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lunedì 18 dicembre 2023

Il cielo brucia (Roter Himmel) - Christian Petzold

Felix e Leon si concedono una piccola vacanza in una tranquilla casa vicino al mare, l'ideale per finire i loro lavori, Felix deve preparare un portfolio per poteraccedere a una scuola di fotografia, Leon deve finire di scrivere il suo secondo libro.

non tutto va bene, la macchina si ferma, la casa è occupata da Nadja, quell'estate gli incendi sono particolarmente molesti, dal soffitto c'è un'infiltrazione.

Felix è un ragazzo estroverso, Leon è abbastanza chiuso, la convivenza con Nadja (e a volte Devid) non è facile per tutti.

nell'ultima parte del film le tensioni crescono, e un dramma terribile segna le loro vite.

Leon, che per paradosso è uno scrittore e in quanto tale a contatto con le parole, non trova le parole per dire quello che sente, in quei giorni, e neanche nel libro le parole riescono a dire qualcosa di bello, in giudizio di Nadja è senza appello, come  quello del suo agente Helmut.

e poi accade la tragedia.

e tutto cambia, e anche il libro di Leon diventa un buon libro.

un film che non si dimentica tanto presto e Paula Beer è sempre più brava.

il film, vincitore dell'Orso d'argento al festival di Berlino del 2023, è addirittura in quattro sale in tutta Italia, così va il mondo.

buona (incendiaria) visione - Ismaele


  

 

Studio di caratteri, disamina spietata della professione di romanziere, storiella scema che alla fine funziona, Roter Himmel è la prima bella sceneggiatura di Petzold dalla morte di Harun Farocki. Spensierata e inquietante come una partita di volano coi racchettoni luminosi in una notte d’estate. Fotografia magnifica – soprattutto dopo il tramonto – di Hans Fromm e consueta selezione musicale di Petzold calibrata al millimetro. La colonna sonora sfoggia Tarwater, “andata” di Ryuichi Sakamoto dall’album async (2017) e sopratutto In My Mind (2020) del gruppo viennese Wallners, disinvoltamente perfetta tanto nei titoli di testa quanto in quelli di coda. Paula Beer, magnetica, è la nuova Nina Hoss und das ist gut so.

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Certo, Petzold non ha quei ritmi travolgenti, rimane sempre più compassato, alla ricerca di uno scavo più profondo nella trama delle relazioni. Eppure delinea nuove traiettorie. E se Undine era una donna passionale, di energie innocenti e brutali, qui Nadja è una figura femminile più tenera, apparentemente più gioiosa e rassicurante, pur nelle sue ombre e nei suoi segreti. Un corrispettivo ideale di un protagonista che, invece, è talmente immerso nella propria dimensione iperurania e così avvitato su sé stesso, da essere del tutto incapace di rendersi conto di ciò che gli accade intorno. Costantemente sulla difensiva. È l’accusa che gli rivolge Nadja, svelando tra le righe, una verità decisiva. Ma anche mettendo finalmente a nudo i limiti di Leon e della sua vena di scrittore. Per quanto si possa essere attenti ai propri movimenti interiori, di cosa si può davvero scrivere se non si è in grado di aprire gli occhi sugli altri e sul mondo?

Allora, tutta la parabola disegnata da Petzold si rivela un percorso di educazione sentimentale e di rieducazione alla vita. Che deve passare necessariamente per il travaglio del negativo, per il picco di discesa. Per la crisi, il dolore, la perdita. Per quell’istante in cui tutto ciò che sta intorno, prende fuoco e si trasforma in cenere. Ma, anche nel mostrare il dramma, Petzold non diventa mai tragico. Mantiene una levità, che passa prima di tutto negli sguardi, negli atteggiamenti, nel linguaggio dei corpi. E poi, solo poi, nell’esternazioni più evidenti e nelle parole. La scrittura di Leon riprende corpo e sangue, nel tornare alla vita. Mentre quella di Petzold si trattiene, rimane un passo indietro. Lasciando che le cose parlino da sé, tra i silenzi, i pianti e i sorrisi.

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Il cielo brucia ha una quantità infinita di pregi e francamente proprio nessun difetto. Scritto con aggraziata compattezza da Petzold, il testo mescola l’elemento naturale del fuoco con pulsioni e passioni degli esseri umani, in primis quel senso di gelosia e di possesso che intercorre nei rapporti interpersonali sia sentimentali che semplicemente amicali. Non solo il cielo, ma anche l’anima brucia in Leon e Nadja, come in Felix e Devid. E la regia di Petzold è lì a circoscrivere con squadra e righello, nemmeno fosse un maestro del thriller, i bordi del quadro umano entro cui labilità e fragilità interiori si sviluppano. L’incendio della foresta, sinistro e insinuante, chiaramente presente in fuggevoli impressioni tra i protagonisti, non è mai turning point deflagrante. E qui sta la grande abilità del regista tedesco oramai 63enne – ce lo ricordavamo negli anni di Jericow e Yella a Berlino vent’anni fa: far incombere il realismo inarrestabile della natura tenendolo continuamente e metaforicamente sottotraccia.

L’accerchiamento è qualcosa che la regia di Petzold costruisce senza che ne accorgiamo: utilizzando attori estremamente capaci più in funzione di pedine, rendendo lo spazio di quel giardinetto davanti casa e già dentro la foresta come sempre più diviso dal mondo. Perché in fondo c’è una lezione da grande drammaturgo a sorreggere e penetrare Il cielo brucia: per poter scrivere una storia e descrivere la realtà bisogna essere capaci di guardarsi attorno e non di atteggiarsi da narratori per grazia ricevuta o status sociale. Fate voi, insomma. Noi che questo film va visto assolutamente ve lo abbiamo spiegato. Distribuisce come al solito modello sfida impossibile Wanted. Il cielo brucia ha vinto l’Orso d’argento a Berlino 2023

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In Afire, dopo una prima parte in cui hanno la meglio momenti leggeri, spesso addirittura esilaranti (grazie soprattutto alla bravura di Thomas Schubert), la tragedia non tarda ad arrivare. E sarà molto più crudele e inaspettata di quanto si possa inizialmente credere. Come di consueto, dunque, Christian Petzold non ha esitato a sorprenderci, ad annichilirci, stravolgendo ogni iniziale certezza e mostrandoci (tante) possibili svolte e soluzioni. Questo suo Il cielo brucia è, dunque, un vero e proprio inno all’amicizia e all’arte. E per creare una valida opera d’arte soltanto un’attenta e sincera osservazione del mondo che ci circonda può esserci realmente d’aiuto.

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sabato 16 gennaio 2021

Undine - Un amore per sempre - Christian Petzold

Paula Beer e Franz Rogowski sono bravissimi, Undine, che cerca l'amore, fino alla fine, e poi tutto si paga, e Christoph (che mi sembra un Jaoquim Phenix tedesco) diventano innamorati oltre i limiti concessi, occorre arrivare alla fine per saperlo.

il film è anche la storia urbanistica di Berlino, che è cambiata tante volte per restare se stessa, raccontare Berlino è il lavoro di Undine al museo.

il mi mi ha ricordato un po' La forma dell'acqua, di Guillermo del Toro, un po' Ondine, di Neil Jordan, fra gli altri.

è una storia d'amore uguale e diversa, bel film - Ismaele


 

 

….Undine (Paula Beer) è una storica freelance devota all’evoluzione urbanistica della città di Berlino. La incontriamo per la prima volta mentre minaccia l’amato Johannes (Jacob Mastchenz) di tener fede ai suoi propositi di amore eterno, proponendo in alternativa soluzioni drastiche. L’impasto di quotidiano e mitologico che anima il confronto tra i due illude sulla capacità del film di conservare la magia del doppio spirito, realistico/fantastico. Fallito il primo tentativo, Undine tenta l’exploit di una seconda possibilità in aperta violazione delle regole innamorandosi del sommozzatore professionista Jacob (Franz Rogowski). L’ondina è uno spirito immortale destinato a conquistarsi l’anima tramite la perfetta unione con l’amato. Se le cose non funzionano, lui muore e lei se ne torna nell’acqua. Ostinarsi nella ricerca di un secondo amore è il succo della ribellione di una donna che sfida il racconto e forza la storia a piegarsi alle sue necessità…

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En la Historia, la Alemania moderna que se describe en Ondina es el resultado de una suma de actos violentos que han borrado del mapa, literalmente, el pasado del país. Se entiende en las magníficas escenas, aparentemente insustanciales, que se desarrollan en el lugar de trabajo de Ondina, guía en el museo de urbanismo de Berlín. La Alemania del Oeste liquidó a la Alemania del Este, tal y como sucedió con la Alemania nazi frente a la República de Weimar o, antes, con la Alemania de los káiseres frente a la Alemania de los emperadores. Los barridos de cámara sobre las maquetas que expone el museo son muy significativos en este sentido, así como la representación de los códigos de colores que en esos mismos dioramas muestran la evolución/demolición urbanística de la ciudad. El hermanamiento es una ilusión, un relato urdido a posteriori. “El progreso es imposible”, le dice Ondina a Christoph mientras ambos contemplan un paisaje de acero y cristal. Lo nuevo no es mejor que lo viejo porque lo viejo fue también nuevo en su momento. Un poder se impone a otro…

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Undine è dunque anche un mélo, rivisitato, asciugato, non per questo schematico, e il mélos, la musica, si adatta di conseguenza. Avrebbe avuto tanti spunti musicali, soprattutto ottocenteschi, legati alla figura della bella ninfa fluviale che uccide il compagno traditore, e invece, fin dall’incipit, impostato come un congedo tra amanti quasi da Nouvelle Vague, Petzold fissa la temperatura emotiva con il tema musicale che diventerà ricorrente: l’Adagio in re minore, BWV 974, dal celeberrimo concerto per oboe di Alessandro Marcello, adattato per il pianoforte da Johann Sebastian Bach: asciuttezza timbrica e tonalità melodrammatica per eccellenza. L’unico altro brano è appena canticchiato o orecchiato attraverso degli auricolari e sta all’altro polo della sfera musicale:  Stayin’ Alive dei Bee Gees, va al ritmo del battito del cuore, come lo insegnano nei corsi di primo soccorso, e come lo ha imparato Christoph, ed è qualcosa che ha a che vedere più con i miti del popD’altra parte, il cinema, che è un fatto non  solo metaforicamente architettonico, è proprio il mito che cerca una nuova forma, o meglio, i film sono forme nuove per miti antichi. Sembra questo un pensiero implicito nel cinema di Petzold, che non nasconde, per esempio, come l’apparato per le immersioni di Christoph sia mutuato dall’immaginario di Jules Verne, già filtrato attraverso lo sguardo di Richard Fleischer…

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Ondina es una clara pieza donde lo fundamental es la búsqueda de la belleza de las cosas, ya sea en los oficios o las relaciones personales. Relato redondo, cargado con una gran emotividad, nos traslada a este mundo propuesto donde todo es posible.

Respecto al final, es una interpretación bastante fiel al de leyenda, aunque transforma la figura de la mujer, de un alma vengativa, a un ente cuyas decisiones buscan el bien para su amado. Quizás con un final menos abrupto la película hubiera conseguido su broche de oro, pero sigue siendo muy recomendable.

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…. Undine è una divinità corrosa dai limiti umani: rabbia, gelosia, violenza nel sentire. Le sequenze magiche e acquatiche, pur di bellezza madreperlata e reminescenti tanto di Vigo quanto dell’incanto favolistico di Del Toro, non si amalgamano con l’asciuttezza cruda, grigia della Berlino quotidiana e contingente. Gli angoli battuti dai venti, i treni che attraversano la città, i plumbei paesaggi osservati dalla finestra trovano, nelle scene in immersione, un corrispettivo poetico alieno, tanto affascinante quanto estraneo.

Resta però la suggestione dell’acqua come dimensione altra e separata in cui esiste una possibilità di vita: un tema che ricorre, in forme più naturali e fluide, in tanti anime giapponesi – come Ponyo sulla scogliera di Miyazaki o 
Ride your wave di Masaaki Yuasa. A Petzold manca la visione animistica e la religione della natura propria di tanta cultura giapponese; e forse il suo sguardo occidentale è troppo inevitabilmente corrotto dall’esperienza per toccare il mito senza infrangerne l’incanto.

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… Nel film convivono due punti di vista importanti: quello di Undine e quello del mondo; il primo occupa la maggior parte della narrazione, mentre il secondo subentra poco dopo la scomparsa della donna, facendoci vedere il mondo con gli occhi di Christoph, il suo cercatore. Disperato e affranto dalla perdita, inizia a cercare Undine ovunque, a casa, al museo, ma è come se non riuscisse mai a trovarla pur cercandola perché anche lei, come il mito, è sempre viva: ogni sua azione, ogni momento in cui si trova da sola, sono accompagnati da un leitmotiv che, soprattutto dopo la sua dipartita, ne ricorda la presenza.

Il gesto ultimo ce lo suggerisce arriva direttamente da Christoph quando in un’immersione vede Undine e risale con la statuetta del sommozzatore, sigillo del loro amore. Ma è proprio quando smette di cercarla che la trova e capisce che il loro amore è ancora vivo e così la battaglia che Undine stava affrontando per salvare ciò che li legava, diventa anche sua.

In conclusione, penso si possa guardare il film tenendo a mente la modernità della fiaba perché si è prestata in modo eccezionale ad una nuova rivisitazione, e la sua magia, ridataci da un montaggio lento ma costante, così come lo sono le fiabe; da una fotografia che valorizza i colori, in particolare nelle scene sott’acqua dove tutto assume i toni del verde e del blu, e, da ultimo, dalla chimica che unisce i due attori Paula Beer e Franz Rogowski

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lunedì 2 marzo 2015

Il segreto del suo volto (titolo originale: “Phoenix”) - Christian Petzold

il film si basa su una storia inverosimile, un marito non riconosce la moglie che torna dal lager, perché ha avuto un'operazione al volto, e lui la crede morta.
il film arranca su questo inganno, si sviluppa sul ritorno di Nelly a essere la donna che era prima, ma lui non capisce.
lui vuole che lei finga di essere la moglie (Nina Hoss è davvero grande), per cui il film è doppiamente di finzione.
e poi, il titolo, sa tanto de "Il segreto dei suoi occhi", ma non c'è partita, così come il personaggio di Lene, sa tanto della zia di Ida, nel film che quest'anno ha vinto l'Oscar per il miglior film straniero, ma anche in questo caso non c'è partita.
e però, se resisti fino alla fine, gli ultimi minuti sono da antologia, e da soli valgono il prezzo del biglietto, e tutto il tempo, lungo, che precedeva la fine, per una chiusura cosi, glielo perdoni, a Christian Petzold, ti ha fatto perdere 90 minuti su 98, ma gli 8 finali sono da brivido.
provare per credere - Ismaele









È bravo, onesto, molto professionale, ma alla fin fine confeziona un morbido film per signore da domenica pomeriggio, non molto di più. Nonostante l’evidente intenzione e ambizione di farne una metafora della Germania post-bellica, delle sue amnesie, ambiguità, delle sue rimozioni ed omissioni. E però attenzione,Phoenix potrebbe diventare sul mercato anglofono un big success, uno di quei film che incantano gli americani e son capaci di beccarsi nomination su nomination a Golden Globe e Oscar (si parla di quelli del 2016, ovvio). Potrebbe insomma ripetere il cursus honorum di Ida, cui lo apparentano superficiali analogie, ma di cui non ha la densità.

…la performance della Hoss è come sempre di grande intensità e il finale vale da solo il prezzo del biglietto.

Sorvolando sul valore simbolico innescato dal gioco di rimandi provocato dalle caratteristiche di un cambiamento fisiognomico che mette in scena il dramma di un popolo costretto a nascondere la propria identità, "Il segreto del suo volto" sfugge alle convenzioni del genere inscenando una sorta di thriller hitckockiano, allorchè la donna sotto mentite spoglie si ritrova a impersonare se stessa per conto dell'ignaro marito che attraverso la "resurrezione" della moglie creduta morta, spera di impossessarsi della di lei eredità…

Les deux acteurs principaux font ce qu'ils peuvent pour nous faire croire à cette histoire abracadabrante de mari incapable de reconnaître celle qui fut sa femme et lui demandant de se faire passer pour cette dernière afin de toucher un héritage. Pas crédible une seconde ce postulat de départ enfonce peu à peu le récit dans des dédales à la limite du supportable, à force de jouer sur plusieurs tableaux, en insistance malsaine du mari pour formater celle-ci et faux mystères concernant une demande de divorce faite au lendemain de sa capture. On hésite entre en rire et se désespérer.

Phoenix racconta, con sguardo al passato e in potente technicolor, di quanto sia difficile per la cultura tedesca rapportarsi all’orrore del proprio passato. Lo fa con un rigore di messa in scena notevole, senza aderire al punto di vista di nessuno dei personaggi che mette in campo. E consegna agli annali un ritratto potente dell’ipocrisia di un coro di testimoni che rifiutarono di vedere prima e anche dopo perché, come dice Johnny a Nelly, "nessuno chiederà dei campi, nessuno vuole veramente sapere". 
Soprattutto compone un ritratto femminile destinato a scolpirsi nella memoria, grazie alla superba interpretazione di Nina Hoss, attrice qui davvero straordinaria. 
Un’opera densa di amore cinefilo in cui ogni citazione, ogni omaggio si amalgama al tutto in cerca prima di ogni altra cosa di senso di racconto.

Exquisita y contenida en todo momento, la historia de esta joven que intenta reconstruir su rostro y su vida, es una metáfora muy elaborada sobre el olvido. El olvido es necesario para superar una traición, una pérdida o el paso por los campos de concentración; y también, para reconstruir un país que ha permanecido, en el mejor de los casos, pasivo ante el olocausto.

lunedì 25 marzo 2013

Barbara (La scelta di Barbara) - Christian Petzold

la prima parte è lentissima, poi il film prende quota.
il regista non dice niente più del necessario, e il film è un crescendo fino alla decisione finale.
non è un film che estusiasma, ma si vede bene, fatto di particolari, che arricchiscono la storia, come se si aggiungesse, come nelle costruzioni Lego, un pezzo dopo l'altro per fare una costruzione compiuta.
bravissima Nina Hoss, e bravo Petzold, che ha fatto altri film almeno altrettanto meritevoli.
un problema è che  tutti i personaggi sono troppo prevedibili e manca davvero lo scatto per farne un film che "sorprende".
è "solo" un bel film che merita di sicuro la visione - Ismaele




…Petzold sceglie di non alzare la voce e di non calcare la mano, praticando invece un cinema della sottrazione e della rarefazione. Cinema austero che tra le sue ascendenze ha, inevitabilmente, oltre all’obbligatorio Haneke, anche il binomio Dreyer e Bergman (vedendo le sequenze delle traversate in bicicletta di Barbara in una campagna dove l’unico rumore e l’unica voce è il vento, vien da pensare a Ordet). L’altra faccia, quella meno piacevole, di un film come questo è la bassa velocità, il ritmo blandissimo, una contemplatività che può diventare subito noia. Barbara richiede attenzione e pazienza, e se per una buona mezz’ora può spiazzare e irritare per le scarne informazioni che ci dà sui personaggi e lo stile scarnificato fino al quasi niente, poi si rivela man mano, si scopre sempre di più e alla fine il puzzle del racconto si compone perfettamente, ogni parte va al posto suo e tutte le risposte vengono date…

…Un Petzold in forma smagliante prende tutta questa frustrazione, quest’aria tristanzuola dell’est e questa smania di escapismo e le amalgama in un film che solo sulla carta appartiene al “genere” cristallizzato da Le vite degli altri (2006), vale a dire la Vergangenheitsbewältigung incentrata sull’ex Repubblica Democratica. Gli elementi, in apparenza, ci sono tutti, dalla fotografia marroncina alla paranoia di Stato, dal bosco di betulle in stile scambio di spie alle Trabant. Ma Petzold, al solito coadiuvato in sede di sceneggiatura da Harun Farocki, manovra il genere come un cubo di Rubik e sforna una storia d’amore – trattenuto – screziata di unheimlich, di situazioni inattese e fiabesche, nere come la pece ma deturnate dall’ironia…

 nel 2013 La scelta di Barbara altro non è che un racconto didattico, stilisticamente impeccabile nonché prevedibile, che soddisfa le aspettative dello spettatore lasciandolo però del tutto freddo: un problema prodotto sia dalla costruzione narrativa del film che dal sedimentarsi dell’immaginarsi collettivo. Infatti, di fronte al tempo che passa, il cinema storico deve affrontare la sfida della graduale banalizzazione a opera della memoria degli eventi passati. Ciò che prima era il nostro presente, o passato prossimo, muta con gli anni nella trasmissione del racconto epico di ciò che fu; ma l’epica per sua natura deve sempre tendere a semplificare la realtà. Allora ci sono i buoni, gli eroi, e i cattivi da sconfiggere per conquistare la libertà, e La scelta di Barbara non è da meno nel narrare non i fatti storici quanto l’impressione che hanno lasciato nel ricordo: non può mancare perciò una protagonista stoica, leale e altruista, alle prese con l’indifferenza schiacciante di una dittatura impersonata da agenti, poliziotti e cittadini spietati, quasi monolitici nella loro apparenza…

…La valeur ajoutée de Barbara, tant au cinéma allemand qu’à la filmographie traitant de cette époque, réside dans sa tension et la force de son propos. Renouant par son style avec le cinéma d’auteur, Christian Petzold offre un témoignage authentique et juste d’une époque douloureuse pour plusieurs générations d’allemands, qui montre avec  psychologie la complexité de la situation à laquelle la population a été confrontée, tant sur un plan professionnel, moral que privé. De très bons — et beaux — acteurs, en particulier Nina Hoss. De quoi avoir envie de découvrir le filmographie de Christian Petzolz.

It's also interesting to see how closely the direction matches the character arc. The more Barbara opens up, the more Petzold's camera seems to move in closer to her perspective, giving us a more intimate vantage point. It's a change in tone that happens so slowly it's barely even noticeable, and it takes us all the way from the opening frames where we are staring at her from a measured distance, to the brilliant closing shot of actually looking out through her eyes. 
This is probably too slow moving and subtle of a picture to get much love from Academy voters, it hasn't got the immediate appeal or power of Florian Henckel von Donnersmarck's similarly set 2007 Oscar winner The Lives of Others, but for those who love quietly intelligent, low-key character driven dramas, it is a masterful example that you don't want to miss.

Andre, after examining the boy who attempted suicide, confides to Barbara, "I don't know. Something is wrong. I can feel it." One could say that about the entirety of the world portrayed in "Barbara," a world filled with everyday objects: bathtubs, pianos, bicycles, cigarettes, all of which take on portentous significance when seen in the context of totalitarian culture. Something is wrong in East Germany, and everyone can feel it. Doctors examine a patient and make a guess at a diagnosis. 
The reality of Barbara's world, and the world of all East Germans, is one of constant surveillance, omnipresent informers, and a huge gap between private and public behavior. Petzold is a master at creating the kind of tension that can be felt on a subterranean level, a sort of acute uneasiness that can't be easily diagnosed, fixed, or even acknowledged by the characters. This is well-trod ground for Petzold, but never has it been so fully realized, so palpable, as in "Barbara”.

que serait «Barbara» sans son interprète principale ? Nina Hoss, prix d'interprétation au Festival de Berlin 2007 pour « Yella » (film du même réalisateur flirtant avec le fantastique), fait à nouveau des merveilles dans un rôle qui amène malheureusement peu d'empathie. Elle est l'âme du film de Christian Petzold, celle par qui la dénonciation d'un totalitarisme se fait concrète, stigmatisant dans ses actions les pires exactions d'un système : amours et carrières brisées, envoi en camp de travail forcé, criminalisation du suicide... Elle est aussi celle qui hésite, entre devenir un monstre ou garder son humanité, entre un avenir dangereux et l'amour d'un métier et d'un peuple. On aimerait la voir plus souvent sur nos écrans français...

giovedì 2 agosto 2012

Jerichow - Christian Petzold

non sarà eccezionale, ma si vede bene.
una storia tragica, drammatica e fredda, con una sceneggiatura con diversi colpi di scena.
non mi è dispiaciuto per niente - Ismaele



L'importanza del denaro, la precarietà del lavoro, la passione e la voglia di ricostruire (Heimat), sono il fil rouge di questo piccolo film, girato con cura e amore. Amore per l'uomo, le cose che lo circondano, le passioni. I protagonisti vivono di incertezza, in un contesto violento e fragile dove la concretezza e la solidità (?) del denaro sembrano rispondere a tutte le domande…

Uno dei primi intoppi in cui inesorabilmente cade Jerichow è senza dubbio quello inerente la narrazione. Artificioso, a dir poco, questo triangolo più economico che amoroso, indeciso tra il nascondere un passato che quando affiora non ci sta proprio a galla e il mostrare un intreccio che man mano che va avanti s’intorbidisce sempre più, perdendo spontaneità e soprattutto credibilità. Peccato non veniale, soprattutto per una pellicola di questo genere (pensate a Ossessione…).
Ma più che figlio di un preciso disegno “eversivo”, tutto ciò pare semplicemente il frutto di un’ingenuità cinematografica pazzesca, ostinatamente convinta che -per esempio- utilizzare sistematicamente lo stesso tema musicale per un intero film possa connotare ambienti, situazioni e personaggi in maniera terribilmente funzionale, e magari anche originale. Quella musica, invece, è pura descrizione, perfino stanca nel suggerire o anticipare un momento o una scena che hai già bella che formata in testa ancor prima di vederla materializzarsi sullo schermo.
Eppure, dicevamo, alcune nicchie di cinema vero, di “visione” insomma, si trovano in questa pellicola, disseminate qua e là, più dal caso che dal regista. Alcuni momenti in cui il macchinoso ingranaggio della narrazione si ferma un istante e resta sospeso e allora riesce ad emergere uno sguardo puro, libero, visivamente interessante. Come quando dal buio e nel buio del bosco appare e scompare un abbraccio dei due amanti, fantasmi sottili che per un attimo sembrano poter sfuggire ad un destino avverso…

…Passioni, desideri, rapporti di dipendenza e segreti vanno autoalimentadosi l’uno con l’altro all’interno di un tessuto narrativo freddo, asettico, distaccato ed incapace di coinvolgere più di tanto lo spettatore nel destino dei protagonisti.
Unico scatto verso l’alto del film è dato dal personaggio di Alì, complesso, articolato, sofferto, violento ma verso cui al simpatia dello spettatore si rivolge, in un gioco di specchi in cui nessuno è innocente, nessuno è mai completamente colpevole.
Un film che si lascia vedere e dimenticare con la medesima facilità.

…Indugiando sulla loro marginalità, Ali è un immigrato, Laura un'ex galeotta, Thomas un soldato disonorato, il tedesco Christian Petzold relaziona i personaggi all'ambiente. Tre ritratti affannati alla ricerca di un'identità e mostrati in un microcosmo esistenziale e geografico avulso dal macrocosmo umano circostante. Due uomini e una donna di cui viviamo il quotidiano e di cui vediamo l'infelicità, la difficoltà di vivere e i desideri inappagati. Dentro un commento musicale improvviso e sospeso, Jerichow è stilisticamente scandito sulle passioni degli amanti ma tematicamente incentrato sull' Heimat: una patria (la Turchia) in cui ritornare per Ali, una casa da ricostruire per Thomas e una casa-patria da lasciare per Laura. Il mélo di Petzold somatizza allora l'eccessivo disadattamento e la smisurata tristezza dei protagonisti che, esacerbati, sfogano la loro energia fisica e psichica in un estenuante conflitto incrociato. 
Ricorrendo alle figure imposte dal melodramma, l'autore soffia sui fuochi espliciti della passione, costruendo il pathos attraverso i primi piani e un linguaggio "muto" che fa parlare gli emarginati e tacere gli emarginanti….

…Christian Petzold scrive e dirige un film che sembra un esercizio di stile. Non c’è passione nel suo racconto, né tra i personaggi né (illazione) nel modo con cui ci racconta la storia. I tanti silenzi del film (proprietà soprattutto di un Benno Furmann pronto ad un Carnevale vestito da The Rock) che non sono che uno dei tanti espedienti con cui si va a sottolinenere incomunicabilità e solitudine, ma l’unica idea per rendere questo concetto (trito e ritrito quando proposto in questi termini). L’unica idea interessante, quella del distacco dalla patria natia per quanto riguarda il marito, si perde ben presto all’interno del semplice intreccio adulterino. La composizione delle scene è tanto sfacciatamente geometrica (con il finale che ricostruisce i tre vertici del triangolo con le tre persone), quanto fredda. Un prodotto senza anima, che a luci accese in sala fa chiedere: e allora?

Sostenuto da una eccellente e luminosissima fotografia, Petzold svela la sua storia con la logica della tragedia greca, tra le migliori mai girate dal regista. I tre protagonisti, che tentano soltanto di vivere un’esistenza decente, non sono vere allegorie dell’Est o dell’Ovest o di un sistema economico, e i loro drammi personali sono, per questo, ancora più accattivanti.
Un buon film, scorrevole, intrigante con un finale per niente scontato.

lunedì 25 giugno 2012

Yella – Christian Petzold

una storia che è e può essere stata, uno sguardo sull'economia di rapina, una donna in fuga, un film geometrico direi, ma non manca di fascino.
mi è piaciuto - Ismaele


La vita sognata ha le sue durezze e la giovane donna non nega certo al suo talento anche le forme estreme del ricatto. Tutto però sembrerebbe andare per il meglio se non fosse che di tanto in tanto Yella sente all'orecchio strani rumori che la turbano e turbano lo spettatore, messo su una lunghezza d'onda diversa dal quella di un piano racconto realistico. Qualcosa di misterioso e inquietante si insinua a poco a poco mettendo a disagio lo spettatore (grazie anche alla fascinosa e ambigua interpretazione di Nina Hoss, apparentemente distaccata da tutto quello che succede). Ma chi è davvero Yella e chi Philipp, al di là di apparenze troppo corrispondenti ai desideri per essere vere? Il terreno si fa sempre piú scivoloso e l'ansietà crescente dello spettatore troverà solo alla fine una risposta: quando, riprendendo la scena dell'incidente nel fiume, la macchina da presa allargherà il campo ai soccorritori che metteranno a terra i corpi della ragazza e del marito e li ricopriranno pietosamente con il telo per i cadaveri. Fantasmi anch'essi, dunque, Yella e Philipp hanno avuto soltanto una vita virtuale, il loro incontro è stato una delle infinite possibilità che il destino avrebbe potuto, ma non ha voluto, assegnare loro.

Yella is a reserved young woman with unrevealed depths of intelligence, larceny and passion. Their gradual revelation makes this more than an ordinary thriller, in great part because of the performance of Nina Hoss in the title role. Soon after we meet her, she's followed down the street by her former husband, Ben, who will stalk her throughout the film. Partly to escape him, she leaves her town in the former East Germany and goes to Hanover to take a job.
Her mistake is to accept a ride to the train station from him. He declares his love, accuses her of betrayal, moans about his business losses. "What time is your train?" he asks. When she says "8:22," he knows her destination. Shortly afterward, he drives his SUV off a bridge and into a river. Miraculously, they escape.

Ce film allemand, récompensé par le prix d'interprétation féminine au festival de Berlin d'il y a deux ans, a beau dater d'avant la crise économique, qui préoccupe tant l'actualité depuis quelques mois, il n'en reproduit pas moins l'état d'esprit d'une manière fort probante. Le personnage principal y avance à vue de nez, dans un mouvement perpétuel de perte des certitudes. Le malaise qui s'installe dès le départ - lorsque Ben poursuit Yella pour lui signifier à quel point elle lui manque, alors qu'elle lui indique sèchement qu'elle préfère garder ses distances -, ne se dissipe jamais tout à fait. Il est certes perturbé à intervalles réguliers par des revirements surprenants. Mais dans l'ensemble, il devient assez vite clair que Yella s'engage sur une spirale descendante, depuis laquelle la rédemption est de plus en plus difficile à atteindre…

Laddove l’opera di Petzold scade decisamente, arrivando in più occasioni a sfiorare il ridicolo, è invece nell’impianto narrativo; qui non solo non funziona minimamente l’analisi della psicologia della protagonista – a cosa si deve quello scarto improvviso verso il sentimento di maternità e vita familiare, quando fino a un istante prima eravamo davanti a un cinico mostro freddo e spietato? –, ma viene a crollare l’intera struttura allorquando il regista e sceneggiatore si addentra nei meandri della metafisica. Voler trasformare un’analisi della società occidentale in una vaga e patetica storia di fantasmi è non solo operazione prevedibile (e vi sfidiamo seriamente a cadere nel trabocchetto lanciato da Petzold) ma anche infruttuosa e, il che è decisamente più grave, terribilmente comoda.
Arrivato al punto di rottura, allo scarto decisivo, il quarantasettenne regista tedesco fa improvvisamente quattro o cinque passi indietro, e si assesta dalle parti di un prodotto mainstream per spettatori dalla bocca buona. Il che andrebbe anche bene, per carità, se solo il tutto fosse gestito con coerenza e partecipazione. Al contrario 
Yella ci appare come un progetto estremamente ragionato, che non ha neanche il coraggio di eliminare le sue fastidiose scorie intellettuali. Alla fine anche noi, come l’omonima protagonista della pellicola, ci ritroviamo sul greto del fiume, stremati. ..

After a horrific final encounter with Ben, Yella stumbles into a strange new job with a man who befriends her in a hotel restaurant: Philipp (Devid Striesow). He is a species of forensic accountant employed by a venture capital outfit whose job it is to scan the books and quiz the executives of those businesses who want his company's investment. Yella, a trained accountant, comes along with Phillipp, and is schooled in the psych-out and gamesmanship techniques that he uses in meetings: when to look the executives in the eye, when to pretend to be studying her laptop, when to pretend to whisper urgently in his ear. The sexual tension between Yella and Phillipp builds, assisted by Yella's discovery that Phillipp is playing a very dangerous game with the privileged information he is getting: building back-channels of corruption and even blackmail to bankroll his own personal and highly suspect financial plans.
It is a world of workaday commerce, and identikit business hotels: Yella intends at the beginning of the movie to work for a company making steering modules for Airbus. Yet the sheer, industrial ordinariness of it all has something perversely sexy and is a coolly effective counterpoint to Yella's psychological tumult and her uneasy sense of ill-omen. Petzold's resolute control and steady, shrewd gaze, on scenes unfolding under huge, featureless Northern European skies, establish an atmosphere of agoraphobic menace: a sense of exposure to something just behind an innocuous-seeming horizon…