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martedì 18 ottobre 2022

Le buone stelle – Broker - Hirokazu Koreeda

Hirokazu Koreeda dopo Parigi gira un film in Corea.

il film è una storia che sembra un thriller con dei delinquenti che commerciano bambini.

la realtà è un'altra, ai confini della legalità, magari oltre, e quelli che sembravano guardie e ladri sembrano più vicini di quanto si potesse credere all'inizio.

mutatis mutandis sembra un film neorealista scritto da Zavattini.

il film riesce a non annoiare mai, con dei colpi di scena ben assestati, e attori bravissimi, naturalmente, in mano a un signor regista.

e però, sarò incontentabile, i registi in trasferta spesso perdono qualcosa rispetto a quando girano in casa, tuttavia il film merita molto.

buona (nippo-coreana) visione - Ismaele

 

 

Con Broker racconta invece una storia coreana (che lo vede lavorare con star locali come il Song Kang-ho di Parasite) che inizia a Busan e diventa poi un road movie itinerante, pur rimanendo molto vicina ai temi tradizionali del suo cinema.

Innanzitutto la famiglia, organismo primario che va oltre anche i legami di sangue. Per il regista nipponico famiglia vuol dire pathos, impegno e responsabilità: è un modo di resistere al sistema e alle sue storture sociali, questa volta con particolare enfasi sulle leggi per l'adozione e sulle politiche di welfare infantile. Broker si chiede e fa chiedere ai suoi personaggi cosa sia più giusto, esaminando un caleidoscopio di casi da diverse prospettive durante il viaggio sgangherato di questa famiglia improvvisata.

Ci sono madri bisognose, coppie che hanno provato di tutto, ospedali che si prendono cura dei neonati abbandonati, gestori di orfanotrofi, e la polizia che deve applicare leggi a volte troppo severe. L'immagine della "baby box", un buco nel muro illuminato e con ninna nanna incorporata dove poter lasciare alle cure dello stato un bambino a cui non si può dare un futuro, è quella che apre il film e rimane sempre centrale nel suo sviluppo. Ma è davvero un aiuto oppure incentiva le giovani madri all'abbandono?

Dilemmi sui quali Kore'eda si schiera sempre dalla parte dell'empatia e dei buoni sentimenti, in quello che è un inno alla vita gentile e perfino un po' ingenuo. Qualunque gruppo di persone può imparare a diventare famiglia nell'universo del regista, che però è diverso dal mondo reale. Il sentimentalismo che lo ha spesso aiutato a illuminare con dignità il genere del dramma sociale stavolta lo fa apparire poco incisivo, benché il film si mantenga piacevole grazie a un variegato cast di personaggi decisi a fare - più o meno - sempre la cosa giusta

da qui

 

Nel momento in cui i loro cuori iniziano a schiudersi, ciò accade anche al film, il quale svela il proprio ai suoi spettatori. Più i personaggi si raccontano, si smontano di ogni preconcetto e si privano di ogni segreto, più il ritmo rallenta, concentrandosi quella dimensione intima ed esistenzialista che Kore’eda è un maestro nel mettere in scena. È in questa seconda metà del film che fuori escono tutte le riflessioni sul significato di famiglia, di genitorialità e, in particolare, sul conflitto tra il voler essere dei genitori e l’incapacità di esserlo davvero. Un’incapacità che è però anche in questo caso la conseguenza di un contesto sociale sempre più individualista, che non protegge i propri membri.

Tale dinamica è in particolare esplicitata dalla presenza delle due detective intente ad osservare i movimenti del gruppo per coglierli in flagrante e arrestarli. Si tratta di due personaggi che incarnano quella legge cieca a determinate dinamiche e unicamente motivata a punire ogni infrazione, senza valutare gli elementi di contorno. Quella legge che, come avvenuto anche in Un affare di famiglia, riporta il racconto ad una dimensione particolarmente cupa e soffocante. L’elemento crime è in effetti particolarmente presente all’interno di Le buone stelle – Broker, con una serie di indagini portate avanti dalla polizia e che contribuiranno a far emergere ulteriori scheletri nell’armadio dei protagonisti.

La sceneggiatura di Kore’eda si configura dunque come un continuo susseguirsi di elementi e generi diversi tra loro, che si incastrano a meraviglia grazie alla delicatezza con cui il tutto è narrato. Un lavoro di scrittura a dir poco brillante il suo, che traspare anche grazie al controllo con cui egli regola i toni del film, capace di passare dalla commedia spensierata al dramma più puro. Con un impostazione di regia come suo solito invisibile, discreta, che lascia parlare le immagini, Kore’eda si divincola dal solito rischio di ripetersi per regalarci un’opera che ancora una volta aggiunge qualcosa di nuovo alla poetica, ribadendo però la bellezza delle tante sfumature che una famiglia può possedere.

da qui

 

 Le buone stelle. Broker sembra aver smarrito la purezza, per svilupparsi in una serie di superfetazioni, deviazioni, sovrastrutture. In una dinamica che potrebbe sembrare più “accattivante”. Ma che lascia emergere anche la dimensione più ombrosa e problematica della visione di Kore-eda. Una sorta di pessimismo di fondo, a cui si tenta di trovare un antidoto nel cuore segreto delle relazioni. Un nuovo equilibrio. Nelle possibilità di una famiglia allargata, lontana da quella tradizionale, fondata più sulle ragioni profonde delle sensibilità che sul sangue, più sul desiderio e il bisogno di trovare una comunione alternativa che sulle differenze generazionali. E, qui, in questa dimensione Kore-eda riesce sempre quei momenti inarrivabili, struggenti, in cui l’emozione sorge spontanea dalle immagini. Senza forzature, senza retorica. Come la straordinaria scena sulla ruota panoramica. Sono quei momenti che solo i giganti sanno toccare con tanta semplicità. E in cui, una volta di più, avverti tutta la tua impotenza, l’inutilità di ogni discorso critico, l’impossibilità della parola a restituire solo una minima scintilla dell’energia che smuove l’anima. In cui l’immagine ti parla con la stessa evidenza della vita.

da qui 



mercoledì 16 ottobre 2019

Le verità - Hirokazu Koreeda

non tutte le ciambelle escono col buco, direbbe un pasticciere.
non è facile per un regista cambiare paese, solo perchè la produzione del nuovo paese finanzia il film.
non si parla di Billy Wilder, che cambiò paese, definitivamente.
penso a un regista iraniano che ha girato un film a Parigi (lì c'era un iraniano nella storia, almeno), nel film di Koreeda tutto il film è ambientato a Parigi, con personaggi francesi, nessuno giapponese.
non dico che è un brutto film, solo che ha perso l'anima, i ritmi, l'alito della storia nipponica.
non è facile fare un salto mortale così, pochi ci riescono, Denis Villeneuve, per esempio.
e però il film merita lo stesso, con due protagoniste bravissime - Ismaele




Con Le verità il regista dà vita a un film sospeso tra commedia e dramma, lieve in superficie ma turbato nel profondo da inquietudini esistenziali sul punto di esplodere, in cui il tema dominante è la riflessione sulla percezione della verità e della menzogna, sul loro stretto legame, sulle loro ricadute indirette, quando esse diventano ineluttabilmente strumento di equilibrio delle relazioni famigliari e non. Crudeli verità e innocenti bugie si sovrappongono e confondono: la famiglia come il regno della finzione, sembra suggerire sottovoce il regista, e viceversa, con il cinema che sua volta trae linfa dal privato (non a caso una buona parte del film si concentra sulle peripezie della lavorazione di una pellicola a cui prende parte la diva protagonista).
Verità e menzogna che peraltro erano già state al centro di un altro film di KoreedaThe Third Murder, passato sempre a Venezia nel 2017, ma con esiti, pur nelle diversità di genere tra i due lavori, ben diversi. Perché sfortunatamente, per noi che amiamo il cinema di KoreedaLe verità è un’opera minore nella filmografia del regista, la meno appagante tra quelle che portano la sua firma. Dimenticate la naturalezza dell’umanità raccontata per sottintesi, silenzi, non detti e quel continuo gioco di distanze tra lo sguardo del regista e i personaggi che hanno fatto grande il cinema di KoreedaLe verità appare in tutto e per tutto un film francese per un pubblico europeo, molto parlato, con inquadrature per lo più schiacciate sui volti dei protagonisti, appiattito – per non dire annichilito – dalla presenza scenica della Deneuve (magnifica, non c'è dubbio) che come un magnete attira tutta su di sé l'attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine. Si faticherebbe a riconoscere la mano del regista se non leggessimo il suo nome nei titoli di coda.
Nel suo viaggio in Europa Koreeda perde quindi per strada molta della sua cifra autoriale, mostrandosi incapace di incidere con il suo stile in un contesto a lui nuovo. E così alla fine resta il mistero sul perché il regista abbia accettato di spostarsi per dirigere un film che avrebbe potuto tranquillamente realizzare in Giappone, evitando di doversi adattare – e forse scendere a compromessi – in una realtà sconosciuta. Non è il primo caso di regista asiatico che fallisce nelle mani del sistema delle produzioni o coproduzioni straniere: forse andrebbe aperto un dibattito sulle ragioni di questa tendenza. La lista di nomi è lunga, ma soprattutto i produttori francesi (forse per le loro maggiori ingerenze?) sono quelli che hanno inanellato le più cocenti delusioni: per restare al periodo più recente, pensiamo a cineasti come Lou Ye con Love and BruisesJohnnie To con VendicamiNaomi Kawase con VisionHong Sang-soo con Claire's Camera, film che sicuramente non sono da annoverare tra le migliori opere dei rispettivi autori.

Le verità tenta di replicare nel nuovo contesto le atmosfere all’insegna delle nuances, e la problematizzazione di sguardo, che hanno reso fondamentali lavori come Little Sister o Un affare di famiglia; ma la levità costantemente ricercata dal regista, i toni che si fermano a un passo dal dramma esplicito, andando poi a flirtare con la commedia, appaiono qui leggermente forzati. Si avverte che il soggetto, nato altrove e probabilmente con altre premesse, ha finito per adattarsi in modo troppo marcato ai gusti del “medio” pubblico mainstream europeo, fidando quasi completamente su una Deneuve che riempie lo schermo, e su una Binoche il cui personaggio richiama una catarsi emotiva che semplicemente non arriva.
Al di là dell’inconsistenza delle figure accessorie (tra queste inseriremmo anche il personaggio del marito di Lumir, interpretato da Ethan Hawke) il problema di Le verità sta proprio nella difficoltosa conciliazione tra i temi del regista con un contenitore narrativo che tende inevitabilmente a normalizzarne (e appiattirne) lo sguardo. In questo senso, la stessa ambientazione cinematografica, e il ragionamento sull’arte del recitare e sulle sue implicazioni, appaiono motivi pretestuosi, al di là della scontata identificazione tra la figura di Fabienne e la sua interprete al di qua dello schermo. D’altra parte, i segni e i riferimenti al suo cinema che il regista inserisce (la caduta delle foglie dagli alberi, il generale clima autunnale della storia, il poco invasivo commento musicale) sembrano più contentini dati al suo pubblico, riferimenti a una poetica che qui fatica ad adattarsi al nuovo contenitore. Un contenitore che ha portato il regista nipponico a quello che risulta finora l’episodio più debole della sua carriera, tenuto in piedi solo dal mestiere suo e da quello del cast: ma il cinema di Kore-eda, finora, aveva mostrato ben altra sostanza.

Caratterizzato da una storia quasi tutta al femminile, sebbene i personaggi maschili di contorno svolgano al meglio le proprie funzioni, Le verità è un film gradevolissimo, lieve ma non superficiale; capace di commuovere, anche e soprattutto grazie alle brillanti interpretazioni delle due protagoniste, come anche della piccola Clémentine Grenier, attrice che interpreta Charlotte. I tanti non detti di una vita, le divergenze che in realtà legano due donne pienamente in grado di capirsi, si concentrano nel tormentato ricordo di Sarah, amica, collega e rivale per Fabienne e seconda madre per Lumir, la cui prematura scomparsa ha avuto un impatto fortissimo su entrambe, tanto da essere ancora in qualche modo presente nella vita delle due donne. L'amore e il rancore che legano Fabienne e Lumir sono trattati da Hirokazu Koreeda secondo i dettami più tipici della produzione francese, in modo così rigoroso da far perdere al regista giapponese un po' del suo tocco. Lo stile di Koreeda resta ben evidente solo in alcuni brevi inquadrature e in un finale che, forse in conseguenza di ciò, risulta essere quasi accessorio rispetto alla perfetta scena conclusiva appena precedente. Molto bello l'accompagnamento musicale, mai preponderante e sempre puntuale nell'accompagnare le sequenze cui è accoppiato…

Kore-eda ha ripreso per Le verità un soggetto che aveva scritto molti anni fa. Ma è il cast la qualità essenziale che fa la differenza di un film in cui la musa francese si interpreta per come pensiamo che sia, per come vorremmo che fosse, per come presumiamo debba essere. Forte, dispotica, crudele, menefreghista, sublime, elegante, superiore alla morale e alla realtà, ignobile, una perciò superba, straordinaria Catherine Deneuve interpreta Fabienne e “guida” – anche nelle scene in cui, come una chioccia egotica, cammina sempre davanti a tutti – gli altri attori principali ossia Juliette Binoche nella parte di sua figlia Lumir ed Ethan Hawke nella parte del marito di Lumir. Ovviamente Fabienne, come da copione, è stata assente durante l’infanzia della figliola (sebbene nelle sue memorie fresche di stampa l’attrice sostenga il contrario), per la quale è stata ugualmente ingombrante come pietra di paragone, monito costante, dover essere impossibile. Lumir (che da ragazzina voleva recitare ma poi si è dedicata alla sceneggiatura) è sospinta da recriminazioni di vario genere: tra le molte accuse mosse all’ormai vecchia madre aleggia anche quella di aver “ucciso” almeno moralmente un’altra attrice della sua epoca, Sarah, che per tutto il film sarà un fantasma ricorrente, un rimosso occultato, un sacrificio necessario alla gloria di Fabienne. La Binoche, grande attrice di una generazione in cui il cinema è meno impattante sull’immaginario collettivo, si presta volentieri a far rifulgere il narcisismo ontologico della Deneuve, l’originale cui è impossibile sottrarsi, il modello che muove il sole e le altre stelle e soprattutto tutti quelli che ha intorno cui in fondo (tralasciando apparenti moine) non importa mai nel film se di verità o menzogna si tratti, se sia stato talento o fortuna o qualità superiore o capacità di manipolazione. Quel che meno importa è proprio la verità evocata dal titolo, tanto che la “riconciliazione” tra madre e figlia avverrà nel finale attraverso recite e finzioni ma perfettamente funzionanti. Ethan Hawke è Hank, il marito americano di Lumir, un attore di serie B negli Usa, magari affascinato dal magnetismo potente di Fabienne ma un po’ più scettico (del resto fa serie tv che passano anche su youtube) circa gli effetti taumaturgici o traumatici che questo carisma può causare. In una parte piccolissima quanto significativa, Hank – che capisce il francese ma non parla francese e viene sempre tagliato fuori dalle conversazioni – è lo straniero sulla scena europea delle sacrali dinamiche narrate: se non è il punto di vista di Kore-eda (e non lo è) certamente il suo personaggio gode di una sana distanza rispetto a ciò che vede ma che nessun altro vuole o può permettersi. Discorso a parte merita Charlotte (Clémentine Grenier), la figlia di Lumir e Hank, che a differenza del padre parla un perfetto francese e che immagina la nonna come una strega buona e cattiva a un tempo, capace di sortilegi e incantesimi cui volentieri gli adulti soccombono. Ma è un mondo di “magia” ancora infantile, primaria e ben diversa dalla magia orchestrata degli adulti…

Il personaggio interpretato da Catherine Deneuve è diverso, difficile da collocare: Fabienne è magnetica, irrispettosa, incapace di ammettere i propri errori, talmente grottesca da risultare esilarante, capace di far sorridere anche solo con una posa, con uno sguardo ingannevole, furbesco. Una donna un po’ fata e anche strega, talmente strana da far credere a sua nipote di saper trasformare le persone in animali, come il suo ex marito Pierre, che quando non è in forma umana diventa la tartaruga di famiglia che si chiama, non a caso, Pierre. Un concetto quasi kafkiano, in cui la metamorfosi assume il carattere proprio del romanzo epocale dello scrittore praghese, in cui un personaggio si sente incongruente col suo contesto familiare, talmente discordante da scegliere l’alienazione…

lunedì 17 settembre 2018

Un affare di famiglia - Hirokazu Koreeda

Hirokazu Koreeda continua a fare film con al centro la famiglia, o quello che sembra esserlo, e a volte anche meglio.
nella casa dei ladri tutto funziona, a suo modo, ciascuno riceve le attenzioni di cui ha bisogno.
grandi e bambini vivono insieme, fuori dalla legge, certo, ma felici, alla loro maniera.
quando vengono scoperti sorprende la superficialità e la freddezza della burocrazia, tutto il mondo è paese.
le cose durano poco, bisogna essere felici, per quel poco che può durare.
che cosa impossibile definire una famiglia, quella vecchia sembra morta, la nuova è in culla.
gran film, non perdetevelo - Ismaele




Il titolo originale Manbiki kazoku tradotto letteralmente significa famiglia di taccheggiatori. Un affare di famiglia è un film che sussurra, è fatto di dettagli, attimi, sguardi e sorrisi. C’è un’amoralità di fondo nel comportamento dei 4 adulti, ognuno di loro ha segreti. Di sicuro insegnare a due bambini a rubare, negandogli la scuola “solo i bimbi che non possono studiare a casa vanno a scuola”, scalza in secondo piano tutti gli altri misfatti e occultamenti.
La nitida quanto disinvolta regia si prende tutto il tempo necessario per far riflettere sui rapporti sociali e di famiglia, dinamiche che, analizzate, divengono paradossali (Juri è sì salvata da una situazione di abusi famigliari e benché ora sia amata e felice, pur rubando, è comunque stata rapita!), sul profondo e straziante concetto di padre e di madre (se non partorisci non puoi essere madre?).
Ma Kore’eda critica anche la società lavorativa giapponese; attraverso il lavoro di Nobuyo parla dell’iniziativa della “condivisione”: fondamentalmente, ai lavoratori viene chiesto di alternare turni di mezza giornata in modo che vengano pagati di meno. Il risultato è, secondo le parole di Osamu, “tutti diventano un po ‘più poveri di giorno in giorno”. Kore-eda ha dichiarato in un’intervista che l’ispirazione per questo film giunge da notizie su come i famigliari imbrogliano, abusano e talvolta addirittura si uccidono a vicenda, spingendolo a chiedersi se le famiglie in Giappone (dove il ricorso al furto è raro e particolarmente vergognoso) sono ora legati da crimini piuttosto che dall’amore.
da qui

tutto ciò che il mondo lì fuori condensa come esperienza contingente diventa elaborazione sentimentale all’interno di quello spazio. E la vita scorre. Sino a quando Osamu trova per caso la piccola Yuri, una bambina fuggita dai violenti genitori e rannicchiata in un angolo di strada: il gruppo la accoglie, la cura, la coccola, diventando in pochi giorni una nuova sorellina. Insomma: un po’ per caso, un po’ per scelta, queste persone segnate da un doloroso passato si sono riconosciute assegnandosi dei ruoli e dei compiti al di là di ogni regola civile e di ogni convenzione sociale…

E' una famiglia di "taccheggiatori": così va tradotto il titolo internazionale "Shoplifters", che espunge l'altro termine presente nel titolo giapponese, il quale per esteso dovrebbe suonare "famiglia di taccheggiatori" (edulcorato nel titolo scelto dai distributori italiani). Sono, in effetti, dei ladri. Vivono di espedienti, ai margini o fuori dalla legalità. Dei fuorilegge, dunque. Non solo per il modo in cui si procurano il cibo (a proposito: si mangia spesso e di gusto). Anche dal punto di vista sociale, questa "famiglia" si colloca in condizioni di consapevole clandestinità rispetto al consesso civile. Così come il regista indica chiaramente i limiti morali del microcosmo che descrive (a più riprese ad esempio pone l'accento sull'equivocità di educare dei bambini al furto), non disdegna neppure tocchi di ironia, nel tratteggiare gli stessi limiti morali: come quando si sofferma sul disappunto della "nonna" che, contati dei soldi che le son stati elargiti, manifesta disappunto trattandosi di una cifra per lei troppo bassa…

“I figli devono crescere con le mamme” asserisce l’assistente sociale che sta interrogando Hatsue, fermata per sequestro di minore e forse anche per omicidio – la nonna-che-nonna-non-è è stata sepolta in giardino nel tentativo disperato di mantenere il segreto e non far trapelare la verità. La donna risponde, con un triste sarcasmo “È proprio quello che vogliono credere le mamme”. Qui, come nel paradosso di aver tolto una bambina a due genitori amorosi solo perché finti per restituirla ai legittimi padre e madre che la picchiano e la snobbano, risiede il vero centro del discorso di Kore-eda, e l’acme tragico di un film che racconta una società impossibile da redimere, e incapace di scorgere l’umano al di là del legale. Esistono affetti che maturano al di là di ogni ragionevolezza, o senso, ma il consesso civile non lo tollererà mai. Forse mai, neanche nello sguardo tutto infantile – e costretto alla distruzione – del miracoloso Nobody Knows, Kore-eda si era dimostrato così disperato, tragico, privo di qualsivoglia speranza. Una tragedia che è, per quel che riguarda l’interpretazione del concetto di famiglia, parte integrante dell’intera storia del Giappone, e non è un caso che il pin del bancomat della nonnina sia 1192, in riferimento all’anno in cui Minamoto no Yorimoto ricevette il titolo di shōgun e fondò il primo bakufu. Se c’è felicità è solo nell’instabilità effimera, come i fuochi d’artificio che illuminano una notte su Tokyo, dalle parti del fiume Sumida. Per il resto si può tornare alla vita di tutti i giorni, ma non si avrà il coraggio di salutare come ‘papà’ colui che si ritiene l’unico e vero padre. Oppure ci si fermerà con lo sguardo nel vuoto, come la piccola Rin abbandonata di nuovo a se stessa, agognando forse di essere salvata un’altra volta. Sognando di avere di nuovo una famiglia.

chi siamo noi per giudicare? Per giudicare, intendo, una famiglia che cresce sì come ladri i suoi virgulti però garantendo loro una protezione dagli orrori del mondo là fuori? Si resta avvinti a questo mirabile racconto che, con precisione geometrica e massima sobrietà e pulizia di stile, pone l’eterna ma sempre cruciale questione: chi sono i veri genitori? E quanto contano i legami di sangue? Quanto si può eluderli? Kore-eda aveva già affrontato la questione in Like Father, Like Son lanciato qualche anno fa sempre a Cannes, ricevendo anche un premio dalla giuria presieduta da Steven Spielberg: neonati scambiati nella culla e allevati nelle famiglie sbagliate. Ma davvero sbagliate? Come allora, anche adesso il regista non offre risposte, pone solo domande. E le ultime scene, così pudicamente strazianti e nipponicamente misurate, non fanno che porci altre domande e altre ancora. Un film semplice e terso, che è puro Kore-eda e ne conferma la statura di maestro. Sacrosanta Palma d’oro.

martedì 17 aprile 2018

Father and son - Hirozaki Koreeda

Koreeda riesce sempre a raccontare storie senza eccedere, non risparmia niente e nessuno, ma lo fa senza accusare, senza colpevolizzare, senza condannare, cercando di mostrare tutte le ragioni.
in Father and son sceglie un registro che non è comico, né patetico, e neanche strappalacrime, come altri avrebbero potuto fare.
lui sceglie di essere sincero, e (di)mostra come essere i migliori in qualcosa, nel lavoro, o negli affari, non significa essere migliori in tutto.
essere padre, un buon padre, è difficile e ha bisogno di molto tempo.
le due madri si capiscono bene, gli uomini meno.
un errore di sei anni prima, in un ospedale, nella assegnazione dei bambini alle famiglie, fa risorgere le domande di sempre, quanto conta il sangue e quanto l'ambiente.
il film è bellissimo, non perdetevelo - Ismaele


QUI il film completo, in italiano




Il giapponese Kore-Eda conferma le qualità artistiche di cui ha sempre dato prova con questa esplorazione splendidamente misurata di un dilemma che mira dritto al cuore dell'uomo. Con la leggerezza della grande scrittura, l'abilità di costruire un'architettura perfetta nel bilanciare il peso di azioni e reazioni tra i due nuclei familiari coinvolti (il regista ha affermato di essere partito con questo film per un viaggio dentro se stesso, riconoscendosi nelle questioni personali di Ryota, che nella finzione è appunto un architetto) e con un cast in grado di conferire all'opera un valore aggiunto altissimo, Kore-Eda non si lascia mai tentare dal richiamo del melodramma, che è nelle corde del soggetto ma non nelle sue, e mantiene un registro contenuto ma attento ai particolari e ai piccoli incidenti del vivere, nel quale le belle idee sono silenziosamente numerose e nulla è mai di troppo. In particolare, nonostante il film racconti la maturazione di Ryota rispetto al suo essere padre, che passa forzatamente dal suo essere stato figlio a sua volta di un certo padre, sorprende la verità con la quale il regista coglie le reazioni dei due bambini, bloccati tra la fiducia che ripongono nei genitori, la volontà di ottenere la loro ammirazione e il disagio dell'incomprensione

Curiosamente anticipato da altri due film analogamente imperniati sullo stesso argomento (Il figlio dell'altra e I figli della mezzanotte) Like Father, Like Son se ne distacca sia dal punto di vista dei significati che di quello della messinscena. Koreeda infatti non sente la necessità di contestualizzare la vicenda all'interno di un processo storico e politico ben preciso, come era accaduto nei due film precedenti, né eventualmente di utilizzare la dialettica interna per vagheggiare il ritorno a un'esistenza più a misura d'uomo, attraverso il contrasto tra le due famiglie: quella agiata e benestante di Ryota, integrata nella modernità produttiva del paese ma compressa dalle conseguenze di quei ritmi, contrapposta all'altra, quella dei Saiki, felicemente umile e spudoratamente naif. Certamente è impossibile non vedere negli sviluppi della narrazione, e nel confronto tra il carattere chiuso e rigoroso di Ryota con quello sgangherato ma pieno di slanci del suo "contraltare", una propensione nei confronti di uno stile di vita meno formale e più rispettoso delle regole del cuore…
Like Father, Like Son è anche la bravura di un regista capace di far convivere la vicenda collettiva, quella che coinvolge ogni membro della famiglia, con un'altra, più intima e personale che appartiene a Ryota, chiamato a fare i conti con i traumi di un'infanzia solitaria e sofferta, rivissuta nelle vicissitudini dei due bambini, smarriti in una vicenda che rischia, come successe a lui, di allontanarli per sempre da coloro che amano. Koreeda filma in punta di piedi, riuscendo a mantenersi in bilico tra lirismo emotivo e gusto della rappresentazione. Del suo film stupisce la presenza di uno sguardo intimo sulle vite dei personaggi e allo stesso tempo il pudore con cui il regista le ha restituite sullo schermo. 
Tenero e commovente, Like Father, Like Son è una pellicola di intensa umanità. E' un gesto di pace e di poesia. Averlo premiato in un'edizione così importante del Festival di Cannes è stata la testimonianza di una corrispondenza a cui anche noi ci sentiamo di partecipare.

Father and son riesce nell’impresa umile ma maestosa di non cercare l’eccessiva originalità né lo stile debordante, per avvincere e convincere, ma il semplice andamento mai crudo ma nemmeno idealizzato di un reale fatto di credenze, convinzioni e false illusioni. I personaggi si muovono sullo stesso piano, non su podi ideologici allestiti dall’eventuale invadenza del regista, ma intersecandosi nei ruoli e nelle posizioni, così come avviene nella vita vera. Nonostante la musica possa aiutare a capire di che scena si tratti, se trist o meno, spesso essa si insinua delicatamente, e lascia trapelare un’emozione reale, timida e non tracotante, sempre temperata, in grado di non imbastire drammi ma forse anche un po’ castrata e rinchiusa. Che il film sia il trionfo della “via di mezzo”, fra gli eccessi e i difetti, può essere un punto a favore; oltretutto, in Occidente non funzionano quasi mai le storie che si reggono su un pretesto per avvolgersi nelle pure personalità dei protagonisti o nei sentimenti in evoluzione, questo è ormai solo un piccolo miracolo orientale. Ma questa eccessiva medietà può anche essere un punto a sfavore: che forse non ci sia la voglia, o il coraggio, di osare? È lecito chiedersi, dopotutto, se si potesse fare di più, con più fervore, senza cadere nel sensazionalismo? Si può raccontare una storia pudica, quieta, priva di fronzoli, anche costruendo un proprio personale stile? Anche se la miglior regia è quella che non si vede, dietro un uomo sta respirando, comunque…
da qui

martedì 30 maggio 2017

Ritratto di Famiglia con Tempesta – Hirokazu Koreeda

ancora una storia di Koreeda, nella quale non succede niente, pare, ma succede tutto.
Ryota è un figlio che rapina un po' a casa della madre, un marito fallito, un drogato delle scommesse, e per sua fortuna anche un padre, che non può deludere il figlio.
Ryota è come un sughero nella tempesta, poche certezze, un passato dietro le spalle e un avvenire che non si sa come arriverà.
non è il miglior film di Koreeda, secondo me, ma solo perché molti degli altri suoi film sono davvero straordinari.
e però resta un film da vedere, attori bravissimi e una tempesta che poi arriva, e l'indomani è un altro giorno - Ismaele







...Com’è cambiato nel tempo la maniera in cui scrive i film dalla fantasia di Air Doll al naturalismo degli ultimi film?
Non posso dare una risposta per tutto perché dipende da film a film, quindi parlerò nella fattispecie di Ritratto di Famiglia con Tempesta.
Quando avevo finito le riprese di Still Walking con protagonisti sempre Kiki Kirin e Abe Hiroshi, avevo iniziato a pensare di voler fare un altro film con loro due come protagonisti sempre con il tema della famiglia. Ho così cominciato a tenere un quaderno in cui appuntavo episodi possibili. Ed era il 2009. Per la sceneggiatura vera propria invece sono partito dalla scena in cui viene tolto l’incenso da un altare buddista e con i bastoncini viene preso quello non bruciato, che mi è davvero capitato ed è ciò che accade nei funerali giapponesi in cui dopo la cremazione le ossa del morto vengono prese con dei bastoncini appositi e messe in un’urna. Da qui è partito tutto”.
E’ partito da un suo ricordo ma il film ha a che vedere con la sua vita e i suoi ricordi?
Sì assolutamente, in questo film la percentuale di ricordi e vita vissuta è estremamente alta”.
Gli ambienti del film non sono molto particolari ma ordinari, non sono luoghi memorabili o parti iconiche della città ma posti che potrebbero trovarsi ovunque. E’ frutto di una grande ricerca o del suo contrario, del girare vicino casa?
Come dicevo in Ritratto di Famiglia con Tempesta ci sono molti elementi autobiografici, le case popolare che si vedono sono il luogo in cui sono cresciuto. Però è molto complesso avere permessi per riprenderle e caso ha voluto che sia riuscito ad avere i permessi solo per le case in cui effettivamente sono cresciuto io. Questo dettaglio ha fatto sì che per la prima volta nella mia carriera, l’idea originale e il luogo abbiano combaciato del tutto

La famiglia, il radunarsi dopo la scomparsa di un proprio caro, il rapporto col coniuge e con i figli: il grande cineasta giapponese, prolifico e presente quasi ogni anno a Cannes, continua il suo percorso quasi privato, e comunque senz'altro intimo, all'interno della famiglia o di quel che ne è rimasto.
Bei dialoghi, una certa ironia più accentuata di fondo che anima il comportamento maldestro di un protagonista a cui non si riesce a non volere almeno un po' di bene; ed un personaggio di anziana madre davvero brillante e decisivo, il vero trait-d'union di rapporti familiari altrimenti completamente allo sbando. Forse non il Kore-eda più intenso e felice, ma un altro importante tassello di un percorso intimo che ci continua a piacere molto.

La tempesta non è affatto temuta, ma diviene invece una scusa per riunire la famiglia “disgregata” sotto uno stesso tetto, quello della nonna. E’ un ritratto di famiglia malinconico, che fotografa forse un rimpianto, ma non è per questo privo di speranza. “La tempesta mi piace perché è capace di spazzare via ogni cosa” dice la nonna in una scena del film, anticipando l’accettazione che ognuno dei protagonisti sarà costretto a fare. Una tabula rasa che è anche un nuovo inizio…

Ritratto di famiglia con tempesta sa parlare della vita con le giuste parole, è intriso di profonda saggezza, e mantiene la famigliarità delle sillabe che potremmo ritrovare sulle labbra di una nonna intelligente e con un ottimo senso dell’umorismo (guarda caso, il sale della vita). È un’opera piccola e perfetta e per questo grandiosa. Dolcissima. Che racconta con pacata, ma viva rassegnazione, la vita, la morte, l’amore, i sogni e le mille passioni che muovono l’umanità, sottolineando, al contempo, l’inesauribile incapacità degli uomini di viversi il proprio presente in santa pace, romanticamente, così com’è, sempre presi invece dalla smania di recuperare il passato, o di pianificare il futuro…

…Kore-eda firma también el guión y el montaje de su película y este dominio sobre la estructura formal se convierte en un estallido de libertad creativa y de empatía para con los personajes. Las réplicas son oro puro y el autor es capaz de captar y transmitir toda la entidad de cada sílaba y cada silencio con una endereza y espontaneidad tan apabullante como alegórica del mundo interior de todos ellos. Las comparaciones y los símiles son constantes pero lejos de saturar por acumulación, rezuman inteligencia y conmiseración a raudales. El trabajo con los cuatro personajes protagonistas (y con la mayoría de secundarios) es impecable y la fabulación o reformulación de las ideas tradicionales se ve transgredida por una finísima pero potente destilación irónica de mitos, creencias y constructos sociales…

…la quotidianità e l'universalità dei temi trattati fanno del regista giapponese uno dei più empatici autori, perchè chiunque può riconoscersi nei suoi personaggi come fossero nostre proiezioni; in effetti il saper raccontare temi così vasti e in fondo semplici, ma ricchi di coinvolgimento, è la vera forza delle storie di Kore-eda.
Dalla famiglia in crisi nasce la solitudine, il senso di sconfitta personale e la difficoltà ad affrontare la vita di tutti i giorni ( frequentemente nel film sentiamo racconti di gente scomparsa ); ma nella famiglia stessa, attraverso una analisi della propria personalità , dei propri tratti caratteriali, delle scelte effettuate è possibile tornare a sentire un calore umano perso.
After the Storm , pur nella sua semplicità, ci offre ancora una volta una lettura delle relazioni umane lucida, pacata ma intellegibile e, in un paio di circostanze, addirittura commovente, da parte del regista giapponese che per l'occasione si avvale di nuovo di un bravissimo Abe Hiroshi , di una etera Maki Yoko e di una straordinaria Kiki Kirin, altra presenza consolidata nelle pellicole del regista.

…Maestro en humanidad, Koreeda teje su historia con pasmosa naturalidad, y los personajes, a pesar de sus debilidades, se hacen querer, porque su lado bueno pugna siempre con la inclinación egoísta, y esa lucha, donde hay victorias y derrotas, es la vida misma. Sorprende el equilibro, el dibujo atinado de cada uno y las razones que les mueven. No hay torpeza grosera en mostrar al protagonista apostando, y buscando algún objeto que vender de su difunto padre, para conseguir algún dinero. O a la madre y abuela –inspirada en la madre de Koreeda, que vive con su familia–, apoyando las tretas de su hijo, cuyos defectos conoce mejor que nadie, como tampoco le eran desconocidos los de su esposo.
Un director hollywoodiense, en el peor sentido del adjetivo, habría cargado de efectismo la noche tormentosa, un aguacero tremendo, con padre e hijo en el parque infantil, y la madre saliendo a buscarles bajo la lluvia. Koreeda sabe imprimir emoción a este pasaje, como a todo lo demás, sin artificios ni trucos baratos, sencillamente dando las indicaciones precisas a sus estupendos actores, y dejando que sean ellos y la historia los que conmuevan, como debe ser. "Después de la tormenta, viene la calma", asegura el dicho, y así debiera ser aquí también el caso, la tormenta adquiere entonces un preciso sentido simbólico, de cómo las relaciones familiares pueden y deben atemperarse, pese a las dificultades.


mercoledì 14 settembre 2016

Distance – Hirokazu Koreeda

si inizia (quasi) in allegria, alcuni ragazzi vanno a fare un gita, anzi è una ricorrenza.
rubano la macchina, sono molto lontani da qualsiasi centro urbano, non c'è  campo per i telefonini, sta per fare buio, un altro ragazzo che era lì per il loro stesso motivo li porta in una casa nel bosco, per la notte.
lui sa qualcosa che gli altri non sanno, la sua storia è molto legata a quella delle persone che non ci sono più, e che venivano ricordate dal gruppo di conoscenti e amici.
l'assenza delle persone ricordate è un convitato di pietra.
ci sono molte domande, le risposte, quando provano a esserci, non sono mai esaurienti.
chi (sbagliando) pensa che sia un film noioso, lasci perdere, non sa che sta lasciando perdere un film di Hirokazu Koreeda - Ismaele






Il film prende naturalmente spunto dall'attentato compiuto nel 1995 con il gas dalla setta Aum Shinrikyo nella metropolitana di Tokyo: ma più che le azioni e le motivazioni dei responsabili (che restano enigmatiche e ambigue), Koreeda preferisce indagare le reazioni e i sentimenti di chi è loro sopravvissuto ed era stato da loro abbandonato, persone "normali" che devono fare i conti con quello che è accaduto, e cercare di comprendere perché un fratello, una sorella, una moglie o un marito abbiano scelto di staccarsi dal mondo…

 Il film è un vero percorso verso e dentro la memoria: gli oggetti, ripresi puntualmente fin dalle prime inquadrature (come le scarpe del marito di Kiyoka, nell’ingresso della loro abitazione), diventano metafora del tempo, evocazione dei defunti, frammenti di passato. Nella casa isolata in un bosco che la contiene, e allo stesso tempo che rappresenta visivamente il travaglio interiore degli uomini, e rimanda ad un che di soprannaturale ed altamente spirituale - quasi la rappresentazione di una mitologica terra dei morti -, in quel luogo prende forma una memoria collettiva. I ricordi e le contraddizioni si compongono in una inquietudine profonda, e il loro dibattersi allontana l’effetto risolutivo che avrebbe il raggiungere una qualche verità, anche se non assoluta, che qui non è dato neppure di ipotizzare. Koreeda “tiene a distanza”, sottrae, lascia vuoti riempiti solo dai rumori del bosco, in quel cinema dell’assenza che raggiunge a mio parere in questo film un culmine quasi fisicamente doloroso per lo spettatore…

Hirokazu Koreeda è uno dei pochi registi che riesce a scandagliare l’animo umano senza perdere di organicità filmica, da intendersi come capacità cinematografica di far partecipare a tutto l’avvenimento splendide scenografie e girato altamente tecnico grazie a carrellate e travelling…

Tutto il film si svolge in uno chalet nel bosco, dove i 5 protagonisti si rifugiano nella notte, che era la sede della setta e che sembra trasudare , tra mobili consunti e pavimenti impolverati, lo spirito dei defunti. Il clima è quello di una profonda introspezione intrisa di dolore, interrotta solo da rapidi flashback in cui vediamo come i futuri suicidi decidono di dedicare la loro vita alla causa della setta, momenti di scontro , di abbandoni e di lacerazioni che gettano però luce sulle dinamiche personali e famigliari.
Koreeda racconta il tutto con discrezione, quasi sottovoce, dando sempre più spazio alla vicenda personale, avvalendosi di lunghi piano sequenza e di un uso pressante della camera a mano, immergendo la vicenda in un ambiente naturale, autentica colonna sonora del film a base di scrosci d'acqua e fuoco scoppiettante.
La tematica del rapporto vita-morte, intesa nel senso più ampio possibile, viene trattata dal regista con bravura ed intensità, come è possibile apprezzare anche negli altri lavori di Koreeda, ed è soprattutto la leggerezza  e l'assoluta mancanza di pesantezza  quello che stupisce maggiormente: trattare un tema simile senza far cadere mai il livello di attenzione e di tensione narrativa ed introspettiva è senz'altro il pregio maggiore di questo lavoro e di tutti gli altri del regista…


domenica 7 agosto 2016

Wandafuru raifu (After life) - Hirokazu Koreeda


dopo un po'capisci cosa sta succedendo, che lavoro fanno quegli strani impiegati.
interviste, fino a una domanda chiara, che deve avere una risposta, altrimenti non si chiude la pratica.
parlando di cose leggere, ricordi semplici, si arriva poi a chiedersi (noi spettatori) cosa è la vita, e cosa ne resta.
è un film di Hirokazu Koreeda, e quindi è un film da non perdere, sicuro - Ismaele






...Kore-eda filmed hundreds of interviews with ordinary people in Japan. The faces on the screen are so alive, the characters seem to be recalling events they really lived through, in world of simplicity and wonder.
Although there are a lot of characters in the movie, we have no trouble telling them apart because each is unique and irreplaceable.
The staff members offer a mystery of their own. Who are they, and why were they chosen to work here at the way-station, instead of moving onto the next stage like everybody else? The solution to that question is contained in revelations I will not discuss, because they emerge sonaturally from the film.
One of the most emotional moments in "After Life" is when a young staff member discovers a connection between himself and an elderly newarrival. The new arrival is able to tell him something that changes hisentire perception of his life. This revelation, of a young love long ago, has the kind of deep bittersweet resonance as the ending of "The Dead," the James Joyce short story (and John Huston film) about a man who feels a sudden burst of identification with his wife's first lover, a young man now long dead...

...Outre les émotions, Kore-eda propose une solide réfléxion sur ce que nous sommes, chacun de nous dans nos vies. L'important tient dans les événements dithyrambiques que nous avons vécus et nous nous devons d'en tenir compte. Vivez bien pour mieux mourir en somme.
Le traitement de leurs réminiscences sous forme de métrages est assez ingénieuse. On fait un ersatz filmé en forme de best-of qui comblera , de par sa véracité – encore une fois on retrouve l'attache documentaire - ceux qu'ils l'emporteront comme un cadeau d'adieu.

Plusieurs bonnes idées font de ce film une curiosité enjouée et poétique. On regrettera cette approche froide et neutre, scénaristiquement justifiable, mais qui ne peut convenir à tous. La recherche de ces destins, agglomérés en ce lieu de transition, est sympathique mais le cinéaste japonais, désireux de rendre cela réaliste, se perd dans une mise en forme trop rigide.



...Prigionieri delle nostre categorie mentali, fatichiamo a identificarci, non ci è permesso liquidare come favola, mito, sogno, evasione o incubo quello a cui assistiamo, ma allo stesso tempo non riusciamo neppure a classificarlo come metafora da cui estrarre i connotati di una realtà rassicurante.

Kore-eda è andato molto oltre, è un nuovo genere il suo, finora ineguagliato, è pensiero che si plasma in figura e parla da una dimensione altra, attraverso i mezzi della pura intuizione che è “…scoperta della vera natura delle cose e  fondamenta dell'anima (potremmo dire gli archetipi del sé), in contrapposizione con i metodi estremamente razionali degli psicoanalisti.”(Yong-Kyun Bae  per Milestone Film & Video Release)...
da qui

...Oggetto del film non è rappresentare l'aldilà ma, col curioso pretesto illustrato, indagare sulla vita trascorsa in terra e non in termini generici e quindi riduzionisti (questo è proprio fantastico secondo me) bensì "clinicamente" su ogni singola vita, ognuno un caso a sé. L'uomo che non riesce a decidersi è il caso più interessante tra gli utenti, dal punto di vista drammatico, una vita trascorsa come se programmata, totalmente prevedibile e priva di slanci, in apparente felicità, va in crisi proprio nella scelta del ricordo, è emblematico e si presta a facili considerazioni. Sarà anche protagonista di un finale commovente.

Dove però ho urlato alla genialità è stato quando il Cinema è entrato nel film. Il lavoro di costumisti, attori, operatori e tutti quelli che normalmente lavorano a produrre le scene da riprendere. La costruzione dei set per effettuare le riprese dei ricordi scelti è molto professionale, sceneggiatore e co-regista il titolare del ricordo. Non una novità in senso assoluto, certo, ma esplicitare così, con quella naturalezza, uno dei ruoli che il Cinema svolge, cristallizzatore di storie e Storia, di vite vissute, del sapere dell'uomo, è stato per me coinvolgente. In quel momento è stato come se mi fosse stata rivelata una delle ragioni per cui amo tanto vedere Film, forse la più importante: imparare. Il Cinema crea ricordi, più diretto ed immediato il messaggio non poteva essere.Film imperdibile...
da qui

sabato 25 giugno 2016

Viaggio a Tokyo (Tokyo monogatari) - Yasujirō Ozu

disse il regista Wim Wenders (che gli ha dedicato il film Tokyo-Ga), quando gli chiesero cosa fosse per lui il paradiso: "La cosa più simile al paradiso che abbia mai incontrato è il cinema di Ozu".
difficile dubitarne.
il film di Ozu non è documentario, ma riesce a essere vero come un documentario, contiene la realtà, rappresenta la vita, è la Vita, senza bisogno di finzione, pur essendo finzione, né di effetti speciali.
si resta attaccati allo schermo, condividendo con i due vecchietti la rassegnazione, non è il migliore dei mondi possibili, ma si adattano, e non danno mai le colpe a nessuno.
i figli fingono, sperano che i genitori tornino a casa presto, che palle, solo una nuora, la vedova del loro figlio morto in guerra, li tratta come si deve.
molti anni dopo Tornatore si ispira al film di Ozu, per girare "Stanno tutti bene", con il grande Marcello Mastroianni.
vogliatevi bene, guardate tutti i film di Ozu (un suo degno erede, sempre in Giappone, è Hirokazu Koreeda).

buona visione - Ismaele










…It is clear that "Tokyo Story" was one of the unacknowledged masterpieces of the early-1950s Japanese cinema, and that Ozu has more than a little in common with that other great director, Kenji Mizoguchi ("Ugetsu"). Both of them use their cameras as largely impassive, honest observers. Both seem reluctant to manipulate the real time in which their scenes are acted; Ozu uses very restrained editing, and Mizoguchi often shoots scenes in unbroken takes.
This objectivity creates an interesting effect; because we are not being manipulated by devices of editing and camera movement, we do not at first have any very strong reaction to "Tokyo Story." We miss the visual cues and shorthand used by Western directors to lead us by the nose. With Ozu, it's as if the characters are living their lives unaware that a movie is being shot. And so we get to know them gradually, begin to look for personal characteristics and to understand the implications of little gestures and quiet remarks.
"Tokyo Story" moves quite slowly by our Western standards, and requires more patience at first than some moviegoers may be willing to supply. Its effect is cumulative, however; the pace comes to seem perfectly suited to the material. And there are scenes that will be hard to forget: The mother and father separately thanking the daughter-in-law for her kindness; the father's laborious drunken odyssey through a night of barroom nostalgia; and his reaction when he learns that his wife will probably die.
We speak so casually of film "classics" that it is a little moving to find one that has survived 20 years of neglect, only to win Western critical acclaim nine years after the director's death.

Voyage à Tokyo est la chronique d’une famille dispersée. Ozu articule autour d’une trame narrative centrale très simple, des scènes où ne sont présents qu’un nombre limité des membres de cette famille. Ils ne seront jamais réunis tous ensemble, car lorsque le jeune fils arrive enfin au chevet de sa mère, elle sera déjà morte. Le récit ozuien coule avec sa fluidité habituelle, d’un personnage à un autre, de l’intrigue principale à une intrigue secondaire, à tel point que cette distinction devient caduque. Ce nivellement, cet aplanissement dramaturgique n’engendre pourtant pas de la monotonie, et n’interdit pas certains heurts. La dernière scène du film, remarquable exemple de concision et de lyrisme, se permet, en dépit du contexte plus enclin au recueillement, des effets de rupture qui montrent, une fois encore, que l’on ne peut définir le style d’Ozu comme une esthétique ascétique prônant la réduction des moyens d’expression, mais qu’il est, au contraire, une réserve inépuisable de variations, de résonances, de surprises…
…Le lyrisme d’Ozu est un lyrisme souterrain, sinueux, mystérieux. Dans ses films, l’émotion suit un cours imprévisible. Vous pensez vous ennuyer, votre esprit vagabonde et subitement une image, un visage, ou une expression vous bouleverse. L’émotion est diffuse, elle s’accumule progressivement, et jaillit soudain, mais jamais là où l’auteur l’aurait prévu, pas de tel calcul chez lui. Son cinéma agit comme une force de conversion inconsciente, qui vous envoûte par son style si singulier pour mieux vous émouvoir.

…L'atteggiamento contemplativo del regista si traduce in un uso della macchina da presa che diverrà firma inconfondibile: un'inquadratura quasi sempre fissa - solo un movimento di macchina percepibile in tutto il film, orizzontale, per scovare i due anziani seduti davanti a casa di Noriko - e incorniciata da porte e forme geometriche rettangolari, che precede l'ingresso in campo dei personaggi e si sofferma pe un istante anche quando questi sono usciti di scena. È la rivoluzione della semplicità, che passa dal celeberrimo punto di vista del tatami, con la macchina fissa all'altezza di un uomo seduto sulla stuoia, e che consente di rendere bidimensionali i primi piani, volutamente appiattiti dall'inquadratura. L'effetto è di aumentare al massimo la confidenzialità dei personaggi e insieme il lato enigmatico delle loro espressioni: mirabile in questo senso il lavoro di Ryu Chishu (Shukichi), che risponde per dialoghi monosillabici che spesso sottintendono pensieri in realtà opposti. Nei panni di Noriko la straordinaria Hara Setsuko, che regala un'interpretazione ineguagliabile per trasporto emotivo e per la credibilità che infonde a ogni espressione del viso. Mentre il bianco e nero dello straordinario Atsuta Yuharu asseconda l'illuminazione del sole in maniera esemplare, rischiarando a giorno le inquadrature alle terme di Atami o nella soleggiata Onomichi e sottolineando i neri della notte quando gli anziani genitori si ritirano per riposare. 
Cinema come balsamo, come lezione per un approccio positivo alla vita, come momento di convivio familiare, come punto di riferimento a cui tornare incessantemente, ogniqualvolta si ritenga di aver smarrito la retta via.

Un film lineare, se vogliamo quasi banale, che parla dell'esistenza, della quotidianità, della normalità della vita, appartenente al genere “Shomingeki” (film sulla gente comune) e che, nonostante usi e costumi tipici del Giappone che ci vengono mostrati mentre seguiamo il viaggio di questi due teneri anziani, ci mostra tematiche comunque universali, che riescono a toccare e coinvolgere tutti, e, nonostante siano passati più di sessant'anni dalla sua realizzazione rimane attualissimo…

…una caratteristica prorompente del cinema di Ozu e di "Viaggio a Tokyo" nello specifico è l’emergere di una enunciazione mai moralista. Ozu, attraverso il patriarca, non si esime dai giudizi di valore, negativi, sullo stato delle cose: stigmatizza l’anomia metropolitana, la sua andatura schizofrenica; riporta in luce il dolore della guerra perduta, dei lutti che ha provocato; accusa esplicitamente le nuove generazioni di non essere buoni figli coi loro padri. In tutto questo, tuttavia, non emerge né rimprovero, né vittimismo o colpevolismo ma semplice registrazione di fatti, il fluire delle cose e del tempo, entro cui ritrovare una qualche forma di armonia perduta.
Shūkichi è sì deluso dai figli, dalla loro involuzione sia sociale sia umana, ma non li accusa mai e anzi, si scopre, lui stesso non è stato un padre perfetto, dedito com’era al vizio del bere come ci fa vedere la più divertente sequenza del film nella quale si ritrovano tre vecchi amici che organizzano una rimpatriata a base di sakè e sono riaccompagnati dalla polizia in piena notte a casa della "terribile" Kōichi, la figlia di Shūkichi, che si dispera, frigna verso il genitore completamente privo di senno, lo sbatacchia, gli smanaccia il cappello e in tutto il lungo tempo della sequenza, in questa escalation di rabbia montante, il patriarca si addormenta e inizia a russare dolcemente, positivamente ubriaco. 
Ai giorni nostri una sequenza siffatta sarebbe sintetizzata da vari stacchi di montaggio che avrebbero risolto in trenta secondi e cinque inquadrature il tempo di registrazione che Ozu lascia invece intatto nel long-take e che ancora ci meraviglia per la sua assoluta aderenza alla realtà, alle “cose come effettivamente sono”. Come effettivamente si svolgono…

da qui