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lunedì 10 febbraio 2025

We Live in Time - Tutto il tempo che abbiamo - John Crowley

John Crowley e Andrew Garfield hanno un'alchimia speciale (vedi Boy A, ne avevo scritto qui), e in questo film c'è la conferma.

Tobias (Andrew Garfield) e Almut (Florence Pugh) si incontrano a causa di uno sfortunato incidente, e poi nasce l'amore.

Almut è una chef, Tobias lavora per un'industria che produce alimenti (più o meno sani).

il film si compone di tanti segmenti, come un flusso di ricordi, non sequenziali, ma appena lo capisci non c'è nessun problema a seguire la storia.

i due protagonisti sono davvero bravi, testardi, ingenui, innamorati.

poteva essere un film strappalacrime e basta, ma il regista e Almut e Tobias (e la figlia Ella) creano un equilibrio davvero difficile, ma ottimamente riuscito, che rende We Live in Time una pellicola indimenticabile.

da non perdere, cercatelo e godetene tutti.

buona (sorprendente) visione - Ismaele


 

 

 

 

 

We Live in Time cammina sospeso, potrebbe cadere da un momento all'altro, diventare troppo sentimentale oppure al contrario cercare un taglio più brillante. Trova invece un miracoloso equilibrio proprio perché riesce a intrecciare insieme due diagnosi di cancro, una storia d'amore, la nascita di una figlia nello stesso film.

Il cineasta si mette principalmente al servizio della storia e dei suoi attori ed è per questo che la sua regia è così trasparente a quella tradizionale di Brooklyn. In quel caso mostrava una faccia del 'sogno americano', qui invece le pagine della vita di una coppia. Come i protagonisti, We Live in Time coglie l'attimo. Ogni piano su di loro (insieme o da soli) cattura il momento di felicità o disperazione. Non c'è mai un esito scontato come nei drammi sulla malattia, anche quello bellissimo di James L. Brooks con Debra Winger e Shirley MacLaine. Il destino di Tobias e Almut può cambiare da un momento all'altro prima del finale. Il vissuto e la sua rappresentazione sono la stessa cosa. In We Live in Time, tra il cinema e la vita non c'è più nessuna distanza.

da qui

 

We Live in Time non perde mai davvero un colpo delle sue argomentazioni, coerente fino all’ultimo con i desideri della sua protagonista, ma forse al film di John Crowley manca un discorso davvero rinnovatore che interessi anche il corpo, il dolore, la perdita e che magari liberi le riflessioni su temi del genere da certa fastidiosa retorica o anche solo dell’approccio a volte morboso con cui vengono raccontati al cinema. Il film ne sfiora a tratti certi presupposti ma non sembra voler costruire su di essi argomentazioni davvero di rottura. La malattia rimane oggetto di conversazione, mai vero sconquasso emotivo, dettaglio che costringe i personaggi a venire a patti con loro stessi, salvo nei rari momenti in cui decide “in sicurezza” di esserlo, parentesi che però hanno il retrogusto di (belle) scene madri pensate per permettere a Garfield e Plugh di dare il meglio di loro…

da qui

 

Non è un caso che Garfield, meraviglioso nell’impaccio da fiero sad boy, sia un grafomane, tant’è che è una penna scarica a innescare l’incontro con Pugh: porta sempre con sé un taccuino su cui prende appunti su tutto ciò che non conosce nella speranza di poterlo dominare, pagine piene di dati e numeri che restituiscono il senso di una storia. E Pugh è clamorosa nel suo concedersi completamente al film, incinta o martoriata dalla chemio, competitiva o remissiva, orgogliosa o sarcastica, teorica della rottura delle uova e pattinatrice pronta a un’altra piroetta…

da qui

 

Spetta a Pugh rendere questa donna abbastanza complessa da resistere all’istinto di definirla semplicemente egoista (una sensazione fastidiosa che la sceneggiatura stessa sembra supportare, anche quando Almut afferma che lo sta facendo perché sua figlia sia orgogliosa di lei), oltre a comunicare i rimpianti e le paure, l’attaccamento all’ottimismo e la filosofia di scalare ogni montagna il prima possibile, che iniziano a sopraffarla dopo la diagnosi. Tocca a Garfield convincere che il suo percorso verso la vedovanza, per non parlare delle sue preoccupazioni su come la figlia gestisca la malattia e sul suo tentativo di tenere a bada il proprio dolore per non perdere la gioia del loro tempo insieme che sta diminuendo, sembri autentico e sofferto. E spetta a loro due, insieme, far credere che stiamo guardando una vera coppia innamorata e in crisi, e non solo una coppia sullo schermo che si limita a indossare abiti e a portarsi le mani alla testa.

Fortunatamente due talenti come questi sono preparatissimi ad affrontare il compito. Crowley ha lavorato con Garfield quando l’attore ha ottenuto il suo primo ruolo da protagonista in Boy A (2007), e si può percepire un interprete che si sta adattando a una parte che gli consente di addentrarsi in luoghi più profondi e forse più dolorosi, pur continuando a interpretare il ragazzo dei sogno, un po’ imbranato e tutto sospiri. Qui si ha la sensazione che stia maturando verso una nuova fase da protagonista, un po’ meno “adorabile”. Pugh continua a costruire su un talento di base che sembra sconfinato e, per tutti i lavori che l’hanno costretta a puntare su vittime dell’horror popolare, su mogli retrò gaslit, su decane dei film d’epoca e su supercriminali con accento russo, riesce a scavare in una donna “normale” che si ritrova ad affrontare la sua mortalità con tutto l’entusiasmo possibile. D’accordo, è anche una chef famosa ed è costretta a partorire in una stazione di servizio, in quella che in qualche modo è la sequenza più intensa e tenera stile Love Actually dell’intero film. Ma tant’è. Sappiamo di sembrare un disco rotto quando affermiamo ancora una volta che potrebbe essere la più grande attrice cinematografica della sua generazione, ma è difficile non pensarlo mentre la guardiamo riempire i vuoti di questo personaggio meno eccentrico e più concreto del solito (per lei) e nonostante questo continuare silenziosamente a stupirci.

Andrete al cinema per una sorta di Scene da un matrimonio pasticciato, senza un vero matrimonio per la maggior parte della narrazione. Rimarrete lì a guardare, perché questi due comunicano in modo così meraviglioso che i giochi mentali della narrazione quasi non vi infastidiranno. (Un consiglio da professionisti: se siete convinti che solo la scena finale si svolga ai giorni nostri e che il resto del film sia in realtà solo un flusso di ricordi che vi piombano addosso in modo casuale, come spesso accade, il concetto formale funziona 10 volte meglio.) We Live in Time è un film di attori per necessità, se non sempre per scelta. Saprete la destinazione prima ancora che il film inizi. Pugh e Garfield fanno sì che il finale valga il viaggio, indipendentemente da dove lo si collochi nel tempo…

da qui



martedì 28 luglio 2020

Under the Silver Lake - David Robert Mitchell

a parte qualche citazione c'è anche un bel film.
Andrew Garfield non naviga nell'oro, le donne non gli mancano, meno una.
comincia a cercarla e cade in una serie di mondi paralleli, molti l'hanno vista, e lui attraversa quei mondi per trovarla.
il mondo ormai è diventato un mondo post-tante cose.
il film è una follia ed è anche molto bello.
David Robert Mitchell è bravo, fa pochi film, e buoni.
cercatelo e guardatelo tutti, non delude - Ismaele





riempie la sua opera di riferimenti al cinema: la ricerca alla ragazza del protagonista diventa quella alla citazione dello spettatore (incalcolabili i riferimenti più o meno diretti: non che sia una gara ma oltre a quelli già nominati sopra noi ne abbiamo trovati per La Finestra Sul Cortile, The Legend of Zelda, La Notte dei Morti Viventi, 2001: Odissea nello Spazio, L’Invasione degli Ultracorpi, The Neon Demon, 7th Heaven, Mulholland Drive, Come Sposare un Milionario, 20.000 Leghe Sotto I Mari, Addio Alle Armi, Il Mostro della Laguna Nera, Dracula, Reefer Madness, Psycho, Il Grande Lebowsky, L’Uomo Lupo, Gioventù Bruciata, Venerdì 13, Transformers, Il Cervello Che Non Voleva Morire, Riscky Business, Fa La Cosa Giusta, Giochi Maliziosi, Scream, The Leftovers, Ubriaco d’Amore, Viale del Tramonto, L.A. Confidential e tantissimi altri), in un gioco notturno per palati fini tanto dell’arte cinematografica in particolare quanto della cultura pop in generale.
E’ un film magnifico e indimenticabile Under The Silver Lake, con un impianto filmico lynchiano vestito del cromatismo shocking di La La Land, che parte dal noir ma che con andatura dinoccolata da stoner-movie si muove trasognato tra tutti i generi cinematografici che hanno costruito il mito di Hollywood creando una realtà-onirica che non esiste da nessun’altra parte nella storia del cinema se non qui.
Citazionista e surreale, scoordinato e inquietante, perverso ed erotico, brutale e psichedelico, parossistico, dissacrante, colto e soprattutto tremendamente (ir)riverente nei confronti del cinema e dell’aura purissima della Hollywood Classica, Under The Silver Lake è l’ennesimo trionfo della A24 e la cementazione del talento indipendente di David Robert Mitchell. Così indipendente che non lo conosce nessuno, per questo noi vi consigliamo di recuperarlo al più presto e in ogni modo possibile.

Under the silver lake è un vero casino.
Uno di quei casini che ti prometti di dover rivedere perché sicuramente in tutto quello che ti è passato davanti agli occhi non hai colto un certo particolare, dato che le informazioni nascoste sono una delle tematiche affrontate e su queste gioca in più occasioni, ma un tizio che ha visto tutto anche se non c'era mi ha detto che forse non era tutto così importante come volvano farci credere.
E' un neo-noir che tende alla commedia, omaggiando (ma va?) un certo periodo pynchoniano con questi fatti che avvengono, per essere dimenticati subito dopo e ripresi più avanti, mentre la storia prosegue e si aprono sempre più sotto-trame…

Mitchell nella sua poetica di ridefinizione e riscrittura dei generi, destrutturandoli e decostruendoli a partire da stereotipi e cliché già dati, si lascia qui sicuramente prendere la mano in una storia frammentata e sconclusionata; affastella un mosaico di rimandi alla cultura pop che finisce con il fagocitare ogni cosa, ogni senso ultimo, anche lo slancio romantico come motore dell’azione. Ma seguirlo in questo delirio stupefacente non lascia inappagati, è la rotta per andare sotto la superficie; permette di spostare ulteriormente lo sguardo per riconfigurare una mappa emotiva delle proprie magnifiche ossessioni in una rimediazione potenzialmente infinita del nostro immaginario.
da qui

si produce anche una prigione che circoscrive i limiti del visibile a ciò che sta attorno al protagonista Sam, unico nucleo accentratore della pellicola e unico punto di vista sulle vicende, costringendo ancora una volta lo spettatore a subire la parzialità e la fragilità del punto di vista di un protagonista debole e incostante, una vera e propria figura narrativa che avanza incespicando e facendo procedere il film con la sua continua esplorazione, anche stavolta una disperata quête (che ha un che di arturiano, anzi galahadiano) nella selva di segni che è il reale.
O che forse non è (il) reale, come si chiede Sam, un memorabile Andrew Garfield, ma una foresta di simulacri che esistono solo per essere ammirati e inseguiti, mettendo in luce, tramite la prospettiva delirante del film e del suo protagonista, il vero e proprio "impero dei segni" che è l’immaginificio hollywoodiano, la cui produzione massiva di icone non può essere resa che con la valanga di citazioni che riempie "Under the Silver Lake" e che in più di un momento fa legittimamente dubitare sulla presenza di una direzione per il progetto…

Questa cordata fra passato e presente viene resa ben evidente dalla ripetitività del processo citazionistico che, dall’onnipresente zio Hitchcock di La finestra sul cortile Vertigo, si muove a passo pesante fino ai brulicanti universi lynchiani di Velluto Blu Mullholland Drive, dando però vita a un’inzuppata decisamente troppo ricca e a rischio d’indigestione. La stuzzicante – e congestionante – glassa formale che viene stesa sull’intera baracca non può tuttavia nascondere il sapore di un racconto obiettivamente insipido e fine a se stesso, dove l’insistita astrusità degli accadimenti non può che portare lo spettatore a disertare ogni tentativo di raccapezzarsi, per lasciarsi infine cullare dal narcotico potere delle sole immagini, esattamente come in un incubo lisergico surrealista. A ben vedere il mood di Under the Silver Lake assomiglia moltissimo al cinema di Jaques Rivette, dove l’ossessione per il complottismo subliminale, la dilatazione temporale, l’implosione d’ingarbugliate sottotrame senza soluzione di continuità e lo scollamento di senso del narrato danno vita a un’esperienza cinematografica stordente e unica nel proprio genere. È indubbio che Mitchell si sia divertito come un pupo nel dar forma a questa sua astrusa creatura che, alla fin della fiera, diverte pure noi. Ora però è il momento di mettere da parte i balocchi e di tornare a fare gli adulti. Altrimenti sai che sculacciate!

domenica 29 giugno 2014

Boy A - John Crowley

mai arrivato in sala in Italia, è un film non facile, e però girato con mano da maestro.
non si mostra niente di morboso, eppure si sta male, e molto.
e si sta con Jack, che a dieci anni è stato colpevole di qualcosa di terribile.
il punto del film è se può esistere recupero e redenzione, e chi deve sopportarne il peso.
Jack non ce la fa, contro tutti.
Andrew Garfield (Eric/Jack) è grandissimo (già visto anche in "Non lasciarmi" e "Parnassus").
"Boy A" è un piccolo imperfetto capolavoro, non fatevelo sfuggire, i venditori di popcorn non amano film così, noi sì - Ismaele






…The film, directed by John Crowley and written by Mark O'Rowe, paints an accurate portrait of working-class life in the north of England, the grimness of the streets contrasting with the beauty of the countryside. It is spoken with accents, Mullen's Scottish the hardest to understand. He can speak standard English, but the accent is one of his tools. I've never had a problem with his speech, because he is such a great actor you can forget the words and listen to the music.
He and Garfield fit well together -- both have faces you like on first sight, both have charm, both have warmth. Garfield, just now emerging as a talent to watch ("The Other Boleyn Girl" and "Lions for Lambs"), inhabits Jack effortlessly, showing his hope, his fears, his nightmares, his doubt that he deserves his new life. And the movie poses the age-old question of forgiveness. At this moment in Chicago, children with handguns kill people. Can we say, father, forgive them, for they know not what they do?

…Le réalisateur témoigne d’une réelle maîtrise tant filmique que de mise en scène. Mais la qualité de la photographie, du jeu et du montage sont à souligner. La photographie du film est riche et plurielle, elle permet d’envisager à la fois le statut narratif des séquences et l’évolution psychologique des personnages. Le casting est simplement magique au point d’en oublier le caractère fictionnel du film. Et le montage engendre quant à lui la position active du spectateur. Même la musique est porteuse de sens : elle souligne admirablement l’atmosphère mise en place tout en renvoyant elle aussi à l’identitaire des protagonistes.
Boy A est un film d’une honnêteté rare. Il permet une réelle rencontre avec l’intimité et l’horreur, une rencontre humaine en somme.

Boy A parle autant de rédemption que de l’impossibilité de mener une vie normale et de faire table rase du passé. John Crowley ne cherche pas ici à en mettre plein la figure et joue tout en subtilité sa partition pour ce drame qui se finira bien entendu assez mal pour ce Boy A qui va subir les foudres des gens biens, des anonymes. Tout du moins est-ce du moins le parti pris choisi par le réalisateur et le final se révèle peu à peu assez évidemment au fil du déroulement de l’histoire.
Boy A est donc à voir, si ce n’est à revoir. La quête de liberté de l’un et la soif d’aider de l’autre (Peter Mulan) s’entrechoquent ici, pour laisser place à un drame qui ne manquera pas d’interpeller certains d’entre nous. D’autant plus que les Boys don’t cry, si je peux me permettre ce petit jeu de mot.

Crowley’s film is a compassionate antidote to the British (and global) ruling elite’s “law-and-order” mania—a socially regressive preoccupation with containing the population and desensitizing it in the process. Its appearance also reflects a shift in popular mood against this drive.
About the Bulger case, the World Socialist Web Site wrote in June 2001: “The essential aim of the efforts to demonize Thompson and Venables [the two boys convicted of Jamie Bulger’s murder] was in order to forward an agenda for the destruction of social reforms. To justify this, it was necessary to repudiate any attempt to understand the broader social, economic and cultural processes that could give rise to aberrant behavior by children or any other social problem. Any attempt to do so was rubbished as an expression of ‘wet liberal do-gooding’ and blamed for rising lawlessness. Public discourse was brutalized in anticipation of the further brutalization of society itself.”…
da qui