…Io credo che il
regista abbia voluto di proposito porre anche dei livelli di lettura più
psicologici. Non è che una interpretazione sia meglio di un’altra. Tutti i
livelli di lettura sono plausibili, ma credo che per il regista tutta la storia
vada vista nel suo insieme. Magari ci saranno delle persone più allineate a una
interpretazione piuttosto che un’altra, ma lui le mette tutte là. Saranno tutte
allucinazioni da delirium tremens? Saranno i sintomi della PTSD? Sarà davvero un’epifania
divina?
La cosa che trovo
geniale però è quella di far riferimento allo gnosticismo applicandolo in modo
fedele (almeno dal punto di vista degli archetipi) a un’ambientazione urbana
contemporanea. L’altro punto interessante poi è l’unire tutte queste tematiche
senza mai perdere troppo di vista l’equilibrio tra le parti, permettendo allo
spettatore di decidere sempre quale interpretazione dare agli avvenimenti. La
recitazione degli attori sicuramente ha aiutato tanto nella resa finale.
Personalmente lo trovo un bel film horror, sperimentale anche a suo modo, visto
che non è da tutti proporre il misticismo gnostico come filo conduttore. Aver
osato era per Babak Anvari una lama a doppio taglio, tanto che questo lo si
vede anche nei risultati delle recensioni critiche. Molti tra il pubblico poi
non sono riusciti a capire il film fino in fondo, in tutti i suoi rimandi.
Personalmente però
credo che questo sarà un film che tra un po’ di tempo verrà positivamente
rivalutato e spero che porti sempre più registi a osare. Anche perché non se ne
può davvero più di film horror posticci e copie di copie di copie di copie.
…L’opera del regista iraniano è piena di
squarci affascinanti – bulbi oculari sfigurati, oscuri tunnel
ultraterreni, libri misterici simili al Necronomicon -, ma piuttosto che
sviluppare queste idee agghiaccianti, sceglie di continua semplicemente ad
aggiungere qualcos’altro di nuovo. Il risultato è che lo spettatore rimane con
un pungo di immagini promettenti, ma lasciate a metà cottura. A parte l’orrore
cosmico, Babak Anvari è chiaramente interessato a prendere in
esame il machismo tossico attraverso
il velo del genere horror, ma la sceneggiatura decide di non approfondire.
Armie Hammer è uno stronzo e, sostanzialmente, deve essere punito. Questo è
tutto.
Il problema più grande di cui soffre Wounds è
comunque la mancanza di buon senso nei suoi
personaggi, principalmente la Carrie interpretata dalla catatonica
Dakota Johnson, la fidanzata di Will, che riconoscono un pericolo ma
sono incapaci di agire adeguatamente. Se la ragazza sembra inizialmente la più
intelligente del gruppo, spingendo Will ad andare alla polizia, la performance
dell’attrice vista inSuspiria entra
in crisi quando si tratta di svoltare a livello emotivo. Uno
degli obiettivi più importanti da raggiungere per un horror è riuscire a
costruire una forte connessione empatica ai personaggi sullo schermo, che
consenta alla spettatore di provare qualcosa per loro e la loro sorte…
…«New Orleans è come una porta verso un’altra
dimensione». Una delle chiavi che aprirà questo portale è il cellulare che
Armie Hammer recupera nel bar dove lavora. Quel piccolo oggetto distruggerà gradualmente
la già compromessa relazione con la fidanzata Dakota Johnson. Con talento,
Babak trasforma un semplice telefono… in un mostro. A poco a poco, lo
smartphone pregno di onde negative e immagini proibite diffonderà il suo veleno
come una nuova forma di male che si sparge attraverso le stesse cose che
mostra. Con Wounds Babak ritrae un mondo sporco e
corrotto, fatto di scarafaggi che corrompono l’animo umano portandolo alla
distruzione. Un’opera moderna profondamente politica che è anche film d’autore.
Se tutti vogliamo essere spaventati nello stesso posto, non è anche perché
abbiamo l’opportunità di rassicurarci l’un l’altro? Speriamo che la visione di
Babak possa godere di una distribuzione nei cinema (il film è stato acquistato
da Netflix) e che la paura ci avvicini piuttosto che allontanarci.
…I
personaggi, insomma, sono scritti male, talmente male che il cast ne esce decisamente sprecato per una
pellicola del genere. Nessuno dei tre attori principali riesce veramente, non a
brillare, ma quantomeno a regalarci un’interpretazione degna della propria
carriera. Non ci si immedesima mai in nessuno di loro, tanto da scadere in quel
meccanismo tipico degli horror brutti per cui si arriva a sperare nella lenta e
dolorosa dipartita dei protagonisti.
Insomma,
per concludere, Wounds ci
è sembrato un film pieno di ottime premesse [l’idea, le tematiche, il cast] purtroppo tutte sviluppate nella maniera
peggiore possibile.
Nella
speranza che Anvari possa risollevare
le sue sorti con la prossima pellicola, magari concentrandosi sulla regia e
lasciando a uno sceneggiatore il compito più importante e troppo spesso sottovalutato:
scrivere il film.
un'indagine del poliziotto Burns sotto copertura, deve trovare un serial killer di omosessuali.
e per questo deve fingere di esserlo, e questo lascia forse dei segni nella sua mente.
la fidanzata non lo riconosce più e l'indagine finisce ma forse no, e un assassino di gay continua a minacciare la città.
Al Pacino è sempre bravissimo, convincente e coinvolgente e coinvolto, oltre ogni limite, in un film poliziesco, con la comunità gay protagonista.
film odiato e amato in ugual misura, merita di sicuro.
buona (poco chiara) visione - Ismaele
…Friedkin torna a parlare d’omosessualità
10 anni dopo Festa per il compleanno del caro amico Harold (1970)
ed i toni sono effettivamente diversi e più coraggiosi. Una N.Y. così non si
era mai vista, una metropoli inquadrata solo dal basso, che sembra un costante
crocevia di soli omosessuali e ragazzoni pompati dediti alla pratica del
sadomaso e con un particolare gusto per borchie, jeans e pelle: una città
fotografata con un particolare filtro di forte cinismo, tanto crudo da sembrare
a momenti quasi razzista (quel terrificante Noi siamo ovunque che
si accende di rosso tra i graffiti sembra quasi un avvertimento). Al Pacino è
il maschio scelto per risolvere il caso, la sua fisionomia ed i suoi colori
sono gli stessi delle vittime ma il suo ruolo è quello istituzionale di un
poliziotto in una storia vera che nella realtà non ha conosciuto colpevoli
(come ricorda il prologo). La sua ambiguità, che si versa nello specchio
attraverso il suo sguardo quando sente che la moglie indossa i vestiti che ha
usato per il travestimento, è già esplicitamente descritta in quella violenza
che una pattuglia di polizia fa ad una coppia di trans, obbligandoli ad una
fellatio. Pubs squallidi e luci soffuse, il noir di N.Y. ha lo
stesso colore dell’acqua dove è pescato il braccio di una vittima. Friedkin
gira con stile e distanza, ma quello che questa volta racconta (sua anche la
sceneggiatura tratta dall’omonimo libro di Gerard Walker) è ambiguo quanto
l’aria che Burns respira. Unico errore dopo quasi 19 minuti, quando Al Pacino
fa ingresso nel locale di ritrovo per gay e sono inquadrate attraverso la sua soggettiva,
i volti di quelli che escono: su di loro è proiettata l’ombra della cinepresa.
Forse il lavoro più completo del regista sul tema dell’ambiguità, tra violenza
e giustizia, tra machismo ed omosessualità.
…Burns
cambia pelle, ha uno sguardo introspettivo, ci parla con i gesti e
non con le parole. L’unico momento dove si concede uno sfogo è quando
si confronta con il capitano Edelson. Burns è stremato e confuso (dopo aver
assistito al pestaggio di un sospettato, Skip Lee, in realtà innocente in
quanto le impronte digitali non corrispondono con quelle del maniaco) e gli
dice apertamente di non poterlo più fare. Crede di non farcela più perché gli
stanno succedendo delle cose che nemmeno lui riesce a spiegare. Nonostante le
parole, tuttavia, viene convinto a proseguire e spinto a a pensare alla futura
promozione.
Burns inizia allora a riconoscersi negli abiti di pelle che
indossano gli omosessuali nei ‘Leather Bar’. Il personaggio, attraverso
una ‘muta silenziosa’, cambia la propria prospettiva e nel silenzio
indossa ciò che all’inizio gli risultava estraneo. Le persone di notte si
riconoscono attraverso i luoghi, attraverso gli abiti, attraverso le bandane
che si legano alle tasche (ogni colore rispecchia una richiesta, un ruolo
preciso). Il protagonista subisce una vera e propria metamorfosi,
si lascia trascinare dal caos e corrompere dall’oscurità che ha dentro.
Al Pacino, grazie a una intuizione, riesce infine a scovare
il vero assassino, Stuart Richards, uno studente di musica che ha un’ossessione
malata per il padre, che in realtà è deceduto da dieci anni. Burns spia il
sospettato e lo costringe a un confronto prima sessuale (anche se il rapporto
non viene consumato) e poi di lotta fisica. Quindi, Burns riceve la promozione
nel corridoio dell’ospedale dove Richards è ricoverato, per poi sparire nell’ascensore.
La vera conclusione di
Cruising avviene però con la scoperta dell’uccisione di Ted Bayley. In bagno
vediamo il suo cadavere immerso nel sangue, gli occhi spalancati. A
primo acchito pare una bambola rotta, ci comunica la vulnerabilità di
chi non si aspetta di essere aggredito in modo così barbaro.
Rimaniamo così attoniti, perché questo svolgimento ci dà la
conferma di un tumulto emotivo sfociato nella follia. Quando l’agente DiSimone
(un grande cameo di Joe Spinell) dice al capitano Edelson che
nella porta accanto viveva un certo John Forbes, lo sguardo si rabbuia e ne
nasce un dubbio tacito, lo stesso che sorge nello spettatore. Questo perché, in
precedenza, il comportamento di Al Pacino era scoppiato spesso in azioni
violente (basti pensare a come aggredisce il compagno di Ted, Gregory), ma ci
instilla anche il dubbio che il vero assassino non sia davvero stato preso.
Subito dopo vediamo infatti Burns tornare da Nancy, radersi
la barba e promettere alla ragazza di raccontarle quello che aveva passato in
quelle settimane di assenza. Nancy vede poggiati gli abiti di pelle e li
indossa in un gioco innocente, mentre Burns si guarda allo specchio con
sguardo nuovo. Non abbiamo assoluta certezza che sia stato lui a
uccidere Ted, ma l’omicidio di quest’ultimo trasfigura nella
metafora dell’agnello sacrificale, ha un significato atavico. Dopo una
grande prova di iniziazione, ucciderlo implicherebbe per Burns uccidere ciò che
è venuto a galla dentro di sé.
Quando Cruising uscì nelle sale cinematografiche ci
furono inevitabilmente molte proteste, sia del pubblico che della stampa.
Durante la produzione del film un gruppo di persone tentò addirittura di
boicottare le riprese, facendo cadere un grosso riflettore e disturbando il
set. Si creò una vera propria scissione nella comunità gay:
da una parte chi protestava con violenza lanciando pietre e oggetti pericolosi
durante i ciak; dall’altra chi supportava invece il film, al punto di accettare
di parteciparvi come comparsa proprio all’interno dei ‘Leather Bar’.
Molte sequenze nei locali appaiono infatti quasi
documentaristiche, ma da parte di
William Friedkin non trapela nessun giudizio né morale né immorale su quanto
filmato, niente è ‘giusto’ o ‘sbagliato’ in quello che succede in quei luoghi.
Gli attori di contorno non sembrano recitare una parte, ma
restituiscono piuttosto la percezione di abitare i
personaggi. Trascinano il loro modo
di vivere a seconda del contesto ‘reale’ in atto. L’emotività che
trapela è umana. Il ritmo lento di Cruising è coerente con lo sviluppo
interiore. Raramente siamo certi di ciò che pensano queste maschere,
i loro atteggiamenti sono ambigui e spaventati. Burns manipola Forbs, o è Forbs
a manipolare Burns? Chi è lui realmente?
Lo sguardo finale allo specchio ci pone quindi di fronte un
dilemma: quando guardiamo qualcuno che crediamo di conoscere, sappiamo
davvero chi abbiamo davanti? Forse la risposta risiede nelle morti continue che
infliggiamo dentro di noi. Forse siamo destinati a un loop infinito,
dove la condanna è non raggiungere mai la nostra forma finale.
Nel classico ‘viaggio dell’eroe’, il protagonista è costretto a lasciare il mondo che
conosce per inoltrarsi in un altro, sconosciuto. E dopo aver affrontato diverse
(dis)avventure ritorna al mondo a lui caro con una consapevolezza diversa.
Ecco, Forbs ha affrontato il lupo cattivo e – forse – dopo averlo sconfitto ne
ha preso il posto.
…la
pellicola procede lenta, innestata su un ritmo tipico quasi da film francese,
in cui conta di più l’introspezione sui personaggi che la trama. Ed così è
anche per Cruising:
che parte come thriller ma che si perde poi, volutamente,
sull’indagine psicologica nei confronti del protagonista. A discapito di
una sceneggiatura scarna e dei dialoghi essenziali, è attraverso il linguaggio
non verbale che lo spettatore può cogliere gli aspetti determinanti
dell'evoluzione narrativa: l'ambiguità morale e il conflitto dell'identità
sessuale. È un film insomma giocato soprattutto sugli sguardi, sulle
situazioni, sulla descrizione dei contesti, che sui dialoghi veri e propri.
Questo se apparentemente appiattisce il film, in realtà riesce a imprimere alla
pellicola un’aurea di sottile mistero e ambiguità che ricalca il mondo
interiore del protagonista. Indubbiamente Al Pacino strepitoso, in
un’interpretazione quasi remissiva, ma perfettamente centrata. Eppure l’attore
non ama ricordare la partecipazione a questo film, probabilmente per le
polemiche enormi che sono scaturite dalla pellicola stessa. D’accordo che siamo
negli anni ’80 e certe tematiche erano tabù, ma alla fine dei conti Cruisingnon
si dimostra così scabroso da giustificare l’ondata di sdegno e polemica che ne
seguì. Il mondo omossessuale non viene giudicato nè condannato, ma solo
ritratto, in un suo aspetto, per ciò che realmente è. Sicuramente un’opera
coraggiosa e controcorrente, come gran parte della filmografia di Friedkin, il
quale ama giocare sull'ambiguità, in questo caso calandosi nell'ambiente gay, ma
senza pronunciarsi in merito, come di sua consuetudine: una scelta che
all'epoca venne decisamente fraintesa, suscitando critiche negative e accuse di
razzismo che oggi appaiono alquanto ingiustificate Poco esplicito, forse
volutamente, il film mantiene alcune zone d'ombra anche dopo la fine.
Bellissima anche la descrizione di una New York sporca e sordida da far
rabbrividire, alla stregua della New York magnificamente descritta da Scorsese in Taxi Driver.
…Come è noto il film ha dovuto affrontare diverse
critiche negative da parte della comunità omosessuale dell’epoca che imputava a
Friedkin la colpa di aver creato una rappresentazione predatoria e vampiresca
dell’omosessualità, oltre che di aver abbinato con un certo bigottismo il sesso
gay con la violenza e l’omicidio. Nel tempo, fortunatamente, in un processo di
rivalutazione complessivo stracultista, il film è stato rivalutato proprio
perchè attribuisce un ritratto anticonformista alla suddetta comunità, che
spesso desidera vedersi rappresentata in modo sempre apprezzabile o, in qualche
modo, likeable. Come anticipato in apertura, non va comunque
dimenticato che Cruising è in prima battuta un film
poliziesco (peraltro liberamente ispirato a un romanzo di Gerald Walker), che
affronta un importante discorso psicanalitico, se vogliamo, ma che nel suo
sguardo verso il sociale tende più ad essere avverso alle forze dell’ordine e
alle metodologie di indagine di una categoria di pubblici ufficiali che
probabilmente sono i veri volti moralmente corrotti del film.
There is a large, loud question right at the center of “Cruising,”
and because the movie lacks the courage to answer it, what could have been a
powerful film dissipates its force and leaves us feeling merely confused and annoyed.
The question is: How does the hero of this film, an undercover New York
policeman, ultimately really feel about the world of homosexual sadomasochistic
sex he is assigned to infiltrate?
Is he touched by the sexual underground in an important way? Is his
own sexuality involved? Is he intrigued by the aura of violence? The movie
won’t say. And its failure to commit itself would be less annoying if it
weren’t for the fact that the whole thrust of the movie is toward setting up
those questions –which the ending then leaves deliberately and confusingly
unanswered…
grandi interpretazioni di Ashley Judd e Michael Shannon, il film del grande William Friedkin ti tiene attaccato allo schermo, inizia come un film qualunque e poi inizia l'incubo. Peter convince Agnes, lui è così gentile, Agnes non si ricorda di aver incontrato uno così. e gli crede, lui è così convincente. parlando di Bug Roger Ebert cita l'interpretazione di Peter Greene in Clean Shaven. entrambi, Michael Shannon e Peter Greene, sono fuori di testa e assolutamente convincenti. un gran film, non perdetevelo - Ismaele
…Bug - La Paranoia è
contagiosaci restituisce un regista in forma
smagliante come raramente si era visto negli ultimi tempi, pronto a sfruttare
ogni singolo momento dell’ottimo testo diTracy Letts (il cuiBug ha circolato per un bel po’ Off
Broadway sottoforma di lavoro teatrale) per mettere in scena una vicenda che
appartiene più a Cronenberg che all’ultimo Friedkin e che dal primo muta le
ossessioni per una (non più tanto nuova) carne irrimediabilmente contagiata
mentre dal secondo prende il senso del ritmo e il tono claustrofobico e moraleggiante. Buona parte del valore è da riconoscere allo
script, ricco di dialoghi fin troppo alti e di situazioni al limite, capace di
prendere lo spettatore e immergerlo lentamente nel mare di follia che solo
inizialmente è di esclusivo appannaggio di Peter che in realtà agisce poi quale
catalizzatore in una situazione già feconda, trascinando la già instabile Agnes
in una fosca trama di esperimenti militari, insetti sottopelle capaci di
trasmettere su frequenze radio e molto altro ancora. Quel che accade in realtà e un lungo grido in
crescendo, un lamento sulla perdita di sicurezza e coesione da parte dell’uomo
(e della coppia) contemporaneo, un conflitto lacerante fra il bisogno e la
ricerca di una identità propria ben definita, da conservare come nucleo
prezioso, e l’esigenza di aprirsi agli altri in cerca di un qualcosa che, se
raggiunto, porterà alla perdita del senso di sé. InBug la
paranoia innesta un circolo di autorafforzamento e degenera ben presto in
schizofrenia. O perlomeno così pare, perché quando anche noi cominciamo a
vedere gli insetti, in brevi flash semisubliminali, ogni certezza è perduta e
continua a indebolirsi man mano che si rafforza nei due protagonisti…
Il cinema del terrore è sicuramente un comparto della settima
arte che privilegia la forma, rispetto al contenuto. Dimostrazione, questa, che
è sbagliato pensare che il fattore paura sia esclusivamente legato al tasso di
sangue o di mistero inserito in una storia. Perché, di per sé, una storia è
quasi mai spaventosa. Altrimenti tutti i casi clinici di un ospedale (anche non
necessariamente psichiatrico) potrebbero esser letti come racconti dell'orrore.
La paura, al cinema come nella letteratura, è frutto dell'attento assemblaggio
di diversi frammenti che, selezionati attentamente dalla totalità del materiale
narrativo e filtrati attraverso precisi accorgimenti stilistici, svelano (o
nascondono) progressivamente la causa originaria. Ed è solo da questo delicato
procedimento di pura costruzione formale che derivano il fascino e la tensione.
"Probabilmente una storia vera alla Psycho non sarebbe stata per nulla
emozionante, solo terribilmente clinica". Lo diceva Hitchcock, il
maestro indiscusso della suspance sul grande schermo, il padre del modello
antonomastico della paura cinematografica, colui che ha reso il proprio
percorso artistico un laboratorio sperimentale di forme, tecniche e illusioni
che attraversa tutta la storia della settima arte: dal muto al sonoro, dal
bianco e nero al colore, dal piano sequenza al montaggio forsennato. Ora, si
dirà: cosa diamine hanno a che fare tutti questi preamboli con il film in
questione? Più di quanto sembra. E per due motivi. Il primo: William Friedkin
è, insieme a Brian De Palma, il più dotato discepolo del maestro Hitch, nonché
un esperto cultore del suo cinema. Il secondo: "Bug" è, sul solco di "Psycho",
un eccellente horror da camera che, grazie alla sua infallibile strutturazione,
terrorizza con l'invisibile…
…Michael is mad, and Agnes'
personality seems to need him to express its own madness. Ashley Judd's final
monologue is a sustained cry of nonstop breathless panic, twisted logic and
sudden frantic insight that is a kind of behavior very rarely risked in or out
of the movies. It may not be Shakespeare, but it's not any easier. Shannon, a member of A Red Orchid Theatre in
Chicago, delivers his own nonstop rapid-fire monologue of madness; he has a
frightening speech that scares the audience but makes perfect sense to Agnes.
His focus and concentration compares in some ways to Peter Greene's work in
Lodge Kerrigan's frightening "Clean,
Shaven" The film is lean, direct, unrelenting. A lot of
it takes place in the motel room, which by the end has been turned into an
eerie cave lined with aluminum foil, a sort of psychic air raid shelter against
government emissions or who knows what else? "They're watching us,"
Peter says. The thing about "Bug" is that we're
not scared for ourselves so much as for the characters in the movie. Judd and
Shannon bravely cast all restraint aside and allow themselves to be seen as
raw, terrified and mad. The core of the film involves how quickly Judd's
character falls into sympathy with Shannon's. She seems like a potential
paranoid primed to be activated, and yet her transformation never seems hurried
and is always convincing…
…Buginizia come un saggio
di cinema psicologico e finisce con un crescendo allucinato che sposta il tema
della pellicola a una visione fanta-politica degna diPhiliph Dick. Se nella prima parte si assiste alla nascita di
una storia d’amore (all’incontro di due solitudini) tormentata tra due esseri
umani che sembrano non poter fare a meno di cercarsi, nella seconda parte
Friedkin fa virare il tono del film verso contenuti paranoici, innestando un
vortice delirante che trascina con sé ogni cosa, impedendo di rintracciare
coordinate chiare e percepibili. Peter rivela ad Agnes la presenza nelle stanze
di insetti, risultato dell’inserimento di sacche di uova nel suo corpo da parte
della CIA all’epoca della guerra del Golfo, come sistema di difesa di fronte a
minacce batteriologiche. La donna, inizialmente titubante (poiché non vede gli
insetti), poco per volta inizia a dare credito alle parole dell’uomo,
condividendo con lui l’idea che entrambi siano al centro di una macchinazione
internazionale. Fantomatici elicotteri solcano il cielo sopra il motel, e dopo
aver isolato la stanza per proteggerla dagli insetti, ai due amanti non resta
che darsi la morte con un enorme rogo che spazzi via ogni residua traccia del
male che portano con sé…
uno di quei film che ti sembra di aver già visto, ma Tommy Lee Jones e Benicio Del Toro danno un'interpretazione sopra la media e William Friedkin ne sa. non è un capolavoro, magari un'americanata, ma si vede bene - Ismaele
…Friedkin è innamorato
della sua poetica che qui come altrove è sempre splendidamente semplice e
coerente.The Huntedha però il difetto di reggersi di più
sulla poetica del regista che sulla forza della storia. E in definitiva, mentre
a livello di temi e tecnica Friedkin non aggiunge nulla di nuovo rispetto al
suo repertorio, e anzi sembra ripetere già tutto quello che aveva detto conRegole d’onore, la storia è tra le più
trite (Rambo), e soprattutto è scritta male, non riuscendo mai a coniugare
perfettamente le scene d’azione dei due protagonisti (ben dirette), con il
contesto delle indagini e i personaggi secondari (male definiti). Rimane un
film che ha qualcosa da dire, ma non riesce ad organizzarsi in discorso: questa
volta Friedkin è troppo innamorato dei suoi temi per esprimerli con chiarezza.
…"The Hunted" requires its skilled actors.
Ordinary action stars would not do. The screenplay, by David Griffiths, Peter
Griffiths and Art Monterastelli, has a kind of minimalist clarity, in which
nobody talks too much and everything depends on tone. Notice scenes where Del
Toro is interrogated by other law officials. He doesn't give us the usual
hostile, aggressive cliches, but seems to be trying to explain himself from a
place so deep he can't make it real to outsiders. This man doesn't kill out of
rage but out of sorrow…
…On retrouve aussi tout
le savoir-faire de Friedkin dans une course-poursuite haletante, dans laquelle,
Tommy Lee Jones suit Benicio Del Toro à la trace, tel un éclaireur indien dans
les westerns d'antan. On est ici bien loin des insupportables histoires de
profileur et de leurs sempiternelles théories sur les problèmes des tueurs
psychopathes face à la sexualité et à la religion. Autre aspect intéressant du film, Friedkin a
évité tout discours moralisateur et est parvenu à rendre flou la frontière
entre le bien et le mal grâce à des personnages attachant, éloignés des clichés
habituels. Ainsi, Benicio
Del Toro qui interprète le tueur est finalement assez sympathique. L'acteur joue sobrement
sans rouler des yeux ou piquer des crises de folies furieuses à tout propos…
…Il est vrai alors que la violence de
certain des combats du film peuvent heurter quelques-uns, mais il ne faut pas
se leurrer, la volonté du réalisateur n'a pas été de faire dans la surenchère
graphique mais bien de montrer tous le coté sauvage qui sommeille en chacun de
nous, quelque chose qui nous pousse parfois à commettre l'irréparable si le
monde extérieur nous y pousse. En résumé un bon film
qui, malgré un scénario conventionnel et quelque peut évasif, parvient à
distiller une tension permanente grâce à sa réalisation énergique et sèche. Les acteurs ne sont pas en reste et
ajoute à cela un face à face terrifiant mais emprunt d'amertume.
Esta es una de esas
peliculas con poca capacidad y ninguna pretensión de sorprender con su
tématica. Basada en una fórmula tan usada como eficaz, su
principal defecto radica en la poca habilidad que director y guionista han
demostrado en exprimir dicha temática. La pelicula parte del manido conflicto moral del
'monstruo' que escandaliza por sus acciones a la sociedad que lo ha creado y
que no se identifica con él…
il film che Cassano non vedrebbe, ma chi se ne frega. si inizia scherzando e ridendo, poi si entra nel film con dialoghi senza rete. per conoscenza, gli attori omosessuali (Robert LaTourneaux (1986), Leonard Frey (1988), Keith Prentice (1992), Kenneth Nelson (1993), and Frederick Coombs (1993) (qui) sono morti di Aids. merita di sicuro la visione, non ve ne pentirete - Ismaele
…In 'The boys in the band' si parla di omosessualità, dei suoi riti e dei
suoi schemi psicologici, della triste necessità di ghettizzarsi in rapporto ad
una società moralmente repressiva dietro la maschera edonistica. In pratica si
finge, come al solito, si recita per poter sopravvivere, sociologicamente
parlando. Sono rappresentati tutti i tipi omosessuali: l'effeminato, l'escort
svampito, l'intellettuale pedante, l'operatore della moda, il marito normale
'che-non-diresti-mai', il guru dandy, punto di riferimento della comitiva,
ammirato per la fierezza con cui manifesta e difende la sua diversità — ed è
questa, come si può facilmente intuire in una società fortemente omologante, la
figura più inquietante di tutte. Il film disturba tutti: sia gli omo che gli
etero-convinti. Così mentre gli omo lamentano un'immagine cupa, depressiva,
eccessivamente problemtica dell'omosessualità; gli etero accusano il film
di essere troppo indulgente e compassionevole verso una forma alternativa di
sessualità che si ostinano ansiosamente a giudicare degenerata, difettata.
Banditi i sentimentalismi e le pause umoristiche rassicuranti tipici
dell'industria cinematografica statunitense. La macchina da presa vola al ritmo
indiavolato di dialoghi serratissimi debitori delle commedie di Howard Hawks.
E' un errore pensare che il film riguardi una categoria umana specifica
piuttosto che l'uomo in generale. L'altro è un mistero insondabile; chiunque
altro. In ciò consiste il messaggio altamente umanitario di questa opera.
…Molto
interessante è il piano narrativo sul quale si sviluppa la storia, con una
prima parte corale che vede il gruppo affiatato ed una seconda parte, quella
del gioco al telefono, che vede soli tutti i festeggiati, ognuno in difficoltà
ad affrontare la propriadiversità.
In ogni caso quella di Friedkin è una trasposizione amara della commedia,
sofferta, i cui personaggi appaiono tutti frustrati dalla loro condizione, dal
doversi nascondere, dal non riuscire ad amare come vorrebbero, e difficile è
soprattutto la condizione di Michael, alla fine il più debole che ancora non si
accetta così com’è. Ottimo cast, buon film, fu il primo film di Hollywood
sull'omosessualità.