un film di quando in Turchia non era un regime erdoganiano-musulmano-carcerario, un gruppo di vicini e amici, con le amicizie e le disavventure di Alì, che perde la memoria, di un bambino che non vuole essere circonciso, un cane che riesce a tornare a casa, un anello che va e viene, amori nascosti e dichiarati.
insomma un film neorealista di un ottimo regista turco, che poi farà film più impegnati.
buona visione - Ismaele
Après l'exposé de quelques dictons plutôt intrigants sur
les catégories de femmes et d'hommes qui peuvent exister, entre insatisfaites
éternelles et contents d'eux-mêmes, le film démarre et brasse nombre de
personnages et de thématiques. Au bout de quelques minutes, on se dit que ce
film devait sûrement être une comédie, mais que notre culture fait qu'on ne
comprend pas grand-chose, ni des enjeux lié à l'amour d'un chien auquel on est
allergique, ni de la signification de cette bague mise au rebut, prétendue
volée, mais payée et donnée en gage d'amour à un autre. Elle doit avoir de la
valeur, mais laquelle, lesquelles ?
Et le spectateur patient n'aura de cesse de s'interroger
tout au long du film, sur les rapports familiaux improbables entre les uns, la
peur du service militaire de l'autre, ou les trous de mémoire de celui-ci… Le
spectateur impatient, lui, finira par trouver le temps long devant cette
agitation sans queue ni tête de plus de deux heures dix. Si on sourit parfois,
on se qu'on a soit pas du tout le même sens de l'humour, soit que chaque scène
tombe à plat, malgré tous les efforts d'une honorable troupe d'acteurs.
siamo in un villaggio di campagna, lontano dalle luci delle città.
la storia segue la vita del villaggio, a partire da alcuni ragazzini e ragazzine e quello che gli gira intorno.
è il momento della crescita, per quegli adolescenti, c'è il conflitto con i genitori, a volte anche odio, i grandi non sono granchè, anzi.
quel paese di campagna/montagna, da cui si vede il mare, in Turchia, è un piccolo luminoso paradiso, ma ci sono gli umani.
il film merita, non succede molto, ma accade quella cosa che si chiama la vita.
Reha Erdem è un grande regista, da noi lo conoscono troppo poco; nella sua filmografia ci sono veri capolavori, Bes Vakit è "solo" un gran belfilm.
buona (non bucolica) visione - Ismaele
…In Bes vakit, senza ancoraggi e con levità funambolica, la macchina da
presa sembra ripercorrere fugacemente le traiettorie ondivaghe di Malick,
procedendo tra l’essenza inconfessata della natura e i muri plumbei e
scalcinati degli abituri. Ma l’inquadratura non è un frammento di un frammento
più grande che è il film, come accade nelle opere del regista texano; qui,
risaltano tallonamenti che, sulla scia di Bela Tarr, conducono lo spettatore in
un territorio insondabile, all’inseguimento vano delle immagini. Immagini che si lasciano trasportare dalle ariose partiture
musicali del compositore estone Arvo Part: esse mimano la contrazione
involontaria, il respiro primordiale della natura. La vita accarezza le fronde
degli alberi sottoforma di vento, sciama tra i vicoli del villaggio e i
viottoli e le crepe della campagna scoscesa, attraverso i corpi esili e i passi
svagati di piccoli ragazzi, che sembrano scarti campestri, stesi tra le
sterpaglie, dentro a un fosso, al riparo dalla durezza e dall’aridità degli
adulti.
Il regista sembra velare discretamente uno sguardo
sociologico, marcando quella distanza incolmabile tra genitori e figli, rottura
insanabile che è propria di una cultura, quella turca, spaccata tra tradizione,
che può essere letta come isolamento quanto resistenza, e modernità, crescente
sotto la spinta di forze magnetiche e illusorie del progresso occidentale. Nei
loro gesti violenti o di indifferenza, vibra una qualche condanna nei confronti
dei propri figli, colpevoli di aver ceduto a qualcosa di poco familiare,
remoto, estraneo…
…Bes
Vakit (titolo internazionale: Times and winds) è ambientato in un paesino
rupestre dell'odierna Turchia. Il film è scandito da cinque momenti, notte,
sera, pomeriggio, mezziogiorno e mattina, le cinque tappe della preghiera quotidiana
di ogni musulmano. Quattro bambini affrontano il passaggio dall'infanzia
all'età adulta in un paese ricco di contraddizioni. Nonostante il regista abbia
dichiarato di non richiamarsi direttamente alla realtà del proprio paese, quasi
abbia deciso di affrancarsi di ogni considerazione di natura politica, sono
evidenti i riferimenti alla Turchia di oggi, sospesa tra modernità e
tradizione, legami ad un passato antico e ricettività ed apertura al mondo
occidentale e all'Europa. Da un lato la preghiera ed una struttura sociale
fortemente patriarcale, dall'altro l'insegnamento della scienza e della natura
fisica della terra, non a caso affidati ad una maestra giovane ed avvenente,
che suscita l'ammirazione di uno dei bambini così come del padre. Sono presenti
anche alcuni riferimenti ai maltrattamenti nei confronti dell'infanzia, così
come pure alcune inquietanti allusioni a fantasie di parricidio. Nella
prospettiva del film però l'uccisione del padre (in particolare se brutale o
ingiusto) non deve essere intesa in senso letterale, ma come superamento dei
limiti infantili in favore della libertà e della responsabilità dell'uomo
maturo. Tale passaggio è sottolineato da una canzone che vede i bambini come
dei dormienti, che solo al risveglio realizzeranno il loro potenziale al prezzo
della perdita dell'innocenza. A fare da sfondo è la struggente campagna turca,
aspra e allo stesso tempo rifugio sicuro ed avvolgente per i piccoli
protagonisti.
Bes Vakit è un film poetico e leggero anche nelle
sequenze più dure, e non mancherà di dare spunti di riflessione, anche dal
punto di vista religioso. Vengono messi in luce infatti alcuni punti comuni tra
cristianesimo ed Islam, che com'è noto hanno un importante trait d'union nella
figura di Abramo, e alcune dinamiche tra figlio prediletto e figlio respinto
possono ricordare i due fratelli della Genesi, Caino e Abele.
…I
tre piccoli protagonisti si muovono senza tregua (con la steadicam che li
accompagna spesso di spalle) in quei luoghi vergini, ma in realtà sono fermi, addormentati,
imbalsamati nei loro crudi pensieri e nei sogni più ingenui, come raccontano le
suggestive immagini dei loro corpi distesi immobili sulla terra, ricoperti
d'erba, di pietre, di avanzi di vita e natura, mentre una poesia continua a
ripetere: svegliatevi bambini, è tempo di crescere.
I bambini non capiscono i loro genitori. Li spiano fare
l'amore e non riescono a distinguere questo dalla brutalità del sesso tra gli
asini, li guardano con presunzione diventare vecchi e indebolirsi nella
malattia, li fissano e si sentono prosciugare quando li vedono umiliati dai
loro stessi padri. Tre generazioni di uomini si perdono così,
nell'impossibilità di riconoscersi e di assolvere con coraggio il proprio
ruolo, distratti dai problemi più pratici e dai dettati religiosi…
Jin è una ragazzina di 17 anni, guerrigliera curda, che lascia gli altri, in montagna, e scende verso la pianura, non c'era mai andata prima, chissà, è una tipa curiosa. parla poco, con gli umani per difendersi, con gli animali per solidarietà. Jin è sola contro tutti, intrappolata in una guerra di merda, ha conosciuto solo la guerra, e poi è curda, trattata come una sottospecie umana, solo per quello, appena scende verso la pianura. Reha Erdem ci mostra Jin, nostra compagna. un film da non perdere, un altro gioiellino di Reha Erdem. conoscerete Jin, e non ve ne pentirete mai - Ismaele
Ennesima
conferma di un autore dal talento cristallino. Dopo Kaç para kaç, Beş Vakit, My only sunshine e, soprattutto, Kosmos, il regista turco
sforna un film meno fantasioso ma di assoluto pregio. Le tematiche rimangono
sempre le stesse (rapporto indissolubile tra uomo e natura, protagonisti
orfani alla ricerca di una identità, di un futuro migliore e
idealizzato), ma Jîn mi è sembrato, rispetto ai precedenti, un film più
lineare, meno oscuro o simbolico. Forse anche un po' didascalico. Questo
probabilmente per l'argomento trattato: la violenta repressione turca nei
confronti delle popolazioni curde. Il dramma di questa gente, con una propria
lingua, una cultura secolare e una identità etnica radicatissima, viene fuori
come un pugno solo grazie alle immagini. Senza che ci sia bisogno di spendere
una sola parola a proposito. Magie del cinema.
La 17enne Jîn è una sorta di Cappuccetto Rosso, che ha deciso
di vivere la vita a modo suo, costi quel che costi. In fuga da
un'organizzazione armata, Jîn passa le sue giornate da sola tra le foreste in montagna
nascondendosi dai suoi inseguitori e dalle forze di sicurezza. Determinata a
raggiungere la grande città per realizzare i suoi sogni, affronterà insidie e
combattimenti, il freddo e la paura, trovando forza e consolazione attraverso
gli animali: condividerà una grotta con un orso per fuggire a un bombardamento,
si alleerà con un cervo, curerà un asino ferito, farà un patto con un uccello
selvaggio per mangiarne le uova, un gatto selvatico la consolerà, un serpente
la terrà in allerta e un cavallo la proteggerà... Quando finalmente riuscirà a
raggiungere le pianure, Jîn diventerà ben presto consapevole che sono ancor più
pericolose, minacciose e più dolorose della montagna...
…La sua vicenda si incrocerà, anche se solo
sporadicamente, con quella di altri uomini, impegnati, sui due fronti, nella
stessa lotta senza fine, ed anche con gli animali della foresta, feroci e non,
con i quali la giovane istintivamente solidarizzerà. Il film di Reha Erdem vive
di campi lunghissimi a sfondo naturalistico, vasti panorami di alberi,
montagne, sterpaglia e pietre, in cui la giovane protagonista spicca come una
macchiolina di colore, la minuscola figurina di un presepe selvaggio e deserto.
Jin è una bambolina, minuta nell’aspetto, però forte, solida ed
indistruttibile, abituata ai lavori pesanti, alle arrampicate più spericolate,
a sfiancanti maratone sui terreni più impervi ed incolti. Un realismo
silenzioso ed incantato ci accompagna in questo viaggio in cui è facile perdere
l’orientamento, a causa dell’uniformità dei panorami e della ripetitività di
scenari disabitati, cosparsi di pendii e di anfratti, di ruscelli e sentieri.
Jin affronta un’odissea priva del conforto del mito, in cui incontra solo
dolore ed odio, abbandono e brutalità. Deve guardarsi le spalle, procurarsi il
cibo, cercare il modo per tornare a casa, o anche solo comunicare con la madre.
La normalità è una meta assai lontana, in quel nulla popolato di insidie, nel
quale si può rimanere per sempre intrappolati. La morte è perennemente in
agguato, quella del corpo al pari di quella dell’anima, perché, in un
ambiente di stampo patriarcale e militarista, c’è ovunque qualcuno che mira ad
uccidere la sua dignità di donna. Il pericolo costante impedisce alla fiaba di
inseguire il volo della fantasia, e solo per pochi, brevissimi istanti riesce a
sfiorare la trasognata delicatezza dell’idillio campestre. Il resto è fatica
che annebbia lo sguardo sull’orizzonte, ed incatena il presente ad un suolo che
trattiene il passo e consuma la capacità di pensare al domani. Il percorso di
Jin è un cammino tanto coraggioso quanto frustrante, che gira in tondo per
salvare la pelle, e non progredisce se non nella determinazione a raggiungere
il proprio traguardo di affetti e riscatto morale. Lo spirito romanzesco,
che occhieggia dietro l’angolo, rimane in attesa di far sentire la sua
poetica voce; tace, nel frattempo, per non tradire il segreto di Jin, mettendo
i nemici sulle sue tracce. Quel mancato sussurro è il vero rumore di fondo di
un racconto che, cercando un angolo di pace ed un fidato interlocutore, scava
con le mani tra i sassi per trovare, se non altro, un dimenticato
frammento di umano calore.
…Erdem and his team adroitly mix joie de vivre and tension,
and humour, and beauty and fear. The overwhelming emotion is dread. Your
stomach is in knots as the lead encounters various unsavoury ‘wolves’ – lustful
and immoral men, who try to prey on this girl all alone in a conflict zone. A
damning indictment on certain males, and war, though the film is celebration of
courage, resourcefulness and determination. JÎN is in the same league as GRAVE
OF THE FIREFLIES, LORE and EMPIRE OF THE SUN. While those mentioned are
grounded in reality, this has the quality of a fable too – there is the
constant threat of brutality, but something ethereal as well. Our heroine’s
interactions with the animal kingdom (a bear, mountain lion, stag, etc.) are
otherworldly. The war is destroying innocence and nature.
The remarkable
landscapes captured, elevate to an epic canvas. The jarring sound effects of
detonations, planes and helicopters (without seeing any machinery) belie the
likely budget constraints, but heighten the isolation. The audience gets sucked
into a vision of a seductive hell. All AVATAR fans should see the wilderness
depicted. However, the territory is dangerous; even truck drivers are wary of
stopping for a young female hitchhiker for fear of traps and bandits.
As the director
stated at the Q&A, JÎN is the: - Story of a woman, - Story of a
Kurdish woman, - Story of a
Kurdish woman, who is a guerrilla, - Ad infinitum.
Elemental and
haunting – a place where humanity has drained away for two hours. An enigmatic
ending may suggest hope to some.
una comunità chiusa, appare un uomo strano, accettato come ospite per aver salvato dalla morte un bambino. è uno diverso, Kosmos, parla per metafore e massime spirituali, davvero strano, ma la comunità ha un debito verso di lui. gira indisturbato par la cittadina, ha un ricovero di fortuna, ha dei poteri che guariscono. ma solo la sorella, Neptun, del bambino salvato dalle acque può davvero comunicare con lui, con un linguaggio sconosciuto, linguaggio di uccelli, o di angeli, chissà. poi qualcuno fa dei furti in qualche negozio, per Kosmos si mette male, un bambino muore, e lui viene ritenuto colpevole, alla fine fugge,in mezzo alla neve, come era arrivato. è una storia senza tempo, Kosmos forse non ha età, è come un profeta prima accolto e poi perseguitato, riapparirà da qualche parte, sarà il diverso, l'enigma, l'animale da sacrificare, come tanti, ma lui può fuggire. la fotografia è bellissima, oltre al resto, è un piccolo capolavoro da cercare, misterioso e incantatore - Ismaele
…L’ambientazione sembra fatta apposta per dare a Kosmos
un luogo in cui esistere. Con elementi di Gesù, Robin Hood e Yoda, il
personaggio è il più singolare, originale e interessante apparso sugli schermi
negli ultimi anni. E nella costruzione di un’atmosfera incantata, bizzarra,
cupa ma ottimista insieme intorno all’uomo, Erdem si pone come l’autore più
autentico del cinema moderno turco. Forse troppo autentico, a giudicare
dall’assenza di riconoscimenti festivalieri per questo straordinario e
sconcertante capolavoro.
… Solo Neptun, il nome che si dà per lui la ragazza del
fiume, sorella del bambino salvato, entra in sintonia con la sua dimensione, la
loro è una ricerca continua l’uno dell’altra, fatta di corse nella neve, un
dialogo che usa il linguaggio degli uccelli, nessun contatto fisico, solo
sguardi, silenzi e canto, e poi gli immensi sorrisi di Kosmos che
illuminano la scena come una luce, mentre il buio scende al suo urlo lacerante
che vede morte dove voleva ci fosse vita e felicità. E dunque dovrà fuggire, di nuovo, passando da
quella porta che Neptun apre per lui, verso quella pianura innevata fino
all’orizzonte lontanissimo, e solo allora capiremo da dove veniva, da chi
fuggiva all’inizio del film, fuggiva dagli uomini.
From out of a snowy, barren landscape, a man appears.
He's running, though from what we do not know. The valley ahead holds a large
town, modern in convenience but ancient in design. Just before reaching the
town, the man (Kosmos) hears the screams of a girl (Neptun) from the other side
of an icy river. Neptun's younger brother has fallen into the swift waters and
drowned. Kosmos pulls the boy from the river and revives him with his
mysterious, healing powers. Grateful for this heroic feat, the townspeople
welcome Kosmos as an honored guest…