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martedì 10 dicembre 2024

La Bestia (La bête) - Bertrand Bonello

mentre il titolo del film francese è La bête (in italiano La bestia), sui manifesti si legge che il titolo è The beast (maledetta lingua inglese imperialista anche al cinema!).

La bête è un film distribuito poco e male, forse dipende dal fatto che non c'è una fine consolatoria e ottimistica, o perché ci sono dei salti temporali che costringono lo spettatore a un'attenzione al di sopra di quella necessaria nella media dei film (e delle serie tv), come nel film Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind), con Jim Carrey.

un amore impossibile, quello di Gabrielle e Louis, che si rincorrono nel tempo, senza riuscire a concretizzare l'unione, anche l'intelligenza artificiale delle macchine è contro quest'unione.

c'è anche una bambola, sembra arrivare direttamente da Annette, di Leos Carax.

e poi c'e la Bestia, una presenza minacciosa.

se riuscite a trovare il film, ormai in qualche nascondiglio in qualche tv, provate a vederlo, anche solo per combattere una forma di censura, mai morta.

buona (sorprendente) visione - Ismaele



 

La Gabrielle del 2044, un 2044 molto simile al nostro presente ma con - ovviamente - tecnologie avanzatissime, molti automi al posto degli esseri umani e una straziante e quasi imposta solitudine (le persone girano per strada sempre sole e con un visore che gli preclude qualsiasi interazione con gli altri) sta cercando un lavoro, mi pare non specificato.
Viene richiesto un solo requisito, ovvero quello di non essere sopraffatti dalle emozioni, non provarne più, perchè solo il nostro distacco da quelle (potremmo azzardare una specie di Atarassia) ci può permettere di rendere al meglio, di compiere sempre le scelte giuste, di affrontare le cose con la perfetta serenità.

Concetti in realtà "pericolosi" ma anche inquietantemente giusti potremmo dire, senza emozioni, passioni, paure ed entusiasmi le nostre scelte, come un freddo calcolatore, saranno sempre quelle giuste.
Per arrivare a questo stato bisogna ripercorrere le nostre vite precedenti (ovviamente il film mette alla base di tutto l'esistenza e veridicità di questo concetto) e "ripulire" la nostra anima, eliminando tutte le cose che in tutto il suo percorso l'hanno resa "viva", fragile, "umana".
Non è un caso che la primissima scena che vediamo della vita di Gabrielle (nella Parigi del 1910 che, di lì a poco, verrà sommersa dalla storica alluvione della Senna), primissima scena che per tecnica (piano sequenza) e ambientazione (palazzo signorile e tutti in costume) non può non rimandarci ad 
Arca Russa, dicevo non è un caso che una delle prime frasi che dirà Gabrielle sia "Io tengo alla mia anima".
Come se, in qualche modo, la Gabrielle che si sta sottoponendo a quel trattamento fosse già in "protezione" e in conflitto con il procedimento stesso.
"Sto facendo questo processo ma tengo alla mia anima, non voglio che scompaia"
(e il film poi confermerà quanto quella frase fosse sentita e profonda).

Ma c'è subito un altro caposaldo del film che viene fuori sin dalle primissime battute, ovvero quello che dà titolo al film, La Bestia.
Gabrielle vive la propria vita con la costante sensazione che stia succedendo qualcosa di terribile, una tragedia, una sciagura, un qualcosa che può annientarla.
Questo qualcosa è reificato in questa Bestia che però, a sua volta, sempre astratta rimane, (alla faccia della reificazione...), reificazione che, in qualche modo, è quindi soltanto semantica…

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Bonello porta avanti questo discorso in The Beast attraverso una narrazione non cronologica e volutamente asimmetrica, rapsodica nella gestione delle tre storie; una narrazione tenuta insieme da rimandi interni a volte diretti, altre basati sulla suggestione, sul link nascosto (come nei videogiochi di qualche decennio fa) piuttosto che sul collegamento esplicito. In un’epoca in cui il concetto di multiverso sembra aver ormai invaso la narrazione audiovisiva, il regista francese ne adatta a suo modo la logica alla più archetipica delle love story: quella, cioè, di due amanti impossibilitati a trovarsi attraverso le epoche – e i mondi – bloccati qui non da una qualche divinità, ma dalle stesse logiche generate (inconsapevolmente?) dall’evoluzione tecnologica. Un’evoluzione forse nascosta dietro un glitch, evocata ai margini del campo visivo come un mostro informe, insidiosamente celata ma capace di azzerare del tutto l’umano. Capace, anche, di rovesciare un plasticoso happy ending in un inquietante suggello distopico, con qualche collegamento (ma forse è solo una nostra suggestione) col finale dell’indimenticato classico della sci-fi orrorifica Terrore dallo spazio profondo (1978). Una scelta confermata anche dai (non) titoli di coda con QR Code da scansionare, “gioco” metatestuale ardito quanto coerente con l’impostazione del film.

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Perno del film, tuttavia, è il setting futuristico e distopico rappresentato dal 2044. In un’epoca in cui le intelligenze artificiali hanno rimpiazzato quasi completamente l’umanità, ogni forma di socialità, di condivisione emotiva, di sfogo collettivo è ormai scomparsa. Ciò che è rimasto è l’individuo in una forma epurata dalla sua umanità, nonostante il processo di eliminazione delle emozioni al quale ci si può sottoporre venga definito proprio come purificatorio. Gabrielle, che a differenza della piega che ha preso l’umanità, è realmente intelligente, è in dubbio sulla validità del processo, convinta che la relazione che la lega a Louis tra le epoche sia più forte di ogni cosa…

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Anche stavolta, Bonello conferma il proprio amore per la contaminazione tra più generi: nelle quasi 2 ore e mezza del lungometraggio si alternano e si intrecciano almeno tre film differenti non soltanto per contenuti e tematiche, ma anche per regia, fotografia, montaggio e colonna sonora.
Un accostamento spavaldo, che alterna un racconto sci-fi minimalista chiaramente debitore degli incubi di Philip K. Dick, un lento e intenso melodramma in costume e un thriller-horror al cardiopalma, a loro volta attraversati trasversalmente da una marcata vena onirico-simbolica che a più riprese sembra voler strizzare l’occhio a Inland Empire, a Mulholland Drive e all’immaginario visivo di David Lynch.

Il risultato è un film molto lungo, volutamente disomogeneo e a tratti un po’ pretenzioso, che però ha il grande merito di proporre una narrazione ambiziosa e proteiforme. Con il suo folle viaggio psicologico, cronologico e genetico, il racconto di La Bête va molto al di là della mera sperimentazione formale, e scava a fondo nei sentimenti dello spettatore con una ricerca stilistica mai fine a se stessa.
Missione compiuta, quindi? A nostro avviso, assolutamente sì.
Bertrand Bonello, tuttavia, deve condividere il plauso con la memorabile Léa Seydoux e il convincente George MacKay: la sceneggiatura non è sempre così compatta, e senza il contributo di due interpreti così versatili e capaci di adattarsi a qualsiasi linguaggio cinematografico non sarebbe stato affatto semplice raggiungere il medesimo risultato…

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mercoledì 14 dicembre 2022

Apollonide – Bertrand Bonello

il film è tutto ambientato in un bordello di Parigi, nel quale le prostitute trascorrono una vita da recluse, tristi e prigioniere.

le risate delle puttane, quando ci sono, sono forzate, solo fra loro diventano in qualche modo libere, qualcuna ha un progetto, ma chissà se riuscirà a realizzarlo.

fra i clienti ci sono anche sadici e potenziali assassini, quelle ragazze sono solo cose di poco valore.

ci si sente solidali con quelle poverette, questo è sicuro, e si fa il tifo per loro, promesso.

buona (incasinata) visione - Ismaele



 

 

Champagne is a constant presence in every scene. Clients and prostitutes all seem quietly drunk. One girl is addicted to opium, and offers another a puff on the pipe: "It makes the sex easier." Sex alone is not enough for jaded clients. One girl pretends to be a geisha, another an automaton. Madeleine (Alice Barnole) has the illusion that she and her favorite client love each other. "I want to tie you up," he says. She agrees. He tickles her neck and face with a knife. She doesn't like this game and asks him to stop. "I pay, I say," he says, and then slices both her cheeks open from the lips.

She now becomes "The Women Who Laughs," her face horribly disfigured behind a veil. The client continues to come to the house. A prostitute has no rights. Eventually, however, this man meets a gruesome fate. As the overhead and rent increase at L'Apollonide, Marie-France is forced out. She is not a cruel dictator, but remote and stately, gliding through rooms, softly issuing instructions. An epilogue suggests that all prostitution is a deadly form of bondage, and L'Apollonide is a comparatively more comfortable form of it.

Time and space are unclear. We never have a sense of where the rooms are in relation to one another. Some moments repeat. Others never happened. Modern music is heard when it should not exist. The girls like to move their wetted fingers on the rims of their champagne glasses to produce mournful music. No one, male or female, has any fun, but the men behave as if they do. They are all half-stupefied by the languor in which they drown.

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L'absence de choix ou du moins la restriction du choix règne. A cette maison close de luxe, il n'y a guère de porte de sortie souhaitable : la menace du bordel-abattoir ou la misère. Pour garder un infime espoir : la demande en mariage par un riche client. Hypothétique mirage.
Les hommes, les pauvres, sont cantonnés à une humanité parallèle qui feint de se soucier de ces dames, mais ne le fait vraiment jamais. La plupart se contentent d'être obéis au doigt et à la bite. Et tout le film montre très bien toutes ces problématiques, plus complexes qu'on ne pourrait se l'imaginer, ces contradictions, ces malversations morales, si je puis dire, sans aucune vergogne, cette misère sociale, ce déséquilibre entre hommes et femmes, ces injustices.
Ces aberrations sont montrées de manière frontale et ultra réaliste. Un film assez efficace, une illustration sans concession d'une réalité historique dont la littérature a trop souvent édulcoré l'âpreté.

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Bertrand Bonello es cruel. Me deja sin libertad. No puedo quedarme indiferente, aunque quiera distanciarme, aunque trate de alejarme de sus pasajes violentos, aunque trate de salir de esa atmósfera irrespirable y oclusiva. L’Apollonide (Casa de Tolerancia) es el cine pleno que no escatima en capturarnos en su pegajosa telaraña, como si fuésemos pequeñitas moscas atrapadas en la red de una espeluznante araña. No servirán de nada nuestros lamentos ahogados. Tiene esa fuerza esotérica de lo barroco que no duda en arrojar tal profusión de sensaciones y emociones que solo hay una solución, una que a la postre será nuestra perdición: el embelesamiento; hemos caído en la trampa como la incauta mosca. Y cuando queramos salir de allí, cuando nos agobie con los estragos de la descomposición de esta urna mortuoria, cuando avistemos la putrefacción y casi olamos el aire cargado y corrupto, no podremos hacerlo. Bonello es muy cruel, nos hace prisioneros suyos, sin piedad, sin remisión.

L’Apollonide (Casa de Tolerancia) es la crónica del fratricidio de la belleza, aquello que es ingobernable y que pertenece a la perfección de un cuerpo imaginario…

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Ritratto anemico e beceramente decadente ritratto della vita all'interno di una casa chiusa Parigina (temporalmente piazzato, con grande furbizia e ostentata sottolineatura, a cavallo tra la fine del 1899 e il 1900), L'Apollonide inanella con una sfacciataggine impressionante una serie di difetti che pare non finire mai.
Bonello sembra più interessato a ritrarre con falsa malizia i nudi più o meno integrali delle sue protagoniste che non a raccontare una storia e dei personaggi, indulgendo in sequenze estetizzanti che vanno dall'artistoide all'intellettualistico, sempre col velo di una voglia di provocazione che vorrebbe scandalizzare i benpensanti a colpi di sesso, sangue, dolori e tristezze ma che pare frutto dei capricci di un preadolescente.

In questo panorama piatto e noioso, per di più fastidioso esteticamente, che potrebbero semplicemente far archiviare il film come uno scult, ecco che Bonello batte sul tasto della collocazione temporale, cita le griffe, con il banale intento di raccontare come il XX secolo fosse un secolo nato su fondamenta fatte di squallore e sfruttamento. Grazie per la sottolineatura.
Ma al tempo stesso celebra progressivamente il mito della casa chiusa come luogo tutto sommato romanticamente affascinante e persino umanitariamente utile.
Perché le ragazze - tutte puttane con un cuore, ovviamente, parte di una grande famiglia allargata - sognano l'emancipazione, ma la prospettiva della chiusura della loro casa le riempie di tristezza e panico, mentre i clienti rimpiangeranno un luogo tanto rilassante ed elegante…

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venerdì 23 settembre 2022

Zombi Child - Bertrand Bonello

solo il fatto che il protagonista del film sia Haiti, in un film francese, penso che sia abbastanza fastidioso per la Francia carnefice.

una storia fra ieri e oggi, con una ragazzina che risveglia spiriti cattivi, per avere l'amore di un ragazzo, proprio folle anche la zia di Mélissa, che si presta a una cosetta da niente, con esiti drammatici, per un po' di soldi, chissà, o pervhé Fanny eè amica della nipote.  

non svegliare lo zombie che dorme, sembra di capire.

bel film, ma non quanto Nocturama, secondo me.

buona (pericolosa) visione - Ismaele

 

 

 

 

Affondando il teen movie nel movimento panafricano e anticolonialista, Bertrand Bonello realizza un film politico, a partire dalla 'storia vera' di uno zombie haitiano, evoca il vudù, la schiavitù e il persistere della relazione problematica tra Francia e Haiti. Allegorie politiche e poetiche, gli zombi di Bonello avanzano lenti accanto a quelli melanconici di Jacques Tourneur (Ho camminato con uno zombi) e differenti da quelli voraci e putrescenti di George Romero o più recentemente di Jim Jarmusch. L'autore francese recupera le origini del mito e fa avanzare parallelamente due storie che finiranno per incrociarsi a Parigi, nei corridoi di una scuola fondata da Napoleone dove si insegnano i valori della Repubblica e si ignora che Haiti, "la più bella colonia del mondo", era un inferno di orrore schiavista.

Nell'amnesia storica, Bonello insinua gli echi di un Occidente imperialista e capitalista, nell'esorcismo di una pena amorosa, un culto animista africano combinato col cristianesimo. Se Clairvius Narcisse, il non-morto tornato al mondo, incarna una forma radicale di riappropriazione dell'anima e del corpo degli schiavi e dei loro discendenti, Fanny interpreta all'inverso la rappresentazione del vudù nell'immaginario occidentale. Un immaginario essenzialmente adolescente che ha sostituito il rock col rap.

Dopo aver indagato il senso dell'azione politica (Nocturama) dentro un grande magazzino-tomba che finiva per divorare i protagonisti, morti viventi dandy e senza un domani, Bonello gira un altro film sepolcrale e di grande finezza politica. Alla putrescente macchina di morte hollywoodiana dona un atto di nascita, alla lettura orrorifica una versione lirica. Tirato tra due racconti e due temporalità differenti, tra mondo primitivo e mondo civilizzato, tra magia e razionalità, Zombie Child è una sutura formale a una ferita storica, che conta tra i suoi 'attori' lo storico francese, Patrick Boucheron.

Girato con un budget modesto, il film guadagna una semplicità che conviene al cinema al quale l'autore rende omaggio. Zombie più splenico che affamato, Clairvius Narcisse ritorna dai rimossi della Storia colonizzatrice e schiavista, riesumando la tragedia degli oppressi e riprendendosi il suo posto nel mondo sulle note struggenti di "You'll Never Walk Alone".

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…Caos e distorsioni si insinuano con sottigliezza, per disturbare l’ordine della messa in scena di Bonello, che mescola con fluidità diversi spazi, diverse temporalità. Al confine tra etnologia e fantasia, Bonello traccia il destino del haitiano Clairvius Narcisse, vittima di un incantesimo voodoo, che lo ha trasformato in uno zombi. Mescolando storie ed epoche, tra Haiti nel 1962 e Parigi oggi, tra Narcisse, un giovane haitiano di 15 anni, e sua zia, sacerdotessa voodoo, Bonello restituisce allo zombi la sua storia e la sua dimensione politica. L’uso della “polvere di zombi” per ridurre uomini e donne in schiavitù, per vendetta o sfruttamento sociale, è un uso improprio del voodoo, a scopi malvagi, lontano dalle origini di questo culto religioso e di pratiche magiche che dovrebbero collegare il mondo dei morti e quello dei vivi in ​​una pacifica convivenza. Bonello restituisce allo zombi la sua identità, le sue radici. Lo libera da decenni di incomprensioni e ignoranza. E conferma di essere forse l’unico cineasta in Francia capace di avventurarsi con successo nel fantastico, senza mai trovarsi nell’imitazione goffa o servile dei modelli anglosassoni.

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Bonello trasforma la figura dello zombi da minaccia verso l’ordine costituito (il grande terrore dell’immaginario hollywoodiano) a vittima di un regime repressivo. Si passa così dalla paura occidentale per il disfacimento del sistema alla paura suscitata dal sistema stesso. Il corpo zombificato, osservato con umana pietas, diventa corpo storico attraverso cui rivivono i fantasmi dell’orrore schiavista, così come nel precedente Nocturama - che con Zombi Child compone un dittico ideale - i corpi ridotti a manichini dei giovani attentatori diventano immagine agghiacciante della deriva capitalistica. Non è un caso del resto che tra le fonti ispiratrici di Nocturama Bonello citi proprio Zombi di George A. Romero. Ma se la rigorosa bipartizione narrativa e stilistica del film precedente avviene in continuità, in Zombi Child questa divisione è affidata al contrario alla ricorrente alternanza dialettica dei due piani temporali (Haiti 1962, Parigi 2017) che, allacciando tra di essi relazioni sotterranee e intermittenti («La storia è un flusso discontinuo di eventi» insegna, nel film, lo storico Patrick Boucheron alle allieve del collegio parigino), istituisce una rete di relazioni che proiettano la riflessione sul colonialismo ben al di là della mera storia haitiana.

In modo intelligente e lampante, Bonello conduce tale riflessione proprio attraverso il lavoro sul sottogenere-cinematografico (appunto lo zombie-movie), come terreno di indagine di uno scontro sociale, politico ed economico che si fa lotta dell’immaginario. Come l’Occidente ha vampirizzato la figura dello zombi, colonizzandola a proprio uso e consumo fino a snaturarne l’identità originale, così il regista racchiude il retaggio della tradizione vudù, veicolata dal personaggio di Mélissa, all’interno di uno spazio asettico e restrittivo, il collegio parigino voluto da Napoleone, in cui si condensano le contraddizioni di un’Europa divisa tra valori democratici e la sua eredità imperialista. Spazio-ventre in cui domina un bianco abbacinante, in contrasto con le tinte fosche e il decadente lirismo del primo livello narrativo. Ma qui Bonello, regista di forze oppositive e radicali ribaltamenti, attua la sua inversione. Non è Mélissa a lasciarsi fagocitare, ma sarà al contrario l’amica Fanny a rischiare di smarrire sé stessa quando, spinta da una concezione superficiale e distorta della religione vudù, si sottoporrà a un rituale per lenire le pene d’amore, finendo accidentalmente posseduta dalla terribile divinità Baron Samedi, in un finale di inquietante potenza visionaria. Se dunque l’immaginario occidentale agita dapprima l’inconscio di Mélissa - che in una scena onirica si immagina nelle vesti di un famelico zombie mangia uomini -, è infine lo stesso Occidente a collassare metaforicamente su sé stesso, schiacciato dall’arroganza di poter addomesticare culture a sé estranee.   

Horror d’autore tra i più intelligenti nel rileggere il tema zombie, tra istanze storiche e riflessione universale, Zombi Child è anche un’esperienza cinematografica di magnetica fascinazione. Nonostante il budget modesto, Bonello non rinuncia al suo cinema estetizzante, prezioso e suggestivo in ogni sua inquadratura, qui più che mai immaginifico, capace di evocare luci e ombre del folklore magico haitiano, aleggiando sul filo di una perturbante inquietudine. L’ennesima conferma della vitalità e dell’importanza di questo autore.

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venerdì 21 gennaio 2022

Nocturama - Bertrand Bonello

un gruppo di ragazzi e ragazze decide e fa qualcosa che si sentirà in tutta Patigi, una serie di attentati contemporanei contro dei simboli del potere politico, economico, ideologico, cercando di non fare del male a nessuno, neanche loro sanno come andrà a finire, sono preoccupati di tornare a casa in ritardo, il Potere non si fa domande, è caccia all'uomo.

i giovani sono dei moderni nichilisti, senza un grande vecchio dietro, amano l'idea dell'azione chirurgica ed eclatante, ma poi?

si rifugiano, come d'accordo, in un grande magazzino di beni di lusso e aspettano che si calmino le acque, godendo di quei beni di lusso, che sono l'altra faccia del Potere.

un film disturbante, difficile da incasellare, Bertrand Bonello è un regista coi fiocchi e confeziona un film esplosivo, senza attori famosi, solo con dei ragazzi che faranno strada.

un gran film da non perdere, vi terrà inchiodati alla poltrona, con più domande che risposte.

buona (straordinaria) visione - Ismaele

 

 

 

Tagliato in due e articolato in due momenti, di cui il secondo prolunga e chiarisce le intenzioni del primo, Nocturama è una sinfonia funebre che 'suona' il giudizio senza appello di giovani disperati sul mondo che li attende, o piuttosto che non li attende più. Cellula di ragazzi venuti da orizzonti diversi che convergono in un'unica rete (metropolitana) come tonni alla mattanza, i protagonisti di Bonello centrano il cuore di Parigi, prima degli attentati del 13 novembre. Perché il film era già stato scritto per quella data. Se da una parte Nocturama è indiscutibilmente nutrito dalle tensioni del mondo, dall'altra ne è scollato, isolato in un 'a monte' che non s'incarica di interpretare l'attualità violenta degli ultimi mesi in Francia, a Parigi.
Bonello non giudica i suoi protagonisti, non prende (le) parti, limitandosi a posare uno sguardo. Non fa un cinema politico ma fa politicamente del cinema, seguendo con rigore bressoniano una ronde ipnotica di gesti, movimenti, spostamenti, spiazzamenti interrotti da due flashback che non spiegano le ragioni dei terroristi ma giustificano la possibilità della loro unione: come e non perché far esplodere delle bombe in città. Più fondato sulla sensazione che sulla comprensione, come sovente nel cinema di Bonello, Nocturama priva il terrorismo del suo nucleo semiotico, infila la Samaritaine e scivola sulla superficie delle cose fino a emergere nella seconda parte la motivazione incosciente dei giovani attivisti criminali. Nessuna rivoluzione, nessuna rivendicazione, nessuna religione, nessuna (in)coscienza politica, nessuna ingiustizia sociale, soltanto la fantasia infantile di chiudersi una notte intera nel paese dei balocchi per godere di una tregua, godere senza censura o interdizione alcuna…

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Bertrand Bonello porta in scena la lirica dell’azione nel suo farsi, nel suo divenire, eludendo qualsiasi morale, spiegazione o labirintica connotazione psicologica, penetrando nelle dinamiche della tensione e scavando sino a raggiungere il nervo scoperto da stuzzicare ferocemente. Il linguaggio filmico non è impregnato di metafore politiche o ideologiche, ma offre all’occhio uno spaccato sul corpo marcescente di un sistema consumistico in definitiva consunzione, in uno stato di decadimento tale che l’unica risposta non può che essere la sua demolizione. In un realismo che è astrazione da sé, dove la carne diventa parte dello spazio in cui si muove, i corpi notturni sono un riflesso, una derivazione della metropoli in cui vagano, in una dimensione del reale traslata ad un piano quasi fantasmico…

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No teniendo suficiente, Bonello utiliza otro recurso temporal fantástico hacia el final del film, retrocede varios segundos en el tiempo para mostrarnos la misma escena pero desde puntos de vista diferentes. Finalmente, el uso de la pantalla partida extradiegética y diegética (cámaras de seguridad) sirven de guinda del pastel.

Nocturama es una de las películas que mejor trabajan la tensión del espectador gracias a la lección sobre el tratamiento del tiempo que Bonello desprende durante los 130 minutos de duración del film. Y, aunque queden en un segundo plano, el trasfondo de la historia y de los ataques terroristas no son solamente interesantes sino necesarios teniendo en cuenta los tiempos convulsos en los que vivimos.

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Uno de los aciertos capitales de Bonello está en hacer desaparecer de la trama al impulsor de los atentados, dejando al grupo de jóvenes protagonistas huérfanos de líder y a su espectador de explicaciones. El encierro en el centro comercial le sirve para mostrar que sus terroristas (denominados según la sensibilidad actual) son jóvenes hedonistas corrientes, entre asustados y aburridos pero nunca demasiado conscientes de las implicaciones éticas de sus actos. Esta familiaridad desprejuiciada provoca una incomodidad que va en aumento al revertir la percepción de indefensión en el relato. En el planteamiento, un plano aéreo sobre París y un montaje alterno de los movimientos orquestados de sus protagonistas (la forma que tiene Bonello de combinar los movimientos de avance físico de personajes con el ritmo fílmico es digna de estudio) sugieren que la indefensa es la ciudad. Pero su desenlace, tras la maniobra de acercamiento que disipa la apariencia de implacabilidad del grupo de muchachos, la sensación es muy distinta. Mientras que el acto revolucionario es pasional, los mecanismos que el sistema emplea para erradicar las anomalías son de pura frialdad racional. El empresario que recorta puestos y el policía que dispara sin vacilar son, en este sentido, mecanismos de funcionamiento estándar. Que Bonello logre generar dudas sobre si la violencia institucional (insistimos, en su acepción más amplia) es plenamente justificable frente a la violencia agitadora ya entraña un mérito indudable. Que lo haga además en la época más inapropiada para plantear estas ambigüedades es un ejercicio de valentía pura. Nocturama es una de esas películas que definen con puntería una época a base de meter el dedo en sus llagas y hurgar hasta lo más profundo.

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dopo le polemiche, il silenzio. Sembra essere questa la condanna riservata al film di Bonello che racconta la vicenda di un gruppo di giovanissimi attentatori francesi impegnati a mettere a ferro e a fuoco Parigi. Il soggetto scomodo – pensato da Bonello già a partire dal 2011 e portato a termine casualmente proprio a ridosso dei recentissimi attentati avvenuti nella capitale francese – avrebbe dovuto invitare qualcuno a proporre Nocturama come nuovo film-scandalo. Così almeno sarebbe successo un tempo, in linea con un approccio commerciale se si vuole cinico, ma che permetteva di vedere tutto, e magari di contestare e di aprire un dibattito.
E, invece, il fatto che non se ne parli, il fatto che lo si nasconda e lo si celi sembra poter confermare paradossalmente l’assunto stesso del film: la civiltà europea, preda di un isolazionismo spaventoso, individua i nemici all’esterno mentre nel frattempo mangia se stessa, per una autofagia silenziosa che – se si continua così – non lascerà nulla del Vecchio Continente, ad eccezione di qualche simulacro…

…dividendo nettamente il film tra una prima parte perlopiù in esterni in cui si vedono i protagonisti mettere in pratica i loro piani omicidi-suicidi e una seconda parte in cui li vediamo rifugiarsi nel già citato centro commerciale. Qui, nella direzione di un’astrazione che si fa via via più chiara, ecco spalancarsi il nucleo discorsivo del film: i ragazzi si rispecchiano nei simulacri della civiltà e vi aderiscono per noia, in attesa del momento del giudizio. Così, se nella prima parte per diversi aspetti poteva venire in mente Elephant di Gus Van Sant (dove però da un lato vi è in Bonello una regia meno rigorosamente allucinata, mentre dall’altro i flashback ‘motivazionali’ sono più efficaci rispetto al film del cineasta americano), nella seconda non possono che venire in mente due classici dell’orrore della società dei consumi: Zombi di George Romeo e Dillinger è morto di Marco Ferreri. Il primo per la contiguità con la morte e con la fine della civiltà, per quella sensazione di assedio permanente, per il contrasto interno-esterno (l’interno ovattato e apparentemente rassicurante del centro commerciale, contro un esterno rumoroso e in ebollizione) e, infine, per quel gioco bambinesco dell’usa e getta della merce; il secondo – il film di Ferreri – per l’atarassia esistenziale che si trasforma in ‘spensierata’ brama omicida e che si traduce in volontà di potenza e insieme di annullamento.

E se non mancano in Bonello alcune sottolineature a volte un po’ oziose e superflue (lo show di uno di loro che si mette a cantare My Way), queste restano nettamente sullo sfondo rispetto a una impressionante serie di immagini e situazioni glacialmente significative (su tutte, la statua di Giovanna d’Arco che brucia e che ci guarda in primissimo piano; cosa che ha fatto arrabbiare molto il Front National, abituato a riunirsi ai piedi del monumento).
L’Europa non è un continente per giovani, si potrebbe dire ancora a proposito di Nocturama. E allora ecco che la polizia e il governo francesi fanno sapere che con i terroristi non c’è alcuna possibilità di trattativa: sono stati identificati come nemici dello Stato e dunque come tali andranno trattati. E così il sipario si chiude, ma non solo e non tanto su un gruppo di ragazzini, quanto su noi stessi…

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…Un gruppo di giovani, eterogeneo da un punto di vista etnico e sociale, è accomunato dalla volontà dei membri di improvvisarsi terroristi. Gli attacchi simultanei sono rivolti a danneggiare i simboli del denaro e della tradizione francese.

Ci vuole poco per smascherare dei ragazzi inebriati da idealismi (volutamente non menzionati) che perseguono con mezzi di bassa caratura. In tal senso, il grande magazzino in cui si rifugiano è pieno di tentazioni, ed il gruppo si lascia così sedurre dall’edonismo capitalista griffato Nike. Società e sovversivi: due facce della stessa medaglia.

Maniacale attenzione alla fotografia, uso sapiente dei fuori campo e colonna sonora ricercata: con Nocturama, il regista Bertrand Bonello mette il timbro sul suo stile e si conferma uno dei cineasti ‘pop’ più interessanti del panorama internazionale.

Un finale lontano da ogni didascalismo di sorta esalta Nocturama fino a renderlo un autentico must watch degli anni ‘10.

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