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domenica 15 marzo 2026

Weirdos - Bruce McDonald

Alice e Kit sono amici e forse vorrebbero essere più che amici.

vanno a fare un piccolo viaggio, in autostop, per trovare la mamma separata di Kit.

in un bellissimo bianco e nero, con il "fantasma" di Andy Warhol che accompagna Kit, i due giovani arrivano dalla madre di Kit, un'artista non troppo felice, che vive in affitto nella casa di un cambogiano.

nel film sembra non succeda niente, in realtà succede tutto, lentamente, ma profondamente, Alice e Kit si conoscono davvero.

un piccolo gioiellino, da non perdere, se lo trovate, Bruce McDonald è davvero bravo. 

buona visione - Ismaele


 

QUI il film completo, con sottotitoli in inglese

 

 


Comme tout bon film d’époque, le récit de Weirdos est intemporel : un modeste et charmant road-movie sur le passage à l’âge adulte qui ne prend toutefois pas son sujet à la légère. En seulement 85 minutes, McDonald arrive à esquisser le portrait complet de deux adolescents (relation, familles, troubles, inquiétudes...) et nous permet d'identifier rapidement la quête implicite de Kit et Alice, deux paquets d’incertitudes à la recherche de réponses à des questions qu’ils ignorent.

Tout au long de l’aventure, le scénario sème des graines narratives qui germent au cours d’un acte final étonnamment dramatique. Sur les routes de la Nouvelle-Écosse, leur escapade insouciante est entrecoupée par diverses réalités auxquelles ils doivent faire face, rattrapés par ce qu'ils cherchent à fuir. Le ton léger du film dissimule une anxiété latente que l’on perçoit ici et là, mais qui devient trop évidente pour être ignorée lorsque toutes les tensions irrésolues se rencontrent. Sans être trop lourde, la finale nous confronte à l’évidence que l’adolescence est loin de n’être que soirées arrosées, sexe, irresponsabilité et insouciance – même si le film contient un peu de tout cela.,,

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Outre sa mise en scène rafraîchissante de simplicité, McDonald avoue une tendresse infinie pour ses personnages, se révélant ainsi sous un jour qu’on ne lui connaissait guère. Certes, il ne réinvente rien à un récit déjà maintes fois exploré, mais se prête au jeu tout en douceur, en gardant les dénouements les plus sombres au second plan et en laissant éclore le charme de jeunes comédiens de la relève, dont Julia Sarah Stone (remarquée dans The Year Dolly Parton Was My Mom de Tara Johns en 2011). Il en résulte une œuvre sensible, opposant comme il se doit l’univers de l’enfance à celui des adultes – à peu près tous des « weirdos » assumés – tout en maniant le choc des générations avec décalage et naturel. Grâce à un noir et blanc granuleux qui sied parfaitement à l’époque dans laquelle se situe l’action, la directrice photo Becky Parsons parvient à dépeindre de très belle manière les paysages côtiers de la Nouvelle-Écosse, lieux improbables aux frontières de notre monde, et à les transfigurer en autant de lieux de rencontres à mi-chemin entre la norme et la marge, propices à de profondes révélations intimes.

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Sceneggiato dal drammaturgo, attore e regista Daniel MacIvor (1962), che per Bruce McDonald aveva già scritto “Trigger”, fotografato (B&N, 2.35:1) da Becky Parsons, al suo esordio nel lungometraggio, montato da Duff Smith (“Algonquin”, “the Husband”, “River”, “Sweet Virginia”, “DreamLand”, “StanleyVille”), qui alla sua prova più matura dopo i praticantati sui set di “PontyPool”, “Year of the Carnivore” e “Defendor”, e musicato da Asif Illyas in sintonia con la playlist di cui sopra (e, fra gli “strambi onorari”, Atom Egoyan e Don McKellar), questo “Weirdos” illumina uno squarcio di realtà, devastando lo spettatore con una pacificazione furibonda

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giovedì 12 marzo 2026

Scanners - David Cronenberg

un film epico, la lotta fra Male e Bene, fra individui (scanners) che hanno la possibilità di entrare nella mente degli altri, e il combattimento non coinvolge le mani, solo i cervelli.

una corporation che usa gli scanners per fare degli esperimenti, per usare gli scanners per certi obiettivi, che coincidono con il profitto di alcuni.

il film non fa annoiare un attimo, la lotta è appassionante, gli effetti speciali, che oggi sembrano semplici, sono coinvolgenti e molto efficaci.

un film da non perdere, senza se e senza ma.

buona (scanner) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

  

 

Arriva dopo appena dieci minuti dall’inizio del film. È la celebre sequenza della testa che esplode. Dal 1981 in poi avrebbe riempito i nostri occhi e colonizzato le nostre coscienze audiovisive in una maniera, va da sé, molto cronenberghiana. Questione di fascinazioni tra corpo e mente, che si rincorrono da decenni nella filmografia del regista canadese. Questione anche di bieca cultura pop, visto l’uso espanso della sequenza in questione, sotto forma di gif,  nel web 1.0 degli anni ’90/2000, quando ancora non esistevano meme e social e i forum di discussione erano la forma primigenia di piazza virtuale…. Eppure stiamo parlando di nient’altro che frattaglie animali inserite nella testa di un manichino e fatte deflagrare con un colpo di fucile dal laborioso Dick Smith, supervisore effetti speciali della vecchia scuola, quando le cose si facevano ancora con le sostanze, i materiali posticci e i coloranti rossi…

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…esistono tantissimi horror e thriller psicologici. Scanners è fra i pochi, altissimi e angosciosi, che mettono davvero i brividi. E possiede un finale ambiguo oltre ogni dire.

Inoltre, può vantare due scene oramai leggendarie e indimenticabili, quella mostruosa, sbalorditivamente agghiacciante, di una brutalità estrema e insostenibile, dell’esplosione del cranio di un uomo durante un pericoloso esperimento extra-sensoriale, e quella finale del sanguinolento, metamorfico duello tra i due fratelli, Cameron e Darryl, è il caso di dirlo, da far scoppiare la testa e le budella, non solo loro.

Bravo Stephen Lack ma ci par giusto evidenziare la stratosferica fotogenia agghiacciante di un Michael Ironside al massimo del suo filmografico status da villain magnificamente magnetico.

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…si può riflettere sul modo in cui Cronenberg immagina che gli scanner esercitino il loro potere, e si può pensare apparentemente che lo facciano attraverso la vista. Invece la scena del pre-finale in cui un feto-scanner, ancora dentro la pancia della madre, attacca la scanner Kim ci dice chiaramente che non è così, che non si scannerizza attraverso la vista, ma proprio attraverso la mente. Nonostante lavori con le immagini, Cronenberg dunque ci dice che vista e cervello non coincidono, o forse non ancora (la corrispondenza tra l’uno e l’altra avverrà in Videodrome, per il tramite del segnale televisivo). Dunque, nel ritratto d’artista che Cronenberg ci regala in Scanners si può anche trovare un suggerimento sul modo in cui il cineasta canadese vede se stesso e il suo operare in campo cinematografico. Nel suo cinema infatti non prevale mai lo sguardo, quanto il lavorio di masse corporee, che possono essere anche senza occhi, ma che – ancora prima di poter vedere – sono sicuramente già in grado di sentire, di percepire e anche di penetrare, di odiare e di amare. Il processo di malformazione, di deformazione, di trasformazione prostetica; è questo il segreto del cinema di Cronenberg. E dunque l’artista di Scanners non poteva che essere uno scultore, un creatore di forme. Ed è curioso che un cineasta così tanto profetico abbia legato in modo indissolubile la sua filmografia, almeno fino ad un certo punto, agli effetti della prostetica, ormai purtroppo superati dagli effetti speciali digitali. È curioso, ma non insensato. Anzi, forse, come la carne e la mente, come il dolore e il piacere, come l’attrazione e la repulsione, si certifica in Scanners – e in tutto il Cronenberg della prima parte della carriera – il coincidere di passatismo e di futuribile, trovando dunque ribadito ancora una volta il superamento del classico principio di non contraddizione aristotelico. Scanners è dunque un film vintage per i suoi mirabolanti effetti prostetici e per quel suo dare rilevanza assoluta alla materialità di corpi/mente, ma è allo stesso tempo un film già digitalizzato per quella sua particolare declinazione delle virtù telepatiche degli scanner. Ed è forse allo stesso tempo il tripudio e la catastrofe del corpo, che esplode, si sfalda, viene sopraffatto dall’autocombustione. È l’esplosione e l’implosione dell’uomo così come l’avevamo conosciuto, al cospetto di una nuova era. È, infine, per dirla alla Ghezzi, il catastrionfo dell’umano.

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Credo che accanto ai mostriciattoli di The Breed gli Scanners siano le creature piu'inquietanti partorite dalla fervida mente di Cronenberg.Nonostante sia solo un film di genere il discorso che viene portato avanti è l'eterna lotta tra Male e Bene(epico lo scontro finale tra i due fratelli con un finale assolutamente non ovvio)e la sede di tutto è sempre il cervello.Cronenberg sembra ossessionato dall'anatomia e dalle sue deviazioni e lo spettatore diviene vittima lui stesso delle ossessioni del regista canadese.Qui la trama è abbastanza involuta ma si adombrano sospetti terribili sull'uso di farmaci(L'ephemerol genera scanners)da parte di poteri economici forti.No global ante litteram?Memorabile la scena in cui il capelluto Ironside fa scoppiare la testa al sedicente medium.

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David Cronenberg, ancora una volta nei panni di regista e sceneggiatore, con questa pellicola compie forse il suo passo più grande nel genere horror. Che il regista canadese intendesse affondare nel tema delle mutazioni il forte legame tra mente e corpo, relazione di matrice freudiana, si era già notato nel precedente Brood (1979) pellicola che incominciava con un dialogo psicanalitico che presto si mostrava come cicatrici sul corpo di Michael. Con Scanners, l’orrore cronenberghiano diventa sofisticato ed intellettuale, dove sono le menti a confrontarsi ed i corpi a mostrarne i segni di una malleabile trasparenza (dice Cameron al dottor Ruth “Mi sento trasparente”). Una scena molto suggestiva difatti è proprio quella della morte dello scultore Benjamin Pierce, la cui mortalità non è nel corpo ma nella voce che si dissolve nella morte (o come quando Kim, dopo che i compagni sono uccisi mentre erano in contatto telepatico, dice “Adesso so cosa vuol dire morire….”). Per quanto riguarda i personaggi, il regista porta sullo schermo due lati della stessa medaglia, Cameron e Revok, lasciando però che alla fine i doppi si sovrappongano. La scena del confronto finale, il passaggio di una mente in un altro corpo. Il cervello è solo la rarefazione del corpo, la sua concentrazione nel posto del comando, la sua localizzazione nel punto più complesso (Enrico Ghezzi – Paura e desiderio). Si fa strada intanto un nuovo percorso dell’autore, il rapporto con le macchine: il sistema nervoso di Cameron come quello di un computer è il passo che porterà all’insieme di corpi e metalli, l’unione di carne e ferro. Lo stesso titolo, la stessa definizione degli scanners, il cui termine si riferisce ad un dispositivo d’esplorazione, un termine tecnico utilizzato nella manutenzione televisiva, segna il passaggio dai corpi arrabbiati, dalle covate malefiche. Il fatalismo apocalittico del regista è nella lunga lista di pazienti sottoposti ad Ephemerol e che con molta probabilità, lo spettatore intuisce, non potrà essere controllata interamente da Kim e Cameron. Il merito degli effetti speciali, e soprattutto della testa che esplode mostrando il corpo come un rivestimento del pensiero, è di Dick Smith. Il film ebbe due seguiti, Scanners 2 – Il nuovo ordine (1991) di Christian Duguay e Scanners 3 - The takeover, inedito in Italia, ed ispirò un’intera serie televisiva.

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Cronenberg dimostra di qui di possedere un inimitabile talento visionario; sa infondere un'atmosfera inquietante a tutta la pellicola, sa abilmente sfruttare la colonna sonora per infondere una maggiore angoscia allo spettatore, sa mantenere il ritmo avvincente senza mai scivolare nella noia, sa colpire allo stomaco ed inventare imprevedibili colpi di scena e non fa un uso eccessivo di splatter fine a sé stesso ma rende l'orrore bello, affascinante e poetico. Scanners è un horror fantascientifico davvero inquietante, che colpisce nervi, cuore e cervello.

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lunedì 7 aprile 2025

The Shrouds - David Cronenberg

la storia sembra semplice, un ricco vedovo, possiede, tra l'altro, un cimitero nel quale si applica una nuova tecnologia, degli avveniristici sudari (gli shrouds del titolo) che avvolgono i morti e consentono di monitorare il disfacimento dei cadaveri.

una profanazione delle tombe complica i piani e le aspettative del vedovo Karsh (interpretato da Vincent Cassel), che ancora è molto  legato alla moglie (un avatar di lei perseguita Karsh).

complotti e interventi ungheresi, islandesi, russi e cinesi rendono il film un po' dispersivo, ma Cronenberg è sempre un bel e inquietante vedere.

il film è solo in una trentina di sale.

buona (fortunosa) visione - Ismaele



 

 

 

 

The Shrouds sembra essere una summa del linguaggio plastico, della lungimiranza tecnologica, della poetica sulla trasformazione e sdoppiamento dei corpi che l’82enne regista canadese ricalibra continuamente ed ossessivamente da oltre cinquant’anni. Spassoso il cameo di Viggo Mortensen. Sublimi le parole del regista quando gli si fa notare di questo funereo espediente di un aldilà avveniristico e desacralizzato: “È molto interessante, perché spesso guardo i film per vedere persone morte. Voglio rivederle, voglio ascoltarle di nuovo. E quindi, in un certo senso, il cinema è una sorta di macchina avvolta dal sudario, una macchina post-morte. In un certo senso, il cinema è un cimitero”. Insomma quel Karsh siamo noi e non ci sono storie.

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Il lutto secondo Cronenberg è soprattutto assenza della carne e del contatto fisico, con l'elemento erotico come al solito messo in scena dal regista in modo simile a un rito catartico in cui gli individui si riconoscono al contempo al livello più basso come "sacche di carne" e a quello più alto di comunione cellulare e biologica.

Guy Pearce è come al solito perfetto nel ruolo consolidato del paranoide cospirazionista e offre la controparte caotica di Karsh: per l'uomo il lutto non è dato dalla morte o dalla fine di tutto, ma dal divorzio e dall'impossibilità di avere un corpo (quello di Terry) che vive il suo stesso mondo; per questo motivo Maury crea un suo mondo alternativo, non solo quello informatico che "abita" per lavoro ma anche quello paranoide di una cospirazione talmente intricata da far impallidire certi passaggi de Il pasto nudo.

Respingente e affascinante, avviluppato dalle partiture oniriche del fidato Howard Shore, The Shrouds conferma la volontà di Cronenberg di continuare a esplorare le infinite possibilità del reale, creando una fantascienza dell'anima che serve da specchio alla crisi dell'uomo moderno

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The Shrouds è un horror riflessivo e concettuale attraverso cui l'autore rielabora le sue principali fissazioni su mutazioni corporali, artificiali o naturali che siano, che sono da tempo assurte a presupposti più evidenti e puri, per quanto spesso ostici e sgradevoli, di un cinema di genere che ha saputo elevarsi dal mero sfruttamento commerciale a cui è destinata la quasi totalità della produzione concorrente.

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"In inglese, la parola ‘shroud’ designa il velo funerario, ma ha anche altri significati” - ha dichiarato David Cronenberg - “Può significare ‘coprire’ e ‘nascondere’.

La maggior parte dei rituali funebri riguarda proprio l’evitare la realtà della morte e ciò che accade a un corpo. Direi che, nel nostro film, questa è un'inversione della normale funzione di un sudario. Qui serve a rivelare, piuttosto che a celare.

Ho scritto questo film mentre affrontavo il dolore per la perdita di mia moglie, scomparsa sette anni fa. Per me è stata un’esplorazione, perché non si trattava solo di un esercizio tecnico, ma anche di un esercizio emotivo. In un certo senso, i sudari che il mio protagonista ha inventato sono dispositivi cinematografici. Creano un proprio cinema: un cinema post-morte, un cinema della decadenza. Prima di scrivere la sceneggiatura, ero consapevole che i sudari avessero un aspetto cinematografico, creando una sorta di strano ‘cinema della tomba’, un ‘cinema del cimitero’. In ‘The Shrouds’, si suggerisce che Karsh comprenda che nella sua creazione è coinvolta una tecnologia cinematografica, qualcosa di ricco e complesso."..

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…In questa storia Cronenberg si sofferma ancora una volta sull’importanza del corpo per raccontarci le fragilità della mente. Il desiderio di Karsh di rimanere accanto alla moglie e di poterla proteggere dalle tenebre della terra, l’immobilità della morte è apparente, perché il corpo continua comunque a trasformarsi. Via via che il tempo passa, il corpo si decompone mostrando sempre di più i segreti che vengono così allo scoperto. La profanazione delle tombe mette in luce quelle che sono le fragilità di una tecnologia che si mostra sempre meno sicura, ma che piuttosto si presta a complotti politico ambientali pericolosi.

Nel vedere il corpo decomposto della moglie, Karsh ne scopre anche le sue debolezze e riesce a prenderne il distacco per poter andare avanti con la sua vita. Il dolore iniziale per la sua perdita, il voler ostinarsi a rimanerle accanto, tanto da inventare un nuovo processo di tumulazione tecnologica, lo induce a rilassarsi sul suo stato di vedovo inconsolabile, a non cercare un contatto con l’altro sesso. Rebecca la prima moglie (un nome che non è sicuramente citato a caso) è diventata un simbolo da dover sgretolare per poter tornare a vivere, altrimenti il rischio è quello di vivere una vita falsata dai ricordi idealizzati o, peggio ancora, sognati…

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A leggere la maggioranza dei volenterosi recensori "free lance", e le pagine cartacee di questa rivista(in numero addirittura semi-monografico per il Maestro canadese), pare che "The Shrouds" debba solo ottenere consensi universali, ed essere elogiato immancabilmente come "Uno dei migliori film del 2025" da critici cinematografici delle rivista e dei siti, quelli sempre sul vento che tira, e che praticamente ti farebbero disgustare da ogni film e da tutto il cinema, anche quello-ancora poco- che realmente ti lascia qualcosa dentro. L'entusiasmo che circonda certi ex grandi registi ora bolliti come Cronenberg, prima Lynch, forse da ora in poi Nolan ecc., è solamente folle. 

"The Shrouds" è stato dichiarato da praticamente tutti di questi rivista, quelli pagati, "un autentico capolavoro", prima ancora di raggiungere il pubblico. È pericoloso quando un film raggiunge questo livello di grandezza, quando diventa troppo sacro per essere criticato…

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Impossibile non trovare qualcosa di interessante in The Shrouds. Il regista stesso e la sua filosofia, mutata e rinnovata nel corso degli anni, hanno ancora la capacità di farci riflettere attraverso qualcosa di respingente.

Se una volta i cambiamenti del corpo servivano a parlarci di una nuova vita, con questo film Cronenberg ci mostra come il cambiamento continua anche dopo la morte. Questo vale per chi non può vedere il proprio corpo sgretolarsi, ma anche per chi può ancora vedere e sceglie di farlo, per chi sceglie di assistere a quel cambiamento.

Un cronenberghiano Vincent Cassel impersona Karsh, un ricco vedovo che tenta di superare la morte della moglie defunta restandole morbosamente attaccato, sia fisicamente che emotivamente, cercandola e ritrovandola nelle donne che frequenta. The Shrouds si muove tra il concreto e l'onirico, mostrandoci la realtà attraverso gli occhi del protagonista.

È impossibile non trovare qualcosa di interessante nel film, il presupposto tiene in piedi tutto, purtroppo non per l'intera durata.
La sensazione è quella di assistere ad un trattato, ad un saggio visivo con un relatore accattivante ma egli stesso confuso. Prima viene introdotto l'argomento, poi veniamo trascinati dentro un complotto tra spie russe e intelligence cinesi, tra milionari ungheresi e santoni islandesi, che tutto fa tranne che approfondire il tema centrale...

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Ungheresi, islandesi, russi, cinesi, hacker, parenti acquisiti, donne che vissero due volte, avatar manipolatori, cieche d’oriente, tutti paiono avere qualche possibile motivazione o responsabilità. L’incedere però è purtroppo inerte e si finiscono per perdere le coordinate del racconto che scorre senza nerbo finendo irrisolto, senza che sia ben chiaro chi ha fatto cosa e perché e se ciò che si vede sia sogno, realtà o entrambe le cose. Senza però nemmeno che ciò interessi più di tanto. Chissà, forse l’idea di Cronenberg era proprio questa, accumulare ipotesi, sparigliare continuamente le carte, spiazzare senza un senso unico interpretativo, facendosi tramite del caos comunicativo contemporaneo. Il problema è che, qualunque sia la tesi, l’impasto non funziona e il film finisce per perdere per strada lo spettatore, a tratti ammaliato, ma complessivamente più annoiato che incuriosito.

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giovedì 21 marzo 2024

La natura dell'amore - Monia Chokri

non solo per la neve e il freddo si capisce che non si tratta di un film francese.

è un film d'amore, di donne che vogliono educare gli uomini, educare il buon selvaggio.

simpatico, ma non molto di più.

buona visione - Ismaele



 

…Chokri ha scritto una maliziosa, spregiudicata, divertente e autoironica storia d'amore che si rovescia in tragicomico e beffardo conflitto di classe per l'incapacità di entrambi i personaggi di risolvere o convertire le proprie differenze (peraltro probabilmente all'origine della loro stessa attrazione). Il divertimento, i dialoghi-battute e le gag brillanti via via però lasciano intravedere un sottofondo amaro che non prevarica ma è tenuto dall'autrice in un equilibrio impeccabile fra derisione e tenerezza per le debolezze e l'incapacità dei suoi personaggi di vivere ed essere felici.

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Idealizza del tutto Sylvain e la loro relazione e si vede come una sorta di missionaria alle prese con il tentativo di educare culturalmente il suo amante. Anche quest’ultimo tuttavia risulta ben lontano dallo stereotipico personaggio “umile fuori ma ricco dentro” che si scontra con il mondo borghese. Magari sincero nei sentimenti, alla lunga viene fuori il suo lato più oscuro, tra scatti di violenza e opinioni vicine al populismo MAGA. Non ne esce positivamente però neanche il gruppo di amici accademici di Sophia, che mostrano un forte pregiudizio nei confronti di Sylvain, divertendosi a metterlo in difficoltà quando ce n’è l’occasione. La natura dell’amore diventa allora un racconto di classi sociali diverse che si scontrano, in una sorta di gara al ribasso in cui nessuno ne esce vincitore.

Il film però mostra spesso gli stessi limiti della sua protagonista, risultando troppo verboso, con un numero di parole spropositato ad accompagnare le immagini, non lasciando spazio al pubblico per entrare davvero nel film. Non si ride nelle scene più comiche e non ci si commuove nelle più drammatiche proprio perché c’è la necessità di seguire i dialoghi laddove un momento di silenzio avrebbe giovato a far empatizzare lo spettatore. Tutto ciò rende La natura dell’amore un film molto interessante che però non riesce del tutto a dialogare, nonostante le tantissime parole, con chi lo guarda.

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domenica 22 ottobre 2023

Wake in Fright – Ted Kotcheff

un film che non lascia scampo, il povero maestro di città non risce a fuggire dall'outback australiano.e come ne "La leggenda del santo bevitore" una potente e implacabile calamita gli nega la salvezza.

i due protagonisti Gary Bond e Donald Pleasence sono eccezionali.

il film è un gioiellino da (ri)scoprire, promesso.

buona (prigioniera) visione - Ismaele


 

 

 

Ozploitation è una parola magica. Il cinema di genere australiano ha sempre mantenuto delle caratteristiche ben precise, il più delle volte legate ai netti contrasti del territorio: da un lato le città e le sviluppate zone costiere del sud, dall’altro l’outback ovvero le aree semidesertiche dell’interno, queste ultime viste come controparte negativa, pericolosa e retrograda. Proprio “Outback” è il titolo alternativo con il quale fu rilasciato “Wake In Fright”, pietra miliare del cinema aussie e documento imprescindibile per afferrare a pieno i concetti di cui sopra (civilizzazione vs abbrutimento), una pellicola per anni scomparsa dalla circolazione e solo nel 2009 restaurata per poi essere distribuita sia in dvd che in blu-ray.
John Grant è un maestro che lavora nella remota località di Tiboonda. Durante un viaggio verso Sydney (qui vive la sua ragazza), è costretto a fermarsi in una piccola cittadina denominata dagli abitanti Yabba, dove viene (suo malgrado) inoltrato nelle usanze tipiche degli uomini di quel luogo: gioco d’azzardo, alcool a fiumi e caccia al canguro, una vita primordiale nella quale non c’è posto per le donne, ma solo per una sporca routine fatta di autodistruzione. Il protagonista è costretto ad adeguarsi alla comunità trasformandosi in una bestia tra le bestie, in un paese nel quale l’acqua serve solo per lavarsi e dove non ci si scandalizza per uno stupro, ma solo per il rifiuto di un boccale di birra (“Have a drink, mate? Have a fight, mate? Have a taste of dust and sweat, mate? There’s nothing else out here”).
Il film fu vietato ai minori di diciotto anni per una scena controversa, quella della caccia al canguro: immagini vere, catturate durante la notte e pescate da un filmato realizzato da bracconieri professionisti. Ted Kotcheff (vegetariano dichiarato) ha sempre difeso questa sequenza di hunting footage dagli attacchi della censura, considerandola un atto di denuncia per la salvaguardia di questi marsupiali nel continente. Ma nel 2009, quando il film fu proiettato a Cannes, durante la scena incriminata dodici persone abbandonarono la sala.
Il realismo che si respira in “Wake In Fright” è impressionante, la fotografia è intrisa di una luce accecante, un giallo sudicio che avvolge lo spettatore in un lurido abbraccio di polvere e sudore. Però a funzionare è soprattutto il comparto attoriale, con Gary Bond e Donald Pleasence veri mattatori di un’opera divenuta di culto non solo in terra australiana (tra i suoi estimatori, ricordiamo Martin Scorsese e Nick Cave). Un film crudele (basato su un libro di Kenneth Cook del 1961), in un luogo dove le regole del quieto vivere borghese sono completamente ribaltate, un punto di partenza cruciale per il cinema ozploitation e per tutte quelle pellicole che seguiranno questi passi nella sabbia, in un mondo violento e senza umanità.
Ted Kotcheff, undici anni prima di dirigere “Rambo”, è entrato nella storia dalla porta principale, ma alcuni non lo sanno. Un ingresso trionfale che ha lasciato dei solchi profondi nel lungo cammino del cinema di genere australiano.

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Fatta la necessaria tara a certe convenzioni estetiche e di linguaggio da film con quarant'anni sulle spalle, Wake in Fright è un pugno nello stomaco ancora oggi, per il modo in cui alza continuamente la posta e per singole scene fortissime, tra le quali spicca quella già citata in cui viene mostrata una brutale caccia al canguro, ripresa seguendo dei veri cacciatori scatenati nella notte. C'è anche, va detto, una vena satirica che scorre lungo tutto il film e strappa più di una risata, ma che non riesce mai a levare di dosso una profonda sensazione di disagio. Non c'è da stupirsi se il popolo ritratto dal film si è preso male, ma la verità è che, purtroppo, nulla di quel che viene mostrato, al di là di alcuni atteggiamenti esasperati per amor d'effetto inquietante, m'è parso poi così improbabile. Diretto e interpretato benissimo, incredibilmente evocativo nell'utilizzo che fa dei suoi paesaggi, Wake in Fright mi ha un po' ricordato The Wicker Man, per il modo in cui racconta il viaggio all'inferno di un uomo assorbito dalle assurdità della profonda provincia. La differenza sta nel fatto che nel film di Ted Kotcheff non ci sono strane cospirazioni e culti pagani, c'è solo la brutale normalità dell'essere umano abbandonato a se stesso. E forse per questo fa molta più paura.

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lunedì 29 agosto 2022

Crimes of the Future - David Cronenberg

il film è girato in Grecia, Cronenberg, un grande del cinema, ha trovato solo lì un po' di soldi per poter girare Crimes of the Future.

gli edifici e gli ambienti sono sgarrupati, quelli di un mondo che sta finendo ma non si vede il nuovo.

Caprice e Saul esplorano, in un mondo nel quale il dolore è sparito, le potenzialità del corpo, con tagli e nuovi organi che vengono creati all'interno dei corpi degli esploratori.

Saul è vestito come un frate, si muove spesso di notte, al buio, e c'è anche una storia di indagini e informatori, su come un gruppo segreto di uomini riesce a integrare nei propri corpi la plastica, un nutrimento che sembra impossibile (eppure tutti noi abbiamo all'interno microplastiche), un crimine che potrebbe cambiare il dna umano.

in quel mondo si svolgono delle performances, pubbliche, ma anche private, nelle quali artisti "lavorano" sul proprio corpo.

esiste anche un ufficio per la registrazione di nuovi organi, in uffici scrostati, e senza computer, solo faldoni cartacei, con due impiegati curiosi oltre i doveri d'ufficio.

preparatevi a vedere un film che non vi aspettate, e non abbiate pre-giudizi, entrate in sala e vedrete un gran bel film, siate curiosi anche voi.

buona (speciale) visione - Ismaele


 

  

Una profonda riflessione universale, umana e scientifica, che coniuga la bellezza esteriore della performance art e la ricerca introspettiva dell’apparato cinematografico fino a trascendere in un pubblico atto politico eversivo, in un’(auto)autopsia collettiva che scopre escrescenze tumorali esplodendo in un’esperienza orgiastica tanto catartica quanto sacra.
Viggo Mortensen/Saul Tenser s’aggira sofferente per vicoli bui e luoghi fatiscenti, incappucciato come un frate (s)perduto che ancora s’interroga sul/i sé con l’aria ascetica di chi ha una missione ma non sa bene a chi o cosa rispondere.
È un’entità infiltrata in una realtà che progressivamente disvela la sua natura complessa e in divenire, un agente patogeno che produce nuovi organi come sintomo e causa di una ribellione che non (si) comprende, è l’espressione esposta di un’equazione, insana e seminale, che vede nella sua partner, Léa Seydoux/Caprice, il complemento (im)perfetto.
Uno è la star, tormentata e magnetica; l’altra è l’artefice, la mano armata (di un game pod chirurgico), colei che incide pelli, carni, tessuti, asportando nuova carne e creando nuove forme di bellezza interiore

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Iniziando si metta la potenza della (pre)-visione di Cronenberg. Si aggiunga la sensibilità di leggere l’umanità largamente in anticipo (la storia risale al 1998).
Si usi un attore collaudato, algido, asettico: Viggo Mortensen, suo feticcio. 
Venga tutto infarcito con una musica penetrante, ma analgesica.
Così gli ingredienti per il rapimento ci sono già tutti. 
A quel punto basta una poltronissima prescelta del cinema, molti pop corns e lo stare assorti in un perfetto silenzio. Così facendo si va a colpo sicuro per quasi due ore di perfezione e atterrimento visivo. 
Come questa, dopo otto anni di assenza dagli schermi, ogni uscita di Cronenberg, dovrebbe diventare un rito. Modifica il DNA. Altro che vaccini transgenici. 
Non solo per quello che si va a vedere, partorito da una mente olistica e insalubre, ma anche per gli effetti postumi che produce il suo cinema. Infetta. 
E’ come se Cronenberg piantasse un seme che poi continua a germogliare per giorni ed ore. Si ripensa a quelle visioni estreme, scoprendone pezzi ulteriori, di minuto in minuto. E forse è proprio questa la definizione massima di opera d’arte: uno svelamento continuo e perenne. Anche incontrollato o inconsapevole…

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Crimes of the Future è un film spiazzante e morbosamente accattivante, che spesso fa di tutto per respingerti e tuttavia non si sfugge alla sua cattura. Porta tutti segni essenziali dello stile inconfondibile che l'autore canadese ha sviluppato ed affinato durante decenni, continuando la ormai lunga galleria degli incubi di Cronenberg (sarà casuale il ronzio di mosche che si ode in molte scene?). Il regista ha preventivamente messo in guardia il pubblico dalle immagini forti che non ha avuto paura di utilizzare, prevedendo che alcuni lasceranno la sala entro i primi cinque minuti (ma al Theatre de la Licorne di Cannes dove l'ho visto l'abbandono iniziale è un fenomeno che inspiegabilmente avviene pochi minuti dopo l'inizio di ogni film proiettato e in questo Crimes of The Future non si è distinto dagli altri in maniera particolare). Va piuttosto sottolineato come sia finora l'unico film visto a Cannes che mostri l'ardire di creare un suo mondo da scoprire e di portarci in viaggio tanto inquietante quanto affascinante, filosofico e a tratti repellente, verso un possibile futuro distopico.

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Film scabro e di poche azioni, dialogato, concettuale, per molti aspetti respingente, Crimes of the Future incredibilmente sottolinea se non l’ottimismo di sicuro il vitalismo ammirato del regista per questa mutazione che è l’umanità. Forse l’uomo che chiede a Saul di eseguire l’autopsia su suo figlio è un pazzo, un delirante, un terrorista da fermare. Eppure l’idea che ha avuto, potenzialmente letale, potrebbe essere una rivoluzione: ma poi, quando mai una rivoluzione non è potenzialmente mortale? (“Forse la prossima volta” sussurra la coppia di Crash dopo la collisione finale) Sembrerà strano che Cronenberg decida di aggiungere un tassello così importante in cui il corpo è al centro del discorso in un periodo storico in cui il corpo è quasi assente, evaporato in una tecnologia fatta di schermi e interazioni virtuali che lo estromettono: ma a ben vedere in Crimes of the Future e nei suoi corpi in cui anche la sessualità è stata superata (dalla chirurgia, dalla generazione spontanea, dalla pulsione monadologica), l’organico è proprio il tramite anestetizzato attraverso cui poter far tentativi ed errori, quindi evolvere. È dunque proprio il corpo del contemporaneo. In un film che mostra operazioni, tagli, lacerazioni, organi tatuati, organi mai visti prima e in cui la società è però sempre articolata in “creatori/controllori/rivoltosi” (proprio come in eXistenZ del resto), il regista porta in scena un “miracolo” perché – questo il suo pensiero, che in ogni caso attraversa la sua intera filmografia – siamo animali sorprendenti, tragici, purulenti, ma incredibilmente generativi. Otto anni di silenzio per tornare al cinema con un film che elabora in maniera ancora una volta differente e creatrice i temi, le ossessioni, la teoresi di un regista/intellettuale che da oltre mezzo secolo continua ad affascinare il pubblico con una costruzione filosofica lucida, analitica, costruzionista e non riduzionista, arrivando qui a immaginare la nuova nascita confermando allo stesso tempo l’eterna irriducibile morte. Un film fondamentale per chi ama il cinema del genio di Toronto.

da qui







domenica 5 dicembre 2021

Polytecnique - Denis Villeneuve

 

nel 20 aprile 1999 ci fu negli Usa la strage di Columbine, da cui trassero grandi e conosciuti e diversissimi, film sia Michael Moore, "Bowling for Columbine", nel 2002, che Gus Van Sant, "Elephant", nel 2003.


dieci anni prima, il 6 dicembre 1989, a Montreal ci fu un altro massacro, al Polytecnique.

nel 2009 Denis Villeneuve (adesso sappiamo che è uno dei più bravi registi del mondo) girò un film intitolato "Polytecnique".


un film doloroso, un capolavoro perfetto, che forse assomiglia a "Elephant", ma è un'altra cosa.
questo film vi farà stare male, siete avvertiti, ma non vederlo non è una soluzione, se esistono film necessari, questo ne fa parte.

provate a vederlo, non ve ne pentirete.


vi lascio tre recensioni, a vostro rischio e pericolo, dopo averle lette non potrete non vedere il film:

https://www.uzak.it/blog/polytechnique.html

https://bradipofilms.blogspot.com/2013/12/polytechnique-2009.html

http://ilbuioinsala.blogspot.com/2015/11/recensione-polytechnique.html

 

in rete ho trovato il film, QUI in francese (con sottotitoli in ungherese, per chi li capisce).

si trova anche su ibs, se non avete una videoteca o libreria sotto casa, fatevi un regalo, sarà uno dei film che non vi pentirete mai di aver visto.

 

buona visione - Ismaele

domenica 12 luglio 2020

La zona morta - David Cronenberg

quasi sempre a partire dalle storie di Stephen King si girano gran bei film, e La zona morta non fa eccezione.
un professore ha un incidente che lo cambia dentro, degli anni di coma gli fanno perdere la donna della sua vita e gli fanno acquisire un potere di leggere il passato, e alla polizia serve per risolvere i casi insoluti.
poi il protagonista scopre di poter anche leggere il futuro, e il gioco diventa pericoloso.
Christopher Walken e Martin Sheen sono perfetti nei due ruoli chiave, e sarà una lotta incredibile.
un gioiellino da non perdere, promesso - Ismaele




QUI il film completo in italiano


Cronenberg dirige un film coerente con quella che già si era delineata come la sua poetica; lo fa amalgamandone i punti chiave col tessuto narrativo costruito dallo scrittore, raggiungendo un equilibrio capace di arricchire la storia senza stravolgerne le premesse. La sceneggiatura di Jeffrey Boam (che in seguito firmerà – tra gli altri – gli script di Salto nel buio e Indiana Jones e l’ultima crociata) sfronda intelligentemente le parti di romanzo non direttamente funzionali al film (il già citato personaggio della madre del protagonista, il subplot – qui ridotto all’osso – del killer di Castle Rock, l’incontro, totalmente espunto, col giornalista del tabloid scandalistico), sintetizzandone in modo più che funzionale l’andamento narrativo. Da par suo il regista, appoggiandosi alla densa fotografia (così poco eighties) di Mark Irwin, e al plumbeo commento musicale di Michael Kamen (qui alla sua unica collaborazione con Cronenberg) opta per una messa in scena sobria, elegante quanto controllata, che penetra le visioni del protagonista solo laddove ciò risulta narrativamente necessario: una regia che si fa esplicita, in questo senso (operando un necessario “tradimento” del romanzo) solo nel finale, e rendendo in modo perfetto il culmine di un climax che non si dimentica facilmente.

Il regista dimostra ancora una volta di essere uno dei pochi artisti contemporanei capaci di dare forma ai mostri dell’inconscio e, sebbene tenuto un poco a freno dalla produzione, ha modo di dare ai giovani amanti dello splatter all’acqua di rose lezioni di “archeologia dell’orrore” sussurrando loro: “niente sangue, niente effetti speciali: l’orrore nasce dentro di voi!". Il grande Christopher Walken è assolutamente perfetto nel ruolo del fantasmatico protagonista, personaggio essenzialmente tragico cui fa da alter ego negativo il “presidente operaio” Martin Sheen. Come quasi sempre in Cronenberg, le atmosfere sono glaciali e lo "sguardo" programmaticamente freddo. Non siamo ai livelli di Videodrome o Il pasto nudo ma si vola comunque alto. 
da qui

"The Dead Zone" does what only a good supernatural thriller can do: It makes us forget it is supernatural. Like  Rosemary's Baby  and The Exorcist it tells its story so strongly through the lives of sympathetic, believable people that we not only forgive the gimmicks, we accept them. There is pathos in what happens to the Christopher Walken character in this movie and that pathos would never be felt if we didn't buy the movie's premise…

…resta interessante, vedere il re dell’horror andare a duetto sul grande schermo con il re delle mutazioni umane e carnali. A prevalere, nel film, non sono la pietà a la commozione per lo sfortunato protagonista, né le interpretazioni degli attori o le scelte registiche, che risultano davvero molto semplici ed elementari. E’ invece proprio la trama del libro ad emergere, la trama originale.
Ciò permette allo spettatore di rimanere distaccato dalle emozioni al punto giusto (il libro, invece, coinvolge pienamente e fa addirittura piangere anche i meno empatici), e lo fa concentrare totalmente sulla storia. Più che paranormale, il film è ancor meno fantascientifico del libro e il personaggio di Johnny sembra molto umano, nonostante le sue capacità premonitive. L’umanità di Johnny viene anche evidenziata da un romanticismo sottile che caratterizza il suo impossibile amore per Sarah, un tempo corrisposto e ora non più.
Non mancano, tuttavia, le tipiche inquietudini cronenberghiane e le sue scene opprimenti, che pongono la sua firma, restando però sull’astratto, senza mai approfondirsi in descrizioni e scene metafisiche.
Da sottolineare poi, l’effetto e l’importanza che aveva Stephen King in quegli anni: uscirono uno dopo l’altro moltissimi film tratti dai suoi scritti; da Carrie a Shining, passando per Christine e arrivando a Stand by Me, negli anni ’80 i registi erano quasi obbligati a confrontarsi con questo enorme ed amatissimo scrittore. E Cronenberg fu uno di questi che, a detta di King stesso, creò una delle migliori trasposizioni di un suo libro.

martedì 23 giugno 2020

L'incarico - Christian Duguay


una tripletta di attori navigati (Donald Sutherland, Aidan Quinn, Ben Kingsley) non sono sufficienti a fare un bel film.
Christian Duguay è bravo, ma qui si è fatto incastrare da una sceneggiatura deja vu e noiosa.
quell'espressione un po' così che abbiamo noi che abbiamo visto
Carlos, di Oliver Assayas, è l'espressione che significa che non c'è partita.
io a metà de L'incarico non ce l'ho fatta più.
vedete voi, se potete - Ismaele





Un ufficiale della marina americana, somigliante come una goccia d'acqua al pluri-ricercato Carlos, viene ingaggiato da Cia e Mossad per incastrare il pericoloso terrorista... Cast di tutto rispetto (Sutherland non è uno specchietto per allodole ma co-protagonista insieme ad occhio-ceruleo-Quinn ed anche Kingsley ricopre un ruolo importante) per un film piuttosto scialbo che non riesce a sfruttare il potenziale della storia, ricalcando il tema del doppio senza fantasia e senza neppure guizzi spettacolari. Routine perdibile senza rimpianti.
Spy story di routine, con una regia discreta che si esalta soprattutto nelle scene action (c'è un bell'inseguimento prima a piedi poi in auto) ma che non riesce a rendere interessante un intreccio che va per le lunghe. Il cast può contare su Sutherland e Kingsley in ruoli importanti, mentre Aidan Quinn nonostante si sdoppi non lascia il segno. La fine sembra interminabile, con troppe postille a diluire il brodo. Mediocre.
da qui