Marina (interpretata da Llúcia Garcia, bravissima) ha bisogno di un documento necessario per una borsa di studio e va a Vigo, in Galizia, dalla famiglia paterna, nonni, zii e zie, e cugini.
i genitori erano morti per AIDS, lei è stata adottata, da una famiglia di Barcellona.
la famiglia paterna è una famiglia abbastanza di merda, tenevano il padre di Marina rinchiuso, per la vergogna di un figlio malato.
Marina riesce a scardinare l'omertà di quei nonni, che ancora si vergognano del figlio.
cercano di comprare Marina, ma non funziona, lei è una sveglia, orgogliosa e testarda.
e "conosce" i genitori (brave persone di cui non vergognarsi) attraverso un incontro onirico con loro.
film convincente ed emozionante, da non perdere.
buona (gallega) visione -Ismaele
ps: chi scrive un giorno è stato a Vigo e nelle isole Cíes.
Tutto ha inizio quando la
protagonista Marina (interpretata da Llúcia Garcia) deve iscriversi
all’università. Ha bisogno di recuperare i documenti dei genitori, morti quando
era molto piccola. Marina decide così di riallacciare i rapporti con la
famiglia del padre biologico, con cui aveva perso i contatti. Da qui parte il
suo viaggio verso la Galizia. Il percorso è guidato dalle parole ritrovate nel
diario della madre. Una volta arrivata, però, viene travolta dal silenzio. Ci
sono imbarazzi evidenti e ricordi familiari contraddittori. Tutto rimanda a un
passato ancora irrisolto.
Le
rivelazioni della famiglia del padre la costringeranno a rivedere tutto ciò che
credeva di sapere. Anche la causa della morte dei genitori viene messa in
discussione. Una verità che la sconvolgerà profondamente.
…La verità è identità, l’identità è memoria, la memoria è
l’ambigua eredità del tempo. Ecco la complessa morale della favola di Carla Simón e di un film in bilico tra intimismo,
spettacolo e vocazione autobiografica. Per una buona prima metà della storia,
forse qualcosa in più, il viaggio di Marina ha la forma e la cadenza del
giallo. Un’indagine venata d’esistenzialismo è comunque un’indagine, è l’esplosiva
attesa per lo scoperchiamento del mistero che toglie il sonno alla
protagonista: cos’è successo a suo padre? Carla Simón si fa bastare l’originalità formale, e non
lavora allo stesso modo sull’estetica. La messa in scena è sobria, composta,
forse troppo sobria e composta: una grazia leggera e mai violenta nella resa,
alternando macchina a mano e sguardo statico. Solo nella terza parte, quando la
memoria dei genitori si fa carne, storia e immagine, solo nel suggestivo
preambolo al finale, Romería – Il mare dei ricordi esprime finalmente quella forza poetica, struggente,
esistenzialista e politica (con pudore, ma c’è) accennata nella prima parte…
…Con grande dolcezza e bagnato dalla luce calda
della Galizia, Romería è un
film riparatore che si allontana progressivamente dai toni realistici, perché
la verità della memoria non si trova mai nella ricerca erudita,
documentaristica, ma nella fuga romanzesca dell'inconscio, per mediazione della
fiction.
Una rottura narrativa, guidata da un
gatto randagio, lascia emergere i ricordi sepolti e le immagini oniriche di
genitori fantasmi. Un ragazzo e una ragazza che hanno scelto una vita
bohémienne e sballata, accecati dai neon degli anni Ottanta. Marina,
studentessa di cinema, osserva la realtà e poi la ricrea partendo dalle parole
della madre. La riconciliazione non passa per un percorso pianificato ma per un
vagare onirico, che allaccia passato e presente, annulla il tempo e lo spazio,
dove l'attrice, che interpreta Marina, incarna anche sua madre, senza paura di
avvicinarsi troppo alla vita (e alla morte).
Intorno fanno corona una miriade di personaggi, una
cacofonia di parenti che ripercorrono la loro storia, messa a tacere per la
vergogna, e offrono al film la sua mobilità narrativa. Romería, che significa ricerca spirituale,
ma anche festa popolare, naviga un mare interiore, tra realismo vivo e sogno
contemplativo. Un film da scalare come la sua scala di corda per inventarsi il
domani, capovolgere la narrazione e chiudere coi traumi e il peso dei retaggi.
Llúcia Garcia porta in scena una fragilità che non ha nulla
di ostentato, e proprio per questo convince. Non siamo di fronte a
un'esibizione tecnica, nessun momento costruito per strappare l'applauso, ma a
qualcosa di più raro e più prezioso: una presenza che occupa lo spazio senza
reclamarlo. Il suo volto è uno strumento narrativo più efficace di molte righe
di sceneggiatura, il che è particolarmente fortunato considerando che il
copione le chiede qualcosa di non banale: incarnare anche la madre nelle sequenze
di memoria ricostruita, senza cambi di costume né artifici di trucco,
affidandosi unicamente a una diversa inclinazione dello sguardo, a una lieve
torsione nella postura. Il risultato è convincente, e in certi momenti quasi
inquietante nella sua essenzialità. È il tipo di lavoro che ricorda quanto
scrisse David Thomson a proposito delle grandi interpreti del cinema europeo
contemporaneo: la capacità di abitare due identità nella stessa inquadratura
senza che l'una annulli l'altra…
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