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domenica 1 gennaio 2023

Wounds - Babak Anvari

un misterioso telefonino, un misterioso gioco mortale al computer sono fra i protagonisti del film.

dallo schermo un buco nero ipnotizza e ingoia chi sta al gioco.

intorno a questa macelleria ci sono anche degli attori che provano a resistere al Male, spesso senza riuscirci.

comunque il film non è male.

chi ha terrore delle blatte stia attento, ce n'è un esercito.

un po' mi ha ricordato Bug, di William Friedkin.

buona (blattesca) visione - Ismaele


 

 

…Io credo che il regista abbia voluto di proposito porre anche dei livelli di lettura più psicologici. Non è che una interpretazione sia meglio di un’altra. Tutti i livelli di lettura sono plausibili, ma credo che per il regista tutta la storia vada vista nel suo insieme. Magari ci saranno delle persone più allineate a una interpretazione piuttosto che un’altra, ma lui le mette tutte là. Saranno tutte allucinazioni da delirium tremens? Saranno i sintomi della PTSD? Sarà davvero un’epifania divina?

La cosa che trovo geniale però è quella di far riferimento allo gnosticismo applicandolo in modo fedele (almeno dal punto di vista degli archetipi) a un’ambientazione urbana contemporanea. L’altro punto interessante poi è l’unire tutte queste tematiche senza mai perdere troppo di vista l’equilibrio tra le parti, permettendo allo spettatore di decidere sempre quale interpretazione dare agli avvenimenti. La recitazione degli attori sicuramente ha aiutato tanto nella resa finale. Personalmente lo trovo un bel film horror, sperimentale anche a suo modo, visto che non è da tutti proporre il misticismo gnostico come filo conduttore. Aver osato era per Babak Anvari una lama a doppio taglio, tanto che questo lo si vede anche nei risultati delle recensioni critiche. Molti tra il pubblico poi non sono riusciti a capire il film fino in fondo, in tutti i suoi rimandi.

Personalmente però credo che questo sarà un film che tra un po’ di tempo verrà positivamente rivalutato e spero che porti sempre più registi a osare. Anche perché non se ne può davvero più di film horror posticci e copie di copie di copie di copie.

da qui

 

crediamo che Wounds sia il classico horror senza significato, privo di mordente, e pertanto passibile di indifferenza. Meglio non guardarlo.

da qui

 

L’opera del regista iraniano è piena di squarci affascinanti – bulbi oculari sfigurati, oscuri tunnel ultraterreni, libri misterici simili al Necronomicon -, ma piuttosto che sviluppare queste idee agghiaccianti, sceglie di continua semplicemente ad aggiungere qualcos’altro di nuovo. Il risultato è che lo spettatore rimane con un pungo di immagini promettenti, ma lasciate a metà cottura. A parte l’orrore cosmico, Babak Anvari è chiaramente interessato a prendere in esame il machismo tossico attraverso il velo del genere horror, ma la sceneggiatura decide di non approfondire. Armie Hammer è uno stronzo e, sostanzialmente, deve essere punito. Questo è tutto.

Il problema più grande di cui soffre Wounds è comunque la mancanza di buon senso nei suoi personaggi, principalmente la Carrie interpretata dalla catatonica Dakota Johnson, la fidanzata di Will, che riconoscono un pericolo ma sono incapaci di agire adeguatamente. Se la ragazza sembra inizialmente la più intelligente del gruppo, spingendo Will ad andare alla polizia, la performance dell’attrice vista in Suspiria entra in crisi quando si tratta di svoltare a livello emotivo. Uno degli obiettivi più importanti da raggiungere per un horror è riuscire a costruire una forte connessione empatica ai personaggi sullo schermo, che consenta alla spettatore di provare qualcosa per loro e la loro sorte…

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«New Orleans è come una porta verso un’altra dimensione». Una delle chiavi che aprirà questo portale è il cellulare che Armie Hammer recupera nel bar dove lavora. Quel piccolo oggetto distruggerà gradualmente la già compromessa relazione con la fidanzata Dakota Johnson. Con talento, Babak trasforma un semplice telefono… in un mostro. A poco a poco, lo smartphone pregno di onde negative e immagini proibite diffonderà il suo veleno come una nuova forma di male che si sparge attraverso le stesse cose che mostra. Con Wounds Babak ritrae un mondo sporco e corrotto, fatto di scarafaggi che corrompono l’animo umano portandolo alla distruzione. Un’opera moderna profondamente politica che è anche film d’autore. Se tutti vogliamo essere spaventati nello stesso posto, non è anche perché abbiamo l’opportunità di rassicurarci l’un l’altro? Speriamo che la visione di Babak possa godere di una distribuzione nei cinema (il film è stato acquistato da Netflix) e che la paura ci avvicini piuttosto che allontanarci.

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…I personaggi, insomma, sono scritti male, talmente male che il cast ne esce decisamente sprecato per una pellicola del genere. Nessuno dei tre attori principali riesce veramente, non a brillare, ma quantomeno a regalarci un’interpretazione degna della propria carriera. Non ci si immedesima mai in nessuno di loro, tanto da scadere in quel meccanismo tipico degli horror brutti per cui si arriva a sperare nella lenta e dolorosa dipartita dei protagonisti.

Insomma, per concludere, Wounds ci è sembrato un film pieno di ottime premesse [l’idea, le tematiche, il cast] purtroppo tutte sviluppate nella maniera peggiore possibile.

Nella speranza che Anvari possa risollevare le sue sorti con la prossima pellicola, magari concentrandosi sulla regia e lasciando a uno sceneggiatore il compito più importante e troppo spesso sottovalutato: scrivere il film.

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mercoledì 29 giugno 2022

Cruising - William Friedkin

un'indagine del poliziotto Burns sotto copertura, deve trovare un serial killer di omosessuali.

e per questo deve fingere di esserlo, e questo lascia forse dei segni nella sua mente.
la fidanzata non lo riconosce più e l'indagine finisce ma forse no, e un assassino di gay continua a minacciare la città.
Al Pacino è sempre bravissimo, convincente e coinvolgente e coinvolto, oltre ogni limite, in un film poliziesco, con la comunità gay protagonista.
film odiato e amato in ugual misura, merita di sicuro.
buona (poco chiara) visione - Ismaele





Friedkin torna a parlare d’omosessualità 10 anni dopo Festa per il compleanno del caro amico Harold (1970) ed i toni sono effettivamente diversi e più coraggiosi. Una N.Y. così non si era mai vista, una metropoli inquadrata solo dal basso, che sembra un costante crocevia di soli omosessuali e ragazzoni pompati dediti alla pratica del sadomaso e con un particolare gusto per borchie, jeans e pelle: una città fotografata con un particolare filtro di forte cinismo, tanto crudo da sembrare a momenti quasi razzista (quel terrificante Noi siamo ovunque che si accende di rosso tra i graffiti sembra quasi un avvertimento). Al Pacino è il maschio scelto per risolvere il caso, la sua fisionomia ed i suoi colori sono gli stessi delle vittime ma il suo ruolo è quello istituzionale di un poliziotto in una storia vera che nella realtà non ha conosciuto colpevoli (come ricorda il prologo). La sua ambiguità, che si versa nello specchio attraverso il suo sguardo quando sente che la moglie indossa i vestiti che ha usato per il travestimento, è già esplicitamente descritta in quella violenza che una pattuglia di polizia fa ad una coppia di trans, obbligandoli ad una fellatio. Pubs squallidi e luci soffuse, il noir di N.Y. ha lo stesso colore dell’acqua dove è pescato il braccio di una vittima. Friedkin gira con stile e distanza, ma quello che questa volta racconta (sua anche la sceneggiatura tratta dall’omonimo libro di Gerard Walker) è ambiguo quanto l’aria che Burns respira. Unico errore dopo quasi 19 minuti, quando Al Pacino fa ingresso nel locale di ritrovo per gay e sono inquadrate attraverso la sua soggettiva, i volti di quelli che escono: su di loro è proiettata l’ombra della cinepresa. Forse il lavoro più completo del regista sul tema dell’ambiguità, tra violenza e giustizia, tra machismo ed omosessualità.

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Burns cambia pelle, ha uno sguardo introspettivo, ci parla con i gesti e non con le parole. L’unico momento dove si concede uno sfogo è quando si confronta con il capitano Edelson. Burns è stremato e confuso (dopo aver assistito al pestaggio di un sospettato, Skip Lee, in realtà innocente in quanto le impronte digitali non corrispondono con quelle del maniaco) e gli dice apertamente di non poterlo più fare. Crede di non farcela più perché gli stanno succedendo delle cose che nemmeno lui riesce a spiegare. Nonostante le parole, tuttavia, viene convinto a proseguire e spinto a a pensare alla futura promozione.

Burns inizia allora a riconoscersi negli abiti di pelle che indossano gli omosessuali nei ‘Leather Bar’. Il personaggio, attraverso una ‘muta silenziosa’, cambia la propria prospettiva e nel silenzio indossa ciò che all’inizio gli risultava estraneo. Le persone di notte si riconoscono attraverso i luoghi, attraverso gli abiti, attraverso le bandane che si legano alle tasche (ogni colore rispecchia una richiesta, un ruolo preciso). Il protagonista subisce una vera e propria metamorfosi, si lascia trascinare dal caos e corrompere dall’oscurità che ha dentro.

Al Pacino, grazie a una intuizione, riesce infine a scovare il vero assassino, Stuart Richards, uno studente di musica che ha un’ossessione malata per il padre, che in realtà è deceduto da dieci anni. Burns spia il sospettato e lo costringe a un confronto prima sessuale (anche se il rapporto non viene consumato) e poi di lotta fisica. Quindi, Burns riceve la promozione nel corridoio dell’ospedale dove Richards è ricoverato, per poi sparire nell’ascensore.

La vera conclusione di Cruising avviene però con la scoperta dell’uccisione di Ted Bayley. In bagno vediamo il suo cadavere immerso nel sangue, gli occhi spalancati. A primo acchito pare una bambola rotta, ci comunica la vulnerabilità di chi non si aspetta di essere aggredito in modo così barbaro.

Rimaniamo così attoniti, perché questo svolgimento ci dà la conferma di un tumulto emotivo sfociato nella follia. Quando l’agente DiSimone (un grande cameo di Joe Spinell) dice al capitano Edelson che nella porta accanto viveva un certo John Forbes, lo sguardo si rabbuia e ne nasce un dubbio tacito, lo stesso che sorge nello spettatore. Questo perché, in precedenza, il comportamento di Al Pacino era scoppiato spesso in azioni violente (basti pensare a come aggredisce il compagno di Ted, Gregory), ma ci instilla anche il dubbio che il vero assassino non sia davvero stato preso.

Subito dopo vediamo infatti Burns tornare da Nancy, radersi la barba e promettere alla ragazza di raccontarle quello che aveva passato in quelle settimane di assenza. Nancy vede poggiati gli abiti di pelle e li indossa in un gioco innocente, mentre Burns si guarda allo specchio con sguardo nuovo. Non abbiamo assoluta certezza che sia stato lui a uccidere Ted, ma l’omicidio di quest’ultimo trasfigura nella metafora dell’agnello sacrificale, ha un significato atavico. Dopo una grande prova di iniziazione, ucciderlo implicherebbe per Burns uccidere ciò che è venuto a galla dentro di sé.

Quando Cruising uscì nelle sale cinematografiche ci furono inevitabilmente molte proteste, sia del pubblico che della stampa. Durante la produzione del film un gruppo di persone tentò addirittura di boicottare le riprese, facendo cadere un grosso riflettore e disturbando il set. Si creò una vera propria scissione nella comunità gay: da una parte chi protestava con violenza lanciando pietre e oggetti pericolosi durante i ciak; dall’altra chi supportava invece il film, al punto di accettare di parteciparvi come comparsa proprio all’interno dei ‘Leather Bar’.

Molte sequenze nei locali appaiono infatti quasi documentaristiche, ma da parte di William Friedkin non trapela nessun giudizio né morale né immorale su quanto filmato, niente è ‘giusto’ o ‘sbagliato’ in quello che succede in quei luoghi.

Gli attori di contorno non sembrano recitare una parte, ma restituiscono piuttosto la percezione di abitare i personaggi. Trascinano il loro modo di vivere a seconda del contesto ‘reale’ in atto. L’emotività che trapela è umana. Il ritmo lento di Cruising è coerente con lo sviluppo interiore. Raramente siamo certi di ciò che pensano queste maschere, i loro atteggiamenti sono ambigui e spaventati. Burns manipola Forbs, o è Forbs a manipolare Burns? Chi è lui realmente?

Lo sguardo finale allo specchio ci pone quindi di fronte un dilemma: quando guardiamo qualcuno che crediamo di conoscere, sappiamo davvero chi abbiamo davanti? Forse la risposta risiede nelle morti continue che infliggiamo dentro di noi. Forse siamo destinati a un loop infinito, dove la condanna è non raggiungere mai la nostra forma finale.

Nel classico ‘viaggio dell’eroe’, il protagonista è costretto a lasciare il mondo che conosce per inoltrarsi in un altro, sconosciuto. E dopo aver affrontato diverse (dis)avventure ritorna al mondo a lui caro con una consapevolezza diversa. Ecco, Forbs ha affrontato il lupo cattivo e – forse – dopo averlo sconfitto ne ha preso il posto.

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la pellicola procede lenta, innestata su un ritmo tipico quasi da film francese, in cui conta di più l’introspezione sui personaggi che la trama. Ed così è anche per Cruising: che parte come thriller ma che si perde poi, volutamente, sull’indagine psicologica nei confronti del protagonista.  A discapito di una sceneggiatura scarna e dei dialoghi essenziali, è attraverso il linguaggio non verbale che lo spettatore può cogliere gli aspetti determinanti dell'evoluzione narrativa: l'ambiguità morale e il conflitto dell'identità sessuale. È un film insomma giocato soprattutto sugli sguardi, sulle situazioni, sulla descrizione dei contesti, che sui dialoghi veri e propri. Questo se apparentemente appiattisce il film, in realtà riesce a imprimere alla pellicola un’aurea di sottile mistero e ambiguità che ricalca il mondo interiore del protagonista. Indubbiamente Al Pacino strepitoso, in un’interpretazione quasi remissiva, ma perfettamente centrata. Eppure l’attore non ama ricordare la partecipazione a questo film, probabilmente per le polemiche enormi che sono scaturite dalla pellicola stessa. D’accordo che siamo negli anni ’80 e certe tematiche erano tabù, ma alla fine dei conti Cruising non si dimostra così scabroso da giustificare l’ondata di sdegno e polemica che ne seguì. Il mondo omossessuale non viene giudicato nè condannato, ma solo ritratto, in un suo aspetto, per ciò che realmente è. Sicuramente un’opera coraggiosa e controcorrente, come gran parte della filmografia di Friedkin, il quale ama giocare sull'ambiguità, in questo caso calandosi nell'ambiente gay, ma senza pronunciarsi in merito, come di sua consuetudine: una scelta che all'epoca venne decisamente fraintesa, suscitando critiche negative e accuse di razzismo che oggi appaiono alquanto ingiustificate Poco esplicito, forse volutamente, il film mantiene alcune zone d'ombra anche dopo la fine. Bellissima anche la descrizione di una New York sporca e sordida da far rabbrividire, alla stregua della New York magnificamente descritta da Scorsese in Taxi Driver.

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Come è noto il film ha dovuto affrontare diverse critiche negative da parte della comunità omosessuale dell’epoca che imputava a Friedkin la colpa di aver creato una rappresentazione predatoria e vampiresca dell’omosessualità, oltre che di aver abbinato con un certo bigottismo il sesso gay con la violenza e l’omicidio. Nel tempo, fortunatamente, in un processo di rivalutazione complessivo stracultista, il film è stato rivalutato proprio perchè attribuisce un ritratto anticonformista alla suddetta comunità, che spesso desidera vedersi rappresentata in modo sempre apprezzabile o, in qualche modo, likeable. Come anticipato in apertura, non va comunque dimenticato che Cruising è in prima battuta un film poliziesco (peraltro liberamente ispirato a un romanzo di Gerald Walker), che affronta un importante discorso psicanalitico, se vogliamo, ma che nel suo sguardo verso il sociale tende più ad essere avverso alle forze dell’ordine e alle metodologie di indagine di una categoria di pubblici ufficiali che probabilmente sono i veri volti moralmente corrotti del film.

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There is a large, loud question right at the center of “Cruising,” and because the movie lacks the courage to answer it, what could have been a powerful film dissipates its force and leaves us feeling merely confused and annoyed. The question is: How does the hero of this film, an undercover New York policeman, ultimately really feel about the world of homosexual sadomasochistic sex he is assigned to infiltrate?

Is he touched by the sexual underground in an important way? Is his own sexuality involved? Is he intrigued by the aura of violence? The movie won’t say. And its failure to commit itself would be less annoying if it weren’t for the fact that the whole thrust of the movie is toward setting up those questions –which the ending then leaves deliberately and confusingly unanswered…

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sabato 30 luglio 2016

Bug (Bug - La Paranoia è contagiosa) – William Friedkin

grandi interpretazioni di Ashley Judd e Michael Shannon, il film del grande William Friedkin ti tiene attaccato allo schermo, inizia come un film qualunque e poi inizia l'incubo.
Peter convince Agnes, lui è così gentile, Agnes non si ricorda di aver incontrato uno così.
e gli crede, lui è così convincente.
parlando di Bug Roger Ebert cita l'interpretazione di Peter Greene in Clean Shaven.
entrambi, Michael Shannon e Peter Greene, sono fuori di testa e assolutamente convincenti.
un gran film, non perdetevelo - Ismaele



Bug - La Paranoia è contagiosa ci restituisce un regista in forma smagliante come raramente si era visto negli ultimi tempi, pronto a sfruttare ogni singolo momento dell’ottimo testo di Tracy Letts (il cui Bug ha circolato per un bel po’ Off Broadway sottoforma di lavoro teatrale) per mettere in scena una vicenda che appartiene più a Cronenberg che all’ultimo Friedkin e che dal primo muta le ossessioni per una (non più tanto nuova) carne irrimediabilmente contagiata mentre dal secondo prende il senso del ritmo e il tono claustrofobico e moraleggiante.
Buona parte del valore è da riconoscere allo script, ricco di dialoghi fin troppo alti e di situazioni al limite, capace di prendere lo spettatore e immergerlo lentamente nel mare di follia che solo inizialmente è di esclusivo appannaggio di Peter che in realtà agisce poi quale catalizzatore in una situazione già feconda, trascinando la già instabile Agnes in una fosca trama di esperimenti militari, insetti sottopelle capaci di trasmettere su frequenze radio e molto altro ancora.
Quel che accade in realtà e un lungo grido in crescendo, un lamento sulla perdita di sicurezza e coesione da parte dell’uomo (e della coppia) contemporaneo, un conflitto lacerante fra il bisogno e la ricerca di una identità propria ben definita, da conservare come nucleo prezioso, e l’esigenza di aprirsi agli altri in cerca di un qualcosa che, se raggiunto, porterà alla perdita del senso di sé.
In Bug la paranoia innesta un circolo di autorafforzamento e degenera ben presto in schizofrenia. O perlomeno così pare, perché quando anche noi cominciamo a vedere gli insetti, in brevi flash semisubliminali, ogni certezza è perduta e continua a indebolirsi man mano che si rafforza nei due protagonisti…

Il cinema del terrore è sicuramente un comparto della settima arte che privilegia la forma, rispetto al contenuto. Dimostrazione, questa, che è sbagliato pensare che il fattore paura sia esclusivamente legato al tasso di sangue o di mistero inserito in una storia. Perché, di per sé, una storia è quasi mai spaventosa. Altrimenti tutti i casi clinici di un ospedale (anche non necessariamente psichiatrico) potrebbero esser letti come racconti dell'orrore. La paura, al cinema come nella letteratura, è frutto dell'attento assemblaggio di diversi frammenti che, selezionati attentamente dalla totalità del materiale narrativo e filtrati attraverso precisi accorgimenti stilistici, svelano (o nascondono) progressivamente la causa originaria. Ed è solo da questo delicato procedimento di pura costruzione formale che derivano il fascino e la tensione. "Probabilmente una storia vera alla Psycho non sarebbe stata per nulla emozionante, solo terribilmente clinica". Lo diceva Hitchcock, il maestro indiscusso della suspance sul grande schermo, il padre del modello antonomastico della paura cinematografica, colui che ha reso il proprio percorso artistico un laboratorio sperimentale di forme, tecniche e illusioni che attraversa tutta la storia della settima arte: dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore, dal piano sequenza al montaggio forsennato. Ora, si dirà: cosa diamine hanno a che fare tutti questi preamboli con il film in questione? Più di quanto sembra. E per due motivi. Il primo: William Friedkin è, insieme a Brian De Palma, il più dotato discepolo del maestro Hitch, nonché un esperto cultore del suo cinema. Il secondo: "Bug" è, sul solco di "Psycho", un eccellente horror da camera che, grazie alla sua infallibile strutturazione, terrorizza con l'invisibile…

Michael is mad, and Agnes' personality seems to need him to express its own madness. Ashley Judd's final monologue is a sustained cry of nonstop breathless panic, twisted logic and sudden frantic insight that is a kind of behavior very rarely risked in or out of the movies. It may not be Shakespeare, but it's not any easier. 
Shannon, a member of A Red Orchid Theatre in Chicago, delivers his own nonstop rapid-fire monologue of madness; he has a frightening speech that scares the audience but makes perfect sense to Agnes. His focus and concentration compares in some ways to Peter Greene's work in Lodge Kerrigan's frightening "
Clean, Shaven" 
The film is lean, direct, unrelenting. A lot of it takes place in the motel room, which by the end has been turned into an eerie cave lined with aluminum foil, a sort of psychic air raid shelter against government emissions or who knows what else? "They're watching us," Peter says. 

The thing about "Bug" is that we're not scared for ourselves so much as for the characters in the movie. Judd and Shannon bravely cast all restraint aside and allow themselves to be seen as raw, terrified and mad. The core of the film involves how quickly Judd's character falls into sympathy with Shannon's. She seems like a potential paranoid primed to be activated, and yet her transformation never seems hurried and is always convincing…

Bug inizia come un saggio di cinema psicologico e finisce con un crescendo allucinato che sposta il tema della pellicola a una visione fanta-politica degna di Philiph Dick. Se nella prima parte si assiste alla nascita di una storia d’amore (all’incontro di due solitudini) tormentata tra due esseri umani che sembrano non poter fare a meno di cercarsi, nella seconda parte Friedkin fa virare il tono del film verso contenuti paranoici, innestando un vortice delirante che trascina con sé ogni cosa, impedendo di rintracciare coordinate chiare e percepibili. Peter rivela ad Agnes la presenza nelle stanze di insetti, risultato dell’inserimento di sacche di uova nel suo corpo da parte della CIA all’epoca della guerra del Golfo, come sistema di difesa di fronte a minacce batteriologiche. La donna, inizialmente titubante (poiché non vede gli insetti), poco per volta inizia a dare credito alle parole dell’uomo, condividendo con lui l’idea che entrambi siano al centro di una macchinazione internazionale. Fantomatici elicotteri solcano il cielo sopra il motel, e dopo aver isolato la stanza per proteggerla dagli insetti, ai due amanti non resta che darsi la morte con un enorme rogo che spazzi via ogni residua traccia del male che portano con sé…

domenica 29 luglio 2012

The hunted (La preda) - William Friedkin

uno di quei film che ti sembra di aver già visto, ma Tommy Lee Jones e Benicio Del Toro danno un'interpretazione sopra la media e William Friedkin ne sa.
non è un capolavoro, magari un'americanata, ma si vede bene - Ismaele



…Friedkin è innamorato della sua poetica che qui come altrove è sempre splendidamente semplice e coerente. The Hunted ha però il difetto di reggersi di più sulla poetica del regista che sulla forza della storia. E in definitiva, mentre a livello di temi e tecnica Friedkin non aggiunge nulla di nuovo rispetto al suo repertorio, e anzi sembra ripetere già tutto quello che aveva detto con Regole d’onore, la storia è tra le più trite (Rambo), e soprattutto è scritta male, non riuscendo mai a coniugare perfettamente le scene d’azione dei due protagonisti (ben dirette), con il contesto delle indagini e i personaggi secondari (male definiti). Rimane un film che ha qualcosa da dire, ma non riesce ad organizzarsi in discorso: questa volta Friedkin è troppo innamorato dei suoi temi per esprimerli con chiarezza.

"The Hunted" requires its skilled actors. Ordinary action stars would not do. The screenplay, by David Griffiths, Peter Griffiths and Art Monterastelli, has a kind of minimalist clarity, in which nobody talks too much and everything depends on tone. Notice scenes where Del Toro is interrogated by other law officials. He doesn't give us the usual hostile, aggressive cliches, but seems to be trying to explain himself from a place so deep he can't make it real to outsiders. This man doesn't kill out of rage but out of sorrow…

On retrouve aussi tout le savoir-faire de Friedkin dans une course-poursuite haletante, dans laquelle, Tommy Lee Jones suit Benicio Del Toro à la trace, tel un éclaireur indien dans les westerns d'antan. On est ici bien loin des insupportables histoires de profileur et de leurs sempiternelles théories sur les problèmes des tueurs psychopathes face à la sexualité et à la religion.
Autre aspect intéressant du film, Friedkin a évité tout discours moralisateur et est parvenu à rendre flou la frontière entre le bien et le mal grâce à des personnages attachant, éloignés des clichés habituels.
Ainsi, Benicio Del Toro qui interprète le tueur est finalement assez sympathique. L'acteur joue sobrement sans rouler des yeux ou piquer des crises de folies furieuses à tout propos…

Il est vrai alors que la violence de certain des combats du film peuvent heurter quelques-uns, mais il ne faut pas se leurrer, la volonté du réalisateur n'a pas été de faire dans la surenchère graphique mais bien de montrer tous le coté sauvage qui sommeille en chacun de nous, quelque chose qui nous pousse parfois à commettre l'irréparable si le monde extérieur nous y pousse. En résumé un bon film qui, malgré un scénario conventionnel et quelque peut évasif, parvient à distiller une tension permanente grâce à sa réalisation énergique et sèche. Les acteurs ne sont pas en reste et ajoute à cela un face à face terrifiant mais emprunt d'amertume.

Esta es una de esas peliculas con poca capacidad y ninguna pretensión de sorprender con su tématica. 
Basada en una fórmula tan usada como eficaz, su principal defecto radica en la poca habilidad que director y guionista han demostrado en exprimir dicha temática. 
La pelicula parte del manido conflicto moral del 'monstruo' que escandaliza por sus acciones a la sociedad que lo ha creado y que no se identifica con él…

mercoledì 13 giugno 2012

Festa per il compleanno del caro amico Harold (The Boys in the Band) - William Friedkin



il film che Cassano non vedrebbe, ma chi se ne frega.
si inizia scherzando e ridendo, poi si entra nel film con dialoghi senza rete.
per conoscenza, gli attori omosessuali (Robert LaTourneaux (1986), Leonard Frey (1988), Keith Prentice (1992), Kenneth Nelson (1993), and Frederick Coombs (1993) (qui) sono morti di Aids.
merita di sicuro la visione, non ve ne pentirete - Ismaele



In 'The boys in the band' si parla di omosessualità, dei suoi riti e dei suoi schemi psicologici, della triste necessità di ghettizzarsi in rapporto ad una società moralmente repressiva dietro la maschera edonistica. In pratica si finge, come al solito, si recita per poter sopravvivere, sociologicamente parlando. Sono rappresentati tutti i tipi omosessuali: l'effeminato, l'escort svampito, l'intellettuale pedante, l'operatore della moda, il marito normale 'che-non-diresti-mai', il guru dandy, punto di riferimento della comitiva, ammirato per la fierezza con cui manifesta e difende la sua diversità — ed è questa, come si può facilmente intuire in una società fortemente omologante, la figura più inquietante di tutte. Il film disturba tutti: sia gli omo che gli etero-convinti. Così mentre gli omo lamentano un'immagine cupa, depressiva, eccessivamente problemtica dell'omosessualità; gli etero  accusano il film di essere troppo indulgente e compassionevole verso una forma alternativa di sessualità che si ostinano ansiosamente a giudicare degenerata, difettata. Banditi i sentimentalismi e le pause umoristiche rassicuranti tipici dell'industria cinematografica statunitense. La macchina da presa vola al ritmo indiavolato di dialoghi serratissimi debitori delle commedie di Howard Hawks. E' un errore pensare che il film riguardi una categoria umana specifica piuttosto che l'uomo in generale. L'altro è un mistero insondabile; chiunque altro. In ciò consiste il messaggio altamente umanitario di questa opera.

Molto interessante è il piano narrativo sul quale si sviluppa la storia, con una prima parte corale che vede il gruppo affiatato ed una seconda parte, quella del gioco al telefono, che vede soli tutti i festeggiati, ognuno in difficoltà ad affrontare la propria diversità. In ogni caso quella di Friedkin è una trasposizione amara della commedia, sofferta, i cui personaggi appaiono tutti frustrati dalla loro condizione, dal doversi nascondere, dal non riuscire ad amare come vorrebbero, e difficile è soprattutto la condizione di Michael, alla fine il più debole che ancora non si accetta così com’è. Ottimo cast, buon film, fu il primo film di Hollywood sull'omosessualità.