dall'Iran fuggono alcune persone verso l'Europa, attraverso la Turchia, ma pur essendo pieni di speranza capiscono presto che saranno trattati peggio della merda.
ci sono tre gruppi di persone, un vecchio saggio con un giovane illuso (Fares Fares), due bambini accompagnati da due giovani, che li accompagneranno dai loro genitori, e poi una famiglia che cerca un futuro.
cercano tutti di sopravvivere in attesa dei documenti dell'Onu, che apra loro le porte del paradiso europeo (usando il concetto coniato dal povero idiota Borrell).
il film si vede benissimo, attori bravi, storie toccanti, anche con gli occhi dei bambini, risulta essere anche un film politico importante.
un film che merita, se lo trovate - Ismaele
…Ein Augenblick, Freiheit è
un film potente e toccante, che possiede molta sensibilità e umorismo. Tutti i
personaggi entrano immediatamente nel cuore dello spettatore, grazie
soprattutto alle eccellenti interpretazioni dell'ensemble. Molti degli attori
sono essi stessi riusciti a fuggire dall'Iran, e tutti hanno parenti o amici
tra i rifugiati. Questo rende la loro recitazione così autentica, così viva e
come proveniente dal profondo dell'anima. Payam Madjlessi, presente alla serata
della prima al Zurich Film Festival, ha raccontato: «Sono arrivato
circa 30 anni fa dall'Iran a Parigi, semplicemente per una visita a mia
sorella. Poi improvvisamente è scoppiata la rivoluzione e non sono più potuto
tornare. Il film e Arash mi hanno finalmente dato la possibilità di dire addio
al mio paese. Di questo sono molto grato.»
Una
delle particolarità del film sono i continui e bruschi salti tra il riso e il
pianto. Quanto queste due emozioni siano sempre vicine, quanto dobbiamo usare
il sorriso come meccanismo di sopravvivenza e quanto sia difficile non
disperare in situazioni apparentemente senza via d'uscita - tutto questo il
regista Riahi riesce a trasmetterlo con forza agli spettatori. Così tanto che
ogni risata suscita la paura di ciò che arriverà nell'immagine successiva, spesso
carica di altri momenti crudeli e colpi del destino. Questo film non è per
animi sensibili. Bisogna reggerlo, un po' come anche i personaggi devono
resistere nella loro insicura tappa intermedia ad Ankara. Ma la ricompensa è
grande. L'impressione di grande autenticità che Ein Augenblick, Freiheit trasmette
non è solo una sensazione. Una signora presente tra il pubblico alla prima ha
lodato il film spiegando, commossa ma ferma: «L'ho vissuto sulla mia pelle. La
fuga dall'Iran attraverso Ankara non è stata affatto facile. In Turchia ci sono
mille pericoli, la polizia, i servizi segreti iraniani. È giusto e importante
che il film non abbia paura di affrontare questo tema. In certi momenti era
persino peggio di quanto mostrato nel film.» Il regista Riahi, visibilmente
commosso, ha risposto: «Lo so. Ci sono molte cose che non ho potuto mostrare,
altrimenti non mi avrebbero mai permesso di girare il film in Turchia.»
In
definitiva, Ein Augenblick, Freiheit vale
pienamente le quasi due ore di durata. Tramite il principio del pars-pro-toto
offre rari e originali scorci nel mondo dei rifugiati di tutto il mondo. Il
film non è mai sdolcinato, pur portando lo spettatore in un viaggio che più
difficile non potrebbe essere. Fa rabbrividire e riflettere su quanto siamo
fortunati in Europa. Un film che colpisce su tutti i livelli e che convince
anche formalmente, nella regia, nella musica e nella fotografia.
Comme Azy, la petite fille de son film, Arash T.Riahi avait
9 ans lorsque lui et ses parents ont fuit l’Iran pour trouver exil en Autriche.
Afin de mieux décrire l’universalité de cette situation, le réalisateur ne se
contente pas de raconter ses souvenirs, mais 3 histoires où il retrace
l’itinéraire de personnages d’âges et d’origines sociales différentes. Il y met
en scène deux enfants accompagnés de leur oncle, qui partent rejoindre leurs
parents déjà réfugiés en Autriche, puis cette famille très engagée
politiquement qui décide de combattre le régime de l’extérieur, et enfin ces
deux compagnons de fortune kurdes qui fuient la répression anti-ethnique du
pouvoir iranien.
Tous se retrouvent bloqués à Ankara, ce sas vers la liberté
où rien n’est gagné. Considérés comme clandestins par la police turque, ils
risquent à tout moment d’être raccompagnés à la frontière, ou plus dangereux
encore, ils peuvent être capturés par les services secrets iraniens très
infiltrés dans le pays. Pourtant la ville a déjà un avant goût de liberté et
tous se prennent déjà à rêver d’une vie meilleure.
Malgré la gravité de son sujet, “Pour un instant, la
liberté” est loin d’être un film sombre. Au contraire, en s’attardant sur le
quotidien de ses personnages, le réalisateur nous offre une jolie galerie de
portraits. Réfugiés par obligation, ils sont avant tout des être humains
sensibles et attachants. Certaines scènes ne sont d’ailleurs pas dénuées
d’humour, telle celle où le jeune kurde poursuit le cygne d’un jardin public
histoire de manger enfin “un bon poulet” ! Arash T.Riahi nous offre ainsi un
regard authentique et émouvant sur le périlleux parcours de ces iraniens en
quête de liberté. Un film poignant qui ne devrait laisser personne indifférent.
il regista ricostruisce la vicenda di Giulio Regeni, a dieci anni dalle orribili torture per una settimana fino alla morte, e dà voce ai genitori di Giulio e al loro avvocato, AlessandraBallerini, che non si fanno convincere da imbroglioni e assassini.
questo è un film dell'orrore, mostrare le orribili facce dei governanti italiani, ma non solo, fa davvero paura (e schifo).
per sapere qualcosa in più sul modus operandi degli agenti egiziani si potrebbe (ri)guardare Omicidio al Cairo.
Giulio Regeni - Tutto il male del mondo è un film da non perdere, nella trentina di sale dove si può vedere.
ps1: il film non è stato ritenuto di ricevere contributi, mica è un film sull'immenso Gigi D'Alessio.
Giuli, il ministro con l'anello, più che Frodo è Frode, è un bugiardo, dice che la sottocommissione che ha deciso di non finanziare il film su Regeni è indipendente (sono amici suoi?) e lui non può intervenire (leggi qui), invece alla Biennale di Venezia lui interviene eccome (leggiqui).
sotto due articoli sullo scandalo dei finanziamenti al cinema (qui ne parla la mamma di Giulio):
Fondi al cinema: zero euro a Bertolucci e Regeni, un milione per D’Alessio - Thomas Mackinson
Abbasso Bertolucci, ma viva Gigi D’Alessio. L’ultimo film con sceneggiatura scritta da uno dei più grandi maestri del cinema italiano prima di morire non riceve neppure un euro dallo Stato. E nemmeno il documentario su Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo giusto dieci anni fa. Ma consoliamoci: in compenso, 1 milione di euro dei contribuenti italiani finanzia il biopic su Gigi D’Alessio, 800mila euro vanno al film Tony Pappalardo di Pingitore e 400mila a Il tempo delle mele cotte. E pensare che queste sono le scelte degli esperti della Commissione ministeriale per i contributi selettivi al cinema, chiamati a valutare secondo il criterio dell’“interesse artistico e culturale e dell’identità nazionale italiana”, con una dote complessiva di 14 milioni di euro.
Sul sito della Direzione generale Cinema sono stati pubblicati ieri gli esiti dei bandi selettivi 2025, destinati a finanziare a fondo perduto scrittura, sviluppo e produzione di opere di giovani autori, opere prime e seconde, cortometraggi e progetti di particolare qualità culturale.
Le risorse erano inferiori rispetto agli anni precedenti, ma comunque rilevanti: 38 milioni di euro, 15 solo per la linea dedicata alla “qualità artistica” e all’“identità culturale italiana”. A concorrere 45 progetti, di cui 22 ammessi al finanziamento. Ma a scorrere l’allegato con ammissioni, esclusioni e punteggi, viene da chiedersi quale criterio sia stato adottato dagli “esperti del ministero”.
Tra le opere di “qualità”, l’occhio cade subito sul primo degli esclusi: forse il caso più clamoroso. Non passa The Echo Chamber (Indigo Film), basato sull’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta con Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini poco prima della sua morte nel 2018. Un progetto con cast internazionale – Luca Marinelli, Alicia Vikander, Susan Sarandon –, musiche del compositore francese Clément Ducol e il coinvolgimento di professionisti pluripremiati tra Oscar e David di Donatello. Eppure, per la commissione non ha i requisiti di “artisticità, culturalità e identità nazionale italiana”. Il film di Andrea Pallaoro, costo 4,6 milioni e richiesta di 1,8 milioni sul bando qualitativo. Risultato: una produzione già candidata ai festival internazionali del 2026, da Cannes a Venezia, non prende un euro. Non è “meritevole”. E allora torniamo su.
Chi passa invece la rigorosa selezione “qualitativa”? L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, porta a casa 1 milione su un costo di 6,8 milioni. Tony Pappalardo Investigation di Francesco Pingitore ottiene 800mila euro. Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, 400mila. Prima degli esclusi è La sindrome degli amori passati di Chiara Malta (4,3 milioni di budget, 750mila richiesti), ma anche Illusione di Francesca Archibugi e Piercing di Margherita Ferri.
È un altro dato che pesa: nei due bandi più rilevanti, economici e culturalmente rilevanti, su 22 progetti finanziati non compare una sola regista donna. Unica eccezione parziale Margherita’s Pizza (320mila euro), forse perché assieme ad Alessia Caimorano lo co-firma Marco Pollini.
Le registe vengono di fatto relegate alle categorie minori – documentari, cortometraggi, giovani autori – dove si concentrano le poche ammissioni femminili. I commissari poi chi erano? Il solito film. Tra i cinque “esperti” spicca ad esempio Benedetta Fiorini, ex deputata leghista emiliana come la sottosegretaria con delega al Cinema Lucia Borgonzoni, viene ricandidata nel 2022 ma non viene eletta. A giugno 2024 però diventa membro del Cda di Enac. Segni particolari: selfie con la sottosegretaria.
Insomma, dopo quattro anni di furibonde polemiche della destra contro il cinema finanziato dallo Stato come “amichettificio” della sinistra, nelle mani della destra resta quello di prima: solo un affare per gli amici, soprattutto uomini, mentre la pretesa “qualità” continua a lasciare ampi margini di miglioramento
“Taglio di 90 milioni delle risorse, ma 100 milioni di tax credit per film stranieri girati in Italia”, la lettera di 200 artisti contro il governo
Nel giorno in cui Cinecittà festeggia il ritorno all’utile e rilancia il proprio ruolo nel panorama internazionale, il cinema italiano si ritrova ancora una volta diviso e in polemica con il Governo sulla gestione dei fondi pubblici. Da una parte i numeri positivi degli storici studios romani, dall’altra la protesta compatta di autori e autrici che denunciano una redistribuzione delle risorse penalizzante per la creatività nazionale. La contestazione arriva attraverso una lettera aperta del Coordinamento Autori Autrici, firmata da oltre 200 protagonisti del settore: tra loro premi Oscar come Giuseppe Tornatore e Paolo Sorrentino, insieme a nomi come Paolo Virzì,Alba Rohrwacher, Marco Bellocchio e Matteo Garrone.
“Sembra incredibile ma è vero: mentre le risorse del Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo subiscono un taglio di 90 milioni, sale da 40 a 100 milioni la quota del tax credit dedicata ai film stranieri girati in Italia”, si legge nel documento. Una scelta che, secondo i firmatari, comporta un doppio effetto: “Il Governo decide di raddoppiare la spesa per l’attrazione delle produzioni estere, e diminuire di due terzi i fondi erogati dal Ministero della Cultura per il finanziamento di scrittura, sviluppo, produzione e distribuzione dei progetti audiovisivi italiani di particolare qualità artistica, dei documentari e delle opere di animazione”.
Nel mirino c’è in particolare il decreto di ripartizione del Fondo, che – secondo quanto riportato nella lettera – sarebbe passato “dai 696 milioni di euro del 2025 ai 606 milioni del 2026”. Da qui l’allarme del settore: “Così si uccide il nostro cinema”, scrivono sceneggiatori, registi, attori e compositori, dichiarandosi “fermamente contrari a questa scelta iniqua”, tanto più delicata perché inserita nel percorso verso una nuova legge di sistema destinata a incidere sul futuro dell’intero comparto. Gli artisti rivendicano quindi “con forza che tale riforma dovrà avere al proprio centro la creatività italiana”, ricordando che essa rappresenta “l’espressione dell’impegno di migliaia di lavoratrici e lavoratori del settore. Perché non c’è Italia senza Cinema”.
Eppure, mentre la filiera creativa lancia l’allarme, un altro segmento dell’industria mostra segnali di netta ripresa. Proprio a Cinecittà, durante l’evento “Cinecittà Interno Giorno”, sono stati presentati i dati del bilancio 2025, che segnano un ritorno alla profittabilità: utile netto di 1,1 milioni di euro, in forte controtendenza rispetto alla perdita superiore agli 11 milioni registrata nel 2024. Il miglioramento è legato soprattutto alla crescita dei ricavi – passati da 21,5 a 30,5 milioni (+43%) – e a una consistente riduzione dei costi di produzione. Numeri che superano anche le previsioni, trasformando una perdita stimata in un risultato positivo. A confermare il rinnovato dinamismo degli studios romani è anche l’annuncio di nuove produzioni internazionali, a partire dal progetto dedicato ad Annibale che vedrà nuovamente insieme Denzel Washington e Antoine Fuqua, fino alla serie Netflix “Assassin’s Creed”.
…La proiezione del film, l’assunzione di un rischio
imprenditoriale diretto, è quindi un gesto di impegno civile. Andare a vederlo
lo è altrettanto che scendere in piazza a reggere una candela o un cartello
giallo. A questo gesto seguirà quello costituito dall’iniziativa “Le Università
per Giulio Regeni. A dieci anni dalla scomparsa, un’iniziativa per la libertà
di ricerca”, promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo in collaborazione
con la Fondazione Elena Cattaneo, Fandango e Ganesh Produzioni, che porterà per
due mesi il documentario nelle università. Ancora una volta, a prescindere
dalle scelte dei governi, la società civile dice forte e chiaro che ha a cuore
la memoria, la testimonianza, la verità, la libertà.
Chiunque abbia indossato un
braccialetto giallo con su scritto "verità per Giulio Regeni" o abbia
seguito un telegiornale conosce questa storia. Che è quella, atroce, di Giulio
Regeni, partito da Cambridge per compiere una ricerca sui venditori ambulanti
egiziani, sparito al Cairo il 26 gennaio 2016. Scambiato, in malafede, per una
spia (erano passati appena cinque anni dalla rivolta di piazza Tahrir e c'era
in giro un'aria paranoica), il ragazzo viene torturato in una maniera che fa
male solo a sentirla nei racconti, roba che nemmeno Torquemada, per poi essere
ucciso. Il film di Simone Manetti - una predilezione per i documentari
biografici: vedi alla voce Pippa Bacca - ricostruisce quella vicenda, rimettendo in fila i
fatti e le parole, servendosi di materiali di risulta, compreso il video girato
di nascosto dal sindacalista che lo aveva segnalato, ma anche delle udienze in
aula di quel processo infinito (e di interessi economici italiani), osteggiato
da al-Sisi, al punto da costringere l'allora presidente del consiglio Renzi a
compiere quello che forse è stato l'unico atto responsabile della sua carriera
politica: richiamare l'ambasciatore italiano al Cairo (ci penserà quel democristiano
di Gentiloni, bontà sua, a far tornare tutto come prima). Tra depistaggi,
messinscene, false testimonianze, connivenza da parte della televisione araba e
controaccuse, il giovane friulano non ha trovato pace nemmeno da morto. Ma il
fatto che qualcuno si sia preso la briga di dedicargli un film e che tanta
parte della società civile continui a combattere affinché la verità venga a
galla è un segno positivo per i familiari di Regeni, per l'avvocata Alessandra
Ballerini che li sostiene e per il cinema.
…Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è il
primo documentario che ricostruisce chi era Giulio e tutto il male che gli è
stato fatto, dando conto della battaglia processuale sul sequestro, le torture
e l’omicidio del ricercatore italiano ritrovato ucciso nei pressi del Cairo il
3 febbraio del 2016. A raccontare la sua storia, per la prima volta, sono i
genitori, Claudio Regeni e Paola Deffendi. Un padre e una madre che per
arrivare alla verità hanno sfidato la dittatura militare di Abdel Fatah
al-Sisi. Accanto a loro, la testimonianza esclusiva di Alessandra Ballerini,
l’avvocato che li ha assistiti nella lunga battaglia legale che nel 2023, a
distanza di otto anni dalla scomparsa di Giulio, ha portato al processo contro
quattro agenti della National Security egiziana.
…Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è
uno straordinario esempio di come cinema e reportage possano avvicinarsi al
punto quasi da sovrapporsi in alcuni punti. Simone Manetti, insieme agli
sceneggiatori Emanuele Cava e Matteo Billi, ricostruisce le ultime ore di
Giulio Regeni e soprattutto ciò che è avvenuto dopo.
Non c’è
finzione, anzi il documentario segue una struttura classica e lineare, il cui
centro sono le interviste sedute ai genitori di Giulio e
all’avvocata Ballerini. C’è però anche un ampio utilizzo dei materiali
d’archivio sia televisivo che giudiziario. Vengono mostrati i telegiornali
egiziani e italiani dei giorni e dei mesi successivi al ritrovamento del corpo
di Regeni, così come video delle rivolte in Egitto. Senza dimenticare le
testimonianze rilasciate durante i processi, sia dell’ex ambasciatore italiano
sia dell’ex presidente del consiglio Renzi, ma anche di altri uomini, detenuti
dal regime negli stessi giorni in cui Giulio Regeni veniva torturato e
interrogato.
Non ci sono
artifici narrativi: la voce e il volto di Giulio sono quelli reali,
poiché il film mostra anche il video girato di nascosto da Mohamed Abdallah per
i servizi segreti egiziani. Abdallah, capo del sindacato dei venditori
ambulanti nonché una delle fonti di Regeni per la sua ricerca in Egitto, è
stato identificato come l’uomo che ha denunciato Regeni alla polizia di Gyza.
Giulio
Regeni – Tutto il male del mondo si affida perciò alla forza dei fatti e dei
volti che in tutti questi anni hanno fatto sì che non si dimenticasse mai che
la storia di Giulio non è solo una tragedia privata, ma una questione pubblica,
che riguarda tutti noi italiani. E la cui memoria spetta a noi tutelare, anche
con un gesto semplice come quello di andare al cinema.
…Tutto il
male del mondo è infatti l’espressione con cui Paola Regeni sintetizza il sentimento provato di fronte
alla vista del viso deturpato e rimpicciolito del figlio; un ridimensionamento
talmente accanito e brutale da concentrare su di sé una quantità di crudeltà
intollerabile e inimaginabile per un solo essere umano; la consapevolezza
di come non mai, nelle parole asciutte e laceranti di una madre, negli occhi
illuminati dal pudore di pronunciale e dalla dignità di farsi ascoltare, nella
sua espressione scavata e tenace, il volto umano rappresenti veramente una
soglia invalicabile oltre la quale la pietas diventa empietà. Uno scarto
abissale rispetto all’ultima foto di Giulio che ha continuato e continua a
girare, quella di un ricercatore universitario di ventotto anni con un sorriso
aperto e generoso, spinto da un desiderio di studiare e di conoscere sul campo
una situazione complicata come quella dell’Egitto uscito da poco da un regime,
quello di Hosni Mubarak, per entrare in una situazione di ulteriore
instabilità, fino ai giorni della dittatura militare di Abdel Fattah al-Sisi. Il 25 gennaio, il giorno in cui Regeni è stato
rapito, si era infatti festeggiato il quinto anniversario della caduta di Mubarak e al tempo stesso, nel crocevia di
contraddizioni e di contrappassi aperto dalla fine delle cosiddette primavere
arabe, si contestava l’attuale regime. Un misto di esaltazione e di paranoia
che Manetti non traduce solo sul piano della
ricostruzione degli eventi storici ma scegliendo di utilizzare come struttura e
filo portante del racconto, dal punto di vista visivo e uditivo, le immagini
filmate con una videocamera nascosta da Mohamed Abdallah, il leader del sindacato degli ambulanti, durante
un incontro con Giulio alcuni giorni prima che sparisse; l’uomo era infatti il
contatto principale per le informazioni che Regeni stava raccogliendo ai fini della sua ricerca
per l’Università di Cambridge sulla condizione dell’associazionismo e
dell’attivismo per il riconoscimento dei diritti civili in Egitto. Abdallah lo aveva invece denunciato come possibile
spia dei servizi segreti e sobillatore di moti rivoluzionari contro il regime,
per ottenere dei favori e dei vantaggi da parte delle autorità locali…
i protagonisti del film sono cambiati, non ci sono più Fares Fares e Nikolaj Lie Kaas e questo fa la differenza.
la storia è sempre scritta da Jussi Adler-Olsen.
passiamo da ottimo a sufficiente.
buona (disperata) visione - Ismaele
Un ragazzino di origini zingare si trova invischiato in un
complotto ai più alti livelli in quella Danimarca che vorrebbe diventasse il
suo Paese; il Commissario Carl Mørck, alle prese con una profonda crisi
personale, torna in servizio per indagare sul caso, svelando un gigantesco vaso
di Pandora. Come vi abbiamo raccontato nella recensione de L'effetto farfalla,
questo nuovo adattamento dei romanzi di Jussi Adler-Olsen incentrati sulla
Sezione Q vede un cambio totale del cast, che però non riesce a infondere il
medesimo carisma di chi l'ha preceduto a personaggi sulla carta così tormentati
e ambigui. Complice una sceneggiatura a tratti inverosimile e una regia
anonima, più affine al mondo seriale, il film si trascina per due ore senza
effettivi guizzi di genere, deludendo fan e neofiti.
Un ispettore di polizia prende a cuore il caso di un ragazzino
rom in possesso di documenti importanti e di conseguenza in pericolo di vita.
Visti i tempi dilatati e l'azione distribuita con il contagocce (non male la
scena della fuga tramite estintore), più che un film è pare un episodio di una
qualsiasi serie poliziesca teutonica: il cast se la cava, ma il clima freddo e
austero non sollecita l'immedesimazione in una vicenda che comunque non ha
proprio niente di originale. Un'occhiata spassionata la si può anche dare, ma
rimane una produzione mediocre e dimenticabile.
dopo Omicidio al Cairo, Tarik Saleh torna a girare un altro film ambientato in Egitto.
e anche La cospirazione del Cairo è un grandissimo film, cinema civile e politico come pochi, di questi tempi.
è un film sul Potere e sulle sue spietate strategie.
e ci sono due splendidi protagonisti, Tawfeek Barhom (Adam) e Fares Fares (il colonnello Ibrahim), da premio Oscar, ex aequo, e in uno piccolo, ma importante, ruolo vediamo Mohammad Bakri (il generale Al Sakran).
il film è girato a Istanbul, in Egitto, faro della libertà di pensiero e di parola, avrebbero messo tutti in galera, ammazzando anche qualcuno, da tradizione, niente di nuovo sotto le piramidi.
in alcune scene, mutatis mutandis, il film assomiglia al morettiano Habemus papam.
il film arriva in sala un anno dopo, grazie a un distributore che ci crede.
è in 30-40 sale, non perdetevelo, se vi volete bene.
buona (indimenticabile) visione - Ismaele
…All'interno del grande palazzo dell'accademia inquadrato spesso dall'alto a incombere sulle figurine
che si spostano all'interno del grande chiostro, il potere viene infatti
gestito dai gruppi dei vari sceicchi che, imponendo una disciplina rigidissima,
raccolgono intorno a sé studenti che sono vassalli e servitori oltre che fedeli
sostenitori. Proprio tra questi gruppi, più o meno allineati con il potere
politico, si gioca la partita per l'elezione del futuro immam; una partita in
cui è appunto la parola a dettare le regole e a dare il ritmo al film. La
parola con la sua forza e il suo potere di convincimento, quello che gli
sudenti imparano ascoltando le orazioni degli
sceicchi e affrontandosi come se si trattasse di una battle di
rap in cui alle barre si sostituiscono i versi del corano. È la stessa
spy story di Saleh a prendere quel ritmo che di quadro in quadro
costruisce, botta e risposta, la sfida lanciata dal lato oscuro del
potere ad Adam. Al ragazzo non resta che finire stritolato oppure
apprendere la potente arma che ha nelle sue mani: la manipolazione attraverso
la parola.
Ne viene fuori un film
curioso per l'intuizione di calare il noir in un contesto
affascinante e misconosciuto, non banale per come costruisce la
tensione dilatando i tempi e insistendo sulla ripetizione, deciso per come
sceglie di mettere in scena senza mezzi termini i sistemi coercitivi applicati
(e che non può fare a meno di riportarci alla mente la sorte toccata
a Giulio Regeni proprio in quel paese). Paga
forse lo scotto di un eccesso di controllo e di una necessità di
spiegazione che appesantisce un racconto dalle dinamiche non sempre immediate
ma che ha il merito di ricercare una formula d'antan capace di mescolare genere
e impegno civile riaggiornandola a una contemporaneità politica connotata da
contraddizioni spinose e inquietanti.
…Al centro della storia non c'è né l'Islam (e le sue
radicalizzazioni) né il governo egiziano ma un Potere assoluto e metaforico che
corrompe e rende gli uomini capaci delle peggiori nefandezze, in contraddizione
alla loro retorica e ai loro ruoli di guide, secolari o spirituali. L'antidoto
è l'istruzione, che porta a leggere "quei libri che fanno paura ai tiranni
e ai re" e che non può essere indottrinamento, laico o religioso.
La regia di Saleh è talvolta grezza e scolastica, ma conserva un'onestà di
fondo nel mettere in scena una storia di scollinamenti morali progressivi che
mettono alla prova, e a nudo, la vera natura di ogni persona e di ogni istituzione,
soprattutto quelle preposte a decidere delle vite dei cittadini. La
cospirazione del Cairo non fornisce facili soluzioni, anzi, invita
gli spettatori a rispondere alla domanda posta ad Adam: da questa storia che
cosa avete imparato?
…Tarik Saleh, interdit de séjour en Égypte, dresse une
analyse politique profonde et qui continue à interroger plus largement la
géopolitique des pays déchirés entre pouvoirs laïcs et religieux. La fiction,
écrite à partir d'un scénario original extrêmement efficace, trouve en
permanence un savoureux équilibre entre la force narrative avec une histoire
policière et de manipulation, au service d'un portrait politique contemporain.
Les deux acteurs principaux, Tawfeek Barhom et Fares Fares, sont
particulièrement fascinants par leur aptitude à créer des personnages inédits
avec des traits qui n'appartiennent qu'à eux, dans une confrontation dont
l'issue est inattendue malgré un rapport de force qui pourrait privilégier à
première vue l'un des deux.
… Potente nelle scene di massa (la preghiera per
strada, Adam che si muove in mezzo agli altri studenti) con il cappello
rosso, La cospirazione del Cairo risulta imbrigliato
nelle troppe trame dove Adam diventa una pedina al centro di un film che punta
a mettere a fuoco tutte quelle zone d’ombra del cinema di Pakula ma ha bisogno
di troppi dettagli per mettersi in moto. Saleh guarda al cinema civile e,
contemporaneamente, al giornalismo d’inchiesta che non sempre riescono a
integrarsi. Lo sguardo è lucido, la tensione più diluita e, a volte, si
disperde. Lo spaccato della corruzione politica e religiosa procede a intermittenza.
Ma il momento della telefonata in viva voce di Adam allo zio mostra tutta la
passione di Saleh per il genere in un film che, se era meno controllato e più
impetuoso, poteva davvero decollare.
tratto da Preghiera per Cernobyl', imperdibile, di Svetlana Alexievic, Premio Nobel per la letteratura nel 2015.
il film (o miniserie) da 5 ore non si dimentica facilmente, anzi per niente.
Stellan Skarsgård, Emily Watson (già insieme nel capolavoro di Lars Von Trier, Le onde del destino), e Jared Harris sono gli straordinari interpreti del film.
appaiono, in una puntata, anche Fares Fares e Barry Keoghan.
tanta generosità e incapacità è difficile vederle insieme.
nel 1986 era un evento lontano, poi col tempo abbiamo capito, e questo film aiuta.
tutto funziona, tante scene sono indimenticabili, come la serie completa, direi.
cercatelo, e godetene e soffritene tutti, tempo davvero ben speso, promesso - Ismaele
…La regia meravigliosa, la
ricostruzione delle location, dei costumi e delle tecnologie, la fotografia, la
colonna sonora (in cui oltre alle musiche vorrei segnalare i rumori), gli
attori, la perfezione dei dialoghi (miodio), il saper quasi affrontare in un
simil documentario tutti i generi cinematografici, c'è di tutto.
Ma la cosa
più commovente è una cosa nascosta, non sono le emozioni di ciò che vedi ma
un'altra cosa.
E' la cura.
Prendete
solo l'episodio finale.
E' quasi di
sole parole.
Oltre al
coraggio dell'operazione (mettere come episodio finale quello sulla carta meno
emozionante e statico) c'è da ringraziare in ginocchio nel constatare quanta
cura e attenzione ai dettagli sia stata messa in questa sceneggiatura, quanto
studio, quanto rispetto, quanta voglia di raccontare la verità senza troppi
politicismi (la serie distrugge ed esalta il popolo russo in un perfetto
equilibrio).
Lo
spettatore sta mezz'ora a sentire Legasov parlare di cose di cui non capisce un
cazzo.
E prova
emozioni indescrivibili, e questo è solo merito di una sceneggiatura
incredibile che ci ha portato ad amare in modo infinito quel personaggio, a
tifare per il suo coraggio, ad appassionarci di reattori, fissioni e noccioli
perchè abbiamo visto per 5 ore persone meravigliose cercare in tutti i modi di
capire quello che fosse successo in quel disastro…
…La cura del prodotto, sia per quanto
riguarda la scrittura che la regia, è notevole, dal comparto degli effetti
speciali, con una ricostruzione pressoché perfetta della centrale, alla
fotografia, cupa e grigia che trasporta totalmente lo spettatore all’interno
della scena. Le prestazioni del cast sono davvero ottime, rette in maniera
preponderante da Skargaard, Harris e Watson, notevole anche il resto del cast.
Una serie spettacolare e terribile, in grado di suscitare ancora curiosità e
dubbi nonostante siano passati più di trent’anni, riportando le menzogne e la
paura di un disastro frutto d’impreparazione ed errori fatali. Chernobyl ha
avuto il successo che meritava, riuscendo ancora oggi a far pensare e, al
termine, a farci domandare “Qual è il costo delle bugie?”. Quella notte
dell’86, forse, è la risposta.
…Chernobyl
è una miniserie che tutti dovrebbero guardare. I
perché sono numerosi, il punto però è che in questo caso non si parla di
intrattenimento, ma della storia dell’umanità. Un evento tragico come questo
incidente ha cambiato la vita di innumerevoli persone e Chernobyl,
senza voler strafare o pompare l’accaduto, con semplicità e rigore illustra i
fatti egregiamente. In soli cinque episodi assistiamo ad una storia tanto
tragica quanto incredibile. Ogni episodio riporta un lasso di tempo che è
trascorso dalla notte del 26 aprile 1986 e che ha generato
diversi problemi e conseguenze fatali. Ogni episodio presenta un problema di
natura meccanica o fisica, che si deve risolvere nel minor tempo possibile per
poter prevenire danni ulteriormente devastanti. I personaggi che seguiamo
diventano quindi i tecnici presenti nella centrale, un fisico mandato sul posto
insieme ad un politico e tutto il personale militare.
Lo
show non è per stomaci deboli. I
danni riportati dalle radiazioni, soprattutto dal personale presente e dai
vigili del fuoco ci vengono mostrati senza censure. Come un corpo venga
devastato dalle radiazioni, come rapidamente smetta di esistere. A causa di un
errore, anche senza sapere di quale natura e per quale motivo, in molti hanno
sofferto, in molti hanno perso la vita. E chi bisogna incolpare? Chernobyl
non punta il dito con la narrazione, ma lascia che siano i fatti a farlo. Con
una cura per gli eventi e per i dettagli quasi maniacale pian piano svolge la
matassa, sino ad arrivare al quinto episodio, dove ormai il quadro è completo.
Tutto è stato studiato: la successione degli eventi, i vari personaggi, gli
errori, le misure di contenimento, la negligenza, l’ottusità dei politici.
Abbiamo davanti un lavoro enorme. Con grande sorpresa, anche se non si è un
fisico nucleare, gli episodi spiegano le problematiche con una chiarezza tale
da comprendere ogni aspetto scientifico…
un'altra strepitosa avventura di Carl e Assad, è il quarto film che fanno insieme, li ho visti tutti, sono film che danno soddisfazione, e anche questo è un film per il quale ci sarebbero le file per vederlo. non li portano mai da noi, ma voi sapete come fare per vederli tutti e quattro. potrei dirvi qualcosa sul film, ma non ve lo dico, per non togliervi la sorpresa. cercat li e godetene tutti - Ismaele
L'ultimo capitolo, si dice definitivo, della
coppia di poliziotti danese e del Dipartimento Q, affronta un tema non certo
nuovo, ma sicuramente attuale. Una macabra scena del crimine che uno squarcio
sui lati più oscuri della Danimarca passata, tra istituti fin troppo simili
alle Magdalene irlandesi ed esperimenti che ricordano I ragazzi venuti dal
Brasile. Sterilizzazione di donne traviate nel passato e subite da etnie
immigrate nel presente, sempre con avalli più o meno nascosti a livello
governativo. Sempre di qualità eccellente, con personaggi ormai familiari per
coloro che hanno visti i film precedenti ed un cattivo degno del Mengele
nazista. Qualche situazione un po' forzata a livello di sceneggiatura, ma sono
piccoli difetti.
…Pour devenir un grand film, Dossier 64 aurait dû être plus ambitieux, original
et sombre. Il aurait même pu se dispenser de clichés gênants. Mais ce n’est pas
ce qu’il vise : polar de dénonciation, il aspire à ce que son spectateur
soit pris dans une intrigue bien ficelée et qu’il en profite pour réfléchir (un
peu). Ce n’est donc pas ici qu’il faut s’attendre à un renouvellement du genre
ou même à sa contestation. Au moins y passe-t-on un moment agréable où l’on
pourra frémir et s’indigner en toute bonne conscience. La morale, simple et
laconique, proférée par Carl, mérite d’être citée : « Dieu est mort,
l’État est démissionnaire, mais l’amour triomphe»
…Y lo cierto es que el director Christoffer Boe
cumple con las expectativas previas que pudiera sugerir su cinta, a la que,
además, refuerza y perfila con constantes toques de humor negro esparcidos
a lo largo de la trama que de alguna forma subvierten la cargante atmosfera de
seriedad y pesadez grandilocuente y pseudotrascendente característica de este
tipo de literatura –y las adaptaciones resultantes–.
Uno de los grandes aciertos de Expediente
64 radica, pues, en no tomarse en serio a sí misma. La
pareja protagonista adquiere un papel determinante para este fin
desmitificador: si bien su relación evoluciona de manera tópica y
forzada, el carisma de los dos protagonistas se sobrepone a este hándicap para
ganarse el favor de un público que quizá no cree tanto en lo que ocurre, pero
sí en a quién le ocurre. El contraste tonal alcanza un equilibro completo
en el clímax del filme, donde lo sobrecogedor de los hechos se complementa brillantemente
con la hilaridad de las formas.
Desde el 2015
hasta ahora hemos tenido varias películas basadas en las novelas de JussiAlder-Olsen.
En este caso nos llega la cuarta entrega de un departamento que no es que
resuelva sus casos con un singular estilo, es que tiene una pareja de
investigadores con mucho gancho.
Esta buddy movie
conserva sus dos protagonistas de siempre, los cuales son muy diferentes entre
sí. Uno de ellos bastante borde, frío y carente de tacto. El otro mucho más
cercano y empático. En este nuevo título su relación está en peligro y eso
impacta en la investigación de un caso que arranca con una escena del crimen
potentísima.
El desarrollo y
conclusión del nuevo crimen que ha sido dirigido por un nuevo director en la
saga, Christopher Boe, es casi lo de menos. La fuerza de
sus imágenes y escenas o el valor de la historia que cuenta son lo más importante
en una serie de películas que queremos seguir viendo y que desde hoy mismo
Vértigo Films continúa en cines.
fino alla settimana prima della grande manifestazione di Piazza Tahrir del 2011 il commissario Noredin Mostafa fa la solita vita di poliziotto, qualche arresto, qualche pestaggio, qualche mazzetta, come sempre. ma quella settimana gli cambia la vita, deve indagare su un omicidio di quelli pesanti, che coinvolge persone importanti. Noredin Mostafa vuole fare le cose per bene, forse è arrivato il momento del riscatto, per lui stesso, per la sua dignità. i suoi amici e colleghi lo tradiscono, quando capisce tutto è tardi. grande film e Fares Fares è bravissimo. cercatelo, non ve ne pentirete, è passato in qualche cinema, pochi spettatori, è sparito in fretta. nei cinema all'aperto estivi potrebbe riapparire, chissà - Ismaele
…Il regista arricchisce la vicenda, già
politica, inserendola in un contesto decadente che porta alla rivoluzione; un
tentativo di rinnovamento politico e sociale dopo un regime trentennale. La
polizia, in quell’occasione, ebbe l’ordine di sparare sulla folla. Omicidio
al Cairo risulta un
thriller che ha l’eleganza di un noir ma ricorda i film politici e polizieschi
degli anni '70, nella scarna crudezza e nel tentativo di raccontare una verità
(opere che in Italia portavano le firme di Francesco Rosi ed Elio Petri). Se l’attore Fares Fares possa paragonarsi a Gian Maria
Volontè è difficile a
dirsi: l’attore svedese mantiene uno spaesamento e un’ambiguità contraddittoria
che rendono il suo volto una maschera profondamente umana.
… Sul modello di un Marlowe lacerato da dubbi esistenziali, Fares Fares subisce la progressiva delegittimazione della sua figura di investigatore: con i soldi si può comprare tutto tranne la dignità e dalla radio la voce della cantante uccisa è un memento mori quasi profetico. L’antenna della televisione è rotta e Noredin va perdendo con il tempo sicurezza e autorità, dissolvendosi nel fumo delle innumerevoli sigarette aspirate. Sulla scena del delitto si ruba il denaro della vittima, i poliziotti torturano i sospettati, mentre i vertici dirigenziali tendono a chiudere frettolosamente le indagini archiviando il caso come suicidio. L’incontro con la cantante Gina (Hania Amar) fa rivivere a Fares l’illusione di un sentimento d’amore ma il riflesso in uno specchio nasconde l’ombra del ricatto. Anche Gina non è libera, vive solo in una prigione più grande. La canzone al club Solitaire rimanda a un destino di solitudine comune a quasi tutti i personaggi del film: anche la cameriera somala Salwa (Mari Malek), unica testimone oculare del delitto, è sola, mentre si moltiplicano i cadaveri e le connivenze di un sistema pronto a stritolare l’innocente nei suoi ingranaggi.
Tarik Salek gioca molto coi contrasti:le ville e i campi da golf della borghesia arricchita contro le stanze sporche e affollate dei quartieri dormitorio; la confusione della rivolta per le strade e la visuale atarassica da una camera d’albergo che sembra affacciarsi su un mondo da favola; la gente che si inchina davanti al poliziotto protettore e la solitudine di una fuga che finisce in pieno deserto. Il messaggio è chiaro: in una realtà così opprimente e piramidale non c’è spazio per i sognatori…
…Il caso raccontato, ispirato a un vero fatto di cronaca precedente la rivoluzione, che vide protagonista un uomo d'affari accusato di essere il mandante dell'omicidio della sua amante, celebre cantante, nelle mani di Saleh diventa un thriller allegorico sugli abusi del potere e sulla corruzione endemica degli apparati dello Stato, che intascano mazzette come regola e insabbiano casi ritenuti sconvenienti. Nel marasma di una città in cui le forze di polizia si preoccupano più di mantenere gli equilibri precari in via di disgregazione che di difendere l'ordine, si staglia sensibilmente dall'insieme la figura sofferta di un investigatore (interpretato da Fares Fares), che ricorda un po' Solfrizzi, un po' Chiellini, ma che discende direttamente dagli antieroi dolenti e silenziosi di Jean-Pierre Melville. Non è diverso dagli altri, anche lui è coinvolto nel clima generalizzato di concussione, però prende a cuore il caso, ed è probabilmente – questo arbitrario ribaltamento di aspirazioni, lo scrollarsi di dosso improvvisamente il consueto torpore – l'occasione più debole del film. È tuttavia un personaggio coerente con gli altri protagonisti del cinema di Saleh (ed è anche più compiuto degli altri), e la sua decisione di affrontare un intero sistema avverso ha qualcosa dell'hamartia classica, che in questo caso assume i contorni dell'errore sociale e politico, più che dell'indole da loser del noir…
…Saleh in Omicidio al Cairo
riesce a far emergere anche espressivamente la trama più profonda del racconto.
Che certamente riguarda i destini del suo protagonista (e si concentra su un
Egitto lontano anni luce dalle indubbie bellezze monumentali), ma più
ambiziosamente riguarda i destini di una rivoluzione nata per essere ricompresa
in fretta dai meccanismi più ferali della lotta tra poteri, in uno Stato che,
pare suggerire il film, è strutturato per non cambiare mai. I prodromi della
rivolta egiziana puntellano ovviamente l’intero racconto, che si ferma il 25
gennaio 2011, il giorno in cui migliaia di persone scesero nelle strade del
Cairo per chiedere riforme al governo. Come Noradin, chi era animato da un
desiderio autentico di libertà e di giustizia è destinato a essere intrappolato
ancora una volta. E come Noradin (la cui televisione, che propagandisticamente
decanta le lodi di un Egitto in crescita, è sempre mal funzionante), anche noi
europei, che guardavamo quegli eventi attraverso lo specchio dell’informazione,
abbiamo avuto una percezione parziale e monca. Da Mubarak non si poteva che
arrivare ad al-Sisi, sembra dire Saleh, e solo la miopia ci ha illuso.
Come ha illuso Noredin, che per un attimo ha creduto di guidare delle
“vere indagini”. Ma non esistono vere indagini, vere rivolte, vera giustizia,
in un luogo in cui anche un caso di omicidio è terreno di ricatti e dove la
morte non è mai solo quel che sembra. Intelligente, infine, il ruolo assegnato
alla testimone del delitto, una “clandestina” fuggita dal proprio Paese, che
cerca di imparare l’inglese per andarsene (come anche il giovane collega del protagonista,
un poliziotto ancora ingenuo che guarda all’Europa come meta esistenziale),
completamente sola e che, proprio perché al di fuori di ogni ingranaggio,
compirà l’unico atto netto e definitivo della vicenda. Vincitore del Premo
della Giuria come miglior film straniero al Sundance 2017, Omicidio al Cairo è uno di quei film in cui il
godibile intreccio serve a leggere una vicenda più grande e vasta, perché ne
coglie efficacemente la struttura. Impossibile non pensare a Giulio Regeni,
rapito proprio il 25 gennaio 2016, la cui morte resta un caso angosciosamente
irrisolto, avvolto da omertà e menzogne.
…El actor sueco de origen libanés, Fares Fares realiza una magnífica
actuación como el perdedor Noredin. Exuda un aire de pesimismo resignado
mientras intenta resolver los casos. Mientras más investiga, más
corrupción encuentra y pone su vida en peligro también. Las violentas protestas
de la sociedad para derrocar a Mubaraky
su régimen que aparecen como telón de fondo nos sirve para establecer una
analogía con la paulatina transformación de Noredin.
El policía parece está cansado de seguir siendo cómplice de un sistema
corrupto, hastiado de ser empujado por los ricos y poderosos, harto de
ayudarlos para aplastar los derechos humanos básicos, de tratar a los
marginados como material de deshecho y prescindible, por lo que necesita poner
fin a las mentiras y engaños…
Accueilli en France en période estivale après deux
prix prestigieux, l’un américain, le Grand Prix de la World Compétition à
Sundance, l’autre à Beaune, pour un Grand Prix qui était loin d’être
anodin, Le Caire Confidentiel est a priori réalisé par un
inconnu, un certain Tarik Saleh.
Cet ancien graffeur, réalisateur de documentaires (l’un sur Guantanamo, un
autre sur la révolution cubaine) est pourtant connu comme clipper pour le
tube I follow Rivers, chanson de sa compatriote Lykke Li,
dont on garde tous en tête les images enneigées troublantes, et dans lequel on
trouvait déjà la vedette de Le Caire Confidentiel,
Fares Fares.
Pour son nouveau polar, après l’inédit Tommy (2014), le Suédois frappe fort avec une
œuvre qui, une fois de plus, se délocalise. Cet amoureux de l’Histoire du
monde, et grand spécialiste des opprimés, a décidé cette-fois ci d’infiltrer
l’Histoire récente égyptienne, à l’orée du Printemps arabe et du soulèvement de
la Place Tahrir. Délaissant l’approche purement documentaire pour évoquer les
événements qui allaient mener le peuple à se révolter contre la présidence
autoritaire de Moubarak, Saleh opte pour un mariage percutant entre la fiction
(le thriller de chambre d’hôtel avec soupçons politiques) et le réalisme du
reportage, puisque c’est bien au contexte historique qui s’ébroue en filigrane
que l’auteur s’intéresse…
…La Primavera Araba in Egitto è
stata soprattutto una rivoluzione contro lo strapotere della polizia e la
corruzione; iniziò il 25 gennaio 2011, il giorno in cui l’Egitto celebra la
Festa della Polizia. E proprio in quel giorno si svolge l’ultima scena del film. Omicidio al Cairo descrive
la situazione che portò i giovani egiziani a sollevarsi contro la polizia e
l’élite corrotta: un regista che vive e lavora in Egitto non sarebbe mai
riuscito a trovare i finanziamenti per girare un film come questo, che mostra
il sistema così esplicitamente. E anche Saleh nel 2016 ha rischiato di non farcela. Lo racconta nelle Note di
Regia: “Si tratta di un film sul Cairo, sul passato e sul futuro
che collidono – e sulla gente che rimane schiacciata in mezzo. Tre giorni prima
dell’inizio delle riprese l’Egyptian State Security ci ha messi a tacere e
abbiamo dovuto spostare la produzione a Casablanca. Ero devastato. Poi ho
pensato a Fellini e ad Amarcord. La gente della sua città, Rimini, può giurare
di aver riconosciuto nel film strade e case. Lui, però, aveva girato a
Cinecittà. Si poteva fare! Ma per ricreare una città devi catturarne l’anima. E
Noredin è la nostra guida, un Principe della città.”
Per il ruolo principale è stato
scelto lo svedese di origine libanese Fares Fares, protagonista di
molti film per il cinema e per la tv svedese, attore notevole fin dal debutto
nel 2000 in JALLA! JALLA! diretto
da suo fratello Josef, e visto di recente da noi in LA COMUNE di Thomas
Vinterberg. Attorno al suo fisico così particolare Saleh ha cucito il
personaggio del classico investigatore malinconico e senza scrupoli che, messo
di fronte ad una clamorosa ingiustizia, si impunta e decide di mettervi
rimedio. Un duro capace di inattese tenerezze, ad esempio nella scena in cui fa
il bagno al vecchio padre, o per come si prende cura della ritrovata,
spaventatissima testimone. Salwa, una dei tanti “invisibili” senza documenti
che lavorano nelle città di tutto il mondo, è interpretata con passione da Mari Malek,
ovvero DJ Stiletto, già top model a New York dove è arrivata bambina, profuga
dal Sudan; oggi è anche un’attivista per il diritto allo studio delle bambine
africane.
Omicidio al Cairo è
dunque sì un noir, ma è insieme un film fortemente politico e di denuncia, come
negli anni 70 sono stati Z L’ORGIA
DEL POTERE di Costa-Gavras o INDAGINE
SU DI UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO di Elio Petri. Un film
che vuole scuotere il pubblico, fargli aprire gli occhi sulla realtà. E ci
riesce.