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venerdì 4 aprile 2025

I fantasmi d’Ismael - Arnaud Desplechin

un film con un altro film all'interno, quello che ha scritto Ismael, su un atipico diplomatico francese e la sua fidanzata.

Ismael è un vedovo da anni e trova la sua anima gemella, ma riappare al sua ex moglie e le cose si complicano.

attori bravissimi, un film da non perdere, promesso.

buona (fantasmatica) visione - Ismaele

 

 

 

 

(Im)perfetto. È proprio così I fantasmi d’Ismael (Les fantômes d’Ismaël). Un film (im)perfetto.
Desplechin continua a mescolare le stesse carte, a ruotare attorno a ricorrenti centri gravitazionali: il cinema, la scrittura, l’arte, la vita, l’amore, la famiglia. La rappresentazione di quello che siamo. Un eterno ritorno, un insieme di rimandi interni alla sua filmografia. Ovvero, a se stesso, a questo cinema così personale. Vitale. Universale.
Il cinema di Desplechin cerca di catturare l’energia che ci tiene in vita, cerca di darle una forma sul grande schermo. Un senso, un barlume di ragione. Una sfida impossibile: I fantasmi d’Ismael è squilibrato, vive di sussulti, di vitalissimi strappi, di emozioni intense e di cadute e ricadute. Cinema di fantasmi e di incubi, di passioni e amori caotici. Un film di scrittura, disordinata e creativa. Ordinata e distruttiva.

È una spy story I fantasmi d’Ismael. Almeno nei primissimi minuti. Ritroviamo un (misterioso) Dédalus, in un racconto che è sfacciatamente fiction. E poi le scartoffie che vorrebbero sostituirsi alla vita e alla morte, come era già successo al Dédalus di Trois souvenirs de ma jeunesse. Ma la vita e la morte non si lasciano cristallizzare dalle parole, da un racconto, nemmeno da una sceneggiatura. Forse si possono solo evocare, come i fantasmi, come gli amori passati, come le vite che abbiamo vissuto, pensato, immaginato. I fantasmi d’Ismael non è una spy story, nonostante il Quai d’Orsay, le cimici, il Tajikistan e l’amico russo. È un film di fantasmi, di rimpianti, di incubi.

Desplechin si specchia, non teme le sabbie mobili dell’autoreferenzialità, ragiona sulla sua vita, sulla sua arte. Come i noir degli anni Quaranta/Cinquanta, I fantasmi d’Ismael è una seduta psicanalitica, è la messa in scena di processi labirintici, di meccanismi che non possono essere completamente decriptati. Desplechin scrive e prova a dare forma alla battaglia della ragione e dei sensi. È Ismaël alla prese coi fili e le prospettive, con quadri che dovrebbero restituire il tutto, il senso della vita e del cinema.
I fantasmi d’Ismael è intricato e leggiadro.
È passionale e disperato.
È spassoso e dispersivo.
Alti e bassi, con improvvise fiammate. Cinema vivissimo, che nutre e si nutre del talento e dei corpi di Mathieu Amalric, Marion Cotillard e Charlotte Gainsbourg.
Cinema che si nutre della stessa vita che insegue.

I fantasmi d’Ismael è un piccolo paradosso cinematografico. Come Ismaël, Desplechin è intrappolato, si è perso tra i mille fili che ha cercato di riordinare. I fantasmi d’Ismael è un film su questa impasse, ma è proprio la (caotica) messa in scena dell’impasse ad alimentare la vivida fiamma della vita. Quella stessa vita che ha guidato i vari personaggi, come la donna che visse due volte Carlotta, come l’uomo che sapeva troppo Ivan.
Ancora, ancora, ancora. Lo dice Ismaël, lo dice Amalric, lo dice Desplechin. Ancora è la chiave di lettura de I fantasmi d’Ismael, di questo cinema che non smette di cercare, di indagare, di insinuarsi attraverso la finzione o il documentario nelle pieghe della vita, e quindi del cinema stesso. Imperfetto, senza dubbio. Ma vivo e pulsante come gli occhi di Ismaël/Amalric, di un personaggio e del suo interprete. Finzione e realtà. Ancora fantasmi, ricordi, amori che tornano e che se ne vanno. Ancora.

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…Ismael se encuentra realizando un filme sobre un personaje llamado Ivan Dedalus, que es, quizás, un espía insomne. El propio Ismael, a su vez, no puede dormir en las noches y es la hora en la cual tiene sus momentos de mayor creatividad, solo que en el momento en que nos lo encontramos, está en crisis de imaginación. Su esposa lo abandonó hace veinte años y ha mantenido una relación paterno-filial con su suegro, otro director de cine llamado Henri Bloom, quien ha sido, además, su mentor artístico. Bloom no se ha podido recuperar de la pérdida de la hija, a la cual Ismael ha tenido recientemente que declarar oficialmente muerta. Ismael comienza una relación con Sylvia, una astrofísica que conoce en una fiesta y se la lleva a su casa frente al mar para ver si esto le devuelve la creatividad. En medio de ello, reaparece Carlota, su esposa desaparecida, creando un frágil triángulo de una manera tan natural como incoherente. Ismael comienza a rozar los límites de la locura, se ahoga en alcohol y confunde cada vez más su vida con la de sus personajes.

Dedalus, Bloom, los nombres invocan a Joyce y las pesadillas parece que nos van a llevar a una epifanía, que para el escritor irlandés era el propósito de la obra de arte, pero desgraciadamente, Desplechin deja correr lo que se convierte en un monólogo joyceano que resulta todo un despropósito...

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…Arnaud Desplechin sait sublimer l’esthétique de certains de ses plans. Il s’amuse pour ce faire à utiliser les codes artistiques d’un vieux polar, comme dans la scène où il filme Mathieu Amalric  dans un vieux train en proie à ses cauchemars. Le film a également quelques moments insolites, surtout vers la fin lorsque le réalisateur se déride un peu de son savoir-faire classique et qu’il fait rire le spectateur…

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…Procede per accumulo, Les Fantômes d’Ismaël. Somma, taglia, ricuce, svolta, ritorna. Come gli anni che passano, come una gravidanza inizialmente scambiata per menopausa, come un film da finire, come un eccesso di entusiasmo quando hai in mano una pistola. Ancora, come le donne che Pollock non ha mai avuto ritratte tutte insieme nei suoi nudi femminili, ancora, come il corpo nudo di Marion Cotillard quando lentamente scende la vestaglia, ancora, come l’amore di Charlotte Gainsbourg negli incroci di lacrimati sguardi e nella passione, nella sua voglia di capire le stelle. Les Fantômes d’Ismaël è un film di scrittura e di messa in scena, fatto di lente aperture a iride quando partono i flashback narrati da Sylvia, fatto di scavalcamenti di campo che genialmente si rivelano uno specchio, fatto di musiche incalzanti, di slabbrature, di ellissi, di finestrini dei treni che si rivelano altri schermi, materia, riflessi, proiezioni. Sono confessioni alla macchina da presa, (psic)analisi, bidimensionalità e fisicità del set, delle diapositive, dei quadri, delle inquadrature, delle tecniche cinematografiche, dei sentimenti. Fino alla fuga dall’industria, dal set, dalla vita, quando le ragioni del cuore (straziato) superano quelle della mente. Il nuovo lavoro di Desplechin è un film in cui non è necessario che torni tutto – anche se, su questo punto, pesa il dubbio sulla doppia versione del lungometraggio, presentato a Cannes in una durata di 114′ mentre si vocifera che in sala uscirà direttamente il Director’s cut da circa due ore e un quarto –, quello che conta è interrogarsi sulle mille tematiche affrontate, è perdersi nei suoi cambi di registro e di stile, è tastare le emozioni di chi ha perso una moglie, di chi ha perso una figlia, di chi ha perso la ragione, nei rapporti di coppia, nei doppi, nel cinema. E poco importa, nella meta-messinscena, che nella Praga sovietica una tangente venga pagata in Euro, poco importa che non tutte le fila narrative e concettuali trovino assoluta compiutezza, poco importa se non tutto ciò che il film semina viene raccolto: non è più la compattezza di Trois souvenirs de ma jeunesse il punto, quello che conta qui è la suggestione, il mistero, l’emozione, perché la vita non è perfetta e l’atto stesso del cinema non può che compiersi nell’imperfezione. E diventa quindi necessario l’overacting del produttore, perché non conta la credibilità assoluta, e forse neanche le dinamiche personali: quello che conta è la vitalità di una realtà/cinema che inesorabilmente fa il suo corso, fra i dialoghi in comune nelle varie storie parallele e le variazioni sui temi autobiografici. Les Fantômes d’Ismaël è un film inclassificabile, sfilacciato, complesso: un frullato di generi e abbracci dal quale traspare una fisica umana incontenibile. Come la danza di Marion Cotillard sul Bob Dylan di It ain’t me Babe, come le destinazioni esotiche di Dedalus e le microspie, come il ritrovarsi, il perdersi ancora, come morire con la propria figlia a fianco. Come un’ecografia e un’attesa spasmodica. Come fare cinema, o fare l’amore. Ancora, ancora, ancora.

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…La macchina fluida e pudica – c’è sempre una distanza di rispetto con i personaggi – manovrata da Desplechin coglie ogni sfumatura, tutto è credibile, dubbi, angosce, tormenti tremiti e fremiti, e grazie a Dio dialoghi belli e di massima naturalezza anche in una materia perigliosa e a rischio costante di kitsch come questa. Con un continuo retrogusto pirandelliano su chi sia davvero la Donna Riapparsa (siamo un po’ dalle parti dell’Ignota di Come tu mi vuoi, e questi pirandellismi Desplechin li sa maneggiare assai meglio del Derek Cianfrance di La luce sugli oceani). Hitchock abbonda in un nugolo di citazioni, e se le paure di Sylvie di fronte a Colei-che-è-tornata sono puro Rebecca la prima moglie, la doppia vita di Carlotta non può che ricordarci Vertigo. Si gioca ancora tra realtà e rappresentazione nella storia di Ivan che si fa film, confondendo volutamente, soprattutto all’inizio, vita e set. Con un Desplechin che si avventura, nel raccontare le giravolte esistenzial-professionali di Ivan, in una spy story che però resta aperta, e non saldata al resto del film, che non trova una conclusione e non dà risposte, frustrando lo spettatore. Ma in questo strambo, sghembo film c’è troppo di bello perché lo si liquidi – con la solita supponenza da festival – come una bufala. Film complicato perché volutamente, e voluttuosamente, anarchico e irregolare. Mathieu Amalric è da tempo l’attore feticcio di Desplechin, e non poteva che essere lui Ismaël, quasi un alter ego del regista. Il suo, se certi paragoni son leciti, Antoine Doisnel. Riferimenti alle appartenenze religiose dei personaggi, come spesso in Desplechin, attento a tracciare le sue geografie umane tenendone conto, ed è tra i pochissini con una tale sensibilità. E se Sylvie, il personaggio di Charlotte Gainsbourg, si dichiara protestante, Carlotta si dice ebrea ‘rinnegata’ (e portava al collo una stella di Davide la Emmanuelle Devos di Racconto di Natale).

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lunedì 12 dicembre 2022

La camera azzurra - Mathieu Amalric

Mathieu Amalric fa il regista e il protagonista di questo film tratto da un romanzo di Georges Simenon.

una moglie, una figlia, un'amante, omicidi difficili da ricostruire, diabolici e maledetti.

l'amante Andrée sembra guidare il gioco, e nella sua lucida pazzia è contenta che con il suo amante Tony (Mathieu Amalric) resteranno "insieme", in galera per anni e anni.

gli interrogatori sono la spina dorsale del film e i ricordi-flashback non sono la verità, se non qualche volta, e quindi inaffidabili.

un film destabilizzante anche per chi guarda.

buona visione - Ismaele

 

 

…Due amanti, un marito e una moglie traditi, una piccola cittadina della provincia francese. Due morti, due arresti, migliaia di parole, per cercare di catturare la verità che è una, e che Amalric frantuma in tanti pezzi, per poi spargerli mescolati sul tavolo del suo film.

La stessa cosa La camera azzurra la fa con i corpi dei suoi protagonisti, con le loro parole, con le inquadrature del film. E mentre noi, lentamente, costruiamo con tutto questo una trama, le sue svolte, i suoi avvenimenti, il Julien interpretato dallo stesso regista sembra andare sempre più alla deriva, spaesato di fronte alle macerie di cui è corresponsabile, incapace di ricomporre il quadro di cui è protagonista, che lo vede carnefice quando forse è vittima, confuso e attonito sotto il peso del lutto e della colpa.

Così facendo, viene spinto talmente oltre dagli eventi da essere incapace di reazioni quando finalmente intuisce quale sia la tessera mancante alla risoluzione del suo puzzle; incapace di riprendere il controllo della sua vita e degli eventi che, forse, sbattuto dal vento delle passioni, non ha mai realmente avuto. Al contrario, Mathieu Amalric gestisce al meglio la sua materia filmica, preciso e consapevole. Si appassiona ai dettagli e ai frammenti, che ritiene (non a torto) più significanti delle visioni d'insieme, lavora con occhio appassionato ma sempre pudico e mai morboso.
E, dopo Tournée, si conferma regista capace e attento, affascinato da storie e personaggi che si lasciano dominare dal flusso dell'esistenza, dalle sue forze e dalle sue molteplici possibilità.

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…La camera azzurra lascia presto intendere di essere un puntiglioso affresco (Amalric, regista letterato, ama inquadrare in maniera descrittiva, come cercando un’inquadratura che sia anche parola) della frantumazione della realtà del maschio protagonista a causa della pressione di una novità annunciata da un corpo femminile: la storia, tratta dall’omonimo libro di Simenon, è quella di Tony, della sua amante Andrée (interpretata da Stéphanie Cléau), delle sorti della loro relazione e del tracollo psicologico dell’uomo di fronte all’incedere giudiziario interessato a fare chiarezza sulla morte del marito di lei. Questa frantumazione Amalric la porta in scena interpretandola in prima persona, frammentando il proprio sguardo d’autore, dislocandosi davanti e dietro la macchina da presa per rinunciare a qualsiasi forma di imparzialità, disorientare la propria identità e disperdere l’autorità dei propri connotati a favore di un’apertura di principio ai connotati altrui, e così intercettare un punto di traduzione della prospettiva che pare impossibile; il volto del suo personaggio, un groviglio di ansie piccolo borghesi mal elaborate, si comprime e si disfa con grande acume interpretativo sotto la claustrofobia che un 4:3 finalmente motivato imprime e rafforza a ogni svolta narrativa, in una struttura temporale costruita proprio per strappare via la dimora fissa alle fattezze, spiantarle e lasciarle nel dubbio di dove ricollocarsi.

Allo sguardo perso di Tony risponde il corpo sfuggente dell’amante Andrée, interprete del femminino di cui sopra: è proprio la comparsa sulla scena di questa estraneità a dissestare i sillogismi borghesi e a destituire tutte le logiche che il protagonista pensava vigenti: non soltanto quelle di una realtà di classe asfittica (che Amalric cattura nella scelta scenografica di una villa ultra moderna, asettica e infelice nei suoi bianchi perfetti circondati dal nulla), preoccupata di una morale legalista (che infatti si esplica con assoluta assenza di dubbio in forma giudiziaria) che tenga presente il costume e sappia indicare il colpevole, ma anche quelle, ben più stringenti e invisibili, per quanto oppressive, della realtà tout court. Entrando come un nuovo punto di origine nella storia delle cose, il corpo di donna non soltanto demoralizza il realismo descrittivo di Amalric, ma lascia precipitare la realtà per come la si frequenta in un qualcosa o un nulla mai davvero compreso, che non si lascia derubricare a somma di fatti evidenti - una catena di eventi da giallo, un morto, o forse più di uno, due amanti, un uomo, una donna – e non certo a qualcosa che si vuole a tutti i costi trasparente. Cercando un punto da cui spostare il proprio sguardo dall’osservazione alla comprensione del femminino Amalric sembra riconoscere così che, almeno nell’immagine, la trasparenza non si dà dove si crede o sembra sia garantita, ma invece dove dialetticamente sembra negata, nell’opaca dissimulazione che sottende quieta dietro l’angolo di ogni parola e ogni smorfia: la letteralità dell’immagine, della catena di eventi, della realtà dei fatti, va contradetta da un andamento contropelo, che smonti e rimonti la famigliarità dello sguardo sulle cose. Così il momento di cinema è sempre un momento di crisi dello sguardo.

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…Attrazione fatale secondo Simenon in un film che bada all’essenziale, in linea con lo stile efficace e concreto dello splendido originale letterario, senza perdersi dunque in orpelli inutili e fuorvianti. Certo mancano davvero guizzi di regia e un po’ di suspence in più avrebbe dato maggior mordente ad un film a cui tuttavia interessa di più restare legato alla realtà di tutti i giorni e a tanta cronaca nera che da sempre fa da sfondo alla tranquilla vita di provincia, piuttosto che farsi invischiare nelle solite trappole del giallo più ordinario ed improbabile.

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lunedì 7 febbraio 2022

Stringimi forte - Mathieu Amalric

Mathieu Amalric gira un film che racconta due storie impossibili contemporaneamente, una è la realtà, l'altra no.

Clarisse (interpretata da Vicky Krieps, perfetta nel ruolo) non è più insieme al marito e ai figli, e i figli e il marito non sono più insieme a lei, e noi non sappiamo bene come e perchè.

é un film dal lato di Clarisse, lei è sempre in scena, è il centro di gravità del film, e tutto le gira intorno, è un film sull'assenza, e sulla sua elaborazione.

mi ha ricordato, mutatis mutandis, un altro film su una donna sola, che è Wanda, di Barbara Loden.

Stringimi forte è al cinema solo in una trentina di sale,
 cercatelo, spegnete la tv, uscendo, non ve ne pentirete - Ismaele






 

 

…In partenza Stringimi forte sembra l’ennesimo film su una donna in crisi che si dà alla fuga. C’è Vicky Krieps, la lungagnona lussemburghese lanciata come protagonista da Paul Thomas Anderson ne Il filo nascosto, confermatasi ne L’isola di Bergman di Mia Hansen-Løve e semiaffossata in quel delirio da adolescente problematico che è Old. La mente va a tutte le fughe di donne in crisi: Natalie Ravenna in Non torno a casa stasera di Coppola, ma Natalie non riusciva ad accettare la sua gravidanza. Quella di Barbara Loden in Wanda, da lei stesso diretta, ma Barbara era la moglie di Elia Kazan e nel cinema anni Settanta si faceva così, senza un motivo che non fosse la sola voglia di scappare. Quella di Frances McDormand in Nomadland, ma Frances non aveva più niente da perdere perché aveva perso tutto. Oppure quella di Thelma & Louise, ma Thelma & Louise, alla fine, si comportavano come dei tamarri di Watts, quartiere degradato di Los Angeles, per cui forse è meglio passare oltre. E allora ricordiamo quella di Robin Wright nel poco visto Land, che è un po’ come Into the Wild ma in montagna e che forse forse qualcosa in comune con quello di cui stiamo parlando, guardando bene, ce l’ha. Ma vabbe’, non spoileriamo. Piuttosto parliamone alla larga. Vicky Krieps va via di casa. Sembra che lo faccia nello stesso istante in cui il marito e i due figli fanno colazione, ma se si sta attenti si nota che la luce dall’esterno non è la stessa, per cui non sta fuggendo contemporaneamente, lo sta facendo in parallelo. Prodigi del montaggio (ma non di quello alternato, ovviamente). Mathieu Amalric, che scrive e sceneggia giostrando come se stesse dirigendo una lunga suite sinfonica, intorbida e confonde à la Charlie Kaufmann, ma a differenza del buon Charlie (a proposito: Einaudi quando cazzo pubblicherà il suo romanzo Antkind, uscito negli Stati Uniti da ormai quasi due anni?), che quasi sempre se ne fotte, proprio perché punta deliberatamente a fotterti, Amalric fornisce degli agganci, dei piccoli riferimenti, degli indizi, che messi insieme retrospettivamente forniscono una dimensione jamesiana, alla Giro di vite, per intendersi (ma se non c’intendiamo è meglio, così non vi rovinate il film)…

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Il mondo-cinema di Mathieu Amalric è tutt’altro che lineare, diretto, narrativamente coinvolgente. Ottimo attore in oltre un centinaio di film, fin dal suo esordio da regista, avvenuto nel lontano 1997 con “Mange ta soupe” fino al suo penultimo lavoro “Barbara”, la sensazione è sempre stata quella di trovarsi spesso di fronte a operazioni sghembe, frantumate nella loro rappresentazione, suggerite sempre da una cadenza intellettuale esplicita che esalta una certa originalità, ma al tempo stesso rischia di allontanare lo spettatore più pigro. Con “Stringimi forte” Amalric non perde ovviamente di vista il suo consueto stile, mantenendo una forza visiva non comune, un senso del racconto frastagliato in immagini che quasi confliggono, dove ogni frammento è uno scacco alla vista, un indizio per la mente e uno sconquasso per il cuore…

… il film di Amalric resta un’opera estremamente intima (del personaggio principale, una bravissima Vicky Krieps, del regista stesso), colta nel suo continuo farsi, nella sua ricerca di “verità”, una madre che si disfa dei figli più che del marito e che sa di non compiere un gesto comprensibile dal mondo. Ma dietro a tutto questo c’è ovviamente dell’altro, un percorso parallelo: una tragedia sulla neve, un lutto insostenibile, il desiderio illusorio che tutto non cambi, ribaltamento di ogni sicurezza (narrativa). Forse Amalric alza un po’ troppo la posta della sua originale personalità di regista, forse però chi decide di seguirlo, non resterà deluso, confidando che ogni fraintendimento del racconto sia anche la sua ricchezza.

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…La protagonista di Stringimi forte è una madre e moglie che deve fare i conti con un triplice lutto: quello dei figli e quello del marito. Clarisse non è soltanto il personaggio principale del film, ma è anche il narratore delle sue fantasie. Nel film si mescolano attimi di realtà e scene immaginate in cui Marc, Paul e Lucie sono come dei burattini mossi e animati da Clarisse. In Stringimi forte non viene spiegato subito cosa è vero e cosa no, creando un effetto sorpresa non appena si realizza la logica del film.

Vicky Kriesp è perfetta nel suo personaggio: una donna bella ma non troppo curata, avvolta in ogni attimo del film da un velo di tristezza. Gli occhi, i sorrisi, la postura ed i gesti sono teneramente malinconici e riescono a generare empatia e compassione. La storia della donna e l’interpretazione di Kriesp ricordano quelle della magistrale Juliette Binoche in Tre colori – Film Blu di Kieslowski: entrambe devono imparare a convivere con l’assenza di chi si ama, fare i conti con i luoghi rimasti vuoti, gli oggetti abbandonati e la quotidianità stravolta…

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…è un thriller astratto. Al centro del film Clarisse (interpretata con dolente e vulnerabile fermezza da Vicky Krieps), che una mattina abbandona la famiglia e si mette in viaggio. Nel corso della narrazione, Clarisse è immersa nei suoi ricordi che, a tratti, si confondono con i gesti del suo quotidiano.

Tratto da Je reviens de loin di Claudine Galea, il film confonde le tracce senza giocare con lo spettatore, ma conducendolo progressivamente a una rivelazione finale violenta come un’improvvisa panoramica a schiaffo. Amalric è come decostruisse Hitchcock, conservando sempre al centro dell’immagine Clarisse (ed è tangibile la complicità che sul set deve essersi instaurata fra protagonista e interprete). Un anti-melodramma, urticante e urgente. Lo specchio di uno strazio indicibile. Amalric firma uno dei ritratti di donna realizzati da un uomo fra i più convincenti di sempre.

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lunedì 18 novembre 2013

Venere in pelliccia - Roman Polanski

Si resta senza parole davanti alla bravura dei due protagonisti, Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric.
Tutto inizia come una routine, un’audizione come tante, poi diventa altro. Thomas, il regista, resta preso nella tela tessuta da Vanda, perde il potere che aveva all’inizio, è lei che guida il gioco.
E non è un gioco, ma una cosa serissima, si rappresentano i rapporti di potere (di classe, dice a un certo punto Vanda), e la seduzione è solo una specie di potere. Vanda sa qualcosa di Thomas che noi non sappiamo, forse.
Mi ha ricordato “La morte e la fanciulla”, sempre di Polanski, anche lì c’è l’essenza di un rapporto di potere, che si inverte rispetto a quello che c’era stato prima.
E come tutti i bei film è impossibile raccontarli, il cinema vi aspetta - Ismaele


…Il filo che conduce la commedia non si spezza mai grazie ad una sceneggiatura perfettamente calibrata e alla bravura disumana dei due attori,  Emmanuelle Seigner e  Mathieu Amalric, che si lanciano in una matrioska di personaggi quasi impossibile da descrivere a parole, ma che sullo schermo diventa visione limpida, piacevole e senza intoppi. Il meta-teatro si intreccia abilmente con un'estetica masochista che ricorda vagamente Velluto blu di Lynch, il tutto accompagnato da un irresistibile crescendo erotico che, nonostante l'assenza di contatto fisico tra i due, incombe costantemente durante la narrazione; non si mettono a nudo i corpi ma le anime, in tutte le proprie dicotomie e contraddizioni…

…“Venere in pelliccia” è travolgente quanto la sua Vanda, personaggio che seduce e intimidisce sia sulla carta sia su quel grande schermo, dove è interpretato da una Emmanuelle Seigner decisa a prendersi una bella rivincita. L’attrice, da sola, spesso in primo piano e con pochi abiti addosso, forte della sua maturità, ci dimostra di essere Vanda, anzi di più, una donna e una interprete, brava, magnetica, sensuale e intrigante. Al suo fianco un Mathieu Amalric, tramutato nel fragile Thomas, dalle sembianze e dalla fisicità molto simili a un Roman Polanski ringiovanito, ma con una capacità di convincerci che ci fa subito dimenticare i parallelismi con l’uomo che magistralmente sta dietro la macchina da presa…

…A l’écran, Vanda incarne Wanda, Thomas incarne Severin, mais les rôles finissent par s’inverser, quand ce ne sont pas Vanda et Thomas qui prennent le dessus sur leur personnage. Mais c’est également, de façon troublante, Mathieu Amalric dans la peau de Roman Polanski et Emmanuelle Seigner dans celle de Mathilde Seigner. Ou pas du tout, Polanski cherchant avant tout à perdre le spectateur et faire ployer ses repères dans un exercice post-moderne et fortement ironique. Le réalisateur ne s’était pas montré aussi malicieux depuis bien longtemps, brouillant les pistes jusqu’à faire revêtir au personnage de Thomas, dont il se prétend pourtant être tout l’opposé, des vêtements qui semble provenir du tournage du Bal des vampires et donc de son propre personnage d’alors. L’exercice est donc terriblement ludique, jamais ennuyeux grâce à sa maîtrise totale de la narration, et quelque part vertigineux tant les pistes n’en finissent plus de s’entrecroiser. Derrière sa simplicité apparente, La Vénus à la fourrure regorge ainsi de trésors qui multiplient les grilles de lecture…

Variety: “Come in Carnage e La morte e la fanciulla, in questo film Roman Polanski porta il teatro di New York al cinema con grande fedeltà, e con il minimo sforzo. Emmanuelle Seigner conquista lo schermo con una performance comica succulenta, che rende giustizia al suo ruolo impegnativo”.
Le Monde: “Questo è grande cinema. Un po ‘comeSleuth: Gli insospettabili, un thriller straordinario che contrappone due personaggi in un luogo chiuso. È una sorta di duello cinematografico tra i due attori al massimo della forma: Mathieu Amalric e Emmanuelle Seigner”.
The Guardian: ha dato al film tre stelle su cinque, con un giudizio meno entusiasta. “Venere in pelliccia è un film giocoso, arguto e a volte morboso sul sesso, l’illusione e la realtà. Nonostante la bravura di Polanski, c’è però qualcosa di un po’ troppo datato e signorile nel suo modo di raccontare questa storia”.
Telegraph: ha dato lo stesso voto al lungometraggio di Polanski. “Questa è una commedia divertente per tutta la sua durata, ma non va mai al di là di questo. Le cose diventano perverse a un certo punto, ma manca spontaneità. E sembra sempre che il regista stia per saltare fuori da un momento all’altro per dire: ‘taglia’!”.