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mercoledì 7 gennaio 2026

Una donna promettente - Emerald Fennell

Cassie (interpretata da Carey Mulligan) è una donna che doveva diventare medico, ma quando i colleghi studenti violentano Nina, la sua migliore amica, che poi muore, si arrende, e si lascia andare, per anni.

trova un senso nell'umiliare i potenziali violentatori, e quando scopre un terribile video della violenza a Nina decide di vendicarsi.

la sceneggiatura a orologeria non lascia scampo, e Carey Mulligan è un attrice straordinaria.

voleva che qualcuno chiedesse perdono, solo un avvocato lo fa.

un gran film, che non si dimentica.

buona (Carey Mulligan) visione - Ismaele

 

 

 

 

…La Fennell si tiene lontana da atmosfere dark e al contrario predilige uno stile ultrapop e tinte accese e pastello, a partire dagli abiti da Cassie che sottolineano il suo blocco psicologico: da giovane donna promettente che sembrava aspirare a un brillante futuro da medico, è rimasta cristallizzata agli anni post adolescenziali del college, incapace di crescere e vivere perché dedita solo al suo bizzarro ruolo di giustiziera.

È interessante vedere una protagonista così fuori dagli schemi, una (anti)eroina chiaramente squilibrata che contrasta non solo il maschilismo ma anche l’ipocrisia della società che non crede o non dà peso alle vittime. Pur ricco di momenti davvero notevoli, il film della regista è però spesso manicheo, con un universo maschile ridicolizzato sino all’eccesso. Non tutto funziona alla perfezione, insomma, ma questo film per certi acerbo e per altri lucido e vibrante lascia intendere che la vera “donna promettente” sia Emerald Fennell, autrice che se prosegue la strada della regia (è anche attrice) potrebbe regalare cose davvero interessanti.

da qui

 

…Il film allora ci pone una domanda scomoda, profondamente spirituale: come si guarisce da un torto che nessuno ripara? È possibile ritrovare pace senza vendetta? Fennell non offre risposte facili, ma ci costringe a guardare la verità con occhi limpidi. Forse la vera forza non è nel colpire, ma nel non lasciarsi corrompere dal male che si combatte.

Cassandra diventa così un simbolo della tensione tra giustizia e misericordia, tra dolore e amore. Il suo sacrificio finale, doloroso e quasi redentivo, parla di una giustizia che non si misura con la violenza, ma con la fedeltà alla verità. È come se la sua vita diventasse un’offerta: non una vittoria, ma un dono che smaschera l’ipocrisia e restituisce dignità a chi è stato dimenticato.

Alla fine, il film ci lascia turbati ma anche purificati. Ci ricorda che la luce non entra nelle nostre vite se non attraverso le ferite e che la memoria delle vittime è un luogo sacro dove Dio stesso continua a parlare, chiedendoci di scegliere da che parte stare. Cassandra sembra scegliere una forma di riscatto che ha il sapore del sacrificio. Non si limita a vendicare, ma a testimoniare. È come se dicesse: la giustizia può anche tardare, ma la verità non muore. E in questa offerta estrema si intravede una luce di redenzione.

“Una donna promettente” non è solo una denuncia sociale, ma una meditazione sul mistero del male e sulla possibilità del bene. È un film che inquieta perché mostra quanto sia difficile perdonare, ma anche quanto sia necessario, per non restare prigionieri dell’odio.

Come tutte le grandi storie, ci lascia con una domanda più grande di noi: chi sarei, io, se il dolore bussasse alla mia porta?

In fondo, Cassandra ci ricorda che la memoria delle vittime è sacra, e che ogni ferita non riconosciuta continua a gridare. Ma ci ricorda anche che solo la grazia può trasformare quel grido in speranza.

da qui

 

Bel film, spietato e crudele. Non capisco chi lo critica. La regista avrebbe potuto spingere di più sul tasto della crudeltà (nei confronti di Madison e della rettrice). Il film si ammorbidisce un po' troppo nella parte centrale (e non mi è andata giù la morte della protagonista), ma si riprende alla grande nel finale a sorpresa in cui i cattivi vengono assicurati alla giustizia. La "promettente giovane donna" del titolo non è Cassandra, ma Nina, l'amica morta (la vera protagonista del film). Clamorosa prova attoriale di Carey Mulligan.

da qui

 

 

mercoledì 15 gennaio 2025

Saltburn - Emerald Fennell

la scalata verso il successo, la ricchezza, la nobiltà da parte di Oliver è piena di bugie, di imbrogli, di violenza.

Oliver sembra uno sfigato in cerca di protezione da parte di Felix, il ricco nobile compagno di studi, ma Oliver, un novello arrampicatore sociale, ha un piano demoniaco, fin dall'inizio, per impossessarsi di Saltburn, a qualsiasi costo.

ottima prova d'attore di Barry Keoghan e Jacob Elordi, in un film fra Funny games e Arancia meccanica, senza però raggiungere il livello di nessuno dei due film citati, pur essendo Saltburn un film che non sfigura.

buona (diabolica) visione - Ismaele


 

 

 

Saltburn è un film estremo, folgorante, perverso, con una cattiveria e una suspense assillante che si insinua nei meandri di una dimora corrotta e ignara. L’indole più perfida e crudele, la natura manipolatrice e calcolatrice di chi sceglie la via della malvagità. La follia espressa viene incendiata scena dopo scena, fino quando quella miscela esplosiva arriva a un punto di rottura. Amore, rabbia, egoismo e rivalsa hanno, in Saltburn, lo stesso percorso già scritto e forse, solo nella speranza di una perfezione inarrivabile, inseguendone la sublime impossibilità, l’esito potrebbe non sfociare negli atti più torbidi, crudi e ai limiti del macabro. I personaggi sono pedine di un gioco, di un piano diabolico, bersagli di un’inconsapevolezza sferzante. Erotico, surreale, visivamente spettacolare, gli ambienti si colorano di rosso, giallo e bianco, un rosso che rimanda al sangue, un giallo all’oro e un bianco a quella purezza e genuinità solo apparente. Il labirinto di quella villa dall’atmosfera spettrale è forse il labirinto della mente del protagonista, che solo alla fine arriva al punto…

da qui

 

A tenere insieme i vari spunti narrativi è il tema del desiderio: quest’ultimo gioca su un piano molto più ambiguo, tra invidia ed erotismo, ed è il vero punto interessante del film. Se Emerald Fennell avesse insistito più su questo punto che sulle chiacchiere da tavola vuote dei Catton, il film sarebbe stato decisamente più interessante. E invece sono proprio questi intermezzi, dalle scene in università ad alcuni spezzoni nella tenuta, a rallentare il ritmo di una storia che, tutto sommato, tra desiderio e atmosfere alla Skins, sarebbe stato molto godibile e divertente. Tornando al tema del desiderio, è chiaro che Fennell si sia ispirata ad altri film dello stesso filone. Il primo è ovviamente Il Talento di Mr.Ripley, l’altro è il Teorema di Pier Paolo Pasolini, che rappresentava una famiglia borghese sconvolta dall’arrivo improvviso di un giovane che seduce tutti sessualmente e, con la stessa facilità con cui è arrivato, altrettanto facilmente va via. Se in Pasolini il trionfo del proletariato sulla borghesia è dato dalla serva che diventa una sorta di santa, in Saltburn è il risultato di un piano malefico, portato avanti da Oliver per prendere possesso della lussuosa villa…

da qui

 

Gotico e pop, Saltburn è un thriller pieno di luce, una commedia sentimentale avvolta nell'ombra, un diario di formazione che assume già i contorni di un testamento. È già una narrazione al passato (la voce off di Oliver che dice "Era impossibile non volere bene a Felix" con successivo sguardo in macchina), una storia di ossessione, di verità nascoste anzi sepolte, di sdoppiamenti vittima/carnefice con un cast ispiratissimo a cominciare dal bravissimo Barry Keoghan che aveva già mostrato il suo grande talento in Gli spiriti dell'isola a Jacob Elordi, che sembra arrivare direttamente da Euphoria e che già dall'inizio sembra spesso danzare come una proiezione mentale del protagonista fino all'ottima prova di Rosamund Pike, che nasconde dietro l'ironia grottesca il dramma di essere imprigionata in un tempo che si è bloccato.

Saltburn rischia più volte di inciampare ma non ha paura di rallentare né di forzare la mano come nella parte finale, apparentemente disturbante, in realtà fulminante. Non sembra avere vie di mezzo, perché provoca reazioni forti, perché carica a mille anche l'incontro apparentemente più spontaneo come la scena in cui Felix ha bucato la ruota con la bicicletta e Oliver lo aiuta.

Avrebbe anche il respiro di una serie ma preferisce condensare tutto in un tempo (cinematografico) dove ogni momento resta impresso e che sembra sospeso, eterno, mortale, vitale. Forse è il primo film in costume ambientato negli anni Duemila. Non è però una moda passeggera ma potrebbe diventare un punto di riferimento fondamentale per alcuni cineasti del futuro. Si può detestare. O amare, come in questo caso, alla follia.

da qui

 

C’è un grande “però” che ahi noi attanaglia il film, ed è proprio il finale. In maniera del tutto non necessaria, Saltburn decide di argomentarci per filo e per segno ciò che si era già ampiamente capito sin dalle prime battute del film. E anche lo spettatore più distratto, seguendo ragionamenti lombrosiani, avrebbe potuto ampiamente pensare che le vicende con Barry Keoghan protagonista, non possono che altro vederlo coinvolto in qualche maniera.

Una pecca che coincide con un grandissimo scivolone e che rende il film da molto interessante ad appena sufficiente, sebbene la chiusura con il balletto nudo del protagonista, come una danza appartenente ad un rito primordiale, sia il perfetto punto finale del film. Chiaro è che non parliamo di occasioni mancate o altro, nonostante il noioso spiegone.

Saltburn resta comunque un film che ha la capacità di toccare lo spettatore, cosa non così banale nel cinema di rapido uso e consumo a cui assistiamo oggigiorno. E cosa ancora più importante, ci mostra un film capace di coniugare quasi alla perfezione un certo tipo di cinema prettamente commerciale e accomodante ad un altro diametralmente opposto.

Un cinema che per l’appunto è capace di lanciare provocazioni, decostruendo tutto ciò che ci circonda, devastando istituzioni e consuetudini malsane e lasciando sensazioni non sempre gradevoli nello spettatore e soprattutto domande. Una capacità, questa, che di fatto ci mostra come Emeral Fennell rispecchi a pieno il titolo del suo primo film: una giovane e promettente donna (regista).

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...si capisce anche come la difesa secondo cui "Saltburn" sia un film consapevolmente di superficie per riflettere il (e sul) mondo di oggi, dominato dalle apparenze e dalla virtualità dei social, non regga. Il suo senso sta proprio nella sua ricercata assenza di ambiguità: Fennell ammicca al suo pubblico e non lo provoca come vorrebbe fargli credere, lo mette in una posizione confortante piuttosto che di disagio, realizza un’opera moralista che non parla di niente, se non inconsapevolmente dello stato attuale di un (certo) cinema. Ma questo non è un valore, anzi.

da qui