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venerdì 15 dicembre 2017

Una pistola en cada mano - Cesc Gay

una sceneggiatura a orologeria e un gruppo di attori ben scelti sono sufficienti per fare un gran film, senza bisogno di effetti speciali.
tutti sono bravi, qualcuno ancora di più.
film così si facevano in Italia negli anni '60 e '70, poi sembrava essersi perso lo stampo. ma questo film dimostra che non è vero.
dialoghi perfetti, tra l'altro, rendono il film imperdibile; piacerà a  quelli, per esempio, a cui è piaciuto molto Perfetti sconosciuti.
guardate e godetene tutti - Ismaele






… Gay demuestra que no hace falta valerse de excesos para generar tensión cinematográfica y que construir a partir de la palabra no necesariamente deviene en esterilidad discursiva.

… La esencia de Una pistola en cada mano está en la escritura de los diálogos y en la temporización de la secuencia, medida hasta las milésimas de segundo. Pero el sabio manejo de la cámara para captar minuciosamente cada registro es lo que la convierte en cine valioso y le distancia del escenario teatral. (Hay en esta película una cierta similitud con algunos filmes de Ventura Pons). En este sentido, Ricardo Darín y Luis Tosar protagonizan una magistral escena que representa lo mejor de esta película. Más que interpretar, ambos –el marido cornudo y el amante insospechado– viven el papel y traspasan la pantalla para que el espectador pueda meterse en la piel de cualquiera de ellos. Igualmente ocurre con el episodio que interpretan Eduardo Noriega y Candela Peña: la maestría con la que están escritas las réplicas y contrarréplicas, la delicadeza con que cada uno afronta la afrenta del otro y de la otra, la intensidad con que la cámara recoge la estupefacción, la torpeza, la estupidez, del personaje de Noriega (casado y padre reciente) que intenta ligar al final de una fiesta en el trabajo con la compañera a la que habitualmente ha despreciado, junto con la sencilla lección, sin aspavientos vengativos, que le procura Mamen, es una muestra más de que Cesce Gay ha conseguido un destilado de gran cine
            El largo episodio, desdoblado en dos escenas, que protagonizan Leonor Watling y Alberto San Juan, por un lado, y Cayetana Guillén y Jordi Mollá, por otro, –dos parejas que intercambian a sus maridos para conocer las intimidades del otro– es el más flojo de la película, el que tiene los diálogos más previsibles y que redunda en ciertas obviedades, aunque no deja de tener igualmente aciertos humorísticos. Sin embargo, no desmerece del conjunto del film en la intensidad de la interpretación y en la elegancia de la puesta en escena. La misma elegancia con la que está elegido el título (una frase con la que Mamen explica el comportamiento del personaje encarnado por Noriega), y que tiene su contrapunto en los abrazos que se dan los personajes para demostrarse que no van armados.
En definitiva, Cesc Gay ha conseguido una estupenda película sobre ocho figuras masculinas que vienen a representar un todo, que tal vez –como dice la publicidad– entusiasmará a las mujeres, pero lo que seguramente es más importante es que trata con humor inteligente, sin insultar ni ofender, sino con absoluta y reconocible complicidad las taras del hombre actual.

…L’abilità di Cesc Gay è quella di portare sullo schermo situazioni reali, anche drammatiche, ma in modo ironico ed incredibilmente comico. Alle volte ci si ritrova a ridere di cuore di vere e proprie disgrazie per merito di un cast coinvolgente e talentuoso e di una sceneggiatura intelligente e vivace che mai risulta offensiva.
“Una pistola en cada mano” dimostra come un film per essere più che riuscito non necessita di grandi budget, scenografie straordinarie, effetti speciali da far invidia a Hollywood, ma al contrario il centro dovrebbe sempre essere uno scambio di battute ben scritte e ben interpretate: la semplicità e l’essenzialità sono la forza di questa pellicola spagnola, che senza apparenti sforzi attrae lo spettatore.
Consigliato a chiunque abbia voglia di svagarsi senza perdere il contatto con quelle che sono le problematiche sociali contemporanee: per 97 minuti non riuscirete a distogliere lo sguardo dallo schermo!

Hay películas que son radiografías humanas. Y tú, querido espectador, las ves con hambre de voyeur y ríes  o lloras; y disfrutas del arte cinematográfico usado como vehículo para retratar las miserias ajenas. A veces es agradable y cómico pero otras veces es duro enfrentarse a tus propios secretos y miedos o a esos fragmentos de personalidad que ceden a la hipocresía gobernante o a la crueldad, también mayoritaria. Con En la ciudad Cesc Gay ya desnudó a los personajes mientras te los acercaba para que vieras, en forma de drama, la segunda piel de unos tipos que realmente eráis tú y tus amigos. Y te encantó, querido espectador. Te encantó ser testigo de cómo los amigos que dicen ser tan amigos no se conocen tanto cómo creen. Aunque te asustó verte reflejado. Cesc Gay te debía una película menos dura, igual de verdadera pero con algo menos de mala leche. El director ha cumplido su promesa (aparentemente) con su último film, Una pistola en cada mano. Tanto a ti como a las mujeres de En la ciudad les debía un segundo acto.
Y está claro que Una pistola en cada mano es ese segundo acto de En la ciudad. Donde el director disecciona varios encuentros entre conocidos, amigos, compañeros de trabajo o viejos amantes con un ingenio envidiable y con mucha, mucha gracia. En esta película de episodios las mujeres salen bien paradas, ellas han madurado, son más inteligentes, saben lo que quieren pero ellos… ellos son perdedores. No atractivos perdedores, sino más bien ridículos hombrecillos incapacitados para comunicarse, para degustar la felicidad que da la madurez. Sin embargo, todos son lo honestos que su hombría les permite ser… que no es poco…

venerdì 6 maggio 2016

Truman - Un vero amico è per sempre - Cesc Gay

la storia di un uomo che muore, con la schiena dritta, non si converte a qualche setta, non maledice il destino, sa che nella lotteria questa volta è toccato a lui.
fa i conti con le cose belle che lascia, senza inutili rimpianti, gli dispiace, certo, ma ride, anche.
è un film sull’amicizia, di quelle senza troppe parole, con sguardi e improvvisazione.
Julián (Ricardo Darín) e Tomás (Javier Cámara) sono i due grandi amici (oltre che grandi attori), mica si vedevano spesso, sapevano di esserci, però.
e quando serve, Tomás (spagnolo in Canada) prende l’aereo e va trovare Julián (argentino a Madrid).
nel film c’è l’amicizia come si deve, rispetto e vicinanza, comprensione e sincerità, così ci piacciono gli amici.
ognuno sceglie, e gli si vuol bene, anche più di prima.
non ci insegnano a morire, ognuno si arrangia.
c’è chi pensa a quello che non avrà, chi pensa a quello che ha avuto e dato, la contabilità è semplice, in teoria, nella realtà si rischia di uscire fuori di testa.
Julián decide come uscire di scena, senza ricatti e disperazioni (inutili, tra l’altro)
e poi c’è Truman.
e noi vogliamo bene a tutti e tre.
ci sono poche copie in circolazione, ma non stupitevi, lo sapete, bisogna cercare, mai accontentarsi delle polpette premasticate.
cercatelo, se potete, in spagnolo coi sottotitoli (guardate il trailer in spagnolo e doppiato, per farvi un'idea)
buona visione - Ismaele







Niente è scontato nei personaggi di Truman o nelle svolte della loro storia, eppure tutto ha un senso, è umanamente comprensibile, né mai il regista sottovaluta l'intelligenza e l'esperienza di vita degli spettatori, che (ri)conoscono ognuna delle reazioni di Tomas e Julian, fuori dai cliché del melodramma. Ricardo Darin nei panni di Julian e Javier Camara in quelli di Tomas sono straordinari e straordinariamente credibili. La loro amicizia è di quelle che tutti vorrebbero perché comporta un'accettazione totale dell'altro, manchevolezze comprese.
Gay sa capire, e raccontare, ciò di cui "c'è bisogno", non solo in punto di morte ma in corso di vita. La sceneggiatura, scritta con Tomàs Aragay, centellina le informazioni inserendole lentamente in punti precisi della storia, come ingredienti da aggiungere solo al momento giusto, con infinita delicatezza. "Sii forte", si dicono Tomas e la moglie proprio all'inizio del film, prima che lui parta per Madrid: ed è l'invito del regista, che ci vuole coraggiosi e generosi come Tomas e Julian, perché (altrimenti) quello che resterà di noi è "molto poco".
La regia e gli attori non manipolano i nostri sentimenti ma li guidano senza falsi pudori nel centro pieno della storia e nel cuore gonfio dei suoi eroi del quotidiano, centellinando le lacrime (che sgorgheranno comunque copiose fra il pubblico) e modulando l'accompagnamento musicale per raccontarci come sono fatti gli uomini, e le donne, di quali meschinità ma anche di quale grandezza sono capaci. 
Truman ci riconcilia con la natura umana, e con il cinema nella sua capacità di raccontarla.

Ricardo Darín (Julián) e Javier Cámara (Tomás), che meriterebbero davvero un capitolo a parte in virtù della loro sconfinata bravura, sono due presenze verosimili e tridimensionali, che non calcano mai la mano su alcuno tipo di sottolineatura retorica, anche nei momenti emotivamente più dirompenti, e si affidano a un realismo coinvolgente che trapela da ogni loro gesto, postura o adesione mimica alle vicende dei due protagonisti. Due attori all’europea ma animati da una passione latina per l’universo e i sentimenti dei personaggi che incarnano: Camara è spagnolo, Darin argentino, e sono entrambi il meglio che i rispettivi paesi hanno da offrire sul piano della recitazione, due autentici portenti che hanno già avuto modo di dimostrare in passato il loro talento e che in Truman diventano l’uno il contrappunto dell’altro, due speculari e complementari facce della stessa medaglia che si ritagliano di volta in volta un ruolo ben preciso, al quale lo spettatore può di volta in volta ancorarsi, affezionarsi, fino a rispecchiarsi: innanzitutto la ribellione anticonformista al dolore di Julián e il suo argine salvifico e bonario rappresentato da Tomás, che gli impedisce di sprofondare, ma anche la disperazione del primo e il compassionevole ma mai pietoso sostegno del secondo, la ruvida consapevolezza di non potercela più fare da un lato e dall’altro una delicata, accorta dose di speranza, connessa a una disillusione sapientemente screziata di ironia. E in quanto tale più vera del vero….
… un film dall’anima in levare, con alla base dei moniti che invocano forse addirittura il punto esclamativo: un inno all’amicizia, alla possibilità, al coraggio. Decisamente in quest’ordine.

La sceneggiatura, scritta da Gay insieme a Tomas Aragay, prende spunto da un’esperienza autobiografica, e la regia estremamente misurata riesce a trovare un ottimo equilibrio tra ironia e amarezza. Truman non è solo un film sull’amicizia tra due esseri umani, ma soprattutto sul rapporto tra il cane e il suo padrone. Il film, oltre ai premi già citati, ha vinto il Premio per il Benessere degli Animali dell’Associazione Veterinari di Madrid per “la grande sensibilità e realismo con cui il film spiega il legame emotivo tra una persona e il suo animale domestico e il grande impegno con cui ne ricerca il benessere”. Consiglio vivamente la visione di questo stupendo film.

La sceneggiatura non ha un solo momento di inautenticità o di furbizia (compreso l'utilizzo del cane a scopo straziante), una sola caduta di stile o di tensione emotiva, anche se quella tensione viene spesso stemperata dall'umorismo che deriva dalla profonda assurdità non già della morte, ma della vita stessa, perché ognuno vive, e muore, come può. Niente è scontato nei personaggi di Truman o nelle svolte della loro storia, eppure tutto ha un senso, è umanamente comprensibile, né mai il regista sottovaluta l'intelligenza e l'esperienza di vita degli spettatori, che (ri)conoscono ognuna delle reazioni di Tomas e Julian, fuori dai cliché del melodramma. Ricardo Darin nei panni di Julian e Javier Camara in quelli di Tomas sono straordinari e straordinariamente credibili…