Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
martedì 26 maggio 2026
domenica 15 marzo 2026
Weirdos - Bruce McDonald
Alice e Kit sono amici e forse vorrebbero essere più che amici.
vanno a fare un piccolo viaggio, in autostop, per trovare la mamma separata di Kit.
in un bellissimo bianco e nero, con il "fantasma" di Andy Warhol che accompagna Kit, i due giovani arrivano dalla madre di Kit, un'artista non troppo felice, che vive in affitto nella casa di un cambogiano.
nel film sembra non succeda niente, in realtà succede tutto, lentamente, ma profondamente, Alice e Kit si conoscono davvero.
un piccolo gioiellino, da non perdere, se lo trovate, Bruce McDonald è davvero bravo.
buona visione - Ismaele
QUI il film completo, con sottotitoli in inglese
Comme tout bon film d’époque, le
récit de Weirdos est
intemporel : un modeste et charmant road-movie sur le passage à l’âge
adulte qui ne prend toutefois pas son sujet à la légère. En seulement 85
minutes, McDonald arrive à esquisser le portrait complet de
deux adolescents (relation, familles, troubles, inquiétudes...) et nous permet
d'identifier rapidement la quête implicite de Kit et Alice, deux paquets
d’incertitudes à la recherche de réponses à des questions qu’ils ignorent.
Tout au long de l’aventure, le
scénario sème des graines narratives qui germent au cours d’un acte final
étonnamment dramatique. Sur les routes de la Nouvelle-Écosse, leur escapade
insouciante est entrecoupée par diverses réalités auxquelles ils doivent faire
face, rattrapés par ce qu'ils cherchent à fuir. Le ton léger du film dissimule
une anxiété latente que l’on perçoit ici et là, mais qui devient trop évidente
pour être ignorée lorsque toutes les tensions irrésolues se rencontrent. Sans être
trop lourde, la finale nous confronte à l’évidence que l’adolescence est loin
de n’être que soirées arrosées, sexe, irresponsabilité et insouciance – même si
le film contient un peu de tout cela.,,
…Outre sa mise en scène rafraîchissante de simplicité,
McDonald avoue une tendresse infinie pour ses personnages, se révélant ainsi
sous un jour qu’on ne lui connaissait guère. Certes, il ne réinvente rien à un
récit déjà maintes fois exploré, mais se prête au jeu tout en douceur, en
gardant les dénouements les plus sombres au second plan et en laissant éclore
le charme de jeunes comédiens de la relève, dont Julia Sarah Stone (remarquée
dans The Year Dolly Parton Was My Mom de Tara Johns en 2011). Il en résulte une
œuvre sensible, opposant comme il se doit l’univers de l’enfance à celui des
adultes – à peu près tous des « weirdos » assumés – tout en maniant
le choc des générations avec décalage et naturel. Grâce à un noir et blanc
granuleux qui sied parfaitement à l’époque dans laquelle se situe l’action, la
directrice photo Becky Parsons parvient à dépeindre de très belle manière les
paysages côtiers de la Nouvelle-Écosse, lieux improbables aux frontières de
notre monde, et à les transfigurer en autant de lieux de rencontres à mi-chemin
entre la norme et la marge, propices à de profondes révélations intimes.
…Sceneggiato dal drammaturgo, attore e regista Daniel MacIvor (1962), che per Bruce McDonald aveva già scritto “Trigger”, fotografato (B&N, 2.35:1) da Becky Parsons, al suo esordio nel lungometraggio, montato da Duff Smith (“Algonquin”, “the Husband”, “River”, “Sweet Virginia”, “DreamLand”, “StanleyVille”), qui alla sua prova più matura dopo i praticantati sui set di “PontyPool”, “Year of the Carnivore” e “Defendor”, e musicato da Asif Illyas in sintonia con la playlist di cui sopra (e, fra gli “strambi onorari”, Atom Egoyan e Don McKellar), questo “Weirdos” illumina uno squarcio di realtà, devastando lo spettatore con una pacificazione furibonda…
giovedì 12 marzo 2026
Scanners - David Cronenberg
un film epico, la lotta fra Male e Bene, fra individui (scanners) che hanno la possibilità di entrare nella mente degli altri, e il combattimento non coinvolge le mani, solo i cervelli.
una corporation che usa gli scanners per fare degli esperimenti, per usare gli scanners per certi obiettivi, che coincidono con il profitto di alcuni.
il film non fa annoiare un attimo, la lotta è appassionante, gli effetti speciali, che oggi sembrano semplici, sono coinvolgenti e molto efficaci.
un film da non perdere, senza se e senza ma.
buona (scanner) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo
Arriva dopo appena dieci minuti dall’inizio del film. È la
celebre sequenza della testa che esplode. Dal 1981 in poi avrebbe riempito i
nostri occhi e colonizzato le nostre coscienze audiovisive in una maniera, va
da sé, molto cronenberghiana. Questione di fascinazioni tra corpo
e mente, che si rincorrono da decenni nella filmografia del regista canadese.
Questione anche di bieca cultura pop, visto l’uso espanso della sequenza in
questione, sotto forma di gif, nel web 1.0 degli anni ’90/2000, quando
ancora non esistevano meme e social e i
forum di discussione erano la forma primigenia di piazza virtuale…. Eppure
stiamo parlando di nient’altro che frattaglie animali inserite nella testa di
un manichino e fatte deflagrare con un colpo di fucile dal laborioso Dick
Smith, supervisore effetti speciali della vecchia scuola, quando le
cose si facevano ancora con le sostanze, i materiali posticci e i coloranti rossi…
…esistono tantissimi horror e thriller psicologici. Scanners è fra i pochi, altissimi e angosciosi,
che mettono davvero i brividi. E possiede un finale ambiguo oltre ogni dire.
Inoltre, può vantare due scene oramai leggendarie e indimenticabili,
quella mostruosa, sbalorditivamente agghiacciante, di una brutalità estrema e
insostenibile, dell’esplosione del cranio di un uomo durante un pericoloso
esperimento extra-sensoriale, e quella finale del sanguinolento, metamorfico
duello tra i due fratelli, Cameron e Darryl, è il caso di dirlo, da far
scoppiare la testa e le budella, non solo loro.
Bravo Stephen Lack ma ci par giusto evidenziare la stratosferica
fotogenia agghiacciante di un Michael Ironside al massimo del suo
filmografico status da villain magnificamente magnetico.
…si
può riflettere sul modo in cui Cronenberg immagina che gli scanner esercitino
il loro potere, e si può pensare apparentemente che lo facciano attraverso la
vista. Invece la scena del pre-finale in cui un feto-scanner, ancora dentro la
pancia della madre, attacca la scanner Kim ci dice chiaramente che non è così,
che non si scannerizza attraverso la vista, ma proprio attraverso la mente.
Nonostante lavori con le immagini, Cronenberg dunque ci dice che vista e
cervello non coincidono, o forse non ancora (la corrispondenza tra l’uno e
l’altra avverrà in Videodrome, per
il tramite del segnale televisivo). Dunque, nel ritratto d’artista che
Cronenberg ci regala in Scanners si
può anche trovare un suggerimento sul modo in cui il cineasta canadese vede se
stesso e il suo operare in campo cinematografico. Nel suo cinema infatti non
prevale mai lo sguardo, quanto il lavorio di masse corporee, che possono essere
anche senza occhi, ma che – ancora prima di poter vedere – sono sicuramente già
in grado di sentire, di percepire e anche di penetrare, di odiare e di amare. Il processo di
malformazione, di deformazione, di trasformazione prostetica; è questo il
segreto del cinema di Cronenberg. E dunque l’artista di Scanners non poteva che essere uno scultore,
un creatore di forme. Ed è curioso che un cineasta così tanto profetico abbia
legato in modo indissolubile la sua filmografia, almeno fino ad un certo punto,
agli effetti della prostetica, ormai purtroppo superati dagli effetti speciali
digitali. È curioso, ma non insensato. Anzi, forse, come la carne e la mente,
come il dolore e il piacere, come l’attrazione e la repulsione, si certifica
in Scanners – e in tutto il Cronenberg della
prima parte della carriera – il coincidere di passatismo e di futuribile,
trovando dunque ribadito ancora una volta il superamento del classico principio
di non contraddizione aristotelico. Scanners è
dunque un film vintage per i suoi mirabolanti effetti prostetici e per quel suo
dare rilevanza assoluta alla materialità di corpi/mente, ma è allo stesso tempo
un film già digitalizzato per quella sua
particolare declinazione delle virtù telepatiche degli scanner. Ed è forse allo
stesso tempo il tripudio e la catastrofe del corpo, che esplode, si sfalda,
viene sopraffatto dall’autocombustione. È l’esplosione e l’implosione dell’uomo
così come l’avevamo conosciuto, al cospetto di una nuova era. È, infine, per
dirla alla Ghezzi, il catastrionfo dell’umano.
Credo che accanto ai mostriciattoli di The Breed gli Scanners
siano le creature piu'inquietanti partorite dalla fervida mente di
Cronenberg.Nonostante sia solo un film di genere il discorso che viene portato
avanti è l'eterna lotta tra Male e Bene(epico lo scontro finale tra i due
fratelli con un finale assolutamente non ovvio)e la sede di tutto è sempre il
cervello.Cronenberg sembra ossessionato dall'anatomia e dalle sue deviazioni e
lo spettatore diviene vittima lui stesso delle ossessioni del regista
canadese.Qui la trama è abbastanza involuta ma si adombrano sospetti terribili
sull'uso di farmaci(L'ephemerol genera scanners)da parte di poteri economici
forti.No global ante litteram?Memorabile la scena in cui il capelluto Ironside
fa scoppiare la testa al sedicente medium.
… David Cronenberg, ancora una volta
nei panni di regista e sceneggiatore, con questa pellicola compie forse il suo
passo più grande nel genere horror. Che il regista canadese intendesse
affondare nel tema delle mutazioni il forte legame tra mente e corpo, relazione
di matrice freudiana, si era già notato nel precedente Brood (1979)
pellicola che incominciava con un dialogo psicanalitico che presto si mostrava
come cicatrici sul corpo di Michael. Con Scanners, l’orrore
cronenberghiano diventa sofisticato ed intellettuale, dove sono le menti a
confrontarsi ed i corpi a mostrarne i segni di una malleabile trasparenza (dice
Cameron al dottor Ruth “Mi sento trasparente”). Una scena molto
suggestiva difatti è proprio quella della morte dello scultore Benjamin Pierce,
la cui mortalità non è nel corpo ma nella voce che si dissolve nella morte (o
come quando Kim, dopo che i compagni sono uccisi mentre erano in contatto
telepatico, dice “Adesso so cosa vuol dire morire….”). Per quanto
riguarda i personaggi, il regista porta sullo schermo due lati della stessa
medaglia, Cameron e Revok, lasciando però che alla fine i doppi si
sovrappongano. La scena del confronto finale, il passaggio di una mente in un
altro corpo. Il cervello è solo la rarefazione del corpo, la sua
concentrazione nel posto del comando, la sua localizzazione nel punto più
complesso (Enrico Ghezzi – Paura e desiderio). Si fa strada intanto un
nuovo percorso dell’autore, il rapporto con le macchine: il sistema nervoso di
Cameron come quello di un computer è il passo che porterà all’insieme di corpi
e metalli, l’unione di carne e ferro. Lo stesso titolo, la stessa definizione
degli scanners, il cui termine si riferisce ad un dispositivo
d’esplorazione, un termine tecnico utilizzato nella manutenzione
televisiva, segna il passaggio dai corpi arrabbiati, dalle covate
malefiche. Il fatalismo apocalittico del regista è nella lunga lista di
pazienti sottoposti ad Ephemerol e che con molta probabilità, lo spettatore
intuisce, non potrà essere controllata interamente da Kim e Cameron. Il merito
degli effetti speciali, e soprattutto della testa che esplode mostrando il
corpo come un rivestimento del pensiero, è di Dick Smith. Il film ebbe due
seguiti, Scanners 2 – Il nuovo ordine (1991) di Christian
Duguay e Scanners 3 - The takeover, inedito in Italia, ed ispirò
un’intera serie televisiva.
Cronenberg dimostra di qui di possedere un inimitabile
talento visionario; sa infondere un'atmosfera inquietante a tutta la pellicola,
sa abilmente sfruttare la colonna sonora per infondere una maggiore angoscia
allo spettatore, sa mantenere il ritmo avvincente senza mai scivolare nella
noia, sa colpire allo stomaco ed inventare imprevedibili colpi di scena e
non fa un uso eccessivo di splatter fine a sé stesso ma rende l'orrore bello,
affascinante e poetico. Scanners è un
horror fantascientifico davvero inquietante, che colpisce nervi, cuore e
cervello.
lunedì 7 aprile 2025
The Shrouds - David Cronenberg
la storia sembra semplice, un ricco vedovo, possiede, tra l'altro, un cimitero nel quale si applica una nuova tecnologia, degli avveniristici sudari (gli shrouds del titolo) che avvolgono i morti e consentono di monitorare il disfacimento dei cadaveri.
una profanazione delle tombe complica i piani e le aspettative del vedovo Karsh (interpretato da Vincent Cassel), che ancora è molto legato alla moglie (un avatar di lei perseguita Karsh).
complotti e interventi ungheresi, islandesi, russi e cinesi rendono il film un po' dispersivo, ma Cronenberg è sempre un bel e inquietante vedere.
il film è solo in una trentina di sale.
buona (fortunosa) visione - Ismaele
…The Shrouds sembra essere una summa del linguaggio plastico, della
lungimiranza tecnologica, della poetica sulla trasformazione e sdoppiamento dei
corpi che l’82enne regista canadese ricalibra continuamente ed ossessivamente
da oltre cinquant’anni. Spassoso il cameo di Viggo Mortensen.
Sublimi le parole del regista quando gli si fa notare di questo funereo
espediente di un aldilà avveniristico e desacralizzato: “È molto interessante,
perché spesso guardo i film per vedere persone morte. Voglio rivederle, voglio
ascoltarle di nuovo. E quindi, in un certo senso, il cinema è una sorta di
macchina avvolta dal sudario, una macchina post-morte. In un certo senso, il
cinema è un cimitero”. Insomma quel Karsh siamo noi e non ci sono storie.
…Il lutto secondo Cronenberg è soprattutto assenza della carne e del contatto fisico, con l'elemento erotico come al solito messo in scena dal regista in modo simile a un rito catartico in cui gli individui si riconoscono al contempo al livello più basso come "sacche di carne" e a quello più alto di comunione cellulare e biologica.
Guy Pearce è come al solito perfetto nel ruolo consolidato del paranoide cospirazionista e offre la controparte caotica di Karsh: per l'uomo il lutto non è dato dalla morte o dalla fine di tutto, ma dal divorzio e dall'impossibilità di avere un corpo (quello di Terry) che vive il suo stesso mondo; per questo motivo Maury crea un suo mondo alternativo, non solo quello informatico che "abita" per lavoro ma anche quello paranoide di una cospirazione talmente intricata da far impallidire certi passaggi de Il pasto nudo.
Respingente
e affascinante, avviluppato dalle partiture oniriche del fidato Howard
Shore, The Shrouds conferma la volontà di Cronenberg di continuare a
esplorare le infinite possibilità del reale, creando una fantascienza
dell'anima che serve da specchio alla crisi dell'uomo moderno
…The Shrouds è un horror riflessivo e concettuale
attraverso cui l'autore rielabora le sue principali fissazioni su mutazioni
corporali, artificiali o naturali che siano, che sono da tempo assurte a
presupposti più evidenti e puri, per quanto spesso ostici e sgradevoli, di un
cinema di genere che ha saputo elevarsi dal mero sfruttamento commerciale a cui
è destinata la quasi totalità della produzione concorrente.
…"In inglese, la parola ‘shroud’ designa il velo funerario, ma
ha anche altri significati” - ha dichiarato David Cronenberg - “Può
significare ‘coprire’ e ‘nascondere’.
La maggior parte dei rituali funebri riguarda proprio
l’evitare la realtà della morte e ciò che accade a un corpo. Direi che, nel
nostro film, questa è un'inversione della normale funzione di un sudario. Qui
serve a rivelare, piuttosto che a celare.
Ho scritto questo film mentre affrontavo il dolore per
la perdita di mia moglie, scomparsa sette anni fa. Per me è stata
un’esplorazione, perché non si trattava solo di un esercizio tecnico, ma anche
di un esercizio emotivo. In un certo senso, i sudari che il mio protagonista ha
inventato sono dispositivi cinematografici. Creano un proprio cinema: un cinema
post-morte, un cinema della decadenza. Prima di scrivere la sceneggiatura, ero
consapevole che i sudari avessero un aspetto cinematografico, creando una sorta
di strano ‘cinema della tomba’, un ‘cinema del cimitero’. In ‘The Shrouds’, si
suggerisce che Karsh comprenda che nella sua creazione è coinvolta una
tecnologia cinematografica, qualcosa di ricco e complesso."..
…In questa storia Cronenberg si sofferma ancora una volta
sull’importanza del corpo per raccontarci le fragilità della mente. Il
desiderio di Karsh di rimanere accanto alla moglie e di poterla proteggere
dalle tenebre della terra, l’immobilità della morte è apparente, perché il
corpo continua comunque a trasformarsi. Via via che il tempo passa, il corpo si
decompone mostrando sempre di più i segreti che vengono così allo scoperto. La
profanazione delle tombe mette in luce quelle che sono le fragilità di una
tecnologia che si mostra sempre meno sicura, ma che piuttosto si presta a
complotti politico ambientali pericolosi.
Nel vedere il corpo decomposto della moglie, Karsh ne
scopre anche le sue debolezze e riesce a prenderne il distacco per poter andare
avanti con la sua vita. Il dolore iniziale per la sua perdita, il voler
ostinarsi a rimanerle accanto, tanto da inventare un nuovo processo di
tumulazione tecnologica, lo induce a rilassarsi sul suo stato di vedovo
inconsolabile, a non cercare un contatto con l’altro sesso. Rebecca la prima
moglie (un nome che non è sicuramente citato a caso) è diventata un simbolo da
dover sgretolare per poter tornare a vivere, altrimenti il rischio è quello di
vivere una vita falsata dai ricordi idealizzati o, peggio ancora, sognati…
A leggere la maggioranza dei volenterosi recensori
"free lance", e le pagine cartacee di questa rivista(in numero
addirittura semi-monografico per il Maestro canadese), pare che "The Shrouds" debba solo ottenere
consensi universali, ed essere elogiato immancabilmente come "Uno dei
migliori film del 2025" da critici cinematografici delle rivista e dei
siti, quelli sempre sul vento che tira, e che praticamente ti farebbero
disgustare da ogni film e da tutto il cinema, anche quello-ancora poco- che
realmente ti lascia qualcosa dentro. L'entusiasmo che circonda certi ex grandi
registi ora bolliti come Cronenberg,
prima Lynch, forse da ora in poi Nolan ecc., è solamente folle.
"The Shrouds" è stato dichiarato da
praticamente tutti di questi rivista, quelli pagati, "un autentico
capolavoro", prima ancora di raggiungere il pubblico. È pericoloso quando
un film raggiunge questo livello di grandezza, quando diventa troppo sacro per
essere criticato…
Impossibile non trovare qualcosa di interessante
in The Shrouds. Il regista stesso e la sua filosofia,
mutata e rinnovata nel corso degli anni, hanno ancora la capacità di farci
riflettere attraverso qualcosa di respingente.
Se una volta i cambiamenti del corpo servivano a
parlarci di una nuova vita, con questo film Cronenberg ci
mostra come il cambiamento continua anche dopo la morte. Questo
vale per chi non può vedere il proprio corpo sgretolarsi, ma anche per chi può
ancora vedere e sceglie di farlo, per chi sceglie di assistere a
quel cambiamento.
Un cronenberghiano Vincent Cassel impersona
Karsh, un ricco vedovo che tenta di superare la morte della moglie defunta
restandole morbosamente attaccato, sia fisicamente che emotivamente, cercandola
e ritrovandola nelle donne che frequenta. The Shrouds si
muove tra il concreto e l'onirico, mostrandoci la realtà attraverso gli occhi
del protagonista.
È impossibile non trovare qualcosa di interessante nel
film, il presupposto tiene in piedi tutto, purtroppo non per l'intera durata.
La sensazione è quella di assistere ad un trattato, ad un saggio
visivo con un relatore accattivante ma egli stesso confuso. Prima
viene introdotto l'argomento, poi veniamo trascinati dentro un complotto tra
spie russe e intelligence cinesi, tra milionari ungheresi e santoni islandesi,
che tutto fa tranne che approfondire il tema centrale...
…Ungheresi, islandesi, russi, cinesi,
hacker, parenti acquisiti, donne che vissero due volte, avatar manipolatori,
cieche d’oriente, tutti paiono avere qualche possibile motivazione o
responsabilità. L’incedere però è purtroppo inerte e si finiscono
per perdere le coordinate del racconto che scorre senza nerbo
finendo irrisolto, senza che sia ben chiaro chi ha fatto cosa e perché e se ciò
che si vede sia sogno, realtà o entrambe le cose. Senza però nemmeno che ciò
interessi più di tanto. Chissà, forse l’idea di Cronenberg era proprio questa,
accumulare ipotesi, sparigliare continuamente le carte, spiazzare senza un
senso unico interpretativo, facendosi tramite del caos comunicativo
contemporaneo. Il problema è che, qualunque sia la tesi, l’impasto
non funziona e il film finisce per perdere per strada lo
spettatore, a tratti ammaliato, ma complessivamente più annoiato che
incuriosito.
giovedì 21 marzo 2024
La natura dell'amore - Monia Chokri
non solo per la neve e il freddo si capisce che non si tratta di un film francese.
è un film d'amore, di donne che vogliono educare gli uomini, educare il buon selvaggio.
simpatico, ma non molto di più.
buona visione - Ismaele
…Chokri ha scritto una maliziosa, spregiudicata, divertente e autoironica storia d'amore che si rovescia in tragicomico e beffardo conflitto di classe per l'incapacità di entrambi i personaggi di risolvere o convertire le proprie differenze (peraltro probabilmente all'origine della loro stessa attrazione). Il divertimento, i dialoghi-battute e le gag brillanti via via però lasciano intravedere un sottofondo amaro che non prevarica ma è tenuto dall'autrice in un equilibrio impeccabile fra derisione e tenerezza per le debolezze e l'incapacità dei suoi personaggi di vivere ed essere felici.
…Idealizza del tutto Sylvain
e la loro relazione e si vede come una sorta di missionaria alle prese con il
tentativo di educare culturalmente il suo amante. Anche quest’ultimo tuttavia
risulta ben lontano dallo stereotipico personaggio “umile fuori ma ricco
dentro” che si scontra con il mondo borghese. Magari sincero nei sentimenti,
alla lunga viene fuori il suo lato più oscuro, tra scatti di violenza e
opinioni vicine al populismo MAGA. Non ne esce positivamente però neanche il
gruppo di amici accademici di Sophia, che mostrano un forte pregiudizio nei
confronti di Sylvain, divertendosi a metterlo in difficoltà quando ce n’è
l’occasione. La natura dell’amore diventa allora un
racconto di classi sociali diverse che si scontrano, in una sorta di gara al
ribasso in cui nessuno ne esce vincitore.
Il
film però mostra spesso gli stessi limiti della sua protagonista, risultando
troppo verboso, con un numero di parole spropositato ad accompagnare le
immagini, non lasciando spazio al pubblico per entrare davvero nel film. Non si
ride nelle scene più comiche e non ci si commuove nelle più drammatiche proprio
perché c’è la necessità di seguire i dialoghi laddove un momento di silenzio
avrebbe giovato a far empatizzare lo spettatore. Tutto ciò rende La natura dell’amore un film molto
interessante che però non riesce del tutto a dialogare, nonostante le
tantissime parole, con chi lo guarda.
domenica 22 ottobre 2023
Wake in Fright – Ted Kotcheff
un film che non lascia scampo, il povero maestro di città non risce a fuggire dall'outback australiano.e come ne "La leggenda del santo bevitore" una potente e implacabile calamita gli nega la salvezza.
i due protagonisti Gary Bond e Donald Pleasence sono eccezionali.
il film è un gioiellino da (ri)scoprire, promesso.
buona (prigioniera) visione - Ismaele
Ozploitation è una parola magica. Il cinema di genere australiano ha
sempre mantenuto delle caratteristiche ben precise, il più delle volte legate
ai netti contrasti del territorio: da un lato le città e le sviluppate zone
costiere del sud, dall’altro l’outback ovvero
le aree semidesertiche dell’interno, queste ultime viste come controparte
negativa, pericolosa e retrograda. Proprio “Outback” è il
titolo alternativo con il quale fu rilasciato “Wake In Fright”, pietra miliare
del cinema aussie e documento
imprescindibile per afferrare a pieno i concetti di cui sopra (civilizzazione
vs abbrutimento), una pellicola per anni scomparsa dalla circolazione e solo
nel 2009 restaurata per poi essere distribuita sia in dvd che in blu-ray.
John Grant è un maestro che lavora nella remota
località di Tiboonda. Durante un viaggio verso Sydney (qui vive la sua
ragazza), è costretto a fermarsi in una piccola cittadina denominata dagli
abitanti Yabba, dove viene (suo malgrado) inoltrato nelle usanze tipiche degli
uomini di quel luogo: gioco d’azzardo, alcool a fiumi e caccia al canguro, una
vita primordiale nella quale non c’è posto per le donne, ma solo per una sporca
routine fatta di autodistruzione. Il protagonista è costretto ad adeguarsi alla
comunità trasformandosi in una bestia tra le bestie, in un paese nel quale
l’acqua serve solo per lavarsi e dove non ci si scandalizza per uno stupro, ma
solo per il rifiuto di un boccale di birra (“Have a drink, mate? Have a
fight, mate? Have a taste of dust and sweat, mate? There’s nothing else out
here”).
Il film fu vietato ai minori di diciotto anni
per una scena controversa, quella della caccia al canguro: immagini vere,
catturate durante la notte e pescate da un filmato realizzato da bracconieri
professionisti. Ted Kotcheff (vegetariano dichiarato) ha sempre difeso questa
sequenza di hunting footage dagli
attacchi della censura, considerandola un atto di denuncia per la salvaguardia
di questi marsupiali nel continente. Ma nel 2009, quando il film fu proiettato
a Cannes, durante la scena incriminata dodici persone abbandonarono la sala.
Il realismo che si respira in “Wake In Fright” è
impressionante, la fotografia è intrisa di una luce accecante, un giallo
sudicio che avvolge lo spettatore in un lurido abbraccio di polvere e sudore.
Però a funzionare è soprattutto il comparto attoriale, con Gary Bond e Donald
Pleasence veri mattatori di un’opera divenuta di culto non solo in terra
australiana (tra i suoi estimatori, ricordiamo Martin Scorsese e Nick Cave). Un
film crudele (basato su un libro di Kenneth Cook del 1961), in un luogo dove le
regole del quieto vivere borghese sono completamente ribaltate, un punto di
partenza cruciale per il cinema ozploitation e
per tutte quelle pellicole che seguiranno questi passi nella sabbia, in un
mondo violento e senza umanità.
Ted Kotcheff, undici anni prima di dirigere
“Rambo”, è entrato nella storia dalla porta principale, ma alcuni non lo sanno.
Un ingresso trionfale che ha lasciato dei solchi profondi nel lungo cammino del
cinema di genere australiano.
…Fatta la necessaria tara a certe convenzioni estetiche e di
linguaggio da film con quarant'anni sulle spalle, Wake in Fright è
un pugno nello stomaco ancora oggi, per il modo in cui alza continuamente la
posta e per singole scene fortissime, tra le quali spicca quella già citata in
cui viene mostrata una brutale caccia al canguro, ripresa seguendo dei veri
cacciatori scatenati nella notte. C'è anche, va detto, una vena satirica che
scorre lungo tutto il film e strappa più di una risata, ma che non riesce mai a
levare di dosso una profonda sensazione di disagio. Non c'è da stupirsi se il
popolo ritratto dal film si è preso male, ma la verità è che, purtroppo, nulla
di quel che viene mostrato, al di là di alcuni atteggiamenti esasperati per
amor d'effetto inquietante, m'è parso poi così improbabile. Diretto e
interpretato benissimo, incredibilmente evocativo nell'utilizzo che fa dei suoi
paesaggi, Wake in Fright mi ha un po' ricordato The Wicker Man, per il modo in cui
racconta il viaggio all'inferno di un uomo assorbito dalle assurdità della
profonda provincia. La differenza sta nel fatto che nel film di Ted Kotcheff
non ci sono strane cospirazioni e culti pagani, c'è solo la brutale normalità
dell'essere umano abbandonato a se stesso. E forse per questo fa molta più
paura.
lunedì 29 agosto 2022
Crimes of the Future - David Cronenberg
il film è girato in Grecia, Cronenberg, un grande del cinema, ha trovato solo lì un po' di soldi per poter girare Crimes of the Future.
gli edifici e gli ambienti sono sgarrupati, quelli di un mondo che sta finendo ma non si vede il nuovo.
Caprice e Saul esplorano, in un mondo nel quale il dolore è sparito, le potenzialità del corpo, con tagli e nuovi organi che vengono creati all'interno dei corpi degli esploratori.
Saul è vestito come un frate, si muove spesso di notte, al buio, e c'è anche una storia di indagini e informatori, su come un gruppo segreto di uomini riesce a integrare nei propri corpi la plastica, un nutrimento che sembra impossibile (eppure tutti noi abbiamo all'interno microplastiche), un crimine che potrebbe cambiare il dna umano.
in quel mondo si svolgono delle performances, pubbliche, ma anche private, nelle quali artisti "lavorano" sul proprio corpo.
esiste anche un ufficio per la registrazione di nuovi organi, in uffici scrostati, e senza computer, solo faldoni cartacei, con due impiegati curiosi oltre i doveri d'ufficio.
preparatevi a vedere un film che non vi aspettate, e non abbiate pre-giudizi, entrate in sala e vedrete un gran bel film, siate curiosi anche voi.
buona (speciale) visione - Ismaele
…Una profonda riflessione universale, umana e
scientifica, che coniuga la bellezza esteriore della performance art e la ricerca introspettiva
dell’apparato cinematografico fino a trascendere in un pubblico atto politico
eversivo, in un’(auto)autopsia collettiva che scopre escrescenze tumorali
esplodendo in un’esperienza orgiastica tanto
catartica quanto sacra.
Viggo Mortensen/Saul Tenser s’aggira sofferente
per vicoli bui e luoghi fatiscenti, incappucciato come un frate (s)perduto
che ancora s’interroga sul/i sé con l’aria ascetica di chi ha una missione ma
non sa bene a chi o cosa rispondere.
È un’entità infiltrata in una realtà che
progressivamente disvela la sua natura complessa e in divenire, un agente
patogeno che produce nuovi organi come sintomo e causa di una ribellione che
non (si) comprende, è l’espressione esposta di un’equazione, insana e seminale,
che vede nella sua partner, Léa Seydoux/Caprice, il complemento (im)perfetto.
Uno è la star, tormentata e magnetica; l’altra è
l’artefice, la mano armata (di un game pod chirurgico), colei che incide pelli, carni, tessuti,
asportando nuova carne e creando nuove forme di bellezza interiore…
…Iniziando si metta la potenza della
(pre)-visione di Cronenberg. Si aggiunga la sensibilità di leggere
l’umanità largamente in anticipo (la storia risale al 1998).
Si usi un attore collaudato, algido, asettico:
Viggo Mortensen, suo feticcio.
Venga tutto infarcito con una musica penetrante,
ma analgesica.
Così gli ingredienti per il rapimento ci sono
già tutti.
A quel punto basta una poltronissima prescelta
del cinema, molti pop corns e lo stare assorti
in un perfetto silenzio. Così facendo si va a colpo sicuro per quasi due
ore di perfezione e atterrimento visivo.
Come questa, dopo otto anni di assenza dagli
schermi, ogni uscita di Cronenberg, dovrebbe diventare un rito. Modifica il
DNA. Altro che vaccini transgenici.
Non solo per quello che si va a vedere,
partorito da una mente olistica e insalubre, ma anche per gli effetti postumi
che produce il suo cinema. Infetta.
E’ come se Cronenberg piantasse un seme che poi
continua a germogliare per giorni ed ore. Si ripensa a quelle visioni estreme,
scoprendone pezzi ulteriori, di minuto in minuto. E forse è proprio questa la
definizione massima di opera d’arte: uno svelamento continuo e perenne. Anche
incontrollato o inconsapevole…
…Crimes of the Future è un film spiazzante e morbosamente
accattivante, che spesso fa di tutto per respingerti e tuttavia non si sfugge
alla sua cattura. Porta tutti segni essenziali dello stile inconfondibile che
l'autore canadese ha sviluppato ed affinato durante decenni, continuando la
ormai lunga galleria degli incubi di Cronenberg (sarà casuale il ronzio di
mosche che si ode in molte scene?). Il regista ha preventivamente messo in
guardia il pubblico dalle immagini forti che non ha avuto paura di utilizzare,
prevedendo che alcuni lasceranno la sala entro i primi cinque minuti (ma al Theatre de la Licorne di Cannes dove l'ho visto l'abbandono iniziale è un
fenomeno che inspiegabilmente avviene pochi minuti dopo l'inizio di ogni film
proiettato e in questo Crimes of The Future non
si è distinto dagli altri in maniera particolare). Va piuttosto sottolineato
come sia finora l'unico film visto a Cannes che mostri l'ardire di creare un
suo mondo da scoprire e di portarci in viaggio tanto inquietante quanto
affascinante, filosofico e a tratti repellente, verso un possibile futuro
distopico.
…Film scabro e di poche azioni, dialogato, concettuale,
per molti aspetti respingente, Crimes of the Future incredibilmente
sottolinea se non l’ottimismo di sicuro il vitalismo ammirato del regista per
questa mutazione che è l’umanità. Forse
l’uomo che chiede a Saul di eseguire l’autopsia su suo figlio è un pazzo, un
delirante, un terrorista da fermare. Eppure l’idea che ha avuto, potenzialmente
letale, potrebbe essere una rivoluzione: ma poi, quando mai una rivoluzione non
è potenzialmente mortale? (“Forse la prossima volta” sussurra la coppia
di Crash dopo la collisione finale) Sembrerà
strano che Cronenberg decida di aggiungere un tassello così importante in cui
il corpo è al centro del discorso in un periodo storico in cui il corpo è
quasi assente, evaporato in una tecnologia fatta di
schermi e interazioni virtuali che lo estromettono: ma a ben vedere in Crimes of the Future e nei suoi corpi in cui
anche la sessualità è stata superata (dalla chirurgia, dalla generazione
spontanea, dalla pulsione monadologica), l’organico è proprio il tramite
anestetizzato attraverso cui poter far tentativi ed errori, quindi evolvere. È
dunque proprio il corpo del contemporaneo. In un film che mostra operazioni,
tagli, lacerazioni, organi tatuati, organi mai visti prima e in cui la società
è però sempre articolata in “creatori/controllori/rivoltosi” (proprio come
in eXistenZ del resto), il regista porta in
scena un “miracolo” perché – questo il suo pensiero, che in ogni caso
attraversa la sua intera filmografia – siamo animali sorprendenti, tragici,
purulenti, ma incredibilmente generativi. Otto anni di silenzio per tornare al
cinema con un film che elabora in maniera ancora una volta differente e creatrice i temi, le ossessioni, la teoresi di un
regista/intellettuale che da oltre mezzo secolo continua ad affascinare il
pubblico con una costruzione filosofica lucida, analitica, costruzionista e non
riduzionista, arrivando qui a immaginare la nuova nascita confermando allo
stesso tempo l’eterna irriducibile morte. Un film fondamentale per chi ama il
cinema del genio di Toronto.
domenica 5 dicembre 2021
Polytecnique - Denis Villeneuve
nel 20 aprile 1999 ci fu negli Usa
la strage di Columbine, da cui trassero grandi e conosciuti e diversissimi,
film sia Michael Moore, "Bowling for Columbine", nel 2002, che Gus
Van Sant, "Elephant", nel 2003.
dieci anni prima, il 6 dicembre
1989, a Montreal ci fu un altro massacro, al Polytecnique.
nel 2009 Denis Villeneuve (adesso
sappiamo che è uno dei più bravi registi del mondo) girò un film
intitolato "Polytecnique".
un film doloroso, un capolavoro
perfetto, che forse assomiglia a "Elephant", ma è un'altra cosa.
questo film vi farà stare male, siete avvertiti, ma non vederlo non è una
soluzione, se esistono film necessari, questo ne fa parte.
provate a vederlo, non ve ne pentirete.
vi lascio tre recensioni, a vostro
rischio e pericolo, dopo averle lette non potrete non vedere il film:
https://www.uzak.it/blog/polytechnique.html
https://bradipofilms.blogspot.com/2013/12/polytechnique-2009.html
http://ilbuioinsala.blogspot.com/2015/11/recensione-polytechnique.html
in rete ho trovato il film, QUI
in francese (con sottotitoli in ungherese, per chi li capisce).
si trova anche su ibs, se non avete
una videoteca o libreria sotto casa, fatevi un regalo, sarà uno dei film che
non vi pentirete mai di aver visto.
buona visione - Ismaele
domenica 12 luglio 2020
La zona morta - David Cronenberg
un professore ha un incidente che lo cambia dentro, degli anni di coma gli fanno perdere la donna della sua vita e gli fanno acquisire un potere di leggere il passato, e alla polizia serve per risolvere i casi insoluti.
poi il protagonista scopre di poter anche leggere il futuro, e il gioco diventa pericoloso.
Christopher Walken e Martin Sheen sono perfetti nei due ruoli chiave, e sarà una lotta incredibile.
un gioiellino da non perdere, promesso - Ismaele
da qui
martedì 23 giugno 2020
L'incarico - Christian Duguay
Christian Duguay è bravo, ma qui si è fatto incastrare da una sceneggiatura deja vu e noiosa.
quell'espressione un po' così che abbiamo noi che abbiamo visto
Carlos, di Oliver Assayas, è l'espressione che significa che non c'è partita.
io a metà de L'incarico non ce l'ho fatta più.
vedete voi, se potete - Ismaele