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giovedì 4 giugno 2026

Antartica - Quasi una fiaba - Lucia Calamaro

in una base di ricerca scientifica nell'Antartide un gruppo di ricercatori vive e lavora in un universo dove tutti sono acontatto con tutti.

ci sono due misteri che tormentano i ricercatori, il primo riguarda tutti, se e chi e a quale prezzo ci saranno i finanziamenti per il progetto di ricerca, e poi il secondo, se Fulvio è il padre di Maria.

il secondo è il mistero più facile da risolvere, il primo ha molte incognite.

bravi tutti gli attori e attrici, alcuni, purtroppo, solo comparse, nell'opera prima di Lucia Calamaro.

buona (glaciale) visione - Ismaele

 

 

Antartica, opera prima di Lucia Calamaro con Silvio Orlando e Barbara Ronchi, esplora il mondo della ricerca scientifica con un taglio umanistico, brillante e surreale, distinguendosi per un’impostazione teatrale nei dialoghi e nella narrazione. Nonostante le ottime prove attoriali, il film soffre di un’eccessiva rigidità strutturale che a tratti penalizza la fluidità del racconto e l’incastro tra le vicende personali e il dilemma etico-politico.

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Non sono tanti i film, in particolare in Italia, che toccano i temi riguardanti la scienza, men che meno la ricerca scientifica. In questo senso il campo è praticamente inesplorato e libero. Tanto più se si immaginano nove, tra ricercatori e tecnici, al lavoro nella base battente bandiera italiana Sidera nel bel mezzo dell'Antartico. Il film si apre con l'arrivo della nuova criogenetista e glaciologa Maria (Barbara Ronchi) che si deve inserire in un gruppo già ben avviato anche se capiamo subito che ognuno si porta dietro problemi e traumi personali non indifferenti. Ma è sul rapporto con il veterano capomissione Fulvio Cadorna (Silvio Orlando), suo mentore professionale e forse non solo quello, che si concentra la sceneggiatura di Lucia Calamaro, acclamata drammaturga teatrale qui al suo esordio come regista al cinema, e di Marco Pettenello.
L'impressione è che la vita nella base di ricerca, e anche la scoperta scientifica che il personaggio di Maria si trova ad affrontare, siano solo un pretesto, una cornice, per raccontare un bellissimo rapporto filiale tra il personaggio di Silvio Orlando e quello di Barbara Ronchi. È nella loro scrittura e nella grande prova attoriale che prendono forma anche i non detti, le suggestioni affettive, l'idea di cose che potevano accadere, le sliding doors... È un centro narrativo nevralgico che ipoteca le altre, troppe storie, impossibili da tratteggiare a dovere. Infatti, durante una prima crisi istituzionale sulle prospettive future del centro di ricerca vediamo apparire via via i vari personaggi su cui la regia si sofferma con una o due battute. Il problema è che non conosciamo i vari caratteri e, di alcuni personaggi, ci si chiede proprio dove stessero prima. Perché, oltre al rapporto tra le due scienziate protagoniste, Maria e Rita interpretata da una convincente Valentina Bellè, il film deve forzatamente sorvolare sul resto (ma ci piace sottolineare l'interpretazione di Lorenzo Balducci che vorremo vedere di più al cinema)…

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…il fantasma di Solaris infesta (in maniera benevola) questo esordio cinematografico di Calamaro, dove un gruppo di ricercatori chiusi in un isolamento scientifico sono costretti a confrontarsi con sé stessi prima ancora che con l’ostile mondo esterno, dove il ghiaccio prende il posto dell’oceano alieno, e la scoperta scientifica in cui Maria incapperà porterà a una crisi e a una presa di coscienza proprio come le visioni di Kris Kelvin di Solaris, trasformando il conflitto in specchio dell’inconscio. Il tutto, però, letto attraverso la lente dell’Italia, della nostra cultura, del nostro modo di essere, della nostra capacità di trattare con leggerezza e anche con spirito dissacratorio, la materia più seria. Un registro culturale italiano, laico, quotidiano, a tratti anche molto buffo e divertente dove questi ricercatori posti in una condizione estrema degna del The Thing di Carpenter, mangiano assieme, giocano al biliardino, cantano, ballano, piangono, ridono, discutono di finanziamenti, litigano sui massimi sistemi ma anche sulle piccole cose, vogliono tornare a casa o non tornare mai più. Antartica è Solaris passato attraverso Ettore Scola, il che è una descrizione abbastanza precisa di quello che fa questo film, e di quanto sia difficile farlo bene…

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lunedì 8 settembre 2025

Elisa - Leonardo Di Costanzo

una sceneggiatura precisa come un orologio svizzero ci racconta una storia che riguarda sopratutto la rieducazione del condannato, la rielaborazione dei fatti irreparabili.

Elisa (Barbara Ronchi) è liberamente obbligata a fare il lavoro scelto per lei dal padre (una decisione foriera di drammi e delusioni per migliaia e migliaia di giovani, quanti ne conosciamo che poi fanno una brutta fine).

in una prigione svizzera (fantascientifica per noi italiani) Elisa sconta una pena di 20 anni per l'omicidio della sorella.

un criminologo (Roschdy Zem) sceglie Elisa per uno studio che cerca di aiutare la condannata nell'accettazione e nella rielaborazione di quanto è successo.

ottimi gli attori, sopratutto Barbara Ronchi che porta il film sulle sue spalle e sopratutto sulla sua faccia.

un gran bel film da non perdere - Ismaele



La sceneggiatura, scritta da Di Costanzo insieme a Bruno Oliviero e a Valia Santella, inserisce in questo percorso, tanto virtuoso quanto liminare, un tarlo che porta ad un livello ancora più alto l'indagine. Laura, interpretata da Valeria Golino con una presenza breve come arco temporale sullo schermo ma molto significante, è schierata dalla parte delle vittime non accettando la benché minima possibilità di ricerca di motivazioni da parte di chi ha commesso il delitto.

Lo spettatore viene così messo di fronte ad una scelta da compiere individualmente: superare o no il concetto di punizione in favore di un possibile recupero che passi attraverso la presa di coscienza di quanto commesso da parte del colpevole ma anche della comprensione, da parte di chi vi è preposto, delle cause. Senza per questo far mai l'eticamente doveroso rispetto nei confronti delle vittime.

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Uno dei meriti principali di Elisa è il rifiuto di relegare il male a un altrove mostruoso. Di Costanzo ci ricorda che la violenza può scaturire dall’interno dell’ordinario, dalla banalità del vivere quotidiano. In una società in cui la narrazione mediatica tende a trasformare i colpevoli in figure disumane, esiliandoli dal corpo sociale, il film ci invita invece a riconoscere la mostruosità come parte dell’umano. È un discorso scomodo, che interroga lo spettatore più di quanto offra risposte.

Tuttavia, questo tema cruciale rimane in parte in superficie. Il racconto si concentra soprattutto sul percorso individuale della protagonista, lasciando in secondo piano l’indagine più ampia sulla natura del male che le note di regia sembravano promettere.

Elisa non è un film facile né consolatorio. È un’opera elegante, rigorosa, che prosegue il percorso autoriale di Leonardo Di Costanzo con coerenza e sobrietà. I suoi limiti, riscontrati in una certa trattenutezza emotiva, il rischio di rimanere più sulla parabola personale che sull’indagine teorica, non ne cancellano il valore: quello di restituire allo spettatore l’inquietudine più profonda, cioè che il male non appartiene a un altrove, ma è una possibilità inscritta nella fragilità dell’umano.

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Film scritto in modo sublime e una protagonista Barbara Ronchi e il cast di supporto, che recitano in stato di grazia, con un ritmo sospeso e forte tensione interiore della protagonista. Il film è LEI il suo volto impaurito e perso così ben ripreso dalla mdp, il suo sguardo malinconico e la sua fragilità. La struttura carceraria modello, sembra più un albergo, che una casa circondariale, con le detenute in una divisa rossa. Ci sono anche Intensi flashback, che ci chiariscono l’interno familiare, che ha prodotto tanto orrore. Il carcere diventa una comfort zone, perché la liberazione futura viene vissuta come un drammatico ritorno alla vita, dove niente potrà mai più essere come prima. Barbara Ronchi attrice ormai matura lanciata da Marco Bellocchio con “Sorelle mai”, qui è credo alla prova della vita. Magnifico anche Roschdy Zem/professor Alaoui il criminologo…

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Detto della bravura di Ronchi e Zem, tutto il cast in generale offre un’ottima prova, restituendo alla perfezione il dolore e l’angoscia di chi si trova a fare i conti con un assassinio così brutale commesso da qualcuno che amano e conoscono e che non riterrebbero mai capace di un gesto del genere. La fotografia è fatta di colori freddi, perfettamente in linea con il film, fatta eccezione per alcune sequenze (quasi sempre nei flashback) che il buon Duccio Patané definirebbe “smarmellate”, in cui l’algida raffinatezza del resto del film lascia spazio a colori piatti e immagini banali.

Elisa risulta così un’occasione persa, un film con ottimo potenziale, una bellissima tematica, e un ottimo cast che perde forza e potenza (e guadagna inutilmente in durata) per inseguire delle pulsioni da televisione nazionalpopolare in cui tutto deve essere spiegato e tutti i personaggi devono piacere al pubblico. Peccato, ma il talento resta.

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martedì 13 maggio 2025

Familia - Francesco Costabile

Francesco Di Leva fa il cattivo, un marito e padre violento che dopo la galera torna a casa e continua a essere lo stesso, è più forte di lui.

la moglie (Barbara Ronchi) subisce e soffre, i figli ormai cresciuti, subiscono, tra slanci d'amore e d'odio, e alla fine Luigi (Francesco Gheghi) non ce la fa più.

bravi tutti, compresa anche Tecla Insolia, ormai un'attrice super affidabile.

un piccolo grande film da non perdere.

buona (tormentata) visione - Ismaele


  

 

Tratto dall'autobiografia "Non sarà sempre così" di Luigi Celeste (Piemme), è un film che ripercorre dolorosamente tutte le tappe di chi vive un incubo del genere: i figli bambini che si tappano le orecchie a vicenda ("Quando ci sono i rumori dobbiamo aspettare"), la cancellazione dello stato di famiglia, la denuncia, lo strappo emotivo quando tolgono i figli alla madre (la scena più straziante), la destabilizzazione di un'adolescenza vissuta con rabbia, l'incapacità di respingere il padre dei propri figli anche se è violento e la rassegnazione a prendersi le botte per tutti. In parallelo scorre sullo schermo l'adolescenza di Luigi e la sua adesione a un gruppo di estrema destra, la violenza che si eredita, come il carcere, e poi uno spiraglio di luce con una storia d'amore. Ma rischia di restare solo uno spiraglio: non a tutti è concesso il privilegio della serenità, specie se in casa ci sono continui episodi di sopraffazione e offese, tra botte e strangolamenti mostrati in primo piano…

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…Prima del tragico epilogo Luigi dice alla polizia: “Mia madre non può venire qua a fa la denuncia. Non ce la fa: c’ha paura”. Ma la paura non deve esistere nelle vittime secondo le istituzioni che dovrebbero proteggerle. Se Licia quando, con Franco accanto, le chiedono “è tutto bene in casa?” non denuncia platealmente i soprusi che vive da anni, allora quella violenza è come non esistesse. E la vittima si sente ancora più sbagliata a soffrirne, ancora più indegna di stare così male. Quindi subisce, sopporta, si licenzia da lavoro perché Franco la vede parlare con un altro uomo, butta via i vestiti perché “sono più belli quelli che ti ho comprato io”.

La violenza ferisce ma la difficoltà del percorso che permetterebbe alla vittima di ottenere un aiuto e una soluzione è ancora più invalidante: immobilizza. E Familia lo rappresenta con Licia immobile sul divano. Quell’immobilità è l’impotenza delle vittime che vengono messe nelle condizioni di subire non solo i soprusi ma anche la colpa di quelle violenze…

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…l’opera seconda di Costabile riesce a porsi con un piglio quasi antropologico nel delineare caratterizzazioni compiute di agenti scenici danneggiati che vogliono amore ma che ne hanno paura quando lo ricevono. Vittime che non riescono a liberarsi del giogo oppressivo di carnefici manipolatori costringendosi in loop esistenziali di libertà accennata e mai veramente assaporata. E infatti è una narrazione angosciante-e-angosciosa, tesa e dal respiro corto quella disegnata da Costabile. A mancare, però, è la spontaneità in un racconto che cresce in maniera confusa e disorganica.

Il loop esistenziale degli stessi protagonisti traspare sino ad avvolgere Familia di svolte narrative spesso incoerenti che finisce con il quasi depotenziare le premesse stesse del racconto privandolo del pathos necessario a gestire tutte le componenti di un’opera così complessa, delicata e fragile. Compensano, però, le performance incisive di un Di Leva fisico e machiavellico e di una Ronchi speranzosa di vita. E se la Insolia è sempre più certezza dopo l’ottimo L’Arte della Gioia, anche in piccoli ma importanti ruoli di supporto come questo, è decisamente Gheghi la rivelazione e il nome da appuntare del buon film di Costabile. Un film da non perdere, Familia, da vedere e su cui riflettere.

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Costabile riesce a coniugare un approccio realistico con una forte componente visiva. Le ambientazioni, una periferia romana cupa e violenta, riflettono l’oppressione emotiva che pervade la famiglia protagonista. L’uso del primo piano, in particolare, permette al regista di esplorare l’interiorità dei personaggi, facendo emergere la loro complessità psicologica. Le scelte scenografiche, con spazi angusti e claustrofobici, enfatizzano la sensazione di prigionia e soffocamento emotivo.

Familia è un’opera che colpisce per l’intensità delle sue interpretazioni e la forza visiva della narrazione. Costabile ha saputo bilanciare magistralmente dramma personale e denuncia sociale, portando alla luce le ferite profonde lasciate dalla violenza assistita e dalla mancanza di supporto da parte delle istituzioni.

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La carne al fuoco in Familia è tanta: il paradosso dell’assistenza sociale che per proteggere Licia le sottrae i figli (con tanto di richiami a I 400 colpi e all’icona cinematografica Antoine Doinel), il fascino che gli ambienti di estrema destra esercitano su giovani sofferenti, le storture di un sistema che permette a un uomo colpevole di abuso di fare ritorno nel teatro delle sue malefatte, l’educazione sentimentale di Luigi, inevitabilmente segnata dalla tossica figura paterna. Temi che non sempre trovano un’efficace sintesi a livello di scrittura e che a volte danno vita a vere e proprie contraddizioni, come l’altalenante rapporto fra i fratelli e la stessa personalità di Luigi, in precario equilibrio fra condiscendenza, collera e disagio esistenziale. Uno sbilanciamento narrativo che trova il proprio apice in un finale eccessivamente lirico, che cede alla tentazione del didascalismo.

Difetti che comunque non inficiano il discreto risultato finale, che ha il merito di puntare i fari su diverse piaghe della società italiana, purtroppo quotidianamente documentate nelle cronache nazionali e locali. Un’opera seconda potente e intensa, capace di certificare il talento di Francesco Costabile e di dimostrare che anche il nostro incerto cinema può e deve ritrovare un collegamento con il reale e con il contemporaneo.

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lunedì 5 giugno 2023

Rapito – Marco Bellocchio

prima di tutto gli attori, bravissimi, riescono a fare un film corale, grande merito di Marco Bellocchio.

Edgardo, bambino ebreo, viene rapito per ordine del papa (eppure quanti ebrei sono stati torturati e ammazzati per la falsa accusa di rubare bambini cattolici?)

e non ci sono santi, alla fine a Edgardo faranno il lavaggio del cervello e sarà un prete cattolico per sempre.

che cose terribili le religioni, motore, a volte, e alibi, troppo spesso, di guerre e distruzioni.

molte scene valgono da sole la visione del film, una mi ha colpito molto, quando Edgardo libera Gesù dai chiodi e lo fa fuggire, come in Buongiorno notte la fuga (di Aldo Moro) è la salvezza, potere del sogno, o come in Habemus papam, di Nanni Moretti, Michel Piccoli papa scompare.

diserzione e fuga, via d'uscita dalle costrizioni e dall'insostenibilità della realtà.

sembra un film che parla di altri tempi, in realtà è molto attuale.

bambini rapiti (stia attento il papa al tribunale de L'Aja), guerre, confini, religione e politica, può bastare?

un film da non perdere.

buona (tormentata) visione - Ismaele


 

 

 

Rapito non è diventato un prodotto minimalista né ha declinato alla sua funzione di essere un bel film in costume, anche spettacolare, in cui si ricostruisce, con finezza e bravura, l’Italia e la Roma dell’Ottocento (ottima la fotografia di Francesco Di Giacomo). All’interno di una trama che ci obbliga a ricordare e a ripensare alla nostra Storia patria all’epoca della sua Unificazione, raccontata, com’è, con una strategia visiva di taglio realistico, Marco Bellocchio però non manca di inserire alcuni dei suoi stilemi stilistici “sur-reali” come in Buongiorno, notte (2003) o, più di recente, in Esterno notte (2022).  Con essi, infatti, l’invenzione fantastica vuole essere più “reale” della riproduzione naturalistica dei fatti in quanto serve a offrirci una chiave di lettura più alta e approfondita di essi.

Ben interpretato da tutto il cast – in cui ci piace segnalare Filippo Timi nella parte del Segretario di Stato, Cardinal Antonelli –  Rapito parte lentamente, quasi in sordina ma nel corso dei minuti diventa sempre più avvincente, alterando tocchi umoristici a frecciate polemiche contro l’integralismo religioso, spaziando tra superstizione, fede, ricerca della giustizia e arroganza del Potere sia esso temporale che spirituale.

È un film importante di un grande artista che a quasi 84 anni si può permetter di offrirci ancora un film sorprendente e appassionato, oltre che come si diceva all’inizio di una potente, prorompente forza espressiva. Di ciò noi, il cinema italiano non può che ringraziarlo sentitamente, con gratitudine. Grazie Marco.

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Come Esterno notte, al centro di tutto c’è la cronaca di un rapimento che fa scalpore. Anche stavolta, Marco Bellocchio lavora su un doppio piano, pubblico e privato. La famiglia di Edgardo come particella di una comunità più grande, l’Italia lacerata da divisioni di fede, ideologie e pensiero. Una complessità, questa, plasticamente riprodotta nella babele di lingue che complica la comunicazione, il latino liturgico e l’ebraico dei riti privati, l’italiano e il dialetto. L’ottusità denunciata dal film non è di destra o di sinistra, non laica né tantomeno clericale. Rapito non è un film contro la Chiesa, pure colpevole, qui, di un crimine odioso contro la famiglia e la decenza. Piuttosto, un affresco malinconicamente impietoso sul trauma di un’identità individuale (e collettiva, in controluce) disgregata dalla cieca aderenza ai dettami di un Potere, di un’Istituzione, di un’Idea. Bisogna sempre diffidare di chi parla in maiuscole. Nessuno si premura di raccontarlo al povero Edgardo, che finisce il suo viaggio a metà strada, non più ebreo ma neanche del tutto cristiano. Sospeso tra due mondi, della complessità della vita non coglie la ricchezza, solo la confusione.

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Bellocchio costella tutto il suo film di scene visivamente impressionanti, che non possono lasciare indifferenti tanto per la loro potenza formale che per il loro significato simbolico: tra queste non possiamo che ricordare quella del viaggio in barca di Edgardo verso Roma, una sorta di discesa all’inferno notturna; quella in cui il bambino libera Gesù dalla croce sgravandosi del senso di colpa che lo attanaglia; o, infine, quella in cui ci viene mostrato per la prima volta papa Pio IX, intento ad analizzare le vignette satiriche che gli sono state dedicate…

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Risulta così assolutamente indovinata la scelta di affidarsi a un cast che si rivela più corale del previsto: le viscerali interpretazioni dei componenti della famiglia Mortara, soprattutto quelle Russo Alesi e Ronchi, convincono sin dal primo istante, e ancor più intense si rivelano le prove di chi dovrebbe incarnare il lato oscuro della Chiesa: non soltanto Pierobon, eccellente interprete di un papa umano e spietatissimo, ma anche i “funzionari” Fabrizio Gifuni e Filippo Timi, i quali restituiscono allo spettatore tutte le contraddizioni di un’istituzione soprattutto politica, oltre che religiosa…

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