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venerdì 19 settembre 2025

Mektoub, My Love: Canto Uno - Abdellatif Kechiche

Abdellatif Kechiche gira sempre film che stupiscono.

Amin è un ragazzo che studia a Parigi, ma vorrebbe diventare uno scrittore per il cinema; torna per le vacanze estive nella sua città natale, a Sète, nel sud della Francia, dove incontra la famiglia, i parenti, amiche e amici.

Amin vive in un mondo diverso, la sua testa è altrove, e osserva, un po' dentro un po' fuori dal suo (vecchio) mondo, amicizie e amori e tutto il resto, con un occhio da scrittore.

è amico di tutti e tutte, si fa benvolere, senza imbrogliare.

un film da non perdere, promesso.

buona (caotica e controllata) visione - Ismaele

ps: a breve uscirà Mektoub, My Love: Canto Due, chissà se in sala.


 

 

"Questo è un film anarchico, nel senso più nobile del termine, inteso cioè a rompere le catene della gerarchia".

Ed è proprio così: rompendo le catene di un linguaggio, di una grammatica filmica accomodata su gradini di scale di pensiero assuefatte a certi dettami, Mektoub, My Love: Canto uno (in concorso a Venezia 74, con il Canto Due attualmente in post-produzione...) conferma ancora una volta - anche dopo lo straordinario La vita di Adele - le possibilità di un cinema/vita viscerale e autentico, ma spogliato di qualsiasi tipo di riflessione aprioristica in termini di artificio o calcolo.

Siamo chiamati, dunque, a vivere in simbiosi con il racconto, che sembra compiersi nel momento stesso in cui Kechiche lo filma. E allora torniamo al 1994, all'estate in cui il giovane Amin (Shaïn Boumedine), aspirante sceneggiatore di stanza a Parigi, torna per le vacanze nella sua città natale, a Sète, nel sud della Francia. Ritrova la famiglia, il cugino Tony (Salim Kechiouche) e la sua migliore amica, Ophélie (Ophélie Bau), e trascorre le giornate tra la spiaggia - dove conosce nuove ragazze in villeggiatura - e il ristorante di specialità tunisine dei suoi genitori, i bar del quartiere e le discoteche.

E' l'incontro tra il fato (mektoub) e l'amore, l'esplosione della giovinezza nel suo momento più spensierato e vitale, la gioia di corpi e volti inseguiti e contemplati, sudati per un amplesso o per danze sfrenate, bagnati dal mare dopo giochi in acqua con il tramonto che si staglia all'orizzonte…

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Quello che a una prima superficiale occhiata potrebbe essere facilmente bollato come un voyeuristico e inconcludente spaccato delle gioie e delle contraddizioni della gioventù diventa con il passare dei minuti un’avvolgente e illuminante riflessione sull’animo umano, decodificato attraverso la linea e insistita esposizione delle forme del corpo femminile. Abdellatif Kechiche compie uno straordinario lavoro dal punto di vista registico, rendendo ogni espressione, ogni gesto e ogni piccolo e involontario movimento del corpo una celebrazione del desiderio inespresso e della vita nella sua fase più leggera, spensierata e appassionata. Con il suo ammiccante ma rispettoso sguardo, il cineasta tunisino avvolge lo spettatore in una storia senza tempo e senza luogo, fatta di dolci segreti, imprevisti, deviazioni e ramificazioni, supportata dalle performance incredibilmente naturali e immersivi dei principali interpreti, fra i quali spicca la dolce e al tempo stesso sensuale esordiente Ophélie Bau, di cui sentiremo sicuramente ancora parlare…

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…La scrittura in “Mektoub, My Love: Canto uno”, come in altro cinema di Kechiche (per Adele la scrittura era un diario privato, porta di accesso al suo mondo inespugnabile) è il deus ex machina che detta il destino, il “mektoub”: ciò che vi è scritto dovrà irrimediabilmente accadere, per questo il film è pervaso da un senso forte di predestinazione, che tiene in mano la sorte dell’incontro di Amin con Charlotte, la ragazza che si scoprirà vicinissima al suo spirito, più chiuso e sensibile a certi stimoli.

Amin non si lascia irretire dai corpi peccaminosi delle ragazze che vorrebbero sedurlo, per lui il sesso non è la chiave giusta di accesso al suo cuore, nessuna di queste è infatti destinata a trovare una reale connessione con lui.
Il suo sguardo è però rapito dalla bellezza e dal senso di assoluta libertà di quei corpi stretti in vestiti leggerissimi e persi in sfrenate danze, riti di esibizione e di liberazione, segno ancora una volta dello sguardo amorevole di Kechiche nel dipingere l’imponente vitalità dei suoi personaggi, dotati ognuno delle proprie ragioni, tutte valide e possibili nell’ottica di uno sguardo vero e non giudicante sulle cose.

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…Kechiche sembra trovare in Amin una sorta di alter ego, di uomo con la macchina da presa. Anzi, di sguardo che coincide con la macchina da presa; un osservatore della luce; un osservatore che si tiene distante. Alla vita vissuta e sbranata di Toni o Céline, il gentile e riservato Amin preferisce la contemplazione del suo amore (Ophélie) e delle cose semplici, riflessive. Aspirante cineasta, Amin è consapevolmente nel centro esatto del caos generato dai suoi amici: come nell’occhio del ciclone, loro ballano e si scatenano, mentre lui può godere di una sorta di calma piatta, di attesa. Più che Kechiche, Amin è la sua macchina da presa.

La camera scura, la Polaroid. L’amore spiato da dietro una persiana. Le ragazze che gravitano intorno ad Amin. E Ophélie: amata, pensata, soprattutto fotografata. Raccontata per immagini. Desiderata attraverso le immagini. Mektoub, My Love: Canto Uno racconta anche queste due passioni, così simili: per la burrosa solarità e semplicità di Ophélie, per il suo corpo così vitale, rigoglioso; per la vita, l’interezza della vita e della sue manifestazioni. Tutta la vita, coi suoi eccessi, debordanti e magnetici come i corpi di Ophélie, di Camélia. Amin è il ragazzo che apparentemente rimane da solo. Ma in realtà osserva, e aspetta la (sua) vita. La sua luce. La luce del cinema di Kechiche. Nella sabbia e nel sole…

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giovedì 3 febbraio 2022

Venere nera - Abdellatif Kechiche

raramente un film ti fa star male come Venere nera.

chissa quante Saartjie hanno popolato il mondo, nel film Abdellatif Kechiche lo (di)mostra, ci fa vedere solo una Saartjie, ma la visione è spesso insostenibile, non per colpa del regista (anzi è un suo merito), ma perchè quelle cose sono successe.

aspettate i titoli di coda, e vedrete.

un film imperdibile, da non perdere.

buona (insostenibile) visione - Ismaele

 

 

 

 

Applaudito e fischiato in egual misura alle proiezioni per la stampa, questo di Kechiche è un film facile da odiare perché (giustamente) non cerca di addolcire la pillola agli spettatori pur non facendo mai pornografia del dolore. La vicenda di Saartjie è infatti ripresa con eleganza ma non per questo in maniera soft, perché è proprio la storia a turbare, non le immagini. La storia di un donna che proclama la propria libertà pur essendo poco più di una schiava, che si dichiara un’attrice pur facendo solo parte di un freak show, che si sforza di conservare la propria dignità anche davanti agli scienziati dell’Accademia Reale di Medicina di Parigi. Una donna che, però, non riesce ad evitare il suo più completo svilimento prima davanti all’alta società parigina e poi per le strade della capitale francese.

L’esordiente Yahima Torrès offre anima e corpo a un personaggio complesso, un personaggio forte e scritto benissimo, che non stupirebbe se la portasse al Premio Mastroianni a Venezia 2010. Le fotografie che Kechiche fa di Londra e Parigi possono forse sembrare artefatte ma sono comunque funzionali ed efficaci, e la sua regia appare calda come sempre nonostante il tema sia decisamente meno piacevole da raccontare e da sentirsi raccontare rispetto alle sue opere precedenti. Forse Venere nera non è una pellicola capace di portare al cinema le masse, soprattutto in Italia, ma non è neanche un film che merita le accuse e i fischi che ha ricevuto al Lido. Anzi, è un film che merita di essere visto.

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un dramma non solo straziante ma, per esplicità volontà del regista, profondamente disturbante. La terribile odissea della protagonista, il suo scivolare lento e inesorabile verso il vicolo cieco della degradazione totale e della morte, è riportato da Kechiche attraverso una struttura a spirale, ciclica ed ossessivamente ripetitiva, per logorare i nervi, gli occhi e il cuore dello spettatore di pari passo con il precipitare di Saartje.

Mai gratuito, persino quando l’essenzialità cede il passo a qualche momento didascalico di troppo (ma sono minuzie), Venere nera non risparmia niente e nessuno. Con pochi colpi di cinepresa, Kechiche disvela delle responsabilità e delle insensibilità che toccano tutti i livelli e tutte le istituzioni della società europea dell’epoca: il potere giudiziario (e politico), quello religioso, la scienza, il giornalismo, le classi sociali più basse così come quelle più alte, passando per tutto quello che c’è in mezzo. E per quanto la storia della Baartman sia un emblema dello spregevole razzismo di ieri e di oggi, il regista non dimentica di enfatizzare l’elemento sessista della vicenda, né la natura crudele dell’animo umano…

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quella di Saartjie è una massa sempre più minata dalla malattia, stanca di vivere, costretta a ripetere l’oscenità dei soliti numeri porta dentro di se un cancro indotto che è anche quello di uno sguardo glacialmente pornografico capace di sovrapporre orrore e commozione cosi da renderli indistinguibili; è in fondo la stessa confusione tra ipocrisia e pietà che Kechiche filma con un attenzione sorprendente dentro gli interni libertini francesi fermandosi sui volti e sulle reazioni difformi degli astanti. L’antropologia Kechichiana non può non essere allora meno spietata dello stupro culturale che mette sul banco autoptico; una freddezza necessaria.

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Le projet originel du réalisateur était de cueillir Sarah Baartman avant son départ d'Afrique. Faute de moyens, on la découvre à Londres, déjà alcoolique, en proie à une tristesse qui ne se dissipe que rarement. Ce que Kechiche demande à la jeune Cubaine Yahima Torres va bien au-delà du travail ordinaire d'une actrice. Etre à la fois la marionnette que voient les foules et la femme qu'elle s'efforce de demeurer. Il faut de l'abandon et de la force, de l'instinct et de l'intelligence. Yahima Torres trouve tout ça ; si elle n'y était pas parvenue, Vénus noire aurait sans doute été un film insupportable à regarder.

Les personnages qui l'entourent n'inspirent guère de sympathie, à la possible exception de Caezar. Le comédien sud-africain Andre Jacobs en fait un maquignon retors mais pas dépourvu de sensibilité. Son successeur, le Français Réaux (Olivier Gourmet) est un maquereau sans conscience qui livre la pauvre Vénus à la libido de l'aristocratie française.

Enfin, la dernière station de ce chemin mène Saartjie Baartman sous le regard des scientifiques. C'est là que le plus grand mal est fait, dans cette détermination "objective" de la hiérarchie entre humains. François Marthouret, intense, monomaniaque, compose un savant fou à force de raisonnements faussés. Et la résistance que lui oppose la jeune femme fait entendre, très faible, très ténue, la voie de la raison.

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E' cinema in senso puro e stretto quello di Kechiche, un cinema che punta sulle immagini nude e crude, anche quando si tratta di mostrare senza filtri il martirio di una donna sottomessa che mai si ribella, una donna misteriosa e impenetrabile che accetta inspiegabilmente il suo destino senza opporsi, come se si rendesse conto di non avere un'alternativa.
Una rappresentazione troppo romanzata ne avrebbe ridotto il fascino e la veridicità e sarebbe stata irrispettosa nei confronti della memoria di una donna che non si è mai mostrata al pubblico senza barriere, perchè quella che si vedeva durante le rappresentazioni non era la vera Sartjie ma la sua caricatura, non era quello che lei voleva dare, ma ciò che il pubblico voleva vedere. Lei era un'artista che mai ha potuto esprimersi liberamente perchè non era quello che ci si aspettava da lei. Ed è questo a nostro avviso il punto focale di tutta l'opera, il vero contatto tra la storia di Sartjie e le paure di Kechiche, perchè la cosa più spaventosa che possa accadere ad un essere umano, e a maggior ragione ad un regista, è conformarsi al modo in cui qualcun altro ci guarda.
Una riflessione sullo sguardo altrui quella di Kechiche, che tocca corde delicate e non può lasciare indifferenti. Un film girato e interpretato magistralmente che lascerà un segno indelebile nella memoria collettiva.

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Attraverso la metafora dello spettacolo, Kechiche ci parla così della violenza dello sguardo e delle pesanti catene che esso può imporre. In questa lotta, Saartjie è sola contro tutti: padroni, spettatori, scienziati, umanisti; eppure, il regista sa come orchestrare la tensione e l'emotività per non renderla una figura patetica o trasformare gli altri personaggi in maschere della crudeltà. E questo perché il suo cinema non cerca di cogliere lo spettacolo della realtà (che è il lavoro degli schiavisti, degli impresari, di chi giustifica l'accadere dei fenomeni in funzione della propria superiorità), quanto piuttosto di far uscire spontaneamente dalla forma dello spettacolo la libertà del reale.

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…lo sguardo divino della donna è insostenibile per chiunque, come se fosse uno specchio in cui nessuno ha realmente il coraggio di guardarsi. Come un vetro di cristallo, la sacralità della Venere kechichiana è inafferrabile, perché l’uomo non ha il coraggio di coglierla; la grazia nella danza, l’armonia nel canto, ne fanno una creatura di un altro mondo; in questa lettura il suo sesso è visto come unica porta verso l’altro. Ma il solo metodo utilizzato dall’uomo per accedere al segreto che questa Rosebud esotica nasconde è la violenza. La violazione.
L’incedere verso questa violenza è inesorabile e non c’è alcuna possibilità di via d’uscita. Ed è forse in questo che bisogna sottolineare il senso ultimo del film; la necessità e l’urgenza che si presenta dietro a ogni immagine della Venere nera, sono anche la necessità e l’urgenza dell’opera di Kechiche e di tutto il cinema. Ossia la necessità e l’urgenza di tendere verso qualcosa e di perderlo nell’istante stesso in cui si è raggiunto.

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mercoledì 30 ottobre 2013

La vita di Adele - Abdellatif Kechiche

E’ un film d’amore, e non solo, e anche un gran bel film. La storia è divisa in due parti (1&2), la prima quella dell’innamoramento e amore, la seconda quella della delusione e della realtà. Adele è una ragazza curiosa della letteratura e della vita, Emma una ragazza più grande, artista e oggetto della devozione di Adele. Quando tutto finisce fra loro Adele non riesce a dimenticare, ancora il mondo non l’ha corrotta, Emma ha progetti ambiziosi e archivia Adele.

Come nei film precedenti Abdellatif Kechiche è straordinario nel raccontare i giovani (francesi), nell'età fra i 14 e i 18 anni, come pochi riescono, senza usare trucchetti. I suoi giovano sono veri, e vivi.
La scena finale è come quella di “Tempi moderni”, Adele cammina inquadrata di spalle, solo che Adele è sola e non c’è tanta speranza come c’era per Charlie Chaplin e Paulette Goddard.

Il film ha avuto molte critiche a volta scandalizzate per il sesso che le due ragazze non risparmiano davanti alla telecamera del regista, in realtà non c’è assolutamente niente che dia fastidio, non c’è niente di sporco o morboso, le tre ore della durata del film non pesano, non ci si annoia un minuto, tutto il tempo è necessario per raccontare anche i dettagli.

Ps: c’è qualcosa che scandalizza, che una ragazza a 20-22 anni possa diventare maestra, Adele è una maestra giovanissima, lo scandalo è che da noi una giovane o lavora in un call center, semischiava, o non lavora, lo scandalo è tutto nostro, bisogna ringraziare il film anche per questo, un giovane che lo vede può capire anche che un lavoro da semischiavi non è l’unico possibile - Ismaele

 

 

qui racconta qualche retroscena del film il regista Abdellatif Kechiche


…Abdellatif Kechiche porta sullo schermo tre ore che diventano Attimo, quell'attimo fugace e intenso che poche volte è possibile cogliere sullo schermo, Léa Seydoux ed Adéle Exarchopoulos si buttano a capofitto nel travolgente flusso narrativo, senza interpretare ma semplicemente "vivendosi". Ed il resto è tutto sensazione, atmosfera, essenza…

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La vita di Adele è un’opera d’arte totale. Kechiche guarda alla letteratura, alla pittura, alla scultura, al cinema degli anni Venti. La scoperta dell’amore e del sesso per Adele avvengono come per quella Marianne la cui vie viene raccontata in un celebre romanzo di Marivaux. La fisicità delle due protagoniste è limpida e delicata come quella di marmoree statue da museo neoclassico, romantica e avvinghiata come quella posseduta dagli amanti di Klimt, mai scomposta o diabolica come nelle folli rappresentazioni di Egon Schiele. Ma c’è ampio spazio anche per citare e mostrare Lulu – Il vaso di pandora (1929) di Pabst, che, non a caso, raccontava anch’esso di una passione a dir poco tormentata.

Insomma, La vita di Adele è un grandissimo film, di quelli che si fanno ancor più belli nella nostra mente nei giorni successivi alla visione, che sa farsi ricordare per la completezza e la compiutezza resa on screen al sentimento amoroso. Raramente il cinema si è avvicinato così tanto alla realtà.

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…Inspiegabilmente, La vie d'Adèle è un film soffocante.
Nonostante la macchina da presa a mano, non fa filtrare neanche un po' d'aria. E questo va bene nel finale di delusione, ma cosa c'entra con la prima parte, la scoperta dell'amore? Sono squilibri che neanche la giovane attrice protagonista, per quanto eccellente, può coprire. La prima parte del film è uguale alla seconda – le risate si trasformano in pianti, le carezze in schiaffi, ma La vie d'Adèle non cambia.
Questi i difetti. Non mi concentrerò sulla banalità dei dialoghi, che ho trovato davvero mal scritti. Con una certa cattiveria, si potrebbe dire che sono già sentiti, a rischio ovvietà, come il film stesso. Ma La vie d'Adèle, progetto di un capolavoro, mi ha fatto pensare proprio a questo: che sia la vita ad essere banale?

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…Non ci si aspetti dunque spettacolarità, pruriginosi sguardi erotici (poiché nella lunghissima scena di sesso esplicito viviamo la pulsione sessuale e la vitalità della giovinezza, né visioni disperate né visioni idilliache e stilizzate), noiosi dialoghi risaputi, ma Vita, speranze, pianti e carezze, che procedono in una lunghezza assente che si fa 'passare del tempo', 'passare degli anni', sempre come se 'il passato fosse morto da pochissimo tempo'. E' così che Kechiche entra nella Vita come pochi avevano fatto, secondo un progetto ambizioso che chiunque regista dovrebbe porsi, e che qui si realizza, senza farci sentire onnipotenti perché conosciamo qualsiasi sfaccettature della protagonista, ma facendoci sentire parte dell'umanità, paradossalmente meno soli, facendoci tirare un sospiro di sollievo per la possibile solidarietà che noi vediamo costruirsi da parte nostra nei confronti di una protagonista dispersa…

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 Non si tratta dunque di un film sul lesbismo e le sue difficoltà, ma di un film sulla condizione umana nel secondo decennio del 2000, nella società europea e nel suo ceto medio dominante, di un film che conferma la bravura di un autore e ne mostra nel modo più pieno le aspirazioni e le ossessioni e ne dimostra i grandissimi pregi, ma anche la fatica o il rifiuto di sollevare il suo sguardo oltre ciò che appare. Ci sono dei modi possibili di andare oltre, di mirare più in alto, di volare più alto? Ci sono, si tratta solo di cercarli.

La fotografia pur densa e amara del mondo così com’esso oggi è, non può più bastare, e si tratta insomma di cercare i modi di guardare dietro, oltre, sopra. Il cinema e le altre arti non riescono più a farlo, sono rarissimi gli autori che vi si cimentano e che hanno la forza di dirci qualcosa di nuovo, che ci dia qualche appiglio per uscire dalla melma di questo presente; ma se non fanno questo, che fanno?

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…Se c'è una forza nel cinema, è quello della persistenza delle immagini nella nostra memoria. Di Adèle e di Emma, Kechiche ci racconta la tranche de vie che li legherà per sempre nella pellicola del regista, così come Emma ha immortalato sulle sue tele la giovinezza di Adèle. Nel cinema contemporaneo è ormai raro che ci si ritrovi a chiedersi cosa succederà ai protagonisti, in questo caso ad Adèle, dopo che avrà voltato l'angolo di quella stradina; un po' come quando Antoine Doinel, alla fine de "I 400 colpi", ci guardava negli occhi, invocando anche il nostro intervento, allora vorremmo raggiungere Adèle, abbracciarla, e poterle dire che per andare avanti bisogna lasciarsi qualcosa alle spalle.

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…Kechiche, come se seguisse la lezione di Bourdieu, non ci fa vedere le differenze di classe come se rimanessero sullo sfondo mentre l’individuo persiste nella sua unicità e nel suo amore fuori dal tempo. Le differenze di classe si insinuano nel profondo dei nostri atteggiamenti, sono iscritte nei nostri corpi, nei nostri desideri. Adèle è esclusa dalle discussioni colte dall’ambiente artistico di Emma, mentre il suo desiderio sarà solo quello – modesto agli occhi di Emma – di diventare una maestra d’asilo. I mondi pian piano si separano perché l’amore è anche fatto di queste cose, della contingenza crudele delle differenze sociali. E del fatto che l’ideale sociale a cui la nostra classe ci dice di dover appartenere a volte semplicemente non si accorda col nostro desiderio inconscio.

La grande lezione di Adèle però rimane la fedeltà al proprio amore, struggente e bellissima che va oltre a tutte queste separazioni. Perché la fedeltà all’amore non è la fedeltà alla fusione dell’Uno, ma la fedeltà alla differenza apertasi per la prima volta, dopo la quale il mondo non sarà mai più come prima. Imparare a vivere dopo quella ferita, vuol dire semplicemente imparare a vivere. Senza mai smettere di crederci. Seguendo sempre il proprio desiderio. I will follow, come canta Adèle ballando malinconica sulle note di Lykke Li.

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…Kéchiche – lo aveva dimostrato nei suoi film precedenti – ha il dono raro di catturare la vita, di catturarne il respiro, il ritmo interno, l’essenza quasi biologica, corporea, fisica, più che psicologica. Sono in molti ormai a usare ossessivamente la macchina a mano, ma come lo fa lui ci riescono in pochi, lui i suoi personaggi non solo li pedina con la cinepresa, ma li sfiora, li tocca, li avvolge, li penetra. La carnalità, prime che nei letti abbondantemente sfatti di Emma e Adèle, sta nella relazione che si stabilisce tra la cinepresa di Kéchiche e i corpi che ritrae. Vero, come dicono molti suoi critici, che non ha il dono dell’ellissi, che non sa tagliare, che è prolisso, che non tralascia nessun dettaglio, che i suoi film sono sempre troppo lunghi. Ma ci sta, è il prezzo da pagare se vuoi stare e vuoi situarti all’esatto livello di ciò che mostri e racconti, e poi ogni autore ha la sua impronta, Kéchiche è questo, e visto che ne escono quasi sempre cose mirabili non mi pare il caso di lamentarsi…

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