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giovedì 13 agosto 2026

Maigret tend un piège (Il commissario Maigret) - Jean Delannoy

Jean Gabin, Annie Girardot e Jean Desailly sono gli ottimi protagonisti di questa storia di Maigret, ottimi dialoghi di Michael Audiard, appare in un piccolo ruolo anche Lino Ventura.

niente è fuori posto, tutto torna, Jean Delannoy è bravissimo a dirigere il film.

un piccolo gioiellino da non perdere, promesso.

buona (simenoniana) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film in francese

QUI si può vedere il film in francese con sottotitoli in inglese



La prima volta sul grande schermo del Maigret forse più famoso,quello impersonato dal mai dimenticato Jean Gabin.Scelta approvata dallo stesso Simenon che vedeva in Gabin la perfetta visualizzazione dell'ostentata normalità dell'uomo Maigret. Gabin aderisce anima e corpo al personaggio di un commissario abituato ad usare il buon senso, con uno spiccato senso dell'umanità ma assolutamente ligio e rigoroso nell'applicazione della legge Preferisce il ragionamento all'azione, risolve il caso con la sua intelligenza e non con un azione di forza (che anzi fallisce).Maigret è il figlio un po'pigro di una Parigi buia qui inquadrata dalla sua prospettiva peggiore, quella delle strade malfamate e malfrequentate. Il caso del serial killer di prostitute viene risolto grazie alla capacità deduttiva del commissario e al suo spirito d'osservazione oltre che da errori sesquipedali da parte dei sospettati. Con un confronto finale tra nuora e suocera di rara intensità drammatica....

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A Parigi, nel quartiere del Marais, qualcuno si è messo a uccidere donne sole al calar della notte. Il commissario Maigret pensa che l’assassino stia cercando di provocarlo. Decide quindi di tendere una trappola al suo sanguinario avversario, ma gli darà del filo da torcere.
Jean Gabin è il settimo commissario Maigret della storia dopo Abel Tarride in Le Chien jaune diretto dal figlio di Tarride, Jean; Pierre Renoir in La Nuit du carrefour diretto dal fratello minore Jean Renoir; Harry Baur in Il delitto della villa di Julien Duvivier; Albert Préjean in tre film girati sotto l’occupazione; Picpus Les Caves du Majestic di Richard Pottier; Cécile est morte di Maurice Tourneur… Prima di lui c’erano stati anche Charles Laughton in L’uomo della Torre Eiffel di Burgess Meredith e infine Michel Simon nell’episodio Les Témoignages d’un enfant de cœur in Brelan d’as di Henri Verneuil.
Tra tutti i Maigret del grande schermo Gabin fu però il più popolare. Più familiare di Harry Baur o Pierre Renoir, più uomo comune di Michel Simon, più autorevole di Albert Préjean… Girò del resto altri due Maigret, uno nel 1959 nuovamente con Delannoy, Maigret e il caso Saint-Fiacre (buono quasi quanto Maigret tend un piège) e l’ultimo nel 1963 con Gilles Grangier, Maigret e i gangsters.
La sceneggiatura di Maigret tend un piège è scritta a più mani da Delannoy, Michel Audiard, dialoghista molto celebre e molto apprezzato da Gabin, e Rodolphe-Maurice Arlaud, critico e giornalista ginevrino che collaborò più volte con Delannoy e Granier-Deferre.
Annie Girardot è eccellente in uno dei suoi primi grandi ruoli; due anni dopo lavorerà con Luchino Visconti in Rocco e i suoi fratelli, in seguito con Mario Monicelli in I compagni, poi con Marco Ferreri in La donna scimmia, ecc. Nel ruolo di un ispettore incrociamo anche Lino Ventura, amico di Gabin dai tempi di Grisbì.

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il film non brilla per originalità registica e gli esterni girati in studio appaiono assai datati. In compenso, la sceneggiatura è quasi ovviamente di ferro, Jean Gabin ci mette la griffe da par suo e i dialoghi di Michel Audiard rendono cinematograficamente impeccabile un testo letterario, quindi diverso dal linguaggio della Settima Arte e bisognoso di una vera e propria “traduzione”. All’ottima trasformazione del romanzo contribuiscono attori di gran classe come Jean Desailly, Annie Girardot e, nell’indovinato ruolo di poliziotto della squadra Maigret, un giovane ma già imponente Lino Ventura, che recita al fianco di un idolo della sua adolescenza. Chi si fa notare maggiormente, comunque, è Jean Desailly, assassino psicopatico morbosamente attaccato all’altrettanto schiodata madre. La sua tirata finale, quando crolla inchiodato dalla ricostruzione del commissario Maigret, è un pezzo di bravura, che non può non rimandare ad un certo Norman Bates... "Cinéma de papa" quanto si vuole, ma il talento di Jean Desailly non sfuggì a François Truffaut, che lo volle nel suo splendido "La peau douce" nel 1964…

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domenica 27 aprile 2025

I fantasmi del cappellaio – Claude Lelouch

tratto da un romanzo dell'ottimo e prolifico Georges Simenon, nelle mani di Claude Chabrol diventa un gran film, che ha come protagonisti Charles Aznavour e Michel Serrault.

girato in Bretagna, il sarto Kachoudas (Aznavour) e il cappellaio Labbe hanno i laboratori (e case) uno di fronte all'altro. Kachoudas sospetta che Labbe sia il serial killer di diverse donne della cittadina e lo marca stretto, lo segue dsppertutto, ha capito tutto, ma ha paura.

un film che non si dimentica, un gioiellino da non perdere.

buona (tormentata) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, in italiano

 

 

Il film offre almeno tre aspetti di visione: il principale o quello che sembra tale ovvero la vicenda delittuosa del cappellaio, che coinvolge il suo dirimpettaio, così vicino e così lontano, che chiede solo di poter continuare a vivere in quel posto così tranquillo; poi la vita del piccolo borgo, descritta minuziosamente, i suoi personaggi, le sue vie, il mercato, il cinema Lux che programma film distanti tra loro più di vent'anni, i bar del centro e quelli del porto, la prostituta, signora riverita che conosce l'intimo di tutti; infine la solitudine.

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Un duetto di attori,diretto in modo magistrale dal maestro Chabrol....per chi ama il giallo...e le solitudini.

In una piccola cittadina piovosa della provincia francese,il sarto Kachoudas  (Aznavour) si domanda perche' la moglie del cappellaio Labbe' (Serrault) ,che abita di fronte ,sia sempre cosi' immobile dietro le tende,infatti e' un manichino,perche' la donna e' stata uccisa.A partire da un romanzo di George Simenon e sceneggiato dallo stesso regista,restera' per sempre uno dei massimi lavori di Chabrol,che sforna uno splendido dramma "chabroliano" nel vero senso della parola,un vero omaggio a Psycho e La Finestra Sul Cortile.Il tema e' sempre quello della provincia marcia,non tanto per il "giallo" (Chabrol scopre subito le carte) quanto a descrivere il rapporto con il suo dirimpettatio,il sarto voyeur,interpretato da un duetto di attori in forma strepitosa.Tutto sa di solitudine,le vie,la pioggia incessante,i bar fumosi,i personaggi di contorno,tutto racchiuso in un umido autunno.Chapeau Serrault....sei stato veramente una sorpresa (per me)....qualcosa di inimitabile,vedere per credere.Piu' che consigliato.

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Non è proprio un vero giallo, perché mancano la componente thriller e il mistero, visto che si sa già tutto dall'inizio. Ciò che sorprende è la perfetta resa del romanzo e l'atmosfera di grande morbosità che come sempre è in grado di creare Claude Chabrol quando si cimenta in storie di questo tipo. Va comunque detto che è anche grazie a uno straordinario Michel Serrault se il tutto funziona perfettamente. Poco utilizzato Charles Aznavour, ed è un peccato. Le citazioni da Hitchcock impreziosiscono il tutto.

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Entre l'intimité de la chambre conjugale où il monologue son délire, seul avec ses fantômes et le vernis glacé de la notabilité provinciale dont il se pare chaque jour au comptoir de son atelier comme à la table du café où il ne partage que l'apparence de l'amitié dans les sempiternelles et impersonnelles parties de carte avec ses faux amis, Léon Labbé passe son temps à jouer double jeu, à cacher la réalité de son existence : la peur, l'indicible peur qui le malmène tout le temps, la peur de souffrir, mais également l'incapacité de vivre dans la norme, comme Kachoudas ou les notables qu'il croit ses congénères…

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giovedì 17 aprile 2025

Panique – Julien Duvivier

tratto da un romanzo di Georges Simenon, Michel Simon (immenso) è Monsieur Hire, un uomo che non disturba nessuno, ed è mal sopportato da tutti.

il problema fatale è che s'innamora di una donna, lui si dà completamente, lei lo inganna dall'inizio e lo mette in trappola.

la calunnia è un venticello, dicono Gioacchino Rossini ed Edoardo Bennato, così in quel quartiere di Parigi la folla, non anonima, ma composta da persone che conoscevano l'antipatico barbuto, si attiva per linciare Monsieur Hire.

l'esito è terribile, con una sorpresa finale.

un film da non perdere, nessuno se ne pentirà.

buona (simenoniana) visione - Ismaele


  

QUI il film completo, in francese



Dal romanzo di Georges Simenon “Les fiançailles de Monsieur Hire” sono stati ricavati due adattamenti cinematografici:  “Panique” di Julien Duvivier (1946) e il più noto “L’insolito caso di Monsieur Hire” di Patrice Laconte (1989). Si tratta di due capolavori e non saprei dire quale sia il migliore. Alla sceneggiatura del primo lo stesso Simenon collaborò con Charles Spaak. Siamo di fronte ad un noir d’epoca di raffinatissima fattura, degno di titoli come “Le jour se lève” o “Quai des brumes” di Marcel Carné. Rispettando lo spirito del romanzo, regista e sceneggiatori non si interessano tanto al giallo, quanto all’atmosfera che si viene a creare intorno, al carattere del protagonista e alla mentalità del mondo meschino che lo circonda. In una località imprecisata della Francia, è  stato ritrovato il cadavere di una donna. Allo spettatore viene ben presto rivelata l’identità dell’assassino, come avviene in molti film di Alfred Hitchcock. I sospetti della collettività cadono invece sul taciturno e misantropo Monsieur Hire, uomo solitario e innamorato della giovane Alice (Viviane Romance), legata sentimentalmente ad Alfred, un malvivente cinico e volgare, che sappiamo essere l’autore dell’omicidio. Pur di salvare il suo compare, la ragazza fingerà di accettare la corte di Monsieur Hire, per poi abbandonarlo ad un atroce linciaggio. Film nerissimo, dunque, ma perfetto nella descrizione della piccola gente assetata di vendetta, di quel passa-parola meccanico e irrazionale che sfocia nella più feroce violenza. Michel Simon, che in questo ruolo non sembra proprio essere già un cinquantenne, ci appare alto, slanciato, con folta barba nera, occhi roteanti, ironico e talvolta sarcastico. Oscilla costantemente tra ingenuità e saggezza, incomprensione della realtà che lo circonda e giudizi sferzanti. La sua imponenza, la fermezza della sua recitazione ricordano le fenomenali prestazioni del migliore Orson Welles. Un film gigantesco, da riscoprire e valorizzare.

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Il misantropo Hire, astrologo di professione e fotografo per diletto, "immortala" un omicida e si innamora della donna di questi. Esemplare racconto sull'irrazionalità della "folla", con Duvivier che trasforma il caustico racconto di Simenon in apologo sul bisogno di capro espiatorio nella Francia non ancora libera dal "fascismo" di Vichy. Simon, possente e misurato reietto quanto ingenuo e delicato innamorato, è superlativo, accerchiato da una congerie di tipi "infami": la prostituta, il macellaio, il ladro inamidato, la donna perduta (sensuale Romance).

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Da un Simenon senza Maigret (Il fidanzamento di Monsieur Hire), Duvivier si conferma abilissimo nel catturare atmosfere, il crimine resta secondario, ed è opportuno evidenziare due date: il romanzo uscì nel 1933, fra i primi in cui lo scrittore si firmò con il suo vero nome, il film arrivò tredici anni dopo, compiuta la parabola delle leggi razziali e del collaborazionismo, categorie di persone erano state schedate, perseguitate, sterminate.

Nel 1895, il sociologo Gustave Le Bon aveva pubblicato Psicologia delle folle, testo discutibile ma terribilmente profetico; Le Bon si era interrogato sulle cause della paranoia e sulla malvagità in cui sprofondano le folle, attizzate da qualcuno o preda di paure irrazionali. Fritz Lang ne ricaverà M, il mostro di Dusseldorf, Clouzot il non meno tragico Il corvo. Anche Simenon aveva annusato l’aria, percepito l’incubo che stava arrivando, quanto è facile seminare sospetti e identificare un colpevole, pur di sentirsi innocenti.

Duvivier può contare su tre punti di forza: lo sceneggiatore belga Charles Spaak (il padre di Catherine, che aveva firmato La grande illusione); lo scenografo Serge Piménoff (sue le scene del Napoléon di Abel Gance); un attore come Michel Simon (L’AtalanteIl porto delle nebbie e tanto altro), fisicamente antitetico al personaggio narrato da Simenon.

La trama si sviluppa a Villejuif, sobborgo parigino. Monsieur Hire è un tipo solitario, non lega con nessuno, “diverso” dalla brava gente che compone quella comunità. Viene trovato il cadavere di una donna, proprio quando Hire si sta innamorando di Alice (Viviane Romance), che si è fatta qualche mese di prigione pur di salvare Alfred, il suo uomo. Certo, Hire è brutto, è un voyeur, ma il suo corteggiamento è gentile, delicato, si illude di poter iniziare una nuova vita, non sa del patto fra l’assassino e Alice, che – per amore – si presta a incastrare un innocente.

Il finale del film è ancora più tragico del romanzo.

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…Sin duda el encanto de la realización de Duvivier, con un guión firmado por él mismo y Charles Spaak, reside en la complejidad del triángulo romántico y la decrepitud moral de fondo: Hire la ve a ella desde la ventana de su habitación porque ambos comparten hotel, así se enamora y le hace saber que su novio es el verdugo de Noblet, algo que el susodicho le confirma en la cama para luego espantarse cuando la fémina le aclara que su vecino incluso tiene una prueba incriminatoria irrefutable que a su vez lleva al dúo de criminales a manipular a Hirovich ganándose su confianza para que ella plante la cartera de la occisa en el cuarto del hombre, estrategia que para colmo complementan con la “difusión” de nuevos chismes acerca del misántropo que incluyen la hipnosis, la pederastia y hasta el clavar agujas en las fotos para desencadenar dolencias varias en los retratados de ocasión. El opus explora con lujo de detalles lo fácil que resulta direccionar el odio popular hacia un chivo expiatorio que libere de culpas al verdadero responsable del crimen o los crímenes de turno, sobre todo en una dinámica social conservadora y claustrofóbica que castiga de manera tácita a cualquiera que no se amolde a los patrones prefijados y/ o cierto ideario en común. Varios son los personajes que encarnan a esta pusilanimidad obrera y burguesa en general: está Capoulade (Max Dalban), el carnicero con ocho hijos del barrio que ataca a Hire porque le critica la carne, luego viene Sauvage (Guy Favières), un patético recaudador de impuestos que la va de intelectual y despotrica contra las artes ocultas, y finalmente está el mismo Chartier, un payaso que fanfarronea cual criminal experimentado ante Alice pero que frente a Hirovich no puede hacer nada ante el ingenio, la rapidez y el brío del hombre.

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lunedì 17 marzo 2025

Il caso Belle Steiner - Benoît Jacquot

ispirato da un romanzo di Georges Simenon, Benoît Jacquot dirige una storia di colpa e complicità. Pierre (interpretato da Guillaume Canet) è l'unico indiziato per l'omicidio di Belle, ma la polizia e la giudice, senza prove, devono lasciarlo in pace.

la moglie Cléa (interpretata da Charlotte Gainsbourg) lo difende senza nessun dubbio.

i dubbi, su Pierre e Cléa, li abbiamo noi spettatori, anche se non tutti. 

i protagonisti sono ambigui, e non poco, quindi sono bravissimi.

un'ora e mezza ben spese, promesso.

buona (ambigua) visione - Ismaele


ps1: la scuola nella quale insegna Pierre è intitolata a Simenon (una banalità o un omaggio?)

ps 2: dal libro di Simenon, nel 1961, aveva girato un film Édouard Molinaro


 

 

Il personaggio viene affidato alle sapienti cure interpretative di Guillaume Canet il quale sa offrirgli la giusta dose di ambiguità costringendo lo spettatore a chiedersi, sulla base degli elementi che gli vengono messi a disposizione, da che parte stare. Credere all'autoproclamata innocenza di un uomo che viene comunque presentato come complesso oppure propendere, come fanno alcune persone che pure stanno dalla sua parte, per ritenere la sua posizione come insostenibile?

Il gioco è cinematograficamente riuscito e la scelta di Charlotte Gainsbourg nel ruolo di Cléa è funzionale alla creazione di un clima in cui fiducia e dubbio possono ambiguamente convivere. La stessa scelta di una donna (a differenza di quanto accadeva nel romanzo) nel ruolo del magistrato che interroga Pierre favorisce una lettura legata al potere di seduzione del protagonista che verrà utilizzata in favore di un'ulteriore complessità del plot. Viene così da pensare che a Simenon, nonostante le variazioni, questo film sarebbe piaciuto.

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Il Pierre interpretato con aderenza da un intontito ma all’occorrenza fascinoso Guillaume Canet sembra difatti la vittima perfetta di una società che giudica e manda al macero sia lui, uomo asociale e restio a farsi coinvolgere dalla grancassa della morbosità pubblica, che perfino la ragazza uccisa, Belle, la cui condotta libertina, una volta scoperta, viene evidenziata con malfidato cinismo dai giornalisti e dai vicini. Il bersaglio di Jacquot non è quindi il suo atarassico protagonista – l’imbrattamento della casa e l’allontanamento dalla scuola gli causano giusto un paio di soprassalti notturni che non danno modo di capire il suo effettivo coinvolgimento – ma gli spettatori del 2025: il regista francese si diverte infatti sadicamente ad accumulare indizi sempre più frustanti (il voyeurismo sulla procace vicina spiegato come un gioco sessuale a due) che però, improvvisamente, prendono un’unica accelerata di senso che increspa la visione e le certezze accumulate fino ad allora. Il caso Belle Steiner diventa allora una vertigine cinematografica che il mirabile giallo di stampa tipicamente simenoniano – ovvero con una labile detection ma robusta introspezione psicologica – rende un buon studio su anime che, ben prima di venire coinvolte in un delitto, sono effettivamente già morte. O incarcerate in una grigia routine matrimoniale che nemmeno il delitto è in grado di ravvivare.

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Raccontato secondo i canoni del thriller – musica di tensione, stacchi su notti di pioggia, su dettagli rilevanti, soggettive dalla macchina di percorsi a ritroso dal bar alla casa – il film lascia aperte le domande, non propende per una tesi, sospende il giudizio come vorrebbe che lo si sospendesse sul protagonista: rompe dunque il patto con lo spettatore al quale non concede un finale concluso, esaustivo.

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Un grande merito va a Guillaume Canet, protagonista del film che, grazie alle sue doti attoriali, riesce a realizzare un personaggio enigmatico e ambiguo, dagli occhi vuoti e sognanti e il sorriso tirato di chi si sente fuoriluogo ovunque fuori dal suo studio, e, nonostante ciò, simpatico al pubblico, che parteggia per lui...

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domenica 19 novembre 2023

La mort de Belle (Chi ha ucciso Bella Shermann?) - Édouard Molinaro

ispirandosi a un romanzo di Georges Simenon, Édouard Molinaro gira un film dell'orrore, senza effetti speciali, nel quale Stephane Blanchon è sospettato dell'omicidio di una ragazza, e da lì partirà una corsa verso l'abisso, la calunnia è un venticello.

un gran film, promesso.

buona (innocente?) visione - Ismaele





Construit comme un polar, avec une enquête précise et une mise en scène qui distille des indices discrets sur le coupable La Mort de Belle est surtout le portrait d'un homme perdu, qui porte en lui une malédiction inévitable. Le film fonctionne par la sobriété de la mise en scène de Molinaro, l’efficacité de son montage et la très belle photographie noir et blanc de Jean-Louis Picavet, mais surtout grâce à la performance magistrale de Jean Desailly. Il était l’acteur parfait pour un tel rôle, celui d’un personnage renfermé, bridé. Blanchon aurait pu être un être froid, n’attirant pas la sympathie du spectateur. Desailly lui offre une humanité puissante, une grande complexité, qui fait le succès du récit. La Mort de Belle marque la fin du cycle policier du début de carrière de Molinaro. Il connaitra bientôt ses plus grands succès dans le registre de la comédie, avec de nombreux films au ton bien plus léger. Le film apparait comme une conclusion magistrale de cette série, mais aussi comme la présentation d’un point de vue sur l’humanité et sur la vie particulièrement sombre, qui donne un éclairage singulier à son œuvre et sur sa vision du monde.

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Una ragazza, ospite di una coppia, viene assassinata: viene sospettato l'uomo. Questi, allontanato da tutti, finisce per impazzire e commette davvero un omicidio. Viene linciato dalla folla proprio mentre la polizia scopre l'assassino della giovane. Il film è tratto dal romanzo La mort de Belle di Georges Simenon.

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Bella Shermann è una giovane americana ospite a casa dei coniugi francesi, Stephane e Christine Blanchon. Dopo che Bella viene trovata uccisa nella sua camera, i sospetti si concentrano su Stephane, un timido che conduce una vita piatta. Nonostante gli sforzi del commissario di polizia che ritiene l'uomo innocente, Stephane viene allontanato dalla piccola comunità in cui vivono i Blanchon. La solitudine e l'ostilità degli altri diviene insopportabile per Stephane che, tormentato da alcuni ricordi del passato, lo portano ad uccidere la segretaria del giudice. Subito dopo aver confessato il suo crimine, si scopre che il vero omicida di Bella è in realtà un vecchio maniaco.

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lunedì 12 dicembre 2022

La camera azzurra - Mathieu Amalric

Mathieu Amalric fa il regista e il protagonista di questo film tratto da un romanzo di Georges Simenon.

una moglie, una figlia, un'amante, omicidi difficili da ricostruire, diabolici e maledetti.

l'amante Andrée sembra guidare il gioco, e nella sua lucida pazzia è contenta che con il suo amante Tony (Mathieu Amalric) resteranno "insieme", in galera per anni e anni.

gli interrogatori sono la spina dorsale del film e i ricordi-flashback non sono la verità, se non qualche volta, e quindi inaffidabili.

un film destabilizzante anche per chi guarda.

buona visione - Ismaele

 

 

Due amanti, un marito e una moglie traditi, una piccola cittadina della provincia francese. Due morti, due arresti, migliaia di parole, per cercare di catturare la verità che è una, e che Amalric frantuma in tanti pezzi, per poi spargerli mescolati sul tavolo del suo film.

La stessa cosa La camera azzurra la fa con i corpi dei suoi protagonisti, con le loro parole, con le inquadrature del film. E mentre noi, lentamente, costruiamo con tutto questo una trama, le sue svolte, i suoi avvenimenti, il Julien interpretato dallo stesso regista sembra andare sempre più alla deriva, spaesato di fronte alle macerie di cui è corresponsabile, incapace di ricomporre il quadro di cui è protagonista, che lo vede carnefice quando forse è vittima, confuso e attonito sotto il peso del lutto e della colpa.

Così facendo, viene spinto talmente oltre dagli eventi da essere incapace di reazioni quando finalmente intuisce quale sia la tessera mancante alla risoluzione del suo puzzle; incapace di riprendere il controllo della sua vita e degli eventi che, forse, sbattuto dal vento delle passioni, non ha mai realmente avuto. Al contrario, Mathieu Amalric gestisce al meglio la sua materia filmica, preciso e consapevole. Si appassiona ai dettagli e ai frammenti, che ritiene (non a torto) più significanti delle visioni d'insieme, lavora con occhio appassionato ma sempre pudico e mai morboso.
E, dopo Tournée, si conferma regista capace e attento, affascinato da storie e personaggi che si lasciano dominare dal flusso dell'esistenza, dalle sue forze e dalle sue molteplici possibilità.

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La camera azzurra lascia presto intendere di essere un puntiglioso affresco (Amalric, regista letterato, ama inquadrare in maniera descrittiva, come cercando un’inquadratura che sia anche parola) della frantumazione della realtà del maschio protagonista a causa della pressione di una novità annunciata da un corpo femminile: la storia, tratta dall’omonimo libro di Simenon, è quella di Tony, della sua amante Andrée (interpretata da Stéphanie Cléau), delle sorti della loro relazione e del tracollo psicologico dell’uomo di fronte all’incedere giudiziario interessato a fare chiarezza sulla morte del marito di lei. Questa frantumazione Amalric la porta in scena interpretandola in prima persona, frammentando il proprio sguardo d’autore, dislocandosi davanti e dietro la macchina da presa per rinunciare a qualsiasi forma di imparzialità, disorientare la propria identità e disperdere l’autorità dei propri connotati a favore di un’apertura di principio ai connotati altrui, e così intercettare un punto di traduzione della prospettiva che pare impossibile; il volto del suo personaggio, un groviglio di ansie piccolo borghesi mal elaborate, si comprime e si disfa con grande acume interpretativo sotto la claustrofobia che un 4:3 finalmente motivato imprime e rafforza a ogni svolta narrativa, in una struttura temporale costruita proprio per strappare via la dimora fissa alle fattezze, spiantarle e lasciarle nel dubbio di dove ricollocarsi.

Allo sguardo perso di Tony risponde il corpo sfuggente dell’amante Andrée, interprete del femminino di cui sopra: è proprio la comparsa sulla scena di questa estraneità a dissestare i sillogismi borghesi e a destituire tutte le logiche che il protagonista pensava vigenti: non soltanto quelle di una realtà di classe asfittica (che Amalric cattura nella scelta scenografica di una villa ultra moderna, asettica e infelice nei suoi bianchi perfetti circondati dal nulla), preoccupata di una morale legalista (che infatti si esplica con assoluta assenza di dubbio in forma giudiziaria) che tenga presente il costume e sappia indicare il colpevole, ma anche quelle, ben più stringenti e invisibili, per quanto oppressive, della realtà tout court. Entrando come un nuovo punto di origine nella storia delle cose, il corpo di donna non soltanto demoralizza il realismo descrittivo di Amalric, ma lascia precipitare la realtà per come la si frequenta in un qualcosa o un nulla mai davvero compreso, che non si lascia derubricare a somma di fatti evidenti - una catena di eventi da giallo, un morto, o forse più di uno, due amanti, un uomo, una donna – e non certo a qualcosa che si vuole a tutti i costi trasparente. Cercando un punto da cui spostare il proprio sguardo dall’osservazione alla comprensione del femminino Amalric sembra riconoscere così che, almeno nell’immagine, la trasparenza non si dà dove si crede o sembra sia garantita, ma invece dove dialetticamente sembra negata, nell’opaca dissimulazione che sottende quieta dietro l’angolo di ogni parola e ogni smorfia: la letteralità dell’immagine, della catena di eventi, della realtà dei fatti, va contradetta da un andamento contropelo, che smonti e rimonti la famigliarità dello sguardo sulle cose. Così il momento di cinema è sempre un momento di crisi dello sguardo.

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Attrazione fatale secondo Simenon in un film che bada all’essenziale, in linea con lo stile efficace e concreto dello splendido originale letterario, senza perdersi dunque in orpelli inutili e fuorvianti. Certo mancano davvero guizzi di regia e un po’ di suspence in più avrebbe dato maggior mordente ad un film a cui tuttavia interessa di più restare legato alla realtà di tutti i giorni e a tanta cronaca nera che da sempre fa da sfondo alla tranquilla vita di provincia, piuttosto che farsi invischiare nelle solite trappole del giallo più ordinario ed improbabile.

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venerdì 24 agosto 2018

L'evaso (La veuve Couderc) - Pierre Granier-Deferre




il film è tratto da un romanzo di Georges Simenon intitolato La vedova Couderc.
si sono tutte le cose che ti aspetti da Simenon, il regista non sbaglia.
un attore bravissimo (Alain Delon) e un’attrice straordinaria (Simone Signoret) rendono il film da non perdere.
appare, in una piccola parte, una giovane Ottavia Piccolo.
buona visione.

QUI si può vedere il film completo, in italiano



Non è un capolavoro questo film, ma ha il suo fascino e le sue atmosfere. Fin dalla musica della sigla si coglie subito che sarà una storia malinconica, e anzi disperata, e qui va detto che la musica è buona e molto in tema col film. L'atmosfera è malinconica, e il ritmo è lento e quasi anti-narrativo, poiché la cinepresa indugia spesso sui lavori di campagna e su indifferenti faccende quotidiane. Delon dà certo una giusta interpretazione dell'anarchico apatico e autoreferenziale, ma non egoista o cinico. Tuttavia la vera stella del film è la bravissima Simone Signoret, che sembra veramente un'amareggiata vedova di campagna, con un passato di sofferenze e umiliazioni (iniziando da quelle sessuali da ragazza). Il suo volto esprime alla perfezione la vita e la situazione del suo personaggio, ed è credibile persino quando fa il bucato al canale, assieme alle altre comari pettegole. A proposito, il ritratto della vita nella campagna di Francia è proprio impietoso…

Signoret è perfetta nella parte di una donna che solo a cinquant’anni incontra i sentimenti e l’erotismo, Delon ha la faccia da schiaffi del ribelle che forse aveva una causa, la cinepresa indugia giustamente sulle ripetitive faccende quotidiane (il fieno, i pulcini, la mungitura, il bucato), e anche il conflitto per l’eredità è reso con l’asprezza necessaria. Ci immedesimiamo nella vedova, siamo dalla sua parte nel pretendere un risarcimento da una vita di sofferenze e umiliazioni. Psicologicamente impalpabile la ragazzina che “apre le gambe con tutti”, e il triangolo sessuale non raggiunge l’ambiguità necessaria.
Dell’evaso, sospettiamo abbia alle spalle qualcosa di definitivo, vive alla giornata, spreme dalle giornate quello che viene. Sa di essere per la vedova Couderc la cosa più somigliante all’amore. Lei gli sacrificherebbe qualsiasi cosa. Lui vorrebbe solo salvarla dalla brutale ottusità delle forze dell’ordine…

domenica 12 agosto 2018

L'Aîné des Ferchaux (Lo sciacallo) - Jean-Pierre Melville

tratto da un romanzo di Georges Simenon è la storia di due avventurieri, uno in giacca e cravatta, l'altro no.
è la storia di una fuga da un continente all'altro, controllati dalla polizia.
entrambi si credono i più furbi del mondo, e riescono a convivere.
è un film di arroganti, di disperati, disperato, non ci sono buoni e cattivi, tutti sono abbastanza cattivi, ma non del tutto.
buona visione - Ismaele






“Strano film”, si è sentito più volte dire tra il pubblico all’uscita. Più che strano, ambiguo, di un’ambiguità fertile, lontana dal senso dell’onore e dallo sguardo tragico che spesso Melville ha riservato ai suoi personaggi. Qui siamo più dalle parti dello psicologismo simenoniano, sia pure lontani dall’analisi al microscopio delle miserie e dei limiti antropologici della società borghese.
La storia del ricco banchiere in fuga verso l’America, e del segretario-avventuriero (Belmondo) che lo accompagna annusando l’odore della scia di denaro , ricorda un po’ il gioco del gatto col topo. Charles Vanel interpreta un corrotto, ma dal passato avventuroso; un uomo ricco e potente, ma ridotto via via all’impotenza. Mentre l’ex pugile ed ex parà interpretato da Belmondo caricano l’attore di una controversa doppiezza che forse il suo sguardo, all’altezza dei primi anni Sessanta, non è del tutto in grado di reggere. Tuttavia, guardando proprio a “Be-bel”, Lo sciacallo conferma la corrispondenza d’amorosi sensi tra Melville e la nouvelle vague. I momenti di viaggio, i personaggi che vanno e vengono, i colori squillanti e pop, i momenti di stasi – più che veri e propri difetti (spesso imputati a questo film) – ricordano Godard e un Truffaut più tardo, quello di film “d’appendice”, con lo stesso attore. E c’è anche una curisoa Stefania Sandrelli, nei panni di una autostoppista col vizio del furto, che recita in inglese, con caschetto biondo, e si merita un bacio appassionato di Belmondo.

Un imprevedibile passo falso: definirei così, questo adattamento da un magnifico romanzo di Georges Simenon, con Belmondo, nei panni di Michel Maudet, e Charles Vanel, che incarna il ricco e corrotto Dieudonné Ferchaux. Giustamente, il regista apporta drastici tagli a una trama ricchissima di spunti, salvo aggiungervi un paio di situazioni inconsistenti (vi appare, con un improbabile caschetto biondo, anche una giovanissima Stefania Sandrelli) e un incomprensibile stravolgimento dei luoghi: New York e Louisiana, anziché Normandia e Tropici.
La voce off di Belmondo risulta didascalica, il road movie straniante, il finale debole e contraddittorio. Finisce per smarrirsi il formidabile vitalismo del primogenito dei Ferchaux, un self made man che si sente al di sopra della legge e nel romanzo è mostrato con un che di selvaggio, mentre nel film indossa giacca e cravatta e tiene testa a un consiglio di amministrazione…

Melville si concentra sul rapporto sempre più stretto e dipendente che si crea tra i due protagonisti (gran duello recitativo, il maggior punto di forza del film, tra uno sfacciato e giovanissimo Belmondo e un convincente e subdolo Vanel), analizzando la natura profondamente traditrice, avida e ingannevole dell'uomo, orientato esclusivamente al proprio tornaconto ed incapace di stabilire un legame sincero e disinteressato…