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giovedì 1 febbraio 2024

Vita privata di Sherlock Holmes - Billy Wilder

Sherlock Holmes è proprio un tonto, si fa fregare da tutti, il suo fiuto è solo per la cocaina, meno male che c'è il dottor Watson, uno che ne capisce, non si fa fregare dalle moine delle donne, né dalla cocaina.

entrano in gioco le spie, e un'arma segreta in un lago scozzese.

alla fine tutto va bene, non per merito di Sherlock Holmes

Billy Wilder è come sempre un grande regista, promesso

buona visione - Ismaele


 

QUI il film completo


 

Come demolire il mito e l'iconografia di Sherlock Holmes in un solo film.Il titolo allude alla vita privata dell'investigatore creata da Arthur Conan Doyle.In realtà qui di privato c'è ben poco:non si intuisce la vera essenza privata di Holmes,c'è solo la destrutturazione dell'iconografia a partire dall'assurda palandrana che è costretto a indossare(parole sue),passando per la sua tendenza a drogarsi con cocaina nei momenti di depressione(e qui tra Holmes e il fido dottor Watson c'è la diatriba sulla diluizione della soluzione ,il primo dice che è al 5 %perchè il secondo la diluisce),per la sua neanche troppo nascosta omosessualità(tace quando deve rispondere a Watson sulle sue conquiste femminili ma si intuisce,forse,che la spia poteva essere il suo grande amore),fino ad arrivare a minare alle fondamenta il mito della sua infallibilità e intelligenza(in questa indagine proposta dal film di Wilder gli sfuggono troppe cose e alcune le capisce col classico attimo di ritardo).Questa strutturazione così atipica del personaggio già protagonista di innumerevoli altre riduzioni cinematografiche,rende il film un opera assai originale,dal tono malinconico ma con spruzzate di ironia velenosa come solo Wilder e il suo fido sceneggiatore I.A.L.Diamond sanno fare.Eppure è un film anomalo anche nella filmografia di Wilder,meno cattivo di altri e più incline a una sorta di meditabonda malinconia con un protagonista non così cristallino,uno Sherlock Holmes di questa guisa non si era mai visto al cinema,a metà tra l'interpretazione classica della sua figura e la parodia.Però ad avercene perchè questo secondo me è uno dei migliori film di Wilder pur essendo estraneo per tematiche e per costruzione alla sua vasta filmografia....

da qui

 

Incredibilmente sottovalutata alla sua uscita e poco considerata ancora oggi, Vita privata di Sherlock Holmes è una delle opere più preziose e originali dell’intera filmografia di Billy Wilder. Il grande regista di origine austriaca dirige con gran classe, affidandosi ad una maestosa scenografia, ad una puntigliosa ricostruzione d’epoca e ad un cast di attori poco celebri ma essenziali per i ruoli. Il copione di Wilder e Diamond è perfetto e calibrato al millimetro, e mescola il raffinato tocco umoristico tipico della coppia con un ironia di stampo british. Ma Vita privata di Sherlock Holmes si differenzia dall’ultima produzione di Wilder, avvicinandolo per temi ai drammi più cupi realizzati nella prima parte della sua carriera. L’intenzione è quella di demistificare il personaggio leggendario Holmes, riconducendolo ad una dimensione più umana e comune. Il celebre e infallibile detective viene sconfitto sul suo stesso campo, ma soprattutto rivela una fragilità che non credeva di avere o che forse teneva solo nascosta da una maschera di cinismo. Soltanto per non fare del male al suo cuore già malato, sensibile come quello di chiunque altro. E se le battute taglienti ed alcune gag riuscite ci avevano fatto credere di assistere ad un divertissement ironico e smaliziato, il finale anticonsolatorio e struggente ci lascia con un freddo addosso che non si dimentica.

da qui

giovedì 14 dicembre 2023

Non per soldi. Ma per denaro - Billy Wilder

un avvocato azzeccagarbugli (Walter Matthau) riesce a incontrare il caso della vita, una disfida contro una compagnia di assicurazione, per l'incidente di cui è vittima un giornalista (Jack Lemmon), suo cognato.

Walter Matthau ha vinto l'Oscar per questo film, immensamente meritato.

una sceneggiatura che non lascia annoiare neanche un minuto è uno dei tanti punti forti del film.

non perdetevi questo gioiellino, non ve ne pentirete.

buona (risarcitoria) visione - Ismaele



QUI il film completo, su Raiplay

 

 

A Cleveland, durante una partita di rugby, il cameraman Harry Hinkle (Jack Lemmon) viene involontariamente travolto da un giocatore nero, "Boom Boom" Jackson (Ron Rich), e portato in ospedale. E' cosa da nulla, ma sul caso si tuffa Willie Gingrich (Walter Matthau), cognato di Harry, che fiuta l'occasione di portarsi a casa un indennizzo di un milione di dollari. Con la scusa che in questo modo sarebbe riuscito a riavere la moglie fedifraga, Willie convince Harry a mettere su la commedia, fingendosi paralitico. Il gioco, a dispetto delle contromisure e degli accertamenti presi dalla compagnia assicurativa, regge fino a quando Harry non realizza con quale razza di avvoltoi ha a che fare, si fa scrupolo per le cure affettuose di Boom Boom e manda tutto a monte.
Il film, scritto ancora una volta dal regista a quattro mani con I.A.L.Diamond, torna su molti dei temi cari al regista. L'impulso narrativo - nel quale si racconta il tentativo di raggiro a danno di una compagnia assicurativa - era già presente ne La fiamma del peccato, mentre il problema dell'etica ricalca in parte quello de L'appartamento, col protagonista che fa trionfare il proprio senso morale nel finale. Ma il cinismo che ne L'appartamento era solo accennato, qui si fa esplicito, e i personaggi che sembrano essere usciti da un libro di Balzac riescono a lasciare un retrogusto amaro alla fine del film. Il grande Matthau vinse un meritatissimo Oscar come miglior attore non protagonista.

da qui

 

Wilder dirige un'altra bellissima commedia scritta con la penna intinta nel vetriolo.Sono descritti col solito stile sarcastico e aguzzo i rapporti parentali(cognati,ex-mogli)da cui possono derivare pericoli indicibili.Il tutto è racchiuso in 16 quadretti col loro bravo titolo.I personaggi sono tutti mossi da interessi opposti a quelli della verita',l'unico senza macchia è il giocatore di football che ha provocato l'incidente che guardacaso è l'unico che ha dichiarato una sua colpa e che ha tremendi rimorsi di coscienza,coscienza che è decisamente un optional a pagamento in tutti gli altri personaggi,dal cognato che ha intravisto il pollo da spennare,alla ex moglie attratta solo dal rimborso dell'assicurazione,dal detective che ha capito che tutta è una montatura,agli avvocati della controparte squali che hanno annusato il sangue della preda.Ne vien fuori un ritratto caustico ed amaro,di ferocia seconda solo alla perfidia, in cui si ride tanto ma pensandoci bene non è che ci sia cosi'tanto da ridere…

da qui

 


sabato 6 giugno 2020

Kevin J. Everson, l’America bianca continuerà a costruire nuovi muri



(Giona A.Nazzaro intervista Kevin Jerome Everson)

Kevin Jerome Everson è senza dubbio una delle voci più originali del cinema statunitense contemporaneo. Nonostante dichiari di non saperne molto di cinema («Sono molto più interessato all’arte»), vanta una filmografia di quasi duecento film di varia lunghezza e formati e numerosi riconoscimenti accademici fra i quali una fellowship della Guggenheim. Scultore, fotografo, pittore oltre che cineasta, l’anno scorso la Heinz Foundation gli ha conferito il suo prestigioso riconoscimento per le scienze umanistiche.Docente presso l’università della Virginia a Charlottesville, Everson e il suo lavoro sono stati oggetto di numerose retrospettive, installazioni, esibizioni – al Centre Pompidou di Parigi, al Museum of Contemporary Arts di Los Angeles, alla Tate Modern di Londra al Carnegie Museum of Art di Pittsburgh.
EVERSON è appena rientrato a Charlottesville da Berlino, dove era ospite dell’accademia Americana per una residenza artistica, e ha quasi completato l’obbligatorio periodo di quarantena di due settimane: «Tutto quello che sta succedendo e che a molti sembra nuovo non è nient’altro che la solita vecchia storia», dichiara immediatamente. «L’America bianca è sempre stata irrispettosa della tradizione orale afroamericana. Ogni volta che una persona afroamericana dichiara qualcosa, l’America bianca non gli crede mai. Deve essere filmata per essere creduta. L’America bianca non sopporta che qualcuno possa essere testimone delle sue atrocità. Loro sono i primi a credere alle proprie menzogne di essere sempre i buoni. Se tenti di contrastare questa visione attraverso una narrazione orale, non ci credono. E quando finalmente lo vedono pensano sempre che si tratti di un fatto isolato. Si rifiutano di accettare che sia sistemico perché gli permette di conservare la loro presunta superiorità morale, di restare aggrappati al potere. Se i bianchi commettono un crimine, si tratta sempre di un ’individuo’. Se un afroamericano commette un crimine, allora è tutta la comunità che lo commette. Un serial killer bianco è sempre un ’lupo solitario’. O un pazzo. Perché i bianchi si ritengono essenzialmente ’buoni’. Per cui se un bianco commette una strage, si tratta di un folle o di malato perché si allontana dalla norma della supremazia bianca. Il sottotesto è: ’noi sempre migliori di chiunque altro e quello è solo il crimine di un singolo individuo’. Il sistema non è mai messo in discussione. Per cui l’Isis, Al Qaeda e tutte queste organizzazioni sono riconducibili a interi gruppi etnici che vengono criminalizzati. Persino Dylann Storm Roof che ha compiuto la strage della Emanuel African Methodist Episcopal Church viene estrapolato dal suo contesto. Il suo giubbotto, però, recava la scritta Rhodesia. Quindi qualcuno lo ha indottrinato. Quello non è solo un ’lupo solitario’».
«PER I BIANCHI il problema non mai dei bianchi in generale. È questo è il problema della supremazia bianca: ’Siamo superiori quindi non possiamo essere malvagi’. Il sistema non è mai ritenuto responsabile perché loro ritengono che il sistema sia infallibile. Sono una persona molto pessimista ma è interessante osservare che molte di queste proteste non si sono verificate in quartieri neri. C’erano tantissimi bianchi per strada Hanno dato alle fiamme macchine della polizia che non stavano nei loro quartieri. Hanno messo a ferro e fuoco Santa Monica! E Santa Monica è più bianca che non si può! Non ci vive nessuno di noi (ride, ndr). Sono arrivati a Rodeo Drive (distretto dello shopping di lusso losangelino, ndr)! Chi l’avrebbe mai detto? Quello sì che è un posto fuori mano (ride, ndr.). Ci credo che hanno chiamato la Guardia Nazionale e volevano l’esercito per strada! Sono entrati nei quartieri dei bianchi ricchi. Per questo motivo stanno andando fuori di testa: mica bruciava South Central! Il fatto che la protesta sia multiculturale la rende molto più minacciosa rispetto a quelle del passato. Se si fosse trattato di soli afroamericani avrebbero usato senz’altro pallottole vere per fermare le rivolte e tutto sarebbe stato molto più violento e la repressione molto più sanguinosa».
Come considerare il fatto che molti bianchi si sono uniti alla protesta? «I giovani oggi crescono in un ambiente multiculturale. Probabilmente non sono così segregati come le generazioni che li hanno preceduti. E sono più istruiti».


PARLANDO con Spike Lee, lui suggeriva che invece di limitarci a puntare il dito sul razzismo degli Stati Uniti dovremmo pensare a come fermare la pandemia del razzismo in casa nostra. «Spike ha ragione. In queste narrazioni si tratta sempre degli ’altri’, mai di . ’noi’. Quando sono stato in Italia nel 2002 c’era questo ritornello ossessivo contro gli albanesi. Ogni cosa che accadeva era colpa degli albanesi! Senza contare poi questa frattura regionalistica dove ognuno pensa di essere più ’italiano’ degli altri. Poi basta guardare a come è stata gestita la crisi dei rifugiati in Italia. Una cosa terribile. D’altronde questa è la stessa cosa che accade negli Stati Uniti. I bianchi guardano sempre da un’altra parte. ’Mio Dio, stanno opprimendo la gente in Tibet! Oddio un’altra strage nel Darfur!’ A me verrebbe da dire: ’Hey! Siete mai stati a St. Louis?’. Troppo facile: così non sei mai tu il responsabile. Quando i bianchi fanno i film sulla schiavitù e lo schiavismo la buttano sempre sul razzismo e mai sull’economia. In questo modo il padrone della piantagione ha sempre la parlata sudista strascicata dall’accento pesantissimo. Ed è sempre rappresentato come un bifolco. In questo modo uno come Tarantino può dire: ’Non sono io, sono loro!’».
«DANNO sempre la colpa a qualcun altro, ma in fondo si tratta ogni volta del medesimo privilegio bianco che ti permette di fare queste distinzioni. Oggi ho come l’impressione che in Italia, per esempio, il discorso sia estremamente frammentato, come se non ci fosse più spazio per l’idea di inclusività. Eppure nel 40 a.c. nel senato romano c’erano senatori africani perché dovevano trattare anche con altri popoli e tutti stavano sempre su delle navi in perenne movimento a commerciare e a viaggiare».
GEORGE FLOYD è stato ucciso pochi giorni dopo Ahmaud Arbery. Gli afroamericani sono più che mai esposti a una violenza impunita e continuata. «È sempre stato così. Ricordo che quando andavo alle medie, negli anni 70, tiravano giù dai bus scolastici ragazzi di appena 14 anni in manette. Avevo 12 anni quando osservai il vicepreside della mia scuola ordinare a tre ragazzi bianchi di mettere in riga tre miei coetanei. Quando trasmettevano Radici la mattina dopo a scuola ti insultavano dandoti del negro e dovevi fare a botte ogni giorno. Si viveva in un clima di violenza costante. Era normale».
Alcune persone in Europa sostengono ora che finalmente gli Stati Uniti hanno gettato la maschera. «Non c’è mai stata nessuna maschera! (ride di gusto, ndr). Quando i miei colleghi – che amo e ammiro – mi invitano a partecipare a seminari sul razzismo, l’integrazione, ecc. io rifiuto sempre. Mi limito a dire: ’Fatelo voi questo lavoro. Non ho nessuna intenzione di partecipare a tavole rotonde sull’inclusione e la diversità. L’America con tutte le sue risorse potrebbe cambiare lo stato delle cose se solo lo volesse e non lo fa perché a loro le cose vanno bene come stanno. Questo complesso di superiorità offre loro infiniti benefici e a loro fa piacere essere dove sono. Non hanno nessuna voglia di cambiare posto. Chris Rock una volta ha detto: ’Nessun bianco vorrebbe stare al mio posto. E io sono uno ricco!’. Le persone che si occupano di immobili dicono sempre: ’Quando nel tuo quartiere ti avvicini alla soglia dell’11% di residenti non bianchi quello è il momento in cui spuntano i cartelli Vendesi’. Temo che i bianchi siano perfettamente capaci di rivotarsi Trump per altri quattro anni anche se lui sta facendo un ottimo lavoro per non farsi rieleggere. Dopo la sua elezione, alcuni colleghi mi chiedevano: ’Ma che fine ha fatto il vostro voto?’. E io rispondevo: ’Che fine fatto ha fatto il vostro voto!’ Tocca ai bianchi fare la parte del sollevamento pesi. Noi siamo solo il 13-14%. E il nostro lavoro lo facciamo tutti i giorni. Facessero pulizia in casa loro e iniziassero a lavorare sul serio. I bianchi costruiranno sempre nuovi muri. Queste cose sono state ripetute all’infinito. La cultura, la musica, l’intrattenimento ha detto tutto quel che c’era da dire eppure i bianchi non vogliono ascoltare (ride ancora, ndr). Pensa a Redd Foxx, Richard Pryor, James Baldwin, Toni Morrison, Maya Angelou: che altro puoi fare? Aveva ragione Dick Gregory quando diceva: ’Siamo nei guai: i bianchi non sono molto svegli’. Gli ripeti le stesse cose mille volte e continuano a non crederti. Se devo essere sincero sino in fondo, stai facendo queste domande alla persona sbagliata. Queste domande dovresti farle a tutti i registi bianchi e vedere cosa ti rispondono».
Killer Mike dei Run the Jewels è stato al centro di forti polemiche per delle affermazioni a favore dell’uso delle armi da fuoco. Qual è la tua posizione? «Davanti alla mia finestra del mio ufficio quando c’è stata la marcia per Unite the Right ho avuto nazisti armati fino ai denti per giorni interi. Una donna aveva un AR-15 a tracolla. Un’altra aveva un lanciagranate».
«PERSONALMENTE ho un porto d’armi. In quei giorni avevo sempre la mia pistola con me. Se invece di bianchi nazisti armati fino ai denti fossero stati egiziani, cinesi, albanesi li avrebbero ammazzati uno per uno senza troppe storie. Essendo bianchi ottengono un trattamento speciale. Ma i nazisti li conosciamo. Sai chi sono e cosa vogliono fare. Il problema è la signora o l’impiegato bianco che magari hanno votato due volte per Obama ma che se incontrano un afroamericano nel loro quartiere chiamano immediatamente la polizia. Per questo motivo ho voluto fare questa serie di film sui Bird Watcher (ornitologi amatoriali). Quale attività più pacifica e tranquilla? Eppure se la gente si ritrova di fronte un Bird Watcher afroamericano si spaventa e chiama la polizia. Se ci pensi è la paura dell’interruzione della loro normalità, il sottotesto base di tutti i film horror. Il mostro della laguna nera interrompe i piani di relax dei bianchi, così come lo squalo interrompe le vacanze della classe media. Ci trattano come alieni. Non a caso faccio vedere a miei studenti E.T. di Spielberg. La cosa straordinaria di quel film non è l’alieno ma l’assenza di tutti gli altri. In quella parte della California è impossibile non incontrare cittadini messicani eppure nel film non ce ne è nemmeno uno. Senza contare gli afroamericani anche se la maggior parte degli avvistamenti di Ufo avviene nei quartieri neri (ride, ndr). È questa esclusione, quest’assenza data per scontata che è problematica».
COSA pensi del cinema di John Ford e in particolare dei suoi film con Stepin Fetchit? «Stepin Fetchit era un grande attore. I ruoli che gli offrivano erano il problema. Sono convinto che Ford fosse una persona di grande talento ma non riesco più a vedere Sentieri selvaggi. Da noi passa in tv in continuazione. Ritengo che Howard Hawks un artista più moderno, dalla tavolozza più ricca. Mi piace il suo senso dell’essenzialità. Billy Wilder è un altro cineasta che mi interessa. Un film come L’appartamento mi sembra davvero modernissimo. Non ho alcuna idea di cosa sia il ’cinema afroamericano’, siamo appena agli inizi, ma ogni volta che mi invitano a discutere Nascita di una nazione mi arrabbio. Dico sempre: ’Se vengo, vi prendo a pedate bifolchi!’ (ride a lungo, ndr). Si continua a sostenere che sia un lavoro geniale perché ha introdotto delle innovazioni formali ma quelle idee erano già nell’aria. All’epoca c’era anche Oscar Micheaux che faceva i suoi film ma lui è quasi dimenticato. Anche in questo caso si tratta di esclusione e di assenza».
da qui

domenica 6 maggio 2018

Wajib – Invito al matrimonio - Annemarie Jacir

Annemarie Jacir scrive una strepitosa sceneggiatura, a metà fra Billy Wilder e Cesare Zavattini, tutto fila perfettamente. e strepitosi sono i due protagonisti, padre e figlio anche nella vita, Mohammad Bakri e Saleh Bakri, che alternano registri comici e drammatici continuamente.
è un film delicato e duro, dolce e amarissimo, ruvido e pieno d'amore, sincero e non melenso, difficile e complicato, in un paese occupato da un invasore terribile, che distrugge e condiziona le vite di tutti, nessuno escluso.
che il dio del cinema conservi per tanti anni Annemarie Jacir e i due Bakri.
cercatelo, solo una trentina di sale lo proiettano, ma non vi pentirete mai di averlo visto - Ismaele


di Annemarie Jacir avevo visto questo gran film.







…Wajib è diretto dalla talentuosa filmmaker Annemarie Jacir, nata a Betlemme e laureata alla Columbia University di New York. Questo è il suo terzo lungometraggio. Si tratta una commedia amara, triste ma non troppo. È on the road ma rimane sempre sotto casa. Sa sdrammatizzare quando serve. Non eccede mai e gliene siamo grati. Fotografa il fragile equilibrio di una comunità in modo chiaro ma non dirompente. Percorre la via della famiglia e non quella delle rivendicazioni. In questo scenario ne esce favorita la visione da parte d’un pubblico curioso, forse un po’ generalista, di sicuro non incline alla polemica e amante dei racconti che fluidamente arrivano al loro epilogo. Wajib funziona perché non ci mette a disagio, riconosciamo le dinamiche, è normale, normale proprio come noi.


Annemarie Jacir duplica il livello di conflitto convocando nei ruoli di protagonisti due attori che nella vita sono davvero padre e figlio. Il padre è impersonato dal glorioso Mohammad Bakri (tra gli altri, incarnò il personaggio principale per Saverio Costanzo nel suo Private, 2004), che nel corso degli anni più volte si è scontrato con le autorità israeliane anche per la sua attività di filmmaker – basti pensare alle infinite traversie del suo documentario Jenin, Jenin (2002) dedicato alla distruzione dell’omonimo villaggio palestinese. Nel film di Annemarie Jacir gli tiene testa suo figlio Saleh Bakri, coinvolti in due prove attoriali di cifra sensibilmente diversa. Da un lato Mohammad Bakri emerge sul figlio grazie a una gamma infinita di emozioni lasciate trascorrere sul volto: dall’altro Saleh Bakri si mostra come un attore più introverso, caratterizzato anche da un lieve senso dell’umorismo affidato spesso a una mimica rallentata. Convocati a dare vita a un racconto pure convenzionale, dove somma premura dell’autrice pare essere una studiata equidistanza dalle due figure, indagate nel loro confrontarsi senza operare nette scelte programmatiche nei confronti di uno o dell’altro. Il finale, del resto, sta lì a marcare un lieve e reciproco avvicinamento simmetrico, dove da ambo i lati si accende una sorta di alba della comprensione e accettazione dell’altro. In fondo la stessa equidistanza al bilancino costituisce programmaticità. Resta comunque un generale senso di necessità davanti a un film che cerca chiavi popolari per temi di grande portata, aderendo a una struttura narrativa a suo modo avvincente, che si offre a un pubblico ampio e a un’immediata partecipazione. Buono, come una buona azione.

Tra le interminabili visite e gli interminabili caffè, impossibili da rifiutare, Shadi da architetto passa in rassegna lo squallore e l'abbandono della città, tra insensate strade, inutili teli colorati, onnipresente plastica e montagne di spazzatura, probabilmente invisibili allo sguardo abituato del padre. Ma il continuo movimento e cambio di ambientazione non lascia che il duello verbale diventi una vera disputa. Nonostante la tensione crescente di una conversazione sempre sul punto di esplodere in furiosa lite, basta una canzone che risveglia ricordi d'infanzia per mettere a tacere gli insulti, i rimproveri e i rancori. In fondo entrambi sanno che nessuno dei due ha completamente ragione, entrambi, ciascuno a suo modo, cercano il miglior modo di sopravvivere a problemi più grandi di loro. Così i temi politici, sociali e umanitari accennati con delicatezza rimangono sullo sfondo di una lunga conversazione tra padre e figlio, finalmente riuniti. I momenti più drammatici, inoltre, rivelano preziosi istanti di humour proprio di chi ha una grande umanità e tanta voglia di vivere. Nonostante l'immondizia, la plastica e la polvere, Nazareth riesce ancora a brillare agli occhi di Shadi e Abu Shadi, che si riscoprono dopotutto padre e figlio.

Per i temi trattati, Wajib - Invito al matrimonio è un film di grande interesse. In alcuni momenti persino toccante, come quando inaspettate si diffondono dall’autoradio le note di A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum, consentendo per un attimo a padre e figlio un riavvicinamento sull’onda emozionale dei ricordi. Un film incentrato sui contrasti (e sulla ricerca di un equilibrio): la contrapposizione fra tradizione e modernità, che si esplicita nel rapporto fra padre e figlio; il confronto fra la capacità o meno di perdonare (Abu Shadi è ancora infuriato con la moglie, rea di essere fuggita con un altro uomo in America tanti anni prima lasciandolo da solo a crescere due figli ancora piccoli; Shadi invece giustifica ancora sua madre). Ma Wajib - Invito al matrimonio è anche un film sulle tensioni fra israeliani e palestinesi. Tutta la pellicola è permeata da questo dissidio, dalla prevaricazione di un popolo su un altro. Shadi, in una delle scene più intense, rinfaccerà al padre l’incapacità di ribellarsi; di aver accettato di insegnare in una scuola palestinese dove il suo superiore è un israeliano…


Invitación de boda (Wajib) posee encanto y ternura, porque el espectador empatiza con la ilusión del padre y el hermano ante la boda, todo un proyecto de vida, como explicitan las tarjetas: “Una casa se construye con sabiduría y se mantiene firme con entendimiento”; y porque queda conmovido por la alegría de amigos y familiares que les reciben. El padre que desea que su hijo vuelva a Palestina para tenerlo cerca es tan universal como el que quiere casarlo con la prima abogada o el que miente sobre su profesión o noviazgo para no defraudar a amigos ya ancianos. También resulta muy comprensible, aunque más áspera, la actitud de Shadi que lamenta el deterioro del país, la resignación de los ciudadanos a las calles llenas de basura o la prepotencia de israelíes, y ve cómo los jóvenes emigran de Palestina en pos de mejores condiciones de vida. 
La mirada de la directora sobre su país es triste: asfixiado por el cerco de Israel, sin posibilidades de vida para los jóvenes e infectado por el pesimismo resignado de los mayores. Pero Invitación de boda (Wajib) adquiere universalidad al mostrar esas tensiones entre padre e hijo que logran la reconciliación gracias a que cada uno se pone en la posición del otro y tiene la generosidad del perdón, como Abu Shadi había anticipado respecto a su esposa, a quien perdona haber abandonado a la familia e irse al extranjero con un hombre. El entendimiento necesario para mantener la casa.

mercoledì 31 agosto 2016

La fiamma del peccato (Double Indemnity) – Billy Wilder

sembrava un piano perfetto, ma l'avidità gioca brutti scherzi.
la doppia indennità frega Walter Neff e Phyllis Dietrichson, Barton Keys, un investigatore delle assicurazioni, è quasi fregato anche lui.
Billy Wilder e Raymond Chandler sanno come si scrivono storie che siano perfetti meccanismi a orologeria.
le cose sembrano andare bene, ma Phyllis è "marcia dentro", così si definisce, e Walter resta catturato dalla dark lady, fatale per lui.
sembra una storia maledetta come tante, la differenza è Billy Wilder, e scusate se è poco.
godetene tutti, buon visione - Ismaele









Il noir è un genere, ma fare un film di genere non significa adeguarsi. Anzi, il noir è quel genere in grado di affondare la lama nell'animo umano, in grado di descrivere un mondo e una società in tutte le sue sfaccettature, senza freni inibitori: partendo da La fiamma del peccato per arrivare all'ultimo film di Paul Thomas Anderson (Vizio di forma), passando per i capolavori con il detective Marlowe come Una donna nel lago di Montgomery o Il lungo addio di Altman, il noir non si ferma mai alla “storia”, per quanto possa essere complessa e intricata. La funzione del noir è quella di mettere alla berlina un contesto corale, sviscerarne le contraddizioni, individuarne il declino etico e sottolinearne la conseguente involuzione…

…La pellicola è un tassello essenziale del noir, vuoi per la perfezione tecnica (scenografie capaci di descrivere vividamente l'ambientazione metropolitana, fotografia impressionante coi suoi chiaroscuri, musiche che sottolineano in maniera impeccabile i ritmi narrativi), vuoi per l'eccellente sceneggiatura che si fonda e si sviluppa sui principali stilemi noir, cogliendoli, enfatizzandoli, elaborandoli e perfezionandoli in un vero e proprio capolavoro rappresentativo del genere…


Lo sguardo di Billy è carico di autentico orrore verso un'umanità degradata che vanamente si affanna ad affrancarsi da quella condizione abietta che gli è propria e dalla quale solo la morte può liberarla. Ogni inquadratura trasuda misantropia. Vista la "umanitas" di cui parla, come dargli torto? Misantropo è solo colui che lucidamente guarda lo squallore che lo circonda e se ne fa beffe. La modernità del suo sguardo, all'interno di uno forma perfettamente classica, è allucinante. Chandler forgia archetipi immortali: la dark lady perversa; un protagonista malvagio la cui tardiva redenzione non riesce ad attenuarne la negatività; l'investigatore, che rimane defilato, come nell'ombra, a ricostruire le intricate trame del caso. Possibile, anche se discutibile come ogni approccio "psicoanalistico" di matrice bellouriana, una interpretazione freudiana di questo terzetto, soprattutto per le innegabili valenze edipiche del rapporto tra Neff ("figlio") e Keyes ("padre", coscienza critica, Super Io). Ad interpretare questi tre ruoli tre icone del genere: Barbara Stanwyck, Fred MacMurray, E.G. Robinson, quest'ultimo a sua volta protagonista di una storia simile, seppure in versione "onirica", nello splendido La donna del ritratto di Fritz Lang, dello stesso anno (1944). Robinson fu anche protagonista di molti gangster movies (Piccolo Cesare). Il fatto che Wilder abbia scelto proprio la sua "faccia da criminale" per interpretare il ruolo del "buono" la dice lunga sulla Weltaschaung dell'autore di Baciami stupido.



lunedì 9 novembre 2015

Tutto può accadere a Broadway (She's Funny That Way) - Peter Bogdanovich

mica lo sai prima di entrare in sala che cosa ti capiterà.
è un film che Woody Allen sogna di girare (come sapeva fare, era il migliore, nel suo genere, ora da un bel po' di anni arranca, o fa film dimenticabili)
la sceneggiatura è perfetta, tutto gira a dovere, e non ti annoi un attimo.
e ridi molto, anche a voce alta, tutti penseranno che sei pazzo, lasciali perdere, il dio del cinema li perdoni, non sanno più ridere, o non sanno perché ridere.
e poi Peter Bogdanovich è un grande, ha fatto pochi film, che hanno lasciato il segno (eccone uno, per esempio).

cercate qualche difetto, non lo troverete, se li sono presi, i difetti, molti altri film, qui non ne è rimasto nessuno.
citazioni e rimandi a mille altri film, per esempio qualcosa di Venere in pelliccia, di Polanski, e mille altri (Billy Wilder, naturalmente, su tutti), in questo film c'è il Cinema.
vogliatevi bene, cercatelo e godetene tutti - Ismaele





Meraviglia. Smagliante ritorno del 76nne Bogdanovich al cinema dopo un’assenza durata parecchio. Una commedia scatenata e insieme di infinita grazia, dai tempi perfetti, dialoghi di inarrivabile brio, attori benissimo diretti. Una giovane escort che vuol far l’attrice innesca senza volerlo una girandola di qui-pro-quo, inganni, tradimenti, mentre vecchie coppie scoppiano e nuove coppie si formano. Terso come una mattina dopo una notte di temporali. Preciso come un orologio svizzero. Cinema semplice e complesso, che rifà la commedia sofisticata dei tempi migliori…

…Uno script impeccabile, sorretto da un cast affiatatissimo e non meno brillante. Bogdanovich cesella ogni personaggio, pur secondario o di passaggio, con arguzia e precisione sottile, regalando a ciascuno un piccolo, esilarante momento di cinema puro (si pensi alla prostituta inebetita di Lucy Punch o alla casalinga coatta interpretata dalla sua musa ed ex compagna di vita Cybill Sheperd). Nella folla dei molti attori, vale la pena citare almeno l'efficacissima e insolita prova di Jennifer Aniston, finalmente libera dalla sua maschera di America's Sweetheart e mai così convincente nei panni di questa psicologa nevrotica, arrogante e sboccata. La vera sorpresa è tuttavia Imogen Poots, venticinquenne inglese dalla voce profonda e l'espressione buffa, che con ammirevole abilità dà vita alla sua travolgente Izzy, ciclone di vitalità miracolosamente in bilico tra malizia e candore, scaltrezza e ingenuità, sfrontatezza e pudore. Una irresistibile commistione di cinismo e romanticismo, proprio come il film.

un tempo le commedie erano macchine di incastri perfette, dove tutto doveva tornare e essere girato a ritmi indiavolati e le battute dovevano fulminare lo spettatore. Erano gli anni eroici di Charles Brackett e Billy Wilder.
Ovvio che siamo di fronte all'ombra di un cinema che non esiste più da anni, ma è davvero piacevole questo tuffo lontano dai supereroi e dagli effetti speciali. Un cinema di pura ingegneria di sceneggiatura e messa in scena. Imperdibile.

martedì 15 luglio 2014

The Lost Weekend (Giorni perduti) – Billy Wilder

il protagonista  Don (Ray Milland) ha vinto l'Oscar miglior attore protagonista, e Billy Wilder per il  miglior film, la migliore regia, e la migliore sceneggiatura.
pare che Billy Wilder abbia letto il libro durante un viaggio in treno (un libro da edicola, prima di essere famoso), e che sia stato ispirato per un film sull'alcolismo dalla frequentazione di Raymond Chandler.
l'interpretazione di Ray Milland è straordinaria, e questo film fu una delle prime volte che l'alcolismo viene visto come una malattia e non come una cosa da ridere.
se questo film l'avesse fatto un altro sarebbe stato il suo capolavoro, ma per Billy Wilder è "solo" un piccolo capolavoro, visto i film immensi che ha girato in seguito.
come per tutti i film di Billy Wilder, se vi volete bene, non perdetevelo - Ismaele






…A fare la differenza, è lo sguardo: quello senza facili moralismi e pregiudizi che, nel partito preso, non sono mai in grado di spiegare e descrivere; quello che si affida ad un colto, sagace, (onni)comprensivo piglio letterario per mostrare le bassezze cui spinge la bottiglia, gli incubi che elargisce, il circolo vizioso che crea, l’amore e le giornate che fa perdere per sempre; quello che sa cosa mostrare all’occhio della macchina da presa, dove ogni dettaglio contribuisce a donare vigore e profondità immane al racconto: ad esempio, lo sguardo indignato della folla che (s)grida con gli occhi (simbolo del terrore del protagonista di essere considerato un inetto) o la rosa lasciata nella borsetta (che testimonia la creativa nobiltà d'animo anche durante un gesto disperato); quello figurativo, potente ed espressionista, inconsueto per Hollywood nella violenta e pessimistica poesia, meraviglioso in quanto sobrio (cioè necessario), non fine a se stesso: le visioni (le ballerine che si trasformano in cappotti; il topo e il pipistrello), l’ombra della bottiglia sul soffitto, lo zoom dopo il primissimo piano sul whisky, la sequenza nel manicomio. Oscar al film, al regista e a Ray Milland.

…”Giorni perduti” è un classico dell'alcolismo, rappresenta la tossicodipendenza come una malattia e il tossico come un malato, non semplicemente un vizioso edonista. Tutto il film ruota attorno alle figure del cerchio e della bottiglia, alla perenne condizione di ricaduta dell'alcolista ma anche alla necessità, per uscire dal baratro, di un solido supporto altruista: l'amore, l'amicizia, il prossimo sono i primi ed insostituibili pilastri per una lenta guarigione. Si accenna inoltre al legame tra creazione artistica ed alterazione di coscienza, un semplice accenno ma abbastanza chiaro da suscitare domande quali: lo scrittore beve perché è in crisi o beve per scrivere senza freni inibitori e abbattere le barriere razionali della quotidianità e della grigia medietà?..

Opera espressionista di Wilder, “Giorni Perduti” presenta al pubblico un Ray Milland magistrale nella sua interpretazione letteralmente quasi solitaria sullo schermo: è lui che regna su tutto e tutti, e da lui lo spettatore finisce inevitabilmente per essere catturato e viene coinvolto in quel suo stesso vortice di redenzione e pentimento continui. Fino alla fine della pellicola, non si riesce a intuirne la conclusione: Danny viene sopraffatto dal suo vizio o riesce a sconfiggerlo? È questa la domanda che impera lungo tutta la storia, e forte è l’empatia che lega lo spettatore al protagonista in cui facilmente ci si riconosce, perché tutti siamo vittime di vizi, più o meno capitali. Se il personaggio di Milland guidato dalla speranza altrui, riesce a  salvarsi dal suo circolo vizioso, non si salva però la società che, agli occhi del regista, non offre ancore di salvezza limitandosi semplicemente a condannare certi comportamenti…

Senza sconti né patetismi, un angoscioso viaggio nell'incubo dell'alcoolismo: se da una parte il ripetersi delle azioni del protagonista può rivelarsi alla lunga meccanico ( sbronza, recupero delle qualità motorie, ricerca di denaro per tornare a bere, sbronza e via di nuovo ) colpisce dall'altra la lucida ed a tratti orrorifica messinscena della debolezza umana della dipendenza, maneggiata con cura ed una certa misura da un mostro sacro della settima arte come Wilder.
Visto oggi perde certamente un poco di forza ( ormai neanche i film più crudi sulla droga riescono a fare sensazione ) ma considerato che è una pellicola del '45 le va riconosciuta il rispetto che merita.
A dir poco straordinaria la prestazione di Ray Milland.

…It's a real involving movie. Even though the main character seems like a lazy bum who benefits from- and abuses the kindness of others, you still constantly feel for him and want things for him to go well. This is of course also not in the least thanks to Ray Milland's fine acting performance, who deservedly so received an Academy Award for his role.
The acting in general within this movie is just great. Each and ever actor in this movie gives one great performance, that works out as powerful for the movie. It uplifts the story and lets it all work out even better. 
But it's of course also due to Billy Wilder that the story and movie in general works out so effectively. His handling of the story, actors, characters, dialog is all just all done so extremely well…

…this film was almost never released because of the poor reaction by preview audiences in 1945 who were not used to such stark realism from Hollywood. And what a loss that would have been. Production values are excellent with stunning moody black and white cinematography and a strident musical score by Miklos Rozsa.
This film contains some of the most memorable scenes ever portrayed. Who could ever forget the frightening scene in the alcoholic ward (Hangover Plaza) where we meet male nurse Bim, who tells Don that "Delirium is a disease of the night" and tells him to drink up his medicine, because he will experience the DTs. And the scene where he experiences the DTs is quite terrifying - a scene that will stay with you forever…

Before The Lost Weekend, the typical portrayal of a drunk was comedic in nature, with Chaplin's Little Tramp, who often imbibed too much, being a prime example. Drunkenness and comedy in movies have long been entwined. Hollywood, which has been awash in alcohol throughout its history, did not like to scrutinize this vice too closely. Thus, The Lost Weekend, in which there is no hint of humor, stands apart as an early attempt to dramatize the deleterious effects of alcohol abuse by providing a protagonist who is sympathetic but not loveable…
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