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lunedì 6 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin) - Martin McDonagh

anche senza effetti speciali The Banshees of Inisherin è davvero un film speciale.

una piccola isola dove tutti sanno di tutti, nascondersi è impossibile.

il tempo che passa, fra una birra e l'altra e due chiacchiere fra amici, è il motore della scelta di Colm (Brendan Gleeson), di non perdere più tempo, solo darsi alla musica è importante.

da qui nasce il dramma della storia, Padraic (Colin Farrell) si sente rifiutato dal suo migliore amico, e sta male, molto male, e non si rassegna.

e tutto si complica quando la banshee (una specie di strega) dell'isola comincia a parlare.

musica di Carter Burwell, che fa la sua parte.

attori straordinari, e poi c'è anche Jenny, l'asinella.

un film da non perdere, se non si era capito.

buona (musicale) visione


ps: a chi l'ha visto tornerà in mente il bellissimo Il segreto dell'isola di Roan, di John Sayles, e a chi l'ha letto tornerà in mente Nel cuore dell'inverno, un bellissimo e terribile romanzo di Dominic Cooper, pubblicato da Einaudi nel 1997.

 


 

 

 

Il film dimostra che una scrittura inattaccabile e una recitazione superlativa bastano per avvincere lo spettatore, magicamente calato in un microcosmo dove ironia e dramma si alternano senza soluzione di continuità e che diventa specchio universale della tragica follia umana. Sublime.

da qui

 

È un cinema di parole quello di Martin McDonagh.Parole urlate (come quelle di Siobhán, interpretata perfettamente da Kerry Condon), sussurrate, balbettate (come quelle di Dominic Kearney, alias Barry Keoghan), tenute in silenzio.

Le battute di McDonagh sono lasciate scorrere con calma, trascinandosi stanche, colme di sarcasmo e sputate fuori da teatranti inconsapevoli su palcoscenici naturali.Belfast è lontana, e con lei la guerra civile che la distrugge, la lacera, la rasa al suolo riducendola in cenere. Tra le colline erbose dell'isola immaginaria di Inisherin si combatte un'altra lotta, più silente, privata, tra un'anima pura, umile e quella del suo migliore amico che quella parola così confortante e di vicinanza, ha voluto negargliela. Un'esplosione senza ordigno, che scoppia in silenzio, e proprio per combattere quel silenzio che Pádraic chiama a sé parroco e sorella, gestori dell'unico pub del paese e il giovane del villaggio, facendo di ogni conoscente soldato di un esercito senza uniformi - ma tante domande - comandati dall'adorata asinella nel ruolo di generale, per cercare la verità e convincere Colm di svestirsi della funzione di nemico, e ritornare in quello di complice. In un abbraccio intimo, continuo, dove la commedia si unisce al dramma generando un ibrido commovente e terribilmente umanoGli spiriti dell'Isola si sveste dei fasti dell'ironia superficiale, per abbigliarsi di brillante malinconica, svelando così la reale natura dei sentimenti di chi prova difficoltà ad aprirsi al mondo…

da qui

 

Quindici anni dopo In Bruges McDonagh riprende la coppia Farrell-Gleason immergendola nel paesaggio ventoso e selvaggio di un’isola irlandese della costa occidentale e in un contesto narrativo anche stavolta scandito dall’impasse, dall’attesa di un evento drammatico di là da venire. All’inizio sembra una commedia dell’assurdo in costume scritta da Beckett: due uomini un tempo amici litigano senza un motivo preciso e la situazione via via degenera fino a sposare linee sanguinolente, quasi horror. Poi il ritmo diventa tragico, quasi ineluttabile, come quello di una ballata irlandese. Gli spiriti dell’isola riprende un testo che l’autore ha inizialmente scritto a chiusura della sua trilogia teatrale sulle Isole Aran (Lo storpio di Inishmaan e Il tenente di Inishmore sono le opere precedenti). Anche in questo caso, come negli altri film scritti e diretti dal drammaturgo di origini irlandesi, emerge la natura di scrittore e fine battutista, con i dialoghi ostentatamente “perfetti” nel condensare ironia ed elementi stranianti. E quindi permane quella sospetta inclinazione all’intrattenimento a cronometro, gigionesco, quasi a voler offuscare l’anima dark delle storie e dei personaggi…

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…Il crescendo narrativo sempre più carico di dramma in cui l’amicizia si trasforma ben presto in contrapposizione carica di odio soprattutto da parte di Padraic, trova nel finale un epilogo che per alcuni versi appare persino ambiguo, nel quale è chiara e nitida l’incapacità di entrambi i protagonisti della faida di liberarsi dal giogo della solitudine che l’isola infonde in chi ci vive, e da quel legame ancestrale che risulta impossibile da troncare.

Gli spiriti dell’isola è un ritorno all’antico per Martin McDonagh, un rivolgere lo sguardo a quei toni più intimistici  che avevano contribuito nel suo film d’esordio In Bruges ad un’opera di grande valore, a tutt’oggi probabilmente ancora il suo miglior lavoro; di certo il regista irlandese dà ancora una volta prova di una grande capacità di scrittura, grazie ai dialoghi e a quella maniera molto abile che ha nel passare dal dramma alla commedia nell’arco di poche battute, che è in Gli spiriti dell’isola una delle caratteristiche più valide, supportata peraltro splendidamente da una regia poderosa.

L’aver ricostituito la coppia di attori protagonista di In Bruges, Collin Farrell e Brendan Gleeson, si è dimostrata infine una scelta azzeccata, soprattutto riguardo al primo, premiato a Venezia con la Coppa Volpi per il migliore attore e candidato all’Oscar per il premio come miglior attore protagonista, dà una definitiva ed inappellabile prova della sua grande versatilità e della sua bravura che non sempre hanno trovato estimatori; con Gli spiriti dell’isola ogni dubbio viene definitivamente fugato riguardo alla bravura e alla classe dell’attore irlandese.

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C’è un incredibile e continuo gioco di dare e avere tra questi due, e mentre diamo per scontato il carisma eccentrico di Gleeson da The General del 1998, la performance che lascia il segno è quella di Farrell (Coppa Volpi a Venezia 79). È difficile pensare a un ritratto che trovi così tante sfumature emotive e livelli di profondità nell’incomprensione; il suo Pádraic non riesce a cogliere la logica dietro la decisione del suo amico più di quanto possa controllare le sue reazioni, il suo illogico bisogno o la vergogna di aver fatto qualcosa di sbagliato non avendo sfruttato a pieno la sua vita. Capirete anche perché un amico potrebbe essere tentato di allontanarsi pure da lui, eppure non percepirete mai che Farrell provi simpatia o antipatia per quest’anima straordinariamente semplice. Non è un caso che i due uomini diano alla fine del film un senso di ambiguità riguardo a ciò che potrebbe accadere dopo i titoli di coda. Eppure non è sbagliato che Farrell abbia l’ultima parola, e che sia il tipo che ti lascia con la sensazione di aver appena assistito a ferite che potrebbero non rimarginarsi mai. Possano gli spiriti gridare sempre per questo duo. E per quanto riguarda McDonagh: bentornato.

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mercoledì 23 gennaio 2019

Casa de los babys (House of the Babies) - John Sayles

nell'America centrale c'è un posticino dove le povere del luogo vendono o danno in adozione bambini e bambina a più o meno ricche nordamericane che non vedono l'ora, pagando, di tornare a casa con il bottino.
è un'industria redditizia, per tutti, ma non è tutto così semplice come potrebbe sembrare.
John Sayles dà uno sguardo a questo mondo, dove tutti hanno un nome, una storia e un ruolo, nella macchina fabbrica bambini.
forse non è il miglior film di John Sayles, ma è un film di John Sayles e tanto basta.
buona visione - Ismaele






…Sayles handles this material with gentle delicacy, as if aware that the issues are too fraught to be approached with simple messages. He shows both sides; the maid Asuncion gave up her baby and now imagines her happy life in El Norte, but we feel how much she misses her. The squeegee kids on the corner have been abandoned by their parents and might happily go home with one of these rich Americanas. Sayles sees like a documentarian, showing us the women, listening to their stories, inviting us to share their hopes and fears and speculate about their motives. There are no answers here, just the experiences of waiting for a few weeks in the Casa de los Babys.

Sayles’ intellectual sensibility and ability to keep the film from falling into a sandtrap of caricatures and political polemics as he explores the economic landscape make it all worthwhile, though it is still one of his minor films. It never sustained the passion throughout for what he was trying to spit out about the great economic divide and cultural differences between countries, except for a few scenes. The best scene is of the earnest hotel maid Asuncion (Vanessa Martinez) conversing with Eileen, the only one of the group who looked upon the workers as real people with feelings, as Eileen explains why she wants to adopt and the maid counters as to why she had to give up the child she had at 14. This was powerful drama. To add to that, Eileen can't fully translate what the maid told her, but they both understood the universal language of motherhood. Sayles was trying to point out without laying down pat answers, that people from other cultures and classes are not that different, it is mostly the luck of the draw that gives people more of an opportunity to succeed. The Americans regard the baby as a vital commodity in their way of life that they must have to keep up with the American Dream, while the South Americans have too many children (viewed as natural resources) and to support them is more of a hardship than a blessing. 
Even an uneven Sayles film is superior to most such Hollywood dramas. Though the ensemble cast all give strong performances, it is hard to dig deeper into the more internal issues that drive people to think they can be saved by having a baby and not by looking more closely at themselves. Without knowing more about the characters, it is hard to feel much passion for their plight. Nevertheless, this is an honest look at rich yanquis taking advantage of those in a Third World country, as they use their money to get what they want. Not many other filmmakers choose to go down this noncommercial road, and have enough nerve to leave off with an existential ending instead of a shocking payoff. Sayles' little joke might be that the baby the one racist member of the group gets to adopt, is the one with the brownest skin.
  
… Le americane farebbero qualsiasi cosa per avere un bambino, gli autoctoni sono divisi fra i problemi economici e le gravidanze indesiderate. Per le strade pittoresche, in cui i turisti si affollano in cerca di souvenir e prodotti locali, si aggirano ragazzini magri, sporchi, analfabeti, che per alleviare le sofferenze di una vita ingiusta sniffano vernice, che si sentono ricchi perché qualcuno gli regala un libro che non sanno neppure leggere. A nessuna delle donne viene in mente di adottarne uno, di salvare una vita da una condizione pietosa. Tutte vogliono un neonato, "nuovo", da istruire ed educare secondo le migliori tradizioni americane.
Il grido di denuncia di uno degli ultimi registi off della cinematografia americana, si staglia netto contro il falso moralismo di tutti quegli americani che imperterriti, convinti della loro buona fede, continuano ad alimentare un deprorevole traffico.
Nel cast troviamo una Daryl Hannah, sempre in splendida forma, alle prese con il personaggio più tormentato della vicenda e la "segretaria" Maggie Gyllenhaal, ricca e dolce sposina ormai decisamente lontana dal personaggio che l'ha resa famosa.
A metà strada fra la commedia e il dramma, il film non convince appieno e termina lasciando lo spettatore piuttosto perplesso e poco convinto che le scene passate sullo schermo siano state davvero soddisfacenti



lk ml.

martedì 22 luglio 2014

La costa del sole (Sunshine State) – John Sayles

il solito John Sayles  fa un film che, pur non essendo un capolavoro, non annoia mai.
la storia è quella di una speculazione edilizia, e gli abitanti quasi non se ne accorgono.
il vecchio dottore (un bravo Bill Cobbs, da non confondere con Bill Cosby, si assomigliano molto) è un po' la memoria storica e prova a convincere gli abitanti a non cedere,.
come sempre gli attori di John Sayles sono convincenti e sono così bravi, nelle mani del regista, da sembrare "veri", non attori.
forse dovrebbe essere sempre così, ma non tutti i registi sono come John Sayles.
dice James Berardinelli (secondo Roger Ebert il migliore dei critici che scrivono in Internet) che questo film non è il migliore di John Sayles, ma che è necessario dire che un film medio di John Sayles spesso è migliore dei "capolavori" di tanti registi.
parole sante, come non essere d'accordo?
provare per credere, cercatelo e vi farete un idea. 
per me da non perdere, come tutti i film di John Sayles - Ismaele




Sunshine State does not represent John Sayles at his best, but it is imperative to note that middle-of-the-road Sayles is often better than the top-of-the-line product from many other filmmakers. The reason is simple: Sayles takes the time to investigate the humanity of his characters. For him, easy labels like "hero" and "villain" do not apply, and plot is typically secondary to the development of his protagonists - a means to flesh them out and move them forward. This is very much true of Sunshine State, the story of a small group of characters set during a late spring weekend in the Florida community of Plantation Island…

John Sayles' "Sunshine State" looks at first like the story of clashes between social and economic groups: between developers and small landowners, between black and white, between the powerful and their workers, between the chamber of commerce and local reality. It's set on a Florida resort island, long stuck in its ways, that has been targeted by a big development company. But this is not quite the story the setup seems to predict…

"Sunshine State" is not a radical attack on racism and big business, not a defense of the environment, not a hymn in favor of small communities over conglomerates. It is about the next generation of those issues and the people they involve. Racism has faded to the point where Eunice's proud home on Lincoln Beach no longer makes the same statement. Big business is not monolithic but bumbling. The little motel is an eyesore. The young people who got out, like Desiree, have prospered. Those who stayed, like Marly, have been trapped. And the last scene of the film tells us, I think, that we should hesitate to embrace the future in this nation until we have sufficiently considered the past.

Sayles è indignato dal progressivo snaturamento della cultura e dalla sua omogeneizzazione, ed è troppo intelligente per rappresentare il mondo di oggi come un luogo ideale e autentico. Perciò, nel ricostruire i movimenti e i moventi delle due protagoniste (la bianca Edie Falco e la nera Angela Bassett) e dei loro amici e parenti, sottolinea quanto di fasullo ci sia in realtà in quelle che credevamo fossero le nostre vere radici, e di quanti equivoci e compromessi sia inevitabilmente lastricata la nostra vita. Qui, forse, non ci sono più giuste cause per le quali schierarsi; la stanchezza segna i gesti e i rapporti dei personaggi e rappresenta la misura etica e narrativa della pellicola: la nostra dignità è l'unica certezza che ci è rimasta, sembra dire Sayles, facciamola valere. Pur nelle sue lungaggini e nei suoi accenni moralistici, _La costa del sole_ è un film giusto e raro, concentrato sugli esseri umani.

…I want to emphasize that, though Sayles is a political storyteller and does not shy away from the current events implicit in his story, he somehow manages not to beat us over the head with them, or continually congratulate himself for being so timely and important.
Instead, he gives us a town heading toward inevitable change. He gives us its people -- different sizes, shapes and colors. He shows them working, complaining about the heat, drinking, worrying and fading away. Sunshine State is a movie that both feels and thinks. It's a must-see.

Ne La costa del sole gli abitanti sono smarriti, come un’ eco lontana di un qualcosa che non c’è più (il film è ambientato nella storica Lincoln Beach): difendere quel luogo, quel paesaggio culturale, ora per loro è impossibile. Solo qualche vecchio, testimone di un tempo, lo fa. Ma neanche quest’ultimo può nulla contro l’avanzare delle multinazionali edili per il turismo: a mettere i paletti tra le ruote (simbolicamente?), in definitiva, saranno i resti, le ossa, di abitanti antichi, gli unici custodi di quel paesaggio culturale. E i “cattivi” (che così cattivi non sono poi), se ne vanno a suon di musica rock – interpretata da Chris Cote – verso altri edificabili “paradisi”. John Sayles è un gran regista, rigorosamente indipendente, capace di una scrittura ed una messa in scena quasi esemplari: il luogo – per quanto vicino all’Atlantico – è raccontato senza incanti, come i personaggi. A definirli sullo schermo un gruppo di attori pressoché perfetti. A partire dalla pluripremiata per il ruolo Edie Falco, ma bella figura fanno anche Angela Bassett, Timothy Hutton, Bill Cobbs e specialmente il premio Oscar Mary Steenburgen.
da qui

giovedì 8 agosto 2013

Men with Guns (Angeli armati) - John Sayles

un'altro gioiellino di John Sayles, ambientato in un paese centro-americano, dove i deboli (contadini) sono in balia dei prepotenti (soldati, per esempio).
in certi momenti sembra di vedere un documentario, e però il "realismo magico" è sempre lì, e il dottor Fuentes siamo noi, che dalle nostre comode poltrone non sappiamo niente.
grande cinema da non perdere - Ismaele


L’umanità trasmessa dalle immagini di John Sayles è cosa più unica che rara. Questo autentico cineasta indipendente – e, per favore, dimentichiamoci i vari pupilli di “indiewood” -, che gira un film americano nel quale verranno pronunciate tre o quattro battute in inglese (il resto, anzi, “il più” è un misto di spagnolo e dialetti indios), è tra i pochissimi a riuscire nell’impresa di realizzare un cinema di denuncia - nel senso più alto e profondo del termine -, eludendo questioni banalmente fattuali, e componendo spaccati umani e sociali di realistica intensità.
In Men With Guns – discutibile, la “traduzione” pacchiana e melodrammatica del titolo italiano –, di pistole non ce ne sono molte, e di colpi sparati ancora meno: ma ogni colpo, ogni arma (presente o evocata) ha il peso tragico e drammatico della realtà. Una realtà che, nel racconto saylesiano, si confonde col mito e con la leggenda…


da qui


…It is a credit to Sayles that he creates five vivid, three-dimensional characters in two hours. In actuality, the film runs a little long (this often happens when a director edits his own material, since he can be reluctant to cut certain potentially unnecessary scenes). The performances are all good, and, although the acting in many Spanish-language films tends towards over-the-top melodrama, Sayles keeps his actors focused so that their work is relatively low-key. Two Americans, Mandy Patinkin and Kathryn Grody, have small-but-important parts. Their characters serve a dual purpose -- to provide much-needed comic relief and to illustrate how it's possible to be focused on the past but oblivious to the present.
Reduced to broad generalizations, Men with Guns is an adventure story -- a sort of Don Quixote meets Heart of Darkness. What marks this film as special isn't just that the surface details are believable, but that there is great richness and breadth to the issues addressed within. Where does innocence end and ignorance begin? How much responsibility do we bear for circumstances when we hide from them? And, if we learn the truth, how do we respond when all roads lead to desperation, futility, and failure? While Men with Guns ends on an artificially uplifting note, the prevailing tone is one of bleak hopelessness. This is a thought-provoking motion picture that, like many of Sayles' other efforts, demands that we ponder complex questions.

…El Dr. Fuentes, epónimo de todos nosotros, espectadores de la película, cómodamente sentados ante la pantalla, va conociendo lentamente unas realidades hasta el momento desconocidas; unas verdades incómodas, que desde su afamada consulta ignoraba, orgulloso al aquietar su conciencia con la creación de ese grupo de jóvenes médicos que iban a desarrollar muníficamente sus saberes en beneficio de una población indígena idealizada.

La realidad de los dolorosos hechos que irá descubriendo, descenso a los horrores de un infierno terráqueo, mientras asciende penosamente por los montes, aldea escondida tras otra, le hará tambalear éticamente, estupefacto al escuchar cómo los médicos han sido "desplazados" por inconvenientes, al devenir supuestamente en partidarios de la guerrilla popular contra el ejército regulador de la situación: los "hombres armados" del ejército consideran a los médicos como a sus enemigos, y la guerrilla los mira como representantes del mundo "civilizado", del mundo de "los blancos".

Dos mundos muy diferentes, como entenderá el Dr. al explicar, a la luz de la lumbre, los variadísimos sabores de helados que pueden degustarse en la ciudad, a unos guerrilleros que jamás han comido un helado.... soñando en comer uno un día...
…Una película muy dura, que reúne todos los despropósitos anticomerciales que imaginarse puedan, pero que, pese a su largo metraje, más de dos horas, es de visión obligada para cualquier cinéfilo consciente que el cine no tan sólo ha de ser divertimento, constituyéndose al fin y al cabo Hombres Armados en un ejemplo sobresaliente de cine de autor, cine independiente con claro mensaje social, lo más alejado que se pueda considerar del denominado eufemísticamente "cine indie". Imprescindible.

"Men With Guns" is immensely moving and sad, and yet because it dares so much, it is an exhilarating film. It frees itself from specific stories about this villain or that strategy, to stand back and look at the big picture: at societies in collapse because power has been concentrated in the hands of small men made big with guns. I understand guns in war, in hunting, in sport. But when a man feels he needs a gun to leave his house in the morning, I fear that man. I fear his fear. He believes that the only man more powerless than himself is a dead man.
da qui

martedì 30 luglio 2013

Stella solitaria (Lone star) – John Sayles

un film "completo", vendetta, amore, politica, omicidi, ricerca della verità, insomma non manca niente. John Sayles coordina il tutto, attori giusti, e bravissimi, con una supersceneggiatura, coi tempi perfetti, insomma, se inizi a guardarlo non smetti.
ecco, inizia a guardarlo - Ismaele




QUI la sceneggiatura


…They're not Hollywood-style surprises -- or yes, in a way, they are -- but they're also truths that grow out of the characters; what we learn seems not only natural, but instructive, and by the end of the film, we know something about how people have lived together in this town, and what it has cost them.
"Lone Star” is a great American movie, one of the few to seriously try to regard with open eyes the way we live now. Set in a town that until very recently was rigidly segregated, it shows how Chicanos, blacks, whites and Indians shared a common history, and how they knew one another and dealt with one another in ways that were off the official map. This film is a wonder -- the best work yet by one of our most original and independent filmmakers -- and after it is over, and you begin to think about it, its meanings begin to flower.

Noir di confine per ambientazione e rispetto al genere, che nasconde una meditazione sul senso della storia, sui meccanismi... Una metafora demistificante ad hoc per la storia degli States, ma che risulta non meno valida per la Storia in generale, e per la storia personale di ogni uomo. Nel dettaglio, per un uomo: Sam Deeds. Sam, figlio di Buddy-la-Leggenda a cui proprio oggi i cittadini dedicheranno un monumento alla memoria: Buddy Deeds, l'eroe che ha allontanato l'iniquo Wade dalla città; Buddy Deeds, il giusto che in nome dell'equità appianava ogni scarto; Buddy, la giustizia, il buon senso, la correttezza: Il Buon Americano, Lo Sceriffo. Sam indaga su suo padre: presenza ingombrante - come ogni eroe; Sam indaga su una fetta di passato: passato ingombrante - come ogni passato; Sam indaga: ed un'indagine è sempre ingombrante, scomoda. Come dice un indiano nel film: quando scoperchi una scatola non sai mai cosa puoi trovarci dentro: se poi ti trovi in un deserto puoi trovarci un serpente a sonagli... Ma solo affrontando il passato, svelandone i segreti, sondandone i misteri, si riesce a dare pace ai fantasmi, a farli scomparire. E' un rischio: ma solo così facendo si riesce ad azzerare il contatore e ricominciare da capo…

The movie is well cast, especially when considering that most of the actors who appear in this movie weren't being big stars yet at the time. This for instance goes for Chris Cooper and Matthew McConaughey. All of the actors did a great job in this movie and were given plenty of opportunity to shine in this one.
The movie at first truly feels like a Coen-brothers movie and it maintains this sort of feeling and style pretty much throughout the entire movie but it's being a bit more drama than comedy orientated. I actually do believe that if the Coen-brothers directed this movie it would had been a far better known was, as well as a better one I feel. The movie could had used some humor and entertainment in at times, since the right type of story and characters were definitely there for it.
But oh well, the movie was going for a different approach and it still is for most part being successful with it as well. It simply great, little and simple movie to watch and there is also no good reason why you shouldn't!

…John Sayles è probabilmente, assieme a Gus Van Sant, il più importante tra i registi indipendenti americani. Inversamente , la sua fama – almeno qui da noi in Italia – è ignota e sotterranea. Forse perché il suo cinema, così rigoroso, non possiede proprio nulla di ammiccante. Ben lontano dai famigerati modelli “indie” – così colorati, così simpatici, così vuoti – che ormai sono divenuti marchio di fabbrica, prodotti per uso e consumo – e consequenziale “cestinamento” -, Sayles ha portato avanti, dagli anni Ottanta ad oggi, con caparbietà e testardaggine, un tipo di cinema profondamente diverso, troppo spesso ignorato. Un cinema interessato in primis agli Stati Uniti, alla loro anima multiculturale e multietnica, alle contraddizioni della loro storia. Un cinema delle “differenze”, che rifugge qualunque tipo di banalità, per addentrarsi impietoso nel sociale, per evidenziarne gli aspetti spesso più scomodi e inquietanti.
Stella solitaria è il capolavoro indiscusso del regista. Il film in cui l’interesse radiografico per le tematiche sociali e l’integrazione razziale si intrecciano perfettamente coi dubbi riguardanti l’autenticità della Storia (quella “ufficiale”), condensandosi in un unico, grandioso ed impegnativo film. Stella solitaria è la storia di Sam Deeds, giovane sceriffo che vuole indagare sul passato del padre, Buddy, sorta di eroe della piccola comunità texana, al confine con il Messico. A spingerlo in tale impresa è il ritrovamento del cadavere di Charlie Wade, sceriffo razzista e avversario “morale” del padre di Sam…

…John Sayles demuestra dominar perfectamente el oficio de cineasta usando un lenguaje cinematográfico claro y conciso, sin grandes alardes, con un adecuadísimo uso del "flashback" que requerirá de la complicidad del espectador inteligente, reforzando los ambientes y situaciones con una serie de canciones muy expresivas y apropiadas a las distintas comunidades étnicas que veremos discurrir a lo largo de las dos horas y cuarto, ocupándose también del montaje, como es lógico en un director que sabe lo que tiene entre manos y cual es la mejor forma de contarlo.
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venerdì 12 luglio 2013

Passion Fish (Amori e amicizie) – John Sayles

uno di quei film che partono piano, poi crescono fino ad affezionarti alle due protagoniste, e non solo.
e poi vorresti sapere come stanno oggi, mica capita con tutti.
John Sayles, per chi ancora non lo conosce, è un regista di serie A, provateci - Ismaele




…At the heart of the movie is the uneasy relationship between May-Alice and Chantelle. May-Alice is used to being willful and spoiled. Chantelle does not find her behavior acceptable. But May-Alice has the money and Chantelle needs the job, for more urgent reasons than we first realize, and so it seems that Chantelle may have to put up with May-Alice's behavior. Yet in a deeper sense, one that only gradually reveals itself to May-Alice, what she needs most of all from Chantelle is the other woman's ability to stand up to her.
There are elements here of a vaguely similar relationship in "Driving Miss Daisy," but Sayles has his own film, direct and original, and in the struggle of wills between these two characters he creates two of the most interesting human portraits of the year.
The struggle at the heart of the movie is lightened by the comic portraits of May-Alice's many visitors (I would have liked to see a whole movie about Uncle Max, and an old friend named Precious deserves a short subject of her own). The romance is handled with a delicate, tentative touch that reflects the character's feelings for one another. "Passion Fish" begins with a scene from May-Alice's soap opera, and by the end we see how far such canned melodrama is from the real lessons of life.

For feminist film lovers John Sayles's new offering "Passion Fish" is a "must see" film.   Sayles is among the very best U.S. independent filmmakers and though many of his films are about men and their struggles (for example "Matewan," "Eight Men Out," and "City of Hope") when turns his attention to writing films about women such as  "Lianna" and now "Passion Fish," the characters are drawn with such understanding, respect, and compassion that I have to call Sayles a feminist filmmaker…

…Passion Fish is for those who enjoy watching real-seeming people struggle through everyday crises in the wake of a tragedy. Sayles gets all the details right, and keeps his screenplay away from the worn-out melodrama that always lurks around the corner in films about the injured and infirm. Passion Fish a small movie about changes in attitude and understanding, and it knows when to be serious and when to laugh.

En la cinematografía mundial no es frecuente hallar obras en las que los personajes protagonistas pertenezcan al género femenino; no me refiero a historias protagonizadas por mujeres: me refiero a que sean las féminas quienes ocupen casi la totalidad de las escenas.
Dejando aparte panfletos supuestamente feministas pero sin calidad, tan sólo en vehículos de lucimiento de grandes actrices hallaremos piezas en las que los varones prácticamente pasen desapercibidos. Podríamos contarlas casi con los dedos de una mano si acotamos la selección a piezas por lo menos interesantes.
Dando muestra una vez más de su carácter de cineasta independiente, ajeno a modas e intereses mercantilistas, John Sayles, como siempre en su amplia labor de guionista, Director y montador, se detiene a primeros de los noventa del siglo pasado en una historia ideada y escrita por él mismo en la que serán dos mujeres, de condiciones muy distintas, las que se enfrentarán y lucharán por salir a flote.
Passion Fish, estrenada en 1992, es una obra diferente desde su planteamiento: May-Alice Culhane (extraordinaria Mary McDonell, justamente nominada al Oscar por su trabajo) es una actriz de fotonovelas que, un buen día, despierta en la cama de un hospital: ha quedado paralítica de piernas a causa de un atropello en las diabólicas calles de Nueva York...

Delizioso affresco sui valori supremi del rapporto interpersonale, con predominanza di quello dell'amicizia. Qui un'ex attrice, rimasta paraplegica a seguito di un incidente, riesce ad instaurare una sorta di empatia perfetta con un ex cocainomane che le fa da assistente, malgrado il caratteraccio che la contraddistingue. La regia e la fotografia sono di buon livello e il cast altrettanto valido, forse si può obiettare un'eccessiva prolissità ma di pellicole come queste non ci si lamenterà mai.
da qui

mercoledì 26 giugno 2013

Il segreto dell'isola di Roan - John Sayles

l'unico film di John Sayles che avevo già visto.
a una seconda visione non perde niente della bellezza e della forza che aveva e ha.
una bambina racconta e vede aldilà di quanto tutti possono e hanno il coraggio di vedere.
un film epico, davvero un capolavoro da non perdere, bellezza, stupore e commozione, senza trucchi, vi aspettano.
e finalmente conoscerete una vera selkie (anche qui ce n'era una) - Ismaele





This is not a children's movie, not a fantasy, not cute, not fanciful. It is the exhilarating account of the way Fiona rediscovers her family's history and reclaims their island. If by any chance you do not believe in Selkies, please at least keep an open mind, because in this film Selkies exist in the real world, just like you and me.
On Roan Inish, the girl sees a child's footprint. Then she sees the child - Jamie! - running on the sand. She calls to him, but he gets back into his cradle, which is borne out to sea by friendly seals. Of course it is hard to convince grownups of what she has seen…
Children deserve not lesser films but greater ones, because their imaginations can take in larger truths and bigger ideas. "The Secret of Roan Inish" is a film for children and teenagers like Fiona, who can envision changing their family's fate. It is also for adults, of course, except for those who think they do not want to see a film about anything so preposterous as a seal-woman, and who will get what they deserve.

The visuals are beautiful throughout - fog and cloud, a grassy knoll overrun with wild flowers, the watchful eyes of the seals who stealthily change the course of boats. The selkie herself with her pensive face and wild dark hair is also a sight, stirring a stew at the hearth or letting her child's cradle float in the shallows by the beach…

 It is rare to find a movie so simple yet so beautifully complex and one that can be enjoyed by everyone, no matter what generation they come from. For those reasons, John Sayles and The Secret Of Roan Inish are acquitted of all charges in record time. This judge thinks Disney could learn a thing or three about how to do family films by watching and re-watching this little classic…
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mercoledì 5 giugno 2013

Matewan - John Sayles

un film epico, di minatori e padroni (quando il padrone era padrone...); mi ha ricordato "I compagni", di Mario Monicelli.
gli attori sono bravissimi, guidati alla perfezione da John Sayles (che interpreta il predicatore).
peccato che il nome di John Sayles lo conoscano pochi e ancora meno abbiano visto i suoi film.
si può sempre recuperare, magari iniziando da questo capolavoro, nessuno se ne pentirà - Ismaele



Matewan (1987) rievoca un massacro realmente avvenuto durante l'era dei primi scioperi organizzati. Sayles impiega modi e stili del western. Il film, benche' girato con mezzi modici, ha il feeling delle grandi epiche di Hollywood. Filmato in bianco e nero e in un blu grigio, condotto a passo lento, inquadrato in primo piano, il film ha spesso l'aspetto di un documentario, di un reportage. L'influenza di Ejzenstein è fortissima. Ma anche quella della Bibbia...

One of the best films of the 1980s, John Sayles's evocative "Matewan" takes us back to the 1920s, and the primitive, perilous lives of coal miners in West Virginia. Flavorful, meticulous recreation of time and place is enhanced by powerful performances, particularly from Cooper and a majestic James Earl Jones playing a miner called "Few Clothes" Johnson. With legendary lenser Haskell Wexler providing sumptuous visuals, and a cathartic climax involving the bloody, historic shootout that put Matewan on the map, this may well be Sayles's finest hour.

The cinematography in the movie is beautiful. The film has a grainy quality which mixes perfectly with the sepia tones, giving me the same feeling I get when browsing through an old family album. Lighting scenes of the mines are handled quite well, with workers back in the darkness and walking into the light only to see how dark their faces still truly are after a day amidst the coal dust. ..

The union leader Joe Kenehan, played by Chris Cooper, says that he didn't go off to the war because all he could see in it was "workers fighting workers". Even today that's an extremely controversial idea, and not one that you can try to apply to the so-called "good wars" without being laughed at, unless you work it into a nice little film like this.

The violent intimidation tactics of thugs hired by the company only firms the workers’ resolve to fight against those who use people until they wear down, break down, or are as dead as doornails. Sixteen-year-old Danny (Will Oldham), a lay preacher and ardent union member, has his ideals and faith tested. His mother (Mary McDonnell) reaches inside herself for courage in a moment of terrible danger. The town’s sheriff (David Strathairn) stands tall, and the mayor of the town (Josh Mostel) refuses to sell his people down the river for money. Virtue roars like a lion in Matewanas ordinary citizens achieve heroic stature. This is an old-fashioned movie that will make the hearts of all idealists truly sing.

domenica 26 maggio 2013

Honeydripper - John Sayles

un gioiellino, con un Danny Glover perfetto, una storia degli anni 50, sembra mille anni fa, era solo ieri, musica di quella buona, insomma un piccolo capolavoro, ma non fidatevi, ho un debole per il cinema di John Sayles,
ma se volete vedere un film che non delude "Honeydripper" vi aspetta - Ismaele




… Incastonato in una deliziosa cornice narrativa, servito da una sceneggiatura classicamente equilibrata, Honeydripper conferma il gesto moderno della regia di Sayles, particolarmente a suo agio quando, sospinto dalla musica, accompagna l’incedere dei suoi piccoli eroi del quotidiano con lunghi travelling o improvvisi movimenti ascensionali di dolly, oppure quando si tratta di dare respiro al tempo narrativo, ricorrendo alla retorica delle dissolvenze. Se il comparto scenotecnico è all’altezza della situazione, una notazione particolare meritano la direzione delle luci, affidata all’inglese Dick Pope, abituale operatore di Mike Leigh: la ritessitura cromatica delle dominanti calde è decisiva nel mettere in valore le location dell’Arizona, dove Sayles ha girato, coinvolgendo nell’avventura del set autorità e cittadinanza, a partire dalle coriste del New Beginnings Ministry oltre a musicisti di vaglia come Keb’ Mo’, Dr. Mable John e Arthur Williams, che si sono esibiti tutti rigorosamente in presa diretta.

…No se trata en absoluto de una película vindicativa de nada; no veremos ni un drama enérgico ni una tragedia profunda; pero Sayles sabe ofrecer un mosaico de personajes que viven de y por la música más cercana al pueblo, y al pueblo negro oprimido y maniatado por unas leyes y costumbres ya casi superadas, centrándose la narración en el cambio de actitud de los viejos nombres del blues frente al nuevo rock & roll, asumiendo que una época ha acabado y nace otra, reclamando, de forma bella y firme, que, de nuevo, la música estadounidense debe sus más profundas raíces a aquellos que llegaron forzados a servir, aunque luego su música fuera adoptada y fagocitada por la industria en manos de los blancos.
Película muy interesante, bien escrita y bien construida, indispensable su visión para el cinéfilo amante de la música y de las historias con doble fondo sin caer en maniqueísmos fáciles.

The plot is a basic melodrama, but there are a lot of hooks hanging from it. The first is the understated exploration of race and racism in this situation. The story is told from the point-of-view of the black lead characters and we see their circumstances contrasted with those of the whites. The sheriff is the token racist authority figure but, while he's not sympathetic, Sayles takes care not to paint him as a villain with a black hat. He abuses his power but he doesn't go as some might (and historically did). Sayles' portrait of Harmony does something few movies attempt by showing not the graphic, violent side of racism but the insidious, corrosive kind…

"Honeydripper" is set at the intersection of two movements that would change American life forever: civil rights, and rhythm & blues. They may have more to do with each other than you might think, although that isn't his point. He's more concerned with spinning a ground-level human comedy than searching for pie in the sky. His movie is rich with characters and flowing with music…
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domenica 21 aprile 2013

Silver City - John Sayles

è sempre bello vedere un film di John Sayles, "Silver City" non sarà perfetto, ma c'è sostanza, è cinema politico, ci sono spettacolo, colpi di scena, attori bravi, non annoia un attimo.
come si intuisce mi è piaciuto molto, e così spero per voi - Ismaele



È sempre un compito improbo rendere conto dell’intreccio alla base di un film di John Sayles, Silver City è irriducibile al nudo plot, l’intero film è la sua trama fitta di reticoli intrecciati con i valori di una nazione e la loro prassi, raramente ortodossa….
Il razzismo, l’immigrazione clandestina e il suo sfruttamento, la speculazione edilizia, la storia recente che si fa commercio, che viene trasformata in attrazione turistica, poi in strategia politica, sono elementi non più di una denuncia (nei film precedenti erano analizzati uno alla volta), ma segnalati da Sayles come fattori incorporati nella società autoimmunizzante, in cui sembra non resti nulla da accusare, se non la società stessa, tutta intera. Lentamente, come in una sorta di versione politica di Viale del tramonto, ci si identifica col morto, tutti quanti, come indica l’agghiacciante finale; e anche se qui il cadavere non parla, resta comunque il motore immobile delle azioni.
La denuncia dell’asservimento sistema informativo alla politica e ai suoi interessi economici, rappresenta invece una novità nell'universo tematico dell’autore, ma anche un onere imprescindibile che il cinema americano di quest’ultima stagione ha fatto proprio. Dal momento che assume l’informazione come argomento e fine di questa complessa pellicola,
Silver City è di fatto controinformazione. Preso atto del definitivo scollamento avvenuto tra linguaggio e comunicazione, l’informazione libera secondo Sayles scorre sul web (oltre che su pellicola), che si è fatto carico dell’onere ugualitario che la TV agli inizi propugnava, prima della volgarizzazione delle sue possibilità democratiche in populismo da talk show o, peggio ancora, in propaganda elettorale paternalista e rassicurante. I dilemmi intimi, che Sayles ha sempre saputo descrivere con toccante realismo, sono messi da parte in Silver City, per una accurata rappresentazione della tragedia sociale in corso, che ha colori lividi forieri di un destino tutt'altro che roseo. Una splendida sequenza bucolica restituisce un po’ di respiro: le luci dorate di un pomeriggio nello stato delle montagne rocciose, catturate dall’inossidabile Haskell Wexler, fanno da sfondo all'interrogatorio della bella arciera Maddy Pilager (Darill Hannah), ma si tratta di una breve parentesi quasi onirica che poco si amalgama con il resto del film, così duro e senza compromessi…

Una pellicola, l’ultima di John Sayles, che attraversa molti generi, ma che è sorretta dalla volontà di affrontare un discorso politico senza mezze misure. Ed è proprio questo forse il pregio ed il limite di ’Silver City’. Dai personaggi traspare limpidamente l’amore per la verità e allo stesso tempo la difficoltà che in questi tempi c’è nel farla emergere. Così, questa dichiarazione tanto esplicita e diretta, rischia di cadere nella trappola del moralismo pedagogico, nonostante si percepisca chiaramente la sincera passione civile con cui è girato il film.

Sayles' wisdom of linking a murder mystery to a political satire seems questionable at first, until we see how Sayles uses it, and why. One of his strengths as a writer-director is his willingness to allow uncertainties into his plots. A Sayles movie is not a well-oiled machine rolling inexorably toward its conclusion, but a series of dashes in various directions, as if the plot is trying to find a way to escape a preordained conclusion. There's a dialogue scene near the end of "Silver City" that's a brilliant demonstration of the way he can deflate idealism with weary reality. Without revealing too much about it, I can say that it involves acknowledging that not all problems have a solution, not all wrongs are righted, and sometimes you find an answer and realize it doesn't really answer anything. To solve small puzzle is not encouraging in a world created to generate larger puzzles…
…The movie's strength, then, is not in its outrage, but in its cynicism and resignation. There is something honest and a little brave about the way Sayles refuses to provide closure at the end of his movie. Virtue is not rewarded, crime is not punished, morality lies outside the rules of the game, and because the system is rotten, no one who plays in it can be entirely untouched. Some characters are better than others, some are not positively bad, but their options are limited, and their will is fading. Thackeray described Vanity Fair as "a novel without a hero." Sayles has made this film in the same spirit -- so much so, that I'm reminded of the title of another Victorian novel, The Way We Live Now.

mercoledì 17 aprile 2013

The Brother from Another Planet (Fratello di un altro pianeta) - John Sayles

un film con un protagonista a metà fra Keaton e Chance ("Oltre il giardino"), senza la parola, un alieno che vede il mondo con altri occhi.
gli amici e i bambini sono le due speranze e i suoi aiuti.
un film che sorprende, quasi un classico - Ismaele


QUI il film completo

 

Felice ibrido tra vari generi e tematiche (fantascienza, commedia e denuncia sociale con l’occhio rivolto ai rapporti interrazziali, ma anche contro la droga e le conseguenze che la stessa ha determinato nelle aree metropolitane più povere), fieramente indipendente, spregiudicato ed anarchico nell’incedere, il tutto conseguito grazie al prodigarsi di John Sayles che in questa circostanza si cimenta alla scrittura oltre che alla regia.
Brother (Joe Morton) è un alieno di pelle nera in fuga che precipita a New York e che si ritrova nel bel mezzo di Harlem.
Qui troverà persone di buon cuore disposte ad aiutarlo nonostante sia ai loro occhi parecchio strano (divertenti le prove al bar per capire come mai sia così), oltre al fatto che non potendo parlare è difficile capirlo.
E alle sue calcagne ci sono due extraterresti col compito di recuperarlo e riportarlo all’ovile e per farlo sono disposti a tutto (o quasi, visto che quando devono compilare dei moduli se la filano a gambe levate)…
… Insomma non aspettatevi effetti speciali particolari (anzi …), ma tutto il resto, venato da uno spirito indipendente, regala parecchi spunti ed anche una buona dose di divertimento, tra battute spensierate e piacevoli siparietti.
Quando si dice che “nella botte piccola ci sta il vino buono.

Senza soffrire minimamente il basso costo, con "Fratello di un altro pianeta" il regista confeziona una pellicola che, seppur con molti difetti, colpisce per il coinvolgimento che regala allo spettatore e per la capacità di sfruttare una storia ambientata in un genere come la fantascienza come metafora sociale. Imparando bene le lezioni di Corman, Sayles costruisce una trama semplice ma efficace, che forse mette troppo poco in evidenza l'iniziale senso di solitudine dell'alieno poi trasformato in riconoscenti scambi umani con gli afro-americani di Harlem, ma che è ottima per mettere in evidenza svariate tematiche di rilievo, su tutte l'immigrazione e l'importanza della comunanza fra le persone...

There are individual moments here worthy of a Keaton, and there are times when Joe Morton's unblinking passivity in the midst of chaos really does remind us of Buster.
There is also a curious way in which the film functions as more subtle social satire than might seem possible in a low-budget, good-natured comedy. Because the hero, the brother, has literally dropped out of the skies, he doesn't have an opinion on anything. He only gradually begins to realize that on this world he is "black," and that his color makes a difference in some situations. He tries to accept that. When he is hurt or wronged, his reaction is not so much anger as surprise: It seems to him so unnecessary that people behave unkindly toward one another. He is a little surprised they would go to such an effort. His surprise, in its own sweet and uncomplicated way, is one of the most effective elements in the whole movie.