risolutiva, brillante intuizione di Ingravallo stesso, uomo duro, sin spietato, ma brillante e tenace come uno squalo, e sarà molto più semplice e quasi naturale rispetto al polverone che l'indagine riuscirà a sollevare, facendo emergere la condizione precaria e moralmente discutibile di ogni personaggio in qualche modo vicino alla vittima.

Da considerarsi come una cosa a parte o parallela rispetto all'elaborato, audace romanzo di Gadda, il film di Germi rimane un noir stupendo, capace di trattenere lo spettatore, arricchendo l'indagine di personaggi complessi ed emotivamente sfaccettati come è estremamente difficile trovare in un giallo o noir fine a se stesso, concentrato esclusivamente o quasi sul suo mistero portante…

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sabato 2 settembre 2023

Manodopera – Interdit aux chiens et aux italiens - Alain Ughetto

non è facile vedere questo film senza essere commossi e turbati, sopratutto se tuo nonno (insieme ai fratelli) era emigrato in Francia (e poi in Algeria, che era colonia francese) negli stessi anni dell'emigrazione di Luigi Ughetto e dei suoi fratelli.

e tutti erano, horribile dictu, migranti economici.

non si può essere oggettivi nel vedere e nel parlare di questo film, se provi a immedisimarti negli umiliati e offesi di tutto il mondo, i migranti per primi.

Alain Ughetto, discendente di migranti italiano, fa raccontare la storia della sua famiglia dalle sue creazioni artistiche, i pupazzi in plastilina, vive come non mai.

nonna Cesira racconta al nipote tutte le vicissitudini della loro famiglia, comprese le tristezze e i sorrisi, le speranze e le disperazioni, senza dimenticare quelle merde di preti e fascisti.

alla fine sai che hai visto un film politico, di supereroi, di quelli veri, un film imperdibile.

il film miracolosamente riesce ad arrivare in sala in Italia, in qualche decina di copie, non perdetevelo! - Ismaele


ps: sono andato a controllare su 

https://heritage.statueofliberty.org/passenger  quante volte appaiono i seguenti nomi (presi a caso): 

Meloni 479, Salvini  255, Giorgetti 550, Piantedosi 46, in un arco di una cinquantina d'anni, appaiono sui registri di Ellis Island.

i numeri andrebbero moltiplicati per 3, 4, 5 volte, almeno, tenendo conto anche del Brasile e dell'Argentina.

erano tutti esuli politici o migranti economici?

se esistesse l'inferno, tutti quelli che odiano i migranti economici dovrebbero stare in un girone dove la poca acqua sia salata, non ci siano creme solari, né aria condizionata, e nella zona cineforum possano guardare il film di Alain Ughetto e Il cammino della speranza, di Pietro Germi, per l'eternità.

  

 

 

Una storia che, servendosi della stop-motion, si prende la briga di interferire graficamente con la presunta finzione: c’è questa mano del regista che si intromette nella scena fornendo ai personaggi ciò che occorre affinché ci sia un prosieguo. E fa domande e ottiene risposte da un’anima che si materializza donna e madre, quella della nonna Cesira appunto, a cui presta la voce in lingua originale Ariane Ascaride. Ughetto allora crea rotte che solo apparentemente si localizzano nel passato, nella vita di quei nonni che vanno al di là delle Alpi in cerca di una vita migliore e nel marasma della sopravvivenza si premurano, semplicemente, di amarsi. Ci sono morti, lì nei paraggi, ci sono aerei di guerra, politica e fascismo; c’è il disagio di vivere secondo certe regole, ma a emergere, alla fine dei giochi, è la grammatica elementare di un amore che sconfina oltre il tempo e i luoghi. Come dice Cesira, rispondendo alla domanda se le manca o meno l’Italia: “non apparteniamo a un Paese, apparteniamo alla nostra infanzia”, cioè ai nostri ricordi, a ciò che riconosciamo come “casa”. Manodopera, che è costata all’autore ben sette anni di lavoro, affila poche parole e tanti silenzi, mette in scena poesia intarsiata dalla musica delicatissima e leggiadra di Nicola Piovani e, nello spazio che separa il passato dal presente, infila tutti i presenti e tutto il futuro; tutto l’amore e il dolore di chi parte e chi resta e di chi poi eredita quella vita, quel nomadismo, quelle mani sapienti e quella mania di narrare e creare…

da qui

 

 

 

Ughettera alla fine dell'800. Lì vive la famiglia Ughetto che attraverserà, con la propria condizione di contadini ed operai, la prima metà del '900. Vivranno le guerre a cui gli uomini saranno chiamati e saranno costretti dalla povertà ad andare a cercare il lavoro dove c'è, cioè all'estero, dove però si trova anche la discriminazione per i 'macaroni'.


Quella che con un tono altisonante potrebbe definirsi la 'saga' degli Ughetto viene narrata con profonda dolcezza e partecipazione da un discendente.


La Borgata Ughettera non è un luogo immaginario. È una frazione di Giaveno a poca distanza da Torino ed ai piedi del Monviso. È lì che Alain Ughetto, nato a Lione, è tornato per iniziare a ricostruire le vicende che hanno visto come protagonisti i suoi antenati. Non solo la nonna, con la quale intreccia un dialogo ideale grazie alla calda voce di Ariane Ascaride, ma anche coloro che l'hanno preceduta.

Grazie all'utilizzo della stop motion e di pupazzi in plastilina alti 23 centimetri ha raccontato con dolcezza, ma anche con precisione storica, l'Italia di coloro che vennero definiti come gli ultimi. Di quelli cioè di cui lo Stato si ricordava quando doveva mandarli a morire nelle tante guerre che hanno costellato la prima metà del secolo scorso. Salvo poi non offrire loro altro che la strada dell'emigrazione. Un'emigrazione che li vedeva accogliere perché necessari e al contempo respingere con divieti come quello che compare nel titolo che il padre spiega ai figli con una pietosa bugia. Diventa allora indispensabile chiamare il luogo dove si vive 'Paradiso' per conservare almeno la speranza che lo divenga un giorno.

In un film dedicato allo scrittore partigiano e piemontese Nuto Revelli tornano alla mente le parole di un altro scrittore, lo svizzero Max Frisch che, nel momento di massimo afflusso di emigrati italiani nella sua patria, pronunciò una frase destinata a diventare un monito e un'occasione di profondo ripensamento: "Cercavamo braccia. Arrivarono persone".

Persone e braccia che Ughetto sintetizza mostrando la propria mano in azione nel posizionare oggetti o disporre personaggi. Tante sono state le mani che, di generazione in generazione, hanno duramente lavorato in una sorta di passaggio di testimone. Il regista, tra l'altro, ci ricorda che la storia del lavoro già nel passato non era solo legata al mondo maschile. Quando gli uomini erano in guerra toccava alle donne fare anche i lavori più faticosi.

Un film come questo, grazie alla tecnica adottata e ai toni utilizzati, dovrebbe essere mostrato nella scuola dell'obbligo per ricordare a tutti, sin dalla più giovane età, che il passato del nostro Paese va conosciuto e non dimenticato. Anche e soprattutto quando si pronuncia con disprezzo la parola 'migranti'.

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sabato 20 gennaio 2018

Signore e signori – Pietro Germi

un film in tre parti, molta commedia, ancora più amarezza, e come tutti i grandi film anche Signore e signori parla di e a ciascuno di noi.
attori al meglio, regista grandissimo, una storia di provincia, noiosa e annoiata, divertente e triste, divertente e cattiva, ma quella provincia esiste, la abitiamo tutti i giorni.
nel 2016 il film è stato restaurato dalla Cineteca di Bologna, sempre sia lodata.
cercate questo gioiellino e godetene tutti, sarà una delle cose migliori che vedrete negli ultimi tempi, promesso - Ismaele








Sceneggiato da Age e Scarpelli, il film deve in verità la sua straordinaria struttura narrativa ad un'idea di Ennio Flaiano (non accreditato), che s'ingegnò per cercare una cornice che lo emancipasse dal genere boccaccesco della pellicola ad episodi, di gran voga in quel periodo. L'ideazione del coro di personaggi, che si assomma nella piazza cittadina, assurgendo a emblema di una logica ideologica di gruppo o ancor meglio di branco, per poi lasciar spazio ai singoli assoli, supera lo strumento decorativo, al punto che la cornice diventa il film stesso, il suo stile e il suo senso. 
Il coro, unitamente all'aria e al recitativo, porta con sé anche un'idea di melodramma, che riaffiora specialmente nel secondo dei tre atti, nella figura tragica del personaggio interpretato da Gastone Moschin, così come nell'aria d'opera accennata da Castellan e Scarabello ("La bella figlia dell'amor", dal Rigoletto, che Germi non riuscì ad inserire qui, andrà a far parte del primo capitolo di Amici miei). 
A distanza di cinquant'anni esatti, favorito da un ottimo restauro, Signore & signori si conferma un'opera di amara attualità e d'inalterata modernità.

Quando la commedia all'italiana sapeva inscenare la farsa dall'acuto e impietoso sguardo sulla realtà. Pietro Germi irride l'Italietta del boom economico e la borghesia provinciale delle professioni, che non ha fascino discreto ma solo malcelata vigliaccheria e villana scemenza mascherata di giovialità, e che non riesce, anzi non vuole scrollarsi di dosso la polvere delle sue inveterate meschinità. Allestisce un gustoso quanto straniante teatrino di caratteri che ricorda la Commedia dell'Arte. La coralità con cui dirige gli attori, tutti appropriati, sa di grottesca sagra paesana celebrata in una Treviso riconoscibile nei luoghi e nella comica, perché balorda, parlata dialettale. I piccioni volano in piazza dei Signori, mentre i perdigiorno perbene stanno al bar a commentare il passaggio della gente e a dar libero sfogo alle malelingue. Se non si riesce a farli zittire nei tre capitoli in cui è strutturato il film, almeno alla fine li si condanna senza appello al ridicolo di una mattinata domenicale in centro…

Du néo-réalisme sensible à la farce corrosive en passant par le mélodrame policier, ces trois films ne se seront pas contentés de nous montrer la variété des registres abordés par Pietro Germi : ils nous auront surtout démontré à quel point il s'agissait d'un maître du langage cinématographique. Il n'y a en effet en terme de mise en scène que très peu à voir (hormis la qualité de la photo et une direction d'acteurs impeccable) entre la belle retenue d'Il ferroviere, les recettes élégantes et maîtrisées du « genre » dans Meurtre à l'italienne et l'exubérance incisive de Ces messieurs-dames, film de gimmicks formels (ces zooms/contre-zooms récurrents et appuyés, ces gros plans grotesques...) et sonores (le bruit de la foule, omniprésent, ou ces ritournelles entêtantes de Carlo Rustichelli). Peu à voir si ce n'est la grande adéquation entre un sujet, une intention et un rendu formel.
Bravissimo e grazie.

"Signore e signori" est un film italien délicieusement écrit, multifacette, une vraie comédie italienne dans la lignée des Monstres, entre rires et larmes. Découpé en trois parties, il a toutes les allures d'un film à sketchs, mais trompe son spectateur car les mêmes personnages sont au centre des ces trois différentes histoires. En faisant simple, je dirais qu'il s'agit de la vie tragi-comique d'un groupe d'amis... de connaissances plus ou moins intimes dans un gros bourg italien (le tournage a eu lieu à Trévise). Il y est question de coucheries, de jalousies, d'idylles, d'amour, d'adultère, de prostitution, de religion et de corruption, bref un grand méli-mélo d'engagements et forfaitures en tout genre mais très humains…