Vivaldi, un povero maestro di musica viene chiamato a dirigere l'orchestra delle orfane dell’Ospedale della Pietà, una mezza prigione, a Venezia, orfane che venivano istruite per essere vendute a un buon prezzo a futuri mariti-padroni.
Cecilia (Tecla Insolia) viene scelta come primo violino da Vivaldi (Michele Riondino), loro amano la musica, ma il Potere li disprezza, se non si sottomettono.
Cecilia raggiungerà la libertà, e non sapremo altro, solo che la libertà ha un profumo bellissimo, ma ha le sue incognite, per una donna sola, sopratutto in quei tempi.
un film che merita per molti motivi, una sceneggiatura che non annoia, ottimi protagonisti e una fotografia memorabile, sopratutto.
buona (musicale) visione - Ismaele
…La storia segue la crescita esistenziale di Cecilia,
che da orfana passiva si trasforma in un'artista consapevole, affrontando
desideri, paure e la necessità di affermarsi. La musica non è solo un'abilità,
ma un linguaggio universale che permette a Cecilia di esprimere sé stessa, di
connettersi con gli altri (incluso Vivaldi) e di superare le barriere imposte
dalla società. L'orfanotrofio e il rapporto con il dominante ma fragile Vivaldi
simboleggiano le strutture sociali e i soprusi che limitano le donne, spingendo
Cecilia a cercare la propria voce. Il film esplora il rapporto ambivalente tra
maestro e allieva, dove entrambi si trovano in momenti di bisogno: Vivaldi
cerca riconoscimento per il suo genio, mentre Cecilia cerca una via d'uscita e
di realizzazione…
…dopo anni di sana gavetta possiamo ufficialmente dire che il 2025 è
stato l’anno della consacrazione di Ludovica Rampoldi.
E non solo perché, dopo tante sceneggiature ha esordito alla
regia con l’interessante Breve Storia d’amore, ma perché ha scritto due dei
film italiani più belli proprio per costruzione narrativa e dialoghi pungenti e
ben scritti ossia Il Maestro e la rivelazione di queste feste
natalizie, Primavera.
Primavera è un film che aveva davanti a sé tante
insidie. La prima era quella legata a Damiano Michieletto, un regista più
specializzato nella messa in scena di opere liriche e che qui debutta nella
finzione pur avendo come protagonista la tanto amata musica. La seconda ancora
più importante è quella legata al confronto con un’altra opera prima che avuto
un discreto successo e che affrontava tematiche molto simili come il Gloria! di
Margherita Vicario.
Partendo dal romanzo Premio Strega di Tiziano Scarpa, Stabat Mater la
coppia Michieletto-Rampoldi imbastisce Primavera focalizzandosi sull’opera di Antonio
Vivaldi e sul suo rapporto con le orfane dell’Ospedale della Pietà. Ragazze
rifiutate con il destino già segnato e marchiate a fuoco fin dalla nascita ma
che vengono educate alla bellezza della musica prima di finire in spose a
viscidi uomini più maturi di loro che le regaleranno una vita all’apparenza più
dignitosa. Praticamente il Patriarcato Veneziano del 1716…
…Tutto, in Primavera, è in perfetto equilibrio (con la possibile eccezione di
Stefano Accorsi in un incongruo cammeo) nel raccontare una situazione
strutturalmente squilibrata, sia dal punto di vista socioeconomico che dal
punto di vista musicale, e in entrambi i casi la sperequazione è intenzionale,
per mantenere un ordine costituito e per scompigliarlo a dovere. Il Vivaldi di Primavera è ossessivo e rabbioso, ma anche ispirato e autentico,
può raccontare l'incanto di un pastore che si addormenta al pascolo come la
minaccia di una tempesta in arrivo, è una mina vagante, come devono esserlo gli
artisti, un sasso nell'ingranaggio la cui musica "esalta e stordisce, come
la vita" chi, come lui e Cecilia, non si accontenta di "campare con
la propria reputazione". Primavera è "una questione di soldi, di musica e di
morte" in cui i soldi servono (ma spesso non ci sono), la morte arriva, e
la musica "non serve a niente" ma, come dice Vivaldi, "può fare
tutto", e tanto basta.
anche quest'anno (agosto 2023 - luglio 2024) faccio una specie di classifica dei film visti al cinema (solo 52), e qualcosa di ottimo e buono c'è (cliccando su ogni titolo c'è il link alla piccola recensione che avevo scritto a suo tempo), gli altri, comunque buoni, si trovano nel blog - Ismaele
un film politico e operaio (con il ricordo di Elio Petri e Gian Maria Volonté negli occhi dello spettatore), dedicato allo scrittore Alessandro Leogrande, moerto a soli 40 anni (il film si ispira a un suo libro).
Caterino (Michele Riondino) è un uomo qualunquista e senza qualità, che si adatta a fare la spia per il padrone, o il suo direttore del personale (impersonato da Elio Germano).
il film è ambientato nell'Ilva di Taranto, nella quale il mobbing e il confinamento dei mobbizzati in una palazzina all'interno dell'area industriale era sviluppato in quantità industriale.
Caterino, credendo di arrivare al paradiso del non far niente, viene mandato lì con l'incarico di spia, di colleghi mandati lì a morire di noia, umiliati e offesi, in attesa delle loro dimissioni o pazzia.
la fabbrica è gestita con la paura, e la palazzina Laf è la ciliegina sulla torta dell'orrore dell'istituzione totale (Michel Foucault insegna).
opera prima di Michele Riondino, con una sceneggiatura implacabile, con attori convincenti e anche più.
non perdetevelo, merita molto.
buona (inquietante) visione - Ismaele
…La
sceneggiatura, dello stesso Riondino saggiamente affiancato dall'esperienza di
Maurizio Braucci, non fa sconti a nessuno e crea dinamiche relazionali allo
stesso tempo credibili e lunari. E a fare la differenza nel raccontare questa
storia è la volontà di non farne semplicemente un "film a tema" ma un
lavoro artistico che trova la sua originalità in una serie di scelte molto
precise di regia, di montaggio (del bravissimo Julien Panzarasa) e di commento
sonoro minaccioso e incombente (le musiche originali sono di Teho Teardo, la
canzone finale è di Diodato, che ha origini tarantine).
Dalla scena in cui Caterino emerge con un occhio nero alle visioni (o
anticipazioni temporali) che precedono e preconizzano le conseguenze delle
azioni in scena, Palazzina Laf costruisce in modo asciutto
ed essenziale, ma mai minimalista o documentario, la parabola di un Giuda
inconsapevole che è a suo modo anche un povero Cristo. E finalmente torna a
mettere il diritto dei cittadini al lavoro - e a condizioni che lo rendano possibile
- all'interno del nostro cinema che, dagli anni Settanta in poi, ha in gran
parte evitato di parlarne.
…A raccontare questa storia di operai e padroni, di
rivendicazioni e soprusi, di dignità e umiliazioni, è Michele Riondino che con
Palazzina Laf firma la sua opera prima da regista. Interprete principale
(Caterino) accanto a Elio Germano (Basile), e autore della sceneggiatura
insieme a Maurizio Braucci, l'attore pugliese si è documentato attraverso
interviste a ex lavoratori e leggendo le carte processuali che hanno portato ad
alcune condanne e risarcimenti per le persone coinvolte in uno dei tanti
episodi che dimostrano cosa significhi lavorare in Italia. UN FILM che racconta in modo diretto l'assenza
di una rete fuori dalla fabbrica. Che pone, senza andare mai sopra le righe, la
questione del lavoro dentro una società che dimentica la vita degli altri, di chi
in fabbrica muore per mancanza di sicurezza o è punito per essersi opposto, per
aver cercato una via migliore per tutti. La Palazzina Laf del titolo è un edificio
fatiscente, invisibile, controllato da guardie asservite, dove operai e tecnici
sono reclusi fino a quando non si piegheranno alla volontà dei padroni. Chi non
accetta la cosiddetta ristrutturazione, la riconversione, è condannato
all'esilio, al confino dentro l'ILVA, nella Palazzina Laf, appunto. Nei
corridoi e nelle stanze solo donne e uomini da ridurre a corpi senza
intelletto, ridotti a giocare con una palla di carta. SOLO Caterino non si rende conto della
situazione. Pensa che quel luogo sia un paradiso dove è stata abolita la
fatica. Sarà solo questione di tempo. Anche lui, farà le sue esperienze, si
avvicinerà all'orrore di esistenze condannate al silenzio e all'inazione. E
così dopo Paola Cortellesi, anche Riondino sceglie la via della regia per
incitare a osservare criticamente un presente radicato in un orribile passato.
…Vedendo il film lo spettatore è costantemente posto di
fronte alla questione che riguarda le potenzialità evolutive di Caterino La Manna,
così si chiama il personaggio interpretato da Riondino:
arriverà insomma Caterino a rendersi conto dell’universo disumano e distopico
in cui è precipitato, saprà sfruttare l’occasione di crescita morale e civica
che in fondo gli è stata data oppure resterà quell’imbecille che è sempre
stato? Non rivelerò quale sua stata la scelta del regista. Ciò che tuttavia va
detto è che questo è l’unico autentico potenziale drammaturgico del film (ché
per il resto gli altri personaggi sono rappresentati in modo decisamente
univoco: le vittime e i carnefici, i buoni e i cattivi) e che su questo,
appunto unico, snodo drammaturgico il film si sofferma un po’ troppo,
ingenerando qua e là una certa noia alla quale poco aggiunge la vicenda privata
di Caterino, la sua relazione con la fidanzata e tutto il resto. In altre
parole la scelta di non girare un documentario ma un film di finzione non è, a
mio avviso, supportata da una sceneggiatura adeguatamente solida.
Peccato, perché, invece sul piano della regia piuttosto varia, della
recitazione, della fotografia (molto anni ’90, colori
giallo-marroncini-grigiastri), dei costumi, della scenografia (molto è stato
girato a Piombino), della musica (Teho Teardo) il film
funziona, tutto sommato, piuttosto bene.
…Il modo in cui Riondino gioca col tono
di Palazzina LAF, tenendo sempre in equilibrio la commedia e il dramma, il
grottesco e il surreale, l’astrazione e la denuncia, è il punto di forza
principale del film, e la ragione per cui ciò che gli sta evidentemente a
cuore, ovvero il risvolto sociale e politico, riesce a funzionare così bene,
senza risultare mai pesante o stucchevole per lo spettatore. Ancora un volta, il segreto sta nella cura per
il dettaglio, che ovviamente non si esaurisce solo nel nome di Caterino
Lamanna. La cura del dettaglio, in Palazzina
LAF, la si vede nella scelta dei volti e degli attori, tanto per
cominciare: anche per quelli che magari vediamo solo due volte, come nel caso
di Paolo Pierobon, ma ovviamente anche in quelli che
stanno spesso sullo schermo, da Michele Sinisi a Gianni
D’Addario, da Vanessa Scalera a Marina
Limosani. Ma la si vede in un vecchio impianto stereo che
mangia le cassette, nel trucco e nel parrucco, nelle cose che vengono dette
solo con gli sguardi, nei fiori piantati dentro vecchie scatole di latta. La si vede nel modo in cui Riondino,
dimostrando anche un buon occhio per le inquadrature, racconta, da
vicino e da lontano, la fabbrica e una città, le loro mille contraddizioni e
l’eredità tossica con cui devono convivere, attraverso le immagini.
le due ragazzine sembrano prese da Bellas Mariposas (di Salvatore Mereu), amiche per la pelle.
una storia dove anche gli operai fanno la loro (rara) comparsa al cinema, in un posto di fronte all'isola d'Elba, dove si va a fare vacanza, loro, a Piombino, vivono tutto l'anno, senza vacanza e senza fughe (il sogno di molti), come lo schiavo che vuole liberarsi dalle catene.
c'è poco da ridere, ma così va il mondo, per troppi.
a me è piaciuto.
buona visione - Ismaele
…L'acciaieria è
protagonista indiscussa del film, presente in quasi tutte le splendide
inquadrature del compianto Marco Onorato, già direttore
della fotografia di Dieci Inverni di Valerio Mieli e di quasi tutti i
lungometraggi di Matteo Garrone; il contrasto tra il
bellissimo mare su cui si affaccia Piombino e le fumanti ciminiere che
deturpano il paesaggio è fondamentale per comprendere la quotidianità dei
protagonisti della pellicola, divisi tra la dimensione onirica dell'Isola
d'Elba e la realtà del lavoro in fabbrica. Ed è il personaggio di Alessio,
il fratello di Anna, ad incarnare questa realtà: il ragazzo,
infatti, lavora come operaio nell'acciaieria, svolgendo un lavoro massacrante,
che gli permette però di tornare a casa con uno stipendio pulito, necessario
per il mantenimento della famiglia; il padre ha lasciato il suo lavoro in
fabbrica, per seguire un sogno che lo tiene lontano dalla famiglia e lo
arricchisce saltuariamente in modo poco legale.
Alessio –
interpretato da Michele Riondino - è il
personaggio positivo del film: consapevole dell'onestà del suo lavoro, svolge
con serenità la sua attività in fabbrica, impegnandosi e aiutando
volenterosamente i colleghi; vive nella costante attesa del ritorno del suo
grande amore Elena, la quale torna improvvisamente a Piombino. La
ragazza - interpretata da Vittoria Puccini – ha visto
infrangersi il sogno di lavorare in una realtà diversa da quella di Piombino,
dove è vissuta, nel momento in cui, dopo innumerevoli richieste di assunzione
senza risultato, è stata selezionata proprio dagli uffici dell'acciaieria. La
storia di Elena suscita un'amara riflessione sul mondo del
lavoro di oggi, sulla difficoltà di evadere da una realtà che non soddisfa, ma
che sembra essere l'unico modo per andare avanti.
Le difficoltà dei
personaggi e la voglia di lasciare tutto non sono dettate da uno spirito di
avventura: sono una dolorosa conseguenza del fatto che l'unica possibilità di
lavoro è la Lucchini, un futuro diverso non è possibile. Emblematica è l'ultima
battuta del film, in cui Anna dice “Mi chiedo sempre perchè il futuro
dev'essere altrove, da un'altra parte”.
…Nella storia, ambientata a Piombino dove l'acciaieria
domina il territorio e il tessuto sociale, s'intrecciano due temi molto forti:
gli smarrimenti adolescenziali e le problematiche legate al mondo del lavoro
operaio.
Due realtà molto difficili, quasi inesplicabili.
Di qua l'acciaieria che lavora ventiquattro ore al giorno e non si ferma mai,
di là Anna e Francesca, piccole ma già grandi, un'amicizia potente ed esclusiva
quanto l'amore. L'acciaieria, una fabbrica che lavora a ritmo incessante, e un
lavoro logorante in cui ogni piccola distrazione può costare una vita.
Lavorare in questo contesto, fatto di turni, ritmi, percorsi, in mezzo al
calore, alla polvere, ai vapori difficili da respirare, comporta un logorio
fisico e mentale che rende la vita dell'operaio sempre più stressante e a
rischio e si ripercuote sulla collettività con costi sociali altissimi, spesso
insostenibili. Eppure è un orgoglio per la città: l'ha fatta crescere, l'ha
arricchita, l'ha vista accogliere gente di altre città e di altri paesi. Un
orgoglio che però si è concesso qualcosa di troppo nelle vite e sulla pelle
delle persone, di chi in quella città vive e di quel lavoro si nutre.
Anche se le due realtà sono molto diverse, tutto ciò
riporta inevitabilmente alla mente un altro acciaio, quello dell'ILVA di
Taranto, la fabbrica che con le sue emissioni di diossina e polveri, abusa del
territorio e mette a rischio la vita dei lavoratori e di un'intera città.
Il film però non racconta solo di ciminiere e lavoro, ma è anche un racconto di
marginalità e di formazione adolescenziale, quell'età di passaggio in cui si prova
ad essere libere illudendosi di essere donne. Quell'età in cui si conserva
ancora la speranza di ribellarsi al sistema, magari partendo proprio dalla
solidarietà reciproca. Quell'età in cui si avverte forte l'urgenza di crescere,
pur non sapendo bene come farlo.
Tre sono i luoghi che Mordini racconta visivamente con
estrema cura, coadiuvato in ciò dalle splendide immagini del compianto Marco
Onorato.
Innanzi tutto c'è lo stabilimento siderurgico, un tempo simbolo di progresso e
orgoglio di antica potenza e oggi ridotto a carcassa fatiscente; un mostro
industriale le cui ciminiere deturpano il bellissimo paesaggio della costa
toscana, ma che conserva ancora tutto intero il fascino del magma incandescente
delle sue colate, pur avendo perso il suo alone di sacralità.
Poi c'è l'ambiente esterno, volutamente cupo, polveroso, assolato, lunghe
distese di sabbia e sterpaglie rischiarate da un sole accecante ma mai vivido.
Infine ci sono i grigi casermoni proletari di via Stalingrado, in cui si
consumano le vite di mamme che portano i segni di un lavoro sfiancante, di
padri che il fuoco degli altiforni ha liquefatto, di operai lasciati troppo
soli e di adolescenti disorientati, tra la voglia di scoprire il mondo e
l'impossibilità di farlo.
Pur tra qualche discrepanza narrativa, il film di Mordini
ha il grande merito di riportare in primo piano la classe operaia e i suoi
problemi da lungo tempo ormai entrambi usciti dagli interessi dei media e dalle
decisioni politiche, miopi e distruttrici…
…Piombino è una città la cui economia
ha da circa un secolo ruotato intorno a quella acciaieria che un tempo si
chiamava Ilva (il nome etrusco dell'isola d'Elba) e ora, passata di proprietà,
è divenuta Lucchini: Tutto il film rinvia a quel fuoco che tempra il minerale
destinato a divenire acciaio. Ma le vite delle persone sono molto più fragili.
Si corrodono e si possono anche liquefare (vedi le due figure paterne) di
fronte a quel calore. Ciò che riesce a resistere è l'amicizia tra Anna e
Francesca che conserva una sua intima purezza che va al di là delle contingenze
e che costituisce il cuore pulsante (sul piano narrativo) del film che su di
loro concentra la propria attenzione.
Per due non attrici è un peso non da poco che viene sostenuto con una
naturalezza che ha in sé tutti i fremiti e le contraddizioni di un'adolescenza
che gli adulti spesso non riescono a comprendere.
…La
classe operaia, sebbene a partire dagli anni 60 abbia avuto un ruolo da
protagonista nei corsi e ricorsi della storia, così non è stato nel
cinema e sono rare le pellicole che l'hanno raccontata ("La classe operaia
va in paradiso", "I compagni") riuscendo a trasporre sia il
determinismo di esistenze svuotate che i primi moti di ribellione al dispotismo
del padrone. Il teen movie, al contrario, fin dagli anni 80 ha
vissuto una continua proliferazione. Due anime, l'una sociale e l'altra
sentimental-sensuale si incontrano in "Acciaio" come le panoramiche
sulla fabbrica e la città industriale con i primi i piani insistiti sui volti e
corpi.
Il
regista decide di lavorare di sottrazione ma senza riuscire a trovare un canale
comunicativo alternativo attraverso cui innalzare la sua opera sopra la soglia
della superficialità. Limite, questo, in cui cadono quegli autori che decidono
di utilizzare un registro arduo da mettere in scena senza saperlo maneggiare
con la dovuta cautela. Come si fa con l'acciaio ardente.
…l’opera di Mordini appare a volte
un’indagine sull’instabile età adolescenziale, mentre altre situazioni
suggeriscono che sia prontamente incentrata sul tema lavorativo. Due temi che
si fondono e proseguono di pari passo su un binario che mantiene fino
all’ultima sequenza una tensione drammatica ragguardevole. Dopotutto, per
l’intera durata delle pellicola, si respira aria di tragedia e quando questo
accade, normalmente, le attese non vengono disilluse. Una prevedibilità
scioccante, ma non del tutto necessaria.
Inoltre il regista pone in risalto
un’interessante fotografia naturalistica e un cast all’altezza delle
aspettative: le due giovani Anna Bellezza e Matilde Giannini, che con
naturalezza rendono credibile e intimamente puro un rapporto morboso, e Michele
Riondino, un fratello maggiore e allo stesso tempo un operaio, una figura
secondaria, che appare e scompare con energica compostezza. Un attore che, in
modo compiuto, non fa pesare sulla pellicola il suo status di “primadonna”.
Acciaio ci ricorda che la classe operaia
esiste ancora. Non è una pellicola memorabile, ma un interessante spaccato
provinciale, nel quale l’acciaio salda i rapporti. Indissolubilmente…
Ma quanti anni hanno queste ragazzine? Possibile che a
quattordici anni facciano sesso, si fidanzino con ragazzi di almeno dieci anni
più grandi e una di loro finisca addirittura a fare la spogliarellista in un
night club del posto? Va bene il contesto sociale problematico, ma non siamo
nel degrado: si tratta di famiglie operaie più che dignitose, non ci sono
tossicodipendenti, caso mai qualche piccola illegalità, ma niente di
miserevole.
Le acciaierie di Piombino sono state là per decenni,
ma hanno cominciato a interessare il cinema soltanto quando hanno iniziato ad
essere smantellate: si pensa a La bella vita (1994)
di Virzì e a questo Acciaio che
presenta grossi problemi fin dal copione. Lucchini è l'ultima incarnazione
delle acciaierie di Piombino: nei quindici anni in cui ci ha lavorato mio
padre, aveva cambiato diverse volte, da Italsider a Deltasider, dall'Ilva alla
Lucchini, che pretese una drastica riduzione di personale, con la conseguenza
di qualche centinaio di prepensionati messi a carico delle casse INPS.
Che lavorare come operaio in un'acciaieria non sia
l'aspirazione di nessuno è un fatto incontestabile, ma che rappresenti
necessariamente una condanna a morte è un'idea sbagliata e peraltro Piombino è
una cittadina storica con una vita culturale tutt'altro che disprezzabile, con
spiagge e calette tra le più belle di tutta la Toscana, non solo quelle
incorniciate dagli impianti industriali.
In questo senso - ma magari l'originario romanzo
di Silvia Avallone è di tutt'altra pasta - il film
di Mordini gira veramente nel vuoto. Da salvare c'è
la bella prestazione di Michele Riondino,
che in quanto tarantino proviene da una città davvero devastata da
un'acciaieria e ci mette tutto sé stesso. Per il resto, meglio lasciar perdere.
dopo la liberazione dai lager tanti sopravvissuti vagavano in cerca di una casa, come scrive Primo Levi.
in una tenuta abbandonata arrivano un po' di bambini e adolescenti e chi se ne vuole occupare, in attesa di una sistemazione.
i proprietari della tenuta vorrebbero mandarli via, l'economia, si sa, ha le due pretese, e poi non è che tutti i fascisti siano spariti d'incanto.
la storia tiene, gli attori sono bravi, la sceneggiatura non fa mai calare la tensione, il regista Michele Soavi è bravissimo quando si tratta di non far addormentare gli spettatori.
buona visione - Ismaele
ps: Isabella Ragonese e Michele Riondino sono già stati protagonisti in un (bel) film del 2009, Dieci inverni, di Valerio Mieli.
QUI si può
vedere il film completo, in quattro parti, su Raiplay
La storia inizia poco dopo la
Liberazione, nei mesi in cui i sopravvissuti alle deportazioni tornano a casa.
Tra questi, anche qualcuno che non troverà più nessuna famiglia ad attenderlo:
bambini, ragazzini e adolescenti che hanno visto e vissuto l'orrore - allora
ancora nascosto e indicibile - dei campi di sterminio. Questa storia parla di
loro. E di alcuni adulti coraggiosi che aiutano i ragazzi a riemergere
lentamente alla vita, in un luogo improvvisato e privo di risorse, sullo sfondo
di un'Italia provata, miserabile, ridotta in macerie. I protagonisti adulti si
chiamano Davide e Giulia. Davide era lontano da casa quando sua moglie e suo
figlio sono stati presi, avviati ai treni, spariti nel nulla - e non se lo può
perdonare. Ha partecipato alla Resistenza, ma ora tutte le sue forze sono
concentrate nella loro disperata ricerca. Giulia è figlia di un imprenditore
che ha collaborato con i nazisti e da poco è stato arrestato e condotto in
carcere. Le strade di Davide e di Giulia si incrociano per caso, quando
entrambi si trovano alle prese con alcuni bambini e ragazzi, reduci dai campi,
che non sanno da chi andare, cosa fare, dove trovare un rifugio. Aiutati da
Ben, un ex ufficiale della Brigata Ebraica che ha rinunciato a rientrare in
Palestina per dare una mano a quanti vorranno seguirlo nella nuova patria,
Davide e Giulia occupano una tenuta agricola abbandonata dove, in una piccola
scuola rurale, insegnava un tempo la giovane moglie di Davide. Qui, passo dopo
passo, con pochissimi aiuti dall'esterno, bambini e ragazzi italiani e
stranieri riscoprono il rispetto reciproco, la solidarietà, la voglia di
giocare, studiare, lavorare, amare. E raccontare - quasi sommessamente, con
dolore - la loro perduta umanità. Le età sono le più diverse. E così le
provenienze, le rabbie, le disperazioni e i sogni. C'è Gabriel, che orfano già
da prima della guerra, è riuscito a fuggire da un campo di concentramento ed è
stato raccolto e salvato dai partigiani polacchi. C'è Miriam, che un tempo
suonava il piano e ora non sa o non vuole più farlo. C'è Sara che detesta il
Paese che le ha portato via il padre, la madre e i suoi fratelli con le Leggi
Razziali e non vede l'ora di andarsene in Palestina. E c'è Mattia, che non
viene dai campi, ma è solo un ragazzo che dà una mano nella tenuta, nascondendo
però un recente passato in cui è stato nelle milizie repubblichine, senza
neanche sapere bene quello che faceva. E ci sono poi i bambini più piccoli,
come Giovanni che non riesce più a parlare dopo le atrocità che ha visto e si
limita a disegnare. E i piccolissimi, come Ninnina, quattro anni, che ha anche
lei un numero tatuato sul braccio. Nello scorrere del racconto, ognuno va
incontro ai propri fantasmi, alle proprie paure e ai propri desideri, che
finalmente potranno cominciare a prendere corpo. Ma per andare avanti devono
fare i conti con il passato e ritrovare il senso delle parole e della
testimonianza. E, nel giorno in cui la radio annuncia la sconfitta della
monarchia e la nascita della nuova Italia repubblicana, Davide può finalmente
rinunciare alle armi e riconciliarsi con se stesso e col mondo. È un luminoso
giorno del giugno 1946 quello in cui, per lui e per il Paese, la guerra sarà
davvero finita.
Soavi, forte della sua esperienza nel genere horror,
mette a disposizione del progetto le sue abilità, facendo sì che l’atmosfera si
riveli uno dei punti di forza, dal punto di vista registico, de La
guerra è finita: la nebbia che pervade i ricordi, che ne permea ogni più
intima fibra e arriva fin quasi alle ossa, prima che al cuore, dei
protagonisti, cela solo in parte le brutture e la crudeltà che hanno preso
luogo nei Lager…
…Sono quindi i
bambini e i ragazzi ad indirizzare lo sguardo e le sensazioni del pubblico, che
tramite loro interpreta (o almeno tenta di interpretare) le situazioni che si
succedono via via, dalle più terribili alle più leggere. L’infanzia rubata,
l’innata voglia di giocare, le prime infatuazioni amorose, la necessità di
adulti come riferimento e di cui fidarsi, sono solo alcune delle suggestioni
sollevate in tale discorso. Di quest’ultima ne è un caso esemplare il rapporto
che si crea tra Davide e il piccolo Giovanni,
andando a sopperire a una dolorosa mancanza in entrambi.
La musica, a cura
di Ralf Hildenbeutel, suggella il tutto, con un’efficace
alternanza di note poetiche, delicate o dal ritmo sostenuto a seconda delle
immagini che accompagnano. In qualche modo ispirato da La tregua di Primo
Levi e spinto da un’atavica volontà di non dimenticare e di
muovere al risveglio delle coscienze, spingendo a riflettere e a porre
attenzione a ciò che ci circonda, che non è altro se non figlio di quel tragico
passato, Soavi confeziona una serie di buon livello e di grandissima
importanza.