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domenica 8 marzo 2015

Patria - Felice Farina

difficile trovarlo, questa settimana solo in 10 sale.
l'ho visto quando erano presenti anche Francesco Pannofino e Felice Farina.
è un'accoppiata film-documentario, un modo per ricordare la nostra storia recente, ispirato da un libro di Enrico Deaglio ("Patria 1978-2008") che fa la cronistoria di quegli anni.
i tre protagonisti sulla torre parlano, discutono, ma i loro discorsi sono un po' retorici, autistici e impotenti, e intanto quella giornata li fa conoscere meglio, anche se "l’era dello sfruttamento così non diventa più breve" (usando le parole di Bertolt Brecht).
un film per fare memoria, che fa male ma serve per capire - Ismaele

ps: non adatto a chi soffre di vertigini




L'operaio Salvo si arrampica sulla torre della fabbrica dove lavora, per protesta contro il licenziamento, o forse solo per rabbia cieca, minacciando di buttarsi giù. Giorgio, operaio e rappresentante sindacale, anche se di carattere e fede politica del tutto opposti, sale per aiutarlo. Luca, custode ipovedente e autistico, si aggiunge per fare loro compagnia. Nell'arco di una notte, ripercorrono gli ultimi trent'anni della vita del paese.
«Ho tradito le forme del documentario con un esperimento, inseguendo la memoria di un film amato, che è Hiroshima mon amour di Resnais: quel modo di legare i frammenti di repertorio allo svolgersi di un racconto presente, quel fonderli in una sola cosa sincronizzando le emozioni della Storia a quelle dell'azione scenica. Il risultato è indefinito, come indefinito è l'oceano di ombre e luci della memoria». [Felice Farina]
Ci voleva Felice Farina per far diventare la controstoria di Enrico Deaglio, Patria, un film di sentimenti, ricordi, carne viva. Una protesta più casuale che consapevole di due lavoratori e di un matto illuminato diventa il dialogo tra un italiano (Citran), un antitaliano (Pannofino) e un non so (Carlo Giuseppe Gabardini). Farina li confina in una torre, da cui loro buttano ciò che odiano, in cui si scoprono simili, nelle differenze che la post ideologia ha consegnato loro più per abitudine che per riflessione. L'Italia sbagliata dell'ultimo trentennio passa in flashback di repertorio, iconografia in movimento del nostro fantasioso squallore, e nelle loro parole. Fin quando arriveranno Roberto Baggio e la solidarietà. Perché Farina sa che l'unione fa la forza dei lavoratori e che da combattere, prima del Potere, è la guerra tra poveri. [Boris Sollazzo]

La storia di finzione che Farina ha innestato sulle suggestioni storiche del libro di Enrico Deaglio che del film è stato il punto di partenza, sono poco più che pretestuose. I tre protagonisti sono tre figurine stereotipate e monodimensionali, plausibili e banali allo stesso tempo, la cui unica funzione è quella di citare un po' forzatamente gli eventi che s'insinuano nel film sotto forma d'immagini di repertorio, e di fungere da sommario di quella storia bignamesca che Patria rappresenta.
Va certamente riconosciuto il lavoro notevole svolto da Esmeralda Calabria, montatrice, che accavalla le immagini con intenti evocativi e riesce a toccare le corde emotive dello spettatore, ma è il semplice susseguirsi degli eventi e il suo lineare incrociarsi con la cornice fiction a penalizzare questo risultato.
Con il suo pedagogismo elementare, Patria ricorda e passa in rassegna, senza dubbio, ma omette fette di storia e punti di vista magari "di minoranza" ma non minori, si lascia catturare dal buco nero dell'ossessione (legittima ma non necessariamente costruttiva) per il demone Silvio Berlusconi e, soprattutto, rinuncia - come ogni Bignami che si rispetti - a qualsiasi tentativo di critica, d'interpretazione, di rapporto dialogico con quello che viene raccontato e col presente…

L'idea di Patria è accattivante, e la scelta di rendere protagonisti tre "sfigati di cui non importa niente a nessuno" è nobile. Purtroppo però l'esecuzione filmica della storia è debole e poco chiara nell'identificare un rapporto di causa-effetto fra gli episodi storici e la situazione dei tre uomini sulla torre. Chi non conosce il passato recente dell'Italia - leggi: i giovani - avrà difficoltà a capire a quali eventi e quali personaggi si riferiscono le tante immagini reali che inframmezzano la narrazione fictional creata da Felice Farina come filo conduttore. Le scritte sui titoli di coda come compendio storico-politico arrivano troppo tardi a sostituire un vuoto drammaturgico, così come le ipotesi sul destino futuro dei tre protagonisti fanno venire voglia di vedere quel film, invece di quello che abbiamo appena visto…

Deaglio è onorato e ammirato del film che peraltro si volge nella sua città d’origine, Torino. “Onorato perché pensavo che non ce l’avrebbe fatta ma  Felice ha messo tanta passione nel volerlo realizzare, affidandosi a un’idea narrativa brillantissima. Ammirato  - continua il giornalista - perché ho avuto la sensazione di un film profondo, che lavora dentro lo spettatore, oltre la bravura degli interpreti e la qualità dei dialoghi e l’uso attento dei materiali di repertorio. Tutta quella storia d’Italia diventa un flusso potente che provoca il pubblico”.

in questo lavoro ben costruito di cinema artigianale a basso budget aiutano di certo le nuove tecnologie: “Senza il digitale – spiega ancora il regista – tante cose oggi non le fai. E’ vero per ogni industria. I musicisti registrano i pezzi in casa. Noi abbiamo i droni e il green screen che ti permettono di fare cose fantastiche a costi così bassi che solo cinque sei anni fa sarebbero stati impensabili. Il set è una vera fabbrica, ma sarebbe stato proibitivo portare la troupe in alto sulla torre, per cui abbiamo preferito ricostruirne la cima in un teatro di posa di Cinecittà e lavorare di sfondo verde, per poi aggiungere lo scenario realmente fotografato dalla torre in un secondo momento”. 
“Il film lo devono vedere soprattutto i giovani – dice ancora Pannofino – io sono nato nel ’58 e dunque col dopoguerra relativamente vicino, ma era cronaca e non storia. I ragazzi di oggi devono conoscere la nostra storia per capire che non tutto è brutto nel nostro paese, non ci sono solo brutture e corruzione”. 
“Tra l’altro – conclude Farina ancora in vena di ottimismo – sono rimasto molto positivamente colpito proprio dalla reazione dei giovani che lo hanno visto a Venezia. Certo erano i più attenti, accorti e preparati, ma hanno partecipato con verve, sfatando il luogo comune che li vede sempre immersi nei loro cellulari e nelle loro Playstation. I miei nonni mi raccontavano del fascismo e dei rastrellamenti, insomma le informazioni venivano ancora tramandate per via orale, mentre i giovani di oggi sono cresciuti nel mondo della cross-medialità frammentata. Vedere che sono ancora interessati alla nostra storia mi fa capire che ho raggiunto un obiettivo”. 

La messa in scena di Patria 1978-2010 di Enrico Deaglio sembra un’anima divisa in due, inconciliabile, esteticamente divergente. Se da un lato non possiamo che apprezzare il lavoro sui materiali di repertorio, con un sagace utilizzo dell’audio a enfatizzare la già drammatica e a tratti insostenibile portata delle immagini, non possiamo però sorvolare sulla fiction che dovrebbe fare da collante. Lo script firmato da Luca D’Ascanio, Dino Giarrusso, Beba Slijepcevic e dallo stesso Farina si impantana in un meccanico vis-à-vis tra l’operaio berlusconiano Salvatore (Francesco Pannofino), rozzo e dai modi bruschi, e il sindacalista di sinistra Giorgio (Roberto Citran), consapevole e idealista. Ai due si aggiunge il custode ipovedente e autistico Luca (Carlo Giuseppe Gabardini), che sciorina fatti e misfatti dagli anni Settanta a oggi. E così si saltabecca dalla fabbrica che chiude del trio di sconfitti Salvatore-Giorgio-Luca, arroccati in cima a una torre tra la generale indifferenza (dei padroni, delle forze dell’ordine, soprattutto degli organi di informazione), al sequestro Moro, alla piaga dell’eroina che ha falcidiato una generazione, a Gelli, Ambrosoli, Sindona, a Gardini e al Pentapartito, a Tangentopoli e Forlani, a Berlusconi. Il flusso storico è inutilmente inframezzato, interrotto, condito da parole banali…

mercoledì 17 dicembre 2014

Neve - Stefano Incerti

Stefano Incerti ha fatto alcuni film belli, piccoli film, ma belli, di quelli che poi ti ricordi con affetto.
"Neve" è un film strano, non tutto viene detto, tocca a te entrare dentro il film piano piano, è un thriller poco urlato e poco violento, e però alla fine capisci bene che i due protagonisti non sono come vorrebbero essere, e che il loro incontro li cambia entrambi.
poi non sai se l'incontro è casuale e se tutto è eterodiretto (e anche come fa a sparire una ferita grandissima il giorno dopo, forse una brutta distrazione della sceneggiatura o del montaggio).
la neve abruzzese è la stessa de "Il grande silenzio" di Corbucci, tutto copre e tutto vuole nascondere.
questa settimana era "addirittura" in 19 sale in tutta Italia, non sarà facile trovarlo, ma si vede bene, provateci, si vale il prezzo del biglietto, fosse anche soltanto per i bravissimi protagonisti - Ismaele




da un'intervista a Stefano Incerti:

...Neve è un film realizzato in condizioni difficili...
Sì perché dopo Gorbaciof, da cui erano già passati quasi tre anni, avevo voglia di tornare a girare subito e con Formisano abbiamo deciso di far partire immediatamente le riprese, senza aspettare risposte sui finanziamenti pubblici. Nonostante avessimo chiesto una cifra piccola, poi, siamo stati i primi esclusi nella graduatoria stilata dalla Commissione del Ministero, mentre abbiamo avuto un contributo europeo dal programma Media. E mi chiedo come mai la commissione che decide queste cose non sia composta da registi o sceneggiatori, ma piuttosto da oscuri funzionari. 

Nasce da un soggetto originale, qual è stato lo spunto? 
La sera prima di iniziare a scrivere questo film avevo visto C'era una volta in Anatolia e, senza apparenti connessioni con quella storia, mi è venuta in mente la vicenda di due solitudini che si incrociano in un panorama innevato, due persone che scoprono se stesse cercando altro, o scappando da qualcosa. Poi ho coinvolto lo sceneggiatore Patrick Fogli, che ha lavorato sulle tinte del noir... 

da qui


Caratteristica sorprendente del film è la quasi totale assenza di violenza (perlomeno fisica) e sparatorie, come usanza del genere. A dominare sono il silenzio, le parole taciute e le espressioni facciali: non ci sono assassini, solo persone disperate. Quello di Incerti è stato un azzardo, il rischio di creare un thriller spento era grande; eppure, grazie anche all’aiuto di due attori come Roberto De Francesco e Esther Elisha, la pellicola non annoia, e anche se l’unica pistola sulla scena rimane inutilizzata e viene tolta di mezzo dopo pochi minuti, le emozioni rimangono forti, anche a causa di tutto ciò che c’è di “non detto”. Seguendo questo filone, anche la fine è taciuta, interrotta, sospesa, lasciata all’immaginario del pubblico e agli occhi dei protagonisti.


…è un mistery che vive più di atmosfera che di azione, un'atmosfera lunare cui contribuiscono in modo imprescindibile i due attori principali: Esther Elisha, bresciana del Benin, assai efficace nel ruolo della bellezza ambigua che alterna tenerezza e avidità, e Roberto De Francesco, memorabile nei panni di un uomo apparentemente qualunque che fa di tutto per rimanere invisibile. La performance di De Francesco non ha nulla da invidiare a quella, altrettanto centrale e indispensabile, di Eddie Marsan in Still Life, e il viso cereo contorto in una smorfia di dolore del suo Donato, a contrasto con quello scuro e vitale di Esther-Norah, resta nella memoria ben oltre la fine di una storia incentrata sull'insondabilità dell'essere umano e l'imprevedibilità del destino.

Quello di Incerti è lavoro interessante, che punta all’essenziale, quale che sia il motivo. Un film sulla solitudine e sul suo contrario, che non sempre è la compagnia. Da assaporare con calma, così come il suo tenore impone, caratteristica che in qualche misura lo limita ma che in fondo è anche il suo maggior pregio nella misura in cui è la via preferenziale per entrare nelle sue corde.

…Stefano Incerti - a distanza di quattro anni dal suo ultimo lavoro "Gorbaciof" - racconta un'altra storia liminare e minimale, un piccolo noir che gioca sui contrasti tra gli interni claustrofobici - le auto, le stanze di albergo, i negozi - e il paesaggio, un vero e proprio genius loci, che dà la cifra stilistica e la struttura spaziale ed emotiva dell'opera.
Questo viene riaffermato dal regista nella messa in quadro con l'utilizzo costante di primi piani e di riprese strette, quando siamo negli interni, oppure di campi lunghi quando si tratta di riprendere le montagne innevate o le strade dei paesi sia di giorno che di notte.
Del resto "Neve" è un film che parla di morte fisica e morale, che colpisce non solo i due protagonisti, ma è all'interno stesso della messa in scena, dove la neve dona un senso tombale ai luoghi (e la cocaina è altra neve che porta dolore e morte). In modo esplicito, questo sentimento di morte viene rafforzato, nella parte finale del film, dalla sequenza notturna all'interno del cimitero -  che opera come sineddoche del tema trattato -  suggestiva e risolutoria per la vicenda di Donato e Norah…

…una struttura narrativa criptica e confusionaria, che semina frequenti quanto gratuiti e contraddittori indizi, che se da un lato vorrebbero approfondire lo struggimento emotivo e i dubbi dei personaggi, dall’altro minano la credibilità dell’intero racconto puntando l’ipotetica risoluzione della vicenda in direzioni diametralmente opposte. Il finale inspiegabilmente (troppo) aperto lascia l’insoddisfacente sensazione della presa in giro, o quanto meno della mancanza di coraggio nell’effettuare una scelta che sia definitiva.
Neve racconta una bella storia che avrebbe meritato una narrazione migliore. Una buona regia e delle convincenti prove attoriali non bastano a innalzarlo oltre una risicatissima sufficienza. Quando le luci si riaccendono rimane impresso soprattutto ciò che fa da contorno. Una patina, appunto, di candidi, immacolati, placidi fiocchi di neve.
da qui

sabato 21 giugno 2014

Adhd - Rush Hour - Stella Savino

finalista al Premio Solinas per il progetto per il miglior documentario nel 2009, terminato un paio d’anni dopo, e solo adesso in sala, ci racconta di qualcosa di cui sappiamo poco o niente, tranne chi ha avuto esperienza diretta.
si tratta dell’ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder), sigla per sindrome da deficit di attenzione e iperattività  è un disturbo del comportamento caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in alcuni casi impedisce il normale sviluppo e integrazione/adattamento sociale dei bambini… (da qui)
non c’è nessun atteggiamento manicheo, le diverse opinioni vengono esposte, il motivo di allarme risiede nel fatto di trattare dei bambini con delle medicine molto forti, delle droghe in sostanza, per qualcosa che non è una malattia.
Il documentario si vede bene, alterna parti scientifiche (che sarebbero anche noiose, da sole) alle facce dei bambini e ragazzi che hanno il disturbo e sono sotto terapia, per una malattia che non esiste.
cercatelo, non si finisce mai di conoscere - Ismaele






…Qual'è il messaggio che voleva far arrivare?
Stella Savino: Il mio lavoro non ha la pretesa di risolvere una questione così complessa in poco più di un'ora. Nonostante la mia posizione sull'uso di farmaci per trattare questo presunto deficit sia fortemente contraria, il mio scopo era quello di sollevare domande, non di pontificare. Per questo motivo ho cercato di inserire il contraddittorio nel documentario, ma tutta la comunità scientifica "pro-farmaci" si è sempre rifiutata di partecipare, alle prime avvisaglie che il film fosse un'opera di denuncia. Per capirci, non ho mai voluto realizzare un documentario alla Michael Moore contro le case farmaceutiche.     Che ruolo ha avuto il Prof. Stefano Canali nella realizzazione del film?
Stefano Canali: Stella Savino si è dimostrata molto sensibile alla tematica, e io mi sono limitato a dare il mio contributo nei momenti che richiedevano spiegazioni tecniche sull'aspetto medico della vicenda. Personalmente il modo con cui viene diagnosticato l'ADHD mi ricorda lo stesso approccio che c'era nei confronti di "malattie" che adesso non sono più considerate tali, come l'omosessualità, l'isteria femminile ecc. Probabilmente nei prossimi anni anche l'ADHD sparirà, anche perchè non ci sono prove che questo deficit provochi danni concreti…

…E' un racconto lucido e obiettivo su come oggi nel mondo venga diagnosticata e curata questa sindrome considerata un'anomalia neuro-chimica di origine genetica. Nonostante siano ancora molte le incertezze sulla diagnosi di Adhd, spesso (soprattutto negli Stati Uniti), bambini e adolescenti vengono curati con farmaci a base di anfetamine. Tutti i bambini del mondo sono per natura irrequieti, ma questo non li rende malati. E allora qual è il confine tra ciò che rientra nella normalità e ciò che, invece, è malattia? È l'interrogativo a cui cerca di rispondere Stella Savino raccontando le storie di chi vive questo dilemma in prima persona…

…Obiettivo del lavoro di Stella Savino è togliere il tappo ad un oscuro vaso che racchiude in sé controverse ricerche scientifiche, approssimazioni diagnostiche e l'incapacità attuale di determinare la vera fisionomia (quanto è attribuibile ai geni e quanto all'ambiente?) di una malattia legata a doppio filo all'uso di farmaci tanto potenti da cambiare l'esistenza stessa del paziente. Tra Europa e Stati Uniti, la regista entra in laboratori di genetica e di Brain Imaging per raccogliere il parere degli scienziati oppure in aule universitarie e scuole elementari al fine di registrare le difficoltà di inserimento e i problemi della convivenza con gli altri. 
ADHD - Rush Hour non può né vuole dare una risposta certa, ma aprire il dibattito, mettere in crisi un sistema, mostrare la vita delle persone a cui è stato diagnosticato il disturbo: il racconto di Armando, diciannovenne romano, colpisce per la lucidità con cui definisce una condizione continuamente alterata, così come quelli di Zache, decenne di Miami, e di Lindsay, venticinquenne di New York, illuminano altri aspetti di un fenomeno in cui rientrano calcoli economici e una diffusa disattenzione…

La pellicola, racconta la storia di diversi bambini che hanno contratto la malattia ADHD, il deficit dell'attenzione e iperattività, una anormalità neuro-chimica geneticamente determinata. In diversi paesi sarà offerta una pasticca di metilfenidato o di atomoxetina. Nel film il dibattito prende vita e l'ONU parla di emergenza sanitaria, denuncia e lancia l’allarme ADHD “ il Consiglio invita le nazioni a valutare la possibile sovrastima dell’ADHD e frenino l’uso eccessivo del metilfenidato (Ritalin). Negli Stati Uniti è stata diagnosticata l’ADHD nei bambini di appena 1 anno”…
da qui

domenica 15 giugno 2014

Solo gli amanti sopravvivono – Jim Jarmusch

è "solo" un film di fantascienza, di vampiri, d’amore, di cultura, di musica tutto insieme, e a livelli alti.
Eve e Adam sono due anziani, ma forever young, vampiri, che stanno fra Detroit e Tangeri, vivono in un mondo di schifo, odiati dagli umani, da cui si devono nascondere.
Eve e Adam (due nomi “importanti”) fanno parte di un’élite, amano Mark Twain, Shakespeare, Cervantes, Foster Wallace, amano la musica, sono evoluti, non mordono più nessuno, si servono, pagando, del sangue degli ospedali, il mondo è difficile, devono spostarsi per sopravvivere, e sono forse gli ultimi depositari del bello e della saggezza, come Marlowe, che muore (Marlowe è venerato come un maestro da Bilal, un umano “normale”, che lo protegge).
gli attori sono almeno bravissimi, sopra tutti Tilda Swinton, che il dio del cinema la conservi.
non è un film facile, non ci sono scene d’azione, a me è sembrato bellissimo, e poi è un film di Jim Jarmusch.
è nei cinema da un mese, in pochissime copie, non perdetevelo -Ismaele





…Solo chi ama rimane vivo; chi sa amare letteralmente per sempre, chi rispetta il mondo che abita, la sua arte, la letteratura, il progresso della scienza, il suono dei nomi. Gli altri, quelli che credono di essere vivi solo perché batte loro il cuore, quelli che hanno perso il gusto, lo sguardo e il dizionario, sono creature noiose e pericolose. Sono loro - i cosiddetti esseri umani - i veri cannibali, gli zombie: gente che si sveglia sempre troppo tardi, che usa e getta, immemore del passato, incurante del futuro, impantanata in un presente più che mai buio, anche e soprattutto alla luce del sole…

…Opera spiazzante, come spesso Jarmusch ci ha abituato nel corso degli anni, che miscela i sempre verdi punti di forza del regista con l’esistenza dei vampiri ed il declino di una società che soprattutto chi la conosce da anni, come i vampiri di lungo corso, non può più ne capire ne accettare.
Il registro di fondo, facendo leva su personaggi ben costruiti, trova diversi spunti surreali e grotteschi con una serie di battute ben assestate, soprattutto l’esperienza legata alla storia ed all’evoluzione,tra scienziati spesso ostracizzati e personaggi storici che i nostri hanno incontrato, ad esempio nel mondo musicale, trova pieno risalto….

Jim Jarmusch rielabora il genere horror-sentimentale, sfruttando una delle figure più icastiche del cinema di questo filone, il vampiro, che, sul grande schermo e nella letteratura, ha sempre assurto al ruolo di entità corporea dotata di una particolare carica perturbante ed erotica. A differenza del primo vampiro della storia del Cinema, il Conte Orlok (protagonista del Nosferatu di Murnau, individuo statico, privo di grazia, in preda ad una vera e propria regressione maligna) i vampiri di Jarmusch sono delle creature bellissime, eleganti, bohemiene amanti dell’arte, della letteratura, della musica, e, soprattutto, della vita.
Il regista statunitense deputa al vampiro il ruolo di ultimo faro protettore della bellezza e della carica emotiva nel mondo, in un’umanità giunta alla fine, persa in una routine quotidiana omologante e standardizzata…

…In una società che ha abbandonato l’immaginazione, la fantasia e la comunicazione umana, solo i veri amanti riescono a sopravvivere cercando, attraverso la Melancholia e l’astuzia, di celebrare l’essenza profonda e più veritiera dell’essere umano e dei suoi impulsi più naturali. Jarmusch realizza un film elegante, pieno di fascino e non privo di risvolti sottilmente ironici, accompagnandolo con una colonna sonora magistrale, non dimenticandosi di rendere omaggio, attraverso una fotografia messa accanto a quelle di altri grandi del passato quali Shakespeare, Lord Byron, Darwin, Mark Twain, a un suo caro amico, quel genio assoluto che è stato Joe Strummer, scomparso prematuramente nel dicembre del 2002…

…"Only Lovers Left Alive" è un capolavoro stralunato e bizzarro, in cui il regista pennella due anime solitarie e desiderose d'amore approcciandosi all'horror gotico con la stessa originalità e libertà espressiva con cui aveva affrontato il western ("Dead Man") e il noir ("Ghost Dog"): uno stile che mescola in perfetta e miracolosa sintonia umorismo surreale e ironia (come le incursioni all'ospedale da parte del mascherato vampiro, rinominatosi Dottor Faust, alle prese col medico interpretato da Jeffrey Wright), violenza, e aperture liriche e struggenti (la morte di Marlowe e Tangeri e il finale). Senza mai sfiorare la maniera, come accade con tanti altri autori affermati, ma anzi riconfermando una visione della vita e del cinema ancora fresca e sorprendente…


lunedì 9 giugno 2014

Piccola patria - Alessandro Rossetto

si racconta una storia di ordinaria tristezza e squallore, in un brutto angolo italiano, come tanti purtroppo, in giorni senz’aria.
in Italia ci sono un milione di romeni e mezzo milione di albanesi, perfetti capri espiatori di tutti i problemi, per i quali mai ci si guarda dentro, troppo difficile e pericoloso.
Renata e Luisa, due piccole Thelma e Louise insoddisfatte dell’ambiente dove vivono e dove vengono sfruttate per pochi soldi, provano a procurarsi soldi per fuggire, con un ricatto.
Renata è la più lucida e desiderosa di fuggire, non importa dove, Luisa è legata a Bilal, un ragazzo albanese, che alla fine è il personaggio più “positivo” del film.
il film riesce a non avere mai cedimenti, né soluzioni facili e rassicuranti, e un po’ sarà anche merito dello sceneggiatore di “Gomorra”, che ha lavorato anche qui.
se uno va al cinema solo per ridere e per evadere, allora è meglio che stia rinchiuso nella sua prigione, questo non è un film per lui.
non è per tutti, questa piccola storia d’inferno quotidiano, ma se riesci a trovarlo in qualche sala, o magari all’aperto, d’estate, non trascurarlo - Ismaele





Piccola patria racconta un borgo di umanità riunita in famiglie della pianura veneta: protagoniste sono due ragazze Luisa (Maria Roveran, sorprendente e anche autrice della colonna sonora in dialetto veneto) e Renata (Roberta Da Soller), entrambe cameriere in un grand’Hotel, simile a una volgare cattedrale in un deserto texano da 1 km quadrato. La prima, figlia di padre-despota e tra gli animatori accaniti di un sorgente gruppo di secessionisti, s’innamora di Bilal, un immigrato clandestino albanese che vive in una roulotte abbandonata. Lo scontro padre-figlia diventa inevitabile, attorniato da altre vicende che con sapienza svelano anime e corpi di questi personaggi, in fuga dalla crisi e da se stessi…

…sembra che sia il film stesso a desiderare una secessione salutare dagli standard del cinema romano, dalla “forma commedia” ormai obbligatoria, vista la comune destinazione finale televisiva, peggiorata dal reference system (con annesso uso sempre degli stessi attori e generici e tecnici e creativi) e con “incastri narrativi” prevedibili e meccanici. Una liturgia ortodossa che qui viene messa a soqquadro. I co-sceneggiatori, intanto, eresia somma, sono i napoletani Caterina Serra e Maurizio Bracci (Gomorra). 
Il regista, padovano, è anche l’operatore alla macchina. E si muove dentro la scena a documentare i lati più oscuri delle performance. Dagli attori non vuole tanto una fedeltà al copione, quanto una sorta di sperimentale messa in scena della propria anima. Sono gli istinti, le pulsioni e i desideri inconfessabili, o marginali, o sottintesi, finalmente, a prendere il comando della macchina attoriale. Intenzionalità complesse, ambigue, oscure deformano la prevedibilità del dramma…

…Poco importa se si tratta di finzione o storia vera, quello che Rossetto racconta (le due ragazze con il vuoto pneumatico in testa, l’albanese che vive in roulotte e sembra migliore di tutti gli altri del posto, padri e madri vuoti simulacri di ruoli perduti per sempre, l’amico di famiglia porco che scopa la figlia dell’amico, il ricatto col filmino hard, e le botte, quelle sempre, basta uscire da una discoteca fumati e strafatti) è il ritratto di una piccola patria molto coerente in tutte le sue parti.
Funzione narrativa e indagine sociale sono inseparabili, il viaggio è in un universo asfittico e umiliante, dove l’ambiente plasma gli individui, e il singolo è indistinguibile dalla massa, ieri raccolta in chiesa a cantilenare devozioni, oggi festante a sventolare fazzoletti verdi sotto il palco del candidato leghista e poi via a ingozzarsi e ballare, ballare, ballare. Rossetto schiva stereotipi, si smarca da formulette e luoghi comuni, esteriorizza la realtà interiore dei suoi personaggi senza perdere di vista ambiente e fattori culturali.
da qui

mercoledì 4 giugno 2014

Goool! (Metegol) - Juan Josè Campanella

pensi che capita subito prima dei mondiali di calcio, stranamente, ma dopo averlo visto gli si perdona questa coincidenza.
una storia per tutti, e non si dimentichi che Campanella è un grande regista, da Oscar.
qui lo dimostra, e si capisce che la scena (bellissima) allo stadio ne "Il segreto dei suoi occhi" era ispirata dalla mano sapiente e appassionata di uno che ama il calcio.
in "Goool!" c'è l'amore per questo sport, in una storia di sentimenti e di lotta.
ci sono tutti gli ingredienti per un film per tutti i palati, l'amore, i buoni e i cattivi, l'onestà e l'astuzia, il bar col biliardino, e gli speculatori senza scrupoli, il coraggio, anche a costo della vita, l'eroismo e i colpi di scena.
da non perdere, anche per chi non ama il calcio, di questi tempi -Ismaele






Si potrebbe partire prevenuti nei confronti di questo film. Invece, a mano a mano che la storia prosegue, si rimane semplicemente conquistatati da Goool! dell’argentino Juan José Campanella. Si badi bene che non si tratta di una semplice storia di calcio, ma uno scorcio sull’amicizia, l’integrità e la fantasia; per cui, anche chi non ama o non segue questo sport potrà godersi questo simpatico film d’animazione. Amadeo racconta al figlio, dedito solo ai videogame, la sua passione per il biliardino e di come da giovane i calciatori del gioco si siano animati per aiutarlo a sconfiggere il suo nemico giurato Grosso. Molti gli spunti di riflessione, in primis la bellezza dei giochi di un tempo che non necessariamente includevano uno schermo piatto e una console. Sicuramente è molto forte anche il concetto del gioco di squadra e del senso di collaborazione che un team, di qualunque fattezza, dovrebbe avere per vincere; tant’è che Grosso si trova da solo proprio nel momento del bisogno, perché non ha mai creato rapporti di amicizia…

Amadeo è un ragazzo timido e introverso, ma quando gioca a biliardino, dove si allena tutti i giorni nel bar della sua piccola cittadina, non perde mai. Riesce persino a sconfiggere il bulletto Grosso, che prima di allora non aveva mai subito una sconfitta nella sua vita. Ma Grosso tornerà più forte di prima, un campione del calcio realmente giocato e non del biliardino, per prendersi a tutti i costi la sua rivincita. Amadeo non ha speranze, finché i piccoli giocatori del biliardino non prendono vita…

Escribir sobre Metegol no es algo para ser tomado a la ligera (“un gran poder conlleva una gran responsabilidad”, se escuchó alguna vez en pantalla). En principio, porque estamos ante el nuevo film (y el primero en el campo de la animación) de Juan José Campanella, el director más exitoso y de mayor proyección internacional (sobre todo, después de haber ganado el Oscar con El secreto de sus ojos) que tiene el cine argentino. Es, además, la apuesta más arriesgada desde lo financiero (20 millones de dólares de presupuesto) en la historia de la industria audiovisual local. Por eso, la película amerita (exige) un análisis con múltiples aristas: artísticas, por supuesto, pero también en términos de lo que significa para el negocio (un aspecto que puede no interesarle demasiado a muchos lectores, pero que a mí me apasiona)…

Plutôt que de se passionner pour un récit de vengeance relativement balisé, le spectateur s'amusera de la découverte de cette petite équipe, dispersée aux quatre vents dès le début (lorsque le méchant détruit le café dans lequel se trouve le baby-foot) et que chacun cherche à reconstituer pour des motifs différents. Les caractères bien trempés de ces joueurs sur table (prétentieux, ambitieux, artistes à leurs heures...), entre lesquels se jouent des relations de rivalité et de fraternité, rappellerons certainement dans chaque pays, des figures du football national. Du coup, le récit fonctionne, entre prouesse technique aidée par un travail en 3D (les parties initiales de baby-foot sont assez impressionnantes de virtuosité) et humour proche de caricature. Un dessin animé argentin, par le réalisateur de "Dans ses yeux" (Oscar du meilleu film étranger en 2010), à découvrir avec des yeux innocents ou railleurs, selon que vous aimiez ou détestiez ce sport.



martedì 3 giugno 2014

Le meraviglie - Alice Rohrwacher

è un film difficile, tormentato, ispirato alla vita delle sorelle Rohrwacher (regista e attrice).
anche nel precedente film ("Corpo celeste", bellissimo), la storia era vista con gli occhi di una bambina.
qui, in una situazione bucolica, che bucolica non è, in un'economia agricola di quasi sussistenza, irrompe la televisione (come in "Reality", e anche in "Corpo celeste"), e destabilizza persone influenzabili.
la storia è quella di un mondo che esiste ancora, ma forse non c'è più.
alla fine non sai se tutto quello che è raccontato avviene davvero, o il sogno ha la sua parte.
la fine è stranamente ecumenica, tutti si vogliono bene.
chissà cosa avrebbe scritto Pier Paolo Pasolini di un film così, sul progresso, la vita contadina e la corruzione della televisione. 
guardatelo e vedete l'effetto che vi fa - Ismaele






Rohrwacher non sfrutta, imperdonabilmente, nemmeno lo scontro che si apre quando la primogenita Gelsomina vorrebbe partecipare a una trasmissione della tv locale sulle meraviglie del territorio (ecco il titolo), mentre l’inflessibile genitore vi si oppone strenuamente. Da una parte il padre ideologizzato e anticapitalista e antitutto, dall’altra le figlie impitonate dallo sberluccichio di quella piccola società dello spettacolo, e con una passionaccia per Ti appartengo di Ambra. Sarebbe stato un gran bel tema da raccontare, il conflitto generazionale tra sessantottini pietrificati nel rigore ideologico e i loro figli, ma anche una simile promettente pista narrativa vien lasciata cadere e ignorata. Sicché il film, ingolfandosi per troppa indecisione, finisce con lo sbandare e il deragliare clamorosamente. Tutta l’ultima parte, dalla diretta in tv dall’isola in avanti, è tremenda, con un finale assurdo e consolatorio che grida vendetta e che uno spettatore di buonsenso non può accettare. Si abbonda in fellinismi, e anche questo non va bene. Con un cammello che sta a questo film come la giraffa (o i fenicotteri) a La grande bellezza. Quanto a Monica Bellucci, come conduttrice della trasmissione tv riesce al solito ad ammaliare, anche se, al solito, non riesce a recitare.

Alice Rhorwacher con LE MERAVIGLIE si conferma autrice nel vero senso della parola, dopo l'esordio nel 2011 con Corpo Celeste, che forse amai di più. Ciò non vuol dire che questa opera sia inferiore, solo che le aspirazioni autoriali sono molto alte e chiedono allo spettatore grande fede nella sincerità dell'ispirazione.  La trentenne regista mostra un'abilità notevole nelle riprese dei luoghi, con effetti di luce notturna molto suggestivi o quelli en plen air o quelle che pedinano, indugiando nei primi piani, quella che è la vera protagonista, una ragazzina dodicenne , con il viso enigmatico e tenero insieme, di nome Gelsomina ( Maria Alexandra Lungu), di fatto capofamiglia ma con il permesso e le negazioni del padre tedesco Wolfgang (Sam Louwyck), autoritario e buono d'animo, sognatore e poetico a momenti, appassionato apicultore, incapace però di accollarsi le responsabilità e i compromessi che implicano una famiglia di quattro figlie. La moglie Angelica ( che ha il volto e la movenze di una perfetta come sempre Alba Rhorwacher) sarebbe più lucida e realista, ma, per amore di tutti, è ormai integrata inesorabilmente nella vita faticosa e spesso   divertente, che mobilita tutti nella fabbrica del miele e la gestione delle api, senza rispettare alcuna norma igienica e di sicurezza, che lui ha scelto. Vita immersa in una natura tanto bella quanto semplice, senza pretese e senza richieste, che non siano colmate dall'amore, che in vari modi ciascuno dà agli altri, in un luogo innominato, vicino al lago Trasimeno…

…Non è privo di difetti, Le Meraviglie. Ci mette un pochino a decollare, e qualche sforbiciata nella parte finale, quella più surreale e a tratti grottesca, non avrebbe inficiato il risultato finale. Però c'è tanto cuore nel film, e ci sono tanta ironia e molta tenerezza. Soprattutto c'è il cuore pulsante del film stesso: il ritratto di una ragazzina che si confronta non senza difficoltà con il padre, che impara a fare un lavoro e che forse s'innamora per la prima volta. E che, come in tutti i più semplici e riusciti coming-of-age, impara a vivere.

Il critico del Guardian, Peter Bradshaw, ha dato al film tre stelle su cinque. “Alice Rohrwacher, regista di Corpo celeste, è tornata a Cannes con una storia delicata e divertente sul passaggio all’età adulta, ambientato nella campagna del nord Italia. È un film affascinante, un po’ sentimentale e semplice, ma senza la forza emotiva che ci si aspetterebbe da Rohrwacher. (…) Una storia divertente e commovente, ma non una meraviglia”, scrive Bradshaw.
Molto positivo il giudizio di Le Monde: “Le meraviglie è un film che, per la sua delicatezza e intelligenza, purifica gli occhi dello spettatore. La messa in scena evoca una specie di home movie (piani sequenza, inquadrature ravvicinate, soggetto familiare, colori degni di un filmino in super 8) che rappresentano la vita interiore di questa piccola comunità strana, amorevole e solidale.
Deborah Young ha commentato sull’Hollywood Reporter: “Le meraviglie è un nostalgico canto del cigno sulla fine della vita rurale in Italia. Ed è anche la storia di un’inesperta ragazza di campagna che cerca di uscire dagli orizzonti limitati della sua famiglia di apicoltori. Questo lo rende il seguito ideale di Corpo celeste. Unico film in gara a Cannes, dovrebbe incuriosire il pubblico del cinema d’essai, con le sue scene affascinanti ma a volte incomprensibili. Ma altri spettatori potrebbero trovare la storia troppo fragile e le emozioni troppo scarse, rendendo difficile un successo internazionale”.
Tiepido anche il giudizio di Oliver Lytteltoni su Indiewire: “Il finale lascia la sensazione che il film sia più esile di quanto si sperava. C’è una linea chiara che collega Gelsomina e la regista (le loro origini italotedesche, per esempio). È chiaramente un ottimo lavoro autobiografico, che però segue troppo le orme di film già visti per conquistare davvero i nostri cuori”.

…Attraverso gli occhi di Gelsomina contempliamo una comunità 'dissidente' che si è ritirata in una dimensione bucolica, dove produce miele, insaccati, marmellate, salse di pomodoro e prova a resistere al mondo fuori. Un mondo che prende la parola e il microfono per mezzo della televisione regionale e naïf, dei suoi concorsi a premi, le coreografie rudimentali, le melodie stupide, le promesse di fare meraviglie per la gente del luogo. Ma la vera meraviglia è assicurata dalle api di Wolfgang e dischiusa dalla bocca acerba di Gelsomina, che ha il nome di un fiore e come un fiore è richiamo per le api…

la diversità del film della Rohrwarcher, e nel contempo il suo pregio, è la formulazione di uno sguardo primigenio che si posa su cose e persone come fosse prima volta. La meraviglia cui si allude è dunque lo stato d'animo e la reazione di una bambina che cerca di rimanere tale, nonostante le responsabilità che i genitori le assegnano. Sono lo stupore e il rapimento che la colgono all'irruzione di un universo altro, temuto e insieme desiderato, e rappresentato dalla fascinazione per la star della tv interpretata da Monica Bellucci, fasciata nel candore virginale e kitsch del suo costume di scena. Ma è anche l'attitudine dell'occhio filmico, capace di rendere l'incantesimo di una natura primordiale e arcaica con un realismo a maglie larghe, pronto a dilatarsi in una contemplazione che si carica di simboli e allusioni; come lo è la circolarità delle scene che aprono e chiudono il lungometraggio, legate all'atto del dormire e quindi alla materia onirica di cui il film è impregnato. Come dimostra in maniera eloquente l'ultimo fotogramma, con la casa paterna improvvisamente spoglia e disabitata, a instillare il dubbio che nulla di quanto abbiamo visto sia realmente accaduto, e ancora prima, l'incontro fra Gelsomina e il suo giovane amico, rubato della sua concretezza e consegnato alla magia di un sogno a occhi aperti…

Le Meraviglie è un film ben strutturato, caratterizzato da mirate allegorie e precisi riferimenti che la Rohwacher dimostra nella padronanza con la macchina da presa, utilizzando perlopiù carrelli laterali che ci trasportano dal mondo del reale a quello delle fiabe, così come le ombre e luci che compongono il piano dell’immaginario evidenti soprattutto nella parte finale del film. Ma seppur ci siano delle belle idee, la regista si confonde in un racconto che è fin troppo personale il cui eco del ricordo è visibile ma non empatico, inciampando così, nelle sfumature delle varie lingue e nei segreti non confessati delle bambine sottolineando più la malinconia di un tempo che la favola di una bambina.
da qui

venerdì 30 maggio 2014

Giraffada - Rani Massalha

un bambino e le giraffe, è amore.
dalla tragica realtà nasce una fiaba che non perde di vista la realtà.
qualcuno dice che gli agli israeliani non li si dipinge in una bella luce. 
avete mai visto i soldati dei check-point abbassare le armi e fare i balletti?
non è un film storico, solo una storia d'amore di un bambino che diventerà vegetariano, se Allah esaudirà le sue preghiere.
adatto per grandi e bambini, bravi, come sempre, padre e figlio Bakri.
poche sale, ma c'è al cinema, perché annoiarvi a casa? - Ismaele






La dimensione fiabesca si intreccia con il conflitto politico, la commozione con la rabbia. Un padre vuole insegnare a suo figlio a non smettere di sognare. Ed è pronto a tutto per questo. Il bambino dagli occhi chiari bistrattato da ragazzini più duri di lui, sa cosa vuole e crede nella possibilità che suo padre compia dei miracoli, aiutato dalle sue preghiere genuine fatte a voce alta e mani innalzate verso il cielo. Come in uno specchio la giraffa femmina è incinta ma sarebbe pronta a morire pur di non essere costretta a vivere da sola; i due protagonisti hanno vissuto un’intera vita senza una donna di cui sentono ardentemente la mancanza - una madre, una sposa - subendo le regole della morale per cui la sofferenza e la perdita vanno superate, elaborate, dimenticate. Invece tutto il vissuto lascia delle tracce e i due uomini, quello piccolo e quello adulto, hanno un grande vuoto da colmare. Lo farà la nuova famiglia animale, il piccolo giraffino che nascerà o la generosa fotografa europea attratta fatalmente dagli occhi blu del veterinario? Dove potranno trovare una giraffa di sesso maschile per ricomporre un nucleo dove accogliere il futuro nascituro? si trova in un unico posto, che purtroppo si trova a Ramat Gan Safari Park, in Israele. 
Un percorso a tre nel deserto a fianco dell’erbivoro chiazzato dal collo lungo, che uno dei balordi che gironzolano attorno allo zoo definisce "il figlio di un cammello e un leopardo", una sorta di famiglia primigenia ricomposta (la sequenza più poetica della film), conduce ad un finale drammatico che non si poteva in nessun modo evitare. Ma nel cuore dello spettatore resta un senso di calore perché non può lasciare insensibili la dimostrazione che la pace può esistere, anche laddove le armi e la violenza sono gli unici strumenti di comunicazione.

Giraffada, liberamente ispirato ad eventi realmente accaduti nel 2002 a Qalqilya, racconta una situazione di cattività, quella degli animali dello zoo, come specchio della situazione in cui vivono i palestinesi dei territori occupati. Il muro che li separa dai coloni israeliani è coperto di scritte che sono grida di aiuto (in inglese e francese: dunque dirette alla comunità internazionale) e di murales che raffigurano le violenze continue nella zona. 
I coprifuochi, i controlli, i bombardamenti rendono la quotidianità quasi invivibile e fortemente surreale. E quale animale può rivelarsi simbolo migliore di questa assurdità di una giraffa, con il suo collo sproporzionato e il suo incedere goffo?...

What better animal than a giraffe – majestic and absurd all at once – corresponds to the absurdities of daily life in the West Bank, where a veterinarian may have his forceps confiscated and a young boy may be confronted by a knot of machine gun wielding soldiers at any moment? And what better place than a zoo where the beasts mill about waiting for the arrival of the carrot truck could better illustrate the frustrated existence of the Palestinians behind the separation wall? No matter your personal politics, Massalha’s beautiful Griffada cuts to the heart of the existential dilemma of the Israeli-Palestinian conflict and the human costs involved in a geo-political tug-of-war, reminding us that it’s 10-year-old boys and giraffes that suffer the most…

le rythme du film dérange. Assez étrange et mêlant des personnages différents et peut être trop poussés dans les clichés, qu'ils soient trop comiques ou trop antipathiques, il installe un récit saccadé. Et cela entraine la difficulté pour le spectateur de s'attacher à n'importe lequel de ces personnages. On aurait souhaité les connaitre un peu mieux, pas seulement voir leur caractères principaux poussés à leur paroxysmes. Il manque un peu de psychologie ne serait-ce qu'aux protagonistes. On ne sait pas vraiment ce que fait cette journaliste, interprétée par Laure de Clermont, sur le territoire palestinien. Et bien que Ziad boude une bonne partie du film et que son père aborde brièvement la mort de sa femme, on a du mal à sentir leurs émotions et par extension on leur porte difficilement de l'intérêt. Ce rythme bizarre et ces personnages un peu fades apportent donc un désintérêt pour l'intrigue et une certaine monotonie qui dessert malheureusement une histoire qui aurait pu faire rêver certains d'entre nous.

lunedì 26 maggio 2014

Il dottore tedesco (Wakolda) – Lucia Puenzo

Eichmann (qui) e Mengele al cinema nello stesso anno.
l'Argentina ha accolto, via Vaticano, qualche criminale di guerra nazista, qualcuno gli da la caccia. Mengele riesce a fuggire, la la caccia è solo una parte piccola del film, la parte più importante è nel rapporto fra il dottore tedesco e una famiglia dove lui ha in affitto una stanza, in Patagonia.
Il padre, Enzo, diffida, con ragione, e però è affascinato da un gioco di bambole, Lilith, la ragazzina di 12 anni, con la quale Mengele lega, a suo modo, è oggetto di una cura per la crescita, col consenso della madre, e la madre, alla fine del film, partorisce due gemelli, una tentazione per il dottor Mengele.
Lucia Puenzo, figlia d'arte, ha girato pochi film, molto belli, e anche qui si sente la sua mano.
è un film trattenuto, sembra, non urlato, non è il suo migliore, ma merita di suo - Ismaele  





…"Wakolda" tiene varias líneas argumentales (quizás demasiadas para sus 93 minutos) que se entrecruzan y en algunos casos se potencian entre sí: la llegada a Bariloche de Josef Mengele (Brendemühl) con la cobertura de una red clandestina que opera dentro de la comunidad germana; la relación que él establece con una pareja (Oreiro y Peretti), que también arriba a la zona para reabrir una hostería familiar a orilla del lago Nahuel Huapi en la que el ex jerarca nazi decide hospedarse por seis meses; y -sobre todo- la mutua obsesión que se produce entre el protagonista y la hija del medio del matrimonio, Lilith, de doce años, que tiene problemas de crecimiento por haber nacido prematura. Hay más temas y subtramas: el despertar sexual preadolescente, la dinámica escolar en el colegio alemán, la fabricación de unas muñecas de porcelana (de allí e título del film), la caza de nazis por parte de agentes israelíes y, claro, los experimentos genéticos que hicieron tristemente célebre a Mengele.
Más allá de la acumulación de capas (es un verdadero rompecabezas y hay momentos en que al relato le cuesta respirar), hay que indicar que Puenzo maneja la mayoría de ellas con precisión, rigor, recato y delicadeza, apoyada en un sólido elenco que sortea con muchísimo profesionalismo el desafío del idioma (el 60 por ciento de la película está hablada en alemán y varios de ellos se aprendieron los diálogos por fonética). 
La película tiene un arranque impecable en la presentación de los personajes y el contexto; en el medio la narración se "ameseta" un poco para recuperar su aliento en un desenlace a pura tensión y suspenso, cuando el melodrama familiar cede lugar a elementos propios del thriller. Con una narración más clásica que en sus dos films anteriores, Lucía Puenzo demuestra que puede abordar temas espinozos y provocadores sin caer en lugares comunes ni golpes bajos. Bien por ella.

…La regista Lucia Puenzo dissotterra con merito certo uno scampolo di storia della più immonda Armata delle Tenebre mai esistita. Amor di verità, tuttavia, ci porta ad affermare che Wakolda non è grande cinema: avrebbe potuto essere buona televisione, ha sceneggiatura ritmi ed interpretazioni che ricordano gli sceneggiati Rai della fine degli anni 70, ma la superficialità ed anche il modo gratuito di saltare alcuni snodi fondamentali danneggiano la visione, tanto che la forma dell’opera soccombe rovinosamente sotto il peso del suo ingombrante contenuto, nemmeno salvata dalla presenza di bambole meccaniche che strizzano occhi e cuori meccanici a Fritz Lang.
Wakolda racconta senza troppo inquietare e senza troppo disturbare, restando opera necessaria, da divulgare nelle scuole elementari e medie del nostro Paese, ché l’ignoranza è tantissima e le Giornate della memoria non bastano mai.

…El acontecimiento que despertará la persecución de Mengele en Bariloche, por parte del Mossad, va a ser en el relato literario y cinematográfico, la denuncia telefónica que hace una empleada judía de la ciudad, en realidad una espía del mismo servicio secreto israelí, que reconoce al criminal pues, de muy joven, había estado internada en el campo de concentración de Birkenau donde, por orden de Mengele, había sido esterilizada... Tal hecho acelera el desenlace del film en el mismo estilo dramático de sugerencia que subraya la maldad típica de la tragedia, según la "Poética" de Aristóteles, y que justifica la huida constante del criminal y luego su catástrofe. En resumidas cuentas, un filme de gran calidad por el que hay que felicitar a su directora y al cine argentino.

…Si no fuera porque la cinta es hispanoparlante, “Wakolda” daría para confundirse con una producción hollywoodense, ya que la estética en general es bella y profesional, destacando los amplios planospanorámicos del paisaje, que resplandecen junto a la banda sonora, tan lastimera como simple. Al mismo tiempo, los primeros planos de los rostros de los actores rebosan expresividad, debido a que las actuaciones, en especial de los protagonistas, son solidísimas, en especial Àlex Brendemühl, tan calmo como perverso, y Florencia Bado, encarnando la inocencia e inseguridad características de la pubertad.
A lo largo de toda la película, la tensión va aumentando constante pero sutilmente, al nivel de que ni siquiera es necesario que se pronuncie el real nombre del médico, sino que queda de manifiesto desde el principio que su identidad e intenciones no pertenecen a una menteequilibrada. Quizás el único defecto que muestra la cinta, es la sensación de que el último tercio se apura demasiado, ocurriendo los sucesos desmesuradamente seguidos, llegando a veces a tropezarse unos sobre otros…

Tal reversión de los acontecimientos resulta intrigante y puede llegar a ser provechosa si el rechazo al dramatismo más burdo y enfático desplaza el poso dramático hacia esferas más amplias y sutiles. Pero aquí la decadencia no está suficientemente bien punteada, no asistimos de una u otra forma a la desmoralización de unos hombres que deben purgar sus pecados, como si ocurría por ejemplo en el filme de Hirschbiegel. El descenso físico o moral se ve de hecho sustituido por un ascenso final, el de un avión en dirección desconocida que pretende que el espectador también se contagie de algo de ignorancia. No creo que Puenzo desee que nosotros también miremos hacia otro lado durante su disfrutable película, pero la misma, en ese final y en otros momentos del metraje, también corre el riesgo de caer en la banalidad.

La tension de ce drame est entretenue par la progression des expérimentations du docteur, l’agacement que la lenteur des résultats lui procure, mais aussi par la traque dont il est la cible par le gouvernement israélien (qui avait mis en place un réseau d’agents secrets pour retrouver les nazis en fuite). Une course contre la montre pour une fillette dont le traitement doit lui permettre de grandir, pour un médecin en quête de résultat et pour un pays en quête de justice, le tout dans un paysage magnifique de montagnes, au climat tourmenté, parfaitement exploité par une mise en scène sobre et ample.
da qui